Oggi si svolgono le elezioni in Austria dove, come avvenuto in Germania, si attende una crescita del partito della destra Fpo che potrebbe andare al Governo.
Più di sei milioni di elettori sono chiamati alle urne per rinnovare i 183 seggi del Nationalrat, la camera bassa del Parlamento di Vienna.
Il favorito, nelle intenzioni di voto, è appunto il Partito della Libertà (FPOe, formazione di estrema destra) al 27%, seguito dal Partito Popolare Austriaco (OeVP), del cancelliere Karl Nehammer, al 25%. Il Partito Socialdemocratico (SPOe) potrebbe ottenere il 21% dei consensi e i Verdi, come in Germania parte della coalizione del governo uscente nei sondaggi hanno il 9% .
L’immigrazione è stato un tema centrale della campagna elettorale dove il FPOe di Herbert Kickl intende dare un giro di vite accelerando il rimpatrio degli immigrati nei loro Paesi d’origine.
L’OeVP (Partito Popolare) potrebbe però prendere in considerazione la possibilità di entrare in coalizione con il partito di estrema destra se Kickl fosse disposto a lasciare a un altro l’incarico di primo ministro.
Nel caso di una vittoria dell’OeVP, una coalizione con l’FPOe potrebbe essere più probabile: i due partiti hanno già governato insieme in passato, e le loro posizioni – soprattutto in materia di economia e immigrazione – non sono molto distanti.
Se il quadro generale, negativo, è quello di uno spostamento dell’asse politico verso destra, in Austria c’è anche una novità importante.
Il Partito Comunista Austriaco (KPO), è assente dal Parlamento dal 1959, ma è dato nei sondaggi sopra la soglia di sbarramento del 4%, e potrebbe quindi ritornare a pesare nel sistema politico austriaco, in controtendenza rispetto allo spostamento a destra.
Negli ultimi anni il KPO è cresciuto tanto da conquistare la città di Graz nel 2021 e da crescere in diversi Land, in particolare in Stiria e nel Salisburghese, dove ha ottenuto oltre l’11% nelle elezioni del 23 aprile 2023, pescando principalmente dall’astensione e riavvicinando le classi popolari alla partecipazione politica.
Il suo programma per le elezioni parlamentari di domani si basa su 4 punti chiari:
- Tetto massimo agli affitti, un moderno equo canone
- Ritorno integrale alla sanità pubblica, contro le privatizzazioni
- Neutralità dell’Austria e rifiuto delle politiche belliciste di Nato e Unione Europea
- Attacco ai privilegi dei politici stabilendo un tetto massimo ai loro stipendi
Il KPO ha indicato quindi una strategia e un programma sottoscrivibile da chiunque abbia chiaro che per battere le destre non è utile legarsi al centro sinistra, co-responsabile delle politiche antipopolari e dell’escalation bellica, ma che un’altra strada c’è e, come nel caso della Germania, sembra funzionare.
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29/09/2024
11/04/2022
Guerra in Ucraina - Missili sulle infrastrutture militari ucraine. Visita a sorpresa del cancelliere austriaco a Mosca
In previsione della escalation bellica nel sud ovest dell’Ucraina, continuano i bombardamenti missilistici russi sulle infrastrutture ucraine in diverse città.
Il fronte militare
L’aeroporto di Dnipro è stato bombardato. Missili russi Kalibr ad alta precisione sono stati lanciati dal mare sulla struttura a sud della città di Dnipropetrovsk distruggendo le attrezzature di una divisione missilistica antiaerea S-300 fornita all’Ucraina dalla Slovacchia, depositata in un hangar. Quindici giorni fa, il primo ministro slovacco Eduard Heger aveva confermato la consegna del sistema antimissile S-300 a Kiev. La consegna delle armi era segreta. La Slovacchia è diventata il primo stato membro della NATO a donare tali armi all’Ucraina.
Durante la notte, missili hanno distrutto una base di riparazione di armi e attrezzature militari delle forze di difesa aerea ucraine vicino al villaggio di Velyka Novoselovka. Bombardati due depositi di munizioni vicino a Mykolaiv e Zhovtenivka, e un radar del sistema missilistico terra-aria S-300 vicino a Uspenivka.
“La battaglia per il Donbass durerà diversi giorni e durante questi giorni le nostre città potrebbero essere completamente distrutte”, è la previsione di Serguii Gaidai, il governatore ucraino della regione di Lugansk nel Donbass. ”Lo scenario di Mariupol può essere ripetuto nella regione di Luhansk”, ha aggiunto, riferendosi alla città portuale nel sud-est dell’Ucraina assediata dalla fine di febbraio dalle forze russe.
A Mariupol i combattimenti sono sempre più intensi e le forze russe sono riuscite a conquistare nuovo terreno. La città portuale ucraina, è assediata ormai da settimane. I miliziani ucraini – circa 3.000 – si trovano divisi in due sacche ed asserragliati nel porto e nell’acciaieria Azovstal. Il porto di Mariupol è stato liberato all’80%, ha detto Eduard Basurin, rappresentante della Milizia popolare della Repubblica popolare di Donetsk, informando di essere anche riusciti a liberare i 47 marinai stranieri presi in ostaggio dai miliziani ucraini su tre navi ancorate nell porto.
Le forze russe in Ucraina hanno “liquidato uno dei peggiori leader del cosiddetto corpo di volontari Pravy Sektor, nel corso di un’operazione a cinque chilometri a Sud della città di Izyum”. Lo ha annunciato in un comunicato il ministero della Difesa di Mosca. Si tratta di Taras Bobanich, che secondo la Russia era “leader del gruppo neo-nazista a Leopoli, che si era unito a Pravy Sektor (Settore Destro) nel novembre 2013”. Il ministero della Difesa sostiene che Bobanich, tra le altre cose, nel 2014 “ha dato personalmente ordine di attaccare con armi pesanti le zone residenziali di Donetsk e Lugansk”.
Nella notte le sirene per allarme attacco aereo sono suonate in alcune città ucraine, da Kiev a Odessa, Dnipro e Leopoli.
L’esercito russo ha attaccato nella notte un’altra stazione ferroviaria nell’est dell’Ucraina, ma non ci sono state vittime. Lo ha fatto sapere il presidente della rete ferroviaria ucraina, Oleksandr Kamyshin, secondo quanto riferisce Ukrinform. “Stanotte, un’altra stazione ferroviaria nell’est del paese è stata presa di mira dalle truppe russe”, ha detto Kamyshin, precisando che “non ci sono vittime né tra i cittadini né tra i ferrovieri. Cinque locomotive e binari sono stati danneggiati”.
Il cancelliere austriaco, dopo Kiev, arriva a Mosca
Iniziativa diplomatica a sorpresa del cancelliere austriaco Karl Nehammer, il quale dopo aver visitato l’Ucraina sabato, è atteso oggi a Mosca per incontrare il presidente russo Vladimir Putin. Si tratta della prima visita di un capo di stato europeo in Russia dall’inizio dell’invasione.
La visita, fanno sapere da Vienna, è stata concordata con la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Nehammer è già partito per Mosca dove arriverà passando prima dalla Turchia e l’incontro con Putin è fissato per la giornata odierna alle 14 (ora italiana). Annunciando la visita, Nehammer ha detto di aspettarsi critiche solo dalla Polonia e dagli Stati baltici e che non vuole sopravvalutare il ruolo dell’Austria, ma si offre come mediatore neutrale. Karl Nehammer ha detto che intende “fare tutto il possibile per assicurare che si facciano passi verso la pace”, pur riconoscendo che le possibilità di raggiungere questo obiettivo sono scarse. Questo viaggio a Mosca è “una missione rischiosa” ma anche una “finestra di opportunità per il dialogo”, ha spiegato, ritenendo che sia necessaria una “diplomazia personale”. L’Austria, come la Germania, è fortemente dipendente dalle forniture di gas russo e non possiede sbocchi sul mare.
I ministri degli esteri dell’Ue, riuniti in Lussemburgo, devono discutere oggi un sesto pacchetto di sanzioni contro Mosca, ma anche questo non riguarderà gli acquisti di petrolio e gas russo.
Fonte
Il fronte militare
L’aeroporto di Dnipro è stato bombardato. Missili russi Kalibr ad alta precisione sono stati lanciati dal mare sulla struttura a sud della città di Dnipropetrovsk distruggendo le attrezzature di una divisione missilistica antiaerea S-300 fornita all’Ucraina dalla Slovacchia, depositata in un hangar. Quindici giorni fa, il primo ministro slovacco Eduard Heger aveva confermato la consegna del sistema antimissile S-300 a Kiev. La consegna delle armi era segreta. La Slovacchia è diventata il primo stato membro della NATO a donare tali armi all’Ucraina.
Durante la notte, missili hanno distrutto una base di riparazione di armi e attrezzature militari delle forze di difesa aerea ucraine vicino al villaggio di Velyka Novoselovka. Bombardati due depositi di munizioni vicino a Mykolaiv e Zhovtenivka, e un radar del sistema missilistico terra-aria S-300 vicino a Uspenivka.
“La battaglia per il Donbass durerà diversi giorni e durante questi giorni le nostre città potrebbero essere completamente distrutte”, è la previsione di Serguii Gaidai, il governatore ucraino della regione di Lugansk nel Donbass. ”Lo scenario di Mariupol può essere ripetuto nella regione di Luhansk”, ha aggiunto, riferendosi alla città portuale nel sud-est dell’Ucraina assediata dalla fine di febbraio dalle forze russe.
A Mariupol i combattimenti sono sempre più intensi e le forze russe sono riuscite a conquistare nuovo terreno. La città portuale ucraina, è assediata ormai da settimane. I miliziani ucraini – circa 3.000 – si trovano divisi in due sacche ed asserragliati nel porto e nell’acciaieria Azovstal. Il porto di Mariupol è stato liberato all’80%, ha detto Eduard Basurin, rappresentante della Milizia popolare della Repubblica popolare di Donetsk, informando di essere anche riusciti a liberare i 47 marinai stranieri presi in ostaggio dai miliziani ucraini su tre navi ancorate nell porto.
Le forze russe in Ucraina hanno “liquidato uno dei peggiori leader del cosiddetto corpo di volontari Pravy Sektor, nel corso di un’operazione a cinque chilometri a Sud della città di Izyum”. Lo ha annunciato in un comunicato il ministero della Difesa di Mosca. Si tratta di Taras Bobanich, che secondo la Russia era “leader del gruppo neo-nazista a Leopoli, che si era unito a Pravy Sektor (Settore Destro) nel novembre 2013”. Il ministero della Difesa sostiene che Bobanich, tra le altre cose, nel 2014 “ha dato personalmente ordine di attaccare con armi pesanti le zone residenziali di Donetsk e Lugansk”.
Nella notte le sirene per allarme attacco aereo sono suonate in alcune città ucraine, da Kiev a Odessa, Dnipro e Leopoli.
L’esercito russo ha attaccato nella notte un’altra stazione ferroviaria nell’est dell’Ucraina, ma non ci sono state vittime. Lo ha fatto sapere il presidente della rete ferroviaria ucraina, Oleksandr Kamyshin, secondo quanto riferisce Ukrinform. “Stanotte, un’altra stazione ferroviaria nell’est del paese è stata presa di mira dalle truppe russe”, ha detto Kamyshin, precisando che “non ci sono vittime né tra i cittadini né tra i ferrovieri. Cinque locomotive e binari sono stati danneggiati”.
Il cancelliere austriaco, dopo Kiev, arriva a Mosca
Iniziativa diplomatica a sorpresa del cancelliere austriaco Karl Nehammer, il quale dopo aver visitato l’Ucraina sabato, è atteso oggi a Mosca per incontrare il presidente russo Vladimir Putin. Si tratta della prima visita di un capo di stato europeo in Russia dall’inizio dell’invasione.
La visita, fanno sapere da Vienna, è stata concordata con la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Nehammer è già partito per Mosca dove arriverà passando prima dalla Turchia e l’incontro con Putin è fissato per la giornata odierna alle 14 (ora italiana). Annunciando la visita, Nehammer ha detto di aspettarsi critiche solo dalla Polonia e dagli Stati baltici e che non vuole sopravvalutare il ruolo dell’Austria, ma si offre come mediatore neutrale. Karl Nehammer ha detto che intende “fare tutto il possibile per assicurare che si facciano passi verso la pace”, pur riconoscendo che le possibilità di raggiungere questo obiettivo sono scarse. Questo viaggio a Mosca è “una missione rischiosa” ma anche una “finestra di opportunità per il dialogo”, ha spiegato, ritenendo che sia necessaria una “diplomazia personale”. L’Austria, come la Germania, è fortemente dipendente dalle forniture di gas russo e non possiede sbocchi sul mare.
I ministri degli esteri dell’Ue, riuniti in Lussemburgo, devono discutere oggi un sesto pacchetto di sanzioni contro Mosca, ma anche questo non riguarderà gli acquisti di petrolio e gas russo.
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25/07/2020
Recovery Fund, per l’Italia i conti non tornano
Girano molte chiacchiere sul Recovery Fund. Specie nelle dichiarazioni della miserabile classetta politico-parlamentare, sia – soprattutto – nei media mainstream italiani.
Capiamo, anche se non condividiamo, che alcuni non si fidino della nostra analisi di questo “accordo epocale”. Ma almeno informatevi correttamente! E se proprio non volete credere a noi, leggete cosa scrive uno dei migliori analisti economici in circolazione.
Su TeleBorsa, mica sul Quotidiano del Popolo...
di Guido Salerno Aletta
Nero su bianco, a Bruxelles, hanno deciso solo i “rebates” per la Germania ed i Paesi Frugali.
Del “successone italiano”, ben 209 miliardi di fondi europei tra contributi e prestiti, che a detta di tanti sarebbe stato riportato nell’ambito della Decisione del Consiglio europeo del 21 luglio, non c’è traccia nei documenti ufficiali.
È una lettura impegnativa, ma certamente istruttiva.
In sintesi, il Consiglio ha approvato sia il Piano straordinario volto a fronteggiare le conseguenze dell'epidemia di coronavirus, il Recovery Fund che è stato ridenominato Next Generation UE (NGUE), sia il quadro finanziario dell’Unione per il periodo 2021-2027.
Il NGUE è rimasto formalmente di 750 miliardi da suddividere tra i vari Paesi: ma, mentre secondo la proposta iniziale della Commissione si trattava di 500 miliardi per trasferimenti a fondo perduto (grant) e di 250 miliardi per prestiti (loan), ora la quota relativa al Recovery and Resilience Facility (RRF) è stata ridotta a 672,5 miliardi, di cui 360 miliardi per prestiti e 312,5 miliardi per trasferimenti a fondo perduto.
La differenza di 77,5 miliardi è stata destinata a Programmi di spesa specifici (ReactE per 47,5 miliardi, Horizon Europe per 5 miliardi, InvestEU per 5,6 miliardi, Rural Development per 7,5 miliardi, Just Transition Fund (JTF) per 10 miliardi, RescEU per 1,9 miliardi).
In pratica, si tratta di extra finanziamenti di programmi già riferibili al Quadro Finanziario pluriennale 2021-2027.
La Commissione europea è stata autorizzata a finanziarsi sul mercato dei capitali per l’ammontare complessivo di 750 miliardi di euro, che erogherà agli Stati in ragione di 360 miliardi come prestiti e di 390 miliardi come trasferimenti.
La copertura finanziaria è assicurata dalla decisione di procedere all’aumento delle entrate proprie dell’Unione per un ammontare esattamente corrispondente alla somma richiesta al mercato, i citati 750 miliardi del NGUE: serve un extra contributo straordinario da parte degli Stati aderenti, pari allo 0,6% del PIL: si porta così il limite massimo del contributo annuo complessivo all’1,46% del PIL dell’Unione.
Si comincia aumentando le tasse il 1° gennaio 2021, con un prelievo di 0,80 euro per chilogrammo sui rifiuti di plastica non riciclati. Nel primo semestre del 2021 sarà introdotto un “carbon border adjustment mechanism”. Una tassa sul digitale dovrebbe essere imposta al più tardi entro il 1° gennaio 2023. In prospettiva, c’è anche l’ipotesi di tassare le transazioni finanziarie (Financial Transaction Tax).
L’aumento straordinario delle risorse proprie, per l’ammontare dello 0,6% del PIL dell’Unione, è finalizzato anche al rimborso anticipato al mercato dei 360 miliardi di loan previsti nel RRF. A garanzia dei prestatori di capitale, questo aumento viene previsto fino al 2048, anno in cui si presume che saranno stati completati tutti i rimborsi da parte degli Stati beneficiari dei prestiti.
Non ci sono i dati relativi alla disaggregazione del RRF tra i diversi Stati dell’Unione: c’è scritto solo che la allocazione avverrà sulla base dei parametri proposti dalla Commissione e che di regola la quota di loan non deve superare i 6,8% del PIL di ciascun Paese.
Per l’Italia, al momento, i conti non tornano: girano solo chiacchiere, perché non c’è neppure una parola o una cifra che ci riguarda.
Vediamo da dove eravamo partiti.
Nel Progetto di Recovery Fund predisposto dalla Commissione (750 miliardi, di cui 250 per loan e 500 miliardi per grant) si prevedevano erogazioni complessive a favore dell’Italia per 153 miliardi (di cui 81,8 miliardi per grant e 71,2 per loan), pari al 20,4% del totale da distribuire tra tutti i Paesi, pur a fronte di un contributo italiano di 96,3 miliardi al finanziamento del Fondo, pari al 12,4% del totale del Fondo, commisurato al peso del nostro PIL sul totale di quello della Unione.
Ci sarebbe stato un “vantaggio netto” di 56,7 miliardi, corrispondenti alla differenza tra contributi per 96,3 miliardi ed erogazioni per 153 miliardi.
Se ora il RRF è di soli 672,5 miliardi (e non più di 750 miliardi), continuando ad applicare all’Italia la aliquota favorevole del 20,4% nella ripartizione delle risorse, le erogazioni complessive scenderebbero a 137,2 miliardi (in luogo dei 153 miliardi ipotizzati con il Recovery Fund).
Considerando che come regola generale viene indicata una percentuale di loan non eccedente il 6,8% del PIL di ciascun Paese, l’Italia potrebbe vedersi erogare prestiti per 121 miliardi (somma pari al 6,8% del PIL del 2019).
Come si arriva allora alla cifra di 209 miliardi di erogazioni a favore dell’Italia che si legge in giro? Probabilmente deriva dalla somma tra i 127 miliardi di loan che ci verrebbero concessi (arrotondando ampiamente la aliquota massima del 6,8% del PIL) e gli 81,8 miliardi di grant che erano stati previsti per il Recovery Fund: una conclusione difficilmente credibile, visto che arriveremmo ad aggiudicaci il 31% delle risorse totali disponibili (si tratta di 209 miliardi sui 672,5 complessivi).
Se fosse vero, a fronte di un contributo di 96,3 miliardi al Fondo, l’Italia ne riceverebbe più del doppio: 209 miliardi nel complesso, di cui 127 miliardi come loan.
Peccato che non ci sia una parola, né una cifra.
Sono stati invece i Paesi frugali e la Germania a fare il pieno di sconti:
– la Germania si è fatta riconoscere uno sconto annuale sui versamenti in conto Risorse Proprie dell’Unione per 3,671 miliardi di euro, confermando in pratica la riduzione sull’IVA dallo 0,3% allo 0,15% di cui ha già beneficiato nei sette anni scorsi;
– l’Olanda ha quasi triplicato lo sconto annuale, passando dai 686 milioni di euro del 2018 a 1,921 miliardi del prossimo settennio. Il Premier Rutte ha usato l’Italia come un punching-ball;
– l’Austria è entrata, per la prima volta, nel novero dei Paesi che beneficiano degli sconti: con 565 milioni l’anno, anche il Premier Kurtz ha fatto marameo a tutti;
– la Svezia ha fatto il vero colpo gobbo: mentre nel 2018 beneficiava di uno sconto una tantum di appena 151 milioni di euro, versando risorse proprie per 3,797 miliardi di euro, si è fatta riconoscere uno sconto annuo di 1,69 miliardi di euro. Risparmierà un terzo.
Nero su bianco, a Bruxelles, hanno deciso solo i “rebates” per la Germania ed i Paesi Frugali.
Fonte
Capiamo, anche se non condividiamo, che alcuni non si fidino della nostra analisi di questo “accordo epocale”. Ma almeno informatevi correttamente! E se proprio non volete credere a noi, leggete cosa scrive uno dei migliori analisti economici in circolazione.
Su TeleBorsa, mica sul Quotidiano del Popolo...
