Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/03/2020

Egitto - Mubarak è morto

Nessun coccodrillo per la morte di Mubarak. Coccodrillo era lui, e fingeva di piangere mentre divorava i suoi figli. Non Gamal e Alaa, i due discendenti legittimi e viziati perché rampolli del raìs, e al suo fianco ladri di risorse e futuro per i coetanei e per i più giovani ancora. Diversamente da altre satrapìe mediorientali il babbo non riuscì a piazzarli al posto suo. In realtà ci aveva provato con Gamal ma nove anni fa, quando doveva festeggiare i trent’anni di potere personale e di lobby, la rivolta di Tahrir incendiò le strade del Cairo. Mubarak provò a fermarla facendo uccidere più di ottocento manifestanti. Non ci riuscì e se ne andò. Arrestato, doveva essere impiccato. Lo salvarono la casta militare, da cui proveniva, e i giudici sempre ossequiosi al potere, e per l’allora ottantaduenne Hosni giunse la sentenza all’ergastolo, da scontare in una caserma dell’esercito, poi finita ai domiciliari perché si diceva che l’anziano presidente stesse “per morire”. Quindi tre anni fa grazie a Sisi, uno degli epigoni di divisa che più e meglio di lui sta schiacciando libertà e speranze degli egiziani, Mubarak tornò nella sua casa a Heliopolis. Oggi, dopo un ricovero in ospedale nel fine settimana, il presidente che più a lungo ha governato il grande Paese arabo ha cessato di vivere. Aveva 91 anni.

Pilota dell’aeronautica militare, era vicepresidente di Anwar Sadat quando questi nel 1981 venne assassinato. Gli subentrò al comando d’una nazione che già aveva stretto una ferrea alleanza con gli Stati Uniti. Nel giro di tempi non lunghi anche i rapporti con Israele divennero distesi a tutto discapito dei palestinesi, soprattutto della Striscia di Gaza, di cui l’Egitto mubarakiano divenne il carceriere sulla frontiera meridionale per compiacere Tel Aviv e Washington. Ma, anno dopo anno, un sistema di clientele di corpo, quello delle Forze Armate che controllano una gran quantità di attività economiche – dalla manifattura all’agricoltura, dalle costruzioni al turismo – fu convertito anche in sistema di accaparramento personale, col raìs in prima fila assieme a sodali quali Shafiq. Per la cronaca diventata storia recente, quest’ultimo fu l’ex militare prestato alla politica su cui l’entourage del presidente disarcionato aveva fatto convergere i voti dei foloul per la sfida all’islamista Morsi alle elezioni del 2012.

Il trentennio di Mubarak può essere ricordato come uno scenario politico di servilismo agli interessi dell’imperialismo in cambio, appunto, di mani libere per ruberie e corruzioni interne ai danni d’una popolazione sempre più impoverita e intimorita dalle angherie di polizia e servizi segreti. Le stesse proseguite e ampliate dal generale-golpista ora al comando.

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02/01/2020

Africa - Un decennio colmo di avvenimenti

Egitto – 2012

Per il grande paese africano il decennio appena terminato è coinciso con eventi di portata eccezionale e, purtroppo, costati la vita a migliaia di persone. Il primo all’inizio del 2011 è stato la caduta del regime di Hosni Mubarak, presidente per trent’anni e leader del Partito Nazionale Democratico, avvenuta con quella che è passata alla storia come la “Rivoluzione del 25 gennaio”. Violenti scontri tra forze di sicurezza e manifestanti provocarono la morte di almeno 800 persone e oltre 6.000 feriti. La lotta dei manifestanti egiziani si concentrò su questioni legali e politiche, brutalità della polizia, leggi sullo stato di emergenza, mancanza di libertà politica, libertà civile, libertà di parola, corruzione, alto tasso di disoccupazione, inflazione e salari bassi.

Andati al potere, con le elezioni, i Fratelli musulmani, le proteste degli egiziani non sostenitori del movimento islamista si concentrarono contro il nuovo presidente Mohamed Morsi. Il 22 novembre 2012, milioni di manifestanti iniziarono a protestare contro Morsi, dopo che il suo governo aveva annunciato una dichiarazione costituzionale temporanea che avrebbe garantito al presidente poteri illimitati. A capo delle manifestazioni, organizzazioni e figure dell’opposizione egiziana, principalmente liberali, di sinistra, laici e cristiani. Le dimostrazioni provocarono violenti scontri con decine di morti e centinaia di feriti. Numerosi consiglieri di Morsi diedero le dimissioni in segno di protesta e anche molti giudici manifestarono la propria opinione contro le azioni del presidente.

A dicembre del 2012, Morsi annullò il decreto temporaneo che aveva ampliato la sua autorità presidenziale e rimosso la revisione giudiziaria dei suoi decreti. Ma il suo destino sarebbe stato segnato dal colpo di stato militare. Il 30 giugno 2013, primo anniversario della sua elezione, milioni di oppositori si radunarono in piazza Tahrir e fuori dal palazzo presidenziale, nel sobborgo di Heliopolis, chiedendo le dimissioni del presidente. Il 3 luglio 2013 le forze armate egiziane entrarono in azione mettendo fine alla sua presidenza e diedero vita ad una feroce repressione dei sostenitori del presidente islamista.

Sudafrica – 2013

A 95 anni, il 5 dicembre 2013, muore Nelson Mandela. Leader dei diritti civili, leader politico e simbolo di integrità e riconciliazione, dopo un periodo di quasi tre anni in prigione diventa presidente del Sudafrica.

La sua missione permanente di porre fine all’apartheid è iniziata quando ha lasciato presto la scuola per unirsi all’African National Congress (ANC). Fu nel 1960 che gli sforzi di Mandela divennero più militanti, scatenati quando la polizia aprì il fuoco su un gruppo di manifestanti disarmati nella cittadina di Sharpeville, uccidendo 69 persone.

Poco dopo, l’ANC fu considerato fuorilegge, ma ciò non fermò Mandela che continuò la sua lotta a fianco dell’organizzazione la ‘Umkhonto we Sizwe’ (lancia della nazione).

In qualità di presidente, dal 1994, Mandela ha introdotto innovativi programmi sociali ed economici e ha presieduto l’emanazione di una nuova costituzione che ha istituito un forte governo centrale e vietato la discriminazione razziale.

Guinea Conakry, Sierra Leone, Liberia – 2014

Il 30 dicembre del 2015 è stata dichiarata libera dal focolaio di ebola, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Guinea Conakry. Nel corso del 2016 vengono dichiarati spenti anche gli ultimi focolai di ebola in Liberia e Sierra Leone.

