di Karim Metref
Il 22 febbraio è l’anniversario della rivolta nonviolenta algerina. E oggi 21 febbraio è il 53esimo venerdì di mobilitazione popolare. Un anno intero! Un anno in cui ogni venerdì e ogni martedì, senza sosta, la gente è uscita per le strade: uomini, donne, vecchi e giovani... per chiedere una “Algeria libera e democratica”, per “uno Stato civile e non militare” e per la “partenza di tutti”. Dove «tutti» vuol dire che se ne deve andare l'intero apparato di Stato, generato da 60 anni di dominio dei militari e delle organizzazioni politiche a loro leali.
No al quinto mandato
Comincia tutto come una protesta contro l’annuncio della candidatura del vecchio presidente Abdelaziz Bouteflika per un quinto mandato consecutivo. Il presidente, ormai malato e in stato vegetativo, ha regnato per 20 anni. Andando persino a cambiare due volte la Costituzione algerina che prevedeva solo due mandati consecutivi, per permettersi prima un terzo mandato e poi un quarto. (“Boutef per gli amici” scritto nel 2005 per Peace reporter).
20 anni in cui il vecchio politico algerino, caduto in disgrazia alla fine degli anni '70, è rientrato nel 1999 dal suo esilio dorato negli Emirati Arabi dove era scappato con la cassa del ministero degli Esteri: è rientrato appoggiato dalla “comunità internazionale” per gestire la fine della guerra civile che aveva stremato il Paese negli anni '90, e sopratutto la spartizione dell’abbondante torta di petrolio e gas con le multinazionali. 20 anni in cui ha accumulato tutti i poteri nelle sue mani, e per fare ciò si è circondato di un clan di parenti, amici, complici, soci in affari... sporchi, che hanno saccheggiato l’Algeria.
I prezzi alti degli idrocarburi durante il primo decennio del 2000 hanno portato nelle casse pubbliche montagne di soldi facili che hanno generato un mercato dopato: innalzamento dei consumi interni, commesse miliardarie per infrastrutture, case, strade, ferrovie, ponti, aeroporti. Il Paese è un cantiere: un cantiere di appalti truccati, lavori strapagati e spesso mal eseguiti.
Nonostante lo spreco e la corruzione fossero alla luce del sole e conosciute da tutti, nei suoi primi mandati il presidente Bouteflika ha goduto di grande popolarità. La manna petrolifera serviva anche a comprare la pace sociale e a comprare o zittire ogni forma di opposizione.
Le 3 cause che hanno fatto traboccare il vaso
La misura colma che ha portato all’inizio delle proteste nel 2019 è dovuta a un insieme di cose.
Il primo elemento è il fatto che quel presidente forte, carismatico che ha saputo mettere in secondo piano i Generali e a concentrare nelle sue mani tanto potere, si è ammalato all’inizio del suo terzo mandato. Una serie di ictus l’hanno progressivamente ridotto a uno stato di totale indigenza.
Dal 2013, quella figura – che era onnipresente sui media e che girava il paese come una trottola in cerca di consensi – è scomparsa. A decidere e a parlare a nome suo sono subentrati personaggi della cerchia famigliare. Il suo clan, incapace di proporre un’altra figura così forte e carismatica, lo ha imposto, pur malato, per un quarto mandato. Ma coscienti dell’avvicinarsi della loro fine, hanno impiegato il quarto mandato per depredare il Paese, arraffando tutto sul loro passaggio.
Il secondo elemento che ha portato al malcontento generale è la diminuzione delle entrate generate dalla vendita di petrolio e gas. I giacimenti eccessivamente sfruttati cominciano a produrre di meno e nel contempo i prezzi sul mercato, per effetto della crisi globale del 2008, cominciano a scendere.
Le entrate diminuiscono ma il ritmo degli sprechi continua. In pochi anni il fondo sovrano di circa 200 miliardi di dollari accumulato durante gli anni di vacche grasse si scioglie come neve al sole. Per compensare le perdite, come si fa ovunque ormai, invece di ridurre le spese inutili – infrastrutture faraoniche, costi del governo, spese militari, malversazioni, corruzione ecc. – si va a tagliare le spese sociale, sanità, scuole... Lo Stato provvidenza non lo è più e la popolarità scende.
Il terzo elemento è l’emergere di una nuova generazione che non ha vissuto la guerra civile. Una delle basi della popolarità di Bouteflika è dovuta al fatto che è stato presentato all’opinione pubblica come colui che ha finalizzato gli accordi di pace tra l’esercito e i Gruppi Islamici Armati (Gia). Per anni le popolazioni delle zone che hanno conosciuto gli orrori della guerra senza nome negli anni '90 hanno sentito una specie di debito nei confronti di Bouteflika: aveva portato la pace e la prosperità.
I giovani che oggi hanno 20 anni sono nati all’inizio degli anni 2000 quindi alla fine della guerra. Non subiscono la paura di un ritorno a una situazione che non hanno conosciuto. E della «prosperità» di Bouteflika stanno oggi vedendo solo gli effetti distruttivi: casse dello Stato vuote; sanità, università, scuola disastrate; formazione di una classe arrogante di ladri oligarchi e pluri miliardari...
Inizia tutto da Kherrata, di nuovo
Tutti questi elementi messi insieme hanno portato a un malcontento generalizzato, che girava sui social network, nei caffè, negli stadi. Tutti – compresi molti riparti interni al regime algerino – vedono la possibilità di un quinto mandato del «presidente mummia» come un vero e proprio disastro.
La prima scintilla partì il 16 febbraio 2019 sotto forma di un corteo popolare che ha camminato per le strade della piccola località di Kherrata, in mezzo alle montagne, a 300 km a Est di Algeri. Una località molto conosciuta nonostante le sue modeste dimensioni. Kherrata, con Guelma e Setif era luogo delle manifestazioni per l’indipendenza nel 1945 che portarono a uno dei maggiori massacri compiuti dal colonialismo francese: decine di migliaia di morti, fra i 20 e i 40 mila secondo le varie stime. Quei massacri, compiuti dall’esercito francese e da milizie di coloni, furono il punto di svolta fra le popolazioni indigene algerine e il colonialismo francese: svolta che portò, 9 anni dopo, all’inizio della guerra di liberazione.
Ancora una volta la cittadina di Kherrata si trova a essere all’inizio di una rivolta nazionale. Questa volta non contro un nemico straniero ma contro un sistema di governo descritto come ladro, violento, bugiardo e incompetente.
Subito dopo quella marcia partono appelli di vari gruppi e persone sui social media per una grande mobilitazione nazionale contro il 5° mandato. La mobilitazione del 22 ha luogo in varie città del Paese. Ma è timida. I numeri sono piccoli e la parola d’ordine è solo «No al 5° mandato». Ma tutto si svolge nella calma e con buon umore. La polizia non carica e i manifestanti sono del tutto pacifici. La mobilitazione viene anche coperta da alcuni media privati, proprietà di persone vicine alle alte sfere. Si capisce che anche da dentro il regime si vuole accompagnare il vecchio presidente verso la porta.
Il venerdì seguente le manifestazioni cambiarono aspetto. L’assenza di repressione e la copertura mediatica portarono in strada molta più gente: uomini e donne, famiglie intere. I cortei diventano molto più imponenti, colorati, gioiosi: belli!
Un anno che ha sconvolto l’Algeria
La cosa dura da un anno. Ogni venerdì esce la popolazione prima a migliaia, poi a centinaia di migliaia, qualche volta a milioni. I martedì escono gli studenti di tutti gli atenei, spesso accompagnati da molti altri cittadini. Il regime ha accolto prima con uno sguardo compiacente queste manifestazioni. Erano per loro una ragione valida per sbarazzarsi del vecchio presidente e il suo stretto giro, diventati imbarazzanti un po’ per tutti. Ma poco a poco le rivendicazioni del hirak sono diventate più radicali ed è arrivata la repressione.
Di risultati ce ne sono stati parecchi. Bouteflika (o chi per lui) ha annunciato di non presentarsi alle prossime elezioni, poi ha presentato le dimissioni, prima dell’elezione. La magistratura ha aperto processi per corruzione, frodi e abusi vari e ha fatto arrestare il fratello del presidente, Said Bouteflika, vari oligarchi corrotti del loro giro, i responsabili dei servizi segreti e vari ministri, parlamentari e responsabili del regime.
Una vera e propria operazione «mani pulite» all’Algerina. Ma solo a metà – dice la strada – perché quando un clan della mafia se la prende con un altro non si chiama giustizia ma regolamento di conti. La giustizia è ancora “quella del telefono”, dicono, cioè che arresta e libera su chiamata di chi ha il potere civile o militare.
“Dobbiamo toglierli tutti!” è diventata la nuova parola d’ordine condivisa dal hirak, dopo la caduta di Bouteflika.
Dopo le dimissioni del presidente, al potere (almeno in apparenza) è rimasto un uomo solo: il Generale-maggiore Ahmed Gaid Salah, capo dello Stato Maggiore e vice-ministro della Difesa.
Procedendo con un colpo alla botte e uno al cerchio, ha continuato a lanciare messaggi favorevoli alla rivoluzione del popolo, promettendo di proteggere i manifestanti pacifici, e nello stesso tempo a reprimere in modo mirato cercando di dividere i manifestanti per appartenenza linguistica e culturale o fra laici e islamisti, arrestando alcune figure ritenute più attive e più carismatiche.
Come piano di uscita dalla crisi ha proposto un percorso che passa per la rielezione a breve di un nuovo presidente della repubblica, che avrebbe poi lavorato alla riscrittura della Costituzione e all’adozione di riforme che andrebbero nella direzione delle rivendicazioni del popolo.
Il hirak da parte sua ha rimandato al mittente le proposte del generale. Non basta un nuovo presidente eletto con le solite elezioni truccate. Ci vuole una Costituente, incaricata di scrivere una nuova Costituzione, nominare un governo di transizione e organizzare poi – secondo la nuova Costituzione – elezioni vere, trasparenti e libere.
Quella solidarietà internazionale che non è mai arrivata
A livello internazionale, la protesta algerina è del tutto ignorata. Gli stessi network arabi che negli anni delle cosiddette Primavere facevano dirette di 24 ore da Tunisi, Cairo, Bengasi e Aleppo... oggi a malapena ne parlano nei telegiornali.
Tutti fanno finta di niente, guardano dall’altra parte. O ancora peggio ne approfittano per mettere il regime alle strette e pretendere più concessioni per le multinazionali in cambio del silenzio.
Una delle prove di questa strategia adottata dalle potenze straniere è l’adozione in fretta e furia, in piena fase di transizione, da un Parlamento quasi dimezzato e che nessuno riconosce più, della nuova legge sugli idrocarburi che rompe la regola della soglia massima del 49% di partecipazione per le multinazionale nello sfruttamento dei giacimenti. Cioè fino a quest’anno, le multinazionali, in Algeria dovevano lavorare sempre in partenariato con la Sonatrach, la società pubblica nazionale. E la Sonatrach doveva sempre avere minimo 51% di quote societarie. Con la nuova legge, le multinazionali straniere possono sfruttare i giacimenti anche al 100%. È l’annullamento definitivo della nazionalizzazione delle risorse, decisa nel 1971.
Altro problema della nuova legge è che apre anche alla possibilità di sfruttare le risorse di gas non convenzionali, dette comunemente “gas di scisto“, con l’uso della discutibilissima tecnica della fratturazione idraulica o fracking.
L’introduzione di questa attività, richiesta a gran voce dalle multinazionali, Total in primis, è stata finora bloccata dalle proteste popolari degli abitanti del sud, preoccupati dall’alto rischio di inquinamento della falda acquifera fossile, un vero mare sotterraneo, che si trova tra le zone Sud dell’Algeria, Tunisia e Libia, e che è rimasta quasi come unica fonte di vita di quelle aree povere d'acqua di superficie.
