Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/08/2026
Il ministro della difesa Israel Katz, un fiero criminale di guerra
Il Ministro della Difesa Israel Katz ama vantarsi dei suoi Crimini di Guerra. Non ce n’è praticamente nessuno di cui non vada fiero, quasi nessun Crimine Contro l’Umanità che non abbia minacciato di commettere.
Come un piccolo criminale, Katz si vanta in egual misura dei crimini di cui è responsabile e ancor di più di quelli con cui non ha avuto nulla a che fare. Katz, un piccolo e astuto uomo d’affari che si atteggia a Ministro della Difesa, privo di reale influenza, blatera incessantemente dei suoi crimini.
Così, ogni volta che ordina all’esercito di occupare e radere al suolo un altro campo profughi in Cisgiordania, Katz annuncia con grande enfasi: “Guardate i semi di distruzione che ho piantato”.
La tempistica è ovviamente trasparente: sono le primarie del Likud. Ma il fatto che i Crimini di Guerra siano la chiave per la popolarità della sua base elettorale ci mostra quanto in basso sia sceso il dibattito pubblico in termini morali.
Ci sono stati Criminali di Guerra ben peggiori di Katz nello Stato di Israele, ma nessuno si è mai vantato dei propri crimini con tanta fierezza. Anzi, Katz ha dato il via a una nuova tendenza: “Ehi, guardatemi, un Criminale di Guerra”, si vanta. “Votate per i responsabili del trasferimento forzato e del Genocidio. Non vergognatevi”.
Questa settimana, Katz ha nuovamente rilasciato una dichiarazione in cui proclamava la sua direttiva di occupare un altro campo profughi in Cisgiordania ed espellerne i residenti. Ecco come vanno le cose quando i crimini vengono normalizzati e legittimati.
Quasi nessuno è stato ritenuto responsabile quando Israele ha espulso circa 20.000 residenti del campo di Jenin e lo ha distrutto nel gennaio 2025 e, poco dopo, ha fatto lo stesso con due campi profughi a Tulkarm. Le vite di decine di migliaia di persone, la stragrande maggioranza delle quali povere, indigenti e innocenti, sono state distrutte.
Dobbiamo forse ricordare che si tratta di rifugiati di terza e quarta generazione, che Israele ha espulso dai loro villaggi nel 1948 senza mai permettere loro di tornare? Dobbiamo forse spiegare che Israele è responsabile del loro destino? E ora, non viene loro permesso di tornare alle proprie case nei campi, alcuni dei quali sono stati rasi al suolo. Comunità vivaci e densamente popolate si sono trasformate in città fantasma.
Conoscevo bene il campo di Jenin. Non ce n’era un altro simile in Cisgiordania, con quel mix di determinazione, coraggio e orgoglio, uniti a calore e generosità. Sì, il campo di Jenin, che è stato definito “un nido di calabroni”. Sì, lì c’erano più uomini armati che in altri campi, così come laboratori per la fabbricazione di bombe. Li ho visti. Ma il campo non si è arreso nella sua lotta per la libertà. La soluzione di Israele è stata quella di distruggerlo.
Lo stesso è accaduto a Nur al-Shams e Tulkarm: non esistono più, i loro abitanti sono sparsi per la Cisgiordania, rannicchiati nelle case dei parenti da quasi due anni.
Katz vuole proseguire con questo programma pilota. Balata e i vecchi e nuovi campi di Askar sono nel suo mirino. Da lì, si sposterà sui campi del centro e del Sud della Cisgiordania, finché non ne rimarrà più uno in piedi da Dheisheh ad Al-Fawar. E perché solo i campi? Poi toccherà ai villaggi e alle città, anch’essi sede della Resistenza all’Occupazione. Nakba 2.0 è stata eseguita tra gli applausi degli elettori delle primarie del Likud.
Qualche mese fa, Katz è stato invitato alla conferenza di Canale 14, dove ha proclamato che in “24 villaggi libanesi, con centinaia di abitanti, abbiamo distrutto ogni struttura, non casa per casa, ma interi villaggi”. E c’era di più a Gaza: “Luoghi che ricordate, come Shujaiyeh e Jabalya, oggi non esistono più. Sono stati distrutti. Non vedo case, solo la spiaggia”. La poetica di un Ministro dello Sterminio.
Se lo Stato di Israele avesse un vero sistema giudiziario, Katz sarebbe stato arrestato all’uscita dall’auditorium. Se la comunità internazionale avesse un sistema giudiziario efficace, Katz sarebbe stato inserito nella lista dei più ricercati al mondo.
Katz è lì per deridere la ridicola propaganda israeliana, che dice al mondo che Israele rispetta il Diritto Internazionale e non danneggia intenzionalmente i civili. Fornisce la prova più schiacciante di tutte: non c’è bisogno che organizzazioni per i diritti umani o un tribunale indaghino. Israele sta distruggendo intere regioni, una distruzione fine a se stessa, per soddisfare la sete di vendetta e di sangue degli elettori delle primarie del Likud.
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07/07/2026
Uomini e no
Questa foto sarà in tutti i libri di storia. La foto del medico di Gaza che si para contro i carri armati dell’esercito per impedire loro di distruggere l’ultimo ospedale funzionante nella Striscia.
Secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite, il bilancio del personale medico ucciso a Gaza ha superato quota 1.700.
Uno studio pubblicato sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press a inizio 2026 ha documentato come il rischio di morire per un medico – e per un giornalista – a Gaza non ha pari in nessun contesto storico o geografico ed è nettamente e sproporzionatamente più elevato rispetto a quello della popolazione civile generale (“Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24”)
I medici, come i giornalisti, a differenza dei civili, non muoiono solo nei bombardamenti a tappeto e certamente non sono vittime accidentali, “danni collaterali”. Sono proprio l’obiettivo, sono nel mirino dei cecchini e dell’esercito che ha bombardato tutti e 36 gli ospedali della Striscia al fine di distruggere l’intero sistema sanitario e provocare così la morte di quante più persone possibili: feriti, denutriti, malati cronici.
Un dato per comprendere gli effetti della distruzione intenzionale e sistematica delle strutture ospedaliere e della mancanza di farmaci e cure è l’impatto sull’assistenza prenatale resa quasi impossibile. L’accesso ai servizi ginecologici e ostetrici è ridotto al minimo. Gli aborti spontanei sono triplicati e il tasso di natalità è crollato del 67%. Oxfam lo definisce un “genocidio riproduttivo”.
Infinite sono le testimonianze documentate dell’uccisione a sangue freddo di medici disarmati, di ambulanze bombardate per impedire che soccorressero i feriti.
Il caso più celebre è quello della bambina di 5 anni Hindi Rajab, rimasta intrappolata per ore in un’auto sotto i cadaveri dei suoi familiari e morta dopo aver passato ore al telefono con i soccorritori implorando aiuto. L’ambulanza che stava andando a soccorrerla è stata deliberatamente bombardata.
Non è un caso isolato. Il 23 marzo 2025 le Nazioni Unite e la Croce Rossa hanno denunciato e documentato il ritrovamento dei corpi di 15 operatori sanitari uccisi dall’esercito israeliano e successivamente sepolti con le loro ambulanze sotto la sabbia. Israele ha prima negato poi ammesso e promesso come sempre promette un’indagine interna che come sempre si è conclusa senza condanne e colpevoli.
Ai medici uccisi e feriti si aggiungono le centinaia di medici arrestati e torturati senza processo, capo d’accusa, diritto alla difesa, nella totale illegalità costituita dal sistema carcerario e dalla giustizia israeliana secondo i parametri del diritto internazionale. Attualmente sono più di 80 i medici detenuti senza processo e imputazione formale.
Tra loro c’è l’uomo della foto: il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale pediatrico Kamal Adwan fino al nel dicembre 2024, quando l’esercito israeliano ha preso di mira l’ospedale – l’ultimo che era rimasto funzionante nel nord della Striscia – ordinandone l’evacuazione.
Abu Safiya, disarmato, era andato incontro ai carri armati, camminando tra le macerie per chiedere all’esercito di fermare i colpi. I soldati lo hanno prelevato e da allora è detenuto senza processo e capo d’accusa. Tecnicamente, rapito, ostaggio.
Dal 3 giugno 2026 Abu Safiya è detenuto in isolamento, una misura che si protrae molto oltre 15 giorni consecutivi, il limite stabilito dalle “Regole Mandela” del diritto internazionale, le regole minime standard delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti. Un isolamento di questa durata costituisce una violazione del divieto di tortura e di altri maltrattamenti.
Il 16 Giugno, la Corte suprema israeliana ha però stabilito che il dottor Abu Safiya resterà in carcere almeno fino a Ottobre. Le sue condizioni di detenzione, denuncia Amnesty, così come quelle di altre persone, sono estremamente precarie: è confinato in una cella sotterranea, non ha accesso alle cure mediche e le quantità di cibo sono misere. Abu Safiya ha perso 40 chili.
IL 2 luglio il suo avvocato è finalmente riuscito a incontrarlo, nel carcere di Nitzan. Il legale ha raccontato di come Abu Safiya abbia subito torture e percosse, ripetuti colpi alla schiena, al collo e al volto.
«Mi hanno portato qui per uccidermi, questa è l’ultima volta che mi vedrai», gli ha detto il medico, la cui colpa, agli occhi di Israele, non è solo quella di curare i feriti ma quella di aver lanciato l’allarme sulla grave malnutrizione dei bambini di Gaza per la mancanza di latte materno.
