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20/04/2019

Libia - Tripoli bel suo d’amore... e di guerra

In Libia è in atto dai primi di aprile l’ennesima escalation militare finalizzata a cambiare radicalmente i rapporti di forza sul terreno tra gli attori locali e i loro referenti internazionali.

Mai come in questo caso i tentativi di mediazione “occidentali” sono falliti anche e soprattutto a causa dell’emergere di interessi divergenti, del tutto incapaci di indicare una exit strategy che non sia l’acquisizione del risultato imposto con le armi.

Come sempre nel fomentare questa spirale bellica si gioca con il fuoco, come è stato fatto nei tentativi di destabilizzazione in crescendo di numerosi paesi messi in campo con la fine del mondo bipolare: non importa se in questo modo si sia allevata la serpe in seno “jihadista” o siano stati provocati esodi umani giganteschi che si sono ritorti contro gli stessi piani delle cancellerie occidentali.

Nelle sabbie libiche è tutto un mondo che è affondato, incapace di raffreddare i conflitti con l’arma della diplomazia prima di giungere ad uno stadio del problema in cui non si hanno più soluzioni indolori adatte a gestirne le conseguenze.

È chiaro che il paese africano “dilaniato” da una guerra civile è ridotto da tempo a mera espressione geografica, mentre la sua popolazione con la fine della Jamaria ha cessato d’essere un Popolo – cioè un soggetto agente risultato di un processo storico collettivo – ma è regredito ad una sommatoria di raggruppamenti tribali in mutevoli rapporti e conflitti tra di loro, dove una neo-moderna legge del deserto sembra essere l’Alfa e l’Omega della Politica: il nemico del mio nemico è il mio amico e viceversa, salvo che il rapporto di amicizia-inimicizia sia piuttosto mutevole.

In questo contesto non può darsi nessuna armonizzazione degli interessi che sbocchi in uno generale vista anche la grande litigiosità dei global player.

Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno polverizzato un attore politico – la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista – con forti aspirazioni continentali, decisa a giocare un ruolo di pivot nel continente africano, che non era semplicemente concorrenziale ma antagonista agli interessi neo-coloniali dei poli imperialistici occidentali e degli attori di primo piano dell’area, come le petromonarchie arabe e Israele.

Il ceto politico della sinistra, anche radicale, ai tempi non lo capì e scambiò un colpo di stato attuato con l’indispensabile supporto anglo-francese per una “insurrezione popolare”, legittimando involontariamente, ma di fatto, tutto ciò che ne è conseguito, non capendo la partita che si stava giocando. Non si trattava di “democratizzazione” ma di neo-colonialismo, praticato grazie ad ascari locali e pezzi di apparato pronti a diventare nuovi “capi-tribù”...

Chiusa la parentesi della “sfida al deserto” della rivoluzione anti-coloniale libica, che aveva ribadito la propria sovranità nel disporre delle ricchezze (dal petrolio alle immense riserve idriche sahariane e le sue capacità solari, nonché le proprie riserve economiche tout court) ed il diritto di potere attuare una politica internazionale indipendente – prima pan-araba ed in seguito pan-africana – e tra l’altro in grado di formare una nuova generazione di quadri africani capaci di affrontare la sfida di una “nuova indipendenza” continentale – la Libia è diventata di nuovo terra di conquista e terreno di scontro per gli attori geopolitici con forti interessi nel Maghreb.

Da allora, il Paese ha attraversato fasi di continuo equilibrio precario, in quell’arco di instabilità che ha fatto diventare il mondo una gigantesca linea di faglia che parte dall’Africa Nord-Occidentale e si proietta su due assi, uno che attraversa il Sahara l’altro che giunge fino all’Asia attraverso il Medio-Oriente, ovvero “la terza guerra mondiale a pezzi” di cui parla l’attuale pontefice.

Nella definizione della sua politica neo-coloniale la UE ha condotto ad uno scontro aperto i suoi stessi membri, in particolare Francia e Italia, le cui uniche preoccupazioni al centro dell’agenda continentale sono state quelle di accaparrarsi le ricchezze libiche e gestire i flussi migratori.

Ognuno si è coccolato il “proprio figlio di puttana”, consapevole che qualsiasi parvenza di legalità ed autorità sul territorio libico si sarebbe sciolta come neve al sole dentro uno scontro militare senza quartiere, dando a bere all’opinione pubblica occidentale un processo di pace ormai polverizzato dall’avanzata di Haftar verso Tripoli.

Si tratta di “una resa dei conti” per stabilire “una autorità” sul Paese, di cui i mandati d’arresto nei confronti di Serraj e degli esponenti del suo governo sono il suo punto di non ritorno.

E’ sbagliato parlare oggi di “colpo di stato” – come fa l’inviato ONU Ghassan Salamé – perché uno Stato non c’è più dal 2011, ma c’è un signore della guerra che attraverso la sua rete di alleanze locali e coperture internazionali (Francia, Egitto e EAU in primis) vuole eliminare un suo diretto concorrente, anch’esso signore della guerra che a sua volta si appoggia ad una serie di alleanze locali e ai suoi sponsor internazionali.

Da ex potenza coloniale, l’Italia ne esce un’altra volta con le ossa rotte, vista l’incapacità di determinare un piano che non sia subordinato a chi di volta in volta decidiamo di inchinarci: che sia l’Alleanza Atlantica o l’aspirante grande potenza tout court della Francia macroniana.

Sembra essersi concretizzato un punto di non ritorno con la battaglia di Tripoli dagli esiti comunque incerti, ma che rendono evidente la dinamica di “una guerra per procura” dove la de-escalation è di nuovo lettera morta nella competizione globale e la diplomazia deve prendere solo atto di chi sia il vincitore, dandogli l’ipocrita legittimità del caso finché un equilibrio nuovamente salterà in un luogo che è diventato da anello forte a “ventre molle” del Nord Africa.

Certamente, Haftar primo-attore sul campo non è solo una “pedina” degli interessi altrui, ma mira ad essere lui stesso un agente in grado di sfruttare le alleanze a geometria variabile che si possono stabilire nel mondo multipolare.

In questa folle corsa verso il conflitto e verso nuove migrazioni di massa, l’unica alternativa in grado di prefigurare un orizzonte realmente diverso sembra essere quello di prospettare una forma di cooperazione tra i popoli delle due sponde del Mediterraneo, rompendo con la politica neo-coloniale dei differenti attori politici della UE e la gabbia di relazioni che essa sottende e sviluppa, strutturalmente portatrice di guerra alle porte del Vecchio Continente, dai Balcani, all’Ucraina passando per il “Medio-Oriente”.

Se non ci armiamo del coraggio politico necessario e di una prospettiva chiara, la Libia di oggi non sarà che un tassello di una realtà distopica che di volta in volta faticheremo sempre più a comprendere.

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