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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/08/2026

Pozzuoli - La protesta degli abbandonati

Venerdì 14 agosto è stato il secondo giorno di mobilitazione per gli abitanti di Via Napoli a Pozzuoli che hanno bloccato le strade del loro quartiere e del centro storico per chiedere soluzioni abitative dignitose.

Molti di loro sono senza un tetto già dal 2024, quando le abitazioni di Pozzuoli hanno subito i primi danni che le hanno rese inagibili. In questi ultimi anni la rete sociale della comunità che vive alle spalle di Via Napoli è stato il vero supporto per chi era stato sgomberato e aveva trovato ospitalità da amici e parenti, ma dopo la scossa di magnitudo 4,7 del 31 luglio scorso che ha portato il numero degli sfollati a oltre 3000, quasi nessun abitante del quartiere ha più soluzioni alternative. Da ormai 15 giorni dormono in auto o al riparo dei gazebo della protezione civile.

Giovedì 13 agosto i gazebo della protezione civile sono stati rimossi, giustificando la rimozione con l’allerta meteo. La rabbia degli abitanti si è fatta sentire e spontaneamente hanno bloccato la strada, per pretendere che invece dei gazebo ormai rimossi fossero montate le tende: una soluzione più dignitosa, sebbene temporanea ed emergenziale, e messa già in campo durante la scorsa crisi bradisismica dell’82-84.

Dopo la prima notte di mobilitazione, con un blocco stradale al centro di via Napoli durato dalle 21 alle 2 di notte, la risposta della controparte istituzionale è stata quella di rimontare i gazebo rimossi poco prima, senza alcun impegno ad andare incontro alle loro richieste.

La mancanza totale di alternative ha così fatto scendere di nuovo in strada gli abitanti di Via Napoli venerdì 14 agosto con una seconda nottata di mobilitazione e blocchi delle strade ben più estesi e che hanno interessato intere aree di via Napoli e del centro storico, entrambe bloccate con veri e propri check-point.

La crisi abitativa a Pozzuoli è ormai sotto gli occhi di tutti. Edifici fortemente lesionati, che a malapena ormai sopportano le scosse e che non sono ancora stati messi in sicurezza. La speculazione porta gli affitti alle stelle sia verso il litorale domizio da ormai tre anni, sia verso Fuorigrotta e Bagnoli per l’avvicinarsi delle preregate dell’America’s Cup.

L’unico strumento a supporto degli sfollati previsto dai vari decreti Campi Flegrei che si sono succeduti è il CAS, il contributo di autonoma sistemazione proporzionato al numero di membri del nucleo familiare, e che di fronte alla speculazione e agli affitti di mille e più euro al mese è irrisorio per chi non vuole o non può allontanarsi dall’Area flegrea.

L’esasperazione per l’immobilismo verso la crisi che Pozzuoli sta affrontando da anni ormai, non annebbia la mente degli sfollati.

In questi due giorni (e da quando focolai di mobilitazione stanno interessando le varie aree di Pozzuoli) è emersa con rabbia la consapevolezza del paradosso di un territorio. Nello stesso periodo a Bagnoli, nell’estremo opposto del golfo, lo Stato spende 1 miliardo e mezzo per l’America’s Cup. Proprio in un momento in cui l’Area Flegrea aveva più bisogno di fondi per convivere con il fenomeno del bradisismo.

E nelle stesse parole è anche apparsa chiara la volontà di non lasciare i loro quartieri e la loro città perché ricordano bene come le passate crisi bradisismiche siano state usate da vettore per la gentrificazione, espellendo la maggior parte degli abitanti del centro storico di Pozzuoli verso quartieri dormitorio come Toiano e Monteruscello.

Gli abitanti di via Napoli e di tutta Pozzuoli lo hanno reso cristallino: Pozzuoli esiste ancora e vuole vivere e l’unica strada che riconoscono per difendere i loro diritti di abitanti è la mobilitazione collettiva!

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03/06/2026

Kenya. Proteste contro il centro per cittadini USA esposti all’Ebola

Centinaia di manifestanti si sono radunati lunedì 1° giugno nella città di Nanyuki, nel centro del Kenya, per protestare contro la possibile realizzazione di una struttura di quarantena per l’Ebola all’interno di una base militare statunitense. Il centro, stando ai piani originari, avrebbe dovuto accogliere cittadini stelle-e-strisce potenzialmente esposti al virus ma asintomatici.

Ciò che ha scatenato le proteste è il fatto che il Kenya non ha registrato casi della malattia. L’idea che si rischi di far entrare nel paese una tale minaccia virale – che ha già causato oltre 200 vittime nella vicina Uganda e nella Repubblica Democratica del Congo – per via della presenza USA ha suscitato una forte ondata di indignazione.

Reuters ha documentati in video una folla di un centinaio di persone persone riversarsi sulle strade che conducono alla base di Laikipia, mentre polizia e forze armate hanno intensificato la loro presenza nell’area, per presidiare le installazioni statunitensi. Venerdì 29 maggio l’Alta Corte del Kenya ha ordinato la sospensione precauzionale del progetto.

Sono state accolte le obiezioni dei promotori della causa, che sostengono che il sito metta a repentaglio la salute pubblica, soprattutto in relazione alla fragilità del sistema sanitario kenyano, e denunciano una totale mancanza di trasparenza nei patti bilaterali, che dovrebbe prevedere anche uno stanziamento statunitense da 13,5 milioni per sostenere i piani di prevenzione pandemica.

Alla fine della scorsa settimana, infatti, il ministro della Salute Aden Duale ha provato a calmare gli animi, dichiarando che l’accordo rientra in una più ampia strategia nazionale per rafforzare i sistemi di gestione delle emergenze. Ha inoltre affermato che il centro sarebbe pensato per accogliere anche cittadini kenyani.

Ora però è arrivato l’ordine di sospensione dei lavori. Nonostante ciò, diversi aerei militari sono passati per Nanyuki durante il fine settimana. Sembra, insomma, che i preparativi logistici continuino, ignorando la decisione della magistratura.

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18/01/2026

USA - 30 le persone morte nelle mani dell’ICE. Cresce lo scontro interno

Secondo quanto riportano alcune agenzie, nel 2025 l’Ice ha battuto un sanguinoso record di morti tra le persone finite nei suoi centri di detenzione: 30 decessi, secondo i dati pubblicati dall’agenzia Afp.

Il Washington Post ha riferito che la morte di Lunas Campos, un immigrato cubano di 55 anni, avvenuta in stato di detenzione, sarà probabilmente dichiarata omicidio, con “causa preliminare del decesso: asfissia dovuta a compressione del collo e del torace”. Secondo il quotidiano americano un altro detenuto racconterebbe di aver visto Geraldo Lunas Campos strangolato a morte dalle guardie di un centro di detenzione dell’Ice in Texas il 3 gennaio scorso.

L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è un’agenzia federale statunitense che si occupa di immigrazione irregolare e deportazioni. Negli ultimi anni è stata al centro di forti critiche, soprattutto durante la presidenza di Donald Trump, per le sue pratiche operative brutali, gli omicidi a sangue freddo e per l’espansione dei poteri di arresto e detenzione. Gli agenti dell’ICE, come è ormai rilevabile in tutti i video e le foto, agiscono mascherati per non farsi identificare e si comportano come un vero e proprio esercito di occupazione ma nelle proprie comunità.

Sulla scia della brutale uccisione di Renee Nicole Good, un informatore del Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha rivelato che sono stati svelati i dati personali di circa 4.500 agenti e funzionari dell’ICE e della Border Patrol in quella che è stata descritta come la più grande violazione di dati della Sicurezza Interna personale di sempre.

Ma adesso i nomi, le email di lavoro, i loro numeri di telefono, i loro ruoli lavorativi e curriculum non sono più anonimi o riservati. Quasi 2.000 agenti di polizia in prima linea, proprio quelli che conducono raid, arresti e deportazioni, sono ora presumibilmente esposti.

I dati sarebbero stati consegnati a ICE List, un sito con dominio islandese che si definisce come una “iniziativa di responsabilità” gestita da volontari che traccia gli agenti e gli abusi. Il suo fondatore afferma che l’uccisione di Good è stata “l’ultima goccia” anche per molti all’interno dell’agenzia, e a giudicare dalla portata della fuga di notizie, il dissenso all’interno della stessa sta aumentando.

A Minneapolis intanto resta altissima la tensione, con nuovi scontri nelle strade, dopo che un agente dell’Ice ha sparato ad un immigrato venezuelano, ferendolo a una gamba, una settimana dopo che un altro agente ha ucciso la giovane donna Renée Good durante un’operazione per la deportazione di immigrati.

Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha annunciato che potrebbe schierare la Guardia Nazionale per opporla alle brutalità e agli abusi dell’ICE contro la popolazione, mentre nei giorni scorsi aveva invitato i cittadini a girare con il telefonino sempre pronto per documentarle con i video.

Venerdì, un giudice federale ha vietato agli agenti federali di Minneapolis di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare munizioni non letali e strumenti di controllo delle folle contro di loro.

Il giornale statunitense Politico riferisce che la sentenza di 80 pagine della giudice distrettuale statunitense Kate Menendez, si colloca in un clima sempre più conflittuale tra l’amministrazione Trump e i funzionari del Minnesota, che hanno accusato gli agenti dell’ICE di alimentare paura e violenza nelle strade locali.

L’ordine della giudice Menendez vieta ai funzionari della Sicurezza Interna e dell’ICE coinvolti nell’Operazione Metro Surge di “usare spray al peperoncino o munizioni non letali simili e strumenti di dispersione della folla contro persone che stanno svolgendo attività di protesta pacifiche e senza ostacoli”. Il giudice ha inoltre proibito agli agenti federali di fermare i veicoli che li seguivano, purché questi mantengano una distanza sicura e “adeguata”.

La decisione è arrivata in risposta a una richiesta d’emergenza da parte dei manifestanti che hanno citato in giudizio l’ICE a dicembre, sostenendo che le loro azioni sono avvenute con arresti incostituzionali e violenza.

Dura la reazione della Casa Bianca, la cui portavoce Abigail Jackson ha dichiarato: “Questa assurda sentenza abbraccia una narrazione disonesta e di sinistra. Ecco la verità: gli agenti federali hanno agito legalmente per proteggersi e garantire l’integrità delle loro operazioni quando individui tentano di intervenire. L’amministrazione Trump farà sempre rispettare la legge”. 

Non solo. Il Dipartimento di Giustizia ha anche iniziato a mettere nel mirino due dei critici più severi di Trump in Minnesota – il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey – per aver potenzialmente ostruito gli agenti dell’immigrazione.

Questa escalation ha visto Donald Trump minacciare per l’ennesima volta l’uso dell’Insurrection Act, una legge del 1807 che in condizioni di emergenza conferisce al presidente il potere di schierare a livello nazionale le forze militari contro i cittadini americani e di federalizzare le unità della Guardia Nazionale dei singoli Stati.

L’Insurrection Act fu invocato l‘ultima volta nel 1992 dall’allora presidente George Bush senior, su richiesta del governatore repubblicano della California, alle prese con una rivolte senza precedenti a Los Angeles dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano picchiato a morte Rodney King, un automobilista nero.

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15/01/2026

Sei punti per orientarsi nell’Iran in tumulto

L’Iran è in subbuglio. In tutto il paese si sono verificate proteste di diverse entità, con una crescente violenza che ha visto sia manifestanti che poliziotti finire all’obitorio. Ciò che è iniziato come scioperi e proteste contro l’inflazione ha riunito una serie di malcontenti, con donne e giovani frustrati da un sistema incapace di garantire il loro sostentamento.

L’Iran è sotto assedio economico prolungato ed è stato attaccato direttamente da Israele e dagli Stati Uniti non solo entro i suoi confini, ma in tutta l’Asia occidentale (comprese le sue sedi diplomatiche in Siria). Questa guerra economica condotta dagli Stati Uniti ha creato la situazione per questo tumulto, ma il tumulto stesso non è diretto contro Washington, bensì contro il governo di Teheran.

