Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/06/2019

La morte di Mohamed Morsi

La morte di Morsi il 17 giugno durante un’udienza a suo carico è un evento dal grande significato simbolico, in quanto la parabola dell’ex-Presidente dell’Egitto è esemplificativa dell’agire ipocrita e cinico da parte degli imperialismi occidentali.

I Fratelli Musulmani – di cui Morsi era esponente – vennero scelti nel 2011 dagli imperialismi, in occasione della stagione poi rivelatasi per lo più scellerata delle cosiddette “primavere arabe”, come carta di ricambio affidabile per sostituire i regimi laici dell’area mediorientale, oggetto di contestazioni popolari in alcuni casi ampie, in altri casi minori.

Si badi che nel caso egiziano, a differenza – ad esempio – di quello siriano, i rapporti fra il precedente regime di Mubarak e i poteri imperialisti erano di vassallaggio più o meno completo; tuttavia, ritenuta terminata la stagione del rais egiziano, i Fratelli Musulmani e l’Islamismo sunnita in generale si presentavano come affidabili in quanto in stretti rapporti con la Turchia e le petromonarchie del Golfo, con i quali all’epoca né gli USA, né l’UE avevano grandi divergenze.

Tutte le potenze, sia quelle regionali “sunnite” sia quelle internazionali, infatti, immaginavano di procedere assieme in un’opera diabolica e criminale di destabilizzazione del quadro politico, unite dall’ostilità verso l’Iran, ma ciascuna con la presunzione di controllare i processi per volgerli a proprio vantaggio.

Sventolando, così, a vele mediatiche spiegate, la bandiera delle “prime elezioni democratiche mai tenute in Egitto” (anche da parte di monarchie assolute oscurantiste come l’Arabia Saudita!), si giunge alla Presidenziali del 2012, dove Morsi ottiene la vittoria al secondo turno superando di poco l’ultimo Primo Ministro di Mubarak; Morsi ottenne soprattutto il consenso delle aree rurali del paese, quelle che non avevano mai avuto praticamente nulla a che vedere con le famose proteste di Piazza Tahrir.

Come nella più classica delle situazioni in cui cambia tutto per non cambiare nulla, da Presidente Morsi segue i dettami delle istituzioni finanziarie imperialiste (parliamo del FMI) e viene persino meno alla promessa, agitata nella campagna elettorale, di rimuovere l’embargo sulla Striscia di Gaza.

Qui, il Governo di Hamas, anch’esso affiliato ai Fratelli Musulmani, era stato protagonista di un clamoroso voltafaccia nei confronti di Damasco, che da anni ne supportava l’ala militare e ne ospitava i vertici in esilio: passò, infatti, dalla parte delle fazioni jihadiste anti-governative proprio nella convinzione che una rapida ascesa al potere dei Fratelli Musulmani anche in Siria, in concomitanza con quanto stava accadendo in Egitto, ne avrebbe significato la legittimazione internazionale.

Tuttavia, non solo le previsioni sul crollo della Siria si rivelarono errate, ma dai “commilitoni” egiziani della Fratellanza Musulmana non giunse nemmeno l’apertura stabilizzata dei valichi di confine. In questo contesto Gaza continuò ad essere una prigione a cielo aperto e le preoccupazioni di Israele riguardo il ruolo giocato dal “nuovo” Egitto si rivelarono infondate.

Nonostante tali premesse, che avrebbero dovuto tradursi in un veleggiare tranquillo per Morsi, la realtà si deteriora immediatamente, già fra la fine del 2012 e l’inizio del 2013.

Gli interessi fra tutte le potenze internazionali che stavano destabilizzando l’area si divaricano rapidamente e in Egitto monta la rivolta delle fazioni militari sconfitte con la defenestrazione di Mubarak (che, nel frattempo era sotto processo in condizioni di salute quasi comatose).

Per sintetizzare, la Turchia e il Qatar appoggiano Morsi, mentre l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e la Francia appoggiano i militari; gli USA, invece, vengono colti un po’ come gli asini tra i suoni e non prendono posizione fino al precipitare degli eventi.

La precipitazione ha a inizio luglio 2013, quando le forze armate detronizzano Morsi e, dopo aver fatto strage di manifestanti affiliati o simpatizzanti alla Fratellanza Musulmana (si parla di migliaia di persone), riprendono il controllo del paese, con a capo il Generali Al-Sisi.

Ne seguirà una sostanziale restaurazione del vecchio regime (simboleggiata dall’assoluzione di Mubarak), che tuttora, forte della sua funzione di ago della bilancia nel complicato scacchiere dell’area, riesce di volta in volta ad ottenere l’appoggio delle potenze straniere, sia locali, sia Occidentali le quali, sostanzialmente, lo salvano dal collasso economico completo attraverso ingenti prestiti.

Da segnalare che le parti più progressiste della rivolta di Piazza Tahrir, dopo aver raccolto un buon seguito, in presenza dei Fratelli Musulmani hanno in maggioranza più o meno esplicitamente simpatizzato per il colpo di stato militare, salvo poi trovarsi oggetto della consueta repressione da parte dei militari.

A proposito di tali repressioni intendiamo ricordare la vicenda di Giulio Regeni, caduto vittima proprio mentre svolgeva un’attività di documentazione delle difficili condizioni del sindacalismo in Egittto.

Tornando a Morsi, dopo il luglio 2013, il suo destino è consistito nell’abbandono più totale da parte delle potenze imperialiste, che tanto ne avevano sbandierato la vittoria “nelle primi elezioni democratiche della storia dell’Egitto”.

La sua condanna a morte prima, e la morte poi, avvenuta nell’indifferenza generale, sono la rappresentazione più classica di come l’imperialismo tratta le fazioni dei paesi sotto il suo dominio (o che attende assoggettare al suo dominio): cerca di strumentalizzarle ed utilizzarle finché servono, per poi gettarle via non appena la loro utilità viene meno.

In questo caso, l’abbandono di Morsi è stato anche la conseguenza di una debolezza da parte degli USA, costretti ad accodarsi ai paesi che ne hanno appoggiato la detronizzazione, ma ciò cambia poco dal punto di vista dell’ipocrisia dei comportamenti culturali e politici dell’imperialismo.

Il destino di Morsi, ovviamente, costituisce un monito anche per tutti coloro, che, sui variegati scenari internazionali, cercano alleanze (a perdere) con gli imperialismi.

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19/06/2019

Morsi muore in tribunale: Egitto in fiamme

Violenti scontri in Egitto per la morte improvvisa dell’ex presidente Morsi durante un’udienza in tribunale. Il generale Al Sisi, che lo destituì e arrestò con un colpo di Stato nel luglio 2013 sta rafforzando le misure di sicurezza, ma l’Egitto è in fiamme.

Il trattamento di Morsi in prigione non era certo dei più teneri – ammesso per assurdo che le prigioni egiziane siano mai state luoghi di espiazione delle colpe secondo i canoni del diritto umanitario – e già un comitato di avvocati aveva denunciato le condizioni di salute dell’ex presidente aggravate dal trattamento penitenziario.

Tutto questo fa del primo presidente egiziano eletto democraticamente un martire dei Fratelli Musulmani e il loro seguito che, anche grazie alla durezza repressiva di Al Sisi, hanno continuato a considerarlo un eroe e a rimpiangerlo. La sua morte, quindi, in un’aula di tribunale in cui era chiamato più che a difendersi a sopportare le numerose accuse tra cui quelle, ben gradite a Israele, di cospirazione con Hamas in Palestina ed Hezbollah in Libano, farà nuovamente scoppiare l’Egitto dove, né Morsi né tanto meno Al Sisi hanno mai rappresentato modelli di tolleranza e di democrazia impostata sulla tutela dei diritti umani.

Un altro campione dei diritti umani, il presidente turco Erdogan, ha pubblicamente dichiarato Mohammad Morsi un martire oltre che un fratello e questo equivale ad assestare un duro colpo ad Al Sisi che, a torto o a ragione, viene considerato il suo carnefice.

Ricordiamo che Morsi era stato presidente del partito Giustizia e Libertà fondato sull’onda della “rivoluzione” di piazza Tahrir e precedentemente era stato deputato al parlamento egiziano come esponente del movimento dei Fratelli Musulmani. Dopo aver ottenuto la vittoria elettorale ed aver assunto democraticamente il mandato presidenziale, Morsi aveva iniziato a lavorare sul suo progetto di “rinascita dell’Egitto” basato sull’applicazione dei principi basilari della “sharia”, la legge islamica.

Forse fu questo orientamento fondamentalista, contrastato dalla parte laica e comunque dalla parte meno integralista, che lo considerò un traditore per le modifiche alla Costituzione e per la durezza che accompagnava il suo integralismo religioso, ad aprire le porte al generale Al Sisi. Ma non va sottovalutato neanche il manifesto e profondo “non gradimento” di Morsi da parte di Israele, visti i suoi rapporti con Hamas e Hezbollah, nel segnare la sua fine.

Il generale Al Sisi, a sua volta, non brillò né tuttora brilla per metodi democratici e, dopo aver fatto arrestare tutti gli esponenti della Fratellanza musulmana, schiacciò brutalmente nel sangue ogni manifestazione di sostegno all’ex presidente, tanto che in pochi giorni si contarono migliaia di morti.

Ora sono in corso scontri violenti e si teme un altro bagno di sangue perché la morte di Morsi è considerata prossima ad un omicidio per le condizioni in cui era mantenuto come prigioniero.

La Fratellanza musulmana ha invitato a manifestare in tutto il mondo davanti alle ambasciate egiziane e ha chiesto agli egiziani di partecipare in massa ai suoi funerali. Le misure di sicurezza, lo sappiamo per esperienza, hanno puramente funzione repressiva e i metodi di Al Sisi non sono certo meno duri di quelli all’epoca contestati a Morsi.

Forse, incredibilmente e sperabilmente, il bagno di sangue che tutti gli osservatori si aspettano verrà mitigato da una scelta della Confederazione calcistica africana la quale, avendo tolto al Camerun la sede per il torneo della Coppa d’Africa ed avendola spostata in Egitto – perché considerato fino a ieri più sicuro – farà partire venerdì prossimo la prima sfida. Sarà un evento calcistico il momentaneo pacificatore di una situazione incandescente? Forse.

In altre regioni del mondo è già successo. Ma in altre regioni del mondo l’influenza israeliana e gli intrecci di alleanze e “disalleanze” tra paesi più o meno fratelli non erano confrontabili con l’Egitto, troppo vicino al Medio Oriente e ai suoi signori, locali e d’oltre oceano.

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18/06/2019

Egitto - Morto in prigione Mohammed Morsi, un altro cadavere pesante” sul regime di Al Sisi

L’ex presidente dell’Egitto e leader dei Fratelli Musulmani, Mohammed Morsi, detenuto ormai da anni, si è sentito male in tribunale al Cairo ed è poi deceduto in ospedale. La sua morte sta avendo un’enorme risonanza nel mondo arabo e sul regime del generale/presidente Mohamed Fattah al Sisi piovono critiche pesanti. Anche perché quella dell’ex leader dei Fratelli musulmani ed ex presidente sembra essere una morte annunciata. Morsi era intervenuto ad un’udienza in un processo che lo vedeva imputato di spionaggio “a favore di Hamas”, una accusa ridicola.

