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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/11/2024

Colloquio Trump-Putin. Mezza bufala e prove di “sganciamento” da Kiev

La previsione universale era ed è che l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca avrebbe portato a novità consistenti circa la guerra in Ucraina. Previsione variamente motivata (presunta “sintonia” tra The Donald e Putin, isolazionismo spinto e avversione a nuove guerre in zone ritenute non decisive, desiderio di scaricare sull’Unione Europea la patata bollente, rapporto assurdo tra costi e benefici per l’economia yankee, ecc.), ma unanime.

Così, appena chiuse le urne, il Washington Post (proprietà di Jeff Bezos, gruppo Amazon) ha pubblicato un articolo in cui si dà per avvenuto il primo colloquio telefonico con il Cremlino, bypassando il Dipartimento di Stato (il ministero degli esteri), e quindi Blinken, ma facendo intervenire addirittura Elon Musk, fin qui solo finanziatore della campagna elettorale, co-comiziante, ma senza incarichi diplomatici.

Nessun media occidentale si mette mai a fare il check di quel che scrive il Post. Lo si prende per vero e basta. Così è stato anche stavolta.

Il più professionale portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, è stato quindi costretto a smentire: “Questa notizia è una pura invenzione. Si tratta di informazioni false. Non ci sono ancora piani specifici per i contatti tra Putin e Trump”.

Nei rapporti tra gli stati, in effetti, ci si muove per canali diplomatici sia ufficiali che “ufficiosi” (tramite personaggi di seconda o terza fascia, ma silenziosi e affidabili), ma non per chiacchierate “private” tra leader in carica e altri che devono ancora prendere servizio.

Una vaga possibilità, visto che Trump è noto per il disprezzo delle regole e delle consuetudini, anche diplomatiche, però esiste. Ma la smentita ufficiale mette una pesante ipoteca anche sulla credibilità dei “si dice” intorno al colloquio con Putin e ai suoi contenuti.

I “si dice”, peraltro, non suggeriscono molto. Trump avrebbe consigliato a Putin di non avviare altre escalation contro Kiev, il che è per un verso comprensibile (per avviare una trattativa che porti alla pace sarebbe utile un “raffreddamento” delle operazioni militari sul terreno), ma per molti altri impraticabile (difficile pensare che la presenza ucraina nella zona russa di Kursk possa essere tollerata ancora per molto, difficile anche pensare che l’offensiva per recuperare tutta zona del Donbass ancora sotto controllo ucraino possa arrestarsi prima di atti formali chiari).

Altrettanto si può dire del cosiddetto “piano di Trump” per arrivare alla pace: “stop alla guerra con la creazione di una zona demilitarizzata lungo il fronte, presenza di una forza internazionale senza militari americani, no all’ingresso dell’Ucraina nella Nato per almeno 20 anni. Kiev verrebbe ‘ricompensata’ con il mantenimento del sostegno militare di Washington”.

Banalmente: una eventuale zona smilitarizzata non potrebbe avere né truppe Usa, né militari di altri paesi Nato, altrimenti non avrebbe senso per Mosca accettarla. L’ingresso di Kiev nella Nato – ossia la vera ragione della guerra – non sarebbe accettabile per Mosca né ora né dopo l’uscita di scena di Putin (i “venti anni” sono chiaramente un periodo sufficientemente lungo entro cui dovrebbe avvenire il passaggio di consegne con altri leader), come non sono mai stati accettabili per Washington missili sovietici o russi a Cuba. E così via...

Dunque la sortita del Post, anche a prescindere dalla sua corrispondenza al vero oppure no, è l’apertura ufficiale sui media occidentali del “dibattito” ormai inevitabile: la guerra per l’Occidente è ormai persa, Kiev non potrà mai vincere né riavere Crimea e Donbass, è inutile pompare ancora soldi e armi su uno stato fallito che non ha più neanche uomini da mandare al fronte... come ne usciamo?

Ovvio che la junta golposta ucraina non possa vedere troppo di buon occhio questa discussione, che prevede tra l’altro la sua uscita di scena. Per arrivare a una trattativa vera e a un “armistizio” o “trattato di pace” sarà necessaria comunque un’altra compagine, che non abbia legato il proprio nome e volto ad una “vittoria impossibile” costata centinaia di migliaia di morti tra le fila dell’esercito ucraino e la distruzione di quasi tutte le infrastrutture strategiche.

Deve essere per questo che, anticipando maliziosamente i tempi, l’intelligence estera russa – l’Svr – ha diramato una nota i cui si afferma che «Washington sta valutando la possibilità di indire elezioni presidenziali e parlamentari in Ucraina in mezzo alle continue ostilità con la Russia l’anno prossimo».

Vero o falso che sia, insomma, Zelenskij deve solo decidere come uscire. Se rifugiandosi nella sua villa a Forte dei Marmi oppure in modo più traumatico.

Fonte

19/05/2024

La chat dei miliardari USA che spinse allo sgombero della Columbia

Il primo maggio il sindaco di New York ribadiva che l’intervento appena effettuato alla Columbia University si era reso necessario per il pericolo di ‘agitatori esterni’. Il Washington Post ha mostrato che gli unici ‘agitatori esterni’ erano i miliardari che pressavano per un’azione di polizia.

In un articolo che ha subito provocato un terremoto mediatico, Emmanuel Felton e Hannah Natanson hanno diffuso il contenuto di alcuni messaggi di una chat in cui erano presenti vari e importanti uomini d’affari statunitensi. Essi mostrano un vero e proprio tentativo organizzato di sostenere in patria la retorica sionista e la repressione dei manifestanti per la Palestina.