Ci sono rapporti – come sul giornale israeliano mainstream Ha’aretz nell’ottobre 2025 su “operazioni d’influenza israeliane che mirano a insediare Reza Pahlavi come Scià dell’Iran” – che indicano come i servizi segreti israeliani abbiano un ruolo nelle proteste, e gli Stati Uniti hanno apertamente detto ai manifestanti che avrebbero bombardato Teheran se la violenza del governo fosse aumentata.

L’anno scorso, si sono svolte proteste in dodici raffinerie di petrolio di South Pars, dove cinquemila lavoratori a contratto del Sindacato dei lavoratori della raffineria di gas di Bushehr hanno marciato con le loro famiglie il 9 dicembre ad Asaluyeh per chiedere salari più alti e migliori condizioni di lavoro. Quando i lavoratori hanno portato la loro lotta al Parlamento Nazionale a Teheran, chiedendo la fine del sistema del lavoro a contratto, gli israeliani e gli Stati Uniti hanno approfittato di queste sincere proteste per tentare di trasformare una lotta legittima in una potenziale operazione di cambio di regime.

Per capire cosa sta accadendo, ecco sei punti di rilevanza storica offerti a scopo di discussione. Dal 1979, l’Iran ha giocato un ruolo molto importante nel movimento che va oltre le monarchie nel mondo arabo e musulmano, ed è stato un importante difensore della lotta palestinese. L’Iran non è nuovo alle interferenze straniere, risalenti al controllo britannico del petrolio iraniano dal 1901, alla Convenzione anglo-russa del 1907 che divise l’Iran in sfere d’influenza, al colpo di stato del 1921 che portò Reza Khan al trono, al colpo di stato del 1953 che insediò suo figlio, Mohammad Reza Shah Pahlavi, e poi alla guerra ibrida contro la Rivoluzione Iraniana dal 1979 ad oggi.

Ecco questi sei punti.

1. La Rivoluzione Iraniana del 1978-79 rovesciò il dominio dello Scià dell’Iran Reza Pahlavi, e a causa della forza del clero religioso e delle sue formazioni politiche, portò alla creazione della Repubblica Islamica nell’aprile 1979, con la Costituzione della Repubblica Islamica entrata in vigore nel dicembre 1979. Le altre correnti della rivoluzione (dalla sinistra comunista ai liberali) si trovarono in gran parte emarginate e in alcuni casi persino represse. Le proteste di marzo 1979 per la Giornata Internazionale della Donna a Teheran seguirono le restrizioni sui diritti delle donne (in particolare contro la politica del velo obbligatorio), che costrinsero il governo ad accettare le richieste delle proteste, ma fu una vittoria a breve termine, dato che nel 1983 fu approvata una legge sul velo obbligatorio.

2. La Rivoluzione seguì il colpo di stato militare di Zia ul-Haq in Pakistan nel 1977, la Rivoluzione di Saur in Afghanistan (agosto 1978), la formazione del Partito Socialista Yemenita (ottobre 1978) che portò la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen nella sfera sovietica e che condusse alla guerra Nord-Sud nello Yemen (febbraio-marzo 1979), e la presa del potere da parte di Saddam Hussein in Iraq nel luglio 1979: l’intera regione dell’Asia sud-occidentale e centrale venne catapultata in sussulti politici.
Alcuni di questi sviluppi (Pakistan, Iraq) offrirono vantaggi agli Stati Uniti, e gli altri (Afghanistan, Iran, Yemen) furono contrari agli obiettivi statunitensi nella regione. Molto rapidamente, gli Stati Uniti tentarono di sfruttare i loro vantaggi cercando di rovesciare la Repubblica Islamica dell’Iran, la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen e la Repubblica Democratica dell’Afghanistan.

3. La pressione degli Stati Uniti su questi processi portò a una situazione di guerra in tutti e tre i paesi. Gli USA e i loro alleati del Golfo spinsero l’Iraq a invadere l’Iran senza provocazione nel settembre 1980, iniziando una guerra che durò fino al 1988; gli stati arabi del Golfo spinsero lo Yemen del Nord a invadere lo Yemen del Sud dopo l’assassinio di Salim Rubaya Ali (un maoista che stava negoziando la fusione dei due Yemen); infine, in Afghanistan, gli USA iniziarono a finanziare i mujahideen per avviare una campagna di assassinii contro i quadri del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan.
Iran, Afghanistan e Yemen videro i loro progetti sociali ridimensionati dagli attacchi esterni che subirono. L’Afghanistan sprofondò in oltre quarant’anni di terribile violenza e guerra, sebbene la Repubblica Democratica dell’Afghanista sia riuscita a rimanere in piedi per diciotto anni; il governo marxista nello Yemen del Sud rimase tale fino al 1990, ma era un’ombra pallida delle sue stesse aspettative; l’Iran, intanto, vide la sua Repubblica Islamica sopravvivere a una dura politica di sanzioni che seguì la fine della guerra con l’Iraq (nel 1988).

4. La Repubblica Islamica affrontò diverse sfide consecutivamente. La più importante venne dall’imperialismo statunitense, che non solo incoraggiò pienamente la guerra dell’Iraq, ma sostenne le iniziative delle ex élite iraniane per ripristinare il proprio dominio e appoggiò i tentativi israeliani di minare la Repubblica Islamica (compresi attacchi diretti all’Iran, operazioni di sabotaggio e assassinii di figure chiave del mondo scientifico e militare).
Sono gli Stati Uniti e Israele che hanno cercato sistematicamente di erodere il potere dell’Iran nella regione con l’assassinio del Generale Qassem Soleimani nel 2020, il duro attacco a Hezbollah durante il genocidio israeliano su Gaza, l’assassinio di Syed Hassan Nasrallah nel 2024, e il rovesciamento del governo in Siria nel dicembre 2024 con l’insediamento dell’ex capo di al-Qaeda come presidente a Damasco.
Le vecchie élite iraniane, guidate inizialmente dallo Scià fino alla sua morte nel 1980 e poi da suo figlio, il cosiddetto Principe della Corona Reza Pahlavi, si unirono a europei e USA per ripristinare il loro dominio. È importante sapere che mentre lo Scià sedeva sul Trono del Pavone dal 1941, fu costretto ad accettare un governo democratico dal 1951 al 1953 che fu rovesciato dai servizi segreti occidentali; poi lo Scià fu incoraggiato a esercitare un potere assoluto dal 1953 fino alla rivoluzione del 1978-79.
Il blocco dello Scià ha costantemente voluto tornare al potere in Iran. Sebbene il Movimento Verde del 2009 avesse una piccolissima componente monarchica, rappresentava le classi dominanti che volevano riforme politiche contro la presidenza più plebea di Mahmoud Ahmadinejad. È significativo che gli Stati Uniti abbiano “scelto” il figlio dello Scià, che vive a Los Angeles, come figura di questa rivolta.
I limiti all’agenda sociale trasformativa della repubblica erano ben presenti in quanto tollerava settori della vecchia élite, permettendo loro di mantenere le proprietà, e quindi consentendo la formazione di un sistema di classi stratificato che avvantaggiava i settori di questi proprietari e un’emergente classe media.
Dopo la morte dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini nel giugno 1989 e la fine della guerra Iran-Iraq, il governo adottò gran parte delle politiche di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale, che – in un modo o nell’altro – rimasero in vigore per decenni (la politica fu guidata da Mohsen Nourbaksh, che fu Ministro degli Affari Economici dal 1989 al 1994 e poi capo della Banca Centrale dal 1994 al 2003).
L’economia nel 1979 non fu organizzata secondo linee socialiste, ma aveva costruito un forte ruolo dello stato e della pianificazione pubblica a causa delle necessità dell’economia di guerra e dell’impegno per il benessere sociale islamico. Nourbaksh non poté smantellare completamente lo Stato, ma attuò riforme valutarie e bancarie e integrò cautamente l’Iran nell’economia globale.
La differenza di classe e le difficoltà di vita per la maggioranza degli iraniani aumentarono a causa dell’impatto combinato del regime di sanzioni USA-UE, delle minacce militari di USA-Israele (che hanno portato a un’alta spesa militare in Iran – ancora attorno al 2,5% del PIL, ma molto più bassa del 12% del PIL durante il regno dello Scià), e delle politiche neoliberali perseguite dai sempre più neoliberali ministri delle finanze del governo (come Ali Tayebnia dal 2013 al 2017 e Ali Madanizadeh dal 2025).
Fu questa limitazione della Repubblica Islamica che portò a cicliche proteste economiche: 2017-2018 (inflazione e tagli ai sussidi), 2019 (aumento prezzi carburante), 2025 (fornai), e 2025-26 (inflazione galoppante e crollo del rial iraniano).

5. Sebbene le attuali proteste siano in gran parte spinte da un tasso di cambio Rial/Dollaro a livelli record e un tasso di inflazione alimentare del 60%, la transizione dagli scioperi operai a South Pars ad una violenza urbana coordinata, indica un livello più profondo di intervento. L’amministrazione ha favorito porzioni del settore import-export, che hanno operato nel contesto delle sanzioni, per assistere gli esportatori di materie prime a scapito degli importatori – una situazione non facile da correggere.
Eppure, l’improvviso calo del 30-40% della valuta è un classico segno di manipolazione finanziaria esterna. Pertanto, ciò che è iniziato come una protesta di imprenditori contro la Banca Centrale senza interferenze, si è presto trasformato in un violento assalto top-down al tessuto statale.
Le “proteste” sono passate improvvisamente da assemblee pacifiche a sabotaggi urbani ad alta intensità, con la morte di circa 100 agenti delle forze dell’ordine, con denunce su alcuni agenti stati bruciati vivi, un membro della sicurezza decapitato e una clinica medica data alle fiamme, causando ad esempio la morte di un’infermiera. L’uso di armi da fuoco a distanza ravvicinata contro civili suggerisce ulteriormente un tentativo di massimizzare la tensione interna e fornire un pretesto per un intervento straniero.
L’orchestrazione geopolitica dietro il caos è diventata innegabile quando il Dipartimento di Stato USA e il Mossad hanno applaudito apertamente la violenza in tempo reale. Una volta che le autorità hanno disabilitato l’accesso a Internet, le proteste hanno perso significativamente forza, il che mette in dubbio la spontaneità del movimento e conferma la tesi che ci sia una strategia di destabilizzazione in atto, che cerca di trarre vantaggio dalla congiuntura internazionale attuale.

6. L’opposizione è scesa in strada ma riconosce di non avere la forza per prendere il potere. Ci sono segnalazioni di interferenze USA e israeliane, e non aiuta l’opposizione che il figlio dello Scià abbia sia rivendicato il merito delle proteste sia che si veda come suo beneficiario. Con Trump alla guida dell’imperialismo, e con Israele in un periodo che percepisce come di vittorie infinite, è impossibile sapere cosa faranno queste pericolose cricche.
Man mano che le mobilitazioni perderanno slancio, cosa che avverrà, USA-Israele potrebbero approfittare della situazione per colpire Teheran e altre città con più forza di quanto fecero nel giugno 2025. Questo dovrebbe essere un motivo di preoccupazione non solo per le persone in Iran, la stragrande maggioranza delle quali non desidera un attacco al proprio paese, ma anche per le persone del Sud Globale – che si troveranno come il prossimo bersaglio dopo Venezuela e Iran.
Problemi reali affliggono la popolazione iraniana, ma questi problemi non saranno risolti con un bombardamento aereo imperialista degli Stati Uniti e di Israele. Gli iraniani dovranno risolvere i propri problemi. Il regime di sanzioni e le minacce di violenza non fanno nulla per permettere che ciò accada. È facile dire “solidarietà agli iraniani” in Occidente, dove i manifestanti vengono picchiati e persino uccisi per il loro sostegno ai palestinesi e la loro rabbia per le politiche anti-immigrazione; sembra molto più difficile dire “fine delle sanzioni”, e quindi permettere al popolo iraniano di respirare nel proprio futuro.

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14/01/2026

“L’intervento straniero che gli iraniani vogliono è la revoca delle sanzioni”

Le proteste in Iran sono diventate sempre più violente, ma la maggior parte degli iraniani non vede gli Stati Uniti e Israele come i loro salvatori.