Per Medici Senza Frontiere, A Gaza, la malnutrizione colpisce in modo devastante fino a 7 madri su 10 in gravidanza e in allattamento. Una condizione che si ripercuote direttamente sui neonati: si registra il 90% di parti prematuri. Il 91% dei neonati malnutriti è a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo.
Anche l’associazione israeliana Physicians for Human Rights ha dichiarato che la vita di Abu Safiya è in pericolo immediato e ne chiede la liberazione.
Nei commenti, un link a una pagina con tre mail già scritte e documentate che chiedono alle istituzioni di prendere posizione: una per gli psichiatri, una per i medici in generale e una per chiunque, indirizzata a redazioni e parlamentari. Scrivete, facciamo pressione, facciamo girare questo appello.
C’è una collina, in Israele, dalla quale si vede Gaza, la collina di Sderot. Gli israeliani ci vanno a fare i pic-nic mentre osservano la distruzione di Gaza. Pagano pochi spicci per guardare dal binocolo e godersi lo spettacolo degli ospedali in macerie, delle colonne di fumo, delle città rase al suolo.
Quanto a noi, ci sono solo due posti dove possiamo stare, con il cuore, con la testa. Su quella collina in Israele o tra le macerie di Gaza. Non c’è un terzo spazio, non c’è un’altra posizione, un’altra postura che non sia a difesa di chi muore sotto le macerie, di chi muore per mancanza di cibo e cure, di chi muore prima di nascere. Sei con loro o sei su quella collina, voltato di spalle ma su quella collina, a banchettare durante il genocidio.
Teniamoci stretti.
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Il Kosovo è ancora lo specchio dell’Ue nata dalle bombe su Belgrado
Qui infatti lo scontro su scala internazionale (per ora più geopolitico che di classe) con cui il guerrafondaio Occidente che sfida la “giungla”, secondo la definizione suprematista dell’ex capo degli Esteri europeo Borrell, trova espressione in tutte le sue sfaccettature, politica, diplomatica, mediatica e financo militare.
Le ultime notizie dall'“enclave Nato” sono a questo proposito emblematiche.
Primo. Giovedì 2 luglio il Consiglio specializzato sul Kosovo del Tribunale de L’Aia ha rinviato per la seconda volta in due mesi la pronuncia della sentenza contro il leader dell’Uck ed ex presidente del Kosovo Hashim Thaci, ora attesa per il 16 settembre.
Il Tribunale speciale ha giustificato il rinvio con la complessità del caso e l’elevato volume di prove. Thaci e altri tre ex leader dell’Uck sono accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi nel biennio 1998-99.
Come riporta Jugocoord, si tratta del funzionamento di una rete di prigioni illegali in Kosovo e Metohija e nel nord dell’Albania, dove sono stati commessi omicidi, torture, detenzione forzata e persecuzione di serbi, rom e albanesi che l’Uck considerava collaborazionisti con quel che rimaneva della Federazione Jugoslava.
L’accusa ritiene gli imputati responsabili di circa 100 omicidi e chiede per Thaci una pena di 45 anni di reclusione.
Secondo. Sabato 4 luglio il direttore del Servizio penitenziario del Kosovo Ismailj Dibrani ha annunciato l’arrivo nel Paese del primo gruppo di prigionieri provenienti dalla Danimarca.
“L’aprile del 2027 sarà il mese in cui è previsto l’arrivo in Kosovo dei primi detenuti dalla penisola scandinava”, ha affermato Dibrani. L’accordo, firmato nel 2022, insieme ai lager italiani in Albania trasforma il Kosovo e l’area in un hub internazionale di detenzione per i dannati della terra incriminati nei Paesi europei in cambio di qualche euro, ponendosi come esempio per tutta l’Unione.
L’integrazione promessa dall’Ue alla dirigenza kosovara sta prendendo sempre più le sembianze di un buco nero militarizzato (la missione Nato Kfor è lì dal giugno del 1999, con circa 4.300 soldati presenti) in cui esternalizzare i problemi delle decadenti società occidentali in cambio di finanziamenti.
In quest’ottica, il rinvio della sentenza contro i criminali dell’Uck appare come la manifestazione dell’imbarazzo occidentale contro chi, durante la balcanizzazione della Jugoslava, ha fatto il “lavoro sporco” per gli interessi imperialisti nella regione, un po’ come fanno i sionisti oggi in Asia occidentale.
Tanto più se solo a inizio giugno un nuovo rapporto del relatore del Parlamento europeo per le relazioni con la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo Riho Terras ha riaffermato il sostegno alla domanda di adesione del Kosovo all’Ue, presentata nel dicembre 2022, invitando i cinque Stati membri che ancora non hanno riconoscono l’autoproclamata indipendenza del Kosovo (Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro) a riconsiderare la propria posizione.
Il rapporto ha inoltre accolto con favore l’alleanza militare tra Kosovo, Albania e Croazia, descrivendola come un “contributo al rafforzamento della resilienza regionale contro le minacce ibride”.
Non è un mistero che oggi le minacce ibride paventate nei documenti Ue si riferiscano alla Federazione Russa e a chiunque venga sospettato di condividerne gli interessi, descrizione che nei Balcani rimanda inequivocabilmente alla Repubblica di Serbia.
Un accerchiamento, quello della Serbia, che sta peraltro spingendo il Paese nelle braccia dei sionisti di Tel Aviv, i quali, dal reciproco isolamento cercano di trarre benefici diplomatici e militari, come già fatto con il riconoscimento israeliano del Somaliland in Corno d’Africa, anche qui in funzione anti-turca.
Probabilmente, non proprio un esito indesiderabile per i guerrafondai del nostro continente...
Leggi anche: Se Usa e Ue divergono anche sui Balcani
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25/06/2026
“Bambini a Gaza presi di mira deliberatamente, è parte del genocidio”
Le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi, perpetrando atti che equivalgono a genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza, oltre a gravi crimini di guerra nella Cisgiordania occupata.
È la durissima e dettagliata accusa formulata dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati e Israele, all’interno di un nuovo e corposo rapporto interamente focalizzato sulle violazioni sistematiche contro i minori dal 7 ottobre 2023 a oggi.
Secondo gli investigatori dell’ONU, l’uccisione intenzionale di minori non rappresenta un danno collaterale delle operazioni militari, bensì un elemento cardine della strategia bellica sionista, dalla quale risulta l’esistenza di un vero e proprio intento genocidario da parte dei vertici di Tel Aviv.
La commissione evidenzia come i bambini siano stati colpiti direttamente e sistematicamente anche in contesti teoricamente protetti: durante le evacuazioni forzate, all’interno dei rifugi, nelle zone dichiarate “sicure”, presso i centri di distribuzione degli aiuti umanitari e persino successivamente all’entrata in vigore dell’accordo di cessate il fuoco nell’ottobre del 2025.
“Le prove dimostrano che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane”, ha dichiarato Srinivasan Muralidhar, presidente della Commissione d’inchiesta, a commento della pubblicazione. Muralidhar ha poi aggiunto: “prendendo di mira i bambini, Israele attacca la capacità stessa del popolo palestinese di esistere e di determinare il proprio futuro”.
La chiarezza dell’intento genocidiario è in un qualche modo confermata anche dal fatto che, in questa escalation, i minori uccisi sono stati molto più delle pur sempre sanguinose operazioni di massacro degli anni precedenti. Il superamento delle soglie statistiche dei precedenti conflitti viene attribuito dalla Commissione ONU all’uso sistematico e continuativo di munizioni ad altissimo potenziale distruttivo ed esplosivi a largo raggio d’azione in quartieri residenziali a densità abitativa estrema.
Si tratta, dunque, di un modus operandi che dimostra la ricerca del massimo danno ai civili, o in altre parole la volontà di commettere una strage. Gli investigatori ritengono che i minori siano stati presi di mira collettivamente poiché le forze israeliane considerano l’intera popolazione civile di Gaza come intrinsecamente associata e complice di Hamas e degli altri gruppi armati.
Oltre alla violenza delle armi, il rapporto descrive condizioni di vita intollerabili imposte deliberatamente alla popolazione civile, configurando il crimine di sterminio e l’uso della fame come arma di guerra. Il blocco quasi totale degli aiuti umanitari, del cibo e dei medicinali essenziali ha provocato una malnutrizione diffusa e patologie gravi, traducendosi in traumi psicologici permanenti e decessi del tutto prevenibili.
Sotto la lente dell’ONU sono finiti anche gli attacchi incessanti contro le infrastrutture sanitarie e i reparti di maternità, che hanno stroncato sul nascere la sopravvivenza dei neonati, provocando al contempo un picco drammatico nel tasso di aborti spontanei tra le donne incinte. Sul fronte educativo, la distruzione o il grave danneggiamento di oltre il 97% delle scuole della Striscia ha di fatto cancellato il diritto all’istruzione per un’intera generazione.
Il dossier delle Nazioni Unite non si limita a Gaza, ma estende la denuncia alla Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, dove si registra una spaventosa escalation di violenze perpetrate dai coloni israeliani e dall’esercito ai danni dei minori palestinesi. La Commissione ha raccolto prove documentali e testimonianze dirette di torture sistematiche, abusi fisici e violenze sessuali o di genere durante le campagne di arresti di massa e la detenzione.