*****
di Guido Salerno Aletta
Nero su bianco, a Bruxelles, hanno deciso solo i “rebates” per la Germania ed i Paesi Frugali.
Del “successone italiano”, ben 209 miliardi di fondi europei tra contributi e prestiti, che a detta di tanti sarebbe stato riportato nell’ambito della Decisione del Consiglio europeo del 21 luglio, non c’è traccia nei documenti ufficiali.
È una lettura impegnativa, ma certamente istruttiva.
In sintesi, il Consiglio ha approvato sia il Piano straordinario volto a fronteggiare le conseguenze dell'epidemia di coronavirus, il Recovery Fund che è stato ridenominato Next Generation UE (NGUE), sia il quadro finanziario dell’Unione per il periodo 2021-2027.
Il NGUE è rimasto formalmente di 750 miliardi da suddividere tra i vari Paesi: ma, mentre secondo la proposta iniziale della Commissione si trattava di 500 miliardi per trasferimenti a fondo perduto (grant) e di 250 miliardi per prestiti (loan), ora la quota relativa al Recovery and Resilience Facility (RRF) è stata ridotta a 672,5 miliardi, di cui 360 miliardi per prestiti e 312,5 miliardi per trasferimenti a fondo perduto.
La differenza di 77,5 miliardi è stata destinata a Programmi di spesa specifici (ReactE per 47,5 miliardi, Horizon Europe per 5 miliardi, InvestEU per 5,6 miliardi, Rural Development per 7,5 miliardi, Just Transition Fund (JTF) per 10 miliardi, RescEU per 1,9 miliardi).
In pratica, si tratta di extra finanziamenti di programmi già riferibili al Quadro Finanziario pluriennale 2021-2027.
La Commissione europea è stata autorizzata a finanziarsi sul mercato dei capitali per l’ammontare complessivo di 750 miliardi di euro, che erogherà agli Stati in ragione di 360 miliardi come prestiti e di 390 miliardi come trasferimenti.
La copertura finanziaria è assicurata dalla decisione di procedere all’aumento delle entrate proprie dell’Unione per un ammontare esattamente corrispondente alla somma richiesta al mercato, i citati 750 miliardi del NGUE: serve un extra contributo straordinario da parte degli Stati aderenti, pari allo 0,6% del PIL: si porta così il limite massimo del contributo annuo complessivo all’1,46% del PIL dell’Unione.
Si comincia aumentando le tasse il 1° gennaio 2021, con un prelievo di 0,80 euro per chilogrammo sui rifiuti di plastica non riciclati. Nel primo semestre del 2021 sarà introdotto un “carbon border adjustment mechanism”. Una tassa sul digitale dovrebbe essere imposta al più tardi entro il 1° gennaio 2023. In prospettiva, c’è anche l’ipotesi di tassare le transazioni finanziarie (Financial Transaction Tax).
L’aumento straordinario delle risorse proprie, per l’ammontare dello 0,6% del PIL dell’Unione, è finalizzato anche al rimborso anticipato al mercato dei 360 miliardi di loan previsti nel RRF. A garanzia dei prestatori di capitale, questo aumento viene previsto fino al 2048, anno in cui si presume che saranno stati completati tutti i rimborsi da parte degli Stati beneficiari dei prestiti.
Non ci sono i dati relativi alla disaggregazione del RRF tra i diversi Stati dell’Unione: c’è scritto solo che la allocazione avverrà sulla base dei parametri proposti dalla Commissione e che di regola la quota di loan non deve superare i 6,8% del PIL di ciascun Paese.
Per l’Italia, al momento, i conti non tornano: girano solo chiacchiere, perché non c’è neppure una parola o una cifra che ci riguarda.
Vediamo da dove eravamo partiti.
Nel Progetto di Recovery Fund predisposto dalla Commissione (750 miliardi, di cui 250 per loan e 500 miliardi per grant) si prevedevano erogazioni complessive a favore dell’Italia per 153 miliardi (di cui 81,8 miliardi per grant e 71,2 per loan), pari al 20,4% del totale da distribuire tra tutti i Paesi, pur a fronte di un contributo italiano di 96,3 miliardi al finanziamento del Fondo, pari al 12,4% del totale del Fondo, commisurato al peso del nostro PIL sul totale di quello della Unione.
Ci sarebbe stato un “vantaggio netto” di 56,7 miliardi, corrispondenti alla differenza tra contributi per 96,3 miliardi ed erogazioni per 153 miliardi.
Se ora il RRF è di soli 672,5 miliardi (e non più di 750 miliardi), continuando ad applicare all’Italia la aliquota favorevole del 20,4% nella ripartizione delle risorse, le erogazioni complessive scenderebbero a 137,2 miliardi (in luogo dei 153 miliardi ipotizzati con il Recovery Fund).
Considerando che come regola generale viene indicata una percentuale di loan non eccedente il 6,8% del PIL di ciascun Paese, l’Italia potrebbe vedersi erogare prestiti per 121 miliardi (somma pari al 6,8% del PIL del 2019).
Come si arriva allora alla cifra di 209 miliardi di erogazioni a favore dell’Italia che si legge in giro? Probabilmente deriva dalla somma tra i 127 miliardi di loan che ci verrebbero concessi (arrotondando ampiamente la aliquota massima del 6,8% del PIL) e gli 81,8 miliardi di grant che erano stati previsti per il Recovery Fund: una conclusione difficilmente credibile, visto che arriveremmo ad aggiudicaci il 31% delle risorse totali disponibili (si tratta di 209 miliardi sui 672,5 complessivi).
Se fosse vero, a fronte di un contributo di 96,3 miliardi al Fondo, l’Italia ne riceverebbe più del doppio: 209 miliardi nel complesso, di cui 127 miliardi come loan.
Peccato che non ci sia una parola, né una cifra.
Sono stati invece i Paesi frugali e la Germania a fare il pieno di sconti:
– la Germania si è fatta riconoscere uno sconto annuale sui versamenti in conto Risorse Proprie dell’Unione per 3,671 miliardi di euro, confermando in pratica la riduzione sull’IVA dallo 0,3% allo 0,15% di cui ha già beneficiato nei sette anni scorsi;
– l’Olanda ha quasi triplicato lo sconto annuale, passando dai 686 milioni di euro del 2018 a 1,921 miliardi del prossimo settennio. Il Premier Rutte ha usato l’Italia come un punching-ball;
– l’Austria è entrata, per la prima volta, nel novero dei Paesi che beneficiano degli sconti: con 565 milioni l’anno, anche il Premier Kurtz ha fatto marameo a tutti;
– la Svezia ha fatto il vero colpo gobbo: mentre nel 2018 beneficiava di uno sconto una tantum di appena 151 milioni di euro, versando risorse proprie per 3,797 miliardi di euro, si è fatta riconoscere uno sconto annuo di 1,69 miliardi di euro. Risparmierà un terzo.
Nero su bianco, a Bruxelles, hanno deciso solo i “rebates” per la Germania ed i Paesi Frugali.
Fonte
22/08/2018
Un'autostrada pubblica
(Ri)nazionalizzare?
La tragedia del crollo del ponte Morandi ha riaperto il dibattito sull'opportunità tecnica, politica ed economica di avere affidato, a partire dagli anni Novanta, la gestione di buona parte della nostra rete autostradale a concessionari privati. Secondo alcuni, le ben note criticità di quel processo di «privatizzazione» (trattandosi di una cessione ai privati della sola gestione, non delle infrastrutture) assumono rilievo anche per la sicurezza degli utenti, sempre più minacciata da manufatti bisognosi di manutenzioni straordinarie e rimpiazzi. Si parla dunque in questi giorni di rinazionalizzare la gestione della rete per sottrarre un servizio così delicato e centrale alla sola logica del profitto.
In punto politico, chi scrive si associa pienamente a questo auspicio, anche presumendo il massimo scrupolo e la massima integrità dei concessionari. Come ho argomentato illustrando il caso della distribuzione del gas naturale, il regime di concorrenza va applicato ai mercati di beni e servizi contendibili che non necessitano di regolazione e il cui malfunzionamento non metterebbe in pericolo l'intera collettività, non a quelli assoggettabili al solo monopolio, detti appunto monopoli naturali.
Forzare il mercato in questi ultimi settori equivale in tutto a forzare lo Stato nei settori naturalmente vocati alla concorrenza: è una stalinizzazione al contrario dove, nei fatti, uno o pochi operatori economici privati godono delle prerogative dominanti di uno Stato senza sobbarcarsene la missione sociale e il vincolo di rappresentanza politica, distorcendo in maniera grottesca i principi di un mercato «libero» nel solco di ciò che ho descritto altrove come «socialismo dei ricchi».
I modi per rinazionalizzare un monopolio naturale non sono semplici né scontati, e non possono comunque scindersi da più ampie politiche di spesa pubblica e, ancora più a monte, da una definizione condivisa del confine di competenze e ruoli tra Stato e «mercati». Per portare un contributo concreto alla riflessione sugli aspetti operativi di questa ipotesi, illustrerò nel seguito un caso a noi vicino di rete autostradale interamente gestita dal settore pubblico.
Il caso austriaco
L'ASFiNAG (Autobahnen- und Schnellstraßen-Finanzierungs-Aktiengesellschaft) è una società per azioni fondata nel 1982 e interamente detenuta dalla Repubblica Austriaca, il cui scopo è quello di finanziare, realizzare e gestire le strade a scorrimento veloce (Schnellstraßen) nel territorio austriaco. L'ASFiNAG si finanzia interamente con i pedaggi degli utenti e non gode di finanziamenti pubblici, né versa canoni di concessione allo Stato. Con 2.826 dipendenti, gestisce una rete di 2.223 km e diciotto autostrade, tra cui le storiche A1 lungo la direttrice est-ovest (Vienna-Walserberg, 292 km, la cui prima pietra fu posata nel 1938 da Adolf Hitler) e A2 lungo la direttrice nord-sud (Vienna-Villach, 377 km, interamente completata solo nei primi anni Duemila).
Il sistema dei pedaggi si articola in tre modalità:
- una tariffa flat (Vignette) per automobili e motocicli che consente la circolazione illimitata sull'intera rete apponendo un bollo anonimo sul veicolo. La Vignette costa 9,00 euro per 10 giorni (5,20 per le moto); 26,20 euro per due mesi (13,10 per le moto); 87,30 euro per un anno (34,70 per le moto);
- una tariffa chilometrica (Go-Maut) per i mezzi pesanti (più di 3,5 tonnellate) addebitata all'utente mediante un sistema di portali alle uscite che si collegano a una scatola elettronica nel veicolo (Go-Box). La tariffa applicata varia in funzione degli assi del veicolo, dell'orario di transito (di notte costa di più) e della classe di emissioni:
- un pedaggio speciale (Streckenmaut) applicato ad auto e moto che transitano su manufatti stradali alpini i cui costi straordinari di realizzazione o ampliamento non sono stati ancora ammortizzati. Le tratte a pedaggio speciale sono oggi cinque e il loro costo, per un singolo transito, varia dai 7,50 euro del tunnel dei Karawanken (A 11) agli 11,50 euro dell'autostrada alpina dei monti Tauri (A 10), che supera i 1300 metri di altitudine e attraversa 12 chilometri di montagna con due tunnel. Gli utenti abituali possono acquistare carte annuali forfettarie fortemente scontate (41,00 euro/anno per i pendolari).
Confronto con l'Italia
Confrontare la gestione austriaca con quella italiana, fatto salvo il giudizio politico già espresso, non è semplice. Uno dei motivi è che in Italia il panorama delle gestioni e concessioni autostradali è frammentato ai limiti del caos. Alle venticinque gestioni private che coprono 5.887 km di autostrade e superstrade con contratti di concessione a volte diversissimi nei contenuti e nelle normative di riferimento, vanno aggiunte le gestioni dirette ANAS S.p.A. (954 km) e quelle, più recenti, di società compartecipate da ANAS e Regioni (483 km), che a loro volta agiscono da soggetti concedenti. Anche i pedaggi sono i più disparati: vanno dai 23 centesimi al chilometro (Classe A) della A5 Torino-Aosta-Montebianco o ai 21 centesimi al chilometro della Pedemontana (un fallimento annunciato), alla gratuità delle tratte in gestione ANAS nell'Italia Meridionale. Ci sono poi strade che, pur non classificate come autostrade, lo sono a tutti gli effetti, come ad esempio la Strada Statale 36 del Lago di Como e dello Spluga fino a Colico (94,7 km), sulla quale non si paga pedaggio.
In questa «selva oscura» dove il caso particolare è la norma, tenterò un raffronto con la soluzione austriaca considerando la sola gestione di Autostrade per l'Italia S.p.A., sia in quanto principale operatore italiano (gestisce quasi la metà dei chilometri complessivi in concessione privata), sia perché è il soggetto su cui si sono più concentrate le polemiche di questi giorni. Autostrade per l'Italia è interamente detenuta da Atlantia S.p.A., società quotata in borsa che gestisce autostrade a pedaggio anche in Brasile, Cile, India e Polonia. Il suo socio di maggioranza è la famiglia Benetton. In Italia è concessionaria di trenta tratte tra cui l'A1 Milano-Napoli (759,3 km) e l'A14 Bologna-Taranto (744,1 km), per un totale di 2.857,5 km gestiti e 46.127 milioni di veicoli per chilometro/anno.
Segue un'elaborazione grafica di alcuni indicatori registrati negli ultimi anni disponibili (IT 2016; AT 2017):
Dal confronto in grafica si osserva che la rete italiana qui considerata è mediamente più frequentata - e quindi anche soggetta a usura - di quella del gestore austriaco, che deve «sopportare» un traffico inferiore del 30%.
I ricavi di Autostrade per l'Italia, cioè i costi per gli utenti incluso il canone che il gestore deve versare annualmente ad ANAS (431 milioni di euro), superano del 46% quelli di ASFiNAG su base chilometrica (+25% in rapporto al traffico). La rete italiana risulta quindi più cara. Va anche osservato che la politica di pedaggio adottata dal gestore austriaco distribuisce l'onere in modo da premiare in maniera molto decisa l'utenza «leggera» (auto e moto), trasmettendo così agli automobilisti italiani l'impressione, parzialmente distorta, di una forte convenienza complessiva. Per dare un'idea degli effetti che questa politica avrebbe nel nostro Paese, è come se, con il costo odierno di un solo viaggio di andata e ritorno da Milano a Roma (corrispondente a poco meno del prezzo di una Vignette annuale), si potesse viaggiare illimitatamente per un anno sull'intera rete nazionale... Non stupisce perciò che ASFiNAG compensi ricavando quasi il 70% delle sue entrate dal transito dei mezzi pesanti (1,37 su 2 miliardi di euro), pur incidendo questi ultimi sul traffico complessivo per poco più del 10%.
Se l'impegno economico relativo per nuovi investimenti è sostanzialmente identico, colpisce invece la forte differenza nella spesa per manutenzioni, che nel caso austriaco incide sul fatturato in misura tripla rispetto alla gestione italiana (più del doppio su base chilometrica). Se confermato, è probabilmente questo il dato su cui è più urgente riflettere.
Un'ultima considerazione che richiederebbe approfondimenti più qualificati è suggerita dalla densità di ponti e viadotti che insistono sulle due reti osservate. Nelle autostrade di ASFiNAG risultano in servizio 2,34 manufatti per chilometro: più del decuplo di quelli italiani. Viceversa, nella rete italiana ricorrono con maggior frequenza le gallerie (0,11 vs 0,07 per chilometro). Con l'eccezione delle pianure a est di Vienna (Burgenland), l'Austria è in effetti un Paese a forte prevalenza montuosa. Se tre quinti del suo territorio sono occupati dalle Alpi, anche la fascia subalpina è caratterizzata da colline e rilievi più o meno scoscesi. Per contro, solo il 23% della rete di Autostrade per l'Italia è classificata come «montagna» nelle tabelle ministeriali (il tratto più lungo è quello della A26 Genova Voltri-Gravellona Toce: 102,8 km). Da queste osservazioni si può indurre in prima ipotesi che la rete austriaca sia mediamente più costosa da realizzare e manutenere - come suggerirebbe anche il dato sulla spesa per manutenzioni - senza perciò gravare maggiormente, in comparazione, sull'utenza.
Per corroborare e misurare questa ipotesi sarebbe tuttavia necessario esaminare le perizie a valori standard delle due reti e i relativi piani di manutenzione, ammesso che siano reperibili nel pubblico dominio.
Conclusioni
Dalla comparazione su accennata la gestione austriaca, affidata a una società interamente pubblica (ASFiNAG), appare caratterizzata da costi inferiori per l'utenza e da una diversa politica di distribuzione dell'onere che penalizza il trasporto merci su gomma. A sostanziale parità di investimenti, il dato più interessante riguarda le manutenzioni, per le quali il gestore austriaco spende il triplo del collega italiano in rapporto al fatturato, nonostante la rete del secondo sia usurata da un traffico più intenso. Ciò potrebbe anche spiegarsi con la maggior presenza di manufatti «critici» e costosi (ponti e viadotti) sulle tratte austriache e, più in generale, con l'orografia del Paese alpino, ma occorre in ogni caso registrare che l'onere aggiuntivo non si ribalta sull'utenza (come viceversa accade nelle tratte alpine di altri gestori italiani, ad esempio l'A5 in Piemonte e Valle d'Aosta, o l'A32 in Valle Susa).
Per quel che possono valere stime così semplificate, a parità di variabili una gestione di tipo austriaco sulla rete italiana italiana qui considerata comporterebbe un risparmio da 755 (su base traffico) a 1.108 (su base chilometrica) milioni di euro all'anno per gli utenti e, insieme, un aumento della spesa per manutenzioni da 306 a 383 milioni di euro all'anno (su base ricavi). Se si considera che il risultato operativo ante imposte (EBIT) di Autostrade per l'Italia S.p.A. al lordo del versamento del canone ANAS è stato di 1.641 milioni di euro nel 2016, si possono in parte intuire i motivi di queste differenze.
A necessaria integrazione dell'analisi occorrerebbe infine raffrontare il valore delle reti e degli appalti e, laddove possibile, la loro qualità secondo indicatori standard che riguardino ad esempio asfaltature, illuminazione, verifiche, incidentalità, tempi di intervento, comunicazione all'utenza, tempi di adeguamento alle norme, responsabilità ambientale e altro.
Il modello pubblico austriaco non è l'unico possibile. Ha certo i pregi della semplicità nell'estendere le stesse politiche gestionali, ottimizzandole, all'intera rete, e della trasparenza nel far sì che un soggetto di scopo si finanzi tassando i propri utenti senza gravare sui bilanci dello Stato e dei suoi enti. Ciò non toglie che un'autostrada pubblica possa sostenersi in tutto o in parte con la fiscalità generale come accade in Germania, Olanda e Belgio (sui cui dettagli mi appello a chi è più esperto di me), o anche in numerosi esempi italiani di «superstrade» e autostrade a gestione ANAS.
I «ritorni» di un'infrastruttura essenziale si misurano nel medio e lungo termine materiale dello sviluppo e immateriale del benessere, essendone i suoi eventuali ricavi uno strumento. L'esempio qui illustrato suggerisce che una gestione senza lucro comporterebbe vantaggi economici e di servizio per la collettività anche nell'immediato.
E la corruzione? E il magna magna? Sono un'invariante.
Fonte
La tragedia del crollo del ponte Morandi ha riaperto il dibattito sull'opportunità tecnica, politica ed economica di avere affidato, a partire dagli anni Novanta, la gestione di buona parte della nostra rete autostradale a concessionari privati. Secondo alcuni, le ben note criticità di quel processo di «privatizzazione» (trattandosi di una cessione ai privati della sola gestione, non delle infrastrutture) assumono rilievo anche per la sicurezza degli utenti, sempre più minacciata da manufatti bisognosi di manutenzioni straordinarie e rimpiazzi. Si parla dunque in questi giorni di rinazionalizzare la gestione della rete per sottrarre un servizio così delicato e centrale alla sola logica del profitto.
In punto politico, chi scrive si associa pienamente a questo auspicio, anche presumendo il massimo scrupolo e la massima integrità dei concessionari. Come ho argomentato illustrando il caso della distribuzione del gas naturale, il regime di concorrenza va applicato ai mercati di beni e servizi contendibili che non necessitano di regolazione e il cui malfunzionamento non metterebbe in pericolo l'intera collettività, non a quelli assoggettabili al solo monopolio, detti appunto monopoli naturali.
