In Italia tocca a Catania il “primato” nazionale della gioventù totalmente assorbita nel “NEET”.
Il comune di Catania, nel Documento Unico di Programmazione (DUP), solo alcuni giorni fa aveva evidenziato questo “primato” nazionale che riguarda i giovani catanesi – nella città che ambiva ad essere la Capitale della Cultura 2028 – targato “abbandono scolastico, bassa istruzione, scarse opportunità lavorative, formazione non all’altezza dello stesso mercato del lavoro”.
Tutto ciò si sintetizza nell’acronimo inglese “NEET”, “Not in Education, Employment, or Training”, che in Italia indica i giovani, tra i 15 e i 29 anni, che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso di formazione professionale.
I dati sul tema diffusi in questi giorni dall’agenzia no profit Openpolis confermano che Catania “primeggia” fra i capoluoghi con il 35,4% della popolazione tra 15 e 29 anni in questa condizione.
“Ovviamente”, al centro di questa dura realtà ci sono i quartieri popolari, con San Cristoforo e Librino “in testa”, il controllo capillare e militare della mafia impone la pax sociale alimentata anche da aspettative dettate dalle promesse elettorali e dal clientelismo diffuso.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/07/2026
Catania ha il “primato” nazionale dei “NEET”
14/06/2026
Unicef: lavoro minorile in Italia raddoppiato in cinque anni
In occasione della Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, lo scorso 11 giugno, l’Unicef Italia ha presentato il rapporto “Lavoro minorile in Italia: rischi, infortuni e sicurezza sui luoghi di lavoro”, che ha tracciato un quadro allarmante per il nostro paese: nel giro di soli cinque anni, il numero di lavoratori minorenni di età compresa tra i 15 e i 17 anni in Italia è più che raddoppiato.
Si è passati, infatti, dalle 35.505 unità del 2020 alle 81.565 registrate nel 2025. Se si allarga l’orizzonte ai giovani fino ai 19 anni, il trend è meno significativo, ma altrettanto preoccupante: da 310.400 lavoratori nel 2021 a 427.072 nel 2024, segnando un incremento del 37,6%. Appare chiaro che questi dati esprimono da una parte le difficoltà economiche crescenti di vaste fasce della popolazione, dall’altra il fallimento delle politiche scolastiche.
La partecipazione più elevata dei giovanissimi alle attività produttive si segnala nel Settentrione. In termini assoluti, è la Lombardia a guidare la classifica dei lavoratori entro i 19 anni, con una media di 60.501 occupati, seguita da Veneto (39.138), Emilia-Romagna (34.202), Lazio (29.651) e Puglia (25.625).
Il maggior numero di impieghi per coloro che sono tra i 15 e i 17 anni si dividono tra il lavoro dipendente classico (da cui sono esclusi gli operai edili, agricoli e domestici) e il settore dell’agricoltura. I dati INPS evidenziano una crescita marcata anche tra i collaboratori e i professionisti iscritti alla Gestione separata.
Con l’aumento di giovani lavoratori, aumenta anche il pesante tributo in termini di sicurezza e salute. Le denunce di infortunio all’INAIL per i minori tra i 15 e i 17 anni mostrano una netta crescita dai tempi della pandemia: dalle 5.815 denunce del 2020 si è passati alle 18.820 del 2023 e alle 18.617 del 2024. Il tasso di infortuni calcolato sulla forza lavoro della fascia d’età è salito così al 22,79% nel 2024.
Le denunce in merito si raggruppano per il 60,54% del totale – per i ragazzi di 15-17 anni, tra il 2020 e il 2024 – in sole cinque regioni: Lombardia (21,27%), Veneto (12,10%), Emilia-Romagna (10,94%), Piemonte (9,11%), e Trentino-Alto Adige (7,12%). Tra il 2020 e il 2024, i lavoratori entro i 19 anni rimasti vittime di infortuni mortali sono stati ben 92; di questi, 14 avevano meno di 14 anni.
