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martedì 16 aprile 2019

USA-Serbia: non è ancora concluso l’attacco iniziato trenta anni fa

E’ certamente presto per avanzare pronostici sugli esiti di quella che sembra somigliare a una majdan serba. In ogni caso, pare che il lavoro sempre più scoperto dei “diplomatici” yankee assicuri per ora il persistere del movimento di protesta “Unione per la Serbia”, che sta andando avanti dallo scorso autunno.

Anche sabato scorso i manifestanti contro il “regime totalitario” si sono ritrovati a Belgrado, nella piazza antistante il Parlamento, con lo slogan “Uno di cinque milioni” e si sono poi dati appuntamento per sabato prossimo: chiedono le dimissioni del Presidente Alexandar Vučić, del primo ministro Ana Brnabić e del presidente del parlamento Maja Gojković.

Sembra che quella di due giorni fa, scrive la Tass, sia stata la più nutrita manifestazione degli ultimi quattro mesi, anche se le cifre variano di molto: gli organizzatori parlano di trentamila partecipanti, mentre Radio Belgrade di poco più di settemila – pochi giovani e tutti chiaramente attivisti, osserva politnavigator.net; moltissimi fotografi, giornalisti e blogger, mentre tra la folla si distinguevano i berretti bianchi dei “curatori” e non mancavano bandiere UE e cartelli del famigerato “Otpor”.

Da parte sua, il governo ha chiamato i propri sostenitori a una contro-manifestazione a Belgrado per il 19 aprile.

Tra gli esponenti della protesta, il leader del partito “Le porte serbe”, Boško Obradović, l’ex Ministro degli esteri Vuk Jeremić, che vuole “un paese normale” e l’ex primo ministro Zoran Živković, che invoca una “nuova lustratsja”, sul modello ucraino. L’ex Presidente filo-UE Boris Tadić, scrive la Tass, è stato accolto con fischi – sotto la sua presidenza, nel 2006 il Montenegro si separò dalla Serbia e nel 2008 la provincia di Kosovo e Metohija proclamò l’indipendenza – e ciononostante ha continuato a parlare, definendo quello attuale un “regime antidemocratico” e incitando a “lottare per la libertà”. Politnavigator ricorda come proprio sotto Tadić Belgrado avesse firmato diversi accordi con USA e NATO per l’utilizzo di strutture militari serbe.

“Unione per la Serbia” ha messo a punto un documento in sette punti – “Accordo con il popolo” – in cui si afferma di voler “lottare per la libertà dei media e libere elezioni”, boicottare eventuali elezioni parlamentari fin quando “il processo elettorale non sia libero e onesto”; si chiede di combattere “contro la violenza e qualsiasi estremismo legato al regime”, per la “democratizzazione della Serbia”. Si esige di “rivedere tutti gli atti adottati finora e quelli che l’attuale regime antidemocratico adotterà in futuro, se minacceranno gli interessi statali, nazionali ed economici”; si rifiuta la partecipazione alle Assemblee legislative a ogni livello, dalla Narodna Skupština (Parlamento) fino ai consigli locali.

Dopo aver realizzato le condizioni per “oneste elezioni” e la presunta vittoria, si intende dar vita a “un governo di esperti guidato da un primo ministro senza partito”. Il documento afferma che tale governo rimarrà in carica un anno e non vi entrerà nessun leader dell’attuale opposizione; in quell’anno, tale “governo di esperti” dovrà guidare il paese verso “il ritorno ai principi democratici e allo stato di diritto”, realizzando un programma in 12 punti, tra cui “lustratsja”, modifica della legislazione elettorale, “introduzione di una Procura speciale per la corruzione”, ecc.

Per la gran parte, tali parole d’ordine ricalcano quelle già udite in molte “rivoluzioni colorate” e in particolare in majdan Nezaležnosti a Kiev: anche 6 anni fa in Ucraina si lottava “contro la corruzione”! Tant’è che “Govori, Serbija” ha apertamente accusato l’ambasciata USA di esser dietro alle proteste e ha pubblicato foto e video molto eloquenti.

