Giovedì 22 ottobre, circa 50 mila persone, tra studenti, docenti, ricercatori e personale accademico, hanno sfilato per le vie centrali di Vienna per manifestare contro i previsti tagli ai fondi destinati all’istruzione superiore e alla ricerca scientifica. La mobilitazione, sotto lo slogan “Allarme Rosso – #SaveTheUniversities!”, è partita nel pomeriggio di giovedì dall’Università della Tecnologia di Vienna (TU Wien).
La manifestazione, che rappresenta certamente una delle più imponenti proteste del mondo dell’istruzione della storia recente del paese, è stata organizzata dall’Unione degli Studenti Austriaci (ÖH), un organismo piuttosto particolare e atipico rispetto al panorama a cui siamo abituati in Italia. Si tratta di un’organizzazione a cui ogni studente dell’alta formazione del paese è iscritto di diritto, e che è poi governato tramite organi eletti ogni due anni tra diverse liste.
Al centro delle rivendicazioni c’è il piano di finanziamento universitario per il triennio 2028-2030. Il governo federale ha annunciato lo stanziamento di 16 miliardi di euro. Tuttavia, la Conferenza delle Università Austriache ha lanciato l’allarme, precisando che per compensare l’aumento dei costi legato all’inflazione e mantenere gli standard attuali servirebbero almeno 18 miliardi di euro.
Una differenza di due miliardi che, in percentuale, significa un definanziamento effettivo di oltre il 10% del bilancio stanziato per università e ricerca. Secondo i manifestanti, questo rischia di paralizzare il sistema accademico nazionale e le sue prospettive future. Persino molti rettori si sono opposti al taglio delle risorse.
Nonostante le richieste, l’esecutivo ha ribadito di voler considerare come definitiva la cifra di 16 miliardi. I primi effetti di questa scelta sono già visibili. Ad esempio, proprio alla TU Wien, da dove è partito il corteo, gli orari di apertura delle biblioteche sono stati drasticamente ridotti, mentre il rettore Jens Schneider ha imposto un blocco precauzionale delle nuove assunzioni già dalla metà di giugno.
Ci sono almeno due elementi che sicuramente suscitano attenzione per questa mobilitazione. La prima è che l’ÖH è in questo momento governato da un’alleanza di due liste vicine – o che guardano – una ai verdi e l’altra al Partito Socialdemocratico Austriaco, attualmente al governo insieme al centro-destra. Insomma, sono i primi riferimenti politici di una parte importante degli studenti che sono scesi in piazza ad essere sul banco degli imputati.
Il secondo elemento da tenere presente è che, anche in questo caso così come in Francia e in Italia, la lotta ha strabordato oltre i confini categoriali. Infatti, il sindacato del servizio pubblico ha organizzato trasporti speciali per permettere a medici universitari e dipendenti degli atenei di altre città di unirsi al corteo viennese. Non certo una generalizzazione del conflitto, ma di certo un segnale importante della solidarietà con le proteste.
La mobilitazione austriaca non va dunque pensata come un fenomeno isolato, ma si inserisce in un quadro di forte malcontento giovanile che sta attraversando tutto il Vecchio Continente. La difesa del finanziamento a università e ricerca sta già facendo penetrare nel dibattito pubblico il tema del futuro del sistema formativo, dell’equità sociale e dell’accesso reale al diritto allo studio. E non sono mancate le bandiere palestinesi al corteo viennese...
Bisognerà ora vedere quale sarà la reazione del governo, ben consapevole che la sollevazione degli studenti, per quanto riferita allo specifico del bilancio dell’istruzione pubblica, è sintomo di una crisi più generale dell’intero modello di governance “lacrime-e-sangue” europeo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
24/10/2026
La protesta studentesca esplode anche in Austria
21/10/2026
Albania in rivolta: c’entra anche l’Italia
Nell’ottobre 2026 migliaia di persone sono scese in piazza a Tirana, con una partecipazione significativa di giovani e studenti, chiedendo le dimissioni di Edi Rama. Le mobilitazioni sono il punto di arrivo di un malcontento maturato nel tempo: corruzione, costo della vita, difficoltà economiche, prospettive occupazionali incerte e un sistema educativo che non risponde alle aspettative di chi vorrebbe costruirsi un futuro nel proprio Paese.
Come riportato da Reuters il 15 e 16 ottobre, le manifestazioni sono state precedute da mesi di mobilitazioni, inizialmente perlopiù pacifiche, nelle quali gli studenti denunciavano l’indifferenza del governo. Tra le contestazioni figurano il costo dell’istruzione, la percezione di una corruzione diffusa e i progetti di sviluppo turistico di lusso lungo la costa.
La questione è più profonda della richiesta di dimissioni di un primo ministro: quale futuro può immaginare una generazione quando studiare diventa oneroso, trovare un lavoro stabile è difficile e il costo della vita riduce gli spazi di autonomia? E quale fiducia può conservare nelle istituzioni quando le decisioni che riguardano il territorio e le risorse collettive sembrano privilegiare interessi economici concentrati?
Non si tratta di attribuire alle proteste un programma politico omogeneo, ma di riconoscere il significato di una mobilitazione che mette in discussione le priorità del governo e il modo in cui vengono distribuiti potere, risorse e opportunità.
Territorio, capitali e potere politico
Per comprendere gli interessi in gioco occorre partire da un dato concreto: l’Albania è diventata un terreno di investimento per progetti immobiliari e turistici di grande dimensione, anche con il coinvolgimento di capitali internazionali. Tra i casi più discussi ci sono i progetti collegati a Jared Kushner, imprenditore statunitense e genero di Donald Trump, relativi all’isola di Sazan e alla costa albanese.
Queste iniziative hanno suscitato preoccupazioni per il loro impatto ambientale, la trasparenza delle operazioni e il futuro di territori di grande valore naturalistico. Reuters ha riferito delle contestazioni legate allo sviluppo turistico e delle controversie sulla proprietà dei terreni; l’agenzia ha precisato di non aver trovato prove di illeciti da parte di Kushner nella disputa sui terreni.
Il punto politico non è sostenere che questi investimenti siano l’unica causa della protesta, né affermare l’esistenza di un accordo segreto tra imprenditori e governi. È interrogarsi sul modello di sviluppo che li rende possibili e sulle scelte politiche che lo accompagnano.
Il turismo di lusso può generare investimenti e ricavi, ma non garantisce automaticamente un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Occorre chiedersi chi controlla i terreni, chi beneficia delle rendite, quali garanzie vengono offerte alle comunità locali e quali costi ambientali e sociali possono ricadere sul territorio.
Se le opportunità economiche si concentrano nelle mani di pochi, mentre i giovani continuano a confrontarsi con precarietà e mancanza di prospettive, la crescita rischia di tradursi in una modernizzazione senza giustizia sociale.
È qui che il tema degli investimenti incontra quello della corruzione denunciata nelle piazze. Non basta che un progetto venga presentato come occasione di sviluppo: servono trasparenza, controllo pubblico e benefici verificabili per la collettività. Quando le decisioni sul futuro del territorio dipendono da rapporti tra potere politico e grandi interessi economici, la questione diventa democratica prima ancora che economica.
Albania, Israele e Gaza: una scelta politica concreta
Accanto agli interessi economici c’è il piano delle alleanze internazionali. L’Albania è un alleato degli Stati Uniti, ha rafforzato le relazioni con Israele e ha scelto di partecipare alla missione internazionale di stabilizzazione prevista per Gaza.
Sono decisioni documentate che permettono di discutere il ruolo assunto dal governo Rama nel quadro geopolitico attuale, senza dover ricorrere all’ipotesi di un unico piano che colleghi tutti gli interessi in gioco.
Il 12 ottobre 2026 il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha ha incontrato a Tirana il ministro israeliano Gideon Sa’ar. Secondo il comunicato ufficiale del ministero albanese, l’incontro ha segnato un ulteriore rafforzamento delle relazioni bilaterali e della cooperazione tra i due Paesi.
Ma il dato più rilevante riguarda Gaza. Il Parlamento albanese ha approvato nel settembre 2026 la partecipazione delle forze armate del Paese alla Forza internazionale di stabilizzazione. La legge, promulgata il 7 ottobre, prevede un contingente fino a 40 militari albanesi.
Secondo l’emittente pubblica RTSH, i compiti previsti comprendono il sostegno alle operazioni di sicurezza e stabilità, la protezione del personale e delle infrastrutture della missione, l’assistenza alle operazioni umanitarie e il monitoraggio della situazione sul terreno.
Il governo albanese ha collegato questa partecipazione al proprio ruolo di alleato degli Stati Uniti e agli impegni assunti nell’ambito del Board of Peace e del piano statunitense per Gaza. La questione non è quindi soltanto diplomatica: Tirana ha scelto di contribuire concretamente a una missione che avrà un ruolo nella definizione degli assetti futuri della Striscia.
È qui che si apre un interrogativo politico fondamentale. Chi deciderà il futuro di Gaza? Quale ruolo avranno i palestinesi nelle decisioni sulla sicurezza, sull’amministrazione e sulla ricostruzione del proprio territorio? Una missione internazionale può essere presentata come uno strumento di stabilizzazione, ma il suo significato deve essere valutato sulla base del mandato, della catena di comando e delle garanzie di autodeterminazione per la popolazione palestinese.
La partecipazione albanese non dimostra, da sola, che Tirana condivida ogni scelta del governo israeliano o che la missione sia necessariamente uno strumento di dominio esterno. È però una scelta politica precisa, che va discussa alla luce del contesto: la devastazione di Gaza, le responsabilità di Israele e il rischio che il futuro palestinese venga deciso soprattutto da potenze e governi esterni.
Il legame con gli interessi economici va affrontato con la stessa attenzione. I progetti turistici legati a capitali statunitensi in Albania, la cooperazione con Israele e la partecipazione alla missione per Gaza non costituiscono, sulla base delle informazioni disponibili, la prova di un piano unitario per spartirsi territori o risorse.
Sono però manifestazioni di relazioni economiche e politiche che rafforzano il ruolo dell’Albania dentro un sistema di alleanze internazionali. La critica deve rendere visibili questi rapporti, domandandosi quali interessi favoriscano e quanto spazio lascino alla volontà delle popolazioni coinvolte.
Il legame con l’Italia: l’accordo sui CPR
Le ragioni delle proteste albanesi non vanno confuse con la vicenda dei centri per migranti realizzati in Albania attraverso l’accordo con il governo italiano. Le mobilitazioni sono nate da un insieme di questioni interne, sociali, economiche e politiche.
Il collegamento con l’Italia riguarda invece una responsabilità precisa: la collaborazione tra il governo Rama e quello guidato da Giorgia Meloni nella gestione delle politiche migratorie.
Il protocollo firmato il 6 novembre 2023 da Meloni e Rama, approvato in Italia con la legge n. 14 del 21 febbraio 2024, ha previsto la realizzazione di strutture in territorio albanese destinate a persone migranti sottoposte a procedure di frontiera e trattenimento.
Il governo italiano lo ha presentato come una svolta nella gestione dei flussi migratori, ma il progetto ha incontrato ostacoli giudiziari, dubbi sulla compatibilità con il diritto europeo e forti contestazioni politiche.
I numeri aiutano a comprendere la portata della questione. Un atto parlamentare del 18 settembre 2026, che richiama dati del Ministero dell’Interno, indicava che al 14 luglio erano state trasferite nel centro di Gjadër 685 persone, mentre 101 erano state effettivamente rimpatriate. Lo stesso atto riportava una spesa di circa 50 milioni di euro per la gestione nel 2025 e una previsione di spesa complessiva pari a 671,6 milioni di euro fino al 2028.
Sono cifre riportate nell’atto parlamentare, non una valutazione indipendente del costo complessivo per ogni rimpatrio. Restano tuttavia sufficienti a sollevare interrogativi sull’efficacia dell’operazione, sull’impiego delle risorse pubbliche e sui risultati conseguiti.
Anche sul piano giuridico il progetto ha incontrato ostacoli. Il 23 aprile 2026 l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea ha pubblicato un parere sul protocollo Italia-Albania, sottolineando la necessità di garantire pienamente i diritti delle persone interessate. Quel parere non costituisce una sentenza definitiva della Corte, ma conferma che le procedure e le garanzie giuridiche non possono essere aggirate attraverso accordi tra governi.