Nicola Graziano, presidente di Unicef Italia, ha ricordato che la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza protegge i giovanissimi dallo sfruttamento economico e da attività che mettono in pericolo la salute e l’educazione. Graziano ha dunque denunciato che “i dati che questo Report porta alla luce ci dicono quanto in Italia la distanza tra il suo riconoscimento formale (di questo insieme di diritti, ndr) e la sua attuazione concreta sia ancora significativa”.
In occasione della stessa Giornata mondiale, Save The Children ha sottolineato che, in base a una ricerca del 2023, un minore su 15 tra i 7 e i 15 anni (il 6,8%) è coinvolto nel lavoro minorile nel nostro paese. Considerando esclusivamente i ragazzi di 14 e 15 anni, più di uno su quattro tra coloro che lavorano è impiegato in attività considerate particolarmente dannose per la formazione e la salute, poiché svolti in modo continuativo durante le ore di scuola o in fasce orarie notturne.
Giorgia D’Errico, direttrice delle Relazioni Istituzionali di Save The Children, ha evidenziato il legame diretto con la scuola: chi inizia a lavorare così presto ha molte più probabilità di abbandonare definitivamente gli studi o di frequentare le lezioni in modo discontinuo. Rimane però sullo sfondo il fatto che è l’intero modello di sviluppo che sta spingendo i più giovani al lavoro e verso l’abbandono scolastico.
Da una parte le varie forme di alternanza scuola-lavoro e la mancanza di prospettive lavorative per chi prosegue verso l’alta formazione, dall’altra la crisi profonda che viene fatta pagare alle classi popolari sono il “miglior” incentivo per ampliare la platea del lavoro minorile.
Fonte
20/06/2025
“Noi Italia 2025”: 100 statistiche Istat per mostrare il declino italiano
Nel 2023 la spesa media mensile delle famiglie residenti in Italia è stata pari, in valori correnti, a 2.738 euro, in aumento del 4,3% rispetto al 2022. Ma in termini reali si riduce dell’1,5% per effetto dell’inflazione. Il che significa che l’esborso è maggiore, ma quel che si acquista è meno di prima.
Non sorprende dunque il dato su povertà assoluta e relativa: nella prima categoria sono conteggiate 5,7 milioni di persone, nella seconda 8,4 milioni. Il PIL pro capite in termini reali aumenta, ma una volta misurato in PPS – lo strumento statistico pensato per calcolare il potere d’acquisto in maniera depurata dalle differenze di prezzo dei vari paesi UE, permettendo così un confronto – risulta che il valore italiano (37.508 euro) è al di sotto della media europea (38.132 euro).
Inoltre, rimangono sostanziali i divari territoriali. Nel 2022, il livello del PIL pro capite in termini reali nel Mezzogiorno era quasi la metà di quello del Centro-nord (44,5%), e comunque inferiore del 34,8% rispetto alla media nazionale. La questione meridionale risulta ancora una dei nodi fondamentali dello sviluppo italiano.
Significativi sono alcuni dati sul futuro del paese, inteso come formazione e giovani. Nel 2023 la spesa pubblica per l’istruzione era pari al 3,9% del PIL, di gran lunga minore della media europea (4,7%). Per il 2022 la spesa in Ricerca e Sviluppo (R&S) è stata calcolata sui 27,3 miliardi di euro, con un’incidenza sul PIL dell’1,37% e in aumento rispetto agli ultimi anni. Eppure, la media UE è maggiore di quasi un punto percentuale (2,21%).
“Nel 2024 – si legge nella sintesi per i media – la quota di giovani (18-24 anni) che abbandonano precocemente gli studi è pari al 9,8 per cento; nel Mezzogiorno il valore è più elevato (12,4 per cento)”. L’obiettivo postosi a livello europeo è di ridurre l’abbandono scolastico al 9% entro il 2030, e anche in questo caso l’Italia deve lavorare ancora molto.
Nel 2024 la percentuale delle persone tra i 25 e i 34 anni che vantava un titolo di studio universitario era del 31,6%. “Per l’Italia il valore è ancora molto lontano dall’obiettivo medio europeo stabilito per il 2030 dal Quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell’istruzione e della formazione (almeno il 45 per cento nella classe di età 25-34 anni)”.
