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23/04/2026

Dopo il voto in Bulgaria tra Ue, Nato e dialogo con Mosca

di Francesco Dall’Aglio

Alle 15 del 20 aprile la commissione elettorale della Bulgaria ha comunicato di avere ultimato lo spoglio del 100% dei voti delle elezioni parlamentari tenutesi il 19, confermando la vittoria schiacciante e mai in discussione del neonato partito dell’ex-Presidente della Repubblica Rumen Radev, dimessosi dalla carica a poche settimane dalla fine del suo secondo mandato proprio per potersi presentare alle elezioni. La sua formazione, “Progresivna Balgarija” (Bulgaria Progressista) ha ottenuto il 44,59% dei voti, staccando senza possibilità di appello sia la coalizione di centrodestra GERB-SDS guidata da Boyko Borisov, politico di lunghissimo corso e per anni dominatore pressoché indiscusso della politica bulgara che in queste elezioni ha raccolto solo il 13,38%, sia i liberali “europeisti” del PP-DB (Prodalžavame Promjanata – Demokratična Balgarija, “Continuiamo il cambiamento – Bulgaria Democratica”) con il 12,61% dei voti. Ancora più staccato il DPS del discusso Deljan Peevski con il 7,12% e, appena sopra la soglia di sbarramento, il partito nazionalista Vazraždane (“Risorgimento”) col 4,25%. Altri partiti nazionalisti come Veličie o Meč sono rimasti fuori, così come il Partito Socialista che gli exit poll davano invece tra il 5 e il 7%.

Non è stato questo l’unico dato non corretto dei primi sondaggi: se la vittoria di Progresivna Balgarija non era in discussione, e mai lo era stata nemmeno per i sondaggi in campagna elettorale, la formazione di Radev era accreditata del 34-38%, dato ampiamente superato, e PP-DB era considerato il secondo partito anche se la forbice che lo separava da GERB era molto piccola. Anche il numero di votanti era stato sovrastimato al 60% mentre in realtà si è attestato al 50,2%, un dato comunque straordinario se pensiamo che alle elezioni dell’ottobre 2024 aveva toccato appena il 38,81%.

La vittoria di Radev è stata dunque schiacciante e soprattutto trasversale. Chi pensava che le generazioni più giovani avrebbero votato a maggioranza per i partiti liberali si è dovuto ricredere anche se, come era prevedibile, i maggiori consensi Radev li ha ottenuti nelle fasce di età più alte. Il dato più importante, ad ogni modo, è che Progresivna Balgarija otterrà 130 o 131 seggi parlamentari su 240 e potrà quindi governare da sola senza dover mettere in piedi una coalizione con forze diverse. Proprio questo era stato il motivo principale dell’estrema instabilità politica della Bulgaria, che negli ultimi cinque anni è andata alle urne otto volte: nessun partito e nessuna coalizione aveva mai ottenuto una maggioranza indiscussa ed era sempre stato costretto ad alleanze estemporanee e transitorie con altre forze politiche, a volte anche di orientamento diametralmente opposto, con le conseguenze ovvie di non riuscire mai a portare a termine una legislatura. L’ultimo caso aveva portato alle dimissioni del governo l’11 dicembre 2025 senza che si fosse riusciti ad approvare la finanziaria per l’anno successivo. Si immaginava che anche Radev, nonostante il sostegno che si evinceva dai sondaggi, non si sarebbe potuto sottrarre a questo destino, tanto che ci si chiedeva quale partito avrebbe potuto entrare in coalizione con Progresivna Balgarija dato che lui stesso aveva escluso ogni possibilità di dialogo con i liberali e Borisov, fino alla sera del 19, si era dichiarato contrario a sostenerla facendo beffardamente gli auguri a Radev dopo i primi exit poll e dichiarando che una cosa è vincere le elezioni e tutt’altra è formare un governo. Almeno questo problema sembrerebbe superato, considerando anche l’ostilità reciproca che separa le altre formazioni politiche, ed è proprio la promessa di stabilità ad avere portato la grande maggioranza degli elettori a votare per l’ex-Presidente.

Rumen Radev è un personaggio non facilmente inquadrabile, soprattutto nella dicotomia pro-o anti-Russia che sembra, per i commentatori occidentali, essere l’unico discrimine per valutare la posizione di un candidato. La stampa occidentale pare essersi accorta di lui solo in questo senso, e solo dopo la sconfitta elettorale di Orbán, quando alcune testate (Politico, Daily Telegraph, Reuters, Atlantic Council)[1] hanno cominciato a chiedersi se, ricondotta l’Ungheria nei ranghi europeisti, non ci si dovesse aspettare la defezione della Bulgaria. Ex generale dell’aviazione, pilota di caccia, eletto Presidente con l’appoggio del partito Socialista che allora, nel 2017, aveva un peso politico ben maggiore di quello odierno, Radev ha sempre proiettato l’immagine di un uomo forte e determinato ma al contempo calmo e riflessivo, molto lontano dalle spacconate e dagli scandali che hanno spesso caratterizzato la scena politica bulgara negli anni della democrazia. La sua seconda presidenza lo ha visto molto più attivo, in una direzione che è stata spesso classificata come “filorussa”. Si è opposto alle sanzioni alla Russia, ha rimarcato quanto il paese fosse dipendente dal petrolio e dal gas russi, si è opposto all’invio di armamenti all’Ucraina (ma non all’invio di materiale umanitario) e ha detto più volte, in campagna elettorale e anche nel discorso successivo alla sua vittoria, che con la Russia bisognerà riprendere il dialogo. Viene accusato anche di atteggiamenti “antieuropeisti” per aver proposto un referendum sull’introduzione dell’Euro (che in precedenza era osteggiata solo dai partiti della destra populista che l’avevano monopolizzata) e per i suoi numerosi screzi con i partiti “europeisti” durante i suoi mandati presidenziali.

