Era nata da poco. Una frontiera diversa da quelle che l’avevano preceduta e di cui aveva letto, visto e sentito parlare fin dall’infanzia. Le avevano raccontato che le frontiere esistono da sempre e si diceva le aveva volute Dio per dividere le nazioni secondo i colori e le forme del territorio. Le avevano assicurato che la più parte di queste erano considerate del tutto naturali. Montagne, corsi d’acqua, mari, pietre, alberi da frutto, deserti di sassi e di sabbia. Persino il cielo, di problematica misurazione, era stato scelto da alcuni come frontiera naturale tra stati adiacenti. Altri avevano preso persino le conchiglie e ne avevano fatto una barriera contro eventuali invasori. Solo col passare del tempo aveva capito che le frontiere chiamate ‘naturali’ sono nella realtà costruite come le altre di cui lei stessa aveva avuto modo di fare l’esperienza.
Si era accorta che proprio tutte le frontiere sono costruite da mani umane e che possono variare a seconda di chi detiene il potere in quel momento. A sue spese aveva constatato che le frontiere di carta, legate ai documenti, ai visti di ingresso o di transito non erano meno pericolose di quelle intessute di fili spinati o di intricati sistemi di controllo biometrico.
I valli erano invenzioni d’altri tempi e mai del tutto abbandonati, neppure dalle più sofisticate tecniche di separazione di confini di proprietà. Dall’infanzia era stata colpita dalla straordinaria capacità di usare le parole per farne altrettante frontiere. Anzi, con dolore, aveva notato che non c’era nulla di così divisivo e ‘frontale’ come le parole. Nessuna di loro è nata innocente e, peggio ancora, l’uso e la manipolazione le trasformano in temibili barriere, cocci aguzzi di bottiglie, lame taglienti.
Aveva imparato viaggiando e pagando a sue spese il rifiuto delle frontiere a permetterle di entrare in un territorio che non fosse quello in cui era nata. Ciò le era parso da sempre come una grande ingiustizia, come se gli umani fossero alberi con radici talmente profonde da non potersi spostare altrove.
Avessero fatto così fin dall’inizio non ci sarebbe mai stato nessun popolo negli altri continenti del mondo. In quel momento le frontiere non erano ancora state inventate e così è stato per tanto tempo. Arrivarono poi le guerre, le ricchezze da proteggere, i territori da definire e le armate da organizzare.
Fu così, almeno a lei sembra, che le frontiere presero piede e divennero col tempo quello che ancora oggi rappresentano. Aveva persino sentito dire che sono i buoni muri di separazione che fanno i buoni vicini. Una follia secondo lei.
Fortuna che era incappata in un altro proverbio che invece diceva che chi non aveva muri di cinta non aveva neppure nemici. Ma non tutti la pensavano così e allora i muri cominciarono a crescere e prosperare dappertutto in questo strano mondo. Cortine di ferro, di cemento armato, di sassi, di immaginario e di strumenti elettronici.
I muri sono ormai parte del paesaggio che le persone e gli stati hanno assunto come condizione per darsi un’identità, una storia e soprattutto una politica. Ne era ormai certa. Le frontiere non sono altro che l’applicazione della geografia al potere militare del denaro.
Un autore di cui le sfuggiva il nome aveva infatti affermato che la geografia serviva soprattutto per fare la guerra. Non aveva tutti i torti a guardare da vicino come sono nati la maggior parte dei conflitti armati. La storia del mondo è storia di muri.
Si era insomma costruito un notevole bagaglio di esperienze. Non ultimo aveva potuto accorgersi che esistevano pure le frontiere ‘invisibili’ che lei annoverava tra le più tragiche. Erano frontiere reali ed impercettibili ad un tempo. Bastava uno sguardo per creare una barriera insormontabile all’incontro con l’altro e poi, fatalmente, si installava il sospetto, la diffidenza, la paura e infine la divisione.
La sua scelta era maturata col tempo, con l’esperienza e la possibilità di parlare con tante frontiere frustrate dal loro lavoro. Sapeva che non sarebbe stato facile capirla e meno ancora condividere la sua scelta. Ne aveva parlato con la sua migliore amica, anch’essa frontiera come lei, e ne era stata incoraggiata e confermata. Aveva scelto di disertare e da allora si sono perse le sue tracce.
I migranti sono gli ultimi che giurano di averla vista.
Casarza Ligure, agosto 2019
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/09/2019
25/11/2018
Delitto e castigo nel Sahel
Non da oggi è stato decretato come tale. Un delitto in piena regola, quasi perfetto non fosse per i sopravvissuti che scavano sentieri nel deserto. L’utopica idea di fare delle frontiere dei luoghi di transito per l’umana mobilità è ormai un atto tra i più sovversivi. Dichiarare che il mondo, così com’è pensato, non è che una serie di muri e fili spinati organizzati è inconcepibile.
Muoversi, portandosi dietro radici nomadi, suona come un’eresia contemporanea. Il diritto di inventare la coniugazione del verbo viaggiare è insostenibile, se non si danno prima garanzie di lealtà al sistema. L’unico modello accettabile è quello del turista, che si sposta senza punto cambiare. Dal Messico all’Angola, dal Sahel al Mediterraneo, il delitto di volere un futuro differente è giudicato e poi condannato come sovversivo. Migrare è un crimine passibile delle pene previste e impreviste dalla legge.
I campi di detenzione amministrativa in Europa, poi tradotti in campi di tortura in Libia sono altrove adattati in case di transito e riparazione nel Niger. Il principio non cambia. Il delitto di mobilità va punito, in modo esemplare, simbolico e reale. L’impero al crepuscolo non sopporta l’arrivo dei ‘barbari’ che ne assediano i confini. La contaminazione sarebbe fatale perchè arriva da fuori del corpo sociale e senza nessun cordone sanitario.
Il castigo si organizza anche tramite i progetti di sviluppo, fondamentalmente legati all’improbabile stabilizzazione delle velleità mobili dei soggetti in cerca di giustizia sociale. Se poi si vuole definitivamente affossare lo spirito di novità latente dei disobbedienti sarà sufficiente fare appello alle Organizzazioni Non Governative. Il mondo umanitario avrà nel frattempo ricevuto le istruzioni necessarie per renderle non solo innocue ma funzionali al sistema.
Gli altri delitti sono ben noti. Osare rivendicare la parola e la dignità confiscata da parte di giovani, contadini e attivisti dei diritti umani è un’azione riprovevole. Organizzare un’informazione libera che provi ad illuminare la realtà è un’offesa al senso comune. Rifiutarsi di lasciarsi comprare dal mercato dell’impostura e dalla guerra senza fine risulta insopportabile per qualunque potere che si rispetti.
Osare rivendicare il diritto alla sicurezza alimentare, all’educazione per tutti e ad una vita degna è considerato come un attentato all’ordine pubblico. Questi ed altri delitti sono punibili a termine di legge che, invece di proteggere i deboli, si è industriata per garantire i forti. Le prigioni di regime sono la punizione privilegiata e riconosciuta per questo tipo di efferati delitti. Ma il castigo peggiore consiste nella schiavitù volontaria e l’autocensura dei perpetratori. Il sistema allora ha vinto.