Sempre nel 2024, i cosiddetti NEET (persone che non sono in formazione e non lavorano) sono circa il 15,2% per cento della popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Anche in questo caso, la quota nel Mezzogiorno è più del doppio di quella del Centro-nord (23,3% contro 10,7%). L’Italia risulta tra i paesi europei con la percentuale di NEET più elevata.
Sotto il punto di vista della salute, nel 2022 la spesa sanitaria pubblica italiana si è attestata a 130,3 miliardi di euro, pari al 6,7% del PIL, ovvero 2.212 euro annui per abitante. A parità di potere di acquisto, la spesa per abitante nel nostro paese è inferiore a quella di Repubblica Ceca, Finlandia, Belgio, Irlanda, Danimarca, Francia, Austria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svezia e Germania.
I posti letto sono appena 3 ogni mille abitanti, uno dei numeri più bassi in Europa, per di più con forti squilibri territoriali. Nel 2023 si è assistito anche a un incremento dell’emigrazione ospedaliera, dal Centro-sud al Centro-nord.
Il sunto che si può trarre da tutte queste informazioni è che l’Italia continua a galleggiare, ma come sistema-paese continua a imbarcare acqua, senza che la classe dirigente sia capace di trovare alternative.
Fonte
11/11/2024
Una riflessione dopo i tre giovani morti a Napoli
Proprio mentre dalle strade di Montesanto, dall’esterno dell’Ospedale Pellegrini, ci arriva l’eco e il dolore di un’ennesima tragedia, alcun* di noi sono andati al presidio indetto in piazza del Gesù. C’eravamo senza aderire formalmente all’appello, per la stima che sentiamo verso diverse delle realtà di base che lo hanno indetto e soprattutto perché quando si parla di ragazzi e di ragazze, di diritti, di marginalità, di violenza tra giovanissimi, di quartieri popolari è un mondo che ci tocca molto da vicino.
Nessuno ha soluzioni preconfezionate, risposte o tanto meno ricette: proprio recentemente un ragazzo che seguiamo da quando era un bambino è stato arrestato in seguito al suo coinvolgimenti in dinamiche di merda e sono ferite con cui fatichi davvero a fare i conti. Perché per te non è un numero o un nome sul giornale e non lo sarà mai. Ti chiedi come, quando, dove hai smesso di capire quel che accadeva dentro e fuori di lui. Oppure prevedere e non sapere come prevenire.
Però crediamo che parlare con chiarezza sia sempre un primo passo. E allora sentiamo l’esigenza di essere più espliciti, meno reticenti di quanto non si riesca ad essere nella nostra città nel chiamare in causa le responsabilità delle Istituzioni pubbliche, il poco, il nulla (in proporzione) che viene fatto sul terreno sociale.
La realtà è che i ragazzi dei quartieri popolari, comprese le periferie interne al centro storico, vengono “visti” dalla politica ufficiale solo quando la tragedia esplode, quando diventano un argomento giornalistico, una questione di ordine pubblico che macchia l’immagine, il “brand” della città. Ci capita spesso di chiederci se ci sia una reale empatia verso questi ragazzi quando vediamo le tante troppe assenze perfino ai loro funerali, il calcolo col bilancino per non essere schedati sui media dal lato dei bambini cattivi. Ci chiediamo se questo dolore e questa angoscia arrivi davvero nei palazzi. Di sicuro dai palazzi è stata tagliata la spesa sociale (di circa il 50% in questi anni sia dal comune che alla regione, per non dire del governo nazionale).
Quante sono le educative territoriali ancora attive, i progetti finanziati contro la dispersione scolastica dilagante, il supporto alle famiglie, l’investimento sociale e pedagogico che ha resistito ai tagli crescenti invece di diventare uno dei principali impegni se si ama questa città e i suoi giovani? Sappiamo per esperienza diretta che bisogna pagare 8-10mila euro alle amministrazioni comunali anche solo per accedere ai campi di calcio e garantire in modo volontario e gratuito il diritto alla socializzazione e allo sport.
