Che cosa è possibile dire dagli attacchi che hanno visto agire alcuni giorni fa congiuntamente le forze antigovernative del FLA (Fronte per la liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei gruppi ribelli del nord, maggioritariamente tuareg) e le milizie del JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani, ramo di Al-Qaida nel Maghreb)?
Oltre dodicimila combattenti, secondo le prime stime, hanno in poche ore colpito in modo chirurgico da Kidal a Gao, da Mopti a Bamako, e a Kati, “città guarnigione”, l’esplosione di una cisterna ha ucciso il ministro della difesa Sadio Camara e ferito il responsabile dei servizi di intelligence, il generale Modibo Keita. Per comprendere quanto accaduto bisogna fare un passo indietro e ripercorrere quella che è una storia postcoloniale non molto diversa da quanto accaduto in altri paesi (il Sudan o la Repubblica Democratica del Congo).
Appena dopo l’indipendenza, già nel 1962-1963, si erano andati costituendo i primi gruppi tuareg indipendentisti, intolleranti verso i confini coloniali e l’ordinamento di un paese sospeso tra istanze panafricaniste e l’idea di uno stato centralizzato. Il governo di Modibo Keita prima, quello di Moussa Toure poi, malgrado le profonde differenze, non riusciranno a sedare la resistenza, e la violenta repressione alimenterà solo il progetto separatista di alcuni gruppi, che esploderà nuovamente nel 1990 con l’attacco alla caserma di Menaka e l’uccisione di decine di militari.
Ma a quest’ultima si arriva dopo un processo nel quale ha un ruolo decisivo anche le siccità del 1973-4 e del 1984. I giovani tuareg che dal Mali e dal Niger emigreranno in quegli anni in Libia seguendo le reti di alleanza esistenti fra tribù e clan, saranno accolti da Gheddafi e addestrati a Beni Walid all’interno della Legione Verde. Molti di loro saranno poi inviati a combattere nella guerra contro il Chad.
Il contesto politico sempre più ostile convince Gheddafi della necessità di costruire una strategia regionale (nasce il progetto dell’Unione del Maghreb Arabo). Ed è di quegli anni la scelta di far ritornare i tuareg in Mali e in Niger per rivendicare il possesso delle terre. La ribellione, guidata da Iyad Ag-Ghali, sarà contenuta da Moussa Traoré al prezzo di molte vittime, ma gli accordi durano poco perché Traoré verrà qualche mese dopo rovesciato da un colpo di stato (è il marzo 1991).
Quando riprende, la rivolta tuareg dei Movimenti Unificati del Fronte dell’Azawad (MFUA) avrà una diversa fisionomia: frammentata in quattro gruppi maggiori (il Movimento popolare dell’Azawad, MPA, diretto da Ag-Ghali; il Fronte popolare di liberazione dell’Azawad, FPLA, nella regione di Timbuctù; l’Armata Rivoluzionaria di Liberazione dell’Azawad, ARLA, costituita essenzialmente da membri della tribù Imghad; il Fronte Islamico Arabo dell’Azawad, FFIA), vedrà da questo momento una vertigine di alleanze a carattere “etnico-tribale” comporsi e dissolversi secondo le circostanze.
Ma è impossibile offrire un’interpretazione univoca di un progetto di indipendenza che ha radici eterogenee e si nutre spesso di legami familiari, e altrettanto impossibile è lasciarsi sedurre da un’interpretazione che veda quella dei tuareg come la ribellione di “una società contro lo stato”.
Le alleanze che avrebbero costruito negli anni, oltre che con la Libia di Gheddafi, con l’Algeria, ma soprattutto con la Francia, rivelano la grande capacità di sfruttare gli interessi di attori diversi e ottenere supporto militare, economico, logistico o mediatico senza però avere la forza di venirne a capo una volta per tutte. Lo dimostreranno gli anni seguenti, scanditi dall’ingresso del fronte jihadista, che pone agli stessi Tuareg non pochi problemi, e di miliziani provenienti da altri paesi (Sudan).
Agli inizi del 2012 l’erede della galassia dei movimenti secessionisti del nord proclama l’indipendenza dell’Azawad, la vasta regione che da Tessalit, Kidal e Menaka si estende sino a Timbuctu e Gao (quasi i due terzi del paese, largamente desertici, ma ricchissimi di risorse naturali). Con il Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, MPLA, operano le milizie Ansar Dine (“Ausiliari della regione Islamica”, al comando di Iyad Ag-Ghali).
Il progetto di uno stato islamico non troverà nella comunità internazionale alcun riconoscimento, ma queste milizie che arrivano sino a Segou sulle loro moto o sui pick-up 4X4 armati con mitragliatrici e lanciarazzi sottratti all’esercito regolare costituiscono una seria minaccia all’integrità territoriale del paese, tanto più che l’esercito regolare arretra, abbandona mezzi e armi, e nel caos rivela ancora una volta che l’addestramento francese non ha avuto altro effetto che quello di creare un esercito fragile e dipendente.
In questo clima di sfiducia, un giovane militare sino a quel momento sconosciuto, Amadou Sanogo, di origine dogon, prende il potere e pone fine al governo di Amani Toumani Toure (ATT). Sanogo finirà poi agli arresti, in una isolata località ai confini con la Guinea, ma intanto il presidente ad interim invoca l’intervento aereo dei francesi per fermare l’avanzata dei ribelli.
Holland accorre in modo trionfale: comincia l’operazione Serval (dall’agosto 2014 il suo nome diventerà Barkhane), affiancata dal luglio dello stesso anno dalle forze dell’ONU. Come sempre la fantasia militare è all’opera, ma con una semantica che vale la pena sottolineare: il nome di un felino dell’Africa subsahariana (serval), il termine con cui si indicano le dune mobili dal profilo a mezzaluna creato dai venti (barkhane), sono l’atto di imperio linguistico di chi si sente da tempo padrone di quei luoghi.
La presenza francese si fa via via più invadente. Le elezioni del nuovo presidente Ibrahima Aboubacar Keita (IBK) consentono al paese una relativa stabilità, ma le critiche all’autonomia del presidente, considerato da molti un fantoccio nelle mani dei francesi, si fanno sempre più aspre.
Un duro colpo al patto fra il Mali e la Francia arriva quando quest’ultima impedisce all’esercito regolare di entrare a Kidal, quartier generale delle forze ribelli controllata dal MPLA invocando motivi di sicurezza e rendendo impossibile sia il controllo della città che le elezioni. Kidal è tutt’oggi una ferita non cicatrizzata, l’immagine di una sovranità nazionale offesa da una potenza straniera.
Non è un caso che la sua riconquista con l’aiuto delle truppe mercenarie russe Wagner nel 2023 sarà celebrata come un riscatto, così come non sorprende che la sua caduta dieci giorni fa nelle mani delle forze ribelli sia stata ripresa dai media francesi infinite volte per umiliare il governo di transizione guidato da Assimi Goïta ed annunciare che ormai i due terzi del paese sono sotto il controllo dei ribelli.
Quando i risultati elettorali che avevano riconfermato IBK furono contestati e il presidente deposto (colpo di stato del 2020, con il forte appoggio della società civile, rappresentata dal Mouvement du 5 juin – Rassemblement des forces patriottiques), un nuovo governo di transizione guidato da Bah Ndaw dovrebbe permettere il ritorno alla democrazia.
Ma nel 2021 un nuovo colpo di stato interrompe il processo, e Bah Ndaw è accusato di aver tradito gli accordi: il ministero della difesa sarebbe dovuto andare a Camara, quello dell’intelligence a Keita (incarichi poi confermati dal governo di transizione). Per una strana coincidenza, sono proprio loro ad essere vittima degli attentati di questi giorni, gli stessi che avevano condotto il processo di alleanza con la Russia e definitivamente spezzato quel che restava dei legami con la Francia.
Dal 2016 nelle aree centrali del paese (regione di Mopti, ansa del Niger) entra in scena un nuovo alleato: il Front de Libération du Macina (Katiba Macina), al comando di Amadou Kouffa. L’area, che vede preponderante la popolazione Peul aveva conosciuto da sempre un complesso sistema d'uso delle terre da parte di pastori e contadini, secondo un equilibrio non del tutto privo di conflitti ma in grado di autoregolarsi ed evitare eccessi (sapienti tecniche di coltivazione e di pascolo avevano reso possibile lo sfruttamento delle risorse di un territorio periodicamente inondato dal Niger).
Ma i conflitti generati dalla riduzione delle terre coltivabili e dei pascoli, e il capovolgimento delle tradizionali gerarchie, avrebbero finito con l’alimentare un’economia di guerra spesso banalizzata nel vocabolario di un conflitto etnico-religioso ricalcato sulle linee di antichi conflitti (i Peul, pastori, da un lato; i Dogon, contadini, dall’altro).
Nel nuovo scenario, segnato dalla comparsa di una milizia di autodifesa dogon (i Dan Nan Ambassagou, “i cacciatori che si confidano a Dio”), il FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei movimenti indipendentisti tuareg) può contare ora su un nuovo alleato: l’Ucraina, come veniva ammesso nel corso di un servizio delle televisione francese del luglio 2025, ricevendo da un paese diventato centrale nella circolazione mondiale delle armi quegli aiuti (addestramento militare in Europa, droni, attrezzature logistiche) che la Francia non può dare alla luce del sole.
L’obiettivo è far cadere l’attuale giunta al potere e indurre i russi a lasciare il paese. Che la Francia abbia sostenuto in passato i gruppi tuareg è noto da sempre (sin dal 2012, il suo appoggio diplomatico e mediatico è stato evidente). Ma l’alleanza fra i Tuareg e i loro sostenitori internazionali (Algeria, Francia) da un lato, e i gruppi che predicano la sharia e sono affiliati ad Al-Qaida nel Magreb dall’altro, sebbene difficile e non priva di rischi non è più fonte d’imbarazzo dopo l’incontro fra Trump e il nuovo presidente siriano, Aḥmad Ḥusayn al-Shara, membro di un gruppo legato a Al-Qaida e considerato solo qualche mese fa un pericoloso terrorista.
È stridente la libertà con la quale le definizioni di terrorismo siano in Occidente volatili e piegate agli interessi del momento, mentre rimane sempre lo stesso il vocabolario che delegittima i dirigenti africani ridicolizzando i loro sforzi per reagire alla minaccia della povertà, della crisi ecologica o della violenza.
Una tagliente denuncia di questo colonialismo semantico e delle ipocrisie che lo sostengono è stata offerta dal discorso di Jean Emmanuel Ouedraogo, primo ministro del Burkina Faso all’ONU nel settembre 2025, e più recentemente da Bassoma Bazié, sempre per il Burkina Faso, a Lomé, di fronte ai rappresentanti della CEDEAO nell’aprile scorso.
Perché tra i mutamenti più significativi della regione, avvertiti con preoccupazione da Parigi, vi è stata la nascita di una nuova entità: l’Alliance des États du Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger), poco importa se al prezzo di alleanze che hanno anch’esse il loro costo (quelle con la Cina e la Russia).
La galassia di acronimi, le definizioni provvisorie di “terrorista”, “ribelle” o “jihadista”, di alleato o mercenario, dicono però poco o nulla di ciò che è diventata la vita in questo paese, segnato da anni di violenze compiute da tutte le milizie (dai jihadisti del Katiba Macina ai mercenari di Wagner e dell’Africa Corps, così come dai Dan Nan Ambassagou).
I furti di milioni di capi di bestiame, l’uccisione di animali e la distruzione dei granai, l’impossibilità di lavorare nei campi o frequentare le scuole (un gran numero delle quali è stato chiuso nei villaggi dove è stata imposta la sharia), i continui assalti ai mezzi di trasporto, hanno stravolto il paesaggio sociale e trasformato anche i vicini in possibili nemici (il clima di sospetto trova espressione negli arresti di militari e personalità politiche in questi giorni, accusati di complicità con i terroristi). Due storicità sembrano così duellare da tempo senza incontrarsi, e in questo duello il Mali sembra essere oggi il luogo dove si giocano il destino e il futuro dell’intero continente africano.
Mentre il neocolonialismo e il capitalismo estrattivista non fanno che affondare in modo sempre più aggressivo i loro artigli sulle risorse naturali (petrolio, litio e gas in Mali; oro in Mali e Burkina Faso; uranio in Niger), i paesi africani lottano per affermare una sovranità sempre negata, sempre assoggettata, sempre ridicolizzata.
Il progetto anticoloniale dei loro leader (come Ibrahim Traoré, che in Burkina Faso assume esplicitamente il ruolo di erede di Sankara) urta l’arroganza dei governi occidentali: che se continuano ad umiliare le élite politiche di questi paesi, non hanno mai esitato ad assassinarne i leader quando scomodi.
Quanto alle reciproche accuse di manipolazione dell’informazione, solo in apparenza si è di fronte allo stesso problema. Se in Mali il potere della giunta militare ricorre alla censura e, certo, anche all’intimidazione o al silenziamento delle voci critiche, i media occidentali (e quelli francesi, in particolare) operano con infinite risorse una duplice operazione: non si accontentano di offrire degli eventi informazioni e analisi di segno opposto, ma aggiungono come un metatesto il cui progetto è far vacillare l’idea stessa di un paese sovrano.
Sulla riva di un tempo ferito dal caos, dall’isolamento (le difficoltà di approvvigionamento di carburante e beni alimentari), dagli indicatori di povertà, dalla nostalgia di lingue e saperi erosi dalla violenza dell’estrattivismo come dalla curiosa indifferenza del turismo (e ciò vale per i Tuareg come per le altre popolazioni di questa regione: Peul, Dogon, Bozo...), si intravede però il coraggio e l’ostinazione di donne e uomini che non intendono cedere alla paura, alla minaccia, e per i quali l’alleanza dei connazionali della diaspora rimane fondamentale.
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10/05/2026
19/05/2023
Nigeria - Attaccato un convoglio diplomatico statunitense
Quattro persone sono morte e altre tre sono state rapite in un assalto armato avvenuto ieri sera contro un convoglio diplomatico statunitense nello Stato di Anambra, nel sud-est della Nigeria. A riferirlo è l’agenzia Nova.
Le autorità locali attribuiscono l’attacco al convoglio Usa al Popolo indigeno del Biafra (Ipob) – gruppo secessionista che storicamente chiede l’indipendenza dell’omonima regione del sud-est della Nigeria e della comunità etnica igbo – e alla Rete per la sicurezza dell’Est (Esn), il braccio armato dell’organizzazione, che tuttavia hanno smentito ogni coinvolgimento.
Il Washington Post riferisce che il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, John Kirby ha smentito che tra le vittime non risultano esserci cittadini o diplomatici statunitensi, anche se il portavoce della polizia nigeriana Ikenga Tochukwu, ha confermato che uomini armati “hanno ucciso due agenti delle forze mobili della polizia e due membri del consolato” prima di dare fuoco al loro veicolo. “Nessun cittadino statunitense era nel convoglio”, ha aggiunto.
Sebbene i separatisti del Biafra abbiano negato ogni coinvolgimento nell’attacco, vale la pena di sottolineare che questi hanno intensificato i loro attacchi nell’area in cui è avvenuto l’agguato negli ultimi anni, di solito prendendo di mira la polizia o gli edifici governativi.
Il leader dell’Ipob, Nnamdi Kanu, è un cittadino anglo-nigeriano che è stato arrestato per la prima volta nel 2015, riuscendo in seguito a fuggire dopo che l’esercito nigeriano fece irruzione in casa sua, per poi essere nuovamente arrestato nel giugno di quest’anno in Kenya e riconsegnato alla Nigeria in quello che la sua famiglia descrive come un atto di “extraordinary rendition”. Il suo arresto ha sollevato un caso internazionale dopo che i suoi avvocati hanno denunciato che il loro assistito è stato tenuto in isolamento in un luogo sconosciuto sotto la custodia della polizia segreta nigeriana.
Il separatismo, del resto, è una questione delicata in Nigeria, dove nel 1967 la proclamazione di una Repubblica del Biafra indipendente da parte di ufficiali dell’esercito di etnia igbo innescò una sanguinosa guerra civile di tre anni che provocò la morte di oltre un milione di persone.
L’agenzia Nova ricorda che dal 2009, il governo nigeriano in altre parti del paese è alle prese con l’insurrezione jihadista di Boko Haram e dello Stato islamico (che ha ormai in buona parte assorbito il gruppo fondato da Ustaz Mohammed Yusuf) nella regione del Nord-est, con bande armate che rapiscono e uccidono a scopo di riscatto negli Stati nord-occidentali e centrali e con l’annoso problema della pirateria nel Golfo di Guinea.
Nelle ultime settimane gli attacchi sono tornati ad aumentare. Nelle stesse ore dell’agguato al convoglio dell’ambasciata Usa ad Anambra, almeno 30 persone sono morte in un attacco armato avvenuto nello Stato di Plateau, nella Nigeria centrale, situato nella cintura centrale del Paese teatro di frequenti scontri tra agricoltori e pastori semi-nomadi per l’accesso alle risorse idriche e ai terreni coltivabili.
Fonte
Le autorità locali attribuiscono l’attacco al convoglio Usa al Popolo indigeno del Biafra (Ipob) – gruppo secessionista che storicamente chiede l’indipendenza dell’omonima regione del sud-est della Nigeria e della comunità etnica igbo – e alla Rete per la sicurezza dell’Est (Esn), il braccio armato dell’organizzazione, che tuttavia hanno smentito ogni coinvolgimento.
