In Italia tocca a Catania il “primato” nazionale della gioventù totalmente assorbita nel “NEET”.
Il comune di Catania, nel Documento Unico di Programmazione (DUP), solo alcuni giorni fa aveva evidenziato questo “primato” nazionale che riguarda i giovani catanesi – nella città che ambiva ad essere la Capitale della Cultura 2028 – targato “abbandono scolastico, bassa istruzione, scarse opportunità lavorative, formazione non all’altezza dello stesso mercato del lavoro”.
Tutto ciò si sintetizza nell’acronimo inglese “NEET”, “Not in Education, Employment, or Training”, che in Italia indica i giovani, tra i 15 e i 29 anni, che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso di formazione professionale.
I dati sul tema diffusi in questi giorni dall’agenzia no profit Openpolis confermano che Catania “primeggia” fra i capoluoghi con il 35,4% della popolazione tra 15 e 29 anni in questa condizione.
“Ovviamente”, al centro di questa dura realtà ci sono i quartieri popolari, con San Cristoforo e Librino “in testa”, il controllo capillare e militare della mafia impone la pax sociale alimentata anche da aspettative dettate dalle promesse elettorali e dal clientelismo diffuso.
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13/07/2026
Catania ha il “primato” nazionale dei “NEET”
25/01/2026
Dallo sviluppo al declino: la parabola dell’economia italiana
È dagli inizi del XXI secolo che si parla insistentemente di declino economico dell’Italia. E con ragione: dal punto di vista del tasso di crescita economica, il nostro paese nell’ultimo trentennio è stato il fanalino di coda dell’UE. Si tratta di un fenomeno straordinario (in negativo), considerato che nel 1991 eravamo arrivati ad essere la quarta potenza economica mondiale, con un PIL secondo in Europa solo a quello tedesco.
Come si spiega questa débâcle?
Una possibile risposta è che la nostra crescita era stata drogata dal forte ricorso all’indebitamento, per rimediare al quale, però, abbiamo poi dovuto compiere dei sacrifici che ci hanno penalizzato. Infatti a partire dagli anni Novanta, proprio a causa dell’elevato livello raggiunto dal nostro debito pubblico, abbiamo dovuto porre in essere delle politiche di austerità (elevata tassazione e bassa spesa pubblica) che hanno compresso la domanda interna (sia privata che statale), danneggiando le imprese. Sempre per rimettere in sesto i conti pubblici, abbiamo inoltre dovuto aderire all’euro, la moneta unica europea, che essendo più forte e meno a rischio di svalutazione rispetto alla lira ci avrebbe permesso di offrire titoli di stato dal tasso d’interesse più basso (e quindi di spendere meno per rifinanziare il debito); il venir meno del cambio favorevole tra la lira ed altre valute, però, ha ridotto la competitività di prezzo delle nostre esportazioni, procurando ulteriore danno alle imprese nazionali.
Ragionando in questi termini, dovremmo concludere che nella fase di più forte sviluppo abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi” (per usare un’espressione in voga negli ultimi anni) e che adesso stiamo pagando il prezzo della nostra imprevidenza.
Ma è davvero così? O le cose sono un poco più complesse?
Per capire cos’è andato storto nella vicenda italiana occorre ripercorrerla dall’inizio, sia pure sinteticamente. Il Regno d’Italia fu un regime oligarchico che operava in rispondenza alle élite possidenti e imprenditoriali del paese. La sua evoluzione in senso democratico, in atto dopo la prima guerra mondiale, fu bloccata da quelle stesse classi sociali, che sostennero l’ascesa del fascismo. Fu pertanto solo dopo il 1945 che l’Italia divenne stabilmente una democrazia. Anche in questo nuovo contesto istituzionale, tuttavia, la grande imprenditoria costituitasi nell’ottantennio precedente riuscì a mantenere una notevole influenza sul ceto di governo. In principio, ciò dipese dall’immaturità politica di tanta parte dell’elettorato italiano, che consentì a una dirigenza politica di orientamento conservatore (la DC delle origini) di ottenere il voto popolare in virtù dell’appoggio della Chiesa, che in quel contesto aveva una forte capacità di condizionamento sociale.
In seguito si ebbe tanto una maturazione dell’elettorato quanto un’evoluzione della classe politica, con l’emersione di una fazione progressista in seno alla Democrazia Cristiana e lo stabilirsi di un’alleanza fra DC e PSI; ma a quel punto le lobby imprenditoriali avevano acquisito una salda presa sui partiti di governo tramite la propria capacità di finanziarne l’attività, mentre questi ultimi avevano acquisito a loro volta una forte presa sulla società civile (potendo procacciarsi molti voti tramite attività di mediazione di risorse pubbliche), ragion per cui da una parte gli esecutivi dovettero continuare a tenere in gran conto i voleri della maggiore imprenditoria e dall’altra moltissimi elettori si mantennero fedeli ai partiti di governo, malgrado questi agissero in rispondenza più agli interessi di tale imprenditoria che a quelli dei ceti popolari.
I due fenomeni indicati avevano la stessa ragion d’essere. Sin dall’inizio della fase repubblicana, tutti i partiti italiani avevano puntato a espandere il più possibile i propri apparati, allo scopo di penetrare capillarmente la società civile e di poter così stabilire dei legami molto stretti con l’elettorato (anche dando vita a pratiche assistenziali e clientelari). All’origine di questo atteggiamento dovette esserci la citata immaturità politica degli italiani, che fece apparire necessario ricercare più il voto di appartenenza che quello di opinione. Tale espansione delle strutture partitiche fu favorita dall’arrivo di cospicui finanziamenti da parte americana e sovietica. Nel corso degli anni Sessanta, tuttavia, i contributi americani ai partiti di governo vennero meno. Questi ultimi, pertanto, si trovarono a dipendere fortemente dai finanziamenti imprenditoriali. Si stabilì in tal modo la situazione prima descritta, in cui da una parte i governanti dovevano agire nell’interesse di chi forniva loro risorse e dall’altra potevano servirsi delle medesime per mantenere ugualmente un elevato livello di consensi.
Questo cattivo funzionamento della democrazia italiana si rifletté sull’evoluzione della nostra economia, in quanto fece sì che venissero poste in essere politiche che per tutelare gli interessi immediati delle grandi imprese nazionali sacrificavano non soltanto quelli delle classi lavoratrici, ma anche l’interesse generale e di lungo periodo del paese.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la condizione di debolezza dell’apparato manifatturiero nazionale avrebbe reso necessaria, per consentirne la piena affermazione a livello internazionale, un’invasiva presenza dello stato nell’economia quale soggetto imprenditoriale e pianificatore dell’attività dei privati. Una strategia di tal fatta, che in Francia venne seguita con ottimi risultati, in Italia invece non risultò praticabile, in quanto contraria agli interessi dei più influenti gruppi imprenditoriali, che a causa di essa avrebbero sofferto una perdita di spazi e di libertà d’azione. Di conseguenza, la portata e le forme dell’intervento pubblico nell’economia subirono un’autolimitazione tale da conferire ad esso soltanto una funzione di supporto e supplenza delle attività dei grandi operatori privati: lo stato, insomma, si espanse in quei settori che occorreva far progredire per rendere più competitive queste ultime, ma che richiedevano investimenti superiori a quelli che i privati erano in grado di porre in essere (settori quali la siderurgia e le forniture energetiche, che dovevano rendere disponibili a basso costo acciaio e idrocarburi). L’industria privata andò così sviluppandosi nel modo più profittevole per i suoi titolari, ma a scapito del rafforzamento complessivo dell’economia nazionale. La competitività del nostro comparto manifatturiero si trovò pertanto a dipendere in misura determinante da fattori esterni.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli imprenditori si avvantaggiarono di un basso costo del lavoro, reso possibile dall’elevata disoccupazione che caratterizzò la società italiana per tutto quel periodo (tranne che nei primi anni Sessanta, quando il “miracolo economico” accelerò l’industrializzazione del Nord). Al mantenimento di tale situazione concorse l’atteggiamento degli stessi imprenditori, i quali impiegarono parte cospicua dei loro profitti in investimenti finanziari all’estero anziché nell’espansione delle loro strutture produttive (ciò si verificò in particolare negli anni 1964-69, quando ebbero la necessità di far risalire la disoccupazione a livelli tali da far venir meno l’inedita combattività operaia che si era manifestata nel periodo precedente). È questo un punto meritevole di sottolineatura, poiché il contenimento degli investimenti ebbe ovviamente l’effetto di limitare ulteriormente le possibilità di sviluppo della nostra struttura industriale. La difesa della competitività di prezzo dei manufatti venne dunque perseguita a scapito dell’espansione della capacità produttiva.
La prolungata compressione delle retribuzioni, tuttavia, finì per determinare un’esplosione delle rivendicazioni operaie, che si ebbe a partire dal tardo 1969. Negli anni Settanta, pertanto, il fattore di vantaggio rappresentato dal basso costo del lavoro venne meno. Le nostre produzioni, comunque, si mantennero competitive anche in questo decennio: ciò perché la forte inflazione dell’epoca, causata dagli aumenti dei prezzi decisi dagli imprenditori per recuperare i margini di guadagno erosi dalla crescita salariale, causò una svalutazione della lira che incise positivamente sul prezzo dei nostri manufatti sui mercati esteri e negativamente su quello dei beni d’importazione sul mercato nazionale.
L’inflazione, però, erodeva redditi e risparmi del ceto medio, che costituiva la base elettorale dei partiti di governo. Questi, pertanto, negli anni Ottanta si decisero a contrastarla. Per vincere l’opposizione del potere economico a tale svolta politica, essi gli offrirono una compensazione, consistente nella possibilità di acquistare titoli di debito pubblico dall’elevato rendimento. Questa strategia ebbe tuttavia l’effetto di incentivare l’imprenditoria a dirottare i propri capitali dagli investimenti produttivi all’acquisizione di rendite finanziarie. Ebbe inizio così il ridimensionamento della grande industria italiana. Paradossalmente questo decennio, che va dunque considerato la fase iniziale del nostro declino economico, è invece ricordato come l’ultimo in cui si ebbe un forte sviluppo; ma ciò dipende dal fatto che nel medesimo tempo si ebbe un’espansione della piccola impresa, espansione che compensò almeno in parte il ridursi della capacità della grande industria di creare occupazione e ricchezza. Fenomeni quali la tendenziale specializzazione di tale impresa in settori tradizionali a bassa tecnologia o il contributo non trascurabile alla sua ascesa che provenne dalle possibilità ad essa concesse di eludere le normative fiscali e di altro genere, tuttavia, fanno comprendere come l’affermazione di questa componente dell’apparato manifatturiero nazionale poggiasse su basi assai fragili.
Giunti a questo punto, possiamo rispondere alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: nei decenni di forte sviluppo economico, abbiamo davvero vissuto al di sopra dei nostri mezzi?
La risposta è negativa se ci riferiamo all’insieme della popolazione italiana, ma... diventa affermativa se ci riferiamo alle famiglie e alle cerchie proprietarie che hanno gestito le nostre maggiori aziende private. Queste non avevano i mezzi per competere ad armi pari con i maggiori imprenditori degli altri paesi avanzati, ma hanno voluto ugualmente “giocare a fare i grandi capitani d’industria”, e per riuscirci hanno dovuto imporre ai governanti di orientare il complesso della politica economica nazionale in una direzione ad esse favorevole, anche quando ciò comportava una rinuncia a sviluppare appieno le potenzialità del paese: quindi niente ingerenze dello stato nell’attività dei privati (se non quando si trattava di liberarli dai debiti accumulati da loro aziende in difficoltà: allora persino le nazionalizzazioni erano benviste!), niente controlli sulle esportazioni di capitali, niente tutela dell’attività sindacale (col risultato che la nostra classe operaia, per farsi valere, dovette intraprendere azioni di lotta particolarmente incisive, con effetti destabilizzanti sull’economia)... E quando infine lo stato non ha più avuto la possibilità di sostenere artificialmente la competitività delle loro imprese, hanno preteso di continuare a incassare elevati profitti, col risultato che il primo ha dovuto coprirsi di debiti per garantire loro delle ingenti rendite finanziarie.
A pagare il conto della loro inettitudine e del loro parassitismo, però, sono poi stati i lavoratori.
All’inizio degli anni Novanta la politica d’indebitamento, così com’era avvenuto per quella inflazionistica, parve non più sostenibile. Il ceto di governo, allora, si orientò verso una politica di risanamento fondata sulla partecipazione dell’Italia al progetto della moneta unica comunitaria, che gli avrebbe consentito di emettere debito in una valuta più forte della lira, e quindi di offrirlo a interessi più modesti senza allontanare i potenziali acquirenti. Per i titolari delle grandi aziende si profilò uno scenario catastrofico, contemplante da una parte una riduzione delle possibilità di procurarsi rendite finanziarie e dall’altra il venir meno di una moneta gestita in autonomia dallo stato italiano (e quindi suscettibile di essere svalutata per consentire un recupero di competitività delle produzioni nazionali). La via di salvezza che essi individuarono in questo difficile frangente consistette nell’appropriazione del patrimonio industriale, bancario e infrastrutturale dello stato e, più in generale, nel proprio inserimento nelle attività sino a quel momento condotte da operatori a questo facenti capo: dunque in una politica di privatizzazioni e liberalizzazioni dei pubblici servizi. In tal modo, avrebbero potuto radicarsi in settori (quali finanza, telecomunicazioni, forniture energetiche e gestione di infrastrutture) che garantivano il conseguimento di profitti certi e cospicui. I partiti di governo, però, non erano disposti a rinunciare al controllo di società che contribuivano in misura importante al loro potere (in ragione dei finanziamenti che assicuravano loro e della possibilità di orientarne le strategie d’investimento e l’assunzione di personale secondo logiche di creazione di consenso): si determinò in tal modo un’inusuale situazione di tensione fra questi e i rappresentanti del potere economico.
Di questa situazione approfittarono alcuni magistrati, che con il supporto dei mezzi d’informazione controllati dalle grandi imprese sferrarono un attacco ai suddetti partiti, “scoprendo” la pratica sistematica del finanziamento illecito dei secondi da parte delle prime ed estromettendo per via giudiziaria le dirigenze di tali partiti dalle posizioni di potere che occupavano (mentre i titolari delle aziende vennero prudentemente tenuti fuori dalle inchieste). Tale estromissione risultò definitiva, in quanto comportò la perdita della possibilità di praticare, tramite le leve di comando cui esse avevano avuto accesso sino ad allora, quelle forme di assistenzialismo e di clientelismo che nel tempo avevano assunto un ruolo fondamentale ai fini della conservazione del consenso elettorale, in ragione del fatto che la conduzione di politiche miranti ad assicurare il benessere della collettività tramite il perseguimento dello sviluppo aveva trovato un limite nella necessità di tutelare in via prioritaria gli interessi delle oligarchie imprenditoriali.
Si affermò pertanto un nuovo ceto di governo, costituito dalle seconde file dei partiti colpiti dalle inchieste giudiziarie (molti componenti delle quali si aggregarono intorno alla figura di Silvio Berlusconi, imprenditore fattosi politico per far sì che i propri interessi continuassero ad essere tutelati anche dopo la caduta del leader socialista che sino al 1992 era stato suo protettore), dagli eredi dei vecchi partiti d’opposizione e da una nuova formazione, sedicente antisistema, portatrice di istanze localiste. Prendendo il potere in una fase storica segnata dalla crescente sottomissione della politica alle forze economiche, fu inevitabile che i nuovi governanti (inclusi quelli provenienti dalle formazioni di sinistra) risultassero allineati ai voleri di queste ultime ancor più di quanto lo erano stati i vecchi. Oltretutto, nei decenni passati l’Italia aveva sofferto anche di un cattivo funzionamento della democrazia interna ai partiti, che aveva inciso negativamente sulle modalità di selezione delle nuove generazioni di dirigenti, favorendo l’affermazione di personalità scadenti per qualità intellettuali e morali; e infine va considerato che la carenza di legittimazione popolare di cui soffriva il ceto di governo emerso dalla tempesta giudiziaria (dovuta alle circostanze della sua ascesa al potere) lo rendeva particolarmente dipendente da quella che poteva essergli conferita da altri centri di potere, quali gli Stati Uniti, l’Unione Europea o, per l’appunto, la grande imprenditoria nazionale (la quale era in grado di svolgere un simile ruolo tramite i mezzi d’informazione di cui aveva il controllo).
Nel nostro paese, dunque, a partire dagli anni Novanta il potere politico risultò ancora più sottomesso al potere economico di quanto lo fosse stato in precedenza. Ciò spiega le misure antipopolari che le maggioranze di centro-destra e di centro-sinistra, alternatesi al potere da allora in poi, hanno posto in essere: non soltanto le privatizzazioni e liberalizzazioni di pubblici servizi, ma anche gli alleggerimenti fiscali per i più abbienti, i tagli alla spesa sociale e le politiche di precarizzazione del lavoro.
Da queste misure è scaturita un’accelerazione del nostro declino industriale, sia perché l’impoverimento dei lavoratori da esse causato ha compresso la domanda interna, sia perché l’abbattimento del costo del lavoro, tutelando i profitti imprenditoriali anche in assenza di investimenti volti a sostenere la produttività delle aziende e il valore aggiunto delle loro attività, ha disincentivato il compimento dei medesimi, sia perché l’inserimento nei servizi ex-pubblici ha indotto chi ne ha beneficiato a rarefare – prima ancora che gli investimenti – la propria stessa presenza nelle attività industriali di provenienza, sia infine perché si è avuta una penetrazione di attori stranieri nel nostro sistema economico (figlia delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione, nonché delle cessioni da parte di privati delle attività manifatturiere cui i medesimi non erano più interessati) che ne ha ridotto delle componenti di rilievo a rami periferici di società aventi i loro interessi principali al fuori dell’Italia.
Il rallentamento della crescita economica che da tale declino è derivato, impattando sulle entrate fiscali, ha inoltre impedito il riassorbimento del debito pubblico immesso sui mercati finanziari. Si è quindi mantenuto elevato il trasferimento di ricchezza pubblica ai detentori di titoli di stato, però con una differenza importante rispetto al passato: fra di essi hanno assunto un’importanza assai maggiore i soggetti stranieri, in qualità di diretti acquirenti del nostro debito o di azionisti di istituzioni finanziarie italiane. Il pagamento degli interessi sul debito è divenuto, così, un ulteriore veicolo di trasferimento di risorse dall’Italia ad altri paesi (“ulteriore”, poiché si aggiunge all’estrazione di profitti dalle aziende passate in mani straniere).
Un elemento distintivo del nuovo indirizzo politico è stato rappresentato dall’abbondanza di decisioni favorevoli a soggetti economici stranieri. Come detto, si è consentito che investitori esteri beneficiassero delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni e acquisissero ingenti rendite finanziarie. Al riguardo, va inoltre specificato che questa penetrazione del capitale straniero in Italia è stata consentita anche quando i suoi protagonisti appartenevano a paesi non egualmente aperti ad acquisizioni estere, e che si è tollerato che l’Unione Europea facesse pressioni su di noi perché dismettessimo il nostro patrimonio pubblico e aprissimo il nostro mercato, ma non avesse un atteggiamento analogo nei confronti di altri paesi membri. Contrarie all’interesse nazionale sono state anche l’adozione dell’euro, la quale, equivalendo a una rivalutazione della lira e ad una svalutazione delle monete continentali più forti (in particolare del marco), ha penalizzato le nostre esportazioni e reso più convenienti sul mercato interno i beni d’importazione; l’accettazione dell’espansione a Est dell’Unione, che ha fatto accedere i paesi ex-comunisti al mercato europeo e ha procurato loro ingenti aiuti finanziari (pagati anche dall’Italia, dato il nostro ruolo di contributore netto in seno all’UE), ponendoli così in condizione di attrarre imprese dall’Italia (con conseguente distruzione di posti di lavoro nel nostro paese) e da altre nazioni (in particolare dalla Germania, il cui sistema industriale ha ricavato da queste delocalizzazioni in paesi dal basso costo del lavoro una maggiore capacità di fare concorrenza al nostro); e la sottomissione alle regole comunitarie che ci imponevano di perseguire una politica di rigore finanziario, la quale ha penalizzato la nostra economia senza neppure migliorare lo stato dei conti pubblici. Sembra quindi che i nostri politici si siano macchiati di un vero e proprio “tradimento”, scegliendo di porsi al servizio di un progetto di distruzione della potenza economica nazionale concepito dai nostri principali competitori (Francia e Germania, padrone di fatto dell’Unione Europea).
