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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/02/2020

Algeria - La protesta compie un anno

di Karim Metref

Il 22 febbraio è l’anniversario della rivolta nonviolenta algerina. E oggi 21 febbraio è il 53esimo venerdì di mobilitazione popolare. Un anno intero! Un anno in cui ogni venerdì e ogni martedì, senza sosta, la gente è uscita per le strade: uomini, donne, vecchi e giovani... per chiedere una “Algeria libera e democratica”, per “uno Stato civile e non militare” e per la “partenza di tutti”. Dove «tutti» vuol dire che se ne deve andare l'intero apparato di Stato, generato da 60 anni di dominio dei militari e delle organizzazioni politiche a loro leali.

No al quinto mandato

Comincia tutto come una protesta contro l’annuncio della candidatura del vecchio presidente Abdelaziz Bouteflika per un quinto mandato consecutivo. Il presidente, ormai malato e in stato vegetativo, ha regnato per 20 anni. Andando persino a cambiare due volte la Costituzione algerina che prevedeva solo due mandati consecutivi, per permettersi prima un terzo mandato e poi un quarto. (“Boutef per gli amici” scritto nel 2005 per Peace reporter).

20 anni in cui il vecchio politico algerino, caduto in disgrazia alla fine degli anni '70, è rientrato nel 1999 dal suo esilio dorato negli Emirati Arabi dove era scappato con la cassa del ministero degli Esteri: è rientrato appoggiato dalla “comunità internazionale” per gestire la fine della guerra civile che aveva stremato il Paese negli anni '90, e sopratutto la spartizione dell’abbondante torta di petrolio e gas con le multinazionali. 20 anni in cui ha accumulato tutti i poteri nelle sue mani, e per fare ciò si è circondato di un clan di parenti, amici, complici, soci in affari... sporchi, che hanno saccheggiato l’Algeria.

I prezzi alti degli idrocarburi durante il primo decennio del 2000 hanno portato nelle casse pubbliche montagne di soldi facili che hanno generato un mercato dopato: innalzamento dei consumi interni, commesse miliardarie per infrastrutture, case, strade, ferrovie, ponti, aeroporti. Il Paese è un cantiere: un cantiere di appalti truccati, lavori strapagati e spesso mal eseguiti.

Nonostante lo spreco e la corruzione fossero alla luce del sole e conosciute da tutti, nei suoi primi mandati il presidente Bouteflika ha goduto di grande popolarità. La manna petrolifera serviva anche a comprare la pace sociale e a comprare o zittire ogni forma di opposizione.

Le 3 cause che hanno fatto traboccare il vaso

La misura colma che ha portato all’inizio delle proteste nel 2019 è dovuta a un insieme di cose.

Il primo elemento è il fatto che quel presidente forte, carismatico che ha saputo mettere in secondo piano i Generali e a concentrare nelle sue mani tanto potere, si è ammalato all’inizio del suo terzo mandato. Una serie di ictus l’hanno progressivamente ridotto a uno stato di totale indigenza.

Dal 2013, quella figura – che era onnipresente sui media e che girava il paese come una trottola in cerca di consensi – è scomparsa. A decidere e a parlare a nome suo sono subentrati personaggi della cerchia famigliare. Il suo clan, incapace di proporre un’altra figura così forte e carismatica, lo ha imposto, pur malato, per un quarto mandato. Ma coscienti dell’avvicinarsi della loro fine, hanno impiegato il quarto mandato per depredare il Paese, arraffando tutto sul loro passaggio.

Il secondo elemento che ha portato al malcontento generale è la diminuzione delle entrate generate dalla vendita di petrolio e gas. I giacimenti eccessivamente sfruttati cominciano a produrre di meno e nel contempo i prezzi sul mercato, per effetto della crisi globale del 2008, cominciano a scendere.

Le entrate diminuiscono ma il ritmo degli sprechi continua. In pochi anni il fondo sovrano di circa 200 miliardi di dollari accumulato durante gli anni di vacche grasse si scioglie come neve al sole. Per compensare le perdite, come si fa ovunque ormai, invece di ridurre le spese inutili – infrastrutture faraoniche, costi del governo, spese militari, malversazioni, corruzione ecc. – si va a tagliare le spese sociale, sanità, scuole... Lo Stato provvidenza non lo è più e la popolarità scende.

Il terzo elemento è l’emergere di una nuova generazione che non ha vissuto la guerra civile. Una delle basi della popolarità di Bouteflika è dovuta al fatto che è stato presentato all’opinione pubblica come colui che ha finalizzato gli accordi di pace tra l’esercito e i Gruppi Islamici Armati (Gia). Per anni le popolazioni delle zone che hanno conosciuto gli orrori della guerra senza nome negli anni '90 hanno sentito una specie di debito nei confronti di Bouteflika: aveva portato la pace e la prosperità.

I giovani che oggi hanno 20 anni sono nati all’inizio degli anni 2000 quindi alla fine della guerra. Non subiscono la paura di un ritorno a una situazione che non hanno conosciuto. E della «prosperità» di Bouteflika stanno oggi vedendo solo gli effetti distruttivi: casse dello Stato vuote; sanità, università, scuola disastrate; formazione di una classe arrogante di ladri oligarchi e pluri miliardari...

Inizia tutto da Kherrata, di nuovo

Tutti questi elementi messi insieme hanno portato a un malcontento generalizzato, che girava sui social network, nei caffè, negli stadi. Tutti – compresi molti riparti interni al regime algerino – vedono la possibilità di un quinto mandato del «presidente mummia» come un vero e proprio disastro.

La prima scintilla partì il 16 febbraio 2019 sotto forma di un corteo popolare che ha camminato per le strade della piccola località di Kherrata, in mezzo alle montagne, a 300 km a Est di Algeri. Una località molto conosciuta nonostante le sue modeste dimensioni. Kherrata, con Guelma e Setif era luogo delle manifestazioni per l’indipendenza nel 1945 che portarono a uno dei maggiori massacri compiuti dal colonialismo francese: decine di migliaia di morti, fra i 20 e i 40 mila secondo le varie stime. Quei massacri, compiuti dall’esercito francese e da milizie di coloni, furono il punto di svolta fra le popolazioni indigene algerine e il colonialismo francese: svolta che portò, 9 anni dopo, all’inizio della guerra di liberazione.

Ancora una volta la cittadina di Kherrata si trova a essere all’inizio di una rivolta nazionale. Questa volta non contro un nemico straniero ma contro un sistema di governo descritto come ladro, violento, bugiardo e incompetente.

Subito dopo quella marcia partono appelli di vari gruppi e persone sui social media per una grande mobilitazione nazionale contro il 5° mandato. La mobilitazione del 22 ha luogo in varie città del Paese. Ma è timida. I numeri sono piccoli e la parola d’ordine è solo «No al 5° mandato». Ma tutto si svolge nella calma e con buon umore. La polizia non carica e i manifestanti sono del tutto pacifici. La mobilitazione viene anche coperta da alcuni media privati, proprietà di persone vicine alle alte sfere. Si capisce che anche da dentro il regime si vuole accompagnare il vecchio presidente verso la porta.

Il venerdì seguente le manifestazioni cambiarono aspetto. L’assenza di repressione e la copertura mediatica portarono in strada molta più gente: uomini e donne, famiglie intere. I cortei diventano molto più imponenti, colorati, gioiosi: belli!

Un anno che ha sconvolto l’Algeria

La cosa dura da un anno. Ogni venerdì esce la popolazione prima a migliaia, poi a centinaia di migliaia, qualche volta a milioni. I martedì escono gli studenti di tutti gli atenei, spesso accompagnati da molti altri cittadini. Il regime ha accolto prima con uno sguardo compiacente queste manifestazioni. Erano per loro una ragione valida per sbarazzarsi del vecchio presidente e il suo stretto giro, diventati imbarazzanti un po’ per tutti. Ma poco a poco le rivendicazioni del hirak sono diventate più radicali ed è arrivata la repressione.

Di risultati ce ne sono stati parecchi. Bouteflika (o chi per lui) ha annunciato di non presentarsi alle prossime elezioni, poi ha presentato le dimissioni, prima dell’elezione. La magistratura ha aperto processi per corruzione, frodi e abusi vari e ha fatto arrestare il fratello del presidente, Said Bouteflika, vari oligarchi corrotti del loro giro, i responsabili dei servizi segreti e vari ministri, parlamentari e responsabili del regime.

Una vera e propria operazione «mani pulite» all’Algerina. Ma solo a metà – dice la strada – perché quando un clan della mafia se la prende con un altro non si chiama giustizia ma regolamento di conti. La giustizia è ancora “quella del telefono”, dicono, cioè che arresta e libera su chiamata di chi ha il potere civile o militare.

“Dobbiamo toglierli tutti!” è diventata la nuova parola d’ordine condivisa dal hirak, dopo la caduta di Bouteflika.

Dopo le dimissioni del presidente, al potere (almeno in apparenza) è rimasto un uomo solo: il Generale-maggiore Ahmed Gaid Salah, capo dello Stato Maggiore e vice-ministro della Difesa.

Procedendo con un colpo alla botte e uno al cerchio, ha continuato a lanciare messaggi favorevoli alla rivoluzione del popolo, promettendo di proteggere i manifestanti pacifici, e nello stesso tempo a reprimere in modo mirato cercando di dividere i manifestanti per appartenenza linguistica e culturale o fra laici e islamisti, arrestando alcune figure ritenute più attive e più carismatiche.
Come piano di uscita dalla crisi ha proposto un percorso che passa per la rielezione a breve di un nuovo presidente della repubblica, che avrebbe poi lavorato alla riscrittura della Costituzione e all’adozione di riforme che andrebbero nella direzione delle rivendicazioni del popolo.

Il hirak da parte sua ha rimandato al mittente le proposte del generale. Non basta un nuovo presidente eletto con le solite elezioni truccate. Ci vuole una Costituente, incaricata di scrivere una nuova Costituzione, nominare un governo di transizione e organizzare poi – secondo la nuova Costituzione – elezioni vere, trasparenti e libere.

Quella solidarietà internazionale che non è mai arrivata

A livello internazionale, la protesta algerina è del tutto ignorata. Gli stessi network arabi che negli anni delle cosiddette Primavere facevano dirette di 24 ore da Tunisi, Cairo, Bengasi e Aleppo... oggi a malapena ne parlano nei telegiornali.

Tutti fanno finta di niente, guardano dall’altra parte. O ancora peggio ne approfittano per mettere il regime alle strette e pretendere più concessioni per le multinazionali in cambio del silenzio.

Una delle prove di questa strategia adottata dalle potenze straniere è l’adozione in fretta e furia, in piena fase di transizione, da un Parlamento quasi dimezzato e che nessuno riconosce più, della nuova legge sugli idrocarburi che rompe la regola della soglia massima del 49% di partecipazione per le multinazionale nello sfruttamento dei giacimenti. Cioè fino a quest’anno, le multinazionali, in Algeria dovevano lavorare sempre in partenariato con la Sonatrach, la società pubblica nazionale. E la Sonatrach doveva sempre avere minimo 51% di quote societarie. Con la nuova legge, le multinazionali straniere possono sfruttare i giacimenti anche al 100%. È l’annullamento definitivo della nazionalizzazione delle risorse, decisa nel 1971.

Altro problema della nuova legge è che apre anche alla possibilità di sfruttare le risorse di gas non convenzionali, dette comunemente “gas di scisto“, con l’uso della discutibilissima tecnica della fratturazione idraulica o fracking.

L’introduzione di questa attività, richiesta a gran voce dalle multinazionali, Total in primis, è stata finora bloccata dalle proteste popolari degli abitanti del sud, preoccupati dall’alto rischio di inquinamento della falda acquifera fossile, un vero mare sotterraneo, che si trova tra le zone Sud dell’Algeria, Tunisia e Libia, e che è rimasta quasi come unica fonte di vita di quelle aree povere d'acqua di superficie.