Non per molto tempo. Per chi sa profetizzare i muri sono già dipinti di fiori e i fili spinati utilizzati come stenditoi di biancheria. Il silenzio dei poveri è diventato una melodia di liberazione. In quel giorno, giustizia e pace si abbracciano sorridendo. Cominciando dal Sahel.
Niamey, novembre 2018
Fonte
Muoversi, portandosi dietro radici nomadi, suona come un’eresia contemporanea. Il diritto di inventare la coniugazione del verbo viaggiare è insostenibile, se non si danno prima garanzie di lealtà al sistema. L’unico modello accettabile è quello del turista, che si sposta senza punto cambiare. Dal Messico all’Angola, dal Sahel al Mediterraneo, il delitto di volere un futuro differente è giudicato e poi condannato come sovversivo. Migrare è un crimine passibile delle pene previste e impreviste dalla legge.
I campi di detenzione amministrativa in Europa, poi tradotti in campi di tortura in Libia sono altrove adattati in case di transito e riparazione nel Niger. Il principio non cambia. Il delitto di mobilità va punito, in modo esemplare, simbolico e reale. L’impero al crepuscolo non sopporta l’arrivo dei ‘barbari’ che ne assediano i confini. La contaminazione sarebbe fatale perchè arriva da fuori del corpo sociale e senza nessun cordone sanitario.
Il castigo si organizza anche tramite i progetti di sviluppo, fondamentalmente legati all’improbabile stabilizzazione delle velleità mobili dei soggetti in cerca di giustizia sociale. Se poi si vuole definitivamente affossare lo spirito di novità latente dei disobbedienti sarà sufficiente fare appello alle Organizzazioni Non Governative. Il mondo umanitario avrà nel frattempo ricevuto le istruzioni necessarie per renderle non solo innocue ma funzionali al sistema.
Gli altri delitti sono ben noti. Osare rivendicare la parola e la dignità confiscata da parte di giovani, contadini e attivisti dei diritti umani è un’azione riprovevole. Organizzare un’informazione libera che provi ad illuminare la realtà è un’offesa al senso comune. Rifiutarsi di lasciarsi comprare dal mercato dell’impostura e dalla guerra senza fine risulta insopportabile per qualunque potere che si rispetti.
Osare rivendicare il diritto alla sicurezza alimentare, all’educazione per tutti e ad una vita degna è considerato come un attentato all’ordine pubblico. Questi ed altri delitti sono punibili a termine di legge che, invece di proteggere i deboli, si è industriata per garantire i forti. Le prigioni di regime sono la punizione privilegiata e riconosciuta per questo tipo di efferati delitti. Ma il castigo peggiore consiste nella schiavitù volontaria e l’autocensura dei perpetratori. Il sistema allora ha vinto.
Non per molto tempo. Per chi sa profetizzare i muri sono già dipinti di fiori e i fili spinati utilizzati come stenditoi di biancheria. Il silenzio dei poveri è diventato una melodia di liberazione. In quel giorno, giustizia e pace si abbracciano sorridendo. Cominciando dal Sahel.
Niamey, novembre 2018
Fonte
15/11/2018
Brexit sull’ottovolante. Il governo May dà l’ok, ma dimissioni a pioggia
Lasciare l’Unione Europea per vie legali è più complicato che entrarvi, pare. Le polemiche nel governo conservatore britannico dimostrano che il tessuto connettivo degli affari è molto più resiliente di quanto la politica più prona al business – quella dei conservatori, appunto – potesse sospettare.
Secondo Michel Barnier, capo negoziatore della Ue, “è un momento molto importante. L’accordo concordato è giusto ed equilibrato, assicura le frontiere dell’Irlanda e getta le basi per un’ambiziosa relazione futura. Ma abbiamo ancora una lunga strada davanti, con un lavoro intenso da fare, e non c’è tempo da perdere”. Il che dà anche la misura di quanto la Ue – vero e proprio “comitato d’affari del capitale multinazionale” attivo sul Vecchio Continente – abbia saputo far pesare gli interessi “hard”.
Il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, ha di conseguenza annunciato che un vertice straordinario sull’accordo è stato convocato per il 25 novembre, alle 9:30.
Al contrario, la premier inglese Theresa May ha tenuto insieme con molta difficoltà il suo governo, in cui almeno un terzo dei ministri è in aperto dissenso con la bozza di accordo, pur votando a favore. La stessa May ha annunciato che la decisione è stata presa “collettivamente”, ma dopo ben 5 ore di riunione; non è stata comunque una cosa “leggera”, ed è passata soltanto come il migliore accordo possibile “nell’interesse nazionale”, perché consente di “recuperare il controllo” di alcuni poteri fondamentali (non di tutti), mentre l’alternativa sarebbe stata “tornare alla casella numero 1”. In quel caso, però, il governo conservatore si sarebbe dimostrato incapace di adempiere al mandato referendario che aveva deciso la Brexit.
Sono passate però solo poche ore che già il governo di Londra ha cominciato a perdere i pezzi. Si sono infatti dimessi il ministro per la Brexit Raab e il sottosegretario britannico per l’Irlanda del Nord, Shailesh Vara, annunciate quest’ultimo via Twitter. Subito seguiti dalla sottosegretaria alla Brexit Suella Braverman e dalla ministra del lavoro Esther McVey.
Raab, per il suo ruolo, era stato figura chiave nell’ultima fase dei negoziati e un ‘brexiteer’ della prima ora. Ma ora afferma di non poter “sostenere in buona coscienza i termini dell’accordo con l’Ue proposto”. Nella sua lettera di dimissioni indirizzate alla premier Theresa May afferma di “comprendere” i motivi per i quali il governo abbia deciso a maggioranza di sposare la bozza d’intesa e di “rispettare il diverso punto di vista” espresso che ha spinto la premier e “altri colleghi” a dare il via libera al testo “in buona fede”. Personalmente, tuttavia, afferma di non poter accettare un accordo che a suo dire nella soluzione proposta per l’Irlanda del Nord rappresenta “una minaccia reale all’integrità del Regno Unito”, né un meccanismo di “backstop indefinito”. Raab – secondo ministro per la Brexit a lasciare in questi mesi dopo David Davis – non chiede le dimissioni di May. Ma il suo forfait significa comunque un colpo duro sia per il governo sia per il contesto negoziale, mentre non si escludono ora possibili defezioni di altri ministri Tory dissidenti.
Vara, sottosegretario al dicastero dell’Irlanda del Nord (junior minister nella definizione britannica) è il primo componente del governo di Theresa May a dimettersi per protesta contro l’intesa con Bruxelles. Nella lettera di rinuncia deplora che la bozza sia destinata a lasciare il Regno Unito “a metà del guado” a tempo indeterminato e non dia garanzia definitive che l’Irlanda del Nord non abbia alla fine relazioni con l’Ue più profonde rispetto al resto del Paese. La premier difenderà viceversa l’accordo più tardi di fronte alla Camera dei Comuni, dove è peraltro attesa dal fuoco di fila delle polemiche incrociate da oppositori e sostenitori ultrà della Brexit, sia nei gruppi di opposizioni, sia in una parte della sua stessa maggioranza.