Forzare il mercato in questi ultimi settori equivale in tutto a forzare lo Stato nei settori naturalmente vocati alla concorrenza: è una stalinizzazione al contrario dove, nei fatti, uno o pochi operatori economici privati godono delle prerogative dominanti di uno Stato senza sobbarcarsene la missione sociale e il vincolo di rappresentanza politica, distorcendo in maniera grottesca i principi di un mercato «libero» nel solco di ciò che ho descritto altrove come «socialismo dei ricchi».
I modi per rinazionalizzare un monopolio naturale non sono semplici né scontati, e non possono comunque scindersi da più ampie politiche di spesa pubblica e, ancora più a monte, da una definizione condivisa del confine di competenze e ruoli tra Stato e «mercati». Per portare un contributo concreto alla riflessione sugli aspetti operativi di questa ipotesi, illustrerò nel seguito un caso a noi vicino di rete autostradale interamente gestita dal settore pubblico.
Il caso austriaco
L'ASFiNAG (Autobahnen- und Schnellstraßen-Finanzierungs-Aktiengesellschaft) è una società per azioni fondata nel 1982 e interamente detenuta dalla Repubblica Austriaca, il cui scopo è quello di finanziare, realizzare e gestire le strade a scorrimento veloce (Schnellstraßen) nel territorio austriaco. L'ASFiNAG si finanzia interamente con i pedaggi degli utenti e non gode di finanziamenti pubblici, né versa canoni di concessione allo Stato. Con 2.826 dipendenti, gestisce una rete di 2.223 km e diciotto autostrade, tra cui le storiche A1 lungo la direttrice est-ovest (Vienna-Walserberg, 292 km, la cui prima pietra fu posata nel 1938 da Adolf Hitler) e A2 lungo la direttrice nord-sud (Vienna-Villach, 377 km, interamente completata solo nei primi anni Duemila).
Il sistema dei pedaggi si articola in tre modalità:
- una tariffa flat (Vignette) per automobili e motocicli che consente la circolazione illimitata sull'intera rete apponendo un bollo anonimo sul veicolo. La Vignette costa 9,00 euro per 10 giorni (5,20 per le moto); 26,20 euro per due mesi (13,10 per le moto); 87,30 euro per un anno (34,70 per le moto);
- una tariffa chilometrica (Go-Maut) per i mezzi pesanti (più di 3,5 tonnellate) addebitata all'utente mediante un sistema di portali alle uscite che si collegano a una scatola elettronica nel veicolo (Go-Box). La tariffa applicata varia in funzione degli assi del veicolo, dell'orario di transito (di notte costa di più) e della classe di emissioni:
- un pedaggio speciale (Streckenmaut) applicato ad auto e moto che transitano su manufatti stradali alpini i cui costi straordinari di realizzazione o ampliamento non sono stati ancora ammortizzati. Le tratte a pedaggio speciale sono oggi cinque e il loro costo, per un singolo transito, varia dai 7,50 euro del tunnel dei Karawanken (A 11) agli 11,50 euro dell'autostrada alpina dei monti Tauri (A 10), che supera i 1300 metri di altitudine e attraversa 12 chilometri di montagna con due tunnel. Gli utenti abituali possono acquistare carte annuali forfettarie fortemente scontate (41,00 euro/anno per i pendolari).
Confronto con l'Italia
Confrontare la gestione austriaca con quella italiana, fatto salvo il giudizio politico già espresso, non è semplice. Uno dei motivi è che in Italia il panorama delle gestioni e concessioni autostradali è frammentato ai limiti del caos. Alle venticinque gestioni private che coprono 5.887 km di autostrade e superstrade con contratti di concessione a volte diversissimi nei contenuti e nelle normative di riferimento, vanno aggiunte le gestioni dirette ANAS S.p.A. (954 km) e quelle, più recenti, di società compartecipate da ANAS e Regioni (483 km), che a loro volta agiscono da soggetti concedenti. Anche i pedaggi sono i più disparati: vanno dai 23 centesimi al chilometro (Classe A) della A5 Torino-Aosta-Montebianco o ai 21 centesimi al chilometro della Pedemontana (un fallimento annunciato), alla gratuità delle tratte in gestione ANAS nell'Italia Meridionale. Ci sono poi strade che, pur non classificate come autostrade, lo sono a tutti gli effetti, come ad esempio la Strada Statale 36 del Lago di Como e dello Spluga fino a Colico (94,7 km), sulla quale non si paga pedaggio.
In questa «selva oscura» dove il caso particolare è la norma, tenterò un raffronto con la soluzione austriaca considerando la sola gestione di Autostrade per l'Italia S.p.A., sia in quanto principale operatore italiano (gestisce quasi la metà dei chilometri complessivi in concessione privata), sia perché è il soggetto su cui si sono più concentrate le polemiche di questi giorni. Autostrade per l'Italia è interamente detenuta da Atlantia S.p.A., società quotata in borsa che gestisce autostrade a pedaggio anche in Brasile, Cile, India e Polonia. Il suo socio di maggioranza è la famiglia Benetton. In Italia è concessionaria di trenta tratte tra cui l'A1 Milano-Napoli (759,3 km) e l'A14 Bologna-Taranto (744,1 km), per un totale di 2.857,5 km gestiti e 46.127 milioni di veicoli per chilometro/anno.
Segue un'elaborazione grafica di alcuni indicatori registrati negli ultimi anni disponibili (IT 2016; AT 2017):
Dal confronto in grafica si osserva che la rete italiana qui considerata è mediamente più frequentata - e quindi anche soggetta a usura - di quella del gestore austriaco, che deve «sopportare» un traffico inferiore del 30%.
I ricavi di Autostrade per l'Italia, cioè i costi per gli utenti incluso il canone che il gestore deve versare annualmente ad ANAS (431 milioni di euro), superano del 46% quelli di ASFiNAG su base chilometrica (+25% in rapporto al traffico). La rete italiana risulta quindi più cara. Va anche osservato che la politica di pedaggio adottata dal gestore austriaco distribuisce l'onere in modo da premiare in maniera molto decisa l'utenza «leggera» (auto e moto), trasmettendo così agli automobilisti italiani l'impressione, parzialmente distorta, di una forte convenienza complessiva. Per dare un'idea degli effetti che questa politica avrebbe nel nostro Paese, è come se, con il costo odierno di un solo viaggio di andata e ritorno da Milano a Roma (corrispondente a poco meno del prezzo di una Vignette annuale), si potesse viaggiare illimitatamente per un anno sull'intera rete nazionale... Non stupisce perciò che ASFiNAG compensi ricavando quasi il 70% delle sue entrate dal transito dei mezzi pesanti (1,37 su 2 miliardi di euro), pur incidendo questi ultimi sul traffico complessivo per poco più del 10%.
Se l'impegno economico relativo per nuovi investimenti è sostanzialmente identico, colpisce invece la forte differenza nella spesa per manutenzioni, che nel caso austriaco incide sul fatturato in misura tripla rispetto alla gestione italiana (più del doppio su base chilometrica). Se confermato, è probabilmente questo il dato su cui è più urgente riflettere.
Un'ultima considerazione che richiederebbe approfondimenti più qualificati è suggerita dalla densità di ponti e viadotti che insistono sulle due reti osservate. Nelle autostrade di ASFiNAG risultano in servizio 2,34 manufatti per chilometro: più del decuplo di quelli italiani. Viceversa, nella rete italiana ricorrono con maggior frequenza le gallerie (0,11 vs 0,07 per chilometro). Con l'eccezione delle pianure a est di Vienna (Burgenland), l'Austria è in effetti un Paese a forte prevalenza montuosa. Se tre quinti del suo territorio sono occupati dalle Alpi, anche la fascia subalpina è caratterizzata da colline e rilievi più o meno scoscesi. Per contro, solo il 23% della rete di Autostrade per l'Italia è classificata come «montagna» nelle tabelle ministeriali (il tratto più lungo è quello della A26 Genova Voltri-Gravellona Toce: 102,8 km). Da queste osservazioni si può indurre in prima ipotesi che la rete austriaca sia mediamente più costosa da realizzare e manutenere - come suggerirebbe anche il dato sulla spesa per manutenzioni - senza perciò gravare maggiormente, in comparazione, sull'utenza.
Per corroborare e misurare questa ipotesi sarebbe tuttavia necessario esaminare le perizie a valori standard delle due reti e i relativi piani di manutenzione, ammesso che siano reperibili nel pubblico dominio.
Conclusioni
Dalla comparazione su accennata la gestione austriaca, affidata a una società interamente pubblica (ASFiNAG), appare caratterizzata da costi inferiori per l'utenza e da una diversa politica di distribuzione dell'onere che penalizza il trasporto merci su gomma. A sostanziale parità di investimenti, il dato più interessante riguarda le manutenzioni, per le quali il gestore austriaco spende il triplo del collega italiano in rapporto al fatturato, nonostante la rete del secondo sia usurata da un traffico più intenso. Ciò potrebbe anche spiegarsi con la maggior presenza di manufatti «critici» e costosi (ponti e viadotti) sulle tratte austriache e, più in generale, con l'orografia del Paese alpino, ma occorre in ogni caso registrare che l'onere aggiuntivo non si ribalta sull'utenza (come viceversa accade nelle tratte alpine di altri gestori italiani, ad esempio l'A5 in Piemonte e Valle d'Aosta, o l'A32 in Valle Susa).
Per quel che possono valere stime così semplificate, a parità di variabili una gestione di tipo austriaco sulla rete italiana italiana qui considerata comporterebbe un risparmio da 755 (su base traffico) a 1.108 (su base chilometrica) milioni di euro all'anno per gli utenti e, insieme, un aumento della spesa per manutenzioni da 306 a 383 milioni di euro all'anno (su base ricavi). Se si considera che il risultato operativo ante imposte (EBIT) di Autostrade per l'Italia S.p.A. al lordo del versamento del canone ANAS è stato di 1.641 milioni di euro nel 2016, si possono in parte intuire i motivi di queste differenze.
A necessaria integrazione dell'analisi occorrerebbe infine raffrontare il valore delle reti e degli appalti e, laddove possibile, la loro qualità secondo indicatori standard che riguardino ad esempio asfaltature, illuminazione, verifiche, incidentalità, tempi di intervento, comunicazione all'utenza, tempi di adeguamento alle norme, responsabilità ambientale e altro.
*****
Il modello pubblico austriaco non è l'unico possibile. Ha certo i pregi della semplicità nell'estendere le stesse politiche gestionali, ottimizzandole, all'intera rete, e della trasparenza nel far sì che un soggetto di scopo si finanzi tassando i propri utenti senza gravare sui bilanci dello Stato e dei suoi enti. Ciò non toglie che un'autostrada pubblica possa sostenersi in tutto o in parte con la fiscalità generale come accade in Germania, Olanda e Belgio (sui cui dettagli mi appello a chi è più esperto di me), o anche in numerosi esempi italiani di «superstrade» e autostrade a gestione ANAS.
I «ritorni» di un'infrastruttura essenziale si misurano nel medio e lungo termine materiale dello sviluppo e immateriale del benessere, essendone i suoi eventuali ricavi uno strumento. L'esempio qui illustrato suggerisce che una gestione senza lucro comporterebbe vantaggi economici e di servizio per la collettività anche nell'immediato.
E la corruzione? E il magna magna? Sono un'invariante.
Fonte
12/07/2018
I ministri di polizia dell'“asse Roma-Berlino” indirizzano la Ue
Prove di di nuovo “asse Roma-Berlino”, stavolta passando anche per Vienna (che 80 anni fa aveva subito l’anschluss da parte dei cugini nazisti del nord). E’ un asse ancora più miserabile del precedente, che ambiva a dominare l’Europa e il Mediterraneo, mentre qui ci si limita a voler tenere “protette le frontiere” da migranti e profughi.
A Innsbruck si sono visti i tre ministri dell’interno, rappresentanti delle destre nei rispettivi paesi: il già noto alle cronache Matteo Salvini, il collega austriaco Herbert Kickl e quello tedesco Horst Seehofer, presidente della Csu e per qualche settimana stampella traballante del governo Merkel.
Visti gli orientamenti “ideali” dei tre non era difficile prevedere cosa ne sarebbe venuto fuori: «Con i colleghi di Austria e Germania – ha spiegato Salvini al termine dell’incontro – abbiamo affrontato il grande problema degli arrivi: se si riducono questi si risolvono anche i problemi minori interni tra le nazioni e non ci sarà alcun problema alle frontiere. Meno migranti, meno sbarchi e meno morti».
Sembra un ragionamento ragionieristico, e lo è, nello stile di Auschwitz: la contabilità dei morti viene infatti ridotta nel bilancio europeo solo perché viene aumentata al di là del mare, nei lager libici gestiti da qualche fazione che ha stretto precari accordi con l’Italia al tempo di Marco Minniti.
Ed è proprio ai complici di Tripoli che si rivolge il vicepremier italico: «Chiederemo sostegno alle autorità libiche, dare a Tripoli il diritto ai rimpatri e la redistribuzione delle quote degli arrivi. Chiederemo alle missioni internazionali di non usare l’Italia come unico punto d’arrivo e il sostegno nelle operazioni di soccorso, protezione e riaccompagnamento di migliaia di clandestini nei luoghi di partenza. Credo quindi che questo nucleo di amicizia e di intervento serio concreto ed efficiente di Italia, Germania ed Austria, possa essere un nucleo che darà un impulso positivo a tutta Europa per riconoscere il diritto di asilo a quella minoranza di donne e bambini che fuggono dalle guerre ed evitare l’arrivo e la morte di decine di migliaia di persone che non scappano da nessuna guerra».
In questa dichiarazione le notizie rilevanti sono molte.
a) Si vuol fare delle fazioni di Tripoli (oltretutto in difficoltà militare sul terreno di fronte all’avanzata delle fazioni di Bengasi del generale Haftar) il vero “hotspot europeo” che seleziona tra i migranti quelli meritevoli di essere considerati “profughi” e quello che vanno ributtati indietro. Tra l’altro lo stesso Salvini, nel suo orgiastico uso dei social, ha mostrato di non sapere neanche quali siano i paesi in cui è attualmente in corso una guerra (vedi foto), quindi ci si debbono attendere parecchi “errori” sia da parte libica che italiana.
b) La redistribuzione in tutti i porti europei sul Mediterraneo dei naufraghi raccolti dalle navi delle missioni internazionali; una richiesta polemica con Spagna e Francia, mentre sembra sfuggire al prode ministro che i suoi alleati tedesco e austriaco non hanno alcun porto in questo mare. Dunque, possono sottoscrivere senza problemi...
c) Questo “asse” si propone di re-indirizzare le politiche europee sui flussi migratori, e comunque di agire in ogni caso secondo i propri criteri.
Erano anni, infatti, che non si sentiva la definizione di “coalizione di volenterosi” – lo slogan usato da Bush minore per indicare i servi disposti a bombardare l’Iraq a inizio millennio – ma è improvvisamente rinata nelle parole dell’austriaco Kickl: «questo asse di volenterosi può prendere iniziative, ma è l’intera Unione Europea che deve intervenire».
Vedremo oggi cosa deciderà il vertice dei 27 ministri dell’interno, ma è evidente che se la Germania adotta questa impostazione, ben difficilmente gli altri paesi potranno mettersi di traverso, visto che “los tres volenterosos caballeros” si aggiungono – con ben altro peso – al già puzzolente “gruppo di Visegrad”.
Una prima conclusione, però, si può già trarre: l’Unione Europea considera “normale” e serenamente discutibile questa agenda politica sui flussi migratori. Dunque, il razzismo entra ufficialmente tra i “valori” ammessi. Un colpo di maglio alla credibilità della Ue come “alfiere dei diritti umani” – in nome dei quali sono state condotte un discreto numero di guerre in giro per il mondo – e quindi a tutti coloro che la considerano un “argine contro populismi e nazionalismi”. E’ una notizia da registrare, ci sembra: i “populismi reazionari”, in questa Ue, ci stanno benissimo, al punto da volerne dettare la linea (solo sui migranti, per carità, che sui temi economico-finanziari le multinazionali si incazzano facilmente...).
Una riprova empirica? Eccola, proprio di oggi.
Un profugo afgano, richiedente asilo in Germina, si è suicidato dopo essersi visto respingere la domanda perché l’Afghanistan – in cui sono presenti ancora truppe tedesche nell’Isaf – viene considerato ora un “paese sicuro”.
Diversi parlamentari della sinistra tedesca hanno accusato direttamente il falco bavarese Seehofer, autore delle direttive che hanno reso molto più difficile l’accoglimento delle domande d’asilo. E lui, come un passacarte italiano d’altri tempi, si è limitato a rispondere – alla maniera del miglior Caparezza – «Non è colpa mia».
Non sono Stato, io. Solo una filiera di un potere intangibile...
Fonte
A Innsbruck si sono visti i tre ministri dell’interno, rappresentanti delle destre nei rispettivi paesi: il già noto alle cronache Matteo Salvini, il collega austriaco Herbert Kickl e quello tedesco Horst Seehofer, presidente della Csu e per qualche settimana stampella traballante del governo Merkel.
Visti gli orientamenti “ideali” dei tre non era difficile prevedere cosa ne sarebbe venuto fuori: «Con i colleghi di Austria e Germania – ha spiegato Salvini al termine dell’incontro – abbiamo affrontato il grande problema degli arrivi: se si riducono questi si risolvono anche i problemi minori interni tra le nazioni e non ci sarà alcun problema alle frontiere. Meno migranti, meno sbarchi e meno morti».
Sembra un ragionamento ragionieristico, e lo è, nello stile di Auschwitz: la contabilità dei morti viene infatti ridotta nel bilancio europeo solo perché viene aumentata al di là del mare, nei lager libici gestiti da qualche fazione che ha stretto precari accordi con l’Italia al tempo di Marco Minniti.
Ed è proprio ai complici di Tripoli che si rivolge il vicepremier italico: «Chiederemo sostegno alle autorità libiche, dare a Tripoli il diritto ai rimpatri e la redistribuzione delle quote degli arrivi. Chiederemo alle missioni internazionali di non usare l’Italia come unico punto d’arrivo e il sostegno nelle operazioni di soccorso, protezione e riaccompagnamento di migliaia di clandestini nei luoghi di partenza. Credo quindi che questo nucleo di amicizia e di intervento serio concreto ed efficiente di Italia, Germania ed Austria, possa essere un nucleo che darà un impulso positivo a tutta Europa per riconoscere il diritto di asilo a quella minoranza di donne e bambini che fuggono dalle guerre ed evitare l’arrivo e la morte di decine di migliaia di persone che non scappano da nessuna guerra».
In questa dichiarazione le notizie rilevanti sono molte.
a) Si vuol fare delle fazioni di Tripoli (oltretutto in difficoltà militare sul terreno di fronte all’avanzata delle fazioni di Bengasi del generale Haftar) il vero “hotspot europeo” che seleziona tra i migranti quelli meritevoli di essere considerati “profughi” e quello che vanno ributtati indietro. Tra l’altro lo stesso Salvini, nel suo orgiastico uso dei social, ha mostrato di non sapere neanche quali siano i paesi in cui è attualmente in corso una guerra (vedi foto), quindi ci si debbono attendere parecchi “errori” sia da parte libica che italiana.
b) La redistribuzione in tutti i porti europei sul Mediterraneo dei naufraghi raccolti dalle navi delle missioni internazionali; una richiesta polemica con Spagna e Francia, mentre sembra sfuggire al prode ministro che i suoi alleati tedesco e austriaco non hanno alcun porto in questo mare. Dunque, possono sottoscrivere senza problemi...
c) Questo “asse” si propone di re-indirizzare le politiche europee sui flussi migratori, e comunque di agire in ogni caso secondo i propri criteri.
Erano anni, infatti, che non si sentiva la definizione di “coalizione di volenterosi” – lo slogan usato da Bush minore per indicare i servi disposti a bombardare l’Iraq a inizio millennio – ma è improvvisamente rinata nelle parole dell’austriaco Kickl: «questo asse di volenterosi può prendere iniziative, ma è l’intera Unione Europea che deve intervenire».
Vedremo oggi cosa deciderà il vertice dei 27 ministri dell’interno, ma è evidente che se la Germania adotta questa impostazione, ben difficilmente gli altri paesi potranno mettersi di traverso, visto che “los tres volenterosos caballeros” si aggiungono – con ben altro peso – al già puzzolente “gruppo di Visegrad”.
Una prima conclusione, però, si può già trarre: l’Unione Europea considera “normale” e serenamente discutibile questa agenda politica sui flussi migratori. Dunque, il razzismo entra ufficialmente tra i “valori” ammessi. Un colpo di maglio alla credibilità della Ue come “alfiere dei diritti umani” – in nome dei quali sono state condotte un discreto numero di guerre in giro per il mondo – e quindi a tutti coloro che la considerano un “argine contro populismi e nazionalismi”. E’ una notizia da registrare, ci sembra: i “populismi reazionari”, in questa Ue, ci stanno benissimo, al punto da volerne dettare la linea (solo sui migranti, per carità, che sui temi economico-finanziari le multinazionali si incazzano facilmente...).