Le rivelazioni che hanno suscitato maggior scalpore, anche nella politica, sono quelle che vorrebbero una pressione diretta sul primo cittadino della Grande Mela per sgomberare la Hamilton Hall. Ma andiamo per ordine, perché c’è molto da dire su quello che questa chat rappresenta.

Appena dopo il 7 ottobre, il magnate immobiliare Barry Sternlicht ha aperto un gruppo su WhatsApp dal titolo “Israel Current Events”. Nel giro di poco tempo il numero di partecipanti è aumentato fino a più di 100, tutti molto “selezionati”, raccogliendo nomi importanti dell’imprenditoria e della finanza d’oltreoceano.

Tra loro vi è l’ex amministratore delegato di Starbucks, Howard Schultz; Michael Dell, fondatore dell’omonima multinazionale dei computer; Joshua Kushner di Thrive Capital, imparentato tramite il fratello Jared con Donald Trump. In tutto, vi sono 12 miliardari che compaiono nella lista dei 100 uomini più ricchi al mondo che Forbes stila ogni anno.

Una fonte anonima ha confermato al giornale che la chat è stata chiusa pochi giorni fa perché non rispondeva più agli obiettivi per cui era stata creata, oltre al fatto che i partecipanti iniziali erano inattivi.

Quali erano gli scopi all’origine del gruppo WhatsApp?

Un collaboratore di Sternlicht scriveva nella chat che il fine del loro lavoro doveva essere “aiutare a vincere la guerra” dell’opinione pubblica a stelle e strisce, mentre Israele “vince la guerra fisica”. Bisognava “cambiare la narrativa” per aiutare la diplomazia di Israele.

Nel gruppo viene messa in evidenza l’impegno dello stesso Sternlicht, che ha finanziato una campagna di informazione contro Hamas del valore di 50 milioni di dollari, insieme ad altri miliardari di Wall Street e Hollywood. Ma come suggerisce il Washington Post stesso, l’attivismo di chi era in chat è però andato ben oltre.

Alcuni suoi membri si sono incontrati con l’ex primo ministro di Tel Aviv Naftali Bennet e con Benny Gantz, parte del gabinetto di guerra. Altri hanno aiutato Israele a realizzare un documentario dalle riprese delle bodycam dei militari impegnati negli scontri del 7 ottobre, pressando poi per presentarlo anche ad Harvard.

A proposito di università, è proprio il coinvolgimento della chat negli eventi della Columbia che ha suscitato l’attenzione maggiore. Mentre il sindaco di New York ha ribadito più volte che la sua preoccupazione era la presenza di soggetti esterni che potevano in qualche modo fomentare il ‘terrorismo’, con l’articolo è venuto fuori che dall’esterno è arrivata solo la repressione.

Infatti, molti dei membri del gruppo erano preoccupati dell’ostinazione dei solidali con i palestinesi, già sgomberati dall’università il 18 aprile e tornati più determinati di prima. E così hanno deciso di mettersi in contatto diretto col primo cittadino della Grande Mela per offrire il loro aiuto.

Il Washington Post riporta che già all’inizio di aprile qualcuno della chat aveva fatto una donazione di 2.100 dollari ad Adams (il massimo consentito per legge). Un link per il sostegno economico al sindaco è stato condiviso, senza però che ci sia modo di dimostrare se siano seguiti altri contributi.

Altri si sono poi offerti di pagare compagnie investigative private per aiutare la polizia di New York contro gli studenti della Columbia, proposta che secondo le fonti sarebbe stata accettata, ma che è stata poi smentita dall’amministrazione cittadina (neanche avrebbe potuto confermarla, comunque...). Ad ogni modo, il sindaco Adams ha di certo mostrato una notevole attenzione a questa chat.

In essa, infatti, il 26 aprile è arrivato pure il link Zoom per un incontro online a cui Adams ha partecipato, pochi giorni prima dello sgombero. A seguire i messaggi nel gruppo, durante il confronto si è parlato ancora di donazioni elettorali e di premere su Minouche Shafik, presidente della Columbia, per chiedere l’intervento della polizia.

La maggioranza dei docenti della facoltà di Arts and Sciences ha affermato, con una votazione, l’assoluta mancanza di fiducia verso la Shafik proprio per la sua gestione delle proteste.

La rottura era già cominciata con il beneplacito dato alla criminalizzazione degli studenti nell’audizione della presidente di fronte alla Commissione per l’istruzione e la forza lavoro della Camera, il 17 aprile.

Fabrien Levy, portavoce alle comunicazioni di Adams, ha dichiarato che le notizie contenute nell’articolo sono false, accusando gli autori di ripetere tipici stereotipi antisemiti. Ma è lui ad aver messo in risalto l’origine ebraica di molti nomi citati nell’articolo, mentre ha completamente glissato sul nodo dei rapporti economici col sindaco della Grande Mela, punto centrale del pezzo.

Levy ricorda poi che le due volte che le forze dell’ordine sono entrate alla Columbia, lo hanno fatto su richiesta scritta dell’università stessa. Ma non ha avuto modo di confutare in alcun modo il fatto che i vertici dell’ateneo abbiano subito forti pressioni in tal senso.