La realtà è tuttavia più complessa. Certamente, il nuovo sistema partitico ha avvertito la necessità di servire centri di potere esteri, per compensare la carenza di legittimazione interna di cui si è detto; ma se le lobby imprenditoriali nazionali hanno tollerato che si sottomettesse alle mire colonialistiche franco-tedesche è stato perché esse, evidentemente, erano interessate alla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea anche a fronte di un atteggiamento ostile di quest’ultima nei nostri riguardi. Ciò peraltro risulta del tutto comprensibile qualora si consideri che dall’UE è provenuta una spinta importante in direzione della privatizzazione e della liberalizzazione del settore pubblico. Vero è che la politica comunitaria ha favorito l’inserimento in quest’ultimo non soltanto dell’imprenditoria nostrana, ma anche del capitale straniero; tuttavia, la stessa intraprendenza del secondo è risultata nell’interesse della prima, la quale ha potuto realizzare in partecipazione con esso delle iniziative che da sola non avrebbe avuto i mezzi per effettuare. Non meno importante è il fatto che l’opera normativa dell’Unione abbia contribuito ad alterare i rapporti di forza tra padronato e lavoratori in favore del primo. Essa difatti, tutelando la libera circolazione dei capitali, delle merci e della manodopera entro i confini dell’Unione, gli ha consentito sia di delocalizzare le proprie produzioni manifatturiere in paesi dal più basso costo del lavoro senza perdere la possibilità di commercializzarle in patria, sia di ridurre il costo del lavoro nella stessa Italia (in virtù del potere di ricatto conferitogli proprio dalla possibilità di trasferire altrove i propri impianti, nonché della possibilità di porre una cospicua manodopera immigrata in competizione con quella autoctona). L’Unione Europea ha insomma costituito una fonte di vincoli esterni utili a rendere più agevole la conduzione di politiche favorevoli all’imprenditoria (dal momento che il nostro ceto politico ha potuto scaricare su di essa la responsabilità delle medesime).
Bisogna inoltre tenere presente che i nostri principali operatori economici, una volta divenuti fornitori di servizi, sono divenuti interessati in misura preponderante a tutelare non le proprie attività industriali (oramai oggetto di disinvestimenti e quindi condannate in ogni caso al declino), bensì le rendite garantite da quelle attività terziarie e le possibilità di reinvestimento delle medesime nei circuiti finanziari internazionali. Ciò per un verso ha attenuato l’impatto negativo che avevano per essi le politiche comunitarie tese a deindustrializzare l'Italia, e per l’altro ha esaltato l’importanza dei benefici che ricavavano dall’appartenenza all’Unione in termini di libertà di movimento dei capitali. Questo loro riorientamento dall’industria alla finanza ha avuto anche l’effetto di rendere meno grave la ricaduta negativa dell’adozione dell’euro (consistente nella perdita di competitività di prezzo dei nostri manufatti) e di accrescerne quella positiva (rappresentata dalla possibilità di effettuare investimenti all’estero in una valuta più forte della lira, ossia dotata di un maggiore potere d’acquisto).
In conclusione, possiamo affermare che i detentori del potere economico hanno accettato l’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea in una posizione subordinata, comportante quindi l’imposizione di politiche ad essa sfavorevoli, in quanto tale integrazione procurava comunque loro più vantaggi che svantaggi.
In fondo, questo atteggiamento non ha rappresentato altro che l’esasperazione della mentalità che hanno sempre dimostrato di avere: la disponibilità a sacrificare l’interesse nazionale sull’altare del loro sacro interesse particolare. Possiamo dare per certo che tale mentalità continuerà a informare le loro strategie imprenditoriali e le richieste che indirizzeranno al potere politico. Sino alla distruzione totale della nostra struttura industriale, ovvero della nostra prosperità (chi crede che l’Italia possa vivere di turismo si prepari spiritualmente a mantenere i figli con la propria pensione... se gliela lasceranno). Oppure, se vogliamo dare ancora un minimo di credito ai nostri connazionali e a noi stessi, sino al momento in cui questa élite di parassiti e distruttori non verrà posta in condizione di non potere mai più nuocere.
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Come si spiega questa débâcle?
Una possibile risposta è che la nostra crescita era stata drogata dal forte ricorso all’indebitamento, per rimediare al quale, però, abbiamo poi dovuto compiere dei sacrifici che ci hanno penalizzato. Infatti a partire dagli anni Novanta, proprio a causa dell’elevato livello raggiunto dal nostro debito pubblico, abbiamo dovuto porre in essere delle politiche di austerità (elevata tassazione e bassa spesa pubblica) che hanno compresso la domanda interna (sia privata che statale), danneggiando le imprese. Sempre per rimettere in sesto i conti pubblici, abbiamo inoltre dovuto aderire all’euro, la moneta unica europea, che essendo più forte e meno a rischio di svalutazione rispetto alla lira ci avrebbe permesso di offrire titoli di stato dal tasso d’interesse più basso (e quindi di spendere meno per rifinanziare il debito); il venir meno del cambio favorevole tra la lira ed altre valute, però, ha ridotto la competitività di prezzo delle nostre esportazioni, procurando ulteriore danno alle imprese nazionali.
Ragionando in questi termini, dovremmo concludere che nella fase di più forte sviluppo abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi” (per usare un’espressione in voga negli ultimi anni) e che adesso stiamo pagando il prezzo della nostra imprevidenza.
Ma è davvero così? O le cose sono un poco più complesse?
Per capire cos’è andato storto nella vicenda italiana occorre ripercorrerla dall’inizio, sia pure sinteticamente. Il Regno d’Italia fu un regime oligarchico che operava in rispondenza alle élite possidenti e imprenditoriali del paese. La sua evoluzione in senso democratico, in atto dopo la prima guerra mondiale, fu bloccata da quelle stesse classi sociali, che sostennero l’ascesa del fascismo. Fu pertanto solo dopo il 1945 che l’Italia divenne stabilmente una democrazia. Anche in questo nuovo contesto istituzionale, tuttavia, la grande imprenditoria costituitasi nell’ottantennio precedente riuscì a mantenere una notevole influenza sul ceto di governo. In principio, ciò dipese dall’immaturità politica di tanta parte dell’elettorato italiano, che consentì a una dirigenza politica di orientamento conservatore (la DC delle origini) di ottenere il voto popolare in virtù dell’appoggio della Chiesa, che in quel contesto aveva una forte capacità di condizionamento sociale.
In seguito si ebbe tanto una maturazione dell’elettorato quanto un’evoluzione della classe politica, con l’emersione di una fazione progressista in seno alla Democrazia Cristiana e lo stabilirsi di un’alleanza fra DC e PSI; ma a quel punto le lobby imprenditoriali avevano acquisito una salda presa sui partiti di governo tramite la propria capacità di finanziarne l’attività, mentre questi ultimi avevano acquisito a loro volta una forte presa sulla società civile (potendo procacciarsi molti voti tramite attività di mediazione di risorse pubbliche), ragion per cui da una parte gli esecutivi dovettero continuare a tenere in gran conto i voleri della maggiore imprenditoria e dall’altra moltissimi elettori si mantennero fedeli ai partiti di governo, malgrado questi agissero in rispondenza più agli interessi di tale imprenditoria che a quelli dei ceti popolari.
I due fenomeni indicati avevano la stessa ragion d’essere. Sin dall’inizio della fase repubblicana, tutti i partiti italiani avevano puntato a espandere il più possibile i propri apparati, allo scopo di penetrare capillarmente la società civile e di poter così stabilire dei legami molto stretti con l’elettorato (anche dando vita a pratiche assistenziali e clientelari). All’origine di questo atteggiamento dovette esserci la citata immaturità politica degli italiani, che fece apparire necessario ricercare più il voto di appartenenza che quello di opinione. Tale espansione delle strutture partitiche fu favorita dall’arrivo di cospicui finanziamenti da parte americana e sovietica. Nel corso degli anni Sessanta, tuttavia, i contributi americani ai partiti di governo vennero meno. Questi ultimi, pertanto, si trovarono a dipendere fortemente dai finanziamenti imprenditoriali. Si stabilì in tal modo la situazione prima descritta, in cui da una parte i governanti dovevano agire nell’interesse di chi forniva loro risorse e dall’altra potevano servirsi delle medesime per mantenere ugualmente un elevato livello di consensi.
Questo cattivo funzionamento della democrazia italiana si rifletté sull’evoluzione della nostra economia, in quanto fece sì che venissero poste in essere politiche che per tutelare gli interessi immediati delle grandi imprese nazionali sacrificavano non soltanto quelli delle classi lavoratrici, ma anche l’interesse generale e di lungo periodo del paese.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la condizione di debolezza dell’apparato manifatturiero nazionale avrebbe reso necessaria, per consentirne la piena affermazione a livello internazionale, un’invasiva presenza dello stato nell’economia quale soggetto imprenditoriale e pianificatore dell’attività dei privati. Una strategia di tal fatta, che in Francia venne seguita con ottimi risultati, in Italia invece non risultò praticabile, in quanto contraria agli interessi dei più influenti gruppi imprenditoriali, che a causa di essa avrebbero sofferto una perdita di spazi e di libertà d’azione. Di conseguenza, la portata e le forme dell’intervento pubblico nell’economia subirono un’autolimitazione tale da conferire ad esso soltanto una funzione di supporto e supplenza delle attività dei grandi operatori privati: lo stato, insomma, si espanse in quei settori che occorreva far progredire per rendere più competitive queste ultime, ma che richiedevano investimenti superiori a quelli che i privati erano in grado di porre in essere (settori quali la siderurgia e le forniture energetiche, che dovevano rendere disponibili a basso costo acciaio e idrocarburi). L’industria privata andò così sviluppandosi nel modo più profittevole per i suoi titolari, ma a scapito del rafforzamento complessivo dell’economia nazionale. La competitività del nostro comparto manifatturiero si trovò pertanto a dipendere in misura determinante da fattori esterni.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli imprenditori si avvantaggiarono di un basso costo del lavoro, reso possibile dall’elevata disoccupazione che caratterizzò la società italiana per tutto quel periodo (tranne che nei primi anni Sessanta, quando il “miracolo economico” accelerò l’industrializzazione del Nord). Al mantenimento di tale situazione concorse l’atteggiamento degli stessi imprenditori, i quali impiegarono parte cospicua dei loro profitti in investimenti finanziari all’estero anziché nell’espansione delle loro strutture produttive (ciò si verificò in particolare negli anni 1964-69, quando ebbero la necessità di far risalire la disoccupazione a livelli tali da far venir meno l’inedita combattività operaia che si era manifestata nel periodo precedente). È questo un punto meritevole di sottolineatura, poiché il contenimento degli investimenti ebbe ovviamente l’effetto di limitare ulteriormente le possibilità di sviluppo della nostra struttura industriale. La difesa della competitività di prezzo dei manufatti venne dunque perseguita a scapito dell’espansione della capacità produttiva.
La prolungata compressione delle retribuzioni, tuttavia, finì per determinare un’esplosione delle rivendicazioni operaie, che si ebbe a partire dal tardo 1969. Negli anni Settanta, pertanto, il fattore di vantaggio rappresentato dal basso costo del lavoro venne meno. Le nostre produzioni, comunque, si mantennero competitive anche in questo decennio: ciò perché la forte inflazione dell’epoca, causata dagli aumenti dei prezzi decisi dagli imprenditori per recuperare i margini di guadagno erosi dalla crescita salariale, causò una svalutazione della lira che incise positivamente sul prezzo dei nostri manufatti sui mercati esteri e negativamente su quello dei beni d’importazione sul mercato nazionale.
L’inflazione, però, erodeva redditi e risparmi del ceto medio, che costituiva la base elettorale dei partiti di governo. Questi, pertanto, negli anni Ottanta si decisero a contrastarla. Per vincere l’opposizione del potere economico a tale svolta politica, essi gli offrirono una compensazione, consistente nella possibilità di acquistare titoli di debito pubblico dall’elevato rendimento. Questa strategia ebbe tuttavia l’effetto di incentivare l’imprenditoria a dirottare i propri capitali dagli investimenti produttivi all’acquisizione di rendite finanziarie. Ebbe inizio così il ridimensionamento della grande industria italiana. Paradossalmente questo decennio, che va dunque considerato la fase iniziale del nostro declino economico, è invece ricordato come l’ultimo in cui si ebbe un forte sviluppo; ma ciò dipende dal fatto che nel medesimo tempo si ebbe un’espansione della piccola impresa, espansione che compensò almeno in parte il ridursi della capacità della grande industria di creare occupazione e ricchezza. Fenomeni quali la tendenziale specializzazione di tale impresa in settori tradizionali a bassa tecnologia o il contributo non trascurabile alla sua ascesa che provenne dalle possibilità ad essa concesse di eludere le normative fiscali e di altro genere, tuttavia, fanno comprendere come l’affermazione di questa componente dell’apparato manifatturiero nazionale poggiasse su basi assai fragili.
Giunti a questo punto, possiamo rispondere alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: nei decenni di forte sviluppo economico, abbiamo davvero vissuto al di sopra dei nostri mezzi?
La risposta è negativa se ci riferiamo all’insieme della popolazione italiana, ma... diventa affermativa se ci riferiamo alle famiglie e alle cerchie proprietarie che hanno gestito le nostre maggiori aziende private. Queste non avevano i mezzi per competere ad armi pari con i maggiori imprenditori degli altri paesi avanzati, ma hanno voluto ugualmente “giocare a fare i grandi capitani d’industria”, e per riuscirci hanno dovuto imporre ai governanti di orientare il complesso della politica economica nazionale in una direzione ad esse favorevole, anche quando ciò comportava una rinuncia a sviluppare appieno le potenzialità del paese: quindi niente ingerenze dello stato nell’attività dei privati (se non quando si trattava di liberarli dai debiti accumulati da loro aziende in difficoltà: allora persino le nazionalizzazioni erano benviste!), niente controlli sulle esportazioni di capitali, niente tutela dell’attività sindacale (col risultato che la nostra classe operaia, per farsi valere, dovette intraprendere azioni di lotta particolarmente incisive, con effetti destabilizzanti sull’economia)... E quando infine lo stato non ha più avuto la possibilità di sostenere artificialmente la competitività delle loro imprese, hanno preteso di continuare a incassare elevati profitti, col risultato che il primo ha dovuto coprirsi di debiti per garantire loro delle ingenti rendite finanziarie.
A pagare il conto della loro inettitudine e del loro parassitismo, però, sono poi stati i lavoratori.
All’inizio degli anni Novanta la politica d’indebitamento, così com’era avvenuto per quella inflazionistica, parve non più sostenibile. Il ceto di governo, allora, si orientò verso una politica di risanamento fondata sulla partecipazione dell’Italia al progetto della moneta unica comunitaria, che gli avrebbe consentito di emettere debito in una valuta più forte della lira, e quindi di offrirlo a interessi più modesti senza allontanare i potenziali acquirenti. Per i titolari delle grandi aziende si profilò uno scenario catastrofico, contemplante da una parte una riduzione delle possibilità di procurarsi rendite finanziarie e dall’altra il venir meno di una moneta gestita in autonomia dallo stato italiano (e quindi suscettibile di essere svalutata per consentire un recupero di competitività delle produzioni nazionali). La via di salvezza che essi individuarono in questo difficile frangente consistette nell’appropriazione del patrimonio industriale, bancario e infrastrutturale dello stato e, più in generale, nel proprio inserimento nelle attività sino a quel momento condotte da operatori a questo facenti capo: dunque in una politica di privatizzazioni e liberalizzazioni dei pubblici servizi. In tal modo, avrebbero potuto radicarsi in settori (quali finanza, telecomunicazioni, forniture energetiche e gestione di infrastrutture) che garantivano il conseguimento di profitti certi e cospicui. I partiti di governo, però, non erano disposti a rinunciare al controllo di società che contribuivano in misura importante al loro potere (in ragione dei finanziamenti che assicuravano loro e della possibilità di orientarne le strategie d’investimento e l’assunzione di personale secondo logiche di creazione di consenso): si determinò in tal modo un’inusuale situazione di tensione fra questi e i rappresentanti del potere economico.
Di questa situazione approfittarono alcuni magistrati, che con il supporto dei mezzi d’informazione controllati dalle grandi imprese sferrarono un attacco ai suddetti partiti, “scoprendo” la pratica sistematica del finanziamento illecito dei secondi da parte delle prime ed estromettendo per via giudiziaria le dirigenze di tali partiti dalle posizioni di potere che occupavano (mentre i titolari delle aziende vennero prudentemente tenuti fuori dalle inchieste). Tale estromissione risultò definitiva, in quanto comportò la perdita della possibilità di praticare, tramite le leve di comando cui esse avevano avuto accesso sino ad allora, quelle forme di assistenzialismo e di clientelismo che nel tempo avevano assunto un ruolo fondamentale ai fini della conservazione del consenso elettorale, in ragione del fatto che la conduzione di politiche miranti ad assicurare il benessere della collettività tramite il perseguimento dello sviluppo aveva trovato un limite nella necessità di tutelare in via prioritaria gli interessi delle oligarchie imprenditoriali.
Si affermò pertanto un nuovo ceto di governo, costituito dalle seconde file dei partiti colpiti dalle inchieste giudiziarie (molti componenti delle quali si aggregarono intorno alla figura di Silvio Berlusconi, imprenditore fattosi politico per far sì che i propri interessi continuassero ad essere tutelati anche dopo la caduta del leader socialista che sino al 1992 era stato suo protettore), dagli eredi dei vecchi partiti d’opposizione e da una nuova formazione, sedicente antisistema, portatrice di istanze localiste. Prendendo il potere in una fase storica segnata dalla crescente sottomissione della politica alle forze economiche, fu inevitabile che i nuovi governanti (inclusi quelli provenienti dalle formazioni di sinistra) risultassero allineati ai voleri di queste ultime ancor più di quanto lo erano stati i vecchi. Oltretutto, nei decenni passati l’Italia aveva sofferto anche di un cattivo funzionamento della democrazia interna ai partiti, che aveva inciso negativamente sulle modalità di selezione delle nuove generazioni di dirigenti, favorendo l’affermazione di personalità scadenti per qualità intellettuali e morali; e infine va considerato che la carenza di legittimazione popolare di cui soffriva il ceto di governo emerso dalla tempesta giudiziaria (dovuta alle circostanze della sua ascesa al potere) lo rendeva particolarmente dipendente da quella che poteva essergli conferita da altri centri di potere, quali gli Stati Uniti, l’Unione Europea o, per l’appunto, la grande imprenditoria nazionale (la quale era in grado di svolgere un simile ruolo tramite i mezzi d’informazione di cui aveva il controllo).
Nel nostro paese, dunque, a partire dagli anni Novanta il potere politico risultò ancora più sottomesso al potere economico di quanto lo fosse stato in precedenza. Ciò spiega le misure antipopolari che le maggioranze di centro-destra e di centro-sinistra, alternatesi al potere da allora in poi, hanno posto in essere: non soltanto le privatizzazioni e liberalizzazioni di pubblici servizi, ma anche gli alleggerimenti fiscali per i più abbienti, i tagli alla spesa sociale e le politiche di precarizzazione del lavoro.
Da queste misure è scaturita un’accelerazione del nostro declino industriale, sia perché l’impoverimento dei lavoratori da esse causato ha compresso la domanda interna, sia perché l’abbattimento del costo del lavoro, tutelando i profitti imprenditoriali anche in assenza di investimenti volti a sostenere la produttività delle aziende e il valore aggiunto delle loro attività, ha disincentivato il compimento dei medesimi, sia perché l’inserimento nei servizi ex-pubblici ha indotto chi ne ha beneficiato a rarefare – prima ancora che gli investimenti – la propria stessa presenza nelle attività industriali di provenienza, sia infine perché si è avuta una penetrazione di attori stranieri nel nostro sistema economico (figlia delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione, nonché delle cessioni da parte di privati delle attività manifatturiere cui i medesimi non erano più interessati) che ne ha ridotto delle componenti di rilievo a rami periferici di società aventi i loro interessi principali al fuori dell’Italia.
Il rallentamento della crescita economica che da tale declino è derivato, impattando sulle entrate fiscali, ha inoltre impedito il riassorbimento del debito pubblico immesso sui mercati finanziari. Si è quindi mantenuto elevato il trasferimento di ricchezza pubblica ai detentori di titoli di stato, però con una differenza importante rispetto al passato: fra di essi hanno assunto un’importanza assai maggiore i soggetti stranieri, in qualità di diretti acquirenti del nostro debito o di azionisti di istituzioni finanziarie italiane. Il pagamento degli interessi sul debito è divenuto, così, un ulteriore veicolo di trasferimento di risorse dall’Italia ad altri paesi (“ulteriore”, poiché si aggiunge all’estrazione di profitti dalle aziende passate in mani straniere).