Moltissimi adolescenti, in particolare ragazzi, sono stati sottoposti a trattamenti degradanti continui, tra cui denudamenti forzati, percosse brutali e privazione del cibo. Condotte che, secondo le conclusioni dei giuristi internazionali, integrano a tutti gli effetti i crimini contro l’umanità di tortura e altri atti disumani volti a causare gravi sofferenze fisiche e mentali.
Ovviamente, la reazione propagandistica di Israele è stata immediata. La missione diplomatica dello Stato sionista presso le Nazioni Unite ha respinto in toto le conclusioni del testo, definendolo come un ennesimo rapporto diffamatorio di un organismo giudicato di parte. Per Israele le conclusioni della Commissione sono una calunnia, mentre Tel Aviv continua a millantare di impegnarsi nel ridurre al minimo i danni verso i minori.
La colpa, ancora una volta, viene fatta ricadere su Hamas e sull’utilizzo di scudi umani. Basterebbe ricordare che questo tipo di violenze sono continuate anche durante il cessate il fuoco per smontare la debole posizione israeliana. Dalle cancellerie occidentali, invece, rimane ancora assordante il silenzio, anche di fronte a questa nuova indagine.
Già nel settembre 2025 la Commissione d’inchiesta aveva decretato la sussistenza del crimine di genocidio a Gaza. Oggi questo dato di fatto viene riportato all’attenzione internazionale con un focus sulla presa di mira sistematica dei bambini. La mancanza di misure concrete esplicita, se mai ce ne fosse ancora bisogna, la complicità di chi sta ancora sostenendo e armando Israele.
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09/06/2026
Dobbiamo credere che l’IDF abbia violentato prigionieri palestinesi con l’ausilio di cani?
Il dibattito che ne è seguito mi ha riportato alla mente le conversazioni che avevo da ragazzo in Israele riguardo alla propaganda araba. Questa è la mia storia personale di quel periodo – vi prego quindi di avere pazienza.
Il caso dell’autobus 300
Nel 1984, alcuni terroristi palestinesi (**) dirottarono un autobus (“Autobus 300”) e tentarono di condurlo, insieme ai passeggeri, a Gaza. L’IDF riuscì a fermare l’autobus, a fare irruzione con i commando e a liberare tutti gli ostaggi con una sola vittima. Durante l’operazione, due dei quattro dirottatori furono uccisi. Ciò che fu tenuto segreto per un breve periodo fu che due di loro erano stati catturati vivi. Furono poi picchiati a morte non lontano dal luogo dell’accaduto.
Il fatto divenne noto piuttosto rapidamente, poiché dei giornalisti li avevano visti vivi. I responsabili mentirono e negarono per anni, nonostante i molteplici sforzi del sistema giudiziario per scoprire la verità. L’episodio ebbe ripercussioni su tutto il sistema politico, giudiziario e di sicurezza israeliano. Alla fine, l’opinione pubblica venne a sapere che:
Il capo del GSS (Shin Bet) Avraham Shalom aveva mentito e aveva istruito i testimoni nel tentativo di implicare un generale dell’IDF nell’uccisione extragiudiziale.
Diversi membri del GSS e altre persone presenti ai fatti avevano condotto i due uomini in un luogo isolato e li avevano picchiati a morte con pietre e sbarre di ferro.
Alti politici erano implicati, sebbene non fossero stati condannati per alcun reato. Il primo ministro Yitzhak Shamir per aver ordinato l’uccisione, il ministro della Difesa Moshe Arens per essere stato presente sul luogo e aver mentito al riguardo, il presidente Chaim Herzog per aver graziato gli assassini NONCHE’ coloro che avevano mentito ai giudici istruttori.
Il procuratore generale di Israele Yitzhak Zamir fu licenziato per aver insistito su un’indagine giudiziaria.
L’Alta Corte di Giustizia di Israele approvò una misura che all’epoca costituiva una novità: la concessione di grazia preventiva agli agenti del GSS noti per aver commesso l’omicidio, prima che potessero essere formulate le accuse. (Questo è ciò che Trump sta chiedendo al presidente israeliano Herzog di fare per Netanyahu).
Le rivelazioni emerse da questo episodio portarono all’istituzione della Commissione Landau, un organo ufficiale che alla fine legalizzò e regolamentò l’uso della tortura da parte delle forze di sicurezza.
In ogni fase di questa vicenda pluriennale ci sono stati tentativi di insabbiamento, che però non sono riusciti a impedire che la verità venisse a galla. Ma ci sono stati anche tentativi di eludere la responsabilità legale, che hanno avuto successo. La vicenda mi segnò profondamente; nel 1984 avevo 15 anni e stavo iniziando a leggere le notizie. È stato solo grazie a testate (commerciali) di sinistra come Hadashot, Al-Hamishmar e HaOlam Hazeh che i fatti furono portati alla luce.
Mamma: “Smettila di fidarti della propaganda araba”
Man mano che crescevo, altri giornali avevano trovato la strada per arrivare a me. Si trattava di testate esplicitamente di sinistra come Zu Haderech (Partito Comunista Israeliano), Matzpen (Organizzazione Socialista in Israele) e Derekh HaNitzotz. Riferivano degli abusi che avvenivano in Libano, nei Territori Occupati e tra i palestinesi che vivevano in Israele. Era ciò che ci si poteva aspettare: omicidi, torture, detenzioni senza processo, confisca di terre, violenze da parte dei coloni e così via.
Quando cercavo di discutere con mia madre di ciò che venivo a sapere, lei scuoteva la testa e mi diceva che non si può credere agli arabi. Secondo lei, essi sono culturalmente e politicamente predisposti a mentire. Praticamente qualsiasi cosa proveniente da una fonte araba è probabilmente propaganda. Sebbene alcune delle notizie riportate dalla stampa di sinistra raggiungessero un vasto pubblico in Israele, non accadeva per la maggior parte di quel tipo di notizie.
L’opinione pubblica ebraica israeliana si divideva principalmente in tre categorie: chi non sapeva, chi non se ne curava o chi era contento che fosse successo. Ah, i bei vecchi tempi. Era davvero un’epoca più innocente.
Un bel giorno del 1985 il padre della mia ragazza ci stava accompagnando in auto da qualche parte. Sapeva che stavo diventando di sinistra e non ne era troppo felice. Mi intrattenne con una storia sul trasporto di prigionieri palestinesi dal Libano a una struttura segreta in Israele di cui nessuno era a conoscenza. Ridacchiò mentre descriveva come, lungo il tragitto, lui e i suoi compagni dell’esercito, tutti riservisti, picchiavano i prigionieri.
Il messaggio era qualcosa del tipo: Oh, ragazzino innocente, aspetta solo che l’esercito ti metta in riga costringendoti a partecipare alla violenza contro gli arabi insieme ai tuoi compagni! Nota: non era l’unico adulto a cercare di coinvolgermi usando quel tipo di logica persuasiva.
Quella tensione, tra una figura autorevole (tipo mia madre) che si scandalizzava con atteggiamenti melodrammatici per le «bugie arabe» e la confessione vanagloriosa di torture e detenzioni illegali, descrive bene un fenomeno molto diffuso all’epoca. Non è mai successo, non è successo come dicono, e se è successo allora era giustificato, perché guardate cosa ci fanno.
Quando ho raccontato a mia madre del campo di prigionia segreto dove le persone venivano torturate, lei ha detto che dovevo aver frainteso. Oppure era propaganda araba, anche se l’avevo sentito da un riservista dell’IDF.
(L’esistenza del Campo 1391, la struttura di detenzione segreta che mi era stata rivelata dal padre della mia ragazza, è stata resa pubblica nel 2003.)
Quando abbiamo imparato a seppellire persone vive?
Durante il mio periodo come soldato, all’inizio della Prima Intifada, venne alla luce un terribile episodio. Da qualche parte in Cisgiordania, dei soldati avevano picchiato quattro giovani e poi li hanno seppelliti vivi con un bulldozer.
“Neanche nei miei incubi più terribili avrei mai immaginato una cosa del genere”, disse il generale Amram Mitzna, comandante delle truppe in Cisgiordania, a proposito del caso. È ancora vivo; credo che ormai possa immaginare cose del genere.
Una pop star israeliana, Si Hyman, scrisse una canzone che faceva riferimento all’episodio, intitolata Yorim u’Bochim (Sparare piangendo). Uscì un mese dopo l’incidente, chiaramente ispirata a quanto era accaduto. Era una potente canzone di protesta che fu immediatamente bandita dalla Radio dell’Esercito.
A proposito di questo: la disciplina alla Radio dell’Esercito non era un granché. Una volta la mandarono in onda mentre ero a casa con mia madre. Non avevamo mai sentito quella canzone e neanche ne avevamo mai sentito parlare, quindi fu una sorpresa. Uno dei versi recita: “Quando abbiamo imparato a seppellire persone vive?”
Ricordo che indossavo la mia uniforme e guardavo mia madre che ha incominciato a piangere. Anch’io ho iniziato a piangere. Lei ha detto qualcosa del tipo: “Forse, dopotutto, dicevi la verità su alcune di quelle cose”. (Ascoltate la canzone su YouTube – non è riproducibile su Substack.)
Così va la vita
L’Israele della Prima Intifada era un’epoca più innocente. L’opinione pubblica dominante era contraria a pratiche quali le esecuzioni extragiudiziali, la tortura e la sepoltura di persone vive. Quando Yitzhak Rabin impartì i suoi famosi ordini di picchiare i palestinesi («politica delle ossa rotte») anziché arrestarli, si sosteneva che si trattasse di un approccio umano.