È stata la fine di una delle più aggressive epidemie del virus ebola in Africa occidentale, che ha contato 28.657 casi conclamati e 11.325 morti. L’ebola ha lasciato orfani circa 6.200 bambini solo in Guinea Conakry.

Il focolaio infettivo è iniziato a Gueckedou, nella Guinea orientale, prima di diffondersi  violentemente in Liberia, Sierra Leone e altri sette Paesi limitrofi. La costruzione di sistemi di assistenza sanitaria resilienti, la ferrea vigilanza e la rapidità di risposta sono stati i punti chiavi per sottomettere l’infezione.

Etiopia – 2015

El Niño colpisce le regioni settentrionali dell’Africa orientale con una crescente intensità. L’aumentato rischio di siccità seguito da inondazioni nelle aree fluviali è risultato strettamente correlato alle anomalie climatiche.

I forti eventi di El Niño hanno causato un’importante riduzione nella produzione agricola. Inoltre, l’impatto della variabilità climatica sullo stoccaggio delle acque sotterranee, ha ricevuto ancora una volta un’attenzione limitata, nonostante la diffusa dipendenza da queste come risorsa di acqua potabile e come elemento cruciale in agricoltura e industria.

Il Paese più colpito rimane l’Etiopia con una drammatica siccità che ha costretto 18 milioni di persone alla dipendenza da aiuti umanitari, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).

Rwanda – 2018

Firmato nella capitale rwandese Kigali, il 21 marzo 2018, l‘African Continental Free Trade Agreement (AfCFTA). Con l’accordo, tenacemente mediato dall’Unione Africana, nasce una zona di libero scambio tra 44 Paesi africani.

L’accordo prevede che i membri riducano le tariffe doganali del 90%, consentendo il libero accesso a merci e servizi in tutto il continente. La Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (UNECA) ha stimato che l’accordo aumenterà il commercio intra-africano del 52% entro il 2022.

Algeria – 2019

Iniziato il 16 febbraio 2019, sei giorni dopo che Abdelaziz Bouteflika ha annunciato la sua candidatura per un quinto mandato presidenziale, il movimento Revolution of Smiles o Hirak Movement, ha inondato di proteste e manifestazioni le strade algerine.

Queste proteste, senza precedenti dalla guerra civile algerina, sono state pacifiche e hanno portato i militari algerini a insistere sulle dimissioni immediate di Bouteflika, che hanno effettivamente avuto luogo il 2 aprile 2019.

Le crescenti tensioni all’interno del regime algerino possono essere ricondotte all’inizio del dominio di Bouteflika, che è stato caratterizzato dal monopolio dello stato sulle entrate delle risorse naturali utilizzate per finanziare il sistema clientelare del governo volto a garantirne la stabilità.

Le autorità algerine hanno arrestato decine di attivisti del Mouvement pour la démocratie en Algérie dal settembre 2019. Molti rimangono tuttora detenuti con vaghe accuse.

Presi di mira anche i giornalisti che hanno documentato le proteste. I rapporti della polizia negli archivi giudiziari mostrano che la Brigade de Recherche et Investigation, ha monitorato le attività sui social media di alcuni leader del movimento, presentandole come crimini elettronici ai danni della sicurezza dello stato o dell’unità nazionale.

Sud Sudan – 2011

Le celebrazioni sono scoppiate a mezzanotte. Migliaia di manifestanti si sono riversati nelle strade di Juba nelle prime ore del mattino, issando enormi bandiere per festeggiare la nascita di una nuova Nazione. Era il 9 luglio del 2011.

Dopo più di cinquant’anni di guerriglia e due milioni di vite perse, la Repubblica del Sud-Sudan, il 54° stato dell’Africa, ha dunque ufficialmente dichiarato la propria indipendenza.

Dalla metà degli anni ’50, anche prima che il Sudan si liberasse dal giogo coloniale, i sudanesi del sud cercavano maggiori diritti. La lotta del Sud Sudan scoppiò in una vera e propria ribellione negli anni ’60, poi ripresa di nuovo negli anni ’80. Il governo sudanese rispose brutalmente, bombardando villaggi e scatenando milizie arabe che massacrarono civili e ridussero in schiavitù i minorenni.

I gruppi cristiani hanno storicamente difeso il Sud Sudan. Il governo americano ha spinto i ribelli del sud e il governo centrale a firmare un accordo di pace globale che garantisse ai meridionali il diritto alla secessione.

Fonte

Una cronaca davvero molto parziale in alcuni dettagli specifici: da Mandela che non era affatto un pacifista a senso unico come viene dipinto dall'autrice e che abdicò troppo presto nei confronti della giustizia sociale senza cui la parità civile tra bianchi e neri in Sudafrica non si è di fatto ancora realizzata, all'epidemia di Ebola in cui si rimuove come l'occidente strumentalizzò l'emergenza per insediarsi militarmente nelle aree colpite dal contagio, la cui sconfittà si giovò in larga parte degli sforzi profusi a titolo puramente solidaristico da Cuba.

25/03/2017

Mubarak, la sfinge che sopravvive alla rivoluzione

Torna libero Hosni Mubarak, il raìs che ha incarnato l’Egitto contemporaneo, traghettandolo dai sogni di grandezza ancora in animo nel Sadat della guerra del Kippur e poi mediatore nell’apertura all’Occidente e a Israele, alla totale subordinazione ai disegni statunitensi e sionisti nel Medio Oriente. Sia riguardo all’irrisolta questione palestinese, che durante il suo regime sviluppò nei territori attigui due Intifade, subendo le periodiche aggressioni preventive dell’esercito di Tel Aviv con un Egitto spesso compiacente alleato contro la resistenza palestinese; sia nella crescente involuzione del fronte progressista, cui lo stesso partito di Mubarak aderiva nella sedicente Internazionale socialista. Insieme ad altri capi di stato arabi, trasformatisi in autocrati e dittatori, Mubarak ha incarnato quella gestione personale e clanista del potere che ha rilanciato proteste e contestazioni popolari, oltreché il riproporsi dell’Islam politico. Era stato arrestato dopo il suo allontanamento ufficiale dalla presidenza, l’11 febbraio 2011, quando assieme al ministro dell’Interno al-Adly venne accusato di strage per le feroci repressioni poliziesche intercorse dal giorno seguente la grande manifestazione popolare di piazza Tahrir (25 gennaio 2011) che fecero 850 vittime. La contestazione crescente rilanciava il desiderio di cambiamento della nazione, già da alcune settimane richiesta anche dal popolo tunisino. Pane, libertà, dignità, gridavano le due piazze arabe, cui presto se ne aggiunsero altre. Quelle di Libia e Siria hanno avuto evoluzioni tragiche e bagni di sangue tuttora in corso.