Anche gli unionisti – nordirlandesi protestanti – del Dup rompono con May. Vitali per la maggioranza, hanno denunciato la bozza d’intesa sulla Brexit come una violazione delle promesse fatte in termini di garanzia del legame fra Londra e Belfast. Il capogruppo Nigel Dodds ha sostenuto che l’intesa farà del Regno Unito “uno Stato vassallo destinato alla fine a disgregarsi”. Critiche che la premier ha respinto, ribadendo le garanzie all’Ulster e sull’integrità futura del Regno e invitando il Dup a nuovi colloqui.
Il contenuto dell’accordo è ovviamente vastissimo, visto che coinvolge tutti i settori di relazione tra la Gran Bretagna e l’Unione.
Uno dei punti più “sensibili”, e più mediatizzabili, è quello delle frontiere dell’Irlanda del Nord, per definizione da mantenere aperte secondo gli accordi di pace di 32 anni fa tra governo inglese, Irlanda, e Sinn Fein e Ira dell’Ulster. Di fatto quell’accordo ha trasformato il Nord Irlanda in un condominio tra Londra e Dublino, e nessuno vuol riaprire il vaso di Pandora della guerra civile a Belfast. Quindi la situazione resta sostanzialmente identica, ma per evitare che quella frontiera diventasse il “buco” attraverso cui l’Unione Europea poteva continuare a commerciare in Gran Bretagna alle proprie condizioni (visto che Dublino è membro dell’Ue), è stato necessario mantenere tutta la Gran Bretagna all’interno dell'”unione doganale” europea. Qualcosa che svuota di molto la portata economica della Brexit.
Stesso discorso, ma un po’ meno “permissivo”, per quanto riguarda i cittadini europei che lavorano o vogliono lavorare nel Regno Unito, come del resto già concordato lo scorso dicembre. Chi già da tempo risiede nel paese manterrà gli stessi diritti dei cittadini inglesi (per quanto riguarda welfare e sanità, sostanzialmente), ma anche chi vi si trasferirà nel “periodo di transizione” (fino alla fine del 2020), potrà godere degli stessi diritti. Ma dal 2021 la libertà di circolazione verrà alquanto limitata, anche se mancano ancora numerosi dettagli (per esempio, i turisti dovranno esibire il passaporto in vece del solo documento d'identità?), ma è scontato che chi si vuole trasferire lì per lavoro dovrà ottenere un permesso.
Sulle materie meno “propagandistiche”, Londra si è impegnata a pagare un «conto del divorzio» di circa 50 miliardi di euro per assolvere gli obblighi già presi nei confronti dell’Unione.
Il tutto è però ora consegnato all’approvazione del Parlamento inglese e delle istituzioni europee. L’incognita principale riguarda ovviamente Westminster, dove si annuncia un iter ancora più travagliato di quello avvenuto nel governo. Se la discussione dovesse concludersi con una bocciatura, e quindi la caduta di Theresa May, la Gran Bretagna sarebbe costretta ad uscire comunque alla data fissata – il 29 marzo 2019 – ma senza nessun accordo.
Le conseguenze pratiche di un’eventualità del genere sono al momento assolutamente imprevedibili. Non date dunque retta ai media mainstream che descrivono scenari plumbei per la sola economia britannica. La coincidenza temporale tra Brexit effettiva ed elezioni europee (maggio 2019) ha diverse caratteristiche della famosa “tempesta perfetta” in cui la nave dell’Unione rischia – se non il naufragio – certamente danni serissimi, che costringerebbero ad accantonare parecchie ambizioni geopolitiche coltivate fin qui con cura.
Fonte
Secondo Michel Barnier, capo negoziatore della Ue, “è un momento molto importante. L’accordo concordato è giusto ed equilibrato, assicura le frontiere dell’Irlanda e getta le basi per un’ambiziosa relazione futura. Ma abbiamo ancora una lunga strada davanti, con un lavoro intenso da fare, e non c’è tempo da perdere”. Il che dà anche la misura di quanto la Ue – vero e proprio “comitato d’affari del capitale multinazionale” attivo sul Vecchio Continente – abbia saputo far pesare gli interessi “hard”.
Il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, ha di conseguenza annunciato che un vertice straordinario sull’accordo è stato convocato per il 25 novembre, alle 9:30.
Al contrario, la premier inglese Theresa May ha tenuto insieme con molta difficoltà il suo governo, in cui almeno un terzo dei ministri è in aperto dissenso con la bozza di accordo, pur votando a favore. La stessa May ha annunciato che la decisione è stata presa “collettivamente”, ma dopo ben 5 ore di riunione; non è stata comunque una cosa “leggera”, ed è passata soltanto come il migliore accordo possibile “nell’interesse nazionale”, perché consente di “recuperare il controllo” di alcuni poteri fondamentali (non di tutti), mentre l’alternativa sarebbe stata “tornare alla casella numero 1”. In quel caso, però, il governo conservatore si sarebbe dimostrato incapace di adempiere al mandato referendario che aveva deciso la Brexit.
Sono passate però solo poche ore che già il governo di Londra ha cominciato a perdere i pezzi. Si sono infatti dimessi il ministro per la Brexit Raab e il sottosegretario britannico per l’Irlanda del Nord, Shailesh Vara, annunciate quest’ultimo via Twitter. Subito seguiti dalla sottosegretaria alla Brexit Suella Braverman e dalla ministra del lavoro Esther McVey.
Raab, per il suo ruolo, era stato figura chiave nell’ultima fase dei negoziati e un ‘brexiteer’ della prima ora. Ma ora afferma di non poter “sostenere in buona coscienza i termini dell’accordo con l’Ue proposto”. Nella sua lettera di dimissioni indirizzate alla premier Theresa May afferma di “comprendere” i motivi per i quali il governo abbia deciso a maggioranza di sposare la bozza d’intesa e di “rispettare il diverso punto di vista” espresso che ha spinto la premier e “altri colleghi” a dare il via libera al testo “in buona fede”. Personalmente, tuttavia, afferma di non poter accettare un accordo che a suo dire nella soluzione proposta per l’Irlanda del Nord rappresenta “una minaccia reale all’integrità del Regno Unito”, né un meccanismo di “backstop indefinito”. Raab – secondo ministro per la Brexit a lasciare in questi mesi dopo David Davis – non chiede le dimissioni di May. Ma il suo forfait significa comunque un colpo duro sia per il governo sia per il contesto negoziale, mentre non si escludono ora possibili defezioni di altri ministri Tory dissidenti.
Vara, sottosegretario al dicastero dell’Irlanda del Nord (junior minister nella definizione britannica) è il primo componente del governo di Theresa May a dimettersi per protesta contro l’intesa con Bruxelles. Nella lettera di rinuncia deplora che la bozza sia destinata a lasciare il Regno Unito “a metà del guado” a tempo indeterminato e non dia garanzia definitive che l’Irlanda del Nord non abbia alla fine relazioni con l’Ue più profonde rispetto al resto del Paese. La premier difenderà viceversa l’accordo più tardi di fronte alla Camera dei Comuni, dove è peraltro attesa dal fuoco di fila delle polemiche incrociate da oppositori e sostenitori ultrà della Brexit, sia nei gruppi di opposizioni, sia in una parte della sua stessa maggioranza.