Dopo l’incontro Zoom con i membri della chat, il sindaco ha parlato in un programma radiofonico affermando che stava invitando le amministrazioni universitarie ad assumere una linea dura con le proteste. Se aggiungiamo che la dirigente dell’antiterrorismo che ha avuto un ruolo centrale nelle indagini è anche una docente della Columbia, il quadro si completa da solo.

Insomma, se l’obiettivo del gruppo WhatsApp era “cambiare la narrativa”, ci sono riusciti, ma in direzione opposta a quella sperata: questa ennesima rivelazione sgretola ogni residua legittimazione della repressione di chi è solidale con la resistenza palestinese.

E soprattutto, si mostra in maniera sempre più evidente come ci sia un filo diretto tra Tel Aviv, la conduzione del massacro a Gaza, e la “guerra interna” ai movimenti pacifisti e di protesta contro il genocidio. Un filo di direzione diretta della repressione da parte dei vertici sionisti, fino agli agguati terroristici contro i solidali.

Questo sì che dovrebbe preoccupare gli apparati di sicurezza...

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23/05/2022

Che fine faranno gli ingenti armamenti forniti dagli Usa all’Ucraina?

Uno spettro si aggira tra i palazzi del potere a Washington. Siamo in grado di controllare le armi che stiamo fornendo in grande quantità all’Ucraina? L’esperienza della ritirata dall'Afghanistan, dove sono rimaste in mano ai Talebani armi per 1,7 miliardi di dollari, ancora pesa negli ambiti della sicurezza statunitense.

E poi l’Ucraina è un paese centrale nel traffico illegale di armi a livello mondiale.

Un lungo servizio del Washington Post ha messo in fila tutte le preoccupazioni e i dubbi che stanno emergendo negli Usa su questa forsennata corsa nel rifornire l’Ucraina di armamenti.

Qui di seguito la traduzione dell’articolo di John Hudson sul Washington Post

*****

Il flusso di armi verso l’Ucraina fa temere il contrabbando di armi

Nei prossimi giorni il Presidente Biden dovrebbe firmare un pacchetto di aiuti alla sicurezza da 40 miliardi di dollari che aumenterà il flusso di missili, razzi, artiglieria e droni verso un’Ucraina dilaniata dalla guerra.

Ma ciò che rimane poco chiaro è la capacità di Washington di tenere traccia delle armi fornite una volta entrate in uno dei più grandi hub di traffico d'armi in Europa.

Il mercato illegale delle armi in Ucraina è cresciuto a dismisura dopo l’invasione iniziale della Russia nel 2014, sostenuto da un’eccedenza di armi libere e da controlli limitati sul loro uso.

Questa scomoda realtà per gli Stati Uniti e i suoi alleati arriva tra le pressanti richieste del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di fornire l’artiglieria necessaria a contrastare le forze russe nell’est e nel sud del Paese.

Gli appelli del leader ucraino sono stati riconosciuti come il fattore che ha unito i legislatori della Camera dei Deputati dietro l’ultima richiesta di finanziamento in un voto bipartisan di 368 a favore e 57 contrari. Ma l’afflusso senza precedenti di armi ha fatto temere che alcune attrezzature possano cadere nelle mani di avversari dell’Occidente, riemergendo in conflitti lontani nei decenni a venire.

“È impossibile tenere traccia non solo di dove vanno e di chi le usa, ma anche di come vengono utilizzate“, ha dichiarato Rachel Stohl, esperta di controllo degli armamenti e vicepresidente dello Stimson Center.

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno condotto un’accurata verifica delle unità ucraine che riforniscono, obbligando Kiev a firmare accordi che “non consentono il ritrasferimento di attrezzature a terzi senza l'autorizzazione del governo statunitense“.

Ma i mezzi per far rispettare tali contratti sono relativamente deboli e resi ancora più deboli dalla storia contrastante di Washington in materia di conformità, fino al mese scorso.

A metà aprile, gli Stati Uniti hanno rafforzato il loro coinvolgimento nel conflitto ucraino annunciando che avrebbero trasferito all’Ucraina una flotta di elicotteri Mi-17, acquistati originariamente dalla Russia circa un decennio fa.

La vendita iniziale dei velivoli prevedeva che gli Stati Uniti firmassero un contratto in cui si impegnavano a non trasferire gli elicotteri a nessun Paese terzo “senza l’approvazione della Federazione Russa“, secondo una copia del certificato pubblicata sul sito web del Servizio federale russo per la cooperazione tecnico-militare.

La Russia ha denunciato il trasferimento, affermando che “viola gravemente le basi del diritto internazionale“.

Gli esperti di armi dicono che la brutale aggressione della Russia in Ucraina giustifica il sostegno degli Stati Uniti, ma la violazione dei contratti di armi intacca le fondamenta degli sforzi di contro-proliferazione.

“La violazione di questi accordi di uso finale è una seria minaccia alla sottostante, ma debole, capacità dei Paesi di controllare l’uso delle armi“, ha dichiarato Jeff Abramson, esperto di trasferimenti di armi convenzionali presso l’Arms Control Association.

Un portavoce del Pentagono ha respinto le critiche, definendo le accuse russe una distrazione e il trasferimento “consentito dalla legge statunitense e coerente con le nostre priorità di sicurezza nazionale“.

“Le affermazioni della Russia sono un tentativo insincero di distrarre l’attenzione dall’invasione non provocata della Russia e dalla sua storia di azioni aggressive contro l’Ucraina dal 2014“, ha dichiarato il tenente colonnello del Corpo dei Marines Anton T. Semelroth.