Il Washington Post riferisce che il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, John Kirby ha smentito che tra le vittime non risultano esserci cittadini o diplomatici statunitensi, anche se il portavoce della polizia nigeriana Ikenga Tochukwu, ha confermato che uomini armati “hanno ucciso due agenti delle forze mobili della polizia e due membri del consolato” prima di dare fuoco al loro veicolo. “Nessun cittadino statunitense era nel convoglio”, ha aggiunto.
Sebbene i separatisti del Biafra abbiano negato ogni coinvolgimento nell’attacco, vale la pena di sottolineare che questi hanno intensificato i loro attacchi nell’area in cui è avvenuto l’agguato negli ultimi anni, di solito prendendo di mira la polizia o gli edifici governativi.
Il leader dell’Ipob, Nnamdi Kanu, è un cittadino anglo-nigeriano che è stato arrestato per la prima volta nel 2015, riuscendo in seguito a fuggire dopo che l’esercito nigeriano fece irruzione in casa sua, per poi essere nuovamente arrestato nel giugno di quest’anno in Kenya e riconsegnato alla Nigeria in quello che la sua famiglia descrive come un atto di “extraordinary rendition”. Il suo arresto ha sollevato un caso internazionale dopo che i suoi avvocati hanno denunciato che il loro assistito è stato tenuto in isolamento in un luogo sconosciuto sotto la custodia della polizia segreta nigeriana.
Il separatismo, del resto, è una questione delicata in Nigeria, dove nel 1967 la proclamazione di una Repubblica del Biafra indipendente da parte di ufficiali dell’esercito di etnia igbo innescò una sanguinosa guerra civile di tre anni che provocò la morte di oltre un milione di persone.
L’agenzia Nova ricorda che dal 2009, il governo nigeriano in altre parti del paese è alle prese con l’insurrezione jihadista di Boko Haram e dello Stato islamico (che ha ormai in buona parte assorbito il gruppo fondato da Ustaz Mohammed Yusuf) nella regione del Nord-est, con bande armate che rapiscono e uccidono a scopo di riscatto negli Stati nord-occidentali e centrali e con l’annoso problema della pirateria nel Golfo di Guinea.
Nelle ultime settimane gli attacchi sono tornati ad aumentare. Nelle stesse ore dell’agguato al convoglio dell’ambasciata Usa ad Anambra, almeno 30 persone sono morte in un attacco armato avvenuto nello Stato di Plateau, nella Nigeria centrale, situato nella cintura centrale del Paese teatro di frequenti scontri tra agricoltori e pastori semi-nomadi per l’accesso alle risorse idriche e ai terreni coltivabili.
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07/02/2023
Separatismi russi, sogni euroatlantici
Dall’inizio della guerra in Ucraina, la Russia parla con una certa frequenza della volontà Nato (Usa ed Unione Europea) di voler distruggere la Russia come entità territoriale e statuale, frammentandola in tanti staterelli a disposizione delle velleità e dei bisogni dell’Occidente.
Un’accusa scarsamente presa sul serio dai media italiani, riportata con molta sufficienza, spesso con ironia, ogni volta che fa capolino in qualche notiziario. Insomma, “la solita fake news della propaganda russa”.
Per chi non ne sapeva molto, noi compresi, era anche possibile che fosse proprio così. In fondo, ogni propaganda di guerra punta al cuore del “pubblico di casa”, e non sarebbe apparso strano che il regime di Putin cercasse il consenso popolare anche facendo leva sulla paura di scomparire come paese e “potenza” euroasiatica.
Martedì 31 gennaio, però, si è tenuto il quinto incontro del Forum delle libere nazioni della post-Russia, che raccoglie le istanze autonomiste di minoranze etniche e realtà regionali russe (e dei loro simpatizzanti euroatlantici: americani, polacchi, baltici).
La giornata è stata intitolata Russia imperiale: conquista, colonizzazione e genocidio. Roba d’accatto, certo, ma questa volta il “teatro” ospitante è stato nientepopodimeno che... il Parlamento Europeo. Sì, quel posto dove intrallazzano i Panzeri, le Kalil e via dicendo, dove ci si vende al miglior offerente distribuendo patenti di “dirittoumanismo” persino al Qatar...
L’approdo del gruppo a Bruxelles – raccontano le scarne cronache a seguito dell’evento – conta più in termini simbolici che sostanziali. Ma dal primo Forum, lo scorso 8 maggio a Varsavia, il progetto sembra aver guadagnato crescenti adesioni e notorietà.
È anzitutto aumentato il numero dei cosiddetti “movimenti interni alla Federazione” che reclamano specifici gradi di autonomia dal centro e una riorganizzazione del territorio federale.
Anche a Bruxelles ritengono che si tratti di minoranze numericamente esigue e non strutturate a livello istituzionale (insomma: gruppi di autonominati “rappresentanti di...”, come in un film di Totò), ma comunque i presunti esponenti delle regioni di Kuban, Siberia, Kaliningrad, Ingria (San Pietroburgo) e Urali hanno annunciato dei referendum online per l’autodeterminazione.
Un referendum online – per chi conosce i mille problemi di validazione delle identità, qui in Europa, anche in una semplice “piattaforma” come LiquidFeedback o similari – è poco più di una battuta satirica senza conseguenze. Figuriamoci come si può fare coordinando dall’estero intere popolazioni “sottoposte a feroce dittatura”.
In pratica, gruppi di “dissidenti indipendentisti” delle decine di etnie presenti nella Federazione Russa (quasi tutte già dotate di una propria entità amministrativa riconosciuta nella Duma), probabilmente più “forti” nella diaspora che in patria, se la canterebbero e suonerebbero gridando alla “libertà da Mosca”.
È evidente che l’elemento serio non è costituito da questi gruppuscoli, che hanno in comune solo il sogno di veder scomparire la Russia dalle mappe geografiche e politiche, ma il crescente sostegno euro-atlantico (quantomeno retorico).
Lo dimostra il fatto che l’appuntamento sia stato questa volta ospitato direttamente nel cuore istituzionale dell’Ue, segno che quantomeno questa “istituzione” considera “promettenti” gli sviluppi potenziali di simili iniziative. Magari non servirà ad altro che dare un volto visibile – e “presentabile” – ai fantasmi dei “combattenti per la libertà”, ma come accaduto per i Navalnij ed altri, tornerà sicuramente utile all’“altra” propaganda. Quella della Nato, che punta ai “nostri” cuori.
Fin qui il sostegno era venuto soprattutto dai paesi dell’Est in prima fila contro la Russia. In primis da parte della Polonia, che spera di contribuire al collasso della Federazione incitandone i separatismi interni, oltre che aiutando l’Ucraina a vincere sul campo.
Il progetto di «decolonizzazione e ricostruzione» della Russia (uno dei capitoli esplicitamente indicati dei “lavori” del “Forum delle libere nazioni”) è stato portato all’attenzione di Bruxelles su spinta dell’ex ministro degli Esteri polacco Anna Fotyga, ora europarlamentare, protagonista dei lavori del Forum fin dai suoi albori.
Fotyga ha ricordato che i rischi derivanti dalla “dissoluzione della Federazione Russa” saranno meno pericolosi “che lasciare intatto un impero aggressivo”. Affermazione che qualunque esperto di armamenti nucleari potrebbe facilmente mostrare come demenziale, visto che un arsenale atomico se non altro all’altezza di quello statunitense si verrebbe a quel punto a trovare nelle mani di un qualsiasi cacicco locale con sogni di grandezza. Con qualche problema serio per la stabilità del pianeta...
Ma l’attivismo polacco è notoriamente spalleggiato dalle frange più aggressive dell’amministrazione americana, espresse in questa edizione del Forum dall’analista statunitense di origini polacche Janusz Bugajski (già consigliere per il dipartimento di Stato e della Difesa), il cui ultimo libro Failed State. A guide to Russia’s Rupture è stato additato dalla stampa russa come breviario dei piani a stelle e strisce per lo smembramento della Federazione.
Ma un libro è solo un libro; un’organizzazione riconosciuta, finanziata e coccolata dalle massime istituzioni europee è qualcosa di molto più concreto, anche se allo stato “aurorale”.
Il Forum ha anticipato il vertice Ue-Ucraina del 3 febbraio che si è tenuto a Kiev, nel cuore del paese in guerra. Entrambi segnalano un maggiore coinvolgimento delle cancellerie europee in un conflitto sempre meno indiretto, evidente anche nella recente decisione sulla consegna degli agognati carri armati pesanti di fabbricazione occidentale (Leopard 2 tedeschi, Leclerc francesi, Abrams statunitensi, Challenger 2 inglesi).
Le pressioni del presidente ucraino Volodymyr Zelenskij per un rapido avvio dei negoziati sull’adesione del proprio paese all’Ue (che comunque non è all’orizzonte) pongono però agli europei lo stesso quesito sollevato dai Forum di separatisti russi, tutti ospitati non a caso in paesi Ue: quanto lasciarsi implicare nella guerra per procura tra Russia e Stati Uniti, di cui il Vecchio Continente è terreno e posta in gioco.
La mappa della post-Russia, che ha campeggiato nelle giornate del Forum a Bruxelles, ci sembra particolarmente significativa. O meglio, inquietante. Spicca quella bandiera americana su una parte rilevante della Siberia, probabilmente la più ricca di risorse minerarie e idrocarburi.
Qualche demente, all’interno della Nato, sembra nutrire sogni di questo genere.
Fonte
28/02/2022
Il separatismo in Ucraina e la “mina bolscevica” di Putin
Scrivendo delle Repubbliche popolari del Donbass, quasi tutti i mezzi di apostolato euroatlatico italici ricorrono spesso all’appellativo di “separatisti filo-russi”, o semplicemente “separatisti”, volendo far intendere che l’unica motivazione che spinge le milizie e gran parte della popolazione del Donbass sia esclusivamente quella dell’unione alla Russia e che dietro di loro ci sia necessariamente l’ombra del Cremlino.
Ora, tralasciamo per un attimo i rapporti attuali, consolidatisi negli ultimi tempi (non quelli del periodo immediatamente seguente al 2014) tra leadership di L-DNR e della Russia e guardiamo invece quali fossero le motivazioni ideali che spinsero «minatori e trattoristi» – l’espressione fu del leader della DNR, Aleksandr Zakharčenko, assassinato in un attentato a Donetsk nell’agosto 2018 – a ribellarsi, otto anni fa, prima contro il golpe a Kiev e, poi, quando la junta attaccò militarmente le regioni che resistevano alla nazificazione del Paese, a prendere le armi per difendere la propria terra.
Proprio in quel primo periodo, e ancora per almeno due-tre anni, accanto ad alcune spinte indubbiamente nazionaliste (e in alcuni casi “grandi-russe”), le ragioni di gran parte delle milizie e della popolazione che li sosteneva convintamente avevano uno spiccato senso antifascista, con motivazioni ideali socialiste e rivendicazioni che prevedevano anche la nazionalizzazione di industrie e miniere di proprietà degli oligarchi post-sovietici, ucraini e russi.
Solo in malafede si può dunque parlare di “separatismo”, nel senso gretto del termine, se non per denigrare la lotta di una popolazione che si opponeva e si oppone al nazismo di un potere centrale sponsorizzato, addestrato e diretto da ben precisi poteri, al di qua e al di là dell’Atlantico.
Non a caso, tra le centinaia e centinaia di “analisi” dedicate all’Ucraina dagli evangelizzatori europeisti, solo raramente si prendono in considerazione i focolai di “irredentismo” – questo sì, separatista – che esistono nelle regioni occidentali e sudoccidentali del Paese.
Quando lo si fa, è quasi per inserire un corollario alla “tesi” che si intende inculcare, di un separatismo tout court delle regioni del sudest; per “dimostrare” cioè come, a ovest, le ambizioni alla separazione da Kiev e all’unione alle entità statali di cui quelle minoranze si sentono parte, siano cosa accettabile, a differenza delle aspirazioni del sudest, “colpevoli” di volere la disintegrazione dell’Ucraina, ma, soprattutto, di aver dato vita a un movimento di massa, di popolo, che non ha nulla a che vedere con il separatismo di piccoli gruppi animati da localismi e da un “patriottismo” puramente nazionalistico.
E anche in certa “sinistra”, quando si mettono in rilievo le differenziazioni nazional-territoriali ai “quattro angoli” dell’Ucraina, lo si fa quasi alla maniera putiniana, per “dimostrare” quale «mina» avessero «messo i bolscevichi» non solo «sotto l’edificio che si chiama Russia... sotto l’edificio dello Stato unitario», ma anche sotto tutta una serie di ex Repubbliche sovietiche, sconvolte da reciproche rivendicazioni territoriali, eccessi di nazionalismo, ecc.
Si infioretta la storia, transitando fluidamente dall’impero russo, al periodo sovietico e poi alla Russia borghese, mitizzando le “conquiste” zariste, canonizzando le famiglie imperiali che fecero stragi di rivoluzionari e di operai (per tutti: il massacro del Lena nel 1912, quando i gendarmi zaristi, così fedeli alla “madre Russia”, agirono a difesa di proprietà straniere) le “riforme” stolypiniane e la “democratizzazione” della nuova Russia, in modo da accusare di ogni male i malvagi e sanguinari bolscevichi, che turbarono, come un “corpo estraneo”, il fluido corso storico russo.
Si fa questo, eludendo ogni mutamento (e che mutamenti) nei rapporti di classe tra feudalesimo e servitù della gleba zaristi, dittatura del proletariato, controrivoluzione borghese.
In questo modo, si evita di dire che quella “mina” è stata innescata non dai bolscevichi, non da Lenin per il sudest dell’Ucraina, non da Stalin per il sudovest, ma da chi si era posto l’obiettivo di affossare il socialismo e, con ciò, l’Unione Sovietica.
A frantumare il tanto mitizzato impero russo, non furono i bolscevichi, ma i borghesi Costituzional-Democratici, Ottobristi, Menscevichi, Social-Rivoluzionari. I bolscevichi non fecero che rovesciare il regime borghese sostenuto dagli “Alleati” per la continuazione della guerra.
Ad affossare l’Unione Sovietica furono i Gorbačëv, gli Ševardnadze, gli Eltsin, i Sobčak (“padrino” politico di Putin) & Co.
Quanto alla frantumazione dell’Impero russo, basti dire che se nella guerra civile avessero prevalso i generali “bianchi” che, a detta di Putin, «sostenevano una Russia indivisibile» e ai quali si innalzano oggi monumenti a ogni angolo del paese, non solo non sarebbe esistita nessuna URSS, ma la stessa Russia già 100 anni fa sarebbe stata spezzettata in tanti “protettorati”, fornitori di materie prime per i monopoli mondiali.
Con un tocco magico, con la pura enumerazione cronologica della storia, vista attraverso un idealistico “continuum statale” – la “statualità”, di cui parla così spesso Vladimir Putin, come a voler esorcizzare, con tale termine, l’essenza di classe dello Stato, trasformato in una entità astratta – si transita naturalmente dal XII al XXI secolo, con una sola parentesi di 70 anni di “sciagure”.
Scompaiono i rapporti tra le classi, l’evoluzione sociale, l’emancipazione da feudalesimo e servitù della gleba al nascente capitalismo russo, da quella grandiosa pietra miliare nella storia mondiale che fu il potere operaio e contadino, alla restaurazione capitalistica, così che rimane la pura e mistica idea di uno Stato della “madre Russia” e della “Russia storica”, soggetto astratto in cui le classi svaniscono nel vuoto.
Ora, tornando alla questione del separatismo in Ucraina, questo esiste per davvero. In epoca sovietica, i separatisti chiedevano il distacco dall’URSS, tanta era la “spinta ideale” dei nazionalisti ucraini. Oggi, paradossalmente, è alimentato dalla volontà accentratrice di Kiev, che rifiuta ogni accenno a ipotesi confederative.
Ma, ovviamente, si tende a nasconderne le vicende, dirottando l’attenzione esclusivamente sul “separatismo filo-russo”. Ad esempio, a intervalli regolari, scoppi di separatismo si ripetono in Transcarpazia, alimentati da piccoli gruppi, con debolissimi o nessun legame con la popolazione.
Tendenze separatiste esistono in varie aree dell’Ucraina, così come le minacce al loro indirizzo da parte delle organizzazioni neo-naziste e nazionaliste.
Opinione diffusa in Ucraina è ad esempio quella secondo cui più attivamente Vladimir Zelenskij si sbraccia per l’euro-integrazione e l’adesione alla NATO, più forte risuona l’opposizione di Polonia, Ungheria, Romania, che non desiderano affatto vedere l’intera Ucraina nella NATO, ma vorrebbero vedervi solo i territori che loro fanno più gola: regione di L’vov, Bukovina, Transcarpazia.
Quelli in cui, alla massiccia ucrainizzazione proclamata da Kiev, la risposta di Varsavia, Budapest o Bucarest è quella di alimentare il separatismo, con la concessione di passaporti, la sponsorizzazione di Centri, scuole, comunità etnico-linguistiche che contano “minoranze” del 12-13% e, in alcuni casi, agglomerati urbani abitati al 100% da tali minoranze.
In molti casi, si assiste a una contrapposizione “inter-nazista”, tra squadracce locali dei diversi battaglioni ucraini e i vari “Lager della Grande Polonia”, “Nuove destre” rumene, “Legioni ungheresi”, ecc.: in molti casi, su entrambi i fronti, si contrappongono riedizioni di raggruppamenti nazionalisti e filo-nazisti degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso.
Quello di cui si manca quasi completamente di far cenno è, ad esempio, il nazionalismo e il separatismo della Galizia, sempre attivo – in maniera aperta ora, per ovvi motivi, in periodo sovietico, più mascherata – a partire dall’opposizione alla Rivoluzione d’Ottobre, tra il 1917 e il 1922.