Le proteste in Iran, ormai giunte alla terza settimana consecutiva, derivano da una forte pressione economica e dalla frustrazione verso il governo, ma dato che gli iraniani hanno sentito l’ira di Israele e hanno anche visto ciò che gli Stati Uniti hanno fatto recentemente in Venezuela, le loro richieste non sono di intervento straniero, ha spiegato lunedì una lista di esperti.

Sebbene possano esserci alcune voci dissonanti, la maggior parte degli iraniani vorrebbe che la comunità internazionale aiuti a revocare le gravi sanzioni statunitensi e a iniziare una nuova strada, hanno detto gli studiosi in un panel ospitato dal Quincy Institute for Responsible Statecraft.

“Penso che la stragrande maggioranza degli iraniani accoglierebbe con favore un accordo che sollevi l’ombra della guerra e inviti alla rimozione delle sanzioni”, ha detto Mohammad Ali Shabani, direttore del magazine Amwaj, aggiungendo che la maggior parte degli iraniani accetta che la Repubblica Islamica non sarà lì per sempre. “E in effetti, quello che abbiamo visto negli ultimi 20 anni è che la sua sopravvivenza è quasi prolungata dalle sanzioni”, ha detto Shabani.

Shabani ha indicato la classe media iraniana come potenziale motore di cambiamento politico nel paese. Ma le sanzioni statunitensi degli ultimi due decenni hanno “svuotato” la classe media e, di conseguenza, un cambiamento politico organico.

Ellie Geranmayeh, senior policy fellow e vice responsabile del programma Medio Oriente e Nord Africa presso il Consiglio Europeo per le Relazioni Estere, ha condiviso un sentimento simile riguardo al cambiamento politico interno.

“Penso che troppo spesso in Occidente dimentichiamo che la società civile iraniana esiste, e che queste persone non hanno necessariamente invocato interventi stranieri tramite attacchi militari, né hanno chiesto una svolta alla violenza da parte dei manifestanti”, ha detto Geranmayeh.

“Quella coalizione esiste. C’è un braccio politico in tutto ciò. C’è una società civile, una parte dei diritti umani. E quindi queste sono alcune delle persone su cui dovremmo concentrarci e osservare come si stanno organizzando sul campo in condizioni estremamente severe e repressive”. 

Ha aggiunto che spesso, anche invisibili all’Occidente, sono “doni al popolo” da parte del governo iraniano che seguono grandi sconvolgimenti.

Dopo il Movimento Verde del 2009, Teheran ha dimostrato una certa flessibilità permettendo all’ex presidente Hassan Rouhani di candidarsi in una campagna riformista, ha sostenuto Geranmayeh. “Nel 2019, con le proteste prevalentemente economiche, sono comunque riusciti a rispondere usando le casse e le spese del sistema per continuare a fornire sovvenzioni ai più poveri. Nel 2022, con le proteste Women, Life, Freedom, si è innescato un processo di cambiamento e flessibilità sulle questioni sociali relative all’obbligo dell’hijab”.

Oggi, però, le uscite sono molto più limitate. “Il sistema potrebbe aver raggiunto un limite in ciò che può fare sotto l’attuale guida suprema”, afferma Geranmayeh.

Detto ciò, nonostante la dimensione record delle proteste, difficilmente si concluderanno con un rovesciamento totale del governo, perché attualmente non hanno un leader, ha detto alla commissione Vali Nasr, professoressa di affari internazionali e studi sul Medio Oriente presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies.

“In realtà sono un’esplosione genuina di rabbia popolare ma senza leadership, direzione e organizzazione, tali proteste – non solo in Iran ma altrove nel mondo – sono molto difficili da sostenere”, ha detto la docente.

Le notizie secondo cui il figlio esiliato dello scià, Reza Pahlavi, stia dirigendo le proteste sono infondate, ha aggiunto Nasr. “Non ha iniziato queste proteste. Non ha stabilito loro l’agenda. In realtà è arrivato tardi”. 

Quindi, i Pahlavi mantengono qualche ruolo in Iran?

I manifestanti che chiedono il ritorno dello scià “indicano il voler dare una lezione a Khamenei”, afferma Shabani. “Questa è una mia valutazione personale e non interpreto i desideri di 90 milioni di persone. Penso che la domanda numero uno a cui le persone debbano rispondere, quando considerano il suo ruolo, sia: dove sono le persone all’interno dell’Iran? Perché stanno chiedendo a un tizio che non è in Iran da 47 anni, seduto in Virginia, un cambiamento all’interno dell’Iran?” ha chiesto.

Shabani ha poi sollevato il caso del leader politico riformista Mostafa Tajzadeh, che è nel carcere di Evin dal 2022, come esempio di persone all’interno dell’Iran capaci di guidare l’opposizione, a differenza di Pahlavi, che è relativamente estraneo all’Iran.

“E tra l’altro, indovina chi ha fatto esplodere Evin nel giugno 2025, uccidendo 70 persone? Israele. Quindi queste persone stanno letteralmente vedendo la loro vita minacciata sia dall’Iran che da Israele”. 

Stati Uniti e Israele

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiarito che sta esaminando opzioni militari per l’Iran alla luce delle proteste, soprattutto dopo quello che ha definito un bombardamento “molto riuscito” e senza precedenti contro i siti nucleari iraniani a giugno.

Israele non ha mai nascosto il fatto che vuole far crollare completamente l’Iran e avere l’aiuto degli Stati Uniti in questo sforzo.

“Penso che ci sia il pericolo che Trump decida di colpire in modo da mandare un segnale forte che ha agito, e che non è come l’ex presidente Barack Obama, che fissa linee rosse e non agisce oltre”, ha detto Geranmayeh. “Ma c’è un reale pericolo che poi ci sia un seguito da parte di Israele e attacchi che poi appesantiscano sempre di più gli Stati Uniti”, ha aggiunto.

Trump potrebbe accontentarsi di un Iran economicamente aperto agli Stati Uniti e di un Iran integrato nel mondo arabo che porti stabilità nella regione, ha sostenuto Geranmayeh, rendendo l’obiettivo finale di Washington molto diverso da quello di Israele.

Per quanto riguarda le affermazioni di Trump secondo cui gli importa della vita dei manifestanti e che per questo sta considerando un intervento militare, Nasr ha sostenuto che le forze di sicurezza iraniane probabilmente hanno represso “molto più aggressivamente e brutalmente” dopo quella dichiarazione per “finire in fretta”.

Nasr afferma che gli iraniani si rendono conto che l’amministrazione Trump è tentata dal cambio di regime, e questa volta l’Iran non ha la forza regionale che aveva prima – né un programma nucleare che gli Stati Uniti sono interessati a negoziare – per dissuadere gli USA da azioni audaci.

“Questa volta, gli Stati Uniti hanno pensato che l’Iran sia debole e che abbia le spalle al muro, e il presidente Trump si sente a suo agio nel minacciare un intervento”. 

Ma ogni volta che c’è una minaccia esterna durante questo tipo di disordini in Iran, il regime cambia effettivamente torna “verso le sue impostazioni di fabbrica” dando potere ai conservatori del paese, ha detto Shabani al panel.

“Se liquidi i disordini in Iran come un complotto estero, penso che sia solo un argomento della Repubblica Islamica. Ma poi, se si ignora questo dopo una guerra devastante, con un’amministrazione USA che cerca così apertamente e esplicitamente di minare lo stato iraniano, e con Netanyahu che dice apertamente di voler liberarsi dell’intera opinione pubblica, se poi si esce e dici, beh, aspetta, non può esserci alcuna interferenza straniera – voglio dire, è piuttosto ingenuo”, spiega Shabani.

Ci sono anche altre sfumature da considerare.

L’incendio di venerdì a 25 moschee e 20 banche da parte dei manifestanti, come riportato dalle autorità iraniane, potrebbe mettere frammentare le mobilitazioni.

Mentre centinaia di manifestanti sono stati uccisi, il governo ha anche dichiarato che almeno 100 membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi. I funerali di entrambe le parti sono stati trasmessi dalla televisione statale.

“Immaginate quella protesta negli Stati Uniti che uccide 100 agenti di polizia. È piuttosto violento, vero? Quindi questa è una nuova dinamica”, sottolinea Shabani. “È un confronto a due vie. La gente sta reagendo. Quindi, quando le persone vedono questa distruzione, persone che non sono necessariamente sostenitori della Repubblica Islamica, ma che temono l’instabilità, che potrebbe essere uno scenario plausibile, soprattutto dopo aver visto Siria, Iraq, Afghanistan... non vogliono una situazione di completo collasso e instabilità della sicurezza”. 

‘Attacchi aerei, una delle tante opzioni’

Almeno 192 persone sono state uccise nelle più grandi proteste contro il governo iraniano da oltre tre anni, secondo Iran Human Rights, un’organizzazione non governativa con sede in Norvegia.

Secondo la Human Rights Activist News Agency con sede negli Stati Uniti, 544 persone sono state uccise durante le manifestazioni degli ultimi 15 giorni.

La guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, sembra aver risposto alle minacce di Trump in un post sui social media lunedì.

Scrivendo in farsi e dirigendosi a Trump ha affermato: “Che quel che siede lì con arroganza e orgoglio, giudicando il mondo intero, sappia anche che i tiranni e gli arroganti di questo mondo, come il Faraone, Nimrod, Reza Shah, Mohammad Reza Shah e simili, furono rovesciati quando erano all’apice del loro orgoglio. Anche lui sarà rovesciato”. 

Con l’aumento delle tensioni politiche, l’Iran è entrato nel suo quarto giorno di quasi totale blackout di internet. Il monitor Internet NetBlocks ha dichiarato che il paese rimaneva in un “blackout nazionale di internet”, con una connettività limitata e instabile.

Araqchi ha detto che il servizio internet sarà ripristinato in coordinamento con le autorità di sicurezza.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha espresso preoccupazione per le segnalazioni di “violenza e uso eccessivo della forza” in Iran e ha invitato le autorità a “esercitare la massima moderazione e astenersi dall’uso inutile o sproporzionato della forza”. Ha inoltre pregato Teheran affinché ripristinasse l’accesso a internet.

A Washington, lunedì, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che Trump ha parlato con il magnate tecnologico Elon Musk per discutere l’accesso ai suoi satelliti Starlink in Iran, ma non ha approfondito ulteriormente. Ha detto che l’intervento militare statunitense in Iran è ancora in fase di considerazione.

“Penso che una cosa in cui il presidente Trump sia molto bravo è sempre tenere tutte le sue opzioni sul tavolo, e i raid aerei sarebbero una delle tante, moltissime opzioni che il comandante in capo ha”,ha detto Leavitt ai giornalisti.

“La diplomazia è sempre la prima opzione per il presidente. Vi ha detto ieri sera che ciò che sentite pubblicamente dal regime iraniano è molto diverso dai messaggi che l’amministrazione riceve privatamente, e penso che il presidente abbia interesse a esplorare quei messaggi”, ha aggiunto la portavoce della Casa Bianca.

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12/01/2026

Gli USA attraversati dalle proteste contro l'ICE

Una nazione in fiamme, travolta da un’ondata di indignazione che dalle strade innevate del Midwest ha raggiunto le principali metropoli delle coste est e ovest. Gli Stati Uniti sono teatro di una mobilitazione massiccia dopo l’omicidio di Renee Nicole Good, la donna di 37 anni colpita a morte mercoledì scorso da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), a Minneapolis.

Nonostante il freddo e la neve, il fine settimana del 10-11 gennaio ha visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza in oltre mille eventi sparsi in tutto il paese, tra presidi, cortei e fiaccolate. “ICE, Out for Good!” – via l’ICE per sempre – è lo slogan che anima le proteste, con un gioco di parole tra il cognome di Renee e l’auspicio di una fine definitiva delle operazioni dell’agenzia federale “personale” di Trump, salita alla ribalta per le violenze e i rastrellamenti degli ultimi mesi, che hanno già causato varie rivolte.

La dinamica dell’incidente avvenuto mercoledì è al centro di un aspro scontro istituzionale. Secondo la versione dell’amministrazione Trump, l’agente, veterano dell’Iraq, avrebbe sparato per legittima difesa mentre la donna tentava di investirlo.

Tuttavia, testimonianze oculari e diversi video smentiscono categoricamente questa ricostruzione, mostrando semmai la donna fuggire dal tentativo di un agente di aprire la portiera, senza intenzione di colpire l’uomo.