Anche gli unionisti – nordirlandesi protestanti – del Dup rompono con May. Vitali per la maggioranza, hanno denunciato la bozza d’intesa sulla Brexit come una violazione delle promesse fatte in termini di garanzia del legame fra Londra e Belfast. Il capogruppo Nigel Dodds ha sostenuto che l’intesa farà del Regno Unito “uno Stato vassallo destinato alla fine a disgregarsi”. Critiche che la premier ha respinto, ribadendo le garanzie all’Ulster e sull’integrità futura del Regno e invitando il Dup a nuovi colloqui.
Il contenuto dell’accordo è ovviamente vastissimo, visto che coinvolge tutti i settori di relazione tra la Gran Bretagna e l’Unione.
Uno dei punti più “sensibili”, e più mediatizzabili, è quello delle frontiere dell’Irlanda del Nord, per definizione da mantenere aperte secondo gli accordi di pace di 32 anni fa tra governo inglese, Irlanda, e Sinn Fein e Ira dell’Ulster. Di fatto quell’accordo ha trasformato il Nord Irlanda in un condominio tra Londra e Dublino, e nessuno vuol riaprire il vaso di Pandora della guerra civile a Belfast. Quindi la situazione resta sostanzialmente identica, ma per evitare che quella frontiera diventasse il “buco” attraverso cui l’Unione Europea poteva continuare a commerciare in Gran Bretagna alle proprie condizioni (visto che Dublino è membro dell’Ue), è stato necessario mantenere tutta la Gran Bretagna all’interno dell'”unione doganale” europea. Qualcosa che svuota di molto la portata economica della Brexit.
Stesso discorso, ma un po’ meno “permissivo”, per quanto riguarda i cittadini europei che lavorano o vogliono lavorare nel Regno Unito, come del resto già concordato lo scorso dicembre. Chi già da tempo risiede nel paese manterrà gli stessi diritti dei cittadini inglesi (per quanto riguarda welfare e sanità, sostanzialmente), ma anche chi vi si trasferirà nel “periodo di transizione” (fino alla fine del 2020), potrà godere degli stessi diritti. Ma dal 2021 la libertà di circolazione verrà alquanto limitata, anche se mancano ancora numerosi dettagli (per esempio, i turisti dovranno esibire il passaporto in vece del solo documento d'identità?), ma è scontato che chi si vuole trasferire lì per lavoro dovrà ottenere un permesso.
Sulle materie meno “propagandistiche”, Londra si è impegnata a pagare un «conto del divorzio» di circa 50 miliardi di euro per assolvere gli obblighi già presi nei confronti dell’Unione.
Il tutto è però ora consegnato all’approvazione del Parlamento inglese e delle istituzioni europee. L’incognita principale riguarda ovviamente Westminster, dove si annuncia un iter ancora più travagliato di quello avvenuto nel governo. Se la discussione dovesse concludersi con una bocciatura, e quindi la caduta di Theresa May, la Gran Bretagna sarebbe costretta ad uscire comunque alla data fissata – il 29 marzo 2019 – ma senza nessun accordo.
Le conseguenze pratiche di un’eventualità del genere sono al momento assolutamente imprevedibili. Non date dunque retta ai media mainstream che descrivono scenari plumbei per la sola economia britannica. La coincidenza temporale tra Brexit effettiva ed elezioni europee (maggio 2019) ha diverse caratteristiche della famosa “tempesta perfetta” in cui la nave dell’Unione rischia – se non il naufragio – certamente danni serissimi, che costringerebbero ad accantonare parecchie ambizioni geopolitiche coltivate fin qui con cura.
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18/09/2017
Fronti come frontiere. Prove di militarizzazione coloniale del Sahel
Le frontiere stanno tutte nelle nostre teste. Non esistono frontiere ‘naturali’ da assumere come confini di stato. Sono i rapporti di forza che generano, disegnano e riproducono le frontiere. Le politiche transitano sulle frontiere che si armano, si trasformano in trincee, gabbie e talvolta in cimiteri senza croci. Le frontiere fanno la storia e la storia stampa le proprie frontiere. Di parole, di carta, di fili spinati, di campi minati, di genere, di classi sociali e di religioni. Financo gli dei sono recintati nei santuari e negli ostelli per i pellegrini. Le frontiere sono là, apparentemente da sempre, come a ricordare che persino la vita è una questione di frontiere da passare. Alcune di queste, nel Sahel delle due rive, sono, non per la prima volta, chiuse.
Le autorità libiche, tramite un comunicato stampa, hanno annunciato la decisione di chiudere le frontiere col Tchad e il Niger per tre mesi. Onde combattere il traffico di armi, di droga, di esseri umani e soprattutto per frenare le migrazioni informali in direzione della Libia. Anche il Sudan ha preso una decisione analoga nei confronti degli stessi paesi con in più il Sudan del Sud, ultimo nato grazie alle frontiere del petrolio. L’operazione sul confine libico è chiamata ‘lo scudo del deserto’. Una frontiera mobile fatta di mezzi di trasporto, armi e equipaggiamento utile a reperire le categorie di cui sopra. Frontiere di sabbie mobili che imprigionano e si trasformano nel braccio armato dei confini esteriori dell’Europa.
Il colonialismo ha inventato e poi tracciato le frontiere somiglianti a cocci di vetro. Il capitalismo neo liberale, fingendo la globalizzazione egualitaria, ha creato nuovi muri e torri di controllo democratico. Si esercita per tenere lontani i poveri pericolosi e rendere ostaggi del sistema gli altri che vengono graziati all’arrivo. Questi ultimi le frontiere se le portano dentro, negli occhi, nelle mani e nei sogni. Le frontiere vere sono loro, di persone che si spostano dove le altre, quelle armate, non possono arrivare. I migranti sono frontiere che cammino, scappano, inventano, sono tradite eppure resistono per creare un altro mondo. Si fanno scortare dai confini malgrado loro e grazie a loro le frontiere imparano un’altra lingua.
Poi è nato FRONTEX, le frontiere esteriori dell’Europa che per ora si fermano nei pressi di Agadez nel Niger. Su questo dispositivo si innestano le operazioni di salvataggio umanitario. Le agenzie che operano come ditte d’appalto del sistema di controllo, sono le stesse che si vantano di strappare dalla morte vite umane al mare o al deserto. Un buon esempio lo fornisce l’OIM, l’Organizzazione delle Migrazioni Internazionali. Gestisce Centri di Orientamento Umanitario, assiste rimpatri volontari resi obbligatori, milita per frontiere sicure e infine salva i migranti nel deserto. Scompare il confine tra umanitario e utilitario, i bombardamenti ‘chirurgici’ e le invasioni democratiche con le armi vendute per giustificare le frontiere anch’esse armate.