Come altro effetto perverso delle pressioni internazionali sul regime Algerino, si può citare l’affaire appena scoppiato della raffineria di Augusta. Questa vecchia installazione, proprietà della Exxon, che si trova in Sicilia, ad Augusta, doveva chiudere e rischiava di lasciare a casa centinaia di lavoratori, mettendo in crisi la città siciliana.
Invece quella raffineria vecchia, arrugginita, fuori norma e non adatta a trattare il petrolio algerino è stata acquistata in una trattativa segreta dalla compagnia algerina di petrolio Sonatrach per la bellezza di 725 milioni di dollari.
L’intento dichiarato sarebbe far uscire l’Algeria dalla dipendenza dalla benzina di importazione. Il risultato è un impianto vecchio pagato come uno nuovo, che ha bisogno di altri investimenti per essere messo a norma e, colmo dei colmi, l’Algeria – che produce una delle qualità migliori di greggio al mondo – avrebbe bisogno di importare petrolio “pesante” dai Paesi del Golfo per farlo funzionare.
La verità è che la trattativa è stata fatta alla fine del 2018, quindi nel momento di massima fragilità del clan Bouteflika e l’ex amministratore delegato della Sonatrach Abdelmoumen Ould Kaddour, già immischiato in vari altri affari loschi, con questo regalo alla Exxon si è guadagnato un biglietto per andare a godere dell’impunità negli USA, in compagnia dell’ex ministro dell’energia Chakib Khellil anche lui indagato in vari affari gravi, tra i quali quello di Sonatrach-ENI-Saipem, e che vive tranquillo, protetto dai suoi amici petrolieri texani.
Tutto questo è un luminoso esempio dell’aiuto portato dai leader del «mondo libero», sempre pronti a bombardare per le buone cause, ai popoli in lotta che vogliono però decidere da soli del proprio destino.
Due strade parallele
Per tornare alla lotta politica, ancora oggi le due proposte di uscita dalla crisi, quella del Hirak e quella del regime, continuano il loro cammino in parallelo.
I militari si accaniscono a mettere in atto la loro proposta. Hanno indetto le elezioni per il 12 dicembre scorso. Non essendosi presentato nessun candidato serio, hanno messo 5 fantocci e mantenuto l’appuntamento elettorale nonostante la massiccia mobilitazione per il loro boicottaggio.
Il 12 dicembre i seggi erano vuoti e in molti Comuni, non sono stati proprio aperti. Centinaia di sindaci hanno rifiutato di organizzare il voto. Invece l’esercito ha mobilitato giovani della leva vestiti in civile, per dare una illusione di affluenza in alcuni seggi più visibili. Oltre ai militari, hanno costretto al voto tutti i funzionari della polizia e delle amministrazioni pubbliche.
In alcuni luoghi le vecchie reti di manipolazione hanno funzionato come da sempre, con centinaia di persone pagate per fare le comparse, in una messa in scena patetica, in una gara di cui tutti sapevano il risultato in anticipo.
Il risultato è una consultazione elettorale nella quale il numero di votanti dichiarato sarebbe di oltre il 39% ma in cui in verità partecipò un numero stimato a 8-9 per cento degli aventi diritto, secondo fonti ben informate. Un presidente «eletto» secondo le vecchie modalità delle elezioni preconfezionate ma che la popolazione non riconosce.
La più grande realizzazione è il Hirak stesso
Oggi, un anno dopo le prime manifestazioni del 2019, la mobilitazione resta alta pur mostrando segni di stanchezza qui e là. Del resto un anno intero è un tempo lunghissimo e molti movimenti muoiono dopo le prime settimane o cadono nell’impazienza e nella trappola della violenza. Il fatto che il Hirak algerino sia arrivato a questo traguardo mantenendo la propria unità, le sue parole d’ordine, il suo carattere combattivo ma non violento, è già una grande vittoria. Altra vittoria sono le migliaia di cittadini che si sono svegliati dall'apatia e che parlano e praticano politica, tutti i giorni, sulla piazza pubblica, per le strade nei caffè... Ovunque.
Le ultime mobilitazioni di queste dimensioni in Algeria risalgono a 30 anni fa. Ma era tutt’altra canzone. Allora centinaia di migliaia di militanti islamisti bloccavano le strade e gridavano “Dawla Islamiya”, Stato Islamico.
Portando milioni di algerini in piazza, con le loro differenze di generazione, di genere, di culture e di lingue, a gridare tutti all’unisono: Algeria libera democratica... ebbene questa già è una bella realizzazione.
Ma la strada verso quella Algeria libera e democratica che tanti vogliamo resta ancora lunga. Molto lunga. Ma di questo, credo che anche la gente del hirak sia molto cosciente.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/02/2020
03/04/2019
Algeria - Bouteflika si dimette
Dopo 20 anni di potere indiscusso, Abdelaziz Bouteflika non è più
presidente dell’Algeria. Si è dimesso ieri sera, in anticipo sulla data
indicata, il 28 aprile. Ad annunciarlo è stata ieri sera l’agenzia di
stampa di Stato.
Da un mese e mezzo gli algerini stanno, passo dopo passo, realizzando i loro obiettivi con una mobilitazione di massa senza precedenti, senza vittime e spargimenti di sangue, con i colori e l’ironia dei giovani e la tenacia degli anziani. A febbraio sono scesi in piazza a milioni in ogni città dell’Algeria contro il quinto mandato presidenziale a cui Bouteflika, in carica dal 1999, si era candidato alle elezioni presidenziali previste per il 18 aprile. Di fronte alle proteste ininterrotte da parte di ogni settore della società, l’entourage di Bouteflika ha ceduto: nessuna ricandidatura ed elezioni rinviate.
Gli algerini non hanno lasciato le piazze e hanno sostituito lo slogan: non più “No al quinto mandato”, ma “No al 4+”. Con i partiti, sia di governo sia di opposizione, presi in contropiede, i manifestanti hanno continuato. E uno a uno i sostenitori del presidente lo hanno abbandonato: defezioni si sono registrate ovunque, dentro l’esercito, dentro il sindacato Ugta, dentro lo stesso partito di governo Nnl.
Fino alle dimissioni arrivate ieri. Ma la protesta non si ferma perché la richiesta della piazza è ben più ampia: non solo la fine dell’era Bouteflika, ma la fine del sistema, del suo “clan” fatto di politici, élite economica, militari. Proprio questi ultimi stanno tentando di gestire una transizione volta a salvare quel sistema.
La scorsa settimana a farsi avanti è stato il capo di stato maggiore Gaid Salah proponendo l’applicazione dell’articolo 102 della Costituzione che prevede la sostituzione del presidente nel caso in cui , per ragioni fisiche, non sia in grado di governare con il presidente del Senato. E ieri Gaid Salah è tornato alla carica: poco prima dell’annuncio di Bouteflika, ha dato una sorta di ultimatum, sibillino.
Ora il timore, radicato tra i manifestanti, è che l’esercito possa condurre la transizione e perpetrare il sistema di corruzione e mala gestione del paese di cui Bouteflika, soprattutto dall’ictus del 2013, non era che il simbolo. Nel messaggio inviato alla popolazione ieri, l’ex presidente ha annunciato dimissioni effettive da oggi sperando, dice, che questo conduca alla calma e permetta “una transizione collettiva verso un futuro migliore”: “Questa decisione nasce dalla mia preoccupazione di prevenire gli eccessi verbali che stanno segnando involontariamente gli eventi attuali, degenerando in derive potenzialmente pericolose per la protezione di persone e proprietà, che sono le prerogative essenziali dello Stato”.
Lo si è visto poco dopo, per la prima volta da anni, su una sedia a rotelle, vestito in abiti tradizionali, consegnare la lettera di dimissioni al Consiglio costituzionale. Accanto a lui Abdelkader Bensalah, presidente del Senato che reggerà il paese per 90 giorni fino al voto.
Abdelaziz Bouteflika ha fatto il suo ingresso nella politica algerina da giovanissimo. Negli anni '50 è entrato a far parte del National Liberation Army, impegnato nella lotta alla Francia coloniale. Nel 1962, anno dell’indipendenza, Bouteflika è entrato nel governo, il più giovane ministro di sempre: a 25 anni ha ottenuto il dicastero dei giovani e dello sport, l’anno dopo nel 1963 ministro degli esteri.
Dopo la morte di Houari Boumediene, nel 1978, era convinto di poterlo sostituire come leader del paese per essere però allontanato dall’esercito. Bouteflika ha lasciato il paese, dieci anni trascorsi tra Emirati Arabi e Svizzera, per poi tornare su autorizzazione dell’esercito ed entrare nel Fronte di Liberazione Nazionale nel 1989. Seguono gli anni della guerra civile, 200mila morti che hanno devastato il paese. Bouteflika resta lì, pronto a farsi avanti. L’occasione arriva nel 1999 quando corre come candidato indipendente. Vince le elezioni con il 74% dei voti, dopo che gli altri candidati delle opposizioni fanno un passo indietro.
Gestisce la fine della guerra civile, si mostra come l’unico in grado di condurre alla pacificazione interna. Un momento perfetto con una popolazione stremata dal conflitto. Perfetta anche la situazione economica: con l’aumento del costo del greggio, Bouteflika riesce a rimettere in sesto i conti e a pagare i debiti esteri, arrivando ad accumulare 240 miliardi di dollari di riserve di moneta straniera. Una ricchezza con cui costruisce il primo vero welfare del paese, mentre escludeva con discrezione dal potere le forze armate, allontanandole dal governo e dissolvendo i servizi segreti Drs.
In contemporanea, i quattro mandati presidenziali gli hanno permesso di costruire una rete di fedelissimi, un vero e proprio “clan” che dalla politica all’economia si è spartito il paese. Che ha retto anche durante le primavere arabe del 2011 che l’Algeria non ha vissuto, ancora traumatizzata dal ricordo degli anni Novanta e delle violenze della guerra civile. Lo ha fatto utilizzato le riserve di petrolio per aumentare la spesa pubblica del 25% e tenere a bada le spinte popolari.
Bouteflika ha costruito uno Stato intorno a sé, modificando le leggi per restare al potere: lo ha fatto nel 2008 con l’emendamento alla Costituzione che gli ha permesso di candidarsi per la terza volta e poi per la quarta. Ha ridotto lo spazio di libertà dei sindacati indipendenti e della stampa libera.
Fonte
Da un mese e mezzo gli algerini stanno, passo dopo passo, realizzando i loro obiettivi con una mobilitazione di massa senza precedenti, senza vittime e spargimenti di sangue, con i colori e l’ironia dei giovani e la tenacia degli anziani. A febbraio sono scesi in piazza a milioni in ogni città dell’Algeria contro il quinto mandato presidenziale a cui Bouteflika, in carica dal 1999, si era candidato alle elezioni presidenziali previste per il 18 aprile. Di fronte alle proteste ininterrotte da parte di ogni settore della società, l’entourage di Bouteflika ha ceduto: nessuna ricandidatura ed elezioni rinviate.
Gli algerini non hanno lasciato le piazze e hanno sostituito lo slogan: non più “No al quinto mandato”, ma “No al 4+”. Con i partiti, sia di governo sia di opposizione, presi in contropiede, i manifestanti hanno continuato. E uno a uno i sostenitori del presidente lo hanno abbandonato: defezioni si sono registrate ovunque, dentro l’esercito, dentro il sindacato Ugta, dentro lo stesso partito di governo Nnl.
Fino alle dimissioni arrivate ieri. Ma la protesta non si ferma perché la richiesta della piazza è ben più ampia: non solo la fine dell’era Bouteflika, ma la fine del sistema, del suo “clan” fatto di politici, élite economica, militari. Proprio questi ultimi stanno tentando di gestire una transizione volta a salvare quel sistema.
La scorsa settimana a farsi avanti è stato il capo di stato maggiore Gaid Salah proponendo l’applicazione dell’articolo 102 della Costituzione che prevede la sostituzione del presidente nel caso in cui , per ragioni fisiche, non sia in grado di governare con il presidente del Senato. E ieri Gaid Salah è tornato alla carica: poco prima dell’annuncio di Bouteflika, ha dato una sorta di ultimatum, sibillino.