In realtà la sua posizione è molto più sfumata di quanto si possa credere, al di là della sua difesa, che potrebbe parere semplice retorica, di non essere né filorusso né antieuropeista ma semplicemente filobulgaro. La sua ricerca di un dialogo con la Russia parte da una costatazione piuttosto evidente, ovvero che la Bulgaria dipende in larga misura dalla Russia per le sue necessità energetiche: non solo riguardo al petrolio e al gas, ma anche alle sue centrali nucleari che sono state costruite durante il periodo socialista e successivamente rimodernate dalla Rosatom. Perdere la Russia come partner energetico sarebbe per la Bulgaria un problema economico di non piccolo conto e trovare alternative, come nel caso dell’Ungheria, non è una cosa semplice, senza considerare i problemi ulteriori che la crisi iraniana ha creato e creerà nel futuro. Il progressivo disaccoppiamento dalle fonti energetiche russe, che i governi precedenti hanno incominciato, ha portato aumenti in bolletta stimati intorno al 20%. Le difficoltà si ripercuotono anche sui comparti produttivi e il rilancio dell’economia bulgara è tra le priorità del programma del suo partito, rilancio che non potrà ripartire senza un approvvigionamento energetico costante, garantito e, se possibile, economico. Questo, a suo dire, non vale solo per la Bulgaria ma per l’Europa tutta: come ha affermato nel suo discorso la sera del 19 aprile, “se vogliamo che l’Europa abbia autonomia strategica, deve ripristinare la sua competitività e arrestare il processo di deindustrializzazione. L’Europa deve riflettere seriamente su come garantire le proprie risorse, perché senza risorse energetiche non si può parlare di competitività”[2]. Va inoltre tenuto presente che tra le attività produttive della Bulgaria c’è l’industria militare che produce, quasi unica al mondo, proiettili d’artiglieria ancora di calibro non-NATO, buona parte dei quali sono stati inviati, direttamente o indirettamente, in Ucraina, e che la Rheinmetall ha stabilito una joint venture con la fabbrica VMZ per impiantare a Sopot una grande fabbrica di munizioni di calibro NATO e di polvere da sparo, di cui in Occidente c’è grande scarsità.[3] Rinunciare a questi asset economici è assolutamente impossibile. Solo la fabbrica Rheinmetall-VMZ darà lavoro, a pieno regime, a più di mille persone, senza considerare le altre imprese che lavorano su commesse della NATO e senza contare che tra i vari punti del piano di sviluppo economico proposti da Radev vi è anche la modernizzazione delle forze armate bulgare e l’incremento della loro interoperabilità con le altre forze NATO.

I suoi detrattori, naturalmente, considerano queste solo scuse e hanno cercato più volte di presentarlo, sia all’opinione pubblica bulgara che a quella europea, come un amico di Putin. Il momento di maggiore scontro è stato senza dubbio il 30 marzo, quando una delegazione governativa di altissimo livello, comprendente il Primo Ministro ad interim Andrey Gyurov e i ministri, sempre ad interim, degli Esteri, Difesa, Trasporti e Telecomunicazioni, Istruzione ed Energia si è recata a Kiev. La delegazione ha firmato con l’Ucraina un accordo di sicurezza decennale e un protocollo di intesa sulla produzione congiunta di droni, in linea con quanto fatto in quei giorni da Germania, Gran Bretagna e Italia. La delegazione ha inoltre accettato di discutere il trasferimento dei reattori della centrale nucleare di Belene, che l’Ucraina ha più volte richiesto per poter sostituire alcuni reattori delle sue centrali senza dovere richiedere l’assistenza della Rosatom.[4] Come era facile prevedere le decisioni del governo ad interim, senza discussione parlamentare e a poco più di due settimane dal voto, hanno provocato una gran quantità di polemiche sia per ciò che riguarda la dimensione militare che, soprattutto, quella energetica, tanto che tre giorni dopo il viceministro degli Esteri ad interim, Marin Raykov, si è affrettato a dichiarare in televisione che l’accordo era più che altro una dichiarazione politica di sostegno all’Ucraina che non impegnava davvero il paese in alcuna direzione concreta.[5] L’impressione di una tentata imboscata ai danni di Radev, i cui consensi aumentavano sempre più nei sondaggi, è stata molto forte e probabilmente si è rivelata negativa per le formazioni “europeiste”.

La questione ucraina, ad ogni modo, non ha pesato più di tanto nelle intenzioni di voto, se non in quelle di chi comunque non avrebbe votato per Radev. Ben più importante per l’elettorato è stata una serie di questioni sottovalutate sia dai commentatori occidentali che, apparentemente, dalle stesse forze “europeiste” bulgare e invece di importanza fondamentale: la lotta alla corruzione, che almeno a parole ogni partito intende portare avanti, la fine delle precedenti “oligarchie politiche”, con chiaro riferimento a Borisov e Peevski, e soprattutto la preoccupazione e il disorientamento nei riguardi della situazione economica del paese, che il passaggio all’Euro ha reso ancora più grande. Il 3 aprile il Ministero delle Finanze ha confermato che i timori sono più che concreti, pubblicando i dati relativi al primo trimestre del 2026. Sono dati certamente allarmanti: un deficit di bilancio di 1,5 miliardi di € a fronte di un bilancio in attivo da molto tempo, un aumento apparentemente incontrollabile di tutte le voci di spesa pubblica e un aumento dell’inflazione che, stimato attorno al 4%, viaggia invece almeno sull’8%. Il Ministro ad interim Georgi Klisurski ne ha approfittato per mettere ancor più pressione su Radev, ormai chiaramente considerato il vincitore delle elezioni che si sarebbero tenute dopo poco, dichiarando che il prossimo governo avrebbe dovuto affrontare “decisioni difficili” e prendere in considerazione tagli alla spesa pubblica.[6] Il 14 aprile, infine, il Fondo Monetario Internazionale si è espresso negativamente sulle prospettive di crescita della Bulgaria, rivedendole al ribasso.[7] In queste condizioni pensare a Radev come al “nuovo Orbán” sembra francamente risibile. La Bulgaria, che è percettore netto di fondi dell’Unione Europea e uno dei paesi cardine dello schieramento NATO in Europa meridionale, oltre che come abbiamo visto uno dei suoi fornitori di armi, non può certamente permettersi di allontanarsi né da Bruxelles né dall’Alleanza Atlantica. Radev cercherà certamente di bilanciare la posizione del paese tra i due schieramenti per minimizzare le perdite e massimizzare i vantaggi restituendo alla Bulgaria il suo ruolo di ponte culturale tra le due metà dell’Europa ed evitando escalation che potrebbero coinvolgerla direttamente, cosa molto diversa dalle immaginarie posizioni “filorusse” che i suoi avversari politici gli attribuiscono.