Una delle alternative che tale politica avrebbe dovuto sostituire era quella di sparare sui manifestanti disarmati (che spesso lanciavano pietre). I decessi e i feriti da arma da fuoco probabilmente diminuirono. Il numero di arti fratturati aumentò DI MOLTO.
Durante l’era dei Nuovi Storici (primi anni ’90) in Israele ci fu un acceso dibattito sulla nostra storia. Una manciata di nuovi arrivati pubblicava articoli utilizzando gli archivi israeliani su ciò che era accaduto durante la fondazione di Israele.
Dimostrarono che la leadership sionista e le forze militari espulsero deliberatamente un gran numero di palestinesi. Descrissero massacri e altri crimini precedentemente poco noti. I detrattori non sostenevano che questi fatti fossero sbagliati; affermavano che fosse sbagliato renderli pubblici. O renderli pubblici senza spiegare perché fosse giustificato.
Generazioni di studiosi israeliani erano state istruite con una narrazione diversa, secondo la quale i palestinesi erano fuggiti a causa delle trasmissioni radiofoniche dei leader arabi. Che avessero ignorato le offerte pubbliche di buona volontà e uguaglianza da parte dei leader israeliani. E se qua e là si erano effettivamente verificate alcune espulsioni, queste non facevano parte di un piano più ampio specificamente mirato alla pulizia etnica.
Alla fine l’opinione pubblica israeliana decise che tutte le nuove rivelazioni non avevano molta importanza, tranne che in un modo inaspettato. Un partito politico che invocava l’espulsione degli «arabi» fu messo al bando dopo aver ottenuto un seggio alla Knesset nel 1984.
Ma all’inizio degli anni ’90, il sostegno a quella che divenne noto come “trasferimento” entrò nell’opinione pubblica dominante e un partito ancora più grande che sosteneva quella causa ottenne una quota di voti ancora maggiore. Quel partito, Moledet, era solito pubblicare citazioni di leader sionisti del passato a sostegno dell’espulsione di massa, per contribuire a normalizzare quel genere di posizione.
Ha funzionato. Oggi i sostenitori di quelle opinioni ricoprono incarichi ai vertici della politica e della sicurezza israeliana.
Quando sentite i sostenitori di Israele affermare che l’articolo di Kristof è basato su fonti inaffidabili e costituisce propaganda esagerata, dovreste ricordare la storia del negazionismo israeliano. Ogni giornalista e analista in Israele che si occupa di questioni militari conosce la verità di quanto scritto da Kristof.
I suoi redattori al New York Times hanno pubblicato una nota in cui precisano che le affermazioni contenute nel suo articolo sono state sottoposte a un’approfondita verifica dei fatti. Il gruppo per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato un rapporto molto ben documentato sulle condizioni nelle prigioni israeliane, con prove ancora più evidenti dell’uso diffuso della tortura con una componente sessuale.
Sono ebreo. Sono cresciuto in Israele. Ho prestato servizio nell’esercito. (Anche se mi sono rifiutato di prestare servizio nei Territori Occupati e ho scontato una condanna alla prigione come obiettore). E mi vergogno, ma non sono affatto sorpreso da queste rivelazioni.
Nessuno dovrebbe esserlo. È coerente con l’evoluzione di Israele e della sua leadership. E lo è anche la natura bizzarra del negazionismo che ha preso forma sui social media. Stiamo avendo lunghe discussioni sulla logistica delle aggressioni sessuali canine. Come direbbe Tucker Carlson: «È questo che stiamo facendo adesso?»
Per quanto ne sappiamo, i coraggiosi soldati dell’IDF K9 non hanno inserito i peni dei loro cani nel retto dei prigionieri palestinesi. Forse si sono limitati a strusciarsi contro gli uomini mentre questi erano piegati in avanti, nudi. Forse si sono avventati sui genitali degli uomini. Forse una guardia carceraria ha spalmato del burro di arachidi sul sedere di qualcuno e ha riso mentre un cane lo leccava tutto.
Un simile dibattito rileva del delirio. Nel momento in cui si ha una qualsiasi interazione tra prigionieri nudi e cani, si è già perso il confronto. Nel momento in cui i tizi che hanno infilato un cellulare nel culo di qualcuno sono diventati eroi popolari, hai già perso.
Non c’è modo per Israele di invertire la rotta. Il marciume, per così dire, è penetrato troppo in profondità nel sistema digestivo di quel Paese. Alcune persone vi hanno infilato del veleno, lubrificando i punti di ingresso nel corpo politico, e se la sono spassata alla grande per secoli.
Molto prima dell’attuale amministrazione israeliana. E per altrettanto tempo, gli Stati Uniti – e le principali istituzioni ebraico-americane – hanno insistito sul fatto che non c’è altra scelta che dare a quella gente carta bianca. Hanno una parte di responsabilità in questo; senza di loro, chissà quali restrizioni avrebbero potuto essere imposte al comportamento di Israele.
Mi viene in mente il Rebbe di Klausenburg, il rabbino Yekutiel Yehuda Halberstam (1905–1994). Perse 11 dei suoi figli nell’Olocausto. Disse ai suoi allievi: «Poteva andare peggio». Allora gli chiesero: «Cosa poteva esserci di peggio degli orrori di quel periodo buio?».
La sua risposta fu splendida per la sua forza morale: «Sarebbe stato peggio se fossimo stati noi gli assassini.»
Note
Sì, Israele ha prelevato organi da palestinesi deceduti senza chiedere il permesso né informare le famiglie dei defunti. Tuttavia, i difensori di Israele vogliono che vi ricordiate che non li abbiamo uccisi per gli organi; li abbiamo uccisi per altri motivi. Gli organi erano solo la ciliegina sulla torta.
** Continuo a ritenere che dirottare un autobus pieno di civili sia un atto di terrorismo. Sono pienamente consapevole del rischio di essere messo al bando dalla “resistenza degli hashtag”.
1) Nicholas Kristof è un opinionista del The New York Times con cui collabora dal 2001. Vincitore di due premi Pulitzer, il suo lavoro si incentra sulle violazioni dei diritti umani e sulle ingiustizie sociali.
Foto: Un soldato dell’IDF e un cane da guerra condividono un momento di intimità. Per quanto ne sappiamo, questo cane non è coinvolto in abusi sessuali ai danni di prigionieri palestinesi. Fonte: Oketz K9 Unit Veterans Foundation.
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28/05/2026
Quando l’imputato (Israele) minaccia la Corte
“Mi dissero... c’è qualcuno che ti vuole parlare. E spuntò un uomo da dietro l’angolo. Era il capo del Mossad all’epoca, Yossi Cohen. Mi disse: ‘Aiutaci con le indagini in Palestina. Non vorrai finire in faccende che compromettano la tua sicurezza o quella della tua famiglia’”.
In un’intervista con Al Jazeera, l’ex procuratrice capo della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda, ha rivelato che l’ex direttore dei servizi segreti israeliani Yossi Cohen, la minacciò di fermare le indagini sulla Palestina per non subire ritorsioni sulla sua famiglia.
Bensouda ha spiegato che Israele cercò di bloccare l’inchiesta aperta dalla procuratrice della CPI contro Israele per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei Territori Palestinesi Occupati, un procedimento avviato ufficialmente nel 2021, molto prima del 7 ottobre 2023.
Secondo quanto raccontato dalla Procuratrice, il capo del Mossad Cohen la incontrò due volte, a Monaco di Baviera e a New York, chiedendole esplicitamente di interrompere l’indagine, in quello che lei ha definito un tentativo diretto di interferire con il suo lavoro.
Le pressioni aumentarono fino a includere minacce indirette ai familiari: il marito della procuratrice fu seguito e vennero raccolte informazioni personali per cercare di condizionarla.
Secondo un’inchiesta del giornale britannico The Guardian del 2024, Cohen – allora capo del Mossad e stretto alleato di Benjamin Netanyahu – guidò personalmente un’operazione segreta contro la Corte Penale Internazionale nel tentativo di sabotare le indagini sui crimini commessi nei Territori Palestinesi Occupati.
L’indagine aperta nel 2021 è poi culminata nella richiesta di mandati di arresto emessi a novembre 2024 dal successore di Bensouda, Karim Khan, contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi contro i palestinesi.
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16/05/2026
Criminali di guerra israeliani con passaporto tedesco. Berlino complice
Tale azione fa seguito all’ingiustificata archiviazione di una denuncia penale presentata dalla HRF nel giugno 2025 contro Shimon Avichai #Zuckerman, cittadino con doppia cittadinanza israeliana e tedesca, per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.
La HRF ha inoltre presentato ricorso contro la decisione e ha depositato una nuova relazione investigativa di 164 pagine che descrive dettagliatamente la sua condotta criminale.
L’archiviazione rappresenta un atto deliberato di complicità statale. Zuckerman non è semplicemente un sospettato; è un cittadino tedesco pienamente consapevole dei crimini di cui è accusato e ha apertamente chiesto allo stato israeliano di proteggerlo dal processo. Accettando le sue affermazioni senza verifiche indipendenti e rifiutandosi di avviare un’indagine, le autorità tedesche agiscono di fatto come un’estensione di quello scudo.
