Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/01/2020

Africa - Un decennio colmo di avvenimenti

Egitto – 2012

Per il grande paese africano il decennio appena terminato è coinciso con eventi di portata eccezionale e, purtroppo, costati la vita a migliaia di persone. Il primo all’inizio del 2011 è stato la caduta del regime di Hosni Mubarak, presidente per trent’anni e leader del Partito Nazionale Democratico, avvenuta con quella che è passata alla storia come la “Rivoluzione del 25 gennaio”. Violenti scontri tra forze di sicurezza e manifestanti provocarono la morte di almeno 800 persone e oltre 6.000 feriti. La lotta dei manifestanti egiziani si concentrò su questioni legali e politiche, brutalità della polizia, leggi sullo stato di emergenza, mancanza di libertà politica, libertà civile, libertà di parola, corruzione, alto tasso di disoccupazione, inflazione e salari bassi.

Andati al potere, con le elezioni, i Fratelli musulmani, le proteste degli egiziani non sostenitori del movimento islamista si concentrarono contro il nuovo presidente Mohamed Morsi. Il 22 novembre 2012, milioni di manifestanti iniziarono a protestare contro Morsi, dopo che il suo governo aveva annunciato una dichiarazione costituzionale temporanea che avrebbe garantito al presidente poteri illimitati. A capo delle manifestazioni, organizzazioni e figure dell’opposizione egiziana, principalmente liberali, di sinistra, laici e cristiani. Le dimostrazioni provocarono violenti scontri con decine di morti e centinaia di feriti. Numerosi consiglieri di Morsi diedero le dimissioni in segno di protesta e anche molti giudici manifestarono la propria opinione contro le azioni del presidente.

A dicembre del 2012, Morsi annullò il decreto temporaneo che aveva ampliato la sua autorità presidenziale e rimosso la revisione giudiziaria dei suoi decreti. Ma il suo destino sarebbe stato segnato dal colpo di stato militare. Il 30 giugno 2013, primo anniversario della sua elezione, milioni di oppositori si radunarono in piazza Tahrir e fuori dal palazzo presidenziale, nel sobborgo di Heliopolis, chiedendo le dimissioni del presidente. Il 3 luglio 2013 le forze armate egiziane entrarono in azione mettendo fine alla sua presidenza e diedero vita ad una feroce repressione dei sostenitori del presidente islamista.

Sudafrica – 2013

A 95 anni, il 5 dicembre 2013, muore Nelson Mandela. Leader dei diritti civili, leader politico e simbolo di integrità e riconciliazione, dopo un periodo di quasi tre anni in prigione diventa presidente del Sudafrica.

La sua missione permanente di porre fine all’apartheid è iniziata quando ha lasciato presto la scuola per unirsi all’African National Congress (ANC). Fu nel 1960 che gli sforzi di Mandela divennero più militanti, scatenati quando la polizia aprì il fuoco su un gruppo di manifestanti disarmati nella cittadina di Sharpeville, uccidendo 69 persone.

Poco dopo, l’ANC fu considerato fuorilegge, ma ciò non fermò Mandela che continuò la sua lotta a fianco dell’organizzazione la ‘Umkhonto we Sizwe’ (lancia della nazione).

In qualità di presidente, dal 1994, Mandela ha introdotto innovativi programmi sociali ed economici e ha presieduto l’emanazione di una nuova costituzione che ha istituito un forte governo centrale e vietato la discriminazione razziale.

Guinea Conakry, Sierra Leone, Liberia – 2014

Il 30 dicembre del 2015 è stata dichiarata libera dal focolaio di ebola, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Guinea Conakry. Nel corso del 2016 vengono dichiarati spenti anche gli ultimi focolai di ebola in Liberia e Sierra Leone.

È stata la fine di una delle più aggressive epidemie del virus ebola in Africa occidentale, che ha contato 28.657 casi conclamati e 11.325 morti. L’ebola ha lasciato orfani circa 6.200 bambini solo in Guinea Conakry.

Il focolaio infettivo è iniziato a Gueckedou, nella Guinea orientale, prima di diffondersi  violentemente in Liberia, Sierra Leone e altri sette Paesi limitrofi. La costruzione di sistemi di assistenza sanitaria resilienti, la ferrea vigilanza e la rapidità di risposta sono stati i punti chiavi per sottomettere l’infezione.

Etiopia – 2015

El Niño colpisce le regioni settentrionali dell’Africa orientale con una crescente intensità. L’aumentato rischio di siccità seguito da inondazioni nelle aree fluviali è risultato strettamente correlato alle anomalie climatiche.

I forti eventi di El Niño hanno causato un’importante riduzione nella produzione agricola. Inoltre, l’impatto della variabilità climatica sullo stoccaggio delle acque sotterranee, ha ricevuto ancora una volta un’attenzione limitata, nonostante la diffusa dipendenza da queste come risorsa di acqua potabile e come elemento cruciale in agricoltura e industria.

Il Paese più colpito rimane l’Etiopia con una drammatica siccità che ha costretto 18 milioni di persone alla dipendenza da aiuti umanitari, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).

Rwanda – 2018

Firmato nella capitale rwandese Kigali, il 21 marzo 2018, l‘African Continental Free Trade Agreement (AfCFTA). Con l’accordo, tenacemente mediato dall’Unione Africana, nasce una zona di libero scambio tra 44 Paesi africani.

L’accordo prevede che i membri riducano le tariffe doganali del 90%, consentendo il libero accesso a merci e servizi in tutto il continente. La Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (UNECA) ha stimato che l’accordo aumenterà il commercio intra-africano del 52% entro il 2022.

Algeria – 2019

Iniziato il 16 febbraio 2019, sei giorni dopo che Abdelaziz Bouteflika ha annunciato la sua candidatura per un quinto mandato presidenziale, il movimento Revolution of Smiles o Hirak Movement, ha inondato di proteste e manifestazioni le strade algerine.