La responsabilità politica è concreta e condivisa dai due esecutivi: l’Italia ha scelto di investire risorse pubbliche in un modello di esternalizzazione del trattenimento dei migranti; l’Albania ha accettato di mettere a disposizione il proprio territorio per renderlo possibile. Non è una responsabilità generica dell’Europa, ma una scelta dei governi Meloni e Rama.
Negli ultimi tempi l’accordo sembra aver perso parte della centralità nella comunicazione politica di Meloni. La minore visibilità, però, non cancella i costi sostenuti, le questioni giuridiche aperte e la necessità di verificare i risultati. Un progetto presentato come soluzione decisiva deve essere giudicato sulla base della sua efficacia e delle sue conseguenze, non della sua presenza nel dibattito pubblico.
Questo è il punto di contatto con la crisi albanese: non una presunta coincidenza tra le ragioni della protesta e la contestazione dei CPR, ma la necessità di interrogare le scelte di un governo che, mentre affronta una crescente opposizione interna, collabora con l’esecutivo italiano su una politica migratoria controversa.
Una solidarietà che diventa responsabilità politica
La rivolta albanese interroga anche la sinistra italiana. Non basta esprimere solidarietà a distanza: occorre ascoltare le domande che arrivano dalle piazze e riconoscere le responsabilità dei governi con cui l’Italia sceglie di collaborare.
In entrambi i Paesi è in gioco la possibilità di costruire un futuro dignitoso attraverso il lavoro, l’istruzione, la casa e servizi pubblici accessibili. Quando queste esigenze vengono subordinate agli interessi economici e alla conservazione del potere, la partecipazione democratica diventa una questione centrale.
I giovani albanesi ci chiedono a gran voce di rompere il silenzio, di non restare spettatori e di riconoscere nella loro rivolta una possibilità concreta di cambiamento. La loro lotta ci interroga direttamente: quale alternativa siamo capaci di costruire, anche in Italia, contro un sistema che sacrifica il futuro delle giovani generazioni agli interessi del potere economico e politico?
Fonti
– Reuters, 15 ottobre 2026, “Albania’s Rama says he will not resign over protests” (https://www.reuters.com/world/europe/albanias-rama-says-he-will-not-resign-over-protests-2026-10-15/).
– Reuters, 16 ottobre 2026, “Thousands march in Albanian capital as anti-government protests spread” (https://www.reuters.com/world/europe/thousands-march-albanian-capital-as-anti-government-protests-spread-2026-10-16/).
– Ministero per l’Europa e gli Affari esteri dell’Albania, 12 ottobre 2026, “Incontro tra Ferit Hoxha e Gideon Sa’ar” (https://punetejashtme.gov.al/en/newsroom/deklarata-e-plote-ministrit-hoxha-per-mediat-me-ministrin-e-jashtem-te-izraelit-gideon-saar/).
– RTSH, 24 settembre 2026, “Approvazione della partecipazione albanese alla missione internazionale per Gaza” (https://rtsh.al/rti/en/gaza-mission-nufi-albania-stands-shoulder-to-shoulder-with-us-in-peace-efforts/).
– RTSH, 7 ottobre 2026, “Promulgazione della legge sulla partecipazione militare albanese alla missione per Gaza” (https://rtsh.al/rti/en/president-begaj-decrees-law-on-albanias-military-participation-in-gaza/).
– Ministero per l’Europa e gli Affari esteri dell’Albania, 24 settembre 2026, “La partecipazione al Board of Peace e il piano per Gaza” (https://punetejashtme.gov.al/en/newsroom/takimi-i-bordit-te-paqes-ne-nju-jork-ministri-hoxha-shqiperia-kontribut-aktiv-ne-perputhje-me-planin-20-pikesh-te-presidentit-trump/).
– Camera dei deputati, atto parlamentare del 18 settembre 2026, “Allegato B della seduta n. 711” (https://documenti.camera.it/leg19/resoconti/assemblea/html/sed0711/allegato_b.htm).
– Corte di giustizia dell’Unione europea, 23 aprile 2026, “Comunicato sul parere relativo al protocollo Italia-Albania” (https://curia.europa.eu/site/upload/docs/application/pdf/2026-04/cp260064en.pdf).
Fonte
08/10/2026
La protesta degli studenti dilaga anche in Belgio
Dalla Francia la protesta degli studenti si è estesa negli ultimi giorni al vicino Belgio. Per ora i numeri non sono altissimi, ma la protesta sta crescendo sia in termini di partecipazione che di determinazione.
Le manifestazioni sono iniziate giovedì scorso, quando davanti a numerose scuole del paese, soprattutto della regione francofona, si sono tenuti dei sit in contro i tagli all’istruzione. Nelle giornate seguenti sono scesi in piazza alcune migliaia di studenti, anche universitari, e si sono registrati i primi scontri con la polizia.
Gli studenti chiedono maggiori stanziamenti a sostegno dell’istruzione pubblica, denunciano l’importo eccessivo delle tasse scolastiche, le carenze infrastrutturali e i rincari degli abbonamenti agli autobus. Nella regione francofona – il cui governo ha deciso un taglio di 300 milioni di euro al bilancio dell’istruzione superiore – protestano anche gli insegnanti, in particolare contro un aumento di due ore dell’orario di lavoro senza che sia previsto un adeguamento dei salari.
Manifestazioni studentesche si erano già tenute a giugno, anche in questo caso nella regione francofona della Vallonia, quando soprattutto gli studenti universitari avevano protestato contro una riforma che, tra le altre cose, prevedeva l’aumento delle rette universitarie da 835 a 1.194 euro, allineandole così a quelle praticate nelle Fiandre – di lingua fiamminga – dove però i redditi medi sono più elevati.
Manifestazioni si sono tenute anche a Bruxelles ed in altre città della Vallonia come Mons e Charleroi, ma finora l’epicentro della protesta è stata la città di Liegi, dove martedì si sono registrati gli scontri più intensi. A margine del corteo, alcuni giovani hanno incendiato cassonetti e pensiline dei bus e lanciato fuochi d’artificio contro gli agenti in tenuta antisommossa che hanno reagito con idranti e lacrimogeni.
Manifestazione e scontri si sono ripetuti anche ieri. Dall’inizio della protesta, secondo la polizia, nella città francofona sono state arrestate 107 persone. A questi vanno aggiunti altri fermi effettuati in altre città.
Le autorità di Liegi hanno risposto alle mobilitazioni con il pugno di ferro: il sindaco Willy Demeyer ha deciso infatti di vietare gli assembramenti di oltre tre persone in tutta la città, a partire da questa mattina alle 6:00.
Gli studenti esponevano cartelli con slogan come “È un disastro, stiamo lottando per un diritto! Non per un privilegio!” e “Ho scelto l’istruzione, non gli Hunger Games!”. Alcuni studenti hanno raccontato ai media di essere in contatto con i loro colleghi francesi. «Ci sosteniamo a vicenda perché affrontiamo praticamente gli stessi problemi», ha detto ad esempio Alfred, uno studente di 19 anni, parlando con l’agenzia Reuters. Amelia Di Salve, anche lei diciannovenne e studentessa di scienze per diventare insegnante, ha affermato che il movimento studentesco belga è nato all’inizio di quest’anno e si è riacceso dopo che gli studenti hanno assistito alle manifestazioni in Francia. «Quando abbiamo visto che senza proteste non cambiava nulla, abbiamo deciso di iniziare noi... La Francia ci ha influenzato», ha raccontato la studentessa.
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26/09/2026
Eni abbassa i prezzi, aumentiamo la mobilitazione!
Non che sia un prezzo basso – 1,99 euro per la benzina, 2,19 per il diesel – ma comunque un po’ meno di quello che si vede in giro in questi giorni; e vale anche sulla rete autostradale, dove ormai l’arbitrio è la regola.
Due cose vanno notate subito. La prima è che proprio in questi giorni va montando la protesta organizzata da USB in tutta Italia, con una prima azione dimostrativa fuori i cancelli della raffineria dell’Eni a Livorno e un folto presidio sotto la sede dell’“azionista di riferimento”, ossia il ministero dell’economia. Il tutto in vista dello sciopero internazionale dei porti fissato per il 30 ottobre.
La seconda è che la dimensione del taglio sui prezzi coincide “fortuitamente” con lo sconto sulle accise che il governo sta cancellando. A pensar male si fa peccato – diceva Lucifero-Andreotti – ma spesso ci si azzecca...
Bussare alle porte giuste, insomma, è sempre utile. Anche quando gli “inquilini” giurano poi di agire autonomamente, senza ascoltare la pressione che viene dal basso…
E infatti Palazzo Chigi ha ringraziato la società “per l’importante iniziativa”, definita “un lodevole atto di attenzione all’Italia, che va nella auspicata direzione di calmierare il caro carburante che, a causa del difficile contesto internazionale, sta colpendo le famiglie italiane”.
La società – ripetiamo: controllata dallo Stato con una golden share rilevante – giura di averlo fatto per pura bontà patriottica: Eni “intende dare un nuovo contributo di solidarietà al Paese, ai consumatori e alla propria clientela”.
Altrettanto casualmente il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso – reso ormai immortale da Crozza – e quello contro l’ambiente, Pichetto Fratin, hanno convocato per la settimana prossima le società attive nella raffinazione del petrolio. Non è difficile immaginare che sarà rivolta loro la preghiera di seguire l’esempio “virtuoso” dell’Eni, che peraltro funzionerà comunque secondo la logica della concorrenza (a meno di non far creare file enormi ai distributori “più economici” e vedere le proprie stazioni di rifornimento semi-deserte).
Come si sa, il consumo di carburanti per il trasporto è sostanzialmente anelastico, quasi impossibile da ridurre se non per gli utilizzi “ricreativi”. Autotrasportatori e lavoratori, infatti, non hanno possibilità di ridurre significativamente il chilometraggio quotidiano e quindi devono subire gli aumenti; che nel primo caso si trasmettono poi alle merci trasportate e quindi sul tasso di inflazione, nel secondo svuotano le tasche costringendo a dolorose rinunce.
La mossa dell’Eni, comunque, segnala che il margine di profitto delle compagnie petrolifere è molto alto e che la riduzione di prezzo di una decina di centesimi – una volta detratte le accise e l’Iva – non comporta particolari “sacrifici”.
Ma se è così allora la pressione politica dal basso va aumentata, non ridotta. Proprio perché “funziona”.
La pratica abituale di questo governo nei confronti delle imprese che aumentavano i prezzi, infatti, è stata fin qui sempre la stessa: detassazione, decontribuzione, incentivi. Tutte soluzioni che comportano immediatamente la riduzione delle entrate dello Stato e quindi – visti i vincoli di bilancio imposti dai Trattati europei e dalla “procedura di infrazione per deficit eccessivo” – il taglio di servizi essenziali (sanità, scuola, pensioni, trasporti pubblici, ecc.).
Riuscire a imporre un “auto-contenimento” dell’avidità imprenditoriale diventa invece una soluzione che tocca finalmente – anche se limitatamente – i veri beneficiari dell’aumento dei prezzi.
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24/09/2026
Segnali di reazione. Pompe di benzina bloccate, letame davanti all’Eni
A Livorno un gruppo di operai ha scaricato del letame davanti all’ingresso della raffineria dell’ENI, mentre altri avevano bloccato un grosso distributore di benzina.
È il momento di tornare a mobilitarsi, di organizzare la protesta e di mettere in campo tutta la forza dei lavoratori. USB apre lo stato di agitazione sindacale contro il carovita e il caro carburanti e ha lanciato una manifestazione per giovedì 1 ottobre alle 17:30 davanti al Deposito e Carico Carburanti a Stagno (accanto all’ingresso della raffineria), mentre ricorda lo sciopero internazionali dei portuali del prossimo 30 ottobre con manifestazioni in tutte le città contro la guerra e il riarmo.
“Dobbiamo tornare a bloccare il paese” – scrive USB livornese in un comunicato – “Lo abbiamo dimostrato nel settembre e nell’ottobre dello scorso anno: quando i lavoratori si mobilitano, possono fermare ciò che sembra inarrestabile”.
Nella stessa il sindacato ricorda agli smemorati che nel luglio del 2008 il petrolio arrivò a sfiorare i 150 dollari al barile e il gasolio costava in Italia circa 1,50 euro al litro. Oggi il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile, ma benzina e gasolio hanno superato anche i 2,50 euro al litro, con prezzi che continuano a crescere, e a pagare sono ancora una volta lavoratrici e lavoratori.
