Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
10/05/2026
Il Mali dopo i nuovi attacchi del 25 aprile
Oltre dodicimila combattenti, secondo le prime stime, hanno in poche ore colpito in modo chirurgico da Kidal a Gao, da Mopti a Bamako, e a Kati, “città guarnigione”, l’esplosione di una cisterna ha ucciso il ministro della difesa Sadio Camara e ferito il responsabile dei servizi di intelligence, il generale Modibo Keita. Per comprendere quanto accaduto bisogna fare un passo indietro e ripercorrere quella che è una storia postcoloniale non molto diversa da quanto accaduto in altri paesi (il Sudan o la Repubblica Democratica del Congo).
Appena dopo l’indipendenza, già nel 1962-1963, si erano andati costituendo i primi gruppi tuareg indipendentisti, intolleranti verso i confini coloniali e l’ordinamento di un paese sospeso tra istanze panafricaniste e l’idea di uno stato centralizzato. Il governo di Modibo Keita prima, quello di Moussa Toure poi, malgrado le profonde differenze, non riusciranno a sedare la resistenza, e la violenta repressione alimenterà solo il progetto separatista di alcuni gruppi, che esploderà nuovamente nel 1990 con l’attacco alla caserma di Menaka e l’uccisione di decine di militari.
Ma a quest’ultima si arriva dopo un processo nel quale ha un ruolo decisivo anche le siccità del 1973-4 e del 1984. I giovani tuareg che dal Mali e dal Niger emigreranno in quegli anni in Libia seguendo le reti di alleanza esistenti fra tribù e clan, saranno accolti da Gheddafi e addestrati a Beni Walid all’interno della Legione Verde. Molti di loro saranno poi inviati a combattere nella guerra contro il Chad.
Il contesto politico sempre più ostile convince Gheddafi della necessità di costruire una strategia regionale (nasce il progetto dell’Unione del Maghreb Arabo). Ed è di quegli anni la scelta di far ritornare i tuareg in Mali e in Niger per rivendicare il possesso delle terre. La ribellione, guidata da Iyad Ag-Ghali, sarà contenuta da Moussa Traoré al prezzo di molte vittime, ma gli accordi durano poco perché Traoré verrà qualche mese dopo rovesciato da un colpo di stato (è il marzo 1991).
Quando riprende, la rivolta tuareg dei Movimenti Unificati del Fronte dell’Azawad (MFUA) avrà una diversa fisionomia: frammentata in quattro gruppi maggiori (il Movimento popolare dell’Azawad, MPA, diretto da Ag-Ghali; il Fronte popolare di liberazione dell’Azawad, FPLA, nella regione di Timbuctù; l’Armata Rivoluzionaria di Liberazione dell’Azawad, ARLA, costituita essenzialmente da membri della tribù Imghad; il Fronte Islamico Arabo dell’Azawad, FFIA), vedrà da questo momento una vertigine di alleanze a carattere “etnico-tribale” comporsi e dissolversi secondo le circostanze.
Ma è impossibile offrire un’interpretazione univoca di un progetto di indipendenza che ha radici eterogenee e si nutre spesso di legami familiari, e altrettanto impossibile è lasciarsi sedurre da un’interpretazione che veda quella dei tuareg come la ribellione di “una società contro lo stato”.
Le alleanze che avrebbero costruito negli anni, oltre che con la Libia di Gheddafi, con l’Algeria, ma soprattutto con la Francia, rivelano la grande capacità di sfruttare gli interessi di attori diversi e ottenere supporto militare, economico, logistico o mediatico senza però avere la forza di venirne a capo una volta per tutte. Lo dimostreranno gli anni seguenti, scanditi dall’ingresso del fronte jihadista, che pone agli stessi Tuareg non pochi problemi, e di miliziani provenienti da altri paesi (Sudan).
Agli inizi del 2012 l’erede della galassia dei movimenti secessionisti del nord proclama l’indipendenza dell’Azawad, la vasta regione che da Tessalit, Kidal e Menaka si estende sino a Timbuctu e Gao (quasi i due terzi del paese, largamente desertici, ma ricchissimi di risorse naturali). Con il Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, MPLA, operano le milizie Ansar Dine (“Ausiliari della regione Islamica”, al comando di Iyad Ag-Ghali).
Il progetto di uno stato islamico non troverà nella comunità internazionale alcun riconoscimento, ma queste milizie che arrivano sino a Segou sulle loro moto o sui pick-up 4X4 armati con mitragliatrici e lanciarazzi sottratti all’esercito regolare costituiscono una seria minaccia all’integrità territoriale del paese, tanto più che l’esercito regolare arretra, abbandona mezzi e armi, e nel caos rivela ancora una volta che l’addestramento francese non ha avuto altro effetto che quello di creare un esercito fragile e dipendente.
In questo clima di sfiducia, un giovane militare sino a quel momento sconosciuto, Amadou Sanogo, di origine dogon, prende il potere e pone fine al governo di Amani Toumani Toure (ATT). Sanogo finirà poi agli arresti, in una isolata località ai confini con la Guinea, ma intanto il presidente ad interim invoca l’intervento aereo dei francesi per fermare l’avanzata dei ribelli.
Holland accorre in modo trionfale: comincia l’operazione Serval (dall’agosto 2014 il suo nome diventerà Barkhane), affiancata dal luglio dello stesso anno dalle forze dell’ONU. Come sempre la fantasia militare è all’opera, ma con una semantica che vale la pena sottolineare: il nome di un felino dell’Africa subsahariana (serval), il termine con cui si indicano le dune mobili dal profilo a mezzaluna creato dai venti (barkhane), sono l’atto di imperio linguistico di chi si sente da tempo padrone di quei luoghi.
La presenza francese si fa via via più invadente. Le elezioni del nuovo presidente Ibrahima Aboubacar Keita (IBK) consentono al paese una relativa stabilità, ma le critiche all’autonomia del presidente, considerato da molti un fantoccio nelle mani dei francesi, si fanno sempre più aspre.
Un duro colpo al patto fra il Mali e la Francia arriva quando quest’ultima impedisce all’esercito regolare di entrare a Kidal, quartier generale delle forze ribelli controllata dal MPLA invocando motivi di sicurezza e rendendo impossibile sia il controllo della città che le elezioni. Kidal è tutt’oggi una ferita non cicatrizzata, l’immagine di una sovranità nazionale offesa da una potenza straniera.
Non è un caso che la sua riconquista con l’aiuto delle truppe mercenarie russe Wagner nel 2023 sarà celebrata come un riscatto, così come non sorprende che la sua caduta dieci giorni fa nelle mani delle forze ribelli sia stata ripresa dai media francesi infinite volte per umiliare il governo di transizione guidato da Assimi Goïta ed annunciare che ormai i due terzi del paese sono sotto il controllo dei ribelli.
Quando i risultati elettorali che avevano riconfermato IBK furono contestati e il presidente deposto (colpo di stato del 2020, con il forte appoggio della società civile, rappresentata dal Mouvement du 5 juin – Rassemblement des forces patriottiques), un nuovo governo di transizione guidato da Bah Ndaw dovrebbe permettere il ritorno alla democrazia.
Ma nel 2021 un nuovo colpo di stato interrompe il processo, e Bah Ndaw è accusato di aver tradito gli accordi: il ministero della difesa sarebbe dovuto andare a Camara, quello dell’intelligence a Keita (incarichi poi confermati dal governo di transizione). Per una strana coincidenza, sono proprio loro ad essere vittima degli attentati di questi giorni, gli stessi che avevano condotto il processo di alleanza con la Russia e definitivamente spezzato quel che restava dei legami con la Francia.
Dal 2016 nelle aree centrali del paese (regione di Mopti, ansa del Niger) entra in scena un nuovo alleato: il Front de Libération du Macina (Katiba Macina), al comando di Amadou Kouffa. L’area, che vede preponderante la popolazione Peul aveva conosciuto da sempre un complesso sistema d'uso delle terre da parte di pastori e contadini, secondo un equilibrio non del tutto privo di conflitti ma in grado di autoregolarsi ed evitare eccessi (sapienti tecniche di coltivazione e di pascolo avevano reso possibile lo sfruttamento delle risorse di un territorio periodicamente inondato dal Niger).
Ma i conflitti generati dalla riduzione delle terre coltivabili e dei pascoli, e il capovolgimento delle tradizionali gerarchie, avrebbero finito con l’alimentare un’economia di guerra spesso banalizzata nel vocabolario di un conflitto etnico-religioso ricalcato sulle linee di antichi conflitti (i Peul, pastori, da un lato; i Dogon, contadini, dall’altro).
Nel nuovo scenario, segnato dalla comparsa di una milizia di autodifesa dogon (i Dan Nan Ambassagou, “i cacciatori che si confidano a Dio”), il FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei movimenti indipendentisti tuareg) può contare ora su un nuovo alleato: l’Ucraina, come veniva ammesso nel corso di un servizio delle televisione francese del luglio 2025, ricevendo da un paese diventato centrale nella circolazione mondiale delle armi quegli aiuti (addestramento militare in Europa, droni, attrezzature logistiche) che la Francia non può dare alla luce del sole.
L’obiettivo è far cadere l’attuale giunta al potere e indurre i russi a lasciare il paese. Che la Francia abbia sostenuto in passato i gruppi tuareg è noto da sempre (sin dal 2012, il suo appoggio diplomatico e mediatico è stato evidente). Ma l’alleanza fra i Tuareg e i loro sostenitori internazionali (Algeria, Francia) da un lato, e i gruppi che predicano la sharia e sono affiliati ad Al-Qaida nel Magreb dall’altro, sebbene difficile e non priva di rischi non è più fonte d’imbarazzo dopo l’incontro fra Trump e il nuovo presidente siriano, Aḥmad Ḥusayn al-Shara, membro di un gruppo legato a Al-Qaida e considerato solo qualche mese fa un pericoloso terrorista.
È stridente la libertà con la quale le definizioni di terrorismo siano in Occidente volatili e piegate agli interessi del momento, mentre rimane sempre lo stesso il vocabolario che delegittima i dirigenti africani ridicolizzando i loro sforzi per reagire alla minaccia della povertà, della crisi ecologica o della violenza.
Una tagliente denuncia di questo colonialismo semantico e delle ipocrisie che lo sostengono è stata offerta dal discorso di Jean Emmanuel Ouedraogo, primo ministro del Burkina Faso all’ONU nel settembre 2025, e più recentemente da Bassoma Bazié, sempre per il Burkina Faso, a Lomé, di fronte ai rappresentanti della CEDEAO nell’aprile scorso.
Perché tra i mutamenti più significativi della regione, avvertiti con preoccupazione da Parigi, vi è stata la nascita di una nuova entità: l’Alliance des États du Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger), poco importa se al prezzo di alleanze che hanno anch’esse il loro costo (quelle con la Cina e la Russia).
La galassia di acronimi, le definizioni provvisorie di “terrorista”, “ribelle” o “jihadista”, di alleato o mercenario, dicono però poco o nulla di ciò che è diventata la vita in questo paese, segnato da anni di violenze compiute da tutte le milizie (dai jihadisti del Katiba Macina ai mercenari di Wagner e dell’Africa Corps, così come dai Dan Nan Ambassagou).