L’ esponente del movimento dei Fratelli musulmani, divenne presidente dell’Egitto dopo la Primavera araba del 2011. Vinse le elezioni del 2012, portando il movimento islamista al potere fino al luglio 2013, quando un colpo di stato militare lo condusse direttamente in carcere, da dove non è più uscito. Morsi si trovava accusato in sei processi ed era stato condannato già a 20 anni di carcere per l’uccisione di dimostranti durante le manifestazioni contro il governo dei Fratelli musulmani del 2012.

Morsi si è accasciato dopo aver fatto le sue dichiarazioni alla corte, che doveva giudicarlo per spionaggio: gli veniva contestato di aver passato informazioni all’organizzazione islamista palestinese Hamas. L’ex presidente – secondo quanto riferisce al Jazeera – è morto in ospedale.

Morsi, 67enne non presenterebbe – a detta del procuratore – segni sul corpo che facciano pensare a una ragione di morte non naturale. Ma alla luce di quello che abbiamo visto nel caso della brutale morte di Giulio Regeni in Egitto, ci permettiamo di avanzare più di qualche dubbio. Le condizioni di detenzione di Morsi, come degli altri detenuti politici a seguito del golpe del 2013 di Al Sisi, erano state considerate molto dure. Human Rights Watch, dopo la morte di Morsi, ha denunciato la mancanza di “cure mediche adeguate”. Lo scorso anno un rapporto britannico aveva paventato la possibilità che Morsi potesse avere una “morte prematura” in carcere a causa della negazione delle cure mediche. Avevano definito le condizioni di detenzione come corrispondenti a “tortura”.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dal canto suo, è stato uno dei primi a reagire alla notizia del decesso dell’ex presidente egiziano, definendolo un “martire”.

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30/03/2018

Egitto - Elezioni per legittimare il dittatore

La legittimazione del dittatore tramite la blindatura delle presidenziali, volta a tenere sigillato il Paese per i prossimi anni, ha concluso il percorso. Com’era accaduto nel 2014, il generale golpista Abdel Fattah al-Sisi riavrà il consenso popolare grazie alla diffusa consapevolezza che tutto ciò serve alla nazione. Per settimane la martellante propaganda mediatica di giornalisti asserviti e stelle dello spettacolo e dello sport ossequiose, ha ripetuto: “Siamo con il nostro Paese e con il nostro presidente”. Lui, presidente certamente rieletto, non era più uno sconosciuto. Le incognite di quattro anni fa erano svanite dentro certezze assolute: un sorriso pacioso che cela a stento un pugno di ferro e un cuore ancor più duro, rivolti agli oppositori, ai comunicatori, alle migliori menti d’Egitto di cui, la legge del comando che l’ispira, si fa beffa. Anzi, chiunque obietti, dubiti, osi parlare viene visto con fastidio, isolato, privato della libertà se non addirittura della vita. Con questi presupposti ottenere il pieno del consenso e bissare il successone di quattro anni addietro, diventa semplice. Chi non si convinceva con la propaganda paternalista sull’uomo giusto che guida la nazione per il bene del popolo, lo capiva col clima intimidatorio su cui neppure gli osservatori internazionali impegnati in alcuni seggi campione dei 13.700 predisposti hanno potuto tacere. Dunque, Sisi presidente col 92% dei consensi. E’ lui il partner che l’Occidente vuol mostrare nei summit mediorientali, che servirà nell’asse d’acciaio stabilito con l’uomo implacabile dell’instabile terra libica: il generale Haftar. Sisi è il leader che non dispiace a Israele e che il sovrano di fatto della dinastia Saud, l’iper realista Bin Salman, condurrà per mano attraverso i propri piani finanziari e geopolitici regionali.

Chi è interessato alle cifre (che saranno certe, forse, il 2 aprile) può confrontarle con quelle delle ultime tre elezioni: nel 2005 Mubarak vinse contro Abdel Aziz Nour con l’88% dei consensi, votava il 23% degli iscritti. Nel 2012 Morsi prevalse su Shafiq col 51.7% e il 52% dei partecipanti, mentre nel 2014 Sisi vinse contro Sabahi col 97% e votò il 47% dei chiamati alle urne, in realtà fu il 15%. Però l’operazione camuffamento, che aveva prolungato le consultazioni proprio per la scarsa affluenza a seguito del boicottaggio lanciato dalla Fratellanza Musulmana, raggiunse lo scopo prefisso. Principalmente si cercava un concorrente morbido che accreditasse il ‘confronto democratico’ da inchiodare su una percentuale di consenso infinitesimale. Allora fu il post nasseriano Sabahi, stavolta si è trattato del liberal-sissiano Moussa. Un boicottaggio non solo dell’estinta, almeno agli occhi pubblici, Brotherhood c’è stato anche stavolta. L’aveva indicato a gran voce Aboul Fotouh, e pur non scandendolo apertamente il generale Anan, entrambi esclusi dal confronto con motivazioni pretestuose. Conoscere le percentuali reali di voto e d’astensione da quelle parti è sempre approssimativo, per la palese opera d’occultamento dei dati compiuta dal ministero dell’Interno che umilia il ruolo indipendente del Comitato elettorale. Di fatto viene ribadita quella spaccatura esistente dal 2011 che contrappone la lobby militare, e chi si stringe attorno a essa per interesse, adesione ideale, paura, e gli oppositori al regime dei raìs, incarnata dalla fazione islamica della Fratellanza da tempo fuorilegge e perseguitata e dagli oppositori laici, essi stessi perseguitati. Una polarizzazione deleteria per gli interessi dei più deboli, ma di fatto esistente.

Per tamponare l’astensione la giornata di ieri ha visto all’azione gli esattori di multe (500 lire egiziane, cioè 28 dollari) per chi non s’era recato alle urne. Sono bastate minacce e azioni per ‘addomesticare’ parecchi elettori dell’ultim’ora che fanno salire il quorum su parametri accettabili, tanto per salvare la faccia del consenso al nuovo faraone. Non erano servite a molto neppure le sbandierate presenze dei primi due giorni che avevano visto susseguirsi gli inviti al voto del premier di comodo Ismail e la presenza al seggio delle due maggiori autorità confessionali entrambe favorevoli al regime: il grande imam di Al-Azhar El Tayeb e il papa della chiesa copta Tawadros II. Anche nel terzo giorno del voto, svoltosi in totale assenza di atti violenti (dopo l’attentato con autobomba compiuto sabato scorso ad Alessandria e costato la vita a due poliziotti) l’informazione televisiva ha ripetuto il mantra del “voto libero e giusto”. Altra nota di colore per invogliare la cittadinanza ai seggi è stata la distribuzione di cibo, messo a disposizione da alcune catene alimentari, come sostegno materiale allo stress dell’attesa per deporre la scheda nell’urna. Inflessibili i sostenitori della Fratellanza che ideologicamente hanno accettato l’indicazione del boicottaggio e delle contromisure sanzionatorie. Il loro pensiero andava all’unico presidente frutto d’una reale consultazione che l’Egitto contemporaneo ha conosciuto, quel criticabile Mohamad Morsi che da anni languisce in galera. Alla stregua di tanti suoi colleghi di partito ma, riferiscono fonti vicine alla Confraternita, malmesso per ragioni di salute e a rischio vita proprio per il carcere duro cui è sottoposto.

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06/06/2017

Petromonarchie, le accuse fra sodali del jihadismo

I sovrani dei petrodollari hanno da tempo sostituito invidie e rivalità con scontri diplomatici e addirittura conflitti. Dietro l’angolo ci sono sempre interessi economici, pur ammantati da orientamenti religiosi e politici. L’attuale contrasto guidato dai sauditi, e volto a isolare il Qatar ponendogli un cordone sanitario allargato a pesi massimi del mondo arabo come l’Egitto, prende spunto da una sua presunta prossimità col terrorismo, un’accusa che rimanda al mittente perlomeno una chiamata di correo.

Riyad e Doha erano ai ferri corti dall’avvio delle primavere arabe che avevano tracciato un solco incolmabile fra i due Paesi. Il regno qatarino voleva cavalcarle anche mediaticamente con l’emittente Al Jazeera, fenomeno di professionalità comunicativa non proprio mainstream, certamente tacciata di partigianerie e orientamento per tesi. La monarchia saudita, conservatrice e coercitrice verso ogni cenno di protesta (come fece sin dal marzo 2011 in Bahrain) considera le piazze mediorientali pericolosissime. Da quegli eventi le cronache sono corse veloci e incessanti, passando soprattutto per la guerra civile siriana, la creazione di un nuovo soggetto jihadista chiamato Isis che affiancava e soppiantava Qaeda, proponendosi e realizzando il proprio Stato Islamico. Imponeva questo disegno in nazioni in disgregazione (Siria e Iraq), con una forza e una capacità organizzativa impressionante e al tempo sospetta, di fronte a potenze globali osservatrici imbambolate (e complici?). Continua a diffondere un sanguinario terrore in un Occidente e un Oriente sconvolti da attentati diffusi con ogni mezzo.

Ma chi finanzia Daesh? Secondo le accuse di Riyad proprio la dinastia Al-Thani. Però tutto ruota attorno a voci senza riscontri certi che, purtroppo, mancano anche per altri sostenitori e donatori provenienti dal Golfo, dall’Anatolia, da nazioni asiatiche ed è possibile sospettare dalle casse di certe intelligence che fanno uso e abuso delle pratiche terroristiche per strategie di controllo, com’è accaduto in varie epoche. Certo, il Califfato segue un percorso autonomo sia politico, sia finanziario con propri canali d’approvvigionamento (commerci, traffici, furti), ma in quest’orizzonte le strategie e il doppiogiochismo si compenetrano da parte di tutti.

Allora la campagna contro Doha, uno staterello potentissimo e con manìe di grandezza nell’esibire e compenetrare i simboli occidentali dai mega grattacieli creati su un territorio circoscritto (11.000 kmq per 2 milioni e mezzo di abitanti) ai Mondiali del pallone, senza sottovalutare la meticolosa rete d’influenze e contatti che i suoi emiri hanno creato, ha lo scopo di colpire alcuni piani geopolitici del Qatar e dei suoi interlocutori. Il pretesto è fornito da recenti dichiarazioni, effettivamente esplicite e avventatissime che Al-Thani ha pronunciato a favore delle milizie Hezbollah. Di mezzo c’è il mistero di una smentita poiché quelle dichiarazioni sarebbero frutto di un hackeraggio. Ma come, i principi della comunicazione, col fior fiore del professionismo di Al Jazeera, si fanno taroccare le comunicazioni? Può accadere, è successo anche alle intelligence…

Comunque veri o falsi quei concetti rappresentano il pretesto con cui il gruppo coeso della conservazione araba, dopo aver ricevuto il benestare del presidente statunitense, cerca di colpire un soggetto troppo autonomo e intraprendente. La rosa del sostegno al terrorismo rinfacciato al Qatar aggiunge a elementi apertamente jihadisti (l’ex Al Nusra, ora Al Jafash), anche Hezbollah libanese e Hamas palestinese.