Ora il timore, radicato tra i manifestanti, è che l’esercito possa condurre la transizione e perpetrare il sistema di corruzione e mala gestione del paese di cui Bouteflika, soprattutto dall’ictus del 2013, non era che il simbolo. Nel messaggio inviato alla popolazione ieri, l’ex presidente ha annunciato dimissioni effettive da oggi sperando, dice, che questo conduca alla calma e permetta “una transizione collettiva verso un futuro migliore”: “Questa decisione nasce dalla mia preoccupazione di prevenire gli eccessi verbali che stanno segnando involontariamente gli eventi attuali, degenerando in derive potenzialmente pericolose per la protezione di persone e proprietà, che sono le prerogative essenziali dello Stato”.
Lo si è visto poco dopo, per la prima volta da anni, su una sedia a rotelle, vestito in abiti tradizionali, consegnare la lettera di dimissioni al Consiglio costituzionale. Accanto a lui Abdelkader Bensalah, presidente del Senato che reggerà il paese per 90 giorni fino al voto.
La reazione delle piazze è stata immediata: in migliaia sono scesi in strada a festeggiare, avvolti nella bandiera algerina. “Game over”, “L’Algeria è nostra”, gridavano mentre festeggiavano con i fuochi d’artificio. “Sembra il giorno dell’indipendenza”, dice qualcuno. La gioia è tanta ma anche la consapevolezza di dover restare con gli occhi aperti per evitare ora colpi di mano che possano annullare un momento storico.Footage of Bouteflika, frail and skeletal, delivering his letter of resignation to the president of the Constitutional Council. It really is a woeful sight. #Algeria pic.twitter.com/oBt9GPOlzX— Yasmina (@animsche) 2 aprile 2019
Abdelaziz Bouteflika ha fatto il suo ingresso nella politica algerina da giovanissimo. Negli anni '50 è entrato a far parte del National Liberation Army, impegnato nella lotta alla Francia coloniale. Nel 1962, anno dell’indipendenza, Bouteflika è entrato nel governo, il più giovane ministro di sempre: a 25 anni ha ottenuto il dicastero dei giovani e dello sport, l’anno dopo nel 1963 ministro degli esteri.
Dopo la morte di Houari Boumediene, nel 1978, era convinto di poterlo sostituire come leader del paese per essere però allontanato dall’esercito. Bouteflika ha lasciato il paese, dieci anni trascorsi tra Emirati Arabi e Svizzera, per poi tornare su autorizzazione dell’esercito ed entrare nel Fronte di Liberazione Nazionale nel 1989. Seguono gli anni della guerra civile, 200mila morti che hanno devastato il paese. Bouteflika resta lì, pronto a farsi avanti. L’occasione arriva nel 1999 quando corre come candidato indipendente. Vince le elezioni con il 74% dei voti, dopo che gli altri candidati delle opposizioni fanno un passo indietro.
Gestisce la fine della guerra civile, si mostra come l’unico in grado di condurre alla pacificazione interna. Un momento perfetto con una popolazione stremata dal conflitto. Perfetta anche la situazione economica: con l’aumento del costo del greggio, Bouteflika riesce a rimettere in sesto i conti e a pagare i debiti esteri, arrivando ad accumulare 240 miliardi di dollari di riserve di moneta straniera. Una ricchezza con cui costruisce il primo vero welfare del paese, mentre escludeva con discrezione dal potere le forze armate, allontanandole dal governo e dissolvendo i servizi segreti Drs.
In contemporanea, i quattro mandati presidenziali gli hanno permesso di costruire una rete di fedelissimi, un vero e proprio “clan” che dalla politica all’economia si è spartito il paese. Che ha retto anche durante le primavere arabe del 2011 che l’Algeria non ha vissuto, ancora traumatizzata dal ricordo degli anni Novanta e delle violenze della guerra civile. Lo ha fatto utilizzato le riserve di petrolio per aumentare la spesa pubblica del 25% e tenere a bada le spinte popolari.
Bouteflika ha costruito uno Stato intorno a sé, modificando le leggi per restare al potere: lo ha fatto nel 2008 con l’emendamento alla Costituzione che gli ha permesso di candidarsi per la terza volta e poi per la quarta. Ha ridotto lo spazio di libertà dei sindacati indipendenti e della stampa libera.
Fonte
02/04/2019
La difficile transizione algerina, tra spinte di rottura e continuità del sistema
Un comunicato della Presidenza algerina di questo lunedì dichiara esplicitamente che l’ottuagenario presidente – da tempo gravemente malato – Abdelaziz Bouteflika darà le sue dimissioni “prima del 28 aprile prossimo”, data finale del suo mandato elettivo.
Nella stessa nota viene riferito che dovrà prendere delle “importanti misure per assicurare la continuità del funzionamento delle istituzioni dello Stato durante il periodo di transizione”.
Questa decisione cambia lo scenario prospettato dal Presidente stesso l’11 marzo scorso quando ha annunciato che non si sarebbe candidato per un quinto mandato, così come richiesto da manifestazioni oceaniche a cominciare dal 22 febbraio.
Le elezioni presidenziali si sarebbero dovute tenere all’interno del prolungamento della conferenza nazionale “inclusiva ed indipendente” che Bouteflika aveva già annunciato la settimana prima del terzo venerdì consecutivo di mobilitazione, insieme alla formazione di nuovo governo, ma il suo annuncio non aveva sortito alcune effetto.
Il nuovo primo ministro del governo sarebbe dovuto essere Noureddine Bodoui, con Ramtane Lamamra come vice.
Ma nel governo che è stato formato la domenica sera del 31 marzo – con notevole ritardo rispetto alla tabella di marcia prospettata – compare solo Bodoui, mentre Lamamra (particolarmente inviso alla popolazione) è stato probabilmente sacrificato per il ruolo svolto in queste settimane, come portavoce presso diverse cancellerie dei paesi con cui l’Algeria intrattiene importanti rapporti per presentare la strategia di “transizione” elaborata da Bouteflika.
Questo tentativo di “internazionalizzare” la crisi algerina, cercando all’estero il consenso di cui non godeva in patria, ha senz’altro contribuito a bruciare il numero due dell’exit strategy prospettata da Bouteflika.
L’attuale formazione governativa è probabilmente il frutto di un compromesso tra le alte sfere militari e l’entourage di Bouteflika, in un momento in cui queste sembravano andare verso l’accelerazione sulla rotta di collisione e mentre numerosi segnali sembravano prefigurare – come poi sostanzialmente confermato – un’ipotetica “epurazione” degli uomini della cerchia di potere più invisi alla popolazione, in quanto esponenti di quel ceto di rentier arricchitosi con l’“era Bouteflika” dal 1999 in poi. Lo strumento principale sono le inchieste giudiziarie per svariati illeciti che hanno reso “la corruzione” non un fatto episodico, ma un sistema di relazioni politiche.
Una richiesta di apertura delle inchieste propugnata pubblicamente da avvocati e magistrati che compongono parte di quell’arco di forze sociali che ha dato vita alle mobilitazioni.
Nel suo discorso dell’11 marzo, il presidente diceva di volere rimanere in carica fino all’elezione del suo successore (e quindi prolungando il suo mandato oltre ciò che prevede la costituzione) e affermava di avere seguito con attenzione le manifestazioni di cui comprendeva le ragioni, elogiandone il carattere pacifico.
Come aveva ben sintetizzato una manifestante, la situazione era quella per cui “volevamo una elezione senza Bouteflika, abbiamo Bouteflika senza elezioni”.
Ma la risposta di piazza del venerdì successivo aveva di fatto delegittimato ulteriormente questa ipotesi di gestione della transizione.
Nel primo pomeriggio del 25 marzo il generale Gaïd Salah era intervenuto con un discorso finalizzato a prefigurare una differente via d’uscita dall’attuale crisi politica algerina, divenendo un attore politico di alto profilo nell’impasse del ceto politico dirigenziale, visto anche il ruolo fino ad allora abbastanza marginale dell’opposizione politica, nonostante questa abbia elaborato congiuntamente nel corso dell’“hirak” una proposta articolata che pone la sovranità popolare al centro e la dissoluzione di un sistema di potere politico come priorità, che non deve logicamente essere in mano a chi ne è stato piena espressione in questi anni.
Una proposta che non fa che accogliere il sentimento della piazza, sempre più orientata a chiedere un cambio di sistema e non solo la sostituzione dei suoi esponenti più in vista.
Il capo di stato maggiore aveva chiesto l’applicazione dell’articolo 102 della Costituzione, che prevede lo stato d’impedimento e la destituzione del Presidente della Repubblica – in questo caso l’ottuagenario Abdelaziz Bouteflika – a causa della grave e lunga malattia, che ha determinato l’impossibilità di esercitare le proprie funzioni.
Salah aveva prospettato un iter che avrebbe portato di fatto, a conclusione di varie tappe, a delegittimare la strategia dell’ottuagenario presidente contenuta nel comunicato del del’11 marzo, e all’indizione delle elezioni Presidenziali seguendo i vari passaggi previsti dalla Costituzione.
Nel suo discorso il capo di stato maggiore Salah aveva sottolineato il carattere esteso e pacifico delle attuali mobilitazioni e la loro richiesta di “cambiamenti politici”, così come il pericolo che tali mobilitazioni possano essere sfruttate “da parte di partiti ostili e malintenzionati, all’interno così come all’esterno [...] miranti ad attentare la stabilità del Paese. Dei disegni abietti che questo popolo cosciente e vigile saprà sconfiggere”.
Aveva ribadito il ruolo storico e la funzione dell’esercito: “rimane leale nella nostra missione e nei nostri impegni, e non permetterà mai, a chi che sia, di distruggere ciò che il popolo algerino ha costituito”.
Aveva concluso affermando che diviene “necessario, anzi imperativo, adottare una soluzione per uscire dalla crisi che risponda alle rivendicazioni legittime del popolo algerino, e che garantisca il rispetto delle disposizioni della Costituzione e il mantenimento della sovranità dello stato”.
Le mobilitazioni di quest’ultimo venerdì avevano in parte rifiutato anche questa opzione di gestione della transizione, ed i toni tra l’esercito e l’entourage di Bouteflika si erano fatti piuttosto aspri, visto che quest’ultimo tentennava nel dar seguito a ciò che i primi suggerivano.
In un altro comunicato, oltre all’articolo 102, le alte sfere dell’esercito avevano ricordato la centralità degli articoli 7 e 8 della Costituzione, che ribadiscono la sovranità popolare, viste quelle esitazione e la spinta di una piazza ancora più numerosa che negli appuntamenti precedenti.
Ma la composizione del governo, che ha posto come numero due proprio Salah, sembra ricomporre questo conflitto e ribadire una gestione della transizione interna ad un sistema di potere contro cui continua a scagliarsi l’opposizione e l’ostilità della piazza, come fanno presagire le reazioni sui social ed il moltiplicarsi degli appelli a mobilitarsi per venerdì 5 aprile.
Il “Partie des Travailleurs”, al capo del quale c’è Louisa Hannoune, denuncia questo “nuovo tentativo di salvataggio del sistema”, dichiarando che il governo Bedoui è “il prodotto di una transazione politica”, e reitera il suo appello per eleggere un’Assemblea Costituente Nazionale e Sovrana (ACNS), la sola capace di “consacrare l’esercizio della sua sovranità da parte della maggioranza del popolo per operare la rifondazione di una politica istituzionale nazionale e quindi costituzionale”.
Ali Benflis del partito Talaie El Houriyet, giudica una provocazione “La formazione del nuovo governo”. “Così come è stata annunciata non esprime nient’altro che il perseverare nella provocazione e nella sfida”.
Si potrebbe insomma approfondire ancora il già ampio solco tra popolazione ed establishment, vista l’impopolarità di quest’ultima opzione di compromesso che riguarda l’Esercito – o meglio la sua dirigenza – finora il corpo dello Stato che aveva saputo meglio cogliere la necessità di un cambio radicale, un vuoto che fino ad ora è stato riempito dal movimento reale come scuola politica di massa.