I furti di milioni di capi di bestiame, l’uccisione di animali e la distruzione dei granai, l’impossibilità di lavorare nei campi o frequentare le scuole (un gran numero delle quali è stato chiuso nei villaggi dove è stata imposta la sharia), i continui assalti ai mezzi di trasporto, hanno stravolto il paesaggio sociale e trasformato anche i vicini in possibili nemici (il clima di sospetto trova espressione negli arresti di militari e personalità politiche in questi giorni, accusati di complicità con i terroristi). Due storicità sembrano così duellare da tempo senza incontrarsi, e in questo duello il Mali sembra essere oggi il luogo dove si giocano il destino e il futuro dell’intero continente africano.
Mentre il neocolonialismo e il capitalismo estrattivista non fanno che affondare in modo sempre più aggressivo i loro artigli sulle risorse naturali (petrolio, litio e gas in Mali; oro in Mali e Burkina Faso; uranio in Niger), i paesi africani lottano per affermare una sovranità sempre negata, sempre assoggettata, sempre ridicolizzata.
Il progetto anticoloniale dei loro leader (come Ibrahim Traoré, che in Burkina Faso assume esplicitamente il ruolo di erede di Sankara) urta l’arroganza dei governi occidentali: che se continuano ad umiliare le élite politiche di questi paesi, non hanno mai esitato ad assassinarne i leader quando scomodi.
Quanto alle reciproche accuse di manipolazione dell’informazione, solo in apparenza si è di fronte allo stesso problema. Se in Mali il potere della giunta militare ricorre alla censura e, certo, anche all’intimidazione o al silenziamento delle voci critiche, i media occidentali (e quelli francesi, in particolare) operano con infinite risorse una duplice operazione: non si accontentano di offrire degli eventi informazioni e analisi di segno opposto, ma aggiungono come un metatesto il cui progetto è far vacillare l’idea stessa di un paese sovrano.
Sulla riva di un tempo ferito dal caos, dall’isolamento (le difficoltà di approvvigionamento di carburante e beni alimentari), dagli indicatori di povertà, dalla nostalgia di lingue e saperi erosi dalla violenza dell’estrattivismo come dalla curiosa indifferenza del turismo (e ciò vale per i Tuareg come per le altre popolazioni di questa regione: Peul, Dogon, Bozo...), si intravede però il coraggio e l’ostinazione di donne e uomini che non intendono cedere alla paura, alla minaccia, e per i quali l’alleanza dei connazionali della diaspora rimane fondamentale.
Fonte
14/12/2025
Benin - Il golpe sventato grazie all’intervento della Francia e dell’Ecowas
Sembra essere tornata la calma in Benin dopo il tentato colpo di Stato di domenica scorsa, 7 dicembre, che per alcune ore aveva fatto temere un’altra presa del potere da parte di una giunta militare, dopo quelle avvenute con successo nei vicini Mali, Guinea, Burkina Faso e Niger.
Contrariamente a quanto era avvenuto nei precedenti golpe in altri paesi del Sahel, decisivo è stato in questo caso l’intervento della “Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale” (Cedeao in francese, Ecowas in inglese), il blocco regionale sostenuto dalla Francia che si è mosso immediatamente per impedire il successo del putsch, organizzato formalmente per liberare il paese dalla “dittatura” del presidente Patrice Talon.
Da quando è stato eletto nel 2016, il leader sostenuto dalla Francia ha accentuato gradualmente il proprio autoritarismo senza riuscire a garantire la sicurezza delle regioni del nord minacciate dalla violenza dei gruppi jihadisti. Recentemente il governo ha escluso dalle prossime elezioni presidenziali, previste nel 2026, il principale partito di opposizione, e il potere dovrebbe passare da Talon al suo attuale ministro delle finanze Romuald Wadagni.
A guidare la risposta regionale al tentativo di golpe è stata la Nigeria, la cui presidenza ha confermato l’invio in Benin di alcuni caccia per prendere il controllo dello spazio aereo del paese. Gli aerei da guerra nigeriani hanno anche compiuto alcuni bombardamenti, distruggendo alcuni veicoli blindati schierati nelle strade dai golpisti.
Abuja ha inoltre fatto sapere di aver inviato anche truppe di terra a supporto delle forze armate del Benin rimaste fedeli al presidente.
Il rapido intervento militare della Nigeria può essere letto come un segnale inviato a Washington sull’efficienza e sulla capacità delle proprie forze armate di operare a livello regionale, dopo che nelle scorse settimane il presidente americano aveva duramente attaccato il governo del paese, accusato di non fare nulla per impedire “il massacro dei cristiani” da parte dei gruppi jihadisti.
In Benin sono giunti anche altri militari appartenenti alla cosiddetta “forza di riserva” della “Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale” provenienti da Sierra Leone, Costa d’Avorio e Ghana per “sostenere il governo e l’esercito repubblicano del Benin nel preservare l’ordine costituzionale e l’integrità territoriale”.
Già prima dell’arrivo a Cotonou delle truppe dell’ECOWAS, comunque, alcuni reparti dell’esercito fedeli al governo hanno attaccato la base militare di Togbin dove erano riuniti i soldati ribelli. Secondo quanto riportato in un comunicato ufficiale, durante l’incursione è stata uccisa la moglie di Bertin Bada, capo di Stato maggiore di Talon, mentre il generale è riuscito a fuggire. Non si avrebbero notizie neanche del capo dei golpisti, Tigri Pascal leader del “Comitato per la rifondazione militare” che sarebbe riuscito a far perdere le proprie tracce.
L’intervento militare del blocco regionale vicino alla Francia ha ovviamente irritato i Paesi membri della “Confederazione degli Stati del Sahel” (Aes), vale a dire Burkina Faso, Mali e Niger, i quali hanno denunciato la violazione del proprio spazio aereo dopo che un velivolo militare nigeriano è atterrato in Burkina Faso.
In una dichiarazione congiunta trasmessa sui canali televisivi dei tre Paesi, la Confederazione – un’alleanza strategica fondata nel 2023 dalle rispettive giunte militari che hanno espulso le truppe francesi e statunitensi e si sono avvicinate a Mosca – ha fatto sapere che “un aereo di tipo C-130 appartenente all’Aeronautica militare della Repubblica federale della Nigeria è stato costretto ad atterrare a Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso, a seguito di una situazione di emergenza”. Un’indagine “ha rivelato che questo aereo militare non era autorizzato a sorvolare il Burkina Faso”, si legge nella dichiarazione, letta dal ministro della Sicurezza e della Protezione civile del Mali, Daoud Aly Mohammedine, che ha “condannato con la massima fermezza questa violazione del suo spazio aereo e della sovranità dei suoi Stati membri” ed ha annunciato la messa in stato di allerta delle difese aeree e antiaeree dello spazio aereo della Confederazione.
Con il passare dei giorni è apparso chiaro che il tentativo di golpe è stato sventato grazie all’intervento diretto da parte della Francia, sponsor principale del presidente Talon e preoccupata per le conseguenze che la sua rimozione dal potere avrebbe potuto avere su ciò che resta della sua influenza nella regione del Sahel.
L’intervento della Cedeao, come ha confermato l’Eliseo, ha ottenuto il sostegno logistico di Parigi, che ha fornito supporto “in termini di sorveglianza, osservazione e logistica” alle forze armate del Benin.
Secondo alcuni media un aereo specializzato in operazioni di intelligence, immatricolato in Francia, ha a lungo sorvolato Cotonou – sede del governo del Benin – per varie ore proprio nel corso del tentato golpe.
Francia e Benin sono legati da accordi di cooperazione militare sin dal 1977. Dopo l’aggravarsi della minaccia jihadista nella regione questa collaborazione si è rafforzata. Con la fine dell’operazione Barkhane in Mali e la perdita delle basi militari in tutti i paesi dell’Alleanza degli stati del Sahel la Francia ha ulteriormente rafforzato i suoi legami con il Benin, anche se formalmente nel paese non può contare sulla presenza di una base militare a disposizione delle proprie truppe.
La presenza militare francese in Benin – che ufficialmente non può contare sulla disponibilità di una vera e propria base – è peraltro finita in passato nel mirino delle giunte golpiste del Sahel, e in particolare di quella del vicino Niger, che nel dicembre 2023 ha accusato le autorità beninesi – d’intesa con Parigi – di addestrare terroristi sul loro territorio, circostanza negata dal governo di Cotonou.
Il Benin è rimasto ormai uno degli ultimi alleati della Francia nel Sahel, e un suo eventuale scivolamento nell’orbita russa significherebbe per Parigi una battuta d’arresto decisiva in una regione in cui l’influenza francese è stata negli ultimi anni fortemente ridimensionata.
Nel continente africano Parigi mantiene una presenta militare fissa in soli cinque paesi: Ciad, Senegal, Costa d’Avorio, Gabon e Gibuti.
19/09/2025
Colpo di stato militare o rivoluzione? Comprendere ciò che è in gioco nel Sahel
Mentre si pianificano azioni di solidarietà in tutto il Sahel, è essenziale guardare oltre le narrazioni tradizionali dei “colpi di stato” e comprendere le condizioni che hanno portato a questo momento cruciale.
Per decenni, il Sahel è stato un classico caso di saccheggio neocoloniale. L'“indipendenza della bandiera” degli anni ’60 è stata una facciata per la continua dominazione francese, mantenuta attraverso il franco CFA e una rete di patti di difesa.
L’accordo del 1961 con il Niger, ad esempio, concesse alla Francia il controllo su installazioni militari e risorse strategiche come l’uranio, garantendo al contempo esenzioni fiscali per le aziende francesi. Questo sistema ha distrutto la sovranità fiscale della regione, risultando in un sottosviluppo catastrofico, povertà e una crisi della sicurezza esacerbata dalle stesse potenze che pretendevano di risolverla.
I numeri sono cupi. Nel 2023, il PIL pro capite del Niger era di soli 560 dollari, con quasi metà della sua popolazione che vive in povertà; i suoi vicini affrontano realtà simili. Questa è la diretta conseguenza di un sistema progettato per l’estrazione.
Le compagnie minerarie francesi per anni hanno dirottato gli introiti dell’uranio e dell’oro della regione, lasciando ben poco dietro di se. Nel 2010, ad esempio, il Niger ha ricevuto solo il 13% del valore totale delle esportazioni del suo uranio.
Questo sfruttamento economico è intrinsecamente legato alla crisi della sicurezza. L’intervento della NATO in Libia nel 2011 ha scatenato un grande flusso di armi ed estremisti in tutta la regione.
Operazioni successive guidate dalla Francia, come Barkhane, si sono rivelate controproducenti, poiché l’attività terroristica è schizzata alle stelle sotto la sua supervisione – con un aumento del 2.860% delle morti in quindici anni. Per il popolo del Sahel, la conclusione era inevitabile: la volpe stava sorvegliando il pollaio.
