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mercoledì 17 aprile 2019

L’Algeria di domani prende forma oggi

"Gettate la Rivoluzione in strada, sarà il Popolo che se ne farà carico."
Ali Ben M’hidi

Ieri, martedì 16 gennaio, verrà ricordata come una giornata storica per l’Algeria contemporanea, uno snodo fondamentale per l’Hirak iniziato il 22 febbraio.

La pressione popolare, che è aumentata d’intensità, nel corso dell’ultima settimana ha affrontato per la prima volta la repressione delle forze dell’ordine. Non era mai successo da quando tutto era cominciato, con le mobilitazioni studentesche del martedì e lo sciopero del 10 aprile di dodici sindacati indipendenti che avevano organizzato una marcia ad Algeri, ed infine con le nuovamente oceaniche manifestazioni di venerdì 12 aprile, con lo sbarramento, tra l’altro, delle principali vie d’accesso al centro cittadino della capitale.

Un chiaro messaggio di “blindatura” messo in atto da una parte della ex cerchia di potere del presidente dimissionario Bouteflika, senz’altro timorosa che la transizione, sotto la pressione popolare, possa tramutarsi in una epurazione del vecchio quadro dirigente a tutti i livelli.

Un pericolo di arretramento visto che gli algerini nella capitale si erano riconquistati con la pratica il diritto a manifestare, formalmente vietato.

Ma già a metà settimana i cortei scandivano lo slogan Koul youm massira! Cioè Ogni giorno una marcia! Per dimostrare l’inefficacia di tale minacce.

Louisa Hanoune, leader del PT, denuncia il trattamento umiliante a cui sono stati sottoposti alcuni manifestanti, costretti a spogliarsi durante il loro fermo in commissariato, nel mentre sui social è girata un'immagine che associava questo atto intimidatorio – insieme al getto di acqua dagli idranti ed all’uso di gas lacrimogeni – ad una donna spogliata dall’esercito francese durante la colonizzazione.

Ma la popolazione algerina non si è fatta intimidire ed è ricorsa da sabato a forme di disobbedienza civile di massa che hanno di fatto impedito agli esponenti del governo Bedoui di arrivare nelle località dove dovevano recarsi, considerandoli di fatto “illegittimi”; mentre numerosi sindaci, insieme ad alcuni magistrati, hanno pubblicamente espresso il rifiuto di onorare gli impegni previsti per le prossime elezioni presidenziali che dovrebbero svolgersi il 4 luglio.

Meriem Mendaci, ministro della Cultura è stato l’ultimo a ricevere questo tipo di trattamento, non riuscendo a parlare a Tipaza; così come il ministro del Turismo, che ha dovuto lasciare il dipartimento di Tissemsilt. Analogo trattamento era stata riservato a uomini del governo a Bechar e a Tebessa, in un crescendo di rifiuto di un sistema di potere in netta continuità con l’“era Bouteflika”.

Andiamo con ordine e partiamo dalla cronaca di ieri.

La mattinata è iniziata con le mobilitazioni studentesche, per l’ottavo martedì consecutivo, precedute dalla preparazione nelle varie facoltà del lunedì ancora in sciopero, con un imponente dispiegamento di forze dell’ordine e in attesa dell’importante discorso che il capo delle forze armate Gaïd Salah – nonché numero due dell’attuale governo – avrebbe dovuto pronunciare a Ourgla.

L’attesa è cresciuta in un clima di aperta critica al suo operato, in quanto non si sarebbe fatto carico delle speranze di cambiamento maturate dal popolo in questi mesi, recidendo così quel legame di fiducia che unisce l’istituzione militare alla popolazione algerina.

Già dalla prima mattinata incominciano a diffondersi sui social gli appelli a manifestare il prossimo venerdì, nello stile ironico e pacifico che ha fino a qui caratterizzato le proteste: “Vendredì 19 avril 2019 Systeme Degage System Clears” diventa virale.

Alle dieci iniziano le manifestazioni nel centro d’Algeri, mentre l’attuale ministro per gli affari esteri Sabri Boukadoum è a Mosca, dove rappresenterà l’Algeria alla quinta sessione del forum ministeriale di cooperazione “Russia-Mondo Arabo”, incontrando il suo omologo russo. La Russia, insieme alla Cina, è un paese con cui l’Algeria intrattiene importanti relazioni.

Nelle stesse ore, ad Algeri viene impedito agli studenti di accedere alla piazza della Grand Poste, luogo simbolo delle mobilitazioni. Gli studenti manifestano anche ad Orano, Bejaia, Boumerdes, Bouria, Mostagannem, Annaba, Costantine, Tizi-Ouzou, Tiaret, Sidi Bel Abbès, Guelma.

Slogan e cartelli sono per la dipartita del sistema e contro le elezioni organizzate da Bensalah, Bedoui e Belaïz, ossia le “3B” di cui si chiedono le dimissioni...

A metà mattinata gli studenti d’Algeri forzano il cordone della polizia, ma riescono ad entrare in piazza solo poco prima di mezzogiorno.