Il compito di assicurare che le armi statunitensi siano utilizzate per lo scopo previsto – una responsabilità congiunta dei dipartimenti di Stato e della Difesa – è reso ancora più difficile dall’enorme volume di armi che arrivano in Ucraina.

La legge sulla spesa d’emergenza in attesa di approvazione al Senato consoliderà lo status dell’Ucraina come il più grande beneficiario di assistenza alla sicurezza degli Stati Uniti, ricevendo nel 2022 più di quanto gli Stati Uniti abbiano mai fornito all’Afghanistan, all’Iraq o a Israele in un solo anno.

Il Pentagono acquisterà per l’Ucraina razzi a guida laser e droni di sorveglianza.

L’acquisto si aggiungerà alle scorte di armi già impegnate dagli Stati Uniti per l’Ucraina, tra cui 1.400 sistemi antiaerei Stinger, 5.500 missili anticarro, 700 droni Switchblade, 90 sistemi di artiglieria Howitzers a lungo raggio, 7.000 armi leggere, 50.000.000 di munizioni e numerose altre mine, esplosivi e sistemi di razzi a guida laser.

I missili Stinger a spalla, in grado di abbattere aerei di linea, sono solo uno dei sistemi d’arma che gli esperti temono possano entrare in possesso di gruppi terroristici che cercano di provocare incidenti di massa.

La richiesta di finanziamento dell’amministrazione Biden include 8,7 miliardi di dollari per rifornire i depositi di armi statunitensi spediti in Ucraina, 6 miliardi di dollari per addestrare ed equipaggiare le forze ucraine e 3,9 miliardi di dollari per le forze statunitensi dispiegate in tutta Europa in risposta alla crisi di sicurezza scatenata dalla guerra.

Altri Paesi della NATO hanno trasferito miliardi di dollari in armi e attrezzature militari dall’inizio delle ostilità.

“L’assistenza supera l’anno di picco dell’assistenza militare statunitense alle forze di sicurezza afghane durante la guerra dei 20 anni“, ha dichiarato William Hartung, esperto di controllo degli armamenti presso il think tank Quincy Institute. In quel caso, “gli Stati Uniti avevano una presenza importante nel Paese che creava almeno la possibilità di tracciare dove finivano le armi. In confronto, il governo statunitense sta volando alla cieca in termini di monitoraggio delle armi fornite alle milizie civili e all’esercito in Ucraina“.

La storia dell’Ucraina come centro di traffico di armi risale alla caduta dell’Unione Sovietica, quando l’esercito sovietico lasciò in Ucraina grandi quantità di armi leggere e di piccolo calibro senza un’adeguata registrazione e controllo dell’inventario. Secondo lo Small Arms Survey, un’organizzazione di ricerca con sede a Ginevra, nel 1992 una parte dei 7,1 milioni di armi leggere in dotazione all’esercito ucraino “sono state dirottate verso aree di conflitto”, sottolineando “il rischio di fuga verso il mercato nero locale”.

Il problema si è acuito dopo l’invasione russa del 2014, che ha visto i combattenti saccheggiare le strutture di stoccaggio di armi e munizioni dei servizi di sicurezza, dei ministeri dell’Interno e della Difesa dell’Ucraina.

Secondo un rapporto dello Small Arms Survey del 2017, i combattenti irregolari di entrambe le parti hanno progressivamente avuto accesso a un’ampia gamma di equipaggiamenti di tipo militare, tra cui l’intero spettro di armi leggere e di piccolo calibro.

“I funzionari hanno stimato che almeno 300.000 armi leggere e di piccolo calibro sono state saccheggiate o perse tra il 2013 e il 2015”, fornendo una manna al mercato nero del Paese gestito da gruppi di stampo mafioso nella regione di Donbas e da altre reti criminali.

Il governo statunitense è ben consapevole delle sfide del Paese in materia di proliferazione delle armi, anche se è stato vago nel descrivere le precauzioni che sta prendendo.

Settimane dopo l’ultima invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il 24 febbraio, un gruppo di funzionari dell’amministrazione Biden si è incontrato con esperti esterni di controllo degli armamenti per discutere del rischio di proliferazione di armi leggere nel conflitto. Secondo Stohl, che ha partecipato a uno degli incontri, i funzionari statunitensi hanno offerto garanzie sul controllo delle forze di sicurezza ucraine e sulle segnalazioni di trasferimenti non autorizzati, ma pochi dettagli sulle modalità di controllo o monitoraggio.

Altri esperti di armi si sentono ugualmente al buio.

“Non è chiaro quali misure di mitigazione del rischio o di monitoraggio gli Stati Uniti e gli altri Paesi abbiano adottato, o quali garanzie abbiano ottenuto, per assicurare la protezione dei civili attraverso questi trasferimenti di grandi dimensioni”, ha dichiarato Annie Shiel, consulente senior del Center for Civilians in Conflict.

Alcune delle misure raccomandate includono l’istituzione di un investigatore speciale, come ha fatto il governo statunitense in Afghanistan, la garanzia che ogni trasferimento di armi contenga procedure di tracciamento rigorose, l’aggiunta di obblighi in materia di diritti umani nei termini di vendita e l’inclusione di specifiche su quali unità possono essere autorizzate a ricevere tali trasferimenti.

Nel 2018, il Congresso aveva vietato al battaglione Azov dell’Ucraina, un gruppo nazionalista di estrema destra associato al neonazismo, di ricevere armi statunitensi.