E la componente dell’Islam politico più antica e blasonata, la Fratellanza Musulmana, detestata da Salman e dall’astro nascente saudita Mohammed Bin, ma soprattutto odiata e combattuta al Cairo, dov’era più forte e dove è stata messa fuorilegge, imprigionata e torturata dal generale Sisi. E’ vero che tuttora politologi occidentali e arabi considerano l’essenza della Confraternita ispirata più da quel sovversivismo di Qubt in odore di jihad, che dal pensiero originario di al-Banna o dai compromessi che hanno caratterizzato il reinserimento del suo ceto politico dell’ultimo ventennio.

Ma proprio la cancellazione di qualsivoglia essenza politica islamica ha ampliato gli spazi per quel jihadismo che in situazioni complesse (Afghanistan e Pakistan) o di feroce repressione (Egitto) si presenta agli occhi di certa popolazione come l’unica alternativa a un sistema basato su governi-fantoccio, truppe d’occupazione, giunte militari pur celate dietro istituzioni fantasma. Nello scontro per l’egemonia mediorientale i sovrani dei petrodollari non tralasciano colpi bassi, la ricerca del capro espiatorio qatarino serve ai Saud per sviare da se stessi quei sospetti che addossano al clan Al-Thani, sospetti comuni perché comune è la strategia del terrore diffuso predicato dal salafismo wahhabita che ciascuno protegge nelle sue moschee. Con l’aggiunta dei mai dismessi affari e questi ora vedono Doha, terza attrice del gas mondiale aprire un business con Teheran in un enorme giacimento scoperto sotto le rispettive acque territoriali.

Per evitare che lo spettro iraniano si materializzi sulla sponda arabica giunge l’ostracismo, per ora diplomatico. Sebbene sarà difficile che il business qatarino viva una condizione di totale apartheid.

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28/05/2017

Notizie false e crisi vera tra Qatar e Arabia Saudita

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Il discorso, di fatto una dichiarazione di guerra all’Iran, pronunciato da Donald Trump davanti a decine di capi di stato e di governo sunniti riuniti una settimana fa a Riyadh, era stato letto come il primo atto di una rinnovata politica di scontro con Tehran guidata dagli Usa e dall’Arabia Saudita.

Invece, partito Trump, i petromonarchi del Golfo hanno cominciato a lanciarsi gli stracci, in quello che appare come un regolamento di conti volto ad isolare il Qatar, un emirato piccolo ma ricco e molto influente, grazie ai suoi miliardi di dollari, nonché stretto alleato della Turchia di Erdogan.

Da tempo il Qatar è ai ferri corti con i cugini sauditi. Motivo? Il suo appoggio ai Fratelli musulmani nemici dei regnanti Saud e non in linea con il modello wahhabita-salafita che Riyadh diffonde nel mondo islamico. Già nel 2014 Doha era stata messa sotto pressione nel Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg, le sei petromonarchie) per l’appoggio che garantisce alla Fratellanza. Ora lo scontro si è allargato e coinvolge il presidente-dittatore egiziano Abdel Fattah al Sisi, in lotta con i Fratelli musulmani, sceso in campo dalla parte dell’Arabia Saudita che al Cairo assicura ingenti aiuti finanziari e petrolio a prezzi stracciati.

Scintilla di questa crisi sono state delle “fake news”, notizie false, almeno così le descrive il Qatar. Due giorni fa sul sito dell’agenzia di stampa qatariota sono apparse presunte dichiarazioni dell’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim ben Hamad Al Thani, amichevoli nei confronti di Tehran – «L’Iran rappresenta un potere regionale e islamico che non può essere ignorato» – e offensive verso l’Arabia Saudita.

L’emiro inoltre ha descritto il movimento Hamas, emanazione dei Fratelli musulmani, come «il legittimo rappresentante del popolo palestinese». Doha ha smentito tutto. Ha spiegato che «hacker arabi» erano entrati nei sistemi operativi e negli account sui social dei media statali del Qatar allo scopo di diffondere informazioni false e scatenare una crisi tra Paesi arabi.

Le spiegazioni non hanno convinto Riyadh e i suoi alleati – Emirati arabi, Bahrain ed Egitto – dove i siti internet riconducibili al Qatar, a cominciare da quello della famosa tv al Jazeera, sono stati oscurati mentre i giornali di proprietà saudita continuano a condannare le presunte dichiarazioni dell’emiro Tamim. Okaz ha accusato Doha di “aver rotto i ranghi” sunniti per affiancarsi ai “nemici” sciiti iraniani.

Il Qatar inizialmente è rimasto sulla difensiva, poi è passato al contrattacco, accusando gli avversari di aver organizzato un «complotto» per punirlo per essere stato elogiato da Donald Trump per il contributo che offre alla lotta al terrorismo – in realtà tutti sanno, americani inclusi, che proprio da generosi donatori residenti in Qatar, Arabia Saudita e nelle altre petromonarchie giungono le risorse per gli uomini dello Stato islamico e di al Qaeda che hanno messo a ferro e fuoco Iraq e Siria – e per la sua alleanza militare con Washington.

«Certe parti, per attuare il loro piano, hanno atteso la fine del vertice di Riyadh, in cui il presidente Trump ha lodato la volontà dell’emiro Tamim di combattere tutte le forme di estremismo e terrorismo. Questa meritata lode ha generato una cieca gelosia in qualcuno. Grazie a Dio il complotto è stato sventato perché i cittadini del Golfo sanno distinguere la verità dalle notizie false», ha scritto Sadiq al Amari, editorialista di Asharq in evidente riferimento all’Arabia Saudita. «C’è una campagna mediatica ostile contro il Qatar, che affronteremo» ha avvertito il ministro degli esteri, Mohammed Bin Abdul Rahman al Thani, aggiungendo che la campagna «è particolarmente attiva anche negli Stati Uniti».

I dubbi sulla “fedeltà” di Doha nello scontro con l’Iran, secondo alcuni, avrebbero come obiettivo quello di spingere l’Amministrazione Trump a trasferire il comando militare centrale degli Stati Uniti nel Golfo dal Qatar in un’altra petromonarchia. Non l’Arabia Saudita che considera tutto il suo territorio «sacro all’Islam» e non accessibile alle forze armate del potente ma “infedele” partner americano, ma comunque un leale alleato di Riyadh. Con ogni probabilità il Bahrain dove ha già sede la V Flotta Usa.

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11/05/2017

Egitto - Ergastolo per Badie, guida suprema della Fratellanza musulmana

La corte penale di Giza ha condannato ieri all’ergastolo la guida suprema dei Fratelli Musulmani Mohammed Badie per aver “pianificato attacchi violenti” in Egitto. Badie, insieme ad altre 37 persone, è stato ritenuto colpevole di aver provocato i disordini dopo la deposizione con un golpe militare del presidente islamista Mohammed Morsi. Ergastolo anche per Mahmoud Ghozlan (un portavoce della Fratellanza) e Hossam Abu Bakr (un membro dell’ufficio orientamento). Pene più leggere per il cittadino egiziano-americano Mohammed Soltan (deportato negli Usa nel maggio 2015), per suo padre Salah e per Ahmed Aref (altro portavoce del movimento islamista) che, insieme ad altri 13 imputati, hanno ricevuto cinque anni di carcere. Sono state invece prosciolte 23 persone. Tra queste vi è Gehad Haddad, un portavoce internazionale della Fratellanza.
 
Le sentenze pronunciate ieri dal tribunale egiziano sono parte di un nuovo processo nato all’indomani della decisione della Corte di Cassazione egiziana di rigettare le sentenze del 2015 che avevano condannato a morte Badie e altri 13 imputati e all’ergastolo 34 militanti islamisti. Nonostante le pene emesse ieri siano più miti, l’avvocato della difesa Abdel Maksoud ha già detto che ricorrerà in appello: sarà poi la Cassazione a emettere una sentenza definitiva. Badie è imputato in più di 35 processi. Ha già ricevuto 3 sentenze di morte che però, come già accaduto in molti altri casi, la corte di Cassazione ha respinto. Tra i “graziati” c’è anche l’ex presidente Morsi.

La lotta delle autorità egiziane contro la Fratellanza non avviene però solo nelle aule dei tribunali. Ieri, infatti, il ministero degli interni ha fatto sapere che le forze di sicurezza hanno ucciso otto membri del gruppo islamista prima che questi “compissero atti terroristici”. Secondo la versione ufficiale, le vittime avrebbero attaccato i poliziotti con armi da fuoco. Questi, quindi, avrebbero risposto uccidendoli. Tra le vittime ci sarebbe anche Helmy Muhareb, in passato condannato a morte in contumacia con accuse di terrorismo. La nota del ministero non offre però ulteriori dettagli: non dice a che ora sarebbe avvenuto il conflitto a fuoco e parla di un’imprecisata località nel deserto.

Le sentenze e il comunicato del ministero giungevano nelle ore in cui il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi veniva accolto con tutti gli onori a Manama dal re bahrenita Hamad bin Isa al-Khalifa. Secondo fonti locali, nell’ultima tappa del suo tour nel Golfo, al-Sisi discuterà con il monarca sunnita di affari commerciali e dei problemi della ragione. I legami tra i due paesi sono del resto ottimi: lo scorso mese, al-Sisi e re Hamad si erano incontrati al Cairo dove, tra le varie cose, avevano discusso della necessità di porre fine alla frattura tra l’Egitto e l’Arabia Saudita.

20/01/2017

Egitto: accuse di terrorismo a una stella del pallone

Per ora non finisce in galera come l’ex presidente Morsi, ma l’accusa per l’ex campione del calcio egiziano Mohamed Aboutrika è la stessa rivolta a qualsiasi aderente alla Fratellanza Musulmana: terrorismo. E’ quanto stabilisce la legge in vigore dal 2015 che ha fatto sentenziare migliaia di anni di galera contro i militanti di vertice e di piccolo cabotaggio del gruppo islamista. Aboutrika, dall’alto della sua ricchezza (era il secondo calciatore più pagato del Paese dopo Salah, che sta guidando l’attacco della Roma), sarebbe accusato di aver finanziato l’attività della Confraternita. Come tanti cittadini e personaggi pubblici, si spese a favore della candidatura alla presidenza di Mohamed Morsi nella campagna elettorale del giugno 2012 (quando l’esponente della Fratellanza si misurò con Shafiq e vinse) però, nega di aver mai finanziato il gruppo. Il trentottenne trequartista, ritiratosi dallo sport nel 2013, resta al centro dell’attenzione dei media in virtù di un’invidiabile carriera con cui ha vinto otto scudetti col club Al-Ahly, ha ottenuto in quattro occasioni la palma del miglior giocatore africano, segnando il gol che nel 2006 fece conquistare alla nazionale la Coppa d’Africa. Ora, finito nella ‘lista dei terroristi’, si ritrova nell’impossibilità di muoversi dal Paese.