EUCAP, agenzia che propaga il paesaggio neocoloniale europeo ha la missione di creare un nuovo tipo di visione e gestione delle frontiere. Per questo, a suon di milioni di euro, la ditta investe nella formazione del personale per la gestione dei passaporti, dei traffici illegali e nella lotta contro il terrorismo regionale.
Si tratta di frontiere ormai clonate molto simili a quelle che riproducono il sistema che di queste frontiere è il prodotto finale. Altre frontiere invece sono invisibili e tagliano la storia in oppressi e oppressori in tutte le geografie. Dovremmo dunque essere riconoscenti a coloro che osano trasgredirle. Di essi è fatto un mondo nuovo. Saranno chiamati beati perché la loro unica frontiera è una passerella sospesa tra due sogni.
Niamey, settembre 017
Fonte
Le autorità libiche, tramite un comunicato stampa, hanno annunciato la decisione di chiudere le frontiere col Tchad e il Niger per tre mesi. Onde combattere il traffico di armi, di droga, di esseri umani e soprattutto per frenare le migrazioni informali in direzione della Libia. Anche il Sudan ha preso una decisione analoga nei confronti degli stessi paesi con in più il Sudan del Sud, ultimo nato grazie alle frontiere del petrolio. L’operazione sul confine libico è chiamata ‘lo scudo del deserto’. Una frontiera mobile fatta di mezzi di trasporto, armi e equipaggiamento utile a reperire le categorie di cui sopra. Frontiere di sabbie mobili che imprigionano e si trasformano nel braccio armato dei confini esteriori dell’Europa.
Il colonialismo ha inventato e poi tracciato le frontiere somiglianti a cocci di vetro. Il capitalismo neo liberale, fingendo la globalizzazione egualitaria, ha creato nuovi muri e torri di controllo democratico. Si esercita per tenere lontani i poveri pericolosi e rendere ostaggi del sistema gli altri che vengono graziati all’arrivo. Questi ultimi le frontiere se le portano dentro, negli occhi, nelle mani e nei sogni. Le frontiere vere sono loro, di persone che si spostano dove le altre, quelle armate, non possono arrivare. I migranti sono frontiere che cammino, scappano, inventano, sono tradite eppure resistono per creare un altro mondo. Si fanno scortare dai confini malgrado loro e grazie a loro le frontiere imparano un’altra lingua.
Poi è nato FRONTEX, le frontiere esteriori dell’Europa che per ora si fermano nei pressi di Agadez nel Niger. Su questo dispositivo si innestano le operazioni di salvataggio umanitario. Le agenzie che operano come ditte d’appalto del sistema di controllo, sono le stesse che si vantano di strappare dalla morte vite umane al mare o al deserto. Un buon esempio lo fornisce l’OIM, l’Organizzazione delle Migrazioni Internazionali. Gestisce Centri di Orientamento Umanitario, assiste rimpatri volontari resi obbligatori, milita per frontiere sicure e infine salva i migranti nel deserto. Scompare il confine tra umanitario e utilitario, i bombardamenti ‘chirurgici’ e le invasioni democratiche con le armi vendute per giustificare le frontiere anch’esse armate.
EUCAP, agenzia che propaga il paesaggio neocoloniale europeo ha la missione di creare un nuovo tipo di visione e gestione delle frontiere. Per questo, a suon di milioni di euro, la ditta investe nella formazione del personale per la gestione dei passaporti, dei traffici illegali e nella lotta contro il terrorismo regionale.
Si tratta di frontiere ormai clonate molto simili a quelle che riproducono il sistema che di queste frontiere è il prodotto finale. Altre frontiere invece sono invisibili e tagliano la storia in oppressi e oppressori in tutte le geografie. Dovremmo dunque essere riconoscenti a coloro che osano trasgredirle. Di essi è fatto un mondo nuovo. Saranno chiamati beati perché la loro unica frontiera è una passerella sospesa tra due sogni.
Niamey, settembre 017
Fonte
17/08/2017
L’Austria schiera i militari al Brennero
I carri armati per ora no. Specie se con scritte tedesche sopra, che fanno ancora un brutto effetto mediatico... Ma un po’ di soldati sì, ma “col compito di coadiuvare la polizia di frontiera”.
La scelta dell’Austria era nell’aria da mesi, vuoi per soddisfare il bisogno di rispondere a una psicosi da “invasione” inesistente, vuoi per capitalizzare elettoralmente queste iniziative.
Di fatto Vienna limita di molto la praticabilità dell’accordo di Shengen, che garantiva la libera circolazione tra i paesi aderenti all’Unione Europea sopprimendo i controlli alle frontiere sugli spostamenti delle persone. E’ chiaro infatti che con l’invio dei militari si compie sia un atto simbolico (una volta schierati, potranno essere implementati al bisogno), che una modifica delle procedure alla frontiera. I controlli vengono insomma ripristinati, con prevedibile attenzione al colore della pelle dei transitanti. Via libera dunque agli “ariani” e verifica degli “scuretti”.
Il governo Gentiloni prende così un altro sonoro ceffone da un partner europeo, dopo la ben più rilevante nazionalizzazione francese dei cantieri navali di Saint Nazaire. Le prime dichiarazioni uscite dal Viminale parlano di decisione “sorprendente e ingiustificata”, ma non annunciato reazioni di rilievo.
Lo stesso ministero dell’Interno si limita a far notare che nei primi sette mesi del 2017, alla frontiera italo-austriaca è stato inibito l’ingresso sul territorio nazionale a 1200 cittadini stranieri, a riprova semmai del trend dei movimenti migratori dall’Austria verso l’Italia. E dei controlli ormai attivi in entrambe le direzioni...
Fonte
La scelta dell’Austria era nell’aria da mesi, vuoi per soddisfare il bisogno di rispondere a una psicosi da “invasione” inesistente, vuoi per capitalizzare elettoralmente queste iniziative.
Di fatto Vienna limita di molto la praticabilità dell’accordo di Shengen, che garantiva la libera circolazione tra i paesi aderenti all’Unione Europea sopprimendo i controlli alle frontiere sugli spostamenti delle persone. E’ chiaro infatti che con l’invio dei militari si compie sia un atto simbolico (una volta schierati, potranno essere implementati al bisogno), che una modifica delle procedure alla frontiera. I controlli vengono insomma ripristinati, con prevedibile attenzione al colore della pelle dei transitanti. Via libera dunque agli “ariani” e verifica degli “scuretti”.
Il governo Gentiloni prende così un altro sonoro ceffone da un partner europeo, dopo la ben più rilevante nazionalizzazione francese dei cantieri navali di Saint Nazaire. Le prime dichiarazioni uscite dal Viminale parlano di decisione “sorprendente e ingiustificata”, ma non annunciato reazioni di rilievo.
Lo stesso ministero dell’Interno si limita a far notare che nei primi sette mesi del 2017, alla frontiera italo-austriaca è stato inibito l’ingresso sul territorio nazionale a 1200 cittadini stranieri, a riprova semmai del trend dei movimenti migratori dall’Austria verso l’Italia. E dei controlli ormai attivi in entrambe le direzioni...