La Germania non si limita a non agire. È complice del genocidio, continuando la sua politica di lunga data di difesa di Israele e dei suoi assassini, creando così un rifugio sicuro per i cittadini tedeschi accusati dei più gravi crimini internazionali…
Shimon Avichai Zuckerman, membro dell’8219° Battaglione dell’esercito israeliano, è un cittadino tedesco accertato. HRF possiede e ha presentato documentazione ufficiale inconfutabile che ne prova la nazionalità. Ai sensi dell’articolo 1 del Codice tedesco sui crimini contro il diritto internazionale (VStGB), lo Stato tedesco ha il dovere imprescindibile e non discrezionale di indagare e perseguire i propri cittadini per crimini internazionali commessi ovunque nel mondo.
Nonostante questo chiaro mandato legale, il procuratore federale tedesco ha archiviato il caso l’8 aprile 2026. La decisione si è basata sulla dichiarazione rilasciata da Zuckerman al Washington Post, in cui ammetteva di aver partecipato ad atti di distruzione a Gaza, ma sosteneva che fossero leciti. Si è basata anche su valutazioni giuridiche speculative, in particolare riguardo alla legittimità della distruzione dell’intero villaggio di Khuza’a ai sensi del diritto internazionale umanitario.
Il comportamento di Zuckerman dimostra una chiara consapevolezza della sua responsabilità penale. Egli sfrutta attivamente la sua doppia cittadinanza e le sue connessioni politiche, chiedendo specificamente protezione allo stato israeliano per sottrarsi alla giustizia.
Zuckerman ha documentato personalmente il suo coinvolgimento nella demolizione di Gaza attraverso numerosi video, pubblicati sui social media, che lo ritraggono mentre prepara cariche esplosive, fa il conto alla rovescia per le detonazioni e osserva con orgoglio la distruzione degli edifici che aveva minato. In questi video, si è taggato e si è vantato esplicitamente della sua partecipazione con terzi e organi di stampa.
Gli specifici atti di distruzione attribuiti a Zuckerman includono:
L’area del Corridoio di Netzarim, lungo via Al-Rashid (novembre-dicembre 2023);
I quartieri di Sheikh Ajlin e Tel Al Hawa a Gaza City (novembre 2023);
Il quartiere di Shuja’iyya a Gaza City (dicembre 2023);
L’edificio di Euro-Med Human Rights Monitor a Gaza City;
Khuza’a, durante l’Operazione Oz e Nir (dicembre 2023-gennaio 2024), che ha portato alla completa distruzione del villaggio;
Khan Younis (gennaio 2024).
La decisione del Procuratore Federale di archiviare il caso senza indagini viola il principio di legalità e il principio di indagine ufficiale. Accettando la versione dei fatti fornita da un sospettato a propria discolpa come base per l’archiviazione, il Procuratore ha abdicato al dovere dello Stato di accertare la verità e ha trasformato l’ufficio della Procura Federale da garante della giustizia in scudo per il genocidio.”
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24/04/2026
Libano - Israele uccide la giornalista Amal Khalil
La fotografa Faraj è stata portata in salvo, mentre il corpo della giornalista Amal Khalil è stato recuperato senza vita nella notte. Amal è stata uccisa perché raccontava la verità sul campo dell’ultima invasione israeliana del Libano.
Amal Khalil, 43 anni, giornalista del quotidiano libanese Al Akhbar, e la fotografa freelance Zeinab Faraj che era con lei, stavano documentando gli sviluppi delle operazioni israeliane nei pressi della città di Tiri, nel distretto meridionale di Beint Jbeil, area da settimane sotto il fuoco dell’esercito israeliano, quando un attacco ha colpito il veicolo che precedeva quello sul quale viaggiavano. A quel punto le due giornaliste si sono rifugiate in un’abitazione, che è stata poi centrata da un secondo attacco.
È stata uccisa per lo stesso motivo per cui sono stati uccisi circa 300 giornalisti palestinesi a Gaza, dove è stato vietato l’accesso a tutti giornalisti e osservatori internazionali. In Libano lo scorso 28 marzo le forze israeliane avevano ucciso altre tre giornalisti delle testate Al Manar e Al Mayadeen.
Israele pratica il terrorismo di stato per paura della verità su quanto avviene sul terreno, continuando a commettere crimini di guerra e contro l’umanità nella completa impunità.
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10/04/2026
Scenario Gaza per il Libano. Il genocidio israeliano cambia quadrante
Il bilancio delle vittime in soli dieci minuti di bombardamenti sistematici è il seguente: Beirut: 92 morti e 742 feriti; nella periferia sud di Beirut: 61 morti e 200 feriti; Baalbek: 18 morti e 28 feriti; Hermel: 9 morti e 6 feriti; Nabatieh: 28 morti e 59 feriti; Alay: 17 morti e 6 feriti; Sidone: 12 morti e 56 feriti; Tiro: 17 morti e 68 feriti.
La Protezione Civile libanese ha inoltre aggiunto che le sue squadre stanno proseguendo le operazioni di ricerca e soccorso, oltre a sgomberare le macerie in diversi siti, suggerendo che “il bilancio delle vittime è destinato ad aumentare man mano che le operazioni sul campo procedono”.
Per infamia e dimensioni quello che sta accadendo in Libano sta riproponendo lo scenario di quanto abbiamo visto con il genocidio dei palestinesi a Gaza perseguito sistematicamente dalle forze armate israeliane. Anche in questo caso abbiamo sentito le autorità di Tel Aviv recitare quella inaccettabile versione secondo cui “I civili sono usati come scudi umani”, in questo caso da Hezbollah, ieri da Hamas. Una versione dei fatti che configura un crimine di guerra già nella sua definizione.
“Qualsiasi accordo globale per la regione deve considerare la sicurezza, la protezione e la dignità dei civili in Libano”, ha affermato il Comitato Internazionale della Croce Rossa. “Dopo più di cinque settimane di ostilità, la gente ha urgentemente bisogno di una tregua dalla violenza”.
Medici senza Frontiere ha dichiarato che “Questi attacchi indiscriminati su aree densamente popolate sono completamente inaccettabili, gli attacchi continui ai civili devono fermarsi... Lo spostamento forzato ripetuto di persone – un crimine di guerra – deve cessare”.
Ma l’escalation terrorista israeliana in Libano ha coinciso con l’aperto tentativo di far saltare la tregua degli USA con l’Iran negoziata dal Pakistan e che Israele ha dimostrato di non gradire né di volere. Al contrario. Israele persegue i suoi obiettivi militari nella regione sia in sincronia sia diversificandoli anche da quelli statunitensi.
Nella logica della “guerra su sette fronti” annunciata due anni fa da Netanyahu, Israele sta perseguendo l’allargamento dei propri confini “in nome della sicurezza” – oggi a discapito del Libano e della Siria – mentre procede sul piano della pulizia etnica dei palestinesi nei Territori Occupati e nel Libano del Sud e nell’attacco frontale all’Iran.
Se Trump ha vergognosamente definito quella in Libano come “una scaramuccia” (il numero di morti e feriti lo smentisce in modo sanguinoso), per Teheran gli attacchi israeliani contro il Libano di ieri hanno rappresentato una “grave violazione del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran” ha dichiarato il viceministro degli Esteri iraniano Saeed Khatibzadeh in un’intervista alla BBC.
“Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca” ha detto Saeed Khatibzadeh “Non si può chiedere un cessate il fuoco e poi accettarne i termini e le condizioni, accettare tutte le aree a cui si applica il cessate il fuoco, nominando specificamente il Libano, e poi lasciare che il proprio alleato dia inizio a un massacro”. Khatibzadeh ha definito gli attacchi israeliani una “sorta di genocidio”.
Israele ha sottolineato che il cessate il fuoco in Iran è separato dal Libano e che non fermerà i suoi attacchi finché la minaccia rappresentata da Hezbollah non sarà affrontata.
Di fronte alla tregua raggiunta tra Iran e Stati Uniti i leader europei, del Canada e del Giappone hanno emesso una dichiarazione congiunta sottoscritta da Macron, Meloni, Merz, Starmer, Carney, Frederiksen, Jetten, Mitsotakis, Sanchez, Takaichi, Von der Leyen, Costa, nella quale scrivono che: “Accogliamo con favore il cessate il fuoco di due settimane concluso oggi tra gli Stati Uniti e l’Iran. Ringraziamo il Pakistan e tutti i partner coinvolti per aver facilitato questo importante accordo. L’obiettivo ora deve essere quello di negoziare una fine rapida e duratura della guerra nei prossimi giorni. Ciò può essere raggiunto solo attraverso mezzi diplomatici” ma la dichiarazione afferma anche che: “Invitiamo tutte le parti ad attuare il cessate il fuoco, anche in Libano”.
Una dichiarazione che, di fronte ai bombardamenti a tappeto israeliani sul Libano, rischia di apparire più che ipocrita se non sarà seguita da misure coerenti nei confronti di Tel Aviv.
Il governo italiano poi ha convocato l’ambasciatore israeliano ma solo perchè in un bombardamento è stato danneggiato un mezzo militare del contingente italiano dell’Unifil. Il fatto che da un mese nel resto del Libano Israele stia facendo un mattatoio non era sembrato altrettanto o più grave.
Ma la violenza dell’aggressione militare contro il Libano è anche il frutto della frustrazione militare per le autorità israeliane sul terreno.
Nonostante i mass media continuino a diffondere la versione secondo cui “Israele avanza in Libano”, le cose sul campo sembrano andare ben diversamente. Chi aveva dato per spacciata la capacità di resistenza e di iniziativa di Hezbollah è stato smentito, e le conseguenze sono ben visibili anche sul versante delle perdite israeliane.