“Le grandi multinazionali dell’energia continuano a fare profitti mentre il costo della vita aumenta e milioni di persone fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese. E le scelte del Governo stanno assecondando questo meccanismo. A tutto questo si aggiungono l’escalation militare e le enormi risorse destinate al riarmo, mentre per salari, pensioni e servizi pubblici le risorse sembrano non esistere.
Nel frattempo, i salari dei lavoratori italiani sono fermi al palo da anni. Gli aumenti contrattuali, frutto della cosiddetta moderazione salariale perseguita per anni da CGIL, CISL e UIL insieme alle organizzazioni datoriali, non hanno tenuto il passo con l’inflazione e con l’aumento del costo della vita”.
Ieri pomeriggio a Roma l’USB, insieme agli studenti e Potere al Popolo aveva manifestato contro il carovita davanti alla sede del Ministero dell’Economia e Finanza bloccando la circolazione in via XX Settembre. A Milano invece la manifestazione si è svolta sotto la sede dell’Arera, l’autority che dovrebbe governare i prezzi energetici, dove alcune riproduzioni delle bollette di luce e gas sono state bruciate in piazza.
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21/09/2026
Corea del Sud - Proteste contro il coinvolgimento nelle guerre statunitensi
Nelle ultime settimane, le installazioni militari statunitensi nella penisola coreana sono diventate il bersaglio di un’ondata di insofferenza popolare, alimentata sia dai timori di un trascinamento della Corea del Sud nei conflitti del Medio Oriente, sia da contrasti sulla sovranità economica e industriale del paese.
Non manca la presenza di partiti nei presidi e nelle manifestazioni, ma sono soprattutto comitati civici, gruppi universitari e i giovani in generale a essere protagonisti delle proteste. L’epicentro delle mobilitazioni di piazza si è concentrato a Pyeongtaek, circa sessanta chilometri a sud della capitale, davanti allo Yoon Gate di Camp Humphreys.
L’installazione, considerata la più estesa base militare statunitense all’estero, ha visto radunarsi molti manifestanti intorno al suo perimetro, per contestare l’ipotesi di un coinvolgimento sudcoreano a supporto delle forze stelle-e-strisce nello Stretto di Hormuz.
A innescare la mobilitazione è stata la decisione del Ministero della Difesa di Seoul di inviare una squadra di valutazione in Medio Oriente per monitorare sul posto la situazione dello stretto. Una scelta che una parte consistente dell’opinione pubblica ha letto come il primo passo verso un futuro dispiegamento operativo a fianco di Washington contro Teheran.
Il governo guidato da Lee Jae Myung si trova stretto tra le pressioni dell’alleato storico e le rimostranze interne. Per arginare le polemiche, la portavoce del Ministero della Difesa, Chung Binna, ha chiarito che il team tecnico inviato nell’area aveva il solo obiettivo di valutare il quadro politico e di sicurezza per garantire la libertà di navigazione.
Tuttavia, il pressing diplomatico resta evidente. A margine del vertice ASEAN dello scorso luglio, tenutosi a Manila, il Segretario di Stato USA, Marco Rubio, aveva ricordato come la messa in sicurezza delle rotte marittime di Hormuz rispondesse in primis agli interessi di Seoul, la cui economia manifatturiera dipende in larghissima misura dal petrolio e dal gas naturale provenienti dal Golfo.
A inizio agosto, la protesta era già cominciata, e con toni nettamente radicali. Otto studenti universitari (quattro uomini e quattro donne), affiliati alla Korean Progressive University Student Union (KPUSU), avevano tentato di forzare i varchi ed entrare nella base aerea di Osan (K-55), sede strategica della 7ª Forza Aerea statunitense.
Sei di loro sono riusciti a penetrare oltre il cancello principale, intonando slogan ostili alla presenza aerea stelle-e-strisce, prima di essere bloccati dal personale di sorveglianza militare statunitense e consegnati alla polizia locale. Tra i motivi del malcontento cavalcato dai giovani ci sono anche i rischi ambientali legati alle installazioni del Pentagono, tra cui un recente episodio di fuoriuscita di fosforo bianco avvenuto proprio all’interno dello scalo di Osan.
Secondo le rivendicazioni diffuse dal gruppo studentesco, il blitz mirava a denunciare non solo il militarismo statunitense, ma anche le presunte ingerenze di Washington nei progetti industriali nazionali: in particolare, l’opposizione USA alla rilocalizzazione dell’aeroporto di Gwangju, tassello necessario per la costruzione del nuovo maxi-polo nazionale dei semiconduttori.
Il dossier su Hormuz è stato sicuramente anche sul tavolo del Korea-US Integrated Defense Dialogue, confronto biennale di alto livello sui temi della sicurezza, tenutosi a Busan pochi giorni fa, e a cui hanno partecipato anche il viceministro della Difesa sudcoreano Kim Hong Cheol e il vicesegretario aggiunto statunitense George Lemeur.
La Corea del Sud è stata per decenni, in sostanza, un’area occupata dagli Stati Uniti, e ancora oggi rappresenta un avamposto centrale della cintura di controllo sul quadrante del Pacifico. Eppure, queste vicende evidenziano come le contraddizioni del mondo unipolare che si dissolve stia smuovendo qualcosa anche nell’opinione pubblica sudcoreana. Tra il rifiuto di farsi trascinare in teatri bellici lontani e la richiesta di una politica estera più autonoma, le vicende di Seoul vanno tenute sott’occhio.
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17/08/2026
Pozzuoli - La protesta degli abbandonati
Molti di loro sono senza un tetto già dal 2024, quando le abitazioni di Pozzuoli hanno subito i primi danni che le hanno rese inagibili. In questi ultimi anni la rete sociale della comunità che vive alle spalle di Via Napoli è stato il vero supporto per chi era stato sgomberato e aveva trovato ospitalità da amici e parenti, ma dopo la scossa di magnitudo 4,7 del 31 luglio scorso che ha portato il numero degli sfollati a oltre 3000, quasi nessun abitante del quartiere ha più soluzioni alternative. Da ormai 15 giorni dormono in auto o al riparo dei gazebo della protezione civile.
Giovedì 13 agosto i gazebo della protezione civile sono stati rimossi, giustificando la rimozione con l’allerta meteo. La rabbia degli abitanti si è fatta sentire e spontaneamente hanno bloccato la strada, per pretendere che invece dei gazebo ormai rimossi fossero montate le tende: una soluzione più dignitosa, sebbene temporanea ed emergenziale, e messa già in campo durante la scorsa crisi bradisismica dell’82-84.
Dopo la prima notte di mobilitazione, con un blocco stradale al centro di via Napoli durato dalle 21 alle 2 di notte, la risposta della controparte istituzionale è stata quella di rimontare i gazebo rimossi poco prima, senza alcun impegno ad andare incontro alle loro richieste.
La mancanza totale di alternative ha così fatto scendere di nuovo in strada gli abitanti di Via Napoli venerdì 14 agosto con una seconda nottata di mobilitazione e blocchi delle strade ben più estesi e che hanno interessato intere aree di via Napoli e del centro storico, entrambe bloccate con veri e propri check-point.
La crisi abitativa a Pozzuoli è ormai sotto gli occhi di tutti. Edifici fortemente lesionati, che a malapena ormai sopportano le scosse e che non sono ancora stati messi in sicurezza. La speculazione porta gli affitti alle stelle sia verso il litorale domizio da ormai tre anni, sia verso Fuorigrotta e Bagnoli per l’avvicinarsi delle preregate dell’America’s Cup.
L’unico strumento a supporto degli sfollati previsto dai vari decreti Campi Flegrei che si sono succeduti è il CAS, il contributo di autonoma sistemazione proporzionato al numero di membri del nucleo familiare, e che di fronte alla speculazione e agli affitti di mille e più euro al mese è irrisorio per chi non vuole o non può allontanarsi dall’Area flegrea.
L’esasperazione per l’immobilismo verso la crisi che Pozzuoli sta affrontando da anni ormai, non annebbia la mente degli sfollati.
In questi due giorni (e da quando focolai di mobilitazione stanno interessando le varie aree di Pozzuoli) è emersa con rabbia la consapevolezza del paradosso di un territorio. Nello stesso periodo a Bagnoli, nell’estremo opposto del golfo, lo Stato spende 1 miliardo e mezzo per l’America’s Cup. Proprio in un momento in cui l’Area Flegrea aveva più bisogno di fondi per convivere con il fenomeno del bradisismo.
E nelle stesse parole è anche apparsa chiara la volontà di non lasciare i loro quartieri e la loro città perché ricordano bene come le passate crisi bradisismiche siano state usate da vettore per la gentrificazione, espellendo la maggior parte degli abitanti del centro storico di Pozzuoli verso quartieri dormitorio come Toiano e Monteruscello.
Gli abitanti di via Napoli e di tutta Pozzuoli lo hanno reso cristallino: Pozzuoli esiste ancora e vuole vivere e l’unica strada che riconoscono per difendere i loro diritti di abitanti è la mobilitazione collettiva!
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22/06/2026
03/06/2026
Kenya. Proteste contro il centro per cittadini USA esposti all’Ebola
Centinaia di manifestanti si sono radunati lunedì 1° giugno nella città di Nanyuki, nel centro del Kenya, per protestare contro la possibile realizzazione di una struttura di quarantena per l’Ebola all’interno di una base militare statunitense. Il centro, stando ai piani originari, avrebbe dovuto accogliere cittadini stelle-e-strisce potenzialmente esposti al virus ma asintomatici.
Ciò che ha scatenato le proteste è il fatto che il Kenya non ha registrato casi della malattia. L’idea che si rischi di far entrare nel paese una tale minaccia virale – che ha già causato oltre 200 vittime nella vicina Uganda e nella Repubblica Democratica del Congo – per via della presenza USA ha suscitato una forte ondata di indignazione.
Reuters ha documentati in video una folla di un centinaio di persone persone riversarsi sulle strade che conducono alla base di Laikipia, mentre polizia e forze armate hanno intensificato la loro presenza nell’area, per presidiare le installazioni statunitensi. Venerdì 29 maggio l’Alta Corte del Kenya ha ordinato la sospensione precauzionale del progetto.
Sono state accolte le obiezioni dei promotori della causa, che sostengono che il sito metta a repentaglio la salute pubblica, soprattutto in relazione alla fragilità del sistema sanitario kenyano, e denunciano una totale mancanza di trasparenza nei patti bilaterali, che dovrebbe prevedere anche uno stanziamento statunitense da 13,5 milioni per sostenere i piani di prevenzione pandemica.
Alla fine della scorsa settimana, infatti, il ministro della Salute Aden Duale ha provato a calmare gli animi, dichiarando che l’accordo rientra in una più ampia strategia nazionale per rafforzare i sistemi di gestione delle emergenze. Ha inoltre affermato che il centro sarebbe pensato per accogliere anche cittadini kenyani.
Ora però è arrivato l’ordine di sospensione dei lavori. Nonostante ciò, diversi aerei militari sono passati per Nanyuki durante il fine settimana. Sembra, insomma, che i preparativi logistici continuino, ignorando la decisione della magistratura.
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18/01/2026
USA - 30 le persone morte nelle mani dell’ICE. Cresce lo scontro interno
Il Washington Post ha riferito che la morte di Lunas Campos, un immigrato cubano di 55 anni, avvenuta in stato di detenzione, sarà probabilmente dichiarata omicidio, con “causa preliminare del decesso: asfissia dovuta a compressione del collo e del torace”. Secondo il quotidiano americano un altro detenuto racconterebbe di aver visto Geraldo Lunas Campos strangolato a morte dalle guardie di un centro di detenzione dell’Ice in Texas il 3 gennaio scorso.
L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è un’agenzia federale statunitense che si occupa di immigrazione irregolare e deportazioni. Negli ultimi anni è stata al centro di forti critiche, soprattutto durante la presidenza di Donald Trump, per le sue pratiche operative brutali, gli omicidi a sangue freddo e per l’espansione dei poteri di arresto e detenzione. Gli agenti dell’ICE, come è ormai rilevabile in tutti i video e le foto, agiscono mascherati per non farsi identificare e si comportano come un vero e proprio esercito di occupazione ma nelle proprie comunità.