Da questa fusione tra stati falliti, interferenza straniera e frustrazione popolare è nata l’AES. Gli interventi militari in Mali (2020), Burkina Faso (2022) e Niger (2023) non sono state le tipiche prese del potere da parte di un’élite interessata.
Sono stati, come li ha definiti Philippe Toyo Noudjnoume dell’Organizzazione dei Popoli dell’Africa Occidentale: “interventi militari per la sovranità”. Guidati da una nuova generazione di giovani ufficiali patriottici come Ibrahim Traoré del Burkina Faso e Assimi Goïta del Mali, questi movimenti sono stati alimentati da mobilitazioni di massa di una popolazione stanca del vecchio ordine, come ben dimostra il recente dossier pubblicato dall’Istituto Tricontinental di Ricerca Sociale, Sahel in cerca della sovranità.
Le scene di manifestazioni di massa per le strade di Bamako, Ouagadougou e Niamey, dopo la deposizione di governi appoggiati dall’Occidente, sono state una potente testimonianza del profondo desiderio di cambiamento. Inoltre, le masse non si sono semplicemente mobilitate per appoggiare ciecamente un nuovo regime.
Si veda il caso del Niger: quando i leader militari hanno preso il potere – motivati principalmente dalla mancanza di protezione e di una retribuzione adeguata mentre combattevano in prima linea contro le incursioni terroristiche, spesso legate al presunto supporto francese – sono state le organizzazioni di base a guidare la richiesta di espulsione delle forze militari e diplomatiche francesi, assediando le guarnigioni militari e l’ambasciata del paese europeo.
Non si trattava solo di esplosioni di sentimenti anti-francesi, ma di un profondo rifiuto di un sistema che, per troppo tempo, ha negato al popolo del Sahel la sua dignità e il suo diritto all’autodeterminazione.
L’AES, quindi, non è solo un’alleanza militare, ma un progetto politico, un tentativo audace di tracciare un nuovo percorso basato sul panafricanismo, sullo sviluppo endogeno e su una risoluta posizione anti-imperialista.
In due anni di esistenza, l’AES ha compiuto progressi significativi. L’espulsione delle truppe francesi dai tre stati membri è stato un colpo storico per il neocolonialismo francese in Africa. La formazione della Confederazione degli Stati del Sahel, il 6 luglio 2024, ha ulteriormente consolidato l’alleanza, con una forza militare congiunta che ha già condotto esercitazioni e i cui leader hanno approfondito i legami di sicurezza, come visto negli incontri militari in Russia a luglio e agosto 2025.
Sono in fase di avanzamento piani per un passaporto unico, un nuovo fondo di investimento domestico finanziato dalle tasse e, infine, una moneta comune. Sul fronte economico, l’AES sta prendendo misure concrete per riprendere il controllo del proprio destino. Sono in discussione proposte per riunire risorse per progetti chiave nel settore minerario, energetico e delle infrastrutture.
In una mossa significativa verso la sovranità energetica, Rosatom (la corporazione statale russa responsabile per l’industria e l’energia nucleare) ha firmato un accordo con i tre membri nel giugno-luglio 2025, sull’uso pacifico dell’energia nucleare per sviluppare un “ciclo regionale del combustibile nucleare verticalmente integrato – dalle miniere del Niger ai reattori del Burkina Faso e del Mali”.
Questo si affianca agli sforzi nazionali in tutta l’alleanza, che includono una serie di accordi bilaterali con nuovi partner e nuove iniziative nazionali di sviluppo, che abbracciano una gamma di settori economici, politici e sociali.
Mali e Burkina Faso hanno approvato nuovi codici minerari nel 2023 per aumentare la partecipazione statale ed eliminare le esenzioni fiscali dell’era neocoloniale, mentre il Niger ha avviato un’audit completo dei contratti minerari esistenti con l’obiettivo di rinegoziarli secondo termini più equi.
Queste politiche concrete sono accompagnate da una spinta al rinnovamento ideologico. Il Burkina Faso sta rivitalizzando lo spirito di Thomas Sankara con una grande spinta all’autosufficienza alimentare, mobilitando programmi nazionali di volontariato per costruire dighe di irrigazione, avviando la costruzione della prima fabbrica di trasformazione del pomodoro del paese per ridurre la dipendenza dalle importazioni e la campagna nazionale di rimboschimento (una campagna a giugno 2025 ha portato alla piantumazione di 5 milioni di alberi in un’ora).
Il Mali, nel suo nuovo piano di sviluppo nazionale, sta promuovendo il concetto del kura Maliden (“nuovo maliano”) – un cittadino patriottico, responsabile e laborioso, dedito alla sovranità nazionale.
Questi sforzi paralleli, sia materiali che ideologici, stanno tessendo una nuova bandiera per la regione, simboleggiata nella bandiera dell’AES: una mappa delle tre nazioni unite in una sola, in contrasto con i colori panafricani di rosso, oro e verde, con l’antico baobab al centro.
Il popolo del Sahel ha issato la bandiera della sovranità e, ogni giorno, attraverso le lotte quotidiane per costruire un progetto regionale coerente, riconquista la sua dignità.
Le sfide che si prospettano rimangono immense. Le economie dei paesi dell’AES rimangono fortemente dipendenti dall’esportazione di materie prime, rendendole vulnerabili ai capricci del mercato globale. La situazione della sicurezza, sebbene migliorata in alcune aree, rimane precaria. E le forze dell’imperialismo non sono rimaste inattive.
Ma concentrarsi solo su queste sfide significa ignorare la storia più ampia. Il popolo del Sahel non aspetta un salvatore. Sta prendendo il proprio destino nelle proprie mani. Questo secondo anniversario dell’AES è un momento per elogiare il suo coraggio e la sua visione. È un promemoria che, come disse una volta Thomas Sankara: “uno schiavo che non è capace di assumere il controllo della propria ribellione non ha diritto alla pietà”.
Il popolo del Sahel ha assunto il controllo della propria ribellione.
Fonte
26/07/2025
USA all’assalto diplomatico della Confederazione degli Stati del Sahel
Sono diversi mesi, infatti, che si registra un incremento delle visite yankee ad alto livello verso quegli Stati dell’Africa subsahariana che stanno provando a scrivere una storia di riscatto ed emancipazione non solo della regione, ma del continente intero.
La Confederazione degli Stati del Sahel
Parliamo della Confederazione degli Stati del Sahel, organizzazione regionale istituita nel settembre 2023 da Mali, Burkina Faso e Niger per garantire la sicurezza e la stabilità dei suoi membri, contrastando il terrorismo – soprattutto di matrice islamica – e il neocolonialismo.
Tale cooperazione è stata poi estesa a settori come finanza, economia, infrastrutture, sanità ed educazione, ponendosi così come un’alleanza strategica a tutto tondo e fornendo un esempio di reazione al colonialismo e all’imperialismo per il mondo intero.
La Confederazione rompe con gli organismi filoccidentali
Una delle prime misure intraprese dall’alleanza è stata la rottura con la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), considerata come un’estensione degli interessi occidentali nell’area, segnando d’altra parte una discontinuità importante con la storia anche recente dei tre Paesi.
Per gli Stati Uniti, i colloqui vorrebbero riprendere la cooperazione nell’ambito della difesa e della sicurezza, presentandosi come un partner affidabile contro la sempre più intensa attività jihadista nella regione.
La visita in Mali
Come riassunto dal sito specializzato Nigrizia, a inizio luglio il vicedirettore generale per l’Antiterrorismo della Casa Bianca Rudolph Atallah ha visitato ufficialmente Bamako, incontrando nella capitale maliana il ministro degli Esteri e il ministro della Sicurezza.
Sul tavolo, la proposta di una “cooperazione rinnovata e costruttiva” per la ripresa del controllo di tutto il territorio da parte delle autorità maliane (una parte è sotto il controllo deli jihadisti), il rafforzamento delle forze armate e la denuncia da parte di Bamako del sostegno esterno, in particolare di matrice ucraina, ai gruppi armati attivi nella regione.
Il messaggio recapitato al Burkina Faso
A fine maggio invece il sottosegretario di stato per l’Africa occidentale Will Stevens ha consegnato a Ouagadougou in Burkina Faso un “messaggio del presidente Donald Trump” al ministro degli Esteri burkinabé, Karamoko Jean Marie Traoré.
Nell’incontro bilaterale, gli Stai Uniti hanno discusso di una cooperazione che “rispetti la sovranità” del Paese africano. Da notare come Stevens abbia riconosciuto le critiche del Burkina Faso sulle restrizioni occidentali all’acquisizione di equipaggiamento militare, contro cui ha promesso di lavorare per la loro rimozione.
Le relazioni con il Niger
Sempre a maggio, dal Kenya il comandante generale dell’Africom Michael Langley ha sottolineato l’aumento degli attacchi terroristici nel Sahel provenienti dal Niger dopo il ritiro statunitense dal Paese nel 2024, ribadendo il sostegno americano ai partner saheliani e nigerini attraverso servizi di intelligence, addestramento e supporto materiale.
Un mese prima, ancora la diplomazia yankee aveva ricevuto a Washington il primo ministro del Niger Ali Mahamane Lamine Zeine. L’incontro con l’ambasciatore Troy Fitrell ha messo al centro la ripresa delle relazioni Usa-Niger, dopo che Niamey, al momento dell’insediamento della giunta militare, aveva gradualmente fatto ritirare le truppe a stelle e strisce dalla base di Agadez.
Il Sud Globale abbandona il sogno amerikano
Le manovre diplomatiche statunitensi si inseriscono nel più generale rientro in varie aree del mondo deciso dall’amministrazione Trump, vuoi manu militari come in Medio Oriente o in Europea orientale, o più sobriamente per ora in Africa occidentale.
Tuttavia, l’Occidente bianco colonizzatore e imperialista sembra aver finito le cartucce a sua disposizione per “mettere le mutande al mondo” e far coincidere gli interessi del Sud Globale con i propri, come testimoniano plasticamente le votazioni in sede Onu sui più disparati temi (sanzioni, guerra in Ucraina, Cuba, Palestina ecc.).
Inoltre, in ambito militare l’abbrivio preso dalle collaborazioni tra Russia, Cina e Stati africani sembra difficilmente rovesciabile in breve tempo, tema questo legato a doppio filo all’appartenenza geopolitica di un Paese.
Il bluff del Piano Mattei non cambierà gli equilibri
Né per “parte nostra” il bluff del Piano Mattei potrà minimamente scalfire gli equilibri politici e commerciali nella regione, intriso com’è di retorica eurocentrica e coloniale a fronte di una scarsità di risorse imbarazzante se confrontata per esempio con gli investimenti cinesi.
Nubi nere si addensano sui cieli delle potenze euroatlantiche. Lavorare alla danza della pioggia qui, in una cittadella dell’impero, non può che aiutare il mondo multipolare a rompere la gabbia degli imperialismi occidentali.
Fonte
17/06/2025
Il Burkina Faso continua la nazionalizzazione del proprio oro
Al potere dalla fine del 2022, il nuovo governo, dopo aver rivisto il codice minerario e aver istituito la Société de Participation Minière du Burkina (SOPAMIB), un ente statale investito del compito di gestire e sviluppare le risorse strategiche, aveva già ritirato i permessi per le miniere d’oro di Inata e di manganese di Tambaoil nel marzo 2024.