L’esercito israeliano ha dovuto ammettere che oltre 400 soldati sono rimasti feriti dall’inizio della guerra contro Iran e Libano, segnalando un livello di scontro più elevato di quanto previsto sul campo. Secondo i dati ufficiali, i feriti sono 411, non è noto il numero di morti, ma su questo – statisticamente – esiste il rapporto di 1 ogni 3,5 nel caso di truppe combattenti.
Hezbollah continua a opporre una resistenza significativa alle truppe israeliane, combinando scontri ravvicinati sul terreno con attacchi oltre confine tramite razzi, droni e missili, spesso in coordinamento con l’Iran.
Alcune ricostruzioni diffuse dai media vicini a Hezbollah, riferiscono che alcune unità israeliane sarebbero state attirate in imboscate preparate, con scontri a distanza ravvicinata e perdite tra le truppe. Episodi simili sarebbero già avvenuti nei giorni precedenti, con la morte di soldati israeliani durante operazioni nel sud del Libano.
Secondo The Cradle, il dato complessivo suggerisce una dinamica già vista in altri contesti: superiorità tecnologica e militare non si traducono automaticamente in controllo del territorio, soprattutto contro attori non statali radicati e preparati alla guerra di logoramento.
L’isolamento internazionale e le sanzioni contro Israele e la sua politica di terrorismo di stato sono una scelta non più rinviabile se si vuole fermare l’escalation bellica in Medio Oriente e il genocidio delle popolazioni della regione.
Al momento l’unica reazione e forma di pressione internazionale degna di nota è quella dell’Iran che ha dichiarato di tenere bloccato lo Stretto di Hormuz (alle navi Usa e israeliane, ndr) se Israele non fermerà i bombardamenti sul Libano.
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23/02/2026
Kosovo - UCK sotto accusa per crimini di guerra
La Corte speciale per il Kosovo – istituita con legge kosovara ma con sede nei Paesi Bassi – ha chiuso un dibattimento imponente: 227 udienze, 130 testimoni in aula, decine di deposizioni scritte. In un clima definito dai giudici “pervaso da intimidazioni costanti” nei confronti di chi collaborava. Non esattamente l’atmosfera di una democrazia consolidata.
Thaçi si è dichiarato “completamente innocente”. Con lui, Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi, ex comandanti Uck poi riciclati ai vertici del nuovo Stato kosovaro. L’accusa, rappresentata dalla procuratrice Kimberly West, ha chiesto per ciascuno 45 anni di reclusione per crimini di guerra e contro l’umanità: omicidi, torture, persecuzioni, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie tra il 1998 e il 1999.
La sentenza è attesa entro l’estate. Ma il verdetto politico è già scritto nella cronologia.
Da “terroristi” a statisti, andata e ritorno
Fino a poco prima dell’intervento NATO, l’Uck figurava nelle liste statunitensi delle organizzazioni terroristiche. Poi, improvvisamente, divenne interlocutore legittimo nella guerra contro Belgrado. La geopolitica ha questa elasticità morale: dipende da chi è utile contro chi.
Il 12 giugno 1999, con la fine dei bombardamenti, una risoluzione ONU avviò la costruzione di un Kosovo amministrato internazionalmente. L’Uck si trasformò in forza politica dominante. Thaçi, già direttore politico e responsabile dei servizi informativi del gruppo armato, divenne ministro degli Esteri, poi premier, infine presidente. Veseli guidò l’intelligence. Selimi e Krasniqi occuparono ruoli apicali nell’apparato statale.
La guerriglia era diventata istituzione. Ma secondo l’accusa, la struttura di potere non avrebbe abbandonato i metodi della guerra.
Campi di detenzione e fosse comuni
Gli atti processuali, in parte desecretati, elencano circa cinquanta siti di detenzione in Kosovo e nel nord dell’Albania. Luoghi dove, secondo l’impianto accusatorio, civili serbi, rom, bosniaci, montenegrini e anche albanesi considerati “collaborazionisti” sarebbero stati imprigionati e torturati. Le contestazioni parlano di 437 detenzioni arbitrarie documentate.
Le testimonianze raccolte descrivono percosse con catene e spranghe, minacce di morte, esecuzioni simulate. In alcuni casi, uccisioni successive a trasferimenti tra centri di detenzione, specie durante ritirate militari. Tra le vittime figurano anche membri della Lega Democratica del Kosovo, partito favorevole a un’autonomia negoziata con la Serbia e dunque visto come traditore.
Un episodio citato negli atti riguarda un uomo rom, catturato e picchiato in un villaggio controllato dall’Uck, poi ucciso a un posto di blocco. Non è un dettaglio folkloristico della guerra balcanica: è uno dei capi d’accusa.
La Corte ha dovuto affrontare un problema strutturale: la protezione dei testimoni. Nel 2022 Hysni Gucati e Nasim Haradinaj, esponenti dell’Associazione veterani Uck, sono stati condannati per aver divulgato dati sensibili relativi a potenziali testimoni. Nel 2025 tre cittadini kosovari hanno patteggiato per intimidazioni. E per Thaçi è già fissato un nuovo procedimento per presunte interferenze sulle deposizioni.
La domanda scomoda resta sospesa: criminali perché hanno perso il favore internazionale o perché i crimini sono stati finalmente perseguiti? La giustizia internazionale è selettiva per definizione, ma non per questo i fatti contestati evaporano.
Il Kosovo indipendente, oggi guidato da Albin Kurti, cerca di consolidare istituzioni e credibilità europea. Ma l’ombra del passato armato grava ancora. L’Occidente, che nel 1999 scelse l’Uck come alleato tattico contro Milošević, deve ora accettare che alcuni di quegli alleati siano giudicati per atrocità.
La storia non è lineare: gli “eroi” di ieri possono diventare imputati. E forse è un segno di maturità istituzionale che ciò accada. Resta però un interrogativo geopolitico: quanto pesa, nelle trasformazioni morali delle milizie, l’interesse strategico del momento?
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15/02/2026
Chi perseguirà i criminali di guerra italiani a Gaza con doppio passaporto?
Migliaia di britannici, americani, francesi, italiani, russi, tedeschi e ucraini con doppio passaporto fanno parte dell’esercito israeliano. Una ricerca di Declassified UK ha rilevato che oltre 50.000 soldati israeliani hanno la cittadinanza di Israele e di almeno un altro Paese.
In Gran Bretagna alcuni avvocati hanno chiesto che i cittadini britannici che hanno combattuto durante il genocidio israeliano a Gaza siano indagati per violazione del diritto internazionale. In Francia altrettanto.
E in Italia? Ben 828 di questi, come si desume dalla tabella, hanno anche il passaporto italiano e hanno prestato servizio in questi due anni nell’esercito israeliano.
Come spiega il sito ufficiale delle Forze di Difesa Israeliane (Idf), gli uomini sono tenuti a restare nell’esercito per un periodo minimo di trentadue mesi, mentre per le donne i mesi previsti sono ventiquattro. L’obbligo riguarda anche chi vive all’estero o ha il doppio passaporto.
Quando è iniziata l’operazione militare israeliana a Gaza, tra gli addetti ai lavori ha fatto scalpore un servizio di Al Jazeera che si chiedeva: “Perché ci sono italiani che combattono nelle fila dell’esercito israeliano?”
Nel video, tradotto dall’Adnkronos, si citano anche alcuni servizi televisivi andati in onda sulle reti italiane nei giorni scorsi. In particolare si riporta un servizio del Tg5 sulla “presenza degli italiani nell’Idf” e, con scritte in sovrimpressione in arabo, si citano “media italiani secondo i quali sono migliaia gli italiani con doppia cittadinanza che si sono recati in Israele per unirsi al suo esercito, che sta conducendo una guerra a Gaza”.
Sempre citando “il servizio del Tg5”, l’emittente scrive in arabo di “tre paracadutisti italiani convocati dall’esercito israeliano per prestare il servizio di riserva, oltre ad altri militari che non hanno la cittadinanza israeliana”.
In una intervista a La Stampa, alcune di queste soldatesse italiane riserviste delle forze armate israeliane hanno spiegato perché sono andate a combattere a Gaza.
Il ministro degli Esteri Tajani si lasciò sfuggire già a ottobre 2023 che ce n’erano un migliaio. Adesso i conti tornano, ma i conti con la giustizia?
Fonte
16/12/2025
Confermati i mandati di cattura per Netanyahu e Gallant
La sentenza, emessa oggi, respinge l’appello presentato da Israele contro una decisione procedurale basata sull’Articolo 18(1) dello Statuto di Roma. Secondo la difesa israeliana, la CPI non avrebbe giurisdizione sul caso e avrebbe omesso di notificare correttamente l’avvio di una nuova indagine in relazione agli eventi successivi al 7 ottobre.
I giudici d’appello hanno però respinto questa argomentazione, stabilendo che tali eventi rientrano nell’ambito dell’indagine già notificata nel 2021 e che, di conseguenza, non era necessaria alcuna nuova notifica.
La decisione rappresenta un passaggio cruciale nell’indagine che ha portato, nel novembre dello scorso anno, all’emissione dei mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant.
Negli ultimi mesi, Israele ha presentato diversi ricorsi per cercare di invalidarli, tra cui un tentativo di squalificare il procuratore capo Karim Khan per presunta mancanza di imparzialità e una contestazione della giurisdizione della Corte in Palestina.