I gruppi di controllo nutrono ulteriori preoccupazioni per la proliferazione di armi da parte di Mosca, in quanto è stato riferito che ha arruolato mercenari provenienti da Libia, Siria e Cecenia, oltre che dal Gruppo Wagner.

A marzo, durante una riunione televisiva del Consiglio di sicurezza russo, il ministro della Difesa Sergei Shoigu ha dichiarato che 16.000 volontari in Medio Oriente erano pronti a combattere a fianco delle forze sostenute dalla Russia nell’Ucraina orientale.

In risposta, il Presidente russo Vladimir Putin ha dato la sua approvazione, dicendo: “Dobbiamo dare loro ciò che vogliono e aiutarli a raggiungere la zona di conflitto”.

Durante lo stesso incontro, Shoigu ha proposto di consegnare ai separatisti filorussi della regione di Donbas i missili Javelin e Stinger catturati dagli Stati Uniti. “Per favore, fallo”, ha detto Putin a Shoigu.

L’introduzione di combattenti stranieri in un conflitto comporta il rischio che le armi tornino nei Paesi di origine di questi individui una volta terminati i combattimenti in Ucraina. Tuttavia, ci sono rapporti contrastanti sulla presenza di combattenti stranieri in Ucraina e non è chiaro con precisione quanti ne siano stati effettivamente trasferiti.

La mancanza di informazioni ha stimolato la richiesta di risposte da parte dell’amministrazione e l’attenzione del Congresso.

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04/04/2022

Ucraina - Scudi umani e missili sui quartieri; “i civili messi in pericolo”

Nei media di regime italiani un articolo del genere sarebbe stato rifiutato dal caporedattore e dal direttore, senza alcuna esitazione. Invece un quotidiano un po’ più serio, come il Washington Post – filo-democratico, ultra-patriottico, sinceramente imperialista – lo ha pubblicato come un servizio decisamente importante. Senza alcuna concessione per i russi, ma senza bendarsi gli occhi sui presunti “eroi”...

Cosa dice di così sconvolgente? Che l’esercito ucraino e le sue milizie di contorno (compresi i battaglioni dichiaratamente nazisti) adottano una tattica di combattimento che mette in grave pericolo la propria stessa popolazione.

Detto semplicemente: piazzano le loro batterie missilistiche e contraeree in mezzo ai palazzi residenziali, in modo da rendere più problematico l’attacco per l’artiglieria, i missili e gli aerei russi.

Non è che i dirigenti ucraini non ne siano pienamente consapevoli. Alexei Arestovich, consigliere del capo dell’ufficio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha detto che la dottrina militare del paese, approvata dal parlamento, prevede il principio della “difesa totale“.

Detto con altre parole, scorrendo le varie dichiarazioni dei comandanti sul terreno, “le leggi umanitarie internazionali o le leggi della guerra non si applicano in questo conflitto“. O anche: “tutti capiamo i rischi. Non possiamo difendere la città senza rischiare o ferire i civili, purtroppo“.

Ma il cosiddetto principio della “guerra totale” – che era applicato dall’esercito nazista, non a caso, quando invadeva territori altrui – implica necessariamente che non c’è più possibilità operativa di distinguere tra militari (obiettivo legittimo di ogni azione di guerra) e civili (obiettivo vietato, che giustifica l’accusa di crimini di guerra).

Se ne sei consapevole, e lo applichi in una guerra, anche difensiva, il discorso non cambia. E arrivi ad usare i civili non come “l’acqua entro cui nuota l’avanguardia politica e/o militare” (principio maoista – o guerrigliero – che implica un’organizzazione capillare delle strutture popolari per renderle adatte a quel tipo di guerra, imposta, in quel caso, dai giapponesi), ma come “il bosco entro cui si nascondono i combattenti” (che usano le piante come “materiale”, a proprio esclusivo vantaggio e senza alcun vincolo).

È – quest’ultima – una pratica vietata in qualsiasi tipo di guerra, perché significa usare i civili come “scudi umani”. Non proprio una tattica da “eroi”, diciamo così…

Buona lettura (si fa per dire...).

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La Russia ha ucciso dei civili in Ucraina. Le tattiche di difesa di Kiev accrescono il pericolo

Sudarsan Raghavan – Washington Post

Il sospetto missile russo ha colpito l’alto condominio, inondandolo di fiamme e fumo. Ha ucciso almeno quattro persone, compresi i residenti anziani, e ha sconvolto la vita di una comunità molto unita. Per il parlamentare Oleksii Goncharenko, la tragedia è un altro esempio di potenziali crimini di guerra russi.

“Stanno colpendo solo edifici residenziali in queste zone“, ha detto il membro del parlamento ucraino, che è arrivato sulla scena poco dopo l’esplosione di due settimane fa. “Puoi camminare in giro, non troverai nessun obiettivo militare, o nessun militare. Questo è solo terrore“.

Eppure, pochi minuti dopo, il suono frusciante dei razzi ucraini sparati da un lanciarazzi multiplo ha fatto trasalire i residenti che fissavano bianchi in faccia le loro case distrutte. Poi, un’altra raffica in uscita. Le armi sembravano essere vicine, forse a poche strade di distanza, certamente ben dentro la capitale.

Sempre più spesso, gli ucraini si stanno confrontando con una scomoda verità: il comprensibile impulso dell’esercito a difendersi dagli attacchi russi potrebbe mettere i civili nel mirino di questi ultimi.