Un elemento distintivo del nuovo indirizzo politico è stato rappresentato dall’abbondanza di decisioni favorevoli a soggetti economici stranieri. Come detto, si è consentito che investitori esteri beneficiassero delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni e acquisissero ingenti rendite finanziarie. Al riguardo, va inoltre specificato che questa penetrazione del capitale straniero in Italia è stata consentita anche quando i suoi protagonisti appartenevano a paesi non egualmente aperti ad acquisizioni estere, e che si è tollerato che l’Unione Europea facesse pressioni su di noi perché dismettessimo il nostro patrimonio pubblico e aprissimo il nostro mercato, ma non avesse un atteggiamento analogo nei confronti di altri paesi membri. Contrarie all’interesse nazionale sono state anche l’adozione dell’euro, la quale, equivalendo a una rivalutazione della lira e ad una svalutazione delle monete continentali più forti (in particolare del marco), ha penalizzato le nostre esportazioni e reso più convenienti sul mercato interno i beni d’importazione; l’accettazione dell’espansione a Est dell’Unione, che ha fatto accedere i paesi ex-comunisti al mercato europeo e ha procurato loro ingenti aiuti finanziari (pagati anche dall’Italia, dato il nostro ruolo di contributore netto in seno all’UE), ponendoli così in condizione di attrarre imprese dall’Italia (con conseguente distruzione di posti di lavoro nel nostro paese) e da altre nazioni (in particolare dalla Germania, il cui sistema industriale ha ricavato da queste delocalizzazioni in paesi dal basso costo del lavoro una maggiore capacità di fare concorrenza al nostro); e la sottomissione alle regole comunitarie che ci imponevano di perseguire una politica di rigore finanziario, la quale ha penalizzato la nostra economia senza neppure migliorare lo stato dei conti pubblici. Sembra quindi che i nostri politici si siano macchiati di un vero e proprio “tradimento”, scegliendo di porsi al servizio di un progetto di distruzione della potenza economica nazionale concepito dai nostri principali competitori (Francia e Germania, padrone di fatto dell’Unione Europea).
La realtà è tuttavia più complessa. Certamente, il nuovo sistema partitico ha avvertito la necessità di servire centri di potere esteri, per compensare la carenza di legittimazione interna di cui si è detto; ma se le lobby imprenditoriali nazionali hanno tollerato che si sottomettesse alle mire colonialistiche franco-tedesche è stato perché esse, evidentemente, erano interessate alla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea anche a fronte di un atteggiamento ostile di quest’ultima nei nostri riguardi. Ciò peraltro risulta del tutto comprensibile qualora si consideri che dall’UE è provenuta una spinta importante in direzione della privatizzazione e della liberalizzazione del settore pubblico. Vero è che la politica comunitaria ha favorito l’inserimento in quest’ultimo non soltanto dell’imprenditoria nostrana, ma anche del capitale straniero; tuttavia, la stessa intraprendenza del secondo è risultata nell’interesse della prima, la quale ha potuto realizzare in partecipazione con esso delle iniziative che da sola non avrebbe avuto i mezzi per effettuare. Non meno importante è il fatto che l’opera normativa dell’Unione abbia contribuito ad alterare i rapporti di forza tra padronato e lavoratori in favore del primo. Essa difatti, tutelando la libera circolazione dei capitali, delle merci e della manodopera entro i confini dell’Unione, gli ha consentito sia di delocalizzare le proprie produzioni manifatturiere in paesi dal più basso costo del lavoro senza perdere la possibilità di commercializzarle in patria, sia di ridurre il costo del lavoro nella stessa Italia (in virtù del potere di ricatto conferitogli proprio dalla possibilità di trasferire altrove i propri impianti, nonché della possibilità di porre una cospicua manodopera immigrata in competizione con quella autoctona). L’Unione Europea ha insomma costituito una fonte di vincoli esterni utili a rendere più agevole la conduzione di politiche favorevoli all’imprenditoria (dal momento che il nostro ceto politico ha potuto scaricare su di essa la responsabilità delle medesime).
Bisogna inoltre tenere presente che i nostri principali operatori economici, una volta divenuti fornitori di servizi, sono divenuti interessati in misura preponderante a tutelare non le proprie attività industriali (oramai oggetto di disinvestimenti e quindi condannate in ogni caso al declino), bensì le rendite garantite da quelle attività terziarie e le possibilità di reinvestimento delle medesime nei circuiti finanziari internazionali. Ciò per un verso ha attenuato l’impatto negativo che avevano per essi le politiche comunitarie tese a deindustrializzare l'Italia, e per l’altro ha esaltato l’importanza dei benefici che ricavavano dall’appartenenza all’Unione in termini di libertà di movimento dei capitali. Questo loro riorientamento dall’industria alla finanza ha avuto anche l’effetto di rendere meno grave la ricaduta negativa dell’adozione dell’euro (consistente nella perdita di competitività di prezzo dei nostri manufatti) e di accrescerne quella positiva (rappresentata dalla possibilità di effettuare investimenti all’estero in una valuta più forte della lira, ossia dotata di un maggiore potere d’acquisto).
In conclusione, possiamo affermare che i detentori del potere economico hanno accettato l’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea in una posizione subordinata, comportante quindi l’imposizione di politiche ad essa sfavorevoli, in quanto tale integrazione procurava comunque loro più vantaggi che svantaggi.
In fondo, questo atteggiamento non ha rappresentato altro che l’esasperazione della mentalità che hanno sempre dimostrato di avere: la disponibilità a sacrificare l’interesse nazionale sull’altare del loro sacro interesse particolare. Possiamo dare per certo che tale mentalità continuerà a informare le loro strategie imprenditoriali e le richieste che indirizzeranno al potere politico. Sino alla distruzione totale della nostra struttura industriale, ovvero della nostra prosperità (chi crede che l’Italia possa vivere di turismo si prepari spiritualmente a mantenere i figli con la propria pensione... se gliela lasceranno). Oppure, se vogliamo dare ancora un minimo di credito ai nostri connazionali e a noi stessi, sino al momento in cui questa élite di parassiti e distruttori non verrà posta in condizione di non potere mai più nuocere.
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01/01/2026
Siria - Come è nata e cresciuta l'economia sommersa
Dalla caduta del governo dell’ex Presidente siriano Bashar al-Assad, Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha consolidato il controllo sui settori militare, della sicurezza, dell’istruzione e dell’economia siriani. Una facciata formale di civili, consigli, comitati e ministeri, maschera una cerchia molto più ristretta che dirige le leve del governo. In nessun luogo questo divario tra apparenza e realtà è più evidente che nella sfera economica.
L’autoproclamato Presidente siriano Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Muhammad al-Julani quando era un capo di Al-Qaeda) ha emanato decreti che istituiscono un nuovo reticolo di organismi economici sotto la sua diretta autorità o sotto la “Segreteria Generale della Presidenza”, guidata da suo fratello Maher al-Sharaa.
Tra questi figurano il Comitato Nazionale per l’Importazione e l’Esportazione, l’Autorità Generale per i Valichi di Frontiera e le Dogane, un fondo sovrano, il Fondo di Sviluppo e l’Autorità Generale per l’Aviazione Civile. Alcuni sono entità ricostituite, un tempo appartenenti ai Ministeri dei Trasporti, dell’Economia o delle Finanze; altri sono invenzioni del nuovo regime. Tutti ora trasferiscono potere verso l’alto nella struttura di comando della famiglia Sharaa.
Sulla carta, l’economia è supervisionata dal Ministro dell’Economia e dell’Industria Mohamed Nidal al-Shaar, dal Ministro delle Finanze Mohamed Yasar Barniyya e dal Governatore della Banca Centrale Abdel Qader al-Hasriyya.
Eppure, uomini d’affari, tecnocrati e addetti ai lavori descrivono un sistema in cui questi funzionari fungono in gran parte da facciata. Il processo decisionale si basa su un “deep state economico” gestito dai fratelli del Presidente e imposto da una figura inaspettata: Ibrahim Sukkarieh, noto all’interno del sistema come Abu Maryam al-Australi.
Il tutore
L’ascesa di Sukkarieh, o “Abu Maryam l’Australiano”, nato in Australia da padre libanese di Akkar e madre australiana, e cresciuto a Brisbane, è diventata una delle storie più rivelatrici della trasformazione della Siria post-Assad.
Arrivò in Siria nel 2013, in un momento di profonda agitazione e in circostanze che sarebbero diventate chiare solo in seguito. Lasciò l’Australia il giorno prima che suo fratello Ahmed compisse un attentato suicida con un’autobomba nella campagna di Damasco, un attentato che rese Ahmed il primo attentatore suicida australiano di cui si abbia notizia.
Un altro fratello, Omar, è stato condannato a quattro anni e mezzo in Australia nel 2016 per aver finanziato il precursore di HTS, il Fronte al-Nusra, ponendo la famiglia sotto il controllo dei servizi segreti in entrambe le parti del mondo.
A Idlib, Ibrahim si è inizialmente creato un profilo come commentatore di lingua inglese, apparendo su programmi Web e social media per discutere del governo della Regione. Usando nomi come “Ibrahim Massoud” e “Ibrahim bin Massoud”, si è presentato come ricercatore e analista, arrivando persino a definirsi scherzosamente su alcune piattaforme come “uomo d’affari, amante del cricket, amante dello shawarma” (una pietanza di carne mediorientale). Eppure, dietro questa immagine costruita ad arte, si nascondeva una storia diversa.
Secondo fonti siriane e molteplici rapporti interni, Sukkarieh ha ricoperto incarichi militari e organizzativi all’interno di HTS, ricoprendo il ruolo di emiro di settore prima del 2020. Nell’ottobre 2022, è entrato a far parte del “comitato di monitoraggio generale” del gruppo, guidato da Abd al-Rahim Attoun, l’ex mufti di HTS che ora dirige l'“ufficio di consultazione religiosa” della presidenza.
Accanto a questi ruoli, Sukkarieh ha gestito E-Clean, un’azienda di igiene strettamente legata al Governo di Salvezza di Idlib, posizionandosi all’intersezione tra l’amministrazione economica e il braccio operativo di HTS. In seguito, nell’ottobre 2023, ha assunto la responsabilità del dossier tecnologico e delle comunicazioni dell’autorità, succedendo ad Abu Talha al-Halabi ed espandendo la sua influenza all’interno delle reti burocratiche di HTS.
Nel corso di tutti questi anni, le autorità australiane lo hanno tenuto nella lista delle persone sanzionate per finanziamento del terrorismo, una designazione che Canberra continua a sostenere, anche se Sukkarieh è passato dai circuiti degli insorti a una sfera decisamente più importante: il palazzo.
Il comitato ombra e la nascita di un’economia parallela
Informazioni internazionali e informazioni trapelate hanno poi rivelato che, dopo il crollo del governo di Assad, Sukkarieh ha assunto un ruolo centrale all’interno del palazzo presidenziale, collaborando direttamente con il fratello maggiore del Presidente siriano, Hazem al-Sharaa, per ristrutturare l’economia siriana.
Indagini giornalistiche lo descrivono come il capo di un “Comitato Ombra” responsabile di orchestrare il sequestro di beni un tempo detenuti da imprenditori dell’era Assad. Secondo fonti a conoscenza delle sue attività, il Comitato ha preso il controllo di circa 1,6 miliardi di dollari (1.363 milioni di euro) in proprietà, portafogli di investimento e partecipazioni nel settore delle telecomunicazioni, inclusi circa 1,5 miliardi di dollari (1,278 miliardi di euro) legati a tre potenti imprenditori affiliati al precedente governo.
Secondo la pubblicazione francese Intelligence Online, Abu Maryam attualmente presiede il comitato presidenziale, in una politica descritta da alcune fonti come “perdono in cambio di denaro”.
Invece di procedure giudiziarie, il Comitato si affida a “accordi”, negoziati che lasciano all’imprenditore preso di mira una frazione dei suoi averi in cambio di pagamenti in denaro, lealtà politica o entrambi. Gran parte della ricchezza recuperata è stata trasferita a un fondo sovrano di recente istituzione, sotto la supervisione presidenziale.
Lo stesso rapporto francese rileva che in precedenza l’uomo ha ricoperto ruoli di supervisione economica all’interno di strutture HTS e che attualmente è coinvolto nella gestione di sistemi finanziari digitali come Sham Cash.
Accordi, sequestri e minacce
Secondo due uomini d’affari, ognuno dei quali ha comunicato personalmente con Abu Maryam al-Australi, la prima fonte, un noto uomo d’affari che ha lasciato Damasco dopo la caduta del governo, afferma: “Abu Maryam al-Australi mi ha chiamato e mi ha proposto un accordo in base al quale avrei rinunciato all’80% dei miei beni. Dopo il mio rifiuto, sono stato minacciato di sequestro di tutti i miei beni mobili e immobili. In seguito abbiamo raggiunto un accordo che mi imponeva di pagare per impedire il sequestro. Dopo aver pagato, mi hanno contattato di nuovo mesi dopo e mi hanno nuovamente estorto denaro. Quando mi sono rifiutato di pagare, i miei beni sono stati sequestrati”.
Conferma di aver contattato il Ministro delle Finanze Barniyya, un vecchio amico, ma il ministro gli ha detto: “Quello che sta accadendo non è legale” e che nessuna legge consente un simile sequestro, eppure non ha l’autorità di fermarlo. Spiega di aver parlato con Abu Maryam solo una volta. In seguito, qualcuno dell’ufficio di Abu Maryam si è occupato del resto. Il primo pagamento, afferma, è stato effettuato in contanti perché si sono rifiutati di accettare qualsiasi bonifico bancario che potesse in seguito fungere da prova.
Il secondo uomo d’affari conferma che, sotto incessanti pressioni e continue estorsioni, è stato costretto a cedere l’80% dei suoi beni, sottolineando che le pressioni provenivano direttamente da Abu Maryam in coordinamento con Hazem al-Sharaa.
Un’altra fonte riferisce che l’uomo d’affari siriano Samir Hassan è stato arrestato a settembre dai servizi di sicurezza del governo di transizione nonostante le promesse del governo di non arrestarlo in seguito al suo accordo con Abu Maryam e Hazem al-Sharaa e al pagamento della somma richiesta.
L’economista siriano Mohammed Olabi afferma che oggi l’economia siriana “è divisa in tre sistemi paralleli: l’economia statale, l’economia del Nord-ovest con sede a Idlib e l’economia dell’Eufrate Orientale”, spiegando che ognuna ha “le proprie strutture finanziarie, doganali e operative”, rendendo l’economia, come ha affermato, “priva di un centro unificato” e rendendo “qualsiasi politica nazionale ostaggio di zone di influenza parallele al di fuori dell’autorità di un singolo Stato”.
Per quanto riguarda i poteri ministeriali ed economici, Olabi ha affermato che l’attuale panorama “rende difficile affermare che i ministri possiedano una reale autorità decisionale”, osservando che “la maggior parte delle decisioni economiche vengono prese al di fuori del quadro ministeriale”, redatte “nella cerchia ristretta della presidenza o attraverso comitati economici non ufficiali che controllano i fascicoli di investimento, le banche, gli accordi e persino le decisioni in materia di import/export”.
Tre economie parallele
Olabi osserva che un ministro “non definisce le politiche quanto piuttosto le esegue” e che il suo ruolo è spesso “tecnico o mediatico piuttosto che decisionale”. Persino la Banca Centrale Siriana, che dovrebbe essere la più indipendente, “opera entro limiti stabiliti da centri di potere paralleli che supervisionano la politica monetaria e la gestione della liquidità”.
L’economista Younes Karim descrive una gerarchia a tre livelli: la Segreteria Presidenziale sotto la guida di Maher al-Sharaa; il Consiglio Economico Supremo sotto la guida di Hazem al-Sharaa; e le reti clerico-di sicurezza di figure di HTS la cui influenza è tollerata perché garantisce la lealtà.
Spiega che Maher al-Sharaa “è diventato un centro decisionale chiave e l’architetto della politica economica”, perché “ogni decisione amministrativa o economica rientra nelle sue competenze”. Il secondo centro di potere è il “Consiglio Supremo Economico” guidato da Hazem al-Sharaa, il cui ruolo è diventato “il sostituto della Camera di Commercio”, precedentemente gestita di fatto dalla moglie dell’ex Presidente Assad.
Karim afferma che il Segretariato è diventato “un gabinetto parallelo”, che emette decisioni con l’immediatezza un tempo associata a un primo ministro o persino a un vicepresidente. Descrive una dualità emergente: uno “Stato dei poveri”, rappresentato dai ministeri, e uno “Stato sovracostituzionale”, composto da organismi d’élite legati alla famiglia Sharaa.
All’interno di questo ordinamento, Sukkarieh dirige l’ala di attuazione economica, mentre Mustafa Kadeed, noto come Abu Abdel Rahman, gestisce i flussi finanziari. Descrive Hazem come l’incarnazione dell'“economia sommersa”, mentre Maher rappresenta l'“economia ufficiale”.
Karim mette in guardia dal “crollo del concetto di Stato”, dalla “cancellazione dell’identità istituzionale della Siria” e dall'“imminente scontro” tra centri di potere concorrenti. “La lotta è iniziata”, dice. “Ogni fazione sta definendo il proprio spazio. Lo scontro è alle porte”.
All’interno della nuova rete di potere
L’architettura dell’autorità in Siria oggi è costruita attorno a un’unica famiglia allargata e agli agenti che la servono.
A capo di essa siede Ahmad al-Sharaa, Presidente della repubblica, mentre suo fratello Maher, segretario generale della presidenza, funge da vero e proprio comando esecutivo. L’altro fratello, Hazem, presiede il Consiglio Economico Supremo e plasma l’economia sommersa che ora eclissa quella formale. Al loro fianco lavora Ibrahim Sukkarieh, o Abu Maryam al-Australi, l’agente nato all’estero che fa rispettare gli accordi, negozia i trasferimenti di beni e supervisiona il meccanismo della ristrutturazione economica coercitiva.
Altri parenti occupano posizioni strategiche: il nipote del Presidente, Owais al-Sharaa, il cui mandato preciso rimane oscuro; Ahmad al-Droubi, suo cognato che controlla la tesoreria della Banca Centrale Siriana; e Maher Marwan, un altro cognato nominato Governatore di Damasco. Persino il fratello del Presidente, Jamal al-Sharaa, un tempo parte di questa costellazione, è stato messo da parte dopo che il Presidente ha sigillato il suo ufficio a Damasco con ceralacca rossa e gli ha vietato i rapporti ufficiali.
Nel complesso, queste posizioni equivalgono a un consolidamento del potere senza precedenti persino sotto il governo di Assad: autorità economica, supervisione amministrativa, influenza sulla sicurezza e liquidità finanziaria concentrate in una sola famiglia e in un unico estraneo di fiducia che è diventato indispensabile per il suo governo.
Uno stato che esiste sulla carta e una rete che governa nella pratica
Invece di procedere verso una ricostruzione istituzionale dopo la guerra, la Siria è sprofondata sempre più in un sistema di governo interconnesso in cui gli organi ufficiali fungono principalmente da facciata. I ministeri emanano ancora decreti, ma l’autorità che li sostiene è scarsa; i comitati timbrano i documenti, ma le vere decisioni vengono prese altrove. Il potere ora si muove attraverso canali privati e reti familiari, ancorate al Comitato Ombra guidato da Hazem al-Sharaa e Abu Maryam al-Australi.
Governi stranieri, investitori e gli stessi siriani si trovano di fronte a uno Stato i cui contorni rimangono intatti, ma il cui nucleo operativo è stato sostituito da una piccola rete interconnessa di familiari, lealisti e un agente di origine straniera, la cui traiettoria da commentatore legato ai militanti a personaggio interno al palazzo ora definisce la transizione.
La domanda irrisolta, sia per i siriani che per gli stranieri, è semplice: come può un Paese ricostruirsi quando le sue istituzioni sono vuote, la sua economia è gestita da reti private e il suo futuro dipende dalle decisioni di individui che operano al di sopra dello Stato piuttosto che al suo interno?
Fonte
L’autoproclamato Presidente siriano Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Muhammad al-Julani quando era un capo di Al-Qaeda) ha emanato decreti che istituiscono un nuovo reticolo di organismi economici sotto la sua diretta autorità o sotto la “Segreteria Generale della Presidenza”, guidata da suo fratello Maher al-Sharaa.
Tra questi figurano il Comitato Nazionale per l’Importazione e l’Esportazione, l’Autorità Generale per i Valichi di Frontiera e le Dogane, un fondo sovrano, il Fondo di Sviluppo e l’Autorità Generale per l’Aviazione Civile. Alcuni sono entità ricostituite, un tempo appartenenti ai Ministeri dei Trasporti, dell’Economia o delle Finanze; altri sono invenzioni del nuovo regime. Tutti ora trasferiscono potere verso l’alto nella struttura di comando della famiglia Sharaa.
Sulla carta, l’economia è supervisionata dal Ministro dell’Economia e dell’Industria Mohamed Nidal al-Shaar, dal Ministro delle Finanze Mohamed Yasar Barniyya e dal Governatore della Banca Centrale Abdel Qader al-Hasriyya.
Eppure, uomini d’affari, tecnocrati e addetti ai lavori descrivono un sistema in cui questi funzionari fungono in gran parte da facciata. Il processo decisionale si basa su un “deep state economico” gestito dai fratelli del Presidente e imposto da una figura inaspettata: Ibrahim Sukkarieh, noto all’interno del sistema come Abu Maryam al-Australi.
Il tutore
L’ascesa di Sukkarieh, o “Abu Maryam l’Australiano”, nato in Australia da padre libanese di Akkar e madre australiana, e cresciuto a Brisbane, è diventata una delle storie più rivelatrici della trasformazione della Siria post-Assad.