Anche i partiti che erano stati il perno dell’era Bouteflika, infatti, stanno conoscendo un aspro scontro interno, con una parte consistente dell’apparato che “chiede la testa” dei rispettivi leader, considerati compromessi, come chi contesta Ouyahia – una delle persone più invise alla popolazione – chiedendone le dimissioni e minacciando la sede del partito nel RND, o i 150 membri del comitato centrale del FLN che qualche giorno fa chiedevano le dimissioni di Bouteflika.
Mentre continua e si inasprisce lo scontro tra la dirigenza della centrale sindacale UGTA – uno dei perni del “sistema Bouteflika” – e la base, entrata prepotentemente nelle mobilitazioni chiedendo tra l’altro le dimissioni dell’attuale segretario Sidi Said, dodici sindacati autonomi hanno chiamato ad uno sciopero generale il 10 aprile, con una marcia ad Algeri.
In questa situazione dagli scenari incerti, una sola cosa appare definita, la mobilitazione popolare ha imposto ciò che poco più di un mese fa era impensabile: l’uscita di scena di Bouteflika, l’implosione dei corpi politici e sindacali “intermedi” che ne avevano fiancheggiato l’operato, la denuncia degli “avvoltoi” che probabilmente andranno incontro ad azioni giudiziarie per il loro operato fraudolento, il ricostituirsi di una identità collettiva fortemente ancorata ai propri valori “patriottici” scaturiti dalla lotta di liberazione nazionale e che rifugge le ingerenze esterne e la peste jihadista, il catalizzare di una vasta solidarietà che comprende i residenti algerini all’estero e i popoli del Maghreb.
Il 5 aprile sarà l’ennesimo banco di prova per comprendere se la spinta verso la rottura saprà di nuovo scompaginare il tentativo di forgiare un abito nuovo al vecchio assetto di potere, agli interessi che difendeva e alla configurazione dei rapporti internazionali di stampo neo-coloniale a cui rischiava di allinearsi.
La “Stella Nera” algerina brilla ancora...
Fonte
Nella stessa nota viene riferito che dovrà prendere delle “importanti misure per assicurare la continuità del funzionamento delle istituzioni dello Stato durante il periodo di transizione”.
Questa decisione cambia lo scenario prospettato dal Presidente stesso l’11 marzo scorso quando ha annunciato che non si sarebbe candidato per un quinto mandato, così come richiesto da manifestazioni oceaniche a cominciare dal 22 febbraio.
Le elezioni presidenziali si sarebbero dovute tenere all’interno del prolungamento della conferenza nazionale “inclusiva ed indipendente” che Bouteflika aveva già annunciato la settimana prima del terzo venerdì consecutivo di mobilitazione, insieme alla formazione di nuovo governo, ma il suo annuncio non aveva sortito alcune effetto.
Il nuovo primo ministro del governo sarebbe dovuto essere Noureddine Bodoui, con Ramtane Lamamra come vice.
Ma nel governo che è stato formato la domenica sera del 31 marzo – con notevole ritardo rispetto alla tabella di marcia prospettata – compare solo Bodoui, mentre Lamamra (particolarmente inviso alla popolazione) è stato probabilmente sacrificato per il ruolo svolto in queste settimane, come portavoce presso diverse cancellerie dei paesi con cui l’Algeria intrattiene importanti rapporti per presentare la strategia di “transizione” elaborata da Bouteflika.
Questo tentativo di “internazionalizzare” la crisi algerina, cercando all’estero il consenso di cui non godeva in patria, ha senz’altro contribuito a bruciare il numero due dell’exit strategy prospettata da Bouteflika.
L’attuale formazione governativa è probabilmente il frutto di un compromesso tra le alte sfere militari e l’entourage di Bouteflika, in un momento in cui queste sembravano andare verso l’accelerazione sulla rotta di collisione e mentre numerosi segnali sembravano prefigurare – come poi sostanzialmente confermato – un’ipotetica “epurazione” degli uomini della cerchia di potere più invisi alla popolazione, in quanto esponenti di quel ceto di rentier arricchitosi con l’“era Bouteflika” dal 1999 in poi. Lo strumento principale sono le inchieste giudiziarie per svariati illeciti che hanno reso “la corruzione” non un fatto episodico, ma un sistema di relazioni politiche.
Una richiesta di apertura delle inchieste propugnata pubblicamente da avvocati e magistrati che compongono parte di quell’arco di forze sociali che ha dato vita alle mobilitazioni.
Nel suo discorso dell’11 marzo, il presidente diceva di volere rimanere in carica fino all’elezione del suo successore (e quindi prolungando il suo mandato oltre ciò che prevede la costituzione) e affermava di avere seguito con attenzione le manifestazioni di cui comprendeva le ragioni, elogiandone il carattere pacifico.
Come aveva ben sintetizzato una manifestante, la situazione era quella per cui “volevamo una elezione senza Bouteflika, abbiamo Bouteflika senza elezioni”.
Ma la risposta di piazza del venerdì successivo aveva di fatto delegittimato ulteriormente questa ipotesi di gestione della transizione.
Nel primo pomeriggio del 25 marzo il generale Gaïd Salah era intervenuto con un discorso finalizzato a prefigurare una differente via d’uscita dall’attuale crisi politica algerina, divenendo un attore politico di alto profilo nell’impasse del ceto politico dirigenziale, visto anche il ruolo fino ad allora abbastanza marginale dell’opposizione politica, nonostante questa abbia elaborato congiuntamente nel corso dell’“hirak” una proposta articolata che pone la sovranità popolare al centro e la dissoluzione di un sistema di potere politico come priorità, che non deve logicamente essere in mano a chi ne è stato piena espressione in questi anni.
Una proposta che non fa che accogliere il sentimento della piazza, sempre più orientata a chiedere un cambio di sistema e non solo la sostituzione dei suoi esponenti più in vista.
Il capo di stato maggiore aveva chiesto l’applicazione dell’articolo 102 della Costituzione, che prevede lo stato d’impedimento e la destituzione del Presidente della Repubblica – in questo caso l’ottuagenario Abdelaziz Bouteflika – a causa della grave e lunga malattia, che ha determinato l’impossibilità di esercitare le proprie funzioni.
Salah aveva prospettato un iter che avrebbe portato di fatto, a conclusione di varie tappe, a delegittimare la strategia dell’ottuagenario presidente contenuta nel comunicato del del’11 marzo, e all’indizione delle elezioni Presidenziali seguendo i vari passaggi previsti dalla Costituzione.
Nel suo discorso il capo di stato maggiore Salah aveva sottolineato il carattere esteso e pacifico delle attuali mobilitazioni e la loro richiesta di “cambiamenti politici”, così come il pericolo che tali mobilitazioni possano essere sfruttate “da parte di partiti ostili e malintenzionati, all’interno così come all’esterno [...] miranti ad attentare la stabilità del Paese. Dei disegni abietti che questo popolo cosciente e vigile saprà sconfiggere”.
Aveva ribadito il ruolo storico e la funzione dell’esercito: “rimane leale nella nostra missione e nei nostri impegni, e non permetterà mai, a chi che sia, di distruggere ciò che il popolo algerino ha costituito”.
Aveva concluso affermando che diviene “necessario, anzi imperativo, adottare una soluzione per uscire dalla crisi che risponda alle rivendicazioni legittime del popolo algerino, e che garantisca il rispetto delle disposizioni della Costituzione e il mantenimento della sovranità dello stato”.
Le mobilitazioni di quest’ultimo venerdì avevano in parte rifiutato anche questa opzione di gestione della transizione, ed i toni tra l’esercito e l’entourage di Bouteflika si erano fatti piuttosto aspri, visto che quest’ultimo tentennava nel dar seguito a ciò che i primi suggerivano.
In un altro comunicato, oltre all’articolo 102, le alte sfere dell’esercito avevano ricordato la centralità degli articoli 7 e 8 della Costituzione, che ribadiscono la sovranità popolare, viste quelle esitazione e la spinta di una piazza ancora più numerosa che negli appuntamenti precedenti.
Ma la composizione del governo, che ha posto come numero due proprio Salah, sembra ricomporre questo conflitto e ribadire una gestione della transizione interna ad un sistema di potere contro cui continua a scagliarsi l’opposizione e l’ostilità della piazza, come fanno presagire le reazioni sui social ed il moltiplicarsi degli appelli a mobilitarsi per venerdì 5 aprile.
Il “Partie des Travailleurs”, al capo del quale c’è Louisa Hannoune, denuncia questo “nuovo tentativo di salvataggio del sistema”, dichiarando che il governo Bedoui è “il prodotto di una transazione politica”, e reitera il suo appello per eleggere un’Assemblea Costituente Nazionale e Sovrana (ACNS), la sola capace di “consacrare l’esercizio della sua sovranità da parte della maggioranza del popolo per operare la rifondazione di una politica istituzionale nazionale e quindi costituzionale”.
Ali Benflis del partito Talaie El Houriyet, giudica una provocazione “La formazione del nuovo governo”. “Così come è stata annunciata non esprime nient’altro che il perseverare nella provocazione e nella sfida”.
Si potrebbe insomma approfondire ancora il già ampio solco tra popolazione ed establishment, vista l’impopolarità di quest’ultima opzione di compromesso che riguarda l’Esercito – o meglio la sua dirigenza – finora il corpo dello Stato che aveva saputo meglio cogliere la necessità di un cambio radicale, un vuoto che fino ad ora è stato riempito dal movimento reale come scuola politica di massa.
Anche i partiti che erano stati il perno dell’era Bouteflika, infatti, stanno conoscendo un aspro scontro interno, con una parte consistente dell’apparato che “chiede la testa” dei rispettivi leader, considerati compromessi, come chi contesta Ouyahia – una delle persone più invise alla popolazione – chiedendone le dimissioni e minacciando la sede del partito nel RND, o i 150 membri del comitato centrale del FLN che qualche giorno fa chiedevano le dimissioni di Bouteflika.
Mentre continua e si inasprisce lo scontro tra la dirigenza della centrale sindacale UGTA – uno dei perni del “sistema Bouteflika” – e la base, entrata prepotentemente nelle mobilitazioni chiedendo tra l’altro le dimissioni dell’attuale segretario Sidi Said, dodici sindacati autonomi hanno chiamato ad uno sciopero generale il 10 aprile, con una marcia ad Algeri.
In questa situazione dagli scenari incerti, una sola cosa appare definita, la mobilitazione popolare ha imposto ciò che poco più di un mese fa era impensabile: l’uscita di scena di Bouteflika, l’implosione dei corpi politici e sindacali “intermedi” che ne avevano fiancheggiato l’operato, la denuncia degli “avvoltoi” che probabilmente andranno incontro ad azioni giudiziarie per il loro operato fraudolento, il ricostituirsi di una identità collettiva fortemente ancorata ai propri valori “patriottici” scaturiti dalla lotta di liberazione nazionale e che rifugge le ingerenze esterne e la peste jihadista, il catalizzare di una vasta solidarietà che comprende i residenti algerini all’estero e i popoli del Maghreb.
Il 5 aprile sarà l’ennesimo banco di prova per comprendere se la spinta verso la rottura saprà di nuovo scompaginare il tentativo di forgiare un abito nuovo al vecchio assetto di potere, agli interessi che difendeva e alla configurazione dei rapporti internazionali di stampo neo-coloniale a cui rischiava di allinearsi.
La “Stella Nera” algerina brilla ancora...
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27/03/2019
Algeria: un popolo in marcia!
Nel primo pomeriggio di ieri il generale Gaïd Salah è intervenuto con un discorso finalizzato a prefigurare un'uscita dall’attuale crisi politica algerina.