Come altro effetto perverso delle pressioni internazionali sul regime Algerino, si può citare l’affaire appena scoppiato della raffineria di Augusta. Questa vecchia installazione, proprietà della Exxon, che si trova in Sicilia, ad Augusta, doveva chiudere e rischiava di lasciare a casa centinaia di lavoratori, mettendo in crisi la città siciliana.

Invece quella raffineria vecchia, arrugginita, fuori norma e non adatta a trattare il petrolio algerino è stata acquistata in una trattativa segreta dalla compagnia algerina di petrolio Sonatrach per la bellezza di 725 milioni di dollari.

L’intento dichiarato sarebbe far uscire l’Algeria dalla dipendenza dalla benzina di importazione. Il risultato è un impianto vecchio pagato come uno nuovo, che ha bisogno di altri investimenti per essere messo a norma e, colmo dei colmi, l’Algeria – che produce una delle qualità migliori di greggio al mondo – avrebbe bisogno di importare petrolio “pesante” dai Paesi del Golfo per farlo funzionare.

La verità è che la trattativa è stata fatta alla fine del 2018, quindi nel momento di massima fragilità del clan Bouteflika e l’ex amministratore delegato della Sonatrach Abdelmoumen Ould Kaddour, già immischiato in vari altri affari loschi, con questo regalo alla Exxon si è guadagnato un biglietto per andare a godere dell’impunità negli USA, in compagnia dell’ex ministro dell’energia Chakib Khellil anche lui indagato in vari affari gravi, tra i quali quello di Sonatrach-ENI-Saipem, e che vive tranquillo, protetto dai suoi amici petrolieri texani.

Tutto questo è un luminoso esempio dell’aiuto portato dai leader del «mondo libero», sempre pronti a bombardare per le buone cause, ai popoli in lotta che vogliono però decidere da soli del proprio destino.

Due strade parallele

Per tornare alla lotta politica, ancora oggi le due proposte di uscita dalla crisi, quella del Hirak e quella del regime, continuano il loro cammino in parallelo.

I militari si accaniscono a mettere in atto la loro proposta. Hanno indetto le elezioni per il 12 dicembre scorso. Non essendosi presentato nessun candidato serio, hanno messo 5 fantocci e mantenuto l’appuntamento elettorale nonostante la massiccia mobilitazione per il loro boicottaggio.

Il 12 dicembre i seggi erano vuoti e in molti Comuni, non sono stati proprio aperti. Centinaia di sindaci hanno rifiutato di organizzare il voto. Invece l’esercito ha mobilitato giovani della leva vestiti in civile, per dare una illusione di affluenza in alcuni seggi più visibili. Oltre ai militari, hanno costretto al voto tutti i funzionari della polizia e delle amministrazioni pubbliche.

In alcuni luoghi le vecchie reti di manipolazione hanno funzionato come da sempre, con centinaia di persone pagate per fare le comparse, in una messa in scena patetica, in una gara di cui tutti sapevano il risultato in anticipo.

Il risultato è una consultazione elettorale nella quale il numero di votanti dichiarato sarebbe di oltre il 39% ma in cui in verità partecipò un numero stimato a 8-9 per cento degli aventi diritto, secondo fonti ben informate. Un presidente «eletto» secondo le vecchie modalità delle elezioni preconfezionate ma che la popolazione non riconosce.

La più grande realizzazione è il Hirak stesso

Oggi, un anno dopo le prime manifestazioni del 2019, la mobilitazione resta alta pur mostrando segni di stanchezza qui e là. Del resto un anno intero è un tempo lunghissimo e molti movimenti muoiono dopo le prime settimane o cadono nell’impazienza e nella trappola della violenza. Il fatto che il Hirak algerino sia arrivato a questo traguardo mantenendo la propria unità, le sue parole d’ordine, il suo carattere combattivo ma non violento, è già una grande vittoria. Altra vittoria sono le migliaia di cittadini che si sono svegliati dall'apatia e che parlano e praticano politica, tutti i giorni, sulla piazza pubblica, per le strade nei caffè... Ovunque.

Le ultime mobilitazioni di queste dimensioni in Algeria risalgono a 30 anni fa. Ma era tutt’altra canzone. Allora centinaia di migliaia di militanti islamisti bloccavano le strade e gridavano “Dawla Islamiya”, Stato Islamico.

Portando milioni di algerini in piazza, con le loro differenze di generazione, di genere, di culture e di lingue, a gridare tutti all’unisono: Algeria libera democratica... ebbene questa già è una bella realizzazione.

Ma la strada verso quella Algeria libera e democratica che tanti vogliamo resta ancora lunga. Molto lunga. Ma di questo, credo che anche la gente del hirak sia molto cosciente.

Fonte

17/12/2019

Algeria: quale scenario dopo le elezioni presidenziali?


Il 12 dicembre si sono svolte le elezioni presidenziali in Algeria.

Dopo due rinvii successivi nel corso di quest’anno la tornata elettorale si è svolta nello stesso clima di opposizione che caratterizza il paese del Maghreb dal 22 Febbraio.

Il 13 dicembre infatti il popolo algerino è tornato in piazza per il 43esimo venerdì consecutivo di protesta, sbocco di una mobilitazione continua iniziata con lo sciopero generale che ha accompagnato dall’8 dicembre l’ultima fase di campagna elettorale, e che era stato proceduto da manifestazioni notturne in tutto il Paese.

Alle manifestazioni del martedì degli studenti, e a quelle del venerdì, si è quindi sommata questa nuova forma di protesta delle marce notturne durante una campagna elettorale sistematicamente contestata dagli algerini, costringendo di fatto i 5 candidati ad una forma di propaganda “clandestina”.

Lo stesso giorno delle elezioni sono scesi in Piazza, per “douzedouzer” – ennesima invenzione semantica dopo “vendredir” riferita a manifestare il venerdì – cioè per opporsi alle elezioni del 12 dicembre, in un anniversario storico che coincide con lo sviluppo delle grandi manifestazioni nel 1960 contro il potere coloniale francese, in quel fraseggio tra passato, presente e futuro che è una degli aspetti più fecondi dell’Hirak.

Queste presidenziali sono state comunemente definite una “mascherata elettorale”...

Gli algerini hanno considerato questo appuntamento elettorale come uno strumento di perpetuazione del “Pouvoir” per le modalità con cui è stato imposto dal numero uno dell’esercito – il Capo delle Forze Armate Generale Gaïd Salah – uomo forte del Paese che ne ha di fatto preso le redini con l’eclissarsi di Bouteflika insieme ad un governo provvisorio iscrittosi nella durata e composto da uomini del “vecchio regime”, dettandone fino ad ora l’agenda.

Le elezioni sono state concepite come unica strategia d’uscita dall’impasse politico senza che venisse presa in considerazione l’ipotesi un processo costituente, come continua ad essere chiesto a gran voce dalla piazza e dall’opposizione politica che cerca di tradurne le istanze in un programma d’alternativa.

Questa exit strategy è stata attuata anche attraverso una censura dell’Hirak da parte dei media ufficiali e di fatto un “oscuramento” di quelli indipendenti, un dispiegamento poliziesco sempre più pressante durante le mobilitazioni, una repressione che si è accentuata e che ha portato in carcere centinaia di prigionieri politici e d’opinione, comminando già pesantissime condanne come quella a Louisa Hannoune, segretaria del maggiore partito d’opposizione politica, il PT.

La sordità nei confronti delle richieste della piazza è stata accompagnata da una strategia di annientamento per via giudiziaria degli uomini del vecchio sistema di potere invisi al Generale, camuffati da compimento di quelle istanze di giustizia contro la corruzione che ha mietuto vittime nella fitta trama di poteri che aveva governato il Paese per vent’anni dall’élite economica all’intelligence, passando per l’esercito stesso.

Quattro dei cinque candidati – compreso il 74enne presidente eletto Abdelmadjid Tebboune – sono stati considerati pezzi dell’“issaba”, cioè della “banda” che ha fin qui governato il Paese, tenuto conto del loro curriculum politico: tutti hanno assunto ruoli di primo piano durante la ventennale “Era Bouteflika” (1999-2019).

Tebboune, un vicino di Salah, per esempio è stato Premier dal maggio all’agosto del 2017.

L’unico concorrente alla carica presidenziale – oltre a Ali Benflis, Azzedine Milhoubi, Abdelaziz Belaid e il già citato Tebboune: tutti in tempi diversi e a diverso titolo ex “uomini del presidente” ottuagenario dimessosi quest’anno – con una biografia parzialmente differente è stato Abdelkader Bengrina, politico moderato del Movimento islamista algerino, di cui è stato anche segretario.

Voleva essere il rappresentante dell’Hirak, ma non ha convinto nessuno, tenendo anche conto dell’assoluta marginalità della componente islamista nella Piazza ed in generale dello scarsissimo credito di cui gode in un Paese che ha conosciuto durante gli anni '90 una ferocissima guerra civile, che ha contrapposto l’esercito alla guerriglia islamista e con un sistema sorto dal “Decennio Nero” che ha reso compatibili queste forze dopo averle sconfitte militarmente.

Così mentre venerdì in tarda mattinata le piazze del Paese iniziavano a riempirsi, Mohamed Charfi, presidente della Autorità Nazionale Indipendente delle Elezioni (ANIE), annunciava la vittoria di Tebboune, dopo aver dichiarato il giorno prima che il tasso di partecipazione al voto era stato del 39,93%.

Si tratta del tasso di partecipazione più basso ad una elezione presidenziale nell’Algeria pluralista.

A Bejaia e a Tizi Ouzou il tasso è stato prossimo allo zero. La popolazione ha chiuso i seggi in molte località di differenti regioni come le Wilayas di Sétif, Bordji Bou Arreridj, Bouira e Boumerdes, ma è stata la Kabilia a essere più refrattaria al voto.

Abdelmadjid Tebboune è stato eletto con il 58,15% dei suffragi, cioè un poco più di quattro milioni di voti, su un corpo elettorale di 24 milioni ed una popolazione totale di 43 milioni.

Durante la conferenza stampa tenuta venerdì sera, il neo-presidente ha fatto dichiarazioni a tutto campo, che vanno dalla volontà di procedere ad una profonda revisione della Costituzione – che sarà sottomessa a referendum popolare alla nuova legge elettorale – dall’impegno contro la corruzione per recuperare il denaro rubato alla gestione delle importazioni, per impedire la speculazione sui prezzo dei prodotti; dalla giovane età che avrà la sua nuova compagine governativa, all’inflessibilità nei processi per corruzione, lasciando aperta l’ipotesi della grazia per i detenuti d’opinione.

Tebboune farà un tour in tutto il Paese, prima di recarsi all’estero, e reitera il suo invito a parlare direttamente con l’Hirak e i suoi rappresentanti.

Questo pezzo del vecchio regime sarà in grado di ricomporre la frattura tra la popolazione algerina e chi la governa, tenuto conto che queste elezioni presidenziali sono state una vittoria tecnica ma una sconfitta politica? A guardare alla non propria calda accoglienza delle piazze di venerdì alla sua elezione viene da rispondere negativamente.

Questa risposta tendenzialmente negativa trova conferma, se si tiene conto delle ragioni strutturali dell’Hirak e dello scenario economico che si prospetta anche grazie alle scelte effettuate dal “governo provvisorio”.

Lungi da noi sposare la tesi della “contrapposizione” generazionale come contraddizione principale del sistema di rappresentanza algerina, ma è un dato di fatto che la componente giovanile è stata il cuneo che si è conficcato in una cerchia di potere che sembrava inscalfibile e che come unica risorsa aveva, a febbraio, il quinto mandato di un presidente più che ottantenne, gravemente malato e che da tempo non appariva più in pubblico.

“Un quadro”, dicevano gli algerini, alludendo alle sue allocuzioni con l’audio registrato che mostravano un suo quadro appunto.

Più della metà della popolazione algerina ha meno di trent’anni, il 45% meno di 25, con una disoccupazione giovanile ufficiale superiore al 30%. Questa componente giovanile ha visto azzerarsi le possibilità di costruzione di un futuro dignitoso che non fosse la precarietà strutturale in Patria – nonostante gli studi – e l’emigrazione, fosse quella clandestina via mare (“La Hogra”) o la sempre più aleatoria possibilità di studiare all’estero, in particolare in Francia, divenuta di fatto impossibile con l’innalzamento delle tasse scolastiche per gli studenti non comunitari.

