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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/05/2026

Il Mali dopo i nuovi attacchi del 25 aprile

Che cosa è possibile dire dagli attacchi che hanno visto agire alcuni giorni fa congiuntamente le forze antigovernative del FLA (Fronte per la liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei gruppi ribelli del nord, maggioritariamente tuareg) e le milizie del JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani, ramo di Al-Qaida nel Maghreb)?

Oltre dodicimila combattenti, secondo le prime stime, hanno in poche ore colpito in modo chirurgico da Kidal a Gao, da Mopti a Bamako, e a Kati, “città guarnigione”, l’esplosione di una cisterna ha ucciso il ministro della difesa Sadio Camara e ferito il responsabile dei servizi di intelligence, il generale Modibo Keita. Per comprendere quanto accaduto bisogna fare un passo indietro e ripercorrere quella che è una storia postcoloniale non molto diversa da quanto accaduto in altri paesi (il Sudan o la Repubblica Democratica del Congo).

Appena dopo l’indipendenza, già nel 1962-1963, si erano andati costituendo i primi gruppi tuareg indipendentisti, intolleranti verso i confini coloniali e l’ordinamento di un paese sospeso tra istanze panafricaniste e l’idea di uno stato centralizzato. Il governo di Modibo Keita prima, quello di Moussa Toure poi, malgrado le profonde differenze, non riusciranno a sedare la resistenza, e la violenta repressione alimenterà solo il progetto separatista di alcuni gruppi, che esploderà nuovamente nel 1990 con l’attacco alla caserma di Menaka e l’uccisione di decine di militari.

Ma a quest’ultima si arriva dopo un processo nel quale ha un ruolo decisivo anche le siccità del 1973-4 e del 1984. I giovani tuareg che dal Mali e dal Niger emigreranno in quegli anni in Libia seguendo le reti di alleanza esistenti fra tribù e clan, saranno accolti da Gheddafi e addestrati a Beni Walid all’interno della Legione Verde. Molti di loro saranno poi inviati a combattere nella guerra contro il Chad.

Il contesto politico sempre più ostile convince Gheddafi della necessità di costruire una strategia regionale (nasce il progetto dell’Unione del Maghreb Arabo). Ed è di quegli anni la scelta di far ritornare i tuareg in Mali e in Niger per rivendicare il possesso delle terre. La ribellione, guidata da Iyad Ag-Ghali, sarà contenuta da Moussa Traoré al prezzo di molte vittime, ma gli accordi durano poco perché Traoré verrà qualche mese dopo rovesciato da un colpo di stato (è il marzo 1991).

Quando riprende, la rivolta tuareg dei Movimenti Unificati del Fronte dell’Azawad (MFUA) avrà una diversa fisionomia: frammentata in quattro gruppi maggiori (il Movimento popolare dell’Azawad, MPA, diretto da Ag-Ghali; il Fronte popolare di liberazione dell’Azawad, FPLA, nella regione di Timbuctù; l’Armata Rivoluzionaria di Liberazione dell’Azawad, ARLA, costituita essenzialmente da membri della tribù Imghad; il Fronte Islamico Arabo dell’Azawad, FFIA), vedrà da questo momento una vertigine di alleanze a carattere “etnico-tribale” comporsi e dissolversi secondo le circostanze.

Ma è impossibile offrire un’interpretazione univoca di un progetto di indipendenza che ha radici eterogenee e si nutre spesso di legami familiari, e altrettanto impossibile è lasciarsi sedurre da un’interpretazione che veda quella dei tuareg come la ribellione di “una società contro lo stato”.

Le alleanze che avrebbero costruito negli anni, oltre che con la Libia di Gheddafi, con l’Algeria, ma soprattutto con la Francia, rivelano la grande capacità di sfruttare gli interessi di attori diversi e ottenere supporto militare, economico, logistico o mediatico senza però avere la forza di venirne a capo una volta per tutte. Lo dimostreranno gli anni seguenti, scanditi dall’ingresso del fronte jihadista, che pone agli stessi Tuareg non pochi problemi, e di miliziani provenienti da altri paesi (Sudan).

Agli inizi del 2012 l’erede della galassia dei movimenti secessionisti del nord proclama l’indipendenza dell’Azawad, la vasta regione che da Tessalit, Kidal e Menaka si estende sino a Timbuctu e Gao (quasi i due terzi del paese, largamente desertici, ma ricchissimi di risorse naturali). Con il Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, MPLA, operano le milizie Ansar Dine (“Ausiliari della regione Islamica”, al comando di Iyad Ag-Ghali).