Renee e sua moglie erano lì come parte del “movimento dei fischietti”, nato lo scorso anno per avvertire in maniera immediata e pacifica i migranti della presenza di agenti dell’ICE. Anche l’evidente azione di resistenza non violenta che stavano portando avanti dimostra come non ci sia alcuna proporzione tra l’intervento dei poliziotti e il millantato “pericolo”.

L’FBI ha assunto la guida delle indagini e la polizia statale ha denunciato di essere stata ostacolata e di fatto estromessa dai rilievi. Nel frattempo, a gettare benzina sul fuoco si è aggiunto un altro caso a Portland, in Oregon. Due persone di origine venezuelana sono state ferite dall’ICE. Anche in questo caso, le autorità federali hanno invocato la legittima difesa, collegando arbitrariamente i colpiti alla gang Tren de Aragua.

Il procuratore generale dell’Oregon, Dan Rayfield, ha già annunciato un’inchiesta indipendente, separata da quella federale. Le politiche anti-immigrazione dell’amministrazione Trump, caratterizzate da rastrellamenti urbani e metodi a dir poco brutali sono già sotto la lente di organizzazioni umanitarie e dell’opinione pubblica mondiale.

Ma ciò che più di tutto le proteste di queste ore raccontano, in particolare con gli eventi di Portland, è quello di una società sempre più spaccata e sclerotizzata, educata a suon di armi come strumento legittimo di risoluzione dei conflitti. Se questo modello di società, dalle fondamenta totalmente anti-sociali, perde l’elemento che la teneva unita, cioè la propria capacità egemonica legata all’idea di essere i gendarmi del mondo, tra fallimenti militari e deindustrializzazione, il risultato può diventare l’implosione interna.

Alcuni pezzi del capitalismo stelle-e-strisce hanno puntato su Trump e su una nuova e aggiornata “Dottrina Monroe” come via d’uscita dalla crisi, militarizzando ulteriormente la vita interna del paese. È un gioco pericoloso, che unisce la “guerra esterna” a quella interna, non solo sul piano “culturale” e ideologico. Appunto, la giustificazione per i colpi sparati a Portland è quella del coinvolgimento dei colpiti in uno dei gruppi criminali che sono stati arbitrariamente citati da The Donald per giustificare l’aggressione imperialista al Venezuela (venendo poi smentito dal suo stesso “Dipartimento della giustizia”).

Le linee di faglia interne alla società statunitense sono sempre più profonde e, soprattutto, le azioni intraprese dall’attuale establishment non puntano a creare nuovo consenso, quanto a una militarizzazione e “fascistizzazione” della vita di tutti i giorni. Nel frattempo, le proteste continuano, anche con barricate e scontri violenti.

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Iran - Problemi sociali e provocazioni imperiali

Nonostante l’eco mediatica data in Occidente alle proteste in Iran (un’eco resa ridicola dalla propaganda, con cifre di vittime che appaiono buttate lì per caso: in poche ore qualche giornale ha progressivamente aumentato i morti da 180 a oltre 2.000 – gli stessi che garantivano che i russi “vanno all’assalto brandendo le pale”, “usano le dita al posto delle baionette”, “stanno senza calcini nella neve”, ecc.), l’attuale architettura di governo non sembra prossima al collasso.

A dirlo è l’intelligence statunitense. Secondo fonti riportate dal sito Axios, l’Iran non è vicino a una condizione di rovesciamento dell’assetto istituzionale. Le proteste sono sicuramente larghe e sentite, e si radicano nelle profonde difficoltà economiche vissute nel paese, strozzato dalla guerra economica dell’imperialismo occidentale, anche dai settori in cui tradizionalmente la Repubblica Islamica ha trovato la propria legittimazione.

Ma secondo gli analisti di Washington, le mobilitazioni mancano di tre elementi fondamentali per trasformarsi in un cambio di regime: l’assenza di forze che ne possano diventare una guida unitaria, capace di coordinare le proteste; la frammentarietà delle istanze, che oscillano tra crisi economica, diritti sociali e riforme politiche, senza una piattaforma politica coerente; le forze di sicurezza hanno dimostrato di poter gestire le piazze senza dover ricorrere a un uso generalizzato della forza che potrebbe innescare reazioni incontrollabili, subendo anche un alto livello di perdite.

A rafforzare questa tesi interviene un’analisi del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, che evidenzia una differenza sostanziale rispetto alla caduta dello Scià nel 1979. All’epoca, le defezioni nelle forze armate furono decisive, mentre oggi l’apparato di sicurezza appare coeso e fedele all’ayatollah Khamenei.

Inoltre, l’Iran non è una costruzione artificiale, come altri paesi “disegnati sulla carta geografica” dai colonialisti europei: ha una forte identità radicata in secoli di storia, in una sostanziale omogeneità religiosa e in minoranze etniche – curdi, arabi, baluchi e turkmeni – che, per quanto portino avanti richieste di maggiore rappresentanza e autonomia, non perseguono progetti separatisti o, quando pur esistono, non sono sostenute da una ampia legittimazione popolare.

L’idea che vi possa essere una “balcanizzazione” del paese, spesso auspicata dai più rapaci imperialisti, è una proiezione di schemi usati e foraggiati dall’Occidente che non sono esportabili ovunque. Intanto, oggi si svolgerà una manifestazione a sostegno della Repubblica Islamica, mentre già ieri sono state decine di migliaia le persone che hanno partecipato al funerale di Melina Asadi, bambina di 3 anni uccisa dai manifestanti durante le proteste giovedì scorso, a Kermanshah.

Appare dunque evidente come questa insistenza su di un Iran vicino al collasso serva solo a creare una narrazione orientata a legittimare interventi esterni ad un’opinione pubblica occidentale già alle prese con l’allarmismo sull'“aggressività russa”, il perdurante lento genocidio dei palestinesi, le minacce statunitensi di attaccare molti paesi, dal Venezuela alla Groenlandia.

Presentare il paese come un’entità in crisi, vicina a frantumarsi, trasforma da “accettabile” a “necessario”, da “pericoloso” a “facile”, lo scenario della destabilizzazione violenta attraverso un intervento esterno, per aiutare i manifestanti a fare “l’ultimo miglio” che li separa dalla liberazione dal regime islamico. La realtà, stando a quel che dicono persino avversari strategici come Israele e USA, è diversa.

I media nostrani, tuttavia, riportano solo la notizia diffusa dal New York Times secondo il quale, negli ultimi giorni, Donald Trump sarebbe stato informato sulle varie opzioni possibile per un attacco militare all’Iran, e tra i target ci sarebbero anche siti non militari della capitale. Teheran ha immediatamente risposto che ciò porterebbe a una reazione contro le basi statunitensi nella regione, ma anche contro Israele.

Lo schema della propaganda coordinata e funzionale a un’aggressione imperialista risulta evidente, e a questo partecipano anche le forze della “sinistra imperiale” occidentale. Non avevamo dubbi, per esempio, che l’italiana AVS avrebbe strumentalizzato “l’autodeterminazione dei popoli” per chiedere alla UE di “sostenere la mobilitazione” in Iran. Bisogna segnalare anche le parole di Ilaria Salis, secondo la quale “molti a sinistra risultano affetti dalla malattia del campismo e faticano persino a solidarizzare con gli insorti”.

Purtroppo, il “campismo” è in realtà alimentato – da parte degli imperialisti – con una brutale semplificazione/manipolazione degli eventi, mentre l'“autodeterminazione dei popoli” a doppio standard (vale per alcuni, non per altri) diventa un mezzo per legittimare l’ingerenza straniera negli affari interni altrui, quando autodeterminazione significa proprio il contrario. E difatti, ci sono anche recenti prove di come il tentativo di sfruttamento da parte occidentale di legittime rivendicazioni popolari iraniane abbia smorzato la protesta e abbia fatto danno proprio alla capacità di autodeterminazione.

È un discorso complesso, ma è quella complessità che non vogliono farci sciogliere in termini chiari, per far sì che l’imperialismo in crisi possa avere mano libera nei propri crimini.

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10/01/2026

Bulgaria, una crisi senza uscita (terza prima). Le dimissioni del governo e l’euro come frattura

di Francesco Dall'Aglio

L’11 novembre il presidente dell’agenzia statale per le riserve energetiche, Asen Asenov, dichiarò con una certa preoccupazione che il paese aveva riserve di benzina per 35 giorni e di diesel per 50, mentre il ministro dell’energia Zhecho Stankov (GERB) si diceva molto più preoccupato: secondo lui le riserve sarebbero state a malapena sufficienti per una settimana, aggiungendo però che i suoi uffici erano ‟in costante contatto” con quelli dell’OFAC statunitense, nella speranza di riuscire a ottenere una proroga ed esortando alla calma.[1] Oramai pareva chiaro che la strategia governativa era proprio quella, e non era possibile che ce ne fosse un’altra visti i tempi strettissimi e l’assenza di alternative valide. Il problema è che se l’OFAC non avesse accettato la situazione sarebbe precipitata, con conseguenze imprevedibili. Il 12 Radev, che aveva già espresso varie volte le sue perplessità sulla vicenda, pubblicava un post molto polemico sul suo profilo Facebook nel quale scriveva che ormai l’operato del governo non era più giustificabile e che se lo scopo fosse stato quello di continuare a far funzionare senza interruzioni la raffineria ed evitare una crisi energetica e un aumento dei prezzi del carburante un gestore sarebbe dovuto essere nominato immediatamente dopo l’annuncio delle sanzioni, aggiungendo che forse lo scopo di questo ritardo era far passare modifiche legislative per favorire interessi poco chiari,[2]e rimandava alle camere la legge approvata il 7 novembre definendola incostituzionale, sostenuto dalla vicepresidente Iliana Yotova che definiva l’operato del governo ‟degno di una pièce di Beckett”, e sosteneva fosse assurdo che al governo importasse solo discutere su chi sarebbe stato il nuovo gestore della Lukoil e non del futuro della raffineria e delle conseguenze per il paese.[3] A loro volta, i deputati della commissione parlamentare per l’energia respingevano il veto di Radev, sostenendo che la legge fosse necessaria per garantire sia l’operato della raffineria che una vendita che non desse adito a ricorsi. Dopo che già da qualche giorno alcune stazioni di servizio della Teboil, una sussidiaria Lukoil, avevano iniziato ad avere problemi di approvvigionamento, il panico iniziò a diffondersi, con tentativi di accaparramento segnalati in centri periferici come Vraza.[4] Il 13 Borisov si dichiarava assolutamente convinto che gli USA avrebbero concesso una deroga, e attaccava Radev per il suo veto che, a suo dire, aveva ritardato la scelta del nuovo gestore che sarebbe stato nominato di lì a pochi giorni: e aveva ragione, perché il giorno successivo gli USA annunciavano che le sanzioni erano sospese fino alle ore 12.01 del 29 aprile 2026, e la Gran Bretagna si accodava immediatamente sospendendole anch’essa.[5] Borisov e il resto della squadra di governo ostentavano sicurezza, sostenendo di aver sempre avuto la situazione sotto controllo e che le accuse di opposizione e presidenza erano solo strumentalizzazioni. Lo scontro si spostava quindi sul candidato proposto dal governo come commissario, l’ex Direttore Generale dell’Agenzia delle Entrate Rumen Spetsov: ma chiuso almeno momentaneamente il fronte Lukoil se ne apriva immediatamente un altro ancora peggiore, quello appunto della legge di bilancio 2026.