Sulla scia della brutale uccisione di Renee Nicole Good, un informatore del Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha rivelato che sono stati svelati i dati personali di circa 4.500 agenti e funzionari dell’ICE e della Border Patrol in quella che è stata descritta come la più grande violazione di dati della Sicurezza Interna personale di sempre.
Ma adesso i nomi, le email di lavoro, i loro numeri di telefono, i loro ruoli lavorativi e curriculum non sono più anonimi o riservati. Quasi 2.000 agenti di polizia in prima linea, proprio quelli che conducono raid, arresti e deportazioni, sono ora presumibilmente esposti.
I dati sarebbero stati consegnati a ICE List, un sito con dominio islandese che si definisce come una “iniziativa di responsabilità” gestita da volontari che traccia gli agenti e gli abusi. Il suo fondatore afferma che l’uccisione di Good è stata “l’ultima goccia” anche per molti all’interno dell’agenzia, e a giudicare dalla portata della fuga di notizie, il dissenso all’interno della stessa sta aumentando.
A Minneapolis intanto resta altissima la tensione, con nuovi scontri nelle strade, dopo che un agente dell’Ice ha sparato ad un immigrato venezuelano, ferendolo a una gamba, una settimana dopo che un altro agente ha ucciso la giovane donna Renée Good durante un’operazione per la deportazione di immigrati.
Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha annunciato che potrebbe schierare la Guardia Nazionale per opporla alle brutalità e agli abusi dell’ICE contro la popolazione, mentre nei giorni scorsi aveva invitato i cittadini a girare con il telefonino sempre pronto per documentarle con i video.
Venerdì, un giudice federale ha vietato agli agenti federali di Minneapolis di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare munizioni non letali e strumenti di controllo delle folle contro di loro.
Il giornale statunitense Politico riferisce che la sentenza di 80 pagine della giudice distrettuale statunitense Kate Menendez, si colloca in un clima sempre più conflittuale tra l’amministrazione Trump e i funzionari del Minnesota, che hanno accusato gli agenti dell’ICE di alimentare paura e violenza nelle strade locali.
L’ordine della giudice Menendez vieta ai funzionari della Sicurezza Interna e dell’ICE coinvolti nell’Operazione Metro Surge di “usare spray al peperoncino o munizioni non letali simili e strumenti di dispersione della folla contro persone che stanno svolgendo attività di protesta pacifiche e senza ostacoli”. Il giudice ha inoltre proibito agli agenti federali di fermare i veicoli che li seguivano, purché questi mantengano una distanza sicura e “adeguata”.
La decisione è arrivata in risposta a una richiesta d’emergenza da parte dei manifestanti che hanno citato in giudizio l’ICE a dicembre, sostenendo che le loro azioni sono avvenute con arresti incostituzionali e violenza.
Dura la reazione della Casa Bianca, la cui portavoce Abigail Jackson ha dichiarato: “Questa assurda sentenza abbraccia una narrazione disonesta e di sinistra. Ecco la verità: gli agenti federali hanno agito legalmente per proteggersi e garantire l’integrità delle loro operazioni quando individui tentano di intervenire. L’amministrazione Trump farà sempre rispettare la legge”.
Non solo. Il Dipartimento di Giustizia ha anche iniziato a mettere nel mirino due dei critici più severi di Trump in Minnesota – il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey – per aver potenzialmente ostruito gli agenti dell’immigrazione.
Questa escalation ha visto Donald Trump minacciare per l’ennesima volta l’uso dell’Insurrection Act, una legge del 1807 che in condizioni di emergenza conferisce al presidente il potere di schierare a livello nazionale le forze militari contro i cittadini americani e di federalizzare le unità della Guardia Nazionale dei singoli Stati.
L’Insurrection Act fu invocato l‘ultima volta nel 1992 dall’allora presidente George Bush senior, su richiesta del governatore repubblicano della California, alle prese con una rivolte senza precedenti a Los Angeles dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano picchiato a morte Rodney King, un automobilista nero.
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16/01/2026
Rivolta iraniana: il sostegno all’Asse della Resistenza nel mirino
L’Iran, infatti, si trova a subire un regime sanzionatorio tale da aver portato ad una svalutazione a due cifre della moneta nazionale e, contemporaneamente, a sostenere in maniera ingente il complesso di forze che costituiscono il cosiddetto Asse della Resistenza, ovvero Houthi, Hezbollah, Resistenza Palestinese ed altre formazioni.
In pratica, entrano in contraddizione le esigenze materiali di ampi strati sociali ed il ruolo positivo assunto dal paese sull’arena mediorientale. È innegabile, infatti, che l’unica opposizione geopolitica all’espansionismo sionista e al genocidio palestinese, di fronte alla complicità sostanziale dei paesi arabi, sia costituita dall’Asse della Resistenza, al di là di quello che si pensi della sua reale efficacia o della “sincerità” da parte dell’Iran nel sostenere la causa palestinese (fattore, quest’ultimo, pressoché irrilevante dal punto di vista pratico).
Un venir meno di quest’alleanza eterogenea – non esclusivamente sciita, come spesso si dice – che trova un terreno di convergenza nell’opposizione, appunto, al sionismo e all’imperialismo, costituirebbe una formidabile accelerazione rispetto a disegni genocidi e settari in tutto il quadrante mediorientale, da cui lo stesso popolo iraniano non sarebbe immune.
È proprio il sostegno all’Asse di Resistenza che potrebbe essere, realisticamente, nelle mire di un intervento diretto degli USA, in questa fase poco propensi a cambi di regime integrali, ma molto più inclini ad “ammansire” i regimi ostili esistenti, a colpi di sanzioni e pressioni politiche.
In verità, già la vittoria elettore del “riformista” Pezeshkian è stata una spia del fatto che parte della popolazione vede l’eccessivo impegno esterno come una distrazione rispetto alle questioni economiche interne. Ma questo è un punto più o meno comune fra tutte le opposizioni illegali, da quelle separatiste a quelle laiche.
Si riporta, a titolo esemplificativo, l’articolo di un docente dell’Università dell’Arizona di origine iraniana, Kamran Talattof che ha due funzioni: da una parte illustra come gli slogan anti Asse della Resistenza continuino ad attraversare tutte le rivolte iraniane sin dal 2009, dall’altro mostra come essi siano una leva di politicizzazione delle rivolte utilizzata dai dissidenti della diaspora, di cui l’autore è esponente, per propagandare profondi cambiamenti politici in Iran.
Ovviamente, il testo va letto tenendo presente le tendenze politiche dell’autore, che lo inducono ad utilizzare un linguaggio apocalittico e a dare, forse, un peso sproporzionato ai filomonarchici.
“Né Gaza né Libano!” I disordini in Iran non riguardano solo l’economia: i manifestanti respingono l’intera logica della Repubblica Islamica
Negli ultimi giorni , per le strade di diverse città iraniane è risuonato uno slogan familiare : “Né Gaza né Libano, sacrifico la mia vita per l’Iran”.
Questa frase è stata scandita durante le proteste scoppiate in Iran dal 28 dicembre 2025. La scintilla che ha scatenato la rivolta e gli scioperi nei bazar sono state le difficoltà economiche e la cattiva gestione del governo.
Ma da esperto di storia e cultura iraniana , credo che la presenza di questo slogan segnali che le proteste vanno oltre la semplice frustrazione economica. Quando in Iran si grida “Né Gaza né Libano”, credo che si stia rifiutando completamente il sistema teocratico iraniano. In altre parole, la crisi attuale non riguarda solo pane e lavoro, ma chi decide cosa rappresenta l’Iran.
Le origini dello slogan
La frase “Né Gaza né Libano, sacrifico la mia vita per l’Iran” ha acquisito importanza per la prima volta durante il Movimento Verde del 2009 , quando centinaia di migliaia di persone hanno protestato contro le contestate elezioni presidenziali in Iran.
Da allora è apparso in successive importanti manifestazioni, dalle proteste economiche del 2017-18 alla rivolta per il prezzo del carburante del 2019. È stato anche prominente durante il movimento “Donne, Vita, Libertà” del 2022 , innescato dalla morte di una donna curdo-iraniana, Mahsa Amini , in seguito al suo arresto da parte della polizia morale iraniana per non aver indossatol’hijab “correttamente”.
L’espressione unisce due aspetti chiave dei successivi movimenti di protesta iraniani: le lamentele economiche, politiche o sociali interne e un rifiuto esplicito della giustificazione del governo per tali difficoltà, ovvero che il sacrificio in patria è necessario per raggiungere obiettivi ideologici di “resistenza” all’estero.
In particolare, lo slogan prende di mira il sostegno decennale della Repubblica islamica a Hezbollah in Libano e ad Hamas a Gaza .
Si stima che a partire dagli anni ’80 il regime abbia destinato annualmente tra i 700 milioni e 1 miliardo di dollari agli alleati regionali, fondi che molti iraniani sostengono dovrebbero invece essere destinati alle infrastrutture nazionali, all’assistenza sanitaria e all’istruzione.
Dall’alleanza al risentimento
Per comprendere appieno il significato dello slogan è necessario tracciare il contesto storico. Sotto la monarchia Pahlavi, filoamericana, che governò dal 1925 al 1979, l’Iran mantenne legami diplomatici ed economici con Israele, perseguendo al contempo la modernizzazione.
Gli oppositori dello Scià, in particolare i gruppi di sinistra, sfruttarono queste connessioni, utilizzando slogan come “L’Iran è diventato Palestina, perché restare fermi, o popolo?” per mobilitarsi contro la monarchia.
In effetti, molti dei leader rivoluzionari islamici che detronizzarono lo Scià nel 1979 avevano legami con gruppi palestinesi.
Dopo la rivoluzione, la Repubblica islamica ha invertito sia i suoi legami con gli Stati Uniti sia i rapporti dell’Iran con Israele, rendendo la retorica antisraeliana e il sostegno alla causa palestinese centrali per la sua identità.
Ruhollah Khomeini, leader della Rivoluzione islamica, dichiarò solidarietà ai musulmani oppressi in tutto il mondo, posizionando l’Iran come avanguardia della resistenza contro quello che lui chiamava “l’imperialismo occidentale e il sionismo”.
Ma questo impegno ideologico ha avuto un costo notevole per gli iraniani.
Il sostegno dell’Iran a Hezbollah durante la guerra civile libanese , il suo sostegno ad Hamas nella lotta del gruppo palestinese contro Israele e il suo coinvolgimento nei conflitti siriani e iracheni hanno contribuito a imporre sanzioni internazionali, isolamento diplomatico e pressioni economiche sull’Iran. E questi oneri sono ricaduti in modo sproporzionato sui cittadini comuni piuttosto che sull’élite al potere.
Crisi economica e sfida politica
“Abbasso la Repubblica islamica” è uno slogan che si sente anche durante l’attuale rivolta, la più grave che il governo iraniano abbia dovuto affrontare negli ultimi anni.
Ma né l’uso della forza letale (almeno 1.203 arresti e più di due dozzine di morti finora) né l’ordine del leader supremo Ali Khamenei del 3 gennaio di una repressione più dura hanno sedato i disordini.
Invece, le proteste si sono estese a 110 città e villaggi.
Le manifestazioni illustrano come le rivendicazioni economiche e politiche si intersechino in Iran. Quando i dimostranti gridano “Né Gaza né Libano” mentre protestano contro il prezzo del pane e la disoccupazione, non stanno dividendo le questioni in compartimenti stagni, ma tracciando una linea diretta tra le scelte di politica estera e le sofferenze interne.
Lo slogan propone tre argomentazioni simultanee.
In primo luogo, rifiuta la solidarietà imposta. Molti iraniani, compresi quelli favorevoli ai diritti dei palestinesi, sono risentiti dall’ essere arruolati in conflitti che non sono i loro. E l’insistenza del governo sul fatto che gli iraniani debbano fare sacrifici per cause lontane genera risentimento piuttosto che unità. Si prenda ad esempio il tentativo del governo di presentare la guerra di 12 giorni con Israele nel giugno 2025 come un momento di resistenza nazionale. Molti iraniani hanno, invece, incolpato la leadership di aver provocato il conflitto o di non aver difeso efficacemente il Paese dalle bombe israeliane o americane.