Poi con lo scoppio della Seconda guerra mondiale e, quindi ancora negli anni ’60-’80, facendo sì che proprio l’Ucraina occidentale – maggiormente influenzata dal nazionalismo più gretto – dai richiami del patriarcato ucraino (contrapposto a quello russo) e dai rimandi alla cosiddetta Repubblica popolare dell’Ucraina occidentale, nettamente anti-sovietica, sia stata l’area del più aperto separatismo, autoproclamatasi “locomotiva ucraina” per l’euro-integrazione.
Ma, secondo Vladimir Putin, sono stati i bolscevichi a minare, in vari modi, la “Russia storica”: in particolare, quando dettero vita alla Repubblica socialista sovietica d’Ucraina.
Il fatto è che Putin sembra dimenticare che la RSSU vide la luce solo nel gennaio 1918 (quattro anni prima della nascita dell’URSS) in contrapposizione alla Repubblica popolare ucraina (RPU), borghese, nata nella primavera 1917 sulla scia della “rivoluzione” borghese di febbraio in Russia.
E se Putin parla del nazionalismo che sarebbe stato provocato dai bolscevichi e sarebbe alle origini della disgregazione della “Russia storica”; se sostiene che approvando il «diritto per le repubbliche a separarsi liberamente dall’Unione... gli autori hanno piazzato alla base della nostra Statualità la più pericolosa bomba a orologeria, che è esplosa nel momento in cui è svanito il meccanismo di sicurezza fornito dal ruolo guida del PCUS, cioè quando il partito stesso è imploso», allora è il caso di ricordare che, in generale, il partito non è «imploso» per cause sovrannaturali, ma affossato da chi sapeva che, togliendo di mezzo il partito, si sarebbe sfilacciato il legame ideale che univa gli operai, i kolkhoziani, gli intellettuali delle 15 Repubbliche sovietiche,
Da chi insomma sapeva – molte delle figure tutt’oggi vicine o direttamente ai vertici russi – che, dove sorge il mercato, crescono anche il nazionalismo, il separatismo, la lotta per le sfere di influenza, per le risorse, ecc.
Ed è anche il caso di ricordare che, nello specifico dell’Ucraina, proprio la RPU di cent’anni fa scaturiva dal nazionalismo delle élite locali, di latifondisti e capitalisti, sconfitti solo dall’internazionalismo dei bolscevichi, ucraini e russi, dal potere operaio e contadino.
L’unica eredità della “Russia storica” rimasta nella RSSU dopo il 1917 furono la miseria e l’analfabetismo dell’osannato impero russo: quelle sì “minate”, anzi deflagrate con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e liquidate completamente dalla “dittatura staliniana”.
Fonte
16/04/2019
USA-Serbia: non è ancora concluso l’attacco iniziato trenta anni fa
E’ certamente presto per avanzare pronostici sugli esiti di quella che sembra somigliare a una majdan serba. In ogni caso, pare che il lavoro sempre più scoperto dei “diplomatici” yankee assicuri per ora il persistere del movimento di protesta “Unione per la Serbia”, che sta andando avanti dallo scorso autunno.
Anche sabato scorso i manifestanti contro il “regime totalitario” si sono ritrovati a Belgrado, nella piazza antistante il Parlamento, con lo slogan “Uno di cinque milioni” e si sono poi dati appuntamento per sabato prossimo: chiedono le dimissioni del Presidente Alexandar Vučić, del primo ministro Ana Brnabić e del presidente del parlamento Maja Gojković.
Sembra che quella di due giorni fa, scrive la Tass, sia stata la più nutrita manifestazione degli ultimi quattro mesi, anche se le cifre variano di molto: gli organizzatori parlano di trentamila partecipanti, mentre Radio Belgrade di poco più di settemila – pochi giovani e tutti chiaramente attivisti, osserva politnavigator.net; moltissimi fotografi, giornalisti e blogger, mentre tra la folla si distinguevano i berretti bianchi dei “curatori” e non mancavano bandiere UE e cartelli del famigerato “Otpor”.
Da parte sua, il governo ha chiamato i propri sostenitori a una contro-manifestazione a Belgrado per il 19 aprile.
Tra gli esponenti della protesta, il leader del partito “Le porte serbe”, Boško Obradović, l’ex Ministro degli esteri Vuk Jeremić, che vuole “un paese normale” e l’ex primo ministro Zoran Živković, che invoca una “nuova lustratsja”, sul modello ucraino. L’ex Presidente filo-UE Boris Tadić, scrive la Tass, è stato accolto con fischi – sotto la sua presidenza, nel 2006 il Montenegro si separò dalla Serbia e nel 2008 la provincia di Kosovo e Metohija proclamò l’indipendenza – e ciononostante ha continuato a parlare, definendo quello attuale un “regime antidemocratico” e incitando a “lottare per la libertà”. Politnavigator ricorda come proprio sotto Tadić Belgrado avesse firmato diversi accordi con USA e NATO per l’utilizzo di strutture militari serbe.
“Unione per la Serbia” ha messo a punto un documento in sette punti – “Accordo con il popolo” – in cui si afferma di voler “lottare per la libertà dei media e libere elezioni”, boicottare eventuali elezioni parlamentari fin quando “il processo elettorale non sia libero e onesto”; si chiede di combattere “contro la violenza e qualsiasi estremismo legato al regime”, per la “democratizzazione della Serbia”. Si esige di “rivedere tutti gli atti adottati finora e quelli che l’attuale regime antidemocratico adotterà in futuro, se minacceranno gli interessi statali, nazionali ed economici”; si rifiuta la partecipazione alle Assemblee legislative a ogni livello, dalla Narodna Skupština (Parlamento) fino ai consigli locali.
Dopo aver realizzato le condizioni per “oneste elezioni” e la presunta vittoria, si intende dar vita a “un governo di esperti guidato da un primo ministro senza partito”. Il documento afferma che tale governo rimarrà in carica un anno e non vi entrerà nessun leader dell’attuale opposizione; in quell’anno, tale “governo di esperti” dovrà guidare il paese verso “il ritorno ai principi democratici e allo stato di diritto”, realizzando un programma in 12 punti, tra cui “lustratsja”, modifica della legislazione elettorale, “introduzione di una Procura speciale per la corruzione”, ecc.
Per la gran parte, tali parole d’ordine ricalcano quelle già udite in molte “rivoluzioni colorate” e in particolare in majdan Nezaležnosti a Kiev: anche 6 anni fa in Ucraina si lottava “contro la corruzione”! Tant’è che “Govori, Serbija” ha apertamente accusato l’ambasciata USA di esser dietro alle proteste e ha pubblicato foto e video molto eloquenti.
E non è certo una coincidenza se, come scrive politnavigator, il Presidente Vučić è attaccato in contemporanea sia dai “majdanisti” serbi, che dai separatisti albanesi. Mentre Boško Obradović, di “Unione per la Serbia”, annuncia la formazione di una “filiale” kosovara, denominata “Unione per il Kosovo”, il primo ministro dell’autoproclamata “Repubblica del Kosovo”, Ramush Haradinaj, enuncia le condizioni per l’abolizione del dazio al 100% (praticamente, il blocco delle enclavi slave della regione) imposto sui beni forniti da Belgrado ai serbi del Kosovo.
Alla proposta di dialogo del Presidente serbo Vučić, in cambio dell’abolizione del dazio, Haradinaj ha opposto un ultimatum: abolizione dell’imposta, solo dopo il riconoscimento dello status indipendente del Kosovo (negato, tra gli altri, da Slovacchia, Spagna, Grecia, Cipro, Bulgaria, Romania, Cina, Indonesia, Russia).
In risposta, il Ministro per l’Energia serbo Aleksandar Antić ha ricordato come Haradinaj sia un criminale di guerra, coinvolto nella pulizia etnica della popolazione ortodossa e tutt’oggi legato al terrorismo internazionale, contrabbando di armi e droga, organizzazione di basi terroristiche in Kosovo e Metohija e massacro di serbi. Haradinaj stesso ha pubblicato un libro biografico, in cui si confermano le accuse di Belgrado.
Secondo il portale serbo Alo, citato da politnavigator, la “Unione per la Serbia” intende ripetere lo scenario ucraino, anche con il dispiegamento di tende nel centro di Belgrado, in base al disegno di imporre “una élite prona alle richieste occidentali, compresa l’indipendenza unilaterale del Kosovo e l’ingresso della Serbia nella NATO “. D’altronde, i negoziati per l’adesione di Belgrado alla UE erano iniziati nel gennaio 2014 e nel 2015 la Serbia aveva ottenuto dalla NATO il cosiddetto piano di partenariato individuale, sul tipo delle ex repubbliche sovietiche Azerbaidžan, Kazakhstan, Armenia e Moldavia.
Già lo scorso autunno, in risposta alle dichiarazioni del leader kosovaro Hashim Thaçi (uno dei capi del UÇK; nel 1997 era stato condannato a 10 anni di galera da un tribunale jugoslavo per attività terroristica) secondo cui Emmanuel Macron sosterrebbe la necessità di “un accordo sulla correzione delle frontiere della Serbia e l’unione di altre tre aree” al Kosovo, il primo ministro serbo Ana Brnabić aveva consigliato a Priština di smettere di parlare dell’unione al Kosovo dei distretti serbi di Preševo, Bujanovats e Medveđa o della parte centrale della Serbia e pensare piuttosto a come raggiungere un compromesso di principio che garantisca una normalizzazione a lungo termine delle relazioni tra Belgrado e Priština.
Da parte sua, Aleksandar Vučić, quale opzione per escludere rivendicazioni territoriali, ha proposto l’indizione di un referendum per decidere che la regione del Kosovo Mitrovitsa abitata da serbi si unisca alla Serbia, mentre gli albanesi delle regioni meridionali della Serbia, al Kosovo.
E’ il caso di ricordare che l‘aggressione NATO del 1999 si era conclusa con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che garantiva sovranità e integrità territoriale della Serbia e un ampia autonomia del Kosovo e Metohija nella compagine serba (ma poi, nel 2010, la Corte internazionale di giustizia dell’ONU aveva deciso che la proclamazione dell’indipendenza del Kosovo non contraddicesse le norme del diritto internazionale) mentre oggi Bruxelles chiede a Belgrado di riconoscere la secessione del Kosovo, in cambio dell’adesione alla UE e Priština avanza sempre più apertamente, anche nei confronti della Macedonia (data ormai come 30° membro della NATO), le proprie mire di una “Grande Albania”.
Fonte
Anche sabato scorso i manifestanti contro il “regime totalitario” si sono ritrovati a Belgrado, nella piazza antistante il Parlamento, con lo slogan “Uno di cinque milioni” e si sono poi dati appuntamento per sabato prossimo: chiedono le dimissioni del Presidente Alexandar Vučić, del primo ministro Ana Brnabić e del presidente del parlamento Maja Gojković.
Sembra che quella di due giorni fa, scrive la Tass, sia stata la più nutrita manifestazione degli ultimi quattro mesi, anche se le cifre variano di molto: gli organizzatori parlano di trentamila partecipanti, mentre Radio Belgrade di poco più di settemila – pochi giovani e tutti chiaramente attivisti, osserva politnavigator.net; moltissimi fotografi, giornalisti e blogger, mentre tra la folla si distinguevano i berretti bianchi dei “curatori” e non mancavano bandiere UE e cartelli del famigerato “Otpor”.
Da parte sua, il governo ha chiamato i propri sostenitori a una contro-manifestazione a Belgrado per il 19 aprile.
Tra gli esponenti della protesta, il leader del partito “Le porte serbe”, Boško Obradović, l’ex Ministro degli esteri Vuk Jeremić, che vuole “un paese normale” e l’ex primo ministro Zoran Živković, che invoca una “nuova lustratsja”, sul modello ucraino. L’ex Presidente filo-UE Boris Tadić, scrive la Tass, è stato accolto con fischi – sotto la sua presidenza, nel 2006 il Montenegro si separò dalla Serbia e nel 2008 la provincia di Kosovo e Metohija proclamò l’indipendenza – e ciononostante ha continuato a parlare, definendo quello attuale un “regime antidemocratico” e incitando a “lottare per la libertà”. Politnavigator ricorda come proprio sotto Tadić Belgrado avesse firmato diversi accordi con USA e NATO per l’utilizzo di strutture militari serbe.
“Unione per la Serbia” ha messo a punto un documento in sette punti – “Accordo con il popolo” – in cui si afferma di voler “lottare per la libertà dei media e libere elezioni”, boicottare eventuali elezioni parlamentari fin quando “il processo elettorale non sia libero e onesto”; si chiede di combattere “contro la violenza e qualsiasi estremismo legato al regime”, per la “democratizzazione della Serbia”. Si esige di “rivedere tutti gli atti adottati finora e quelli che l’attuale regime antidemocratico adotterà in futuro, se minacceranno gli interessi statali, nazionali ed economici”; si rifiuta la partecipazione alle Assemblee legislative a ogni livello, dalla Narodna Skupština (Parlamento) fino ai consigli locali.
Dopo aver realizzato le condizioni per “oneste elezioni” e la presunta vittoria, si intende dar vita a “un governo di esperti guidato da un primo ministro senza partito”. Il documento afferma che tale governo rimarrà in carica un anno e non vi entrerà nessun leader dell’attuale opposizione; in quell’anno, tale “governo di esperti” dovrà guidare il paese verso “il ritorno ai principi democratici e allo stato di diritto”, realizzando un programma in 12 punti, tra cui “lustratsja”, modifica della legislazione elettorale, “introduzione di una Procura speciale per la corruzione”, ecc.
Per la gran parte, tali parole d’ordine ricalcano quelle già udite in molte “rivoluzioni colorate” e in particolare in majdan Nezaležnosti a Kiev: anche 6 anni fa in Ucraina si lottava “contro la corruzione”! Tant’è che “Govori, Serbija” ha apertamente accusato l’ambasciata USA di esser dietro alle proteste e ha pubblicato foto e video molto eloquenti.
E non è certo una coincidenza se, come scrive politnavigator, il Presidente Vučić è attaccato in contemporanea sia dai “majdanisti” serbi, che dai separatisti albanesi. Mentre Boško Obradović, di “Unione per la Serbia”, annuncia la formazione di una “filiale” kosovara, denominata “Unione per il Kosovo”, il primo ministro dell’autoproclamata “Repubblica del Kosovo”, Ramush Haradinaj, enuncia le condizioni per l’abolizione del dazio al 100% (praticamente, il blocco delle enclavi slave della regione) imposto sui beni forniti da Belgrado ai serbi del Kosovo.
Alla proposta di dialogo del Presidente serbo Vučić, in cambio dell’abolizione del dazio, Haradinaj ha opposto un ultimatum: abolizione dell’imposta, solo dopo il riconoscimento dello status indipendente del Kosovo (negato, tra gli altri, da Slovacchia, Spagna, Grecia, Cipro, Bulgaria, Romania, Cina, Indonesia, Russia).
In risposta, il Ministro per l’Energia serbo Aleksandar Antić ha ricordato come Haradinaj sia un criminale di guerra, coinvolto nella pulizia etnica della popolazione ortodossa e tutt’oggi legato al terrorismo internazionale, contrabbando di armi e droga, organizzazione di basi terroristiche in Kosovo e Metohija e massacro di serbi. Haradinaj stesso ha pubblicato un libro biografico, in cui si confermano le accuse di Belgrado.
Secondo il portale serbo Alo, citato da politnavigator, la “Unione per la Serbia” intende ripetere lo scenario ucraino, anche con il dispiegamento di tende nel centro di Belgrado, in base al disegno di imporre “una élite prona alle richieste occidentali, compresa l’indipendenza unilaterale del Kosovo e l’ingresso della Serbia nella NATO “. D’altronde, i negoziati per l’adesione di Belgrado alla UE erano iniziati nel gennaio 2014 e nel 2015 la Serbia aveva ottenuto dalla NATO il cosiddetto piano di partenariato individuale, sul tipo delle ex repubbliche sovietiche Azerbaidžan, Kazakhstan, Armenia e Moldavia.
Già lo scorso autunno, in risposta alle dichiarazioni del leader kosovaro Hashim Thaçi (uno dei capi del UÇK; nel 1997 era stato condannato a 10 anni di galera da un tribunale jugoslavo per attività terroristica) secondo cui Emmanuel Macron sosterrebbe la necessità di “un accordo sulla correzione delle frontiere della Serbia e l’unione di altre tre aree” al Kosovo, il primo ministro serbo Ana Brnabić aveva consigliato a Priština di smettere di parlare dell’unione al Kosovo dei distretti serbi di Preševo, Bujanovats e Medveđa o della parte centrale della Serbia e pensare piuttosto a come raggiungere un compromesso di principio che garantisca una normalizzazione a lungo termine delle relazioni tra Belgrado e Priština.
Da parte sua, Aleksandar Vučić, quale opzione per escludere rivendicazioni territoriali, ha proposto l’indizione di un referendum per decidere che la regione del Kosovo Mitrovitsa abitata da serbi si unisca alla Serbia, mentre gli albanesi delle regioni meridionali della Serbia, al Kosovo.
E’ il caso di ricordare che l‘aggressione NATO del 1999 si era conclusa con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che garantiva sovranità e integrità territoriale della Serbia e un ampia autonomia del Kosovo e Metohija nella compagine serba (ma poi, nel 2010, la Corte internazionale di giustizia dell’ONU aveva deciso che la proclamazione dell’indipendenza del Kosovo non contraddicesse le norme del diritto internazionale) mentre oggi Bruxelles chiede a Belgrado di riconoscere la secessione del Kosovo, in cambio dell’adesione alla UE e Priština avanza sempre più apertamente, anche nei confronti della Macedonia (data ormai come 30° membro della NATO), le proprie mire di una “Grande Albania”.