Note

[1] https://www.politico.eu/article/hungary-viktor-orban-out-who-eu-next-disruptor-in-chief/; https://www.politico.eu/article/bulgaria-election-fighter-pilot-rumen-radev-political-deadlock-coalition-struggle/; https://www.telegraph.co.uk/news/2026/04/14/putin-loses-best-friend-orban/; https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/04/18/pro-putin-pilot-take-orbans-role-eu-nightmare-bulgaria/; https://www.reuters.com/world/europe/bulgaria-votes-pro-russian-former-president-leads-polls-2026-04-19/; https://www.atlanticcouncil.org/blogs/ukrainealert/could-bulgaria-replace-hungary-as-putins-proxy-inside-the-eu/

[2] https://glasove.com/novini/radev-pobedihme-apatiyata-no-nedoverieto-v-balgarskata-politika-vse-oshte-e-golyamo

[3] https://www.rheinmetall.com/en/media/news-watch/news/2025/10/2025-10-28-rheinmetall-and-vmz-establish-joint-venture-cooperation-with-bulgaria

[4] https://bntnews.bg/news/gyurov-i-zelenski-podpisaha-v-kiev-10-godishno-sporazumenie-za-sigurnost-mezhdu-balgariya-i-ukraina-1386111news.html

[5] https://bntnews.bg/news/marin-raikov-sporazumenieto-s-ukraina-e-po-skoro-politicheska-deklaraciya-ne-sadarzha-nikakvi-konkretni-angazhimenti-1386715news.html

[6] https://www.mediapool.bg/finansoviyat-ministar-byudzhetat-e-na-avtopilot-news381982.html

[7] https://www.bta.bg/en/news/economy/1105323-imf-lowers-economic-growth-forecast-for-bulgaria

Fonte

20/04/2026

Bulgaria - In testa il candidato meno gradito da Bruxelles

I seggi in Bulgaria hanno chiuso alle ore 19. Si è registrato un aumento dell’affluenza al voto (fino al 55%). Stando agli exit poll, in testa ci sarebbe il partito di nuova formazione “Bulgaria progressista” guidato dall’ex presidente Radev con circa il 38% dei voti. Al secondo posto si conferma il partito conservatore ed europeista Gerb dell’ex premier Borissov, che però è sceso a circa il 16%.

Il Gerb era parte della maggioranza di governo guidata da Rossen Zhelyazkov, esponente del Gerb, che governava in coalizione con i socialisti (Bsp) e con il partito populista ‘C’è un popolo come questo’ (Itn). Ma la coalizione non disponeva di una maggioranza in parlamento e ha dovuto spesso fare affidamento sul sostegno esterno di uno dei due partiti della minoranza turca, il partito ‘Movimento per diritti e libertà – Nuovo inizio’ (Dps-Nn).

Il Gerb aveva tra i suoi obiettivi dichiarati quello dell’entrata della Bulgaria nell’euro per il 1 gennaio di quest’anno, obiettivo raggiunto ma che ha avuto un impatto pesante sui prezzi e il carovita, anche se l’inflazione formalmente non ha subito impennate.

Questa tornata elettorale, quindi, potrebbe consegnare la vittoria all’ex presidente Radev, considerato vicino a Mosca.

Radev, ex pilota militare ed euroscettico, si oppone al sostegno militare all’Ucraina contro Mosca, è anche un critico dell’adesione della Bulgaria all’euro, sostenendo che la nuova valuta ha alimentato l’inflazione. Si è dimesso dalla presidenza a gennaio per candidarsi alle elezioni.

L’Associated Press sottolinea come durante la sua campagna, Radev ha parlato di migliorare i rapporti con Mosca e riprendere il libero flusso di petrolio e gas russi verso l’Europa. “Non è chiaro quanto ciò influenzerà la politica estera della Bulgaria, membro della NATO e dell’Unione Europea che è entrato nell’area euro a gennaio, una mossa criticata da Radev”.

Per la Bulgaria si tratta delle ottave elezioni in soli 5 anni: dal 2021 il Paese ha avuto ben 7 primi ministri ma nessuno è riuscito a portare a termine un mandato completo. Il paese a febbraio e a dicembre dello scorso anno era stato investito da manifestazioni e scontri di piazza contro la corruzione e i governi che si succedevano senza assicurare alcuna stabilità.

Il leader del Gerb, Boyko Borissov, aveva governato il Paese nel passato per quasi dieci anni. La terza forza nel Parlamento bulgaro sarebbe il partito liberale “Continuiamo il cambiamento” (Pp) con il 13,6% dei voti. Poi ci sarebbero il “Dps-Nuovo inizio”, partito della minoranza turca con 7,5%. Mentre al quinto posto si collocherebbe il partito nazionalista Vazrazhdane (Rinascita) con il 5,1% dei voti.

L’altra novità sono i socialisti: il partito Bsp, nonostante le previsioni, sarebbe riuscito a superare lo sbarramento al 4% per entrare in Parlamento raccogliendo il 4,1% dei voti. Anche il Bsp faceva parte della coalizione di governo insieme al Gerb.

L’edizione europea del giornale Politico ritiene che la grande domanda è se Radev cercherà di formare una maggioranza con i riformisti liberali pro-UE (circa il 14 percento), oppure se si alleerà con il Partito Socialista (circa il 4 percento) e i nazionalisti (circa il 5 percento).