E allora le chiacchiere stanno a zero. Chi di dovere magari appurerà finalmente chi mette cosi tante armi in mano a ragazzini e giovanissimi, perché (ancora) non si trovano sulle bancarelle… Ma non sarà certo il profluvio di decreti Caivano, il dilagare del carcere in fasce d’età sempre più basse a risolvere un disastro educativo e sociale. Sono le risposte della paura che non risolvono nemmeno la paura o più semplicemente le risposte a buon mercato per lavarsi le mani dalle proprie responsabilità.
Napoli è una città letteralmente spaccata in due nella sua dimensione economica e socio-culturale. La mappa che alleghiamo è di dieci anni fa, ma la situazione non crediamo sia cambiata di molto. Metà della città ha un numero debordante di giovani che non studiano e non lavorano, abbandonati in una marginalizzazione crescente di povertà educativa e prospettiva sul futuro, che nelle strade trovano solo i codici del ghetto come chiave per essere “visti”, per “affermarsi”.
Di fronte a questa realtà non basta “il poco”, l’intervento spot, la passerella… (oggi era in piazza praticamente tutta l’amministrazione comunale). Non abbiamo ricette, lo abbiamo già detto, ma di sicuro serve costruire un patto, un’alleanza con quella larga fascia di famiglie dei ceti popolari che invece in una piazza come quella di oggi non ci sono ma che vogliono un futuro per i propri figli lontano dalle dinamiche di sopraffazione e autodistruzione, famiglie che magari nel tempo stesso vivono i disagi e i processi di espulsione di un modello di sviluppo molto diseguale della città, costruito sulla rendita immobiliare e su tanto lavoro nero. Questo patto ha bisogno di risorse vere e cospicue, di prospettive concrete, di investimento politico e sociale. In una parola sola di credibilità.
Non abbiamo ricette ma sappiamo che il punto di partenza è amare i ragazzi, restituire il bello che ritroviamo quotidianamente nel rapporto con loro, in esperienze come la nostra e tante altre. Non abbiamo ricette ma crediamo nell’educazione affettiva e anche che non si possa semplicemente negare o rimuovere la rabbia e l’inquietudine che alcuni di loro si portano dentro, figlia di disgregazione e mancanza di riferimenti alternativi. Bisognerebbe trovare insieme a loro la strada per trasformare questa rabbia in lotta comune piuttosto che in competizione disperata o schizofrenica. Raggiungerli, agganciarli, ascoltarli di più e meglio, aiutarli a smontare la mascolinità tossica che opprime se stessi e ancora di più chi ti sta intorno.
Troppi ragazzi nemmeno sanno che sono stati derubati, derubati della possibilità di leggere un libro, derubati dal conoscere un mondo più grande dei vicoli in cui si perdono, più complesso di un tiktok... a partire dal mondo che hanno dentro di sé, del proprio talento esistenziale, della propria unicità che può e deve arricchirci tutte e tutti.
Fonte
02/09/2023
Italia - Un giovane su cinque è nel limbo dei Neet
La percentuale dell’Italia, significativamente, è la più alta registrata nell’Unione Europea. I Neet italiani sono oltre il doppio di quella di Francia e Germania.
Il 12,7% degli studenti non arriva al diploma, abbandona precocemente gli studi (al Sud si sale al 15%). C’è poi il 9,7% del totale, quasi 1 diplomato su 10 nel 2022, “senza le competenze minime necessarie per entrare nel mondo del lavoro o dell’Università“.
Ci sarebbe da discutere se il criterio delle “competenze” sia l’indicatore adatto per fare valutazioni credibili ma, come indicato in diversi articoli già pubblicati dal nostro giornale, i parametri introdotti nell’istruzione pubblica in Italia somigliano sempre di più a quelli aziendali che a quelli educativi.
A peggiorare una situazione già grave, c’è stata l’emergenza Covid-19 che ha spinto verso il basso molti indicatori in questo ambito.
Tra le conseguenze della pandemia vissute dai giovani c’è stato infatti anche l’aumento della dispersione implicita, termine con cui si intende “la quota di studenti che terminano il loro percorso scolastico con competenze di base inadeguate in tutte le materie rilevate nelle prove Invalsi (italiano, matematica e inglese)”.
La percentuale di ragazzi ritenuti con “competenze inadeguate” secondo i dati Openpolis, è passata dal 7,5% del 2019 al 9,8% del 2021. I test Invalsi 2022 – discutibili, anzi largamente contestabili – sembrerebbero segnare una stabilizzazione (9,7%) ma non un ritorno alla situazione pre-Covid.