Fonte
07/02/2019
Non solo missili: Washington punta anche al separatismo interno alla Russia
Messi (temporaneamente) da parte i piani bellici di sgretolamento dell’Unione Sovietica e del campo socialista, ieri, e della Russia, oggi, mediante azioni via terra; intrapresa la strada, rivelatasi abbastanza vincente, delle cosiddette “rivoluzioni colorate”, per portare dalla propria parte pressoché tutti gli Stati dell’ex campo socialista e la stragrande maggioranza delle ex Repubbliche sovietiche, attirandoli nel corpo stesso o nel raggio d’azione della NATO, non per questo l’Occidente abbandona il disegno di sbriciolamento interno della stessa Russia.
Non di rado, la messa a effetto di questo piano è organizzata con le forze e lungo le direttrici di alcuni di quegli ex “soggetti” dell’URSS. Se in qualche caso – basti pensare a Georgia, Ucraina o Paesi baltici – la cosa è chiara e da tempo consolidata, non cessa però anche il lavorìo tra le élite di altri ex bastioni di quello che era stato il primo Stato socialista. E si scava, al loro interno, a volte del tutto sfacciatamente, attraverso gruppi del fondamentalismo religioso (in particolare, nell’area centro-asiatica); altre volte, con strumenti più “sottili”, come è il caso delle “innovazioni linguistiche” in Kazakhstan o in Bielorussia; ma, comunque, puntando sempre sul nazionalismo più gretto, a partire da un terreno di coltura che fa apparire crisi, povertà, sfruttamento, sempre e esclusivamente frutto della “oppressione nazionale” da parte del “gigante vicino”.
Nei giorni scorsi, il presidente del partito liberale kazakho “Ak zhol” (Sentiero luminoso) ha proposto che alla vigilia del centenario della proclamazione della Repubblica socialista sovietica autonoma kazakha (in realtà, all’epoca, kirghiza) nella compagine della RSFSR, il Kazakhstan venga rinominato “Repubblica Kazakha”, o “Kazak eli” (Paese dei kazakhi), con la mezzaluna sulla bandiera nazionale, come già in Azerbajdzhan, Turkmenistan, Uzbekistan e risvegliando con ciò gli umori panturchi e islamisti e quelli nazionalisti del “Nuovo Kazakhstan”, che proclama i kazakhi (67,4% della popolazione, contro 20% di russi e numerose altre nazionalità) “unica nazione del paese”. Ciò, insieme alla “latinizzazione” dell’alfabeto e dei nomi di strade e villaggi, alla svolta “verso la gioventù”, serve a distogliere l’attenzione dalla svendita di risorse naturali (a multinazionali occidentali) e di interi territori (soprattutto a Cina e Kirghizija: si parla di 100.000 kmq), dal recepimento di scarti nucleari americani e giapponesi, dalla realizzazione di un centro di uranio a basso arricchimento, finanziato da USA, UE e Arabia Saudita a Ust-Kamenogorsk, ma, soprattutto, dalla magra condizione in cui le élite “compradore” locali hanno ridotto proprio la popolazione kazakha, più delle altre nazionalità del paese.
Su questo versante di penetrazione occidentale, i risultati non sono mancati. L’Ucraina, anche per le tragiche conseguenze e la risonanza a livello mondiale, è certo l’esempio più significativo. Come e peggio che in altre ex repubbliche sovietiche, il piano di rapina delle compagnie energetiche e agro-alimentari straniere si è accompagnato al disegno militare di accerchiamento della Russia, con la feroce aggravante di una guerra terroristica contro una parte della propria popolazione, quella del Donbass. Altrove, si è proceduto con approcci meno “cruenti”, con basi militari USA aperte (alcune poi chiuse) in repubbliche dell’Asia centrale ex sovietica; con la “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizija e quella “delle rose” in Georgia; con le svolte, in una direzione o in un’altra, di Tadzhikistan o Uzbekistan, che hanno puntato alternativamente su Cina, USA o Russia; con i tentativi di penetrazione islamisti, sponsorizzati da Washington, come era accaduto anche già sul finire dell’epoca sovietica nella regione di Fergana, nella vallata racchiusa tra Uzbekistan, Tadzhikistan e Kirghizija, con i sanguinosi pogròm della popolazione uzbeka contro la minoranza Ahıska-Türkleri. Oggi, la leadership kirghiza è così preoccupata per la situazione in Afghanistan – appena 260 chilometri attraverso il Tadzhikistan – che non solo chiede l’ulteriore ampliamento della base aerea russa di Kant, nel nord del paese, ma prevede l’apertura di un’altra, nella parte più problematica della regione, in prossimità proprio di quella valle di Fergana.
E, così come ai confini, anche all’interno stesso della Russia il piano d’attacco è quello di puntare sulle spinte separatiste che, in generale, assumono a massa di manovra settori di popolazione ridotti in condizioni economiche e sociali critiche, aizzati da ristrette cerchie di affaristi travestiti da “élite politiche”, spinte queste ultime a loro volta dal vecchio slogan eltsiniano del “prendetevi quanta autonomia potete”, rinverdito a uso e consumo dei disegni d’oltreoceano. Non va dimenticato che nella Federazione Russa sono comprese oltre 180 nazionalità – oltre alle più numerose, quali tatari, ceceni, ucraini o bashkiri, si va dai daghestani ai kabardini, dagli osseti, ai circassi, ingushi, karachaevi, balkari, calmucchi, careli, darghini, kazi-kumukhi, kumyki, chuvashi, jakuti, per dire solo le più note – e che scintille di “autonomismo” non hanno via via mancato di manifestarsi in alcune delle aree più cruciali dei confini della Federazione.
Dunque, come ricorda Julija Vitjazeva su news-front.info, ecco che la presidente della Commissione esteri della Rada ucraina, Hanna Gopko, sentenzia che la liberazione “dei popoli asserviti dall’impero russo” è un dovere morale e una missione del mondo libero. Ragion per cui, dato che i popoli delle Repubbliche della regione del Volga “stanno combattendo attivamente” per le loro lingue e ognuno di essi cerca di preservare la “propria identità nazionale”, le strutture “europee e internazionali devono intervenire” a difesa dei popoli della regione del Volga. La “distanza tra Kharkov e la Mordovija è di appena 500 km; le repubbliche del Volga sono parte dell’Europa” afferma la Gopko.
Ormai da decenni il disegno generale non è un segreto. Più recentemente, nel 2015 la cosiddetta “CIA segreta” (Stratfor: Strategic Forecasting) aveva pubblicato il rapporto “Il mondo nel decennio 2015-2025”, in cui si delineava il destino finale della Russia. Un anno fa, il politologo Vadim Bondar osservava che “il rapporto Stratfor giudica improbabile “che la Russia possa continuare a esistere nella forma attuale ancora 10 anni”. In questa prospettiva, ecco che si mette a punto un vero e proprio “cordone sanitario” – “Anaconda”– ai suoi confini: a ovest, “Polonia, Ungheria e Romania cercheranno di riprendersi le regioni perse” alla fine della guerra; a sud ci saranno problemi con il Caucaso settentrionale; in Asia centrale si accentuerà la penetrazione islamista; a nord-ovest, la Karelia cercherà di tornare nella compagine finlandese, come prima del 1940”.
Ora, è chiaro che ogni paragone storico tra la Russia di oggi e quella di cento ani fa sarebbe semplicemente assurdo, non solo per ragioni temporali, ma soprattutto politiche; ma, volendo ricorrere a quanto detto da Iosif Stalin, non ci sono dubbi che la separazione delle periferie dal centro della Russia, significherebbe “l’asservimento imperialista per le regioni periferiche”. Non certo, perché, a un secolo di distanza, “gli interessi delle masse popolari dicono che la rivendicazione della separazione delle regioni periferiche nella fase attuale della rivoluzione è profondamente controrivoluzionaria” (Stalin), ma perché, oggi, ciò implicherebbe, ipso facto, il rastrellamento delle loro ricche risorse da parte di accaparratori locali e stranieri e il loro aggiogamento al carro euro-statunitense.
Tornando a noi, è dunque possibile che la Gopko – o, per bocca sua, chi da settant’anni punta sulle regioni ex sovietiche a maggior tendenza separatista – abbia deciso di cominciare con quell’area lungo il Volga, dato che il Bashkortostan (capitale Ufà), insieme a Tatarstan (Kazan), Marij Él (Joshkar-Ola), Mordovija (Saransk), Udmurtija (Izhevsk) e Chuvashia (Ceboksary) – le sei repubbliche facenti parte, insieme ad altre 8, tra regioni e territori, del Distretto federale del Volga – oltre a essere discretamente ricche di risorse naturali, hanno in comune con l’Ucraina una tradizione storica adatta ai piani USA.
Al pari infatti di reparti quali i battaglioni “Roland” e “Nachtigall”, o della Divisione SS “Galizia”, in Ucraina, nella regione del Volga i nazisti avevano dato vita alla cosiddetta Legione “Idel-Ural” (dal nome della repubblica autonoma sorta per pochi mesi nel 1918 nella compagine della RSFSR e la cui riapparizione i nazisti avevano fatto balenare come protettorato, per arruolare i tatari del Millijat Medzhlis) forte di sette battaglioni e composta per la maggior parte di tatari e bashkiri, anche se non mancavano udmurti, chuvashi, mari, mordovi e altre etnie dell’area del Volga e degli Urali.
Molto più prosaicamente, oggi, rispetto alle comuni “glorie“ storiche ucro-tatare, per bocca dei deputati ucraini parlano i capitali occidentali, interessati al fatto che il 70% dell’industria petrolifera russa sia concentrata nel Bashkortostan, il 90% della produzione di petrolio e gas, stagno, oro, platino, nei distretti autonomi di Jamal-Nenets e Khanty-Mansij-Jugra, il 90% dell’uranio nella Repubblica di Komi. E non è una novità che Washington preferisca fare affidamento su forze interne i cui predecessori si sono a loro tempo distinti per “intraprendenza” antisovietica. Fatto sta, che il comando di quella riesumata legione “Idel-Ural libero”, acquartierato a Kiev, ha già inaugurato una sezione in Gran Bretagna e sta aprendone altre in USA, Canada, Turchia e Polonia. Il suo megafono, “Idel.Realtà”, non è che un distaccamento di “Radio Svoboda” e l’obiettivo a più “largo respiro” sarebbe quello di una “Repubblica popolare degli Urali”, i cui abitanti sono al momento confinati a Kiev.
E’ là che, a gennaio 2014, al culmine di majdan, il tataro-ucraino Navis Kashapov esortava i “tatari, i popoli del Volga, degli Urali e del Caucaso ad agire sul modello di ciò che fanno oggi gli ucraini... L’Ucraina europea e democratica è una minaccia mortale per Putin. La sua stessa esistenza dà speranza ai popoli delle repubbliche nazionali di Russia ... La lotta di liberazione nazionale dei popoli e il corso della storia porteranno inevitabilmente alla formazione di Stati nazionali nel territorio della Russia”. In effetti, tra gli attivisti di majdan, insieme ai tatari di Crimea (tra cui anche membri di “Hizb ut–Tahrir al-Islami”), c’erano fascisti e nazisti russi del “Wotan Jugend”, nazionalisti di “Russi”, di “Iniziativa nazionale socialista”, “Movimento nazional-socialista russo”, “Unione slava”, accanto ad altre minoranze nazionali russe.
Gli analisti yankee non hanno mai smesso di puntare sulle vecchie frange anticomuniste e antisovietiche che erano uscite allo scoperto in URSS con l’aggressione nazista. Durante la guerra, circa 70 milioni di sovietici vennero a trovarsi nel territorio occupato dai nazisti e, secondo lo storico Kirill Aleksandrov, oltre un milione e trecentomila di essi furono arruolati nei ranghi della Wehrmacht. Tra questi, quasi 400.000 russi e cosacchi, 250.000 ucraini, oltre 250.000 baltici (in maggioranza lettoni, ma anche estoni e lituani), 180.000 centroasiatici, e decine di migliaia dal Caucaso settentrionale (soprattutto ceceni e ingushi), oltre a georgiani, armeni e azeri. E ancora: bielorussi, tatari del Volga e di Crimea, kalmyki. Oggi, a Langley si continua a puntare sulle stesse motivazioni “nazionali”; per ora, spesso senza armi alla mano.
Quello delle tendenze, o meglio, dell’esistenza di alcune frange d’opposizione, per lo più marginali, che indirizzano le proprie motivazioni sulle aspirazioni nazionaliste e separatiste, è un problema che non era stato del tutto superato nella stessa Unione Sovietica e che era comparso in forme anche cruente qua e là con la perestrojka gorbacioviana, per poi esplodere fragorosamente con il putsch eltsiniano.
Il 1 luglio 1993 (per la verità, sopravvisse appena fino al 9 novembre successivo) in quella che ora è la regione di Sverdlov era stata ad esempio proclamata la “Repubblica di Siberia” e nell’area degli Urali veniva propagandata l’idea di una “Repubblica federativa dei Grandi Urali”. Il “Califfato del Volga”, attivo per tutti gli anni ’90 e inizi 2000, agitava gli slogan “io ricordo il 1552!” e “olocausto del popolo tataro: 1552!” (l’anno in cui lo zar Ivan IV aveva conquistato Kazan). Al sud, invece, si parlava di un “Emirato caucasico” e di uno stato islamico nell’area di Cecenia, Ingushetija, Daghestan, Kabardino-Balkarija e Karachaevo-Cerkessija, con diramazioni in Tatarstan e Bashkirija. Ancora nel 2009, i cosacchi del Basso Kuban avevano minacciato di rifiutare la cittadinanza russa.
Questa “smania nazionale”, comunque, messa apparentemente a tacere con le guerre cecene – ma c’erano gli oleodotti al centro delle rivendicazioni “nazionali” di Dzhokhar Dudaev – ha assunto altre caratteristiche e forme, ma non sembra affatto scomparsa e proprio su di essa, come a uno dei percorsi privilegiati d’intervento, puntano da alcuni decenni gli strateghi della CIA e delle sue diverse ramificazioni operative, che disegnano lo scenario secondo loro auspicabile per il futuro dell’attuale Federazione Russa.
Dunque, se qualche abitante della Repubblica di Sakha (meglio conosciuta come Jakutija, con un territorio di oltre tre milioni di kmq, di poco inferiore all’India, ma con meno di 1 milione di abitanti) aspira all’unione con la Cina, stigmatizzando la cattiva amministrazione federale russa, ecco che non si fa mistero di una discreta “invidia” suscitata dai trasferimenti federali e dalle aliquote di favore applicate a soggetti quali Cecenia, Tatarstan o Bashkortostan: tanto per raffreddarne i bollori “nazionali”. Significativo, ad esempio, il diverbio sorto proprio in questi giorni tra genitori e direzione della scuola “Аjyy Кyhата” di Jakutsk, che si era inizialmente rifiutata di iscrivere bimbi russofoni.
Per quanto riguarda la stragrande maggioranza della popolazione, in realtà, molti media riconoscono che questa non ha affatto intenzioni separatiste; ma, quando la situazione economica non è esattamente rosea (è da sempre un modo di dire acquisito che “Mosca non è la Russia” e che la ricchezza del paese è ferma nella capitale) quale argomento di più afferrabile immediatezza se non quello secondo cui il “centro affama le periferie”, o quello, inverso ma equivalente, che “la nostra regione ricca di risorse è stanca di nutrire il centro accaparratore”? Detto questo, non è che il “centro” se la passi meglio. I media scrivono che, secondo gli standard mondiali, quasi metà della popolazione (centro e periferie) è povera, 20 milioni di persone vivono ufficialmente oltre la soglia di povertà e il 34% degli abitanti rientra nel cosiddetto “gruppo a rischio”: se un membro della famiglia si ammala o perde il lavoro, l’intero nucleo finisce in miseria. Non si sottrae nemmeno il mondo accademico di Mosca: un Doktor Nauk (Dottore in Scienze, il secondo grado più alto della scala accademica, dietro a Kandidat Nauk, cioè Ph.D) con stage di 40 anni all’Accademia delle Scienze, ha uno stipendio ufficiale di 32mila rubli, quando la media degli stipendi (a Mosca) supera i 60mila rubli.
Anche se oggi la situazione appare alquanto diversa da quella anche solo di una decina d’anni fa – la relativa libertà garantita alle élite politico-affaristiche locali di arricchirsi con le risorse dei territori, le rende più restie ad assecondare le spinte separatiste – nessuno esclude che un eventuale scoppio in uno dei punti più caldi, possa generare reazioni a catena. Oggi, difficilmente si sentirà parlare di distacco della Siberia, come 7-8 anni fa, quando i sondaggi davano il 60% degli interpellati favorevoli all’autonomia e il 25% all’indipendenza, mentre l’85% si dichiarava siberiano e solo il 12% russo. Nonostante ciò, chi può giurare che i Servizi yankee non stiano tuttora lavorando in questa direzione, specialmente nelle regioni più ricche di risorse naturali, quali i distretti autonomi di Komi, Jakutija, Jamalo-Nenets (superficie più che doppia dell’Italia), Khanty-Mansi o Tajmyr? Oppure non cerchino proseliti nelle aree agli estremi confini occidentali e orientali, nelle quali gli osservatori russi, più che sulle ricchezze naturali, pongono l’accento su fattori esterni: è il caso delle regioni di Kaliningrad, Amur, Sakhalin, dei territori di Primore e Khabarovsk o delle isole Kurili. Per quanto riguarda queste ultime, anni fa, gruppi di abitanti avevano raccolto firme per la cessione delle isole al Giappone, mentre oggi, al contrario, i recenti abbocchi russo-giapponesi hanno mostrato l’indisponibilità della popolazione locale a un’eventuale cessione di sovranità. Ma, in generale, l’estremo oriente russo, data la crescente importanza economica dell’Asia, sembra tendere economicamente verso Cina, Giappone, Corea e regione del Pacifico, più che verso Mosca; mentre Kaliningrad, lontana 800 km dalla più vicina città russa di una certa importanza (Pskov), si orienta verso Polonia e Germania e c’è chi chiede di tornare al nome tedesco di Könisberg. In generale, se la ricchezza finanziaria è concentrata a Mosca, sono però Estremo Oriente e Siberia – circa 2/3 del territorio russo – che costituiscono la fonte inesauribile delle risorse fondamentali del paese, in primo luogo petrolio e gas.