Queste proteste, senza precedenti dalla guerra civile algerina, sono state pacifiche e hanno portato i militari algerini a insistere sulle dimissioni immediate di Bouteflika, che hanno effettivamente avuto luogo il 2 aprile 2019.

Le crescenti tensioni all’interno del regime algerino possono essere ricondotte all’inizio del dominio di Bouteflika, che è stato caratterizzato dal monopolio dello stato sulle entrate delle risorse naturali utilizzate per finanziare il sistema clientelare del governo volto a garantirne la stabilità.

Le autorità algerine hanno arrestato decine di attivisti del Mouvement pour la démocratie en Algérie dal settembre 2019. Molti rimangono tuttora detenuti con vaghe accuse.

Presi di mira anche i giornalisti che hanno documentato le proteste. I rapporti della polizia negli archivi giudiziari mostrano che la Brigade de Recherche et Investigation, ha monitorato le attività sui social media di alcuni leader del movimento, presentandole come crimini elettronici ai danni della sicurezza dello stato o dell’unità nazionale.

Sud Sudan – 2011

Le celebrazioni sono scoppiate a mezzanotte. Migliaia di manifestanti si sono riversati nelle strade di Juba nelle prime ore del mattino, issando enormi bandiere per festeggiare la nascita di una nuova Nazione. Era il 9 luglio del 2011.

Dopo più di cinquant’anni di guerriglia e due milioni di vite perse, la Repubblica del Sud-Sudan, il 54° stato dell’Africa, ha dunque ufficialmente dichiarato la propria indipendenza.

Dalla metà degli anni ’50, anche prima che il Sudan si liberasse dal giogo coloniale, i sudanesi del sud cercavano maggiori diritti. La lotta del Sud Sudan scoppiò in una vera e propria ribellione negli anni ’60, poi ripresa di nuovo negli anni ’80. Il governo sudanese rispose brutalmente, bombardando villaggi e scatenando milizie arabe che massacrarono civili e ridussero in schiavitù i minorenni.

I gruppi cristiani hanno storicamente difeso il Sud Sudan. Il governo americano ha spinto i ribelli del sud e il governo centrale a firmare un accordo di pace globale che garantisse ai meridionali il diritto alla secessione.

Fonte

Una cronaca davvero molto parziale in alcuni dettagli specifici: da Mandela che non era affatto un pacifista a senso unico come viene dipinto dall'autrice e che abdicò troppo presto nei confronti della giustizia sociale senza cui la parità civile tra bianchi e neri in Sudafrica non si è di fatto ancora realizzata, all'epidemia di Ebola in cui si rimuove come l'occidente strumentalizzò l'emergenza per insediarsi militarmente nelle aree colpite dal contagio, la cui sconfittà si giovò in larga parte degli sforzi profusi a titolo puramente solidaristico da Cuba.

21/06/2019

La morte di Mohamed Morsi

La morte di Morsi il 17 giugno durante un’udienza a suo carico è un evento dal grande significato simbolico, in quanto la parabola dell’ex-Presidente dell’Egitto è esemplificativa dell’agire ipocrita e cinico da parte degli imperialismi occidentali.

I Fratelli Musulmani – di cui Morsi era esponente – vennero scelti nel 2011 dagli imperialismi, in occasione della stagione poi rivelatasi per lo più scellerata delle cosiddette “primavere arabe”, come carta di ricambio affidabile per sostituire i regimi laici dell’area mediorientale, oggetto di contestazioni popolari in alcuni casi ampie, in altri casi minori.

Si badi che nel caso egiziano, a differenza – ad esempio – di quello siriano, i rapporti fra il precedente regime di Mubarak e i poteri imperialisti erano di vassallaggio più o meno completo; tuttavia, ritenuta terminata la stagione del rais egiziano, i Fratelli Musulmani e l’Islamismo sunnita in generale si presentavano come affidabili in quanto in stretti rapporti con la Turchia e le petromonarchie del Golfo, con i quali all’epoca né gli USA, né l’UE avevano grandi divergenze.

Tutte le potenze, sia quelle regionali “sunnite” sia quelle internazionali, infatti, immaginavano di procedere assieme in un’opera diabolica e criminale di destabilizzazione del quadro politico, unite dall’ostilità verso l’Iran, ma ciascuna con la presunzione di controllare i processi per volgerli a proprio vantaggio.

Sventolando, così, a vele mediatiche spiegate, la bandiera delle “prime elezioni democratiche mai tenute in Egitto” (anche da parte di monarchie assolute oscurantiste come l’Arabia Saudita!), si giunge alla Presidenziali del 2012, dove Morsi ottiene la vittoria al secondo turno superando di poco l’ultimo Primo Ministro di Mubarak; Morsi ottenne soprattutto il consenso delle aree rurali del paese, quelle che non avevano mai avuto praticamente nulla a che vedere con le famose proteste di Piazza Tahrir.

Come nella più classica delle situazioni in cui cambia tutto per non cambiare nulla, da Presidente Morsi segue i dettami delle istituzioni finanziarie imperialiste (parliamo del FMI) e viene persino meno alla promessa, agitata nella campagna elettorale, di rimuovere l’embargo sulla Striscia di Gaza.

Qui, il Governo di Hamas, anch’esso affiliato ai Fratelli Musulmani, era stato protagonista di un clamoroso voltafaccia nei confronti di Damasco, che da anni ne supportava l’ala militare e ne ospitava i vertici in esilio: passò, infatti, dalla parte delle fazioni jihadiste anti-governative proprio nella convinzione che una rapida ascesa al potere dei Fratelli Musulmani anche in Siria, in concomitanza con quanto stava accadendo in Egitto, ne avrebbe significato la legittimazione internazionale.