Questo combinato disposto di azzeramento delle prospettive all’interno e all’esterno del Paese, di cui una classe politica apparentemente inscalfibile è stata ritenuta la principale responsabile, ha prodotto una reazione inedita che ha trasformato profondamente la società algerina nel suo complesso, seppellendo quella sfiducia nell’azione collettiva maturata anche a causa dei precedenti repressivi – contro la componente berbera per esempio – e ancora prima causata dall’escalation di violenza innestata dai movimenti di protesta della fine degli anni '80, sfociati nella guerra civile.

In un Paese che esporta materie prime (gas e greggio costituiscono il 95% del valore, ed è uno dei maggiori produttori del fondamentale Elio) e importa tutto il resto, la redistribuzione clientelare della rendita derivata dagli idrocarburi è stata il maggior strumento di pace sociale, prosciugatosi come le risorse valutarie provenienti dalla sua vendita che ingrassavano le casse dello Stato, a seguito del crollo delle quotazioni del greggio nel giugno 2014.

Lo scenario che si ha davanti è quello di una “delegittimazione” di un Potere che si dovrà fare carico non solo di colmare i deficit di rappresentanza democratica, ma di una agenda politica che combina l’austerità sociale con la svendita delle proprie preziose risorse naturali e l’approfondirsi del dispositivo neo-coloniale con margini economico finanziari estremamente ridotti, e quindi la non peregrina possibilità di indebitarsi nuovamente con istituzioni finanziare mondiali come il FMI.

La finanziaria del prossimo anno, la nuova legge sugli Idrocarburi recentemente approvata e l’avvio del Trattato di Libero Scambio con la UE che entrerà in vigore il primo gennaio prossimo sono testimonianza di questo processo che approfondisce anziché curare le piaghe del sistema algerino.

Per questo la monca legittimità del nuovo presidente e la sua del tutto ipotetica capacità di governance della piazza preoccupa non poco chi ha interessi in Algeria, come l’establishment italiano...

Per noi, invece, l’Hirak è una speranza.

Fonte

16/12/2019

Algeria - Tebboune presidente della discordia

Giovedì 24 milioni di elettori algerini sono stati chiamati alle urne per eleggere un nuovo presidente all’uscente Abdelaziz Bouteflika (aprile 2019). Un paese più diviso che mai tra quelli, la stragrande maggioranza, che considerano queste elezioni illegittime ed una minoranza che le ha viste come l’unica via d’uscita da questa impasse politica.

Mohammed Charfi, presidente dell’Anie (Autorità Nazionale Indipendente delle Elezioni) – ieri aveva etichettato queste elezioni come «le prime veramente democratiche nella storia del paese» – ha annunciato che il tasso di partecipazione nazionale è stato del 39,9%. Una bassa affluenza anche in confronto alle precedenti presidenziali del 2014, quelle del quarto mandato di Bouteflika, che avevano avuto il 50,7%.

Il nuovo presidente della repubblica sarà Abdelmajid Tebboune, diverse volte ministro e premier nel 2017 sotto la presidenza Bouteflika, che ha ottenuto il 58% dei suffragi, senza dover andare al secondo turno. Poco importa per i manifestanti ed il movimento Hirak visto che il profilo dei candidati – tutti collegati all’era Bouteflika e etichettati come issaba (banda mafiosa) – ha ulteriormente cristallizzato il rifiuto di queste elezioni come un tentativo del “sistema”, considerato monolitico, obsoleto e resistente a qualsiasi cambiamento.

Manifestazioni oceaniche giovedì e ieri – 43° venerdì di protesta – contro il risultato del voto in tutte le principali città algerine, nonostante l’ingente apparato di sicurezza che in molti casi, come ad Algeri e Costantine, ha caricato e arrestato i manifestanti. Alcune sedi dell’Anie, a Bouira ed Algeri, sono state distrutte dalla popolazione.

Appelli da parte delle opposizioni democratiche – con i principali partiti della sinistra Ffs, Pt, Rcd – di mantenere la protesta pacifica come «dimostrato dall’hirak in questi nove mesi, anche per evitare una maggiore militarizzazione del paese».

Il nuovo presidente Tebboune,74 anni, subisce un grave deficit di legittimità popolare e dovrà affrontare una protesta probabilmente ancora più forte e determinata nei suoi confronti. Come «irregolari» sono considerate queste elezioni e l’attuale situazione politica con Bouteflika dimessosi ad aprile, temporaneamente sostituito da Abdelkader Bensalah per tre mesi e con l’ascesa del potere militare e del vero uomo forte del regime, Ahmed Gaïd Salah, che ha rivendicato il «successo di queste elezioni ed ha confermato che le forze armate hanno mantenuto la loro neutralità nei confronti dei 5 candidati».

Al contrario, secondo la stampa algerina, Abdelmajid Tebboune è considerato il candidato più vicino alle posizioni di Salah. Appena formalizzata la sua elezioni Tebboune ha dichiarato di essere la persona giusta per aiutare la nazione, visto che «con cinquant’anni di esperienza, credo di avere gli argomenti e i mezzi per porre rimedio alla crisi morale, economica, politica, culturale e generazionale».

Riguardo al movimento dell’hirak ha affermato che «le proteste pacifiche sono state una benedizione per un vero cambiamento nel paese, dopo anni oscuri di corruzione e difficoltà economiche legate anche alla presenza di un presidente che non poteva più svolgere le sue funzioni e ancor meno candidarsi per un quinto mandato».

Bisognerà vedere, in realtà, quanto riuscirà ad attuare il suo programma di riforme costituzionali ed economiche e soprattutto «se aprirà ad una costituente per la creazione di una nuova repubblica» come richiesto in questi mesi dai partiti dell’opposizione democratica. L’unica certezza, per il momento, è che l’hirak non lo riconosce come presidente e lo contesta.

Fonte

12/12/2019

Algeria - Urne aperte per il post Bouteflika

Urne aperte oggi dalle ore 7 in Algeria, dove 24 milioni di algerini sono chiamati a eleggere un nuovo presidente. I seggi si chiuderanno alle 21 anche se il governo ha fatto sapere che il voto potrebbe estendersi di qualche ora. I risultati preliminari dovrebbero essere annunciati a partire dalle 23 ora locale.

Quelle che hanno luogo oggi nel Paese sono elezioni molto controverse perché, secondo i manifestanti che da febbraio protestano contro l’ex presidente Bouteflika (prima) e (poi) contro il governo di fatto retto dal capo dell’esercito Gaid Salah, i candidati sono legati alla vecchia struttura di potere che da mesi il movimento popolare hirak prova a rovesciare. Quello di oggi è comunque il primo voto da quando Bouteflika, alla guida dell’Algeria per due decenni, è stato costretto a dimettersi lo scorso aprile per le pressioni esercitate dalla piazza.

Per essere eletto presidente, il candidato deve ottenere più del 50% dei voti. Nel caso in cui nessuno riuscisse ad ottenere questa percentuale, i due sfidanti che hanno ottenuto più preferenze andranno ai ballottaggi, che dovrebbero tenersi nel giro di qualche settimana.

Sono cinque i candidati presidenziali che si sfidano oggi: gli ex primi ministri Ali Benflis e Abdelamajid Tebboune; l’ex ministro al turismo Abdelkader Bengrina; l’ex ministro alla cultura Azzedine Mihoubi e il capo del Partito al-Mustaqbal Abdelaziz Belaid. Tutti palesemente appartenenti al vecchio establishment.

Proprio per questo motivo è prevista una bassa affluenza: molti algerini, infatti, ritengono queste presidenziali una “farsa” che serve solo a mantenere “lo status quo”. A loro giudizio, nessuna elezione potrà essere veramente libera fintanto che resterà in auge lo stesso sistema di potere (e le stesse facce) dell’era Bouteflika e se l’esercito continuerà a giocare un ruolo da protagonista nella vita politica del Paese.

Gli algerini all’estero hanno già votato sabato e anche in questo caso non sono mancate le proteste. In diverse città francesi, tra cui Parigi, ci sono stati sit-in di protesta di fronte ai seggi. Secondo l’ente indipendente che monitora le elezioni in Algeria (ANIE), ha votato all’estero solo il 20% dei 900.000 algerini aventi diritto.

Ieri, intanto, in occasione dell’anniversario delle principali manifestazioni contro il potere coloniale francese nel 1960, migliaia di algerini hanno affollato le strade della capitale Algeri ribadendo il loro "no" al voto presidenziale. Dura la risposta delle autorità: le forze di sicurezza in tenuta antisommossa hanno disperso violentemente i manifestanti ferendone a decine.

Alle voci della strada che gridano da mesi all’annullamento delle presidenziali, si è sempre contrapposto Gaid Salah. Secondo il capo dell’esercito, infatti, le presidenziali sono l’unica via per uscire dall’attuale crisi politica e ha invitato pertanto gli elettori a recarsi in massa alle urne.

Fonte

04/06/2019

Algeria - Cancellate le elezioni presidenziali

Il Consiglio costituzionale algerino ha deciso di cancellare ieri le presidenziali del 4 luglio che avrebbero dovuto scegliere il successore del presidente dimissionario Bouteflika. In una nota, il Consiglio ha detto di aver rifiutato le richieste di partecipazione di due candidati e ha pertanto dichiarato l’impossibilità del voto. Nel comunicato, riferisce la tv di stato, si dice anche che toccherà al presidente ad interim Bensalah trovare un’altra data.

Nei fatti, la decisione del Consiglio estende a tempo imprecisato il mandato di Ben Salah che ha sostituito Bouteflika dopo 20 anni di presidenza. I compiti governativi dell’attuale capo di stato, ex presidente del Senato, sarebbe dovuti terminare il prossimo 9 luglio, ma ora non è chiaro fin quando rimarrà a “governare” il Paese (governare formalmente perché il detentore reale del potere è l’esercito guidato da Gaid Salah).

Il rinvio delle presidenziali rappresenta un successo per le forze di opposizione che sin dall’inizio si erano opposte a quella che considerano una “farsa” fintanto che a guidare l’Algeria sono i rimasugli del passato regime e soprattutto i militari. Un successo che comunque non basterà ad accontentare le migliaia di algerini che, per il 16esimo venerdì consecutivo, tre giorni fa sono tornate in piazza in varie città del Paese per protestare contro Ben Salah, i militari e l’élite a capo dello stato nordafricano da quando ha conquistato l’indipendenza dalla Francia nel 1962.

Il voto di luglio era stato sostenuto dal capo dell’esercito, il Generale Salah, che sta guidando nei fatti la transizione politica post-Bouteflika. Salah, che è sempre stato un sostenitore dell’ex presidente, ora ne ha chiesto il suo impeachment.

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23/05/2019

Algeria - “I nostri sogni non entrano nelle vostre urne”

Ieri, martedì 21 maggio, per il tredicesimo martedì di fila gli studenti hanno manifestato in tutto il paese.

È dall’inizio dell’Hirak, il 22 febbraio, che la componente giovanile della popolazione è una delle punte di lancia della mobilitazione.

Gli slogan urlati, i cartelli esposti e i cori cantati anche in questa occasione hanno espresso la volontà della dipartita del sistema ed un deciso "no" allo svolgersi delle elezioni presidenziali il 4 luglio.

Il 17 maggio, venerdì precedente (di protesta dall’inizio del Ramadan), la mobilitazione era rimasta intatta nella sua partecipazione e nelle sue richieste specifiche.

La manifestazione studentesca si è tenuta il giorno successivo al discorso pronunciato dal capo di stato di stato maggiore dell’ANP, Gaïd Salah, nonché numero due del governo transitorio.