Ben consapevoli di cosa sia la Russia di oggi, di quanto pesi il potere del capitale, là, come nel resto delle potenze che la assediano politicamente e militarmente, ricordiamo però quanto affermava cento anni fa il Commissario del popolo alle nazionalità: “le regioni periferiche della Russia, le nazioni e le stirpi che abitano queste regioni, come ogni altra nazione hanno il diritto imprescindibile alla separazione dalla Russia ... Ma qui non si tratta dei diritti delle nazioni, indiscutibili, ma degli interessi delle masse popolari sia del centro che delle regioni periferiche ... le questioni nazionale e coloniale sono inseparabili dalla questione della liberazione dal potere del capitale”, tanto a ovest, quanto a est. L’esplosione del separatismo coincisa con la fine dell’URSS ne è testimonianza. Una separazione che dovesse favorire le mire imperialiste di una potenza a danno di un’altra, non farebbe che elargire qualche briciola di ricchezza a un pugno di borghesia locale, affamando il resto della popolazione. L’Ucraina nazigolpista ne è l’esempio lampante.
Riuscirà il Cremlino, proseguendo sulla strada che arricchisce spropositatamente le oligarchie affaristiche – e, in molti casi, anche clan speculativi in concorrenza con esse – mentre taglia fondi per sanità, istruzione, pensioni, settori industriali un tempo all’avanguardia, a impedire che prenda davvero piede l’approccio yankee all’erosione della Russia?
Secondo l’ultimo sondaggio del Centro Levada, circa il 45% dei russi ritiene che il paese stia procedendo in una direzione sbagliata, mentre il 34% (era il 18% nel 2018 e il 14% nel 2017) biasima l’attività di Vladimir Putin. Da parte sua, l’ufficiale VtsIOM registra che il 61% dei russi prova un senso di vergogna per “l’eterna povertà e l’insicurezza”. Il PCFR ha denunciato alla Duma il rifiuto del governo ad applicare la tassazione progressiva sui redditi e l’insistenza a voler mantenere una flat tax al 13%.
Come sospirava lo scritturale Bertin di Arnold Zweig “A quanto pare, non tutto è in regola nella repubblica dell’Universo”.
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Non di rado, la messa a effetto di questo piano è organizzata con le forze e lungo le direttrici di alcuni di quegli ex “soggetti” dell’URSS. Se in qualche caso – basti pensare a Georgia, Ucraina o Paesi baltici – la cosa è chiara e da tempo consolidata, non cessa però anche il lavorìo tra le élite di altri ex bastioni di quello che era stato il primo Stato socialista. E si scava, al loro interno, a volte del tutto sfacciatamente, attraverso gruppi del fondamentalismo religioso (in particolare, nell’area centro-asiatica); altre volte, con strumenti più “sottili”, come è il caso delle “innovazioni linguistiche” in Kazakhstan o in Bielorussia; ma, comunque, puntando sempre sul nazionalismo più gretto, a partire da un terreno di coltura che fa apparire crisi, povertà, sfruttamento, sempre e esclusivamente frutto della “oppressione nazionale” da parte del “gigante vicino”.
Nei giorni scorsi, il presidente del partito liberale kazakho “Ak zhol” (Sentiero luminoso) ha proposto che alla vigilia del centenario della proclamazione della Repubblica socialista sovietica autonoma kazakha (in realtà, all’epoca, kirghiza) nella compagine della RSFSR, il Kazakhstan venga rinominato “Repubblica Kazakha”, o “Kazak eli” (Paese dei kazakhi), con la mezzaluna sulla bandiera nazionale, come già in Azerbajdzhan, Turkmenistan, Uzbekistan e risvegliando con ciò gli umori panturchi e islamisti e quelli nazionalisti del “Nuovo Kazakhstan”, che proclama i kazakhi (67,4% della popolazione, contro 20% di russi e numerose altre nazionalità) “unica nazione del paese”. Ciò, insieme alla “latinizzazione” dell’alfabeto e dei nomi di strade e villaggi, alla svolta “verso la gioventù”, serve a distogliere l’attenzione dalla svendita di risorse naturali (a multinazionali occidentali) e di interi territori (soprattutto a Cina e Kirghizija: si parla di 100.000 kmq), dal recepimento di scarti nucleari americani e giapponesi, dalla realizzazione di un centro di uranio a basso arricchimento, finanziato da USA, UE e Arabia Saudita a Ust-Kamenogorsk, ma, soprattutto, dalla magra condizione in cui le élite “compradore” locali hanno ridotto proprio la popolazione kazakha, più delle altre nazionalità del paese.
Su questo versante di penetrazione occidentale, i risultati non sono mancati. L’Ucraina, anche per le tragiche conseguenze e la risonanza a livello mondiale, è certo l’esempio più significativo. Come e peggio che in altre ex repubbliche sovietiche, il piano di rapina delle compagnie energetiche e agro-alimentari straniere si è accompagnato al disegno militare di accerchiamento della Russia, con la feroce aggravante di una guerra terroristica contro una parte della propria popolazione, quella del Donbass. Altrove, si è proceduto con approcci meno “cruenti”, con basi militari USA aperte (alcune poi chiuse) in repubbliche dell’Asia centrale ex sovietica; con la “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizija e quella “delle rose” in Georgia; con le svolte, in una direzione o in un’altra, di Tadzhikistan o Uzbekistan, che hanno puntato alternativamente su Cina, USA o Russia; con i tentativi di penetrazione islamisti, sponsorizzati da Washington, come era accaduto anche già sul finire dell’epoca sovietica nella regione di Fergana, nella vallata racchiusa tra Uzbekistan, Tadzhikistan e Kirghizija, con i sanguinosi pogròm della popolazione uzbeka contro la minoranza Ahıska-Türkleri. Oggi, la leadership kirghiza è così preoccupata per la situazione in Afghanistan – appena 260 chilometri attraverso il Tadzhikistan – che non solo chiede l’ulteriore ampliamento della base aerea russa di Kant, nel nord del paese, ma prevede l’apertura di un’altra, nella parte più problematica della regione, in prossimità proprio di quella valle di Fergana.
E, così come ai confini, anche all’interno stesso della Russia il piano d’attacco è quello di puntare sulle spinte separatiste che, in generale, assumono a massa di manovra settori di popolazione ridotti in condizioni economiche e sociali critiche, aizzati da ristrette cerchie di affaristi travestiti da “élite politiche”, spinte queste ultime a loro volta dal vecchio slogan eltsiniano del “prendetevi quanta autonomia potete”, rinverdito a uso e consumo dei disegni d’oltreoceano. Non va dimenticato che nella Federazione Russa sono comprese oltre 180 nazionalità – oltre alle più numerose, quali tatari, ceceni, ucraini o bashkiri, si va dai daghestani ai kabardini, dagli osseti, ai circassi, ingushi, karachaevi, balkari, calmucchi, careli, darghini, kazi-kumukhi, kumyki, chuvashi, jakuti, per dire solo le più note – e che scintille di “autonomismo” non hanno via via mancato di manifestarsi in alcune delle aree più cruciali dei confini della Federazione.
Dunque, come ricorda Julija Vitjazeva su news-front.info, ecco che la presidente della Commissione esteri della Rada ucraina, Hanna Gopko, sentenzia che la liberazione “dei popoli asserviti dall’impero russo” è un dovere morale e una missione del mondo libero. Ragion per cui, dato che i popoli delle Repubbliche della regione del Volga “stanno combattendo attivamente” per le loro lingue e ognuno di essi cerca di preservare la “propria identità nazionale”, le strutture “europee e internazionali devono intervenire” a difesa dei popoli della regione del Volga. La “distanza tra Kharkov e la Mordovija è di appena 500 km; le repubbliche del Volga sono parte dell’Europa” afferma la Gopko.
Ormai da decenni il disegno generale non è un segreto. Più recentemente, nel 2015 la cosiddetta “CIA segreta” (Stratfor: Strategic Forecasting) aveva pubblicato il rapporto “Il mondo nel decennio 2015-2025”, in cui si delineava il destino finale della Russia. Un anno fa, il politologo Vadim Bondar osservava che “il rapporto Stratfor giudica improbabile “che la Russia possa continuare a esistere nella forma attuale ancora 10 anni”. In questa prospettiva, ecco che si mette a punto un vero e proprio “cordone sanitario” – “Anaconda”– ai suoi confini: a ovest, “Polonia, Ungheria e Romania cercheranno di riprendersi le regioni perse” alla fine della guerra; a sud ci saranno problemi con il Caucaso settentrionale; in Asia centrale si accentuerà la penetrazione islamista; a nord-ovest, la Karelia cercherà di tornare nella compagine finlandese, come prima del 1940”.
Ora, è chiaro che ogni paragone storico tra la Russia di oggi e quella di cento ani fa sarebbe semplicemente assurdo, non solo per ragioni temporali, ma soprattutto politiche; ma, volendo ricorrere a quanto detto da Iosif Stalin, non ci sono dubbi che la separazione delle periferie dal centro della Russia, significherebbe “l’asservimento imperialista per le regioni periferiche”. Non certo, perché, a un secolo di distanza, “gli interessi delle masse popolari dicono che la rivendicazione della separazione delle regioni periferiche nella fase attuale della rivoluzione è profondamente controrivoluzionaria” (Stalin), ma perché, oggi, ciò implicherebbe, ipso facto, il rastrellamento delle loro ricche risorse da parte di accaparratori locali e stranieri e il loro aggiogamento al carro euro-statunitense.
Tornando a noi, è dunque possibile che la Gopko – o, per bocca sua, chi da settant’anni punta sulle regioni ex sovietiche a maggior tendenza separatista – abbia deciso di cominciare con quell’area lungo il Volga, dato che il Bashkortostan (capitale Ufà), insieme a Tatarstan (Kazan), Marij Él (Joshkar-Ola), Mordovija (Saransk), Udmurtija (Izhevsk) e Chuvashia (Ceboksary) – le sei repubbliche facenti parte, insieme ad altre 8, tra regioni e territori, del Distretto federale del Volga – oltre a essere discretamente ricche di risorse naturali, hanno in comune con l’Ucraina una tradizione storica adatta ai piani USA.
Al pari infatti di reparti quali i battaglioni “Roland” e “Nachtigall”, o della Divisione SS “Galizia”, in Ucraina, nella regione del Volga i nazisti avevano dato vita alla cosiddetta Legione “Idel-Ural” (dal nome della repubblica autonoma sorta per pochi mesi nel 1918 nella compagine della RSFSR e la cui riapparizione i nazisti avevano fatto balenare come protettorato, per arruolare i tatari del Millijat Medzhlis) forte di sette battaglioni e composta per la maggior parte di tatari e bashkiri, anche se non mancavano udmurti, chuvashi, mari, mordovi e altre etnie dell’area del Volga e degli Urali.
Molto più prosaicamente, oggi, rispetto alle comuni “glorie“ storiche ucro-tatare, per bocca dei deputati ucraini parlano i capitali occidentali, interessati al fatto che il 70% dell’industria petrolifera russa sia concentrata nel Bashkortostan, il 90% della produzione di petrolio e gas, stagno, oro, platino, nei distretti autonomi di Jamal-Nenets e Khanty-Mansij-Jugra, il 90% dell’uranio nella Repubblica di Komi. E non è una novità che Washington preferisca fare affidamento su forze interne i cui predecessori si sono a loro tempo distinti per “intraprendenza” antisovietica. Fatto sta, che il comando di quella riesumata legione “Idel-Ural libero”, acquartierato a Kiev, ha già inaugurato una sezione in Gran Bretagna e sta aprendone altre in USA, Canada, Turchia e Polonia. Il suo megafono, “Idel.Realtà”, non è che un distaccamento di “Radio Svoboda” e l’obiettivo a più “largo respiro” sarebbe quello di una “Repubblica popolare degli Urali”, i cui abitanti sono al momento confinati a Kiev.
E’ là che, a gennaio 2014, al culmine di majdan, il tataro-ucraino Navis Kashapov esortava i “tatari, i popoli del Volga, degli Urali e del Caucaso ad agire sul modello di ciò che fanno oggi gli ucraini... L’Ucraina europea e democratica è una minaccia mortale per Putin. La sua stessa esistenza dà speranza ai popoli delle repubbliche nazionali di Russia ... La lotta di liberazione nazionale dei popoli e il corso della storia porteranno inevitabilmente alla formazione di Stati nazionali nel territorio della Russia”. In effetti, tra gli attivisti di majdan, insieme ai tatari di Crimea (tra cui anche membri di “Hizb ut–Tahrir al-Islami”), c’erano fascisti e nazisti russi del “Wotan Jugend”, nazionalisti di “Russi”, di “Iniziativa nazionale socialista”, “Movimento nazional-socialista russo”, “Unione slava”, accanto ad altre minoranze nazionali russe.
Gli analisti yankee non hanno mai smesso di puntare sulle vecchie frange anticomuniste e antisovietiche che erano uscite allo scoperto in URSS con l’aggressione nazista. Durante la guerra, circa 70 milioni di sovietici vennero a trovarsi nel territorio occupato dai nazisti e, secondo lo storico Kirill Aleksandrov, oltre un milione e trecentomila di essi furono arruolati nei ranghi della Wehrmacht. Tra questi, quasi 400.000 russi e cosacchi, 250.000 ucraini, oltre 250.000 baltici (in maggioranza lettoni, ma anche estoni e lituani), 180.000 centroasiatici, e decine di migliaia dal Caucaso settentrionale (soprattutto ceceni e ingushi), oltre a georgiani, armeni e azeri. E ancora: bielorussi, tatari del Volga e di Crimea, kalmyki. Oggi, a Langley si continua a puntare sulle stesse motivazioni “nazionali”; per ora, spesso senza armi alla mano.
Quello delle tendenze, o meglio, dell’esistenza di alcune frange d’opposizione, per lo più marginali, che indirizzano le proprie motivazioni sulle aspirazioni nazionaliste e separatiste, è un problema che non era stato del tutto superato nella stessa Unione Sovietica e che era comparso in forme anche cruente qua e là con la perestrojka gorbacioviana, per poi esplodere fragorosamente con il putsch eltsiniano.
Il 1 luglio 1993 (per la verità, sopravvisse appena fino al 9 novembre successivo) in quella che ora è la regione di Sverdlov era stata ad esempio proclamata la “Repubblica di Siberia” e nell’area degli Urali veniva propagandata l’idea di una “Repubblica federativa dei Grandi Urali”. Il “Califfato del Volga”, attivo per tutti gli anni ’90 e inizi 2000, agitava gli slogan “io ricordo il 1552!” e “olocausto del popolo tataro: 1552!” (l’anno in cui lo zar Ivan IV aveva conquistato Kazan). Al sud, invece, si parlava di un “Emirato caucasico” e di uno stato islamico nell’area di Cecenia, Ingushetija, Daghestan, Kabardino-Balkarija e Karachaevo-Cerkessija, con diramazioni in Tatarstan e Bashkirija. Ancora nel 2009, i cosacchi del Basso Kuban avevano minacciato di rifiutare la cittadinanza russa.
Questa “smania nazionale”, comunque, messa apparentemente a tacere con le guerre cecene – ma c’erano gli oleodotti al centro delle rivendicazioni “nazionali” di Dzhokhar Dudaev – ha assunto altre caratteristiche e forme, ma non sembra affatto scomparsa e proprio su di essa, come a uno dei percorsi privilegiati d’intervento, puntano da alcuni decenni gli strateghi della CIA e delle sue diverse ramificazioni operative, che disegnano lo scenario secondo loro auspicabile per il futuro dell’attuale Federazione Russa.
Dunque, se qualche abitante della Repubblica di Sakha (meglio conosciuta come Jakutija, con un territorio di oltre tre milioni di kmq, di poco inferiore all’India, ma con meno di 1 milione di abitanti) aspira all’unione con la Cina, stigmatizzando la cattiva amministrazione federale russa, ecco che non si fa mistero di una discreta “invidia” suscitata dai trasferimenti federali e dalle aliquote di favore applicate a soggetti quali Cecenia, Tatarstan o Bashkortostan: tanto per raffreddarne i bollori “nazionali”. Significativo, ad esempio, il diverbio sorto proprio in questi giorni tra genitori e direzione della scuola “Аjyy Кyhата” di Jakutsk, che si era inizialmente rifiutata di iscrivere bimbi russofoni.