Tra i principali fattori di rischio per finire tra i Neet sono stati riscontrati un basso rendimento scolastico, una famiglia con basso reddito, un genitore con periodi di disoccupazione, famiglie monogenitoriali, vivere in una zona rurale, avere una disabilità, appartenere a nuclei familiari di immigrati.
Con tutti i dati che confermano l’aumento della povertà e del disagio socioeconomico, l’aumento dell’abbandono scolastico e della disoccupazione giovanile cresce proporzionalmente ed esponenzialmente, rispecchiando anche i divari sociali e territoriali ormai strutturali nel paese, ma destinati ad aumentare (vedi le conseguenze che avrà l’autonomia differenziata delle regioni, ndr) per scelte consapevoli e precise delle classi dirigenti in questa direzione.
Secondo i dati rilevati da Openpolis, nel 2022 le regioni dove la dispersione implicita è risultata più elevata, sono state quelle del Meridione: Campania (19,8%), Sardegna (18,7%), Calabria (18%) e Sicilia (16%), regioni che sono sopra la media anche per la quota di giovani che hanno lasciato la scuola con al massimo la licenza media.
L’abbandono scolastico rilevato come media nazionale è del 12,7%, anche qui con punte in Sicilia (21,1%) e Puglia (17,6%) e valori più alti rispetto a Centro e Nord anche in Campania (16,4%) e Calabria (14%).
Ovvio, ma non inevitabile né ineluttabile, che questa condizione colpisca soprattutto ragazze e ragazzi con alle spalle le famiglie più fragili a livello economico, culturale e sociale e si più grave soprattutto, nelle aree del paese più deprivate e maggiormente segnate dalle disuguaglianze sociali, in particolare il Sud, le isole e le aree interne.
In Italia circa 1,7 milioni di giovani tra 15 e 29 anni vengono considerati come Neet, dunque che non studiano e non lavorano.
Ma disaggregando il dato si rileva che anche in questa categoria c’è un divario di genere e territoriale: il fenomeno dei Neet colpisce in misura maggiore le ragazze (20,5%) e gli abitanti del Meridione (27,9%).
Le 9 province dove oltre il 35% dei giovani è Neet sono tutte al Sud: Caltanissetta (46,3%), Taranto, Catania, Napoli, Messina, Palermo, Siracusa, Foggia e Catanzaro.
Questi dati, ormai consolidati da anni, sono l’indicatore della regressione sociale e civile complessiva del paese avviatasi ormai da trenta anni ma che rappresentano anche una ipoteca sul futuro del paese stesso.
Con milioni di giovani emigrati all’estero e milioni sospesi nel “limbo dei neet”, immaginare un paese diverso da quello di “cameriere per il turismo di massa internazionale” diventa sempre più difficile.
Fonte
01/07/2023
Dispersione scolastica: un giovane su dieci abbandona precocemente
Sempre nel 2022, i Neet (i giovani che non lavorano e non studiano) sono stimati al 19,0% della popolazione d’età tra i 15 e i 29 anni. Nel Sud Italia, l’incidenza è doppia rispetto al Centro-Nord.
Questi sono alcuni dei dati diffusi dall’ISTAT nel dossier Noi Italia 2023, scaricabile qui. La nuova edizione offre una selezione di oltre 100 indicatori statistici sulla realtà del nostro Paese, fornendo un quadro d’insieme dei diversi aspetti ambientali, demografici, economici e sociali dell’Italia, delle differenze regionali che la caratterizzano e della sua collocazione nel contesto europeo.
Il sistema è articolato in 6 aree tematiche e 19 settori corredati da grafici, glossario, riferimenti a pubblicazioni e link utili.
Nella sezione dedicata all’Istruzione vengono riportate le seguenti informazioni:
- Nel 2021, in Italia, la spesa pubblica per istruzione rappresenta il 4,1% del Pil, a fronte di una media Ue del 4,9%.
- Nel 2022, la quota di adulti con, al più, la licenza media, è stimata al 37,4%. La quota è maggiore nella componente maschile (40,1%), rispetto a quella femminile (34,8%).