Dopo le prime settimane di reclusione, alibi d’un tumore in realtà mai riscontrato, condussero Mubarak nelle infermerie del carcere e poi negli ospedali militari. Da quello di Maasri, dov’è rimasto per due anni, è uscito stamane. Subito dopo l’arresto del 2011, per qualche mese s’era vociferata l’ipotesi d’una possibile condanna a morte, scartata in parte per l’età (era già ultraottantenne) e per volontà della stessa amministrazione della Fratellanza Musulmana, con Qandil premier e Morsi presidente, che non volevano rincrudire spaccature nazionali in corso. Correvano estate e autunno del 2012 e si comprese che il vecchio leone sarebbe al massimo stato condannato a un periodo di reclusione, sebbene la prima sentenza tramutò l’impiccagione in ergastolo ‘per alto tradimento, verso la nazione e il popolo’. La diplomazia internazionale con Obama, che pure guardava amichevolmente alla svolta islamica, cercava di sostenere se non il perdonismo perlomeno una linea morbida. Certamente favorevole all’anziano Capo di Stato restava una buona fetta della magistratura, tutta formata e cresciuta in carriera sotto il suo regime. Passo dopo passo i processi, che vedevano coinvolti per corruzione, accaparramenti, ruberie gli stessi rampolli Ala e Gamal, hanno smussato toni d’accusa e sono finiti nel nulla, grazie all’arrivo ai vertici dello Stato dell’ennesimo militare: il generale Al Sisi. La lobby dell’esercito, cui Mubarak apparteneva, non aveva mai cessato di avere mani e controllo sulla nazione, nella sfera politica ed economica, come a vantaggio di chi veste la divisa e distribuisce diverse tipologie di lavoro nell’indotto e ovviamente ai vertici, cui erano permessi gli arricchimenti interni al clan mubarakiano. Uno di costoro era il generale Shifiq che perse le elezioni contro Mursi. Oggi, a 88 anni, Mubarak allunga lo sguardo e saluta. Dei morti di Tahrir, torture, rendition, arresti, sparizioni e assassini alla Khaled Said nessuno più parla. Anche perché gli scempi sono sostituiti da altrettante mattanze, dalla moschea Rabaa a Regeni. E non è finita, perché al Cairo continuano a regnare le sfingi.

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24/03/2017

Egitto - Mubarak è libero, in carcere ci sono i protagonisti di piazza Tharir


Nell’Egitto della repressione, delle violazioni dei diritti umani e del brutale assassinio di Giulio Regeni si consuma una terribile beffa. L’ex presidente Hosni Mubarak, costretto nel 2011 a dimettersi dalla rivoluzione di piazza Tahrir e accusato di aver ordinato il massacro di centinaia di persone, assolto nei giorni scorsi, questa mattina ha lasciato l’ospedale militare di Maadi, a sud del Cairo, dove era detenuto da anni e da uomo libero è tornato a casa nel quartiere di Heliopolis. Lo ha riferito il suo avvocato, Farid el Dib. “E’ uscito dall’ospedale di Maadi ed è tornato alla sua residenza di Heliopolis”, ha riferito ai giornalisti el Dib visibilmente soddisfatto. E’ la rivincita completa dell’ancien regime, tornato pienamente al potere in Egitto con il colpo di stato militare del 2013 e oggi incarnato dal presidente Abdel Fattah el Sisi.

Il 13 marzo, dopo l’assoluzione in cassazione nell’ultimo processo a suo carico, Mubarak, 88 anni, si è preparato a lasciare l’ospedale militare dove è stato agli arresti per quasi tutti i sei anni della sua detenzione. Liberazione non avvenuta subito per uno slittamento protrattosi a oggi con ogni probabilità a causa della riapertura di una vecchia inchiesta per corruzione (regali ricevuti da un gruppo editoriale). Poi questa mattina è stato eseguito l’ordine con cui la procura generale aveva disposto il rilascio.


Mubarak, rimasto per ben trent’anni al potere, dal 1981 al 2011, tanto da essere chiamato il “nuovo faraone”, è stato perseguito in giudizio fino al 2 marzo scorso, con varie accuse tra cui, la più grave, quella di essere stato il responsabile nella morte di centinaia di manifestanti durante la rivoluzione di sei anni fa. Quindi è arrivata l’assoluzione che con un colpo di spugna ha cancellato quell’accusa e con essa un capitolo di eccezionale importanza della storia recente dell’Egitto. E mentre Mubarak torna nella sua lussuosa residenza, tanti protagonisti di Piazza Tahrir, restano in carcere, a scontare condanne molto severe per aver semplicemente sfidato la legge contro le manifestazioni pubbliche introdotta dal regime di el Sisi.

“È molto triste tutto questo ma non è una sorpresa – aveva commentato qualche giorno fa la notizia della imminente liberazione di Mubarak, il famoso scrittore egiziano Alaa al Aswani, in una intervista al quotidiano Il Manifesto – il regime al potere oggi in Egitto è controrivoluzionario e uno dei suoi compiti è proprio quello di punire coloro che parteciparono alla rivoluzione. Le responsabilità di Mubarak sono state accertate – ha notato al Aswani – Alcuni di quelli che facevano parte del suo entourage hanno testimoniato che fu Mubarak in persona a dare l’ordine di sparare e uccidere i manifestanti durante la sollevazione popolare. Eppure siamo vicini alla sua liberazione e questo spiega bene la realtà in cui vivono gli egiziani”.

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20/03/2017

Intervista - Alaa al Aswani i giovani saranno i leader della nuova rivoluzione egiziana

di Michele Giorgio - il Manifesto

«La controrivoluzione emerge quando la rivoluzione perde forza e noi egiziani facemmo un grave errore nel 2011», ci dice al telefono da New York Alaa al Aswani, il più noto degli scrittori egiziani ed uno dei più importanti romanzieri arabi degli ultimi trent’anni. «Abbiamo lasciato piazza Tahrir troppo presto, subito dopo le dimissioni da presidente di Hosni Mubarak. Non avremmo dovuto uscire da quella piazza senza eleggere i rappresentanti della rivoluzione in ogni parte dell’Egitto». Più di sei anni dopo al Aswani continua a riflettere su quei giorni di gennaio e febbraio 2011 che misero fine al potere del “faraone” Mubarak – «quelli sono stati i 18 giorni più belli della mia vita», ripete – e sui motivi del fallimento che, passando attraverso la breve presidenza islamista di Mohammed Morsi e il colpo di stato militare del 2013, hanno portato alla nascita di un altro regime autoritario, culminato nell’ascesa al potere del raìs Abdel Fattah al Sisi.