Il generale ha nuovamente calcato la mano sulla lotta alla corruzione, ha criticato apertamente le rivendicazioni delle mobilitazioni, in cui “alcuni” utilizzerebbero queste manifestazioni come “una passarella per trasmettere certe rivendicazioni irrazionali, quali l’esigenza della fuoriuscita collettiva di tutti i quadri dello Stato, con il pretesto che rappresenterebbero i simboli del sistema. Si tratta di una rivendicazione non oggettiva e irragionevole”.

Tale anelito – per il generale – svuoterebbe lo Stato dei suoi quadri che hanno prestato servizio per il proprio paese.

È chiaro che tale giudizio la dice tutta sul livello di “continuità” che si vorrebbe dare alla transizione per il generale.

Ormai è chiaro l’attacco a questo sentimento popolare, che le alte gerarchie dell’esercito vorrebbero canalizzare verso un’azione giudiziaria tesa a legittimare una lotta tra clan all’interno di uno scontro interno allo “Stato profondo” tra le reti di potere che l’hanno governato – come i servizi di sicurezza, smantellati – che hanno avversato le alte gerarchie militari e non sono ancora neutralizzate, fungendo tuttora da primi agenti della contro-rivoluzione nello stile consolidato dei servizi.

In fondo il protagonismo dell’esercito tende ad un ribilanciamento dei poteri (persi nel corso del secondo mandato di Bouteflika) a detrimento dei protagonisti del nuovo corso: gli “avvoltoi” che si sono accaparrati la ricchezza pubblica e gli apparati di sicurezza interni.

Ma nelle strette maglie della repressione non ci sono finiti solo pezzi del vecchio sistema di potere, ma anche esponenti dell’opposizione, come la segretaria del PT Louisa Hanoune, per cui il 20 maggio è stata bocciata l’istanza di scarcerazione, e che rimarrà quindi in prigione almeno un altro mese prima della possibilità di inoltrarne un’altra alla “chambre d’accusation” della corte militare.

La nota esponente del PT, più volte eletta deputata e candidata a più riprese alle elezioni presidenziali, è stata arrestata il 9 maggio; è stata lanciata una campagna nazionale ed internazionale per la sua scarcerazione, e si moltiplicano le azioni di solidarietà, come il presidio – cui hanno partecipato anche altre forze dell’opposizione, come le FFS e il RAJ – il giorno dell’esame della richiesta di scarcerazione.

La sua detenzione in carcere è il segno più tangibile, insieme alle durissime parole di Salah contro l’opposizione, della volontà di gestire una transizione il più possibile indolore e che non metta realmente in discussione l’assetto di potere dell’era Bouteflika.

Salah, nel suo discorso di lunedì, ribadisce la necessità di continuare il percorso da lui stesso indicato, il 26 marzo, ponendo l’articolo 102 della Costituzione come perno di uscita dalla crisi.

Propugna anche in quest’ultima allocuzione l’accelerazione del processo che porterà alle elezioni del 4 luglio – rifiutando qualsiasi ipotesi di “vuoto costituzionale” ed ipotetiche fughe in avanti – con la realizzazione di una istanza indipendente per organizzare e supervisionare le elezioni.

Nei piani delle alte sfere dell’esercito, le elezioni presidenziali sarebbero un “punto e a capo” dell’attuale crisi, scongiurando di fatto altre ipotesi che vengono descritte nel linguaggio di Salah come una sorta di “complotto”.

È significativo che tutti i partiti favorevoli al quinto mandato dell’ex presidente ottuagenario, da anni gravemente malato, abbiano subito espresso consenso alla marcia intrapresa da Salah dopo il suo discorso, allineandosi alla tabella di marcia delle elezioni presidenziali.

Un esplicito sostegno all’esercito è venuto dal nuovo segretario dell’ex partito unico – il FLN – Mohamed Djmai, organizzazione che è il bersaglio abituale (non solo metaforicamente) dei manifestanti.

Tutto il resto del fronte che appoggiava Bouteflika ha comunque espresso il proprio sostegno a Salah, come l’RDN di Ahmed Ouyahia – uno dei ministri più odiati dalla popolazione per essersi prestato “al lavoro sporco”, come lui stesso l’ha definito, realizzando le riforme neo-liberiste – o ancora il TAJ di Amar Ghoul o l’MPA di Amara Benyounes.

Il generale può contare quindi su questi “corpi intermedi” ed il loro personale politico, del tutto delegittimati dalla protesta di piazza.

In questa situazione, in cui il vecchio establishment politico si ricompatta dietro le alte cariche dell’esercito, l’opposizione di piazza è sempre più pressata dai dispositivi delle forze dell’ordine e l’opposizione politica sempre più esplicitamente minacciata dalle parole e dai fatti delle alte gerarchie dell’ANP; mentre il FMI ha posticipato a giugno i suoi lavori di consultazione annuali con l’Algeria, che ne è membro.

Nel rapporto del 30 aprile scorso sulle “prospettive economiche regionali” il Fondo suggerisce all’Algeria di mantenere la stabilità economica e propugna “riforme strutturali” dell’economia, che portino ad una maggiore diversificazione economica ed ad una collocazione della sua forza-lavoro giovanile.

Da tempo il capitale internazionale e le singole borghesie dei paesi che intrattengono stretti rapporti con l’Algeria – tra cui Francia e Italia – propendono per una “maggiore apertura” del paese nord-africano agli investimenti esteri, in una direzione ancora più marcatamente liberale.

Concludiamo con un importante particolare che riguarda i rapporti italo-algerini. L’Italia, a quattro mesi dalla sua scadenza, ha rinnovato fino al 2027 il contratto di fornitura e trasporto del gas algerino stipulato da ENI e Sonatrach.

La fornitura – di cui difficilmente il nostro paese potrebbe fare a meno – riguarda il 15% del totale di gas importato, per 3,95 miliardi di metri cubi l’anno.

È stata firmata l’intesa anche su Transmed, il gasdotto posseduto dalla joint venture franco-algerina, di cui le due aziende sono proprietarie.

Una tratta del gasdotto che passa dalla Tunisia per approdare in Sicilia è molto vecchia (risale al 1983) e potrebbe essere chiusa, se non viene rinnovata, vista il dimezzamento nel corso degli anni delle forniture algerine all’Italia.

Gli analisti segnalano anche l’arrivo attraverso la TAP del gas proveniente dall’Azerbaijan.

Gli accordi stipulati sono di lungo, ma non di lunghissimo, termine (8/10 anni contro i 20/25 precedenti) indice di un affacciarsi di maggiori incognite nel mercato dell’energia, tra cui l’offerta del GNL dagli USA e la transizione energetica, che gli apologeti della green economy sanno poter essere un business molto lucrativo.

Naturalmente il prezzo di vendita è secretato!

Eni è il più grande acquirente di gas algerino per l’Italia, seguito da ENEL.

Il caso del gas venduto all’Italia è significativo per comprendere come, anche all’ombra delle turbolenze politiche, le scelte di politica economica perseguite dagli uomini che sono succeduti ai posti di potere economico a quelli defenestrati sono di assoluta continuità, in questo caso al fianco di Claudio Descalzi c’era Rachid Hachici, subentrato a A.O.Kaddour, “purgato” dopo le dimissioni di Bouteflika.

Dopo appena due giorni dalla sua nomina, il 25 aprile scorso, il nuovo ceo di Sonatrach aveva redatto un memorandum d’intesa che impegnava a un rapido rinnovo del contratto per il gas!

Ed il popolo algerino sta combattendo proprio questa “continuità” nel potere per decidere e dare un preciso orientamento economico su come gestire le proprie risorse, anche perché fino ad ora chi ne ha goduto – come l’Italia – è stata di fatto complice di un sistema che ha svuotato il senso profondo dell’indipendenza algerina e del suo originale programma politico.

Sarà per questo che nessuno, o quasi, da noi si se la sente di parlare di ciò che sta avvenendo in Algeria?

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13/05/2019

Algeria: “sulle nostre anime, noi costruiremo un esercito”

“La rivoluzione non è una gara di velocità ma una di resistenza.
Unione
Pazienza
Perseveranza”

Slogan dell’Hirak

Dal 22 febbraio l’Algeria ed è entrata in una fase politica inedita per la sua storia di repubblica indipendente.

Per la dodicesima settimana consecutiva anche questo venerdì il popolo è sceso nelle strade in pieno Ramadan, per dimostrare la propria insoddisfazione nei confronti di una gestione della transizione, che è ancora in mano a pezzi di potere dell’establishment dell’Era Bouteflika (1999-2019) ed in cui l’esercito (l’ANP) si è eretto come garante all’interno del quadro costituzionale e principale attore politico istituzionale, visto l’impasse dei partiti che hanno fin qui governato il paese.

Una vignetta del famoso artista algerino Dilem fa recitare al cartello di un manifestante: “la fame di democrazia è più forte”.

Milioni di persone hanno manifestato scandendo slogan ostili al mantenimento delle elezioni presidenziali il 4 luglio prossimo, intonando cori e mostrando cartelli contro A. Bensalah, N. Bedoui e A.G. Salah...

L’editoriale del giornale filo-governativo di “El Moudjahid” del sabato annunciava che:

“Attualmente, sono sul tavolo del governo, alcuni dossier suscettibili di moralizzare la vita politica. È il caso della lotta contro la corruzione e la dilapidazione di denaro pubblico o la ricerca di mettere in condizione di non nuocere tutti coloro e tutte coloro che impediscono il compimento del processo legale, passando per la realizzazione delle elezioni presidenziali”

Un monito esplicito ai vecchi nemici delle alte cariche dell’esercito, come dell’opposizione (dopo l’arresto della segretaria del PT) ed ovviamente alla piazza.

Bisogna ricordare che alcuni giornalisti dell'emittente televisiva pubblica erano stati sanzionati per i loro giudizi ritenuti favorevoli al movimento popolare e che questo venerdì i canali della televisione nazionale non hanno trasmesso le mobilitazioni.

Senz’altro un segnale di volontà di “censura” della protesta che non si indeblisce.

Il bashing contro personaggi dell’opposizione sui social – accusati di “complotto” o di essere agenti di potenze straniere – è proseguito, come le voci di possibili altri arresti di personaggi di spicco dell’opposizione non cooptati nella strategia di cooperazione con lo svolgimento delle elezioni presidenziali.

La mobilitazione è rimasta intatta.

Algeri (dove la polizia ha bloccato nuovamente l’accesso al tunnel delle facoltà e proibito l’organizzazione di un iftar collettivo alla centrale piazza della Grande Poste a fine manifestazione), Batna, Bouira (dove è stato messo in atto lo stesso dispositivo di sicurezza filtrante autostradale), Bejaia, Orano, Costantine, Bordij Bou Arreridj – dove un iftar gigante (pranzo collettivo dopo la giornata di digiuno) è stato previsto alla fine della mobilitazione nella “capitale” dell’Hirak – Mostaganem, M’sila, Tizi Ouzou (dove Said Sadi ha manifestato chiamando alla solidarietà con Louisa Hanoune), Relizane, Oum El Bouaghi, Relizane, Tiaret, Setif, Tlemcen, Saida, Médéa, Sidi Bel Abbès, Chlef, Mascara, Aïn Témouchent, Sijel... Sono stati le città principali della protesta.

“No ad elezioni organizzate da un potere discreditato” e “Per uno stato civile e non per un regime militare” sono stati gli slogan cantati tra gli altri ad Orano, mentre la partenza di Bedoui e Bensalah è stata chiesta a gran voce dalla piazza di Costantine e di altre città: “Djazaïr Hora Démocratia” e “Makanch intikhabate”, ovvero “non ci saranno elezioni con la banda”, è stato urlato a Mostaganem ed in altri centri.

“Chaab yourid isqat nidham”, ovvero “il popolo vuole lo smantellamento del sistema” hanno gridato i manifestanti a Tiaret, e cori simili si sono sentiti altrove.

Ma forse le immagini più impressionanti sono quelle che giungono dalla capitale della protesta Bordj Bou Arreridj, dove di fronte al “palazzo del popolo” – un edificio così ribattezzato dove viene esposto uno striscione gigante ogni venerdì in cui vengono graficamente rappresentate le ragioni della protesta – i manifestanti hanno scandito all’unisono l’inno nazionale “Kassaman”, le cui parole sono state scritte in una cella col sangue dal suo estensore – Moufdi Zakaria – durante la sua prigionia per l’attiva partecipazione alla lotta di liberazione.