Si trattava, a onor del vero, di un bilancio difficilissimo da scrivere. Il 2026, con l’ingresso nell’Euro dal 1 gennaio, sarebbe stato un passaggio strutturale delicatissimo per il paese. I margini di manovra politica si sarebbero ridotti notevolmente per la necessità di dimostrare disciplina fiscale, mantenere deficit e debito sotto controllo e accettare un livello di sorveglianza europea e di attenzione dei mercati molto più alto rispetto al passato, senza più le flessibilità informali di cui avevano potuto godere i governi precedenti e che avevano contribuito moltissimo a non trasformare in rabbia l’insoddisfazione. A questa notazione generale andava aggiunta una forte pressione simultanea sulle spese e sulle entrate. Sul lato della spesa il governo si trovava di fronte a richieste che non potevano essere ignorate, quali aumenti salariali nel settore pubblico, in particolare in sanità e istruzione, la crescita delle pensioni e della spesa sociale legata all’inflazione e all’invecchiamento della popolazione, la necessità di maggiori investimenti in difesa per rispettare gli impegni NATO e i costi amministrativi e tecnici della transizione all’euro. Sul lato delle entrate, invece, il sistema fiscale bulgaro resta uno dei più leggeri dell’Unione europea e qualsiasi aumento delle imposte incontra una resistenza politica e sociale fortissima. Un ulteriore elemento di difficoltà era la fine delle misure straordinarie utilizzate negli anni precedenti. Durante le crisi energetiche e inflazionistiche il paese aveva potuto contare su fondi europei, sussidi temporanei e rinvii di spesa, ma nel 2026 molte di queste soluzioni non sarebbero state più prorogabili, mentre i bisogni che avevano coperto erano diventati permanenti. Questo costringeva il governo a trasformare costi eccezionali in spesa strutturale, finanziandoli con entrate stabili, un passaggio sempre politicamente e tecnicamente complesso.

Viste le premesse, non sorprende che il bilancio, una volta presentato, abbia scontentato immediatamente tutti. Il provvedimento si inserisce infatti in un quadro economico che abbiamo già definito molto complesso, caratterizzato da un’inflazione superiore alla media dell’UE, da una bolla speculativa immobiliare che ha fatto schizzare alle stelle il costo delle abitazioni, dalle conseguenze della guerra in Ucraina su bollette e consumi e dall’incertezza legata all’imminente ingresso nell’Eurozona. Nonostante ciò, la manovra non prevede vere misure di contrasto all’inflazione e punta a fissare il deficit al 3% del PIL per rientrare nei criteri dell’Eurozona, finanziando la spesa con oltre 10 miliardi di nuovo debito nel 2026 e portando il debito pubblico a superare il 21–22% del PIL entro fine anno. La legge prevede un lieve aumento del salario minimo, che salirebbe a 620 euro mensili, e delle pensioni, ma tali incrementi risultano insufficienti a compensare l’aumento del costo della vita. Al tempo stesso vengono aumentati i contributi previdenziali e assicurativi obbligatori (pensioni, sanità, malattia e maternità): il contributo pensionistico, ad esempio, salirebbe di circa due punti percentuali, con un ulteriore aumento previsto nel corso dell’anno. Si tratta di fatto di un aumento indiretto delle tasse, che finirebbe per gravare sui cittadini in un momento economico particolarmente delicato, in cui anche poche decine di euro possono fare la differenza. 

Dal lato delle imprese, la manovra suscita forti preoccupazioni per l’aumento del costo del lavoro, che potrebbe ridurre la competitività, favorire il lavoro nero e scoraggiare gli investimenti esteri, già messi a rischio dal raddoppio della tassa sui dividendi dal 5 al 10%. Ulteriore motivo di protesta è il fatto che il bilancio sia stato approvato senza la consueta consultazione con imprenditori e sindacati. Le critiche arrivano da tutti i settori: gli imprenditori e la piccola e media impresa contestano l’aumento dei contributi e la tassazione sui dividendi; i lavoratori dipendenti temono di perdere potere d’acquisto; i pensionati giudicano insufficiente l’aumento delle pensioni minime (da 322 a 346 euro); i sindacati, pur riconoscendo gli aumenti, li considerano inferiori all’inflazione e accusano il governo di scaricare i costi sui cittadini; gli studenti guardano al futuro con crescente sfiducia; medici e infermieri protestano per i salari troppo bassi e per la distribuzione dei fondi destinati alla sanità. Anche l’opposizione è divisa: quella liberale critica l’aumento del deficit e della spesa pubblica, mentre quella populista denuncia l’insufficienza della spesa sociale e l’assenza di misure anti-inflazione. In questo contesto di diffuso malcontento, alla protesta contro la legge di bilancio si è rapidamente affiancata, sotto la guida del PP-DB, una richiesta esplicita di dimissioni del governo, che alla fine sono effettivamente arrivate.

Già il 7 novembre, con un altro lungo post su Facebook, era stato proprio Radev ad aprire le ostilità contro il budget: ‟in questo budget non c’è visione, non ci sono riforme, non ci sono incentivi per la crescita, ma il contrario – un soffocamento dell’economia e noi trascinati in una spirale di debito”.[6] Il 26 novembre, giorno in cui si sarebbe tenuta la seconda votazione per la legge di bilancio, sono iniziate le proteste con una imponente manifestazione nel cosiddetto ‟triangolo del potere” (la piazza chiusa sui tre lati dagli uffici del Parlamento – ex sede del partito Comunista – dall’edificio del Consiglio dei Ministri e dal palazzo della Presidenza della Repubblica, organizzata dai liberali del PP-DS, ma alla manifestazione hanno partecipato anche Radostin Vasilev, il leader del partito di destra nazionalista ed anti-europeista Mech, e vari sostenitori di Vazrazhdane.[7] Il 27 novembre, in risposta al malcontento popolare, il bilancio venne ritirato e sostituito con un budget rivisto, che però per l’opposizione conteneva solo modifiche cosmetiche; il 1 dicembre si tennero manifestazioni non solo a Sofia ma in molte città del paese, e questa volta la richiesta non era solo il ritiro della legge ma le dimissioni del governo, affiancando alle proteste contro il bilancio del 2026 quelle contro la corruzione, con una nutrita partecipazione anche da parte degli studenti universitari e del personale medico e infermieristico.[8] Peevski fece pubblicare dalla pagina Facebook del suo partito un post durissimo, nel quale accusava senza mezzi termini Radev di avere ‟organizzato il pogrom”, di volere il caos nel paese e di essersi accordato con il PP-DB per far cadere il governo;[9] Vazrazhdane, invece, temendo di essere del tutto scavalcato decideva di unirsi alla manifestazione ma solo dopo la conclusione di quella organizzata da loro davanti alla Banca nazionale, come al solito contro l’Euro. Radev fece sentire ancora la sua voce, sempre via social, dichiarando che i bulgari avevano scelto, e che lui era con loro.[10] Il giorno dopo, 11 dicembre, il governo si dimette. Peevski dichiara che il vero vincitore non è ‟la coalizione di Soros”, ovvero il PP-DS, ma ‟qualcun altro” ovvero, anche se non lo nomina, Radev, mentre da alcuni giorni i suoi sostenitori manifestano in tutta la Bulgaria ‟contro l’odio”, con più bandiere europee che bulgare;[11] il 12 il leader di Vazrazhdave, Kostadin Kostadinov, tenta di sfruttare il caos che si è venuto a creare proponendo di posticipare l’ingresso nell’Euro di un anno per cause di forza maggiore.[12] Da Bruxelles, ovviamente, fanno sapere che non è possibile, ma Vazrazhdane riacquista una buona visibilità dopo essere passato in secondo piano durante l’ultima ondata di proteste.[13]

La situazione politica resta in apparenza priva di soluzioni. Le consultazioni tra Radev e i leader dei partiti, per provare a formare un nuovo governo senza ricorrere a elezioni anticipate, con l’Euro in arrivo nel giro di nemmeno due settimane, si stanno rivelando futili. Nessun partito è disposto a formare nuove coalizioni e l’ostilità tra le forze politiche, e tra esse e la Presidenza, pare insormontabile. Radev è accusato da tutti di aver fatto precipitare la situazione per presentarsi alle prossime elezioni come l’unico politico in grado di salvare il paese, il che è certamente un’ipotesi molto verosimile ma non si capisce chi farebbe parte della sua squadra e che colore avrebbe la sua proposta politica. 

Il 2026 si annuncia nel peggiore dei modi: l’ingresso nell’Eurozona doveva rappresentare il culmine trionfale di anni di crescita economica e progresso civile, ma al momento pare annunciare ben altro.

Note

[1] https://www.reuters.com/business/energy/bulgaria-has-one-month-gasoline-supplies-us-sanctions-loom-state-reserve-agency-2025-11-11/

[2] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1360659268758740

[3] https://www.focus-news.net/novini/Bylgaria/Iliyana-Iotova-Tova-koeto-se-sluchi-na-7-noemvri-mozhe-da-supernichi-na-piesa-na-Samyuul-Beket-2783539

[4] https://www.bulnews.bg/article/497839

[5] https://ofac.treasury.gov/media/934756/download?inline

[6] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1356577769166890

[7] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/1016436-grazhdani-protestirat-protiv-byudzheta-za-2026-g-v-sofiya

[8] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1019432-protesti-v-sofiya-i-v-stranata-bezreditsi-v-kasnite-chasove-v-stolitsata

[9] https://www.facebook.com/photo?fbid=1388404912646629&set=a.472263154260814

[10] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1382016656623001?ref=embed_post

[11] https://glasove.com/novini/peevski-za-ostavkata-pechelivshiyat-e-drug-ne-pp-db-da-idva-oshte-dnes

[12] https://glasove.com/novini/kostadinov-vnasyame-reshenie-za-otlagane-na-evrozonata-zaradi-forsmazhorni-obstoyatelstva

[13] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1026851-ek-resheniyata-za-vlizaneto-na-balgariya-v-evrozonata-sa-prieti-i-ostavat-v-sil

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09/01/2026

Iran - Dietro la crisi e il crollo della valuta emergono i profittatori

Mentre le sanzioni colpiscono e le riserve estere svaniscono, i mercanti iraniani si sollevano in una protesta contro un ordine economico in declino, radicato nella cattiva gestione sistemica e nel profitto delle élite.

Negli ultimi giorni del 2025, mentre il rial precipitava a livelli minimi senza precedenti, la vivace Viale Jomhuri (trad: Repubblica) di Teheran si è trasformata in un corridoio di sfida.

I ‘Bazaari‘ (tradizionale classe mercantile con profonda influenza politica ed economica) e i negozianti di telefoni cellulari, messi all’angolo da una valuta in crollo e da dazi severi, hanno chiuso i loro negozi e si sono riversati nelle strade.

La loro indignazione ha acceso un incendio che si è diffuso rapidamente al Gran Bazar, da tempo considerato il barometro economico dell’Iran. A differenza delle proteste del 2022 sulle libertà sociali o dei disordini del 2009 scatenati da dispute elettorali, questa ondata di manifestazioni è guidata chiaramente dal collasso economico e da una cattiva gestione da parte delle istituzioni.

Quella che era iniziata come una rivolta dei mercanti contro un ambiente commerciale insostenibile, ha rivelato presto la marcescenza più profonda di una cattiva gestione economica durata decenni, della corruzione istituzionale e di un sistema soffocato dalle sanzioni che punisce il popolo per sostenersi. 

Sanzioni, sabotaggio e un’economia in declino

L’Iran, una nazione di oltre 86 milioni di abitanti, ha registrato una modesta crescita economica dello 0,3% nell’estate 2025, mentre l’inflazione è salita oltre il 42 percento a dicembre. La partecipazione alla forza lavoro rimane terribilmente bassa, quasi 20 punti indietro rispetto alla media globale. Questi indicatori disastrosi sono peggiorati costantemente sotto il peso delle incessanti sanzioni statunitensi, reimposte per la prima volta dal presidente Donald Trump nel 2018 durante il suo primo mandato, e intensificatesi durante due mandati presidenziali.

Il crollo spettacolare del rial – superando la soglia dei 1.445.000 contro il dollaro statunitense – non è avvenuto nel vuoto. Ha rappresentato un aumento del 47,8 percento in soli sei mesi.

Più alto era il tasso, più si arrabbiavano le aziende le cui vendite dipendono direttamente dal tasso di variazione dollari-rial. La prima scintilla di proteste è stata accesa dai negozianti in due centri commerciali per cellulari nel centro di Teheran . Hanno iniziato uno sciopero, affermando di non poter fare affari perché stavano lottando con una nuova tariffa di registrazione telefonica che il governo aveva imposto su dispositivi a 600 dollari o più.

Il giorno seguente, i negozianti non si limitarono a chiudere i negozi, ma si radunarono sulla famosa Republic Avenue per protestare contro la situazione. Anche i commercianti di dollari di Ferdowsi Avenue si sono uniti alle proteste e, nel Grande Bazar, orafi e argentieri abbassarono le saracinesche per paura del caos.