Una riprova empirica? Eccola, proprio di oggi.
Un profugo afgano, richiedente asilo in Germina, si è suicidato dopo essersi visto respingere la domanda perché l’Afghanistan – in cui sono presenti ancora truppe tedesche nell’Isaf – viene considerato ora un “paese sicuro”.
Diversi parlamentari della sinistra tedesca hanno accusato direttamente il falco bavarese Seehofer, autore delle direttive che hanno reso molto più difficile l’accoglimento delle domande d’asilo. E lui, come un passacarte italiano d’altri tempi, si è limitato a rispondere – alla maniera del miglior Caparezza – «Non è colpa mia».
Non sono Stato, io. Solo una filiera di un potere intangibile...
Fonte
09/07/2018
Con la “bozza Kurz” il razzismo entra a far parte dei valori Ue
Un fiero colpo all’immagine dell’“europeismo” come sentiment in grado di contrastare l’ondata di destra che assume proporzioni preoccupanti in alcuni paesi.
L’Austria guidata dal “giovane talento” Sebastian Kurz è presidente di turno del Consiglio europeo fino al 31 dicembre. In questo periodo punta a far approvare da tutta l’Unione Europea una nuova legislazione in materia di diritto d’asilo. E se ne comincerà a discutere serenamente nella prossima riunione dei ministri dell’interno – a Innsbruck, l’11 e 12 luglio – in cui il ministro di polizia Herbert Kickl, eletto nel partito della destra austriaca Fpö (quello di Haider, per capirci) porterà alla discussione comunitaria un documento di nove pagine “altamente innovativo” che recita: «Stop alle domande per il diritto di asilo sul territorio della Ue».
Vista l’ormai generale ignoranza sui princìpi e la legislazione internazionale che regolano la materia, sarà il caso di ricordare che i profughi sono riconosciuti dalla Convenzione di Ginevra, firmata da quasi tutti i paesi del mondo, come le persone che fuggono dalla loro terra per motivi di persecuzione politica, razza o religione e raggiungono un Paese sicuro, hanno diritto di avviare lì una procedura per una richiesta di protezione.
La qualifica di profughi è insomma di competenza internazionale, con l’Onu che stila una lista dei paesi dov’è in corso una guerra e dove minoranze di vario tipo vengono perseguitate. La qualifica di “paese sicuro”, altrettanto: tutti quelli in cui non c’è una guerra in corso e dove le varie minoranze possono vivere senza (troppe) discriminazioni.
E’ l’abc su cui si è costruita anche l’Unione Europea, costituendo uno dei suoi principali – o più strombazzati – “valori” fondanti.
Il documento proposto dall’Austria, semplicemente, cancella questa storia. E lo fa in modo esplicito, anche se contraddittorio.
Secondo la bozza Kurx-Kickl, pubblicata dal settimanale «Profil», sarebbero in futuro ammesse solo due categorie di profughi autorizzati a fare richiesta d’asilo: a) «Coloro che rispettano valori, diritti e libertà fondamentali della Ue», e b) coloro che «scappano da un Paese vicino all’Ue», o da terre lontane, ma solo «se non trovano nessun Paese terzo sicuro tra il loro e il Paese di primo approdo Ue».
La prima caratteristica è semplicemente irrealistica, perché presuppone che uno fugga dal suo paese dopo aver studiato cultura, tradizioni e valori del paese (o Unione) d’arrivo. Ma è anche fuori dalla Convenzione di Ginevra, che richiede – com’è ovvio – il semplice rispetto delle leggi esistenti nel paese che ti ospita. Non è difficile capire che le leggi sono certe (esistono dei codici scritti), mentre “i valori” sono ballerini nel tempo (fino a 60 anni fa, in Italia, molti femminicidi prevedevano una pena minima per gli assassini, se familiari stretti della vittima, per “motivi d’onore”; e sembrava perfettamente “normale”).
Il secondo criterio – che il profugo non abbia attraversato un “paese sicuro” dalla partenza all’arrivo – punta invece ad eliminare le richieste provenienti da paesi certamente in guerra (Afghanistan, Siria, Yemen, Iraq, Somalia, Eritrea, ecc), ma abbastanza lontani.
L’altro punto decisivo del documento, di improbabile realizzazione, riguarda il luogo dove dovrebbero essere detenuti i profughi in attesa della risposta alla loro richiesta: hotspot collocati fuori dal territorio dell’Unione, dove le organizzazioni internazionali come l’Unhcr o la Iom dovrebbero identificare chi ha davvero bisogno di protezione, su mandato dei singoli Paesi Ue.
La traduzione è semplice. Ogni paese europeo potrebbe stilare la sua lista di “competenze professionali” che è disposto ad utilizzare, e gli organismo dell’Onu dovrebbero fornire loro un profilo individuale che consenta di scegliere fior da fiore. Come un’agenzia di collocamento...
E’ almeno realizzabile, sebbene altamente infame? No. Nel documento austriaco manca infatti completamente la consapevolezza del fatto che quasi tutti i paesi candidabili come “hotspot” si sono già detti indisponibili a ricoprire questo ruolo. Fa parzialmente eccezione la Libia – divisa in una serie di “zone di influenza” in guerra tra loro e con bande Isis – che però preferirebbe, come la Ue, che gli hotspot fossero collocati a sud dei propri confini.
Vedremo come andrà questo primo vertice. Ma un punto fermo è già chiaro: il razzismo è ufficialmente accettato nell’Unione Europea, ai suoi massimi vertici. Si possono discutere tutte le sue “proposte” senza alcun problema morale o etico. Anche quando queste sono in aperta violazione di trattati internazionali fondativi come la Convenzione di Ginevra.
In fondo, si sa bene che le uniche posizioni “inaccettabili” riguardano i trattati economici e finanziari. Quelli sono i veri ed unici “valori europei” in difesa dei quali, se necessario, interviene la Troika, la Bce, la Ue e naturalmente “i mercati”. Per il resto, “fate pure, non verseremo una lacrima, se non quelle di circostanza, a telecamere accese”.
P.S. Viene da provare compassione per quei “sinistri” ancora convinti che ci si debba schierare con gli “europeisti delle banche” per “arginare il populismo nazionalista e razzista”.
Fonte
L’Austria guidata dal “giovane talento” Sebastian Kurz è presidente di turno del Consiglio europeo fino al 31 dicembre. In questo periodo punta a far approvare da tutta l’Unione Europea una nuova legislazione in materia di diritto d’asilo. E se ne comincerà a discutere serenamente nella prossima riunione dei ministri dell’interno – a Innsbruck, l’11 e 12 luglio – in cui il ministro di polizia Herbert Kickl, eletto nel partito della destra austriaca Fpö (quello di Haider, per capirci) porterà alla discussione comunitaria un documento di nove pagine “altamente innovativo” che recita: «Stop alle domande per il diritto di asilo sul territorio della Ue».
Vista l’ormai generale ignoranza sui princìpi e la legislazione internazionale che regolano la materia, sarà il caso di ricordare che i profughi sono riconosciuti dalla Convenzione di Ginevra, firmata da quasi tutti i paesi del mondo, come le persone che fuggono dalla loro terra per motivi di persecuzione politica, razza o religione e raggiungono un Paese sicuro, hanno diritto di avviare lì una procedura per una richiesta di protezione.
La qualifica di profughi è insomma di competenza internazionale, con l’Onu che stila una lista dei paesi dov’è in corso una guerra e dove minoranze di vario tipo vengono perseguitate. La qualifica di “paese sicuro”, altrettanto: tutti quelli in cui non c’è una guerra in corso e dove le varie minoranze possono vivere senza (troppe) discriminazioni.
E’ l’abc su cui si è costruita anche l’Unione Europea, costituendo uno dei suoi principali – o più strombazzati – “valori” fondanti.
Il documento proposto dall’Austria, semplicemente, cancella questa storia. E lo fa in modo esplicito, anche se contraddittorio.
Secondo la bozza Kurx-Kickl, pubblicata dal settimanale «Profil», sarebbero in futuro ammesse solo due categorie di profughi autorizzati a fare richiesta d’asilo: a) «Coloro che rispettano valori, diritti e libertà fondamentali della Ue», e b) coloro che «scappano da un Paese vicino all’Ue», o da terre lontane, ma solo «se non trovano nessun Paese terzo sicuro tra il loro e il Paese di primo approdo Ue».
La prima caratteristica è semplicemente irrealistica, perché presuppone che uno fugga dal suo paese dopo aver studiato cultura, tradizioni e valori del paese (o Unione) d’arrivo. Ma è anche fuori dalla Convenzione di Ginevra, che richiede – com’è ovvio – il semplice rispetto delle leggi esistenti nel paese che ti ospita. Non è difficile capire che le leggi sono certe (esistono dei codici scritti), mentre “i valori” sono ballerini nel tempo (fino a 60 anni fa, in Italia, molti femminicidi prevedevano una pena minima per gli assassini, se familiari stretti della vittima, per “motivi d’onore”; e sembrava perfettamente “normale”).
Il secondo criterio – che il profugo non abbia attraversato un “paese sicuro” dalla partenza all’arrivo – punta invece ad eliminare le richieste provenienti da paesi certamente in guerra (Afghanistan, Siria, Yemen, Iraq, Somalia, Eritrea, ecc), ma abbastanza lontani.
L’altro punto decisivo del documento, di improbabile realizzazione, riguarda il luogo dove dovrebbero essere detenuti i profughi in attesa della risposta alla loro richiesta: hotspot collocati fuori dal territorio dell’Unione, dove le organizzazioni internazionali come l’Unhcr o la Iom dovrebbero identificare chi ha davvero bisogno di protezione, su mandato dei singoli Paesi Ue.
La traduzione è semplice. Ogni paese europeo potrebbe stilare la sua lista di “competenze professionali” che è disposto ad utilizzare, e gli organismo dell’Onu dovrebbero fornire loro un profilo individuale che consenta di scegliere fior da fiore. Come un’agenzia di collocamento...
E’ almeno realizzabile, sebbene altamente infame? No. Nel documento austriaco manca infatti completamente la consapevolezza del fatto che quasi tutti i paesi candidabili come “hotspot” si sono già detti indisponibili a ricoprire questo ruolo. Fa parzialmente eccezione la Libia – divisa in una serie di “zone di influenza” in guerra tra loro e con bande Isis – che però preferirebbe, come la Ue, che gli hotspot fossero collocati a sud dei propri confini.
Vedremo come andrà questo primo vertice. Ma un punto fermo è già chiaro: il razzismo è ufficialmente accettato nell’Unione Europea, ai suoi massimi vertici. Si possono discutere tutte le sue “proposte” senza alcun problema morale o etico. Anche quando queste sono in aperta violazione di trattati internazionali fondativi come la Convenzione di Ginevra.
In fondo, si sa bene che le uniche posizioni “inaccettabili” riguardano i trattati economici e finanziari. Quelli sono i veri ed unici “valori europei” in difesa dei quali, se necessario, interviene la Troika, la Bce, la Ue e naturalmente “i mercati”. Per il resto, “fate pure, non verseremo una lacrima, se non quelle di circostanza, a telecamere accese”.
P.S. Viene da provare compassione per quei “sinistri” ancora convinti che ci si debba schierare con gli “europeisti delle banche” per “arginare il populismo nazionalista e razzista”.
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04/07/2018
Pastori tedeschi. Accordo politico in Germania. S’arrabbia l’Austria, cresce la destra
La cancelliera tedesca Angela Merkel ha raggiunto alle 3,21 della notte di lunedì un accordo politico con i ribelli della CSU della Baviera (il partito regionale e democristiano di destra, ndr), guidati dal ministro degli interni Horst Seehofer e decisivi per la sua maggioranza di governo. La questione in gioco era il come chiudere ulteriormente le porte all’ingresso di richiedenti asilo in Germania.
L’accordo tra CDU e CSU, ossia tra la cancelliere Angela Merkel e il suo ministro degli Interni Horst Seehofer, prevede la costruzione di campi di transito ai confini tedeschi. Gli immigrati senza autorizzazione saranno rinviati nel paese di primo sbarco, come prevede il Trattato di Dublino, sulla base di accordi bilaterali tra paesi membri. Nel caso di una mancata intesa, l’accordo prevede in ultima analisi il respingimento verso l’Austria, se questi migranti giungono da Sud.
I “centri di transito” sono stati fino ad oggi respinti dalla Spd, altro partner della coalizione di governo della Merkel. La leader della SPD Andrea Nahles ha detto che il nuovo piano, che riguarda numeri assai più contenuti dell’emergenza rifugiati del 2015, “non è la stessa cosa” del culmine della crisi dei migranti, quando gli arrivi erano decine di migliaia al giorno. I socialdemocratici sono divisi internamente tra difesa dei principi umanitari e la netta percezione che anche molti elettori della Spd vogliono controlli più severi e rigidi sull’immigrazione. Far saltare la coalizione sul tema migratorio così presto probabilmente danneggerebbe la Spd in caso di voto anticipato.
L’intesa raggiunta dalla Merkel con Seehofer, che dovrebbe servire a mettere fine a una grave crisi politica nel governo federale tedesco, è però di difficile applicazione. La Germania ha infatti un accordo bilaterale con l’Austria; ma non lo ha con l’Italia, da cui potrebbero in realtà provenire molti dei migranti irregolari, i cosiddetti movimenti secondari nell’Area Schengen. Il rischio che si tocca con mano è di assistere al respingimento a catena alla frontiera con l’Austria e a un successivo respingimento alla frontiera con l’Italia.
Vienna però ha fatto subito sapere che se l’accordo raggiunto sarà convalidato dal governo tedesco, “saremo obbligati ad adottare misure per evitare svantaggi per l’Austria e la sua popolazione”. L’Austria è inoltre “pronta a prendere misure per proteggere i confini meridionali in particolare”, quelli con l’Italia e la Slovenia.
I richiedenti asilo in Germania sono diminuiti nettamente: da gennaio a maggio di quest’anno sono stati appena 78.026. Dei nuovi arrivi in questi mesi, 18.349, quasi uno su quattro, aveva già aperto un procedimento di richiesta asilo in un altro Paese. Nonostante il calo dei flussi immigratori in Germania (così come in Italia), la CSU è decisa a premere per una politica restrittiva sulla quale punta dal 2015, e con cui ambisce a vincere le elezioni in Baviera il prossimo ottobre.
Ma l’irrigidimento della CSU bavarese sulla questione immigrati, fino a rischiare la rottura della coalizione di governo adesso rientrata, non sembra affatto premiare i conservatori ma il movimento di destra AFD (Alternativa per la Germania, ndr) che continua a crescere nei sondaggi, anche in Baviera.
Fonte
L’accordo tra CDU e CSU, ossia tra la cancelliere Angela Merkel e il suo ministro degli Interni Horst Seehofer, prevede la costruzione di campi di transito ai confini tedeschi. Gli immigrati senza autorizzazione saranno rinviati nel paese di primo sbarco, come prevede il Trattato di Dublino, sulla base di accordi bilaterali tra paesi membri. Nel caso di una mancata intesa, l’accordo prevede in ultima analisi il respingimento verso l’Austria, se questi migranti giungono da Sud.
I “centri di transito” sono stati fino ad oggi respinti dalla Spd, altro partner della coalizione di governo della Merkel. La leader della SPD Andrea Nahles ha detto che il nuovo piano, che riguarda numeri assai più contenuti dell’emergenza rifugiati del 2015, “non è la stessa cosa” del culmine della crisi dei migranti, quando gli arrivi erano decine di migliaia al giorno. I socialdemocratici sono divisi internamente tra difesa dei principi umanitari e la netta percezione che anche molti elettori della Spd vogliono controlli più severi e rigidi sull’immigrazione. Far saltare la coalizione sul tema migratorio così presto probabilmente danneggerebbe la Spd in caso di voto anticipato.
L’intesa raggiunta dalla Merkel con Seehofer, che dovrebbe servire a mettere fine a una grave crisi politica nel governo federale tedesco, è però di difficile applicazione. La Germania ha infatti un accordo bilaterale con l’Austria; ma non lo ha con l’Italia, da cui potrebbero in realtà provenire molti dei migranti irregolari, i cosiddetti movimenti secondari nell’Area Schengen. Il rischio che si tocca con mano è di assistere al respingimento a catena alla frontiera con l’Austria e a un successivo respingimento alla frontiera con l’Italia.
Vienna però ha fatto subito sapere che se l’accordo raggiunto sarà convalidato dal governo tedesco, “saremo obbligati ad adottare misure per evitare svantaggi per l’Austria e la sua popolazione”. L’Austria è inoltre “pronta a prendere misure per proteggere i confini meridionali in particolare”, quelli con l’Italia e la Slovenia.
I richiedenti asilo in Germania sono diminuiti nettamente: da gennaio a maggio di quest’anno sono stati appena 78.026. Dei nuovi arrivi in questi mesi, 18.349, quasi uno su quattro, aveva già aperto un procedimento di richiesta asilo in un altro Paese. Nonostante il calo dei flussi immigratori in Germania (così come in Italia), la CSU è decisa a premere per una politica restrittiva sulla quale punta dal 2015, e con cui ambisce a vincere le elezioni in Baviera il prossimo ottobre.
Ma l’irrigidimento della CSU bavarese sulla questione immigrati, fino a rischiare la rottura della coalizione di governo adesso rientrata, non sembra affatto premiare i conservatori ma il movimento di destra AFD (Alternativa per la Germania, ndr) che continua a crescere nei sondaggi, anche in Baviera.
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17/06/2018
L’austriaco Kurz invoca un “asse Roma-Vienna-Berlino” sui migranti
Il Cancelliere austriaco mercoledì ha difeso la formazione di un “asse Roma-Vienna-Berlino” in materia di migrazione, insieme con il ministro tedesco degli Interni tedesco e il supporto a distanza di quello italiano, Matteo Salvini. Mentre l’Austria assumerà la presidenza dell’UE il 1° luglio, Kurz cerca di emarginare Angela Merkel, considerata troppo “tenera”.
Da Berlino, durante una visita di due giorni, e alla presenza del ministro degli Interni tedesco – il capo dei conservatori bavaresi (CSU) Horst Seehofer – il cancelliere L’austriaco Sebastian Kurz mercoledì 13 giugno ha accolto con favore la formazione di un “asse di coloro che vogliono agire” (Achse der Willigen, o “coalizione dei volenterosi”) per rispondere alla crisi migratoria che sta mettendo in tensione l’Europa.
I due uomini politici hanno menzionato un nuovo asse di cooperazione “Roma-Vienna-Berlino” in corso di costituzione. Di proposito, probabilmente, per non spaventare i sostenitori di un insediamento meno securitario e più umanitario, questi due rappresentanti della destra più dura non hanno menzionato la presenza di Budapest e dell leader ungherese Viktor Orbán in questo “asse”. Ma nessuno si fa ingannare.
Il bavarese Seehofer ha anche spiegato che aveva avuto una conversazione telefonica positiva sulla questione con il Ministro degli Interni italiano Matteo Salvini, che è anche capo politico della Lega, all’estrema destra. Quest’ultimo ha anche citato l’iniziativa austro-tedesco-italiano sulla questione in un discorso sull’immigrazione davanti al senato, mercoledì: “L’accordo di Dublino sul diritto d’asilo [che prevede che migrante deve presentare la domanda di asilo nel primo paese di ingresso nell’UE – ndr] deve essere superato. Abbiamo cercato di imporre le regole italiane che hanno reso la situazione ancora più ingestibile. Con austriaci e tedeschi, proporremo la nostra iniziativa all’UE“.
Secondo Sebastian Kurz, che a Vienna governa con il sostegno del partito di estrema destra FPÖ, è necessario consolidare e rafforzare ulteriormente il controllo alle frontiere dell’Unione europea, ma anche “premere l’acceleratore”. Il Cancelliere austriaco ei suoi amici sono favorevoli a un rapido aumento delle risorse finanziarie e umane di Frontex, l’agenzia europea che gestisce la “cooperazione operativa ai confini dell’Europa”. Il piano attuale prevede che lo staff di Frontex aumenti da 1.500 a 10.000 uomini entro il 2027. Questo però è ancora un tempo troppo lungo agli occhi di “coloro che vogliono agire”.