In un intervento subito dopo il voto, Radev ha lasciato intendere di poter trovare un terreno comune con il campo filo-Bruxelles riguardo al problema della corruzione della magistratura, ma si rifiuta di entrare in coalizione con i due politici più importanti della Bulgaria – l’ex primo ministro Boyko Borissov del partito GERB e Delyan Peevski, leader del partito DPS-Nuovo Inizio – accusandoli di essere al vertice della “piramide oligarchica” che governa lo stato mafioso.

Fonte

10/01/2026

Bulgaria, una crisi senza uscita (terza prima). Le dimissioni del governo e l’euro come frattura

di Francesco Dall'Aglio

L’11 novembre il presidente dell’agenzia statale per le riserve energetiche, Asen Asenov, dichiarò con una certa preoccupazione che il paese aveva riserve di benzina per 35 giorni e di diesel per 50, mentre il ministro dell’energia Zhecho Stankov (GERB) si diceva molto più preoccupato: secondo lui le riserve sarebbero state a malapena sufficienti per una settimana, aggiungendo però che i suoi uffici erano ‟in costante contatto” con quelli dell’OFAC statunitense, nella speranza di riuscire a ottenere una proroga ed esortando alla calma.[1] Oramai pareva chiaro che la strategia governativa era proprio quella, e non era possibile che ce ne fosse un’altra visti i tempi strettissimi e l’assenza di alternative valide. Il problema è che se l’OFAC non avesse accettato la situazione sarebbe precipitata, con conseguenze imprevedibili. Il 12 Radev, che aveva già espresso varie volte le sue perplessità sulla vicenda, pubblicava un post molto polemico sul suo profilo Facebook nel quale scriveva che ormai l’operato del governo non era più giustificabile e che se lo scopo fosse stato quello di continuare a far funzionare senza interruzioni la raffineria ed evitare una crisi energetica e un aumento dei prezzi del carburante un gestore sarebbe dovuto essere nominato immediatamente dopo l’annuncio delle sanzioni, aggiungendo che forse lo scopo di questo ritardo era far passare modifiche legislative per favorire interessi poco chiari,[2]e rimandava alle camere la legge approvata il 7 novembre definendola incostituzionale, sostenuto dalla vicepresidente Iliana Yotova che definiva l’operato del governo ‟degno di una pièce di Beckett”, e sosteneva fosse assurdo che al governo importasse solo discutere su chi sarebbe stato il nuovo gestore della Lukoil e non del futuro della raffineria e delle conseguenze per il paese.[3] A loro volta, i deputati della commissione parlamentare per l’energia respingevano il veto di Radev, sostenendo che la legge fosse necessaria per garantire sia l’operato della raffineria che una vendita che non desse adito a ricorsi. Dopo che già da qualche giorno alcune stazioni di servizio della Teboil, una sussidiaria Lukoil, avevano iniziato ad avere problemi di approvvigionamento, il panico iniziò a diffondersi, con tentativi di accaparramento segnalati in centri periferici come Vraza.[4] Il 13 Borisov si dichiarava assolutamente convinto che gli USA avrebbero concesso una deroga, e attaccava Radev per il suo veto che, a suo dire, aveva ritardato la scelta del nuovo gestore che sarebbe stato nominato di lì a pochi giorni: e aveva ragione, perché il giorno successivo gli USA annunciavano che le sanzioni erano sospese fino alle ore 12.01 del 29 aprile 2026, e la Gran Bretagna si accodava immediatamente sospendendole anch’essa.[5] Borisov e il resto della squadra di governo ostentavano sicurezza, sostenendo di aver sempre avuto la situazione sotto controllo e che le accuse di opposizione e presidenza erano solo strumentalizzazioni. Lo scontro si spostava quindi sul candidato proposto dal governo come commissario, l’ex Direttore Generale dell’Agenzia delle Entrate Rumen Spetsov: ma chiuso almeno momentaneamente il fronte Lukoil se ne apriva immediatamente un altro ancora peggiore, quello appunto della legge di bilancio 2026.

Si trattava, a onor del vero, di un bilancio difficilissimo da scrivere. Il 2026, con l’ingresso nell’Euro dal 1 gennaio, sarebbe stato un passaggio strutturale delicatissimo per il paese. I margini di manovra politica si sarebbero ridotti notevolmente per la necessità di dimostrare disciplina fiscale, mantenere deficit e debito sotto controllo e accettare un livello di sorveglianza europea e di attenzione dei mercati molto più alto rispetto al passato, senza più le flessibilità informali di cui avevano potuto godere i governi precedenti e che avevano contribuito moltissimo a non trasformare in rabbia l’insoddisfazione. A questa notazione generale andava aggiunta una forte pressione simultanea sulle spese e sulle entrate. Sul lato della spesa il governo si trovava di fronte a richieste che non potevano essere ignorate, quali aumenti salariali nel settore pubblico, in particolare in sanità e istruzione, la crescita delle pensioni e della spesa sociale legata all’inflazione e all’invecchiamento della popolazione, la necessità di maggiori investimenti in difesa per rispettare gli impegni NATO e i costi amministrativi e tecnici della transizione all’euro. Sul lato delle entrate, invece, il sistema fiscale bulgaro resta uno dei più leggeri dell’Unione europea e qualsiasi aumento delle imposte incontra una resistenza politica e sociale fortissima. Un ulteriore elemento di difficoltà era la fine delle misure straordinarie utilizzate negli anni precedenti. Durante le crisi energetiche e inflazionistiche il paese aveva potuto contare su fondi europei, sussidi temporanei e rinvii di spesa, ma nel 2026 molte di queste soluzioni non sarebbero state più prorogabili, mentre i bisogni che avevano coperto erano diventati permanenti. Questo costringeva il governo a trasformare costi eccezionali in spesa strutturale, finanziandoli con entrate stabili, un passaggio sempre politicamente e tecnicamente complesso.