Il capo di stato maggiore ha chiesto l’applicazione dell’articolo 102 della Costituzione, che prevede lo stato d’impedimento e la destituzione del Presidente della Repubblica – in questo caso l’ottuagenario Abdelaziz Bouteflika – per causa di grave e durevole malattia ed incapacità di esercitare le proprie funzioni.
Come prevede la legge, e come ha fatto tempestivamente dopo l’annuncio del generale, si deve riunire il Consiglio Costituzionale e dopo avere verificato la realtà di questo impedimento attraverso tutti i mezzi idonei, propone, all’unanimità, al parlamento di dichiarare lo stato d’ impedimento.
Il Parlamento che si deve riunire a camere congiunte, deve votare con la maggioranza dei due terzi l’impedimento del Presidente e incaricare come Capo di Stato ad interim il Presidente del Consiglio per massimo 45 giorni nei quali egli esercita le sue prerogative all’interno e nel rispetto dell’articolo 104.
Nel caso di continuazione dell’impedimento alla fine dei 45 giorni, vi è un iter costituzionale che prevede che il Presidente del Consiglio – che non potrà presentarsi come candidato alla presidenza – eserciti le funzioni di Capo dello Stato per un massimo di 90 giorni all’interno dei quali devono essere preparate le elezioni presidenziali, come ha scritto “Observatoire Algerie”.
Il Consiglio Costituzionale si è di fatto riunito d’urgenza dopo il discorso del generale, e ha deliberato all’unanimità la “vacanza” della funzione del Presidente della Repubblica, accelerando quindi la via prefigurata dal capo dell’esercito, attendendo così la riunione delle due camere per deliberare a loro volta.
Nel caso di conferma da parte delle due camere, Abdelkader Bensalah, attuale presidente del Senato diverrà Presidente ad interim, secondo quanto riportato da “Afrique du Nord News”.
Nel suo discorso – riportato integralmente da “Algerie Part” – Salah ha sottolineato il carattere esteso e pacifico delle attuali mobilitazioni e la loro richiesta di cambiamenti politici, così come il pericolo che tali mobilitazioni possano essere sfruttate da parte di partiti ostili e malintenzionati, all’interno così come all’esterno [...] miranti ad attentare la stabilità del Paese. Dei disegni abietti che questo popolo cosciente e vigile saprà sconfiggere.
Ribadisce il ruolo storico e la funzione dell’esercito: rimane leale nella nostra missione e nei nostri impegni, e non permetterà mai, a chi che sia, di distruggere ciò che il popolo algerino ha costituito.
Conclude affermando che diviene necessario anzi imperativo adottare una soluzione per uscire dalla crisi, che risponda alle rivendicazioni legittime del popolo algerino, e che garantisca il rispetto delle disposizioni della Costituzione e il mantenimento della sovranità dello stato.
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In questo caso l’esercito – istituzione garante nei momenti più critici dell’Algeria durante la sua storia di nazione indipendente – è entrato nella determinazione di una exit strategy precisa dall’attuale impasse politico, sconfessando di fatto la road map prefigurata da Bouteflika nel suo discorso alla Nazione ed in parte sconvolgendo i piani dell’establishment.
Insorgono le opposizioni, come Djamel Zenati, del FFS secondo il quale l’attaccamento alla Costituzione del Generale sarebbe quanto meno dubbiosa e tardiva, e che interpreta questa manovra come mirante ad ingabbiare l’ideale popolare in una procedura il cui unico obiettivo è permettere al sistema di rigenerarsi. Zenati ricorda che la transizione è un doppio processo che consiste nel porre le fondamenta di un nuovo sistema e decostruire il vecchio.
Sostanzialmente dello stesso avviso Sofiane Djillali – come riporta nello stesso articolo “TSA” – che sottolinea la volontà di un cambiamento radicale espresso dal popolo e gli obiettivi conquistati, aggiungendo: non dobbiamo abbandonare, dobbiamo mantenere la pressione e il venerdì sarà un altro appuntamento per una vittoria in prospettiva.
Anche Abdelwahb Fersaoui dell’associazione RAJ si associa ai giudizi precedenti e parla di manovra macchiavellica, mentre l’RCD giudica un tentativo di colpo di stato il discorso del generale.
Certamente la strategia messa in campo non aveva né affievolito le proteste popolari – sintomo di una volontà di cambiamento più marcato e che rimettesse al popolo la sua capacità di decisione – né aveva fatto sostanzialmente dei passi in avanti, mentre due delle principali formazioni della maggioranza come l’FLN e l’RND stavano conoscendo una profonda crisi interna e significative spaccature, sviluppando una posizione al limite della schizofrenia politica sostenendo sia il movimento popolare sia Bouteflika, sintomo di uno sfarinamento dei corpi politici – ma lo stesso lo si può dire della centrale sindacale UGTA – che avevano garantito il consenso all’assetto politico che fino a qui ha governato il Paese.
L’Esecutivo doveva essere formato giovedì scorso, secondo le parole Bedoui una delle due persone designate da Bouteflika per comporlo, mentre l’altra figura chiave da lui designata Lamamra si sta recando nelle cancellerie dei partner principali dell’Algeria per assicurarsi il consenso – di cui non gode in patria – rispetto alla strategia di transizione tutt’interna all’attuale assetto di potere prefigurata dall’ottuagenario Presidente, ed ora messa in discussione dall’esercito.
*****
È da rilevare il tentativo di questi ultimi giorni di mettere una OPA sul movimento popolare accreditando alcuni personaggi assolutamente squalificati come possibili interpreti e vettori del cambiamento, proprio quando si moltiplicano e si consolidano le discussioni a livello popolare sulla prefigurazione di un assetto diverso che sviluppi realmente la sovranità popolare e su quale transizione sia praticabile.
Allo stesso tempo sono oggi sul tavolo politico numerosi dossier economici che vanno a toccare alcuni punti chiave della futura configurazione economica algerina, lo sviluppo delle sue trame di relazioni, ed il suo futuro ruolo geo-strategico all’interno di un contesto di forte scontro tra attori politici globali di cui l’Algeria è un tassello e in cui le pressioni neo-coloniali evidenti attuate dalla Francia con il bene placido della UE emergono con forza.
Nel mentre le mobilitazioni non sono scemate, è si profila all’orizzonte l’ennesimo venerdì consecutivo di protesta che fa entrare pienamente nel secondo mese di mobilitazione l’hizak algerina iniziata venerdì 22 febbraio.
È chiaro che se anche Bouteflika ha personificato un quasi ventennale sistema di potere, non sarà la sua ormai inevitabile ed accelerata uscita di scena – ancora inimmaginabile poco più di un mese fa – a cambiare le basi su cui questo si sosteneva (in particolare l’oligarchia rentier), e che il livello di coscienza politica a livello di massa chiede un reale protagonismo da una ampia parte della popolazione algerina che vuole avere una rappresentanza politica degna di questo nome.
Allo stesso tempo senza cambiamenti “strutturali” in senso economico e senza una riappropriazione della sovranità economica sulle risorse di cui dispone l’Algeria, rendendola più indipendente dai centri di potere occidentale e dalle loro esigenze, un cambiamento politico di facciata potrebbe risolversi in una peggiore condizione economica delle classi subalterne, un maggior ruolo degli “avvoltoi” che si sono arricchiti sulle spalle della popolazione, ed una maggiore ingerenza del neo-colonialismo targato USA o UE.
La lotta algerina è di nuovo un cuneo nei confronti di un'Europa non troppo diversa da quella descritta – mutatis mutandi – da Jean Paul Sartre nel 1961 che va verso abissi da cui è meglio allontanarsi. In altre parole è fottuta.
Il futuro dell’Algeria e del vecchio continente si modella a caldo.
La base del Cuneo che parte dall’Africa sub-sahariana con la sua nuova leva di militanti e movimenti contro la presenza militare occidentale e la sua subordinazione economica e giunge fino alla periferia della metropoli imperialistica.
La cittadella fortificata di un potere delegittimato che si difende con il terrore ne è ormai l’evidente resa plastica.
Le mobilitazioni algerine di venerdì 29 (e quelle domenicali in Francia in loro sostegno) e l’Atto XX dei GJ del 30 sono due momenti della stessa contraddizione e parte dello stesso movimento generale.
Vi ricorda qualcosa l’espressione “I dannati della terra”?
Fonte
18/03/2019
Giovani a Sud del Mediterraneo: sociologia della rivoluzione algerina
Più numerosi che l’8 marzo, questo venerdì milioni di algerini hanno manifestato in tutto il Paese.
Una mobilitazione storica, inedita dalla fine della guerra di liberazione nazionale, sta scuotendo il Paese. E non si è affievolita neanche dopo la “vittoria parziale”, con la rinuncia al quinto mandato da parte dell’attuale presidente Abdelaziz Bouteflika – ottuagenario e gravemente malato – fattore scatenante della protesta iniziata il 22 febbraio.
A.B. ha comunque annullato le elezioni e scelto un governo alla cui testa ci sono navigati uomini del proprio entourage, che rimarrà in carica – nonostante non sia previsto in alcun modo dall’attuale costituzione – fino all’elezione di un nuovo presidente.
Come recita uno slogan algerino rivolto a Bouteflika: “tu prolunghi il mandato, noi prolunghiamo la lotta”.
L’attuale establishment non intende cedere la gestione del processo di transizione – comunque dalle modalità e dai tempi incerti – dall’attuale sistema di governo, che ha avuto dal 1999 l’attuale presidente in carica come interfaccia pubblica e uomo in grado di bilanciare la totalità degli interessi concorrenti delle varie élites (ma sostanzialmente fino ad ora non contrapposti), verso un’altra configurazione politica che scaturirà da una nuova Costituzione votata con un referendum.
È chiaro come alcuni fatti rilevanti abbiano messo sotto stress l’attuale configurazione dei poteri e la sua capacità di governance: il calo del prezzo del petrolio, la partnership sempre più stretta con la Cina, le pressioni imperialistiche internazionali (dall’Unione Europea agli USA) per alcuni aspetti che rendono il paese strategico per i propri appetiti energetici e geopolitici, il mancato sbocco esistenziale per una gioventù sempre più urbanizzata, istruita e “connessa” che non trova un'occupazione adeguata e non è rappresentata in alcun modo dall’attuale classe politica dirigente.
Un cartello, apparso nella manifestazione domenicale di sostegno al popolo algerino a Parigi – “sì all’ecologia, non al riciclo del sistema” – traduce bene il sentimento della protesta.
Per l’atto IV, dal venerdì 22 febbraio, una marea umana impossibile da contare ha manifestato ad Algeri, Orano, Costantine, Bejaïa, Tizi-Ouzou, Mostaganem, Annaba, Batna, Bouira, Tlemcen, Saida, come nelle città più piccole.
Un tratto comune delle mobilitazioni è la loro indole pacifica, il carattere conviviale e la grande capacità di trovare modalità ironiche per criticare il sistema, la “mafia”, “i 40 ladroni”, “i morti viventi”, “il museo degli orrori”, secondo le varie espressioni popolari.
Un aspetto importante è l’identificazione del proprio nemico come un giano bifronte che ha il volto dell’anziano presidente algerino così come del giovane presidente francese: “Macron vattene, Abdelaziz vattene!” è una delle varianti sul tema che meglio sintetizzano la volontà di emanciparsi dall’attuale assetto di potere interno e dalle ingerenze esterne rappresentate dal neo-colonialismo francese – mai uscito di scena – che si è felicitato per la “transizione” proposta da Bouteflika.
In una lettera pubblicata dal quotidiano Al Watan, l’ottantenne icona della Lotta di Liberazione Nazionale Djamila Bouhired sintetizza lo stato d’animo del popolo algerino che vede nel sostegno del presidente francese “un colpo di stato programmato del suo omologo algerino [...] un’aggressione contro il popolo algerino, contro le sue aspirazioni alla libertà e alla dignità”, oltre a un “ultimo segno rivelatore dei suoi legami perversi di dominazione neocoloniale”.