Per quanto riguarda la stragrande maggioranza della popolazione, in realtà, molti media riconoscono che questa non ha affatto intenzioni separatiste; ma, quando la situazione economica non è esattamente rosea (è da sempre un modo di dire acquisito che “Mosca non è la Russia” e che la ricchezza del paese è ferma nella capitale) quale argomento di più afferrabile immediatezza se non quello secondo cui il “centro affama le periferie”, o quello, inverso ma equivalente, che “la nostra regione ricca di risorse è stanca di nutrire il centro accaparratore”? Detto questo, non è che il “centro” se la passi meglio. I media scrivono che, secondo gli standard mondiali, quasi metà della popolazione (centro e periferie) è povera, 20 milioni di persone vivono ufficialmente oltre la soglia di povertà e il 34% degli abitanti rientra nel cosiddetto “gruppo a rischio”: se un membro della famiglia si ammala o perde il lavoro, l’intero nucleo finisce in miseria. Non si sottrae nemmeno il mondo accademico di Mosca: un Doktor Nauk (Dottore in Scienze, il secondo grado più alto della scala accademica, dietro a Kandidat Nauk, cioè Ph.D) con stage di 40 anni all’Accademia delle Scienze, ha uno stipendio ufficiale di 32mila rubli, quando la media degli stipendi (a Mosca) supera i 60mila rubli.
Anche se oggi la situazione appare alquanto diversa da quella anche solo di una decina d’anni fa – la relativa libertà garantita alle élite politico-affaristiche locali di arricchirsi con le risorse dei territori, le rende più restie ad assecondare le spinte separatiste – nessuno esclude che un eventuale scoppio in uno dei punti più caldi, possa generare reazioni a catena. Oggi, difficilmente si sentirà parlare di distacco della Siberia, come 7-8 anni fa, quando i sondaggi davano il 60% degli interpellati favorevoli all’autonomia e il 25% all’indipendenza, mentre l’85% si dichiarava siberiano e solo il 12% russo. Nonostante ciò, chi può giurare che i Servizi yankee non stiano tuttora lavorando in questa direzione, specialmente nelle regioni più ricche di risorse naturali, quali i distretti autonomi di Komi, Jakutija, Jamalo-Nenets (superficie più che doppia dell’Italia), Khanty-Mansi o Tajmyr? Oppure non cerchino proseliti nelle aree agli estremi confini occidentali e orientali, nelle quali gli osservatori russi, più che sulle ricchezze naturali, pongono l’accento su fattori esterni: è il caso delle regioni di Kaliningrad, Amur, Sakhalin, dei territori di Primore e Khabarovsk o delle isole Kurili. Per quanto riguarda queste ultime, anni fa, gruppi di abitanti avevano raccolto firme per la cessione delle isole al Giappone, mentre oggi, al contrario, i recenti abbocchi russo-giapponesi hanno mostrato l’indisponibilità della popolazione locale a un’eventuale cessione di sovranità. Ma, in generale, l’estremo oriente russo, data la crescente importanza economica dell’Asia, sembra tendere economicamente verso Cina, Giappone, Corea e regione del Pacifico, più che verso Mosca; mentre Kaliningrad, lontana 800 km dalla più vicina città russa di una certa importanza (Pskov), si orienta verso Polonia e Germania e c’è chi chiede di tornare al nome tedesco di Könisberg. In generale, se la ricchezza finanziaria è concentrata a Mosca, sono però Estremo Oriente e Siberia – circa 2/3 del territorio russo – che costituiscono la fonte inesauribile delle risorse fondamentali del paese, in primo luogo petrolio e gas.
Ben consapevoli di cosa sia la Russia di oggi, di quanto pesi il potere del capitale, là, come nel resto delle potenze che la assediano politicamente e militarmente, ricordiamo però quanto affermava cento anni fa il Commissario del popolo alle nazionalità: “le regioni periferiche della Russia, le nazioni e le stirpi che abitano queste regioni, come ogni altra nazione hanno il diritto imprescindibile alla separazione dalla Russia ... Ma qui non si tratta dei diritti delle nazioni, indiscutibili, ma degli interessi delle masse popolari sia del centro che delle regioni periferiche ... le questioni nazionale e coloniale sono inseparabili dalla questione della liberazione dal potere del capitale”, tanto a ovest, quanto a est. L’esplosione del separatismo coincisa con la fine dell’URSS ne è testimonianza. Una separazione che dovesse favorire le mire imperialiste di una potenza a danno di un’altra, non farebbe che elargire qualche briciola di ricchezza a un pugno di borghesia locale, affamando il resto della popolazione. L’Ucraina nazigolpista ne è l’esempio lampante.
Riuscirà il Cremlino, proseguendo sulla strada che arricchisce spropositatamente le oligarchie affaristiche – e, in molti casi, anche clan speculativi in concorrenza con esse – mentre taglia fondi per sanità, istruzione, pensioni, settori industriali un tempo all’avanguardia, a impedire che prenda davvero piede l’approccio yankee all’erosione della Russia?
Secondo l’ultimo sondaggio del Centro Levada, circa il 45% dei russi ritiene che il paese stia procedendo in una direzione sbagliata, mentre il 34% (era il 18% nel 2018 e il 14% nel 2017) biasima l’attività di Vladimir Putin. Da parte sua, l’ufficiale VtsIOM registra che il 61% dei russi prova un senso di vergogna per “l’eterna povertà e l’insicurezza”. Il PCFR ha denunciato alla Duma il rifiuto del governo ad applicare la tassazione progressiva sui redditi e l’insistenza a voler mantenere una flat tax al 13%.
Come sospirava lo scritturale Bertin di Arnold Zweig “A quanto pare, non tutto è in regola nella repubblica dell’Universo”.
Fonte
11/04/2016
Scenario jugoslavo per l’Ucraina della junta golpista?
A suo tempo, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon aveva detto che “l’Ucraina non è uno stato, bensì un circondario amministrativo dell’Urss”. La dichiarazione, a suo modo strabiliante, si spiegava col fatto che l’Ucraina, dalla fine dell’Urss, non aveva ancora proceduto a registrare formalmente all’ONU la demarcazione dei propri confini come stato. Giuridicamente, essendo la Russia riconosciuta quale “erede” dell’Urss, il territorio ucraino farebbe parte della Federazione Russa! Di conseguenza, era anche impossibile denunciare qualcuno di violazione delle frontiere ucraine o qualcun altro di separatismo: tutte accuse che, come è noto, la Kiev golpista rivolge tutt’oggi al suo grande vicino orientale e alle milizie popolari del Donbass. Ma questo accadeva nel 2014.
Concretamente, quali sono oggi le frontiere ucraine e da chi – legittimamente o meno, non è questa la sede per stabilirlo – sono minacciate, non solo a est? Paradossalmente, si potrebbe dire che è un bene per la stessa Ucraina che al referendum olandese abbia prevalso il “no” al trattato di associazione alla UE; un trattato che, tra le altre cose, prevede la restituzione agli originari proprietari dei beni posseduti prima della espropriazione. Se le varie pretese territoriali su differenti spezzoni di territorio ucraino dovessero venir riconosciute (ma, dovrebbe essere un Tribunale internazionale a farlo, su istanza di entrambe le entità statali), quanto rimarrebbe di quello che è oggi il più esteso stato europeo, coi suoi 604mila kmq? A partire dai territori settentrionali della Rzeczpospolita polacca, della Galizia – regioni di L’vov, Ivano-Frank, Ternopol – e della Volinja – Lutsk e Rovno – o della Slobožanščina russa, a quelli meridionali del Khanato di Crimea e dell’odierno Donbass e poi quelli orientali dell’Oltrecapazia ungherese.
Cerchiamo di dare un po’ di ordine alla cosa. Come scrive Boris Julin su Nakanune.ru, ad esempio, i Paesi baltici hanno già iniziato a restituire le terre ai legittimi eredi dei vecchi proprietari. Se di cancellazione del passato sovietico si tratta – e chi meglio dei golpisti ucraini può dire qualcosa in tal senso! – allora tutto ciò che l’Ucraina ha ricevuto, per dire, a conclusione della Seconda guerra mondiale, come allargamento dei confini dell’Urss, deve essere restituito. Ma si va anche oltre: il media “Wprost”, cercando forse di dare fondamento alle pretese polacche, menziona come “processo naturale di restituzione” il ritorno della Crimea nella Russia, in base allo status della penisola al 28 giugno 1914. In verità, le pretese polacche potrebbero riguardare anche parte della Bielorussia occidentale; ma per il momento la questione appare più urgente riguardo all’Ucraina, nei confronti della quale non si può non porre l’interrogativo: Kiev pretende che il passato sovietico debba essere cancellato e criminalizzato, oppure pensa che le norme previste per l’associazione alla UE valgano per tutti paesi, meno che per essa? Se si aderisce alla UE, è naturale che se ne accettino le norme e, tra queste, l’art.1 della Convenzione del Consiglio d’Europa del 1950 sulla “Difesa della proprietà delle persone fisiche e giuridiche”! In sostanza, si tratterebbe della restituzione della proprietà sulle terre, ma non, verosimilmente, della cessione di territori; ma, una volta avviato il processo, potrebbe esser difficile fermarlo. Appena pochi mesi fa, il direttore dell’Istituto ucraino di analisi politica, Ruslan Bortnik, ricordava come la destra reazionaria al potere in Polonia guardi all’Ucraina occidentale come alla “propria terra primordiale” e se noi, scriveva Bortnik, “considereremo la liberazione dell’Ucraina nel 1944 come un cambio di occupazione, da tedesca a sovietica, allora i polacchi avranno in mano uno strumento politico assolutamente legittimo per pretendere la restituzione delle loro proprietà nell’Ucraina occidentale”.
L’organizzazione polacca “Restitucija kresov” sta già esaminando oltre mille richieste di restituzione da parte di altrettanti cittadini polacchi, le cui proprietà sono finite in territorio ucraino alla fine della guerra. “L’ingresso in UE significa restituzione”, afferma Igor Pykhalov, così che se a Kiev “negano ogni eredità sovietica, ne consegue che l’ucraina detiene illegalmente i propri territori occidentali”. Ma, la Polonia, non intenterà causa a Kiev per qualche edificio appartenuto agli ebrei o emigrati russi: lo farà piuttosto, scrive Elena Ryčkova su Nakanune.ru, “per Galizia, Volinja e Polesie, vale a dire le attuali regioni di L’vov, Ternopol, Ivano-Frank, Rovno” in cui, a detta delle autorità di Varsavia, i polacchi continuano ancor oggi a esser bistrattati da Kiev. Da tempo, il presidente Andrzej Duda sta chiamando i polacchi a tenersi pronti alla battaglia per le restituzioni, anche se, scrive Pykhalov, molti polacchi avrebbero da ridire nel trovarsi in casa gli eredi delle SS ucraine responsabili del “macello della Volinja” e, comunque, sembrano non rinnegare la vecchia visione degli ucraini quali “schiavi delle campagne”. Sensazionale, scrive ancora Ryčkova, la posizione della Camera di commercio austriaca, secondo cui “l’Ucraina, in quanto stato, dovrebbe autoestinguersi a favore della Russia, a esclusione dell’antica regione della Galizia, che 100 anni fa faceva parte dell’Austria-Ungheria”; posizione che fa imbestialire Varsavia, che ne rivendica la proprietà da tempo più antico.
Più a sud invece, il leader del Medžlis dei tatari di Crimea, Mustafa Džemiliev, si dichiara erede dell’ultimo Khan Šakhin Geraj e pretende da Mosca la restituzione della residenza di Bakhčisaraj, quale condizione per il suo riconoscimento della Crimea russa.
Quindi, più a ovest, la questione verte sulle regioni dell’Oltrecarpazia e della Bucovina: la prima, con la città di Užgorod, appartenuta a suo tempo sia all’Ungheria che alla Slovacchia e che conta ancora forti minoranze ungherese e slovacca – caratteristico l’aneddoto, per cui gli abitanti dell’Oltrcarpazia, sentendosi a tal punto ungheresi, usano l’espressione “andare in Ucraina”. Per quanto riguarda la Bucovina, con la regione di Černovitsi, questa è appartenuta alla Romania fino alla fine della guerra e Bucarest ha più volte dichiarato la volontà di “proteggere” le minoranze rumene sia in Bucovina, sia in Bessarabia settentrionale (Moldavia) che meridionale, la cosiddetta “Bessarabia storica” o Budžak, in cui rientra parte della regione di Odessa.
Tirando qualche somma, all’Ucraina sono appartenute storicamente circa 8 regioni della parte centrale del paese e i territori occidentali, inclusa l’Oltrecarpazia, difficilmente potrebbero pretendere a tale titolo. “Ucraina meridionale, Donbass e Crimea”, afferma Vasilij Stojakin su dnepr.ru “appartenuti all’impero russo, furono donati all’Ucraina socialista dall’Urss. Dunque, chi parla di “occupazione russa o sovietica” dovrebbe essere anche pronto alla revisione delle frontiere ucraine a favore delle altre “vittime” di tali occupazioni”.
E Kiev è stata messa in allarme proprio in questi giorni da un’ennesima ondata di separatismo dell’Oltrecarpazia, i cui rappresentanti regionali, sulla base del disegno di legge sulla decentralizzazione – prevista per il Donbass dagli accordi di Minsk – chiedono la concessione dell’autonomia. Ma, si sa che dal progetto, prima ancora di divenire legge, era già scomparso ogni accenno allo “status speciale” o all’autonomia per il Donbass e, per quanto riguarda l’Oltrecarpazia, il governatore Gennadij Moskal (che nel Donbass occupato da Kiev manteneva l’ordine alla maniera di Stepan Bandera) spedito qui dopo le sparatorie dell’estate scorsa tra Pravyj Sektor ed esponenti delle oligarchie mafiose locali a Mukačevo – l’ungherese Munkácz – è pronto a ricorrere all’intervento dei militari per reprimere ogni velleità autonomista. Ma sembra che debba andare coi piedi di piombo, in una regione che riveste caratteristiche specifiche e che, ad esempio, per vicinanze di clan familiari, si differenzia totalmente dalla pur vicinissima Galizia. Già nel dicembre scorso, un centinaio di cittadine e villaggi dell’Oltrecarpazia avevano annunciato l’intenzione di dar vita a un “rione ungherese separato”, con capoluogo la cittadina di Beregovo, pochi chilometri a sudovest di Mukačevo e vicinissima ai confini ungherese e rumeno. L’iniziativa sarebbe stata appoggiata dalla “Unione degli organi frontalieri autonomi”.
In ogni caso, Kiev non è assolutamente intenzionata a venire incontro alle richieste di autonomia, che vengano dall’est o dall’ovest del paese. Nell’ottobre scorso la Bessarabia meridionale, compresa tra l’estuario del Dnestr e il delta del Danubio, minacciava di mettersi sulla strada del Donbass e della divisione da Kiev. I Gagauzi della Moldavia meridionale e i Bessarabi della regione di Odessa avevano proclamato l’intenzione di dar vita a una Repubblica autonoma di Budžak, la Bessarabia Vecchia, la cui capitale dovrebbe essere Belgorod-Dnestrovsk, l’antica fortezza ottomana di Akkerman. Il “presidente” temporaneo della nuova entità, il colonnello cosacco Aleksej Litvinenko, aveva dichiarato di voler riunire nella “Bessarabia meridionale ucraini, bulgari, gagauzi, moldavi, tsigani, ebrei”, dando vita “a organi provvisori di potere” con elezioni presidenziali, sistema finanziario autonomo e proprie forze armate. Il rappresentante bulgaro al parlamento Europeo aveva dichiarato di appoggiare il diritto del Budžak all’autodeterminazione democratica; i maggiori media rumeni, invece, erano tornati ad agitare il tema del recupero dei territori “storicamente rumeni, ingiustamente persi nei secoli XIX e XX a vantaggio dell’Ucraina occidentale” e avevano ammonito il governo a prepararsi per un probabile intervento in Ucraina per “difendere i territori rumeni di Bucovina settentrionale e Bessarabia meridionale”. L’Ucraina, scrivevano i media rumeni, “è uno stato artificiale, non omogeneo, apparso sulle rovine dell’Urss. Forse che, in caso di molto probabili sconvolgimenti interni, lo stato rumeno non dovrebbe intromettersi, a difesa dei rumeni residenti in Bucovina settentrionale, provincia di Herca, Bessarabia settentrionale e meridionale e, perché no, Transnistria?”.
La Bessarabia – gran parte della quale costituisce il territorio dell’odierna Moldavia e la cui parte meridionale fa parte della regione di Odessa – è rimasta sotto il giogo ottomano dalla metà del XVI secolo ed entrò a far parte dell’impero russo nel 1812, a conclusione della guerra russo-turca.
E proprio alla Turchia sembra invece che Kiev si appresti a “donare” parte del proprio territorio, secondo il progetto per la creazione di un centro autonomo dei tatari di Crimea nella regione di Kherson, in cui si insedieranno circa 200mila turchi-meskhetini, con la svendita ad Ankara, di fatto, di una cospicua porzione di territorio ucraino.
Insomma, tra territori in lotta per l’autonomia, regioni aggredite e massacrate per non aver riconosciuto il golpe banderista del 2014, province rivendicate o pretese da stati esteri, e circondari che la junta putschista non esiterebbe a donare ai propri “correligionari” in camicia bruna, Kiev rischia di ritrovarsi veramente a mendicare la carità della UE, avendo come sfondo uno scenario jugoslavo che non dispiacerebbe forse a USA e Nato.
Fonte
Concretamente, quali sono oggi le frontiere ucraine e da chi – legittimamente o meno, non è questa la sede per stabilirlo – sono minacciate, non solo a est? Paradossalmente, si potrebbe dire che è un bene per la stessa Ucraina che al referendum olandese abbia prevalso il “no” al trattato di associazione alla UE; un trattato che, tra le altre cose, prevede la restituzione agli originari proprietari dei beni posseduti prima della espropriazione. Se le varie pretese territoriali su differenti spezzoni di territorio ucraino dovessero venir riconosciute (ma, dovrebbe essere un Tribunale internazionale a farlo, su istanza di entrambe le entità statali), quanto rimarrebbe di quello che è oggi il più esteso stato europeo, coi suoi 604mila kmq? A partire dai territori settentrionali della Rzeczpospolita polacca, della Galizia – regioni di L’vov, Ivano-Frank, Ternopol – e della Volinja – Lutsk e Rovno – o della Slobožanščina russa, a quelli meridionali del Khanato di Crimea e dell’odierno Donbass e poi quelli orientali dell’Oltrecapazia ungherese.