La giunta burkinabè aveva poi nazionalizzato anche altre due miniere d’oro, quella di Boungou e quella di Wangnon, con un accordo dal valore di circa 80 milioni di dollari. Il primo sito era della britannica Endeavour Mining, mentre il secondo era affidato alla statunitense Burkina Lilium Mining. Ora, dunque, il paese africano fa un passo ulteriore su questo percorso.
La SOPAMIB, dal momento della sua fondazione, ha raccolto più di 8 tonnellate di oro nel 2024, e più di 11 solo nel primo trimestre del 2025, creando una vera e propria riserva aurea nazionale. Bisogna inoltre considerare l’importanza che il metallo ha riassunto negli ultimi mesi come bene rifugio, con i prezzi che sono aumentati in maniera sostenuta.
Va ricordato che il Burkina Faso è il quarto produttore africano d’oro, ed esso rappresenta anche il principale prodotto d’esportazione del paese. Tra il 2016 e il 2021 la quantità del metallo estratto era già aumentata del 74%, ed ora la giunta burkinabè vuole ridefinire i rapporti di potere nel settore, rispetto alle multinazionali occidentali, per assicurare benefici maggiori alla sua popolazione.
È la logica che hanno seguito le altre realtà che si sono ribellate al neocolonialismo occidentale e hanno formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES). Il Niger ha tagliato le fondamentali forniture di uranio di Parigi, mentre il Mali si è concentrato, anch’esso, sulle sue miniere d’oro. Tutti insieme, hanno assestato un duro colpo alla penetrazione occidentale nell’Africa sub-sahariana.
Forse anche per questo il tentativo di rovesciare il governo di Traoré è sempre in agguato. Ma bisogna anche dire che, seppur le ultime informazioni abbiano suscitato ulteriore preoccupazione negli investitori occidentali, nelle ultime settimane si è parlato di un accordo minerario tra i vertici burkinabè e l’australiana West African Resources Ltd, purché i termini siano favorevoli alla popolazione africana.
È questo il nodo. I processi politici di marcata impronta anticoloniale innescatisi negli ultimi anni dall’inasprirsi delle contraddizioni nella cintura del Sahel, ai margini dell’area che l’Unione Europea – in particolare attraverso la presenza francese – vorrebbe dichiarare come propria sfera di influenza, accanto al Mediterraneo allargato, continuano a mettere in crisi le mire imperialistiche unioneuropeiste.
Il Burkina Faso e i suoi alleati regionali vogliono evitare di tornare nella morsa dei vecchi padroni coloniali.
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14/05/2025
Burkina Faso: la rivoluzione silenziata
Il caso del Burkina Faso è particolarmente interessante. Dal 30 settembre 2022, in seguito al colpo di Stato contro il presidente ad interim Paul-Henri Sandaogo, il giovane capitano Ibrahim Traoré governa il Paese. Traoré è uno dei tanti ufficiali addestrati nella lotta contro il jihadismo nel nord del Paese, profondamente deluso dalla corruzione dilagante e dalla mancanza di equipaggiamento efficace per le unità che hanno affrontato i terroristi.
Traoré è emerso come un leader dalla chiara vocazione panafricana, fortemente influenzato dall’esempio del grande leader rivoluzionario burkinabé Thomas Sankara, che promosse negli anni ’80 un ambizioso programma di trasformazione economica e sociale del suo Paese, interrotto dal suo assassinio nel 1987 promosso e finanziato dalla Francia.
Durante i suoi quattro anni di mandato, Sankara stabilì strette relazioni con Cuba, arrivando persino a fondare nel Paese dei Comitati per la Difesa della Rivoluzione, ispirati all’esperienza cubana. Promosse campagne di vaccinazione di massa contro la poliomielite, la meningite, la febbre gialla e il morbillo.
Ha inoltre promosso l’alfabetizzazione, ha compiuto passi importanti verso il riconoscimento della parità di genere e ha sostenuto un forte programma panafricano e antimperialista.
Non è un caso che sia Sankara che Traoré provengano dai ranghi dell’esercito. È una situazione comune a molti paesi africani e ad altre latitudini. Nelle società così disorganizzate dalla povertà e dalla negligenza del governo, con limitate opportunità di accesso all’istruzione e alla cultura, la vita militare diventa spesso una delle poche opzioni per costruire un futuro stabile.
All’interno di questa istituzione non solo vengono fornite opportunità educative, ma la struttura del dominio della società, in quanto strumento di dominio di classe, viene anche esposta più apertamente.
L’esercito proviene dal popolo, ma è spesso costretto a confrontarsi con esso per difendere gli interessi del capitale straniero o nazionale. E quanto più il Paese è povero e corrotto, tanto più i militari sperimentano in prima persona l’abbandono e il disprezzo dei loro comandanti e delle élite a cui sono subordinati.
È un terreno fertile per la reazione e, di conseguenza, per la proliferazione di personaggi militari opportunisti e fanatici del colpo di stato. È anche uno spazio in cui può maturare, all’interno di un settore, una concezione rivoluzionaria della società e del Paese.
La ricomparsa dell’esempio di Sankara nella pratica attuale del presidente Traoré dimostra la vitalità delle idee, anche quando vengono tradite e si cerca di seppellirle. E oggi, come quarant’anni fa, le sfide per portare avanti un progetto sovrano di giustizia sociale in Africa, contro le vecchie potenze coloniali, sono immense.
Traoré ha già dovuto affrontare diversi tentativi di colpo di stato e minacce di intervento straniero. Il jihadismo, molto probabilmente fomentato dall’esterno, ha aumentato le ostilità contro il governo, complicando ulteriormente la già complessa situazione della sicurezza del Paese.
Nonostante ciò, nei suoi tre anni alla guida, Traoré ha raggiunto traguardi concreti che hanno un impatto sulla qualità della vita del popolo burkinabé e hanno implicazioni significative per il suo futuro. Sul fronte economico, il PIL del Paese è cresciuto tra il 2022 e il 2024, passando da circa 18,8 miliardi di dollari nel 2022 a 22,1 miliardi di dollari nel 2024.
Il governo del Burkina Faso ha rifiutato i prestiti del FMI e della Banca Mondiale, interrompendo esplicitamente i suoi legami finanziari con l’Europa e gli Stati Uniti. Sono stati compiuti progressi anche nel recupero delle risorse nazionali, come l’oro, con la creazione di una società mineraria statale e l’apertura della prima raffineria d’oro del Paese nel novembre 2023. In precedenza, il minerale veniva esportato non raffinato, a prezzi molto più bassi.
Il governo ha investito anche nello sviluppo agricolo, distribuendo più di 400 trattori, 239 coltivatori, 710 motopompe e 714 motociclette ai produttori rurali. È stato inoltre facilitato l’accesso a sementi migliorate e ad altri input agricoli.
Sebbene i numeri siano ancora modesti, la produzione di colture chiave è aumentata, come i pomodori, che sono aumentati da 315.000 tonnellate nel 2022 a 360.000 nel 2024, e il miglio, che è aumentato da 907.000 tonnellate nel 2022 a 1,1 milioni nel 2024.
Nel paese sono stati inoltre inaugurati due stabilimenti di trasformazione del pomodoro, che hanno persino lanciato sul mercato un proprio marchio di pomodori in scatola, e un secondo stabilimento di trasformazione del cotone.
Sono stati promossi i lavori stradali, ampliando le strade esistenti e costruendone di nuove, avvalendosi, ove possibile, di ingegneri burkinabé per l’esecuzione dei progetti. È in costruzione anche il nuovo aeroporto di Ouagadougou-Donzin, con una capacità stimata di un milione di passeggeri all’anno. Ha inoltre ridotto del 30% gli stipendi dei ministri e dei parlamentari e aumentato del 50% quelli dei dipendenti pubblici.
In politica estera, il suo governo ha adottato diverse misure coraggiose, in un contesto in cui le contraddizioni geopolitiche globali si stanno acuendo. Con l’intenzione di rompere definitivamente con il dominio neocoloniale francese, nel 2023 ha espulso dal paese le forze francesi, comprese quelle che avevano partecipato all’operazione antiterrorismo Sabre.
Dopo aver abbandonato la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, ha creato, insieme al Niger e al Mali, l’Alleanza del Sahel, che include diverse clausole per contribuire allo sviluppo e alla difesa reciproca. In netto distacco dall’Occidente, ha rafforzato i legami economici e di sicurezza con la Russia, tra cui un accordo per la costruzione di una centrale nucleare nel Paese, e con la Cina, Paese che promuove numerosi investimenti nel territorio burkinabé.
Anche se alcuni di questi risultati potrebbero essere un po’ esagerati, la verità è che il Burkina Faso sta attraversando una profonda trasformazione economica, politica e sociale, con misure concrete che si traducono in una migliore qualità della vita per la sua popolazione e in una migliore ridistribuzione della ricchezza nazionale. Naturalmente, le sfide di un programma di questo tipo sono immense.
Il 3 aprile 2025, durante l’audizione delle Forze Armate del Senato, il comandante generale dell’AFRICOM Michael Langley ha accusato il regime del Burkina Faso di essere stato corrotto dalla Cina e di aver utilizzato “le sue riserve auree per proteggere il regime della giunta”, il che potrebbe aprire la porta a future azioni di Washington contro il governo del Burkina Faso.
Il pericolo più immediato oggi, come già accennato, deriva dall’aumento esponenziale dell’attività dei gruppi jihadisti nel Paese.
Come tante altre trasformazioni rivoluzionarie del passato, ciò che sta accadendo in Burkina Faso è coperto da un velo di silenzio e di diffamazione da parte delle grandi potenze occidentali, che si apprestano senza dubbio ad applicare a Ibrahim Traoré la stessa soluzione che un tempo applicarono a Sankara.
Rompere questo velo di silenzio è un dovere fondamentale di solidarietà per tutti i rivoluzionari. Non dimentichiamo di parlare del Burkina Faso e dell’immenso lavoro di trasformazione intrapreso dal suo popolo.
In un’epoca in cui il capitalismo aspira a presentare le rivoluzioni come reliquie del passato, processi come questo continuano a ricordarci l’importanza del compito rivoluzionario.
Più di un secolo dopo, la catena imperialista continua a spezzarsi nei suoi anelli più deboli.
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23/04/2025
Tentato golpe in Burkina Faso, sotto accusa militari con contatti in Costa d’Avorio
Il ministro della Sicurezza Mahamadou Sana ha dichiarato alla televisione nazionale che “il meticoloso lavoro dei servizi segreti ha portato alla luce un vasto complotto in corso contro il nostro paese [che sarebbe dovuto] culminare in un assalto alla presidenza del Burkina Faso, mercoledì 16 aprile 2025, da parte di un gruppo di soldati reclutati dai nemici della nazione”.