Tuttavia, non solo le previsioni sul crollo della Siria si rivelarono errate, ma dai “commilitoni” egiziani della Fratellanza Musulmana non giunse nemmeno l’apertura stabilizzata dei valichi di confine. In questo contesto Gaza continuò ad essere una prigione a cielo aperto e le preoccupazioni di Israele riguardo il ruolo giocato dal “nuovo” Egitto si rivelarono infondate.

Nonostante tali premesse, che avrebbero dovuto tradursi in un veleggiare tranquillo per Morsi, la realtà si deteriora immediatamente, già fra la fine del 2012 e l’inizio del 2013.

Gli interessi fra tutte le potenze internazionali che stavano destabilizzando l’area si divaricano rapidamente e in Egitto monta la rivolta delle fazioni militari sconfitte con la defenestrazione di Mubarak (che, nel frattempo era sotto processo in condizioni di salute quasi comatose).

Per sintetizzare, la Turchia e il Qatar appoggiano Morsi, mentre l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e la Francia appoggiano i militari; gli USA, invece, vengono colti un po’ come gli asini tra i suoni e non prendono posizione fino al precipitare degli eventi.

La precipitazione ha a inizio luglio 2013, quando le forze armate detronizzano Morsi e, dopo aver fatto strage di manifestanti affiliati o simpatizzanti alla Fratellanza Musulmana (si parla di migliaia di persone), riprendono il controllo del paese, con a capo il Generali Al-Sisi.

Ne seguirà una sostanziale restaurazione del vecchio regime (simboleggiata dall’assoluzione di Mubarak), che tuttora, forte della sua funzione di ago della bilancia nel complicato scacchiere dell’area, riesce di volta in volta ad ottenere l’appoggio delle potenze straniere, sia locali, sia Occidentali le quali, sostanzialmente, lo salvano dal collasso economico completo attraverso ingenti prestiti.

Da segnalare che le parti più progressiste della rivolta di Piazza Tahrir, dopo aver raccolto un buon seguito, in presenza dei Fratelli Musulmani hanno in maggioranza più o meno esplicitamente simpatizzato per il colpo di stato militare, salvo poi trovarsi oggetto della consueta repressione da parte dei militari.

A proposito di tali repressioni intendiamo ricordare la vicenda di Giulio Regeni, caduto vittima proprio mentre svolgeva un’attività di documentazione delle difficili condizioni del sindacalismo in Egittto.

Tornando a Morsi, dopo il luglio 2013, il suo destino è consistito nell’abbandono più totale da parte delle potenze imperialiste, che tanto ne avevano sbandierato la vittoria “nelle primi elezioni democratiche della storia dell’Egitto”.

La sua condanna a morte prima, e la morte poi, avvenuta nell’indifferenza generale, sono la rappresentazione più classica di come l’imperialismo tratta le fazioni dei paesi sotto il suo dominio (o che attende assoggettare al suo dominio): cerca di strumentalizzarle ed utilizzarle finché servono, per poi gettarle via non appena la loro utilità viene meno.

In questo caso, l’abbandono di Morsi è stato anche la conseguenza di una debolezza da parte degli USA, costretti ad accodarsi ai paesi che ne hanno appoggiato la detronizzazione, ma ciò cambia poco dal punto di vista dell’ipocrisia dei comportamenti culturali e politici dell’imperialismo.

Il destino di Morsi, ovviamente, costituisce un monito anche per tutti coloro, che, sui variegati scenari internazionali, cercano alleanze (a perdere) con gli imperialismi.

Fonte

19/06/2019

Morsi muore in tribunale: Egitto in fiamme

Violenti scontri in Egitto per la morte improvvisa dell’ex presidente Morsi durante un’udienza in tribunale. Il generale Al Sisi, che lo destituì e arrestò con un colpo di Stato nel luglio 2013 sta rafforzando le misure di sicurezza, ma l’Egitto è in fiamme.

Il trattamento di Morsi in prigione non era certo dei più teneri – ammesso per assurdo che le prigioni egiziane siano mai state luoghi di espiazione delle colpe secondo i canoni del diritto umanitario – e già un comitato di avvocati aveva denunciato le condizioni di salute dell’ex presidente aggravate dal trattamento penitenziario.

Tutto questo fa del primo presidente egiziano eletto democraticamente un martire dei Fratelli Musulmani e il loro seguito che, anche grazie alla durezza repressiva di Al Sisi, hanno continuato a considerarlo un eroe e a rimpiangerlo. La sua morte, quindi, in un’aula di tribunale in cui era chiamato più che a difendersi a sopportare le numerose accuse tra cui quelle, ben gradite a Israele, di cospirazione con Hamas in Palestina ed Hezbollah in Libano, farà nuovamente scoppiare l’Egitto dove, né Morsi né tanto meno Al Sisi hanno mai rappresentato modelli di tolleranza e di democrazia impostata sulla tutela dei diritti umani.

Un altro campione dei diritti umani, il presidente turco Erdogan, ha pubblicamente dichiarato Mohammad Morsi un martire oltre che un fratello e questo equivale ad assestare un duro colpo ad Al Sisi che, a torto o a ragione, viene considerato il suo carnefice.

Ricordiamo che Morsi era stato presidente del partito Giustizia e Libertà fondato sull’onda della “rivoluzione” di piazza Tahrir e precedentemente era stato deputato al parlamento egiziano come esponente del movimento dei Fratelli Musulmani. Dopo aver ottenuto la vittoria elettorale ed aver assunto democraticamente il mandato presidenziale, Morsi aveva iniziato a lavorare sul suo progetto di “rinascita dell’Egitto” basato sull’applicazione dei principi basilari della “sharia”, la legge islamica.