Viste le premesse, non sorprende che il bilancio, una volta presentato, abbia scontentato immediatamente tutti. Il provvedimento si inserisce infatti in un quadro economico che abbiamo già definito molto complesso, caratterizzato da un’inflazione superiore alla media dell’UE, da una bolla speculativa immobiliare che ha fatto schizzare alle stelle il costo delle abitazioni, dalle conseguenze della guerra in Ucraina su bollette e consumi e dall’incertezza legata all’imminente ingresso nell’Eurozona. Nonostante ciò, la manovra non prevede vere misure di contrasto all’inflazione e punta a fissare il deficit al 3% del PIL per rientrare nei criteri dell’Eurozona, finanziando la spesa con oltre 10 miliardi di nuovo debito nel 2026 e portando il debito pubblico a superare il 21–22% del PIL entro fine anno. La legge prevede un lieve aumento del salario minimo, che salirebbe a 620 euro mensili, e delle pensioni, ma tali incrementi risultano insufficienti a compensare l’aumento del costo della vita. Al tempo stesso vengono aumentati i contributi previdenziali e assicurativi obbligatori (pensioni, sanità, malattia e maternità): il contributo pensionistico, ad esempio, salirebbe di circa due punti percentuali, con un ulteriore aumento previsto nel corso dell’anno. Si tratta di fatto di un aumento indiretto delle tasse, che finirebbe per gravare sui cittadini in un momento economico particolarmente delicato, in cui anche poche decine di euro possono fare la differenza. 

Dal lato delle imprese, la manovra suscita forti preoccupazioni per l’aumento del costo del lavoro, che potrebbe ridurre la competitività, favorire il lavoro nero e scoraggiare gli investimenti esteri, già messi a rischio dal raddoppio della tassa sui dividendi dal 5 al 10%. Ulteriore motivo di protesta è il fatto che il bilancio sia stato approvato senza la consueta consultazione con imprenditori e sindacati. Le critiche arrivano da tutti i settori: gli imprenditori e la piccola e media impresa contestano l’aumento dei contributi e la tassazione sui dividendi; i lavoratori dipendenti temono di perdere potere d’acquisto; i pensionati giudicano insufficiente l’aumento delle pensioni minime (da 322 a 346 euro); i sindacati, pur riconoscendo gli aumenti, li considerano inferiori all’inflazione e accusano il governo di scaricare i costi sui cittadini; gli studenti guardano al futuro con crescente sfiducia; medici e infermieri protestano per i salari troppo bassi e per la distribuzione dei fondi destinati alla sanità. Anche l’opposizione è divisa: quella liberale critica l’aumento del deficit e della spesa pubblica, mentre quella populista denuncia l’insufficienza della spesa sociale e l’assenza di misure anti-inflazione. In questo contesto di diffuso malcontento, alla protesta contro la legge di bilancio si è rapidamente affiancata, sotto la guida del PP-DB, una richiesta esplicita di dimissioni del governo, che alla fine sono effettivamente arrivate.

Già il 7 novembre, con un altro lungo post su Facebook, era stato proprio Radev ad aprire le ostilità contro il budget: ‟in questo budget non c’è visione, non ci sono riforme, non ci sono incentivi per la crescita, ma il contrario – un soffocamento dell’economia e noi trascinati in una spirale di debito”.[6] Il 26 novembre, giorno in cui si sarebbe tenuta la seconda votazione per la legge di bilancio, sono iniziate le proteste con una imponente manifestazione nel cosiddetto ‟triangolo del potere” (la piazza chiusa sui tre lati dagli uffici del Parlamento – ex sede del partito Comunista – dall’edificio del Consiglio dei Ministri e dal palazzo della Presidenza della Repubblica, organizzata dai liberali del PP-DS, ma alla manifestazione hanno partecipato anche Radostin Vasilev, il leader del partito di destra nazionalista ed anti-europeista Mech, e vari sostenitori di Vazrazhdane.[7] Il 27 novembre, in risposta al malcontento popolare, il bilancio venne ritirato e sostituito con un budget rivisto, che però per l’opposizione conteneva solo modifiche cosmetiche; il 1 dicembre si tennero manifestazioni non solo a Sofia ma in molte città del paese, e questa volta la richiesta non era solo il ritiro della legge ma le dimissioni del governo, affiancando alle proteste contro il bilancio del 2026 quelle contro la corruzione, con una nutrita partecipazione anche da parte degli studenti universitari e del personale medico e infermieristico.[8] Peevski fece pubblicare dalla pagina Facebook del suo partito un post durissimo, nel quale accusava senza mezzi termini Radev di avere ‟organizzato il pogrom”, di volere il caos nel paese e di essersi accordato con il PP-DB per far cadere il governo;[9] Vazrazhdane, invece, temendo di essere del tutto scavalcato decideva di unirsi alla manifestazione ma solo dopo la conclusione di quella organizzata da loro davanti alla Banca nazionale, come al solito contro l’Euro. Radev fece sentire ancora la sua voce, sempre via social, dichiarando che i bulgari avevano scelto, e che lui era con loro.[10] Il giorno dopo, 11 dicembre, il governo si dimette. Peevski dichiara che il vero vincitore non è ‟la coalizione di Soros”, ovvero il PP-DS, ma ‟qualcun altro” ovvero, anche se non lo nomina, Radev, mentre da alcuni giorni i suoi sostenitori manifestano in tutta la Bulgaria ‟contro l’odio”, con più bandiere europee che bulgare;[11] il 12 il leader di Vazrazhdave, Kostadin Kostadinov, tenta di sfruttare il caos che si è venuto a creare proponendo di posticipare l’ingresso nell’Euro di un anno per cause di forza maggiore.[12] Da Bruxelles, ovviamente, fanno sapere che non è possibile, ma Vazrazhdane riacquista una buona visibilità dopo essere passato in secondo piano durante l’ultima ondata di proteste.[13]

La situazione politica resta in apparenza priva di soluzioni. Le consultazioni tra Radev e i leader dei partiti, per provare a formare un nuovo governo senza ricorrere a elezioni anticipate, con l’Euro in arrivo nel giro di nemmeno due settimane, si stanno rivelando futili. Nessun partito è disposto a formare nuove coalizioni e l’ostilità tra le forze politiche, e tra esse e la Presidenza, pare insormontabile. Radev è accusato da tutti di aver fatto precipitare la situazione per presentarsi alle prossime elezioni come l’unico politico in grado di salvare il paese, il che è certamente un’ipotesi molto verosimile ma non si capisce chi farebbe parte della sua squadra e che colore avrebbe la sua proposta politica. 