Alcuni gruppi armati avrebbero colpito in contemporanea per saturare la capacità di risposta delle forze di sicurezza, mentre attraverso la corruzione e la diffusione di false notizie i golpisti avrebbero tentato di indebolirne già prima del 16 aprile l’unità e la responsività. Alcune denunce hanno aiutato i servizi segreti a contrastare il tentativo di rovesciamento del governo.
Il ministro Sana ha fatto i nomi di due personalità specifiche, il maggiore Joanny Compaore e il tenente Abdramane Barry, che sarebbero state le menti dietro il fallito golpe. Una dozzina di altri ufficiali e sottoufficiali sono stati interrogati. Barry è attualmente irreperibile, mentre altri cospiratori sono riparati nella vicina Costa d’Avorio.
Lo scorso luglio, il presidente Traoré aveva detto che proprio in quel paese era stato costituito un vero e proprio “centro operativo per destabilizzare” la giunta burkinabé, in particolare ad Abidjan, la principale città ivoriana. Le accuse al paese vicino di essere coinvolto nei tentativi di destabilizzazioni del Burkina Faso sono state ribadite anche questa volta.
La Costa d’Avorio è uno stato fondamentale nel processo di ridefinizione degli equilibri della regione, e le elezioni del prossimo autunno assumeranno il sapore di un passaggio centrale per il futuro delle influenze in tutto il continente. Dati gli screzi con uno dei rappresentanti dell’AES appare chiaro come ciò sia ben chiaro a tutti gli attori della regione.
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25/01/2025
L’Alleanza degli Stati del Sahel annuncia una forza militare congiunta
Già lo scorso settembre, infatti, in occasione del primo anniversario dell’alleanza, il presidente maliano Assimi Goita aveva annunciato varie iniziative di collaborazione tra i tre paesi: un passaporto biometrico e una stazione televisiva condivisa, e appunto un’unità militare comune.
Salifou Mody, ministro della Difesa del Niger, ha dichiarato che “la forza unificata AES è quasi pronta, contando 5 mila persone”. Tale forza potrà contare anche sull’appoggio aereo e dell’intelligence dei tre alleati.
Il primo obiettivo è quello di arginare il terrorismo delle organizzazioni jihadiste di quell’area, che hanno legami con Al Qaeda e l’Isis. Ma gli equilibri della regione si intersecano con dinamiche più ampie, globali, ce lo ricorda il coinvolgimento di Kiev in alcuni scontri avvenuti in Mali durante la scorsa estate.
Non c’è un’alleanza organica tra Mosca e le giunte militari del Sahel, ma certamente gli interessi di questi paesi convergono nella comune ostilità verso l’imperialismo euroatlantico. E dunque il braccio di ferro tra la NATO e il mondo multipolare coinvolge in parte anche la fascia africana sotto al Sahara.
Inoltre, il prossimo 29 gennaio Mali, Niger e Burkina Faso usciranno definitivamente dall’Ecowas, cioè la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, accusata di essere sostanzialmente sottomessa agli interessi degli ex padroni coloniali. Ma che, almeno, ha deciso di non rispondere ai desideri di Parigi, che voleva un intervento militare contro Niamey.
I legami tra i paesi dell’Africa occidentale sono infatti tanti e fondamentali per la vita e l’economia di tutti gli attori regionali. Non a caso, oltre un mese fa una dichiarazione del Collegio dei capi di Stato dell’AES ha confermato che i cittadini dei paesi dell’Ecowas potranno entrare nei tre paesi del Sahel senza visto.
“I cittadini dell’Ecowas – si legge in un comunicato di Goita – hanno il diritto di entrare, circolare, risiedere, stabilirsi e uscire dal territorio degli Stati membri della Confederazione degli Stati del Sahel”, e lo stesso sarà per i mezzi immatricolati in quei paesi.
Di certo tutto ciò mostra la consapevolezza da parte dei vertici dell’AES del proprio ruolo e dei pericolo che corre la loro esperienza, ma anche l’importanza dei legami da mantenere nella regione. Forse per questo l’Ecowas spera che Mali, Niger e Burkina Faso tornino nel suo alveo, e per questo hanno dato ai tre paesi una proroga fino al 29 luglio per la decisione finale.
Ma non sembra proprio che siano disposti a fare passi indietro.
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21/01/2025
Mali - Il governo sequestra l’oro estratto da una multinazionale occidentale
A fine novembre avevamo riportato di come nel Mali due multinazionali occidentali avessero già dovuto fare i conti con il nuovo approccio delle sue autorità. Tra arresti e pagamenti dello sfruttamento minerario, sembrava che la questione fosse risolta.
Invece, la canadese Barrick Gold, tra le più grandi compagnie di estrazione d’oro al mondo, ha fatto sapere che il governo maliano ha sequestrato circa tre tonnellate metriche di oro del sito minerario di Loulo-Gounkoto, dal valore di 245 milioni di dollari.
La società nordamericana ha notificato “di aver avviato la sospensione temporanea delle operazioni” nel paese africano. Bisogna ricordare che il Mali ha spiccato un mandato d’arresto per Mark Bristow, l’amministratore delegato dell’azienda mineraria.
Le tensioni sono cominciate nel 2023, con un nuovo codice minerario per perseguire un miglior rispetto della sovranità del paese e una divisione più equa dei proventi delle sue risorse. Basti pensare che le esportazioni di oro hanno rappresentato l’80% del totale nel 2023.
Il 2 gennaio, secondo Reuters, il giudice Boubacar Moussa Diarra avrebbe dato l’ordine di sequestro, che è arrivato dopo la richiesta non evasa di altri 500 milioni di tasse non pagate. Barrick Gold aveva segnalato che i rapporti con il governo maliano si erano notevolmente deteriorati nell’ultimo mese.
Sempre su Reuters si può leggere che il ministro dell’Economia maliano avrebbe quantificato in oltre cinque miliardi di dollari l’effettivo ammontare che la compagnia canadese deve al paese africano, per lo sfruttamento di due suoi siti minerari.
Dalla multinazionale fanno sapere che stanno lavorando per “trovare una soluzione amichevole che garantisca la sostenibilità a lungo termine del complesso minerario di Loulo-Gounkoto e il suo contributo vitale all’economia e alle comunità del Mali”.
Che siano interessati alle sorti della popolazione locale è difficile da credere. La sospensione dell’attività a Loulo-Gounkoto potrebbe venire a costargli poco più di un decimo dei guadagni, e i suoi vertici hanno già chiesto a un organismo della Banca Mondiale un arbitrato internazionale in merito.
Ma al di là dell’aspetto legale, anche questa vicenda parla del superamento del sistema neo-coloniale francese che ha segnato l’area per decenni. Misure simili sono state prese anche dal Niger e dal Burkina Faso, quarto produttore di oro del continente nel 2023 – con il Mali al secondo posto –.
Non è dunque un caso che, nel precipitare dello scontro internazionale, della frammentazione del mercato mondiale e della divisione in blocchi, si possa leggere sul Financial Times il riferimento agli interessi che hanno invece sia la Cina sia la Russia in quei paesi.
Dal punto di vista dell’euroatlantismo in crisi che si prepara alla guerra, chi non si lascia assoggettare agli interessi occidentali e preferisce rapporti che rispecchino maggiore equità è pericoloso, e parte dello schieramento dei nemici.
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22/08/2024
Africa - Kiev accusata all’Onu di sostenere i gruppi jihadisti nel Sahel
Il Mali e il Niger hanno già interrotto le relazioni diplomatiche con Kiev dopo che alla fine dello scorso luglio le autorità maliane hanno accusato l’Ucraina di aver sostenuto i separatisti Tuareg e i gruppi jihadisti locali in un sanguinoso attacco condotto contro l’esercito del Mali e il gruppo paramilitare russo Wagner.
Il ruolo ucraino era stato confermato dal portavoce dell’intelligence militare di Kiev, Andriy Yusov, il quale aveva ammesso come ai ribelli maliani fossero state fornite “le informazioni necessarie e non solo” per “un’operazione di successo”. Una conferma indiretta era arrivata anche dall’ambasciatore ucraino in Senegal Yurii Pyvarovov successivamente convocato dal ministero degli Esteri di Dakar.
“Queste affermazioni, che sono estremamente gravi, vanno oltre la portata dell’ingerenza straniera, che è di per sé riprovevole. Si tratta del sostegno ufficiale e inequivocabile del governo ucraino ai terroristi in Africa, in particolare nel Sahel”, si legge nella lettera inviata dai ministeri degli Esteri dei tre Paesi all’Onu. “Condanniamo fermamente l’esaltazione del terrorismo da parte delle autorità ucraine, che non può essere giustificato”, si aggiunge nel documento, che invita il Consiglio di sicurezza “ad assumersi le proprie responsabilità rispetto alla deliberata scelta dell’Ucraina di sostenere il terrorismo” e ad adottare “misure adeguate contro queste azioni sovversive che rafforzano i gruppi terroristici in Africa e manifestano il coinvolgimento di forze straniere quali sponsor statali dell’espansione del terrorismo nella regione”.
Difficile che Usa, Gran Bretagna e Francia consentano una condanna dell’Ucraina in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu in base dalla denuncia dei tre paesi africani, ma dalla vicenda si rileva come il ruolo dell’Ucraina stia crescendo nelle operazioni di destabilizzazione anche in altri quadranti, un ruolo sempre più simile a quello che le potenze occidentali hanno affidato nei decenni a Israele.
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07/08/2024
Il coinvolgimento di Kiev nella guerra sporca contro il Mali chiama in causa la NATO
Secondo Bamako, un alto funzionario ucraino ha ammesso il “coinvolgimento” di Kiev in una pesante sconfitta dell’esercito maliano e del gruppo paramilitare russo Wagner alla fine di luglio, durante i combattimenti con ‘separatisti’ Tuareg e jihadisti.
Il governo del Mali “ha appreso, con profondo sgomento, delle osservazioni sovversive con cui Andri Youssov, portavoce dell’agenzia di intelligence militare ucraina, ha ammesso il coinvolgimento dell’Ucraina in un attacco vile, infido e barbaro da parte di gruppi terroristici armati che ha provocato la morte di membri delle forze di difesa e di sicurezza maliane a Tin Zaouatine, oltre a danni materiali” ha denunciato Maïga nel comunicato stampa.
Alcuni video che sono circolati sui social network mostravano decine di cadaveri che giacevano nel deserto. Da giovedì 25 a sabato 27 luglio, violenti scontri hanno contrapposto i combattenti del Quadro Strategico per la Difesa del Popolo dell’Azawad (CSP-DPA), una coalizione di gruppi ribelli separatisti del nord del Mali, alle forze armate maliane (FAMa) e miliziani del gruppo russo Wagner nei pressi di Tin Zaouatine, una città al confine tra Mali e Algeria.
Lo Stato Maggiore maliano non aveva da subito reso note le cifre ufficiali, ma in un comunicato trasmesso dalla televisione nazionale lunedì 29 luglio ha riconosciuto “un numero significativo di perdite umane e materiali”. Secondo fonti confermate, diverse decine di uomini sono stati uccisi nelle file dell’esercito maliano e della Wagner.