L’inno che è una vera e propria “canzone di lotta”, insieme ad altri brani patriottici viene intonato spesso nelle mobilitazioni: un anelito affinché le rivendicazioni della Rivoluzione Algerina – contenute sin dal comunicato numero uno del FLN del 1954 – vengano effettivamente realizzate.

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Erano stati gli studenti ad Algeri e in altre città a dare il segno della continuità della protesta, nonostante l’inizio, lo scorso lunedì, della festività mussulmana, scendendo in piazza come ogni settimana.

L’8 maggio è una giornata storica per l’Algeria, in cui si ricorda il massacro coloniale francese compiuto a Setif e le rappresaglie successive commesse a partire da quel giorno del 1945 in cui parte del popolo algerino a Setif, mentre la Francia festeggiava la vittoria nel secondo conflitto mondiale è sceso in piazza chiedendo l’indipendenza e brandendo la bandiera che è poi divenuta quella nazionale.

Questa data è un vero e proprio “spartiacque” nella storia algerina: vero inizio della lotta di liberazione nazionale che ha radicalizzato l’ampio fronte di forze indipendentiste, facendo maturare la scelta della lotta armata contro il colonialismo francese.

In alcune località simbolo del massacro francese le autorità hanno vietato la celebrazioni, mentre a Setif di fronte alla stele che ricorda l’eccidio è stato fischiato il capo del dipartimento.

Le elezioni presidenziali che si dovrebbero tenere il 4 luglio non hanno ancora tra i candidati alcun nome conosciuto, mentre una parte di magistrati – insieme a vari sindaci – ha dichiarato da settimane che non svolgerà i propri doveri necessari per lo svolgimento di questa tornata elettorale, in uno spirito di “disobbedienza civile” di massa che ha colpito alcune settimane orsono esponenti del governo “illegittimo”, cui è stato di fatto impedito di spostarsi in alcune città in cui dovevano recarsi in visita ufficiale per la mobilitazione popolare.

È legittimo il sospetto che, sotto la spinta popolare, le alte cariche dell’esercito stiano compiendo “un regolamento dei conti” contro pezzi del vecchio apparato di potere a loro ostili, di fatto promuovendo un’azione giudiziaria a tutto campo che incanali la sete di giustizia popolare verso una lotta tra clan rivali.

Ma ad avere fatto le spese di questa lotta tra apparati – che ha coinvolto due ex capi dei potentissimi servizi di sicurezza, poi sciolti, e il potentissimo fratello dell’ormai ex presidente ottuagenario – è stata anche la segretaria del maggiore partito politico della sinistra algerina: Louisa Hanoune del PT, eletta più volte tra i deputati in parlamento e più volte candidata alle elezioni presidenziali per questo partito.

La leader del PT è in detenzione nel quadro di una inchiesta su Saïd Bouteflika, “Toufik” e “Tartag” – gli ex capi dei Servizi – per “attentato all’autorità dell’esercito” e “complotto contro l’autorità dello stato”.

Il fratello dell’ex-presidente e due capi del servizi di sicurezza erano stati arrestati il sabato precedente, suscitando grande scalpore visto il loro ruolo di primo piano che avevano esercitato per lungo tempo in passato.

Era dagli inizi degli anni Novanta – cioè durante il Decennio Nero in cui una feroce guerra civile ha contrapposto l’esercito ai combattenti jihadisti – che il capo di un partito politico non veniva arrestato.

Il PT – come le altre formazioni della sinistra algerina (FFS e PST) oltre alla base del sindacato ed alle associazioni della società civile – sostiene l’Hirak e propone una opzione di uscita dalla crisi che venga tolta di mano da pezzi del vecchio sistema di potere, e che porti ad una reale democratizzazione dei processi decisionali.

Ciò che sembra prefigurare una torsione autoritaria nella gestione della transizione da parte delle alte cariche dell’esercito, in questa manovra a tenaglia tesa a schiacciare sia i suoi vecchi competitor sia i suoi attuali antagonisti, preoccupa anche per la forma spettacolare che ha assunto grazie alla “mediatizzazione” dell’arresto e della detenzione della Hanoune, filmata dalle camere dell’emittente televisiva di stato ENTV.

Dopo tre giorni dalla sua incarcerazione da parte del tribunale militare di Blida, la leader del PT non avrebbe incontrato i suoi avvocati né i suoi familiari, e non si hanno notizie su di lei.

Il suo arresto, avvenuto giovedì 9 maggio e la sua detenzione, ha suscitato viva preoccupazione e solidarietà non solo da parte della sinistra, ma di tutta l’opposizione – tra cui la Lega Algerina in Difesa dei Diritti dell’Uomo (LADDH) – ed è stata lanciata una campagna per la sua liberazione.

Il dossier di cui i particolari non sono noti riguarderebbe “una cospirazione contro l’Esercito”, e sembrerebbe essere la messa in atto di una strategia conseguente alle dichiarazioni fatte dal capo di stato maggiore Gaïd Salah che aveva tuonato contro l’opposizione che si ostinava a non entrare in un processo di consultazione promosso dal governo in vista della preparazione delle elezioni di luglio e alle ancora più infuocate parole usate dall’organo ufficiale dell’esercito nel suo editoriale questa settimana.

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Come abbiamo più volte rimarcato le radici della mobilitazione popolare contro “il sistema” sono da ricercarsi nelle scelte di fondo fatte in passate dall’establishment che ha reso l’Algeria un Paese caratterizzato dall’esportazione degli idro-carburi e dall’importazione praticamente di tutto il resto, aprendo il “commercio” all’estero e permettendo così di dare vita ad un pesante squilibrio in cui la ricchezza energetica è andata sempre meno distribuita ed utilizzata per porre le condizioni per uno sviluppo differenziato in cui la popolazione trovasse uno sbocco occupazionale adeguato alla propria istruzione.

Inoltre la mancata realizzazione integrale delle aspirazioni del popolo algerino che ha combattuto una sanguinosa guerra di liberazione (1954-62) ed ha pagato un tributo pesantissimo alla colonizzazione francese iniziata nel 1830 è un dato che ritorna con forza già dai giorni successivi all’Indipendenza con gli scontri tra le varie componenti del FLN, con il colpo di stato di Boumedienne, le mobilitazioni di fine anni Ottanta e la “Primavera Nera” berbera e giunge fino ad oggi.

Ma la coscienza di dovere ingaggiare una lotta costante e duratura è impressa nei protagonisti dell’Hirak che non sembrano intimoriti dalla gestione marziale della transizione e tornano d’attualità delle parole dell’inno nazionale utilizzate nel titolo.

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04/05/2019

Algeria - “Che se ne vadano tutti!”


Il primo [mandato], è passato e c’ha fregato col il decennio nero
Al secondo la storia è divenuta chiara, la Casa del Mouradia
Al terzo il paese è smagrito, per colpa degli interessi personali,
Al quarto, il pupazzo è morto e le trattative sono in corso...

La Casa del Mouradia, canto dei tifosi dell’USMA d’Algeri

Per l’undicesimo venerdì di seguito, dal 22 febbraio di quest’anno, il popolo algerino è sceso in piazza ad Algeri ed in tutte le città del paese.

Dopo le mobilitazioni studentesche del martedì, che hanno scandito insieme a quelle del venerdì l’hirak sin dal suo inizio, e dopo la manifestazioni del Primo Maggio di questo mercoledì, il popolo algerino è tornato a “invadere” strade e piazze in una situazione di impasse politico evidente e di mancata realizzazione delle proprie profonde esigenze.

Non sembrano esserci soluzioni tangibili che non siano la fine del sistema che ha governato il paese dal ’99 ad oggi, a cominciare dagli uomini-simbolo dell’era Bouteflika.

La marcia, trasformatasi in presidio per i divieti imposti ad Algeri, chiamata dalla CSA (che raggruppa una dozzina di sindacati autonomi e la manifestazione alla sede centrale della UGTA) per chiedere la dipartita dell’attuale dirigenza di questa centrale sindacale, è stata una dimostrazione importante di come il movimento dei lavoratori sia una delle punte di lancia delle mobilitazioni popolari.

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Un tweet del famoso vignettista algerino Dilem, poco prima di mezzogiorno, mimando le previsioni meteo della giornata, mostra la sagoma del paese africano riempita da una marea umana costellata di bandiere algerine con la presentatrice che afferma: “coperto ovunque”...

Una previsione pienamente azzeccata.

Le mobilitazioni si sono svolte ad Algeri, Annaba, Tizi Ouzou, Orano, Bouira, Costantine, Bejaia, Djelfa, Bordj Bou Arreridj, Mostaganem, Mila, El Oued, Relizane, Jijel, El Tarf, Chlef, Sidi Bel Abbes, Biskta...

Sono stati scanditi slogan per l’applicazione dell’articolo 7 e 8 della Costituzione – frutto della Rivoluzione Algerina, che attribuisce al popolo la sovranità – per la fine del sistema e contro le “2B” (Bedoui e Bensalah) e le elezioni da loro organizzate, o come a Bejaia – una delle città dove si è svolta un’importante mobilitazione il Primo Maggio – “La hiwar, la chiwar”, ovvero “no al dialogo, no alla consultazione”. O come a Costantine: “yetnahaw gaâ”, ovvero “che se ne vadano tutti”. O ancora, sempre nella stessa città: “En 1999, zadmo alin serrakine”, ovvero “nel 1999 siamo stati invasi dai ladri”.

Se queste parole d’ordine sono state sostanzialmente condivise da tutti, un atteggiamento differenziato si è riscontrato nei confronti delle alte cariche dell’esercito, anche se vi è un desiderio comune affinché questa istituzione ricopra il ruolo di garante della transizione senza annichilire la sete di giustizia sociale e di democratizzazione finora espressa.

Bisogna segnalare che il tentativo di promuovere una mobilitazione espressamente in sostegno dell’Esercito è stata un flop, il che fa supporre come l’ipotesi di direzione politica di questa importante istituzione – figlia della lotta per l’indipendenza, protagonista della lotta al jihadismo durante il Decennio Nero degli anni '90 e che svolge un importante ruolo di difesa territoriale – non raccolga il necessario consenso.

Slogan e canti patriottici, insieme all’unità del popolo algerino e il rapporto di fratellanza che lo cementifica al di là della regione di provenienza, hanno ugualmente caratterizzato le mobilitazioni.

Le elezioni presidenziali dovrebbero svolgersi il 4 luglio e l’operazione di raccolta delle firme per i candidati dovrebbe incominciare a giorni, ma nessuna figura minimamente conosciuta è tra i candidati che fino ad ora si sono proposti: “su 45 aspiranti alla candidatura, alcun nome conosciuto“, riferisce il giornale algerino on-line, in lingua francese, “TSA”.

Il comandante dell’ANP, le forze armate algerine, nonché “numero due” dell’attuale governo, Gaïd Salah è tornato ad esprimersi questo martedì come di consueto, ribadendo la strada del “dialogo costruttivo con le istituzioni” e deplorando le forze d’opposizione che si stanno ponendo fuori dal processo di consultazione, iniziato con scarso successo dal primo ministro Bedoui – una delle “2B” di cui la piazza chiede a gran voce la partenza.

Da settimane l’esercito si presenta come attore principale della lotta alla corruzione sistemica, che si concretizza nel siluramento di figure “compromesse”, di cui ogni giorno si infoltisce l’elenco, così come del forte sostegno alle inchieste giudiziarie che stanno colpendo una sempre più nutrita schiera di uomini-simbolo del sistema politico ed economico; mentre la narrazione della “lotta alla corruzione” sta caratterizzando il nuovo discorso politico, e la mutata dirigenza delle formazioni politiche che avevano governato nell’era Bouteflika, come è il caso del FLN (l’ex partito unico), il cui nuovo segretario ha dichiarato che avrebbe chiesto scusa al popolo algerino.