Il progetto di uno stato islamico non troverà nella comunità internazionale alcun riconoscimento, ma queste milizie che arrivano sino a Segou sulle loro moto o sui pick-up 4X4 armati con mitragliatrici e lanciarazzi sottratti all’esercito regolare costituiscono una seria minaccia all’integrità territoriale del paese, tanto più che l’esercito regolare arretra, abbandona mezzi e armi, e nel caos rivela ancora una volta che l’addestramento francese non ha avuto altro effetto che quello di creare un esercito fragile e dipendente.

In questo clima di sfiducia, un giovane militare sino a quel momento sconosciuto, Amadou Sanogo, di origine dogon, prende il potere e pone fine al governo di Amani Toumani Toure (ATT). Sanogo finirà poi agli arresti, in una isolata località ai confini con la Guinea, ma intanto il presidente ad interim invoca l’intervento aereo dei francesi per fermare l’avanzata dei ribelli.

Holland accorre in modo trionfale: comincia l’operazione Serval (dall’agosto 2014 il suo nome diventerà Barkhane), affiancata dal luglio dello stesso anno dalle forze dell’ONU. Come sempre la fantasia militare è all’opera, ma con una semantica che vale la pena sottolineare: il nome di un felino dell’Africa subsahariana (serval), il termine con cui si indicano le dune mobili dal profilo a mezzaluna creato dai venti (barkhane), sono l’atto di imperio linguistico di chi si sente da tempo padrone di quei luoghi.

La presenza francese si fa via via più invadente. Le elezioni del nuovo presidente Ibrahima Aboubacar Keita (IBK) consentono al paese una relativa stabilità, ma le critiche all’autonomia del presidente, considerato da molti un fantoccio nelle mani dei francesi, si fanno sempre più aspre.

Un duro colpo al patto fra il Mali e la Francia arriva quando quest’ultima impedisce all’esercito regolare di entrare a Kidal, quartier generale delle forze ribelli controllata dal MPLA invocando motivi di sicurezza e rendendo impossibile sia il controllo della città che le elezioni. Kidal è tutt’oggi una ferita non cicatrizzata, l’immagine di una sovranità nazionale offesa da una potenza straniera.

Non è un caso che la sua riconquista con l’aiuto delle truppe mercenarie russe Wagner nel 2023 sarà celebrata come un riscatto, così come non sorprende che la sua caduta dieci giorni fa nelle mani delle forze ribelli sia stata ripresa dai media francesi infinite volte per umiliare il governo di transizione guidato da Assimi Goïta ed annunciare che ormai i due terzi del paese sono sotto il controllo dei ribelli.

Quando i risultati elettorali che avevano riconfermato IBK furono contestati e il presidente deposto (colpo di stato del 2020, con il forte appoggio della società civile, rappresentata dal Mouvement du 5 juin – Rassemblement des forces patriottiques), un nuovo governo di transizione guidato da Bah Ndaw dovrebbe permettere il ritorno alla democrazia.

Ma nel 2021 un nuovo colpo di stato interrompe il processo, e Bah Ndaw è accusato di aver tradito gli accordi: il ministero della difesa sarebbe dovuto andare a Camara, quello dell’intelligence a Keita (incarichi poi confermati dal governo di transizione). Per una strana coincidenza, sono proprio loro ad essere vittima degli attentati di questi giorni, gli stessi che avevano condotto il processo di alleanza con la Russia e definitivamente spezzato quel che restava dei legami con la Francia.

Dal 2016 nelle aree centrali del paese (regione di Mopti, ansa del Niger) entra in scena un nuovo alleato: il Front de Libération du Macina (Katiba Macina), al comando di Amadou Kouffa. L’area, che vede preponderante la popolazione Peul aveva conosciuto da sempre un complesso sistema d'uso delle terre da parte di pastori e contadini, secondo un equilibrio non del tutto privo di conflitti ma in grado di autoregolarsi ed evitare eccessi (sapienti tecniche di coltivazione e di pascolo avevano reso possibile lo sfruttamento delle risorse di un territorio periodicamente inondato dal Niger).

Ma i conflitti generati dalla riduzione delle terre coltivabili e dei pascoli, e il capovolgimento delle tradizionali gerarchie, avrebbero finito con l’alimentare un’economia di guerra spesso banalizzata nel vocabolario di un conflitto etnico-religioso ricalcato sulle linee di antichi conflitti (i Peul, pastori, da un lato; i Dogon, contadini, dall’altro).