Dalle pagine dei giornali, avvocati e giuristi hanno criticato questa “transizione” che ritengono incostituzionale. Tra questi Fatiha Benabou – specialista in diritto costituzionale intervistata da TSA – è stata molto chiara: “non è né il presidente della Repubblica né alcuno che decide dello svolgersi delle elezioni presidenziali, è la Costituzione. E la costituzione è la volontà del popolo. L’elezione è un processo democratico che non può essere travalicato”.
Rigettata dalla strada, così come dall’opposizione politica, la proposta per uscire dall’impasse ha un percorso tutto in salita, considerato che rappresenta agli occhi dei più una profonda espropriazione della sovranità popolare che, se finora era passata in secondo piano dalla fine del decennio nero degli anni Novanta, adesso emerge con forza, essendosi ormai consumato un punto di rottura inedito soprattutto con la componente giovanile: più della metà della popolazione ha meno di trent’anni e un milione e settecento mila sono studenti.
Sarebbe un errore non cogliere il carattere inter-generazionale delle proteste (anche nella componente algerina all’estero), ma è necessario comprendere la spinta principale che viene dalle giovani generazioni.
Mohamed Mebtoul, studioso algerino che ha condotto importanti ricerche su questa componente della società, mette in evidenza il carattere fortemente “patriottico” della cultura politica espressa, una “inversione cognitiva” rispetto all’esigenza di lasciare il proprio paese, come era accaduto con la visita di Chirac nel 2001 accolto dagli slogan dei giovani (“dacci i visti, dacci i visti, per potersi recare in Francia”) e l’attuale affermazione della propria legittimità sociale: “oggi vogliamo vivere e esistere nella società, senza essere rifiutati come ‘buoni a niente’”, sembrano voler dire i giovani.
Lo studioso, nella parte terminale dell’intervista apparsa su Mediapart il 12 marzo, afferma:
“i giovani hanno dimostrato che rappresentano ormai una attore sociale inaggirabile all’interno della trasformazione politica. Sembra importante che il dibattito pubblico e la discussione possano avvenire serenamente negli spazi pubblici per proporre delle ipotesi di cambiamento nello spirito solidale e unitario che ha caratterizzato le marce di venerdì”.
In un’altra intervista apparsa su “Mediapart”, la studiosa Karima Lazali, autrice di una ricerca sui traumi psichici della colonizzazione, traccia un quadro dei legami di continuità e di rottura tra il periodo antecedente alla Liberazione e quello successivo, mettendo in evidenza i retaggi e le dinamiche che sono persistite anche dopo il 1962.
“Il funzionamento coloniale si è riprodotto, nonostante l’Indipendenza […] Il sentimento del contare poco in quanto individui e la pratica dell’offesa non sono mai scomparse. La distruzione del collettivo è stato uno dei grandi progetti della colonizzazione. […] Il potere algerino, dopo l’indipendenza, non ha cessato di rompere, di sopprimere […] tutte le velleità di costruzione di una società civile”.
Ed è esattamente ciò che sta succedendo in queste settimane: la costruzione di una identità collettiva fortemente inclusiva che trae ispirazione dai valori della “prima” rivoluzione algerina senza annichilire l’individuo, che rompe lo scambio del vecchio “patto sociale” post guerra civile, tra annullamento politico della società e pace sociale.
La voce della sofferenza e del bisogno di riscatto è rimasta a lungo sotto traccia, confinata alle sottoculture giovali del tifo organizzato e della musica, in Algeria come in tutto il Maghreb.
Non è un caso che i cori da stadio siano diventati gli inni della protesta: così è stato in Tunisia con Testament dei tifosi del Club African, F’bladi Delmouni dei supporter del Raja Casablanca – ripreso dai manifestanti algerini – e oggi con La casa del Mouradia dell’USMA di Algeri, che ritma costantemente le mobilitazioni.
Il calcio è stato un vettore di “socializzazione” delle classi subalterne algerine, una passione totale che ha segnato profondamente la vita quotidiana, la possibilità d’aggregazione e le chance di espressione di un malessere; un termometro sociale che già da tempo registrava la febbre di una sofferenza che non poteva essere contenuta e che sarebbe esplosa.
Il primo maggio 2016, allo stadio 5 luglio d’Algeri, per la finale della Coppa d’Algeria, gli ultras scandiscono insulti in direzione dello Stato, del presidente, dei generali e della polizia. Per le finali, lo Stato riempie un terzo dello stadio con ufficiali in uniforme. Generali, militari, poliziotti e pompieri sventolano bandiere algerine...
Un malessere che la rassegnazione dovuta all’immobilismo faceva ripiegare in comportamenti nichilistici (l’uso della droga, per esempio), l’esaltazione della cultura dei big del crimine organizzato divenute icone mediatiche attraverso le serie televisive, lasciando come unica alternativa l’immigrazione clandestina via mare... Poco a poco incomincia a trasformarsi in grido di denuncia verso il sistema e le dinamiche che produce come nel caso della “casa”, divenendo un motivo popolare e popolarizzato.
Dalla strada allo stadio e dallo stadio alla strada...
Facciamo ora una breve panoramica della situazione delle fasce studentesche, utilizzando i dati forniti da Jean-Baptisme Meyer dell’Institut de Recherche pour le Development (IRD) in un suo contributo uscito su TSA.
Un primo dato è l’aumento degli studenti iscritti alla formazione superiore, passato dal 31 al 43% nel giro di sei anni, raggiungendo e oltrepassando la media mondiale (passata dal 32 al 37% nello stesso periodo), a cui i paesi vicini (Egitto, Marocco e Tunisia) invece si stanno avvicinando ma senza raggiungerla.
Negli ultimi venti anni il numero degli studenti è quadruplicato, passando dai 425mila della fine del “decennio nero” agli attuali un milione e settecentomila.
Lo stesso aumento in proporzione, curiosamente, che ha riguardato la Francia dalla fine della Seconda Guerra mondiale al Maggio 1968.
L’università in Algeria è libera, gratuita e sovvenzionata; tutti i dipartimenti territoriali possiedono come minimo una propria università, e chiaramente sono maggiori nelle realtà più densamente popolate come Algeri o le altre città settentrionali.
Due terzi della popolazione studentesca è composta da donne, i loro successi scolastici sono superiori agli uomini.
All’inizio del XXI secolo le studentesse si “fermavano” alla licenza, mentre ora addirittura costituiscono la maggioranza tra i dottorati.
Rimangono, però, fortemente sottorappresentate tra gli insegnati (solo il 20% ottiene una cattedra), mentre sono la metà dei maitres-assistants.
L’Università è oggi un mondo in cui si va affermando una posizione di minore subordinazione sociale della donna, con migliori risultati, in potenza futuri “quadri” per una struttura economica che possa essere in grado di accogliere questa porzione istruita per ora “eccedente” e costretta a fare lavori de-qualificati e precari.
La maggior parte dei giovani, a causa della “precarietà”, è costretta a continuare a vivere tra le mura domestiche dei propri genitori: l’80% dei giovani tra i 15 e i 29 anni, restando celibi o nubili.
Le possibilità di studiare all’estero si sono fatte sempre più aleatorie, vista la politica sull’immigrazione dai Paesi dell’area “core” (l’Unione Europea), e lo saranno ancora di più, considerando gli aumenti in Francia delle tasse d’iscrizione all’università e ai master per gli studenti non UE, di cui gli algerini costituiscono – dopo quelli provenienti da Marocco e Cina – il gruppo più folto.
Tutti questi fattori hanno senz’altro contribuito a creare le condizioni favorevoli affinché si sviluppasse questo movimento, che solo il mix letale di eurocentrismo e analfabetismo politico non fa cogliere in tutta la sua importanza in Italia.
Intanto la sua voce potente ha superato il Mediterraneo ed ha incominciato a scuotere la Francia...
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14/03/2019
L’Algeria tra mobilitazioni popolari e conflitti strategici nel Mediterraneo
In Algeria la protesta non si placa nonostante la rinuncia dell’attuale presidente in carica, Bouteflika – ottuagenario e in uno stato di salute precaria da anni – a non ricandidarsi alle prossime elezioni presidenziali previste per il 18 aprile.
L’appuntamento elettorale è stato rinviato a data da destinarsi, mentre l’attuale presidente rimarrà in carica fino a che queste non si saranno svolte.
“Volevamo una elezione senza Bouteflika, abbiamo Bouteflika senza elezione”, ironizzava un manifestante il giorno dopo l’annuncio dell’attuale presidente.
Sia martedì che mercoledì le mobilitazioni non si sono affievolite, e hanno reso evidente quanto la soluzione prospettata dall’attuale classe dirigente non rifletta le istanze della popolazione, poco propensa a dare fiducia a questa manovra “gattopardesca” dell’establishment, tesa a prefigurare un processo di transizione gestito dalle attuali trame di poteri e alieno da quel desiderio di “democratizzazione” fin qui espresso, peraltro senza tempi assolutamente certi.
Lo sciopero generale “spontaneo” – iniziato domenica – ha riguardato differenti città con esiti diversi e si è sviluppato in vari settori, dalle aziende di trasporto ai porti, dal commercio di prossimità ad alcune importanti realtà industriali e dei servizi.
Mercoledì sono scesi in piazza gli insegnanti per le manifestazioni dichiarate già la settimana scorsa dai sei sindacati di categoria, sfilando ad Algeri insieme agli studenti, con i centri delle maggiori città (Orano, Costantine, Tizi-Ouzou, Relizane, Guelma, Clef, Mascara, Mostaganem, Setif...) che sono state teatro di mobilitazioni partecipate di carattere politico.
Gli studenti, che in Algeria sono un milione e settecentomila, sono stati l’asse portante delle mobilitazioni ed hanno reagito al goffo tentativo di far scemare il movimento anticipando le vacanze questa domenica – chiudendo contestualmente tutti i servizi per gli universitari “fuori sede” che studiano nella capitale – con nuove iniziative di lotta che hanno nelle facoltà il loro centro organizzativo e propulsivo.
La loro mobilitazione fa evaporare le narrazioni sul presunto processo di de-politicizzazione delle fasce giovanili e sulla supposta cronica rassegnazione, tesa solo a cercare vie di fuga dalla propria condizione, che sia l’immigrazione clandestina via mare o la vaga possibilità di studiare all’estero.
La gioventù algerina, impregnata dai valori che hanno caratterizzato la cultura politica dalla lotta di liberazione, vuole costruire le condizioni per vivere dignitosamente nel proprio paese, riacquisendo quella sovranità popolare che era la principale utopia della battaglia anticoloniale.
La leggendaria combattente della Lotta di Liberazione Nazionale, Djamila Bouhired, ha scritto un commovente appello pubblicato dal quotidiano “El Watan” in cui invita i giovani a continuare nella lotta, che per lei è la continuazione ideale di quella a cui ha direttamente partecipato contro il colonialismo francese.
In questo contesto i differenti attori globali stanno giocando la propria parte per cercare di piegare ai propri fini l’attuale crisi politica, e far rientrare l’Algeria dentro la propria orbita di interessi ed influenza, nel mentre il Paese sta avendo una relazione sempre più privilegiata con la Cina a differenti livelli.
Lo scorso 4 febbraio, l’Algeria ha aderito alla Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture, un istituto bancario multilaterale creato nel 2016, con base a Pechino, che ha come missione l’intervenire nei paesi membri, investendo principalmente in infrastrutture durevoli, così come nei settori produttivi che permetterebbero una diversificazione industriale in grado di sottrarre il paese dall’attuale condizione di dipendenza dalle esportazioni di idrocarburi.
Il 4 settembre scorso era stato firmato a Pechino un memorandum d’intesa cino-algerino che avrebbe spianato la strada – parafrasando le parole dell’allora primo ministro – ad una ampia collaborazione tra i due paesi.
Il possibile “indebitamento” internazionale a cui potrebbe ricorrere l’Algeria, in questa difficile congiuntura economica, data principalmente dalle conseguenze dirette ed indirette del calo del prezzo del petrolio – principale risorsa energetica del paese – potrebbe aprire le porte a tre scenari.