Forse fu questo orientamento fondamentalista, contrastato dalla parte laica e comunque dalla parte meno integralista, che lo considerò un traditore per le modifiche alla Costituzione e per la durezza che accompagnava il suo integralismo religioso, ad aprire le porte al generale Al Sisi. Ma non va sottovalutato neanche il manifesto e profondo “non gradimento” di Morsi da parte di Israele, visti i suoi rapporti con Hamas e Hezbollah, nel segnare la sua fine.

Il generale Al Sisi, a sua volta, non brillò né tuttora brilla per metodi democratici e, dopo aver fatto arrestare tutti gli esponenti della Fratellanza musulmana, schiacciò brutalmente nel sangue ogni manifestazione di sostegno all’ex presidente, tanto che in pochi giorni si contarono migliaia di morti.

Ora sono in corso scontri violenti e si teme un altro bagno di sangue perché la morte di Morsi è considerata prossima ad un omicidio per le condizioni in cui era mantenuto come prigioniero.

La Fratellanza musulmana ha invitato a manifestare in tutto il mondo davanti alle ambasciate egiziane e ha chiesto agli egiziani di partecipare in massa ai suoi funerali. Le misure di sicurezza, lo sappiamo per esperienza, hanno puramente funzione repressiva e i metodi di Al Sisi non sono certo meno duri di quelli all’epoca contestati a Morsi.

Forse, incredibilmente e sperabilmente, il bagno di sangue che tutti gli osservatori si aspettano verrà mitigato da una scelta della Confederazione calcistica africana la quale, avendo tolto al Camerun la sede per il torneo della Coppa d’Africa ed avendola spostata in Egitto – perché considerato fino a ieri più sicuro – farà partire venerdì prossimo la prima sfida. Sarà un evento calcistico il momentaneo pacificatore di una situazione incandescente? Forse.

In altre regioni del mondo è già successo. Ma in altre regioni del mondo l’influenza israeliana e gli intrecci di alleanze e “disalleanze” tra paesi più o meno fratelli non erano confrontabili con l’Egitto, troppo vicino al Medio Oriente e ai suoi signori, locali e d’oltre oceano.

Fonte

18/06/2019

Egitto - Morto in prigione Mohammed Morsi, un altro cadavere pesante” sul regime di Al Sisi

L’ex presidente dell’Egitto e leader dei Fratelli Musulmani, Mohammed Morsi, detenuto ormai da anni, si è sentito male in tribunale al Cairo ed è poi deceduto in ospedale. La sua morte sta avendo un’enorme risonanza nel mondo arabo e sul regime del generale/presidente Mohamed Fattah al Sisi piovono critiche pesanti. Anche perché quella dell’ex leader dei Fratelli musulmani ed ex presidente sembra essere una morte annunciata. Morsi era intervenuto ad un’udienza in un processo che lo vedeva imputato di spionaggio “a favore di Hamas”, una accusa ridicola.

L’ esponente del movimento dei Fratelli musulmani, divenne presidente dell’Egitto dopo la Primavera araba del 2011. Vinse le elezioni del 2012, portando il movimento islamista al potere fino al luglio 2013, quando un colpo di stato militare lo condusse direttamente in carcere, da dove non è più uscito. Morsi si trovava accusato in sei processi ed era stato condannato già a 20 anni di carcere per l’uccisione di dimostranti durante le manifestazioni contro il governo dei Fratelli musulmani del 2012.

Morsi si è accasciato dopo aver fatto le sue dichiarazioni alla corte, che doveva giudicarlo per spionaggio: gli veniva contestato di aver passato informazioni all’organizzazione islamista palestinese Hamas. L’ex presidente – secondo quanto riferisce al Jazeera – è morto in ospedale.

Morsi, 67enne non presenterebbe – a detta del procuratore – segni sul corpo che facciano pensare a una ragione di morte non naturale. Ma alla luce di quello che abbiamo visto nel caso della brutale morte di Giulio Regeni in Egitto, ci permettiamo di avanzare più di qualche dubbio. Le condizioni di detenzione di Morsi, come degli altri detenuti politici a seguito del golpe del 2013 di Al Sisi, erano state considerate molto dure. Human Rights Watch, dopo la morte di Morsi, ha denunciato la mancanza di “cure mediche adeguate”. Lo scorso anno un rapporto britannico aveva paventato la possibilità che Morsi potesse avere una “morte prematura” in carcere a causa della negazione delle cure mediche. Avevano definito le condizioni di detenzione come corrispondenti a “tortura”.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dal canto suo, è stato uno dei primi a reagire alla notizia del decesso dell’ex presidente egiziano, definendolo un “martire”.

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23/11/2016

Egitto - Annullato un ergastolo contro l'ex presidente Morsi

Una corte di appello egiziana ha annullato stamane uno dei due ergastoli del deposto presidente egiziano nonché leader dei Fratelli musulmani egiziani, Mohammed Morsi. A riferirlo all’agenzia di stampa Afp sono stati il suo avvocato e una fonte giudiziaria.

Secondo quanto ha dichiarato il suo legale, la corte ha rigettato la condanna inflittagli 17 mesi fa per spionaggio a favore dell’Iran e del gruppo islamico palestinese Hamas e ha ordinato un nuovo processo. La Corte di Cassazione ha anche respinto le sentenze contro 16 importanti esponenti della Fratellanza musulmana. Tra questi vi è anche il leader spirituale del movimento, Mohammed Badie. Annullata le condanne a morte, inoltre, per Khayrat al-Shater (figura di spicco dell’organizzazione islamica) e per 15 altri membri della Fratellanza che erano stati processati in contumacia.

La Corte di Cassazione, inoltre, dovrebbe rivedere a fine mese anche il secondo ergastolo di Morsi. In un diverso processo, infatti, l’ex presidente è stato condannato per aver rubato documenti concernenti la sicurezza nazionale e averli poi consegnati al Qatar, paese sostenitore della Fratellanza.