Un negoziante in Lalezar Street racconta a The Cradle che, “siamo stati costretti a chiudere i nostri negozi perché alcuni manifestanti ci hanno attaccati verbalmente e minacciati di saccheggiare i nostri negozi lanciando pietre contro le nostre finestre”.

Oltre a sanzionare vie tradizionali come banche, aziende e privati, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Esteri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha preso di mira indirizzi di valuta digitale che accusa di essere utilizzati da una rete finanziaria per trasferire monete petrolifere e non petrolifere iraniane.

Secondo Gholma-Reza Taj Gardoun, presidente della commissione parlamentare di bilancio, “il governo iraniano ha ricevuto solo 13 dei 21 miliardi di dollari provenienti dal petrolio negli ultimi otto mesi”. Ha aggiunto che “gli 8 miliardi di dollari rimanenti sono la causa dell’attuale turbolenza, della carenza di banconote sul mercato e dell’aumento del tasso di cambio”. 

Un sistema truccato di profittatori

Taj Gardoun non è l’unico a smascherare come le entrate dalle esportazioni di petrolio e non petrolio non siano mai tornate in Iran. Al centro della crisi si trova una classe parassita di imprese semigovernative e commercianti politicamente connessi che traggono profitto dalla disfunzione fiscale dell’Iran.

L’ex ministro delle finanze e attuale parlamentare Samsani Hussein stima che “117 dei 335 miliardi di dollari provenienti dalle esportazioni non petrolifere non siano tornati al paese, da quando gli Stati Uniti hanno reimposto le sanzioni nel 2018”. Gran parte di questo capitale, dice, è stato sottratto a entità ‘khosulati’ – aziende quasi-governative che beneficiano della proprietà statale ma operano senza trasparenza o supervisione.

Altrettanto preoccupante è il ruolo oscuro dei “trustees” – una rete segreta incaricata di aggirare le sanzioni per vendere petrolio iraniano.

L’ex governatore della Banca Centrale dell’Iran (CBI), Valiollah Seif, ha riconosciuto che “sono persone di fiducia, iraniani e non iraniani, che trasferiscono denaro (per l’Iran)”, aggiungendo che “il trasferimento di denaro è un processo molto rischioso e il pagamento di questi cosiddetti fiduciari e dei cambiavalute che lavorano con loro è elevato”. Seif ha rivelato che “a volte un fiduciario sottrae i fondi”. 

Oltre ai fiduciari, anche le entità quasi-governative sono accusate di rifiutarsi di restituire i fondi non derivanti dall’esportazione petrolifera alla banca centrale e di venderli a tassi superiori al tasso regolare approvato dalla Banca Centrale sul mercato ufficiale.

Queste aziende sono di proprietà di vari fondi affiliati al governo iraniano. I ministeri del petrolio e del welfare sociale hanno ottenuto la maggioranza delle quote in questi fondi attraverso il processo di privatizzazione in diversi governi.

Il terzo gruppo che non ha restituito il denaro dall’esportazione sono individui o imprese con permessi commerciali speciali. Un vice governatore della Banca Centrale riferisce che “Gli individui che possiedono o affittano 900 licenze speciali devono restituire circa 16 miliardi di dollari alla banca centrale, (ma non l’hanno fatto)”. 

Il risultato è una trappola di liquidità in cui il cambio valuta scompare dai mercati ufficiali, alimentando un circolo vizioso di inflazione e speculazione.

Per mesi, il governo del presidente iraniano Masoud Pezeshkian è apparso paralizzato, osservando la crisi della moneta che precipitava e la rabbia pubblica che cresceva. Mentre alcuni suggeriscono che lo Stato abbia deliberatamente lasciato scivolare il rial per alleviare il deficit di bilancio, altri citano il caos istituzionale e la mancanza di una politica economica coesa.

Si riferiscono a una confessione fatta dall’ex presidente iraniano Hassan Rouhani nel 2020: “La valuta estera appartiene al governo, il prezzo è deciso dal governo e possiamo abbassarlo, se lo decidiamo noi”. 

In risposta alle voci di insoddisfazione, Pezeshkian ha incaricato il suo ministro dell’Interno di incontrare i rappresentanti dei manifestanti e ascoltare le loro lamentele.

Ha seduto con i commercianti e ha sostituito il governatore della Banca centrale Mohammad-Reza Farzin con l’ex ministro delle finanze Abdolnasser Hemmati. Tuttavia, quest’ultimo, che è stato messo sotto accusa dieci mesi fa per la sua cattiva gestione del mercato dei cambi, ha dichiarato che: “Non ha alcuna responsabilità riguardo al mercato valutario e il suo compito è controllare le banche squilibrate e ridurre l’inflazione”. 

Austerità in una polveriera

Per le strade, le manifestazioni – che in sostanza non erano grandi – si sono trasformate in rivolte sporadiche, per lo più nelle province occidentali, segnate da incendi dolosi contro edifici governativi e dall’assalto alle stazioni di polizia per catturare i loro arsenali.

Città o paesi più piccoli nell’Iran occidentale sono ora teatro di rivolte, con il numero di rivoltosi limitato a decine, neanche centinaia.

Sono state segnalate vittime, anche tra le forze di sicurezza, mentre le proteste passano da dissenso organizzato a espressioni di frustrazione pura. Circa una dozzina di persone, comprese le forze di polizia, sono state uccise in tutto il paese e sono stati effettuati arresti.

Il leader iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei, il 3 gennaio ha ammesso che i ‘bazaari’ hanno lamentele legittime riguardo all’instabilità economica. Tuttavia, ha chiarito che la Repubblica Islamica “non cederà al nemico” e affronterà seriamente i manifestanti violenti; “I rivoltosi devono essere messi al loro posto”.

I commenti del leader iraniano sono stati una risposta a Trump dopo che ha sostenuto i manifestanti, minacciando la Repubblica Islamica di intervento militare “se i manifestanti vengono uccisi”. Il Fronte Riformista si è unito al rifiuto delle minacce straniere, avvertendo che qualsiasi interferenza nelle proteste avrebbe intensificato la violenza e distorto le richieste del popolo.

In un ultimo tentativo di riconquistare il controllo economico, un funzionario iraniano dell’Organizzazione per il Bilancio e la Pianificazione ha affermato che “ai Trustees verrà chiesto di restituire miliardi di dollari nei loro conti esteri al paese”. Un deputato avverte: “il parlamento interrogherà il ministro del petrolio sulla questione dei Trustees”. 

Il ministro dell’economia iraniano ha dichiarato che sono stati ottenuti risultati positivi dai negoziati con diversi paesi, tra cui il rilascio di parte delle risorse finanziarie iraniane e l’apertura di canali di finanziamento per l’importazione di beni essenziali, insieme a graduali sforzi per unificare il tasso di cambio in un unico tasso.

Contemporaneamente, Pezeshkian sta proseguendo con i piani per eliminare gradualmente i sussidi alle importazioni essenziali – una mossa che definisce una “chirurgia economica” e che sarà compensata da voucher mirati per i cittadini a basso reddito. Ma l’austerità in mezzo al crollo della valuta, all’inflazione e a una crisi di credibilità è una formula esplosiva.

I funzionari iraniani stanno seguendo da vicino la situazione in Venezuela, dove il rapimento del presidente Nicolás Maduro e l’aumento dell’aggressione statunitense offrono parallelismi inquietanti. Per ora, le proteste di strada a Teheran restano contenute. Ma se il dolore economico persiste e le riforme approfondissero le disuguaglianze, la prossima ondata potrebbe non essere così facilmente placata.

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02/01/2026

Problemi reali e molte ombre sulle proteste sociali in Iran

Migliaia di commercianti, negozianti e studenti in tutto l’Iran sono scesi in strada in vaste proteste che hanno interessato diverse province. Le proteste, sono state innescate da un brusco deterioramento economico, ed hanno visto scontri tra manifestanti e forze di sicurezza, con morti e feriti.

Secondo i media locali, almeno 3 manifestanti sono stati uccisi e altri 17 sono rimasti feriti durante un assalto a una stazione di polizia nella provincia occidentale di Lorestan. Anche un agente delle forze di sicurezza è stato ucciso dai manifestanti.

Curiosamente, gli avvenimenti in Iran stanno trovando maggiore attenzione e pubblicità sui mass media occidentali che su quelli arabi e mediorientali.

Il giornale libanese L’Orient le Jour, uno dei pochi a occuparsi di quanto avviene in Iran, riferisce che il movimento è iniziato domenica a Teheran, dove i negozianti hanno chiuso per protestare contro l’iperinflazione e la stagnazione economica. Successivamente si è diffuso alle università e al resto del paese. Giovedì, sono stati segnalati scontri in diverse città di medie dimensioni. Secondo l’agenzia iraniana Fars “i manifestanti hanno iniziato a lanciare pietre contro edifici amministrativi, inclusi il governatorato, la moschea, il municipio e le banche”, con la polizia che ha risposto con gas lacrimogeni.

La valuta nazionale iraniana, il rial, ha perso più di un terzo del suo valore rispetto al dollaro nell’ultimo anno, mentre l’iperinflazione indebolisce il potere d’acquisto degli iraniani da anni, in un paese soffocato dalle sanzioni occidentali. Il tasso di inflazione a dicembre era del 52% su base annua, secondo i dati ufficiali.

Le proteste sono scoppiate lo scorso fine settimana in mezzo a una crisi economica, alla svalutazione della valuta nazionale e al peggioramento delle condizioni di vita. Da allora, gli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza sono diventati più violenti.

Il presidente Massoud Pezeshkian giovedì ha dichiarato in un discorso televisivo che: “Se non risolviamo il problema dei mezzi di sussistenza delle persone, finiremo all’inferno”.

Fin dall’inizio delle proteste, il governo ha cercato di giocare la carta dell’appeasement, riconoscendo le “richieste come legittime” e legate a difficoltà economiche. Ma il sistema giudiziario ha messo in guardia contro qualsiasi intento di destabilizzazione. “Qualsiasi tentativo” di trasformare questo movimento “in uno strumento di insicurezza, distruzione di beni pubblici o realizzazione di scenari progettati all’estero sarà inevitabilmente seguito da una ferma risposta” ha avvertito il procuratore generale, Mohammad Movahedi-Azad.

Giovedì si sono svolte proteste notturne in diverse città dell’Iran, con manifestanti che sono scesi in strada gridando slogan antigovernativi e filomonarchici, secondo i video ricevuti da Iran International.

Nell’Iran centrale, i manifestanti sono stati visti a Qazvin e nella città santa di Qom, mentre gridavano slogan tra cui “Questa è la battaglia finale, Pahlavi tornerà”.

Nel nord dell’Iran, i video mostravano raduni notturni in corso a Babol, dove i manifestanti gridavano “Morte al dittatore”. I manifestanti sono scesi in strada nella città portuale meridionale iraniana di Bandar Abbas, gridando slogan antigovernativi tra cui “Morte all’intero sistema” e “Javid Shah” (“Lunga vita allo Scià”),

Su quanto sta avvenendo in Iran sono piuttosto esplicite le ingerenze esterne, a cominciare da Israele e Stati Uniti. Il presidente statunitense Donald Trump ha avvertito che gli Usa sarebbero intervenuti se le autorità iraniane avessero ucciso violentemente manifestanti pacifici.

In un post su Truth Trump ha affermato che gli Stati Uniti sono “pronti e armati”, aggiungendo: “Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso”.

Il Dipartimento di Stato USA afferma che le ultime proteste in Iran sono un’espressione della “rabbia comprensibile” della gente per i fallimenti del suo governo, ha dichiarato un funzionario statunitense a Iran International.

“Le proteste riflettono la comprensibile rabbia del popolo iraniano per i fallimenti e le scuse del suo governo”, ha affermato il funzionario in una dichiarazione scritta giovedì.

In precedenza, filmati dalle città mostravano manifestanti che scandivano slogan contro la Repubblica Islamica e la sua guida, mentre le forze di sicurezza sparavano direttamente sui dimostranti.