Avrà il passaporto congelato per tre anni, lasso temporale di questa misura restrittiva, una sorta di limbo che costituisce una punizione minore, visto che altre aggravanti conducono i presunti terroristi direttamente nel braccio denominato ‘Scorpione’ della prigione cairota di massima sicurezza di Tora. L’ex presidente Morsi e la giuda spirituale della Brotherhood Badie, tanto per citare due nomi noti, sommano la presenza nella lista e anche in prigione. L’indice rivolto contro Aboutrika si collega agli ultimi arresti – nove – di adepti della Fratellanza additati come capi dalle forze di sicurezza che li hanno arrestati. Un’operazione piazzata a ridosso del fatidico 25 gennaio, data ormai significativa per l’Egitto che osò ribellarsi al regime dei militari e di Mubarak e che in seguito ha trovato conferma peggiore nella presidenza Sisi. E’ lui la massima autorità che ostacola la verità sull’omicidio di Giulio Regeni e di centinaia di persone finite allo stesso modo e mai ritrovate. Ora il regime sarebbe in fibrillazione per possibili nuove manifestazioni, seppure d’entità ridotta, in ricordo del ‘giorno della collera’; come già prospettato un anno fa quando il ricercatore friulano scandagliava gli umori di lavoratori, prima di cadere nella rete intessuta da informatori e repressori.

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25/11/2016

Egitto - Giornalisti e farmacie svelano le crepe nel regime di al-Sisi

Chiara Cruciati – Il Manifesto

A 10 mesi dalla scomparsa di Giulio Regeni al Cairo il 25 gennaio 2016, nella notte che più rappresenta la spinta egiziana verso la democrazia, il regime di al-Sisi traballa. Le crepe si moltiplicano nella apparentemente granitica macchina militare che lo sostiene, la responsabile politica della morte del giovane ricercatore. Le manifestazioni anti-governative compaiono a sprazzi, ancora limitate, ma per molti sono segno di una prossima esplosione. Mercoledì sono stati i giornalisti ad alzare la voce come accaduto a primavera quando il sindacato della stampa fece da calamita e diffusore delle proteste. E come accade da anni, una porta aperta alle proteste di studenti e dipendenti pubblici come ai meeting dei familiari dei prigionieri politici.

Centinaia di giornalisti si sono ritrovati per manifestare contro la condanna a due anni del presidente Yehia Qalash e di due membri della segreteria, Abdel-Reheem e El-Balshy. Due anni per «aver nascosto fuggitivi», due giornalisti ricercati per diffusione di notizie false e che il primo maggio avevano trovato rifugio negli uffici dell’organizzazione attaccata dalla polizia. Un’aggressione senza precedenti che fa il paio con la condanna al carcere del presidente del sindacato, mai successo in 100 anni di attività.

Durante l’assemblea i giornalisti hanno formato tre comitati per seguire gli sviluppi del caso (che il presidente al-Sisi ieri ha bollato come mero evento giudiziario, senza legami con la libertà di stampa), non far calare l’attenzione sulla repressione e intervenire contro gli effetti drammatici che la crisi economica ha anche sul giornalismo indipendente.

Solo poche ore prima del sit-in Mahmoud Abu Zeid, noto come Shawkan, fotoreporter in prigione dal 14 agosto del 2013, veniva insignito a distanza dell’International Press Freedom Award. Non è solo: sono 28 i giornalisti tuttora in carcere per mano del regime. Che però trema: lo scontento dilaga insieme alla miseria, quotidianità per oltre un quarto degli egiziani. Con la sterlina in caduta libera, i tagli ai sussidi e la carenza di beni di prima necessità, ora si deve far fronte ad una nuova crisi: le farmacie sono quasi vuote. I prezzi sono così alti che produrre o importare non conviene, dicono le compagnie farmaceutiche: «Non siamo un ente di beneficienza – ha commentato Said Ibrahim, direttore di Eipico, una delle maggiori aziende farmaceutiche egiziane – Abbiamo spese e costi di produzione e, se non facciamo profitto, interrompiamo la produzione».

Una situazione drammatica che colpisce i più vulnerabili, prima le classi più basse e ora i malati. I farmacisti denunciano l’impossibilità di rifornire i malati di cancro e diabete, i dottori il dolore di rimandare i pazienti a casa dagli ospedali per mancanza di medicinali. Negli ultimi mesi 1.600 medicine sono quasi scomparse dal mercato, ma il Ministero della Salute non pare intenzionato ad intervenire e attribuisce la carenza agli egiziani stessi che avrebbero comprato troppe confezioni per paura di restare senza.

Da parte sua la Banca Centrale, dopo aver svalutato la sterlina, ha deciso all’inizio di novembre di lasciare che fluttui, con il valore determinato dal mercato. Una scelta dettata dall’insufficienza di riserve di moneta straniera e oro nelle proprie casse ed espressamente richiesta dal Fondo Monetario Internazionale in cambio del prestito da 12 miliardi in tre anni, per attirare investimenti. Ma in poche ore la sterlina è crollata tanto da far perdere agli egiziani il 65% del valore dei soldi che hanno tra le mani. Quelli poveri, perché ricchi e uomini d’affari proprietari di valuta straniera li vedono lievitare.

Ma Al-Sisi non può permettersi sollevazioni e prova a metterci una pezza. Ed ecco che 10 giorni fa è stata cancellata la condanna a morte del deposto presidente Morsi e 4 giorni fa l’ergastolo nel caso di spionaggio a favore di Hamas. A monte sta la paura di proteste guidate dai Fratelli Musulmani, che godono di un ampio bacino di consenso, in un periodo di gravissima crisi. Tanto che si vocifera – scrive al-Shorouq – di un negoziato in corso tra Fratellanza e regime: rilascio dei prigionieri, migliaia, in cambio dell’abbandono della vita politica per 5 anni.

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23/11/2016

Egitto - Annullato un ergastolo contro l'ex presidente Morsi

Una corte di appello egiziana ha annullato stamane uno dei due ergastoli del deposto presidente egiziano nonché leader dei Fratelli musulmani egiziani, Mohammed Morsi. A riferirlo all’agenzia di stampa Afp sono stati il suo avvocato e una fonte giudiziaria.

Secondo quanto ha dichiarato il suo legale, la corte ha rigettato la condanna inflittagli 17 mesi fa per spionaggio a favore dell’Iran e del gruppo islamico palestinese Hamas e ha ordinato un nuovo processo. La Corte di Cassazione ha anche respinto le sentenze contro 16 importanti esponenti della Fratellanza musulmana. Tra questi vi è anche il leader spirituale del movimento, Mohammed Badie. Annullata le condanne a morte, inoltre, per Khayrat al-Shater (figura di spicco dell’organizzazione islamica) e per 15 altri membri della Fratellanza che erano stati processati in contumacia.

La Corte di Cassazione, inoltre, dovrebbe rivedere a fine mese anche il secondo ergastolo di Morsi. In un diverso processo, infatti, l’ex presidente è stato condannato per aver rubato documenti concernenti la sicurezza nazionale e averli poi consegnati al Qatar, paese sostenitore della Fratellanza.

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10/10/2016

Tensione alta tra Arabia Saudita e Qatar

Così come all'interno dell'Unione Europea è evidente la concorrenza su vari piani tra i due paesi guida – Germania e Francia – costretti però a concordare per tenere testa insieme alla concorrenza degli altri poli geopolitici, lo stesso sembra avvenire all'interno del polo sunnita capitanato da un'Arabia Saudita che continua a incontrare le resistenze del Qatar.

Una crisi senza precedenti è esplosa nei giorni scorsi tra le ricche monarchie del Golfo, con Arabia Saudita, Emirati arabi uniti (Eau) e Bahrain che hanno annunciato il ritiro dei loro ambasciatori dal Qatar, denunciando ingerenze di Doha negli affari interni dei Paesi vicini.

All'origine della diatriba vi è l'appoggio dato dal Qatar ai Fratelli Musulmani nei conflitti provocati nella regione dalle cosiddette Primavere Arabe, in particolare in Egitto. A differenza di Doha, infatti, Riad, Abu Dhabi e Manama si sono schierate con la nuova dirigenza del Cairo, fornendole importanti aiuti finanziari dopo la deposizione manu militari, lo scorso anno, del presidente Mohammed Morsi, esponente della Fratellanza. Ma l'Arabia Saudita e gli altri due Paesi accusano il Qatar anche di dare appoggio a cellule di questa organizzazione sui loro territori.

In una nota diffusa da Riad, la decisione viene spiegata con la necessità di "proteggere la sicurezza e la stabiltà" degli Stati membri del Ccg: Arabia Saudita, Kuwait, Emirati arabi uniti, Oman, Qatar e Bahrain. Ma Doha ha espresso "rammarico" e "sorpresa", affermando che rinuncerà a ritirare a sua volta i suoi ambasciatori negli altri tre Paesi.

Arabia Saudita, Eau e Bahrain hanno chiesto al Qatar di "non sostenere alcun gruppo che minacci la sicurezza e la stabilità di alcun membro del Ccg", lamentando campagne di stampa nei propri confronti. Il riferimento è evidentemente ai programmi della televisione satellitare Al Jazira, con sede a Doha, e ai sermoni infuocati del predicatore Yusuf al Qaradawi, che vive in Qatar. Proprio per protestare contro i discorsi dell'Imam, Abu Dhabi aveva convocato un mese fa l'ambasciatore qatarino negli Eau.

Negli ultimi mesi, inoltre, negli Eau sono state incarcerate una trentina di persone, sia emiratini sia egiziani, con l'accusa di avere costituito una cellula della Fratellanza Musulmana. E recentemente è stato condannato a sette anni di prigione un cittadino del Qatar.

Arabia Saudita e Qatar, pur rimanendo entrambi schierati contro il presidente Bashar al Assad nel conflitto civile in Siria, appoggiano gruppi ribelli e jihadisti rivali fra loro. In particolare, Doha sostiene il Consiglio nazionale siriano, che pur facendo parte della Coalizione delle opposizioni, è controllato dai Fratelli Musulmani.

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14/04/2016

Giordania - Il governo chiude la sede dei Fratelli Musulmani

I servizi di sicurezza giordani hanno chiuso ieri la sede dei Fratelli Musulmani in Amman ed un ufficio dell’organizzazione islamica a Jarash. La mossa è l’ultimo atto del braccio di ferro tra il governo e il più importante gruppo di opposizione in Giordania, in vista delle elezioni parlamentari del prossimo anno.