Fonte

18/06/2015

Il nuovo Egitto gronda vendette

di Mario Lombardo

La conferma della condanna a morte emessa questa settimana da un tribunale egiziano contro l’ex presidente Mohamed Mursi è l’ennesima sentenza politica registrata nel paese nord-africano a partire dalla deposizione dello stesso leader dei Fratelli Musulmani nell’estate del 2013 per mano dei militari attualmente al potere.

La più recente farsa mandata in scena dalla giustizia egiziana si è risolta in nuove condanne di massa alla pena capitale che hanno interessato, oltre all’ex presidente, altri 98 imputati, di cui 93 in absentia. Il verdetto ribadisce in maniera sostanziale quanto era stato preliminarmente deciso dalla stessa corte nel mese di maggio, quando i condannati a morte erano stati 106.

Come previsto dalla legge in Egitto, dopo la sentenza il tribunale aveva chiesto consulto al Gran Mufti, la principale autorità religiosa del paese, il quale ha stabilito che le pene erano appropriate. Il parere del Gran Mufti non è in ogni caso vincolante per i giudici.

Assieme a Mursi sono stati condannati a morte anche altri esponenti di spicco dei Fratelli Musulmani, come la “guida suprema”, Mohamed Badie, il leader del partito politico affiliato al gruppo, Mohamed el-Beltagy, l’ex candidato alle elezioni presidenziali del 2012, Khairat el-Shater, e il predicatore Safwat Hegazy.

Le condanne si riferiscono ai fatti legati all’evasione dal carcere di Wadi Natroun nel febbraio del 2011 durante la rivoluzione che portò alla cacciata del presidente Hosni Mubarak. Gli imputati erano accusati di omicidio e tentato omicidio, di avere favorito la fuga di altri detenuti, di avere dato fuoco alla prigione e di essersi appropriati delle armi in essa custodite.

Secondo l’assurdo impianto accusatorio, Mursi e gli altri leader islamisti avrebbero orchestrato un complesso progetto cospirativo con l’aiuto di militanti di Hezbollah - un’organizzazione sciita, a differenza dei Fratelli Musulmani sunniti - e di Hamas. L’inconsistenza delle accuse era evidente ad esempio dal fatto che alcuni presunti complici nella fuga citati dall’accusa, secondo Hamas, al momento degli eventi erano detenuti nelle carceri israeliane.

A Mursi e ad altri 35 imputati sono state inoltre inflitte condanne all’ergastolo, ovvero a 25 anni, come previsto dal codice penale egiziano, per un altro capo d’accusa, cioè di avere complottato con “forze straniere” per destabilizzare il paese. Lo stesso ex presidente nel mese di aprile era stato anche condannato a 20 anni di carcere per incitazione alla violenza nell’ambito degli scontri avvenuti nel dicembre del 2012 di fronte al palazzo presidenziale di Ittihadiya.

Tutte le sentenze finora emesse contro Mursi saranno soggette ad appello, mentre tuttora in attesa di verdetto restano due ulteriori processi a carico dell’ex presidente. Nel primo, Mursi è accusato di oltraggio nei confronti del sistema giudiziario egiziano e nel secondo di avere passato documenti riservati al Qatar, il cui regime era stato tra i principali sostenitori del governo dei Fratelli Musulmani.

La natura dell’autorità giudiziaria che ha condannato a morte Mohamed Mursi è apparsa chiara dalle parole del giudice Shaaban el-Shami durante la lettura della sentenza. Quest’ultimo ha denunciato le mire “diaboliche” dei Fratelli Musulmani, elogiando invece il regime militare ora al potere.

Secondo Shami, l’organizzazione islamista avrebbe una storia fatta di tentativi di “conquista del potere con ogni mezzo” e si sarebbe adoperata per deporre Mubarak e “legalizzare il versamento di sangue tra i figli della nazione”. I militari, al contrario, nel deporre un presidente democraticamente eletto avrebbero garantito la “sovranità del popolo”, il quale chiedeva “la creazione di una società forte e coesa”. Simili dichiarazioni giungono da un giudice che appoggia in pieno un regime militare repressivo e violento, responsabile del colpo di stato del 2013 e di innumerevoli massacri, torture e arresti arbitrari ai danni dei suoi oppositori.

Mentre la giustizia egiziana si occupa di decimare i vertici dei Fratelli Musulmani, i militari e il governo operano nella completa impunità per soffocare qualsiasi forma di dissenso. Varie organizzazioni a difesa dei diritti umani hanno denunciato i crimini del regime, a cominciare dalla strage di circa 800 manifestanti avvenuta il 14 agosto del 2013, per la quale non è stata avviata nemmeno un’indagine a carico delle forze di sicurezza.

Nei tribunali, processi manipolati in maniera macroscopica hanno portato a condanne a morte di massa e vari attivisti parlano di centinaia se non migliaia di persone sparite nel nulla dopo essere state rapite dai servizi di sicurezza.

Parallelamente alla persecuzione dei Fratelli Musulmani e degli altri esponenti dell’opposizione, Sisi e il suo regime stanno garantendo il proscioglimento di politici e uomini d’affari dell’era Mubarak, finiti agli arresti o sotto inchiesta dopo la rivoluzione del 2011. Lo stesso ex presidente ha visto svanire molte accuse nei suoi confronti, mentre il processo per l’uccisione di centinaia di manifestanti al Cairo prima delle sue dimissioni dovrà essere ripetuto.

La notizia della conferma della pena capitale per Mursi è stata seguita dalle dichiarazioni di condanna, sia pure di circostanza, dei governi occidentali. Qualche pressione il regime deve averla percepita, così che nella giornata di mercoledì Al Sisi ha annunciato un decreto di amnistia per 165 persone, quasi tutti studenti, condannate principalmente per avere violato la legge ultra-repressiva sulle manifestazioni di piazza.