Dentista di professione e scrittore per vocazione, Alaa al Aswani è l’autore di romanzi avvincenti tradotti in decine di lingue come Palazzo Yacoubian, Chicago e Cairo Automobile Club. Nel 2013 si pronunciò a favore della deposizione di Morsi – «i Fratelli musulmani al potere erano un pericolo per l’Egitto però non ho mai appoggiato violenze e massacri» – ora è schierato con forza contro il regime. «Non ho mai sostenuto al Sisi come presidente – ci dice – e ho scritto che la sua elezione non è stata democratica. Per queste mie posizioni non sono più nella condizione di pubblicare i miei articoli, sono sotto attacco dei media e mi vietano le apparizioni televisive». Al Aswani da qualche mese è negli Usa dove insegna letteratura araba. Al suo ritorno in Egitto, previsto in estate, pubblicherà il suo nuovo romanzo, che avrà per tema proprio la rivoluzione di piazza Tahrir.

L’ex presidente Mubarak è stato condannato per la repressione che ordinò nel 2011. Ora i giudici dicono che non fu responsabile di quei massacri e si prepararono a farlo liberare. Tanti protagonisti della rivoluzione invece restano in carcere.
 
È molto triste tutto questo ma non è una sorpresa. Il regime al potere oggi in Egitto è controrivoluzionario e uno dei suoi compiti è proprio quello di punire coloro che parteciparono alla rivoluzione. Le responsabilità di Mubarak sono state accertate. Alcuni di quelli che facevano parte del suo entourage hanno testimoniato che fu Mubarak in persona a dare l’ordine di sparare e uccidere i manifestanti durante la sollevazione popolare. Eppure siamo vicini alla sua liberazione e questo spiega bene la realtà in cui vivono gli egiziani.

Prima del 2011 tutti erano contro Mubarak mentre ora tanti egiziani sono schierati con el Sisi, nonostante le brutalità e gli abusi del suo regime non siano diverse da quelle compiute in passato dal presidente-faraone. Come lo spiega.
 
Dopo ogni rivoluzione si formano tre gruppi nella società: i rivoluzionari veri che restano fedeli ai loro principi, i sostenitori del vecchio regime e, tra queste due parti, c’è la massa passiva. Questo segmento sociale, il più consistente, non ha una coscienza (politica) ben definita, non è pronto a pagare il prezzo che comporta la rivoluzione, anzi teme i cambiamenti profondi. Perciò il caos in cui è rimasto l’Egitto per lungo tempo e la propaganda antirivoluzionaria diffusa dai media hanno avuto gioco facile nel condizionare l’opinione di tanti egiziani. Le persone che hanno vissuto sotto una lunga dittatura sono disposte ad accettare gli stravolgimenti che propone la rivoluzione? Dare una risposta compiuta a questo interrogativo significa spiegare perché così tanti egiziani stanno con al Sisi. In ogni caso sono ottimista. La rivoluzione del 2011 è stata fatta da tanti giovani e sono convinto che i giovani torneranno protagonisti contro il regime attuale.

In Italia resta in primo piano il caso della brutale uccisione di Giulio Regeni, più di un anno fa al Cairo. La magistratura italiana nei giorni scorsi ha accusato di nuovo le autorità egiziane di non fornire la cooperazione necessaria per arrivare ai responsabili dell’assassinio di Regeni.
 
Non sono in possesso di prove per accusare i servizi egiziani dell’assassinio di Giulio Regeni. Allo stesso tempo gli apparati di sicurezza sono stati e sono ancora oggi responsabili di delitti efferati e di molti crimini in Egitto e questo li rende tra i principali sospettati dell’uccisione del giovane italiano. Da parte mia non posso che esprimere vicinanza e solidarietà alla famiglia Regeni ed unirmi a coloro che chiedono con forza che sia fatta chiarezza su tutta la vicenda.

Lei sta scrivendo un romanzo sulla rivoluzione che, a quanto pare, non risparmia accuse anche al regime di el Sisi. Non teme reazioni da parte delle autorità al suo ritorno in Egitto?

Per le mie posizioni sto già pagando delle conseguenze. Se sono preoccupato? Certo, lo sono. Come essere umano non posso essere tranquillo in questa situazione ma non ho paura. Continuerò ad esprimere ovunque sia possibile la mia opinione sull’Egitto sotto il regime di el Sisi.

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09/02/2015

Galera Egitto, condanne e nuove stragi

Duecentotrenta condanne a venticinque anni di reclusione sono state comminate dalla Corte Suprema egiziana ad attivisti della protesta anti Mubarak del 2011, alcuni di questi come Ahmed Douma vivono in carcere da oltre tre anni. Mentre il detenuto più celebre della galera Egitto, il presidente deposto Mohammed Mursi, attende fra sei giorni l’inizio del suo terzo processo; stavolta con l’accusa di spionaggio verso il Qatar alla cui Intelligence avrebbe girato documenti riservati in cambio d’un milione di dollari. Mursi è imputato anche in altri processi: per l’uccisione di decine di dimostranti; per una cospirazione internazionale che includerebbe nel piano anche l’Iran; per l’evasione di reclusi che poi attaccarono una stazione di polizia uccidendo tredici agenti. Frattanto nella mattanza quotidiana è tornato il calcio: ieri pomeriggio s’è diffusa la notizia di quattordici tifosi del club cairota Zamalek freddati durante scontri con la polizia. I tumulti erano scoppiati fuori dallo stadio dove si svolgeva una partita della Premier League che, pur aperta agli spettatori, aveva visto la diminuzione di diecimila posti per motivi di “ordine pubblico”.