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24/07/2017
La gloria e le frontiere nel deserto dei Tartari
Fu più facile del previsto. Vendere le frontiere divenne un gioco da Deserto. Perché no, in fondo ognuno offre ciò che può essere appetibile per il mercato. C’è chi vende oro, uranio e petrolio. Altri vendono pesci o, in cambio, le licenze di pesca per chi ha i mezzi per farlo. Ed è così che dopo aver venduto le risorse, la terra commestibile e la mercanzia umana di passaggio, si giunse infine alle frontiere.
Non è da oggi peraltro che i ‘limes’ sono zone particolari per negoziare i commerci trans-frontalieri. Rimase molto poco da offrire e allora, vista la domanda di controllo che emanava dall’Europa, si passò alle frontiere di sabbia. Il deserto dei Tartari che Dino Buzzati descriveva nel suo noto romanzo si realizzò dalle nostre parti. Anni di attesa nello scrutare l’orizzonte e l’assalto dei nemici per riempirsi di gloria. C’erano i Tartari e il deserto, la battaglia avrebbe dovuto cominciare. Il tenente Giovanni Drogo non aveva atteso invano. Coi nemici c’era la possibilità di mettersi in valore ai confini dell’impero. Quella notte però i Tartari non passarono il vallo di sabbia. Le frontiere si vendettero subito dopo per qualche milione di euro rinnovabili a piacimento.
Si trattava di andare alle radici profonde dell’invasione. Così veniva raccontata e giustificata la storia ufficiale di quel tempo. Ai confini del regno si stava in attesa della battaglia che li avrebbe resi immortali. I Tartari si erano nel frattempo travestiti da migranti, forse per confondersi col nemico.
Le frontiere sono fronti, linee, punti immaginati, reticolati, muri, torri di controllo, fili spinati che segnano il confine tra il mondo civile e i Barbari. Un fronte in perenne stato dall’erta da quando si era avuto sentore della temuta occupazione che avrebbe cambiato il mondo allora conosciuto. Fu allora che si decise l’acquisto delle frontiere nel deserto dei Tartari. Un’operazione preparata e condotta con la consueta perizia. L’invio di agenti umanitari e di militari, diplomatici e uomini d’affari. Tutti sulla zona di confine, sottile striscia di territorio che separa ciò che dovrebbe rimanere unito. Un fronte comune che si coalizzò per frenare l’avanzata del nemico dal deserto, per tacito accordo battezzato dei Tartari. L’acquisto delle frontiere non aveva preso troppo tempo. Qualche generale d’armata, minacce di ritorsioni e soprattutto denaro. Le frontiere cambiarono direzione, gestione e finalità.
Comprate le frontiere, si trattava ora di attendere l’arrivo dei Tartari. Temuti, attesi, voluti e sperati. Ad ognuno il suo nemico, ad ognuno il suo deserto e ad ognuno le sue frontiere. Le guide, i ‘passeurs’, i mediatori, i proprietari di ostelli e gli spacciatori di sabbia. Tutti in attesa di vedere le nuove frontiere capaci di arrestare l’avanzata dei Tartari.
Passarono anni per il tenente Drogo, per i doganieri, per le mogli rimaste a casa, per gli ufficiali di carriera e per i Barbari. Al confine ora si stava davvero bene. C’erano chioschi umanitari, insegne, luoghi di culto, alberghi a ore, ristoranti informali e visite guidate al pozzo più vicino. Frontiere come investimenti mobili a seconda del vento e del tempo. La confisca della sovranità nazionale era avvenuta come danno collaterale senza troppa importanza. L’acquisto delle frontiere aveva implicato altri affari e transazioni, ora non rimaneva che attendere loro, i Tartari.
Passavano i mesi, le stagioni e gli anni. Il deserto si abitava di viaggiatori abbandonati come cespugli al sole. Le carovane degli schiavi continuavano a solcare il mare di sabbia. Gli ultimi a partire furono i bambini che credevano ancora all’esistenza dei Tartari.
Niamey, luglio 017
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03/06/2017
Frontiere di sabbia e le vittime collaterali del sistema
Da Niamey. Nato di giovedì arriva il venerdì e parte domattina, di sabato. Si chiama Yao e torna nel suo nativo Togo dell’Africa Occidentale che sforna bambini e migranti che poi riveste di sabbia per confonderli meglio col paesaggio del Sahel. Elettricista e tecnico riparatore di radio e televisioni YAO ha collezionato frontiere di sabbia e solo questa gli è rimasta nella mano prima di partire. E’ stato in Ghana, Mauritania, Senegal, Mali e due volte in Algeria da dove è arrivato ieri. Ad alcune ore di distanza da Arlit, città confine con l’uranio e l’Algeria, ha visto decine di corpi rinsecchiti dal sole. Migranti solo in parte sepolti da sabbia e vento. Aveva terminato i soldi del viaggio e per questo è arrivato dopo un mese. Il giro del mondo in 40 giorni era quello di Giulio Verne solo che si è sbagliato di secolo. Da un certo tempo i viaggi dal NORD sono a senso unico. Quelli del SUD devono raccontare prima le frontiere di sabbia e di filo spinato. Yao zoppica da un piede ed è riparatore di radio. Dice che ha avuto paura di contare i morti.
Sono stati ritrovati nella sabbia due giorni fa nel deserto di Agadez nel Niger. Erano 44 e tra loro anche alcuni bambini. L’avaria del camioncino che li trasportava è stata fatale. Basta poco perché la sete e il sole facciano il lavoro che il contratto col deserto implica. Donne, bambini e giovani senza età. Come Prince, giunto da poco, il quale dice che pure lui ha visto altri corpi nel deserto. Nella carta consolare che presenta si precisa che di mestiere è cantante. Ha provato un concerto in Libia finché si è reso conto che le frontiere si spostavano mano a mano che lui avanzava. Stanco di rincorrerle ha scelto di cambiare rotta e di tornare verso l’altro mare, l’oceano Atlantico che aveva salutato due anni prima. La produzione delle frontiere ha coinvolto anche Constant. Una volta ad Agadez, cittadella fortificata dalle ONG umanitarie, gli hanno chiesto 800 dollari per il transito il Libia. Un gruppo di banditi col volto coperto li ha arrestati, rapinati e obbligati a tornare da dove erano partiti due giorni prima. Una frontiera armata e ladra.
Yao zoppica per una malformazione congenita al piede. La sua signora lo ha lasciato da oltre dieci anni e ora si trova nel Gabon con qualcun altro. Ha due figlie di cui si occupa sua madre. La maggiore è già sposata e lui spera che l’altra possa terminare l’apprendistato come sarta. Lo hanno illuso i documenti e per colpa loro è stato ospite di tre prigioni diverse in Algeria. Nell’ultima mangiava meglio che fuori ed è stato tentato di rimanervi più tempo. Ha superato la tentazione e, stanco di nascondersi, ha chiesto un aiuto per tornare a Lomé, la capitale del Togo. Prince cantava quando si trovava nel campo profughi per i liberiani nei dintorni di Accra, nel Ghana. Ora che forse il pallone d’oro George Weah sarà eletto presidente della Liberia potrà cantare un’altra canzone. Quanto a Constant, anch’egli con due figli, lo accompagna il mestiere di vivere da cui non si separa da quasi cinquant’anni. Ha forti dolori allo stomaco che, sostiene con calma, diminuiscono quando può mangiare almeno una volta al giorno.