L’amministrazione Obama si è detta ad ogni modo “profondamente turbata per le sentenze motivate politicamente” che “danneggiano la stabilità” dell’Egitto. I più recenti abusi giudiziari, così come i precedenti crimini di cui si è macchiato il regime di Al Sisi, non implicheranno tuttavia cambiamenti sostanziali nella politica estera di Washington, da dove l’Egitto è considerato un alleato strategico troppo importante per comprometterne i legami. Anzi, recentemente il governo americano ha deciso lo sblocco degli aiuti destinati ai militari egiziani, pari a 1,3 miliardi di dollari l’anno.

Per motivi di convenienza politica, gli USA hanno talvolta assunto atteggiamenti critici verso il Cairo, come era accaduto nel maggio scorso, quando la Casa Bianca aveva sottoposto un rapporto al Congresso, ammettendo che l’Egitto si “sta allontanando dalla democrazia, sta comprimendo la libertà di espressione e sta arrestando migliaia di dissidenti politici”, senza incriminare le forze di sicurezza responsabili di “omicidi arbitrari o extra-giudiziari”.

L’amministrazione Obama aveva però elogiato il regime per avere messo in atto una serie di “riforme” volte a migliorare “il clima economico” in Egitto attraverso provvedimenti come la riduzione dei sussidi ai beni di prima necessità che ha colpito in maniera pesante le fasce più povere della popolazione.

Nonostante il carattere dittatoriale e violento del regime instaurato al Cairo dopo la rimozione di Mursi, insomma, l’Occidente continua a essere ben disposto a chiudere un occhio di fronte alle violazioni dei diritti umani e civili.

Dopo gli sconvolgimenti del 2011 seguiti alla fine di Mubarak, il regime di Sisi garantisce infatti, da un lato, la difesa degli interessi strategici occidentali nella regione mediorientale/nordafricana e, dall’altro, la stabilità interna richiesta dagli investitori internazionali.

La misura della disposizione dei governi in Occidente verso lo stesso dittatore con le mani sporche di sangue è risultata così evidente dall’accoglienza ricevuta nel corso di recenti tour europei che lo hanno portato in Francia, in Italia e, solo un paio di settimane fa, in Germania.

Per quanto riguarda la condanna di Mursi, appare al momento improbabile che possa essere eseguita, se non altro per le pressioni internazionali e il pericolo di trasformare l’ex presidente in un martire. Molto più probabile sembra piuttosto l’ipotesi che Mursi possa essere tenuto in carcere e che il regime utilizzi un’eventuale revoca della pena di morte come leva per ottenere qualcosa in cambio dai governi occidentali.

I Fratelli Musulmani, intanto, hanno lanciato un appello per scatenare una “rivolta popolare” pacifica per la giornata di venerdì, anche se sono in molti a credere che la mano pesante del regime nei loro confronti possa innescare nel prossimo futuro una qualche forma di resistenza armata.

Fonte

21/04/2015

Egitto - 20 anni di carcere per Morsi

Un tribunale egiziano alla periferia del Cairo ha condannato a 20 anni di prigione per istigazione all’omicidio l’ex presidente Mohammed Morsi. I fatti si riferiscono agli scontri avvenuti fuori il palazzo presidenziale di Ittihadiyyah il 5 dicembre 2012 in cui persero la vita 10 persone. Decine furono i feriti. E’ la prima sentenza contro l’ex presidente – il primo legittimamente votato nella storia dell’Egitto – da quando è stato deposto con un golpe militare nel 2013.

La corte ha, però, assolto Morsi dall’accusa di possesso di armi e, soprattutto, di omicidio. Crimine, quest’ultimo, che avrebbe potuto comportare la pena capitale. L’ex presidente islamista deve affrontare altri quattro processi: “collaborazione con organizzazioni straniere al fine di commettere atti terroristici in Egitto”, “documenti riservati passati al Qatar”, “evasione di prigione nel 2011″ e “offese alla magistratura” durante uno dei suoi processi.

Morsi, ex leader dell’ala politica dei Fratelli musulmani [il Partito di Libertà e Giustizia, ndr], è stato eletto alla presidenza del Paese nel 2012. La scelta del movimento islamista cadde su di lui quando la prima scelta del partito, Khairat esh-Shater, fu squalificato dalla Commissione elettorale suprema. L’ex presidente è stato deposto da un golpe militare nell’estate del 2013 dell’allora capo militare e ministro alla difesa Abdel Fattah as-Sisi dopo giorni di proteste di massa contro il suo potere. In seguito al colpo di stato, i leader dei Fratelli Musulmani, i suoi sostenitori (ma anche gli attivisti laici e di sinistra) sono stati duramente repressi. Sono oltre mille gli oppositori politici ad essere stati uccisi dagli uomini del regime di as-Sisi.

L’episodio più sanguinoso è avvenuto ad agosto del 2013 a Piazza Raba’a al-Adawiya quando le forze di sicurezza egiziane hanno sparato su un sit-in della Fratellanza musulmana uccidendo centinaia di persone. Commentando il massacro di Raba’a al-‘Adawiyyah, l’ong statunitense Human Rights Watch (Hrw) ha parlato di “crimine contro l’umanità”.

Accanto ai morti ci sono poi le migliaia di persone incarcerate, principalmente leader e sostenitori dei Fratelli Musulmani. Finora le condanne per pena capitale sono state 1.212. Nella lista dei condannati a morte figura anche il leader della Fratellanza, Mohammed Badie.