Ancora più esplicito è stato il Mossad israeliano che ha invitato i manifestanti iraniani a intensificare le proteste, affermando di essere presente con loro “sul campo”, dove le manifestazioni hanno interessato ieri almeno dieci università. “Scendete insieme nelle strade. È giunto il momento. Siamo con voi”, ha dichiarato il servizio di intelligence israeliano sul suo account X, rivolgendosi ai manifestanti iraniani in farsi. “Non solo da lontano o a parole. Siamo anche con voi sul campo”, ha aggiunto il messaggio, trasmesso in ebraico dalla radio militare.

Anche il ministro israeliano per gli Affari della Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo, Amichai Chikli, ha pubblicato giovedì su X un messaggio di sostegno ai manifestanti in Iran attraverso una immagine generata dall’IA che recita: “Sto con il popolo iraniano”.

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15/12/2025

Bulgaria - La crisi è più radicata di come appare

di Francesco Dall'Aglio

Da qualche giorno sto leggendo una serie di interpretazioni diciamo fantasiose sulle proteste di piazza in Bulgaria, che vanno dalla lotta di popolo contro la tirannia dell'Unione Europea all'ennesimo "schiaffo a Putin" alla rivoluzione colorata (contro un governo stabilmente nell'Unione Europea, nella NATO e che dal 1 gennaio passerà all'Euro), il tutto accompagnato dall'immancabile "non ce lo diconoooooo". Che "non ce lo dicano" è abbastanza ovvio, visto che storicamente gli esteri sono il punto debole delle redazioni italiane, che non ci sono mazzate o scontri con la polizia, che nessuno ha mai avuto idea di cosa succede in Bulgaria e che, appunto, non puoi interpretare le proteste come pro/contro l'UE o pro/contro Putin.

Prima di tutto, queste proteste non c'entrano niente con quelle di qualche tempo fa contro l'Euro: quelle erano organizzate dai partiti della destra nazionalista/populista, primo fra tutti "Възраждане" ("Risorgimento", VZ), queste sono organizzate dal partito liberale/europeista "Продължаваме промяната – Демократична България" ("Continuiamo il cambiamento - Bulgaria democratica", PP-DB - in realtà è una coalizione di due partiti ma facciamola breve) contro la legge di bilancio per il 2026 varata dal governo di Bojko Borisov, leader del partito di centrodestra GERB, e Delyan Peevski, leader del partito di centro DPS-NN (e per questo, si dice, ancora a piede libero e non rinchiuso nelle patrie galere). PP-DB ce l'ha a morte con Borisov: dopo le elezioni del 2023 sono andati al governo insieme ma nel giro di nemmeno un anno la coalizione è crollata, Borisov si è alleato con il chiacchieratissimo Peevski e si è andati a elezioni anticipate a giugno 2024, dalle quali è emerso il governo attuale GERB, DPS-NN e BSP (il partito socialista), con PP-DB fuori dal governo e smanioso di vendetta, perché l'ingresso nell'Euro, storico cavallo di battaglia, sarebbe avvenuto senza di loro. Ai due litiganti dobbiamo aggiungere il terzo, il Presidente della repubblica Rumen Radev (centrosinistra), che odia entrambi (soprattutto Borisov) e da entrambi è odiato - in molti sperano, o temono, che alla scadenza del mandato presidenziale, l'anno prossimo, formi un partito ed entri in politica.

Questo è il quadro di partenza, che a noi italiani ricorda gli anni ruggenti del pentapartito. Le manifestazioni di questi giorni, abbiamo detto, sono contro la nuova legge di bilancio approvata dal governo, che ha scontentato tutti perché, in un quadro economico dominato da un'inflazione abbastanza alta (più della media UE), una bolla speculativa immobiliare che ha fatto schizzare alle stelle il costo delle abitazioni, i problemi derivanti dalla guerra in Ucraina e l'incertezza dovuta all'imminente ingresso nell'Euro, non contiene nessuna misura anti-inflattiva, prevede 10 miliardi di nuovo debito e, anche se aumenta di poco il salario minimo (620 €) e le pensioni, aumenta anche dell'1-2% i contributi previdenziali e pensionistici, ovvero aumenta le tasse in maniera indiretta - perché tenerle basse è fondamentale per attirare gli investimenti esteri, il disavanzo lo pagheranno i cittadini. Certo si tratta di aumenti contenuti, ma in questa congiuntura economica anche una ventina di euro possono pesare (soprattutto perché non si sa cosa succederà di qui a qualche settimana). Gli imprenditori protestano per l'aumento del costo del lavoro, i dipendenti per l'aumento dei contributi, i pensionati perché l'aumento delle pensioni è molto basso, i sindacati perché il salario minimo è inferiore a quanto volevano, gli studenti perché temono per il futuro, medici e infermieri perché li pagano troppo poco e contestano la distribuzione dei fondi destinati alla sanità, e insomma tutti sono scontenti e soprattutto sono scontenti del governo, perché alla protesta contro la legge di bilancio si è affiancata molto presto, e sempre guidata da PP-DB, l'esplicita richiesta di dimissioni, che alla fine sono arrivate ieri. VZ, forse sorpreso dagli eventi, si è affrettato a partecipare ma la piazza non è sua (per dire, il 10 dicembre hanno organizzato la solita manifestazione anti-Euro davanti alla banca nazionale un paio d'ore prima dell'appuntamento fissato per la manifestazione contro il governo, annunciando che "sarebbero confluiti" dopo aver finito la loro).

La legge di bilancio è stata ritirata, il governo si è dimesso, ma non è chiaro cosa succederà adesso. Stando ai risultati delle elezioni del 2024 PP-DB e VZ sono il terzo e quarto partito, con una differenza percentuale irrisoria (13.92% e 13.38%), ma non hanno i numeri per formare un governo. Ovviamente non collaborerebbero con GERB e DPS-NN, e quasi sicuramente nemmeno con i socialisti (che comunque avevano il 6.85%), per non parlare degli altri partitini, che siano al governo (ITN, 5.79%) o meno. Lunedì Radev (soddisfattissimo, va detto) inizierà le consultazioni, ma le prospettive sono piuttosto fosche. A 20 giorni dall'ingresso nell'Eurozona la Bulgaria è sostanzialmente senza governo ed eventuali elezioni anticipate non potrebbero comunque essere organizzate immediatamente, senza contare che ormai a votare, dopo 7 elezioni in 4 anni, non ci va quasi più nessuno (alle ultime ha votato il 34.43% degli aventi diritto). Il problema è molto più profondo di Euro/no Euro, Putin/no Putin o Generazione Z/boomer.

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08/12/2025

Proteste ad Oslo per il “Nobel” alla Machado

Diverse organizzazioni pacifiste norvegesi hanno annunciato una manifestazione a Oslo per il 9 dicembre, poche ore prima che la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado riceva il Premio Nobel per la Pace.

L’appello alla protesta è stato diffuso in una dichiarazione che esorta la popolazione a rifiutare il premio conferito a Machado, accusandola di non rappresentare i valori di pace sociale richiesti dal premio.

Le organizzazioni sostengono che il Premio Nobel abbia ignorato, a loro avviso, il principio di autodeterminazione dei popoli latinoamericani e affermano che la decisione è motivata da interessi politici esterni.

“Mi preoccupa che tu non abbia dedicato il Nobel al tuo popolo, ma all’aggressore del Venezuela” ha scritto il Premio Nobel per la Pace Perez D’Esquivel in una lettera aperta inviata il 13 ottobre scorso alla Machado. “Penso, Corina, che tu debba analizzare e capire dove ti trovi, se sei solo un'altra pedina del colonialismo degli Stati Uniti, sottomessa ai suoi interessi di dominio, il che non potrà mai essere per il bene del tuo popolo. Come oppositrice del governo di Maduro, le tue posizioni e scelte generano molta incertezza; ricorri al peggio quando chiedi che gli Stati Uniti invadano il Venezuela” afferma Perez D’Esquivel.

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14/11/2025

Cop30, tra le proteste indigene

Martedì, contestualmente alla conferenza COP30 (30ª Conferenza delle Parti sulla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che sta avendo luogo in questi giorni a Belém in Brasile, è scoppiata una nutrita protesta da parte di comunità indigene e attivisti per il clima, che ha visto dozzine di manifestanti – appartenenti soprattutto a comunità amazzoniche – forzare l’ingresso della cosiddetta “Blue Zone”, riservata agli addetti ai lavori.

Già nei giorni precedenti una flottiglia di circa cento imbarcazioni, guidata da leader indigeni come Raoni Metuktire e Davi Kopenawa Yanomami, aveva navigato per migliaia di chilometri lungo il Rio delle Amazzoni per portare il proprio messaggio alla COP30.

Lo scontro con le forze di sicurezza è stato, come prevedibile, immediato e violento, e le guardie hanno usato tavoli e barriere improvvisate per fermare la marea umana che stava provando a entrare nel centro conferenze. Alcuni portavano cartelli con slogan come «Our land is not for sale» (“La nostra terra non è in vendita”) e «We can’t eat money» (“Non possiamo mangiare denaro”), denunciando in questo modo l’impatto devastante dell’agricoltura industriale su larga scala, l’estrattivismo minerario e petrolifero senza limiti che affligge in nome di un presunto “sviluppo” i territori che queste comunità abitano da secoli e il disboscamento massiccio delle loro terre.

L’episodio non solo rappresenta un indubbio salto di qualità nel processo di tensione crescente tra popolazioni indigene e istituzioni internazionali e governi in merito a come vengono gestite le conferenze climatiche e le politiche ambientali – accusando fondamentalmente i “potenti” di non includere nei processi decisionali proprio coloro che vivono sulla propria pelle gli effetti più catastrofici dei cambiamenti climatici (uno degli slogan urlati era “Non possono decidere per noi senza di noi”) – ma riafferma al contempo con forza che esistono precise responsabilità politiche, storiche ed economiche soggiacenti la crisi climatica a cui assistiamo.

In questo senso l’odierno linguaggio coloniale del potere si cela, quindi, dietro narrazioni sviluppiste – in cui lo sviluppo è sempre economico e mai umano – di cui le comunità indigene pagano il prezzo più alto.

Sinteticamente, la protesta mostra chiaramente che la COP non è solo “una conferenza tecnica”, come i media e i governi vorrebbero far credere, ma anche un’arena politica e di conflitto – dove questioni di giustizia climatica, diritti territoriali e lotta all’impoverimento relazionato al cambiamento climatico entrano in gioco.

Ma non è tutto. L’articolazione del problema da parte delle comunità amazzoniche chiama in causa un intero modo di produzione e di distribuzione della ricchezza, proponendo al tempo stesso che il punto di vista indigeno – basato su un’interazione “densa” e reciproca con l’ambiente circostante (non solo “uso della natura” ma “co-abitare con la natura”, “gestione” più che sfruttamento, “cicli” più che “linee continue”) – possa diventare un nuovo paradigma per ripensare la giustizia climatica e sociale e dare contributi molto importanti alla lotta contro la crisi ambientale in atto, tanto per quanto riguarda la mitigazione (cioè riduzione delle cause) che l’adattamento (cioè gestione degli effetti).

A tal proposito, l’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB), pur non avendo organizzato questa protesta specifica, ha rilasciato una dichiarazione in cui ne sostiene le motivazioni, affermando di sostenere “l’autonomia di tutti i popoli di esprimersi liberamente” e ribadendo che “la risposta siamo noi”.

Al contempo un coordinatore della Global Youth Coalition ha spiegato che i manifestanti non agiscono per cattiveria, ma per disperazione, nel tentativo di proteggere le loro terre e il fiume Amazonas da una distruzione imminente che minaccia la loro stessa sopravvivenza, riaffermando quel ruolo di “protettori della Terra” che da qualche decennio queste comunità hanno adottato nella narrazione di sé a livello globale.

Sulla stessa linea di pensiero un’altra istanza dei manifestanti riguarda il riconoscimento della protezione delle foreste e dei territori indigeni come parte fondamentale della lotta al cambiamento climatico.

Sebbene le possibilità concrete di essere ascoltati all’interno dei luoghi di potere – nonostante la facciata – siano remote, queste comunità ci mostrano oggi la necessità di ribaltare un modo di produzione basato sullo sfruttamento umano e ambientale e ci indicano la strada per ripensare il modello di sviluppo dominante, valorizzando ideali di giustizia sociale non basati unicamente sulla logica del profitto.