Arrivò in Siria nel 2013, in un momento di profonda agitazione e in circostanze che sarebbero diventate chiare solo in seguito. Lasciò l’Australia il giorno prima che suo fratello Ahmed compisse un attentato suicida con un’autobomba nella campagna di Damasco, un attentato che rese Ahmed il primo attentatore suicida australiano di cui si abbia notizia.
Un altro fratello, Omar, è stato condannato a quattro anni e mezzo in Australia nel 2016 per aver finanziato il precursore di HTS, il Fronte al-Nusra, ponendo la famiglia sotto il controllo dei servizi segreti in entrambe le parti del mondo.
A Idlib, Ibrahim si è inizialmente creato un profilo come commentatore di lingua inglese, apparendo su programmi Web e social media per discutere del governo della Regione. Usando nomi come “Ibrahim Massoud” e “Ibrahim bin Massoud”, si è presentato come ricercatore e analista, arrivando persino a definirsi scherzosamente su alcune piattaforme come “uomo d’affari, amante del cricket, amante dello shawarma” (una pietanza di carne mediorientale). Eppure, dietro questa immagine costruita ad arte, si nascondeva una storia diversa.
Secondo fonti siriane e molteplici rapporti interni, Sukkarieh ha ricoperto incarichi militari e organizzativi all’interno di HTS, ricoprendo il ruolo di emiro di settore prima del 2020. Nell’ottobre 2022, è entrato a far parte del “comitato di monitoraggio generale” del gruppo, guidato da Abd al-Rahim Attoun, l’ex mufti di HTS che ora dirige l'“ufficio di consultazione religiosa” della presidenza.
Accanto a questi ruoli, Sukkarieh ha gestito E-Clean, un’azienda di igiene strettamente legata al Governo di Salvezza di Idlib, posizionandosi all’intersezione tra l’amministrazione economica e il braccio operativo di HTS. In seguito, nell’ottobre 2023, ha assunto la responsabilità del dossier tecnologico e delle comunicazioni dell’autorità, succedendo ad Abu Talha al-Halabi ed espandendo la sua influenza all’interno delle reti burocratiche di HTS.
Nel corso di tutti questi anni, le autorità australiane lo hanno tenuto nella lista delle persone sanzionate per finanziamento del terrorismo, una designazione che Canberra continua a sostenere, anche se Sukkarieh è passato dai circuiti degli insorti a una sfera decisamente più importante: il palazzo.
Il comitato ombra e la nascita di un’economia parallela
Informazioni internazionali e informazioni trapelate hanno poi rivelato che, dopo il crollo del governo di Assad, Sukkarieh ha assunto un ruolo centrale all’interno del palazzo presidenziale, collaborando direttamente con il fratello maggiore del Presidente siriano, Hazem al-Sharaa, per ristrutturare l’economia siriana.
Indagini giornalistiche lo descrivono come il capo di un “Comitato Ombra” responsabile di orchestrare il sequestro di beni un tempo detenuti da imprenditori dell’era Assad. Secondo fonti a conoscenza delle sue attività, il Comitato ha preso il controllo di circa 1,6 miliardi di dollari (1.363 milioni di euro) in proprietà, portafogli di investimento e partecipazioni nel settore delle telecomunicazioni, inclusi circa 1,5 miliardi di dollari (1,278 miliardi di euro) legati a tre potenti imprenditori affiliati al precedente governo.
Secondo la pubblicazione francese Intelligence Online, Abu Maryam attualmente presiede il comitato presidenziale, in una politica descritta da alcune fonti come “perdono in cambio di denaro”.
Invece di procedure giudiziarie, il Comitato si affida a “accordi”, negoziati che lasciano all’imprenditore preso di mira una frazione dei suoi averi in cambio di pagamenti in denaro, lealtà politica o entrambi. Gran parte della ricchezza recuperata è stata trasferita a un fondo sovrano di recente istituzione, sotto la supervisione presidenziale.
Lo stesso rapporto francese rileva che in precedenza l’uomo ha ricoperto ruoli di supervisione economica all’interno di strutture HTS e che attualmente è coinvolto nella gestione di sistemi finanziari digitali come Sham Cash.
Accordi, sequestri e minacce
Secondo due uomini d’affari, ognuno dei quali ha comunicato personalmente con Abu Maryam al-Australi, la prima fonte, un noto uomo d’affari che ha lasciato Damasco dopo la caduta del governo, afferma: “Abu Maryam al-Australi mi ha chiamato e mi ha proposto un accordo in base al quale avrei rinunciato all’80% dei miei beni. Dopo il mio rifiuto, sono stato minacciato di sequestro di tutti i miei beni mobili e immobili. In seguito abbiamo raggiunto un accordo che mi imponeva di pagare per impedire il sequestro. Dopo aver pagato, mi hanno contattato di nuovo mesi dopo e mi hanno nuovamente estorto denaro. Quando mi sono rifiutato di pagare, i miei beni sono stati sequestrati”.
Conferma di aver contattato il Ministro delle Finanze Barniyya, un vecchio amico, ma il ministro gli ha detto: “Quello che sta accadendo non è legale” e che nessuna legge consente un simile sequestro, eppure non ha l’autorità di fermarlo. Spiega di aver parlato con Abu Maryam solo una volta. In seguito, qualcuno dell’ufficio di Abu Maryam si è occupato del resto. Il primo pagamento, afferma, è stato effettuato in contanti perché si sono rifiutati di accettare qualsiasi bonifico bancario che potesse in seguito fungere da prova.
Il secondo uomo d’affari conferma che, sotto incessanti pressioni e continue estorsioni, è stato costretto a cedere l’80% dei suoi beni, sottolineando che le pressioni provenivano direttamente da Abu Maryam in coordinamento con Hazem al-Sharaa.
Un’altra fonte riferisce che l’uomo d’affari siriano Samir Hassan è stato arrestato a settembre dai servizi di sicurezza del governo di transizione nonostante le promesse del governo di non arrestarlo in seguito al suo accordo con Abu Maryam e Hazem al-Sharaa e al pagamento della somma richiesta.
L’economista siriano Mohammed Olabi afferma che oggi l’economia siriana “è divisa in tre sistemi paralleli: l’economia statale, l’economia del Nord-ovest con sede a Idlib e l’economia dell’Eufrate Orientale”, spiegando che ognuna ha “le proprie strutture finanziarie, doganali e operative”, rendendo l’economia, come ha affermato, “priva di un centro unificato” e rendendo “qualsiasi politica nazionale ostaggio di zone di influenza parallele al di fuori dell’autorità di un singolo Stato”.
Per quanto riguarda i poteri ministeriali ed economici, Olabi ha affermato che l’attuale panorama “rende difficile affermare che i ministri possiedano una reale autorità decisionale”, osservando che “la maggior parte delle decisioni economiche vengono prese al di fuori del quadro ministeriale”, redatte “nella cerchia ristretta della presidenza o attraverso comitati economici non ufficiali che controllano i fascicoli di investimento, le banche, gli accordi e persino le decisioni in materia di import/export”.
Tre economie parallele
Olabi osserva che un ministro “non definisce le politiche quanto piuttosto le esegue” e che il suo ruolo è spesso “tecnico o mediatico piuttosto che decisionale”. Persino la Banca Centrale Siriana, che dovrebbe essere la più indipendente, “opera entro limiti stabiliti da centri di potere paralleli che supervisionano la politica monetaria e la gestione della liquidità”.
L’economista Younes Karim descrive una gerarchia a tre livelli: la Segreteria Presidenziale sotto la guida di Maher al-Sharaa; il Consiglio Economico Supremo sotto la guida di Hazem al-Sharaa; e le reti clerico-di sicurezza di figure di HTS la cui influenza è tollerata perché garantisce la lealtà.
Spiega che Maher al-Sharaa “è diventato un centro decisionale chiave e l’architetto della politica economica”, perché “ogni decisione amministrativa o economica rientra nelle sue competenze”. Il secondo centro di potere è il “Consiglio Supremo Economico” guidato da Hazem al-Sharaa, il cui ruolo è diventato “il sostituto della Camera di Commercio”, precedentemente gestita di fatto dalla moglie dell’ex Presidente Assad.
Karim afferma che il Segretariato è diventato “un gabinetto parallelo”, che emette decisioni con l’immediatezza un tempo associata a un primo ministro o persino a un vicepresidente. Descrive una dualità emergente: uno “Stato dei poveri”, rappresentato dai ministeri, e uno “Stato sovracostituzionale”, composto da organismi d’élite legati alla famiglia Sharaa.
All’interno di questo ordinamento, Sukkarieh dirige l’ala di attuazione economica, mentre Mustafa Kadeed, noto come Abu Abdel Rahman, gestisce i flussi finanziari. Descrive Hazem come l’incarnazione dell'“economia sommersa”, mentre Maher rappresenta l'“economia ufficiale”.
Karim mette in guardia dal “crollo del concetto di Stato”, dalla “cancellazione dell’identità istituzionale della Siria” e dall'“imminente scontro” tra centri di potere concorrenti. “La lotta è iniziata”, dice. “Ogni fazione sta definendo il proprio spazio. Lo scontro è alle porte”.
All’interno della nuova rete di potere
L’architettura dell’autorità in Siria oggi è costruita attorno a un’unica famiglia allargata e agli agenti che la servono.
A capo di essa siede Ahmad al-Sharaa, Presidente della repubblica, mentre suo fratello Maher, segretario generale della presidenza, funge da vero e proprio comando esecutivo. L’altro fratello, Hazem, presiede il Consiglio Economico Supremo e plasma l’economia sommersa che ora eclissa quella formale. Al loro fianco lavora Ibrahim Sukkarieh, o Abu Maryam al-Australi, l’agente nato all’estero che fa rispettare gli accordi, negozia i trasferimenti di beni e supervisiona il meccanismo della ristrutturazione economica coercitiva.
Altri parenti occupano posizioni strategiche: il nipote del Presidente, Owais al-Sharaa, il cui mandato preciso rimane oscuro; Ahmad al-Droubi, suo cognato che controlla la tesoreria della Banca Centrale Siriana; e Maher Marwan, un altro cognato nominato Governatore di Damasco. Persino il fratello del Presidente, Jamal al-Sharaa, un tempo parte di questa costellazione, è stato messo da parte dopo che il Presidente ha sigillato il suo ufficio a Damasco con ceralacca rossa e gli ha vietato i rapporti ufficiali.
Nel complesso, queste posizioni equivalgono a un consolidamento del potere senza precedenti persino sotto il governo di Assad: autorità economica, supervisione amministrativa, influenza sulla sicurezza e liquidità finanziaria concentrate in una sola famiglia e in un unico estraneo di fiducia che è diventato indispensabile per il suo governo.
Uno stato che esiste sulla carta e una rete che governa nella pratica
Invece di procedere verso una ricostruzione istituzionale dopo la guerra, la Siria è sprofondata sempre più in un sistema di governo interconnesso in cui gli organi ufficiali fungono principalmente da facciata. I ministeri emanano ancora decreti, ma l’autorità che li sostiene è scarsa; i comitati timbrano i documenti, ma le vere decisioni vengono prese altrove. Il potere ora si muove attraverso canali privati e reti familiari, ancorate al Comitato Ombra guidato da Hazem al-Sharaa e Abu Maryam al-Australi.
Governi stranieri, investitori e gli stessi siriani si trovano di fronte a uno Stato i cui contorni rimangono intatti, ma il cui nucleo operativo è stato sostituito da una piccola rete interconnessa di familiari, lealisti e un agente di origine straniera, la cui traiettoria da commentatore legato ai militanti a personaggio interno al palazzo ora definisce la transizione.
La domanda irrisolta, sia per i siriani che per gli stranieri, è semplice: come può un Paese ricostruirsi quando le sue istituzioni sono vuote, la sua economia è gestita da reti private e il suo futuro dipende dalle decisioni di individui che operano al di sopra dello Stato piuttosto che al suo interno?
Fonte
23/12/2025
A Brescia la sindaca delle meraviglie future
Chi si loda s’imbroda
La casta politica lombarda vanta una presunzione che basta per l’Italia. E quella bresciana è ancora più presuntuosa della milanese, soprattutto se si tratta del pezzo di casta di centrosinistra.
I cittadini della Leonessa ne hanno avuto conferma dal discorso di fine anno tenuto il 20 dicembre dalla sindaca Castelletti nella prestigiosa location di Palazzo Tosio, circondata – come nei migliori rituali delle nomenklature – dalla sua Giunta.
“Niente slogan”, ha promesso la Prima Cittadina. Dopodiché è stato tutto un autoincensamento, sintetizzato nella perentoria affermazione: “Brescia non è solo una buona amministrazione locale, è una città che si muove con ambizioni europee”. Precisando che “una città europea non è quella che assomiglia alle altre, è quella che guida, che anticipa”.
E Brescia, secondo lei, lo starebbe facendo. Anzi di più. La spinta verso la modernizzazione punta ora all’ambizione planetaria. Con la nascita della “Fondazione per la Cittadella dell’Innovazione Sostenibile”, la Leonessa intende infatti accreditarsi come “un ecosistema capace di proiettarsi su scala internazionale”.
Castelletti ha dichiarato che il suo sarebbe “un modo diverso di governare, fatto di responsabilità e di capacità di tenere insieme sviluppo e giustizia sociale”. Un meccanismo virtuoso che non lascia indietro nessuno (anche se poi si viene a sapere che le persone assistite dai servizi sociali sono passate in meno di un anno da 4.159 a 4.817, e sono solo la punta dell’iceberg della povertà dilagante).
Giochi di potere
C’è probabilmente, in una attività propagandistica così accentuata, un obiettivo politico, che è quello di creare le condizioni favorevoli per una ricandidatura nelle elezioni del 2028. Castelletti ha sostenuto infatti che “il mandato di un sindaco è decennale come impostazione mentale e i miei alleati in più occasioni hanno richiamato la necessità di questa continuità”.
Raggiunta la metà della prima sindacatura, ha dunque giocato d’anticipo parlando di cantieri, progetti ecc. che dovrebbero trovare compimento in un arco temporale che arriva fino al 2050, tanto per stare sul sicuro. Insomma tutto deve essere visto come un filo unico che lega presente e futuro...
In un lontano futuro
Anzi, verrebbe da dire che lo sguardo è rivolto prevalentemente al lontano futuro.
Ad esempio, l’“Agenda Urbana Brescia 2050” è il documento avviato dal Comune per definire una visione condivisa e sostenibile della città al 2050,che però ha già raccolto nel 2025 centinaia di contributi da cittadini, imprese, professionisti e mondo accademico, costituendo la base per le scelte strategiche future.
Il Piano Aria e Clima «stabilisce obiettivi vincolanti: –55% di CO₂ al 2030, neutralità climatica al 2040 per Comune e Partecipate, un’infrastruttura adattiva contro ondate di calore e dissesto idraulico».
Anche per ciò che concerne la Caffaro “il Comune ha affiancato stabilmente il Commissario straordinario nella fase dell’appalto integrato che porterà alla demolizione degli edifici e alla bonifica dell’intera area, con conclusione prevista nel 2030”.
Considerando che la bonifica dell’area Caffaro era stato uno dei cavalli di battaglia del predecessore Emilio Del Bono nella campagna elettorale del 2013, e ripensando a tutti gli altri già citati fondamentali traguardi previsti per il 2030, 2040 e 2050, non può non tornare in mente la famosa frase dell’economista George Maynard Keynes: «Nel lungo periodo siamo tutti morti».
D’ altra parte, perfino la metropolitana, la più piccola del mondo, sarà dal 2029 che beneficerà di un incremento delle frequenze grazie a due nuovi treni.
Quanto alla raccolta differenziata, fortunatamente va meglio sui tempi di attesa, l’obiettivo resta l’83,3% per il 2027.
Solo la cementificazione andrà veloce
C’è solo un settore dove gli avanzamenti sono previsti in tempi assai rapidi: quello della cementificazione. La sfida principale del Partito Unico degli Affari si gioca sull’abitare, con l’operazione Sanpolino, che la sindaca – garante di tale Partito – definisce “l’ultima grande operazione urbanistica della nostra città”. Si preannuncia un grande business.
«È già pronto uno studio, realizzato da Cassa Depositi e Prestiti nell’ambito del Programma InvestEu, che prevede la realizzazione fino a 600 alloggi, integrando diverse soluzioni abitative: edilizia convenzionata in locazione, residenze temporanee per lavoratori, abitazioni per anziani autosufficienti, edilizia libera e un insieme di servizi di prossimità», ha detto Castelletti.
Che ha poi aggiunto: «Il nostro obiettivo resta azzerare gli appartamenti comunali sfitti entro il 2028, grazie a 26 milioni di euro di investimenti in quattro anni». Che cosa significhi quest’ultima frase non è chiarissimo.
Il triste destino di un quartiere popolare
Di sicuro chi già vive a San Polino non crede alle “migliori pratiche (qualità architettonica, mix sociale, mobilità sostenibile e integrazione con il contesto urbano)” cui sarebbe impostata, a detta della sindaca, tutta l’ operazione. Secondo lei infatti “il modello adottato combina intervento pubblico, partnership istituzionali e strumenti innovativi, in linea con le città europee più dinamiche”.
Tanto più che ai complessi abitativi andrebbero ad aggiungersi il nuovo impianto indoor e il Centro di preparazione olimpica per la ginnastica artistica, per collocare “Brescia tra le principali città sportive italiane”.
Ma gli abitanti di San Polino sentono che l’edificazione a tappeto avrà un impatto non positivo sulla qualità dell’aria e della vita degli abitanti del quartiere.
Ovviamente certe cose si fanno nelle periferie popolari e altrettanto ovviamente senza dialogare con gli abitanti.
Il quartiere era verde e vivibile. Dopo le enormi infrastrutture sportive e i 3 palazzi di 5 piani, quasi completati, sarà definitivamente devastato dal cemento di 600 nuovi appartamenti e dal conseguente incremento di traffico e inquinamento.
Cementificare significa non solo consumare suolo ma anche emettere ingenti quantità CO2 in atmosfera (altro che zero consumo di suolo!). Nuova distruzione di terreno permeabile, di piante, di biodiversità. Brescia è la provincia che consuma più suolo in Italia e ci sono 800 ettari di aree dismesse.
Costruire (mai recuperare!), perché è questo che serve al Partito Unico degli Affari, delle cui esigenze Castelletti e la sua maggioranza comprendente finanche ambientalisti e antagonisti di vario tipo si fa interprete.
La prolusione di fine anno della sindaca, tirando le somme, ha confermato ancora una volta che Brescia è una città in mano a un comitato d’affari che ne indirizza le svolte essenziali da molti anni.
Il centrosinistra in tutte le sue sfumature lo spalleggia e fa credere a molti elettori che questa amministrazione sia veramente il meglio in circolazione. Il baluardo contro il ritorno del nazifascismo, la città dei diritti, la capitale green, l’a2a che favorisce gli utenti ecc.! Ma certe ferite non rimarginate, come l’enorme fallimento della Freccia Rossa in pieno centro cittadino, stanno lì a ricordare di cosa siano capaci gli uomini del grande business.
E tutto ciò dopo aver abbattuto la Torre Tintoretto con 190 appartamenti di Erp andati in polvere, in una città con migliaia di appartamenti di proprietà pubblica (Aler e Comune) che avrebbero potuto essere sistemati e affittati a canoni sociali, risolvendo il problema dell’emergenza abitativa. Ma non lo si è fatto e non sembra proprio che lo si voglia fare, per non turbare “il mercato immobiliare”.
Eppure se si pensa che, almeno fino a quando andiamo a pubblicare questo articolo, l’unica reazione critica ai progetti edificatori della Giunta è stata quella dei suprematisti razzisti di estrema destra, che si dichiarano sì favorevoli alla cementificazione, purché nessun alloggio a canone agevolato venga assegnato “alle pseudo risorse d’importazione che stanno sfigurando l’identità dei Nostri quartieri e della Nostra Città!!”, si può intuire che Castelletti dormirà sonni tranquilli.
Oscena stabilità della “democrazia matura”
Da oltre tre decenni si è creato in Italia un regime oligarchico che ci ha raccontato che per avere il bene supremo della “stabilità” occorrevano leggi elettorali post-fasciste con doppi turni, e/o premi di maggioranza e altri marchingegni truffaldini che solo i gerarchi partitocratici riescono cinicamente a concepire.
Chiunque voglia capire sa che ormai il problema sta nei partiti di Sistema i quali, grazie a sistemi elettorali come quelli in vigore nelle amministrazioni locali, si sono trasformati in opache somme di clientele e quindi sono senza un’idea politica in grado di guidare la loro azione, senza una visione di società e di sviluppo che non sia quella di favorire i propri gruppi di riferimento.
La conseguenza è che la maggioranza degli aventi diritto al voto non si reca più alle urne, avendo intuito l’imbroglio. D’ altra parte, è proprio questo l’obiettivo che si riproponevano gli oligarchi. E l’ hanno raggiunto, chiamandolo “democrazia matura”. Tutto ciò al di là delle chiacchiere cui ci ha abituati qui a Brescia Laura Castelletti.