Mercoledì mattina, Sebastian Kurz ha anche confermato sulla televisione pubblica austriaca (ORF) che stava lavorando con “un piccolo gruppo di paesi” su un piano per istituire centri di protezione dei rifugiati al di fuori dell’Europa. Ma ha spiegato di voler mantenere segreti questi progetti in modo da “aumentare le loro possibilità di vedere la luce del giorno”. Kurz e Seehofer hanno anche menzionato la possibilità di inviare agenti di polizia nei paesi balcanici – al di fuori dell’UE – per aiutare i paesi che si considerano sopraffatti dall’arrivo dei rifugiati.
Come avremo notato, il grande assente, e probabilmente la vittima politica dell’operazione, è il cancelliere tedesco Angela Merkel. Martedì sera, arrivato a Berlino, Sebastian Kurz si è trovato nel bel mezzo di una crisi del governo che si oppone specificamente ad Angela Merkel a Horst Seehofer sulla questione migratoria. Ci si aspettava che Horst Seehofer presentasse martedì pomeriggio un grande “Masterplan sull’immigrazione” incentrato sulla questione dell’espulsione dei rifugiati cui è stato negato l’asilo. Ma questa presentazione è stata annullata a causa di una disputa tra i due leader.
Il punto su cui nessuno dei due vuole rinunciare è l’atteggiamento da adottare nei confronti dei migranti durante gli arrivi al confine tedesco. Horst Seehofer vuole reintegrare la regola di Dublino che afferma si possa rimandare qualsiasi richiedente asilo nel suo paese di arrivo e di registrazione nell’UE. Molto spesso la Grecia o l’Italia.
Angela Merkel, da parte sua, respinge questa soluzione che, nello stato attuale delle cose, e in assenza di confini della Germania con la Grecia e l’Italia, porterebbe i profughi a vagare pericolosamente per il continente e potrebbe portare ad altri paesi dell’UE a chiudere le loro frontiere interne. Tuttavia, il cancelliere tedesco continua a ripetere: solo una soluzione europea globale è fattibile, ai suoi occhi. Qualsiasi altra opzione che favorisca le singole azioni “ha il potenziale di arrecare gravi danni all’Europa”, ha spiegato.
Il ministro dell’Interno tedesco ha nel frattempo spiegato che non cederà su questo punto, che considera essenziale. Normalmente, una tale ribellione potrebbe portare al licenziamento del ministro. Ma questa volta, è quasi impossibile. Horst Seehofer è anche il capo del “partito gemello” di Angela Merkel in Baviera e un membro chiave della coalizione di governo. La sua determinazione è tanto maggiore visto che il suo partito, che governa la Baviera, ha ottenuto risutati molto negativi nelle elezioni parlamentari di settembre 2017 e deve difendere la sua posizione nelle elezioni regionali del settembre 2018.
Queste difficoltà sono per molti dovute all’apparizione sullo scacchiere politico del partito di estrema destra Alternative fur Deutschland (AfD). Quest’ultimo, che è entrato nel Bundestag con grande clamore, è stabilmente accreditato dal 12% al 15% delle intenzioni di voto. Paralizza tutta la destra tedesca in generale, e in particolare i conservatori bavaresi. Di fronte a questo, gli strateghi della CSU fanno esattamente lo stesso calcolo della destra francese di LR di fronte al Rassemblement Nationale di Marine Le Pen. Hanno intrapreso una gara sulla “sicurezza”, di cui fa parte il “Masterplan” di Seehofer. Questa strategia ha sedotto molti membri della CDU al punto che, in una riunione a porte chiuse tenutasi martedì, molti di loro hanno fatto pressione sul Cancelliere per sposi le posizioni del suo ministro.
Approfittando del fatto che Angela Merkel è stata sconfessata da gran parte delle sue truppe, e con l’aiuto del suo “cavallo di Troia” bavarese, Sebastian Kurz cerca di neutralizzare in qualche modo la “Germania della Merkel” e sostituirla con “la Germania di Seehofer”. Il Cancelliere, che non ha ancora trovato un compromesso con il suo ministro e potrebbe aspettare a lungo per l’arrivo della “cavalleria francese”, non può fare molto adesso. È probabile che esca fuori straordinariamente indebolita da quella che sembra un’enorme trappola.
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15/05/2018
Smrt fašizmu! I nazisti europei a Bleiburg, in Austria
Sull’asfalto, per tutta la larghezza della strada, qualcuno ha dipinto le parole «Smrt fašizmu», «morte al fascismo». E’ il famoso motto dei partigiani jugoslavi. Nel corso della giornata ci dovranno passare migliaia di fascisti. Molti scoppiano di rabbia quando vedono la scritta.
Quella che si svolge ogni anno a metà maggio a Bleiburg (Austria) è una delle più grandi marce fasciste d’Europa. Quest’anno i partecipanti, nella piccola località di frontiera, fra Carnia e Slovenia, sono almeno 10.000.
Pliberk (come la minoranza slovena chiama Bleiburg) ha un significato quasi mitologico per i fascisti croati. E’ qui che ha avuto luogo uno degli ultimi grandi scontri della II Guerra mondiale, finito, per i fascisti, in un’amara disfatta.
Nel 1945 sono decine di migliaia a fuggire verso nord, incalzati dai partigiani jugoslavi. Si tratta soprattutto di militari e sostenitori dei fascisti croati, gli Ustascia, che intendono arrendersi alle truppe inglesi senza rinunciare a proseguire la lotta contro i partigiani. Il progetto non ha successo. I fascisti sono fatti prigionieri dai partigiani. Fra 50 e 70.000 sono passati per le armi. Non senza motivo. Il fascismo cattolico croato degli Ustascia ha imperversato fra ebrei, Rom, serbi ed avversari politici. Nel solo campo di concentramento di Jasenovac gli Ustascia hanno assassinato 100.000 persone.
Dopo la fine della Yugoslavia, i partiti di destra della Croazia indipendente hanno rispolverato il mito di Bleiburg, un’operazione in cui si è distinta l’Unione Democratica Croata (HDZ) attualmente al governo. A Bleiburg, il partito fratello della CDU/CSU tedesca è rappresentato anche quest’anno da alti personaggi, fra i quali il presidente del parlamento Gordan Jandroković e il ministro della Difesa Damir Krstičević.
Ufficialmente, la marcia di Bleiburg è una commemorazione cattolica. Il fascismo ustascia era cattolico, erano preti persino dei comandanti del campo di concentramento di Jasenovac. Ancora oggi, i rapporti fra clero e fascismo sono stretti. Quest’anno la messa è stata celebrata da Želimir Puljić, vescovo di Zadar.
Anche la Chiesa cattolica austriaca è coinvolta. Durante la messa e la marcia conclusiva verso il memoriale, le migliaia di fascisti ostentano apertamente la loro fede. I simboli del movimento fascista degli Ustascia sono visibili dappertutto. I partiti croati concorrenti, di estrema destra, brandiscono le loro insegne. I saluti nazisti si sprecano.
Tutto si svolge alla luce del sole. T-shirt, elmetti della Wehrmacht, tatuaggi SS, emblemi ustascia. Sotto gli occhi della polizia. Salta agli occhi anche la forte presenza di strutture croate in esilio, provenienti dall’Austria e dalla Germania.
Un centinaio di persone, arrivate dall’Austria, dalla Slovenia e dalla Croazia, protestano contro la marcia. Un inizio. L’anno prossimo, secondo la rappresentante dell’Associazione degli ex internati nei campi di concentramento, la protesta sarà più vasta e a carattere internazionale.
Fonte
21/12/2017
L’Unione Europea produce mostri. Scontro con la Polonia, indulgenza con l’Austria
Il governo polacco ha deciso che andrà avanti comunque sulla controriforma della giustizia, nonostante la decisione della Commissione Europea di attivare l’articolo 7 del Trattato di Lisbona contro la Polonia, a causa della violazione dello stato di diritto. Lo ha dichiarato il ministro della giustizia polacco Zbigniew Ziobro, secondo il quale “si tratta di una mossa politica” di Bruxelles, che cerca di esercitare pressioni. “La Polonia”, ha aggiunto, “rispetta lo stato di diritto e le soluzioni che si propone di implementare in questo paese esistono in altri diversi paesi”.
La norma dei trattati europei prevede che “il Consiglio, deliberando alla maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro”. Il comma 2 dello stesso articolo stabilisce che successivamente, all’unanimità, i paesi membri possono decidere la sospensione di “alcuni dei diritti derivanti allo Stato membro in questione, compresi i diritti di voto, in seno al Consiglio”.
Nella sua proposta, la Commissione europea ha chiesto quindi ai governi della Ue di prendere posizione contro Varsavia, ma al tempo stesso ha deciso di dare al governo polacco tre mesi di tempo per modificare la riforma della magistratura
Lo scontro politico su questo tema si trascina da tempo in Polonia. Già nel 2016 il Tribunale Costituzionale polacco aveva decretato che la norma approvata dal Parlamento, che ridisegna le funzioni del Tribunale stesso, violava la Costituzione. L’Esecutivo dominato dalla destra, per contro, aveva affermato di non essere interessato a prendere in considerazione la sentenza stessa perché sarebbe illegale.
Le motivazioni che hanno mosso la Corte a rigettare la riforma riguardano l’impossibilità, per lo stesso Tribunale, di svolgere le proprie funzioni in modo appropriato. La riforma, secondo quanto riferito dai giudici, interferirebbe con l’indipendenza della Corte e, soprattutto, attaccherebbe la separazione dei poteri all’interno dello Stato polacco.
Per tutta risposta l’Esecutivo aveva deciso di ignorare il verdetto della Corte, in modo che questo non diventasse vincolante.
Il nuovo premier polacco Morawiecki, designato dieci giorni fa a Varsavia, ha presentato il suo esecutivo e, con i ministri, ha giurato davanti al Capo dello Stato. L’atteso rimpasto del Pis, il partito di destra al governo, ha visto le dimissioni della ex premier Beata Szydlo, diventata però vicepremier del nuovo esecutivo con la delega degli affari sociali.
Morawiecki è un ex banchiere d’affari che ha lavorato per il Banco di Santander. E’ stato un consulente economico dell’attuale presidente del Consiglio europeo Donald Tusk , filo tedesco e ordoliberista convinto. La sua nomina serve a rassicurare gli investitori internazionali sulla stabilità della Polonia nonostante le tensioni con Bruxelles sulla controriforma della giustizia e rispetto delle quote di rifugiati da accogliere.
È la prima volta che la Commissione europea invoca l’articolo 7 dei Trattati europei, così come modificati nell’ultima Convenzione (2002-2003) e che hanno portato a una nuova versione del Trattato di Lisbona (inteso dalle oligarchie europee come una sorta di costituzione). In passato sanzioni diplomatiche furono imposte contro l’Austria diciassette anni fa quando l’allora cancelliere democristiano Wolfgang Schüssel formò un controverso governo con il Fpo il partito di destra guidato da Haider.
Oggi in Austria, con la coalizione di governo tra il giovane cancelliere Sebastian Kurz e il capo dell’Fpö Heinz-Christian Strache, lo scenario è esattamente identico a quello di allora, ma non si parla più di sanzioni né di contromisure.
Dopo quanto avvenuto in Ucraina, Ungheria e Spagna i nazisti e i fascisti sono ormai sdoganati in tutta l’Unione Europea, anzi sembra proprio che in questa pulsi sempre più forte quel “cuore reazionario” che è proprio della sua natura. Prima si rompe questa gabbia reazionaria meglio sarà per le istanze di progresso e giustizia sociale in questa parte del mondo.
Fonte
La norma dei trattati europei prevede che “il Consiglio, deliberando alla maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro”. Il comma 2 dello stesso articolo stabilisce che successivamente, all’unanimità, i paesi membri possono decidere la sospensione di “alcuni dei diritti derivanti allo Stato membro in questione, compresi i diritti di voto, in seno al Consiglio”.
Nella sua proposta, la Commissione europea ha chiesto quindi ai governi della Ue di prendere posizione contro Varsavia, ma al tempo stesso ha deciso di dare al governo polacco tre mesi di tempo per modificare la riforma della magistratura
Lo scontro politico su questo tema si trascina da tempo in Polonia. Già nel 2016 il Tribunale Costituzionale polacco aveva decretato che la norma approvata dal Parlamento, che ridisegna le funzioni del Tribunale stesso, violava la Costituzione. L’Esecutivo dominato dalla destra, per contro, aveva affermato di non essere interessato a prendere in considerazione la sentenza stessa perché sarebbe illegale.
Le motivazioni che hanno mosso la Corte a rigettare la riforma riguardano l’impossibilità, per lo stesso Tribunale, di svolgere le proprie funzioni in modo appropriato. La riforma, secondo quanto riferito dai giudici, interferirebbe con l’indipendenza della Corte e, soprattutto, attaccherebbe la separazione dei poteri all’interno dello Stato polacco.
Per tutta risposta l’Esecutivo aveva deciso di ignorare il verdetto della Corte, in modo che questo non diventasse vincolante.
Il nuovo premier polacco Morawiecki, designato dieci giorni fa a Varsavia, ha presentato il suo esecutivo e, con i ministri, ha giurato davanti al Capo dello Stato. L’atteso rimpasto del Pis, il partito di destra al governo, ha visto le dimissioni della ex premier Beata Szydlo, diventata però vicepremier del nuovo esecutivo con la delega degli affari sociali.
Morawiecki è un ex banchiere d’affari che ha lavorato per il Banco di Santander. E’ stato un consulente economico dell’attuale presidente del Consiglio europeo Donald Tusk , filo tedesco e ordoliberista convinto. La sua nomina serve a rassicurare gli investitori internazionali sulla stabilità della Polonia nonostante le tensioni con Bruxelles sulla controriforma della giustizia e rispetto delle quote di rifugiati da accogliere.
È la prima volta che la Commissione europea invoca l’articolo 7 dei Trattati europei, così come modificati nell’ultima Convenzione (2002-2003) e che hanno portato a una nuova versione del Trattato di Lisbona (inteso dalle oligarchie europee come una sorta di costituzione). In passato sanzioni diplomatiche furono imposte contro l’Austria diciassette anni fa quando l’allora cancelliere democristiano Wolfgang Schüssel formò un controverso governo con il Fpo il partito di destra guidato da Haider.
Oggi in Austria, con la coalizione di governo tra il giovane cancelliere Sebastian Kurz e il capo dell’Fpö Heinz-Christian Strache, lo scenario è esattamente identico a quello di allora, ma non si parla più di sanzioni né di contromisure.
Dopo quanto avvenuto in Ucraina, Ungheria e Spagna i nazisti e i fascisti sono ormai sdoganati in tutta l’Unione Europea, anzi sembra proprio che in questa pulsi sempre più forte quel “cuore reazionario” che è proprio della sua natura. Prima si rompe questa gabbia reazionaria meglio sarà per le istanze di progresso e giustizia sociale in questa parte del mondo.
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19/12/2017
Destre al governo in Austria
L’Austria ha un nuovo governo. Nel fine settimana, i vertici del partito popolare ÖeVP, conservatore, e del partito della libertà FPOe, estrema destra, hanno concordato un programma. Sabato gli organi dirigenti dei due partiti hanno approvato l’accordo. Infine, il capo dell’OeVP e futuro cancelliere, Sebastian Kurz, e il capo dell’FPOe, Heinz-Christian Strache, lo hanno reso pubblico, insieme ai nomi dei ministri. Ieri, lunedì, la nuova coalizione ha prestato giuramento nelle mani del presidente federale, Alexander Van der Bellen. A differenza di quanto lasciato trapelare nei giorni scorsi, quest’ultimo ha assicurato che tutti i ministri proposti avranno la sua fiducia. Van Der Bellen aveva chiesto a OeVP e FPOe di pronunciarsi in favore dell’Unione Europea. Nel preambolo del loro programma di governo, Kurz e Strache hanno soddisfatto questo desiderio.
Nel corso della scorsa settimana erano filtrati nomi e contenuti del programma. Aveva destato non poche reazioni la notizia che l’FPOe avrebbe ottenuto diversi ministeri-chiave. In futuro l’Austria avrà un ministro di estrema destra, Herbert Kickl, agli Interni, ed il suo degno compare Mario Kunasek alla Difesa. Il monopolio della violenza statale sarà in mano alla Destra. Da anni Kickl è lo stratega dell’FPOe, responsabile dei manifesti con slogan razzisti che insudiciano i muri.
Il programma di governo corrisponde largamente a quanto OeVP e FPOe hanno annunciato in campagna elettorale e nelle scorse settimane. Il governo delle destre intende imporre le esigenze che associazioni degli imprenditori e degli industriali avanzano da anni. In futuro, la «flessibilizzazione» dell’orario di lavoro dovrà permettere agli imprenditori di far lavorare i dipendenti 12 ore al giorno e 60 ore alla settimana. Accordi in questo senso devono essere conclusi a livello aziendale o direttamente fra imprenditori e singoli dipendenti, il che comporterà un indebolimento dei sindacati e dei regolamenti collettivi.
In complesso, la coalizione OeVP-FPO attacca frontalmente le componenti più deboli della società. Contemporaneamente, gli oneri fiscali per gli imprenditori saranno alleggeriti e le disposizioni che tutelano il lavoro ammorbidite. Mentre in quasi tutti i settori si prevedono drastici tagli, l’esercito federale e la polizia riceveranno più fondi e potranno procedere a migliaia di assunzioni. Inoltre, il nuovo governo intende ristrutturare il sistema di previdenza sociale. La «assicurazione minima», una prestazione sociale per quanti non hanno titolo ad ottenere l’indennità di disoccupazione, sarà ridotta a livello federale. Finora ne erano responsabili i singoli Stati federali. I percettori di indennità di disoccupazione saranno controllati con maggiore severità. Inoltre la loro indennità si ridurrà col tempo.
Anche i progetti relativi al diritto d’asilo sono eloquenti. I richiedenti asilo devono consegnare in futuro tutto il contante in loro possesso. Lo stesso per i telefoni cellulari, che devono essere esaminati dalle autorità per trovare elementi relativi all’identità ed alla provenienza dei loro proprietari. OeVP e FPOe intendono migliorare la ”efficienza” dei rimpatri. Ieri, lunedì, numerose organizzazioni hanno messo in atto una serie di manifestazioni. Rappresentanti dei sindacati e di organizzazioni non governative hanno annunciato che intendono opporsi ai progetti della coalizione delle destre.
L’Austria democratica entra in resistenza.
Fonte
Nel corso della scorsa settimana erano filtrati nomi e contenuti del programma. Aveva destato non poche reazioni la notizia che l’FPOe avrebbe ottenuto diversi ministeri-chiave. In futuro l’Austria avrà un ministro di estrema destra, Herbert Kickl, agli Interni, ed il suo degno compare Mario Kunasek alla Difesa. Il monopolio della violenza statale sarà in mano alla Destra. Da anni Kickl è lo stratega dell’FPOe, responsabile dei manifesti con slogan razzisti che insudiciano i muri.
Il programma di governo corrisponde largamente a quanto OeVP e FPOe hanno annunciato in campagna elettorale e nelle scorse settimane. Il governo delle destre intende imporre le esigenze che associazioni degli imprenditori e degli industriali avanzano da anni. In futuro, la «flessibilizzazione» dell’orario di lavoro dovrà permettere agli imprenditori di far lavorare i dipendenti 12 ore al giorno e 60 ore alla settimana. Accordi in questo senso devono essere conclusi a livello aziendale o direttamente fra imprenditori e singoli dipendenti, il che comporterà un indebolimento dei sindacati e dei regolamenti collettivi.
In complesso, la coalizione OeVP-FPO attacca frontalmente le componenti più deboli della società. Contemporaneamente, gli oneri fiscali per gli imprenditori saranno alleggeriti e le disposizioni che tutelano il lavoro ammorbidite. Mentre in quasi tutti i settori si prevedono drastici tagli, l’esercito federale e la polizia riceveranno più fondi e potranno procedere a migliaia di assunzioni. Inoltre, il nuovo governo intende ristrutturare il sistema di previdenza sociale. La «assicurazione minima», una prestazione sociale per quanti non hanno titolo ad ottenere l’indennità di disoccupazione, sarà ridotta a livello federale. Finora ne erano responsabili i singoli Stati federali. I percettori di indennità di disoccupazione saranno controllati con maggiore severità. Inoltre la loro indennità si ridurrà col tempo.
Anche i progetti relativi al diritto d’asilo sono eloquenti. I richiedenti asilo devono consegnare in futuro tutto il contante in loro possesso. Lo stesso per i telefoni cellulari, che devono essere esaminati dalle autorità per trovare elementi relativi all’identità ed alla provenienza dei loro proprietari. OeVP e FPOe intendono migliorare la ”efficienza” dei rimpatri. Ieri, lunedì, numerose organizzazioni hanno messo in atto una serie di manifestazioni. Rappresentanti dei sindacati e di organizzazioni non governative hanno annunciato che intendono opporsi ai progetti della coalizione delle destre.