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22/10/2025

USA - Sul “regno di Trump” tira una brutta aria

Le manifestazioni di massa negli Stati Uniti contro il “regno di Trump” avvengono mentre il cosiddetto shutdown (la mancata approvazione della legge di bilancio da parte del Congresso blocca molte spese federali) è ancora in corso e non si vede luce. Le ripercussioni sul mancato finanziamento della spesa pubblica, con il conseguente stop di molte attività nei servizi e il licenziamento di migliaia di dipendenti pubblici, cominciano a farsi sentire.

Secondo il giornale statunitense Politico, lo shutdown del governo sta per entrare nella quarta settimana. “La scadenza originale del 21 novembre si avvicina rapidamente e numerosi repubblicani hanno riconosciuto lunedì che sarà necessario un nuovo e più lungo disegno di legge provvisorio”.

Contro le manifestazioni all’insegna del “No Kings” (Nessun Re, ndt) si è scatenato il fuoco di fila degli esponenti dell’amministrazione Trump, i quali attaccano frontalmente il Partito democratico che pure appare ancora troppo “imballato” per mettere in campo una seria opposizione contro un’amministrazione presidenziale che ha fatto dell’autoritarismo la propria cifra.

La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha definito il gruppo del Partito Democratico al Congresso come composto da “terroristi di Hamas, immigrati clandestini e criminali violenti”. Mike Johnson, lo speaker della Camera, ha definito i cortei che hanno sfilato per le strade delle città statunitensi una “manifestazione di odio per l’America”.

Un linguaggio che ispira quello utilizzato in Italia dagli esponenti della destra al governo.

Lo stesso Trump sembra aver preso molto male le manifestazioni e in una intervista si è lamentato che i manifestanti “si riferiscono a me come a un re, mentre io non sono un re”. Ma poi non ha resistito al richiamo dello scontro politico ed ha postato un video creato con l’intelligenza artificiale che lo mostra, con tanto di corona in testa, a bordo di un jet militare che lancia letame sui manifestanti.

Dopo la seconda elezione alla Casa Bianca di Trump, il Partito democratico è apparso completamente stordito dalla sconfitta. Ma l’aria sembra ora essere cambiata. Si assiste ad risveglio da parte dell’opposizione a Trump, e le manifestazioni non sono l’unico indicatore.

Nei mesi scorsi erano state solo le comunità di immigrati e le reti solidali a scendere in piazza contro i rastrellamenti degli agenti dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) verso tutti quelli con un colore di pelle diverso. Man mano altri settori sociali si sono aggiunti alle proteste contro l’autoritarismo dell’amministrazione Trump e l’arroganza dei suoi sostenitori.

Tra i principali soggetti dell’opposizione si registrano adesso anche studenti, giornalisti e addirittura sindaci. I dolorosi tagli dovuti allo shutdown, hanno visto entrare in campo di recente anche settori di lavoratori pubblici, mentre non si registrano ancora segnali di reazione tra la classe lavoratrice “classica”.

Nelle università, prese pesantemente di mira dalla nuova amministrazione presidenziale, gli studenti hanno avviato campagne di resistenza e boicottaggio contro le nuove regole imposte dalla Casa Bianca

C’è stata la clamorosa protesta dei giornalisti accreditati al Pentagono che hanno rassegnato le dimissioni per protesta contro le nuove norme che impongono “l’uso esclusivo di fonti ufficiali”, pena pesanti sanzioni.

E poi ci sono i sindaci del Partito democratico nelle città dove Trump ha spedito unilateralmente la Guardia nazionale in funzione di ordine pubblico, anche contro il parere dei sindaci stessi.

Secondo il giornale Politico, di area “dem”, “governatori e sindaci affermano che ci sono stati disordini minimi e Trump sta usando proteste in gran parte pacifiche come pretesto per espandere il suo potere”.

L’accusa dei sindaci a Trump è quella di voler militarizzare la vita pubblica e quella politica.

Il sindaco di Chicago, Brandon Johnson, intervenendo ad una delle manifestazioni ha affermato che l’amministrazione ha “deciso di volere una rivincita della guerra civile che la Confederazione suprematista bianca perse contro gli Stati dell’Unione nel XIX secolo”.

A relativo vantaggio di Trump, la maggioranza di una giuria della Corte d’appello federale ha legittimato l’autorità del presidente nell’inviare truppe della Guardia Nazionale a Portland, in Oregon, concludendo che – sebbene le affermazioni del presidente sui social media “possano esagerare” la violenza in città – ci potrebbe comunque essere una base valida per il dispiegamento dei soldati.

Lo scontro politico e sociale all’interno degli Stati Uniti è destinato ad acutizzarsi, anche e senza il protagonismo del Partito democratico, un po’ come avvenuto in Italia nelle ultime settimane. E questa è una buona notizia.

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19/10/2025

Marocco. Generazione Z 212 e le proteste giovanili: dalle reti digitali alle strade

Nell’autunno del 2025, il Marocco ha assistito a un vasto movimento di protesta guidato dai giovani, che ha riportato al centro del dibattito nazionale questioni fondamentali come la giustizia sociale, i diritti basilari e la legittimità politica.

Il movimento – conosciuto come Generazione Z 212, in riferimento al prefisso telefonico internazionale del Paese – nasce da decenni di emarginazione, disoccupazione, carenze nei sistemi sanitari ed educativi e da una corruzione diffusa.

La scintilla è stata un tragico episodio avvenuto presso l’ospedale Hassan II di Agadir, dove alcune donne sono morte durante il parto per mancanza di assistenza. Questo evento ha acceso la miccia di una rivolta sociale che si è rapidamente estesa a Rabat, Casablanca, Fès, Marrakech, Taroudant, Salé e Oujda, esprimendo la frustrazione di un’intera generazione, soprattutto tra le classi lavoratrici e popolari.

Ciò che distingue la Generazione Z 212 non è solo la sua ampiezza e diffusione geografica, ma anche la sua forma di organizzazione digitale, che unisce rivendicazioni sociali e mobilitazione tecnologica. Il movimento rappresenta una nuova forma di azione politica in cui la tecnologia diventa uno strumento di liberazione – e non soltanto un mezzo al servizio del capitale o di strutture autoritarie.

Attraverso brevi video, meme e dibattiti online, i giovani hanno creato una sfera pubblica alternativa in cui potersi organizzare, discutere e sviluppare una coscienza collettiva, al di fuori dei media ufficiali che hanno cercato di screditare il movimento.

Organizzazione digitale in rete: una nuova arena politica

Il tratto più caratteristico del movimento è la sua organizzazione elettronica. Funziona al di fuori dei partiti e dei sindacati tradizionali, considerati da molti giovani rigidi e distanti dalla realtà. I social network come TikTok, Instagram e Facebook sono diventati strumenti di mobilitazione, mentre i server Discord hanno svolto il ruolo di centri popolari digitali per il dibattito strategico e le decisioni orizzontali.

Questa organizzazione decentrata ha reso il movimento resistente ai tentativi di repressione da parte delle autorità. Quando venivano chiusi gli account, ne nascevano di nuovi; quando gli attivisti venivano arrestati, le reti continuavano a funzionare. Il movimento è così diventato una struttura viva e flessibile, capace di riprodursi e diffondersi rapidamente – dalle città alle periferie.

La sfera digitale è diventata più di un semplice mezzo di comunicazione: un processo collettivo di formazione, in cui i giovani hanno condiviso esperienze e sviluppato una coscienza politica. È un esempio concreto di come la tecnologia possa essere usata come strumento di libertà e di come la lotta di classe oggi si svolga tanto nello spazio fisico quanto in quello digitale.

Rispetto a esperienze precedenti nella regione – come la rivoluzione tunisina del 2011 o le proteste in Libano del 2019 – la Generazione Z 212 si distingue per il fatto che un’intera generazione considera la sfera digitale come naturale estensione della propria vita politica. Si tratta di una delle prime rivolte quasi completamente digitali del mondo arabo e di un modello per la mobilitazione progressista del futuro.

Le rivendicazioni dei giovani: giustizia sociale

Le richieste espresse, sia nelle strade che online, riflettono un programma pratico di orientamento progressista: miglioramento dell’istruzione pubblica, accesso gratuito ed efficiente alla sanità, creazione di posti di lavoro dignitosi, lotta alla corruzione e una distribuzione più equa delle risorse.

Il movimento ha messo al centro i bisogni concreti della popolazione, ponendo le esigenze quotidiane al di sopra dei dibattiti teorici o ideologici, dimostrando così che la rilevanza della sinistra si misura con l’azione pratica più che con gli slogan.

Questo approccio mette in evidenza un aspetto essenziale della politica di sinistra contemporanea: la connessione tra rivendicazioni sociali, strategie organizzative e strumenti digitali, senza cadere in gerarchie intellettuali o burocratiche.

Repressione

Fin dall’inizio, il movimento è stato oggetto di una forte repressione. In aree come Lqliâa, vicino ad Agadir, i manifestanti sono stati colpiti con munizioni vere, gas lacrimogeni e retate notturne. Centinaia di persone, tra cui minorenni, sono state arrestate. Allo stesso tempo, le autorità hanno utilizzato il controllo digitale: chiusura di account, blocco di contenuti e limitazione dell’accesso a gruppi online.

Questa doppia repressione – fisica e digitale – ha avuto però l’effetto opposto. I giovani hanno elaborato nuove tattiche: piccole manifestazioni notturne mobili, punti di incontro locali e l’uso di piattaforme sicure con VPN e crittografia. La repressione sul terreno e nel cyberspazio ha rivelato i limiti del sistema e rafforzato la consapevolezza della necessità di una resistenza sia fisica che digitale.

Questa esperienza illustra ciò che la Sinistra Elettronica definisce “lotta di classe digitale”: il confronto con le strutture autoritarie si svolge contemporaneamente nella sfera virtuale e nelle strade. La capacità di unire queste due dimensioni sarà decisiva per le mobilitazioni sociali e politiche future.

Democrazia partecipativa dal basso

Nonostante la sua grande vitalità, la sfida principale del movimento è quella di collegare le proteste spontanee a una strategia a lungo termine.

Per ottenere un cambiamento duraturo, le rivendicazioni concrete devono far parte di un progetto complessivo di emancipazione, che unisca le lotte digitali e quelle territoriali, permettendo la costruzione di ampie alleanze per una trasformazione sociale profonda.

Il movimento giovanile marocchino dimostra come una democrazia partecipativa dal basso possa funzionare: un’organizzazione collettiva basata sui bisogni reali della popolazione, piuttosto che sulle scelte di un’élite intellettuale.

Questa coscienza pratica e dialettica conferisce al movimento forza e capacità di espansione, indicando al tempo stesso un cammino per una sinistra rinnovata, capace di integrare la creatività e l’energia delle nuove generazioni al centro del processo decisionale.

Orizzonti per una sinistra rinnovata

La Generazione Z 212 sottolinea che il futuro della sinistra dipende dall’integrazione degli strumenti digitali di organizzazione con le strutture tradizionali come partiti, sindacati e movimenti sociali. Il capitalismo digitale e la sorveglianza autoritaria richiedono nuove strategie, in cui la lotta nelle strade e quella nello spazio digitale siano strettamente collegate.

L’esperienza della gioventù marocchina evidenzia la necessità di un’organizzazione orizzontale, flessibile e multipiattaforma, che combini l’azione sul campo con l’innovazione tecnologica, restituendo così alla sinistra una nuova rilevanza a livello locale e globale.

La lotta di classe del futuro si estenderà dalle strade fino agli spazi digitali. L’esperienza marocchina ricorda che un’organizzazione progressista efficace deve basarsi sull’integrazione delle rivendicazioni sociali concrete, degli strumenti tecnologici e delle strutture collettive in grado di canalizzare l’energia giovanile verso un cambiamento sociale e politico duraturo.

In questo senso, la Generazione Z 212 non è solo un fenomeno marocchino, ma anche una lezione per la sinistra mondiale: la lotta per la giustizia deve svolgersi sia sul terreno che online, e l’organizzazione digitale della gioventù è la chiave per unire queste due dimensioni.

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