Nel nuovo scenario, segnato dalla comparsa di una milizia di autodifesa dogon (i Dan Nan Ambassagou, “i cacciatori che si confidano a Dio”), il FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei movimenti indipendentisti tuareg) può contare ora su un nuovo alleato: l’Ucraina, come veniva ammesso nel corso di un servizio delle televisione francese del luglio 2025, ricevendo da un paese diventato centrale nella circolazione mondiale delle armi quegli aiuti (addestramento militare in Europa, droni, attrezzature logistiche) che la Francia non può dare alla luce del sole.

L’obiettivo è far cadere l’attuale giunta al potere e indurre i russi a lasciare il paese. Che la Francia abbia sostenuto in passato i gruppi tuareg è noto da sempre (sin dal 2012, il suo appoggio diplomatico e mediatico è stato evidente). Ma l’alleanza fra i Tuareg e i loro sostenitori internazionali (Algeria, Francia) da un lato, e i gruppi che predicano la sharia e sono affiliati ad Al-Qaida nel Magreb dall’altro, sebbene difficile e non priva di rischi non è più fonte d’imbarazzo dopo l’incontro fra Trump e il nuovo presidente siriano, Aḥmad Ḥusayn al-Shara, membro di un gruppo legato a Al-Qaida e considerato solo qualche mese fa un pericoloso terrorista.

È stridente la libertà con la quale le definizioni di terrorismo siano in Occidente volatili e piegate agli interessi del momento, mentre rimane sempre lo stesso il vocabolario che delegittima i dirigenti africani ridicolizzando i loro sforzi per reagire alla minaccia della povertà, della crisi ecologica o della violenza.

Una tagliente denuncia di questo colonialismo semantico e delle ipocrisie che lo sostengono è stata offerta dal discorso di Jean Emmanuel Ouedraogo, primo ministro del Burkina Faso all’ONU nel settembre 2025, e più recentemente da Bassoma Bazié, sempre per il Burkina Faso, a Lomé, di fronte ai rappresentanti della CEDEAO nell’aprile scorso.

Perché tra i mutamenti più significativi della regione, avvertiti con preoccupazione da Parigi, vi è stata la nascita di una nuova entità: l’Alliance des États du Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger), poco importa se al prezzo di alleanze che hanno anch’esse il loro costo (quelle con la Cina e la Russia).

La galassia di acronimi, le definizioni provvisorie di “terrorista”, “ribelle” o “jihadista”, di alleato o mercenario, dicono però poco o nulla di ciò che è diventata la vita in questo paese, segnato da anni di violenze compiute da tutte le milizie (dai jihadisti del Katiba Macina ai mercenari di Wagner e dell’Africa Corps, così come dai Dan Nan Ambassagou).

I furti di milioni di capi di bestiame, l’uccisione di animali e la distruzione dei granai, l’impossibilità di lavorare nei campi o frequentare le scuole (un gran numero delle quali è stato chiuso nei villaggi dove è stata imposta la sharia), i continui assalti ai mezzi di trasporto, hanno stravolto il paesaggio sociale e trasformato anche i vicini in possibili nemici (il clima di sospetto trova espressione negli arresti di militari e personalità politiche in questi giorni, accusati di complicità con i terroristi). Due storicità sembrano così duellare da tempo senza incontrarsi, e in questo duello il Mali sembra essere oggi il luogo dove si giocano il destino e il futuro dell’intero continente africano.

Mentre il neocolonialismo e il capitalismo estrattivista non fanno che affondare in modo sempre più aggressivo i loro artigli sulle risorse naturali (petrolio, litio e gas in Mali; oro in Mali e Burkina Faso; uranio in Niger), i paesi africani lottano per affermare una sovranità sempre negata, sempre assoggettata, sempre ridicolizzata.

Il progetto anticoloniale dei loro leader (come Ibrahim Traoré, che in Burkina Faso assume esplicitamente il ruolo di erede di Sankara) urta l’arroganza dei governi occidentali: che se continuano ad umiliare le élite politiche di questi paesi, non hanno mai esitato ad assassinarne i leader quando scomodi.

Quanto alle reciproche accuse di manipolazione dell’informazione, solo in apparenza si è di fronte allo stesso problema. Se in Mali il potere della giunta militare ricorre alla censura e, certo, anche all’intimidazione o al silenziamento delle voci critiche, i media occidentali (e quelli francesi, in particolare) operano con infinite risorse una duplice operazione: non si accontentano di offrire degli eventi informazioni e analisi di segno opposto, ma aggiungono come un metatesto il cui progetto è far vacillare l’idea stessa di un paese sovrano.