Cerchiamo di dare un po’ di ordine alla cosa. Come scrive Boris Julin su Nakanune.ru, ad esempio, i Paesi baltici hanno già iniziato a restituire le terre ai legittimi eredi dei vecchi proprietari. Se di cancellazione del passato sovietico si tratta – e chi meglio dei golpisti ucraini può dire qualcosa in tal senso! – allora tutto ciò che l’Ucraina ha ricevuto, per dire, a conclusione della Seconda guerra mondiale, come allargamento dei confini dell’Urss, deve essere restituito. Ma si va anche oltre: il media “Wprost”, cercando forse di dare fondamento alle pretese polacche, menziona come “processo naturale di restituzione” il ritorno della Crimea nella Russia, in base allo status della penisola al 28 giugno 1914. In verità, le pretese polacche potrebbero riguardare anche parte della Bielorussia occidentale; ma per il momento la questione appare più urgente riguardo all’Ucraina, nei confronti della quale non si può non porre l’interrogativo: Kiev pretende che il passato sovietico debba essere cancellato e criminalizzato, oppure pensa che le norme previste per l’associazione alla UE valgano per tutti paesi, meno che per essa? Se si aderisce alla UE, è naturale che se ne accettino le norme e, tra queste, l’art.1 della Convenzione del Consiglio d’Europa del 1950 sulla “Difesa della proprietà delle persone fisiche e giuridiche”! In sostanza, si tratterebbe della restituzione della proprietà sulle terre, ma non, verosimilmente, della cessione di territori; ma, una volta avviato il processo, potrebbe esser difficile fermarlo. Appena pochi mesi fa, il direttore dell’Istituto ucraino di analisi politica, Ruslan Bortnik, ricordava come la destra reazionaria al potere in Polonia guardi all’Ucraina occidentale come alla “propria terra primordiale” e se noi, scriveva Bortnik, “considereremo la liberazione dell’Ucraina nel 1944 come un cambio di occupazione, da tedesca a sovietica, allora i polacchi avranno in mano uno strumento politico assolutamente legittimo per pretendere la restituzione delle loro proprietà nell’Ucraina occidentale”.
L’organizzazione polacca “Restitucija kresov” sta già esaminando oltre mille richieste di restituzione da parte di altrettanti cittadini polacchi, le cui proprietà sono finite in territorio ucraino alla fine della guerra. “L’ingresso in UE significa restituzione”, afferma Igor Pykhalov, così che se a Kiev “negano ogni eredità sovietica, ne consegue che l’ucraina detiene illegalmente i propri territori occidentali”. Ma, la Polonia, non intenterà causa a Kiev per qualche edificio appartenuto agli ebrei o emigrati russi: lo farà piuttosto, scrive Elena Ryčkova su Nakanune.ru, “per Galizia, Volinja e Polesie, vale a dire le attuali regioni di L’vov, Ternopol, Ivano-Frank, Rovno” in cui, a detta delle autorità di Varsavia, i polacchi continuano ancor oggi a esser bistrattati da Kiev. Da tempo, il presidente Andrzej Duda sta chiamando i polacchi a tenersi pronti alla battaglia per le restituzioni, anche se, scrive Pykhalov, molti polacchi avrebbero da ridire nel trovarsi in casa gli eredi delle SS ucraine responsabili del “macello della Volinja” e, comunque, sembrano non rinnegare la vecchia visione degli ucraini quali “schiavi delle campagne”. Sensazionale, scrive ancora Ryčkova, la posizione della Camera di commercio austriaca, secondo cui “l’Ucraina, in quanto stato, dovrebbe autoestinguersi a favore della Russia, a esclusione dell’antica regione della Galizia, che 100 anni fa faceva parte dell’Austria-Ungheria”; posizione che fa imbestialire Varsavia, che ne rivendica la proprietà da tempo più antico.
Più a sud invece, il leader del Medžlis dei tatari di Crimea, Mustafa Džemiliev, si dichiara erede dell’ultimo Khan Šakhin Geraj e pretende da Mosca la restituzione della residenza di Bakhčisaraj, quale condizione per il suo riconoscimento della Crimea russa.
Quindi, più a ovest, la questione verte sulle regioni dell’Oltrecarpazia e della Bucovina: la prima, con la città di Užgorod, appartenuta a suo tempo sia all’Ungheria che alla Slovacchia e che conta ancora forti minoranze ungherese e slovacca – caratteristico l’aneddoto, per cui gli abitanti dell’Oltrcarpazia, sentendosi a tal punto ungheresi, usano l’espressione “andare in Ucraina”. Per quanto riguarda la Bucovina, con la regione di Černovitsi, questa è appartenuta alla Romania fino alla fine della guerra e Bucarest ha più volte dichiarato la volontà di “proteggere” le minoranze rumene sia in Bucovina, sia in Bessarabia settentrionale (Moldavia) che meridionale, la cosiddetta “Bessarabia storica” o Budžak, in cui rientra parte della regione di Odessa.
Tirando qualche somma, all’Ucraina sono appartenute storicamente circa 8 regioni della parte centrale del paese e i territori occidentali, inclusa l’Oltrecarpazia, difficilmente potrebbero pretendere a tale titolo. “Ucraina meridionale, Donbass e Crimea”, afferma Vasilij Stojakin su dnepr.ru “appartenuti all’impero russo, furono donati all’Ucraina socialista dall’Urss. Dunque, chi parla di “occupazione russa o sovietica” dovrebbe essere anche pronto alla revisione delle frontiere ucraine a favore delle altre “vittime” di tali occupazioni”.
E Kiev è stata messa in allarme proprio in questi giorni da un’ennesima ondata di separatismo dell’Oltrecarpazia, i cui rappresentanti regionali, sulla base del disegno di legge sulla decentralizzazione – prevista per il Donbass dagli accordi di Minsk – chiedono la concessione dell’autonomia. Ma, si sa che dal progetto, prima ancora di divenire legge, era già scomparso ogni accenno allo “status speciale” o all’autonomia per il Donbass e, per quanto riguarda l’Oltrecarpazia, il governatore Gennadij Moskal (che nel Donbass occupato da Kiev manteneva l’ordine alla maniera di Stepan Bandera) spedito qui dopo le sparatorie dell’estate scorsa tra Pravyj Sektor ed esponenti delle oligarchie mafiose locali a Mukačevo – l’ungherese Munkácz – è pronto a ricorrere all’intervento dei militari per reprimere ogni velleità autonomista. Ma sembra che debba andare coi piedi di piombo, in una regione che riveste caratteristiche specifiche e che, ad esempio, per vicinanze di clan familiari, si differenzia totalmente dalla pur vicinissima Galizia. Già nel dicembre scorso, un centinaio di cittadine e villaggi dell’Oltrecarpazia avevano annunciato l’intenzione di dar vita a un “rione ungherese separato”, con capoluogo la cittadina di Beregovo, pochi chilometri a sudovest di Mukačevo e vicinissima ai confini ungherese e rumeno. L’iniziativa sarebbe stata appoggiata dalla “Unione degli organi frontalieri autonomi”.
In ogni caso, Kiev non è assolutamente intenzionata a venire incontro alle richieste di autonomia, che vengano dall’est o dall’ovest del paese. Nell’ottobre scorso la Bessarabia meridionale, compresa tra l’estuario del Dnestr e il delta del Danubio, minacciava di mettersi sulla strada del Donbass e della divisione da Kiev. I Gagauzi della Moldavia meridionale e i Bessarabi della regione di Odessa avevano proclamato l’intenzione di dar vita a una Repubblica autonoma di Budžak, la Bessarabia Vecchia, la cui capitale dovrebbe essere Belgorod-Dnestrovsk, l’antica fortezza ottomana di Akkerman. Il “presidente” temporaneo della nuova entità, il colonnello cosacco Aleksej Litvinenko, aveva dichiarato di voler riunire nella “Bessarabia meridionale ucraini, bulgari, gagauzi, moldavi, tsigani, ebrei”, dando vita “a organi provvisori di potere” con elezioni presidenziali, sistema finanziario autonomo e proprie forze armate. Il rappresentante bulgaro al parlamento Europeo aveva dichiarato di appoggiare il diritto del Budžak all’autodeterminazione democratica; i maggiori media rumeni, invece, erano tornati ad agitare il tema del recupero dei territori “storicamente rumeni, ingiustamente persi nei secoli XIX e XX a vantaggio dell’Ucraina occidentale” e avevano ammonito il governo a prepararsi per un probabile intervento in Ucraina per “difendere i territori rumeni di Bucovina settentrionale e Bessarabia meridionale”. L’Ucraina, scrivevano i media rumeni, “è uno stato artificiale, non omogeneo, apparso sulle rovine dell’Urss. Forse che, in caso di molto probabili sconvolgimenti interni, lo stato rumeno non dovrebbe intromettersi, a difesa dei rumeni residenti in Bucovina settentrionale, provincia di Herca, Bessarabia settentrionale e meridionale e, perché no, Transnistria?”.
La Bessarabia – gran parte della quale costituisce il territorio dell’odierna Moldavia e la cui parte meridionale fa parte della regione di Odessa – è rimasta sotto il giogo ottomano dalla metà del XVI secolo ed entrò a far parte dell’impero russo nel 1812, a conclusione della guerra russo-turca.
E proprio alla Turchia sembra invece che Kiev si appresti a “donare” parte del proprio territorio, secondo il progetto per la creazione di un centro autonomo dei tatari di Crimea nella regione di Kherson, in cui si insedieranno circa 200mila turchi-meskhetini, con la svendita ad Ankara, di fatto, di una cospicua porzione di territorio ucraino.
Insomma, tra territori in lotta per l’autonomia, regioni aggredite e massacrate per non aver riconosciuto il golpe banderista del 2014, province rivendicate o pretese da stati esteri, e circondari che la junta putschista non esiterebbe a donare ai propri “correligionari” in camicia bruna, Kiev rischia di ritrovarsi veramente a mendicare la carità della UE, avendo come sfondo uno scenario jugoslavo che non dispiacerebbe forse a USA e Nato.
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17/12/2015
Kiev pianifica attacchi al Donbass ma rischia di perdere altri pezzi
Non è che l'Ucraina si stia sgretolando; ma è difficile oggi anche solo tentare di stabilire cosa la stia tenendo ancora insieme.
Donbass a parte, che costituisce una questione e una tragedia dalle linee abbastanza definite, varie regioni (L'vov, Kharkov, Dnepropetrovsk) parlano sempre più frequentemente di pretendere uno status speciale autonomo e la Polonia è da tempo sulla strada delle “restituzioni” dei territori entrati a far parte dell'Ucraina dopo il 1939. Ed ora 114 cittadine e villaggi della Transcarpazia ucraina hanno annunciato l'intenzione di dar vita ad un “rione ungherese separato”, con capoluogo la cittadina di Beregovo, pochi chilometri a sudovest di Mukačevo e vicinissima ai confini ungherese e rumeno. L'iniziativa sarebbe appoggiata dalla “Unione degli organi frontalieri autonomi”.
“La situazione creatasi dopo le elezioni amministrative nelle località abitate compattamente da ungheresi offre tutte le potenzialità per tale passo”, ha dichiarato il deputato della Rada Laslo Brenzovič. "Ora è in corso non un decentramento, ma piuttosto una concentrazione di potere, senza un adeguato sostegno finanziario alla autonomie locali", gli ha fatto eco la deputata locale Karolina Dorči. Immediata la reazione degli ultranazionalisti ucraina alla Rada, che hanno qualificato come “separatistica” la dichiarazione adottata a Beregovo e parlano della minaccia di un “secondo fronte” in Ucraina. "Gli accordi di Minsk e la partecipazione alle amministrative di partiti apertamente separatisti hanno dato luce verde allo sviluppo del separatismo in tutto il paese. Soltanto una volontà politica, assente però nella massima leadership del paese, potrebbe fermare tale processo”, dicono gli esponenti del Partito radicale. “La creazione di un “rione ungherese separato”, ha detto il deputato Jurij Šukhevič (figlio di Roman Šukhevič, l'ex comandante dell'esercito filonazista ucraino UPA durante la seconda guerra mondiale), “rappresenta indubbiamente una minaccia all'integrità territoriale dell'Ucraina e alla sua sicurezza. Questo è separatismo, pur se mini separatismo”.
E coloro che ne sono accusati, secondo l'istanza che viene portata ora alla Rada da Petro Porošenko, potranno vedersi privare della cittadinanza ucraina: “Una misura che contraddice ogni norma in vigore nei paesi UE”, hanno commentato alla Corte suprema della Repubblica popolare di Donetsk.
Ma anche una misura che consentirebbe a Kiev di presentarsi non come aggressore di una parte della propria stessa popolazione, in vista di un'offensiva contro il Donbass che da più parti si paventa con sempre maggiore insistenza. Il plenipotenziario russo presso l'Osce, Aleksandr Lukaševič, ha dichiarato che, stante l'assenza di progressi nei colloqui di pace, Kiev starebbe in realtà pianificando un'operazione militare su larga scala. La stessa Osce sta segnalando numerose violazioni da parte di Kiev sull'arretramento delle armi pesanti dalla linea di contatto, come previsto dagli accordi di Minsk. Addirittura, il Dipartimento di stato di Washington ha chiesto ai cittadini degli Stati Uniti di evitare di recarsi in Crimea e nel Donbass e raccomanda, a quanti vi si trovino, di andarsene. La ricognizione di DNR e LNR constata pressoché quotidianamente il dislocamento di una quantità crescente di uomini e mezzi ucraini a ridosso del fronte e la LNR (Repubblica di Lugansk) parla di gruppi di sabotatori ucraini che sarebbero attivi sul proprio territorio.
Inoltre, gli stanziamenti militari nel bilancio ucraino 2016, lasciano intendere precisi piani di azione. Infine, lo stesso capo del Servizio di frontiera ucraino, Viktor Nazarenko, ha dichiarato che le forze armate di Kiev si apprestano a realizzare un blitzkrieg per la conquista delle linee di confine tra DNR-LNR e Russia: “Ci apprestiamo a mettere sotto controllo quel settore – 409,3 km – che attualmente non controlliamo”, ha annunciato.
Se queste sono le premesse sul campo, sul piano politico, il capo delegazione della DNR ai colloqui di Minsk, Denis Pušilin, ha dichiarato ieri che l'unico mezzo per evitare la disgregazione dell'Ucraina è costituito dalla creazione di una confederazione. “Il plenipotenziario UE in Ucraina, Jan Tombinskij, ha in gran parte ragione quando parla della necessità di cambiare completamente la Costituzione ucraina”, ha detto Pušilin. “La negligenza circa la necessità di misurarsi con gli interessi dei cittadini, il disinteresse per la necessità di introdurre nella Costituzione il sistema proporzionale e, ancora più importante, la noncuranza per la necessità di una decentralizzazione che si concretizzi in una federalizzazione, hanno portato l'Ucraina alla guerra civile. Questo lo riconoscono anche gli amici americani dell'Ucraina”, ha dichiarato Pušilin.
Ma Kiev pare sorda alle richieste di autonomia delle regioni.
Fonte
Donbass a parte, che costituisce una questione e una tragedia dalle linee abbastanza definite, varie regioni (L'vov, Kharkov, Dnepropetrovsk) parlano sempre più frequentemente di pretendere uno status speciale autonomo e la Polonia è da tempo sulla strada delle “restituzioni” dei territori entrati a far parte dell'Ucraina dopo il 1939. Ed ora 114 cittadine e villaggi della Transcarpazia ucraina hanno annunciato l'intenzione di dar vita ad un “rione ungherese separato”, con capoluogo la cittadina di Beregovo, pochi chilometri a sudovest di Mukačevo e vicinissima ai confini ungherese e rumeno. L'iniziativa sarebbe appoggiata dalla “Unione degli organi frontalieri autonomi”.
“La situazione creatasi dopo le elezioni amministrative nelle località abitate compattamente da ungheresi offre tutte le potenzialità per tale passo”, ha dichiarato il deputato della Rada Laslo Brenzovič. "Ora è in corso non un decentramento, ma piuttosto una concentrazione di potere, senza un adeguato sostegno finanziario alla autonomie locali", gli ha fatto eco la deputata locale Karolina Dorči. Immediata la reazione degli ultranazionalisti ucraina alla Rada, che hanno qualificato come “separatistica” la dichiarazione adottata a Beregovo e parlano della minaccia di un “secondo fronte” in Ucraina. "Gli accordi di Minsk e la partecipazione alle amministrative di partiti apertamente separatisti hanno dato luce verde allo sviluppo del separatismo in tutto il paese. Soltanto una volontà politica, assente però nella massima leadership del paese, potrebbe fermare tale processo”, dicono gli esponenti del Partito radicale. “La creazione di un “rione ungherese separato”, ha detto il deputato Jurij Šukhevič (figlio di Roman Šukhevič, l'ex comandante dell'esercito filonazista ucraino UPA durante la seconda guerra mondiale), “rappresenta indubbiamente una minaccia all'integrità territoriale dell'Ucraina e alla sua sicurezza. Questo è separatismo, pur se mini separatismo”.