Se uno di questi ricorsi fosse stato accolto, i mandati di arresto sarebbero stati dichiarati nulli.
Fonte
06/12/2025
L’attacco statunitense al Venezuela sprofonda nel ridicolo
Non si tratta dell’unica imbarcazione attaccata – attualmente ci sono già quasi 100 morti accertati – ma in quel caso c’è stato un “doppio colpo”, ossia un secondo attacco per uccidere due uomini che erano sopravvissuti ed erano rimasti aggrappati ai rottami. Per tutti i trattati internazionali esistenti, voluti e firmati anche dagli Usa, questo è un crimine di guerra. Quegli uomini avrebbero dovuto insomma essere salvati e poi, semmai, processati.
La prima complicazione legale è creata dalla scelta trumpiana di attaccare il Venezuela con la falsa accusa di essere un “narcostato” e di ospitare uno sconosciuto “cartello de los soles” a capo del quale sarebbe addirittura il presidente Maduro. Prove esibite: zero. Colin Powell, per giustificare l’attacco all’Iraq, aveva se non altro agitato una boccetta con polvere bianca giurando fosse antrace, in una seduta dell’Onu. Trump neanche questo...
Le imbarcazioni affondate da allora sono insomma “esecuzioni extragiudiziali” fuori da ogni cornice legale, anche soltanto inventata. Ma l’uccisione di naufraghi – anche se fossero stati davvero narcos – è comunque un crimine di guerra.
La seconda complicazione è creata dal fatto che “l’indagine” è condotta da una commissione del Congresso Usa che sta cercando di capire se Pete Hegseth – lo squilibrato ex conduttore televisivo di Fox News, ora nominato “ministro della guerra” – abbia o no dato personalmente l’ordine di portare il “secondo colpo”. Nel qual caso andrebbe messo in stato di impeachment...
Lui ha scaricato la responsabilità della decisione sull’ammiraglio Frank Bradley, che conduce la flotta al largo del Venezuela. Ciò che dice è riportato all’esterno dai deputati presenti, con versioni contrapposte tra “dem” e repubblicani (terza complicazione).
La versione finora più accreditata era che – sì – c’è stato un “secondo colpo” contro uomini in acqua e senza armi, ma “avrebbero potuto avere ancora una radio con cui chiamare ‘rinforzi’, essere quindi salvati e tornare in seguito a commerciare droga destinata all’America”. Una follia giuridica, ma ritenuta “accettabile” dai repubblicani...
Ora invece c’è l’ennesimo cambio di versione: la barca affondata – avrebbe detto Bradley – non era diretta verso gli Stati Uniti, ma verso una nave più grande diretta verso il Suriname, ex Guyana olandese, piccolo paese sudamericano ad est del Venezuela.
Questo renderebbe già il primo attacco ingiustificabile persino secondo la “dottrina Trump” sulla “guerra al narcotraffico” (se un carico, peraltro dubbio, non è diretto verso gli Usa, non dovrebbe rientrare nel suo campo di interesse); a maggior ragione il “secondo colpo” è un vero e proprio crimine di guerra (che neanche è stata dichiarata, cosa che avrebbe richiesto un voto del Congresso).
Bel pasticcio, vero?
Peggio ancora. Gli ufficiali antidroga statunitensi ascoltati dalla commissione hanno spiegato che le rotte del traffico via Suriname sono principalmente destinate ai mercati europei. Le rotte del traffico di droga dirette negli USA si sono invece concentrate sull’Oceano Pacifico negli ultimi anni. Ma il Venezuela non ha una costa sul Pacifico, dunque neanche una nave-fantasma potrebbe fare quel percorso provenendo da quel Paese...
Soprattutto viene a cadere completamente anche la giustificazione “nazionalistica”: quella barca, diretta verso una nave che andava in Suriname, da cui a volte partono carichi di droga verso l’Europa... non poteva essere una “minaccia imminente per l’America”.
Ha moltiplicato la confusione anche il Segretario di Stato Marco Rubio, esponente degli anti-castristi di Miami e capofila dell’attacco al Venezuela, che aveva dichiarato alla stampa, poco dopo l’attacco, che il presunto natante dei trafficanti preso di mira era “probabilmente diretto a Trinidad o in qualche altro paese dei Caraibi”. Checcefrega, intanto affondiamolo...
Ma, tuttavia, il Presidente Donald Trump aveva scritto in un post che appoggiava l’attacco, il 2 settembre: “L’attacco è avvenuto mentre i terroristi erano in mare in acque internazionali trasportando narcotici illegali, diretti verso gli Stati Uniti”. Al vertice Usa c’è il caos, pare. Oppure si sentono tanto forti da fregarsene di giustificare seriamene quel che fanno.
Secondo le fonti presenti in commissione, oltretutto, l’ammiraglio Bradley – a capo delle Operazioni Speciali Congiunte (JSOC) – ha anche ammesso che la barca aveva invertito la rotta prima di essere colpita, perché le persone a bordo sembravano aver avvistato l’aereo americano in cielo. Tornavano a casa, insomma, e quindi non andavano né in America, né in Suriname, né in Europa (ammesso e non concesso che avessero droga a bordo, che nessuno s’è curato di recuperare come “prova”).
Altro dettaglio. Gli attacchi sono stati addirittura quattro, non due. Uno spreco di fuoco giustificabile forse contro un assalto militare diretto, non certo contro una barca dall’identità incerta e sicuramente priva di armi pesanti.
Una versione dei fatti abborracciata, però, richiede sempre delle giustificazioni “ad minchiam” che la rendono sempre meno credibile. Ogni nuovo dettaglio diventa una martellata sulle proprie dita.
Bradley avrebbe pure aggiunto che i sopravvissuti stavano anche agitando le braccia verso qualcosa in cielo, anche se non è chiaro se stessero cercando di arrendersi o di chiedere aiuto all’aereo americano che avevano avvistato. Alla faccia del “pericolo imminente”...
A questo punto Hegseth, che giurava di essere uscito di scena dopo aver visto in video il primo attacco, rientra sotto inchiesta.
Nella sua seduta davanti alla commissione aveva infatti detto ai deputati di aver dato ordine che gli attacchi dovevano essere “letali”, ma che non era stato informato dei sopravvissuti fino a dopo che erano stati uccisi.
Bradley avrebbe insomma capito che l’obiettivo della missione era uccidere tutti gli 11 individui a bordo e affondare la barca, anche se l’ordine non era esattamente quello di “uccidere tutti”, compreso chi si arrende, cosa che è ovviamente “illegale”.
Le udienze vanno avanti. Ma già così è chiaro che tutta l’“operazione Venezuela” è un’immane montagna di merda imperialista senza alcuna giustificazione che possa reggere anche ad una sola domanda.
P.S. Ciò nonostante, i media mainstream italiani sembrano felici di ospitare altre bufale immonde provenienti dagli States. Stamattina, per esempio, persino il solitamente austero Sole24Ore si abbassa a pubblicare un evidente “tweet” della Casa Bianca secondo cui, nella telefonata tra The Donald e il presidente Maduro quest’ultimo avrebbe chiesto 200 milioni di dollari per lasciare il potere e rifugiarsi a Cuba (che non è nota per essere un “paradiso per i ricchi”, peraltro).
Si vede che qualsiasi favola di corruzione è credibile per giornalisti abituati a vendersi per cifre molto minori...
Ma soprattutto: se davvero bastava così poco per “risolvere il problema Venezuela” perché muovere una flotta con due portaerei e 15.000 soldati, ammazzando gente a casaccio e spendendo cento volte di più?
Fonte
02/12/2025
Enigma venezuelano per Trump
Tutti gli organismi internazionali – neutrali – che si occupano istituzionalmente di narcotraffico garantiscono che il Venezuela, tra i paesi latino-americani, è quello che meglio collabora nella lotta. Al contrario, l’ex “presidente autoproclamato e riconosciuto dall’Occidente” – Juan Guaidò, ricordate? – è sparito dalla circolazione ancor prima di esser stato beccato in compagnia di narcotrafficanti colombiani.
Non è un mistero che là dove gli Stati Uniti riescono ad imporsi la produzione e il traffico di stupefacenti esplodono. È accaduto in Afghanistan, dove sotto occupazione la produzione dell’oppio era cresciuta del 95%. Avviene quotidianamente nei paesi latino-americani sotto il pieno controllo di Washington. È notizia di ieri, riportata da Axios, che l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernandez, estradato e incarcerato negli Usa, sta per essere graziato proprio da Donald Trump. Curioso modo di combattere il narcotraffico, non trovate?
Ma torniamo al Venezuela sotto attacco.
I problemi per l’amministrazione Usa si vanno moltiplicando. La CNN spiega che l’iniziativa “rischia di degenerare in un pantano strategico, politico e legale”. Per un’errata valutazione della situazione interna al paese e sulla tenuta delle istituzioni bolivariane.
In pratica, l’opzione principale era stata quella di “esercitare pressione militare” – la flotta al largo, con tanto di portaerei Ford – al punto da facilitare una mezza insurrezione dell’“opposizione” (retoricamente guidata dal più paradossale dei premi Nobel per la pace, Corina Machado). Oppure per “persuadere” una parte dei vertici dell’esercito a non rischiare e quindi a convincere lo stesso Maduro a farsi da parte “con le buone”.