Praticamente ogni quartiere nella maggior parte delle città è stato militarizzato, alcuni più di altri, rendendoli potenziali obiettivi per le forze russe che cercano di eliminare le difese ucraine.

“Sono molto riluttante a suggerire che l’Ucraina sia responsabile delle vittime civili, perché l’Ucraina sta combattendo per difendere il suo paese da un aggressore“, ha detto William Schabas, un professore di diritto internazionale alla Middlesex University di Londra. “Ma nella misura in cui l’Ucraina porta il campo di battaglia nei quartieri civili, aumenta il pericolo per i civili“.

Le città dell’Ucraina – e le aree civili – sono diventate il crogiolo della guerra, dove un’intensa lotta si sta svolgendo tra i russi che vogliono prendere o controllare queste aree e gli ucraini che resistono con sfida.

Questo ha trasformato il conflitto in una guerra in gran parte urbana, forgiata più dalle armi aeree e dai bombardamenti che dai tradizionali combattimenti strada per strada in molte aree. Con le forze russe che prendono di mira le città, gli ucraini hanno risposto fortificando le aree civili per difendere Kiev, schierando sistemi di difesa aerea, armi pesanti, soldati e volontari per pattugliare le enclavi. Le vittime civili stanno aumentando.

Non c’è dubbio che le forze russe sono dietro gli atti più orribili della guerra che continua per il secondo mese. Hanno colpito scuole, cliniche, ambulanze, centri commerciali, impianti elettrici e idrici e autovetture, tra i numerosi attacchi indiscriminati contro i civili, secondo gli attivisti dei diritti umani. Nella città meridionale di Mariupol, un sospetto attacco aereo russo ha ucciso molte persone che si erano rifugiate in un teatro. Era chiaramente segnato, con la parola russa per “bambini” in lettere enormi visibili dal cielo. Giorni prima era stato colpito un ospedale di maternità.

Ma la strategia dell’Ucraina di collocare attrezzature militari pesanti e altre fortificazioni in zone civili potrebbe indebolire gli sforzi occidentali e ucraini per ritenere la Russia legalmente colpevole di possibili crimini di guerra, hanno detto gli attivisti dei diritti umani e gli esperti di diritto internazionale umanitario. La settimana scorsa, l’amministrazione Biden ha formalmente dichiarato che Mosca ha commesso crimini contro l’umanità.

“Se c’è un equipaggiamento militare lì e [i russi] dicono che stiamo lanciando contro questo equipaggiamento militare, questo mina l’affermazione che stanno attaccando intenzionalmente oggetti e civili“, ha detto Richard Weir, un ricercatore della divisione crisi e conflitti di Human Rights Watch, che sta lavorando in Ucraina.

Nell’ultimo mese, i giornalisti del Washington Post sono stati testimoni di razzi anticarro ucraini, cannoni antiaerei e veicoli corazzati per il trasporto di personale posizionati vicino a edifici residenziali. In un lotto libero, i giornalisti del Post hanno visto un camion che trasportava un lanciarazzi multiplo Grad.

Posti di blocco con uomini armati, barricate di sacchi di sabbia e pneumatici, e scatole di molotov sono onnipresenti sulle autostrade della città e nelle strade residenziali. Il suono dei razzi e dell’artiglieria in uscita si sente costantemente a Kiev, la capitale, le scie bianche dei missili sono visibili nel cielo.

“Ogni giorno è così“, ha detto Lubov Bura, 73 anni, in piedi fuori dal palazzo dove viveva che è stato distrutto due settimane fa. Pochi istanti dopo, mentre l’edificio stava ancora bruciando, si è sentito di nuovo il suono dei razzi ucraini in uscita. “A volte sembra più vicino, a volte sembra lontano. Ci pensiamo e, naturalmente, siamo preoccupati, soprattutto di notte“.

L’esercito ucraino ha “la responsabilità secondo il diritto internazionale” di rimuovere le sue forze e le attrezzature dalle aree popolate da civili, e se questo non è possibile, di spostare i civili da quelle aree, ha detto Weir.

“Se non lo fanno, questa è una violazione delle leggi di guerra“, ha aggiunto. “Perché quello che stanno facendo è mettere a rischio i civili. Perché tutto quell’equipaggiamento militare è un obiettivo legittimo“.

Andriy Kovalyov, un portavoce militare della 112a Brigata di difesa territoriale dell’Ucraina, le cui forze e attrezzature sono posizionate nella capitale, si è fatto beffe di questo ragionamento. “Se seguiamo la tua logica, allora non dovremmo difendere la nostra città“, ha detto.

In risposta alle domande scritte dal Post, Alexei Arestovich, consigliere del capo dell’ufficio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha detto che la dottrina militare del paese, approvata dal parlamento, prevede il principio della “difesa totale“.

Ciò significa che i volontari nelle Forze di difesa territoriale o in altre unità di autodifesa hanno l’autorità legale di proteggere le loro case, che sono per lo più in aree urbane. Inoltre, ha sostenuto che le leggi umanitarie internazionali o le leggi della guerra non si applicano in questo conflitto perché “il compito principale della campagna militare di Putin è la distruzione della nazione ucraina”. Ha detto che il presidente russo Vladimir Putin ha ripetutamente negato l’esistenza dell’Ucraina come nazione indipendente.