Sulla riva di un tempo ferito dal caos, dall’isolamento (le difficoltà di approvvigionamento di carburante e beni alimentari), dagli indicatori di povertà, dalla nostalgia di lingue e saperi erosi dalla violenza dell’estrattivismo come dalla curiosa indifferenza del turismo (e ciò vale per i Tuareg come per le altre popolazioni di questa regione: Peul, Dogon, Bozo...), si intravede però il coraggio e l’ostinazione di donne e uomini che non intendono cedere alla paura, alla minaccia, e per i quali l’alleanza dei connazionali della diaspora rimane fondamentale.

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03/07/2020

La Francia chiede all’Italia soldati per la guerra nel Sahel

Il sito specializzato Difesaonline riferisce che il presidente francese Macron, nel vertice bilaterale con Conte lo scorso 27 febbraio a Napoli, ha chiesto al Governo italiano la partecipazione delle Forze Speciali italiane, con l’aggiunta di elicotteri da combattimento, nelle regioni del Sahel dove la Francia sta intervenendo militarmente da anni.

L’operazione militare a cui parteciperanno anche le truppe italiane, si chiamerà “Takuba” che nella lingua dei Tuareg significa spada ed ha come “nemico” le milizie jihadiste che agiscono nel Sahel. Di questo abbiamo già riferito nelle scorse settimane sul nostro giornale.

Il sito ammette che “I nostri soldati si dovranno confrontare con combattenti esperti, che conoscono bene le regole della guerra nel deserto, comprese le sue insidie. Una specie di guerra liquida, che si modella sul terreno, fatta di piccoli gruppi ben equipaggiati che colpiscono e si dileguano immediatamente, per annullare la reazione”.

Le regole di ingaggio e il modello operativo saranno dunque più che rognosi. Per gli esperti di Difeonline “Servirà costituire una Task Force di operatori delle nostre Forze Speciali (come in Afghanistan e in Iraq), con supporto del 3° REOS Aldebaran, ma anche vettori d’attacco come gli AH-129D Mangusta”. Insomma un vero e proprio assetto di combattimento che questa volta non prevede neanche di nascondersi dietro le ipocrisie delle “missioni di peacekeeping” dietro cui sono state nascoste all’opinione pubblica – e ad una politica complice – in tutti questi anni le missioni militari all’estero.

È dal 2013 che la Francia, con l’operazione “Serval”, ha inviato i propri soldati nel Sahel per allargare la sua sfera di influenza coloniale e combattere la rivolta dei Tuareg che, insieme a miliziani libici fuggiti nel sud dopo il colpo di stato e i bombardamenti occidentali contro la Libia di Gheddafi, si sono aggregati in organizzazioni jihadiste estremamente mobili che stanno dando filo da torcere ai militari francesi e alle truppe dei governi locali, il Mali soprattutto, ma è tutta l’area ad essere coinvolta.

Ma non è solo Parigi. Anche l’Italia è coinvolta nelle ingerenze, nelle operazioni e nella vendita di armamenti ad uno altro Stato del Sahel: il Niger.

La Francia in questi anni ha subito perdite sul campo ed ha ormai compreso di non farcela sul piano militare e sta bussando alla porta dei partner europei per coinvolgerli in una operazione che, come i bombardamenti sulla Libia nel 2011, torna ad unico vantaggio degli interessi strategici di Parigi.

Macròn ha chiesto a Conte di inviare a supporto le forze speciali delle forze armate italiane ma ha fatto richieste analoghe anche a Gran Bretagna, Belgio, Svezia, Estonia e Repubblica Ceca. I soldati tedeschi, in modo molto riservato, sono già sul terreno da tempo.

Insomma, prima che altri soldati italiani vengano inviati su un fronte di guerra, appare legittimo porsi almeno la domanda: vale la pena morire per Parigi? A leggere tra le righe quanto scrive il sito Difesaonline, ai vertici delle forze armate italiane questa domanda se la sono posta. Ma in Parlamento? Per ora il solito assordante silenzio.