- Nel 2022, la percentuale di giovani d’età tra i 18 e i 24 anni che ha abbandonato precocemente gli studi è dell’11,5%. Nel Mezzogiorno, l’incidenza raggiunge il 15,1%.
- Nel 2022, in Italia, i giovani tra i 30 e i 34 anni con un titolo di studio terziario sono il 27,4%; quelli tra i 25 e i 34 anni sono il 29,2%. In entrambe le classi di età, il divario di genere è molto ampio e a favore delle donne.
- Nel 2022, i Neet (i giovani che non lavorano e non studiano) sono stimati al 19,0% della popolazione d’età tra i 15 e i 29 anni. Nel Mezzogiorno, l’incidenza è doppia rispetto al Centro-Nord.
- Nel 2022, la partecipazione degli adulti alle attività formative interessa il 9,6% della popolazione d’età tra i 25 e i 64 anni. La quota resta stabile, rispetto al 2021, anno nel quale si è registrato un importante aumento dopo il significativo calo del 2020, dovuto certamente alle limitazioni governative agli spostamenti e alle attività imposte per arginare la pandemia da COVID-19.
Fonte
11/09/2022
Aumenta la povertà assoluta minorile e l’abbandono scolastico
Secondo la rilevazione dell’Istat 2021 in Italia, 1 milione e 346 mila minori vivevano in condizioni di povertà assoluta, ben 209 mila in più rispetto all’anno precedente. Questo vuol dire che in Italia si trovava in questa condizione il 13,4% dei bambini e dei ragazzi.
Erano state soprattutto le famiglie con figli minori a subire le conseguenze più gravi dell’emergenza socio-economica così come le famiglie più numerose, visto che i dati Istat segnalavano un aumento di oltre quattro punti, passando dal 16,2% al 20,7%, per quelle con almeno cinque persone.
Si tratta di numeri in aumento che hanno determinato l'incremento dell’abbandono scolastico e l’aumento della “povertà educativa”.
Dal rapporto di Save the children “Alla ricerca del tempo perduto” reso noto in questi giorni risulta, infatti che:
– il 23,1% dei 15-29enni in Italia si trova in un limbo, fuori da ogni percorso di lavoro, istruzione o formazione: il numero dei “Neet” è il più alto dell’Ue, oltre il doppio di Francia e Germania;
– il 12,7% degli studenti non arriva al diploma, perché abbandona precocemente gli studi. In vista della riapertura delle scuole;
– laddove la povertà minorile e più alta, e sarebbe dunque importante un’offerta formativa di qualità, “la scuola è più povera, privata di tempo pieno, mense e palestre“;
– c’è una percentuale rilevante, il 9,7% del totale, quasi un diplomato su 10 nel 2022, “senza le competenze minime necessarie per entrare nel mondo del lavoro o dell’Università“. Save the Children, nel rapporto la definisce “dispersione implicita” ed è connessa all’impoverimento educativo e alla povertà materiale;
– v’è una forte disparità geografica nelle “dispersione implicita”, che risulta più alta in Campania, al 19,8%. Save the Children cita i dati Invalsi del 2022: se si guarda alle competenze nelle singole materie, in Campania, Calabria e Sicilia più del 60% degli studenti non raggiunge il livello base delle competenze in italiano, mentre quelle in matematica sono disattese dal 70% degli studenti in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna;
– l’abbandono scolastico nella maggior parte delle regioni del Sud va ben oltre la media nazionale (del 12,7%), con punte in Sicilia (21,1%) e Puglia (17,6%) e valori decisamente più alti rispetto a Centro e Nord anche in Campania (16,4%) e Calabria (14%);
– v’è una correlazione tra livello di apprendimento e alcuni indicatori strutturali, apprezzabile guardando i dati in positivo: nelle province dove l’indice di “dispersione implicita” è più basso, le scuole primarie hanno assicurato ai bambini maggior offerta di tempo pieno (frequentato dal 31,5% degli studenti contro il 24,9% nelle province ad alta dispersione), maggior numero di mense (il 25,9% delle scuole contro il 18,8%), di palestre (42,4% contro 29%) e sono inoltre dotate di certificato di agibilità (47,9% contro 25,3%).