Così dice chiaramente un articolo di approfondimento del canale informativo “TVA”:
“In sostanza ci sono tre piste differenti che sono più spesso evocate. Sono sintetizzate da uno specialista algerino: per l’indebitamento, che sarà ineludibile nei prossimi mesi, i dirigenti algerini hanno la scelta tra il ricorso al Fondo Monetario Internazionale, all’Unione Europea o alla Cina.”
Chiaramente l’inasprirsi della competizione globale e i suoi riflessi sul piano geo-politico, anche a livello militare, rendono l’Algeria un paese centrale nelle strategie di penetrazione imperialista nel Maghreb, anche in ragione dell’importante profilo che ha il suo esercito – prevalentemente equipaggiato con dispositivi d’arma russi e che svolge una funzione importante di lotta allo “jihadismo” nell’area (lungo il confine tunisino e nella frontiera sub-sahariana) – e il suo bacino di giovane forza-lavoro istruita ed urbanizzata, oltre che per le sue risorse energetiche e la possibilità di sfruttamento del gas di scisto.
La posta in gioco quindi per il popolo Algerino è doppia, ma solo sfuggendo alle lusinghe interessate dell’Unione Europa e degli USA potrà definire una prospettiva di trasformazione che coniughi le istanze sociali con quelle politiche e che rifugga dai tentacoli neo-coloniali.
La mobilitazione ha precisi riflessi in tutta l’area, visto l’importanza del Paese, da cui i movimenti progressisti in Marocco ed in Tunisia sembrano prendere ispirazione ed identificarsi.
Il quarto venerdì di protesta previsto per questa settimana sarà un banco di prova per comprendere il futuro di questa lotta che ha reintrodotto l’azione popolare collettiva come fattore significativo della dialettica storica e riaprendo un orizzonte di cambiamento che sembrava essersi chiuso.
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13/03/2019
Scenari mobili per l’Algeria. Bouteflika si piega alla piazza
Nel tardo pomeriggio di lunedì 11 marzo Abdelaziz Bouteflika in un messaggio alla nazione pubblicato dall’agenzia ufficiale APS ha dichiarato:
“Non ci sarà un quinto mandato e la questione non si è mai posta per me, il mio stato di salute e la mia età non possono che assegnarmi, come ultimo dovere verso il popolo algerino, che il contributo alla posa delle fondamenta di una nuova repubblica”
Questa nuova repubblica sarà “nelle mani delle nuove generazioni di algerini e di algerine.”
Le elezioni presidenziali si terranno all’interno del prolungamento della conferenza nazionale inclusiva ed indipendente che Bouteflika aveva già annunciato la scorsa settimana, prima della terzo venerdì consecutivo di mobilitazione, e verrà formato un nuovo governo.
Il nuovo primo ministro del governo sarà Noureddine Bodoui, mentre il vice-ministro sarà Ramtane Lamamra.
Nel suo discorso – trascritto integralmente in francese dal canale informativo online TSA – il presidente dice di volere rimanere in carica fino all’elezione del suo successore (e quindi prolungando il suo mandato oltre ciò che prevede la costituzione, tranne in caso di guerra) e afferma di avere seguito con attenzione le manifestazioni di cui comprende le ragioni ed elogia il carattere pacifico.
“Non ci saranno elezioni presidenziali il 18 aprile prossimo. Si tratta di soddisfare una domanda pressante che voi, in gran numero, mi avete posto, nella vostra preoccupazione di liberare il campo da tutti i malintesi riguardo all’opportunità e all’irreversibilità della trasmissione generazionale nella quale mi sono impegnato”
La Conferenza Nazionale sarà presieduta da una “personalità nazionale indipendente, consensuale e di esperienza” e dovrà “sforzarsi di completare il suo mandato prima della fine del 2019.”
“Il progetto di costituzione che verrà emanato dalla Conferenza sarà sottoposto ad un referendum popolare. La Conferenza nazionale indipendente fisserà in maniera autonoma l’elezione presidenziale nella quale non sarò in alcun caso candidato”
Verrà creata per via legislativa “una Commissione elettorale nazionale che si ispirerà alle esperienze e alle pratiche tra quelle migliori stabilite su scala internazionale.”
Il Presidente si impegna ad essere garante del processo che ha annunciato affinché si sviluppi al meglio a tutti i livelli.
*****
Questo sembra essere l’output politico da parte dell’attuale classe dirigente per gestire un periodo di transizione con il fine di far rientrare le mobilitazioni, che non sono scemate dopo le manifestazioni oceaniche di venerdì scorso, con l’inizio dello “sciopero generale” di questa domenica in diverse città ed in diversi settori, oltre al prolungamento delle mobilitazioni universitarie nonostante il goffo tentativo di anticipare le vacanze scolastiche – chiudendo tutti i servizi (a cominciare dagli alloggi) che permettono ai numerosissimi studenti fuori sede presenti ad Algeri di conseguire i propri studi nella capitale – al fine di depotenziare la protesta.
Questa exit strategy consiste in un gestione dell’attuale crisi politica tutta interna all’attuale assetto di potere, senza intaccare le profonde motivazioni della perdurante crisi di regime; una strategia d’uscita praticabile per la mancanza di una opzione politica “altra”, anche a causa della torsione autoritaria dello Stato tesa a impedire la formazione di una alternativa politica in questi anni e a rendere marginale e inconsistente l’opposizione reale.
È chiaro comunque che il “patto sociale” che ha governato l’Algeria negli ultimi venti anni si è rotto, che il blocco sociale dominate è delegittimato e che i suoi attori politici hanno perso la loro egemonia, ma non totalmente l’efficacia delle reti clientelari di cui dispongono.
L’esercito, che ha sempre svolto il ruolo di garante nei momenti più difficili, e i servizi di sicurezza sembrano essere gli apparati meno “compromessi” a livello popolare, anche per la loro origine, in continuità con la Lotta di Liberazione dal colonialismo francese e la funzione svolta nella lotta contro la parte più sanguinaria dei combattenti islamici – la Gia – durante gli anni '90.
Questa crisi poggia su una polarizzazione sociale montante e la formazione di una composita élite sociale legata strettamente al potere politico (in piena lotta intestina per affermare i propri interessi specifici e la propria egemonia a scapito delle porzioni concorrenti), nella conseguente impasse degli ultimi anni nel trovare un’alternativa all’ottuagenario presidente gravemente malato; una figura insomma in grado di bilanciare i vari interessi ponendosi come punto di mediazione.
Secondo un’inchiesta condotta nel 2005 dalla Lega Algerina per la Difesa dei Diritti dell’Uomo (LADDH), 14 milioni di algerini – su poco più di 40 milioni – vivono sotto la soglia di povertà, mentre il 10% detiene il 40% delle risorse del Paese; ma le statistiche ufficiali tendono a “mitigare questo dato”, senza però negarlo.
La popolazione non aveva trovato nell’opposizione un’offerta politica adeguata, ripiegando nell’astensionismo massiccio nel corso dell’ultima elezione; mentre la “variante” islamica si è sempre più integrata nella trama di poteri, perdendo così attrattiva come alternativa all’ordine delle cose (come invece era stato prima del “decennio nero” degli anni '90).
Una popolazione sempre più giovane, istruita ed urbanizzata, cresciuta dopo la fine delle tragiche vicende della guerra civile, ha visto nel sistema di potere di Bouteflika – in carica dal 1999 – l’unico orizzonte politico in cui ha vissuto, dovendo far fronte ad un azzeramento delle possibilità di costruire un futuro in patria. L’emigrazione clandestina via mare – l’harraga – è stata considerata l’unica vera alternativa per le fasce più povere, mentre lo studio all’estero l’unica seria possibilità (comunque sempre più aleatoria) per migliorare la propria condizione.
Secondo un eccellente inchiesta pubblicata da Fatma Oussedik il 7 marzo su El Watan, il 70% della popolazione algerina vive in città, con un tasso di crescita che si attesta attorno al 3% all’anno; circa un terzo della popolazione ha meno di 15 anni, mentre il 54% ha meno di trent’anni.
Come abbiamo più volte riportato, gli studenti sono un milione e settecentomila, e sono stati la punta di lancia delle mobilitazioni – nonostante le manifestazioni abbiano avuto carattere fortemente intergenerazionale.
Se è vero che la richiesta di rinuncia al quinto mandato era stata l’istanza contingente e transitoria del movimento di protesta, le parole d’ordine delle manifestazioni avevano preso ben presto un carattere di critica più generale, chiedendo la fine del “sistema”.
Dentro il magma sociale in ebollizione, naturalmente, anche la porzione ultra-liberista della borghesia sta cercando di portare avanti i suoi interessi, promuovendo un salto di qualità nelle “riforme economiche”.
La trama di poteri in Algeria ha avvantaggiato – a causa delle scelte di politica economica – le porzioni di una borghesia “della rendita”, cresciuta con le misure di liberalizzazione economica all’ombra della gestione statale; come altrove, questa frazione ha goduto della svendita degli immobili statali a prezzi fino a dieci volte inferiori al loro valore di mercato, accaparrandosi inoltre le aziende privatizzate dallo Stato – 1.200 fino al 2003! – avvantaggiandosi con l’import-export dopo la fine del monopolio statale sul commercio estero.
Si tratta di una classe di “avvoltoi” – come è stata definita dai suoi critici – strutturalmente dediti alla corruzione come unico mezzo per accaparrarsi la ricchezza, piegando la macchina statale ai propri fini e svuotandola di quelle prerogative di pianificazione economica, gestione delle risorse e di garanzie dei diritti sociali: un possibile “cavallo di troia” per una maggiore penetrazione degli interessi liberistici e imperialistici dentro l’Algeria, viste tra l’altro le difficoltà economiche create dall’abbassamento del prezzo del petrolio e degli idrocarburi, risorsa fondamentale del paese che costituisce il motore della spesa pubblica.
L’analisi puntuale di questo processo è stata svolta da alcuni importanti studiosi come Abdellatif Rebah in Le dévelopement national contrarié e nel meno recente lavoro di Rachid Tlemçani, in Etat, Bazar et globalisation. L’aventure de l’Infitah en Algérie, entrambe citati e utilizzati in un interessantissima analisi di Said Bouamama pubblicata su “Investig’ation”, che indaga le cause sistemiche della mobilitazione e mette in luce i pericoli e le opportunità di questa rivolta.
È chiaro che il dotarsi di strumenti organizzativi specifici e il respingere la seduzione di quella parte della trama di poteri che cerca di capitalizzare politicamente la protesta, è ciò che auspica quello che potremmo definire – con una certa approssimazione – “la sinistra di classe”, anche in una logica di accumulo delle forze che anni di apatia e di perdita del senso dell’azione collettiva (oltre che di repressione statale tout court) non avevano permesso.
Un interessante contributo proviene dal mondo sindacale; l’unione locale dell’UGTA, dell’importante zona industriale di Rouiba/Reghain, dà la cifra dei pericoli e delle prospettive della fase attuale nel suo comunicato.
“Non potendo restare al margine delle aspirazioni popolari che si esprimono, noi uniamo le nostre voci per dire sì al cambiamento del sistema. Un sistema che preservi la proprietà inalienabile del popolo sulle ricchezze naturali della nazione, ristabilisca il ruolo dello Stato nello sviluppo economico e sociale e la lotta contro la povertà e le ineguaglianze. Un sistema che si smarchi dalle oligarchie e rivalorizzi il valore del lavoro e che ponga l’uomo al centro del suo sviluppo. Un sistema che garantisca le libertà individuali, collettive e il libero esercizio dei diritti sindacali”.
*****
I giorni seguenti ci diranno, con il prosieguo delle mobilitazioni o meno, e sulla direzione generale che prenderanno, se la soluzione prospettata dal presidente e dal suo entourage ricalcano sostanzialmente o meno le ragioni della rivolta; o se queste vogliono perseguire un cambiamento più radicale con modalità più democratiche di quelle concesse dalle attuali relazioni di potere.