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22/01/2016

Libia - Puzzle irrisolvibile

di Francesca La Bella

Gli aggiornamenti sulla Libia in questi giorni si rincorrono, e se a inizio settimana è stata ufficialmente annunciata la formazione di un nuovo governo guidato da Fayez al Sarraj, giovedì le agenzie di stampa di tutto il mondo hanno dovuto dare notizia di un attacco dello Stato Islamico nella zona dei terminal petroliferi libici di Ras Lanuf. Secondo fonti locali, i miliziani jihadisti avrebbero nuovamente colpito numerose installazioni petrolifere appiccando il fuoco ad almeno due serbatoi di stoccaggio di greggio. In questo contesto, l’invio di consiglieri militari occidentali (britannici, statunitensi e francesi) in territorio libico non dovrebbe stupire in quanto lineare rispetto ad una scelta di coinvolgimento internazionale sempre maggiore nella questione libica a seguito degli incontri svoltisi a Roma alla fine dell’anno passato.
Il mutamento di rotta che il consesso internazionale avrebbe voluto indurre attraverso la firma dell’accordo a Tunisi tra il governo di Tripoli e Tobruk e la creazione di un governo di unità nazionale sembrano, infatti, scontrarsi con la pressione di numerose forze centrifughe che, prive di punti di convergenza, si sono poste in maniera conflittuale rispetto alle ultime evoluzioni politiche del Paese. Una breve disamina delle forze in campo, pur non potendo essere esaustiva, potrebbe consentire di comprendere, almeno in parte, sia la frammentazione estrema della società libica nel suo complesso sia i numerosi ostacoli che si pongono sulla strada della risoluzione del dramma libico.
Il Governo di Tobruk

Il Governo di Tobruk, unico Governo riconosciuto dalla comunità internazionale sembra essere il primo detrattore del nuovo accordo raggiunto. Secondo diverse fonti locali ed internazionali, due membri del Consiglio presidenziale avrebbero lasciato il negoziato a causa della mancata nomina del generale Khalifa Haftar come Ministro della Difesa del neonato Governo Sarraj. Per quanto la divisione dei ministeri tra la coalizione facente riferimento a Tobruk e quella legata ai gruppi di stanza a Tripoli sia stata bilanciata in modo da accontentare le due parti, sembrano esserci molte resistenze all’accordo e questo potrebbe aprire diversi scenari di frattura. Da un lato il mancato incarico ad Haftar confina uno degli attori fondamentali di questi anni di guerra ad un ruolo marginale, dall’altro le divergenze tra Tobruk e gli attori internazionali lasciano la coalizione internazionale priva di interlocutori preferenziali nel Paese. Se a questo aggiungiamo il legame solido e continuativo tra Haftar e l’Egitto del Generale Abd al Fattah al Sisi, uno degli attori principali della contesa libica e della contrapposizione con lo Stato Islamico e con alcuni gruppi legati a Tripoli, diventa evidente la portata disgregativa di questi ultimi eventi.
Il Governo di Tripol

La coalizione che controlla la capitale libica ha anch’essa posto numerose resistenze rispetto al nuovo Governo Serraj. Varie sono le evidenze di questo distacco: molti dei parlamentari di Tripoli non hanno partecipato alle sedute del negoziato; numerosi sono stati gli inviti a favorire un dialogo Libia-Libia anziché creare a tavolino un Governo supportato dalle Nazioni Unite come dichiarato da Saeed Al Khattali, membro del General National Congress (GNC) libico; il presidente del GCN, Nuri Abu Sahmain, solo pochi giorni fa, ha, infine, dichiarato che, date le riserve sull’iter di nomina di Serraj, difficilmente si sarebbe potuti giungere alla firma dell’accordo.
Da un lato, il Governo di Tripoli, a maggioranza islamica e strettamente connesso alla Fratellanza Musulmana libica, ha espresso i propri timori rispetto al profondo coinvolgimento di attori internazionali al fianco di Tobruk come Egitto ed Emirati Arabi Uniti, lasciando trasparire la sfiducia in un accordo che non nasca genuinamente dall’interno del Paese, ma che venga mediato dall’esterno. Dall’altro, controllando la capitale, il GNC ha la capacità di obbligare il Governo Serraj all’esilio in Tunisia o a prendere sede in altre città della Libia dove, anche a causa dell’avanzare dello Stato Islamico, sempre più difficoltoso è il mantenimento di un adeguato livello di sicurezza.
Lo Stato Islamico

Nonostante sia di più recente apparizione nel contesto libico, negli ultimi mesi, quello che viene considerato il protagonista principale del disastro della Libia è sicuramente lo Stato Islamico. Anche l’accordo per un Governo di unità nazionale, per quanto debole e combattuto da più parti, sembra essere frutto del timore dell’avanza del movimento islamista. Il controllo territoriale di molte aree costiere, la creazione di reti di sostegno con gruppi jihadisti dell’area nord-Africana come Boko Haram (ora ISWA-Islamic State Western Africa) o Morabituon (ala dissidente di AQIM-Al Qaeda nel Maghreb Islamico, confluita nello Stato Islamico), la presunta infiltrazione di militanti nei contingenti migranti verso l’Europa ed ora la distruzione di alcuni terminal petroliferi sono stati i fattori principali del rinnovato interesse internazionale per la questione Libia.
In mancanza di uno Stato centrale capace di mantenere la sicurezza e di garantire i servizi minimi alla popolazione e lunghi anni di guerra che hanno indebolito e quasi distrutto l’economia e la società libica, la propaganda dello Stato Islamico ha attirato molti giovani nelle file delle milizie. In questo senso, l’avanzata nelle aree costiere è solo una delle direttrici di penetrazione del gruppo nel territorio libico e, parallelamente ad essa, si creano piccoli nuclei di affiliati nelle città maggiori e si incrementa il controllo dello Stato Islamico sui porosi confini nazionali. Laddove alla creazione di un Governo di unità non faccia seguito un percorso di riconciliazione nazionale e dei piani di sviluppo per la popolazione, la capacità attrattiva dello Stato Islamico potrebbe non risultarne indebolita. Anche l’eventualità di un attacco armato internazionale potrebbe, in tal senso, incrementare la base di appoggio del gruppo jihadista anziché restringerla.