Lo slogan esige anche responsabilità nell’allocazione delle risorse. Quando i media statali trasmettono i funerali dei combattenti uccisi in Siria o nello Yemen , mentre gli ospedali iraniani sono privi di forniture di base , la discrepanza tra retorica e realtà diventa evidente.
Infine, il messaggio di protesta rivendica un’appartenenza politica radicata nella storia nazionale iraniana, e non solo nelle rivendicazioni ideologiche della Repubblica Islamica. Invocando specificamente l’Iran, “Sacrifico la mia vita per l’Iran”, i manifestanti affermano che la loro fedeltà primaria è rivolta al proprio Paese, non a movimenti ideologici transnazionali, a proxy regionali o all’ideologia del governo al potere.
I limiti della solidarietà
Nonostante la sua longevità, tuttavia, lo slogan si è rivelato divisivo. Mentre alcuni lo vedono come una necessaria affermazione di autodeterminazione dopo decenni di sacrifici forzati, altri – tra cui alcuni intellettuali e attivisti iraniani di sinistra – lo vedono come un abbandono della solidarietà con i popoli oppressi.
Ma non è necessario che le due opzioni siano alternative. Molti manifestanti che rischiano la vita per chiedere “Prima l’Iran” non esprimono indifferenza per le sofferenze dei palestinesi. Piuttosto, insistono sul fatto che una solidarietà efficace richiede uno Stato funzionante, in grado di sostenere i propri cittadini, e che la vera liberazione inizia in patria.
In ogni caso, la risposta della Repubblica islamica è stata quella di inquadrare le critiche come tradimento, suggerendo che coloro i quali mettono in dubbio il sostegno a Gaza o al Libano sono complici dell’imperialismo, una narrazione rafforzata attraverso un mix di retorica e coercizione.
Ma questa inquadratura fallisce sempre più nel convincere una popolazione che ha assistito al declino del tenore di vita ,mentre miliardi di dollari affluivano ai conflitti all’estero. Gli effetti delle sanzioni e la riduzione delle entrate in valuta estera hanno spinto lo Stato iraniano ad aumentare le tasse sulle famiglie, proteggendo al contempo le spese militari e ideologiche. Nel frattempo, l’impennata giornaliera del dollaro e il rapido crollo del rial hanno accelerato l’inflazione e eroso il potere d’acquisto.
Scrivere la propria storia
Indubbiamente, le attuali proteste in Iran sono motivate da motivi economici. Tuttavia, gli slogan utilizzati nelle proteste iraniane – che si tratti di controversie elettorali, crisi economiche o diritti delle donne – indicano una critica più ampia della filosofia di governo della Repubblica Islamica.
Nell’attuale ondata di proteste, i dimostranti esprimono attraverso slogan sia ciò che rifiutano – “Abbasso la Repubblica islamica” – sia ciò che molti ora vorrebbero che accadesse: “Questa è la battaglia finale; Pahlavi tornerà”, un riferimento al principe ereditario in esilio Reza Pahlavi.
Il coro “Né Gaza né Libano” chiede: cosa significa per un governo dare priorità ai conflitti esteri rispetto al benessere interno? Per quanto tempo la solidarietà imposta può sostituire la prosperità effettiva? E chi ha il diritto di stabilire quali cause valgano il sacrificio?
Tali interrogativi vanno oltre l’Iran. Sfidano le convinzioni su come i governi invochino cause internazionali per giustificare le politiche interne e su quando i cittadini abbiano il diritto di dire: “La nostra storia viene prima di tutto”.
In quanto tale, il coro “Né Gaza né Libano, sacrifico la mia vita per l’Iran” è, a mio avviso, sia una protesta che una rivendicazione. Rifiuta la narrazione dello Stato iraniano sul sacrificio obbligatorio, affermando al contempo il diritto del popolo a scrivere una storia nazionale incentrata sui bisogni, le sfide e le aspirazioni dell’Iran.
Kamran Talattof, 6 gennaio 2016, da The Conversation
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15/01/2026
Sei punti per orientarsi nell’Iran in tumulto
L’Iran è sotto assedio economico prolungato ed è stato attaccato direttamente da Israele e dagli Stati Uniti non solo entro i suoi confini, ma in tutta l’Asia occidentale (comprese le sue sedi diplomatiche in Siria). Questa guerra economica condotta dagli Stati Uniti ha creato la situazione per questo tumulto, ma il tumulto stesso non è diretto contro Washington, bensì contro il governo di Teheran.
Ci sono rapporti – come sul giornale israeliano mainstream Ha’aretz nell’ottobre 2025 su “operazioni d’influenza israeliane che mirano a insediare Reza Pahlavi come Scià dell’Iran” – che indicano come i servizi segreti israeliani abbiano un ruolo nelle proteste, e gli Stati Uniti hanno apertamente detto ai manifestanti che avrebbero bombardato Teheran se la violenza del governo fosse aumentata.
L’anno scorso, si sono svolte proteste in dodici raffinerie di petrolio di South Pars, dove cinquemila lavoratori a contratto del Sindacato dei lavoratori della raffineria di gas di Bushehr hanno marciato con le loro famiglie il 9 dicembre ad Asaluyeh per chiedere salari più alti e migliori condizioni di lavoro. Quando i lavoratori hanno portato la loro lotta al Parlamento Nazionale a Teheran, chiedendo la fine del sistema del lavoro a contratto, gli israeliani e gli Stati Uniti hanno approfittato di queste sincere proteste per tentare di trasformare una lotta legittima in una potenziale operazione di cambio di regime.
Per capire cosa sta accadendo, ecco sei punti di rilevanza storica offerti a scopo di discussione. Dal 1979, l’Iran ha giocato un ruolo molto importante nel movimento che va oltre le monarchie nel mondo arabo e musulmano, ed è stato un importante difensore della lotta palestinese. L’Iran non è nuovo alle interferenze straniere, risalenti al controllo britannico del petrolio iraniano dal 1901, alla Convenzione anglo-russa del 1907 che divise l’Iran in sfere d’influenza, al colpo di stato del 1921 che portò Reza Khan al trono, al colpo di stato del 1953 che insediò suo figlio, Mohammad Reza Shah Pahlavi, e poi alla guerra ibrida contro la Rivoluzione Iraniana dal 1979 ad oggi.
Ecco questi sei punti.
1. La Rivoluzione Iraniana del 1978-79 rovesciò il dominio dello Scià dell’Iran Reza Pahlavi, e a causa della forza del clero religioso e delle sue formazioni politiche, portò alla creazione della Repubblica Islamica nell’aprile 1979, con la Costituzione della Repubblica Islamica entrata in vigore nel dicembre 1979. Le altre correnti della rivoluzione (dalla sinistra comunista ai liberali) si trovarono in gran parte emarginate e in alcuni casi persino represse. Le proteste di marzo 1979 per la Giornata Internazionale della Donna a Teheran seguirono le restrizioni sui diritti delle donne (in particolare contro la politica del velo obbligatorio), che costrinsero il governo ad accettare le richieste delle proteste, ma fu una vittoria a breve termine, dato che nel 1983 fu approvata una legge sul velo obbligatorio.
2. La Rivoluzione seguì il colpo di stato militare di Zia ul-Haq in Pakistan nel 1977, la Rivoluzione di Saur in Afghanistan (agosto 1978), la formazione del Partito Socialista Yemenita (ottobre 1978) che portò la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen nella sfera sovietica e che condusse alla guerra Nord-Sud nello Yemen (febbraio-marzo 1979), e la presa del potere da parte di Saddam Hussein in Iraq nel luglio 1979: l’intera regione dell’Asia sud-occidentale e centrale venne catapultata in sussulti politici.
Alcuni di questi sviluppi (Pakistan, Iraq) offrirono vantaggi agli Stati Uniti, e gli altri (Afghanistan, Iran, Yemen) furono contrari agli obiettivi statunitensi nella regione. Molto rapidamente, gli Stati Uniti tentarono di sfruttare i loro vantaggi cercando di rovesciare la Repubblica Islamica dell’Iran, la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen e la Repubblica Democratica dell’Afghanistan.
3. La pressione degli Stati Uniti su questi processi portò a una situazione di guerra in tutti e tre i paesi. Gli USA e i loro alleati del Golfo spinsero l’Iraq a invadere l’Iran senza provocazione nel settembre 1980, iniziando una guerra che durò fino al 1988; gli stati arabi del Golfo spinsero lo Yemen del Nord a invadere lo Yemen del Sud dopo l’assassinio di Salim Rubaya Ali (un maoista che stava negoziando la fusione dei due Yemen); infine, in Afghanistan, gli USA iniziarono a finanziare i mujahideen per avviare una campagna di assassinii contro i quadri del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan.
Iran, Afghanistan e Yemen videro i loro progetti sociali ridimensionati dagli attacchi esterni che subirono. L’Afghanistan sprofondò in oltre quarant’anni di terribile violenza e guerra, sebbene la Repubblica Democratica dell’Afghanista sia riuscita a rimanere in piedi per diciotto anni; il governo marxista nello Yemen del Sud rimase tale fino al 1990, ma era un’ombra pallida delle sue stesse aspettative; l’Iran, intanto, vide la sua Repubblica Islamica sopravvivere a una dura politica di sanzioni che seguì la fine della guerra con l’Iraq (nel 1988).
4. La Repubblica Islamica affrontò diverse sfide consecutivamente. La più importante venne dall’imperialismo statunitense, che non solo incoraggiò pienamente la guerra dell’Iraq, ma sostenne le iniziative delle ex élite iraniane per ripristinare il proprio dominio e appoggiò i tentativi israeliani di minare la Repubblica Islamica (compresi attacchi diretti all’Iran, operazioni di sabotaggio e assassinii di figure chiave del mondo scientifico e militare).
Sono gli Stati Uniti e Israele che hanno cercato sistematicamente di erodere il potere dell’Iran nella regione con l’assassinio del Generale Qassem Soleimani nel 2020, il duro attacco a Hezbollah durante il genocidio israeliano su Gaza, l’assassinio di Syed Hassan Nasrallah nel 2024, e il rovesciamento del governo in Siria nel dicembre 2024 con l’insediamento dell’ex capo di al-Qaeda come presidente a Damasco.
Le vecchie élite iraniane, guidate inizialmente dallo Scià fino alla sua morte nel 1980 e poi da suo figlio, il cosiddetto Principe della Corona Reza Pahlavi, si unirono a europei e USA per ripristinare il loro dominio. È importante sapere che mentre lo Scià sedeva sul Trono del Pavone dal 1941, fu costretto ad accettare un governo democratico dal 1951 al 1953 che fu rovesciato dai servizi segreti occidentali; poi lo Scià fu incoraggiato a esercitare un potere assoluto dal 1953 fino alla rivoluzione del 1978-79.
Il blocco dello Scià ha costantemente voluto tornare al potere in Iran. Sebbene il Movimento Verde del 2009 avesse una piccolissima componente monarchica, rappresentava le classi dominanti che volevano riforme politiche contro la presidenza più plebea di Mahmoud Ahmadinejad. È significativo che gli Stati Uniti abbiano “scelto” il figlio dello Scià, che vive a Los Angeles, come figura di questa rivolta.
I limiti all’agenda sociale trasformativa della repubblica erano ben presenti in quanto tollerava settori della vecchia élite, permettendo loro di mantenere le proprietà, e quindi consentendo la formazione di un sistema di classi stratificato che avvantaggiava i settori di questi proprietari e un’emergente classe media.
Dopo la morte dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini nel giugno 1989 e la fine della guerra Iran-Iraq, il governo adottò gran parte delle politiche di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale, che – in un modo o nell’altro – rimasero in vigore per decenni (la politica fu guidata da Mohsen Nourbaksh, che fu Ministro degli Affari Economici dal 1989 al 1994 e poi capo della Banca Centrale dal 1994 al 2003).
L’economia nel 1979 non fu organizzata secondo linee socialiste, ma aveva costruito un forte ruolo dello stato e della pianificazione pubblica a causa delle necessità dell’economia di guerra e dell’impegno per il benessere sociale islamico. Nourbaksh non poté smantellare completamente lo Stato, ma attuò riforme valutarie e bancarie e integrò cautamente l’Iran nell’economia globale.