“Pertanto, ciò che sta accadendo qui non è una competizione degli eserciti europei secondo le regole stabilite, ma una lotta del popolo per la sopravvivenza di fronte a una minaccia esistenziale“, ha detto Arestovich. “Non possiamo impedire ai nostri cittadini di difendere le loro case, le loro libertà, i loro valori e le loro identità come li intendono“.

Lunedì, le forze ucraine hanno mostrato a un gruppo di giornalisti una fortificazione militare in un quartiere residenziale settentrionale della capitale, vicino ad alti condomini, una stazione della metropolitana e negozi. La strada era barricata con linee di pneumatici, blocchi di cemento, mucchi di sacchi di sabbia, oggetti metallici appuntiti per fermare i veicoli e grandi trappole metalliche per carri armati note come “ricci”.

C’erano anche due linee di mine anticarro sulla strada. Su un lato, una lussureggiante macchia di verde, un luogo ideale per i picnic, era sigillata con un cartello di avvertimento: Mine.

“Se si vuole proteggere la città, bisogna essere pronti a combattere dentro la città“, ha detto Pavlo Kazarin, un volontario dell’unità di difesa territoriale e portavoce del suo battaglione. “Purtroppo, non possiamo evacuare tutta la città perché ci sono ancora 2 milioni di persone. Tuttavia, possiamo fermare l’esercito russo fuori dalla città. Ma tutti capiamo i rischi. Non possiamo difendere la città senza rischiare o ferire i civili, purtroppo“.

Alla domanda se c’era la preoccupazione che le forze russe potessero vedere gli appartamenti residenziali come un obiettivo militare a causa delle fortificazioni di fronte, Kazarin ha concordato. “Ma ripeto: ci sono sempre dei rischi quando si cerca di proteggere la città“.

Ha detto che le forze ucraine stanno cercando “tutto per evitare” che Kiev diventi un’altra Mariupol o Kharkiv, città che sono state pesantemente bombardate e assediate dalle forze russe. “C’è una logica molto crudele nella guerra quando stiamo cercando di proteggere i civili“, ha detto Kazarin.

Anche se l’Ucraina viola le sue responsabilità secondo il diritto internazionale, “questo non significa che la Russia ottiene un lasciapassare per fare quello che vuole“, ha detto Weir. Se i civili vengono uccisi vicino a una posizione militare o un equipaggiamento, la Russia può ancora essere ritenuta responsabile di un possibile crimine di guerra se il suo attacco è stato indiscriminato e sproporzionato contro la popolazione civile.

Molto dipende dalle dimensioni e dall’importanza dell’obiettivo militare, dal tipo di armi usate, se i civili sono stati consapevolmente presi di mira e se il danno a loro è stato eccessivo. Per esempio, il lancio da parte della Russia di munizioni a grappolo vietate il mese scorso in tre quartieri residenziali di Kharkiv, la seconda città più grande dell’Ucraina, è stato un possibile crimine di guerra, anche se i russi sostengono che stavano prendendo di mira attrezzature militari ucraine o posizioni, hanno detto gli attivisti.

“Quando un attacco a un obiettivo militare può provocare vittime civili, il danno ai civili deve essere bilanciato contro il vantaggio militare“, ha detto Schabas, il professore di diritto internazionale. “Se non c’è alcun vantaggio militare, allora la violenza non è giustificata, ed è ragionevole parlare di crimini di guerra“.

Ma la linea tra ciò che costituisce un crimine di guerra diventa più sfocata se i quartieri residenziali sono militarizzati e diventano campi di battaglia dove le morti civili sono inevitabili.

“L’Ucraina non può usare i quartieri civili come ‘scudi umani‘”, ha detto Schabas, aggiungendo che non stava suggerendo che questo è ciò che sta accadendo.

Dopo ogni sospetto attacco aereo russo nella capitale e altrove, gli ucraini hanno inviato squadre per raccogliere video e altre prove da utilizzare in un potenziale caso di crimini di guerra contro la Russia presso la Corte penale internazionale dell’Aia, ma molti di questi siti potrebbero essere motivi deboli per l’accusa di crimini di guerra.

“Se ci sono obiettivi militari nella zona, allora potrebbe minare la loro affermazione che un colpo specifico è stato un crimine di guerra“, ha detto Weir di Human Rights Watch.

Ci sono molti posti a Kiev dove le forze militari coesistono all’interno di enclavi civili. Uffici, case o anche ristoranti in molti quartieri residenziali sono stati trasformati in basi per le Forze di difesa territoriale dell’Ucraina, milizie armate composte per lo più da volontari che hanno firmato per combattere i russi.

All’interno di edifici comunali e in scantinati, tra cui uno sotto una caffetteria, gli ucraini preparano molotov da usare contro le forze russe se entrano nella capitale. All’interno di un grande complesso industriale, annidato di fronte a una vivace autostrada principale con negozi e condomini nelle vicinanze, una forza paramilitare addestra le reclute prima di schierarle in prima linea.

Gli esperti di sicurezza per le organizzazioni dei media occidentali hanno notato che le difese aeree ucraine sono così interne nella città che quando colpiscono razzi, missili o droni russi in arrivo, i detriti a volte hanno colpito o sono caduti in complessi residenziali.

I soldati ucraini e i volontari avvertono i giornalisti di non scattare foto o video di posti di blocco militari, attrezzature, fortificazioni o basi improvvisate all’interno della città per evitare di allertare i russi sulle loro posizioni.

Un blogger ucraino ha caricato un post su TikTok di un carro armato ucraino e altri veicoli militari posizionati in un centro commerciale. Il centro commerciale è stato poi distrutto il 20 marzo in un attacco russo che ha ucciso otto persone.