Un forzoso tentativo d’ingresso dei supporter del club di casa veniva caricato dagli agenti per poi scatenare violenti scontri e l’uso di armi da fuoco. In tarda serata il numero delle vittime saliva a ventidue, stamane supera le trenta unità. Tutti tifosi. Così la complicata ‘normalizzazione’, con cui il regime di Al-Sisi tenta di proporre una quotidianità infarcita anche di sport, s’inimica le curve calcistiche che non avevano dimenticato la strage di Port Said. In quello stadio l’altra formazione cairota, Al-Ahly, lasciò 72 suoi fan senza vita per l’abuso della forza da parte degli uomini in nero del feldmaresciallo Tantawi. E’ un Egitto che reitera, con le stragi e con gli abusi. Sempre in queste ore si diffonde la notizia che il noto tycoon mubarakiano Ahmed Ezz, ex segretario generale del disciolto partito del raìs Nazional-Democratico - la cui sede devastata e annerita dal fuoco è uno degli edifici senza vita nei dintorni di Tahrir - non solo torna in circolazione, bypassando le accuse di corruzione, ma è pronto a rilanciarsi nell’agone politico. Dice di voler condividere con il popolo egiziano il sogno di sviluppo.

E con le elezioni del marzo prossimo spera d’inseguire nuovamente quelle fortune personali che negli anni del fulgore politico del suo protettore gli fruttarono guadagni stratosferici, tanto d’aver di recente barattato i 37 anni di condanna col pagamento di circa 14 milioni di dollari. Uno sull’altro e via andare, in faccia ai sogni di tanti poveri concittadini. Così quel fantasma che continua ad aleggiare nell’immaginario egiziano, perché il suo enigmatico sguardo sopravvive a una carriera oggettivamente tramontata, s’incarna nei volti di chi guarda indietro parlando di futuro. Ha voglia il generale-presidente di parlare di Paese nuovo basato su “giustizia, libertà, eguaglianza e abbattimento della corruzione”. Le assoluzioni concesse al clan Mubarak, al suo sanguinario ministro Al-Adly, correo nella morte d’un migliaio di manifestanti della rivolta 2011, la ripresa dell’assassinio indiscriminato nelle piazze fondono nel medesimo clima restauratore passato e presente. La conduzione degli odierni generali non differisce dai predecessori, collocando il sistema Sisi nella schiera più reazionaria dell’area mediorientale, nonostante lo sdoganamento offerto dai premier d’Europa.

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13/01/2015

Egitto. Mubarak assolto anche dal reato di truffa, presto libero

Anche l’ultima condanna contro l’ex dittatore egiziano Hosni Mubarak è stata ribaltata e annullata, rendendo di fatto a portata di mano la sua scarcerazione. La corte egiziana di Cassazione ha stabilito infatti oggi che nel processo per truffa contro Mubarak e i suoi due figli Gamal e Alaa “le procedure non erano state seguite correttamente”.

I tre anni da passare in carcere con l’accusa di aver sottratto in maniera fraudolenta alle casse statali l’equivalente di 14 milioni di dollari (che arrivavano a 18 tenendo conto della analoghe accuse contro Gamal e Alaa) erano l’ultima pena che l’86 enne ex "presidente" avrebbe dovuto scontare. Di conseguenza, lascerà presto l’ospedale militare del Cairo dove era detenuto e tornerà in libertà grazie al nuovo regime imposto in Egitto dai militari che hanno defenestrato il presidente Morsi e i Fratelli Musulmani, usciti vincitori dalle prime elezioni seguite alla rivolta popolare che aveva portato alla destituzione di Mubarak e del suo regime filoccidentale e corrotto.

A novembre anche le accuse contro Mubarak di complicità nella morte dei dimostranti durante le proteste che portarono alla caduta del suo governo furono giudicate “senza basi” da un tribunale. L’ex capo di stato, tuttavia, potrà nuovamente essere processato. Per gli omicidi la procura ha già presentato richiesta di appello, mentre per il caso di truffa è stata la Cassazione stessa ad ordinare che si torni in aula.

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30/11/2014

Egitto: il nuovo regime assolve Mubarak


L'ex “presidente” egiziano, Hosni Mubarak, è stato assolto oggi dall'accusa di complicità in omicidio plurimo. L'ex rais, oggi 86enne, era accusato di aver ordinato alla polizia di reprimere con ogni mezzo le rivolte popolari del 2011 in Egitto che segnarono l'inizio della caduta del suo regime: in pochi giorni furono uccise 239 persone e altre centinaia furono ferite. In totale furono oltre 800 le vittime degli scontri e della repressione.

Ma secondo la Corte d'Assise del Cairo l’ex dittatore poi destituito da un golpe militare nel febbraio del 2011 non doveva proprio essere processato e quindi non potrà essere né assolto né condannato.
L’anziano rais era presente in tribunale alla lettura della sentenza, portato in aula in elicottero dall'ospedale militare in cui è ricoverato.

Nel corso di un primo processo, nel giugno del 2012, l’ex dittatore era stato condannato all'ergastolo, ma la sentenza era stata annullata per ragioni formali e l'intero processo è iniziato da capo.
Fuori dall'aula, centinaia di manifestanti hanno inscenato una protesta contro l'ex rais ma molti altri hanno festeggiato il proscioglimento. Con Mubarak era imputato anche l'ex ministro degli Interni, Habib al-Adly e altri 6 ex responsabili dei servizi di sicurezza, anche loro tutti assolti.

Inoltre Mubarak, i suoi due figli Alaa e Gamal e il miliardario Hussein Salem sono stati assolti dalle accuse di corruzione per un caso di vendita di gas sottocosto ad Israele in accordo con Salem, e per tangenti.

L’ex dittatore dovrà comunque restare agli arresti per la sottrazione di fondi pubblici destinati ai restauri del palazzo presidenziale, reato per cui è stato condannato a tre anni di detenzione.
"Il nostro sistema giudiziario, evidentemente indignato per la negazione dei diritti di difesa di Hosni Mubarak, ha agito rapidamente per ristabilirli, come fa per tutti gli altri egiziani", ha commentato l'avvocato dell'ex rais, Hossam Bahgat. "Il giudice ha deciso che l'accusa per la morte dei manifestanti era tecnicamente inammissibile: la procura ha infatti tecnicamente sbagliato ad accusare Mubarak tre mesi dopo la sua cacciata, perché non c'erano le basi per un processo penale", ha spiegato.
"Finalmente il verdetto ha provato che non ho commesso reati. Me l'aspettavo, avevo fiducia in Dio e nella mia innocenza: non ho mai dato l'ordine di uccidere i manifestanti. Assolutamente no" ha dichiarato invece lo stesso Mubarak, al telefono con la tv filogovernativa Saba al Balad, dalla sua stanza d'ospedale.