E coloro che ne sono accusati, secondo l'istanza che viene portata ora alla Rada da Petro Porošenko, potranno vedersi privare della cittadinanza ucraina: “Una misura che contraddice ogni norma in vigore nei paesi UE”, hanno commentato alla Corte suprema della Repubblica popolare di Donetsk.
Ma anche una misura che consentirebbe a Kiev di presentarsi non come aggressore di una parte della propria stessa popolazione, in vista di un'offensiva contro il Donbass che da più parti si paventa con sempre maggiore insistenza. Il plenipotenziario russo presso l'Osce, Aleksandr Lukaševič, ha dichiarato che, stante l'assenza di progressi nei colloqui di pace, Kiev starebbe in realtà pianificando un'operazione militare su larga scala. La stessa Osce sta segnalando numerose violazioni da parte di Kiev sull'arretramento delle armi pesanti dalla linea di contatto, come previsto dagli accordi di Minsk. Addirittura, il Dipartimento di stato di Washington ha chiesto ai cittadini degli Stati Uniti di evitare di recarsi in Crimea e nel Donbass e raccomanda, a quanti vi si trovino, di andarsene. La ricognizione di DNR e LNR constata pressoché quotidianamente il dislocamento di una quantità crescente di uomini e mezzi ucraini a ridosso del fronte e la LNR (Repubblica di Lugansk) parla di gruppi di sabotatori ucraini che sarebbero attivi sul proprio territorio.
Inoltre, gli stanziamenti militari nel bilancio ucraino 2016, lasciano intendere precisi piani di azione. Infine, lo stesso capo del Servizio di frontiera ucraino, Viktor Nazarenko, ha dichiarato che le forze armate di Kiev si apprestano a realizzare un blitzkrieg per la conquista delle linee di confine tra DNR-LNR e Russia: “Ci apprestiamo a mettere sotto controllo quel settore – 409,3 km – che attualmente non controlliamo”, ha annunciato.
Se queste sono le premesse sul campo, sul piano politico, il capo delegazione della DNR ai colloqui di Minsk, Denis Pušilin, ha dichiarato ieri che l'unico mezzo per evitare la disgregazione dell'Ucraina è costituito dalla creazione di una confederazione. “Il plenipotenziario UE in Ucraina, Jan Tombinskij, ha in gran parte ragione quando parla della necessità di cambiare completamente la Costituzione ucraina”, ha detto Pušilin. “La negligenza circa la necessità di misurarsi con gli interessi dei cittadini, il disinteresse per la necessità di introdurre nella Costituzione il sistema proporzionale e, ancora più importante, la noncuranza per la necessità di una decentralizzazione che si concretizzi in una federalizzazione, hanno portato l'Ucraina alla guerra civile. Questo lo riconoscono anche gli amici americani dell'Ucraina”, ha dichiarato Pušilin.
Ma Kiev pare sorda alle richieste di autonomia delle regioni.
Fonte
11/04/2014
Ucraina: fascisti e mercenari USA contro i dimostranti
Scade questa mattina l’ultimatum della giunta golpista di Kiev ai dimostranti che alcuni giorni fa hanno occupato il palazzo dell’amministrazione regionale di Donetsk e la sede dei servizi segreti di Lugansk, città delle regioni orientali del paese che non riconoscono l’autorità del governo centrale e chiedono una federalizzazione dell’Ucraina che tuteli i diritti linguistici, culturali e politici delle popolazioni russe e russofone.
Era stato il ministro dell’Interno di Kiev, Arseni Avakov, a concedere 48 ore di tempo per risolvere il conflitto attraverso i negoziati, minacciando l’uso della forza in caso non si raggiunga un accordo che porti allo sgombero delle sedi istituzionali occupate. Di fronte alla determinazione dei dimostranti – che in alcuni casi hanno proclamato l’indipendenza delle diverse regioni orientali e convocato referendum sull’autodeterminazione per il prossimo 11 maggio – ieri il presidente ad interim Oleksandr Turcinov ha provato a smuovere le acqua proponendo un’amnistia per quanti lasceranno gli edifici di loro spontanea volontà deponendo le armi. Armi che però i dimostranti affermano di non avere.
Per rimediare all’estrema debolezza delle forze di sicurezza fedeli al governo centrale, la giunta di Kiev ha deciso di far ricorso, per riportare l’ordine a Lugansk, Donetsk, Kharkov e altre città, ai fascisti di Pravyi Sektor e di Svoboda inquadrati nella Guardia Nazionale, ad alcuni plotoni delle forze speciali Alfa della Polizia, ed anche a qualche centinaio di mercenari della multinazionale della guerra ‘Blackwater’, arrivati da alcune settimane in territorio ucraino.
Ieri il governo russo ha di nuovo denunciato con forza la presenza a Donetsk di 150 esperti militari statunitensi membri della Greystone Limited, schierati dal governo ucraino contro i dimostranti. Il comunicato definisce particolarmente grave il fatto che agli estremisti di desta armati “siano affiancati circa 150 esperti americani della società militare privata (PMC) Greystone, travestiti da unità Alfa", i reparti speciali antisommossa del ministero degli Interni di Kiev.
Non è la prima volta che viene denunciata la presenza in territorio ucraino dei mercenari della Greystone Limited che si occupa di addestramento e operazioni di sicurezza per conto del Pentagono, del Dipartimento di Stato o di clienti stranieri – in questo caso i nazionalisti ucraini – approvati comunque dall'amministrazione statunitense. La presenza di mercenari USA nel paese scosso da una guerra civile finora ‘di bassa intensità’ era stata provata lo scorso 10 marzo, quando un gruppo di militari senza insegne che parlavano inglese fu immortalato in alcuni video e foto – nei quali erano visibili anche armi statunitensi come i fucili M-4 – mentre interveniva contro manifestanti filo-russi che protestavano contro le autorità locali imposte dai golpisti. Per dare meno nell’occhio ai mercenari stranieri sarebbe stato ordinato di vestire uniformi simili a quelle dei militari ucraini.
Di fatto la Greystone, che ufficialmente ha sede in Virginia e negli Emirati Arabi Uniti, è una “costola” della PMC Academi, il nome adottato nel 2011 dalla ‘Xe Services’ che a sua volta aveva sostituito la ormai bruciata Blackwater, più volte accusata di massacri e ruberie durante l’occupazione dell’Iraq per conto del Pentagono.
Fonte
08/04/2014
Anche Kharkov proclama indipendenza. Kiev manda fascisti e mercenari Usa
Dopo quella di Donetsk anche la regione di Kharkov ha proclamato la sua indipendenza dal governo nazionalista di Kiev. Ieri pomeriggio un consistente gruppo di deputati regionali della città dell’Ucraina orientale ha assunto il controllo delle funzioni di governo esautorando le delegazioni delle istituzioni statali ed ha proclamato la nascita della Repubblica Popolare di Kharkov in un clima di scontri in strada tra miliziani fedeli alle autorità centrali e quelle separatiste. Sul modello di quanto era avvenuto in mattinata nella città industriale di Donetsk, le nuove autorità hanno affermato che il "nuovo stato sovrano stabilirà relazioni con altri stati in accordo con il diritto internazionale" dopo un referendum popolare da organizzare quanto prima con l’avallo del deposto presidente Viktor Yanukovich che le comunità russofone continuano a considerare il legittimo capo dello stato. Anche in questo caso durante la proclamazione dell’indipendenza i deputati regionali hanno chiesto alla Russia di garantire il pacifico e regolare svolgimento del referendum sull’autodeterminazione e l’eventuale unione con Mosca. Ma la polizia ha bloccato l’ingresso nell’edificio del Consiglio Regionale di 136 attivisti che previamente erano stati "eletti" come nuovi deputati locali dai manifestanti.
In serata il governo centrale ha risposto inviando a Kharkov alcune squadre di agenti delle forze speciali Alfa, alle quali il ministro degli Interni di Kiev Arsen Avakov ha dato ordine di riportare l’ordine all’interno di quella che è stata definita una "operazione antiterrorismo". Questa mattina la parte dell’edificio occupata dai manifestanti secessionisti è stata sgomberata con la forza da miliziani arrivati a bordo di alcuni pullman mentre all’interno si sviluppava un incendio, e i poliziotti avrebbero arrestato circa 70 persone. Rimane comunque occupata la torre della tv regionale, per protesta contro la decisione da parte del governo centrale di bloccare i canali televisivi che trasmettono in russo.
Secondo alcune fonti il governo ha inviato nelle regioni orientali anche alcuni battaglioni della nuova Guardia Nazionale, il corpo di sicurezza creato dopo il golpe che ha assorbito molti degli estremisti di destra di Pravyi Sektor e di Svoboda protagonisti degli assalti violenti dei giorni della cosiddetta "rivoluzione". Alcuni provocatori arrivati da Kiev, alcuni dei quali armati, sono stati individuati e fermati nella giornata di ieri a Donetsk e in altre località.
Da parte sua Mosca è tornata a denunciare la presenza di 150 mercenari appartenenti alla multinazionale militare privata statunitense Greystone nell'Est dell'Ucraina.
Secondo il ministero degli esteri russo, "in base alle informazioni disponibili, nelle regioni sud-orientali dell'Ucraina, anche a Donetsk" oltre alle forze interne e alla Guardia Nazionale dell'Ucraina, "con la partecipazione illegale di militanti armati del Settore di Destra" ci sarebbe anche altro. "Particolarmente allarmante è il fatto che questa operazione siano collegati circa 150 esperti americani della organizzazione militare privata Greystone, travestiti da unità di soldati Sokol" ha denunciato in un comunicato. Un fatto gravissimo, ha avvertito da Mosca il ministero degli Esteri, che “potrebbe scatenare la guerra civile”.
Da parte sua il presidente ad interim ucraino Oleksandr Turchynov ha annunciato duri provvedimenti contro partiti e movimenti che "fomentano il separatismo" e la Rada discuterà oggi un giro di vite per arginare l'effetto domino che dalla Crimea sta risalendo verso nord.
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Nel video, ieri immediatamente dopo la proclamazione della Repubblica Popolare di Donetsk, dalla sede dell'amministrazione regionale sono stati diffusi gli inni dell'URSS e l'Internazionale.
Fonte
07/04/2014
Ucraina: la ‘Repubblica Popolare di Donetsk’ proclama l’indipendenza
Cresce di ora in ora la tensione in Ucraina e si allarga sempre più la spaccatura tra le regioni russofone dell’est e del sud del paese e le province occidentali dove le forze nazionaliste che hanno preso il potere a Kiev godono di un forte radicamento, almeno per ora e ricatti del FMI e della troika permettendo.
La svolta è venuta nella tarda mattinata di oggi da Donetsk, dove da mesi sono in corso scontri tra la comunità russofona e le sue organizzazioni politiche e paramilitari e i membri dei gruppi nazionalisti ucraini, spalleggiati dalle incursioni e dalle provocazione dell’estrema destra fascista.
Più volte nelle ultime settimane i manifestanti autonomisti hanno occupato le sedi locali di governo eleggendo propri rappresentanti alternativi a quelli imposti dalla giunta golpista, e sistematicamente sia a Donetsk sia nelle altre città dell’est del paese sono intervenute le forze dell’ordine arrestando attivisti e sgomberando gli edifici.
Ma stavolta la situazione sembra essere cambiata, con settori consistenti degli apparati di sicurezza locali che sembrano essere apertamente passati dalla parte delle organizzazioni autonomiste. Ieri in alcune località si sono addirittura rivisti i Berkut, i membri dei disciolti reparti speciali della polizia ai tempi del destituito presidente Yanukovich, partecipare ai cordoni di sicurezza allestiti dai consigli locali per proteggere le occupazioni dei palazzi istituzionali.
L’ultima occupazione dell’edificio che ospita il consiglio regionale di Donetsk risaliva a ieri. Sfociata oggi in una improvvisa dichiarazione di indipendenza di quella che è stata ribattezzata ‘Repubblica Popolare’, proclamata all’unanimità dai membri del Consiglio regionale ‘alternativo’ – la Consulta Popolare – formato dai rappresentanti delle organizzazioni russofone e di sinistra della regione, supportati da migliaia di operai, minatori e altri lavoratori che oggi hanno scioperato nella regione del Donbass per raggiungere il capoluogo e dare manforte alle milizie popolari secessioniste. I manifestanti hanno deciso di istituire un proprio governo parallelo dopo che il Consiglio Regionale esistente ha respinto la richiesta di celebrare una immediata sessione straordinaria per deliberare sulla convocazione di una consultazione popolare sul futuro del territorio del Donbass.
Ed infatti il nuovo governo autoproclamato della regione ha anche indetto un referendum autonomista per il prossimo 11 maggio. “La Repubblica Popolare di Donetsk si crea all’interno dei limiti amministrativi della attuale regione di Donetsk. Questa decisione entrerà in vigore immediatamente dopo la celebrazione del referendum” recita la dichiarazione letta tra applausi e slogan dal portavoce della Consulta Popolare che ha anche chiesto al presidente russo Vladimir Putin di inviare immediatamente nel territorio orientale ucraino una ‘forza di pace’ per tutelare il corretto e pacifico svolgimento della consultazione popolare ed impedire l’intervento violento delle forze di sicurezza di Kiev, per ora prese completamente alla sprovvista.
Secondo alcuni media locali, un gruppo di sconosciuti ha tentato oggi di attaccare la sede della tv regionale, respinti dalle forze di sicurezza dopo aver sparato con i mitra contro l’installazione.
Nel frattempo rimangono occupati gli edifici del governo regionale di Kharkov e la sede dei servizi di sicurezza di Lugansk, dove gli attivisti filorussi si sarebbero anche impossessati di un certo numero di armi.
A quanto si apprende oggi a Donetsk è arrivata l’ex primo ministro filoccidentale ucraino Yulia Tymoshenko, mentre alcuni parlamentari della nuova maggioranza governativa hanno presentato alla Rada Suprema di Kiev un progetto di legge urgente che prevede l’imposizione dello stata di emergenza nelle regioni di Lugansk, Donetsk e Kharkov mentre nell’est dell’Ucraina il governo sta inviando alcune centinaia di membri dei corpi speciali Alfa nel tentativo di riprendere il controllo della situazione.
Fonte
La svolta è venuta nella tarda mattinata di oggi da Donetsk, dove da mesi sono in corso scontri tra la comunità russofona e le sue organizzazioni politiche e paramilitari e i membri dei gruppi nazionalisti ucraini, spalleggiati dalle incursioni e dalle provocazione dell’estrema destra fascista.
Più volte nelle ultime settimane i manifestanti autonomisti hanno occupato le sedi locali di governo eleggendo propri rappresentanti alternativi a quelli imposti dalla giunta golpista, e sistematicamente sia a Donetsk sia nelle altre città dell’est del paese sono intervenute le forze dell’ordine arrestando attivisti e sgomberando gli edifici.
Ma stavolta la situazione sembra essere cambiata, con settori consistenti degli apparati di sicurezza locali che sembrano essere apertamente passati dalla parte delle organizzazioni autonomiste. Ieri in alcune località si sono addirittura rivisti i Berkut, i membri dei disciolti reparti speciali della polizia ai tempi del destituito presidente Yanukovich, partecipare ai cordoni di sicurezza allestiti dai consigli locali per proteggere le occupazioni dei palazzi istituzionali.
L’ultima occupazione dell’edificio che ospita il consiglio regionale di Donetsk risaliva a ieri. Sfociata oggi in una improvvisa dichiarazione di indipendenza di quella che è stata ribattezzata ‘Repubblica Popolare’, proclamata all’unanimità dai membri del Consiglio regionale ‘alternativo’ – la Consulta Popolare – formato dai rappresentanti delle organizzazioni russofone e di sinistra della regione, supportati da migliaia di operai, minatori e altri lavoratori che oggi hanno scioperato nella regione del Donbass per raggiungere il capoluogo e dare manforte alle milizie popolari secessioniste. I manifestanti hanno deciso di istituire un proprio governo parallelo dopo che il Consiglio Regionale esistente ha respinto la richiesta di celebrare una immediata sessione straordinaria per deliberare sulla convocazione di una consultazione popolare sul futuro del territorio del Donbass.
Ed infatti il nuovo governo autoproclamato della regione ha anche indetto un referendum autonomista per il prossimo 11 maggio. “La Repubblica Popolare di Donetsk si crea all’interno dei limiti amministrativi della attuale regione di Donetsk. Questa decisione entrerà in vigore immediatamente dopo la celebrazione del referendum” recita la dichiarazione letta tra applausi e slogan dal portavoce della Consulta Popolare che ha anche chiesto al presidente russo Vladimir Putin di inviare immediatamente nel territorio orientale ucraino una ‘forza di pace’ per tutelare il corretto e pacifico svolgimento della consultazione popolare ed impedire l’intervento violento delle forze di sicurezza di Kiev, per ora prese completamente alla sprovvista.
Secondo alcuni media locali, un gruppo di sconosciuti ha tentato oggi di attaccare la sede della tv regionale, respinti dalle forze di sicurezza dopo aver sparato con i mitra contro l’installazione.
Nel frattempo rimangono occupati gli edifici del governo regionale di Kharkov e la sede dei servizi di sicurezza di Lugansk, dove gli attivisti filorussi si sarebbero anche impossessati di un certo numero di armi.
A quanto si apprende oggi a Donetsk è arrivata l’ex primo ministro filoccidentale ucraino Yulia Tymoshenko, mentre alcuni parlamentari della nuova maggioranza governativa hanno presentato alla Rada Suprema di Kiev un progetto di legge urgente che prevede l’imposizione dello stata di emergenza nelle regioni di Lugansk, Donetsk e Kharkov mentre nell’est dell’Ucraina il governo sta inviando alcune centinaia di membri dei corpi speciali Alfa nel tentativo di riprendere il controllo della situazione.
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