L’Austria democratica entra in resistenza.
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17/10/2017
A Vienna la fanno profumata
Si ritorna a parlare della classifica Transparency International
sulla corruzione nel mondo, dove l'Italia si collocherebbe terza in
Europa dopo Bulgaria e Grecia. Trattandosi come è noto di corruzione percepita, lo strumento è semmai utile per misurare l'autostima dei popoli più che la diffusione del reato: sicché è già tanto se non ci troviamo in prima posizione.
In attesa che escano le nuove pagelle mi piace offrire un contributo
pedante al dibattito, di cui propongo nel seguito una prima puntata
sulla situazione - quella vera - di un Paese a me molto caro: l'Austria.
Qualche mese si fa si apprendeva
che nel villaggio di St. Wolfgang, in Alta Austria, la quasi totalità
degli immobili non sarebbe in regola con i permessi edilizi, per un
totale di 974 infrazioni su 1067 unità: il novantuno per cento. Una
vicenda di abusivismo che come già le mazzette di Peter Hartz, lo scandalo delle centraline Volkswagen e altri più o meno noti casi di corruzione (qui un promemoria, qui un commento) hanno fatto vacillare per qualche minuto la credenza tutta italiana in un mondo tedesco baciato dal successo perché ligio alle regole.
Per restare in Austria, è leggendaria la vicenda dell'ospedale generale di Vienna (AKH) il cui costo è lievitato di 45 volte nel corso di una pluridecennale storia di tangenti, costi gonfiati, errori, malaffare e ritardi che lo hanno reso il nosocomio più costoso d'Europa, se non forse del mondo. Quando fu inaugurato nel 1994, con trent'anni di ritardo, per la sua costruzione erano stati spesi 3,12 miliardi di euro. Negli anni Novanta si ricordano i casi di altre grandi opere: l'ampliamento della metropolitana viennese, la costruzione dell'aeroporto di Schwechat e la realizzazione dell'autostrada A11 dei monti Karawanken, i cui costi lievitavano di centinaia di milioni di euro per i cartelli illegali delle aziende coinvolte e la collusione dei funzionari. Più recentemente, nel 2012, il nuovo terminale Skylink dell'aeroporto viennese è stato consegnato con quattro anni di ritardo, a quasi il triplo del costo preventivato e con un contorno di procedimenti penali per frode, appropriazione indebita, corruzione, malagestione e irregolarità di esecuzione. Nella relazione di collaudo si elencavano 3000 difetti costruttivi, di cui un centinaio «potenzialmente letali».
Nel 2010 Mark Pieth, capo del Working Group on Bribery in International Business Transactions dell'OSCE, definiva l'Austria «un'oasi di corruzione». Un anno dopo l'edizione internazionale dello Spiegel aggiornava i lettori sugli ultimi scandali viennesi definendo la capitale austriaca «un intrico di malaffare». Nel frattempo un gruppo di artisti locali trovava il modo di monetizzare l'andazzo dando vita a un Istituto di corruzione applicata (Institut für angewandte Korruption), con tour guidati nei santuari della corruzione viennese, seminari e un libro per diventare «più belli, più ricchi e più intelligenti» con le mazzette.
I casi più gravi esplodono nel nuovo millennio, come il mega-scandalo Telekom Austria, una saga inaugurata nel 2000 con sei filoni processuali a carico di politici e appaltatori di centrodestra che per anni hanno utilizzato l'azienda per beneficiare sé e i clientes. I reati vanno dalla turbativa d'asta alla manipolazione di titoli, dal finanziamento illecito ai partiti alle sponsorizzazioni non autorizzate, dalle fusioni societarie in perdita alla corruzione pubblica e privata. O come l'acquisto dei caccia Eurofighter per i quali politici e alti ufficiali intascavano dal produttore tangenti per un totale record: quasi 100 milioni di euro. Nell'affare BUWOG l'ex ministro dell'Economia Karl-Heinz Grasser (FPÖ) percepiva provvigioni illegali per centinaia di migliaia di euro sulla privatizzazione degli alloggi popolari di Vienna. Nel 2013 Ernst Strasser, già ministro degli Interni (ÖVP) e poi eurodeputato, finiva in carcere per essersi venduto come lobbista presso il Parlamento europeo. In casa SPÖ l'ex cancelliere Werner Faymann si faceva pagare dalle ferrovie e dalle autostrade dello Stato la campagna elettorale mentre era ministro dei Trasporti. Sotto il governatorato di Jörg Haider il Land della Carinzia acquistava dal sindacato nazionale tre villaggi turistici affacciati su altrettanti laghi al prezzo monstre di 42 milioni di euro (furono rivenduti pochi anni dopo a un terzo del valore), di cui oltre 700 mila euro finiti nelle casse del partito.
Non mancano gli scandali bancari. Nel crack della BAWAG (Bank für Arbeit und Wirtschaft), forziere della socialdemocrazia austriaca e roccaforte del suo centrosinistra, in pochi anni un ristretto gruppo di dirigenti bruciava quasi un miliardo e mezzo di depositi in operazioni ad alto rischio presso società di comodo ai Caraibi e prestiti insolvibili a speculatori amici, occultando le perdite ai correntisti, agli organi di controllo e all'azionista unico: quello stesso sindacato ÖGB che dovrà in seguito vendere i tre laghi carinziani, con annesse tangenti, per cercare di coprire il buco.
Ancora più tragico e rocambolesco il fallimento di Hypo Bank Alpe Adria. Nei primi anni 2000 l'istituto si lancia in speculazioni ad altissimo rischio vantando la garanzia del socio pubblico di maggioranza, il Land della Carinzia. Le cose vanno male e con la crisi perde tutto. Nel 2009 interviene il Ministero, la banca è nazionalizzata e diventa una bad bank. Il Land, a cui spetta l'onere di ripianare debiti per miliardi di euro, evita la certezza del fallimento grazie a un accordo in extremis con i creditori e a un ulteriore intervento dello Stato, che i carinziani dovranno rimborsare scontando mezzo secolo di lacrime e sangue. Il disastro Hypo Bank è costellato da un lunghissimo catalogo di reati con numerose inchieste ancora in corso: finanziamenti illeciti ai partiti, false comunicazioni, bilanci truccati, conti segreti, riciclaggio e tangenti, ma anche affari con mafie e trafficanti d'armi balcanici.
I casi qui accennati sono i più illustri, quelli la cui enormità ha reso inevitabile l'intervento della magistratura e una certa risonanza mediatica. Ma nella sostanza esemplificano, sia pure ai massimi livelli, uno stile di clientele, favoritismi e disinvoltura istituzionale che secondo alcuni non rappresenterebbe l'eccezione, anzi. Scrive Robert Brettschneider in Tu felix Austria (2012):
Quindi? Contrordine? Non
facciamocome? Elaboriamo il lutto? No. Perché come spesso accade, il
problema non sta nella risposta ma nella domanda, nella proposizione
stessa del problema. Se in questa puntata ci siamo presi la pena di
stare al gioco triste della Schadenfreude per dare una sfoltita
al senso di inferiorità nazionale, nella prossima cercheremo più
pedantemente di indovinare la radice ideologica di queste competizioni
senza frontiere che tanto piacciono a chi odia il proprio Paese.
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Per restare in Austria, è leggendaria la vicenda dell'ospedale generale di Vienna (AKH) il cui costo è lievitato di 45 volte nel corso di una pluridecennale storia di tangenti, costi gonfiati, errori, malaffare e ritardi che lo hanno reso il nosocomio più costoso d'Europa, se non forse del mondo. Quando fu inaugurato nel 1994, con trent'anni di ritardo, per la sua costruzione erano stati spesi 3,12 miliardi di euro. Negli anni Novanta si ricordano i casi di altre grandi opere: l'ampliamento della metropolitana viennese, la costruzione dell'aeroporto di Schwechat e la realizzazione dell'autostrada A11 dei monti Karawanken, i cui costi lievitavano di centinaia di milioni di euro per i cartelli illegali delle aziende coinvolte e la collusione dei funzionari. Più recentemente, nel 2012, il nuovo terminale Skylink dell'aeroporto viennese è stato consegnato con quattro anni di ritardo, a quasi il triplo del costo preventivato e con un contorno di procedimenti penali per frode, appropriazione indebita, corruzione, malagestione e irregolarità di esecuzione. Nella relazione di collaudo si elencavano 3000 difetti costruttivi, di cui un centinaio «potenzialmente letali».
Nel 2010 Mark Pieth, capo del Working Group on Bribery in International Business Transactions dell'OSCE, definiva l'Austria «un'oasi di corruzione». Un anno dopo l'edizione internazionale dello Spiegel aggiornava i lettori sugli ultimi scandali viennesi definendo la capitale austriaca «un intrico di malaffare». Nel frattempo un gruppo di artisti locali trovava il modo di monetizzare l'andazzo dando vita a un Istituto di corruzione applicata (Institut für angewandte Korruption), con tour guidati nei santuari della corruzione viennese, seminari e un libro per diventare «più belli, più ricchi e più intelligenti» con le mazzette.
I casi più gravi esplodono nel nuovo millennio, come il mega-scandalo Telekom Austria, una saga inaugurata nel 2000 con sei filoni processuali a carico di politici e appaltatori di centrodestra che per anni hanno utilizzato l'azienda per beneficiare sé e i clientes. I reati vanno dalla turbativa d'asta alla manipolazione di titoli, dal finanziamento illecito ai partiti alle sponsorizzazioni non autorizzate, dalle fusioni societarie in perdita alla corruzione pubblica e privata. O come l'acquisto dei caccia Eurofighter per i quali politici e alti ufficiali intascavano dal produttore tangenti per un totale record: quasi 100 milioni di euro. Nell'affare BUWOG l'ex ministro dell'Economia Karl-Heinz Grasser (FPÖ) percepiva provvigioni illegali per centinaia di migliaia di euro sulla privatizzazione degli alloggi popolari di Vienna. Nel 2013 Ernst Strasser, già ministro degli Interni (ÖVP) e poi eurodeputato, finiva in carcere per essersi venduto come lobbista presso il Parlamento europeo. In casa SPÖ l'ex cancelliere Werner Faymann si faceva pagare dalle ferrovie e dalle autostrade dello Stato la campagna elettorale mentre era ministro dei Trasporti. Sotto il governatorato di Jörg Haider il Land della Carinzia acquistava dal sindacato nazionale tre villaggi turistici affacciati su altrettanti laghi al prezzo monstre di 42 milioni di euro (furono rivenduti pochi anni dopo a un terzo del valore), di cui oltre 700 mila euro finiti nelle casse del partito.
Non mancano gli scandali bancari. Nel crack della BAWAG (Bank für Arbeit und Wirtschaft), forziere della socialdemocrazia austriaca e roccaforte del suo centrosinistra, in pochi anni un ristretto gruppo di dirigenti bruciava quasi un miliardo e mezzo di depositi in operazioni ad alto rischio presso società di comodo ai Caraibi e prestiti insolvibili a speculatori amici, occultando le perdite ai correntisti, agli organi di controllo e all'azionista unico: quello stesso sindacato ÖGB che dovrà in seguito vendere i tre laghi carinziani, con annesse tangenti, per cercare di coprire il buco.
Ancora più tragico e rocambolesco il fallimento di Hypo Bank Alpe Adria. Nei primi anni 2000 l'istituto si lancia in speculazioni ad altissimo rischio vantando la garanzia del socio pubblico di maggioranza, il Land della Carinzia. Le cose vanno male e con la crisi perde tutto. Nel 2009 interviene il Ministero, la banca è nazionalizzata e diventa una bad bank. Il Land, a cui spetta l'onere di ripianare debiti per miliardi di euro, evita la certezza del fallimento grazie a un accordo in extremis con i creditori e a un ulteriore intervento dello Stato, che i carinziani dovranno rimborsare scontando mezzo secolo di lacrime e sangue. Il disastro Hypo Bank è costellato da un lunghissimo catalogo di reati con numerose inchieste ancora in corso: finanziamenti illeciti ai partiti, false comunicazioni, bilanci truccati, conti segreti, riciclaggio e tangenti, ma anche affari con mafie e trafficanti d'armi balcanici.
I casi qui accennati sono i più illustri, quelli la cui enormità ha reso inevitabile l'intervento della magistratura e una certa risonanza mediatica. Ma nella sostanza esemplificano, sia pure ai massimi livelli, uno stile di clientele, favoritismi e disinvoltura istituzionale che secondo alcuni non rappresenterebbe l'eccezione, anzi. Scrive Robert Brettschneider in Tu felix Austria (2012):
Ritengo che lo scandalo AKH [l'ospedale, ndP] sia sintomatico della situazione in Austria. È una storia di corruzione, economia di relazione e occultamento: cose assolutamente normali e socialmente accettabili da queste parti. Se non fosse che le dimensioni di questo progetto sono diventate così mastodontiche da far sì che anche le tangenti che quasi obbligatoriamente lo accompagnarono abbiano superato largamente la "misura tradizionale".La «normalità» e la «accettabilità sociale» di un fenomeno hanno a che fare con la sua percezione, sicché forniscono anche una chiave di lettura della più blasonata classifica della corruzione mondiale. Qui l'Austria, quella sopra descritta, si colloca al diciassettesimo posto tra i virtuosi del mondo. Nella civiltà dell'immagine conta, appunto, l'immagine che si ha di sé.
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16/10/2017
Chi è Sebastian Kurz, futuro cancelliere austriaco, millennial di successo
Com’è evidente, questo quadretto del neogovernante austriaco è stato scritto poche ore prima del voto. E risulta pienamente utile.
Ancora poche ore e le urne austriache decreteranno con quasi matematica certezza il cancellierato del giovanissimo ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz. L’Italia dovrà dunque instaurare rapporti di buon vicinato con un leader rampante, nato solo 50 giorni dopo il nostro Di Maio, nel 1986, in piena era millennials.
Qualche tratto in comune col nostro aspirante premier: assenza di laurea, giacca attillata, camicia bianca e sorriso quasi perenne. Più a denti stretti quello di Kurz, che non può sfoggiare una dentizione smagliante pari al nostro Luigino e però, in compenso, non disdegna scravattarsi e aprire con disinvoltura il primo bottone della camicia.
A dirla tutta Sebastian, pur essendo più giovane, vanta un curriculum internazionale di un certo successo.
Non che abbia lasciato tracce profonde: molte agenzie manco se ne sono accorte, però lui, per il 2017, è il Presidente dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, l’OSCE, nell’anno di competenza dell’Austria, dove se ne trova il quartier generale.
In tale veste le sue parole d’ordine sono state la deradicalizzazione dei giovani e la volontà di risoluzione dei conflitti nei territori dell’OSCE; vale a dire contribuire a ripristinare la fiducia per la risoluzione dei conflitti nei territori OSCE, nell’est dell’Ucraina, in Georgia, Nagorno-Karabakh e Transnistria, parole di Kurz alle Nazioni Unite.
In materia non risulta che i primi 10 mesi del suo mandato abbiano fatto registrare successi strabilianti. Tra l’altro alcuni progetti Osce in territorio bosniaco paiono non avere inciso sul numero dei foreign fighters di quel paese. Calma piatta, come ci si poteva aspettare da un Popolare austriaco, forza notoriamente conservatrice.
Ma è sul punto del come effettuare la deradicalizzazione, che significa poi concentrare l’attenzione sul terrorismo internazionale, che Kurz si è fatto notare, più ancora che come responsabile Osce, sul piano delle relazioni internazionali, così come su quello delle strategie dei popolari nel suo paese.
In quel di Vienna e dintorni si è adoperato per spostare a destra, riuscendoci, l’asse del proprio partito. Il capitolo più significativo di tale operazione è stato rappresentato dalle proposte di politiche di respingimento degli immigrati forzati, intesi come fonte di radicale pericolo.
E’ significativo che la maggioranza, che probabilmente uscirà dalle urne, sancirà l’alleanza dei Popolari con la destra estrema che fu di Haider e con la consegna della vicecancelleria al Partito xenofobo che la rappresenta. Per i Popolari è infatti previsto oltre il 30% dei voti e per l’estrema destra il 25 % e rotti, che col proporzionale, consentono a Kurz di governare senza soccorsi più o meno di centrosinistra. Di conseguenza, sul piano interno, sicura spaccatura con la socialdemocrazia locale, che quindi, vedova di Grossekoalition, uscirà dal governo austriaco dopo tempi immemorabili. E nell’angolo pure i Verdi, in preoccupante sopore e divisi in tre dopo la battaglia vinta contro la destra per la Presidenza della Repubblica.
Sul piano delle relazioni internazionali stop agli arrivi dei migranti e grinta dura alle frontiere, sempre e ovunque, a prevenire fonti di destabilizzazione e terrore. Alla faccia della idealpolitik dell’Osce, tutta diritti umani e volemose bene (almeno a parole). Su questo terreno Kurz si era già manifestato ai tempi in cui la Merkel si era adoperata nel chiudere la rotta dei Balcani. Molto bene, secondo lui, la chiusura, ma ancora meglio bloccare il transito anche ai migranti residui di stanza in Slovenia. Della serie Europa sì, ma solo quando mi fa comodo. Una considerazione che Angela non parve gradire, mentre incontrò simpatie in quel di Budapest, innescando amorosi sensi tra Kurz e Orban.
Antieuropeista, orientato a destra e che altro? Per quanto ci riguarda ne abbiamo già goduto un assaggio significativo.
In Italia Kurz è soprattutto noto per una ipotesi che non ci ha rasserenato: carri armati al Brennero a garanzia che l’Italia non scaricasse sull’Austria i migranti forzati in transito: magari fornendo loro furbeschi permessi di soggiorno a raffica, come propose a suo tempo Maroni determinando il blocco francese a Ventimiglia e come aveva riproposto la improvvida Bonino, suscitando analoghi propositi ritorsivi a Vienna.
Va detto che, allora, questo gorgheggiante Di Maio allo jodel (canto tipico tirolese e più in generale germanofono) fece fare bella figura al nostro Alfano che segnalò come il flusso in entrata in Italia dei migranti, via Tarvisio e via Brennero, stesse quasi superando quello in uscita, grazie ai pakistani che vengono da noi dopo che il mitteleuropa danubiano li ha scaricati. In quell’occasione apparve quasi comica la minaccia di Kurz all’Italia: “Bloccate i migranti a Lampedusa o blocco il Brennero”. Pare che qualcuno alla Farnesina abbia sussurrato “Bravo furbo, così i Pakistani te li tieni tu”:
Ma non è il caso di fare troppo gli spiritosi, il nostro sembra abbastanza suscettibile e non è il caso di irritare il vicino prima del tempo.
Fonte
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Ancora poche ore e le urne austriache decreteranno con quasi matematica certezza il cancellierato del giovanissimo ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz. L’Italia dovrà dunque instaurare rapporti di buon vicinato con un leader rampante, nato solo 50 giorni dopo il nostro Di Maio, nel 1986, in piena era millennials.
Qualche tratto in comune col nostro aspirante premier: assenza di laurea, giacca attillata, camicia bianca e sorriso quasi perenne. Più a denti stretti quello di Kurz, che non può sfoggiare una dentizione smagliante pari al nostro Luigino e però, in compenso, non disdegna scravattarsi e aprire con disinvoltura il primo bottone della camicia.
A dirla tutta Sebastian, pur essendo più giovane, vanta un curriculum internazionale di un certo successo.
Non che abbia lasciato tracce profonde: molte agenzie manco se ne sono accorte, però lui, per il 2017, è il Presidente dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, l’OSCE, nell’anno di competenza dell’Austria, dove se ne trova il quartier generale.
In tale veste le sue parole d’ordine sono state la deradicalizzazione dei giovani e la volontà di risoluzione dei conflitti nei territori dell’OSCE; vale a dire contribuire a ripristinare la fiducia per la risoluzione dei conflitti nei territori OSCE, nell’est dell’Ucraina, in Georgia, Nagorno-Karabakh e Transnistria, parole di Kurz alle Nazioni Unite.
In materia non risulta che i primi 10 mesi del suo mandato abbiano fatto registrare successi strabilianti. Tra l’altro alcuni progetti Osce in territorio bosniaco paiono non avere inciso sul numero dei foreign fighters di quel paese. Calma piatta, come ci si poteva aspettare da un Popolare austriaco, forza notoriamente conservatrice.