Tuareg e Tebu

Le due popolazioni occupano una vasta area nel sud della Libia e, in guerra tra loro, contribuiscono alla perdurante instabilità libica. In questa ottica risulta significativo leggere gli eventi contemporanei alla creazione del Governo nazionale che hanno coinvolto Tuareg e Tebu. La scorsa settimana, infatti, dopo alcuni mesi di apparente calma a seguito della firma di un accordo di pace nel novembre 2015, forti scontri hanno interessato la città di Ubari negli stessi giorni in cui rappresentanti dei due gruppi si incontravano nella vicina città di Sebha per discutere lo stato di avanzamento del fragile processo di pace.

A tal proposito, in una delle sue prime dichiarazioni, il Consiglio di presidenza del Governo appena formato, domenica scorsa avrebbe condannato la ripresa dei combattimenti chiedendo la fine immediata delle ostilità e facendo appello alle parti per il rispetto dell’accordo di pace, ma la situazione potrebbe non essere di così semplice risoluzione. Il reciproco scambio di accuse e la denuncia rispetto ad un accordo troppo favorevole ad una delle parti restituisce, infatti, l’immagine di un conflitto radicato che, in un contesto nazionale di profonda divisione e contrapposizione, rischia di trovare nuova linfa per alimentarsi. Per quanto, ufficialmente, il conflitto in atto nel distretto di Ubari sia considerato indipendente rispetto alle più ampie dinamiche nazionali, secondo molti analisti esisterebbe un legame ben definito tra le due popolazioni e le coalizioni principali presenti nel paese: la dirigenza Tuareg sarebbe supportata dalle forze di Tripoli mentre le forze Tebu avrebbero il sostegno di Tobruk e del generale Haftar. La dimensione locale avrebbe, quindi, una portata ben più ampia di quella apparente.

Gli altri attori

Esiste nel contesto libico, infine, una galassia di attori che con le loro attività e le alleanze variabili intraprese a seconda dei diversi contesti, incidono sulla stabilità del Paese. Questi gruppi, di cui il più conosciuto è Ansar al Sharia, movimento islamista legato ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), non sono stati coinvolti nel dialogo nazionale e potrebbero avere un ruolo significativo nella futura messa in atto dell’accordo. Fermi oppositori dello Stato Islamico in città come Derna e Sirte, questi gruppi mantengono le proprie posizioni di contrasto rispetto al Governo centrale ed al coinvolgimento internazionale in territorio libico.

Pur avendo, ad oggi, un ruolo di secondo piano rispetto all’avanzata massiva dello Stato Islamico, questi gruppi, ben radicati a livello territoriale, potrebbero costituire un reale pericolo per la sicurezza di alcune aree qualora riuscissero a stabilire nuove alleanze trasversali e ad aggregare parte della popolazione in funzione di contenimento dello Stato Islamico. D’altra parte, qualora l’intervento del Governo e di altri attori internazionali (come ad esempio l’Egitto) dovesse indirizzarsi contro di loro, potrebbero crearsi le premesse per un avvicinamento sempre maggiori tra gruppi jihadisti con conseguenze di ampia portata sul destino del Paese e sulle condizioni di vita della popolazione.

Fonte

31/07/2015

Tuareg e Tebu: la guerra civile sconosciuta della Libia in disgregazione

di Francesca La Bella

Dopo quasi un anno di combattimenti è stata firmata una tregua tra Tuareg e Tebu nel sud della Libia. Il 25 luglio a Sebha, città principale della regione del Fezzan, è stato raggiunto un compromesso tra le due popolazioni che prevede, oltre a una tregua nelle ostilità, la messa in atto di dispositivi che dovrebbero consentire il raggiungimento di una stabile pacificazione dell’area. L’accordo prevederebbe il rilascio dei prigionieri da entrambe le parti e la predisposizione delle condizioni necessarie per il ritorno delle popolazioni allontanatesi dall’area a causa degli scontri.