Nella giornata di ieri alle proteste indette dai salafiti e dalla Fratellanza Musulmana contro l’attuale presidente Abdel Fattah al Sisi la polizia ha risposto con la forza nonostante lo scarso numero di manifestanti scesi in strada. Due dimostranti islamisti sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco e 25 sono stati feriti mentre circa 200 manifestanti sono stati arrestati.

Anche oggi si sono registrate alcune sporadiche proteste nella capitale egiziana. Un attivista anti-Mubarak del movimento '6 aprile' è stato arrestato a Giza, quartiere a sud del Cairo, perché era sceso in strada in boxer, con una scritta sul corpo "Abbasso i militari". Il movimento aveva infatti annunciato che in caso di assoluzione dell'ex rais i suoi membri sarebbero scesi in piazza nudi.

Nel paese si registrano anche alcuni attentati contro i militari a causa dei quali sono morti due ufficiali. E la "Coalizione anti-golpe" dei sostenitori del deposto presidente islamista, Mohamed Morsi, ha lanciato un appello alla "riunificazione dei rivoluzionari" del 2011 "contro il ritorno della banda di Mubarak al potere". Ma se oggi il regime militare di Al Sisi reprime gli islamisti esattamente come faceva Mubarak quando Morsi era al governo utilizzò il pugno di ferro contro le opposizioni laiche e di sinistra.

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22/05/2014

Egitto - Mubarak condannato a 3 anni di carcere


L’ex presidente egiziano Hosni Mubarak è stato condannato oggi a tre anni di prigione per il reato di appropriazione indebita e furto di denaro pubblico: “La corte ordina che Mohammed Hosni Mubarak sia chiuso in prigione per tre anni”, ha annunciato il giudice Osama Shaheen. Quattro anni per i figli dell’ex dittatore, accusati dello stesso reato. I tre dovranno anche pagare una multa di quasi tre milioni di dollari, una sorta di compensazione per il denaro sottratto allo Stato egiziano.

Secondo l’accusa, l’ex presidente e i figli avrebbero utilizzato il denaro per le proprie residenze private, imputazione che i tre hanno sempre rigettato. Mubarak è sotto processo anche per l’uccisione di manifestanti durante la rivoluzione del gennaio 2011, accusa che si era tramutata nel 2012 in una condanna all’ergastolo, poi ribaltata  dalla Corte di Cassazione che aveva annullato la sentenza e rinviato il fascicolo ad un nuovo processo.

La condanna all’ex rais giunge a pochi giorni dalle elezioni presidenziali. Probabile vincitore della competizione elettorale sarà l’ex capo dell’intelligence del regime di Mubarak, il generale Al-Sisi, fautore del colpo di Stato del 3 luglio scorso. E mentre i Fratelli Musulmani, target della durissima repressione del governo ad interim, accusano Al-Sisi di essere un mero continuatore dell’ex dittatura, molte delle pratiche utilizzate dal regime di Mubarak sono oggi all’ordine del giorno nel Paese: repressione violenta di ogni opposizione politica, aggressione di manifestanti islamisti, soppressione della libertà di espressione.

In questi giorni i parenti degli attivisti egiziani condannati a morte in massa dalla magistratura del Paese hanno scritto al generale Al-Sisi chiedendo la grazia per quasi 700 islamisti, accusati di omicidio e incitamento alla violenza. E mentre la comunità internazionale condannava la sentenza, il governo ad interim dichiarava di rispettare la decisione giudiziaria e affermava di non aver influenzato in alcun modo le condanne. Difficile da credere, vista la campagna lanciata per la cancellazione della Fratellanza, dichiarata organizzazione terroristica e privata di tutti i beni immobili e non posseduti. Lo stesso Al-Sisi è stato cristallino a proposito, promettendo – nel caso di vittoria alle presidenziali – di non lasciare alcun posto agli islamisti nella società egiziana.

Non sono pochi gli attivisti islamisti e laici che vedono nell’avanzata di Al-Sisi e nel rinnovato potere politico ed economico delle forze armate egiziane un revival del vecchio regime. Gli analisti parlano di “Stato profondo”, uno Stato ombra del primo, guidato esclusivamente da generali ed ex capi dell’esercito che controllano compagnie, società, settore economico e giudiziario. E che ora, con la probabile vittoria di Al-Sisi alle presidenziali potrebbe uscire definitivamente dall’ombra e istituzionalizzare il proprio potere.

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22/12/2013

Egitto, la restaurazione continua: prosciolti i figli di Mubarak

Torna l'incubo degli egiziani di una possibile successione di Hosni Mubarak. I suoi figli, i miliardari Alaa e Gamal sono stati prosciolti dall'accusa di corruzione per la vendita a basso costo di beni demaniali. Con loro assolto anche l'ex premier e candidato alle presidenziali Ahmed Shafiq, volato negli Emirati con tutta la famiglia e i suoi beni dopo la sconfitta elettorale del giugno 2012.

A questo punto cadono tutte le accuse per l'ex dirigente delle linee aeree egiziane che potrebbe così ricandidarsi alle presidenziali. Shafiq dichiara però di non essere interessato a partecipare al voto nel caso in cui il ministro della Difesa e capo delle Forze armate Abdel Fattah Sisi decida di scendere in campo. I figli di Mubarak, ormai prosciolto e assistito nell'ospedale militare di Maadi, restano in carcere per altre accuse. Mentre si aggravano le minacce contro i movimenti di opposizione alla transizione in mano ai militari.

A pagarne le spese il Centro egiziano per i diritti economici e sociali (Ecesr). Qui operano gli attivisti vicini al candidato comunista alle presidenziali del 2012 e sindacalista Khaled Ali. Giovedì, il centro che è nel cuore del Cairo, è stato preso d'assalto dalle forze di sicurezza e dentro sono stati arrestati un fotografo Mostafa Eissa e cinque attivisti di 6 Aprile.

Khaled Ali, più volte intervistato dal «manifesto», aveva criticato l'assenza di diritti sociali nella bozza di Costituzione che verrà sottoposta a referendum il prossimo 14 gennaio. Il politico ha subìto per anni minacce di arresto per le critiche allo stato di emergenza sotto la presidenza Mubarak, e contro le leggi che hanno permesso poteri speciali alla polizia nei mesi di transizione. «Gli arrestati sono stati rilasciati, tranne il ricercatore volontario Mohamed Adel», ci ha fatto sapere Nadim Mansour, responsabile della sezione economica del Centro.