Quel che va riformato è il sistema dei partiti con una legge che definisca le loro funzioni e imponga trasparenza e partecipazione nei processi decisionali interni, nell’affidamento degli incarichi, nella definizione dei programmi, nella selezione dei candidati. Così come vanno riformate in senso proporzionale vero le leggi elettorali degli enti locali. E così come va ridata una funzione fondamentale alla dimensione pubblica dell’amministrazione, senza deleghe all’associazionismo privato delle cerchie.
Brescia e la Lombardia, governate da un trentennio dagli stessi schieramenti, uno di centrosinistra, l’ altro di destra, sono un esempio eclatante della compiuta degenerazione. Cosa serve ancora per comprendere che solo un cambio di modello può invertire il processo di distruzione della democrazia in atto?
Fonte
La casta politica lombarda vanta una presunzione che basta per l’Italia. E quella bresciana è ancora più presuntuosa della milanese, soprattutto se si tratta del pezzo di casta di centrosinistra.
I cittadini della Leonessa ne hanno avuto conferma dal discorso di fine anno tenuto il 20 dicembre dalla sindaca Castelletti nella prestigiosa location di Palazzo Tosio, circondata – come nei migliori rituali delle nomenklature – dalla sua Giunta.
“Niente slogan”, ha promesso la Prima Cittadina. Dopodiché è stato tutto un autoincensamento, sintetizzato nella perentoria affermazione: “Brescia non è solo una buona amministrazione locale, è una città che si muove con ambizioni europee”. Precisando che “una città europea non è quella che assomiglia alle altre, è quella che guida, che anticipa”.
E Brescia, secondo lei, lo starebbe facendo. Anzi di più. La spinta verso la modernizzazione punta ora all’ambizione planetaria. Con la nascita della “Fondazione per la Cittadella dell’Innovazione Sostenibile”, la Leonessa intende infatti accreditarsi come “un ecosistema capace di proiettarsi su scala internazionale”.
Castelletti ha dichiarato che il suo sarebbe “un modo diverso di governare, fatto di responsabilità e di capacità di tenere insieme sviluppo e giustizia sociale”. Un meccanismo virtuoso che non lascia indietro nessuno (anche se poi si viene a sapere che le persone assistite dai servizi sociali sono passate in meno di un anno da 4.159 a 4.817, e sono solo la punta dell’iceberg della povertà dilagante).
Giochi di potere
C’è probabilmente, in una attività propagandistica così accentuata, un obiettivo politico, che è quello di creare le condizioni favorevoli per una ricandidatura nelle elezioni del 2028. Castelletti ha sostenuto infatti che “il mandato di un sindaco è decennale come impostazione mentale e i miei alleati in più occasioni hanno richiamato la necessità di questa continuità”.
Raggiunta la metà della prima sindacatura, ha dunque giocato d’anticipo parlando di cantieri, progetti ecc. che dovrebbero trovare compimento in un arco temporale che arriva fino al 2050, tanto per stare sul sicuro. Insomma tutto deve essere visto come un filo unico che lega presente e futuro...
In un lontano futuro
Anzi, verrebbe da dire che lo sguardo è rivolto prevalentemente al lontano futuro.
Ad esempio, l’“Agenda Urbana Brescia 2050” è il documento avviato dal Comune per definire una visione condivisa e sostenibile della città al 2050,che però ha già raccolto nel 2025 centinaia di contributi da cittadini, imprese, professionisti e mondo accademico, costituendo la base per le scelte strategiche future.
Il Piano Aria e Clima «stabilisce obiettivi vincolanti: –55% di CO₂ al 2030, neutralità climatica al 2040 per Comune e Partecipate, un’infrastruttura adattiva contro ondate di calore e dissesto idraulico».
Anche per ciò che concerne la Caffaro “il Comune ha affiancato stabilmente il Commissario straordinario nella fase dell’appalto integrato che porterà alla demolizione degli edifici e alla bonifica dell’intera area, con conclusione prevista nel 2030”.
Considerando che la bonifica dell’area Caffaro era stato uno dei cavalli di battaglia del predecessore Emilio Del Bono nella campagna elettorale del 2013, e ripensando a tutti gli altri già citati fondamentali traguardi previsti per il 2030, 2040 e 2050, non può non tornare in mente la famosa frase dell’economista George Maynard Keynes: «Nel lungo periodo siamo tutti morti».
D’ altra parte, perfino la metropolitana, la più piccola del mondo, sarà dal 2029 che beneficerà di un incremento delle frequenze grazie a due nuovi treni.
Quanto alla raccolta differenziata, fortunatamente va meglio sui tempi di attesa, l’obiettivo resta l’83,3% per il 2027.
Solo la cementificazione andrà veloce
C’è solo un settore dove gli avanzamenti sono previsti in tempi assai rapidi: quello della cementificazione. La sfida principale del Partito Unico degli Affari si gioca sull’abitare, con l’operazione Sanpolino, che la sindaca – garante di tale Partito – definisce “l’ultima grande operazione urbanistica della nostra città”. Si preannuncia un grande business.
«È già pronto uno studio, realizzato da Cassa Depositi e Prestiti nell’ambito del Programma InvestEu, che prevede la realizzazione fino a 600 alloggi, integrando diverse soluzioni abitative: edilizia convenzionata in locazione, residenze temporanee per lavoratori, abitazioni per anziani autosufficienti, edilizia libera e un insieme di servizi di prossimità», ha detto Castelletti.
Che ha poi aggiunto: «Il nostro obiettivo resta azzerare gli appartamenti comunali sfitti entro il 2028, grazie a 26 milioni di euro di investimenti in quattro anni». Che cosa significhi quest’ultima frase non è chiarissimo.
Il triste destino di un quartiere popolare
Di sicuro chi già vive a San Polino non crede alle “migliori pratiche (qualità architettonica, mix sociale, mobilità sostenibile e integrazione con il contesto urbano)” cui sarebbe impostata, a detta della sindaca, tutta l’ operazione. Secondo lei infatti “il modello adottato combina intervento pubblico, partnership istituzionali e strumenti innovativi, in linea con le città europee più dinamiche”.
Tanto più che ai complessi abitativi andrebbero ad aggiungersi il nuovo impianto indoor e il Centro di preparazione olimpica per la ginnastica artistica, per collocare “Brescia tra le principali città sportive italiane”.
Ma gli abitanti di San Polino sentono che l’edificazione a tappeto avrà un impatto non positivo sulla qualità dell’aria e della vita degli abitanti del quartiere.
Ovviamente certe cose si fanno nelle periferie popolari e altrettanto ovviamente senza dialogare con gli abitanti.
Il quartiere era verde e vivibile. Dopo le enormi infrastrutture sportive e i 3 palazzi di 5 piani, quasi completati, sarà definitivamente devastato dal cemento di 600 nuovi appartamenti e dal conseguente incremento di traffico e inquinamento.
Cementificare significa non solo consumare suolo ma anche emettere ingenti quantità CO2 in atmosfera (altro che zero consumo di suolo!). Nuova distruzione di terreno permeabile, di piante, di biodiversità. Brescia è la provincia che consuma più suolo in Italia e ci sono 800 ettari di aree dismesse.
Costruire (mai recuperare!), perché è questo che serve al Partito Unico degli Affari, delle cui esigenze Castelletti e la sua maggioranza comprendente finanche ambientalisti e antagonisti di vario tipo si fa interprete.
La prolusione di fine anno della sindaca, tirando le somme, ha confermato ancora una volta che Brescia è una città in mano a un comitato d’affari che ne indirizza le svolte essenziali da molti anni.
Il centrosinistra in tutte le sue sfumature lo spalleggia e fa credere a molti elettori che questa amministrazione sia veramente il meglio in circolazione. Il baluardo contro il ritorno del nazifascismo, la città dei diritti, la capitale green, l’a2a che favorisce gli utenti ecc.! Ma certe ferite non rimarginate, come l’enorme fallimento della Freccia Rossa in pieno centro cittadino, stanno lì a ricordare di cosa siano capaci gli uomini del grande business.
E tutto ciò dopo aver abbattuto la Torre Tintoretto con 190 appartamenti di Erp andati in polvere, in una città con migliaia di appartamenti di proprietà pubblica (Aler e Comune) che avrebbero potuto essere sistemati e affittati a canoni sociali, risolvendo il problema dell’emergenza abitativa. Ma non lo si è fatto e non sembra proprio che lo si voglia fare, per non turbare “il mercato immobiliare”.
Eppure se si pensa che, almeno fino a quando andiamo a pubblicare questo articolo, l’unica reazione critica ai progetti edificatori della Giunta è stata quella dei suprematisti razzisti di estrema destra, che si dichiarano sì favorevoli alla cementificazione, purché nessun alloggio a canone agevolato venga assegnato “alle pseudo risorse d’importazione che stanno sfigurando l’identità dei Nostri quartieri e della Nostra Città!!”, si può intuire che Castelletti dormirà sonni tranquilli.
Oscena stabilità della “democrazia matura”
Da oltre tre decenni si è creato in Italia un regime oligarchico che ci ha raccontato che per avere il bene supremo della “stabilità” occorrevano leggi elettorali post-fasciste con doppi turni, e/o premi di maggioranza e altri marchingegni truffaldini che solo i gerarchi partitocratici riescono cinicamente a concepire.
Chiunque voglia capire sa che ormai il problema sta nei partiti di Sistema i quali, grazie a sistemi elettorali come quelli in vigore nelle amministrazioni locali, si sono trasformati in opache somme di clientele e quindi sono senza un’idea politica in grado di guidare la loro azione, senza una visione di società e di sviluppo che non sia quella di favorire i propri gruppi di riferimento.
La conseguenza è che la maggioranza degli aventi diritto al voto non si reca più alle urne, avendo intuito l’imbroglio. D’ altra parte, è proprio questo l’obiettivo che si riproponevano gli oligarchi. E l’ hanno raggiunto, chiamandolo “democrazia matura”. Tutto ciò al di là delle chiacchiere cui ci ha abituati qui a Brescia Laura Castelletti.
Quel che va riformato è il sistema dei partiti con una legge che definisca le loro funzioni e imponga trasparenza e partecipazione nei processi decisionali interni, nell’affidamento degli incarichi, nella definizione dei programmi, nella selezione dei candidati. Così come vanno riformate in senso proporzionale vero le leggi elettorali degli enti locali. E così come va ridata una funzione fondamentale alla dimensione pubblica dell’amministrazione, senza deleghe all’associazionismo privato delle cerchie.
Brescia e la Lombardia, governate da un trentennio dagli stessi schieramenti, uno di centrosinistra, l’ altro di destra, sono un esempio eclatante della compiuta degenerazione. Cosa serve ancora per comprendere che solo un cambio di modello può invertire il processo di distruzione della democrazia in atto?
Fonte
12/11/2025
Iraq - Elezioni, poche attese di cambiamento in un Paese stanco e disilluso
In un clima di scetticismo diffuso e di rassegnazione, milioni di iracheni sono tornati oggi alle urne per eleggere i 329 membri del nuovo Parlamento. Si tratta dell’ennesima consultazione in un Paese che, a più di vent’anni dalla caduta di Saddam Hussein, continua a vivere un fragile equilibrio politico e sociale, schiacciato tra la pressione delle potenze esterne e le proprie contraddizioni interne.
Il primo ministro Mohammed Shia al-Sudani, giunto al termine del suo primo mandato, punta a restare al potere. Il suo blocco politico è dato in vantaggio, ma gli analisti non prevedono una maggioranza assoluta: si profila dunque una lunga fase di trattative tra i partiti sciiti, sunniti e curdi, nella tradizionale spartizione di ministeri e incarichi che caratterizza la politica irachena.
Molti elettori, però, sembrano aver perso fiducia. La partecipazione, secondo sondaggi e osservatori, potrebbe scendere al di sotto del minimo storico del 41 per cento registrato alle ultime elezioni. Le ragioni sono molteplici: la corruzione, i servizi pubblici scadenti, la disoccupazione cronica e, quest’anno, anche il boicottaggio del movimento guidato dal religioso sciita Moqtada al-Sadr, che dispone di un vasto seguito tra le classi popolari.
Nessuno si aspetta cambiamenti radicali
Il futuro governo dovrà trovare un difficile equilibrio tra l’influenza di Teheran – che in Iraq può contare sull’alleanza con numerosi partiti e milizie – e quella di Washington, quest’ultima sempre più impaziente di vedere limitato il potere dei gruppi filo-iraniani.
A ciò si sommano le sfide interne. La popolazione, in larga parte giovane, chiede servizi di base, lavoro, sicurezza e la fine della corruzione che divora le risorse del Paese. I ricordi delle proteste del 2019 e del 2020, represse nel sangue, sono ancora vivi e il malcontento potrebbe riesplodere.
Da quando, nel 2005, l’Iraq ha tenuto le prime elezioni dopo l’invasione statunitense, il sistema politico si è fondato su un delicato equilibrio settario: il primo ministro sciita, il presidente curdo, lo speaker del Parlamento sunnita. Eppure, tra le file dei candidati, spuntano volti giovani che cercano di rompere il cerchio. Attivisti e professionisti che sognano di costruire un Iraq diverso, pur consapevoli di quanto sia arduo competere contro apparati consolidati e reti clientelari radicate nei ministeri e nei partiti religiosi.
Le prossime settimane saranno decisive per capire se le urne restituiranno l’immagine di un Paese che tenta, con fatica, di rinnovarsi, o se prevarrà ancora una volta la logica della continuità in negativo. I risultati definitivi sono attesi nei prossimi giorni, ma la sensazione diffusa è che poco cambierà. Dopo due decenni di transizione senza fine, l’Iraq si trova nuovamente di fronte al suo bivio irrisolto: un sistema che resiste a ogni scossa di cambiamento e un popolo che, tra apatia e speranza, continua a chiedersi se il voto serva ancora a qualcosa.
Fonte
Il primo ministro Mohammed Shia al-Sudani, giunto al termine del suo primo mandato, punta a restare al potere. Il suo blocco politico è dato in vantaggio, ma gli analisti non prevedono una maggioranza assoluta: si profila dunque una lunga fase di trattative tra i partiti sciiti, sunniti e curdi, nella tradizionale spartizione di ministeri e incarichi che caratterizza la politica irachena.
Molti elettori, però, sembrano aver perso fiducia. La partecipazione, secondo sondaggi e osservatori, potrebbe scendere al di sotto del minimo storico del 41 per cento registrato alle ultime elezioni. Le ragioni sono molteplici: la corruzione, i servizi pubblici scadenti, la disoccupazione cronica e, quest’anno, anche il boicottaggio del movimento guidato dal religioso sciita Moqtada al-Sadr, che dispone di un vasto seguito tra le classi popolari.
Nessuno si aspetta cambiamenti radicali
Il futuro governo dovrà trovare un difficile equilibrio tra l’influenza di Teheran – che in Iraq può contare sull’alleanza con numerosi partiti e milizie – e quella di Washington, quest’ultima sempre più impaziente di vedere limitato il potere dei gruppi filo-iraniani.
A ciò si sommano le sfide interne. La popolazione, in larga parte giovane, chiede servizi di base, lavoro, sicurezza e la fine della corruzione che divora le risorse del Paese. I ricordi delle proteste del 2019 e del 2020, represse nel sangue, sono ancora vivi e il malcontento potrebbe riesplodere.
Da quando, nel 2005, l’Iraq ha tenuto le prime elezioni dopo l’invasione statunitense, il sistema politico si è fondato su un delicato equilibrio settario: il primo ministro sciita, il presidente curdo, lo speaker del Parlamento sunnita. Eppure, tra le file dei candidati, spuntano volti giovani che cercano di rompere il cerchio. Attivisti e professionisti che sognano di costruire un Iraq diverso, pur consapevoli di quanto sia arduo competere contro apparati consolidati e reti clientelari radicate nei ministeri e nei partiti religiosi.
Le prossime settimane saranno decisive per capire se le urne restituiranno l’immagine di un Paese che tenta, con fatica, di rinnovarsi, o se prevarrà ancora una volta la logica della continuità in negativo. I risultati definitivi sono attesi nei prossimi giorni, ma la sensazione diffusa è che poco cambierà. Dopo due decenni di transizione senza fine, l’Iraq si trova nuovamente di fronte al suo bivio irrisolto: un sistema che resiste a ogni scossa di cambiamento e un popolo che, tra apatia e speranza, continua a chiedersi se il voto serva ancora a qualcosa.
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19/03/2025
Serbia - Il crollo del sistema rappresentativo e la strada verso la dittatura
L’attuale crisi politica in Serbia è probabilmente, a causa dell’enorme massa di persone coinvolte e della determinazione a portare avanti la lotta, uno degli eventi più notevoli nella storia politica de Paese. Tuttavia, dal punto di vista della governance, si tratta di una semplice ripetizione dei problemi che hanno afflitto la politica della Serbia da quando è riemersa come Principato indipendente, e poi Regno nella prima metà del XIX secolo.
La Serbia è, come l’Argentina e la Russia, per usare l’espressione coniata da V. S. Naipaul, un paese dalla storia circolare: gli stessi eventi con personalità diverse si ripetono in modo permanente, e apparentemente per sempre. (Ho scritto della storia circolare della Russia qui).
In effetti, la Serbia è stata governata nel 1825 e nel 1925 esattamente nello stesso modo di oggi: un leader autoritario che utilizza strumenti quasi democratici o consultivi, presiede un sistema clientelare che propaga la corruzione a tutti i livelli come un modo per garantire un sostegno politico sufficiente. Due elementi sono fondamentali: il governo autoritario e la corruzione diffusa.
In questo particolare contesto, l’attuale protesta guidata dagli studenti sembra, con la sua richiesta di responsabilità giudiziaria nei confronti dei colpevoli di corruzione di massa e di lavori pubblici scadenti che hanno portato alla morte di 15 persone a novembre, essere del tutto giusta. E in effetti come un movimento spontaneo che è iniziato tra i giovani universitari, lo era. Ma una volta che la protesta è diventata più massiccia, coinvolgendo ampi segmenti della borghesia urbana e persino alcuni agricoltori e sindacati, i problemi sono emersi.
Il movimento si rese presto conto che avrebbe potuto avere successo solo se fosse stato completamente apolitico, cioè senza legami con alcun gruppo o partito politico e al di fuori del sistema rappresentativo.
Per quanto il regime di Vučić sia antipatico a molte persone, esso ottiene comunque la maggioranza o quasi in tutte le elezioni: Vučić ha vinto le elezioni presidenziali del 2022, in gran parte libere, con il 61% contro il 18% del suo rivale più vicino, e il suo partito ha ottenuto il 48% del voto popolare alle elezioni parlamentari del 2023.
I partiti di opposizione sono frammentati dall’ideologia e dalle incessanti lotte per la leadership.
C’è quindi una forte antipatia, o addirittura odio, per l’attuale regime, ma tale antipatia non può essere espressa politicamente perché i partiti di opposizione sono quasi altrettanto antipatici. Le ragioni della loro irrilevanza sono molte, ma non bisogna ignorare che quando, nelle loro prime incarnazioni, erano al potere, gestivano più o meno lo stesso sistema clientelare e soffrivano di corruzione.
Il regime di Vučić ha semplicemente esacerbato questi difetti. In breve, il sistema multipartitico crolla e almeno il 40 per cento della popolazione non ha nessuno che la rappresenti (l’affluenza alle urne nelle ultime due elezioni è stata inferiore al 60 per cento).
Il movimento studentesco ha deciso così di giocare la carta dell’antipolitica. Ha vietato le bandiere o le insegne di qualsiasi partito politico, o l’uso di bandiere straniere (prendendo di mira la bandiera dell’UE che è ampiamente impopolare in Serbia) e ha evitato qualsiasi organizzazione formale.
Il movimento ha bloccato il sistema scolastico negli ultimi tre mesi, gli studenti hanno occupato le università, i ragazzi delle scuole superiori hanno fatto lunghe marce in tutto il paese per diffondere il loro messaggio, e le decisioni sul da farsi, si sostiene, sono prese dai “plenum” degli studenti e dal voto diretto (anche se nessuno sembra sapere come si svolgerà questo voto né se è unanime o meno).
Il movimento (a cui manca persino un nome) comunica emettendo dichiarazioni o pronunciamenti che sembrano provenire dall’alto dell’Olimpo e che per di più non vengono firmati. I suoi sostenitori intellettuali hanno avanzato l’idea di una democrazia popolare (diretta) libera dai partiti politici. L’aspetto antipolitico del movimento è stato elogiato da filosofi ed esperti come Slavoj Zizek e Yanis Varoufakis.
Ma mentre lavorare al di fuori della politica è la ragione del successo del movimento, questo ha un effetto fondamentalmente destabilizzante quando si traduce in politica reale.
Con l’attuale massa amorfa che manca persino di una leadership visibile, i movimenti non hanno strumenti per coinvolgere i governi e lo stesso Vučić. Il movimento, nella segretezza in cui opera, assomiglia più ai Khmer rossi che alla Solidarnosc polacca. Solidarnosc ha creato immediatamente le strutture di leadership e ha avviato i negoziati con il governo.