Non ci sono prove che il post di TikTok abbia portato all’attacco. Su Facebook, una persona che sostiene l’esercito ucraino ha esortato a dare la caccia all’uomo per aver rivelato le posizioni militari ucraine “per il bene dei like” sui social media. “Pago 500 dollari per qualsiasi informazione su questo autore su TikTok. ID, indirizzo di residenza, dettagli di contatto“. Il servizio di sicurezza dell’Ucraina ha poi detto di aver arrestato il blogger.

In altri quartieri militarizzati, i residenti hanno anche espresso la preoccupazione di sentire razzi e artiglieria in uscita. “È spaventoso“, ha detto Ludmila Kramerenko. “Succede tre o quattro volte al giorno“.

Quando le è stato chiesto se era preoccupata di avere armi militari e combattenti così vicino a dove vive, ha risposto dopo una lunga pausa: “Non so cosa dire. Speriamo solo che tutto vada bene e che questo finisca presto“.

Come la maggior parte dei residenti intervistati, ha espresso stoicismo e lealtà alle forze militari dell’Ucraina. Ha detto che non le piace come la capitale è stata trasformata in una zona militare simile a una fortezza, ma capisce. Valeva la pena di sentire il suono dei razzi in uscita o di vivere alla vista dei cannoni pesanti per impedire ai russi di entrare nella capitale, ha detto.

“Ci sentiamo male e rattristati per come la nostra città è cambiata“, ha detto Kramerenko. “Ma capiamo la situazione e crediamo nei nostri soldati ucraini. Noi ucraini dobbiamo reagire“.

Claire Parker a Washington e Volodymyr Petrov a Kiev hanno contribuito a questo servizio.

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03/03/2020

Bolivia - Non ci fu alcuna frode elettorale. La vittoria di Evo Morales era legittima

Il quotidiano statunitense The Washington Post ha pubblicato giovedì scorso un’investigazione che conferma come non esistono evidenze di frode nelle elezioni del 20 ottobre 2019 in Bolivia: “La nostra investigazione non ha trovato nessuna ragione per sospettare una frode”.

“Come specialisti in integrità elettorale, troviamo che l’evidenza statistica non appoggia la denuncia di frode nelle elezioni di ottobre in Bolivia”, affermano John Curiel e Jack Williams, esperti del Laboratorio di Scienza e Dati Elettorali del Massachusetts Institute of Technology (MIT), nell’articolo apparso nella sezione di politica del quotidiano statunitense.

“Considerando tutto, l’analisi statistica e le conclusioni dell’OSA sembrano enormemente difettose”, riferisce l’articolo.

La notizia di quell’organizzazione, ricorda The Washington Post, è stato il supporto principale per le denunce di frode.

L’OSA ha parlato di “profonda preoccupazione e sorpresa per il cambiamento drastico e difficile da spiegare nella tendenza dei risultati preliminari”. Ma l’analisi statistica dietro questa affermazione è problematica.

“Nel momento del fermo nel conteggio, dato che Morales aveva superato la soglia del 40%, la questione chiave è se il suo calcolo di voti era di 10 punti più alto rispetto al suo competitore più vicino. Altrimenti, avrebbe dovuto sostenere un secondo turno contro l’ex presidente Carlos Mesa.

“I nostri risultati sono stati diretti. Non sembra esserci statisticamente una differenza significativa nel margine prima e dopo il fermo nel conteggio preliminare. Invece, è altamente probabile che Morales avesse sorpassato il margine di 10 punti nel primo turno.

“Come arriviamo lì? La messa a fuoco dell’OSA si appoggia su ipotesi binarie: che il conteggio ufficioso riflette con esattezza il voto continuamente misurato, e che le preferenze di voto riportate non variano durante il giorno. Se queste ipotesi fossero certe, un cambiamento di tendenza a favore di un partito col passare del tempo allora potrebbe indicare potenzialmente una frode.

“L’OSA non cita un’investigazione previa su cui dovrebbero basarsi queste ipotesi per reggere. Ci sono ragioni per credere che le preferenze degli elettori e le notifiche sui votanti possono variare nel tempo: aree dove si ammucchiano elettori poveri possono avere file più lunghe e minore capacità per contare e riportare rapidamente il totale dei voti. E questi fattori si possono applicare molto bene in Bolivia, dove ci sono brecce severe nelle infrastruttura e nelle situazioni economiche tra zone urbane e rurali.

La pubblicazione del Washington Post segnala inoltre l’assenza di un cambiamento drastico nei risultati prima e dopo la detenzione preliminare del conteggio o nella tendenza del voto che ha sempre favorito Morales.

“Non troviamo nessuna evidenza di queste anomalie”, hanno assicurato Curiel e Williams dopo aver analizzato i dati sull’investigazione, che hanno notificato all’OSA, però senza ricevere risposta.

Le rivelazioni del Washington Post hanno confermato che la differenza di più del 10% a favore di Morales è legittima e coincide col conteggio preliminare.

Denunciano che ci sono state numerose irregolarità e mancanza di evidenza nella relazione dell’OSA, e che i dati dimostrano chiaramente che la frode non esiste e che il margine di differenza che ha dato la vittoria ad Evo Morales è corretto.

Curiel e Williams concludono: “La frode elettorale è un problema grave, però basarsi su prove non verificate come segno di frode è una seria minaccia per qualsiasi democrazia”.

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