Proprio Adel era già entrato nel mirino delle forze di sicurezza che avevano disposto un mandato di arresto per organizzazione di manifestazioni non autorizzate nel quartiere di Abdin, insieme agli attivisti Ahmed Maher e Ahmed Douma. Le manifestazioni dei Fratelli musulmani contro la Costituzione sono proseguite ieri nel quartiere residenziale di Maadi, con la richiesta del rilascio dell'ex presidente Morsi.

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25/08/2013

Mubarak, il sorriso che beffa la Primavera

La scarcerazione del deposto raìs suggella il ritorno al passato attraverso nuovi uomini che rilanciano inossidabili poteri forti: militari, magistrati, politici locali asserviti a capitali occidentali e arabi. A danno di lavoratori e ceti poveri.
Nei cento rivoli in cui si divide l’interpretazione degli ultimi 55 giorni dell’intreccio politico egiziano: seconda rivoluzione, golpe bianco, non golpe, sanguinaria restaurazione, salvezza della Patria e altro ancora la notizia della scarcerazione di Hosni Mubarak ha fatto meno clamore di quello che ci s’attendeva. Quasi fosse un passo scontato visto l’orizzonte degli eventi. La questione è ampiamente simbolica, come e più di tanti momenti susseguitisi nei due anni e mezzo di Primavera cercata e sperata, tradita e perduta. E il sorriso appena accennato ma non per questo meno beffardo, più da Monna Lisa che da Sfinge, con cui il vecchio raìs ha assistito alle ultime carte giocate dai suoi legali profumatamente pagati riassumono un copione mai scarno di colpi di scena. Quattordici mesi or sono Mubarak doveva finire sulla forca, secondo il dispositivo d’una sentenza che duettava col bilioso volere della piazza che durante il duplice processo (strage e corruzione) circondò per settimane l’area del Tribunale allestita in una delle tante caserme cairote. Il vecchio Hosni venne addirittura dato per morto, non moribondo come dichiaravano avvocati e familiari, ma colpito da collasso. I detrattori sostenevano si trattasse d’una sceneggiata volta a commuovere la Corte che sull’onda rivoluzionaria non si fece impietosire, pur mutando la pena in ergastolo. 

La “malattia” condusse il condannato dalla cella all’infermeria dove, con l’ampia schiera dei fedelissimi, ha atteso il crescente vento antislamico che introduceva un cambio di prigionia: fuori il vecchio tiranno dentro il nuovo, cioè Mursi presidente per dodici mesi, odiatissimo dagli avversari laici. Se dietro ai simboli c’è sostanza, e qui ce n’è a iosa, la mossa sostenuta dai due poteri forti (Forze Armate e Magistratura) che formano il nuovo blocco egemonico assieme alla tumultuosa piazza anti Fratellanza ha voluto collegare la trascorsa e attuale dirigenza militare filo-yankee, checché ne dica chi ritiene Al-Sisi ammiratore di nuovi Imperi. Certo il generalissimo - lui vero presidente in pectore d’un Egitto normalizzato non ‘giocatori di sponda’ alla Sabbahi - potrà cercare anche alleanze con Mosca, Pechino, Delhi o chissà dove, però la restaurazione che si delinea segue percorsi regionali: i buoni rapporti con le petromonarchie, saudita in testa, e con Israele che stravede per il militare pronto a chiudere varchi ufficiali (Rafah) e ufficiosi (tunnel) verso la Striscia governata dai Fratelli di Hamas e silurare ogni sorta di jihadismo.

Smarrita è la Tahrir della prim’ora, quella del “6 Aprile”, dei socialisti rivoluzionari, dei cani sciolti della sinistra laica e sindacale che nella foia dell’opposizione alla Costituzione “islamica”, nel conflitto latente e poi aperto dei mesi scorsi s’è unita al Fronte di Salvezza Nazionale diventato la maschera per i reiterati massacri militari. La riabilitazione di Mubarak non va giù a questo fronte già minoritario e oggi surclassato dai Tamarod, spiazzati un po’ anche loro dalle conseguenze della sentenza che porta il simbolo di trent’anni d’affossamento della nazione al calduccio prima d’una nuova infermeria poi nella sontuosa villa di Sharm El Sheik. Quest’immagine ridà fiato a chi non vuole che l’Egitto cambi una virgola riguardo allo strapotere economico della lobby militare, alla politica come affare clanista impregnato di corruzione, a una reale redistribuzione della ricchezza. E quel che viene propagandato come orgoglio, autodeterminazione e allontanamento dai finanziamenti-capestro statunitensi e occidentali ha il sapore d’una possibile bugia. Basta attendere per vedere sviluppi comunque votati a schiacciare l’organizzazione della Confraternita che mostra alcune novità. Preoccupanti. 

Arrestato e umiliato Badie, bloccati nonostante i travestimenti d’ogni genere anche il portavoce del partito della Libertà e Giustizia Mourad Ali e il tonitruante predicatore Safwat Hegazy, per il momento diventa Guida Suprema della Fratellanza un duro e puro: Mahmod Ezzat. Sessantanove anni, medico, fu braccio destro di Sayyid Qutb (il teorico dello scontro armato fatto impiccare nel 1966 da Nasser, al cui pensiero si richiamano anche taluni qaedisti). Ezzat ha alle spalle dieci anni di galera, dall’epoca Nasser che lo rinchiuse nel 1965 sino a Sadat, uscito terminò gli studi in medicina in Gran Bretagna, salendo la scala gerarchica dell’organizzazione anche grazie alla sua professione. Tornò in galera per la stretta repressiva di Mubarak dal 1995 al 2000. Tattico e astuto è conosciuto con l’appellativo di “volpe” sebbene siano note le su posizioni oltranziste che lo contrapponevano al moderato Badie. Dalla destituzione di Mursi sono sue le proposte di sit-in ad libitum contro cui i militari hanno deciso di scatenare la furia omicida. Adesso alle sue idee, finora marginali dentro la Confraternita, stanno guardando molti militanti. Da oggi alle prossime settimane vedremo se i “venerdì della rabbia” del “fratello di ferro” sceglieranno vie davvero non pacifiche e di rottura.

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23/08/2013

Mubarak ai domiciliari


L'ex rais egiziano, Hosni Mubarak, sarà posto agli arresti domiciliari. Lo ha annunciato ieri l'ufficio del primo ministro ad interim, dopo la sentenza che stabiliva il rilascio dell'ex dittatore. Una decisione presa "nel contesto della legge d'emergenza", ha detto Hazem el-Beblawi. Ovvero, per la sua stessa sicurezza sarà sottoposto a controllo continuo.