L’Algeria è una specie di enigma difficilmente definibile, anche agli occhi dei suoi profondi conoscitori.
Citiamo l’intervento Algérie: d’une crise de régime à un crise politique, di Hocine Belalloufi; giornalista, ex-collaboratore de l’Alger republicaine e militante del Partito Socialista dei Lavoratori (PST), pubblicato l’8 marzo su Réflexions et échanges insoumises.
“Possiamo concludere che il regime algerino non è né una monarchia, né veramente repubblicano. Non è una dittatura, né una democrazia. Non è una teocrazia, né un regime laico. Non è proto-imperialista, ma non è più anti-imperialista. Non è ultra-liberale, ma non è anti-liberale. La sua incapacità di risolvere le contraddizioni della società algerina come quelle che l’attraversano portano permanentemente ad una situazione di crisi. Questo immobilismo è rivelatore della sua incapacità a riformarsi. Noi siamo per questo condannati a rivivere delle crisi politiche più o meno violente che rischiano di trasformarsi in crisi dello stato propizie alle rivoluzioni, ma anche alle imprese dell’imperialismo”.
Il popolo pensiamo che, come sempre, abbia l’ultima voce in capitolo...
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11/03/2019
Algeria - Bouteflika torna nel paese paralizzato dallo sciopero generale
Lo sciopero generale è iniziato ieri, mentre il presidente Abdel Aziz
Bouteflika rientrava nel paese dopo il ricovero, l’ennesimo, a Ginevra.
Continuerà per almeno cinque giorni, fa sapere la piazza.
Scuole e università chiuse, negozi con la saracinesca abbassata, uffici
pubblici e mezzi di trasporto funzionanti a singhiozzo, mentre studenti e
docenti occupavano gli atenei, chiusi per ordine del governo
che sabato aveva deciso di anticipare le vacanze primaverili per
smorzare la protesta: era questa ieri Algeri e lo sarà per i prossimi
giorni, in lotta contro il quinto mandato presidenziale di Bouteflika.
Non solo Algeri: la protesta è a macchia d’olio, sciopero anche nei porti di Beraja, nelle zone industriali a Rouiba e Bordj Bou Arreridj. Incrociano le braccia anche gli operai della Sonatrach, la compagnia petrolifera algerina. La mobilitazione, spontanea e senza partiti a fare da leader, non cessa dopo oltre due settimane dal suo inizio, totalmente inatteso dal governo quanto dalle opposizioni.
In questo clima Bouteflika ritorna dopo due settimane all’estero, per quelli che sono stati definiti dal suo entourage “controlli di routine”, ma che molti sanno essere una copertura per l’incapacità del presidente di governare il paese. Bouteflika, ininterrotto presidente dal 1999, non guida più il paese, almeno dal 2013, tanto che venerdì un avvocato algerino ha presentato ricorso in una corte svizzera chiedendo che il presidente fosse messo sotto il controllo di un tutore per la sua stessa protezione, per impedire che la sua vulnerabilità fosse sfruttata dal suo circolo.
A gestire il paese è il suo “clan”, gruppo di potere che gli è germogliato intorno in questi due decenni e che non intende mollare la presa, consapevole di quanto potrebbe perdere: un potere tentacolare, che intreccia politica ed economica, corrotto e impune, contro cui oggi il popolo algerino – guidato dai giovani – si schiera.
Di nuovo venerdì, in occasione dell’8 marzo, il terzo venerdì di proteste ha visto centinaia di migliaia di persone in piazza ad Algeri, milioni in tutto il paese: la più grande mobilitazione degli ultimi 28 anni. In testa le donne che hanno rivendicato non solo la propria battaglia al clan Bouteflika ma che, come accaduto negli anni precedenti, ha scelto la strada per combattere contro le discriminazioni di genere, ufficiali e ufficiose. Colorate, con in mano fiori e bandiere algerine, donne di tutte le età hanno invaso Algeri e ribadito la natura della mobilitazione, silmiya, pacifica.
Ieri in preda al panico il Fronte di liberazione nazionale, Fln, il partito di Bouteflika, ha fatto appello alla riconciliazione nazionale. Ma sul tavolo mette ben poco. Indiscrezioni parlano dell’idea di un rinvio delle elezioni del 18 aprile al prossimo anno, ma non sembra ci sia l’intenzione di affidare la guida dell’Algeria a un governo tecnico di transizione.
Per impedire il collasso definitivo, da giorni il governo e l’Fln sventolano lo spauracchio degli anni '90, gli anni di piombo algerini, terrorismo e guerra civile che ha visto decine di migliaia di morti. Ma la piazza di oggi è ben altro. Lo sanno anche dentro il clan Bouteflika, tanto che le defezioni di parlamentari e membri del partito aumentano, insieme all’uscita di molti sindacalisti dall’ombrello del potente Ugta, l’unione generale algerina.
Fonte
Non solo Algeri: la protesta è a macchia d’olio, sciopero anche nei porti di Beraja, nelle zone industriali a Rouiba e Bordj Bou Arreridj. Incrociano le braccia anche gli operai della Sonatrach, la compagnia petrolifera algerina. La mobilitazione, spontanea e senza partiti a fare da leader, non cessa dopo oltre due settimane dal suo inizio, totalmente inatteso dal governo quanto dalle opposizioni.
In questo clima Bouteflika ritorna dopo due settimane all’estero, per quelli che sono stati definiti dal suo entourage “controlli di routine”, ma che molti sanno essere una copertura per l’incapacità del presidente di governare il paese. Bouteflika, ininterrotto presidente dal 1999, non guida più il paese, almeno dal 2013, tanto che venerdì un avvocato algerino ha presentato ricorso in una corte svizzera chiedendo che il presidente fosse messo sotto il controllo di un tutore per la sua stessa protezione, per impedire che la sua vulnerabilità fosse sfruttata dal suo circolo.
A gestire il paese è il suo “clan”, gruppo di potere che gli è germogliato intorno in questi due decenni e che non intende mollare la presa, consapevole di quanto potrebbe perdere: un potere tentacolare, che intreccia politica ed economica, corrotto e impune, contro cui oggi il popolo algerino – guidato dai giovani – si schiera.
Di nuovo venerdì, in occasione dell’8 marzo, il terzo venerdì di proteste ha visto centinaia di migliaia di persone in piazza ad Algeri, milioni in tutto il paese: la più grande mobilitazione degli ultimi 28 anni. In testa le donne che hanno rivendicato non solo la propria battaglia al clan Bouteflika ma che, come accaduto negli anni precedenti, ha scelto la strada per combattere contro le discriminazioni di genere, ufficiali e ufficiose. Colorate, con in mano fiori e bandiere algerine, donne di tutte le età hanno invaso Algeri e ribadito la natura della mobilitazione, silmiya, pacifica.
Ieri in preda al panico il Fronte di liberazione nazionale, Fln, il partito di Bouteflika, ha fatto appello alla riconciliazione nazionale. Ma sul tavolo mette ben poco. Indiscrezioni parlano dell’idea di un rinvio delle elezioni del 18 aprile al prossimo anno, ma non sembra ci sia l’intenzione di affidare la guida dell’Algeria a un governo tecnico di transizione.
Per impedire il collasso definitivo, da giorni il governo e l’Fln sventolano lo spauracchio degli anni '90, gli anni di piombo algerini, terrorismo e guerra civile che ha visto decine di migliaia di morti. Ma la piazza di oggi è ben altro. Lo sanno anche dentro il clan Bouteflika, tanto che le defezioni di parlamentari e membri del partito aumentano, insieme all’uscita di molti sindacalisti dall’ombrello del potente Ugta, l’unione generale algerina.
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02/03/2019
Algeria - Aumenta la mobilitazione contro Bouteflika
«Una mobilitazione mai vista negli ultimi dieci anni» così commentavano gli algerini dopo le proteste di ieri. Una protesta di massa contro la decisione di Abdelaziz Bouteflika, ricoverato in questi giorni a Ginevra, di presentarsi alle prossime elezioni presidenziali per il quinto mandato. Annunciando e sostenendo la candidatura del presidente in carica, i partiti della maggioranza – Fronte Liberazione Nazionale (Fln), Raggruppamento Nazionale Democratico (Rdn), Tajamou Amal Jazair (Taj) ed il Movimento Popolare Algerino (Mpa) – non avevano immaginato un simile movimento di protesta nelle strade algerine.
Una serie di proteste, cominciate lo scorso venerdì 22 febbraio, che si stanno ampliando a macchia d’olio e in maniera trasversale – dai sindacati agli studenti, dai partiti islamisti a quelli della sinistra algerina – coinvolgendo giovani, studenti, disoccupati con lo slogan «Né Said (fratello del presidente, percepito come suo potenziale successore, ndr) né Bouteflika! L’Algeria non è una monarchia, ma una repubblica».
Un movimento spontaneo, guidato inizialmente dal gruppo Mouwatana (cittadinanza in arabo, ndr) nato dalla società civile algerina e firmatario di una lettera che richiedeva, già lo scorso anno, al presidente Bouteflika, 81 anni, di «rinunciare al quinto mandato». Dalle proteste partite in sordina la scorsa settimana si è passati ad un movimento popolare che oggi ha portato in piazza centinaia di migliaia di algerini in tutto il paese: da Algeri a Orano, da Costantine ad Adrar per arrivare anche a Bejaia in Cabilia. Presente in piazza anche Ali Benflis, leader del partito centrista Talaie al Hourryet, e principale antagonista di Bouteflika alle prossime presidenziali come in quelle del 2014 dove arrivò secondo con quasi il 13% dei voti.
«La partecipazione popolare» – ha affermato all’agenzia Afp Jamila Bouhired, 83 anni, una delle donne simbolo della guerra di liberazione – «ha portato alle grandi proteste di oggi nel paese (...) gli algerini vogliono un cambiamento radicale dell’attuale classe politica». Numerose le adesioni anche da parte degli studenti universitari e dei giornalisti che avevano denunciato, nei giorni scorsi, una «censura imposta dal regime» che cercava di mettere in silenzio il crescente malcontento popolare.
La polizia, numerosa in tutte le piazze, ha cercato di limitare inizialmente le manifestazioni pacifiche, soprattutto nella città di Algeri, visto che dal 2001 veniva represso con la violenza qualsiasi tentativo di protesta contro il governo, retaggio della guerra civile degli anni ‘90.
Da parte sua il premier Ahmed Ouyahia ha dichiarato che è «legittimo protestare» anche se ha etichettato la manifestazione di oggi come una «deriva pericolosa per il paese», paragonandola alle primavere arabe che hanno portato alla guerra civile in Siria, visto che anche lì «le proteste erano cominciate con le rose».
In una sua intervista sul quotidiano online Tsa, la presidente del Partito dei Lavoratori (Pt), Louisa Hanoune, ha etichettato queste proteste pacifiche come una forma di rivolta contro lo status quo dell’attuale classe politica al governo.
«Questo movimento popolare non è il risultato degli appelli dei partiti o dei sindacati» – ha affermato la Hanoune – «ma è una risposta spontanea alle sofferenze di questi anni, alle politiche anti-sociali e alla continua violazione delle libertà democratiche e costituzionali di questi anni».
Confermando il proprio sostegno alle manifestazione di venerdì e dei prossimi giorni, la Hanoune ha ribadito che deciderà domani se partecipare alle prossime elezioni presidenziali. La raccolta di firme da presentare entro il 3 marzo è stata molto difficile a causa «delle frodi e delle modalità di raccolta antidemocratiche» imposte dalle autorità centrali che «hanno messo pressione ai cittadini dopo l’annuncio della candidatura per il quinto mandato di Bouteflika», ha aggiunto.
La Hanoune ha avvertito il primo ministro Ouyahia di evitare qualsiasi forma di repressione violenta nei confronti delle manifestazioni che hanno come slogan quello di essere «pacifiche per il cambiamento democratico» e che indicano un alto senso di responsabilità civica da parte dei cittadini algerini che richiedono «una nuova era per l’Algeria».
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