Da molti mesi nella regione sud occidentale della Libia si assiste a una guerra civile locale che, pur mantenendo alcuni legami con la più ampia disputa nazionale per il potere, sembra presentare caratteri propri. Solo nella settimana precedente alla firma del cessate il fuoco, circa 60 sono stati i morti e numerosi i feriti, concentrati perlopiù nelle città principali di Ubari e Ghat mentre incalcolabili sono i danni sociali ed economici con decine di sfollati e centri medici al collasso per la mancanza di medicinali e materiali per il primo soccorso. Una situazione non particolarmente difforme rispetto alla realtà del Paese, attraversato da combattimenti e distruzione ormai da molto tempo.

Come accennato in precedenza, i contrasti tra tribù Tebu e tribù Tuareg non sarebbero, però, come invece affermano alcuni analisti, esclusivamente legati al posizionamento dei primi con il Governo di Tobruk ed i secondi con quello di stanza a Tripoli, ma si baserebbero su una più ampia dinamica di controllo del potere e del territorio nel quale i due gruppi convivono. A tal proposito sembra importante sottolineare la valenza strategica ed economica di questa area: confini con Algeria e Niger porosi a traffici particolarmente redditizi di merci e persone; pozzi petroliferi di grande importanza come l’area di El Sharara, secondo campo petrolifero del Paese.

Da questo punto di vista, il contrasto armato tra popolazioni Tuareg e Tebu deve essere letto più nell’ottica della lotta per la conquista del territorio in un contesto di caos e di mancanza di strutture statuali forti che nel senso della guerra per procura dei due Governi della contesa libica. Dopo la caduta di Gheddafi, i gruppi etnici minoritari nel Paese hanno cercato di trovare un proprio spazio di autodeterminazione e di radicamento territoriale. Nonostante le diverse scelte strategiche che hanno visto le dirigenze delle due popolazioni su fronti opposti, i Tuareg al fianco del Colonnello e i Tebu nelle file dei ribelli, entrambi i gruppi hanno visto nella destituzione del Governo, l’aprirsi di una nuova fase politica che avrebbe consentito loro di estendere la propria area di influenza con le conseguenti ricadute economiche.

Questo quadro non sarebbe, però, completo se si tralasciassero le alleanze con i diversi attori della guerra civile libica che, anche in questa fase di negoziato, hanno avuto un ruolo significativo sia in termini di appoggio all’una o all’altra parte sia in termini di mediazione. L’importanza delle forze fedeli al Governo di Tobruk e delle milizie di Misurata nelle dinamiche del Fezzan ha, infatti, portato ad un amplificarsi della battaglia tra le opposte fazioni. Non un ruolo primario, dunque, quello degli attori nazionali, ma un’azione di supporto che ha consentito a popolazioni nomadi con limitate disponibilità economiche di portare avanti una guerra lunga e sanguinosa.

Alla luce di questo, possiamo affermare che, nonostante la fiducia riposta in questa tregua, molte sono ancora le incognite interne ed esterne che minacciano il negoziato. In questi mesi si è assistito più volte a brevi fasi di calma, velocemente cancellate dalla mancanza delle premesse per la costruzione di un’amministrazione locale condivisa e duratura. In senso più ampio, invece, la mancanza di unità nazionale, la presenza di gruppi minoritari rimasti fino ad ora nell’ombra dei due attori principali e lo sviluppo di nuove entità come lo Stato Islamico potrebbero inficiare questi tentativi, gettando nuovamente l’area nella guerra. Una nuova fase di instabilità con molti più attori e, conseguentemente, ancor più difficile da superare.

Fonte

29/10/2013

La difficile riconciliazione del Nord del Mali


Trascorsi poco più di due mesi dall'insediamento del nuovo presidente Ibrahim Boubacar Keita, che avrebbe dovuto spianare la strada a un processo di riconciliazione nazionale, il Mali continua a essere attraversato dai conflitti e dalle tensioni che lacerano il Paese sin dalla guerra civile scoppiata a marzo del 2012 tra governo, ribelli tuareg e gruppi islamisti.

Il 24 ottobre le forze di Francia, Nazioni Unite e Mali hanno lanciato un'operazione congiunta contro i gruppi armati ancora attivi nel Nord del Paese. Obiettivo dell'offensiva è evitare la reviviscenza delle forze islamiste legate ad al Qaeda, che un anno e mezzo fa avevano approfittato della ribellione dei separatisti tuareg per prendere il controllo di alcune città settentrionali. La decisione è stata presa all'indomani di un attacco suicida che ha ucciso due peacekeeper Onu del Ciad e un civile in un checkpoint all'ingresso della città settentrionale di Tessalit.