Le frontiere di sabbia dell’Europa sono buffe. Si muovono, si trasformano, si armano e si negoziano. Chiedelo a Yao, Prince e Constant che da loro sono stati pedinati. Il primo zoppica, Prince canta di nascosto e Constant spera di mangiare stasera. Sono frontiere migranti che hanno imparato col tempo come essere docili alle aspirazioni dei padroni. Cambiano con le geografie politiche e sono obbedienti alle scelte di coloro che le finanziano. Fanno la storia per procura e imparano un sacco di nomi a memoria che poi la sabbia, non sempre, riesce a cancellare.
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Sono stati ritrovati nella sabbia due giorni fa nel deserto di Agadez nel Niger. Erano 44 e tra loro anche alcuni bambini. L’avaria del camioncino che li trasportava è stata fatale. Basta poco perché la sete e il sole facciano il lavoro che il contratto col deserto implica. Donne, bambini e giovani senza età. Come Prince, giunto da poco, il quale dice che pure lui ha visto altri corpi nel deserto. Nella carta consolare che presenta si precisa che di mestiere è cantante. Ha provato un concerto in Libia finché si è reso conto che le frontiere si spostavano mano a mano che lui avanzava. Stanco di rincorrerle ha scelto di cambiare rotta e di tornare verso l’altro mare, l’oceano Atlantico che aveva salutato due anni prima. La produzione delle frontiere ha coinvolto anche Constant. Una volta ad Agadez, cittadella fortificata dalle ONG umanitarie, gli hanno chiesto 800 dollari per il transito il Libia. Un gruppo di banditi col volto coperto li ha arrestati, rapinati e obbligati a tornare da dove erano partiti due giorni prima. Una frontiera armata e ladra.
Yao zoppica per una malformazione congenita al piede. La sua signora lo ha lasciato da oltre dieci anni e ora si trova nel Gabon con qualcun altro. Ha due figlie di cui si occupa sua madre. La maggiore è già sposata e lui spera che l’altra possa terminare l’apprendistato come sarta. Lo hanno illuso i documenti e per colpa loro è stato ospite di tre prigioni diverse in Algeria. Nell’ultima mangiava meglio che fuori ed è stato tentato di rimanervi più tempo. Ha superato la tentazione e, stanco di nascondersi, ha chiesto un aiuto per tornare a Lomé, la capitale del Togo. Prince cantava quando si trovava nel campo profughi per i liberiani nei dintorni di Accra, nel Ghana. Ora che forse il pallone d’oro George Weah sarà eletto presidente della Liberia potrà cantare un’altra canzone. Quanto a Constant, anch’egli con due figli, lo accompagna il mestiere di vivere da cui non si separa da quasi cinquant’anni. Ha forti dolori allo stomaco che, sostiene con calma, diminuiscono quando può mangiare almeno una volta al giorno.
Le frontiere di sabbia dell’Europa sono buffe. Si muovono, si trasformano, si armano e si negoziano. Chiedelo a Yao, Prince e Constant che da loro sono stati pedinati. Il primo zoppica, Prince canta di nascosto e Constant spera di mangiare stasera. Sono frontiere migranti che hanno imparato col tempo come essere docili alle aspirazioni dei padroni. Cambiano con le geografie politiche e sono obbedienti alle scelte di coloro che le finanziano. Fanno la storia per procura e imparano un sacco di nomi a memoria che poi la sabbia, non sempre, riesce a cancellare.
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23/10/2016
Carota, bastone e migrazioni: il declino di una civiltà
…E’ importante per la Germania che il Niger sia stabile. Che metta in opera i mezzi per impedire il transito sul proprio suolo dei migranti in viaggio per l’Europa e la Germania in particolare…
Più chiari di così non si potrebbe essere, neppure volendolo. Lo afferma un deputato tedesco, membro del CDU, l’Unone Cristiano Democratica. C’è poco di cristiano e meno ancora di democratico in quanto Thomas Stritz ha affermato con lineare ovvietà e banale empietà. Lui, che ha preceduto di poco la visita di Angela Merkel, che di cancellazioni se ne intende, dalla Turchia in poi. Carota e Bastone continuano ad essere, senza colpo ferire, l’essenziale delle politiche europee in questa zona del mondo. Il Sahel, che è un concentrato di polvere da sparo e cocaina che, assieme ad armi, sigarette e traffico umano mantiene viva la regione. Ricca di sabbia, di allevatori di jihadisti e di promesse non mantenute, terra di transito per il paradiso che poi troppo lontano non è. La lista dei paesi eletti dall’Europa è presto fatta: Nigeria, Niger, Senegal, Etiopia e Mali. Tanti i chiamati e pochi gli eletti, almeno finora. Ma già si profilano altri paesi e continenti, per esempio l’Afghanistan e chissà chi diavolo ancora sarà graziato da trattamenti di favore.
Il Bastone era stato usato, per quanto ci riguarda, con la Libia di Gheddafi. Proprio oggi, il 20 di ottobre, è l’anniversario del suo assassinio. Da allora il caos nella regione con armi, personale formato alla guerra e soldi in quantità. Fino a cinque anni fa la Libia era terra di lavoro per migliaia di migranti e apprendisti militari al servizio della Guida Suprema della Rivoluzione del libretto verde. La Libia era allora tra i paesi col più alto indice di sviluppo umano in Africa. Altri tempi si dirà, e allora scatta la strategia della Carota. Un declino di civiltà che si estingue per inedia e paura della storia. Si parla di una con-venzione da stipulare coi paesi sopra menzionati. Si tratta piuttosto di una in-venzione di pessima fattura. Impedimento o ri-accoglienza dei migranti in cambio di soldi, aiuti economici e piani di sviluppo. Di fatto le politiche di sicurezza europee di (finto) impedimento all’approdo a migranti e rifugiati sul sacro suolo europeo non sono che manovre eversive. Il progetto dominante, quello neo-liberista, abbisogna di manodopera flessibile, manovrabile a piacimento e soprattutto funzionale all’economia delle mercanzie globali. Questo, in altri tempi, era chiamato servitù.
Le frontiere, in via di esternalizzazione nei paesi citati, sono da sempre nelle mani di chi ha il potere politico di determinarle. I migranti, notori trasgressori di frontiere e imprenditori di futuro informale, non sono che l’ennesimo specchio delle conseguenze legate alle disuguaglianze. L’Europa dei diritti, a forma di Carota, propone aiuti mirati ai paesi che si comporteranno ‘bene’ nella detenzione o ri-accoglienza dei migranti. Il Bastone arriva subito dopo. Chi non mostrerà, in termini chiari e inequivocabili di applicare la convenzione, sarà punito con una drastica restrizione di aiuti e financo gli accordi commerciali saranno rivisti al ribasso. Proprio l’Italia, con la consueta solerzia, si è fatta promotrice di questo piano a prima vista applicabile. Soldi come Carote per diventare gendarmi e colpi di Bastone nel caso di non rispetto degli accordi. Il rimpatrio dei migranti ritenuti superflui è una delle condizioni perché il piano possa funzionare. L’Europa dei fili spinati, dei controlli esterni e dei salvataggi nel mare, usa e manipola gli aiuti come strumento di ricatto. Soldi in cambio di controllo migratorio. Dimenticano però che il Sahel ha una sua dignità e che i migranti sono mano d’opera pregiata per la tessitura di ponti.