La decisione di non entrare nella politica e di non trasformarsi in un’organizzazione formale o in un partito politico è sia una benedizione che una maledizione. È una benedizione perché solo così il movimento può andare avanti. È una maledizione perché non può mai formulare le sue richieste in un linguaggio politico comprensibile e migliorare o cambiare il sistema politico.
Per quest’ultimo, ha bisogno di scendere dalle sue vette olimpiche, trasformarsi in un’organizzazione gerarchica con una leadership nota (nessun leader è emerso in quasi quattro mesi!), convertire il suo linguaggio attuale in un linguaggio politico e aspettarsi, o sperare, di rappresentare politicamente ampi segmenti della popolazione scontenta. Ma una volta che lo fa, scende al livello dei partiti politici, che, come già notato, riscuotono ampia diffidenza tra la popolazione.
Inoltre, man mano che il movimento si muove nel mondo della politica, il fatto che al suo interno contenga tutti i tipi di sostenitori, dall’estrema destra nazionalista ai Verdi, ai socialdemocratici e ai liberali filo-europei, diventerà manifesto e una tale coalizione eterogenea sarà ingestibile e si dissiperà rapidamente.
Il movimento deve quindi continuare a giocare allo stesso gioco senza che se ne veda la fine. A un certo punto questa situazione diventerà insostenibile e il regime di Vučić dovrà diventare più repressivo e muoversi verso una dittatura aperta.
Questo è esattamente ciò che accadde nel 1929 quando re Alessandro I bandì ogni attività politica e impose la dittatura personale.
Il movimento apolitico su larga scala porta in ultima analisi a due risultati: dittatura o caos. Poiché il caos non può durare, produce in ogni caso la dittatura. A lungo termine, alcuni dei lati positivi del movimento probabilmente rimarranno (nel modo in cui i movimenti studenteschi del 1968 hanno trasformato i costumi sociali), ma a breve e medio termine i suoi risultati politici saranno l’esatto opposto di ciò che spera di ottenere.
Fonte
La Serbia è, come l’Argentina e la Russia, per usare l’espressione coniata da V. S. Naipaul, un paese dalla storia circolare: gli stessi eventi con personalità diverse si ripetono in modo permanente, e apparentemente per sempre. (Ho scritto della storia circolare della Russia qui).
In effetti, la Serbia è stata governata nel 1825 e nel 1925 esattamente nello stesso modo di oggi: un leader autoritario che utilizza strumenti quasi democratici o consultivi, presiede un sistema clientelare che propaga la corruzione a tutti i livelli come un modo per garantire un sostegno politico sufficiente. Due elementi sono fondamentali: il governo autoritario e la corruzione diffusa.
In questo particolare contesto, l’attuale protesta guidata dagli studenti sembra, con la sua richiesta di responsabilità giudiziaria nei confronti dei colpevoli di corruzione di massa e di lavori pubblici scadenti che hanno portato alla morte di 15 persone a novembre, essere del tutto giusta. E in effetti come un movimento spontaneo che è iniziato tra i giovani universitari, lo era. Ma una volta che la protesta è diventata più massiccia, coinvolgendo ampi segmenti della borghesia urbana e persino alcuni agricoltori e sindacati, i problemi sono emersi.
Il movimento si rese presto conto che avrebbe potuto avere successo solo se fosse stato completamente apolitico, cioè senza legami con alcun gruppo o partito politico e al di fuori del sistema rappresentativo.
Per quanto il regime di Vučić sia antipatico a molte persone, esso ottiene comunque la maggioranza o quasi in tutte le elezioni: Vučić ha vinto le elezioni presidenziali del 2022, in gran parte libere, con il 61% contro il 18% del suo rivale più vicino, e il suo partito ha ottenuto il 48% del voto popolare alle elezioni parlamentari del 2023.
I partiti di opposizione sono frammentati dall’ideologia e dalle incessanti lotte per la leadership.
C’è quindi una forte antipatia, o addirittura odio, per l’attuale regime, ma tale antipatia non può essere espressa politicamente perché i partiti di opposizione sono quasi altrettanto antipatici. Le ragioni della loro irrilevanza sono molte, ma non bisogna ignorare che quando, nelle loro prime incarnazioni, erano al potere, gestivano più o meno lo stesso sistema clientelare e soffrivano di corruzione.
Il regime di Vučić ha semplicemente esacerbato questi difetti. In breve, il sistema multipartitico crolla e almeno il 40 per cento della popolazione non ha nessuno che la rappresenti (l’affluenza alle urne nelle ultime due elezioni è stata inferiore al 60 per cento).
Il movimento studentesco ha deciso così di giocare la carta dell’antipolitica. Ha vietato le bandiere o le insegne di qualsiasi partito politico, o l’uso di bandiere straniere (prendendo di mira la bandiera dell’UE che è ampiamente impopolare in Serbia) e ha evitato qualsiasi organizzazione formale.
Il movimento ha bloccato il sistema scolastico negli ultimi tre mesi, gli studenti hanno occupato le università, i ragazzi delle scuole superiori hanno fatto lunghe marce in tutto il paese per diffondere il loro messaggio, e le decisioni sul da farsi, si sostiene, sono prese dai “plenum” degli studenti e dal voto diretto (anche se nessuno sembra sapere come si svolgerà questo voto né se è unanime o meno).
Il movimento (a cui manca persino un nome) comunica emettendo dichiarazioni o pronunciamenti che sembrano provenire dall’alto dell’Olimpo e che per di più non vengono firmati. I suoi sostenitori intellettuali hanno avanzato l’idea di una democrazia popolare (diretta) libera dai partiti politici. L’aspetto antipolitico del movimento è stato elogiato da filosofi ed esperti come Slavoj Zizek e Yanis Varoufakis.
Ma mentre lavorare al di fuori della politica è la ragione del successo del movimento, questo ha un effetto fondamentalmente destabilizzante quando si traduce in politica reale.
Con l’attuale massa amorfa che manca persino di una leadership visibile, i movimenti non hanno strumenti per coinvolgere i governi e lo stesso Vučić. Il movimento, nella segretezza in cui opera, assomiglia più ai Khmer rossi che alla Solidarnosc polacca. Solidarnosc ha creato immediatamente le strutture di leadership e ha avviato i negoziati con il governo.
La decisione di non entrare nella politica e di non trasformarsi in un’organizzazione formale o in un partito politico è sia una benedizione che una maledizione. È una benedizione perché solo così il movimento può andare avanti. È una maledizione perché non può mai formulare le sue richieste in un linguaggio politico comprensibile e migliorare o cambiare il sistema politico.
Per quest’ultimo, ha bisogno di scendere dalle sue vette olimpiche, trasformarsi in un’organizzazione gerarchica con una leadership nota (nessun leader è emerso in quasi quattro mesi!), convertire il suo linguaggio attuale in un linguaggio politico e aspettarsi, o sperare, di rappresentare politicamente ampi segmenti della popolazione scontenta. Ma una volta che lo fa, scende al livello dei partiti politici, che, come già notato, riscuotono ampia diffidenza tra la popolazione.
Inoltre, man mano che il movimento si muove nel mondo della politica, il fatto che al suo interno contenga tutti i tipi di sostenitori, dall’estrema destra nazionalista ai Verdi, ai socialdemocratici e ai liberali filo-europei, diventerà manifesto e una tale coalizione eterogenea sarà ingestibile e si dissiperà rapidamente.
Il movimento deve quindi continuare a giocare allo stesso gioco senza che se ne veda la fine. A un certo punto questa situazione diventerà insostenibile e il regime di Vučić dovrà diventare più repressivo e muoversi verso una dittatura aperta.
Questo è esattamente ciò che accadde nel 1929 quando re Alessandro I bandì ogni attività politica e impose la dittatura personale.
Il movimento apolitico su larga scala porta in ultima analisi a due risultati: dittatura o caos. Poiché il caos non può durare, produce in ogni caso la dittatura. A lungo termine, alcuni dei lati positivi del movimento probabilmente rimarranno (nel modo in cui i movimenti studenteschi del 1968 hanno trasformato i costumi sociali), ma a breve e medio termine i suoi risultati politici saranno l’esatto opposto di ciò che spera di ottenere.
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12/09/2024
Siccità in Sicilia, oltre il danno la beffa
A febbraio 2024 il governo regionale siciliano dichiara, a causa della siccità, lo STATO DI CALAMITÀ NATURALE, stato di crisi esteso fino al 31 dicembre 2024.
A Maggio Schifani, il presidente del governo regionale siciliano, ottiene da parte del Consiglio dei ministri il riconoscimento dello stato di calamità naturale.
A Giugno il governo Meloni chiede alla Commissione UE di riconoscere le condizioni di forza maggiore e circostanze eccezionali a tutto il territorio della Sicilia ai sensi del regolamento UE 2021/2116.
A Luglio: Interrogazione urgente presentata alla Commissione europea dall’europarlamentare siciliano Giuseppe Antoci (M5S/la Sinistra) per chiedere, considerato che il governo italiano ha chiesto l’attivazione del Fondo di solidarietà dell’Ue per l’emergenza idrica siciliana, “Quali misure finanziarie potrebbe impegnare per sostenere la Sicilia nella gestione dell’emergenza idrica?... e quante risorse sono state richieste?”.
Tra Agosto e settembre Bruxelles, che aveva dato la disponibilità a far arrivare fondi da investire in misure contro la siccità, fa sapere ad Antoci che dal governo Meloni non è mai partita la richiesta tanto annunciata. Perché il governo di centrodestra non ha inoltrato la richiesta per i finanziamenti previsti dall’UE? Eppure, avrebbe accentuato il già nutrito clientelismo elettorale fra gli allevatori e gli agricoltori siciliani.
Masochismo destroide? Macché, per poter usufruire del finanziamento i “nostri” governanti avrebbero dovuto realizzare interventi strutturali per garantire un approvvigionamento idrico sufficiente e in pieno rispetto dei requisiti in materia di acqua e ambiente. Tutto chiaro, anche agli allevatori e agli agricoltori siciliani?
Fonte
A Maggio Schifani, il presidente del governo regionale siciliano, ottiene da parte del Consiglio dei ministri il riconoscimento dello stato di calamità naturale.
A Giugno il governo Meloni chiede alla Commissione UE di riconoscere le condizioni di forza maggiore e circostanze eccezionali a tutto il territorio della Sicilia ai sensi del regolamento UE 2021/2116.
A Luglio: Interrogazione urgente presentata alla Commissione europea dall’europarlamentare siciliano Giuseppe Antoci (M5S/la Sinistra) per chiedere, considerato che il governo italiano ha chiesto l’attivazione del Fondo di solidarietà dell’Ue per l’emergenza idrica siciliana, “Quali misure finanziarie potrebbe impegnare per sostenere la Sicilia nella gestione dell’emergenza idrica?... e quante risorse sono state richieste?”.
Tra Agosto e settembre Bruxelles, che aveva dato la disponibilità a far arrivare fondi da investire in misure contro la siccità, fa sapere ad Antoci che dal governo Meloni non è mai partita la richiesta tanto annunciata. Perché il governo di centrodestra non ha inoltrato la richiesta per i finanziamenti previsti dall’UE? Eppure, avrebbe accentuato il già nutrito clientelismo elettorale fra gli allevatori e gli agricoltori siciliani.
Masochismo destroide? Macché, per poter usufruire del finanziamento i “nostri” governanti avrebbero dovuto realizzare interventi strutturali per garantire un approvvigionamento idrico sufficiente e in pieno rispetto dei requisiti in materia di acqua e ambiente. Tutto chiaro, anche agli allevatori e agli agricoltori siciliani?
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19/08/2024
Liguria - Tolto un Toti se ne fa un altro
Venerdì 26 luglio Toti si è dimesso dalla carica di governatore della Liguria dopo 80 giorni agli arresti domiciliari.
Una decisione inevitabile che apre la strada alle elezioni anticipate; queste dimissioni, però, non portano solo alla fine dei nove anni dell’era Toti in regione, ma anche del “modello Liguria” tanto sostenuto dallo stesso Toti e dal sindaco di Genova Marco Bucci.
Le elezioni regionali liguri, insieme a quelle in Umbria ed Emilia-Romagna previste per l’autunno, saranno un banco di prova sia per la tenuta della coalizione di centro-destra, sia per il campo largo del centro-sinistra, che ha aperto le danze con la cosiddetta “via maestra”.
Risulta pertanto doveroso interrogarsi sul modello Liguria, gli interessi che difende, così da costruire un’alternativa reale che ribadisca una discontinuità verso un sistema che di certo non cambierà da solo: del resto, come diciamo dall’inizio, “tolto un Toti se ne fa un altro”.
L’inchiesta che ha portato alle dimissioni di Toti ha rivelato la corruzione di un sistema basato su interessi personali e privatistici di una classe politica e imprenditoriale marcia fino al midollo: sarebbe tuttavia sbagliato pensare che questa rete di scambi di favori e corruzione riguardi solamente il centro-destra, infatti, sarebbe ingenuo pensare che il centro-sinistra e il campo largo possano costituire una vera opzione di discontinuità con la gestione precedente, dal momento che sono anch’essi legati a doppio filo con il mondo imprenditoriale.
Non è un caso che sia stata proprio l’amministrazione Burlando (centro-sinistra) a spianare la strada alle politiche di privatizzazione e speculazione in Regione: pensiamo alla sanità, alla deindustrializzazione e alla turistificazione selvaggia subita dal territorio ligure. Inoltre, non dobbiamo assolutamente dimenticare il coinvolgimento dell’uomo ombra del PD, Vianello, nella maxi-inchiesta sulla corruzione ne’ gli incontri di Burlando e Sanna sullo yacht di Spinelli, o i sostegni economici sempre elargiti da quest’ultimo al PD.
Su questa scia si è mosso anche il Movimento 5stelle, che ha consolidato il centro-destra in Regione, nominando Bucci commissario straordinario dopo il crollo del Ponte Morandi e con il Decreto Genova, preso a modello dalla destra e diventato sinonimo di deroghe, nomine dirette, pochi controlli in nome di un’emergenza in realtà quotidiana, ormai usato in tutte le inutili infrastrutture.
Proprio per questi motivi, l’idea di appoggiare da sinistra il campo largo rende complici di un’operazione di maquillage e di legittimazione dei corresponsabili della situazione regionale e nazionale vigente; serve, invece, un progetto radicale di rottura con il ventennio Burlando-Toti, rimettendo finalmente al centro gli interessi della collettività, finora sacrificati sull’altare del profitto e del clientelismo.
Chiusura delle opportunità di profitto per la sanità privata, più aiuti ai giovani su stipendi (introducendo il salario minimo a 10€ in tutti gli affidamenti o bandi regionali) più soldi all’istruzione con un profondo riordino dei fondi sulla “formazione professionale” e misure che garantiscano la fine dell’invasione di turisti mentre prevedano iniziative culturali e musicali per chi è residente. La regione Liguria spende milioni in enti inutili come Alisa o l’ente regionale dei rifiuti e decine di milioni di euro in propaganda per Toti.
Le risorse da investire per i liguri ci sono, serve una proposta politica che le investa in modo strutturale e duraturo in beni e servizi per il benessere della regione.
Fonte
Le elezioni regionali liguri, insieme a quelle in Umbria ed Emilia-Romagna previste per l’autunno, saranno un banco di prova sia per la tenuta della coalizione di centro-destra, sia per il campo largo del centro-sinistra, che ha aperto le danze con la cosiddetta “via maestra”.
Risulta pertanto doveroso interrogarsi sul modello Liguria, gli interessi che difende, così da costruire un’alternativa reale che ribadisca una discontinuità verso un sistema che di certo non cambierà da solo: del resto, come diciamo dall’inizio, “tolto un Toti se ne fa un altro”.
L’inchiesta che ha portato alle dimissioni di Toti ha rivelato la corruzione di un sistema basato su interessi personali e privatistici di una classe politica e imprenditoriale marcia fino al midollo: sarebbe tuttavia sbagliato pensare che questa rete di scambi di favori e corruzione riguardi solamente il centro-destra, infatti, sarebbe ingenuo pensare che il centro-sinistra e il campo largo possano costituire una vera opzione di discontinuità con la gestione precedente, dal momento che sono anch’essi legati a doppio filo con il mondo imprenditoriale.
Non è un caso che sia stata proprio l’amministrazione Burlando (centro-sinistra) a spianare la strada alle politiche di privatizzazione e speculazione in Regione: pensiamo alla sanità, alla deindustrializzazione e alla turistificazione selvaggia subita dal territorio ligure. Inoltre, non dobbiamo assolutamente dimenticare il coinvolgimento dell’uomo ombra del PD, Vianello, nella maxi-inchiesta sulla corruzione ne’ gli incontri di Burlando e Sanna sullo yacht di Spinelli, o i sostegni economici sempre elargiti da quest’ultimo al PD.
Su questa scia si è mosso anche il Movimento 5stelle, che ha consolidato il centro-destra in Regione, nominando Bucci commissario straordinario dopo il crollo del Ponte Morandi e con il Decreto Genova, preso a modello dalla destra e diventato sinonimo di deroghe, nomine dirette, pochi controlli in nome di un’emergenza in realtà quotidiana, ormai usato in tutte le inutili infrastrutture.
Proprio per questi motivi, l’idea di appoggiare da sinistra il campo largo rende complici di un’operazione di maquillage e di legittimazione dei corresponsabili della situazione regionale e nazionale vigente; serve, invece, un progetto radicale di rottura con il ventennio Burlando-Toti, rimettendo finalmente al centro gli interessi della collettività, finora sacrificati sull’altare del profitto e del clientelismo.
Chiusura delle opportunità di profitto per la sanità privata, più aiuti ai giovani su stipendi (introducendo il salario minimo a 10€ in tutti gli affidamenti o bandi regionali) più soldi all’istruzione con un profondo riordino dei fondi sulla “formazione professionale” e misure che garantiscano la fine dell’invasione di turisti mentre prevedano iniziative culturali e musicali per chi è residente. La regione Liguria spende milioni in enti inutili come Alisa o l’ente regionale dei rifiuti e decine di milioni di euro in propaganda per Toti.
Le risorse da investire per i liguri ci sono, serve una proposta politica che le investa in modo strutturale e duraturo in beni e servizi per il benessere della regione.
Fonte
12/05/2024
Liguria - Il crack della cricca
Da quanto emerge dalle carte dell’inchiesta sul finanziamento illecito alla fondazione Change e al Comitato Toti, aperta nel 2021 dalla Procura di Genova sulle base di segnalazioni sospette da parte di Bankitalia, il “Modello Liguria” seguiva in fondo uno schema abbastanza semplice.
Sulla base di una seconda inchiesta – tutt’ora in corso, solo in parte confluita nell’attuale – rispetto a quella che due anni fa portò alla perquisizioni nelle sedi dei finanziatori del governatore, il quale ai tempi non compariva tra gli indagati, la cricca politica di Giovanni Toti faceva cassa chiedendo finanziamenti alla cricca economica della regione in cambio di favori di varia natura che ne facilitavano gli affari, il tutto a discapito della “Cosa Pubblica”.
Questa prassi sembra essersi talmente consolidata da diventare un vero e proprio codice di condotta nell’interscambio bidirezionale interno alla trama di poteri che governava la regione, e che comprendeva anche uomini vicini (o non invisi) alla sedicente “sinistra”; oppure, come lo stesso Toti, cui il Movimento 5 Stelle al governo aveva conferito un molto delicato incarico di “commissario straordinario” nel 2018.
Una trama di potere per ora con 25 indagati in custodia cautelare – ma solo Signorini è in carcere – da cui neanche i vertici locali della CGIL escono puliti.
Venanzio Maurici, ex segretario della Fillea Cgil e poi della Filcams Cgil, ora iscritto allo SPI e dal 2019 responsabile della Lega Medio Ponente di Genova dei pensionati, è accusato di corruzione elettorale “con l’aggravante di associazione mafiosa”, secondo cui sarebbe il referente genovese del clan Cammarata di Cosa Nostra.
Non proprio un pesce piccolo nel sindacato, e non per semplice corruzione, insomma.
Uno che ha passato la propria vita da sindacalista in impegni dirigenziali prima nella Federazione degli edili, poi nel commercio e infine tra i pensionati.
Su “Zi Venè” la Casa della Legalità della Liguria aveva da tempo sottolineato alcune frequentazioni non proprio limpidissime, ma questo non aveva frenato la sua carriera nel sindacato che fu di Di Vittorio.
Per capire l’“alto profilo morale” di questa cricca economico-politica è bene ricordare che la parola più pronunciata captata dalla intercettazioni era Montecarlo con 646 citazioni. Se vi aggiungiamo Monaco – nel senso del Principato – si arriva a 857.
Una specie di ossessione, per così dire, che ricorda l’immagine – non troppo distante dalla realtà – dei commenda nella saga fantozziana, con il codazzo di tutto quello che si può immaginare, ludopatia a parte.