Il 2026 si annuncia nel peggiore dei modi: l’ingresso nell’Eurozona doveva rappresentare il culmine trionfale di anni di crescita economica e progresso civile, ma al momento pare annunciare ben altro.

Note

[1] https://www.reuters.com/business/energy/bulgaria-has-one-month-gasoline-supplies-us-sanctions-loom-state-reserve-agency-2025-11-11/

[2] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1360659268758740

[3] https://www.focus-news.net/novini/Bylgaria/Iliyana-Iotova-Tova-koeto-se-sluchi-na-7-noemvri-mozhe-da-supernichi-na-piesa-na-Samyuul-Beket-2783539

[4] https://www.bulnews.bg/article/497839

[5] https://ofac.treasury.gov/media/934756/download?inline

[6] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1356577769166890

[7] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/1016436-grazhdani-protestirat-protiv-byudzheta-za-2026-g-v-sofiya

[8] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1019432-protesti-v-sofiya-i-v-stranata-bezreditsi-v-kasnite-chasove-v-stolitsata

[9] https://www.facebook.com/photo?fbid=1388404912646629&set=a.472263154260814

[10] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1382016656623001?ref=embed_post

[11] https://glasove.com/novini/peevski-za-ostavkata-pechelivshiyat-e-drug-ne-pp-db-da-idva-oshte-dnes

[12] https://glasove.com/novini/kostadinov-vnasyame-reshenie-za-otlagane-na-evrozonata-zaradi-forsmazhorni-obstoyatelstva

[13] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1026851-ek-resheniyata-za-vlizaneto-na-balgariya-v-evrozonata-sa-prieti-i-ostavat-v-sil

Fonte

25/12/2025

Bulgaria, una crisi senza uscita (parte prima). Cinque anni di instabilità e il collasso della politica

di Francesco Dall’Aglio

Le dimissioni del governo bulgaro, avvenute l’11 dicembre sull’onda di una serie di manifestazioni molto partecipate a Sofia e in molte altre città, sono l’ultimo atto di una crisi politica che si trascina da anni e che negli ultimi mesi, complice una serie di motivi, si è trasformata in una tempesta perfetta per l’esecutivo e per l’intera politica bulgara. Provocate dalle proteste contro la nuova legge di bilancio per il 2026, approvata in maniera poco rituale e che sembra essere riuscita a scontentare tutte le parti sociali, le proteste si sono innestate su una serie di altre istanze che preoccupano la popolazione: una insoddisfazione generalizzata nei confronti della classe politica, pesanti accuse di corruzione a membri importanti dell’esecutivo, l’aumento dell’inflazione e del costo della vita, inclusa una bolla del mercato immobiliare che sta aumentando a dismisura il costo delle abitazioni, l’entrata in vigore dell’Euro il 1 gennaio 2026, la spaccatura dell’opinione pubblica sul conflitto in Ucraina, le sanzioni trumpiane alla Lukoil e la preoccupazione per la sorte della raffineria di Burgas, che fornisce da sola l’80% del carburante della Bulgaria, e non ultimo un complesso sistema di inimicizie politiche e personali, e di sabotaggi reciproci, tra la Presidenza della repubblica guidata da Rumen Radev, il governo guidato da Boijko Borisov e l’opposizione, sia quella liberale che quella nazionalista.

Il tutto in un Paese fondamentale per il “fianco sud-est” della NATO, non solo dal punto di vista della posizione geografica ma soprattutto per la produzione bellica: è infatti l’unico paese dell’ex-Patto di Varsavia ad aver mantenuto una linea di produzione per i proiettili d’artiglieria sovietici, che sono stati fondamentali per garantire potenza di fuoco all’Ucraina nella prima fase del conflitto, e recentemente la Rheinmetall ha deciso di investirvi massicciamente in nuove linee di produzione sia per i proiettili d’artiglieria calibro NATO che per la produzione di polvere da sparo, uno dei punti deboli dell’industria militare europea.[1] Non tutti, sia tra i cittadini che tra i partiti politici, sono d’accordo col ruolo di prima linea che nelle intenzioni della NATO e dell’UE la Bulgaria dovrebbe giocare nel conflitto ucraino e nel successivo potenziamento militare europeo, il che contribuisce a rendere la situazione ancor più volatile di quanto già non sia.

Questa crisi ha raggiunto il punto di non ritorno quest’anno, ma è da tempo che la Bulgaria non riesce ad esprimere un governo stabile e che il malcontento della popolazione dei confronti della classe politica cresce. Possiamo fissarne l’inizio al 9 luglio 2020, quando si è tenuta la prima manifestazione contro l’esecutivo di Bojko Borisov, leader del partito conservatore GERB e personaggio molto noto, che guidava il paese dal 2016 e il cui governo era stato coinvolto in una lunga serie di scandali. Le manifestazioni contro di lui e in generale contro la corruzione erano proseguite letteralmente ogni giorno fino alla scadenza del suo mandato nell’aprile 2021, ma chi sperava che nuove elezioni avrebbero riportato il paese alla normalità si è dovuto ricredere perché da allora non è stato possibile formare una maggioranza di governo che restasse in carica per più di un anno. Dal 2021 si è andati alle urne 7 volte (3 nel 2021, 1 nel 2022, 1 nel 2023 e 2 nel 2024), senza contare le elezioni che si terranno a breve, e la percentuale dei votanti disillusi è cresciuta progressivamente fino ad arrivare, alle ultime elezioni, a percentuali di astensione superiori al 65%.

Nessuno schieramento è riuscito a creare una coalizione di governo stabile, né le formazioni politiche nate dalle manifestazioni e basate sostanzialmente sulla protesta e l’anticorruzione, né i liberali ‟europeisti” né la sinistra né la destra nazionalista, in crescita nei sondaggi ma ben lontana dai numeri necessari.