Da parte sua, il CSP-DPA afferma che tutti gli aggressori sono morti o sono stati fatti prigionieri, e riconosce anche di aver perso sette dei suoi uomini e che dodici sono stati feriti. Ha inoltre annunciato di aver sequestrato veicoli e grandi quantità di attrezzature.
Significativamente, un canale Telegram vicino a Wagner – riporta Le Monde – ha pubblicato una dichiarazione attribuita al gruppo paramilitare, che ha riconosciuto le perdite, tra cui quelle di un suo comandante.
Si tratterebbe della prima grande sconfitta di Wagner in Mali, dove il gruppo paramilitare russo è schierato a sostegno delle forze governative dalla fine del 2021.
Si tratterebbe inoltre di una grave battuta d’arresto per la giunta del colonnello Assimi Goïta, uscita rafforzata dalla riconquista di Kidal da parte delle FAMa e dei loro ausiliari russi nel novembre 2023.
“È una vittoria, ma sappiamo che è solo una tappa”, afferma Mohamed Elmaouloud Ramadane, portavoce del CSP-DPA.
Questa coalizione di ribelli, che nominalmente lotta per l’indipendenza dell’Azawad, come i suoi membri chiamano il nord del Mali, sostiene di essere stata costretta a una “ritirata strategica” dopo la sconfitta a Kidal, ma intende continuare a combattere contro l’esercito maliano e i suoi alleati russi.
Da ciò che è emerso sembra che per ottenere la vittoria a Tin Zaouatine, i suoi uomini hanno combattuto fianco a fianco con i jihadisti del Groupe de soutien de l’islam et des musulmans (GSIM), affiliato ad al-Qaeda, con il sostegno dell’intelligence ucraina.
“Il fatto che i ribelli abbiano ricevuto i dati necessari per portare a termine con successo un’operazione contro i criminali di guerra russi è già stato osservato da tutto il mondo. Naturalmente, non divulgheremo i dettagli. Ulteriori informazioni arriveranno anche qui”, ha dichiarato Yussov alla televisione ucraina lunedì. L’ambasciatore ucraino in Senegal ha trasmesso il video.
È la conferma del coinvolgimento di Kiev a fianco dei separatisti Tuareg che sono una pedina della strategia francese nel Sahel e della formazione terrorista affiliata ad Al-Qaeda.
Insomma, un pezzo del conflitto della NATO contro la Federazione Russa si è spostato nel Sahel, e soprattutto il blocco occidentale che è stato cacciato dalla regione cerca di avere un ruolo militare contro il consolidamento della Confederazione degli Stati del Sahel (Mali, Burkina Faso e Niger) grazie alle sue storiche pedine, ed ora grazie all’aiuto di Kiev.
Il governo maliano ritiene giustamente che questi atti “violino la sovranità del Mali, vadano al di là dell’ingerenza straniera e costituiscano un sostegno al terrorismo internazionale”.
Il governo maliano si rivolgerà alle autorità giudiziarie competenti e prenderà le “misure necessarie per prevenire qualsiasi destabilizzazione del Mali da parte degli Stati africani, in particolare dalle ambasciate ucraine nella subregione, con terroristi travestiti da diplomatici”, ha dichiarato Maïga.
Parole come pietre che identificano una subdola strategia occidentale che ormai agisce a carte scoperte anche nel Sahel.
Sabato, le nuove autorità senegalesi hanno dichiarato di aver convocato l’ambasciatore ucraino a Dakar per aver pubblicato un video a sostegno dei recenti attacchi mortali contro l’esercito maliano e i suoi alleati russi.
“Costante nella sua posizione di neutralità costruttiva nel conflitto russo-ucraino, il Senegal non può tollerare alcun tentativo di trasferire sul suo territorio la propaganda mediatica in corso in questo conflitto”, ha dichiarato il ministero degli Esteri senegalese in un comunicato.
Dopo l’elezione del presidente pan-africanista Diomaye Faye, le nuove autorità senegalesi hanno voluto affermare le loro posizioni di “neutralità costruttiva”.
È il secondo episodio del genere, dopo che l’ambasciatore ucraino aveva pubblicato un appello nel marzo 2022 a reclutare stranieri per aiutare il paese nella sua guerra contro la Russia.
Della rinnovata alleanza tra la coalizione indipendentista e terroristi islamici contro il nuovo assetto di potere del Mali si parla già da maggio.
Il 17 maggio, un messaggio vocale è stato pubblicato sui social network. In esso, Alghabass Ag-Intalla, uno dei leader della ribellione armata separatista tuareg e araba, afferma di aver “discusso” con il Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans (GSIM) al fine di stringere i legami con questa coalizione jihadista affiliata ad al-Qaeda.
Secondo l’audio di 88 secondi, è stato fatto un “passo importante” e seguiranno “altre iniziative” per cercare di riunire i gruppi ribelli, raggruppati nel Quadro strategico permanente per la difesa del popolo dell’Azawad (CSP-DPA) e gli islamisti armati comandati da Iyad Ag-Ghali.
Da quando i militari al potere a Bamako hanno ripreso le ostilità nell’agosto del 2023, gli emissari dei due campi si sono incontrati più volte, facendo rivivere lo spettro di un’unione tra movimenti concorrenti.
“Non è un’alleanza, ma un tacito patto di non aggressione. Non abbiamo mai avuto lo stesso obiettivo o la stessa metodologia”, afferma Mohamed Elmaouloud Ramadane, portavoce dei ribelli. “Non abbiamo né il tempo né i mezzi per fare la guerra al GSIM. La nostra priorità è combattere lo Stato maliano e Wagner, spostando i nostri combattimenti verso sud, per avvicinarci al cuore del potere del nemico, cioè Bamako”.
Il CSP-DPA ha cercato di rilanciare la sua offensiva verso sud entrando nella foresta di Wagadou all’inizio di aprile. Ma sono stati gli uomini del GSIM, padroni di questa zona al confine con la Mauritania, a sbarrargli la strada, al termine di uno scontro che ha provocato la morte di una ventina di combattenti per parte.
“Si è trattato di un incidente grave. A quel punto, il CSP si è reso conto che il GSIM era in grado di bloccare la sua offensiva contro il regime militare e che, se avesse voluto continuare, sarebbe stato costretto a negoziare con Iyad [Ag-Ghali] l’accesso alle sue zone di influenza nel centro e nel sud del Paese. Questa è la posta in gioco negli attuali negoziati”, affermava a Le Monde Yvan Guichaoua, docente e ricercatore presso l’Università di Kent a Bruxelles.
Gli incontri tra le due parti, con confini assai labili, si sono svolti ad aprile ed i recenti avvenimenti bellici sembrano suggerire che questa alleanza tattica sia stata stabilita ed abbia dato i propri frutti anche grazie all’esplicito sostegno ucraino, un supporto che è difficile pensare sia avvenuto senza l’avvallo o la collaborazione fattiva della NATO.
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24/07/2024
Niger - Arriva anche la Turchia mentre Parigi perde l'uranio
Dal Niger, che sta cercando di creare un blocco regionale insieme a Mali e Burkina Faso, sono giunte nei giorni scorsi due conferme del tramonto dell’egemonia occidentale sulla regione africana del Sahel.
Mentre il contingente italiano – 250 militari – inquadrato nella Missione Bilaterale di Supporto (Misin) continua la sua collaborazione con le forze armate di Niamey, impegnate a reprimere l’insorgenza jihadista, dopo la cacciata delle truppe statunitensi e francesi nelle prossime settimane toccherà anche a quelle tedesche tornare a casa.
Via anche i soldati tedeschi
I negoziati in corso dalla fine di maggio tra il governo tedesco e la
giunta militare nigerina per un rinnovo della cooperazione militare tra i
due paesi non sono infatti andati a buon fine, perché – secondo
indiscrezioni – il Niger avrebbe rifiutato di concedere l’immunità ai
militari di Berlino.
Il 6 luglio il governo tedesco ha informato che i soldati della Bundeswehr, quindi, dovranno abbandonare la base aerea di Niamey che occupavano entro il prossimo 31 agosto.
Negli ultimi anni i membri della Bundeswehr avevano aiutato i colleghi nigerini a realizzare alcuni centri di addestramento, in particolare nel nord-est del paese vicino al confine con il Mali.
Nel paese erano rimasti sono una quarantina di militari tedeschi, ma si tratta comunque di un segnale inequivocabile sugli orientamenti del governo militare impostosi grazie al colpo di stato del 26 luglio 2023.
Già a marzo il leader del cosiddetto governo di transizione, Abdourahamane Tchiani, aveva dichiarato illegale la presenza nel paese delle truppe statunitensi che hanno dovuto ritirarsi dall’aeroporto di Niamey e da parte della base nella città settentrionale di Agadez nel corso del primo fine settimana di luglio. L’accordo firmato a maggio prevede che l’ultimo dei quasi mille soldati statunitensi lasci il Niger entro il 15 settembre 2024.
Il consistente contingente francese – in totale più di 1500 uomini – ha invece dovuto ritirarsi completamente dal paese africano già nel dicembre scorso.
Niamey guarda a Mosca
Al posto dei paesi occidentali, nella lotta contro i gruppi armati legati ad Al Qaeda e a Daesh, Tchiani ha scelto di affidarsi a Mosca.
Ad aprile hanno cominciato ad arrivare a Niamey i primi istruttori
militari russi accompagnati da grossi quantitativi di armi e sistemi
logistici.
Contemporaneamente, la giunta militare ha affidato alcune operazioni di contrasto ai jihadisti e di addestramento delle proprie truppe ai mercenari dell’African Corps, compagnia militare privata succeduta alla Wagner e strettamente controllata dall’amministrazione russa.
Nei giorni scorsi la cosiddetta “Casa russa” ha inaugurato la propria sede a Niamey, con il compito di aumentare la cooperazione culturale ed economica tra i due paesi.
Mercenari siriani per conto della Turchia
Ma la presenza militare di Mosca evidentemente non basta, e la giunta
militare nigerina intende differenziare le proprie alleanze lasciando
spazio agli appetiti di Erdogan.
Le indiscrezioni erano già filtrate nei mesi scorsi, ma nelle ultime settimane sembrano arrivate conferme sostanziali sul fatto che in Niger sono stati già schierati ben 1100 combattenti siriani.
I mercenari provenienti dal paese arabo sono stati reclutati, di fatto, su iniziativa della Turchia nei territori nord-occidentali della Siria, occupati ormai da qualche anno dalle truppe di Ankara.
I mercenari del cosiddetto “Esercito Nazionale Siriano” vengono impiegati soprattutto per sorvegliare miniere, installazioni petrolifere, depositi di carburante e di armi e per proteggere le imprese turche operanti nel paese. Alcuni però sarebbero stati coinvolti in scontri con i miliziani jihadisti e avrebbero perso la vita, mentre una parte sarebbe stata di fatto subappaltata a Mosca e trasferita in alcune basi dell’esercito russo o dell’African Corps.
