La previsione universale era ed è che l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca avrebbe portato a novità consistenti circa la guerra in Ucraina. Previsione variamente motivata (presunta “sintonia” tra The Donald e Putin, isolazionismo spinto e avversione a nuove guerre in zone ritenute non decisive, desiderio di scaricare sull’Unione Europea la patata bollente, rapporto assurdo tra costi e benefici per l’economia yankee, ecc.), ma unanime.
Così, appena chiuse le urne, il Washington Post (proprietà di Jeff Bezos, gruppo Amazon) ha pubblicato un articolo in cui si dà per avvenuto il primo colloquio telefonico con il Cremlino, bypassando il Dipartimento di Stato (il ministero degli esteri), e quindi Blinken, ma facendo intervenire addirittura Elon Musk, fin qui solo finanziatore della campagna elettorale, co-comiziante, ma senza incarichi diplomatici.
Nessun media occidentale si mette mai a fare il check di quel che scrive il Post. Lo si prende per vero e basta. Così è stato anche stavolta.
Il più professionale portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, è stato quindi costretto a smentire: “Questa notizia è una pura invenzione. Si tratta di informazioni false. Non ci sono ancora piani specifici per i contatti tra Putin e Trump”.
Nei rapporti tra gli stati, in effetti, ci si muove per canali diplomatici sia ufficiali che “ufficiosi” (tramite personaggi di seconda o terza fascia, ma silenziosi e affidabili), ma non per chiacchierate “private” tra leader in carica e altri che devono ancora prendere servizio.
Una vaga possibilità, visto che Trump è noto per il disprezzo delle regole e delle consuetudini, anche diplomatiche, però esiste. Ma la smentita ufficiale mette una pesante ipoteca anche sulla credibilità dei “si dice” intorno al colloquio con Putin e ai suoi contenuti.
I “si dice”, peraltro, non suggeriscono molto. Trump avrebbe consigliato a Putin di non avviare altre escalation contro Kiev, il che è per un verso comprensibile (per avviare una trattativa che porti alla pace sarebbe utile un “raffreddamento” delle operazioni militari sul terreno), ma per molti altri impraticabile (difficile pensare che la presenza ucraina nella zona russa di Kursk possa essere tollerata ancora per molto, difficile anche pensare che l’offensiva per recuperare tutta zona del Donbass ancora sotto controllo ucraino possa arrestarsi prima di atti formali chiari).
Altrettanto si può dire del cosiddetto “piano di Trump” per arrivare alla pace: “stop alla guerra con la creazione di una zona demilitarizzata lungo il fronte, presenza di una forza internazionale senza militari americani, no all’ingresso dell’Ucraina nella Nato per almeno 20 anni. Kiev verrebbe ‘ricompensata’ con il mantenimento del sostegno militare di Washington”.
Banalmente: una eventuale zona smilitarizzata non potrebbe avere né truppe Usa, né militari di altri paesi Nato, altrimenti non avrebbe senso per Mosca accettarla. L’ingresso di Kiev nella Nato – ossia la vera ragione della guerra – non sarebbe accettabile per Mosca né ora né dopo l’uscita di scena di Putin (i “venti anni” sono chiaramente un periodo sufficientemente lungo entro cui dovrebbe avvenire il passaggio di consegne con altri leader), come non sono mai stati accettabili per Washington missili sovietici o russi a Cuba. E così via...
Dunque la sortita del Post, anche a prescindere dalla sua corrispondenza al vero oppure no, è l’apertura ufficiale sui media occidentali del “dibattito” ormai inevitabile: la guerra per l’Occidente è ormai persa, Kiev non potrà mai vincere né riavere Crimea e Donbass, è inutile pompare ancora soldi e armi su uno stato fallito che non ha più neanche uomini da mandare al fronte... come ne usciamo?
Ovvio che la junta golposta ucraina non possa vedere troppo di buon occhio questa discussione, che prevede tra l’altro la sua uscita di scena. Per arrivare a una trattativa vera e a un “armistizio” o “trattato di pace” sarà necessaria comunque un’altra compagine, che non abbia legato il proprio nome e volto ad una “vittoria impossibile” costata centinaia di migliaia di morti tra le fila dell’esercito ucraino e la distruzione di quasi tutte le infrastrutture strategiche.
Deve essere per questo che, anticipando maliziosamente i tempi, l’intelligence estera russa – l’Svr – ha diramato una nota i cui si afferma che «Washington sta valutando la possibilità di indire elezioni presidenziali e parlamentari in Ucraina in mezzo alle continue ostilità con la Russia l’anno prossimo».
Vero o falso che sia, insomma, Zelenskij deve solo decidere come uscire. Se rifugiandosi nella sua villa a Forte dei Marmi oppure in modo più traumatico.
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