Un panorama politico dunque estremamente volatile, con alleanze opportunistiche e transitorie e coalizioni pronte a spaccarsi alla minima difficoltà. Emblematico a questo proposito è il caso del governo appena dimessosi, che a sua volta è la conseguenza del fallimento della coalizione uscita vittoriosa dalle elezioni dell’aprile 2023, le prime di quell’anno, formata dall’intramontabile GERB di Borisov e dai liberali di ‟Continuiamo il Cambiamento – Bulgaria Democratica” (PP-DS) guidati da Kiril Petkov (già Primo Ministro dal dicembre 2021 all’agosto 2022) e Asen Vasilev, entrambi economisti. Si tratta di due partiti che hanno ben poco in comune: conservatore e populista uno, liberale l’altro, erano riusciti comunque a trovare un modus vivendi in nome dell’Unione Europea, dell’ingresso nell’Euro e del sostegno all’Ucraina.

Era stato deciso che la carica di Primo Ministro sarebbe stata assegnata a rotazione tra i due partiti, toccando prima a Nikolai Denkov (PP-DB) con Mariya Gabriel come vice, per poi invertire i ruoli dopo nove mesi. Alla scadenza del termine di Denkov, però, le tensioni tra i due partiti, già presenti fin dall’inizio, esplosero facendo naufragare il passaggio di consegne e portando nuovamente il paese ad elezioni anticipate nel giugno 2024. Da quel momento i rapporti tra GERB e PP-DS si guastarono, e peggiorarono sempre più. Le elezioni del 9 giugno 2024 videro sempre GERB come primo partito, ma non fu possibile formare una maggioranza anche perché il Presidente della Repubblica Rumen Radev (eletto come indipendente ma con l’appoggio del Partito Socialista nel 2017 e al suo secondo mandato) aveva fatto largo uso dei suoi poteri di veto, attirandosi notevoli critiche ma anche l’appoggio di chi, a sinistra come a destra, continuava a identificare GERB come il simbolo della corruzione e del malgoverno, e Borisov come un personaggio pericoloso per la democrazia. Nuove elezioni furono fissate per il 27 ottobre 2024 e tra accuse di brogli e compravendite di voti GERB si trovò ancora una volta primo partito e ancora una volta impossibilitato a governare da solo. Per non ricorrere un’altra volta alle elezioni anticipate si formò una complessa maggioranza che vedeva insieme GERB, il Partito Socialista – Sinistra Unita (BSP, ma alcune delle formazioni minori lo abbandonarono non volendo collaborare con GERB), e il partito populista anti-corruzione ITN con PP-DB all’opposizione insieme (o meglio contro) i partiti nazionalisti Vazrazhdane (Risorgimento), Mech e Velichie, tutti e tre su posizioni sovraniste ed anti-europeiste.

La coalizione restava comunque fragile e per rinforzarla furono avviate consultazioni con quello che è spesso stato in passato l’ago della bilancia della politica bulgara, il partito centrista e storicamente espressione del voto della minoranza turca Movimento per i Diritti e le Libertà (DPS), che si era però da pochissimo spaccato in due tronconi a causa di una profonda crisi interna dovuta in gran parte all’ascesa al suo interno di Delyan Peevski, coinvolto in una infinità di scandali fin dal suo debutto sulla scena politica nel 2001 e dal 2021 sotto sanzioni statunitensi per ‟significativi atti di corruzione” in base al cosiddetto ‟Magnitsky Act”.[2] Nell’ottobre 2023 Peevski era diventato vicepresidente del gruppo parlamentare del DPS insieme a Mustafa Sali Karadayi (la carica di presidente era attribuita ad honorem ad Ahmed Dogan, fondatore del partito nel 1990), schierandosi da subito su posizioni europeiste ed anti-russe e litigando, nei mesi successivi, con tutte le personalità politiche di governo e opposizione, incluso il Presidente della Repubblica. Il 7 novembre 2023 Karadayi si dimise dalla carica per motivi personali, lasciando Peevski unico vicepresidente, e 10 giorni dopo annunciò la sua intenzione di candidarsi a presidente del partito incassando anche l’appoggio di Dogan che però, vista una significativa fronda all’interno del partito, successivamente decise di mantenere la doppia vicepresidenza affiancandogli l’ex-ministro Dzhevdet Chakarov.[3] Il 27 agosto 2024, a due mesi dalle elezioni, Peevski e parte del suo gruppo vennero espulsi dal partito, probabilmente su iniziativa di Dogan. Peevski, che da candidato indipendente non avrebbe avuto alcuna speranza di essere eletto, fece ricorso, riuscì a prendere il controllo del sito web del partito e si presentò all’opinione pubblica come il vero continuatore dell’opera del DPS, chiamando la sua formazione DPS-NN, ‟DPS-Nuovo Inizio”.[4]

Il 2 settembre sia lui che Chakarov presentarono le loro liste, entrambe sotto la sigla DPS: Peevski riuscì a presentarla per primo avvalendosi della possibilità di farlo elettronicamente, e non personalmente allo sportello della commissione elettorale, registrando così la sua candidatura alle 00.05 all’insaputa di Chakarov che consegnò firme e richiesta all’apertura dell’ufficio. Il Tribunale amministrativo al quale entrambi fecero ricorso riconobbe dunque che Peevski aveva presentato la lista per primo, e un altro tribunale stabilì che la sua espulsione dal partito era stata irregolare, consentendogli così di utilizzare nome, simbolo e strutture del DPS; Chakarov abbandonò il partito per formare l’Alleanza per i Diritti e le Libertà (il simbolo dei due partiti e diverso ma la sigla è quasi uguale, АПС per Chakarov e ДПС per Peevski, ma la A di АПС è resa graficamente in maniera estremamente simile alla Д, cosicché a prima vista i nomi dei due partiti, complici anche colore e font uguali, sono indistinguibili).