In via ufficiale il provvedimento sarebbe legato a una presunta mancanza dell’autorizzazione governativa all’attività dei Fratelli Musulmani ma Abdelkader al Khatib, l’avvocato del movimento islamista, ha commentato che “Si tratta chiaramente di una decisione politica in linea con ciò che sta accadendo nella regione”. Le chiusure di due uffici, ha aggiunto, “hanno il solo scopo di influenzare le elezioni legislative che dovrebbero tenersi all’inizio del prossimo anno”.

Lo status giuridico dei Fratelli Musulmani, organizzazione tollerata in Giordania, è molto complesso. L’anno scorso il gruppo islamista fu proclamato di fatto illegale dalle autorità a causa della presunta “imperfezione della sua registrazione”. 50 membri della Fratellanza quindi istituirono in tutta fretta una “società di beneficenza” – la “Fratelli Musulmani Society” (Mbs) – successivamente regolarizzata dalle autorità e dichiarata come gruppo “ufficiale”. La Mbs da allora ha aumentato di alcune centinaia i suoi iscritti. Tuttavia il gruppo originale include ancora la maggior parte dei militanti dell’organizzazione e la scure delle autorità non è tardata ad arrivare. Il mese scorso, il governatore di Aqaba aveva ordinato la chiusura dell’ufficio locale della Fratellanza nel porto della città. Quindi le autorità hanno vietato al gruppo originario di partecipare alle elezioni interne.

Nel frattempo la stessa Mbs sembra prendere le distanze dall’organizzazione-madre, probabilmente su pressione dei servizi di sicurezza e, spiegano gli analisti locali, questa “lotta politica interna” alla Fratellanza fa gli interessi del governo intenzionato ad indebolire il movimento islamista e di spingerlo non a boicottare le prossime consultazioni elettorali bensì a prendervi parte ma senza nuocere.

Le autorità hanno bisogno della partecipazione al voto della Fratellanza per ragioni di immagine, all’interno e all’esterno della Giordania. Allo stesso tempo, attraverso continue modifiche della legge elettorale, fanno in modo d'impedire che gli islamisti prendano la maggioranza dei seggi in Parlamento.

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13/04/2016

Il pensatoio di Al Sisi

La via del vero sull’omicidio di Giulio Regeni, che mostra il governo italiano tenere alta la bandiera della dignità e respingere i depistaggi del regime egiziano, dovrà fare i conti col Sisi-pensiero. Che è altro dalle versioni di comodo che s’alternano, tracimano, magari cozzano per incongruenza, partorite dalle teste degli uomini forti e fidati del generale-presidente. Il confronto più arduo si gioca col suo pensatoio composto da think tank e intellettuali ossequiosi. Tutti stretti attorno a un rilanciato orgoglio nazionale, in lotta contro il nemico interno della Fratellanza Musulmana e contro chi vuole insidiare la Patria: giornalisti, comunicatori, studiosi accomunati nel losco piano di screditare il nuovo corso insediato dalla “rivoluzione” del 2013. Lo sostiene, in un articolo comparso sul settimanale Al-Ahram, Yassin El-Ayouty, docente di Diritto alla New York University. Il professore si scaglia contro un precedente pezzo del New York Times possibilista su un’ipotesi di boicottaggio economico al governo del Cairo, per le reiterate gravissime violazioni dei diritti umani. E risponde indignato all’affermazione: “I militari egiziani hanno preso il potere con un golpe”.

La considera un’intollerabile ingerenza, rammenta come il 3 luglio 2013 (data dell’arresto del presidente Morsi) l’allora ministro della difesa Al Sisi rispose “alla chiamata di 35 milioni di manifestanti” dando seguito a una road map concordata con le forze civili e la Chiesa copta. L’accordo effettivamente ci fu, ma le vicende non andarono secondo la versione di comodo sciorinata nell’articolo. Noi l’abbiamo raccontato negli anni scorsi, potremo tornarci. Interessante è cogliere il cammino del prof, impegnato un po’ a manipolare i fatti, per altro a esprimere personali valutazioni col fine di sotterrare il ricordo del golpe di Al Sisi, inizialmente bianco che diventerà rossissimo del sangue di centinaia di militanti islamici. El-Ayouty sorvola su quel che non serve alla sua causa: l’arresto d’un presidente eletto, la repressione di decine di migliaia di egiziani accampati per protesta davanti la moschea di Rabaa, schernendo ciò che definisce il  “mito della legittimità”. Più precisamente di costoro afferma che per amore di Allah cercarono la morte, praticando quello che si può definire un “suicidio da poliziotto” (sic). Insomma incitarono i propri assassini ad aprire il fuoco. In tal modo il pensatore del presidente pacifica la mattanza, avvenuta in un giorno e una notte, di oltre mille attivisti (per la Fratellanza duemila).

Il prof vola diretto al giugno 2014 quando il voto (dato dal 35% degli elettori) ratifica la presidenza del generale secondo quel che definisce un “ordinario trasferimento di potere”. Tralasciamo certe amenità sulla guida dittatoriale della Confraternita, magari ci sarebbe stata, forse non ne hanno avuto il tempo, ma i famelici Fratelli sono accusati di quello che altrove si chiama spoil system (chi vince piazza i suoi uomini al comando). Seppure per la riscrittura della Carta costituzionale le chiamate alla cooperazione rivolte a tutti i partiti, laici in testa, furono da costoro boicottate sia prima sia dopo l’elezione del presidente islamista. Il pezzo giunge quindi allo scottante tema dei diritti umani, e partono le frecciate agli Stati Uniti che potrebbero dirigersi verso chiunque, noi siamo in prima fila per l’uccisione di Regeni. “La questione dei diritti umani è una faccenda interna” nessuno ha il diritto d’interferire. L’approccio americano è imperialista e una nazione orgogliosa come l’Egitto ha il dovere di respingerlo. Accantonando l’aplomb accademico il docente suggerisce allo storico quotidiano della East-coast di mettere “il culo fuori” dalle faccende egiziane. La via democratica intrapresa al Cairo non ha bisogno di valutatori, ogni monitoraggio è la più odiosa forma d’intervento negli affari di casa. L’avvertimento Oltreoceano ovviamente varca il Mediterraneo.

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08/03/2016

Egitto - Gli squadroni della morte

di Nello Gradirà – Senza Soste n° 113

Il vero protagonista della politica egiziana è sempre stato l’esercito, fin dai tempi in cui gli “Ufficiali liberi”, guidati da Nasser, deposero Re Faruk e instaurarono la Repubblica (1952-53).

Il periodo nasseriano si caratterizzò per una sorta di “socialismo panarabo”. L’esercito appariva come il garante della moralità politica, dell’indipendenza nazionale e della laicità. Nel 1954 la Fratellanza Musulmana, a seguito di un fallito attentato, subì una dura repressione. Dal canto suo l’Arabia Saudita, per contrastare la crescente influenza egiziana, iniziò a finanziare i movimenti islamici. Alla morte di Nasser (1970) salì al potere Anwar al Sadat, che riavvicinò l’Egitto all’occidente, seguì i dettami del Fondo Monetario Internazionale e firmò il trattato di pace di Camp David con Israele. Venne ucciso il 6 ottobre 1981 da un fanatico per protesta contro la repressione dei movimenti religiosi e per il “tradimento” della causa palestinese. Il suo successore, Hosni Mubarak, proseguì sulla stessa falsariga. L’esercito progressivamente lasciò da parte i vecchi ideali, trasformandosi in una forza repressiva e in una potenza economica che controlla tuttora il 40% dell’economia del paese.

Il 25 gennaio 2011 sboccia anche in Egitto la “Primavera araba”: le imponenti manifestazioni di Piazza Tahrir, durate circa due settimane con scontri e centinaia di vittime, alla fine hanno la meglio sull’inamovibile Mubarak, che si dimette l’11 febbraio lasciando il potere alle forze armate. Queste non avevano altra scelta che permettere libere elezioni, ma l’unica forza che poteva vincerle, grazie al suo radicamento territoriale (e ai brogli) erano i Fratelli Musulmani, ben visti anche in occidente perché si pensava che potessero garantire stabilità (sul modello dell’Akp turco di Erdogan) e frenare le frange islamiste più estreme. Così, quando nel giugno del 2012 si svolgono le elezioni il vincitore è Mohamed Morsi, della Fratellanza Musulmana, che avvia una strisciante islamizzazione del paese e non risolve i problemi posti da una crisi economica sempre più grave. Quindi, nell’aprile 2013 anche Morsi si trova di fronte un imponente movimento di protesta.

Il 3 luglio viene deposto da un colpo di Stato e sostituito dal Ministro della Difesa e capo delle forze armate Abdel Fattah al Sisi, che l’anno dopo si confermerà presidente vincendo le elezioni con la classica maggioranza bulgara (97%). Il movimento esulta ma l’esercito ha agito per frenare il crescente caos politico ed economico che minacciava i suoi privilegi e non certo per difendere la democrazia. La Fratellanza Musulmana, dichiarata fuorilegge, scatena violente proteste e Sisi reagisce con una spietata repressione che colpisce tutte le opposizioni, con arresti arbitrari, torture, sparizioni, esecuzioni extragiudiziali.

Il Wall Street Journal scrive “Gli egiziani sarebbero fortunati se i loro generali al governo si rivelassero della stessa pasta del cileno Augusto Pinochet, che prese il potere in mezzo al caos ma ingaggiò riformatori liberisti e promosse una transizione alla democrazia”.

La natura autoritaria del governo egiziano è riemersa in questi giorni dopo la tragica morte di Giulio Regeni. L’ipotesi più accreditata sull’assassinio è che – come tanti altri – sia rimasto vittima degli apparati repressivi del regime a causa dei suoi contatti con i sindacati indipendenti, e si teme che la verità venga insabbiata in nome degli affari italiani in Egitto. Quali sono questi affari lo spiega la rivista Internazionale: “L’Eni è presente con investimenti per quasi 14 miliardi di dollari; estrae gas dal giacimento di Nooros, nel delta del Nilo, e petrolio nel deserto occidentale. La scorsa estate l’Eni ha annunciato la scoperta di un nuovo giacimento offshore in una zona di sua concessione: si chiama Zhor, ha riserve stimate in 850 miliardi di metri cubi di gas, abbastanza da trasformare lo scenario energetico del paese. La produzione comincerà tra il 2018 e il 2019. Oltre all’Eni, circa 130 aziende italiane operano in Egitto. C’è Edison (con investimenti per due miliardi) e Banca Intesa San Paolo, che nel 2006 ha comprato Bank of Alexandria per 1,6 miliardi di dollari. Poi Italcementi, Pirelli, Italgen, Danieli Techint, Gruppo Caltagirone, e molti altri. Imprese di servizi, impiantistica, trasporti e logistica. E naturalmente il turismo (Alpitour, Valtour): anche se qui le cose vanno male dopo l’attentato a un aereo di turisti russi l’ottobre scorso.” Ma sulla morte di Regeni vi è anche un’altra ipotesi che nasce dalla logica del “A chi giova?”. In base a questa logica, solo dei nemici del regime di Sisi avrebbero avuto interesse a ostacolare i buoni rapporti tra Italia ed Egitto.

