Pubblichiamo questa nota degli attivisti del Centro “Sgarrupato” del quartiere Montesanto di Napoli. Alcune riflessioni utili per avviare una necessaria controtendenza culturale e sociale per interrompere questa odiosa scia di sangue che sta colpendo Napoli.
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Proprio mentre dalle strade di Montesanto, dall’esterno dell’Ospedale Pellegrini, ci arriva l’eco e il dolore di un’ennesima tragedia, alcun* di noi sono andati al presidio indetto in piazza del Gesù. C’eravamo senza aderire formalmente all’appello, per la stima che sentiamo verso diverse delle realtà di base che lo hanno indetto e soprattutto perché quando si parla di ragazzi e di ragazze, di diritti, di marginalità, di violenza tra giovanissimi, di quartieri popolari è un mondo che ci tocca molto da vicino.
Nessuno ha soluzioni preconfezionate, risposte o tanto meno ricette: proprio recentemente un ragazzo che seguiamo da quando era un bambino è stato arrestato in seguito al suo coinvolgimenti in dinamiche di merda e sono ferite con cui fatichi davvero a fare i conti. Perché per te non è un numero o un nome sul giornale e non lo sarà mai. Ti chiedi come, quando, dove hai smesso di capire quel che accadeva dentro e fuori di lui. Oppure prevedere e non sapere come prevenire.
Però crediamo che parlare con chiarezza sia sempre un primo passo. E allora sentiamo l’esigenza di essere più espliciti, meno reticenti di quanto non si riesca ad essere nella nostra città nel chiamare in causa le responsabilità delle Istituzioni pubbliche, il poco, il nulla (in proporzione) che viene fatto sul terreno sociale.
La realtà è che i ragazzi dei quartieri popolari, comprese le periferie interne al centro storico, vengono “visti” dalla politica ufficiale solo quando la tragedia esplode, quando diventano un argomento giornalistico, una questione di ordine pubblico che macchia l’immagine, il “brand” della città. Ci capita spesso di chiederci se ci sia una reale empatia verso questi ragazzi quando vediamo le tante troppe assenze perfino ai loro funerali, il calcolo col bilancino per non essere schedati sui media dal lato dei bambini cattivi. Ci chiediamo se questo dolore e questa angoscia arrivi davvero nei palazzi. Di sicuro dai palazzi è stata tagliata la spesa sociale (di circa il 50% in questi anni sia dal comune che alla regione, per non dire del governo nazionale).
Quante sono le educative territoriali ancora attive, i progetti finanziati contro la dispersione scolastica dilagante, il supporto alle famiglie, l’investimento sociale e pedagogico che ha resistito ai tagli crescenti invece di diventare uno dei principali impegni se si ama questa città e i suoi giovani? Sappiamo per esperienza diretta che bisogna pagare 8-10mila euro alle amministrazioni comunali anche solo per accedere ai campi di calcio e garantire in modo volontario e gratuito il diritto alla socializzazione e allo sport.
E allora le chiacchiere stanno a zero. Chi di dovere magari appurerà finalmente chi mette cosi tante armi in mano a ragazzini e giovanissimi, perché (ancora) non si trovano sulle bancarelle… Ma non sarà certo il profluvio di decreti Caivano, il dilagare del carcere in fasce d’età sempre più basse a risolvere un disastro educativo e sociale. Sono le risposte della paura che non risolvono nemmeno la paura o più semplicemente le risposte a buon mercato per lavarsi le mani dalle proprie responsabilità.
Napoli è una città letteralmente spaccata in due nella sua dimensione economica e socio-culturale. La mappa che alleghiamo è di dieci anni fa, ma la situazione non crediamo sia cambiata di molto. Metà della città ha un numero debordante di giovani che non studiano e non lavorano, abbandonati in una marginalizzazione crescente di povertà educativa e prospettiva sul futuro, che nelle strade trovano solo i codici del ghetto come chiave per essere “visti”, per “affermarsi”.
Di fronte a questa realtà non basta “il poco”, l’intervento spot, la passerella… (oggi era in piazza praticamente tutta l’amministrazione comunale). Non abbiamo ricette, lo abbiamo già detto, ma di sicuro serve costruire un patto, un’alleanza con quella larga fascia di famiglie dei ceti popolari che invece in una piazza come quella di oggi non ci sono ma che vogliono un futuro per i propri figli lontano dalle dinamiche di sopraffazione e autodistruzione, famiglie che magari nel tempo stesso vivono i disagi e i processi di espulsione di un modello di sviluppo molto diseguale della città, costruito sulla rendita immobiliare e su tanto lavoro nero. Questo patto ha bisogno di risorse vere e cospicue, di prospettive concrete, di investimento politico e sociale. In una parola sola di credibilità.
Non abbiamo ricette ma sappiamo che il punto di partenza è amare i ragazzi, restituire il bello che ritroviamo quotidianamente nel rapporto con loro, in esperienze come la nostra e tante altre. Non abbiamo ricette ma crediamo nell’educazione affettiva e anche che non si possa semplicemente negare o rimuovere la rabbia e l’inquietudine che alcuni di loro si portano dentro, figlia di disgregazione e mancanza di riferimenti alternativi. Bisognerebbe trovare insieme a loro la strada per trasformare questa rabbia in lotta comune piuttosto che in competizione disperata o schizofrenica. Raggiungerli, agganciarli, ascoltarli di più e meglio, aiutarli a smontare la mascolinità tossica che opprime se stessi e ancora di più chi ti sta intorno.
Troppi ragazzi nemmeno sanno che sono stati derubati, derubati della possibilità di leggere un libro, derubati dal conoscere un mondo più grande dei vicoli in cui si perdono, più complesso di un tiktok... a partire dal mondo che hanno dentro di sé, del proprio talento esistenziale, della propria unicità che può e deve arricchirci tutte e tutti.
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