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30/04/2019

Via della Seta, cosa cambia?


Il mondo sta cambiando velocemente, anche se l’informazione “ufficiale” italiana sembra non accorgersene. E il vettore più importante del cambiamento – per dimensioni economico-finanziarie, visione d’insieme, progettualità, ecc. – è da diversi anni la Cina.

Naturalmente ogni cambiamento – come sappiamo noi italiani, alle prese con una fetecchia di “governo del cambiamento” – può esser buono o pessimo, ma è. Non vederlo è l’errore più grande che si possa fare, specie da comunisti.

Nel weekend appena concluso, a Pechino, c’è stato il secondo Forum sulla Belt and Road Initiative (Bri), chiamata anche “Nuova Via della Seta”. Lì persino alcuni tetragoni corrispondenti di media mainstream hanno dovuto ammettere che “siamo ormai nel pieno di un sempre più probabile spostamento a Est del baricentro del mondo: non è più solo una questione di trend che si scorgono all’orizzonte. Lo sviluppo economico della Cina unito a una sempre più marcata attenzione verso obiettivi di innovazione tecnologica – la Cina investe già oggi più del 2,5% del suo enorme Pil in ricerca e sviluppo – attribuiscono oggi al Regno di Mezzo il ruolo di credibile e unico alter ego rispetto agli Usa nella gestione delle sorti del mondo”.

I numeri del Forum parlano da soli. Presenti i leader di 37 Paesi (otto di più rispetto alla prima edizione), e delegazioni di quasi tutti i Paesi più rilevanti (un centinaio). Firmati centinaia di accordi, contratti, impegni che nell’insieme vanno a infittire i legami tra aree del mondo interessate allo sviluppo e, molto spesso, assai “deluse” – diciamo così – dall’approccio predatorio sempre seguito da Usa e paesi europei. Imperialismo e colonialismo, d’altro canto, sono ancora oggi parte integrante della “cultura”, quando non anche dell’aggressività militare, dei gruppi dirigenti dell’Occidente.

Senza credere nel paradiso – il mondo degli affari non lo prevede proprio – l’approccio cinese si presenta come win-win, ossia vantaggioso per entrambe le parti. Magari i singoli accordi non saranno interamente paritari, ma per molti paesi – specie i più poveri, come molti di quelli africani – sono assolutamente preferibili alle autentiche rapine compiute dagli ex (?) colonizzatori. Che in genere si limitano a corrompere il despota di turno, magari sostituendone uno proprio a quello “autoctono”, prendono tutto quel che possono (risorse minerarie o comunque estrattive, in genere) e via da un’altra parte.

Con tutte le diffidenze possibili, e a passo felpato per non suscitare le ire dell’America first – classico paradigma di approccio win-lose, dove uno vince e l’altro perde, sempre – anche i paesi dell’Unione Europea cercano di entrare nella Bri. E lo fanno con il solito atteggiamento bipolare: da un lato tanta retorica “europeista” (“dobbiamo muoverci come un soggetto unitario”), in pratica tanta concorrenza sotto traccia per spuntare i contratti migliori per le “proprie” aziende.

E’ del resto questa la logica vera dell’Unione, dove ogni trattato comunitario contiene in sé il virus della competizione interna, che sta devastando intere società (quelle dei paesi mediterranei, in primo luogo), impedisce la crescita delle economie continentali, congela i finanziamenti alla ricerca, lascia decadere gran parte delle università “non di prima fascia” e impoverisce la grande maggioranza della popolazione continentale. Persino nella Grande Germania si calcolano ormai oltre 3 milioni di persone che vivono sotto la soglia della povertà assoluta e oltre 8 milioni che si barcamenano con meno di 800 euro al mese...

Com’è noto, l’Italia del governicchio gialloverde – alla disperata ricerca di sbocchi commerciali sottratti all’occhiuta supervisione competitiva della Commissione Europea – ha firmato a Roma poche settimane fa un “Memorandum of Understanding” direttamente con il presidente Xi Jinping. Si tratta di un “accordo quadro”, ossia un’intesa politica di fondo, che farà da cornice agli accordi veri e propri. E’ stato il primo dei paesi del G7 a fare una mossa del genere, scandalizzando i nostri democrat e sollevando le ire di Germania e Francia. Che il giorno dopo hanno mandato i propri leader a firmare contratti ancora più lucrosi, ma (ancora) senza la “cornice” regolativa di lungo periodo.

Tanto che persino qualche commentatore confindustriale è stato costretto a scrivere: “la nostra (piccola) Italia ha portato a casa un dividendo simbolico per il fatto che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stato l’unico leader ad avere un bilaterale e una cena riservata con il presidente Xi. Un dividendo che dobbiamo tuttavia essere capaci di convertire molto rapidamente in risultati di business concreti: infatti, gli altri Paesi europei, che già si sono accomodati al tavolo della Bri – con progetti ferroviari già operativi anche se non sbandierati ai quattro venti sui media per non urtare la suscettibilità della Commissione europea e di Trump – troveranno il modo di firmare il Memorandum con la Cina e a quel punto l’Italia non godrebbe più di alcun vantaggio comparato“.

Ma perché dei comunisti dovrebbero interessarsi a queste vicende?

Per un ottimo motivo. Noi stiamo vivendo da quasi 30 anni – dagli accordi di Maastricht in poi – in un regime economico che impoverisce progettualmente questo paese, ne inchioda le scelte alle “prescrizioni” di Bruxelles, ne ha distrutto buona parte della capacità produttiva e persino della famosa “inventiva” italiana (che era fatta di buone scuole, ottime università, selezione in base alle capacità e non al censo, ossia ai “figli di qualcuno”). E che soprattutto, lo condanna a un declino senza possibilità di riscatto.

Qualunque sia il governo in carica. L’esperienza di Syriza e Tsipras, da questo punto di vista, è tombale rispetto alle illusioni di poter “trattare” con o “cambiare” l’Unione Europea.

Abbiamo spesso definito questa condizione come una “gabbia”, da cui non si può fuggire.

La Via della Seta, invece, comincia ad essere un’alternativa concreta e praticabile. Qualsiasi sia il governo in carica, non paradossalmente. Non perché i cinesi siano “buoni” o “meglio” degli attuali partner strategici, ma semplicemente perché sono altri partner. E anche l’ultimo degli economisti liberali riesce a capire che è meglio avere diverse alternative contrattuali piuttosto che sbattersi contro un “monopolio minaccioso e strapotente”.

Quando, nella disperante mentalità della autonominata “sinistra radicale” italiana, si comincerà a capire che “rompere l’Unione Europea” significa poter decidere come società il proprio destino e con chi provare a condividerlo – non “ritornare allo Stato-nazione” che sta solo nei sogni della destra liberista ma “poraccio-nazionalista” – sarà un gran giorno.

Basta che non avvenga troppo tardi...

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