Ma ancora più interessante è un altro termine che ricorre frequentemente: “milione”, anzi “milioni”. Ma non si tratta nemmeno del valore delle tangenti, ma del costo delle opere da sbloccare con la presunta corruzione.
Ossia la rimozione di quei “lacci e lacciuoli”, avrebbe detto qualcuno, che rallentano le possibilità del business e sono stati rimossi a suon di bustarelle. Quei “freni”, insomma, per cui le istituzioni e gli impianti legislativi posti come filtro cautelativo rispetto alla legge della giungla del capitalismo selvaggio, sono una insopportabile scocciatura e rispetto ai quali va costruita una “corsia preferenziale”.
Come avrebbe detto nelle intercettazioni un noto imprenditore nautico: “non chiedo mica la Luna”.
Favori che diventavano moneta di scambio per far “marciare l’economia”. Una disponibilità di “ascolto” delle istituzioni che solitamente i “normali cittadini” non trovano mai... Ma che hanno degradato la funzione pubblica e il welfare a livelli infimi, e per cui i cittadini – se pretendono ciò che gli spetta di diritto – vengono trattati come piantagrane.
Una modalità di governance che sembra essere stata la prassi per la realizzazione di “grandi opere”, come hanno mostrato per esempio le inchieste precedenti riguardanti il TAV in Liguria, sul COCIV, e potrebbero interessare gli altri faraonici progetti infrastrutturali di dubbia utilità ancora allo stadio di progetto o appena messi in cantiere: Gronda di Ponente, “nuova” diga foranea, tunnel sub-portuale.
Le bustarelle, in totale, finora ammontano ad una cifra quasi ridicola: 574.611 euro.
La metà del costo della casa romana affacciata sul Colosseo di un famoso ex ministro ligure che se l’è trovata comprata “a sua insaputa“, come ebbe a dire mostrando assoluto sprezzo del ridicolo o una faraonica faccia tosta.
Un altro termine rientra tra i più presenti: Riesi. È il paese di provenienza della “colonia mafiosa” genovese indicata come “grande elettrice” di Toti, attraverso i gemelli Testa – fin qui dirigenti locali di Forza Italia – in cambio del potere di disporre le assegnazioni di alloggi in case popolari e assunzioni, nel più tradizionale rapporto clientelare ereditato dalla Democrazia Cristiana o dal PSI craxiano, anche sotto la Lanterna.
Ma come riporta ilSole24Ore, “I pubblici ministeri e la GdF si accingono a studiare il materiale sequestrato nei giorni scorsi, con l’obiettivo di fare ulteriore luce su un sistema d’affari, politica, presunte mazzette che coinvolge oltre al porto, il sistema dei rifiuti, le grandi opere e potrebbe anche sfiorare, non escludono gli investigatori, la sanità”.
Insomma, rimarrebbe fuori veramente poco da questo “sistema” nato in regione con il centrosinistra di Burlando (2005-2015), come si può leggere sull'inchiesta Il Partito del Cemento. Politici, imprenditori, banchieri. La nuova speculazione edilizia, di Ferruccio Sansa e Marco Preve del 2008, edita da Chiarelettere.
L’inchiesta giudiziaria ha tolto il sorriso al sindaco di Genova Marco Bucci, che con Toti rappresentava una delle coppie politiche più consolidate in Italia (dopo Il Gatto e La Volpe) e che sono apparsi sempre insieme per le costose baracconate che avevano organizzato in questi anni e, in genere, in ogni occasione pubblica.
Bucci, infatti, potrebbe presto essere sentito come “persona informata sui fatti”.
Ecco, diciamo che fare luce sulla ditta Toti e Bucci – maneggi e mastrussi, come suggerisce l’adagio popolare – sarebbe a questo punto doveroso.
Vorremo solo ricordare l’endorsement di Toti a Bucci, lo scorso agosto, come possibile commissario alla Diga Foranea: “Ha dimostrato di essere il miglior commissario d’Italia, quello che in due anni è riuscito a far realizzare il Ponte San Giorgio dopo il crollo del ponte Morandi”.
Affermazioni piuttosto imbarazzanti, alla luce dell’inchiesta.
Si apre insomma una grossa breccia in quello che sembrava un intreccio granitico tra malaffare economico e rendita politica che si alimentavano reciprocamente senza remore, e di cui vanno evidenziati i tratti essenziali per poter meglio combatterli e sradicarli.
Strapotere della rendita, carattere parassitario di una classe prenditoriale stracciona ed arrogante, una cricca politica priva di qualsiasi visione progettuale che non sia occupare stabilmente il potere agendo da comitato d’affari di prenditori e rentier, un apparato mediatico prono a diffondere una narrazione vincente di questo modello, ormai abituata a fare pubblicità per il potere piuttosto che informare su quel che combina; e infine una sedicente “sinistra” politica e sindacale inetta, quando non organica al “sistema”, che sostanzialmente ha fiancheggiato l’andazzo senza grande imbarazzo.
Anche per questo la costruzione della mobilitazione del Primo Giugno è una condizione necessaria per consolidare una vera opposizione a questo governo e alla falsa alternativa del cosiddetto “campo largo”, per porre le basi di un’alternativa a questa fetida e marcescente “classetta” economica-politica.
Fonte
Sulla base di una seconda inchiesta – tutt’ora in corso, solo in parte confluita nell’attuale – rispetto a quella che due anni fa portò alla perquisizioni nelle sedi dei finanziatori del governatore, il quale ai tempi non compariva tra gli indagati, la cricca politica di Giovanni Toti faceva cassa chiedendo finanziamenti alla cricca economica della regione in cambio di favori di varia natura che ne facilitavano gli affari, il tutto a discapito della “Cosa Pubblica”.
Questa prassi sembra essersi talmente consolidata da diventare un vero e proprio codice di condotta nell’interscambio bidirezionale interno alla trama di poteri che governava la regione, e che comprendeva anche uomini vicini (o non invisi) alla sedicente “sinistra”; oppure, come lo stesso Toti, cui il Movimento 5 Stelle al governo aveva conferito un molto delicato incarico di “commissario straordinario” nel 2018.
Una trama di potere per ora con 25 indagati in custodia cautelare – ma solo Signorini è in carcere – da cui neanche i vertici locali della CGIL escono puliti.
Venanzio Maurici, ex segretario della Fillea Cgil e poi della Filcams Cgil, ora iscritto allo SPI e dal 2019 responsabile della Lega Medio Ponente di Genova dei pensionati, è accusato di corruzione elettorale “con l’aggravante di associazione mafiosa”, secondo cui sarebbe il referente genovese del clan Cammarata di Cosa Nostra.
Non proprio un pesce piccolo nel sindacato, e non per semplice corruzione, insomma.
Uno che ha passato la propria vita da sindacalista in impegni dirigenziali prima nella Federazione degli edili, poi nel commercio e infine tra i pensionati.
Su “Zi Venè” la Casa della Legalità della Liguria aveva da tempo sottolineato alcune frequentazioni non proprio limpidissime, ma questo non aveva frenato la sua carriera nel sindacato che fu di Di Vittorio.
Per capire l’“alto profilo morale” di questa cricca economico-politica è bene ricordare che la parola più pronunciata captata dalla intercettazioni era Montecarlo con 646 citazioni. Se vi aggiungiamo Monaco – nel senso del Principato – si arriva a 857.
Una specie di ossessione, per così dire, che ricorda l’immagine – non troppo distante dalla realtà – dei commenda nella saga fantozziana, con il codazzo di tutto quello che si può immaginare, ludopatia a parte.
Ma ancora più interessante è un altro termine che ricorre frequentemente: “milione”, anzi “milioni”. Ma non si tratta nemmeno del valore delle tangenti, ma del costo delle opere da sbloccare con la presunta corruzione.
Ossia la rimozione di quei “lacci e lacciuoli”, avrebbe detto qualcuno, che rallentano le possibilità del business e sono stati rimossi a suon di bustarelle. Quei “freni”, insomma, per cui le istituzioni e gli impianti legislativi posti come filtro cautelativo rispetto alla legge della giungla del capitalismo selvaggio, sono una insopportabile scocciatura e rispetto ai quali va costruita una “corsia preferenziale”.
Come avrebbe detto nelle intercettazioni un noto imprenditore nautico: “non chiedo mica la Luna”.
Favori che diventavano moneta di scambio per far “marciare l’economia”. Una disponibilità di “ascolto” delle istituzioni che solitamente i “normali cittadini” non trovano mai... Ma che hanno degradato la funzione pubblica e il welfare a livelli infimi, e per cui i cittadini – se pretendono ciò che gli spetta di diritto – vengono trattati come piantagrane.
Una modalità di governance che sembra essere stata la prassi per la realizzazione di “grandi opere”, come hanno mostrato per esempio le inchieste precedenti riguardanti il TAV in Liguria, sul COCIV, e potrebbero interessare gli altri faraonici progetti infrastrutturali di dubbia utilità ancora allo stadio di progetto o appena messi in cantiere: Gronda di Ponente, “nuova” diga foranea, tunnel sub-portuale.
Le bustarelle, in totale, finora ammontano ad una cifra quasi ridicola: 574.611 euro.
La metà del costo della casa romana affacciata sul Colosseo di un famoso ex ministro ligure che se l’è trovata comprata “a sua insaputa“, come ebbe a dire mostrando assoluto sprezzo del ridicolo o una faraonica faccia tosta.
Un altro termine rientra tra i più presenti: Riesi. È il paese di provenienza della “colonia mafiosa” genovese indicata come “grande elettrice” di Toti, attraverso i gemelli Testa – fin qui dirigenti locali di Forza Italia – in cambio del potere di disporre le assegnazioni di alloggi in case popolari e assunzioni, nel più tradizionale rapporto clientelare ereditato dalla Democrazia Cristiana o dal PSI craxiano, anche sotto la Lanterna.
Ma come riporta ilSole24Ore, “I pubblici ministeri e la GdF si accingono a studiare il materiale sequestrato nei giorni scorsi, con l’obiettivo di fare ulteriore luce su un sistema d’affari, politica, presunte mazzette che coinvolge oltre al porto, il sistema dei rifiuti, le grandi opere e potrebbe anche sfiorare, non escludono gli investigatori, la sanità”.
Insomma, rimarrebbe fuori veramente poco da questo “sistema” nato in regione con il centrosinistra di Burlando (2005-2015), come si può leggere sull'inchiesta Il Partito del Cemento. Politici, imprenditori, banchieri. La nuova speculazione edilizia, di Ferruccio Sansa e Marco Preve del 2008, edita da Chiarelettere.
L’inchiesta giudiziaria ha tolto il sorriso al sindaco di Genova Marco Bucci, che con Toti rappresentava una delle coppie politiche più consolidate in Italia (dopo Il Gatto e La Volpe) e che sono apparsi sempre insieme per le costose baracconate che avevano organizzato in questi anni e, in genere, in ogni occasione pubblica.
Bucci, infatti, potrebbe presto essere sentito come “persona informata sui fatti”.
Ecco, diciamo che fare luce sulla ditta Toti e Bucci – maneggi e mastrussi, come suggerisce l’adagio popolare – sarebbe a questo punto doveroso.
Vorremo solo ricordare l’endorsement di Toti a Bucci, lo scorso agosto, come possibile commissario alla Diga Foranea: “Ha dimostrato di essere il miglior commissario d’Italia, quello che in due anni è riuscito a far realizzare il Ponte San Giorgio dopo il crollo del ponte Morandi”.
Affermazioni piuttosto imbarazzanti, alla luce dell’inchiesta.
Si apre insomma una grossa breccia in quello che sembrava un intreccio granitico tra malaffare economico e rendita politica che si alimentavano reciprocamente senza remore, e di cui vanno evidenziati i tratti essenziali per poter meglio combatterli e sradicarli.
Strapotere della rendita, carattere parassitario di una classe prenditoriale stracciona ed arrogante, una cricca politica priva di qualsiasi visione progettuale che non sia occupare stabilmente il potere agendo da comitato d’affari di prenditori e rentier, un apparato mediatico prono a diffondere una narrazione vincente di questo modello, ormai abituata a fare pubblicità per il potere piuttosto che informare su quel che combina; e infine una sedicente “sinistra” politica e sindacale inetta, quando non organica al “sistema”, che sostanzialmente ha fiancheggiato l’andazzo senza grande imbarazzo.
Anche per questo la costruzione della mobilitazione del Primo Giugno è una condizione necessaria per consolidare una vera opposizione a questo governo e alla falsa alternativa del cosiddetto “campo largo”, per porre le basi di un’alternativa a questa fetida e marcescente “classetta” economica-politica.
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15/04/2024
L’incapacità della Schlein di guardare ai buchi neri nel PD
Nel bubbone esploso nel Pd intorno alle vicende di Bari e della Puglia, molti leggono l’episodio in se ma perdono di vista la foresta.
Le maglie larghe di un partito “liquido”, riempitosi di democristiani nello spirito e nella prassi e di membri della vecchia ditta (il Pci) da tempo in totale dismissione, hanno consegnato alla contemporaneità un partito di sistema che soffre enormemente quando deve stare all’opposizione e che vive solo quando è amministratore, a livello locale come nazionale. Una roba lontanissima dal “partito di lotta e di governo” su cui è cresciuta una parte ormai marginalizzata del Pd.
Si esiste e si conta solo se si amministra, indipendentemente da come, con chi e soprattutto per chi. Gli interessi sociali di riferimento hanno da tempo messo in soffitta qualsiasi connessione con la rappresentanza di interessi e gruppi sociali definiti.
Nel lavoro dipendente il Pd ormai presta attenzione solo a qualche nicchia di lavoratrici e lavoratori contrattualizzati, per il resto l’interlocuzione va al mondo delle imprese, del privato sociale e dei mass media.
Tutto il resto è stato consegnato alla destra, con un surplus di disprezzo e supponenza verso quei settori popolari considerati ormai alla stregua di “plebe”, avvicinabile solo attraverso “cacicchi e capibastone” capaci di veicolarne clientelarmente e non politicamente il voto.
Sulla base di questa mission, al Pd si sono avvicinati o adeguati tutti coloro che veicolano voti e relazioni nei territori – come abbiamo visto non sempre limpidissime, anzi – in funzione dell’obiettivo di stare lì dove si comanda, si amministra... si distribuisce. Con un ricorso al trasformismo diventato fisiologico e una fisionomia che somiglia sempre più a quella di un comitato d’affari.
Del resto la Schlein ha vinto le primarie tra gli elettori e gli esterni del Pd ma le aveva perse nel corpo interno del partito. Non era un dettaglio allora e non lo è adesso.
Ma nella riflessione, la radiografia e l’individuazione delle magagne interne, il dibattito pubblico – dentro, intorno e fuori del Pd – si è rapidamente dimenticato di una analisi che invece sarebbe utilissima per capire come cacicchi e capibastone abbiano condizionato la composizione, la vita interna e la proiezione politica esterna del Pd.
Ci riferiamo all’indagine condotta sul Pd di Roma nel 2015 da Fabrizio Barca.
Alla fine del 2014 l’amministrazione e il consiglio comunale di Roma furono investiti dalla tempesta dell’inchiesta su Mafia Capitale. Su quella indagine, le forzature della magistratura, le asimmetrie e le grandi assenze nell’inchiesta, il nostro giornale fu esplicito sin dall’inizio.
Il malaffare negli appalti e nella cooperazione sociale era palpabile da tempo e la permeabilità ad esso della politica era ben visibile.
Quell’inchiesta colpì trasversalmente sia la destra capitolina “de panza e de governo” sia il Pd romano, facendo traballare la giunta Marino che alla fine venne affondata proprio dal “fuoco amico” nel Pd.
A seguito di quel terremoto politico e giudiziario, venne incaricato Fabrizio Barca di condurre una indagine sui circoli del Pd a Roma, sulla loro vita interna, sulle relazioni e le connessioni con i territori e i soggetti sociali di riferimento.
Il risultato fu che un circolo su cinque venne ritenuto “dannoso” per il partito. Sono circoli, secondo la relazione di Barca “in cui prevalgono interessi particolari che sovrastano o annullano gli interessi generali o sono arena di scontro di poteri”. In questi casi, “Il Circolo è dannoso perché blocca il confronto sui contenuti premia la fedeltà di filiera, emargina gli innovatori”. La ricerca e la relazione hanno precisato di non aver preso in esame, “la legalità dei comportamenti, compito che tocca alla magistratura, la regolarità delle iscrizioni, il rispetto delle regole, dello statuto e del codice etico, nonché la moralità dei comportamenti”.
Bene, non vogliamo né pensiamo di poter dispensare consigli su questo.
Il nostro giudizio politico sul Pd, la sua storia e la sua funzione nel paese è assai più severo e definitivo di questo. Abbiamo affermato più volte che: “il Pd è parte del problema, non della sua soluzione”.
Ci sentiamo però di segnalare alla segretaria del Pd che l’inchiesta sul campo è cosa assai migliore delle dichiarazioni di principio che perdono senso via via che dal centro arrivano nei territori.
Un partito ircocervo che è venuto assumendo una natura democristiana più che socialdemocratica, con contenuti politici di fondo non molto dissimili da quelli del centro-destra (su una politica estera servilmente euroatlantica, una sussidiarietà che ha prodotto priorità del privato sul pubblico, una subalternità a banche e imprese), con un disagio e distanza nei rapporti con i settori popolari ed infine una soglia di tolleranza altissima verso “cacicchi e capibastone” locali, non ispira certo empatia in giro per il paese.
Soprattutto se molte delle facce con cui il Pd si presenta nei territori si rivelano interscambiabili per contenuti e attitudini con quelle dei propri competitori politici.
Poi diventa difficile accollare le responsabilità agli altri.
Fonte
Le maglie larghe di un partito “liquido”, riempitosi di democristiani nello spirito e nella prassi e di membri della vecchia ditta (il Pci) da tempo in totale dismissione, hanno consegnato alla contemporaneità un partito di sistema che soffre enormemente quando deve stare all’opposizione e che vive solo quando è amministratore, a livello locale come nazionale. Una roba lontanissima dal “partito di lotta e di governo” su cui è cresciuta una parte ormai marginalizzata del Pd.
Si esiste e si conta solo se si amministra, indipendentemente da come, con chi e soprattutto per chi. Gli interessi sociali di riferimento hanno da tempo messo in soffitta qualsiasi connessione con la rappresentanza di interessi e gruppi sociali definiti.
Nel lavoro dipendente il Pd ormai presta attenzione solo a qualche nicchia di lavoratrici e lavoratori contrattualizzati, per il resto l’interlocuzione va al mondo delle imprese, del privato sociale e dei mass media.
Tutto il resto è stato consegnato alla destra, con un surplus di disprezzo e supponenza verso quei settori popolari considerati ormai alla stregua di “plebe”, avvicinabile solo attraverso “cacicchi e capibastone” capaci di veicolarne clientelarmente e non politicamente il voto.
Sulla base di questa mission, al Pd si sono avvicinati o adeguati tutti coloro che veicolano voti e relazioni nei territori – come abbiamo visto non sempre limpidissime, anzi – in funzione dell’obiettivo di stare lì dove si comanda, si amministra... si distribuisce. Con un ricorso al trasformismo diventato fisiologico e una fisionomia che somiglia sempre più a quella di un comitato d’affari.
Del resto la Schlein ha vinto le primarie tra gli elettori e gli esterni del Pd ma le aveva perse nel corpo interno del partito. Non era un dettaglio allora e non lo è adesso.
Ma nella riflessione, la radiografia e l’individuazione delle magagne interne, il dibattito pubblico – dentro, intorno e fuori del Pd – si è rapidamente dimenticato di una analisi che invece sarebbe utilissima per capire come cacicchi e capibastone abbiano condizionato la composizione, la vita interna e la proiezione politica esterna del Pd.
Ci riferiamo all’indagine condotta sul Pd di Roma nel 2015 da Fabrizio Barca.
Alla fine del 2014 l’amministrazione e il consiglio comunale di Roma furono investiti dalla tempesta dell’inchiesta su Mafia Capitale. Su quella indagine, le forzature della magistratura, le asimmetrie e le grandi assenze nell’inchiesta, il nostro giornale fu esplicito sin dall’inizio.
Il malaffare negli appalti e nella cooperazione sociale era palpabile da tempo e la permeabilità ad esso della politica era ben visibile.
Quell’inchiesta colpì trasversalmente sia la destra capitolina “de panza e de governo” sia il Pd romano, facendo traballare la giunta Marino che alla fine venne affondata proprio dal “fuoco amico” nel Pd.
A seguito di quel terremoto politico e giudiziario, venne incaricato Fabrizio Barca di condurre una indagine sui circoli del Pd a Roma, sulla loro vita interna, sulle relazioni e le connessioni con i territori e i soggetti sociali di riferimento.