Se la mobilitazione popolare persiste, sarà proprio Bedoui – figura chiave del governo nato da un compromesso evidente tra le alte cariche dell’esercito e il sistema di potere politico-economico – che probabilmente cadrà (insieme ad una parte del governo stesso), accelerando verosimilmente la creazione di una commissione elettorale indipendente.

Finora il tentativo di aprire delle “crepe” all’interno dell’opposizione, saggiando la disponibilità a co-gestire consensualmente il processo di transizione dentro la cornice prefigurata dal capo di stato maggiore dell’esercito, ha trovato l’approvazione di Ali Benflis e di Abderraz Makri, mentre tre dei quattro partiti dell’Alliance (RND, MPA, TAJ) hanno chiamato al rinvio delle elezioni..

L’estromissione di Bedoui e di parti del governo, unita alla messa in campo di garanzie sufficienti per lo svolgimento di elezioni presidenziali, probabilmente aumenterebbero le chances di cooptazione di altri pezzi dell’opposizione.

La piazza di oggi ha ribadito però di voler continuare le mobilitazioni anche dopo l’inizio del Ramadan, che in Algeria comincia lunedì 6 maggio.

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La mobilitazione iniziata il 22 febbraio contro la possibilità del Quinto Mandato consecutivo dell’ex presidente ottuagenario, da tempo gravemente malato, si è trasformata in altro, anche se le ultime parole della canzone di denuncia de “la casa del Mouradia” – il famoso coro dei supporter dell’USMA di Algeri, provenienti per la maggior parte dai quartieri popolari dalla Casbah e da Bab-el-Oued – non hanno più ragione d’essere: “quinto mandato seguirà, tra loro hanno concluso l’affare”.

Il quinto mandato non ci sarà e l’establishment algerino deve fare i conti con un affare molto più ostico che non la designazione di un uomo che ne faccia gli interessi: un popolo che vuole riaffermare la propria sovranità, una gioventù che non vuole più emigrare all’estero per necessità (clandestinamente, morendo in mare, oppure studiando all’estero come unica exit strategy esistenziale), un movimento operaio che vuole disfarsi degli “avvoltoi” – siano essi rentier cresciuti all’ombra del governo o campioni del “libero mercato” – un movimento delle donne che vuole essere parte integrante del processo di trasformazione e di miglioramento della propria condizione, una popolazione che osteggia apertamente i tentativi di ingerenza neo-coloniale da dovunque essi provengano, Francia in primis.

È chiaro che, in un mondo multipolare in continua trasformazione, un popolo che ha già fatto una rivoluzione e si è forgiato – in patria e all’estero – dentro questo processo, ma che deve trovare ancora la sua completa realizzazione, che respinge con forza i tentativi dell’islam politico conservatore di accreditarsi come forza anti-sistemica, fa talmente paura che è meglio ignorare ciò che sta avvenendo sull’altra sponda del Mediterraneo.

Ma il risveglio dei dannati della terra fa paura anche a chi ha inscritto nel proprio codice genetico la sconfitta come unico destino storico e ha perso ogni residuale capacità di cogliere il movimento reale, le sue improvvise accelerazioni storiche e la capacità di configurare orizzonti molto diversi dall’accettazione supina del presente.

È la fine della Storia sì, ma di coloro che hanno affermato che la Storia è finita.

Fonte

24/04/2019

L’Hirak algerino e la gestione della transizione

Alle porte di casa, dall’altra parte del Mediterraneo, in un paese in cui l’Occidente non mette più le mani da decenni, c’è una rivoluzione popolare. Ma ai media dell’establishment “europeista” non interessa affatto. Mica è “arancione”...

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“Non parliamo di cambiamento, lo facciamo”
Slogan del movimento studentesco algerino

Ancora ieri, martedì 23 aprile, il capo di stato maggiore dell’Esercito Nazionale Popolare (ANP) algerino, nonché numero due del governo, Gaïd Salah, ha ribadito l’impegno dell’istituzione militare nell’accompagnare il popolo nelle sue rivendicazioni “legittime”.

Nel suo abituale discorso settimanale, oltre a elogiare il carattere pacifico delle manifestazioni di venerdì scorso – il nono consecutivo venerdì di mobilitazione dal 22 febbraio – ha messo in guardia rispetto ai pericoli che correrebbe il paese.

“Noi ricordiamo” – ha detto Salah – “che il nostro paese non ha cessato d’essere il bersaglio di complotti abietti, per destabilizzarlo e mettere in pericolo la sua sicurezza, a causa dei suoi posizionamenti costanti e la sua capacità decisionale sovrana che rifiuta qualsiasi diktat.”

Il generale parla di una trama di un complotto i cui i primi segnali risalgono al 2015, delineando lo spettro di un piano per sfruttare la situazione di impasse che si sarebbe potuta crearsi.

Viene lodata l’azione giudiziaria dentro quella che sembra essere una gestione della transizione che risolva, attraverso il lavoro dei giudici, la questione della marginalizzazione definitiva di parte del vecchio “sistema Bouteflika”, o almeno degli uomini più invisi del proprio apparato di potere.

“Ho fatto appello all’apparato giudiziario” – dice il generale – “ad accelerare la cadenza delle inchieste giudiziarie concernenti gli affari di corruzione e di dilapidazione del denaro pubblico, e di giudicare tutti coloro che hanno saccheggiato i soldi del popolo. In questo contesto, precisamente, valorizzo la risposta della giustizia quanto a questo appello, che rappresenta un aspetto importante delle rivendicazioni legittime degli algerini, ciò che permetterà di rassicurare il popolo che il suo denaro rubato sarà recuperato per la forza giudiziaria e con il rigore necessario.”

L’attuale configurazione della transizione algerina ha alcuni elementi cardine: la spinta popolare, oramai inscritta nella durata, è il primo e il principale. Sta scuotendo l’assetto di potere, così come la dirigenza dei corpi intermedi che ne hanno assicurato la vita – la maggioranza dei partiti politici e la maggiore centrale sindacale – dando un ruolo all’opposizione politica e sindacale che non era prefigurabile alcuni mesi fa.

Basti pensare alla celebrazione del 39° anniversario della “primavera berbera”, che non avrebbe avuto in un altro contesto questo spazio e questa importanza, considerando il ruolo di totale organicità di questa componente all’interno dell’Hirak.

Il secondo aspetto è ruolo cardine svolto anche in questa contingenza storica dall’esercito, l’istituzione che gode di maggiore consenso, ma che allo stesso tempo si trova dentro un delicatissimo equilibrio tra l’assecondare le esigenze popolari e trovare un compromesso con l’apparato di potere, funzionale a non creare “vuoti di potere” e a far progredire senza eccessivi scossoni il processo di transizione dentro la cornice costituzionale.

Un terzo elemento è l’uso del potere giudiziario dentro lo scontro tra i vari apparati di potere, teso a tradurre le istanze popolari di giustizia sociale nei confronti degli “avvoltoi” cresciuti all’ombra dell’“Era Bouteflika”, negli ultimi vent’anni circa.

Due elementi importanti dal chiaro connotato contro-rivoluzionario sono la resistenza degli uomini dello “Stato Profondo” ad uscire di scena (siano parte degli apparati dello stato o dell’establishment economico), e il tentativo di sfruttare l’Hirak da parte di alcune forze – di fatto terminali dell’ingerenza esterna di importanti attori politici regionali – svuotandola del contenuto di realizzazione della sovranità popolare e di giustizia sociale, per orientarlo secondo altri piani (sia la componente che propende per una politica maggiormente neo-liberale, sia quella che propugna una regressione complessiva secondo i dettami dell’islam politico più conservatore che regola la vita nelle varie petromonarchie arabe).

In questo contesto, la vitalità del movimento dei lavoratori – sia esso rappresentato dalla fronda che vuole scalzare l’attuale dirigenza della UGTA finora guidata da Sidi Said (che è comunque a fine mandato e non si ricandiderà come segretario) o dalla dozzina di importanti sindacati autonomi piuttosto combattivi dell’altra centrale sindacale, la CSA (tra cui quelli degli insegnanti, del settore sanitario o dei giornalisti), che promuovono una giornata di mobilitazione per il 1°Maggio ad Algeri – insieme al movimento di emancipazione della donna giocano un ruolo fondamentale per fare arretrare questi due “agenti controrivoluzionari” opposti e contrari, al fianco di quella che è stata fino ad adesso una delle principali risorse dell’Hirak: il movimento studentesco.

Anche questo martedì, per la nona volta, gli studenti sono scesi in piazza ad Algeri e in differenti città per chiedere la fine del sistema, chiedendo di andare oltre l’exit strategy finora attuata dall’esercito con l’applicazione dell’articolo 102 della Costituzione, che ha portato Abdelkader Bensalah – una delle “tre B” di cui la piazza ha chiesto a gran voce la partenza – ad essere capo di stato ad interim in previsione delle elezioni presidenziali che si svolgeranno il 4 luglio.

Bensalah ha cercato di avviare una serie di consultazioni con la classe politica – comunque boicottate dall’opposizione – che si è risolta fino ad ora in un fiasco, vista l’indisponibilità a essere cooptati dentro questo meccanismo di gestione della transizione.

Sotto i colpi giudiziari stanno cadendo importanti pezzi del Sistema Bouteflika – come i fratelli Kouninef – esponenti dell’economia privata (come il presidente del gruppo Cevital Issad Retrab), alti responsabili politici come i due attuali senatori Djamel Ould Abbes e Saïd Barkat (cui è stato dato l’ok per la rimozione dell’immunità parlamentare), o l’ex primo ministro Ahmed Ouyahia e l’attuale ministro delle finanze Mohamed Loukal, oltre a pezzi dello stesso esercito.

In questo contesto, la capacità di tenuta della mobilitazione ha di fatto tre punti di forza: le iniziative degli studenti del martedì, le azioni del movimento dei lavoratori e di altri importanti settori della società civile e le manifestazioni oceaniche del venerdì. Insieme ad un rafforzamento organizzativo e una maggiore credibilità delle forze della sinistra algerina (FFS, PT, PST) sono questi i fattori che più influenzeranno il corso della transizione e accelereranno la fine di un sistema che, prima del 22 febbraio, veniva ritenuto inscalfibile ed imperituro, e forniranno un esempio importante per le altre mobilitazioni continentali dal Marocco, al Mali fino al Sudan.

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17/04/2019

L’Algeria di domani prende forma oggi

"Gettate la Rivoluzione in strada, sarà il Popolo che se ne farà carico."
Ali Ben M’hidi

Ieri, martedì 16 gennaio, verrà ricordata come una giornata storica per l’Algeria contemporanea, uno snodo fondamentale per l’Hirak iniziato il 22 febbraio.

La pressione popolare, che è aumentata d’intensità, nel corso dell’ultima settimana ha affrontato per la prima volta la repressione delle forze dell’ordine. Non era mai successo da quando tutto era cominciato, con le mobilitazioni studentesche del martedì e lo sciopero del 10 aprile di dodici sindacati indipendenti che avevano organizzato una marcia ad Algeri, ed infine con le nuovamente oceaniche manifestazioni di venerdì 12 aprile, con lo sbarramento, tra l’altro, delle principali vie d’accesso al centro cittadino della capitale.

Un chiaro messaggio di “blindatura” messo in atto da una parte della ex cerchia di potere del presidente dimissionario Bouteflika, senz’altro timorosa che la transizione, sotto la pressione popolare, possa tramutarsi in una epurazione del vecchio quadro dirigente a tutti i livelli.

Un pericolo di arretramento visto che gli algerini nella capitale si erano riconquistati con la pratica il diritto a manifestare, formalmente vietato.

Ma già a metà settimana i cortei scandivano lo slogan Koul youm massira! Cioè Ogni giorno una marcia! Per dimostrare l’inefficacia di tale minacce.

Louisa Hanoune, leader del PT, denuncia il trattamento umiliante a cui sono stati sottoposti alcuni manifestanti, costretti a spogliarsi durante il loro fermo in commissariato, nel mentre sui social è girata un'immagine che associava questo atto intimidatorio – insieme al getto di acqua dagli idranti ed all’uso di gas lacrimogeni – ad una donna spogliata dall’esercito francese durante la colonizzazione.