E non è certo una coincidenza se, come scrive politnavigator, il Presidente Vučić è attaccato in contemporanea sia dai “majdanisti” serbi, che dai separatisti albanesi. Mentre Boško Obradović, di “Unione per la Serbia”, annuncia la formazione di una “filiale” kosovara, denominata “Unione per il Kosovo”, il primo ministro dell’autoproclamata “Repubblica del Kosovo”, Ramush Haradinaj, enuncia le condizioni per l’abolizione del dazio al 100% (praticamente, il blocco delle enclavi slave della regione) imposto sui beni forniti da Belgrado ai serbi del Kosovo.

Alla proposta di dialogo del Presidente serbo Vučić, in cambio dell’abolizione del dazio, Haradinaj ha opposto un ultimatum: abolizione dell’imposta, solo dopo il riconoscimento dello status indipendente del Kosovo (negato, tra gli altri, da Slovacchia, Spagna, Grecia, Cipro, Bulgaria, Romania, Cina, Indonesia, Russia).

In risposta, il Ministro per l’Energia serbo Aleksandar Antić ha ricordato come Haradinaj sia un criminale di guerra, coinvolto nella pulizia etnica della popolazione ortodossa e tutt’oggi legato al terrorismo internazionale, contrabbando di armi e droga, organizzazione di basi terroristiche in Kosovo e Metohija e massacro di serbi. Haradinaj stesso ha pubblicato un libro biografico, in cui si confermano le accuse di Belgrado.

Secondo il portale serbo Alo, citato da politnavigator, la “Unione per la Serbia” intende ripetere lo scenario ucraino, anche con il dispiegamento di tende nel centro di Belgrado, in base al disegno di imporre “una élite prona alle richieste occidentali, compresa l’indipendenza unilaterale del Kosovo e l’ingresso della Serbia nella NATO “. D’altronde, i negoziati per l’adesione di Belgrado alla UE erano iniziati nel gennaio 2014 e nel 2015 la Serbia aveva ottenuto dalla NATO il cosiddetto piano di partenariato individuale, sul tipo delle ex repubbliche sovietiche Azerbaidžan, Kazakhstan, Armenia e Moldavia.

Già lo scorso autunno, in risposta alle dichiarazioni del leader kosovaro Hashim Thaçi (uno dei capi del UÇK; nel 1997 era stato condannato a 10 anni di galera da un tribunale jugoslavo per attività terroristica) secondo cui Emmanuel Macron sosterrebbe la necessità di “un accordo sulla correzione delle frontiere della Serbia e l’unione di altre tre aree” al Kosovo, il primo ministro serbo Ana Brnabić aveva consigliato a Priština di smettere di parlare dell’unione al Kosovo dei distretti serbi di Preševo, Bujanovats e Medveđa o della parte centrale della Serbia e pensare piuttosto a come raggiungere un compromesso di principio che garantisca una normalizzazione a lungo termine delle relazioni tra Belgrado e Priština.

Da parte sua, Aleksandar Vučić, quale opzione per escludere rivendicazioni territoriali, ha proposto l’indizione di un referendum per decidere che la regione del Kosovo Mitrovitsa abitata da serbi si unisca alla Serbia, mentre gli albanesi delle regioni meridionali della Serbia, al Kosovo.

E’ il caso di ricordare che l‘aggressione NATO del 1999 si era conclusa con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che garantiva sovranità e integrità territoriale della Serbia e un ampia autonomia del Kosovo e Metohija nella compagine serba (ma poi, nel 2010, la Corte internazionale di giustizia dell’ONU aveva deciso che la proclamazione dell’indipendenza del Kosovo non contraddicesse le norme del diritto internazionale) mentre oggi Bruxelles chiede a Belgrado di riconoscere la secessione del Kosovo, in cambio dell’adesione alla UE e Priština avanza sempre più apertamente, anche nei confronti della Macedonia (data ormai come 30° membro della NATO), le proprie mire di una “Grande Albania”.

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