Quale sia la verità è ancora presto per dirlo.

10/02/2016

Egitto, lo sterminio come vendetta: una denuncia di HRW

“Diecimila a uno” è il rapporto della rappresaglia che, non un poliziotto qualsiasi o un capitano dell’esercito, ma direttamente il ministro egiziano alla Giustizia, Ahmed al-Zind, vorrebbe applicare quando cade qualche membro delle Forze Armate. I diecimila da eliminare sarebbero attivisti della Fratellanza Musulmana. La minaccia non è enunciata in una cena fra generali, bensì davanti alle telecamere durante uno show su una tivù satellitare. Va diretto a quella pubblica opinione che, nutrita a odio e paranoie sui nemici interni ed esterni, viene abituata a non considerare rapimenti, torture e uccisioni di concittadini, attivisti islamici e non, oppure stranieri che risultano sempre in odore d’infiltrazione per danneggiare il progetto del grande Egitto di Abd Fattah Sisi. Così al ritrovamento d’un cadavere per strada, come quello di Giulio Regeni su cui prosegue il balletto delle falsità governative incentrato sulla tesi dell’omicidio criminale, nessuno si chiede cosa accade e perché. Anzi si pensa che il ficcanaso di turno, amico dei nemici, sia stato definitivamente “reso innocuo”.  E’ questo il modello di sistema poliziesco, una dittatura legalizzata, che il generale-presidente va costruendo con benestare dell’Occidente e dei partner del Golfo.

L’organizzazione Human Rights Watch si domanda e auspica che Sisi in persona intervenga a censurare il suo ministro, ma l’ipotesi forse si rivelerà l’ennesima speranza irrisolta. Finora nessun politico o nessuna autorità giudiziaria ha controbattuto alla pesantissima affermazione del ministro che, nonostante gli attacchi subìti da militari durante attentati di gruppi armati vicini all’Isis, cercano capri espiatori unicamente nella Brotherhood.  Recentemente un gruppo di avvocati dei diritti ha chiesto un intervento del procuratore Generale che accusasse il ministro d’incitamento all’assassinio, senza alcun esito. I poteri speciali di cui gode il dicastero proprio verso le carriere dei giudici sembrano rendere al-Zind inattaccabile. Dal golpe del 3 luglio 2013 il corpo giudiziario ha rilasciato un’infinità di condanne capitali e di migliaia d’anni di reclusione a membri e simpatizzanti del movimento islamico anche in assenza di prove sui capi d’imputazione. L’Ong ricorda come, in occasione della prima visita estera due anni or sono, Sisi dichiarava alla Bbc che non era il governo a dover decidere sulla sorte della Confraternita, ma il popolo egiziano.

Veniva accantonata l’idea che una parte della popolazione del paese si rispecchia in quella componente politica, non solo nelle elezioni effettuate dopo la caduta di Mubarak e poi in occasione dell’elezione di Morsi. Sisi soprattutto nasconde come il suo apparato politico-amministrativo, espressione della lobby militare, perseguiti la Fratellanza e ogni opposizione al nuovo regime. Gli articoli costituzionali numero 53 e 20 sanciscono che la discriminazione e l’incitamento all’odio sono crimini punibili per legge, mentre le strutture governative devono astenersi da evocare in ogni discorso riferimenti violenti, discriminatori e ostili verso singoli o gruppi sociali. Accade l’esatto contrario. La forza del progetto di Sisi sta nella manipolazione delle leggi, nell’abuso delle stesse, nell’attuare una prassi repressiva eccezionale in forma legalitaria, così da potersi tutelare anche da richiami ai diritti come questo ricordato da HRW e perfino da ipotetiche campagne internazionali. Forse solo un embargo economico farebbe cambiare rotta al sanguinario dal sorriso bonario. Ma un simile passo cancellerie, ministeri economici e businessmen d’ogni latitudine si guardano bene dal farlo.

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22/01/2016

Libia - Puzzle irrisolvibile

di Francesca La Bella

Gli aggiornamenti sulla Libia in questi giorni si rincorrono, e se a inizio settimana è stata ufficialmente annunciata la formazione di un nuovo governo guidato da Fayez al Sarraj, giovedì le agenzie di stampa di tutto il mondo hanno dovuto dare notizia di un attacco dello Stato Islamico nella zona dei terminal petroliferi libici di Ras Lanuf. Secondo fonti locali, i miliziani jihadisti avrebbero nuovamente colpito numerose installazioni petrolifere appiccando il fuoco ad almeno due serbatoi di stoccaggio di greggio. In questo contesto, l’invio di consiglieri militari occidentali (britannici, statunitensi e francesi) in territorio libico non dovrebbe stupire in quanto lineare rispetto ad una scelta di coinvolgimento internazionale sempre maggiore nella questione libica a seguito degli incontri svoltisi a Roma alla fine dell’anno passato.
Il mutamento di rotta che il consesso internazionale avrebbe voluto indurre attraverso la firma dell’accordo a Tunisi tra il governo di Tripoli e Tobruk e la creazione di un governo di unità nazionale sembrano, infatti, scontrarsi con la pressione di numerose forze centrifughe che, prive di punti di convergenza, si sono poste in maniera conflittuale rispetto alle ultime evoluzioni politiche del Paese. Una breve disamina delle forze in campo, pur non potendo essere esaustiva, potrebbe consentire di comprendere, almeno in parte, sia la frammentazione estrema della società libica nel suo complesso sia i numerosi ostacoli che si pongono sulla strada della risoluzione del dramma libico.
Il Governo di Tobruk

Il Governo di Tobruk, unico Governo riconosciuto dalla comunità internazionale sembra essere il primo detrattore del nuovo accordo raggiunto. Secondo diverse fonti locali ed internazionali, due membri del Consiglio presidenziale avrebbero lasciato il negoziato a causa della mancata nomina del generale Khalifa Haftar come Ministro della Difesa del neonato Governo Sarraj. Per quanto la divisione dei ministeri tra la coalizione facente riferimento a Tobruk e quella legata ai gruppi di stanza a Tripoli sia stata bilanciata in modo da accontentare le due parti, sembrano esserci molte resistenze all’accordo e questo potrebbe aprire diversi scenari di frattura. Da un lato il mancato incarico ad Haftar confina uno degli attori fondamentali di questi anni di guerra ad un ruolo marginale, dall’altro le divergenze tra Tobruk e gli attori internazionali lasciano la coalizione internazionale priva di interlocutori preferenziali nel Paese. Se a questo aggiungiamo il legame solido e continuativo tra Haftar e l’Egitto del Generale Abd al Fattah al Sisi, uno degli attori principali della contesa libica e della contrapposizione con lo Stato Islamico e con alcuni gruppi legati a Tripoli, diventa evidente la portata disgregativa di questi ultimi eventi.
Il Governo di Tripol

La coalizione che controlla la capitale libica ha anch’essa posto numerose resistenze rispetto al nuovo Governo Serraj. Varie sono le evidenze di questo distacco: molti dei parlamentari di Tripoli non hanno partecipato alle sedute del negoziato; numerosi sono stati gli inviti a favorire un dialogo Libia-Libia anziché creare a tavolino un Governo supportato dalle Nazioni Unite come dichiarato da Saeed Al Khattali, membro del General National Congress (GNC) libico; il presidente del GCN, Nuri Abu Sahmain, solo pochi giorni fa, ha, infine, dichiarato che, date le riserve sull’iter di nomina di Serraj, difficilmente si sarebbe potuti giungere alla firma dell’accordo.
Da un lato, il Governo di Tripoli, a maggioranza islamica e strettamente connesso alla Fratellanza Musulmana libica, ha espresso i propri timori rispetto al profondo coinvolgimento di attori internazionali al fianco di Tobruk come Egitto ed Emirati Arabi Uniti, lasciando trasparire la sfiducia in un accordo che non nasca genuinamente dall’interno del Paese, ma che venga mediato dall’esterno. Dall’altro, controllando la capitale, il GNC ha la capacità di obbligare il Governo Serraj all’esilio in Tunisia o a prendere sede in altre città della Libia dove, anche a causa dell’avanzare dello Stato Islamico, sempre più difficoltoso è il mantenimento di un adeguato livello di sicurezza.
Lo Stato Islamico

Nonostante sia di più recente apparizione nel contesto libico, negli ultimi mesi, quello che viene considerato il protagonista principale del disastro della Libia è sicuramente lo Stato Islamico. Anche l’accordo per un Governo di unità nazionale, per quanto debole e combattuto da più parti, sembra essere frutto del timore dell’avanza del movimento islamista. Il controllo territoriale di molte aree costiere, la creazione di reti di sostegno con gruppi jihadisti dell’area nord-Africana come Boko Haram (ora ISWA-Islamic State Western Africa) o Morabituon (ala dissidente di AQIM-Al Qaeda nel Maghreb Islamico, confluita nello Stato Islamico), la presunta infiltrazione di militanti nei contingenti migranti verso l’Europa ed ora la distruzione di alcuni terminal petroliferi sono stati i fattori principali del rinnovato interesse internazionale per la questione Libia.
In mancanza di uno Stato centrale capace di mantenere la sicurezza e di garantire i servizi minimi alla popolazione e lunghi anni di guerra che hanno indebolito e quasi distrutto l’economia e la società libica, la propaganda dello Stato Islamico ha attirato molti giovani nelle file delle milizie. In questo senso, l’avanzata nelle aree costiere è solo una delle direttrici di penetrazione del gruppo nel territorio libico e, parallelamente ad essa, si creano piccoli nuclei di affiliati nelle città maggiori e si incrementa il controllo dello Stato Islamico sui porosi confini nazionali. Laddove alla creazione di un Governo di unità non faccia seguito un percorso di riconciliazione nazionale e dei piani di sviluppo per la popolazione, la capacità attrattiva dello Stato Islamico potrebbe non risultarne indebolita. Anche l’eventualità di un attacco armato internazionale potrebbe, in tal senso, incrementare la base di appoggio del gruppo jihadista anziché restringerla.

Tuareg e Tebu

Le due popolazioni occupano una vasta area nel sud della Libia e, in guerra tra loro, contribuiscono alla perdurante instabilità libica. In questa ottica risulta significativo leggere gli eventi contemporanei alla creazione del Governo nazionale che hanno coinvolto Tuareg e Tebu. La scorsa settimana, infatti, dopo alcuni mesi di apparente calma a seguito della firma di un accordo di pace nel novembre 2015, forti scontri hanno interessato la città di Ubari negli stessi giorni in cui rappresentanti dei due gruppi si incontravano nella vicina città di Sebha per discutere lo stato di avanzamento del fragile processo di pace.