Ma la popolazione algerina non si è fatta intimidire ed è ricorsa da sabato a forme di disobbedienza civile di massa che hanno di fatto impedito agli esponenti del governo Bedoui di arrivare nelle località dove dovevano recarsi, considerandoli di fatto “illegittimi”; mentre numerosi sindaci, insieme ad alcuni magistrati, hanno pubblicamente espresso il rifiuto di onorare gli impegni previsti per le prossime elezioni presidenziali che dovrebbero svolgersi il 4 luglio.

Meriem Mendaci, ministro della Cultura è stato l’ultimo a ricevere questo tipo di trattamento, non riuscendo a parlare a Tipaza; così come il ministro del Turismo, che ha dovuto lasciare il dipartimento di Tissemsilt. Analogo trattamento era stata riservato a uomini del governo a Bechar e a Tebessa, in un crescendo di rifiuto di un sistema di potere in netta continuità con l’“era Bouteflika”.

Andiamo con ordine e partiamo dalla cronaca di ieri.

La mattinata è iniziata con le mobilitazioni studentesche, per l’ottavo martedì consecutivo, precedute dalla preparazione nelle varie facoltà del lunedì ancora in sciopero, con un imponente dispiegamento di forze dell’ordine e in attesa dell’importante discorso che il capo delle forze armate Gaïd Salah – nonché numero due dell’attuale governo – avrebbe dovuto pronunciare a Ourgla.

L’attesa è cresciuta in un clima di aperta critica al suo operato, in quanto non si sarebbe fatto carico delle speranze di cambiamento maturate dal popolo in questi mesi, recidendo così quel legame di fiducia che unisce l’istituzione militare alla popolazione algerina.

Già dalla prima mattinata incominciano a diffondersi sui social gli appelli a manifestare il prossimo venerdì, nello stile ironico e pacifico che ha fino a qui caratterizzato le proteste: “Vendredì 19 avril 2019 Systeme Degage System Clears” diventa virale.

Alle dieci iniziano le manifestazioni nel centro d’Algeri, mentre l’attuale ministro per gli affari esteri Sabri Boukadoum è a Mosca, dove rappresenterà l’Algeria alla quinta sessione del forum ministeriale di cooperazione “Russia-Mondo Arabo”, incontrando il suo omologo russo. La Russia, insieme alla Cina, è un paese con cui l’Algeria intrattiene importanti relazioni.

Nelle stesse ore, ad Algeri viene impedito agli studenti di accedere alla piazza della Grand Poste, luogo simbolo delle mobilitazioni. Gli studenti manifestano anche ad Orano, Bejaia, Boumerdes, Bouria, Mostagannem, Annaba, Costantine, Tizi-Ouzou, Tiaret, Sidi Bel Abbès, Guelma.

Slogan e cartelli sono per la dipartita del sistema e contro le elezioni organizzate da Bensalah, Bedoui e Belaïz, ossia le “3B” di cui si chiedono le dimissioni...

A metà mattinata gli studenti d’Algeri forzano il cordone della polizia, ma riescono ad entrare in piazza solo poco prima di mezzogiorno.

A mezzogiorno Belaïz, presidente del Consiglio Costituzionale e perno del “Sistema Bouteflika”, rassegna le dimissioni. Era stato nominato nonostante la Costituzione impedisse la designazione a tale carica per due volte il 21 febbraio, il giorno precedente alle mobilitazioni popolari, proprio per garantire all’ottuagenario presidente gravemente malato di poter concorrere per il quinto mandato consecutivo.

Ad Algeri a mezzogiorno e mezza, i manifestanti arrivano in piazza Audin – piazza centrale dedicata al martire comunista francese della lotta d’indipendenza algerina, torturato a morte e poi “desaparecido” – gridando: “klitou iblad ya serrakine”. Cioè, avete saccheggiato il paese, ladri!

Mentre le piazze salutano l’annuncio delle dimissioni, il ministro della giustizia assicura che la revisione delle liste elettorali si stanno svolgendo in buone condizioni; solo qualche magistrato si starebbe rifiutando di parteciparvi e sarà comunque rimosso!

Intanto l’associazione dei magistrati denuncia le pressioni ricevute e chiede la dipartita delle “3B”.

Gaid Salah pronuncia il suo discorso alle due e mezza circa.

Il discorso del capo delle forze armate è chiaro. Richiamando il ruolo delle forze armate – di accompagnamento dei progressi della transizione al fianco del popolo – apre a qualsiasi altra ipotesi costituzionale per l’uscita dalla crisi politica: “tutte le prospettive possibili restano aperte al fine di sorpassare le difficoltà e trovare una soluzione alla crisi”. Critica sottotraccia la gestione dell’ordine pubblico dell’ultima settimana – lanciando un monito chiaro all’ex generale Toufik, ex capo dei servizi e della sicurezza, probabile deus ex machina della repressione – e riafferma il ruolo di protettore delle manifestazioni pacifiche del popolo, sollecita l’azione giudiziaria verso i responsabili per corruzione.

Il FFS, forza d’opposizione della sinistra algerina, reagisce positivamente alle dimissioni di Belaïz, acclamando questa ennesima vittoria della “formidabile mobilitazione cittadina”.

Alle 18 viene comunicata la decisione di 54 sindaci del dipartimento (wilaya) di Tizi Ouzou, riunitisi in giornata, di rifiutare di gestire l’operazione di revisione delle liste elettorali e la preparazione delle elezioni presidenziali.

Mustapha Bouchachi – avvocato e militante dei diritti umani, una delle figure di spicco della protesta contro il Quinto Mandato di Bouteflika – propone una cabina di regia presidenziale composta da tre personalità integerrime, che godano del necessario consenso popolare per gestire il periodo di transizione.

Le forze della sinistra chiedono le elezioni generali di una Costituente, contestuali allo scioglimento delle Camere, come sbocco al processo di cambiamento fortemente voluto dalla popolazione.

La pressione sindacale continua ad essere molto forte, sia in sostegno alla mobilitazione popolare, sia per chiedere le dimissioni della dirigenza sindacale stessa; un concentramento di fronte alla sede della principale centrale sindacale UGTA è previsto per mercoledì mattina, chiamato da differenti categorie di diversi dipartimenti.

La rispettata ed influente associazione dei combattenti della Guerra di Liberazione (1954-1962), ONM, aveva preso parola nei giorni seguenti mettendo in guardia dalle conseguenze del mancato soddisfacimento delle richieste popolari:

“Ignorare il soddisfacimento delle rivendicazioni potrebbe avere delle conseguenze gravi per la sicurezza e la stabilità del Paese ed aprire il passaggio ai nemici del nostro popolo, sia all’interno che all’esterno, o ai livelli regionali che internazionali, per sfruttare la congiuntura attuale al servizio delle loro agende; delle cui ricadute deleterie per il presente e il futuro delle nostre future generazioni cui noi siamo perfettamente coscienti”.

Un monito teso ad allontanare l’ipotesi dell’entrata dell’Algeria in quell’“arco dell’instabilità” che come una gigantesca linea di faglia attraversa il Nord Africa ed il Medio Oriente.

Intanto, insieme alle manifestazioni svoltesi nelle città dove si concentra la comunità algerina all’estero, domenica a Ginevra di fronte all’ONU si è svolta una seconda una manifestazione, contro l’ingerenza delle potenze straniere sul processo politico in corso in Algeria.

Le mobilitazioni in Algeria, la loro determinazione, la loro capacità di polverizzare sempre più un potere che era dato tutt’altro che morente appena qualche mese fa, stanno ispirando il popolo sudanese e quello del Mali, rigettando un assetto politico-economico funzionale al neo-colonialismo.

Ricordate cosa chiedeva Alì Ben M’hidi ad Ali nella Battaglia d’Algeri – il film di Gillo Pontecorvo del 1966 vincitore del Leone d’Oro – spiegandogli il cammino in salita anche dopo il raggiungimento dell’Indipendenza e la risposta di Alì?

Se volete capire il valore non solo storico ma profetico di quella splendida pellicola, forse andrebbe rivisto per capire come il futuro dell’Algeria prende forma oggi. Anzi ieri...

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03/04/2019

Algeria - Bouteflika si dimette

Dopo 20 anni di potere indiscusso, Abdelaziz Bouteflika non è più presidente dell’Algeria. Si è dimesso ieri sera, in anticipo sulla data indicata, il 28 aprile. Ad annunciarlo è stata ieri sera l’agenzia di stampa di Stato.

Da un mese e mezzo gli algerini stanno, passo dopo passo, realizzando i loro obiettivi con una mobilitazione di massa senza precedenti, senza vittime e spargimenti di sangue, con i colori e l’ironia dei giovani e la tenacia degli anziani. A febbraio sono scesi in piazza a milioni in ogni città dell’Algeria contro il quinto mandato presidenziale a cui Bouteflika, in carica dal 1999, si era candidato alle elezioni presidenziali previste per il 18 aprile. Di fronte alle proteste ininterrotte da parte di ogni settore della società, l’entourage di Bouteflika ha ceduto: nessuna ricandidatura ed elezioni rinviate.

Gli algerini non hanno lasciato le piazze e hanno sostituito lo slogan: non più “No al quinto mandato”, ma “No al 4+”. Con i partiti, sia di governo sia di opposizione, presi in contropiede, i manifestanti hanno continuato. E uno a uno i sostenitori del presidente lo hanno abbandonato: defezioni si sono registrate ovunque, dentro l’esercito, dentro il sindacato Ugta, dentro lo stesso partito di governo Nnl.

Fino alle dimissioni arrivate ieri. Ma la protesta non si ferma perché la richiesta della piazza è ben più ampia: non solo la fine dell’era Bouteflika, ma la fine del sistema, del suo “clan” fatto di politici, élite economica, militari. Proprio questi ultimi stanno tentando di gestire una transizione volta a salvare quel sistema.

La scorsa settimana a farsi avanti è stato il capo di stato maggiore Gaid Salah proponendo l’applicazione dell’articolo 102 della Costituzione che prevede la sostituzione del presidente nel caso in cui , per ragioni fisiche, non sia in grado di governare con il presidente del Senato. E ieri Gaid Salah è tornato alla carica: poco prima dell’annuncio di Bouteflika, ha dato una sorta di ultimatum, sibillino.

Ora il timore, radicato tra i manifestanti, è che l’esercito possa condurre la transizione e perpetrare il sistema di corruzione e mala gestione del paese di cui Bouteflika, soprattutto dall’ictus del 2013, non era che il simbolo. Nel messaggio inviato alla popolazione ieri, l’ex presidente ha annunciato dimissioni effettive da oggi sperando, dice, che questo conduca alla calma e permetta “una transizione collettiva verso un futuro migliore”: “Questa decisione nasce dalla mia preoccupazione di prevenire gli eccessi verbali che stanno segnando involontariamente gli eventi attuali, degenerando in derive potenzialmente pericolose per la protezione di persone e proprietà, che sono le prerogative essenziali dello Stato”.

Lo si è visto poco dopo, per la prima volta da anni, su una sedia a rotelle, vestito in abiti tradizionali, consegnare la lettera di dimissioni al Consiglio costituzionale. Accanto a lui Abdelkader Bensalah, presidente del Senato che reggerà il paese per 90 giorni fino al voto.
La reazione delle piazze è stata immediata: in migliaia sono scesi in strada a festeggiare, avvolti nella bandiera algerina. “Game over”, “L’Algeria è nostra”, gridavano mentre festeggiavano con i fuochi d’artificio. “Sembra il giorno dell’indipendenza”, dice qualcuno. La gioia è tanta ma anche la consapevolezza di dover restare con gli occhi aperti per evitare ora colpi di mano che possano annullare un momento storico.

Abdelaziz Bouteflika ha fatto il suo ingresso nella politica algerina da giovanissimo. Negli anni '50 è entrato a far parte del National Liberation Army, impegnato nella lotta alla Francia coloniale. Nel 1962, anno dell’indipendenza, Bouteflika è entrato nel governo, il più giovane ministro di sempre: a 25 anni ha ottenuto il dicastero dei giovani e dello sport, l’anno dopo nel 1963 ministro degli esteri.