Ad occuparsi del trasferimento in Sahel dei mercenari siriani sarebbe stato il gruppo paramilitare turco Sadat, che ha permesso finora al presidente Recep Tayyip Erdogan di intervenire in alcune aree che la sua agenda neo-ottomana ritiene interessanti senza coinvolgere direttamente le forze armate di Ankara.
Parigi perde il suo uranio
La presenza militare russa e turca si accompagna ad una sempre maggiore penetrazione in Niger delle imprese dei due paesi.
A farne le spese, ancora una volta, gli interessi economici e geopolitici occidentali. È stata soprattutto la Francia a perdere contratti milionari e strategici, come quelli per l’estrazione dell’uranio che alimenta le sue centrali nucleari.
Il 20 giugno scorso la multinazionale energetica statale francese Orano ha annunciato la revoca da parte delle autorità di Niamey dei permessi di sfruttamento della miniera di Imouraren, nel nord del paese, considerata tra le più grandi del mondo.
L’estrazione del minerale dal sito da parte di Orano, che possedeva il 63% delle quote di un’impresa controllata locale (la Société des mines de l’Aïr), avrebbe dovuto iniziare nel 2015 ma il crollo del prezzo dell’uranio dopo il grave incidente di Fukushima aveva convinto a rimandare l’apertura, in attesa di tempi migliori.
Lo stop della giunta militare nigerina è arrivato proprio mentre stavano per riprendere le attività e le prime squadre di operai erano tornate nelle gallerie.
La decisione di revocare a Orano la licenza è arrivata pochi giorni dopo che il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria – così si è ribattezzata la giunta golpista – aveva intimato all’impresa francese di iniziare lo sfruttamento del sito entro il 19 giugno, ben sapendo che sarebbe stato impossibile.
Nel frattempo alcune indiscrezioni, per ora non confermate, affermano che la miniera di Imouraren potrebbe essere affidata alla compagnia statale russa Rosatom.
Nel 2022 il Niger forniva un quarto dell’uranio necessario per il funzionamento delle centrali nucleari in Europa, dietro al Kazakistan e davanti al Canada.
Il Niger nazionalizza il petrolio
Alla fine di giugno, intanto, il primo ministro nigerino Ali Mahamane
Lamine Zeine ha dato il via alla fase 2 del progetto Agadem che punta a
nazionalizzare l’estrazione e la commercializzazione del petrolio, che
nel paese si estrae dal 2011.
Nelle ultime settimane, però, il Fronte Patriottico di Liberazione – un gruppo armato che si oppone all’attuale regime – ha più volte sabotato l’oleodotto che si estende per 2 mila chilometri collegando il giacimento di Agadem con la costa del Benin.
Il leader del movimento, Mahamoud Sallah ha rivendicato i sabotaggi chiedendo la liberazione del presidente deposto, Mohamed Bazoum, e l’annullamento del prestito di 400 milioni di dollari elargito dalla China National Petroleum Corporation in cambio dei diritti di commercializzazione del greggio.
09/07/2024
I paesi africani danno vita all’Alleanza del Sahel. Sancita la rottura con l’Occidente
“I nostri popoli hanno irrevocabilmente voltato le spalle all’ECOWAS” (la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale) ha detto sabato Abdourahamane Tiani all’apertura del vertice dell’Alleanza degli Stati del Sahel che riunisce i tre paesi che hanno sbattuto fuori gli occidentali e la “loro” organizzazione regionale africana.
I firmatari “hanno deciso di muovere un passo verso una maggiore integrazione”, si legge in una nota congiunta che annuncia la firma del trattato istitutivo della Confederazione. Il documento è stato sottoscritto dal leader della transizione nigerina Abdourahamane Tiani, dal presidente di transizione del Burkina Faso Ibrahim Traore e dall’omologo maliano Assimi Goita.
Quest’ultimo, riporta Jeune Afrique, ha chiesto che l’AES sia resa “un’alternativa a qualsiasi raggruppamento regionale artificiale costruendo una comunità sovrana di popoli, una comunità lontana dalla morsa di potenze straniere”.
L’incontro si è tenuto alla vigilia del vertice della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao), da cui i tre Paesi hanno annunciato il loro ritiro a gennaio. Nel settembre scorso i tre Paesi che hanno rotto i legami con la Francia e l’Occidente, hanno formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), iniziativa militare, ma anche diplomatica, che intende garantire indipendenza ai tre Paesi rispetto ad organismi regionali o internazionali.
Successivamente i ministri degli Esteri dei tre Paesi, riuniti a Bamako, hanno dato forma compiuta a questa coalizione, dandole una dimensione politica e diplomatica. È stato assegnato ad Assimi Goita l’incarico di presiedere l’Alleanza degli Stati del Sahel, per il periodo di un anno. “Vorrei ribadire la nostra ferma intenzione a fare dell’Aes un modello di cooperazione regionale, di solidarietà per lo sviluppo, e anche un modello di integrazione sub-regionale, in omaggio ai principi della Carta di Liptako-Gourma”, ha detto Goita citando l’atto fondativo dell’Aes.
Fonte
17/04/2024
Niger - Manifestazioni di piazza chiedono ai militari statunitensi di andarsene dal paese
L’agenzia Reuters riferisce che i manifestanti hanno issato bandiere nigerine e portato striscioni in inglese che chiedevano al contingente militare statunitense di lasciare il paese.
Questa manifestazione è avvenuta in un momento in cui il paese dell’Africa occidentale si sta allontanando dalla stretta cooperazione con gli Stati Uniti negli sforzi antiterrorismo e si sta rivolgendo a Mosca per la sicurezza.
Il Niger era un partner chiave per la sicurezza di Francia e Stati Uniti, che lo stavano usando come base contro la crescente presenza jihadista nella regione del Sahel dell’Africa occidentale.
Funzionari statunitensi hanno detto che il consiglio militare al potere in Niger non ha ancora ordinato alle sue forze di ritirarsi, ma l’arrivo delle truppe russe complica la loro permanenza nel paese.
Infatti istruttori militari ed equipaggiamento russi sono arrivati in questi giorni a Niamey, in Niger, nel quadro della nuova cooperazione sulla sicurezza con Mosca stabilito dall’accordo di cooperazione militare siglato il 5 dicembre scorso durante la vista in Niger di una delegazione russa guidata dal vice ministro della Difesa, Yunus-Bek Yevkurov.
Secondo quanto riportato dalla tv pubblica nigerina Télé Sahel, la Federazione russa equipaggerà le forze del Niger e “installerà un sistema di difesa anti-aerea” capace “di garantire il controllo totale dello spazio aereo”, ha aggiunto la tv mostrando le immagini dell’aereo russo atterrato all’aeroporto di Niamey.
I consiglieri militari russi, il cui numero non è stato precisato ma stimato in un centinaio, “assicureranno una formazione di qualità” ai militari nigerini “per un utilizzo efficiente del suddetto sistema”.
Secondo Reuters, non è chiaro se e quando le forze statunitensi se ne andranno.
La scorsa estate, le forze militari nigerine hanno realizzato un colpo di stato che ha rovesciato il presidente e, da allora, le relazioni tra i nuovi leader del Niger e Washington si sono deteriorate.
La Francia ha già ritirato i propri militari dal Niger alla fine dell’anno scorso, ma nel nord del paese ci sono ancora un migliaio di soldati statunitensi. Fanno parte di una missione avviata nel 2012 che la nuova giunta al potere ha però denunciato come “imposta unilateralmente” chiedendone la fine.
Una fonte del governo del Niger ha confermato che Washington deve presentare una proposta con un calendario per il ritiro, perché dopo aver annullato l’accordo di cooperazione militare, le forze statunitensi non hanno più il diritto di condurre alcun addestramento o movimento sul territorio.
Fonte
21/03/2024
Niger - Yankees go home!
Un duro colpo per Washington, considerato che gli USA hanno nel paese del Sahel un contingente militare di 1.100 uomini ed una importante base ad Agadez; la seconda – per importanza – nella regione dopo quella di Gibuti. Gli USA avevano sospeso, senza annullarla, la propria cooperazione con il Niger dopo il putsch di luglio.
Bisogna ricordare che a fine dicembre l’ultimo soldato francese aveva dovuto lasciare il paese, così come era già successo prima in Burkina Faso e prima ancora in Mali.
Gli Stati Uniti – a fine luglio – hanno pensato di potersi differenziare rispetto alla potenza ex-coloniale francese, così come in parte lo credono Italia e Germania, e di conservare i propri legami nel paese. Ma la storia sembra girare in tutt’altra direzione.
Il quotidiano francese Le Monde parla espressamente di “ritorno della guerra fredda” in Sahel, ma bisognerebbe piuttosto parlare di una ripresa del processo di liberazione nazionale dal neo-colonialismo che va sempre più consolidandosi.
Recentemente Niger, Burkina Faso e Mali, dopo avere in precedenza formalizzato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES, l’acronimo francese), ed essere usciti dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (CEDEAO/ECOWAS), hanno annunciato ad inizio marzo la creazione di una forza militare congiunta anti-jihadista.
Questi tre paesi si avviano con ogni probabilità ad una uscita comune dal franco CFA. “La moneta è una tappa dall’uscita dalla colonizzazione” aveva dichiarato Tieni, a capo dell’organismo che governa il Niger all’inizio di febbraio...
Tornando però alla rottura della cooperazione militare tra gli USA ed il Niger.
Con lo stile che ha contraddistinto il CNSP, il portavoce del governo, Amadou Abdramane – attraverso un annuncio televisivo fatto sabato 16 marzo – ha denunciato che l’accordo sarebbe stato imposto unilateralmente da Washington, ma sarebbe anche sempre rimasto un “semplice accordo verbale”.
Che costringerebbe il paese a pagare diversi miliardi per le spese connesse alla gestione degli aerei nord-americani.
Niamey lamenterebbe la mancanza di trasparenza sulle operazioni condotta da Washington, che l’ha sempre lasciata nella più totale ignoranza sugli effettivi ed i materiali impiegati.
Le parole del portavoce sono lapidarie: “Questo accordo è non soltanto profondamente ingiusto, ma allo stesso tempo non corrisponde alle aspirazioni e agli interessi del popolo”.
Così continua il membro del Consiglio Nazionale: “la presenza americana sul territorio del Niger è illegale e viola tutte le regole costituzionali e democratiche”.
L’annuncio arriva dopo alcuni giorni di incontro, tra martedì 12 e giovedì 14 marzo, con una delegazione statunitense di alto livello a Niamey che, nel discorso televisivo, viene definita “senza rispetto dei protocolli diplomatici” e “imposta”.
La delegazione statunitense era di prim’ordine e composta dal segretario di Stato aggiunto per gli affari africani, Molly Phee, da un alto responsabile del Pentagono come Celeste Wallender, e nientemeno che dal comandante in capo del commando americano per l’Africa (Africom), Michael Langley.
Gli inviati statunitensi avrebbero accusato Niamey di avere stipulato accordi segreti a livello militare con Mosca, o sull’uranio con l’Iran, ed avrebbe minacciato ritorsioni.
La cooperazione militare con il Niger sarebbe ripresa se gli fosse stato assicurato di non trovarsi sullo stesso terreno con i russi.