Si tratta della più grande operazione militare dall'intervento francese dello scorso gennaio che, pur avendo fermato l'avanzata dei militanti islamici verso Sud, non ha impedito loro di arroccarsi nelle zone desertiche e montagnose del Nord e di condurre periodici attacchi contro le forze francesi e internazionali. Negli ultimi mesi la zona settentrionale del Paese è stata teatro di una nuova ondata di violenza, alla vigilia delle elezioni legislative fissate per il 24 novembre.

Come ha sottolineato il colonnello francese Gilles Jaron, per ora gli incidenti sono stati abbastanza circoscritti e condotti da gruppi che non hanno le risorse né la capacità di intraprendere un conflitto su larga scala e a lungo termine. La Francia ha tremila uomini dispiegati nella sua ex colonia, ma prevede di ritirarne duemila entro la fine di gennaio, con diversi mesi di ritardo rispetto a quanto inizialmente annunciato. La responsabilità della sicurezza del territorio è stata affidata a luglio alla missione delle Nazioni Unite Minusma, che però attualmente ha a disposizione 5.200 caschi blu, contro i 12.600 originariamente previsti dal suo mandato. All'inizio di ottobre, l'Onu ha chiesto che fossero mandati in Mali uomini ed elicotteri per rafforzare la missione.

Sostegno alla nuova operazione nel Nord è stato espresso dai leader dei Paesi della regione, riuniti venerdì al summit dell'Ecowas, la Comunità economica degli stati dell'Africa occidentale, il primo a cui ha partecipato il nuovo presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita, eletto ad agosto. Il capo di stato della Costa d'Avorio, Alassane Ouattara, che attualmente presiede l'organizzazione, ha riconosciuto gli sforzi fatti nel Paese per riportare la pace, ma anche messo in guardia contro le numerose sfide ancora da affrontare.

Le tensioni in Mali rischiano di minare il delicato equilibrio di poteri su cui si regge la stabilità di una regione in cui le sorti dei diversi Paesi sono legate tra loro sia sul piano della sicurezza sia su quello territoriale. Gli organismi regionali finora non sono stati in grado di fermare l'avanzata dei militanti islamici nel Sahel e nel Nord Africa; mentre le attività dei ribelli tuareg del Movimento nazionale per la liberazione dell'Azawad (Mnla), che rivendicano i territori sahariani del Nord del Mali, hanno attirato l'interesse delle minoranze berbere residenti in Mauritania, Libia ed Egitto.

L'accordo di pace firmato lo scorso 18 giugno tra il governo di Bamako e i ribelli tuareg, che ha consentito all'esercito di entrare nella città settentrionale di Kidal, roccaforte dei ribelli, per consentire lo svolgimento delle elezioni, non ha risolto un conflitto che ha segnato la storia del Mali sin dalla sua indipendenza dalla Francia nel 1960. I tuareg, infatti, continuano a controllare i territori del Nord e sono determinati a portare avanti la lotta fino a quando le loro rivendicazioni autonomiste non avranno risposta.

Ibrahim Boubacar Keita, noto con le iniziali Ibk, che ha preso il posto del presidente ad interim Dioncounda Traoré, ha imperniato la sua campagna elettorale sul processo di riconciliazione nazionale, che prevedeva la lotta contro i militanti islamici e la soluzione della questione secessionista dei tuareg. Una carta che Ibk dovrà giocare con molta attenzione e che è già costata cara al suo antico rivale Amadou Toumani Touré, che lo sconfisse alle elezioni del 2007, per essere rovesciato dal colpo di Stato di marzo del 2012, con l'accusa di non fare abbastanza per fermare la ribellione nel Nord.

Il processo di riconciliazione nazionale finora ha proceduto a singhiozzo, con i tuareg che a settembre si sono ritirati dai colloqui di pace, accusando Bamako di non rispettare i termini della tregua, e a ottobre sono rientrati a farne parte. Le speranze di una soluzione del problema si sono riaccese lo scorso martedì, quando il presidente è intervenuto alla conferenza sul decentramento delle minoranze etniche dei Paesi dell'Africa occidentale e ha detto che il Mali "darà risposte definitive alle frustrazioni dei nostri fratelli tuareg". Resta da vedere se Ibk terrà fede al suo soprannome "Kankeletigui": l'uomo che mantiene la parola data.

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