Note 

[1] https://www.novinite.com/articles/234154/Defense+Minister%3A+New+Factory+Will+Turn+Bulgaria+into+Key+NATO+and+EU+Ammunition+Supplier

[2] https://home.treasury.gov/news/press-releases/jy0208

[3] https://www.mediapool.bg/po-narezhdane-na-dogan-dps-izbra-peevski-i-chakarov-za-lideri-news356539.html

[4] https://boulevardbulgaria.bg/articles/shte-ima-li-dps-dogan-i-dps-peevski-v-byuletinata-na-izborite-na-27-oktomvri

Fonte

15/12/2025

Bulgaria - La crisi è più radicata di come appare

di Francesco Dall'Aglio

Da qualche giorno sto leggendo una serie di interpretazioni diciamo fantasiose sulle proteste di piazza in Bulgaria, che vanno dalla lotta di popolo contro la tirannia dell'Unione Europea all'ennesimo "schiaffo a Putin" alla rivoluzione colorata (contro un governo stabilmente nell'Unione Europea, nella NATO e che dal 1 gennaio passerà all'Euro), il tutto accompagnato dall'immancabile "non ce lo diconoooooo". Che "non ce lo dicano" è abbastanza ovvio, visto che storicamente gli esteri sono il punto debole delle redazioni italiane, che non ci sono mazzate o scontri con la polizia, che nessuno ha mai avuto idea di cosa succede in Bulgaria e che, appunto, non puoi interpretare le proteste come pro/contro l'UE o pro/contro Putin.

Prima di tutto, queste proteste non c'entrano niente con quelle di qualche tempo fa contro l'Euro: quelle erano organizzate dai partiti della destra nazionalista/populista, primo fra tutti "Възраждане" ("Risorgimento", VZ), queste sono organizzate dal partito liberale/europeista "Продължаваме промяната – Демократична България" ("Continuiamo il cambiamento - Bulgaria democratica", PP-DB - in realtà è una coalizione di due partiti ma facciamola breve) contro la legge di bilancio per il 2026 varata dal governo di Bojko Borisov, leader del partito di centrodestra GERB, e Delyan Peevski, leader del partito di centro DPS-NN (e per questo, si dice, ancora a piede libero e non rinchiuso nelle patrie galere). PP-DB ce l'ha a morte con Borisov: dopo le elezioni del 2023 sono andati al governo insieme ma nel giro di nemmeno un anno la coalizione è crollata, Borisov si è alleato con il chiacchieratissimo Peevski e si è andati a elezioni anticipate a giugno 2024, dalle quali è emerso il governo attuale GERB, DPS-NN e BSP (il partito socialista), con PP-DB fuori dal governo e smanioso di vendetta, perché l'ingresso nell'Euro, storico cavallo di battaglia, sarebbe avvenuto senza di loro. Ai due litiganti dobbiamo aggiungere il terzo, il Presidente della repubblica Rumen Radev (centrosinistra), che odia entrambi (soprattutto Borisov) e da entrambi è odiato - in molti sperano, o temono, che alla scadenza del mandato presidenziale, l'anno prossimo, formi un partito ed entri in politica.

Questo è il quadro di partenza, che a noi italiani ricorda gli anni ruggenti del pentapartito. Le manifestazioni di questi giorni, abbiamo detto, sono contro la nuova legge di bilancio approvata dal governo, che ha scontentato tutti perché, in un quadro economico dominato da un'inflazione abbastanza alta (più della media UE), una bolla speculativa immobiliare che ha fatto schizzare alle stelle il costo delle abitazioni, i problemi derivanti dalla guerra in Ucraina e l'incertezza dovuta all'imminente ingresso nell'Euro, non contiene nessuna misura anti-inflattiva, prevede 10 miliardi di nuovo debito e, anche se aumenta di poco il salario minimo (620 €) e le pensioni, aumenta anche dell'1-2% i contributi previdenziali e pensionistici, ovvero aumenta le tasse in maniera indiretta - perché tenerle basse è fondamentale per attirare gli investimenti esteri, il disavanzo lo pagheranno i cittadini. Certo si tratta di aumenti contenuti, ma in questa congiuntura economica anche una ventina di euro possono pesare (soprattutto perché non si sa cosa succederà di qui a qualche settimana). Gli imprenditori protestano per l'aumento del costo del lavoro, i dipendenti per l'aumento dei contributi, i pensionati perché l'aumento delle pensioni è molto basso, i sindacati perché il salario minimo è inferiore a quanto volevano, gli studenti perché temono per il futuro, medici e infermieri perché li pagano troppo poco e contestano la distribuzione dei fondi destinati alla sanità, e insomma tutti sono scontenti e soprattutto sono scontenti del governo, perché alla protesta contro la legge di bilancio si è affiancata molto presto, e sempre guidata da PP-DB, l'esplicita richiesta di dimissioni, che alla fine sono arrivate ieri. VZ, forse sorpreso dagli eventi, si è affrettato a partecipare ma la piazza non è sua (per dire, il 10 dicembre hanno organizzato la solita manifestazione anti-Euro davanti alla banca nazionale un paio d'ore prima dell'appuntamento fissato per la manifestazione contro il governo, annunciando che "sarebbero confluiti" dopo aver finito la loro).

La legge di bilancio è stata ritirata, il governo si è dimesso, ma non è chiaro cosa succederà adesso. Stando ai risultati delle elezioni del 2024 PP-DB e VZ sono il terzo e quarto partito, con una differenza percentuale irrisoria (13.92% e 13.38%), ma non hanno i numeri per formare un governo. Ovviamente non collaborerebbero con GERB e DPS-NN, e quasi sicuramente nemmeno con i socialisti (che comunque avevano il 6.85%), per non parlare degli altri partitini, che siano al governo (ITN, 5.79%) o meno. Lunedì Radev (soddisfattissimo, va detto) inizierà le consultazioni, ma le prospettive sono piuttosto fosche. A 20 giorni dall'ingresso nell'Eurozona la Bulgaria è sostanzialmente senza governo ed eventuali elezioni anticipate non potrebbero comunque essere organizzate immediatamente, senza contare che ormai a votare, dopo 7 elezioni in 4 anni, non ci va quasi più nessuno (alle ultime ha votato il 34.43% degli aventi diritto). Il problema è molto più profondo di Euro/no Euro, Putin/no Putin o Generazione Z/boomer.

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