Il risultato fu che un circolo su cinque venne ritenuto “dannoso” per il partito. Sono circoli, secondo la relazione di Barca “in cui prevalgono interessi particolari che sovrastano o annullano gli interessi generali o sono arena di scontro di poteri”. In questi casi, “Il Circolo è dannoso perché blocca il confronto sui contenuti premia la fedeltà di filiera, emargina gli innovatori”. La ricerca e la relazione hanno precisato di non aver preso in esame, “la legalità dei comportamenti, compito che tocca alla magistratura, la regolarità delle iscrizioni, il rispetto delle regole, dello statuto e del codice etico, nonché la moralità dei comportamenti”.
Bene, non vogliamo né pensiamo di poter dispensare consigli su questo.
Il nostro giudizio politico sul Pd, la sua storia e la sua funzione nel paese è assai più severo e definitivo di questo. Abbiamo affermato più volte che: “il Pd è parte del problema, non della sua soluzione”.
Ci sentiamo però di segnalare alla segretaria del Pd che l’inchiesta sul campo è cosa assai migliore delle dichiarazioni di principio che perdono senso via via che dal centro arrivano nei territori.
Un partito ircocervo che è venuto assumendo una natura democristiana più che socialdemocratica, con contenuti politici di fondo non molto dissimili da quelli del centro-destra (su una politica estera servilmente euroatlantica, una sussidiarietà che ha prodotto priorità del privato sul pubblico, una subalternità a banche e imprese), con un disagio e distanza nei rapporti con i settori popolari ed infine una soglia di tolleranza altissima verso “cacicchi e capibastone” locali, non ispira certo empatia in giro per il paese.
Soprattutto se molte delle facce con cui il Pd si presenta nei territori si rivelano interscambiabili per contenuti e attitudini con quelle dei propri competitori politici.
Poi diventa difficile accollare le responsabilità agli altri.
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16/11/2021
Perù - Un presidente senza fermezza e un governo di “topi roditori”
Traduzione, a cura di Genova City Strike, dell’intervista a Roger Taboada, direttore del quotidiano El Puka, rilasciata a Resumen Latinoamericano. Sull’attuale corso politico in Perù
*****
Il Perù è in una situazione di grave impasse, non solo per le continue pressioni della destra di Fujimori ma anche per le ripetute battute d’arresto e la svolta ideologica dello stesso governo. Per parlarne, abbiamo intervistato, in Perù, Roger Taboada, direttore del quotidiano El Puka(1).
Sappiamo che c’è un nuovo ministro pronto a dimettersi e ad andare via, il ministro della Difesa. Vediamo che la situazione è grave, l’azione del Governo è molto debole.
Infatti è così. Ci sono molte debolezze da parte del governo, dovute alla mancanza di certezze. Dobbiamo essere abbastanza chiari. Nel nostro giornale El Puka abbiamo una posizione di appoggio critico nei confronti del governo. Sosteniamo la parte buona, ma siamo anche contro i corrotti che restano ancorati al potere, contro quei gruppi inetti che hanno circondato il presidente. Oggi Pedro Castillo ha sfrattato dal governo Peru Libre, il gruppo che lo ha portato alla presidenza della Repubblica. Oggi governa con il Nuovo Perù, il gruppo di Verónika Mendoza, governa con il Frente Amplio, il gruppo di Cura Arana, scomparso dalla scena politica, e un gruppo chiamato “Los Chotanos”, che proviene dalla provincia di Chota, da dove viene lo stesso Pedro Castillo . È un gruppo di persone in cui le affinità geografiche contano più delle affinità politiche. Non importa che siano di sinistra, di destra, di centro, opportunisti, criminali, tutto questo non importa, importa che siano di Chota. Le amicizie, le relazioni, i legami di parentela sono quelli che prevalgono in questo gruppo. Quindi, ci sono tre gruppi: Nuovo Perú, Frente Amplio e “Chotanos”. I primi due della cosiddetta “sinistra al caviale (espressione per definire una sinistra leggera) e i “Chotanos” sono un miscela di tutto.
Chi sono i referenti di questo gruppo di “Chotanos”?
Il principale è lo stesso presidente Castillo con il ministro della Giustizia, Anibal Torres, che è un uomo con un passato fujimorista, che è stato membro della commissione dell’Università d’America, l’Università Nazionale di San Marcos, dove sono stati licenziati 1500 lavoratori nel 1992. Tra tutte le università sono stati licenziati in totale 2.500 lavoratori, io ero tra quelli. Ma solo a San Marcos si sono accaniti contro 1.500 colleghi, docenti e universitari. È lui che guida la persecuzione del Ministero della Giustizia contro Peru Libre e contro Vladimir Cerrón. Torres è quindi il carnefice. Ma è anche il ministro che non pronuncia “neppure un fischio” contro la corruzione, sul caso Odebrecht (2), sul caso Lava Jato (3), etc. tutto il marciume che esiste nel Ministero della Giustizia, nei Ministeri Pubblici, appare intoccabile e con lo stesso potere, con gli stessi vantaggi, stanno continuando a fare il loro lavoro, vendendo sentenze, con un Ministero della Giustizia paralizzato, indebolito e dedito a perseguire Perù Libre. Come i servizi di intelligence, fornisce informazioni al governo, perseguita i leader della sinistra e non ha cambiato la logica di comportamento che ha avuto negli anni della dittatura di Fujimori. Questo è quello che abbiamo nel governo. Come ha detto questa settimana l’ex premier Guido Bellido (4) in modo molto duro e crudo, Pedro Castillo è ancora barcollante e ha torto, perché è circondato da topi. Lo ha detto molto chiaramente, facendo appello al suo carattere di origine andina, è stato chiaro e drastico in quello che esprime. Questo sta accadendo. Come è possibile che abbiamo vinto le elezioni e abbiamo avuto come ministro degli Interni un personaggio legato alle bande armate che assaltano le cooperative dello zucchero sulla costa nord, sostenute dal deputato Bermejo, questo è quello che è successo. Questo è quello che abbiamo avuto con questo (Luis) Barranzuela (5). Accadeva anche con l’ex ministro dell’Interno (Juan) Carrasco (6), questi fatti non possono essere messi a tacere. Com’è possibile che abbiamo un vicepresidente, ministro dell’Inclusione Sociale, che sta dando 6 milioni di soles alla stampa per fare propagandare un fondo di 350 soles, per i poveri peruviani. Si spendono 6 milioni di soles, cioè un milione e mezzo di dollari in pubblicità. È inconcepibile.
Ascoltandoti, la situazione appare più grave di quanto si immagini per un governo così recente.
Questi eventi si sono verificati a causa della mancanza di fermezza. Si sono verificati nello spazio politico di Vladimiro Cerrón e Peru Libre(7), ma niente di tutto ciò giustifica il comportamento di Pedro Castillo. Per quanto riguarda le proposte fondamentali di Peru Libre, si è rinunciato alla questione dell’Assemblea Costituente e, inoltre, alle trattative sul costo del gas, fondamentali per un governo che aveva come caposaldo la riduzione del prezzo di questa essenziale materia prima. Lo ripetiamo sempre: siamo la terza potenza per riserve di gas dopo Venezuela e Bolivia. Abbiamo 13 miliardi di metri cubi di gas che potrebbero essere usati per dare gas gratis a 32 milioni di peruviani per 100 anni. Tuttavia, abbiamo il gas più costoso di tutta l’America Latina. Il giorno in cui Guido Bellido avrebbe cominciato a parlare di gas e a trattare la questione, se le condizioni non fossero state soddisfatte, non avrebbe negoziato e quel giorno lo avrebbero fatto dimettere. A quel tempo e fino ad oggi, non sono arrivati praticamente a nulla perché c’è una politica del Fondo monetario attuata da Pedro Franke (8) con Verónika Mendoza al Ministero dell’Economia. Così, la logica del comportamento del capitale che privilegia il profitto sul benessere collettivo non cambia affatto. Lo si evince dalla struttura del bilancio nazionale della Repubblica predisposta da Pedro Franke per il prossimo anno, con tiepidi finanziamenti a sanità e istruzione mantenendo però i pagamenti del debito estero, mantenendo cioè gli aspetti centrali della logica capitalista materializzata all’interno del bilancio generale della Repubblica. Cioè un comportamento che non infrange i canoni di una politica filo FMI nella gestione economica e con un’annunciata seconda riforma agraria che è stata assolutamente inutile, senza misure concrete e senza nulla per evitare la super concentrazione della terra che continua ad essere prodotta oggi, nonostante il continuo abbandono dei piccoli fondi agricoli.
Intanto la destra continua ad attaccare.
Sul lato destro della politica si sta cospirando. Ciò avviene mentre il governo, con quelle persone che lo circondano, i roditori del potere, come diceva Bellido, ha commesso gravi errori anche in questo caso, per quanto riguarda le promozioni all’interno delle Forze Armate. Ecco un caso curioso: il Presidente, come Comandante Supremo delle Forze Armate, può decidere chi promuovere o meno senza violare, come è stato detto, la costituzionalità il merito e le caratteristiche specifiche che hanno le forme armate. Sappiamo anche che vengono pagate tangenti, ci sono vendite di favori, etc. Ma ci sono comandanti che non hanno dovuto consultarsi con il comandante generale dell’esercito o con il comandante generale delle forze aeree, perché si poteva fare qualsiasi cosa. Ciò che succede è che Pedro Castillo non usa le sue prerogative e invia emissari per favorire persone in modo clientelare. Avrebbe dovuto disporre, secondo i mezzi e le capacità del popolo, e porre fine a quei patronati e vantaggi che ancora prevalgono nelle tre forze armate. Oggi i militari vogliono sorprenderci dicendo che sono puliti, che sono persone che gestiscono le cose in modo decente e questo è completamente falso. A parte questo, l’errata gestione che è stata fatta ha dato luogo a uno scandalo e c’è un ministro della Difesa (9) interrogato a tal proposito, che non conosce il settore, che non conosce i problemi della difesa del Paese.
I media nazionali e internazionali non escludono che possa verificarsi la richiesta di dimissioni presidenziali.
C’è un’altra crisi di cui si parla al Congresso, ed è il posto vacante presidenziale (10). Perché lo stesso Pedro Castillo è stato denunciato dall’ex comandante in capo dell’esercito di aver voluto influenzare le promozioni, e questo si chiama “spaccio di influenza ed esercizio improprio d’ufficio”. Ne parlano, ma non hanno ancora tutti i voti. All’interno dell’estrema destra vogliono reintrodurre il Fujimorismo al Congresso attraverso Rinnovamento Popolare e Avanza País. Abbiamo anche il settore del centro, che è un settore corrotto, per esempio Somos Perú, Alianza para el Progreso e Podemos, dove è presente Acuña Peralta per la quale sono stati richiesti molti anni di carcere. Ma i partiti negoziano i loro voti in base agli importi del budget. Vi racconto un caso che stiamo denunciando nell’ultimo numero di El Puka: un’opera di irrigazione del valore di 200 milioni di dollari nel nord, dove il governo è gestito dal leader regionale Acuña Peralta, dell’Alleanza per il progresso. Tuttavia, Odebrecht con tutta la sua sporcizia, poi Alan García (11) e il miserabile traditore Ollanta Humala (12), aumentarono il costo di quel lavoro e lo sopravvalutarono di 700 milioni di dollari. È uno scandalo: da 200 a 700 milioni di dollari e vogliono che il bilancio della Repubblica approvi quei 700 milioni di dollari. Il peggio è che lo stanno approvando sul serio e questo è il costo del valore dei voti dell’Alleanza per il progresso, ecco perché hanno votato per l’inaugurazione e per il sostegno del nuovo governo. E che vogliono essere mantenuti in quanto verrà approvato un budget di 700 milioni di dollari dove si registra un aumento praticamente del 250% sulla sua valutazione, già scandalosamente sopravvalutata. Questo è il cosiddetto centrodestra, questa è Acuña Peralta, questa è l’Alleanza per il Progresso. Mi dai così tante cose e vantaggi, che non hanno nulla da invidiare a quelli concessi dal Fujimontesinismo (13), o da qualsiasi altro partito di destra. Questa è la realtà, se continuiamo così, la figura di Pedro Castillo sarà sempre più vicina a infrangersi su una scogliera.
A tutto questo bisogna aggiungere l’imbarazzante dichiarazione del ministro degli Esteri Oscar Maúrtua (14) sulla questione del Nicaragua, dove si è schierato con l’OSA di Luis Almagro e con quanto propone Washington...
Maúrtua è un alcolizzato, probabilmente un cocainomane. Non è stato spiegato come abbiano potuto nominare un cancelliere alcolizzato. Che oggi firma una cosa e domani, se ordinano qualcos’altro, firma e sottoscrive anche il contrario. È un uomo di destra, dell’estrema destra peruviana e il governo non dice nulla, il presidente non dice nulla. Ciò significa che il governo convalida quell’allineamento con la destra internazionale, non dice nessuna parola, quando in questo caso il Nicaragua vorrebbe che, almeno, si invii solidarietà ai nostri compagni e fratelli sandinisti. I voti che hanno eletto Pedro Castillo appartengono a quella tradizione, non bisogna rovinare tutto.
Castillo avrebbe dovuto sostenere le proposte e gli approcci delle persone che lo hanno portato sulle proprie spalle a formare questo governo. Molti di noi hanno lottato per il suo trionfo. Eppure non dice niente.
Davanti a questo stato di cose che cosa dicono le persone comuni, quelle che hanno messo i propri corpi, con i loro martiri, affinché Castillo diventasse presidente?
La popolazione, specialmente nelle montagne meridionali e centrali del Perù, si sta rendendo conto che questo non è il governo per cui abbiamo votato. Chi si mantiene con le logiche del favoritismo, della corruzione, per ottenere un favore o un privilegio, chiude gli occhi e non critica questo governo. Che però o si riarma e si ricostruisce, cosa che io vedo molto difficile, o va a infrangersi. Nessuno scenderà in piazza per difendere Pedro Castillo.
Così si perderà un’altra occasione storica perché coloro che ci hanno derubato per 200 anni, coloro che hanno saccheggiato il Perù durante la nostra vita repubblicana, ad eccezione del generale Velasco Alvarado (15), riprenderanno il governo.
Note a cura di Genova City Strike
1) El Puka è un nuovo quotidiano nato recentemente in Perù, di orientamento marxista.
2) Società di costruzioni brasiliana al centro di uno scandalo riguardante tangenti per ottenere appalti. Il sistema era diffuso da più di 30 anni in molti paesi del Sud America.
3) Il Caso Lava Jato è collegato alla figura di Odebrecht e alla Petrobras Brasiliana. Si tratta di uno scandalo internazionale legato a riciclaggio di denaro, tangenti, corruzione, finanziamenti illeciti. Il caso è importante in Perù in quanto Odebrecht opera in nel paese dal 1979. Tra coloro che sono stati indagati, oltre a una serie lunghissima di Presidenti, ministri, politici, anche il brasiliano Lula da Silva, recentemente però scagionato dalle accuse che gli hanno impedito di ricandidarsi alle elezioni poi vinte da Bolsonaro.
4) Guido Bellido di Perù Libre è stato il primo Presidente del Consiglio incaricato da Castillo. Si è dimesso recentemente in disaccordo con il Presidente. Attualmente il Governo, senza la fiducia di Perù Libre, è guidato da Mirtha Vasquez esponente del Frente Amplio. La Vasquez, avvocato femminista, è una esponente della sinistra moderata che guarda al centro e cerca di isolare Perù Libre e il suo leader Vladimiro Cerron
5, 6) I due ministri sono stati scelti da Castillo. Carrasco si è dimesso a ottobre, Barranzuela è durato in carica pochi giorni
7) L’intervistato si riferisce al fatto che i due ministri dell’interno erano esponenti di Perù Libre. Ed erano stati nominati con il consenso di Vladimiro Cerron
8) Attuale ministro dell’economia. Persona molto nota in Perù anche prima dell’incarico governativo. Vicino al partito Juntos Por Perù di Veronika Mendoza
9) Il Ministro in questione si chiama Walter Ayala. Il 9 novembre 2011 ha consegnato il mandato nelle mani del Presidente Castillo
10) L’attuale costituzione del Perù prevede che, in caso di dimissioni del Presidente, dovute a varie motivazioni, il posto vacante debba essere assunto da un reggente eletto dal Congresso. Recentemente si è verificato molte volte che sia stata necessaria questa procedura.
11, 12) Alan Garcia è stato uno dei Presidenti del Perù più noti a livello internazionale. Più volte rieletto (1985-90, 2006-2011), leader del movimento politico APRA, star internazionale della politica quando era a capo dell’Internazionale Socialista. Ollanta Humala è stata invece presidente del Perù per 5 anni dal 2011 al 2016: eletto come leader populista e considerato come emulo di Hugo Chavez tradì tutte le aspettative.
13) Ci si riferisce alle politiche di Alberto Fujimori e a quelle di Vladimiro Montesinos che fu capo dei servizi segreti durante i mandati di Fujimori. Caduto in disgrazia lasciò il paese ma fu condannato per diversi reati. Il suo nome è legato alla durissima repressione della guerriglia, condotta con metodi alquanto discutibili
14) Maurtua ha sostituito Bejar che era stato inizialmente designato da Castillo. Bejar fu costretto a dimettersi in quanto accusato di simpatie verso la guerriglia di Sendero Luminoso. Il casus belli fu una dichiarazione in cui sostenne che nella guerra civile condotta in Perù tra i vari governi e la guerriglia, il ruolo più nefasto fu dovuto all’azione dei paramilitari e dei militari corrotti. Maurtua, esponente della destra filoatlantica, ha cominciato il proprio mandato ordinando (in spregio alla Costituzione e contro ogni logica umanitaria) la cremazione obbligatoria delle spoglie di Abimael Guzman subito dopo la morte del leader di Sendero Luminoso avvenuta in carcere.
15) Velasco Alvarado fu Presidente del “Governo Rivoluzionario delle Forze Armate del Perù” dal 1968 al 1975. Autore di una politica di espropri ai latifondisti, nazionalizzazioni e altre politiche a favore dei più deboli. Fu sconfitto da un colpo di Stato. La sua figura è un riferimento per la sinistra rivoluzionaria in Perù.
Fonte
08/06/2020
Camici, mascherine e pannolini: altri pasticci in Lombardia
Secondo Il fatto quotidiano, che anticipa la trasmissione televisiva Report che andrà in onda lunedì 8 giugno, nel pieno della crisi sanitaria, a metà del mese di aprile, Aria, l’agenzia regionale pubblica per gli acquisti della regione Lombardia avrebbe comperato senza bando di concorso una fornitura di camici e calzari igienici per i medici dalla ditta Dama, per un totale di 513.000 euro.
Il problema è che la ditta Dama, proprietaria tra l’altro del marchio di abbigliamento Paul & Shark, risulta essere per il 90% di proprietà, attraverso una consociata (quasi ovviamente) svizzera, di Andrea Dini, cognato del presidente della Lombardia Attilio Fontana. Il restante 10% è di proprietà di Roberta Dini, moglie dello stesso Fontana. Un fatto che può suscitare evidenti sospetti di clientelismo.
Per dovere d’informazione, riportiamo che la stessa ditta ha dichiarato che in realtà quella fornitura sarebbe stata una donazione, e che solo per errore di un dipendente e in assenza dell’amministratore Andrea Dini, sarebbe stata fatturata alla Regione. La fatturazione sarebbe stata in seguito stornata. Seguono querele da parte di Fontana e conseguenze giudiziarie prossime.
Si tratta evidentemente di una situazione su cui è necessario sia fatta chiarezza, come su altre operazioni condotte in questi mesi da Aria.
Un esempio clamoroso è l’ordine di 18.000.000 di mascherine ordinate alla ditta di pannolini Fippi di Rho, per un totale di oltre 8.000.000 di euro, e poi rimaste quasi tutte in magazzino perché rivelatesi inadatte a proteggere dal Covid-19.
La questione delle mascherine era stata oggetto di uno dei tragicomici show televisivi dell’assessore Gallera che, mostrando una mascherina arrivata da Roma, l’aveva definita “carta igienica” dicendo che l’industria lombarda avrebbe saputo produrne di migliori. Constatiamo come è andata.
Desta sospetti anche l’assegnazione dei test sierologici alla Diasorin, che chiede 3€ a persona, quando altre imprese propongono prezzi inferiori.
Al momento non possiamo sapere se emergeranno elementi di atti illeciti in questi acquisti, ma è certo che comunque essi testimoniano gli infiniti pasticci e quindi l’inefficienza della giunta lombarda e delle sua agenzie.
Speriamo che la Commissione d’inchiesta istituita presso il Consiglio regionale della Lombardia abbia il coraggio e la capacità di andare a fondo di queste vicende, ora che la presidente di comodo eletta con i voti della maggioranza di destra, la renziana Patrizia Bassi, ha presentato le dimissioni. Un gesto che è stato approvato anche da Ettore Rosato, coordinatore nazionale di Italia Viva e dallo stesso Renzi, preoccupati dalla troppo evidente collusione con la Lega.
Ricordiamo che Patrizia Baffi era stata eletta presidente di tale commissione nella stessa mattinata in cui i senatori di Italia Viva salvavano Matteo Salvini dall’incriminazione per il caso Open Arms.
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