Ma è sul punto del come effettuare la deradicalizzazione, che significa poi concentrare l’attenzione sul terrorismo internazionale, che Kurz si è fatto notare, più ancora che come responsabile Osce, sul piano delle relazioni internazionali, così come su quello delle strategie dei popolari nel suo paese.
In quel di Vienna e dintorni si è adoperato per spostare a destra, riuscendoci, l’asse del proprio partito. Il capitolo più significativo di tale operazione è stato rappresentato dalle proposte di politiche di respingimento degli immigrati forzati, intesi come fonte di radicale pericolo.
E’ significativo che la maggioranza, che probabilmente uscirà dalle urne, sancirà l’alleanza dei Popolari con la destra estrema che fu di Haider e con la consegna della vicecancelleria al Partito xenofobo che la rappresenta. Per i Popolari è infatti previsto oltre il 30% dei voti e per l’estrema destra il 25 % e rotti, che col proporzionale, consentono a Kurz di governare senza soccorsi più o meno di centrosinistra. Di conseguenza, sul piano interno, sicura spaccatura con la socialdemocrazia locale, che quindi, vedova di Grossekoalition, uscirà dal governo austriaco dopo tempi immemorabili. E nell’angolo pure i Verdi, in preoccupante sopore e divisi in tre dopo la battaglia vinta contro la destra per la Presidenza della Repubblica.
Sul piano delle relazioni internazionali stop agli arrivi dei migranti e grinta dura alle frontiere, sempre e ovunque, a prevenire fonti di destabilizzazione e terrore. Alla faccia della idealpolitik dell’Osce, tutta diritti umani e volemose bene (almeno a parole). Su questo terreno Kurz si era già manifestato ai tempi in cui la Merkel si era adoperata nel chiudere la rotta dei Balcani. Molto bene, secondo lui, la chiusura, ma ancora meglio bloccare il transito anche ai migranti residui di stanza in Slovenia. Della serie Europa sì, ma solo quando mi fa comodo. Una considerazione che Angela non parve gradire, mentre incontrò simpatie in quel di Budapest, innescando amorosi sensi tra Kurz e Orban.
Antieuropeista, orientato a destra e che altro? Per quanto ci riguarda ne abbiamo già goduto un assaggio significativo.
In Italia Kurz è soprattutto noto per una ipotesi che non ci ha rasserenato: carri armati al Brennero a garanzia che l’Italia non scaricasse sull’Austria i migranti forzati in transito: magari fornendo loro furbeschi permessi di soggiorno a raffica, come propose a suo tempo Maroni determinando il blocco francese a Ventimiglia e come aveva riproposto la improvvida Bonino, suscitando analoghi propositi ritorsivi a Vienna.
Va detto che, allora, questo gorgheggiante Di Maio allo jodel (canto tipico tirolese e più in generale germanofono) fece fare bella figura al nostro Alfano che segnalò come il flusso in entrata in Italia dei migranti, via Tarvisio e via Brennero, stesse quasi superando quello in uscita, grazie ai pakistani che vengono da noi dopo che il mitteleuropa danubiano li ha scaricati. In quell’occasione apparve quasi comica la minaccia di Kurz all’Italia: “Bloccate i migranti a Lampedusa o blocco il Brennero”. Pare che qualcuno alla Farnesina abbia sussurrato “Bravo furbo, così i Pakistani te li tieni tu”:
Ma non è il caso di fare troppo gli spiritosi, il nostro sembra abbastanza suscettibile e non è il caso di irritare il vicino prima del tempo.
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Austria. In testa i “conservatori” ma i socialisti superano la destra
Mentre scorrono i risultati sull’esito delle elezioni anticipate in Austria, si segnala un colpo di scena con i socialdemocratici che sorpassano la destra. La Spoe (il partito socialdemocratico) sarebbe ora al 27,1% mentre la Fpoe (la destra) al 25,9%. In testa invece i popolari di Sebastian Kurz (partito conservatore), ormai al 31,5%, mentre i Verdi, per la prima volta dal 1986, restano fuori dal parlamento, hanno ottenuto il 3,9%, mentre la soglia di sbarramento è del 4%. A superare la soglia del 4% sono stati invece la lista Pilz, nata proprio da una scissione dei Verdi e il partito liberale (Neos).
Si delinea così una maggioranza di centro-destra con il 57,3% dei voti e quindi un governo di centrodestra formato dai popolari di Kurz e dai liberalnazionali della Fpoe di Heinz Christian Strache. I socialdemocratici del cancelliere uscente Christian Kern, che nel 2013 risultarono primi, ora sarebbero secondi. Logorati dall’esperienza del governo di coalizione dell’ultimo anno con i popolari, i socialdemocratici austriaci potrebbero aver beneficiato del voto contro la destra.
Il leader dei conservatori, Sebastian Kurtz, che sta vincendo le elezioni in Austria, non è un vecchio esponente politico ma un giovane rampante. A 24 anni era sottosegretario nel governo e a 27 anni era ministro degli Esteri. Nel 2015, quando esplode l’emergenza profughi, Kurtz ha criticato la politica dell’accoglienza di Angela Merkel, ha chiuso la rotta balcanica e minacciando di chiudere il confine del Brennero con l’Italia. Come dire, non basta certo essere giovani per essere portatori sani di istanze progressiste. Dopo Macron, Kurtz, l’anagrafe non rasserena affatto le nuvole nere che si aggirano sui e nei paesi dell’Unione Europea. L’Austria che emerge dalle urne sembrerebbe guardare con maggiore sintonia all’Ungheria di Orban che alla Germania della Merkel. E proprio quest’ultima ha sperimentato, a suo danno, la crescita delle formazioni di destra e xenofobe in un paese “stabile” come la Germania.
Ma se l’aria in circolazione nell’Unione Europea è reazionaria, appare quasi inevitabile che questa tendenza diventi più forte in ogni elezione.
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Si delinea così una maggioranza di centro-destra con il 57,3% dei voti e quindi un governo di centrodestra formato dai popolari di Kurz e dai liberalnazionali della Fpoe di Heinz Christian Strache. I socialdemocratici del cancelliere uscente Christian Kern, che nel 2013 risultarono primi, ora sarebbero secondi. Logorati dall’esperienza del governo di coalizione dell’ultimo anno con i popolari, i socialdemocratici austriaci potrebbero aver beneficiato del voto contro la destra.
Il leader dei conservatori, Sebastian Kurtz, che sta vincendo le elezioni in Austria, non è un vecchio esponente politico ma un giovane rampante. A 24 anni era sottosegretario nel governo e a 27 anni era ministro degli Esteri. Nel 2015, quando esplode l’emergenza profughi, Kurtz ha criticato la politica dell’accoglienza di Angela Merkel, ha chiuso la rotta balcanica e minacciando di chiudere il confine del Brennero con l’Italia. Come dire, non basta certo essere giovani per essere portatori sani di istanze progressiste. Dopo Macron, Kurtz, l’anagrafe non rasserena affatto le nuvole nere che si aggirano sui e nei paesi dell’Unione Europea. L’Austria che emerge dalle urne sembrerebbe guardare con maggiore sintonia all’Ungheria di Orban che alla Germania della Merkel. E proprio quest’ultima ha sperimentato, a suo danno, la crescita delle formazioni di destra e xenofobe in un paese “stabile” come la Germania.
Ma se l’aria in circolazione nell’Unione Europea è reazionaria, appare quasi inevitabile che questa tendenza diventi più forte in ogni elezione.
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17/08/2017
L’Austria schiera i militari al Brennero
I carri armati per ora no. Specie se con scritte tedesche sopra, che fanno ancora un brutto effetto mediatico... Ma un po’ di soldati sì, ma “col compito di coadiuvare la polizia di frontiera”.
La scelta dell’Austria era nell’aria da mesi, vuoi per soddisfare il bisogno di rispondere a una psicosi da “invasione” inesistente, vuoi per capitalizzare elettoralmente queste iniziative.
Di fatto Vienna limita di molto la praticabilità dell’accordo di Shengen, che garantiva la libera circolazione tra i paesi aderenti all’Unione Europea sopprimendo i controlli alle frontiere sugli spostamenti delle persone. E’ chiaro infatti che con l’invio dei militari si compie sia un atto simbolico (una volta schierati, potranno essere implementati al bisogno), che una modifica delle procedure alla frontiera. I controlli vengono insomma ripristinati, con prevedibile attenzione al colore della pelle dei transitanti. Via libera dunque agli “ariani” e verifica degli “scuretti”.
Il governo Gentiloni prende così un altro sonoro ceffone da un partner europeo, dopo la ben più rilevante nazionalizzazione francese dei cantieri navali di Saint Nazaire. Le prime dichiarazioni uscite dal Viminale parlano di decisione “sorprendente e ingiustificata”, ma non annunciato reazioni di rilievo.
Lo stesso ministero dell’Interno si limita a far notare che nei primi sette mesi del 2017, alla frontiera italo-austriaca è stato inibito l’ingresso sul territorio nazionale a 1200 cittadini stranieri, a riprova semmai del trend dei movimenti migratori dall’Austria verso l’Italia. E dei controlli ormai attivi in entrambe le direzioni...
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La scelta dell’Austria era nell’aria da mesi, vuoi per soddisfare il bisogno di rispondere a una psicosi da “invasione” inesistente, vuoi per capitalizzare elettoralmente queste iniziative.
Di fatto Vienna limita di molto la praticabilità dell’accordo di Shengen, che garantiva la libera circolazione tra i paesi aderenti all’Unione Europea sopprimendo i controlli alle frontiere sugli spostamenti delle persone. E’ chiaro infatti che con l’invio dei militari si compie sia un atto simbolico (una volta schierati, potranno essere implementati al bisogno), che una modifica delle procedure alla frontiera. I controlli vengono insomma ripristinati, con prevedibile attenzione al colore della pelle dei transitanti. Via libera dunque agli “ariani” e verifica degli “scuretti”.
Il governo Gentiloni prende così un altro sonoro ceffone da un partner europeo, dopo la ben più rilevante nazionalizzazione francese dei cantieri navali di Saint Nazaire. Le prime dichiarazioni uscite dal Viminale parlano di decisione “sorprendente e ingiustificata”, ma non annunciato reazioni di rilievo.
Lo stesso ministero dell’Interno si limita a far notare che nei primi sette mesi del 2017, alla frontiera italo-austriaca è stato inibito l’ingresso sul territorio nazionale a 1200 cittadini stranieri, a riprova semmai del trend dei movimenti migratori dall’Austria verso l’Italia. E dei controlli ormai attivi in entrambe le direzioni...
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01/08/2017
Le contromisure russe alle sanzioni USA
E’ davvero un ricordo il tempo in cui mezza città di Mosca, nella Russia uscita dalla controrivoluzione eltsiniana, rimaneva paralizzata per qualche giorno, solo per consentire le riprese dell’ennesima pellicola catastrofista hollywoodiana. Le linee sociali interne sono sempre quelle, ma sul fronte geopolitico la sostanza è cambiata. La vicenda dei 755 addetti delle varie missioni diplomatiche USA in Russia (ambasciata di Mosca e consolati di Piter, Ekaterinburg e Vladivostok), che dal 1 settembre dovranno riciclarsi, è indicativa. Appena giovedì scorso Washington aveva approvato l’inasprimento delle sanzioni antirusse, che il giorno seguente il Cremlino aveva risposto togliendo le dače a disposizione dei diplomatici americani nella famosa oasi verde moscovita della Pineta d’argento e, ieri, Vladimir Putin annunciava la riduzione a 455 – tanti quanti i diplomatici russi negli Stati Uniti – degli addetti USA in Russia. Secondo Interfax, si tratta di personale sia diplomatico che tecnico, compresi anche molti cittadini russi: a scelta di Washington. In realtà, a guardar bene, sembra che proprio questi ultimi (autisti, personale amministrativo, tecnico e della sicurezza) costituiscano la maggioranza delle persone interessate al provvedimento, per cui, materialmente, non lasceranno il paese. Secondo il Dipartimento di stato infatti, scrive Interfax, al 2013, nella sola Mosca, lavoravano 333 cittadini USA e 867 stranieri, per la maggior parte russi.
“Abbiamo atteso a lungo” ha detto ieri Putin in un’intervista al Primo canale televisivo, “che qualcosa cambiasse in meglio” nelle relazioni russo-americane. “Nutrivamo la speranza che la situazione sarebbe cambiata. Ma, a giudicare da tutto, anche se cambierà, non sarà tanto presto. Ho ritenuto che dovessimo dimostrare che anche noi non lasceremo già più nulla senza risposta”.
Alla domanda di Vladimir Salovëv (una specie di Bruno Vespa russo) sul perché la contromisura russa dei diplomatici venga adottata ora, Putin ha risposto che “la parte americana ha di nuovo fatto un passo non provocato – il che è molto importante – in direzione del deterioramento delle relazioni USA-Russia: vale a dire, restrizioni illegali e tentativi di influenzare altri paesi, tra cui anche loro alleati, che sono invece interessati allo sviluppo e al mantenimento delle relazioni con la Federazione russa”.
Tale puntualizzazione di Putin fa il paio con la dichiarazione del Ministro dell’economia tedesco Brigitte Zypries, secondo cui le sanzioni USA contro la Russia violano il diritto internazionale, dal momento che coinvolgono anche imprese tedesche: “L’America non può multare imprese tedesche per il fatto che esse svolgono attività economiche con altri paesi”.
Anche da parte austriaca, scrive la Tass, si giudica inaccettabile l’adozione extraterritoriale di leggi americane e sembra che si sia pronti a difendere i propri interessi economici nel caso che le sanzioni USA coinvolgano imprese locali, soprattutto nel settore delle infrastrutture energetiche, a vantaggio degli interessi yankee in Europa. Il riferimento è alle ditte austriache impegnate nel progetto del gasdotto “North stream-2” – in particolare la petrolifera OMV e la metallurgica Voestalpine – per il quale si manifestano già concreti tentennamenti tedeschi, cui non è estraneo, con ogni probabilità, qualche robusto spintone d’oltreoceano.
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“Abbiamo atteso a lungo” ha detto ieri Putin in un’intervista al Primo canale televisivo, “che qualcosa cambiasse in meglio” nelle relazioni russo-americane. “Nutrivamo la speranza che la situazione sarebbe cambiata. Ma, a giudicare da tutto, anche se cambierà, non sarà tanto presto. Ho ritenuto che dovessimo dimostrare che anche noi non lasceremo già più nulla senza risposta”.
Alla domanda di Vladimir Salovëv (una specie di Bruno Vespa russo) sul perché la contromisura russa dei diplomatici venga adottata ora, Putin ha risposto che “la parte americana ha di nuovo fatto un passo non provocato – il che è molto importante – in direzione del deterioramento delle relazioni USA-Russia: vale a dire, restrizioni illegali e tentativi di influenzare altri paesi, tra cui anche loro alleati, che sono invece interessati allo sviluppo e al mantenimento delle relazioni con la Federazione russa”.
Tale puntualizzazione di Putin fa il paio con la dichiarazione del Ministro dell’economia tedesco Brigitte Zypries, secondo cui le sanzioni USA contro la Russia violano il diritto internazionale, dal momento che coinvolgono anche imprese tedesche: “L’America non può multare imprese tedesche per il fatto che esse svolgono attività economiche con altri paesi”.
Anche da parte austriaca, scrive la Tass, si giudica inaccettabile l’adozione extraterritoriale di leggi americane e sembra che si sia pronti a difendere i propri interessi economici nel caso che le sanzioni USA coinvolgano imprese locali, soprattutto nel settore delle infrastrutture energetiche, a vantaggio degli interessi yankee in Europa. Il riferimento è alle ditte austriache impegnate nel progetto del gasdotto “North stream-2” – in particolare la petrolifera OMV e la metallurgica Voestalpine – per il quale si manifestano già concreti tentennamenti tedeschi, cui non è estraneo, con ogni probabilità, qualche robusto spintone d’oltreoceano.
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06/12/2016
Münchau su Eurointelligence: Bentornati nella crisi dell’Eurozona
Su Eurointelligence, W. Münchau commenta la vittoria del “No” nel referendum costituzionale italiano e la sconfitta di misura di Hofer in Austria. Nessuno dei due fatti, sostiene l’editorialista del Financial Times, porta con sé buone notizie per l’establishment europeo. Münchau ritiene che l’ampia vittoria del No rappresenti politicamente l’inizio della fine del sostegno italiano alla causa “europea”, e che l’esito ultimo sarà l’uscita dall’euro. Anche l’elezione austriaca è un segnale d’allarme: seppure sconfitto alle elezioni presidenziali, il “nazionalista” Hofer si sta avviando a una clamorosa vittoria per l’FPÖ, che gli darebbe il governo dell’Austria, nelle elezioni politiche che si terranno entro il 2018.
Si tenga presente che le considerazioni di Münchau vanno lette come segnali d’allarme lanciati (forse invano) da un intellettuale critico qui autodefinitosi un guardiano dell’establishment.
di Eurointelligence, 05 dicembre 2016
Le dimissioni di Matteo Renzi dopo la vittoria schiacciante del No al referendum apriranno la strada a una crisi finanziaria, e secondo noi a una probabile uscita dall’euro; la rivolta dell’elettorato italiano contro l’establishment ha cause molteplici, ma per l’Italia sarà sempre più difficile dar vita a dei governi coerentemente pro-euro; il Presidente Sergio Mattarella nominerà probabilmente un governo tecnico col compito di stabilizzare il settore finanziario e di introdurre una riforma elettorale; l’Italia resta con un sistema bicamerale; il PD, l’unico grande partito coerentemente pro-euro, viene messo in crisi da questo voto, e si prepara al dopo-Renzi.
Ci sono due tipi di tragedie politiche. Quelle che si ripresentano come farsa e quelle che si trasformano in incubi interminabili. Le elezioni presidenziali in Austria fanno parte del primo tipo, il voto in Italia del secondo. Ciò che è scioccante, nel risultato italiano, non è la vittoria del “No” di per sé, ma la sua ampiezza – una maggioranza del 60% con un’affluenza al 70%. Si tratta di un risultato che mette inquietudine a qualsiasi politico europeista in Italia e altrove. Questo risultato è destinato a confondere tutti quelli che avevano cercato di minimizzare il significato di una vittoria del “No” prima del referendum. Non si tratta più solo del fatto se il Movimento Cinque Stelle possa o meno arrivare a una maggioranza. Il fatto è che in questo momento non c’è alcun sistema elettorale al mondo che possa portare a una stabile maggioranza pro-euro in Italia. Renzi era l’ultima possibilità che l’Italia aveva di rendere sostenibile la propria appartenenza all’euro, e lui l’ha distrutta.
Certo, la preoccupazione più immediata riguarda l’incombente crisi bancaria e finanziaria. In proposito si legga il nostro resoconto sotto. Ma la prospettiva nel medio termine è ancora più preoccupante. Siamo sostanzialmente in disaccordo con la visione prevalente, secondo la quale un nuovo governo tecnico potrebbe garantire stabilità politica. Renzi se n’è andato. Dubitiamo che rimarrà il leader del suo partito dopo una sconfitta così massiccia. Il voto potrebbe pure distruggere il Partito Democratico così come lo conosciamo. Date un’occhiata a come gongola Massimo D’Alema, ex primo ministro, nel celebrare la sconfitta di Renzi. Il predecessore di Renzi a segretario generale del partito, Pierluigi Bersani, che si chiedeva se l’insurrezione contro Renzi fosse quella di una pecora o di un toro, è stato salutato dai suoi sostenitori al grido di “toro”. Il partito aveva accettato Renzi come proprio leader soltanto finché tirava ed era vincente. Ma non è mai stato gradito.
Il discorso di dimissioni di Renzi è stato all’insegna della dignità, ma lo era anche quello di David Cameron poco dopo avere ammesso la sconfitta. Entrambi si erano giocati tutto e hanno commesso errori di valutazione di proporzioni storiche. La politica non perdona. Ora vediamo l’Italia che si avvia sulla strada dell’uscita dall’eurozona, non tanto perché comprendiamo il meccanismo preciso col quale questa uscita avverrà o il momento in cui avverrà, ma perché comprendiamo la dinamica delle forze che stanno dietro questo processo. A lungo abbiamo sostenuto che la combinazione di alto debito, zero crescita e un sistema bancario insolvente è incompatibile con l’appartenenza a una unione monetaria in cui la Germania fa da àncora deflazionistica. Ciò che è insostenibile alla fine cadrà. La traiettoria precisa di questa fine potrà rimanere ancora poco chiara per un po’, ma il risultato di ieri ci dice che l’elettorato alla fine troverà il modo. Siamo fortemente in disaccordo con l’opinione prevalente che circola tra i commentatori italiani, secondo i quali l’uscita dall’euro non è possibile perché non è consentita né prevista, o perché il sistema impedirà che avvenga. Ci sembra che siano tutti vittime delle loro pie illusioni. Le loro speranze appaiono molto più flebili alla luce fredda di questo mattino.