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06/01/2016
Salta Shengen, nell'Unione Europea ci si blinda ognun per sé
La retorica comunitaria dell'Unione Europea si è retta finora su due pilastri ben visibili nella vita quotidiana delle popolazioni del Vecchio Continente: euro e libera circolazione. Con effetti pratici assai diversi – terribile l'adozione della moneta unica per le economia a più bassa composizione organica del capitale (altrimenti detta “produttività”, in linguaggio neoliberista), esaltante e liberatoria la possibilità di recarsi dappertutto con i soli documenti di identità nazionali – ma entrambi di grande potenza, sia simbolica che reale.
Sono bastate alcune decine di migliaia di profughi, incolonnati lungo la via balcanica in direzione dei “paradisi del welfare” del Grande Nord per evidenziare come sotto la patina della retorica unitaria sopravvivano robustissimi “egoismo nazionali”. La decisione svedese di stringere i controlli alla frontiera con la Danimarca – la porta di ingresso da sud verso la Scandinavia – mette fine a decenni di spostamenti sostanzialmente liberi e costringe quote robuste di lavoratori transfrontalieri a raddoppiare i tempi di viaggio.
Soprattutto, ha dato il via a un effetto domino che ha visto immediatamente la Danimarca fare altrettanto con la sua porta di ingresso meridionale, la Germania; e quest'ultima replicare la norma con l'unico paese con cui condivide anche la lingua, ossia l'Austria. Inevitabile, a quel punto, che Vienna si adeguasse alla tendenza “settentrionalista”, rimandando le guardie di frontiera ad effettuare controlli sul traffico in entrata dall'Italia. Scelte analoghe erano state fatte dalla Francia verso l'Italia nei giorni scorsi.
Di fatto, i trattati di Shengen sono sospesi. E la Commissione europea è costretta a convocare una riunione d'urgenza per “coordinare al meglio la gestione comune” dei flussi di profughi soprattutto tra Stoccolma, Copenaghen e Berlino, ovvero le mete più ambite dai disperati in fuga dalle guerre mediorientali e non solo.
È la conseguenza di un fallimento molto chiarificatore: gli accordi presi nei mesi scorsi, sotto la pressione anche mediatica di quelle colonne scortate dalla polizia a cavallo, stabilivano l'obbligo di identificazione e la ripartizione dei profughi secondo quote proporzionali agli abitanti di ciascun paese europeo. I paesi dell'Est hanno alzato i muri e i reticolati, evidenziando un rifiuto totale di questi accordi. La distribuzione di fatto veniva bloccata (i trasferimenti dall'Italia sono stati 190 su 39.600, dalla Grecia appena 82 su 66.400) e i paesi per tradizione “più accoglienti” – come storicamente è la Svezia – si son venuti a trovare sotto una pressione demografica sproporzionata alle proprie capacità ricettive.
Anche la soluzione turca – 3 miliardi di euro in cambio di un efficace freno alle partenze da quel paese – non ha funzionato. Dalle coste continuano a partire imbarcazioni di fortuna verso le isole greche, con percentuali altissime di morti annegati, che alimentano – seppur con meno intensità che in estate – un flusso diretto verso i paesi più ricchi. Il che, a sua volta, irrigidisce la chiusura delle frontiere lasciando immaginare periodi molto lunghi di sospensione della libera circolazione.
Ma l'Unione Europea, senza libera circolazione, non esiste. Resta solo una serie di trattati ferrei quanto incomprensibili, che piegano i vari paesi ad applicare politiche di austerità altrettanto impopolari dei flussi migratori. Col rischio – ben evidenziato da lepeninisti, leghisti e nazionalisti vari – di una saldatura reazionaria con consistente radicamento sociale.
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Sono bastate alcune decine di migliaia di profughi, incolonnati lungo la via balcanica in direzione dei “paradisi del welfare” del Grande Nord per evidenziare come sotto la patina della retorica unitaria sopravvivano robustissimi “egoismo nazionali”. La decisione svedese di stringere i controlli alla frontiera con la Danimarca – la porta di ingresso da sud verso la Scandinavia – mette fine a decenni di spostamenti sostanzialmente liberi e costringe quote robuste di lavoratori transfrontalieri a raddoppiare i tempi di viaggio.
Soprattutto, ha dato il via a un effetto domino che ha visto immediatamente la Danimarca fare altrettanto con la sua porta di ingresso meridionale, la Germania; e quest'ultima replicare la norma con l'unico paese con cui condivide anche la lingua, ossia l'Austria. Inevitabile, a quel punto, che Vienna si adeguasse alla tendenza “settentrionalista”, rimandando le guardie di frontiera ad effettuare controlli sul traffico in entrata dall'Italia. Scelte analoghe erano state fatte dalla Francia verso l'Italia nei giorni scorsi.
Di fatto, i trattati di Shengen sono sospesi. E la Commissione europea è costretta a convocare una riunione d'urgenza per “coordinare al meglio la gestione comune” dei flussi di profughi soprattutto tra Stoccolma, Copenaghen e Berlino, ovvero le mete più ambite dai disperati in fuga dalle guerre mediorientali e non solo.
È la conseguenza di un fallimento molto chiarificatore: gli accordi presi nei mesi scorsi, sotto la pressione anche mediatica di quelle colonne scortate dalla polizia a cavallo, stabilivano l'obbligo di identificazione e la ripartizione dei profughi secondo quote proporzionali agli abitanti di ciascun paese europeo. I paesi dell'Est hanno alzato i muri e i reticolati, evidenziando un rifiuto totale di questi accordi. La distribuzione di fatto veniva bloccata (i trasferimenti dall'Italia sono stati 190 su 39.600, dalla Grecia appena 82 su 66.400) e i paesi per tradizione “più accoglienti” – come storicamente è la Svezia – si son venuti a trovare sotto una pressione demografica sproporzionata alle proprie capacità ricettive.
Anche la soluzione turca – 3 miliardi di euro in cambio di un efficace freno alle partenze da quel paese – non ha funzionato. Dalle coste continuano a partire imbarcazioni di fortuna verso le isole greche, con percentuali altissime di morti annegati, che alimentano – seppur con meno intensità che in estate – un flusso diretto verso i paesi più ricchi. Il che, a sua volta, irrigidisce la chiusura delle frontiere lasciando immaginare periodi molto lunghi di sospensione della libera circolazione.
Ma l'Unione Europea, senza libera circolazione, non esiste. Resta solo una serie di trattati ferrei quanto incomprensibili, che piegano i vari paesi ad applicare politiche di austerità altrettanto impopolari dei flussi migratori. Col rischio – ben evidenziato da lepeninisti, leghisti e nazionalisti vari – di una saldatura reazionaria con consistente radicamento sociale.
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