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17/04/2014

Egitto - Morsi non cede ma cresce popolarità al Sisi

Il generale Abdel Fattah al Sisi (a sinistra) con il presidente deposto Mohammed Morsi quando erano alleati
“Saluto il popolo egiziano per la sua rivoluzione pacifica e la sua resistenza al colpo di Stato”. Con queste parole l’ex presidente islamista Mohamed Morsi, deposto dai militari la scorsa estate, si è rivolto ieri dalla gabbia degli imputati, ai presenti al processo che lo vede accusato per spionaggio insieme ad altri 35 esponenti dei Fratelli musulmani.

Parole di sfida pronunciate mentre un’altra corte del Cairo condannava a tre anni di prigione 120 attivisti della Fratellanza per reati politici. Sempre ieri la procura egiziana  ha rinviato a giudizio 34 studenti dell’Università al Azhar per avere manifestato senza autorizzazione. Gli studenti erano stati arrestati l’8 gennaio scorso durante gli scontri avvenuti davanti l’ateneo nella capitale.

Morsi non si arrende, nonostante il pugno duro dei giudici contro la Confraternita islamica colpita negli ultimi mesi da centinaia di condanne a morte o da pesanti pene detentive.

I Fratelli musulmani però devono fare i conti con la crescente popolarità dell’uomo forte dell’Egitto, il generale Abdel Fattah al Sisi. La sua campagna per le prossime presidenziali va a gonfie vele. I manifesti con la sua immagine ricoprono tabelloni e muri al Cairo e in tante altre città egiziane. I suoi sostenitori postano in youtube filmati nei quali si proclamano a favore della vittoria del capo di stato maggiore.

Dalla parte del generale ci sono gli egiziani che temono gli islamisti al potere, i nostalgici del regime di Hosni Mubarak (abbattuto dalla rivolta popolare del 2011) e i cristiani copti, tra i quali Al Sisi, con visite ed incontri in questi giorni di Pasqua, sta raccogliendo consensi quasi unanimi. Non è chiaro se questo sostegno riuscirà a dare alle presidenziali credibilità numerica, con una ampia affluenza alle urne. L’elezione a presidente del generale che ha deposto Morsi è sicura.

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01/02/2014

Egitto. Morsi in aula, aumenta la tensione


È di un morto e 35 feriti il bilancio degli scontri che hanno insanguinato la vigilia del processo all'ex presidente egiziano Mohamed Morsi, ripreso oggi al Cairo. L'esponente dei Fratelli Musulmani, deposto dal golpe militare del 3 luglio scorso, è in aula assieme ad altri 14 imputati per rispondere all'accusa di avere incitato all'uccisione di 12 manifestanti nel dicembre del 2012 e di essere evaso dal carcere durante la rivolta del 2011, con la complicità del movimento palestinese Hamas. Accuse da pena capitale, ma un verdetto del genere rischierebbe di far precipitare il Paese nel caos: sono ormai quotidiani gli scontri tra i sostenitori dell'ex presidente e le forze di sicurezza; gli attacchi alle caserme e ai commissariati; gli omicidi mirati; gli arresti indiscriminati di manifestanti e giornalisti (20 reporter di Al Jazeera sono sotto processo per sostegno ai Fratelli Musulmani). Inoltre, l'intero vertice della Fratellanza, ormai fuorilegge, è in carcere con accuse pesantissime.

I sostenitori di Morsi, il primo presidente eletto dopo il trentennale regime di Hosni Mubarak, continuano a scendere in piazza denunciando l'illegittimità del governo dei militari. Oggi sono state annunciate nuove proteste a "sostegno del legittimo presidente eletto", mentre ieri sono scoppiati violenti scontri tra manifestanti e polizia, affiancata da civili filo-esercito, a Matareya, a Giza, a Ain Shams. Sempre ieri, due ordigni sono esplosi davanti a una caserma sulla strada tra il Cairo e Alessandria e un commissariato è stato assalito da uomini armati, ne è seguita una sparatoria in cui ha perso la vita un numero imprecisato di agenti. Prosegue anche l'offensiva delle Forze armate egiziane nel Sinai: ieri l'aviazione - ha fatto sapere il portavoce delle Forze armate - ha colpito le case di "pericolosi estremisti legati al gruppo terroristico dei Fratelli Musulmani" nella zona di Sheikh Zwayed, uccidendo sette persone e ferendone cinque. Secondo fonti militari, trentuno jihadisti sono stati uccisi negli ultimi sette giorni. Lo scorso 25 gennaio, anniversario della rivolta che ha deposto Mubarak, il gruppo qaedista Ansar Bait al-Maqdis aveva rivendicato l'abbattimento di un elicottero dell'aviazione egiziana in cui erano morti cinque soldati. Lo stesso gruppo ha firmato l'omicidio del generale Mohamed Saeed, funzionario del ministero dell'Intero. È stato un anniversario insanguinato: almeno 50 egiziani sono morti negli scontri con la polizia, 240 i feriti e oltre mille gli arrestati, quasi tutti sostenitori dei Fratelli Musulmani. Secondo Amnesty International, almeno 1.400 persone sono morte negli scontri con le forze di sicurezza dal 3 luglio scorso.

La terza udienza del processo a Morsi, che è imputato in quattro procedimenti, si apre dunque in un clima di tensione e violenza, mentre l'Egitto, alle prese con gravi problemi economici, si avvia alle elezioni presidenziali (si terranno prima delle politiche), il prossimo aprile. E il favorito alla presidenza al momento è il generale Abdel Fattah al Sisi, protagonista del colpo di stato militare del 3 luglio. Dal 15 gennaio il Paese ha una nuova Costituzione che amplia ulteriormente i poteri dei militari. Una Carta approvata con un referendum che ha registrato una scarsa partecipazione: ha votato il 36 per cento degli aventi diritto.