E dunque dove siamo diretti, da qui in avanti? Il Presidente Sergio Mattarella oggi accetterà le dimissioni di Renzi e nominerà un governo tecnico, che dovrà guidare il paese fino alle prossime elezioni. L’obiettivo di questo governo sarà la stabilizzazione finanziaria e la riforma elettorale. La legge attualmente esistente assumeva che la riforma costituzionale sarebbe stata approvata, e dunque non dava alcuna disposizione per l’elezione del Senato. Una nuova legge elettorale è dunque necessaria per questo motivo, ma non sarà cruciale nel determinare la direzione politica fondamentale del paese.
Da un punto di vista tecnico simpatizziamo con la proposta di Luciano Violante, un politico del PD, che sul Corriere della Sera di oggi suggerisce una riforma costituzionale molto limitata che introduca un voto costruttivo in stile tedesco, che non preveda la fiducia; vale a dire, il parlamento potrebbe ritirare la propria fiducia verso il governo solo se riesce a eleggerne un altro. Tutto ciò può essere sensato ma probabilmente non avverrà, e non risolverà il problema fondamentale. Il problema dell’Italia non è la struttura del suo sistema politico, ma il suo contenuto, e più precisamente la mancanza di volontà politica di andare verso una convergenza economica con il resto dell’eurozona.
Quando sarà finito il momento del governo tecnico, e questo dovrà dare il passo a un governo politico nel 2017 o 2018, ci aspettiamo che esso sarà anti-euro. Renzi era l’ultima possibilità dell’Italia di avere un governo riformista. Renzi ha fallito perché ha tragicamente preferito dare la priorità al genere sbagliato di riforme.
Cosa accade ora alle banche italiane?
La ricapitalizzazione della banca Monte dei Paschi di Siena era stata finora guidata dall’aspettativa di un successo all’elezione referendaria, non perché il referendum fosse direttamente legato alle banche italiane, ma perché l’incertezza politica risultante da una vittoria del “No” avrebbe rischiato di far deragliare tutto il processo. La sconfitta di Renzi al referendum si è ora materializzata. Cosa succederà, ora, a Monte dei Paschi e al resto delle banche italiane?
Per ora Monte dei Paschi non è fallita. La conversione volontaria del debito subordinato della scorsa settimana è riuscita a malapena a raggiungere l’obiettivo di un miliardo di euro. Il prossimo passo, tuttavia, è in dubbio. Prima che si sapesse il risultato del referendum, il Sole 24 Ore scriveva che i rappresentanti del fondo sovrano del Qatar oggi avrebbero incontrato la dirigenza del Monte dei Paschi per un “anchor” investment di un altro miliardo, a patto che il risultato del referendum fosse positivo. Ora ci si aspetta che l’accordo venga cancellato e che ci sia l’ingresso di un altro miliardo di capitale proveniente da investitori statunitensi. Senza questi investimenti Monte dei Paschi dovrebbe raccogliere non due, ma quattro miliardi di euro in una campagna di rifinanziamento da lanciare alla fine di questa settimana. Ci si aspetta che ora questo piano venga scartato. In un editoriale, il Sole 24 Ore chiede un salvataggio pubblico di Monte dei Paschi – che era già stato approvato dalla Banca d’Italia prima dei risultati degli stress test di questa estate – salvataggio che dovrebbe essere messo in atto immediatamente per evitare il rischio di contagio, in particolare verso il programma di raccolta di capitale da parte di Unicredit, che dovrebbe iniziare col nuovo anno.
Sul Corriere della Sera, Federico Fubini delinea il salvataggio pubblico che è stato concordato con la Commissione Europea come misura di emergenza. In caso di immediato stress di mercato per il sistema finanziario italiano, il governo dovrebbe effettuare una ricapitalizzazione “precauzionale” relativa ai buchi di bilancio di Monte dei Paschi evidenziati dai risultati degli stress test pubblicati in estate. Tutto il debito subordinato di Monte dei Paschi sarebbe spazzato via, sebbene gli obbligazionisti al dettaglio potrebbero poi essere risarciti. Secondo tre fonti citate dal Financial Times, i risarcimenti sarebbero limitati a 100.000 euro a persona, assimilando gli investimenti al dettaglio in debito subordinato ai depositi garantiti. Il costo politico sarebbe elevato, ma limitato dall’impegno a risarcire le famiglie. Sarebbe decisamente inusuale per un governo dimissionario emettere un necessario decreto di urgenza come questo, ma Renzi non ha ancora formalmente presentato le sue dimissioni al Presidente della Repubblica. Fubini spera che, se il salvataggio di Monte dei Paschi sarà condotto impeccabilmente, si possa evitare il contagio al resto del sistema bancario italiano.
Un altro scenario possibile è quello per cui la direzione di Monte dei Paschi comunichi ai supervisori bancari che intende cancellare il piano di ricapitalizzazione, e che il Sistema Unico di Supervisione europea decida di attivare la risoluzione bancaria. Dopo la risoluzione, la ricapitalizzazione pubblica non può essere considerata precauzionale. La sequenza degli eventi qui è critica. Fubini assume che il Sistema Unico di Supervisione darebbe a Monte dei Paschi più tempo per raccogliere capitale, sebbene a rigore non sia tenuto a questo. Piuttosto, la risoluzione sarebbe coerente con l’approccio rigido adottato dal supervisore bancario nel corso di quest’anno. Ma sarebbe anche un primo caso di risoluzione di una banca.
Come detto prima, a parte alcune delle banche più piccole che si trovano in difficoltà, come la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige, che devono tutte liberarsi dei crediti inesigibili e raccogliere capitale, sebbene in misura minore di Monte dei Paschi, a tutti viene in mente Unicredit. Il Financial Times ricorda che Unicredit sta pianificando di raccogliere capitale per 13 miliardi di euro, che è una somma enorme, specialmente se la raccolta avviene insieme a una vendita di asset, ma i banchieri sono ottimisti su questo. Una parte della vendita di asset è già in corso. Proprio questo fine settimana, il Financial Times riportava la vendita di Pioneer Investments da parte di Unicredit; French Amudi lo acquisterebbe, ed è vicino alla conclusione dell’affare per una cifra di oltre tre miliardi di euro. Una risoluzione rapida e ordinata della crisi di Monte dei Paschi, che eviti un più ampio stress sui mercati, sembra un prerequisito necessario per la riuscita della ricapitalizzazione di Unicredit. Data la sua dimensione e la sua attività internazionale, se Unicredit andasse in difficoltà ci sarebbe una vera crisi.
Tu felix Austria – Tu, Austria felice
Ironia della sorte, l’Austria, tra tutti i paesi, è l’unico che sta resistendo all’ondata di populismo, dando il voto a un anziano professore brontolone invece che a un ardente populista stile Trump.
Ma forse non dovremmo esagerare il significato della sconfitta di Norbert Hofer, che ha perso le elezioni per un margine relativamente ridotto: 52% a 48%. Ha perso perché l’intero establishment austriaco, tranne una piccola sezione del centro-destra di ÖVP, si è schierato col candidato vincente, Alexander van der Bellen. Ma FPÖ [il partito di Hofer], è più forte che mai nei sondaggi. Guardate qui, FPÖ è indicato dalla linea blu:
Il 2018 è l’anno in cui ci dovrebbero tenersi le prossime elezioni parlamentari in Austria, e sarà molto difficile formare un governo contro l’FPÖ. Il presidente federale potrà, teoricamente, rifiutarsi di nominare un governo anti-UE e costringere a nuove elezioni. Ma non potrà farlo per sempre e qualsiasi tentativo di capovolgere la volontà dell’elettorato potrà solamente sortire l’effetto opposto. L’elezione di Hofer avrebbe mandato un segnale negativo al resto dell’UE, ma anche l’elezione di van der Bellen non è consolante.
Su Der Standard, Michael Völker ha osservato che i Verdi austriaci non trarranno beneficio dall’elezione presidenziale, così come FPÖ non ne sarà danneggiato. Hofer ha perso perché non è riuscito a ottenere consensi al di fuori dell’FPÖ e del gruppo allargato dei suoi sostenitori. Völker crede perfino che le elezioni federali austriache potranno essere anticipate di un anno.
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Si tenga presente che le considerazioni di Münchau vanno lette come segnali d’allarme lanciati (forse invano) da un intellettuale critico qui autodefinitosi un guardiano dell’establishment.
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di Eurointelligence, 05 dicembre 2016
Le dimissioni di Matteo Renzi dopo la vittoria schiacciante del No al referendum apriranno la strada a una crisi finanziaria, e secondo noi a una probabile uscita dall’euro; la rivolta dell’elettorato italiano contro l’establishment ha cause molteplici, ma per l’Italia sarà sempre più difficile dar vita a dei governi coerentemente pro-euro; il Presidente Sergio Mattarella nominerà probabilmente un governo tecnico col compito di stabilizzare il settore finanziario e di introdurre una riforma elettorale; l’Italia resta con un sistema bicamerale; il PD, l’unico grande partito coerentemente pro-euro, viene messo in crisi da questo voto, e si prepara al dopo-Renzi.
Ci sono due tipi di tragedie politiche. Quelle che si ripresentano come farsa e quelle che si trasformano in incubi interminabili. Le elezioni presidenziali in Austria fanno parte del primo tipo, il voto in Italia del secondo. Ciò che è scioccante, nel risultato italiano, non è la vittoria del “No” di per sé, ma la sua ampiezza – una maggioranza del 60% con un’affluenza al 70%. Si tratta di un risultato che mette inquietudine a qualsiasi politico europeista in Italia e altrove. Questo risultato è destinato a confondere tutti quelli che avevano cercato di minimizzare il significato di una vittoria del “No” prima del referendum. Non si tratta più solo del fatto se il Movimento Cinque Stelle possa o meno arrivare a una maggioranza. Il fatto è che in questo momento non c’è alcun sistema elettorale al mondo che possa portare a una stabile maggioranza pro-euro in Italia. Renzi era l’ultima possibilità che l’Italia aveva di rendere sostenibile la propria appartenenza all’euro, e lui l’ha distrutta.
Certo, la preoccupazione più immediata riguarda l’incombente crisi bancaria e finanziaria. In proposito si legga il nostro resoconto sotto. Ma la prospettiva nel medio termine è ancora più preoccupante. Siamo sostanzialmente in disaccordo con la visione prevalente, secondo la quale un nuovo governo tecnico potrebbe garantire stabilità politica. Renzi se n’è andato. Dubitiamo che rimarrà il leader del suo partito dopo una sconfitta così massiccia. Il voto potrebbe pure distruggere il Partito Democratico così come lo conosciamo. Date un’occhiata a come gongola Massimo D’Alema, ex primo ministro, nel celebrare la sconfitta di Renzi. Il predecessore di Renzi a segretario generale del partito, Pierluigi Bersani, che si chiedeva se l’insurrezione contro Renzi fosse quella di una pecora o di un toro, è stato salutato dai suoi sostenitori al grido di “toro”. Il partito aveva accettato Renzi come proprio leader soltanto finché tirava ed era vincente. Ma non è mai stato gradito.
Il discorso di dimissioni di Renzi è stato all’insegna della dignità, ma lo era anche quello di David Cameron poco dopo avere ammesso la sconfitta. Entrambi si erano giocati tutto e hanno commesso errori di valutazione di proporzioni storiche. La politica non perdona. Ora vediamo l’Italia che si avvia sulla strada dell’uscita dall’eurozona, non tanto perché comprendiamo il meccanismo preciso col quale questa uscita avverrà o il momento in cui avverrà, ma perché comprendiamo la dinamica delle forze che stanno dietro questo processo. A lungo abbiamo sostenuto che la combinazione di alto debito, zero crescita e un sistema bancario insolvente è incompatibile con l’appartenenza a una unione monetaria in cui la Germania fa da àncora deflazionistica. Ciò che è insostenibile alla fine cadrà. La traiettoria precisa di questa fine potrà rimanere ancora poco chiara per un po’, ma il risultato di ieri ci dice che l’elettorato alla fine troverà il modo. Siamo fortemente in disaccordo con l’opinione prevalente che circola tra i commentatori italiani, secondo i quali l’uscita dall’euro non è possibile perché non è consentita né prevista, o perché il sistema impedirà che avvenga. Ci sembra che siano tutti vittime delle loro pie illusioni. Le loro speranze appaiono molto più flebili alla luce fredda di questo mattino.
E dunque dove siamo diretti, da qui in avanti? Il Presidente Sergio Mattarella oggi accetterà le dimissioni di Renzi e nominerà un governo tecnico, che dovrà guidare il paese fino alle prossime elezioni. L’obiettivo di questo governo sarà la stabilizzazione finanziaria e la riforma elettorale. La legge attualmente esistente assumeva che la riforma costituzionale sarebbe stata approvata, e dunque non dava alcuna disposizione per l’elezione del Senato. Una nuova legge elettorale è dunque necessaria per questo motivo, ma non sarà cruciale nel determinare la direzione politica fondamentale del paese.
Da un punto di vista tecnico simpatizziamo con la proposta di Luciano Violante, un politico del PD, che sul Corriere della Sera di oggi suggerisce una riforma costituzionale molto limitata che introduca un voto costruttivo in stile tedesco, che non preveda la fiducia; vale a dire, il parlamento potrebbe ritirare la propria fiducia verso il governo solo se riesce a eleggerne un altro. Tutto ciò può essere sensato ma probabilmente non avverrà, e non risolverà il problema fondamentale. Il problema dell’Italia non è la struttura del suo sistema politico, ma il suo contenuto, e più precisamente la mancanza di volontà politica di andare verso una convergenza economica con il resto dell’eurozona.
Quando sarà finito il momento del governo tecnico, e questo dovrà dare il passo a un governo politico nel 2017 o 2018, ci aspettiamo che esso sarà anti-euro. Renzi era l’ultima possibilità dell’Italia di avere un governo riformista. Renzi ha fallito perché ha tragicamente preferito dare la priorità al genere sbagliato di riforme.
Cosa accade ora alle banche italiane?
La ricapitalizzazione della banca Monte dei Paschi di Siena era stata finora guidata dall’aspettativa di un successo all’elezione referendaria, non perché il referendum fosse direttamente legato alle banche italiane, ma perché l’incertezza politica risultante da una vittoria del “No” avrebbe rischiato di far deragliare tutto il processo. La sconfitta di Renzi al referendum si è ora materializzata. Cosa succederà, ora, a Monte dei Paschi e al resto delle banche italiane?
Per ora Monte dei Paschi non è fallita. La conversione volontaria del debito subordinato della scorsa settimana è riuscita a malapena a raggiungere l’obiettivo di un miliardo di euro. Il prossimo passo, tuttavia, è in dubbio. Prima che si sapesse il risultato del referendum, il Sole 24 Ore scriveva che i rappresentanti del fondo sovrano del Qatar oggi avrebbero incontrato la dirigenza del Monte dei Paschi per un “anchor” investment di un altro miliardo, a patto che il risultato del referendum fosse positivo. Ora ci si aspetta che l’accordo venga cancellato e che ci sia l’ingresso di un altro miliardo di capitale proveniente da investitori statunitensi. Senza questi investimenti Monte dei Paschi dovrebbe raccogliere non due, ma quattro miliardi di euro in una campagna di rifinanziamento da lanciare alla fine di questa settimana. Ci si aspetta che ora questo piano venga scartato. In un editoriale, il Sole 24 Ore chiede un salvataggio pubblico di Monte dei Paschi – che era già stato approvato dalla Banca d’Italia prima dei risultati degli stress test di questa estate – salvataggio che dovrebbe essere messo in atto immediatamente per evitare il rischio di contagio, in particolare verso il programma di raccolta di capitale da parte di Unicredit, che dovrebbe iniziare col nuovo anno.
Sul Corriere della Sera, Federico Fubini delinea il salvataggio pubblico che è stato concordato con la Commissione Europea come misura di emergenza. In caso di immediato stress di mercato per il sistema finanziario italiano, il governo dovrebbe effettuare una ricapitalizzazione “precauzionale” relativa ai buchi di bilancio di Monte dei Paschi evidenziati dai risultati degli stress test pubblicati in estate. Tutto il debito subordinato di Monte dei Paschi sarebbe spazzato via, sebbene gli obbligazionisti al dettaglio potrebbero poi essere risarciti. Secondo tre fonti citate dal Financial Times, i risarcimenti sarebbero limitati a 100.000 euro a persona, assimilando gli investimenti al dettaglio in debito subordinato ai depositi garantiti. Il costo politico sarebbe elevato, ma limitato dall’impegno a risarcire le famiglie. Sarebbe decisamente inusuale per un governo dimissionario emettere un necessario decreto di urgenza come questo, ma Renzi non ha ancora formalmente presentato le sue dimissioni al Presidente della Repubblica. Fubini spera che, se il salvataggio di Monte dei Paschi sarà condotto impeccabilmente, si possa evitare il contagio al resto del sistema bancario italiano.
Un altro scenario possibile è quello per cui la direzione di Monte dei Paschi comunichi ai supervisori bancari che intende cancellare il piano di ricapitalizzazione, e che il Sistema Unico di Supervisione europea decida di attivare la risoluzione bancaria. Dopo la risoluzione, la ricapitalizzazione pubblica non può essere considerata precauzionale. La sequenza degli eventi qui è critica. Fubini assume che il Sistema Unico di Supervisione darebbe a Monte dei Paschi più tempo per raccogliere capitale, sebbene a rigore non sia tenuto a questo. Piuttosto, la risoluzione sarebbe coerente con l’approccio rigido adottato dal supervisore bancario nel corso di quest’anno. Ma sarebbe anche un primo caso di risoluzione di una banca.
Come detto prima, a parte alcune delle banche più piccole che si trovano in difficoltà, come la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige, che devono tutte liberarsi dei crediti inesigibili e raccogliere capitale, sebbene in misura minore di Monte dei Paschi, a tutti viene in mente Unicredit. Il Financial Times ricorda che Unicredit sta pianificando di raccogliere capitale per 13 miliardi di euro, che è una somma enorme, specialmente se la raccolta avviene insieme a una vendita di asset, ma i banchieri sono ottimisti su questo. Una parte della vendita di asset è già in corso. Proprio questo fine settimana, il Financial Times riportava la vendita di Pioneer Investments da parte di Unicredit; French Amudi lo acquisterebbe, ed è vicino alla conclusione dell’affare per una cifra di oltre tre miliardi di euro. Una risoluzione rapida e ordinata della crisi di Monte dei Paschi, che eviti un più ampio stress sui mercati, sembra un prerequisito necessario per la riuscita della ricapitalizzazione di Unicredit. Data la sua dimensione e la sua attività internazionale, se Unicredit andasse in difficoltà ci sarebbe una vera crisi.
Tu felix Austria – Tu, Austria felice
Ironia della sorte, l’Austria, tra tutti i paesi, è l’unico che sta resistendo all’ondata di populismo, dando il voto a un anziano professore brontolone invece che a un ardente populista stile Trump.
Ma forse non dovremmo esagerare il significato della sconfitta di Norbert Hofer, che ha perso le elezioni per un margine relativamente ridotto: 52% a 48%. Ha perso perché l’intero establishment austriaco, tranne una piccola sezione del centro-destra di ÖVP, si è schierato col candidato vincente, Alexander van der Bellen. Ma FPÖ [il partito di Hofer], è più forte che mai nei sondaggi. Guardate qui, FPÖ è indicato dalla linea blu:
Il 2018 è l’anno in cui ci dovrebbero tenersi le prossime elezioni parlamentari in Austria, e sarà molto difficile formare un governo contro l’FPÖ. Il presidente federale potrà, teoricamente, rifiutarsi di nominare un governo anti-UE e costringere a nuove elezioni. Ma non potrà farlo per sempre e qualsiasi tentativo di capovolgere la volontà dell’elettorato potrà solamente sortire l’effetto opposto. L’elezione di Hofer avrebbe mandato un segnale negativo al resto dell’UE, ma anche l’elezione di van der Bellen non è consolante.
Su Der Standard, Michael Völker ha osservato che i Verdi austriaci non trarranno beneficio dall’elezione presidenziale, così come FPÖ non ne sarà danneggiato. Hofer ha perso perché non è riuscito a ottenere consensi al di fuori dell’FPÖ e del gruppo allargato dei suoi sostenitori. Völker crede perfino che le elezioni federali austriache potranno essere anticipate di un anno.
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