A mezzogiorno Belaïz, presidente del Consiglio Costituzionale e perno del “Sistema Bouteflika”, rassegna le dimissioni. Era stato nominato nonostante la Costituzione impedisse la designazione a tale carica per due volte il 21 febbraio, il giorno precedente alle mobilitazioni popolari, proprio per garantire all’ottuagenario presidente gravemente malato di poter concorrere per il quinto mandato consecutivo.

Ad Algeri a mezzogiorno e mezza, i manifestanti arrivano in piazza Audin – piazza centrale dedicata al martire comunista francese della lotta d’indipendenza algerina, torturato a morte e poi “desaparecido” – gridando: “klitou iblad ya serrakine”. Cioè, avete saccheggiato il paese, ladri!

Mentre le piazze salutano l’annuncio delle dimissioni, il ministro della giustizia assicura che la revisione delle liste elettorali si stanno svolgendo in buone condizioni; solo qualche magistrato si starebbe rifiutando di parteciparvi e sarà comunque rimosso!

Intanto l’associazione dei magistrati denuncia le pressioni ricevute e chiede la dipartita delle “3B”.

Gaid Salah pronuncia il suo discorso alle due e mezza circa.

Il discorso del capo delle forze armate è chiaro. Richiamando il ruolo delle forze armate – di accompagnamento dei progressi della transizione al fianco del popolo – apre a qualsiasi altra ipotesi costituzionale per l’uscita dalla crisi politica: “tutte le prospettive possibili restano aperte al fine di sorpassare le difficoltà e trovare una soluzione alla crisi”. Critica sottotraccia la gestione dell’ordine pubblico dell’ultima settimana – lanciando un monito chiaro all’ex generale Toufik, ex capo dei servizi e della sicurezza, probabile deus ex machina della repressione – e riafferma il ruolo di protettore delle manifestazioni pacifiche del popolo, sollecita l’azione giudiziaria verso i responsabili per corruzione.

Il FFS, forza d’opposizione della sinistra algerina, reagisce positivamente alle dimissioni di Belaïz, acclamando questa ennesima vittoria della “formidabile mobilitazione cittadina”.

Alle 18 viene comunicata la decisione di 54 sindaci del dipartimento (wilaya) di Tizi Ouzou, riunitisi in giornata, di rifiutare di gestire l’operazione di revisione delle liste elettorali e la preparazione delle elezioni presidenziali.

Mustapha Bouchachi – avvocato e militante dei diritti umani, una delle figure di spicco della protesta contro il Quinto Mandato di Bouteflika – propone una cabina di regia presidenziale composta da tre personalità integerrime, che godano del necessario consenso popolare per gestire il periodo di transizione.

Le forze della sinistra chiedono le elezioni generali di una Costituente, contestuali allo scioglimento delle Camere, come sbocco al processo di cambiamento fortemente voluto dalla popolazione.

La pressione sindacale continua ad essere molto forte, sia in sostegno alla mobilitazione popolare, sia per chiedere le dimissioni della dirigenza sindacale stessa; un concentramento di fronte alla sede della principale centrale sindacale UGTA è previsto per mercoledì mattina, chiamato da differenti categorie di diversi dipartimenti.

La rispettata ed influente associazione dei combattenti della Guerra di Liberazione (1954-1962), ONM, aveva preso parola nei giorni seguenti mettendo in guardia dalle conseguenze del mancato soddisfacimento delle richieste popolari:

“Ignorare il soddisfacimento delle rivendicazioni potrebbe avere delle conseguenze gravi per la sicurezza e la stabilità del Paese ed aprire il passaggio ai nemici del nostro popolo, sia all’interno che all’esterno, o ai livelli regionali che internazionali, per sfruttare la congiuntura attuale al servizio delle loro agende; delle cui ricadute deleterie per il presente e il futuro delle nostre future generazioni cui noi siamo perfettamente coscienti”.

Un monito teso ad allontanare l’ipotesi dell’entrata dell’Algeria in quell’“arco dell’instabilità” che come una gigantesca linea di faglia attraversa il Nord Africa ed il Medio Oriente.

Intanto, insieme alle manifestazioni svoltesi nelle città dove si concentra la comunità algerina all’estero, domenica a Ginevra di fronte all’ONU si è svolta una seconda una manifestazione, contro l’ingerenza delle potenze straniere sul processo politico in corso in Algeria.

Le mobilitazioni in Algeria, la loro determinazione, la loro capacità di polverizzare sempre più un potere che era dato tutt’altro che morente appena qualche mese fa, stanno ispirando il popolo sudanese e quello del Mali, rigettando un assetto politico-economico funzionale al neo-colonialismo.

Ricordate cosa chiedeva Alì Ben M’hidi ad Ali nella Battaglia d’Algeri – il film di Gillo Pontecorvo del 1966 vincitore del Leone d’Oro – spiegandogli il cammino in salita anche dopo il raggiungimento dell’Indipendenza e la risposta di Alì?

Se volete capire il valore non solo storico ma profetico di quella splendida pellicola, forse andrebbe rivisto per capire come il futuro dell’Algeria prende forma oggi. Anzi ieri...

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