Dopo la morte di Houari Boumediene, nel 1978, era convinto di poterlo sostituire come leader del paese per essere però allontanato dall’esercito. Bouteflika ha lasciato il paese, dieci anni trascorsi tra Emirati Arabi e Svizzera, per poi tornare su autorizzazione dell’esercito ed entrare nel Fronte di Liberazione Nazionale nel 1989. Seguono gli anni della guerra civile, 200mila morti che hanno devastato il paese. Bouteflika resta lì, pronto a farsi avanti. L’occasione arriva nel 1999 quando corre come candidato indipendente. Vince le elezioni con il 74% dei voti, dopo che gli altri candidati delle opposizioni fanno un passo indietro.

Gestisce la fine della guerra civile, si mostra come l’unico in grado di condurre alla pacificazione interna. Un momento perfetto con una popolazione stremata dal conflitto. Perfetta anche la situazione economica: con l’aumento del costo del greggio, Bouteflika riesce a rimettere in sesto i conti e a pagare i debiti esteri, arrivando ad accumulare 240 miliardi di dollari di riserve di moneta straniera. Una ricchezza con cui costruisce il primo vero welfare del paese, mentre escludeva con discrezione dal potere le forze armate, allontanandole dal governo e dissolvendo i servizi segreti Drs.

In contemporanea, i quattro mandati presidenziali gli hanno permesso di costruire una rete di fedelissimi, un vero e proprio “clan” che dalla politica all’economia si è spartito il paese. Che ha retto anche durante le primavere arabe del 2011 che l’Algeria non ha vissuto, ancora traumatizzata dal ricordo degli anni Novanta e delle violenze della guerra civile. Lo ha fatto utilizzato le riserve di petrolio per aumentare la spesa pubblica del 25% e tenere a bada le spinte popolari.

Bouteflika ha costruito uno Stato intorno a sé, modificando le leggi per restare al potere: lo ha fatto nel 2008 con l’emendamento alla Costituzione che gli ha permesso di candidarsi per la terza volta e poi per la quarta. Ha ridotto lo spazio di libertà dei sindacati indipendenti e della stampa libera.

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02/04/2019

La difficile transizione algerina, tra spinte di rottura e continuità del sistema

Un comunicato della Presidenza algerina di questo lunedì dichiara esplicitamente che l’ottuagenario presidente – da tempo gravemente malato – Abdelaziz Bouteflika darà le sue dimissioni “prima del 28 aprile prossimo”, data finale del suo mandato elettivo.

Nella stessa nota viene riferito che dovrà prendere delle “importanti misure per assicurare la continuità del funzionamento delle istituzioni dello Stato durante il periodo di transizione”.

Questa decisione cambia lo scenario prospettato dal Presidente stesso l’11 marzo scorso quando ha annunciato che non si sarebbe candidato per un quinto mandato, così come richiesto da manifestazioni oceaniche a cominciare dal 22 febbraio.

Le elezioni presidenziali si sarebbero dovute tenere all’interno del prolungamento della conferenza nazionale “inclusiva ed indipendente” che Bouteflika aveva già annunciato la settimana prima del terzo venerdì consecutivo di mobilitazione, insieme alla formazione di nuovo governo, ma il suo annuncio non aveva sortito alcune effetto.

Il nuovo primo ministro del governo sarebbe dovuto essere Noureddine Bodoui, con Ramtane Lamamra come vice.

Ma nel governo che è stato formato la domenica sera del 31 marzo – con notevole ritardo rispetto alla tabella di marcia prospettata – compare solo Bodoui, mentre Lamamra (particolarmente inviso alla popolazione) è stato probabilmente sacrificato per il ruolo svolto in queste settimane, come portavoce presso diverse cancellerie dei paesi con cui l’Algeria intrattiene importanti rapporti per presentare la strategia di “transizione” elaborata da Bouteflika.

Questo tentativo di “internazionalizzare” la crisi algerina, cercando all’estero il consenso di cui non godeva in patria, ha senz’altro contribuito a bruciare il numero due dell’exit strategy prospettata da Bouteflika.

L’attuale formazione governativa è probabilmente il frutto di un compromesso tra le alte sfere militari e l’entourage di Bouteflika, in un momento in cui queste sembravano andare verso l’accelerazione sulla rotta di collisione e mentre numerosi segnali sembravano prefigurare – come poi sostanzialmente confermato – un’ipotetica “epurazione” degli uomini della cerchia di potere più invisi alla popolazione, in quanto esponenti di quel ceto di rentier arricchitosi con l’“era Bouteflika” dal 1999 in poi. Lo strumento principale sono le inchieste giudiziarie per svariati illeciti che hanno reso “la corruzione” non un fatto episodico, ma un sistema di relazioni politiche.

Una richiesta di apertura delle inchieste propugnata pubblicamente da avvocati e magistrati che compongono parte di quell’arco di forze sociali che ha dato vita alle mobilitazioni.

Nel suo discorso dell’11 marzo, il presidente diceva di volere rimanere in carica fino all’elezione del suo successore (e quindi prolungando il suo mandato oltre ciò che prevede la costituzione) e affermava di avere seguito con attenzione le manifestazioni di cui comprendeva le ragioni, elogiandone il carattere pacifico.

Come aveva ben sintetizzato una manifestante, la situazione era quella per cui “volevamo una elezione senza Bouteflika, abbiamo Bouteflika senza elezioni”.

Ma la risposta di piazza del venerdì successivo aveva di fatto delegittimato ulteriormente questa ipotesi di gestione della transizione.

Nel primo pomeriggio del 25 marzo il generale Gaïd Salah era intervenuto con un discorso finalizzato a prefigurare una differente via d’uscita dall’attuale crisi politica algerina, divenendo un attore politico di alto profilo nell’impasse del ceto politico dirigenziale, visto anche il ruolo fino ad allora abbastanza marginale dell’opposizione politica, nonostante questa abbia elaborato congiuntamente nel corso dell’“hirak” una proposta articolata che pone la sovranità popolare al centro e la dissoluzione di un sistema di potere politico come priorità, che non deve logicamente essere in mano a chi ne è stato piena espressione in questi anni.

Una proposta che non fa che accogliere il sentimento della piazza, sempre più orientata a chiedere un cambio di sistema e non solo la sostituzione dei suoi esponenti più in vista.

Il capo di stato maggiore aveva chiesto l’applicazione dell’articolo 102 della Costituzione, che prevede lo stato d’impedimento e la destituzione del Presidente della Repubblica – in questo caso l’ottuagenario Abdelaziz Bouteflika – a causa della grave e lunga malattia, che ha determinato l’impossibilità di esercitare le proprie funzioni.

Salah aveva prospettato un iter che avrebbe portato di fatto, a conclusione di varie tappe, a delegittimare la strategia dell’ottuagenario presidente contenuta nel comunicato del del’11 marzo, e all’indizione delle elezioni Presidenziali seguendo i vari passaggi previsti dalla Costituzione.

Nel suo discorso il capo di stato maggiore Salah aveva sottolineato il carattere esteso e pacifico delle attuali mobilitazioni e la loro richiesta di “cambiamenti politici”, così come il pericolo che tali mobilitazioni possano essere sfruttate “da parte di partiti ostili e malintenzionati, all’interno così come all’esterno [...] miranti ad attentare la stabilità del Paese. Dei disegni abietti che questo popolo cosciente e vigile saprà sconfiggere”.

Aveva ribadito il ruolo storico e la funzione dell’esercito: “rimane leale nella nostra missione e nei nostri impegni, e non permetterà mai, a chi che sia, di distruggere ciò che il popolo algerino ha costituito”.

Aveva concluso affermando che diviene “necessario, anzi imperativo, adottare una soluzione per uscire dalla crisi che risponda alle rivendicazioni legittime del popolo algerino, e che garantisca il rispetto delle disposizioni della Costituzione e il mantenimento della sovranità dello stato”.

Le mobilitazioni di quest’ultimo venerdì avevano in parte rifiutato anche questa opzione di gestione della transizione, ed i toni tra l’esercito e l’entourage di Bouteflika si erano fatti piuttosto aspri, visto che quest’ultimo tentennava nel dar seguito a ciò che i primi suggerivano.

In un altro comunicato, oltre all’articolo 102, le alte sfere dell’esercito avevano ricordato la centralità degli articoli 7 e 8 della Costituzione, che ribadiscono la sovranità popolare, viste quelle esitazione e la spinta di una piazza ancora più numerosa che negli appuntamenti precedenti.

Ma la composizione del governo, che ha posto come numero due proprio Salah, sembra ricomporre questo conflitto e ribadire una gestione della transizione interna ad un sistema di potere contro cui continua a scagliarsi l’opposizione e l’ostilità della piazza, come fanno presagire le reazioni sui social ed il moltiplicarsi degli appelli a mobilitarsi per venerdì 5 aprile.

Il “Partie des Travailleurs”, al capo del quale c’è Louisa Hannoune, denuncia questo “nuovo tentativo di salvataggio del sistema”, dichiarando che il governo Bedoui è “il prodotto di una transazione politica”, e reitera il suo appello per eleggere un’Assemblea Costituente Nazionale e Sovrana (ACNS), la sola capace di “consacrare l’esercizio della sua sovranità da parte della maggioranza del popolo per operare la rifondazione di una politica istituzionale nazionale e quindi costituzionale”.

Ali Benflis del partito Talaie El Houriyet, giudica una provocazione “La formazione del nuovo governo”. “Così come è stata annunciata non esprime nient’altro che il perseverare nella provocazione e nella sfida”.

Si potrebbe insomma approfondire ancora il già ampio solco tra popolazione ed establishment, vista l’impopolarità di quest’ultima opzione di compromesso che riguarda l’Esercito – o meglio la sua dirigenza – finora il corpo dello Stato che aveva saputo meglio cogliere la necessità di un cambio radicale, un vuoto che fino ad ora è stato riempito dal movimento reale come scuola politica di massa.

Anche i partiti che erano stati il perno dell’era Bouteflika, infatti, stanno conoscendo un aspro scontro interno, con una parte consistente dell’apparato che “chiede la testa” dei rispettivi leader, considerati compromessi, come chi contesta Ouyahia – una delle persone più invise alla popolazione – chiedendone le dimissioni e minacciando la sede del partito nel RND, o i 150 membri del comitato centrale del FLN che qualche giorno fa chiedevano le dimissioni di Bouteflika.

Mentre continua e si inasprisce lo scontro tra la dirigenza della centrale sindacale UGTA – uno dei perni del “sistema Bouteflika” – e la base, entrata prepotentemente nelle mobilitazioni chiedendo tra l’altro le dimissioni dell’attuale segretario Sidi Said, dodici sindacati autonomi hanno chiamato ad uno sciopero generale il 10 aprile, con una marcia ad Algeri.

In questa situazione dagli scenari incerti, una sola cosa appare definita, la mobilitazione popolare ha imposto ciò che poco più di un mese fa era impensabile: l’uscita di scena di Bouteflika, l’implosione dei corpi politici e sindacali “intermedi” che ne avevano fiancheggiato l’operato, la denuncia degli “avvoltoi” che probabilmente andranno incontro ad azioni giudiziarie per il loro operato fraudolento, il ricostituirsi di una identità collettiva fortemente ancorata ai propri valori “patriottici” scaturiti dalla lotta di liberazione nazionale e che rifugge le ingerenze esterne e la peste jihadista, il catalizzare di una vasta solidarietà che comprende i residenti algerini all’estero e i popoli del Maghreb.

Il 5 aprile sarà l’ennesimo banco di prova per comprendere se la spinta verso la rottura saprà di nuovo scompaginare il tentativo di forgiare un abito nuovo al vecchio assetto di potere, agli interessi che difendeva e alla configurazione dei rapporti internazionali di stampo neo-coloniale a cui rischiava di allinearsi.

La “Stella Nera” algerina brilla ancora...

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