La differenza di classe e le difficoltà di vita per la maggioranza degli iraniani aumentarono a causa dell’impatto combinato del regime di sanzioni USA-UE, delle minacce militari di USA-Israele (che hanno portato a un’alta spesa militare in Iran – ancora attorno al 2,5% del PIL, ma molto più bassa del 12% del PIL durante il regno dello Scià), e delle politiche neoliberali perseguite dai sempre più neoliberali ministri delle finanze del governo (come Ali Tayebnia dal 2013 al 2017 e Ali Madanizadeh dal 2025).
Fu questa limitazione della Repubblica Islamica che portò a cicliche proteste economiche: 2017-2018 (inflazione e tagli ai sussidi), 2019 (aumento prezzi carburante), 2025 (fornai), e 2025-26 (inflazione galoppante e crollo del rial iraniano).
5. Sebbene le attuali proteste siano in gran parte spinte da un tasso di cambio Rial/Dollaro a livelli record e un tasso di inflazione alimentare del 60%, la transizione dagli scioperi operai a South Pars ad una violenza urbana coordinata, indica un livello più profondo di intervento. L’amministrazione ha favorito porzioni del settore import-export, che hanno operato nel contesto delle sanzioni, per assistere gli esportatori di materie prime a scapito degli importatori – una situazione non facile da correggere.
Eppure, l’improvviso calo del 30-40% della valuta è un classico segno di manipolazione finanziaria esterna. Pertanto, ciò che è iniziato come una protesta di imprenditori contro la Banca Centrale senza interferenze, si è presto trasformato in un violento assalto top-down al tessuto statale.
Le “proteste” sono passate improvvisamente da assemblee pacifiche a sabotaggi urbani ad alta intensità, con la morte di circa 100 agenti delle forze dell’ordine, con denunce su alcuni agenti stati bruciati vivi, un membro della sicurezza decapitato e una clinica medica data alle fiamme, causando ad esempio la morte di un’infermiera. L’uso di armi da fuoco a distanza ravvicinata contro civili suggerisce ulteriormente un tentativo di massimizzare la tensione interna e fornire un pretesto per un intervento straniero.
L’orchestrazione geopolitica dietro il caos è diventata innegabile quando il Dipartimento di Stato USA e il Mossad hanno applaudito apertamente la violenza in tempo reale. Una volta che le autorità hanno disabilitato l’accesso a Internet, le proteste hanno perso significativamente forza, il che mette in dubbio la spontaneità del movimento e conferma la tesi che ci sia una strategia di destabilizzazione in atto, che cerca di trarre vantaggio dalla congiuntura internazionale attuale.
6. L’opposizione è scesa in strada ma riconosce di non avere la forza per prendere il potere. Ci sono segnalazioni di interferenze USA e israeliane, e non aiuta l’opposizione che il figlio dello Scià abbia sia rivendicato il merito delle proteste sia che si veda come suo beneficiario. Con Trump alla guida dell’imperialismo, e con Israele in un periodo che percepisce come di vittorie infinite, è impossibile sapere cosa faranno queste pericolose cricche.
Man mano che le mobilitazioni perderanno slancio, cosa che avverrà, USA-Israele potrebbero approfittare della situazione per colpire Teheran e altre città con più forza di quanto fecero nel giugno 2025. Questo dovrebbe essere un motivo di preoccupazione non solo per le persone in Iran, la stragrande maggioranza delle quali non desidera un attacco al proprio paese, ma anche per le persone del Sud Globale – che si troveranno come il prossimo bersaglio dopo Venezuela e Iran.
Problemi reali affliggono la popolazione iraniana, ma questi problemi non saranno risolti con un bombardamento aereo imperialista degli Stati Uniti e di Israele. Gli iraniani dovranno risolvere i propri problemi. Il regime di sanzioni e le minacce di violenza non fanno nulla per permettere che ciò accada. È facile dire “solidarietà agli iraniani” in Occidente, dove i manifestanti vengono picchiati e persino uccisi per il loro sostegno ai palestinesi e la loro rabbia per le politiche anti-immigrazione; sembra molto più difficile dire “fine delle sanzioni”, e quindi permettere al popolo iraniano di respirare nel proprio futuro.
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14/01/2026
“L’intervento straniero che gli iraniani vogliono è la revoca delle sanzioni”
Le proteste in Iran, ormai giunte alla terza settimana consecutiva, derivano da una forte pressione economica e dalla frustrazione verso il governo, ma dato che gli iraniani hanno sentito l’ira di Israele e hanno anche visto ciò che gli Stati Uniti hanno fatto recentemente in Venezuela, le loro richieste non sono di intervento straniero, ha spiegato lunedì una lista di esperti.
Sebbene possano esserci alcune voci dissonanti, la maggior parte degli iraniani vorrebbe che la comunità internazionale aiuti a revocare le gravi sanzioni statunitensi e a iniziare una nuova strada, hanno detto gli studiosi in un panel ospitato dal Quincy Institute for Responsible Statecraft.
“Penso che la stragrande maggioranza degli iraniani accoglierebbe con favore un accordo che sollevi l’ombra della guerra e inviti alla rimozione delle sanzioni”, ha detto Mohammad Ali Shabani, direttore del magazine Amwaj, aggiungendo che la maggior parte degli iraniani accetta che la Repubblica Islamica non sarà lì per sempre. “E in effetti, quello che abbiamo visto negli ultimi 20 anni è che la sua sopravvivenza è quasi prolungata dalle sanzioni”, ha detto Shabani.
Shabani ha indicato la classe media iraniana come potenziale motore di cambiamento politico nel paese. Ma le sanzioni statunitensi degli ultimi due decenni hanno “svuotato” la classe media e, di conseguenza, un cambiamento politico organico.
Ellie Geranmayeh, senior policy fellow e vice responsabile del programma Medio Oriente e Nord Africa presso il Consiglio Europeo per le Relazioni Estere, ha condiviso un sentimento simile riguardo al cambiamento politico interno.
“Penso che troppo spesso in Occidente dimentichiamo che la società civile iraniana esiste, e che queste persone non hanno necessariamente invocato interventi stranieri tramite attacchi militari, né hanno chiesto una svolta alla violenza da parte dei manifestanti”, ha detto Geranmayeh.
“Quella coalizione esiste. C’è un braccio politico in tutto ciò. C’è una società civile, una parte dei diritti umani. E quindi queste sono alcune delle persone su cui dovremmo concentrarci e osservare come si stanno organizzando sul campo in condizioni estremamente severe e repressive”.
Ha aggiunto che spesso, anche invisibili all’Occidente, sono “doni al popolo” da parte del governo iraniano che seguono grandi sconvolgimenti.
Dopo il Movimento Verde del 2009, Teheran ha dimostrato una certa flessibilità permettendo all’ex presidente Hassan Rouhani di candidarsi in una campagna riformista, ha sostenuto Geranmayeh. “Nel 2019, con le proteste prevalentemente economiche, sono comunque riusciti a rispondere usando le casse e le spese del sistema per continuare a fornire sovvenzioni ai più poveri. Nel 2022, con le proteste Women, Life, Freedom, si è innescato un processo di cambiamento e flessibilità sulle questioni sociali relative all’obbligo dell’hijab”.
Oggi, però, le uscite sono molto più limitate. “Il sistema potrebbe aver raggiunto un limite in ciò che può fare sotto l’attuale guida suprema”, afferma Geranmayeh.
Detto ciò, nonostante la dimensione record delle proteste, difficilmente si concluderanno con un rovesciamento totale del governo, perché attualmente non hanno un leader, ha detto alla commissione Vali Nasr, professoressa di affari internazionali e studi sul Medio Oriente presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies.
“In realtà sono un’esplosione genuina di rabbia popolare ma senza leadership, direzione e organizzazione, tali proteste – non solo in Iran ma altrove nel mondo – sono molto difficili da sostenere”, ha detto la docente.
Le notizie secondo cui il figlio esiliato dello scià, Reza Pahlavi, stia dirigendo le proteste sono infondate, ha aggiunto Nasr. “Non ha iniziato queste proteste. Non ha stabilito loro l’agenda. In realtà è arrivato tardi”.
Quindi, i Pahlavi mantengono qualche ruolo in Iran?
I manifestanti che chiedono il ritorno dello scià “indicano il voler dare una lezione a Khamenei”, afferma Shabani. “Questa è una mia valutazione personale e non interpreto i desideri di 90 milioni di persone. Penso che la domanda numero uno a cui le persone debbano rispondere, quando considerano il suo ruolo, sia: dove sono le persone all’interno dell’Iran? Perché stanno chiedendo a un tizio che non è in Iran da 47 anni, seduto in Virginia, un cambiamento all’interno dell’Iran?” ha chiesto.
Shabani ha poi sollevato il caso del leader politico riformista Mostafa Tajzadeh, che è nel carcere di Evin dal 2022, come esempio di persone all’interno dell’Iran capaci di guidare l’opposizione, a differenza di Pahlavi, che è relativamente estraneo all’Iran.
“E tra l’altro, indovina chi ha fatto esplodere Evin nel giugno 2025, uccidendo 70 persone? Israele. Quindi queste persone stanno letteralmente vedendo la loro vita minacciata sia dall’Iran che da Israele”.
Stati Uniti e Israele
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiarito che sta esaminando opzioni militari per l’Iran alla luce delle proteste, soprattutto dopo quello che ha definito un bombardamento “molto riuscito” e senza precedenti contro i siti nucleari iraniani a giugno.
Israele non ha mai nascosto il fatto che vuole far crollare completamente l’Iran e avere l’aiuto degli Stati Uniti in questo sforzo.
“Penso che ci sia il pericolo che Trump decida di colpire in modo da mandare un segnale forte che ha agito, e che non è come l’ex presidente Barack Obama, che fissa linee rosse e non agisce oltre”, ha detto Geranmayeh. “Ma c’è un reale pericolo che poi ci sia un seguito da parte di Israele e attacchi che poi appesantiscano sempre di più gli Stati Uniti”, ha aggiunto.
Trump potrebbe accontentarsi di un Iran economicamente aperto agli Stati Uniti e di un Iran integrato nel mondo arabo che porti stabilità nella regione, ha sostenuto Geranmayeh, rendendo l’obiettivo finale di Washington molto diverso da quello di Israele.
Per quanto riguarda le affermazioni di Trump secondo cui gli importa della vita dei manifestanti e che per questo sta considerando un intervento militare, Nasr ha sostenuto che le forze di sicurezza iraniane probabilmente hanno represso “molto più aggressivamente e brutalmente” dopo quella dichiarazione per “finire in fretta”.
Nasr afferma che gli iraniani si rendono conto che l’amministrazione Trump è tentata dal cambio di regime, e questa volta l’Iran non ha la forza regionale che aveva prima – né un programma nucleare che gli Stati Uniti sono interessati a negoziare – per dissuadere gli USA da azioni audaci.
“Questa volta, gli Stati Uniti hanno pensato che l’Iran sia debole e che abbia le spalle al muro, e il presidente Trump si sente a suo agio nel minacciare un intervento”.
Ma ogni volta che c’è una minaccia esterna durante questo tipo di disordini in Iran, il regime cambia effettivamente torna “verso le sue impostazioni di fabbrica” dando potere ai conservatori del paese, ha detto Shabani al panel.
“Se liquidi i disordini in Iran come un complotto estero, penso che sia solo un argomento della Repubblica Islamica. Ma poi, se si ignora questo dopo una guerra devastante, con un’amministrazione USA che cerca così apertamente e esplicitamente di minare lo stato iraniano, e con Netanyahu che dice apertamente di voler liberarsi dell’intera opinione pubblica, se poi si esce e dici, beh, aspetta, non può esserci alcuna interferenza straniera – voglio dire, è piuttosto ingenuo”, spiega Shabani.
Ci sono anche altre sfumature da considerare.
L’incendio di venerdì a 25 moschee e 20 banche da parte dei manifestanti, come riportato dalle autorità iraniane, potrebbe mettere frammentare le mobilitazioni.
Mentre centinaia di manifestanti sono stati uccisi, il governo ha anche dichiarato che almeno 100 membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi. I funerali di entrambe le parti sono stati trasmessi dalla televisione statale.
“Immaginate quella protesta negli Stati Uniti che uccide 100 agenti di polizia. È piuttosto violento, vero? Quindi questa è una nuova dinamica”, sottolinea Shabani. “È un confronto a due vie. La gente sta reagendo. Quindi, quando le persone vedono questa distruzione, persone che non sono necessariamente sostenitori della Repubblica Islamica, ma che temono l’instabilità, che potrebbe essere uno scenario plausibile, soprattutto dopo aver visto Siria, Iraq, Afghanistan... non vogliono una situazione di completo collasso e instabilità della sicurezza”.