Insomma, è evidente che se non si adottano, al più presto, misure urgenti ed adeguate per invertire queste dinamiche nefaste, sia il costo della guerra che l’aumento galoppante dell’inflazione non potranno che aggravare in misura esponenziale una situazione già di per sé drammatica.
Fonte
27/11/2017
Studenti poveri bocciati sei volte di più, ecco la scuola di classe
Sono ben 130 mila i ragazzi che rinunciano al proprio percorso di studi ogni anno. Nelle scuole secondarie di secondo grado il tasso di abbandono in un anno è stato del 4,3%, pari a 112mila studenti, mentre in quelle di primo grado la percentuale è dell’1,35%, che corrisponde a 23mila alunni. Inoltre se si analizzano le aree e le condizioni socio-economiche di partenza dei ragazzi, è evidente come il sistema d’istruzione italiano sia profondamente classista.
Una scuola che dovrebbe essere pubblica ed aperta a tutti, ma che in realtà non riesce a colmare le disuguaglianze, e anzi queste vengono ad acuirsi ancora di più, soprattutto dopo le varie riforme che si sono susseguite negli ultimi 20 anni dai governi di centro-destra e di centro-sinistra. Punto che accomuna tutte queste varie riforme è sicuramente il tentativo di creare una netta differenza tra gli istituti sia dal punto di vista didattico e formativo, che dalla composizione sociale degli studenti che la frequentano. Da una parte le scuole d’élite o di serie A, frequentate dagli studenti più “meritevoli” e che possono spendere ingenti somme per l’istruzione, dall’altra, scuole di Serie B ovvero delle “scuole pollaio” e di periferia, degli istituti tecnici e professionali.
Ad essere condizionato, secondo i dati raccolti da Save The Children, è anche il rendimento scolastico: il tasso di bocciature aumenta sensibilmente nelle scuole frequentate prevalentemente da ragazzi proletari, bocciati sei volte di più dei loro coetanei.
Questo avviene perché le famiglie non riescono a sborsare altre centinaia di euro per ripetizioni private o corsi aggiuntivi. I corsi di recupero, organizzati dalle scuole, risultano quasi sempre insufficienti a causa della mancanza di fondi e spesso la partecipazione è legata anche al versamento del contributo volontario che viene imposto sempre di più agli studenti per sopperire alla mancanza di investimenti statali. Inoltre circa uno studente di 15 anni su 2 (il 47%) proveniente da un contesto svantaggiato, secondo lo studio, non raggiunge il livello minimo di competenza in lettura. Un numero elevatissimo, circa otto volte di più, rispetto a un coetaneo cresciuto in una famiglia agiata. Questo ci dimostra che la didattica nelle scuole, soprattutto tra quelle considerate di “serie B”, ha subito un profondo tracollo qualitativo. Una didattica completamente appiattita che non è in grado di sviluppare nessun pensiero critico dello studente. Una didattica che in sostanza diventa funzionale alle esigenze del mercato.
Le famiglie italiane già quando il figlio compie 14 anni si ritrovano di fronte ad una scelta. Devono decidere in base alla propria condizione economica tra un liceo o un istituto tecnico e professionale, tralasciando spesso l’attitudine del proprio figlio. La maggior parte degli studenti che abbandona la scuola prima di aver conseguito il diploma lo fa perché preferisce lavorare, magari in nero, per contribuire alle spese della propria famiglia. Abbandona la scuola perché non può permettersela, e perché magari in futuro non potrà nemmeno iscriversi all’università. Per questi motivi circa il 60% dei ragazzi in un anno intero non legge neanche un libro, oppure non partecipa a nessuno spettacolo teatrale e non pratica sport.
Non è colpa delle famiglie a basso reddito – per rispondere alla ministra Fedeli – se gli studenti ottengono spesso pessimi voti, o se abbandonano la scuola prima del diploma. I responsabili di questo disastro sono i governi che hanno piegato in ginocchio la scuola pubblica e che hanno costretto milioni di giovani ad un futuro di miseria e precarietà.
Fonte