A tal proposito, in una delle sue prime dichiarazioni, il Consiglio di presidenza del Governo appena formato, domenica scorsa avrebbe condannato la ripresa dei combattimenti chiedendo la fine immediata delle ostilità e facendo appello alle parti per il rispetto dell’accordo di pace, ma la situazione potrebbe non essere di così semplice risoluzione. Il reciproco scambio di accuse e la denuncia rispetto ad un accordo troppo favorevole ad una delle parti restituisce, infatti, l’immagine di un conflitto radicato che, in un contesto nazionale di profonda divisione e contrapposizione, rischia di trovare nuova linfa per alimentarsi. Per quanto, ufficialmente, il conflitto in atto nel distretto di Ubari sia considerato indipendente rispetto alle più ampie dinamiche nazionali, secondo molti analisti esisterebbe un legame ben definito tra le due popolazioni e le coalizioni principali presenti nel paese: la dirigenza Tuareg sarebbe supportata dalle forze di Tripoli mentre le forze Tebu avrebbero il sostegno di Tobruk e del generale Haftar. La dimensione locale avrebbe, quindi, una portata ben più ampia di quella apparente.

Gli altri attori

Esiste nel contesto libico, infine, una galassia di attori che con le loro attività e le alleanze variabili intraprese a seconda dei diversi contesti, incidono sulla stabilità del Paese. Questi gruppi, di cui il più conosciuto è Ansar al Sharia, movimento islamista legato ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), non sono stati coinvolti nel dialogo nazionale e potrebbero avere un ruolo significativo nella futura messa in atto dell’accordo. Fermi oppositori dello Stato Islamico in città come Derna e Sirte, questi gruppi mantengono le proprie posizioni di contrasto rispetto al Governo centrale ed al coinvolgimento internazionale in territorio libico.

Pur avendo, ad oggi, un ruolo di secondo piano rispetto all’avanzata massiva dello Stato Islamico, questi gruppi, ben radicati a livello territoriale, potrebbero costituire un reale pericolo per la sicurezza di alcune aree qualora riuscissero a stabilire nuove alleanze trasversali e ad aggregare parte della popolazione in funzione di contenimento dello Stato Islamico. D’altra parte, qualora l’intervento del Governo e di altri attori internazionali (come ad esempio l’Egitto) dovesse indirizzarsi contro di loro, potrebbero crearsi le premesse per un avvicinamento sempre maggiori tra gruppi jihadisti con conseguenze di ampia portata sul destino del Paese e sulle condizioni di vita della popolazione.

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10/12/2015

Il colore dei petrodollari

Essere materialisti è un metodo di ragionamento, prima ancora che una visione del mondo articolata e consapevolmente strutturata. Per questo può accadere – e quotidianamente accade – che osservatori della più diversa appartenenza (professionale e/o aziendale) forniscano analisi assolutamente “materialiste” senza alcuna verniciatura politico-ideologica.

Contributi sempre importanti perché incentrati sull'unico principio materialistico che risulta sempre infallibile anche all'atto pratico: follow the money. Segui la traccia dei flussi finanziari, dei rapporti contrattuali, dei legami societari, delle forniture pluridecennali, e arriverai certamente all'essenza delle cose. Se una guerra è in corso – asimmetrica, ma indubbiamente guerra – questa essenza delle cose permette d'illuminare quel fetido intreccio che l'uso di parole magico-misteriche (terrorismo è ormai un caso di scuola, della neolingua del terzo millennio) impedisce programmaticamente di indagare, conoscere, ricostruire.

Uno dei maestri di questo metodo applicato al giornalismo, nel vivo dei molti conflitti e interessi che attraversano il Medio Oriente (non un generico “Islam”, peraltro fieramente diviso in due grandi famiglie in guerra quasi perenne tra loro) e la sua unica ragione di centralità globale – il petrolio, ovviamente – è Alberto Negri. Scrive sul giornale di Confindustria, IlSole24Ore, e solo degli antimaterialisti possono chiedersi “come mai gli permettono di scrivere certe cose?” dandosi naturalmente risposte dietrologiche e dunque autorassicuranti.

La questione è in fondo semplice: IlSole è giornale di tutti gli industriali, non di un singolo padrone (La Stampa, Il Messaggero, Repubblica, ecc) o di un gruppo ristretto (Il Corriere della Sera). Quindi deve fornire un'informazione il più possibile fedele alla realtà delle cose, perché ogni imprenditore possa farsi i suoi calcoli sugli affari possibili e quelli sconsigliati. Gente che follow the money per professione, e che non sa che farsene né delle retoriche istituzionali (patria, sicurezza, libertà, modello di vita, ecc.), né degli inviti a combattere contro i propri interessi.

Se qualcuno si è chiesto, in queste ore, perché mai un attoruncolo come Renzi si sia improvvisamente messo a dire che “il rinnovo automatico delle sanzioni alla Russia non va bene, serve una riflessione”, forse può trovare in queste righe delle spiegazioni molto convincenti.

Buona lettura, materialistica.

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Il colore dei petrodollari

Alberto Negri da Ilsole24Ore

La geopolitica dell’oro nero è paradossale: ora sono in guerra potenze piene di petrolio che si vende in saldo sui mercati. Tutti i protagonisti principali del conflitto del Siraq sono grandi produttori. L’Iran, capofila del fronte sciita, l’Arabia Saudita, guida dei sunniti, gli Stati Uniti e la Russia. Teheran è alleata di Mosca – una repubblica islamica insieme alla superpotenza cristiano-ortodossa – gli Stati Uniti, simbolo delle libertà occidentali, sono da oltre 70 anni i grandi protettori delle monarchie del Golfo, stati ultra-conservatori e nel caso dei sauditi l’emblema di una versione dell’islam ancora più retrograda di quella sciita iraniana.

Di questi Paesi solo gli Stati Uniti sono una democrazia, gli altri sono governati da forme più o meno spinte di autoritarismo. Le petro-monarchie, poi, sono proprietà di una famiglia, dinastie assolutiste dove non si svolgono elezioni e che appaiono persino più anacronistiche del Califfato di Al Baghdadi.

Sono però clienti delle maggiori industrie belliche americane ed europee, azionisti delle nostre imprese e grandi investitori finanziari. Gli introiti del loro petrolio in parte tornano indietro perché sono clienti di prim'ordine. E legati a doppio filo. Alcune di queste pseudo-nazioni sono nate dopo che i loro fondi di investimento furono insediati a Londra negli anni Cinquanta: «prima dateci i soldi e poi avrete anche uno stato», era la regola dei britannici.

Gli Stati Uniti e gli europei hanno accettato per decenni che fossero parte integrante del sistema. Ci guadagnavamo, eccome. Abbiamo persino fomentato le loro guerre per rimpinguare i fatturati. Basti pensare al conflitto del Golfo dell’80 quando Saddam attaccò l’Iran con il sostegno delle monarchie del Golfo: stringevamo le mani a Saddam pur di vendere aerei che neppure decollavano. Alla fine il raìs iracheno, indebitato fino al collo e con il prezzo del petrolio ai minimi, pensò di saccheggiare il Kuwait degli Al Sabah. Fu una manna: nella guerra che seguì gli americani guidarono una coalizione universale contro il raìs (c’era anche Hafez Assad) e con perdite minime piazzarono armi e Patriot a tutto il Medio Oriente.

Era una joint venture che funzionava. In Afghanistan con i soldi dei sauditi la Cia aveva montato la più grande operazione bellica della storia: sconfiggere l’Armata Rossa con i mujaheddin islamici. Peccato che uno dei soci dell’impresa, Osama bin Laden, poi si sia risentito di essere messo da parte e abbia organizzato l’attentato delle Due Torri.

È stato così che si è finiti nel 2001 in Afghanistan e poi nel 2003 in Iraq. Dopo 14 anni l’Afghanistan è ancora in preda alla guerriglia dei talebani mentre l’Iraq è un nazione monca, una parte i curdi, un’altra agli sciiti e un pezzo al Califfato. Gli americani non sanno che farsene ed è per questo che la guerra all’Isis non è mai partita seriamente.

Ma il petrolio finanziava tutto, come la cocaina inebriava di dollari i “bravi ragazzi” nei film di Scorsese. Si poteva farne a meno? Nell’ottica dell’Occidente bastava che gli arabi continuassero a spendere da noi e questo già era sufficiente come un indicatore di salutare benessere. In realtà sapevamo perfettamente che era artificiale. L’oro nero può comprare armi, prodotti, servizi, persino degli eserciti mercenari, ma non una ragione di esistere.

Per questo le monarchie petrolifere hanno cominciato a foraggiare i jihadisti, per contrastare movimenti meno feroci ma più popolari come i Fratelli Musulmani che ne contestavano la legittimità. Per altro pronti a usare anche questi come ha fatto il Qatar in funzione anti-saudita. Assad era il nemico perfetto. La Siria il terreno ideale per una guerra santa. Confina con Paesi ribollenti – Turchia, Libano, Iraq, Israele, Giordania – la popolazione è a maggioranza sunnita ma comandata da una minoranza, gli alauiti, ritenuta eretica, alleata dell’Iran e degli Hezbollah sciiti libanesi. L’insurrezione era una sorta di tempesta perfetta per creare un nuovo Libano o un altro Afghanistan, con padrini esterni di ogni provenienza, arabi, turchi, potenze occidentali e orientali.

Già da tempo il dipartimento di Stato Usa sapeva che milioni di dollari affluivano ai gruppi qaedisti e poi al Califfato da Arabia Saudita, Qatar, Kuwait (Country report on Terrorism, 2013), ma Washington aspettava che facessero fuori Assad da soli. L’intervento di Putin ha tolto la speranza di una vittoria e l’Iran, che aveva dovuto rinunciare al nucleare, adesso ha un alleato con l’atomica: gli americani devono salvare la faccia dei loro impresentabili alleati, che sono anche nostri clienti.

Raschiando il fondo del barile affiora tutta la miseria della geopolitica del petrolio.

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18/10/2015

Egitto - Elezioni politiche al via

Democracy Internazional, organizzazione statunitense, ha annunciato che non ci saranno i suoi osservatori durante le parlamentari egiziane, iniziate oggi con l’apertura dei seggi all’estero in 139 ambasciate. L’Egitto non ha un Parlamento da giugno del 2012.

L’organizzazione accreditata a monitorare sulla correttezza della operazioni di voto dalla Commissione elettorale egiziana, ha lamentato difficoltà nell’ottenimento dei visti per gli osservatori. E per alcuni si tratta di una forma di pressione del governo del Cairo per evitare che occhi scomodi osservino la tornata elettorale da cui, ritengono i più, uscirà un Parlamento allineato con il presidente Abdel Fattah al-Sisi.

D’altronde, nelle liste dei candidati mancano i Fratelli Musulmani, messi fuori legge e soggetti a una dura repressione dopo il golpe del luglio 2013, che ha deposto l’ex presidente Morsi, e non ci sarà neanche il partito islamico di Abdel Moneim Aboul Fotouh, ex esponente della Fratellanza e candidato indipendente alle scorse presidenziali, considerato un moderato. Nel 2012 ha fondato il partito Forte Egitto. Almeno cinque membri del partito sono in carcere accusati di aver organizzato una campagna contro il referendum costituzionale nel 2014. Aboul Fotouh ha chiamato al boicottaggio del voto, denunciando minacce ai suoi esponenti.