‘Attacchi aerei, una delle tante opzioni’
Almeno 192 persone sono state uccise nelle più grandi proteste contro il governo iraniano da oltre tre anni, secondo Iran Human Rights, un’organizzazione non governativa con sede in Norvegia.
Secondo la Human Rights Activist News Agency con sede negli Stati Uniti, 544 persone sono state uccise durante le manifestazioni degli ultimi 15 giorni.
La guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, sembra aver risposto alle minacce di Trump in un post sui social media lunedì.
Scrivendo in farsi e dirigendosi a Trump ha affermato: “Che quel che siede lì con arroganza e orgoglio, giudicando il mondo intero, sappia anche che i tiranni e gli arroganti di questo mondo, come il Faraone, Nimrod, Reza Shah, Mohammad Reza Shah e simili, furono rovesciati quando erano all’apice del loro orgoglio. Anche lui sarà rovesciato”.
Con l’aumento delle tensioni politiche, l’Iran è entrato nel suo quarto giorno di quasi totale blackout di internet. Il monitor Internet NetBlocks ha dichiarato che il paese rimaneva in un “blackout nazionale di internet”, con una connettività limitata e instabile.
Araqchi ha detto che il servizio internet sarà ripristinato in coordinamento con le autorità di sicurezza.
Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha espresso preoccupazione per le segnalazioni di “violenza e uso eccessivo della forza” in Iran e ha invitato le autorità a “esercitare la massima moderazione e astenersi dall’uso inutile o sproporzionato della forza”. Ha inoltre pregato Teheran affinché ripristinasse l’accesso a internet.
A Washington, lunedì, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che Trump ha parlato con il magnate tecnologico Elon Musk per discutere l’accesso ai suoi satelliti Starlink in Iran, ma non ha approfondito ulteriormente. Ha detto che l’intervento militare statunitense in Iran è ancora in fase di considerazione.
“Penso che una cosa in cui il presidente Trump sia molto bravo è sempre tenere tutte le sue opzioni sul tavolo, e i raid aerei sarebbero una delle tante, moltissime opzioni che il comandante in capo ha”,ha detto Leavitt ai giornalisti.
“La diplomazia è sempre la prima opzione per il presidente. Vi ha detto ieri sera che ciò che sentite pubblicamente dal regime iraniano è molto diverso dai messaggi che l’amministrazione riceve privatamente, e penso che il presidente abbia interesse a esplorare quei messaggi”, ha aggiunto la portavoce della Casa Bianca.
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12/01/2026
Gli USA attraversati dalle proteste contro l'ICE
Nonostante il freddo e la neve, il fine settimana del 10-11 gennaio ha visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza in oltre mille eventi sparsi in tutto il paese, tra presidi, cortei e fiaccolate. “ICE, Out for Good!” – via l’ICE per sempre – è lo slogan che anima le proteste, con un gioco di parole tra il cognome di Renee e l’auspicio di una fine definitiva delle operazioni dell’agenzia federale “personale” di Trump, salita alla ribalta per le violenze e i rastrellamenti degli ultimi mesi, che hanno già causato varie rivolte.
La dinamica dell’incidente avvenuto mercoledì è al centro di un aspro scontro istituzionale. Secondo la versione dell’amministrazione Trump, l’agente, veterano dell’Iraq, avrebbe sparato per legittima difesa mentre la donna tentava di investirlo.
Tuttavia, testimonianze oculari e diversi video smentiscono categoricamente questa ricostruzione, mostrando semmai la donna fuggire dal tentativo di un agente di aprire la portiera, senza intenzione di colpire l’uomo.
Renee e sua moglie erano lì come parte del “movimento dei fischietti”, nato lo scorso anno per avvertire in maniera immediata e pacifica i migranti della presenza di agenti dell’ICE. Anche l’evidente azione di resistenza non violenta che stavano portando avanti dimostra come non ci sia alcuna proporzione tra l’intervento dei poliziotti e il millantato “pericolo”.
L’FBI ha assunto la guida delle indagini e la polizia statale ha denunciato di essere stata ostacolata e di fatto estromessa dai rilievi. Nel frattempo, a gettare benzina sul fuoco si è aggiunto un altro caso a Portland, in Oregon. Due persone di origine venezuelana sono state ferite dall’ICE. Anche in questo caso, le autorità federali hanno invocato la legittima difesa, collegando arbitrariamente i colpiti alla gang Tren de Aragua.
Il procuratore generale dell’Oregon, Dan Rayfield, ha già annunciato un’inchiesta indipendente, separata da quella federale. Le politiche anti-immigrazione dell’amministrazione Trump, caratterizzate da rastrellamenti urbani e metodi a dir poco brutali sono già sotto la lente di organizzazioni umanitarie e dell’opinione pubblica mondiale.
Ma ciò che più di tutto le proteste di queste ore raccontano, in particolare con gli eventi di Portland, è quello di una società sempre più spaccata e sclerotizzata, educata a suon di armi come strumento legittimo di risoluzione dei conflitti. Se questo modello di società, dalle fondamenta totalmente anti-sociali, perde l’elemento che la teneva unita, cioè la propria capacità egemonica legata all’idea di essere i gendarmi del mondo, tra fallimenti militari e deindustrializzazione, il risultato può diventare l’implosione interna.
Alcuni pezzi del capitalismo stelle-e-strisce hanno puntato su Trump e su una nuova e aggiornata “Dottrina Monroe” come via d’uscita dalla crisi, militarizzando ulteriormente la vita interna del paese. È un gioco pericoloso, che unisce la “guerra esterna” a quella interna, non solo sul piano “culturale” e ideologico. Appunto, la giustificazione per i colpi sparati a Portland è quella del coinvolgimento dei colpiti in uno dei gruppi criminali che sono stati arbitrariamente citati da The Donald per giustificare l’aggressione imperialista al Venezuela (venendo poi smentito dal suo stesso “Dipartimento della giustizia”).
Le linee di faglia interne alla società statunitense sono sempre più profonde e, soprattutto, le azioni intraprese dall’attuale establishment non puntano a creare nuovo consenso, quanto a una militarizzazione e “fascistizzazione” della vita di tutti i giorni. Nel frattempo, le proteste continuano, anche con barricate e scontri violenti.
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Iran - Problemi sociali e provocazioni imperiali
A dirlo è l’intelligence statunitense. Secondo fonti riportate dal sito Axios, l’Iran non è vicino a una condizione di rovesciamento dell’assetto istituzionale. Le proteste sono sicuramente larghe e sentite, e si radicano nelle profonde difficoltà economiche vissute nel paese, strozzato dalla guerra economica dell’imperialismo occidentale, anche dai settori in cui tradizionalmente la Repubblica Islamica ha trovato la propria legittimazione.
Ma secondo gli analisti di Washington, le mobilitazioni mancano di tre elementi fondamentali per trasformarsi in un cambio di regime: l’assenza di forze che ne possano diventare una guida unitaria, capace di coordinare le proteste; la frammentarietà delle istanze, che oscillano tra crisi economica, diritti sociali e riforme politiche, senza una piattaforma politica coerente; le forze di sicurezza hanno dimostrato di poter gestire le piazze senza dover ricorrere a un uso generalizzato della forza che potrebbe innescare reazioni incontrollabili, subendo anche un alto livello di perdite.
A rafforzare questa tesi interviene un’analisi del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, che evidenzia una differenza sostanziale rispetto alla caduta dello Scià nel 1979. All’epoca, le defezioni nelle forze armate furono decisive, mentre oggi l’apparato di sicurezza appare coeso e fedele all’ayatollah Khamenei.
Inoltre, l’Iran non è una costruzione artificiale, come altri paesi “disegnati sulla carta geografica” dai colonialisti europei: ha una forte identità radicata in secoli di storia, in una sostanziale omogeneità religiosa e in minoranze etniche – curdi, arabi, baluchi e turkmeni – che, per quanto portino avanti richieste di maggiore rappresentanza e autonomia, non perseguono progetti separatisti o, quando pur esistono, non sono sostenute da una ampia legittimazione popolare.
L’idea che vi possa essere una “balcanizzazione” del paese, spesso auspicata dai più rapaci imperialisti, è una proiezione di schemi usati e foraggiati dall’Occidente che non sono esportabili ovunque. Intanto, oggi si svolgerà una manifestazione a sostegno della Repubblica Islamica, mentre già ieri sono state decine di migliaia le persone che hanno partecipato al funerale di Melina Asadi, bambina di 3 anni uccisa dai manifestanti durante le proteste giovedì scorso, a Kermanshah.
Appare dunque evidente come questa insistenza su di un Iran vicino al collasso serva solo a creare una narrazione orientata a legittimare interventi esterni ad un’opinione pubblica occidentale già alle prese con l’allarmismo sull'“aggressività russa”, il perdurante lento genocidio dei palestinesi, le minacce statunitensi di attaccare molti paesi, dal Venezuela alla Groenlandia.
Presentare il paese come un’entità in crisi, vicina a frantumarsi, trasforma da “accettabile” a “necessario”, da “pericoloso” a “facile”, lo scenario della destabilizzazione violenta attraverso un intervento esterno, per aiutare i manifestanti a fare “l’ultimo miglio” che li separa dalla liberazione dal regime islamico. La realtà, stando a quel che dicono persino avversari strategici come Israele e USA, è diversa.
I media nostrani, tuttavia, riportano solo la notizia diffusa dal New York Times secondo il quale, negli ultimi giorni, Donald Trump sarebbe stato informato sulle varie opzioni possibile per un attacco militare all’Iran, e tra i target ci sarebbero anche siti non militari della capitale. Teheran ha immediatamente risposto che ciò porterebbe a una reazione contro le basi statunitensi nella regione, ma anche contro Israele.
Lo schema della propaganda coordinata e funzionale a un’aggressione imperialista risulta evidente, e a questo partecipano anche le forze della “sinistra imperiale” occidentale. Non avevamo dubbi, per esempio, che l’italiana AVS avrebbe strumentalizzato “l’autodeterminazione dei popoli” per chiedere alla UE di “sostenere la mobilitazione” in Iran. Bisogna segnalare anche le parole di Ilaria Salis, secondo la quale “molti a sinistra risultano affetti dalla malattia del campismo e faticano persino a solidarizzare con gli insorti”.
Purtroppo, il “campismo” è in realtà alimentato – da parte degli imperialisti – con una brutale semplificazione/manipolazione degli eventi, mentre l'“autodeterminazione dei popoli” a doppio standard (vale per alcuni, non per altri) diventa un mezzo per legittimare l’ingerenza straniera negli affari interni altrui, quando autodeterminazione significa proprio il contrario. E difatti, ci sono anche recenti prove di come il tentativo di sfruttamento da parte occidentale di legittime rivendicazioni popolari iraniane abbia smorzato la protesta e abbia fatto danno proprio alla capacità di autodeterminazione.
È un discorso complesso, ma è quella complessità che non vogliono farci sciogliere in termini chiari, per far sì che l’imperialismo in crisi possa avere mano libera nei propri crimini.