Secondo fonti delle autorità egiziane, l'ex presidente sarà liberato oggi e portato, con molta probabilità, a Sharm el-Sheikh, dove sarà posto ai domiciliari, nonostante sia stato condannato all'ergastolo per la violenta repressione delle manifestazioni di protesta del 2011. Ma quel processo è finito in appello per errori procedurali. Una sentenza tutta da scrivere.

Mubarak, quindi, non potrà lasciare il Paese fino a quando la magistratura non avrà definitivamente giudicato le accuse pendenti, due casi di corruzione e uno di complicità nella morte di 850 manifestanti durante la rivoluzione del 2011. La prossima udienza è prevista per domenica.

La decisione di scarcerare l'ex rais potrebbe avere una forza distruttiva su un Paese al collasso: sia le forze di sinistra e liberali che i Fratelli Musulmani, i partiti in prima linea durante la primavera egiziana di due anni fa, giudicano il rilascio un'offesa per le migliaia di vittime della repressione di Mubarak. La Fratellanza, in particolare, la ritiene una decisione figlia degli stretti legami dell'ex regime con l'attuale, il governo ad interim posto al potere dall'esercito.

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24/11/2011

Egitto, dal sogno alla rabbia.

Sono passati nove mesi, ma il nuovo Egitto non è nato. Molti di coloro che hanno celebrato in piazza Tahrir la defenestrazione di Hosni Mubarak, sono di nuovo là. Solo che allora fraternizzavano con i militari, oggi gli chiedono di farsi da parte per consentire una reale evoluzione democratica del Paese. Una delle voci della piazza e della rivolta, oggi come allora, è il Egyptian Organization for Human Rights (Eohr), che dal 1985 riunisce legali e investigatori esperti di diritti umani. Durante il regime hanno anche pagato in prima persona le loro denunce, ma non si sono femrati. E non hanno intenzione di farlo adesso. PeaceReporter ha intervistato Sherif Etman, responsabile delle relazioni internazionali dell'organizzazione indipendente.

Secondo le vostre informazioni, quante sono le vittime?
''Stiamo raccogliendo i dati e le testimonianze di questa nuova brutale repressione. Secondo le nostre fonti, sono almeno cento le vittime, dal 19 novembre a oggi, e non meno di 2mila i feriti. Ma le fonti ufficiali parlano solo di cinquanta morti e circa 500 feriti. Mentono''.

Com'è la situazione oggi al Cairo e nel resto del Paese?
''La situazione è più o meno la stessa in tutto l'Egitto. Dalle università alle piazze, c'è fermento, ma in tanti prendono un autobus o la macchina e se possono vengono al Cairo, perché la forza evocativa di piazza Tahrir è molto forte. Come una calamita, che attira persone che condividono la stessa rabbia, la stessa frustrazione. Si sentono, in qualche modo, truffati. E per chi non ha mai avuto speranze, la delusione attuale è grande. Per la maggior parte di loro la cacciata di Mubarak ha rappresentato una svolta nella vita. Una dichiarazione di speranza, d'amore, verso il futuro. Proprio per queste aspettative molto complesse, adesso, la rabbia è ancora più forte. Hanno sognato, per la prima volta. Non ci stanno a svegliarsi scoprendo che nulla è cambiato.
In giro ci sarà, più o meno, un milione di persone, ma la situazione è frammentata, non è facile fare dei conti. La grande maggioranza dei dimostranti è in piazza Tahrir, ma anche nelle vie e nelle piazze attorno. Gruppi si radunano davanti alle sedi delle organizzazioni che si battono per la difesa dei diritti umani, per organizzarsi, e davanti al ministero degli Interni, per protestare.

Crede che gli scontri renderanno necessario un rinvio delle elezioni previste per il 28 novembre prossimo?
Al momento l'Alta Commissione egiziana per le elezioni e la giunta militare non hanno espresso una posizione chiara in proposito, ma la sensazione è che i seggi sarebbero davvero in balia della rabbia popolare, che in questo momento è focalizzata sui militari, che dovrebbero essere i responsabili dell'ordine pubblico. A maggior ragione adesso che il ministero degli Interni, con il governo dimissionario, non ha una guida chiara. Valutando tutte le variabili, credo che domani si possano avere informazioni più chiare in merito alle elezioni.

Dopo la caduta di Mubarak, è cambiata la situazione del rispetto dei diritti umani in Egitto?
Continuano ad essere violati come prima. Il problema è che non solo non si è voluto, per davvero e fino in fondo, colpire i responsabili delle atrocità di gennaio e febbraio, che non ha certo solo nei poliziotti in strada gli unici responsabili, ma ogni volta che il movimento di protesta ha tentato di alzare la testa, si sono riproposti gli stessi metodi violenti del passato. Anche perché, non va sottovalutato, a quasi tutti gli operatori della sicurezza manca una cultura del rispetto dei diritti umani. Un esempio: Mohamed Sobhi Shinnawi. Proprio oggi abbiamo denunciato il caso di questo agente di polizia ripreso in un video mentre spara in piazza contro civili inermi, alcuni di loro adolescenti. Un caso che il mio direttore ha denunciato in televisione, perché oggi possiamo farlo, e questo significa che questo Paese è cambiato comunque per sempre, perché l'impunità è diventata impossibile. Ma a maggior ragione, se la gente vede e nessuno paga, la rabbia diventa incontenibile.

Che cosa è cambiato da febbraio ad adesso? La gente è insoddisfatta di un mancato, vero, cambiamento?
Esiste una sensazione di malessere generale, riferita a tutti gli aspetti della vita. Politici come economici. La rabbia nasce dalla speranza di un cambiamento, atteso come una sorta di nuovo inizio, come una nuova nascita. Non è andata così e adesso sono i militari l'obiettivo di questa rabbia. Perché loro, 'per la gente, rappresentano l'elemento che ostacola il cambiamento. Quello vero. In tanti si sono resi conto che il rovesciamento di Mubarak non ha posto davvero fine al suo sistema di governo, all'anima profonda del regime, al meccanismo di potere del quale lui era solo il vertice. Quello che è cambiato, dall'11 febbraio ad oggi, è solo la persona di Mubarak, non tutto quello che ha avuto in Mubarak il suo punto di riferimento. Adesso il popolo di piazza Tahrir l'ha capito. E non credo che tornerà indietro.

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