Domani e dopodomani, ed anche al secondo turno, il 22 e il 23 novembre, non ci saranno neanche gli osservatori del Carter Center, altra organizzazione statunitense che l’anno scorso ha chiuso i suoi uffici al Cairo e ha spiegato che non monitorerà le parlamentari perché queste elezioni non porteranno a una genuina transizione democratica.

Le parlamentari, infatti, sono una tappa di quella road map disegnata da Al Sisi all’indomani del golpe militare che lo ha portato alla guida del Paese. Sono uno dei tasselli della transizione democratica promossa dal presidente, ma in cui ormai pochi credono. Al Sisi governa con il pugno di ferro, in mancanza di un Parlamento ha avocato a sé il potere legislativo e lo ha utilizzato, agitando ragioni di sicurezza nazionale, per limitare o eliminare ogni spazio di discussione politica, sbarazzandosi degli oppositori. In primis i Fratelli Musulmani, rivali temibili per il consenso popolare che raccolgono, ma anche i laici e i giovani che avevano alimentato la cosiddetta primavera egiziana. Le carceri egiziane traboccano di detenuti politici e nei tribunali si comminano centinaia di condanne a morte.

Questa tornata elettorale non dovrebbe dunque riservare sorprese per Al Sisi. Gli egiziani sono chiamati a votare per 596 membri della Camera dei rappresentanti: 448 saranno eletti nelle liste indipendenti e 120 in quelle di partito. Gli altri 28 parlamentari saranno nominati dal presidente.

Una volta eletto, il Parlamento dovrà votare tutte le leggi emanate in sua assenza da Al Sisi e avrà anche il potere di contestare la decisione del presidente di prendere parte alla guerra in Yemen al fianco dei sauditi. È improbabile che la nuova Assemblea metta in discussione l’operato di Al Sisi che, intanto, nelle ultime settimane ha ottenuto un prestito di tre miliardi di dollari dalla Banca Mondiale per le casse in deficit del Paese. Non è chiaro se il prestito, e soprattutto le condizioni poste dalla Banca Mondiale per accordarlo, saranno soggetto al voto del Parlamento o meno.

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07/07/2015

Esraa, quotidiane sparizioni egiziane

L’avvocato Al-Baqr che si sta occupando della difesa legale della fotoreporter egiziana Esraa al-Taweel, ha dichiarato al Daily News Egypt, fra i pochi quotidiani che trattano il tema: “Solo dopo la comunicazione ai familiari che Esraa era rinchiusa nella prigione femminile di Qanater abbiamo potuto ricevere sue notizie e incontrarla. La ragazza sosteneva d’aver dormito, mangiato e risposto a serrati interrogatori restando sempre bendata”. Insomma le è stata applicata la “cura Sisi”, neppure nella versione più robusta, perché attivisti del Movimento 6 Aprile usciti, per loro fortuna, da galere come Tora, Al-Aqrab hanno parlato di soggiorni molto più stringenti, non solo in fatto di bendature. Tanto che da oltre un anno, come altri “tamarod“ si sono ricreduti sul ruolo di salvatore della patria del generale-presidente e hanno formato assieme al Partito della Costituzione, all’Alleanza popolare, al Partito Karama, ai socialisti una struttura denominata Freedom for the brave che cerca, per quanto possibile, notizie sui desaparecidos egiziani (sul tema vedi qui). Operazione spesso improba, perché il ministero dell’Interno nega che le forze di polizia stiano effettuando prelevamenti forzati di attivisti e oppositori.
 
Su tali vicende si muove anche il National Council of Human Rights, ma il muro di gomma del golpista dalla faccia per bene s’ispessisce. Inoltre la sua disponibilità di acquisire tecnologia armata statunitense e riversarla indistintamente su jihadisti e abitanti del Sinai, fa passare oltre qualsiasi considerazione delle Nazioni Unite. Che del resto in zona di bombardamenti a raffica ne ha conosciuti (Piombo fuso, Pilastro di difesa, Margine di protezione) continuando a lasciar correre. Una mezza ammissione c’è per i militanti della Fratellanza Musulmana, posti da due anni fuorilegge e perseguiti per ragioni di ‘sicurezza nazionale’. Negli ultimi mesi sono stai direttamente paragonati ai jihadisti alleati dell’Isis e per loro c’è la pena capitale, che ora Sisi propone di rendere esecutiva appena la sentenza viene pronunciata col primo grado di giudizio. Nello scontro senza quartiere che s’è aperto due anni or sono col defenestramento del presidente Mursi, i massacri del 14-15 agosto 2013 (dai mille ai duemila morti, anche lì ci sono ‘desaparecidos’ i cui corpi non sono stati ritrovati, ma di cui testimoniano i familiari), la persecuzione sistematica d’ogni opposizione, islamica e laica, e infine la comparsa d’un combattentismo alleato all’Isis, la restrizione della libertà è l’unica certezza presente della vita quotidiana.

L’Egyptian coordination of rights and freeedom solo negli ultimi due mesi ha denunciato la scomparsa di circa 800 cittadini. Testimonianze riparlano di quell’area plumbea, omertosa, piena di paure che circolava prima della speranzosa Rivoluzione del 25 gennaio 2011, quando i mukhabarat di Mubarak avevano carta bianca sulla vita della popolazione. Il mai abolito articolo 54 della Costituzione prevede arresti o restrizioni della libertà del cittadino solo a seguito d’investigazioni su reati di cui ci siano prove; mentre da tempo si ripetono situazioni in cui uomini in borghese, che non si fanno identificare, fermano e prelevano persone in strada, conducendoli in prigione in maniera totalmente illegale. I socialdemocratici hanno recentemente rivolto un appello al presidente perché chiarisca simili comportamenti, ma le sue scelte sono più che chiare nel voler aumentare lo strapotere poliziesco e giudiziario contro qualsiasi controllo dal basso sull’uso della repressione. Un andamento approvato dal partito Wafd che, accusando le associazioni dei diritti umani d’ingerenza sulle questioni interne, sostiene come fra fermati e reclusi possono sicuramente esserci cittadini atti a delinquere; perciò la prevenzione prevale su qualsivoglia presunta libertà. Per le Esraa d’Egitto l’orizzonte resta nero, come se le vicende di Samira Ibrahim e Said Khaled non fossero mai accadute.

02/07/2015

Egitto, Fratellanza bersaglio fisso

Il presidente Sisi dichiara che l’Egitto è in guerra e questo gli basta per far proseguire gli spari. Ieri, mentre infuriava la battaglia contro gli jihadisti nel Sinai, un commando della polizia è penetrato in un suburbio del Cairo e perquisendo appartamenti sospetti ha aperto il fuoco sugli occupanti. Tredici i morti, tutti membri della Fratellanza Musulmana, compreso l’ex deputato Nasser al-Hafy. La giustificazione per l’azione estrema sta nella pericolosità dei soggetti, sospettati di preparare attentati, simili a quello che ha tolto la vita al procuratore generale Barakat. Secondo il ministero dell’Interno nel gruppo c’erano diversi latitanti, alcuni dei quali condannati a morte in contumacia nei mesi scorsi. Nell’appartamento-covo sarebbero state trovate armi, documenti e 5.300 dollari. Una tivù pro Fratellanza ancora abilitata a trasmettere (Mekameleen TV) ha invece denunciato l’intervento poliziesco mirato a uccidere a sangue freddo, alcuni testimoni hanno intravisto un’incursione diretta con sparatoria a sangue freddo, senza alcuna identificazione degli inquilini. Un comunicato della Confraternita denuncia il clima di terrore seminato dagli agenti in mimetica nera: “... veri crimini di cui deve rispondere Sisi, responsabile di una gang oppressiva. Dobbiamo difendere le nostre case, famiglie e vite”.

Il richiamo a una protesta, ridotta a testimonianza, è già per domani. Una data scolpita nella memoria islamica: quella del golpe con cui il generale Sisi pose agli arresti il presidente Mursi, regolarmente eletto un anno prima nel confronto al cardiopalma con Shafiq. Dal 3 luglio 2013 Mursi, poi via via il Gotha della Brotherhood (la guida spirituale Badie, il leader affarista conservatore Al-Shater, il riformista Habibi) vennero arrestati. Seguiti nelle carceri di massima sicurezza da centinaia di membri di alto livello e migliaia di attivisti. Prelevati con e senza mandato, in un crescendo repressivo galoppante, privando i familiari di notizie e colloqui coi detenuti più o meno eccellenti. Quanti? Forse dodicimila, forse più, neppure Amnesty International riesce a saperlo. Intanto dall’autunno 2013 iniziava lo stillicidio di attentati, solitamente contro bersagli fissi (caserme, check point) e mobili (singoli militari e poliziotti); contro questo clima Sisi ha impostato la campagna elettorale per la corsa alla presidenza conclusa trionfalmente nel maggio 2014. Per la salvezza nazionale, per non far precipitare il Paese nel caos. Un piano totalmente fallimentare poiché l’Egitto è entrato in un gorgo di agguati senza fine e non ne esce. Dietro questi colpi ci possono essere le mani più diverse, come in ogni instabilità. Nonostante neghino ogni addebito, i vertici (rimasti) della Fratellanza sanno che molti giovani attivisti sono finiti nel copioso alveo salafita e del salafismo jihadista. Costoro potrebbero perseguire la destabilizzazione del detonatore.

Ma sulla paura la lobby militare, sempre potentissima e alla quale Sisi appartiene, può giocare la sua partita perpetuando un potere che non ha mai ceduto, neppure nell’anno del governo Qandil e della presidenza Mursi. Poi ci sono i Servizi interni e stranieri che sempre lavorano perseguendo quella finalità d’insicurezza che giustifica ogni “soluzione forte”. In questo contesto la presenza dell’Isis, più o meno come nei territori dello Stato Islamico e ovunque i miliziani di al-Baghdadi compaiono, può risultare autonoma e multidirezionata. Dalle Intelligence più potenti che li supportano dall’Occidente (Cia, MI6, Mossad) e dall’Oriente (Mıt, Isi). Quanta lotta o quanto sostegno ci sia lo scopriremo nel tempo, oggi c’interroghiamo sugli effetti nefasti e osserviamo le manovre con cui, le leadership dei Paesi interessati all’egemonia mediorientale, si frappongono in uno scenario intricato. A cosa punti il presidente-generale che spinge con vigore per l’azione muscolare interna, assieme al ripristino quanto più veloce possibile della pena di morte lo vediamo da mesi. Conservare e acuire la polarizzazione del proprio popolo, servire, come ai tempi di Mubarak, gli interessi occidentali. Impedire ogni evoluzione socio-politica nell’area, d’impronta islamica o laica è indifferente.

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