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10/01/2026
Bulgaria, una crisi senza uscita (terza prima). Le dimissioni del governo e l’euro come frattura
L’11 novembre il presidente dell’agenzia statale per le riserve energetiche, Asen Asenov, dichiarò con una certa preoccupazione che il paese aveva riserve di benzina per 35 giorni e di diesel per 50, mentre il ministro dell’energia Zhecho Stankov (GERB) si diceva molto più preoccupato: secondo lui le riserve sarebbero state a malapena sufficienti per una settimana, aggiungendo però che i suoi uffici erano ‟in costante contatto” con quelli dell’OFAC statunitense, nella speranza di riuscire a ottenere una proroga ed esortando alla calma.[1] Oramai pareva chiaro che la strategia governativa era proprio quella, e non era possibile che ce ne fosse un’altra visti i tempi strettissimi e l’assenza di alternative valide. Il problema è che se l’OFAC non avesse accettato la situazione sarebbe precipitata, con conseguenze imprevedibili. Il 12 Radev, che aveva già espresso varie volte le sue perplessità sulla vicenda, pubblicava un post molto polemico sul suo profilo Facebook nel quale scriveva che ormai l’operato del governo non era più giustificabile e che se lo scopo fosse stato quello di continuare a far funzionare senza interruzioni la raffineria ed evitare una crisi energetica e un aumento dei prezzi del carburante un gestore sarebbe dovuto essere nominato immediatamente dopo l’annuncio delle sanzioni, aggiungendo che forse lo scopo di questo ritardo era far passare modifiche legislative per favorire interessi poco chiari,[2]e rimandava alle camere la legge approvata il 7 novembre definendola incostituzionale, sostenuto dalla vicepresidente Iliana Yotova che definiva l’operato del governo ‟degno di una pièce di Beckett”, e sosteneva fosse assurdo che al governo importasse solo discutere su chi sarebbe stato il nuovo gestore della Lukoil e non del futuro della raffineria e delle conseguenze per il paese.[3] A loro volta, i deputati della commissione parlamentare per l’energia respingevano il veto di Radev, sostenendo che la legge fosse necessaria per garantire sia l’operato della raffineria che una vendita che non desse adito a ricorsi. Dopo che già da qualche giorno alcune stazioni di servizio della Teboil, una sussidiaria Lukoil, avevano iniziato ad avere problemi di approvvigionamento, il panico iniziò a diffondersi, con tentativi di accaparramento segnalati in centri periferici come Vraza.[4] Il 13 Borisov si dichiarava assolutamente convinto che gli USA avrebbero concesso una deroga, e attaccava Radev per il suo veto che, a suo dire, aveva ritardato la scelta del nuovo gestore che sarebbe stato nominato di lì a pochi giorni: e aveva ragione, perché il giorno successivo gli USA annunciavano che le sanzioni erano sospese fino alle ore 12.01 del 29 aprile 2026, e la Gran Bretagna si accodava immediatamente sospendendole anch’essa.[5] Borisov e il resto della squadra di governo ostentavano sicurezza, sostenendo di aver sempre avuto la situazione sotto controllo e che le accuse di opposizione e presidenza erano solo strumentalizzazioni. Lo scontro si spostava quindi sul candidato proposto dal governo come commissario, l’ex Direttore Generale dell’Agenzia delle Entrate Rumen Spetsov: ma chiuso almeno momentaneamente il fronte Lukoil se ne apriva immediatamente un altro ancora peggiore, quello appunto della legge di bilancio 2026.
Si trattava, a onor del vero, di un bilancio difficilissimo da scrivere. Il 2026, con l’ingresso nell’Euro dal 1 gennaio, sarebbe stato un passaggio strutturale delicatissimo per il paese. I margini di manovra politica si sarebbero ridotti notevolmente per la necessità di dimostrare disciplina fiscale, mantenere deficit e debito sotto controllo e accettare un livello di sorveglianza europea e di attenzione dei mercati molto più alto rispetto al passato, senza più le flessibilità informali di cui avevano potuto godere i governi precedenti e che avevano contribuito moltissimo a non trasformare in rabbia l’insoddisfazione. A questa notazione generale andava aggiunta una forte pressione simultanea sulle spese e sulle entrate. Sul lato della spesa il governo si trovava di fronte a richieste che non potevano essere ignorate, quali aumenti salariali nel settore pubblico, in particolare in sanità e istruzione, la crescita delle pensioni e della spesa sociale legata all’inflazione e all’invecchiamento della popolazione, la necessità di maggiori investimenti in difesa per rispettare gli impegni NATO e i costi amministrativi e tecnici della transizione all’euro. Sul lato delle entrate, invece, il sistema fiscale bulgaro resta uno dei più leggeri dell’Unione europea e qualsiasi aumento delle imposte incontra una resistenza politica e sociale fortissima. Un ulteriore elemento di difficoltà era la fine delle misure straordinarie utilizzate negli anni precedenti. Durante le crisi energetiche e inflazionistiche il paese aveva potuto contare su fondi europei, sussidi temporanei e rinvii di spesa, ma nel 2026 molte di queste soluzioni non sarebbero state più prorogabili, mentre i bisogni che avevano coperto erano diventati permanenti. Questo costringeva il governo a trasformare costi eccezionali in spesa strutturale, finanziandoli con entrate stabili, un passaggio sempre politicamente e tecnicamente complesso.
Viste le premesse, non sorprende che il bilancio, una volta presentato, abbia scontentato immediatamente tutti. Il provvedimento si inserisce infatti in un quadro economico che abbiamo già definito molto complesso, caratterizzato da un’inflazione superiore alla media dell’UE, da una bolla speculativa immobiliare che ha fatto schizzare alle stelle il costo delle abitazioni, dalle conseguenze della guerra in Ucraina su bollette e consumi e dall’incertezza legata all’imminente ingresso nell’Eurozona. Nonostante ciò, la manovra non prevede vere misure di contrasto all’inflazione e punta a fissare il deficit al 3% del PIL per rientrare nei criteri dell’Eurozona, finanziando la spesa con oltre 10 miliardi di nuovo debito nel 2026 e portando il debito pubblico a superare il 21–22% del PIL entro fine anno. La legge prevede un lieve aumento del salario minimo, che salirebbe a 620 euro mensili, e delle pensioni, ma tali incrementi risultano insufficienti a compensare l’aumento del costo della vita. Al tempo stesso vengono aumentati i contributi previdenziali e assicurativi obbligatori (pensioni, sanità, malattia e maternità): il contributo pensionistico, ad esempio, salirebbe di circa due punti percentuali, con un ulteriore aumento previsto nel corso dell’anno. Si tratta di fatto di un aumento indiretto delle tasse, che finirebbe per gravare sui cittadini in un momento economico particolarmente delicato, in cui anche poche decine di euro possono fare la differenza.
Dal lato delle imprese, la manovra suscita forti preoccupazioni per l’aumento del costo del lavoro, che potrebbe ridurre la competitività, favorire il lavoro nero e scoraggiare gli investimenti esteri, già messi a rischio dal raddoppio della tassa sui dividendi dal 5 al 10%. Ulteriore motivo di protesta è il fatto che il bilancio sia stato approvato senza la consueta consultazione con imprenditori e sindacati. Le critiche arrivano da tutti i settori: gli imprenditori e la piccola e media impresa contestano l’aumento dei contributi e la tassazione sui dividendi; i lavoratori dipendenti temono di perdere potere d’acquisto; i pensionati giudicano insufficiente l’aumento delle pensioni minime (da 322 a 346 euro); i sindacati, pur riconoscendo gli aumenti, li considerano inferiori all’inflazione e accusano il governo di scaricare i costi sui cittadini; gli studenti guardano al futuro con crescente sfiducia; medici e infermieri protestano per i salari troppo bassi e per la distribuzione dei fondi destinati alla sanità. Anche l’opposizione è divisa: quella liberale critica l’aumento del deficit e della spesa pubblica, mentre quella populista denuncia l’insufficienza della spesa sociale e l’assenza di misure anti-inflazione. In questo contesto di diffuso malcontento, alla protesta contro la legge di bilancio si è rapidamente affiancata, sotto la guida del PP-DB, una richiesta esplicita di dimissioni del governo, che alla fine sono effettivamente arrivate.
Già il 7 novembre, con un altro lungo post su Facebook, era stato proprio Radev ad aprire le ostilità contro il budget: ‟in questo budget non c’è visione, non ci sono riforme, non ci sono incentivi per la crescita, ma il contrario – un soffocamento dell’economia e noi trascinati in una spirale di debito”.[6] Il 26 novembre, giorno in cui si sarebbe tenuta la seconda votazione per la legge di bilancio, sono iniziate le proteste con una imponente manifestazione nel cosiddetto ‟triangolo del potere” (la piazza chiusa sui tre lati dagli uffici del Parlamento – ex sede del partito Comunista – dall’edificio del Consiglio dei Ministri e dal palazzo della Presidenza della Repubblica, organizzata dai liberali del PP-DS, ma alla manifestazione hanno partecipato anche Radostin Vasilev, il leader del partito di destra nazionalista ed anti-europeista Mech, e vari sostenitori di Vazrazhdane.[7] Il 27 novembre, in risposta al malcontento popolare, il bilancio venne ritirato e sostituito con un budget rivisto, che però per l’opposizione conteneva solo modifiche cosmetiche; il 1 dicembre si tennero manifestazioni non solo a Sofia ma in molte città del paese, e questa volta la richiesta non era solo il ritiro della legge ma le dimissioni del governo, affiancando alle proteste contro il bilancio del 2026 quelle contro la corruzione, con una nutrita partecipazione anche da parte degli studenti universitari e del personale medico e infermieristico.[8] Peevski fece pubblicare dalla pagina Facebook del suo partito un post durissimo, nel quale accusava senza mezzi termini Radev di avere ‟organizzato il pogrom”, di volere il caos nel paese e di essersi accordato con il PP-DB per far cadere il governo;[9] Vazrazhdane, invece, temendo di essere del tutto scavalcato decideva di unirsi alla manifestazione ma solo dopo la conclusione di quella organizzata da loro davanti alla Banca nazionale, come al solito contro l’Euro. Radev fece sentire ancora la sua voce, sempre via social, dichiarando che i bulgari avevano scelto, e che lui era con loro.[10] Il giorno dopo, 11 dicembre, il governo si dimette. Peevski dichiara che il vero vincitore non è ‟la coalizione di Soros”, ovvero il PP-DS, ma ‟qualcun altro” ovvero, anche se non lo nomina, Radev, mentre da alcuni giorni i suoi sostenitori manifestano in tutta la Bulgaria ‟contro l’odio”, con più bandiere europee che bulgare;[11] il 12 il leader di Vazrazhdave, Kostadin Kostadinov, tenta di sfruttare il caos che si è venuto a creare proponendo di posticipare l’ingresso nell’Euro di un anno per cause di forza maggiore.[12] Da Bruxelles, ovviamente, fanno sapere che non è possibile, ma Vazrazhdane riacquista una buona visibilità dopo essere passato in secondo piano durante l’ultima ondata di proteste.[13]
La situazione politica resta in apparenza priva di soluzioni. Le consultazioni tra Radev e i leader dei partiti, per provare a formare un nuovo governo senza ricorrere a elezioni anticipate, con l’Euro in arrivo nel giro di nemmeno due settimane, si stanno rivelando futili. Nessun partito è disposto a formare nuove coalizioni e l’ostilità tra le forze politiche, e tra esse e la Presidenza, pare insormontabile. Radev è accusato da tutti di aver fatto precipitare la situazione per presentarsi alle prossime elezioni come l’unico politico in grado di salvare il paese, il che è certamente un’ipotesi molto verosimile ma non si capisce chi farebbe parte della sua squadra e che colore avrebbe la sua proposta politica.
Il 2026 si annuncia nel peggiore dei modi: l’ingresso nell’Eurozona doveva rappresentare il culmine trionfale di anni di crescita economica e progresso civile, ma al momento pare annunciare ben altro.
Note
[1] https://www.reuters.com/business/energy/bulgaria-has-one-month-gasoline-supplies-us-sanctions-loom-state-reserve-agency-2025-11-11/
[2] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1360659268758740
[3] https://www.focus-news.net/novini/Bylgaria/Iliyana-Iotova-Tova-koeto-se-sluchi-na-7-noemvri-mozhe-da-supernichi-na-piesa-na-Samyuul-Beket-2783539
[4] https://www.bulnews.bg/article/497839
[5] https://ofac.treasury.gov/media/934756/download?inline
[6] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1356577769166890
[7] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/1016436-grazhdani-protestirat-protiv-byudzheta-za-2026-g-v-sofiya
[8] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1019432-protesti-v-sofiya-i-v-stranata-bezreditsi-v-kasnite-chasove-v-stolitsata
[9] https://www.facebook.com/photo?fbid=1388404912646629&set=a.472263154260814
[10] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1382016656623001?ref=embed_post
[11] https://glasove.com/novini/peevski-za-ostavkata-pechelivshiyat-e-drug-ne-pp-db-da-idva-oshte-dnes
[12] https://glasove.com/novini/kostadinov-vnasyame-reshenie-za-otlagane-na-evrozonata-zaradi-forsmazhorni-obstoyatelstva
[13] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1026851-ek-resheniyata-za-vlizaneto-na-balgariya-v-evrozonata-sa-prieti-i-ostavat-v-sil
Fonte