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29/01/2014

Mohamed Mursi: imputato ottantatre

L’imputato numero 83 urla da dentro un cubo di vetro. Stavolta indossa l’abbigliamento bianco dei detenuti e grida d’essere il presidente. L’aveva già fatto nello scorso novembre stretto in un anonimo ma dignitoso completo grigio, sempre in cattività. Ora nessuno sembra ascoltarlo. Nelle immagini trasmesse in differita dalla tivù di Stato sembra un leoncino in gabbia, cui né giudici né giornalisti presenti in aula prestano attenzione. In una sola occasione riceve risposta, quando chiede al togato: “Chi è lei?” aggiungendo: “Sa chi sono io?”. Laconica replica: “Io sono il capo della Corte Criminale”. L’organo che accusa il dottor Mohamed Mursi, leader della Fratellanza Musulmana, eletto presidente della Repubblica d’Egitto a fine giugno 2012 con oltre 13 milioni di voti, di collusione con forze straniere durante la rivolta che rovesciò Hosni Mubarak. Un’accusa per la quale rischia la pena capitale. La stessa condanna (suffragata anche dai massacri dei 18 giorni di ribellione di piazza Tahrir) cui l’ex raìs era scampato in virtù dell’età. Ruoli rovesciati. Nel ribaltone egiziano che rilancia alle stelle le stellette si vocifera d’una prossima liberazione del vecchio faraone, possibile regalo del futuro presidente Al Sisi.

Mursi è anche accusato di complotto contro lo Stato egiziano (quello di Mubarak) e per un’evasione di massa dalle patrie galere, realizzata con altri ventimila reclusi nei giorni dei tumulti della “Primavera”. Secondo il pm fuggì aiutato da militanti di Hamas ed Hezbollah, ben 800 miliziani palestinesi e libanesi che s’infiltrarono nel Paese usando armi per un’azione che provocò la morte di quattro agenti. Tutto ciò è un’aggravante che conferma la linea della messa al bando della Confraternita “per pratiche terroriste”. Dalle segrete alessandrine di Borg Al-Arab Mursi è stato trasportato in elicottero sin dentro l’accademia di polizia cairota dove era allestita l’aula giudiziaria. Luogo presidiato da migliaia di uomini in nero che hanno formato una rete fittissima di posti di blocco, rafforzati da cavalli di frisia e filo spinato. Un filtro impenetrabile per qualunque manifestazione di solidarietà verso il presidente scippato e ora recluso. Secondo alcuni commentatori l’udienza di ieri non aveva un valore giudiziario ma mediatico. Serviva a denigrare ulteriormente la leadership islamica, che conta fra gli accusati El-Khatatni, El-Erian, El-Beltagy, mostrandola fra le sbarre snobbata dalla Corte. La Corte si riunirà di nuovo il 22 febbraio.

Pur non riconoscendo legittimità ai magistrati, stavolta i Fratelli hanno scelto di farsi difendere da un pensatore islamico, Mohamed Selim El-Awa. Intanto altri attacchi jihadisti sono andati a segno: il generale Mohamed Saeed capo dell’Ufficio tecnico del Ministero dell’Interno e collaboratore del ministro Ibrahim è stato colpito a morte da un killer. La rivendicazione, anche in questo caso, è giunta a nome del gruppo filo qaedista Ansar Beit Al-Maqdis. Uno dei volti dell’odierno Egitto.

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04/11/2013

Mursi alla sbarra, l’Egitto riteme tensioni


Accusato della morte di tre delle undici vittime della prima notte di ribellione al suo decreto costituzionale del novembre 2012, l’ex presidente egiziano Mohamed Mursi inizia stamane la trafila del processo che lo porta sul banco degli imputati. Con lui compariranno altri quattordici detenuti celebri della Fratellanza Musulmana, i più noti sono El Essian, vicepresidente del movimento ed El Beltagy, esponente di spicco del gruppo parlamentare. Questi ultimi non rischiano l’alto tradimento, e dunque un’ipotetica condanna a morte, ma potranno vedersi comminate pene esemplari. Nei rapidi ricorsi storici che mostrano Mursi processato in successione a Mubarak negli stessi luoghi (l’Accademia di Polizia del Cairo) potrebbero non mancare altri clamorosi colpi di scena. Con l’aria repressiva che tira sulla Confraternita difficilmente ci saranno allentamenti di tensione verso l’imputato principe sebbene, com’è stato per il vecchio raìs, la pena capitale pare esclusa. Si cercherà di ribadire l’allontanamento dal potere per via giudiziaria dell’esponente islamico così da provare a tacitare l’eco delle rivendicazioni dei suoi militanti che, nonostante l’ampio e pesantissimo giro di vite in atto, non s’è finora placato.


Per timore di rinnovate manifestazioni dell’Alleanza a sostegno della Legittimità, che raccoglie i sostenitori del presidente deposto, è stato mobilitato un impressionante schieramento di polizia. Si parte con oltre 20.000 agenti che da stamane presidiano i luoghi strategici della capitale, ma il numero potrà salire nei giorni seguenti. Accanto alla sicurezza nell’area del Tribunale e degli snodi più importanti della megalopoli, altre città calde del panorama egiziano sono sotto osservazione per evitare gli scontri tra fazioni contrapposte, com’è accaduto più volte nell’ultimo anno a partire proprio dalle tragiche notti di Ittihadiya. Per non far deflagrare animi già infuocati verrà evitata ogni spettacolarizzazione del dibattimento tramite dirette televisive. Eppure nei social network, usati come tam tam dal movimento pro Mursi, si parla di “processo farsa e naif  che non può nascondere l’essenza del colpo di stato e dell’autoritarismo in corso”.
I simpatizzanti della Fratellanza faranno il possibile per contrastare l’immagine di “giorno normale” che i vari Governatorati si danno per l’avvio di quello che gli islamici definiscono il “processo alla libertà”. Ma gli organi di prevenzione e repressione già per questo puntano il dito su quel che resta dei Fratelli bollandoli ancora una volta come pericolosi eversivi.

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