Nel corso degli ultimi mesi i rapporti tra Mosca e Niamey si sono intensificati dopo la visita, il 4 dicembre, del vice-ministro alla difesa russo Evkourouv, accolto con tutti gli onori dal generale Tieni; in quell’occasione è stato firmato tra i due paesi un protocollo di difesa dalle clausole segrete.
L’atteggiamento nord-americano è stato legittimamente considerato il superamento di una “linea rossa” tendente a dettare la politica estera ad un paese sovrano che si è già sbarazzato della presenza francese e che ora si appresta a mettere in fuga, diplomaticamente, pure gli USA.
Gli inviati statunitensi si erano trattenuti un giorno in più nella speranza di avere qualche risposta rispetto al “ritorno all’ordine costituzionale” o sull’avvenire della loro presenza militare nel paese, ma non hanno avuto risposte dai propri interlocutori.
Una fonte anonima interna alla giunta, citata da Rfi Afrique, avrebbe affermato che ci sarebbe una ragione più profonda legata alla mancata collaborazione in materia di lotta contro l’insorgenza jihadista che, con la caduta di Gheddafi in Libia, è esondata in tutto il Sahel.
“Ci sono un migliaio di soldati americani da noi, in Niger. Hanno dei droni e altri apparecchi sofisticati. Rifiutano di condividere le informazioni con noi sui movimenti dei terroristi. È troppo!”, dichiara la fonte del sito d’informazione francofono.
La base di Agadez, secondo la strategia statunitense in Africa, controlla infatti la Libia.
Un’altra fonte fa sapere che “se noi fissiamo una data per la loro partenza, ci impegniamo affinché tutto si svolga senza baccano”.
Paul-Siomin Handy, direttore dell’istituto di studi sulla sicurezza (ISS) ad Addis-Abeba, è costretto ad ammettere che si apre uno scenario simile a quello della Repubblica Centro Africana (RCA) e al Mali, dove una possibile relazione con la Russia “porterà un sostegno militare che permetterà di ottenere delle vittorie tattiche”. Cosa – aggiungiamo noi – che non è mai riuscita ad assicurare la presenza occidentale, francese o americana che sia.
Questa è anche una percezione piuttosto condivisa dalle popolazioni locali.
“C’è una dinamica di un Sud che si allontana dall’Occidente”, è la valutazione realista di Frédéric Carillon, professore a Science-Po a Parigi e co-direttore del Defence & Leadership Center presso ESSEC.
E gli Stati Uniti non sfuggono a questo destino in Sahel, nonostante non siano una potenza ex coloniale nel continente.
In generale ciò si tradurrà in un deficit sostanziale nella capacità di intervento sul campo da parte dell’Occidente, considerato il consolidamento dell’alleanza tra Mali, Burkina Faso e Niger e la sconfitta della CEDEAO/ECOWAS, tradizionale strumento filo-francese nella regione.
Vediamo nel dettaglio l’importanza della base di Agadez.
La base aerea 201 vede la presenza di 700 militari, sul migliaio impiegati in Niger.
Ci sono nella base due aerei da ricognizione elettromagnetici, due elicotteri di manovra e soprattutto una decina di droni MQ-9 Reaper; un format che poteva estendersi a 15-20 macchine in caso di necessità.
I Reaper permettevano di avere uno sguardo d’insieme su tutto il Sahel e soprattutto sulla Libia.
La fuga dal Niger – come dal resto del Sahel – potrebbe costringere le due potenze allontanate dal paese a ripiegare sui pochi perni rimasti all’Occidente nell'area, dando vita a basi franco-americane. Il Ciad potrebbe apparire una destinazione logica, vista la sua collocazione geografica e la fedeltà filo-francese – nonostante il regime debba imporsi con il sangue attraverso la strage degli oppositori – ed in cui Parigi ha già una importante base aerea al campo Cosy, nella capitale Ndjamena.
Altre location potrebbero essere la Mauritania, il nord del Benin o il Marocco.
La Francia è piuttosto in difficoltà visto che la situazione in Ciad è tutto meno che stabilizzata. Ma va anche tenuto conto che le elezioni in Senegal – dopo il vano tentativo di “posticiparle” da parte del presidente uscente – potrebbero vedere trionfare l’opposizione, con Bassirou Diomaye Faye, ed aprire un nuovo corso per il paese e l'intera regione.
Fonte
01/02/2024
Nel Sahel va in frantumi la “gabbia” neo-coloniale
La decisione, per i te leader africani, ha effetto immediato.
Nel comunicato congiunto i militari hanno usato parole molto dure definendo la CEDEAO: «una minaccia per i suoi stati membri e per le sue popolazioni», perché agisce «sotto l’influenza delle potenze straniere».
È il punto di arrivo di un mese di tensioni conclusosi con il viaggio inconcludente di una delegazione dell’organizzazione sub-regionale a Niamey in Niger, questo 25 gennaio.
Abdoulaye Seydou, coordinatore del M62, un movimento della società civile nigerina ha affermato: «è assolutamente normale che i dirigenti abbiano preso questa decisione che, al netto delle difficoltà che si possono immaginare, trova il consenso delle popolazioni».
È un rafforzamento dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) firmata il 16 dicembre scorso tra Bamako, Ouagadougou e Niamey, che va oltre la semplice alleanza militare anti-jihadista per dar vita ad una cooperazione di stampo diplomatico, politico ed economico che va prendendo forma.
Come dimostra anche l’annuncio congiunto dei tre Primi Ministri a Niamey, a fine dicembre, di voler procedere verso progetti comuni nel campo delle infrastrutture stradali e ferroviarie. L’aeroporto della capitale del Mali, si “vocifera” , potrebbe divenire un hub per i tre paesi dell’Alleanza.
È un vero e proprio terremoto per gli assetti neo-coloniali del Sahel, l’ennesimo schiaffo alla Francia e all’imperialismo dell’Unione Europea in genere.
La CEDEAO, che è una cornice politico-economica con un profilo militare, fondata nel 1975, ne esce con le ossa rotte, riducendosi dai 15 Stati – 16, prima dell’uscita della Mauritania nel 2000 – agli attuali 13.
Dopo l’annunciato e mai realizzato intervento militare congiunto che doveva concretizzarsi ai danni del Niger in seguito al “Colpo di Stato patriottico” della scorsa estate, è l’ennesimo schiaffo a questo traballante strumento della cosiddetta FrançeAfrique.
Le sospensioni e le sanzioni che hanno colpito questi tre Stati non solo non hanno portato a più miti consigli i “militari patriottici” che ne guidano il nuovo corso politico, ma li hanno spinti da un lato a relazioni reciproche più strette, nonché ad un maggiore sganciamento dall’Occidente e dai suoi protegé locali con il crescente consenso delle popolazioni.
Questa rottura potrebbe logicamente andare ancora oltre, lasciando l’Unione economica e monetaria dell’Africa Occidentale, e “rinunciando” – per così dire – al franco CFA, la moneta degli otto paesi membri della UEMOA: odiato simbolo della servitù economico-militare all’Euro oggi ed al Franco francese prima.
Come ha ricordato il ricercatore Fahiraman Rodrigue Koné, in una intervista al quotidiano francese Le Monde, i tre leader africani hanno descritto tale valuta: «una moneta di servitù neo-coloniale che impedisce lo sviluppo economico dei loro paesi».
Il primo paese ad essere sospeso e sanzionato è stato il Mali quando, nel 2020, una giunta militare ha destituito Ibrahim Boubacar Keita (IBK) dopo che mobilitazioni popolari – fortemente represse nel sangue – ne avevano chiesto le dimissioni.
Nel 2021 un altro colpo di mano militare dava vita ad un governo di transizione militare con il sostegno popolare, un supporto che si è consolidato con la decisione di Goita di ordinare alle truppe francesi di lasciare il territorio nazionale, nel febbraio del 2022.
Nel gennaio del 2022, con una dinamica simile, veniva deposto Roch Marc Christian Kaboré nel vicino Burkina Faso. Subito seguita da un’azione manu militari del capitano Ibrahim Traore, che nel settembre formava un governo di transizione militare con un forte sostegno popolare.
Anche qui, nel gennaio dello scorso anno, veniva imposta la partenza delle truppe militari francesi, completata nel febbraio del 2023.
Il 26 luglio dello scorso anno, in Niger, il presidente Mohamed Bazoum veniva a sua volta deposto dal generale Abdourahmane Tchiani.
La CEDEAO questa volta non si era accontentata della sospensione e delle sanzioni ma aveva minacciato l’intervento militare, e la Francia aveva iniziato un vero e proprio “braccio di ferro” che ha però visto Parigi perdere.
La Francia si era infatti rifiutata di riconoscere la nuova autorità, non voleva che il suo ambasciatore – dichiarata persona non grata – lasciasse il paese e non voleva far partire il proprio contingente militare.
Il 3 agosto migliaia di persone scendevano nelle strade del Niger in sostegno alla richiesta della giunta militare alla Francia di ritirare le sue truppe.
L’annunciato intervento militare della CEDEAO – anche se fortemente sostenuta da Parigi – ne ha dimostrato la natura di “tigre di carta”, con il Senato della Nigeria che ha bocciato l’ipotesi di azione militare esterna, al pari dell’Unione Africana.
Ma soprattutto dava impulso alla creazione di un’alleanza militare tra i 3 paesi – con Mali e Burkina Faso – che erano dichiaratamente pronti ad intervenire a fianco del Niger in caso di un’azione di forza della CEDEAO.
L’Alleanza degli Stati del Sahel è stata poi formalizzata, come abbiamo ricordato, a metà settembre.
La Francia completerà le operazioni di partenza dal Niger a fine dicembre, mese in cui anche il Burkina Faso ed il Niger hanno deciso di lasciare il G5 del Sahel, di fatto provocando la “dissoluzione” di quest’altro strumento neo-coloniale francese.
Il 6 dicembre i due paesi rimanenti, che non sono tra l’altro membri della CEDEAO – cioè Mauritania e Ciad – hanno formalmente sciolto il G5.
Il 2023 è stato l’anno della fuga di Parigi dal Sahel, dove nel picco delle sue operazioni militari aveva raggiunto le 5.500 unità. Un migliaio sono ora di stanza nel Ciad.
La loro cacciata è un fatto storico che permette a quei paesi di riprendere quel corso politico interrotto ben presto, e non per tutti, con la conquista della loro libertà formale, con la sola parziale eccezione dell’esperienza del Burkina Faso di Thomas Sankara.
Il combinato disposto neo-coloniale di occupazione militare, dominazione politica, sfruttamento economico ed assoggettamento culturale con cui l’Unione Europea, attraverso la Francia, ha imposto la propria supremazia al Sahel, è così definitivamente al tramonto.
E la strategia di de-connessione scelta dai tre paesi del Sahel conferma la cesura geo-strategica che si sta disegnando in Africa occidentale, dentro un mercato mondiale sempre più frammentato.
La formidabile intuizione di Samir Amin – il de-linking – diviene lo sbocco politico pratico dei paesi che riaffermano la propria sovranità popolare.
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