La scelta di questa strategia era del resto avvenuta prendendo atto della impraticabilità dell’invasione di terra, sia per ragioni militari che politiche (l’opinione pubblica statunitense è contraria ad un’altra guerra, con una maggioranza impressionante). Si contava insomma sul potere “deterrente” di una minaccia tipicamente trumpiana – come sui dazi o l’annessione di Canada e Groenlandia – per ottenere un atto di sottomissione tutto sommato pacifico.
Anche la CNN ha dovuto però spiegare ai suoi lettori – compresi i “Maga” e lo stesso Trump – che Maduro e tutto il vertice del Psuv si sono mostrati molto più resilienti (come si dice ora) del previsto. Anzi, “il presidente Nicolás Maduro ha ballato sfidante davanti a un’enorme folla di sostenitori a Caracas in un raduno all’aperto in stile Trump, sfatando le voci precedenti secondo cui avrebbe ceduto alle richieste statunitensi di lasciare il paese. ‘Noi non vogliamo la pace degli schiavi, né vogliamo la pace delle colonie’”.
La resistenza bolivariana ha costretto quindi Trump a convocare d’urgenza “i massimi funzionari e collaboratori della sicurezza nazionale in una riunione nello Studio Ovale lunedì sera, cercando di definire i prossimi passi in uno scontro che ora gli sfugge di mano”.
“Che fare?”, insomma. Di certo può bombardare impianti e infrastrutture, puntando a provocare un crollo dell’economia venezuelana che lo scorso anno è cresciuta più dell’8% ed ha raggiunto l’autosufficienza alimentare (al contrario di quanto avveniva al tempo dei dittatori fedeli a Washington). Ma questo non garantirebbe poi un presa di controllo del Paese, in modo da poterne sfruttare senza problemi le enormi riserve petrolifere.
Anche una “marcia indietro” – un classico per Trump – è in questo caso difficile. Dopo aver “mostrato il bastone” e aver provocato già un discreto numero di morti sarebbe la dimostrazione che l’impero Usa ormai non è più in grado di “far rispettare la propria volontà”, neanche nel “cortile di casa”.
Ai problemi di strategia si vanno sommando quelli creati dall’incompetenza del “ministro della guerra”, Pete Hegseth, ex conduttore televisivo di Fox News fin qui fattosi notare soprattutto per i modi bruschi (anche nei confronti dei suoi generali) e il rifiuto di alcune salvaguardie etiche e legali dell’esercito.
Proprio il bombardamento di una barca al largo del Venezuela è in questi giorni al centro della “polemica politica” a Washington. Si tratta di un “doppio attacco” – prima una bomba sulla barca, poi il mitragliamento di due sopravvissuti, in acqua – guidato personalmente dall’esaltato ex conduttore, che in un audio registrato lo si sente ordinare: “ammazzateli tutti”.
Per la Convenzione di Ginevra e tutta la legislazione internazionale questo è un “crimine di guerra”, ovvero un’azione ingiustificabile col risibile argomento secondo cui due uomini in acqua, in pieno oceano Atlantico, “rappresentavano un pericolo per l’America”.
Anche parecchi repubblicani si sono mostrati “colpiti ed indignati” – è retorica ipocrita, certo, ma del resto se ti vuoi presentare come “il migliore” anche sul piano etico devi stare più attento a quel che fai – e si sono anche fatte ipotesi di impeachment mirato per Hegseth.
A quel punto l’ammiraglio Frank M. “Mitch” Bradley, comandante del Comando per le Operazioni Speciali, si è preso la responsabilità di aver dato quell’ordine. Subito dopo Hegseth lo ha difeso pubblicamente: “Chiariamo una cosa: l’Ammiraglio Bradley è un eroe americano, un vero professionista, e ha il mio 100% di supporto. Sto con lui e le decisioni di combattimento che ha preso – nella missione del 2 settembre e in tutte le altre da allora”.
Traduciamo. L’ammiraglio ha accettato di prendersi la responsabilità per un crimine di guerra, ma ha preteso la copertura politica. I vertici militari, insomma, non sono disponibili a subire gratis lo scaricabarile di politici incapaci, pronti ad attribuire ad altri le proprie colpe (suona familiare, vero?).
Come si vede, il “nodo Venezuela” si è complicato parecchio per l’amministrazione Trump. Che ora si trova a sua volta in una situazione senza una comoda via d’uscita.
Ogni tipo di opzione infatti presenta costi politici elevati. Impegnarsi in una lunga “operazione militare speciale” è altamente impopolare, anche perché difficilmente potrebbero essere evitare perdite tra i soldati Usa. Un attacco pesante a infrastrutture ed altri obiettivi strategici non darebbe comunque garanzie per un “cambio di regime” a Caracas, ma complicherebbe parecchio i rapporti con la Russia (con cui invece Trump ha bisogno di arrivare ad un accordo di pace per l’Ucraina) e con la Cina (già preoccupata per le manovre sul Canale di Panama, le pressioni per Taiwan, ecc.).
Ma anche lasciar perdere sarebbe una sconfitta, tanto più umiliante quanto più si è “agitato il bastone”.
È sempre la situazione peggiore in cui ci si possa trovare. Quella in cui “bisogna fare qualcosa”, ma ogni scelta è sbagliata o controproducente.
È la situazione in cui l’azzardo supera il calcolo. La più densa di rischi, per tutti...
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25/11/2025
A Gaza il cessate il fuoco non esiste
La devastazione era totale. Tutti gli ospedali e le università erano stati bombardati, la maggior parte delle case e delle scuole distrutte e infrastrutture vitali, come il sistema fognario e le linee elettriche, erano state danneggiate irreparabilmente. Si stima che 50 milioni di tonnellate di macerie fossero sparse lungo la Striscia e sotto di esse giacessero almeno 10.000 corpi di palestinesi uccisi nei bombardamenti, ancora da recuperare.
Eppure, la tregua che la popolazione di Gaza si aspettava non si è mai materializzata. Quasi subito dopo l’annuncio del “cessate il fuoco”, il Regime israeliano ha ripreso a bombardare la Striscia. Da allora non si è più fermato.
Secondo l’Ufficio Stampa governativo di Gaza, Israele ha violato il “cessate il fuoco” quasi 500 volte in 44 giorni, uccidendo 342 civili. Il giorno più sanguinoso è stato il 29 ottobre, quando le Forze di Occupazione Israeliane hanno ucciso 109 palestinesi, tra cui 52 bambini. Più recentemente, giovedì, 32 palestinesi sono stati uccisi, tra cui un’intera famiglia nel quartiere di Zeitoun a Gaza, quando una bomba è stata sganciata su un edificio in cui si erano rifugiati.
Ma non è solo il bombardamento a non essersi fermato. Nemmeno la fame si è fermata.
In base all’accordo di “cessate il fuoco”, 600 camion di aiuti avrebbero dovuto essere autorizzati a entrare ogni giorno, ma Israele non ha rispettato l’accordo. Come ha riferito da Gaza il corrispondente di Al Jazeera Hind al-Khoudary, le Forze di Occupazione Israeliane consentono l’ingresso nella Striscia solo a 150 camion al giorno. Impediscono inoltre l’ingresso di alimenti nutrienti, tra cui carne, latticini e verdure, nonché di medicinali, tende e altri materiali di prima necessità per i rifugi.
Una coalizione di agenzie umanitarie palestinesi ha stimato che gli aiuti che entrano ora non coprono nemmeno un quarto dei bisogni primari della popolazione.
L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA), che afferma di avere nei suoi magazzini cibo a sufficienza per sfamare tutti a Gaza per mesi, non è ancora autorizzata a importarne. Ciò è in aperta violazione di un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia di ottobre, secondo cui il Regime israeliano ha il dovere di non ostacolare la fornitura di aiuti da parte delle agenzie delle Nazioni Unite, inclusa l’UNRWA.
La Corte ha inoltre respinto le accuse israeliane secondo cui l’agenzia manca di neutralità e ha affermato che è un attore indispensabile nel panorama umanitario. Ciononostante, il Regime israeliano ha respinto il parere consultivo e continua a limitare le attività dell’UNRWA impedendo la distribuzione degli aiuti e negando i visti al suo personale internazionale.
Il Regime israeliano non sta inoltre rispettando le misure provvisorie stabilite in una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del gennaio 2024, che ha stabilito che a Gaza venivano commessi plausibili atti di Genocidio. Queste misure includevano la prevenzione degli atti di Genocidio, la prevenzione e la punizione dell’incitamento al Genocidio e il permesso di accedere agli aiuti umanitari a Gaza. Da allora, la Corte ha ribadito più volte le sue misure provvisorie. Il Regime israeliano continua a ignorarle.
E questo perché, a livello internazionale, continua a godere di una copertura diplomatica, finanziaria e militare senza precedenti. L’ultima iterazione di ciò è avvenuta il 17 novembre, quando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione 2803, approvando il piano in 20 punti del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per Gaza.
Tra le sue disposizioni figura la creazione di due organismi che assumerebbero il controllo di Gaza: il Consiglio per la Pace, presieduto dallo stesso Trump, e la Forza Internazionale di Stabilizzazione, incaricata di mantenere la sicurezza e di imporre il disarmo dei gruppi palestinesi. La struttura di governo di entrambi gli organismi rimane poco chiara, ma opererebbero in coordinamento con il Regime israeliano, instaurando di fatto un ulteriore livello di controllo straniero sul popolo palestinese.
La Risoluzione consente inoltre di aggirare le strutture locali e internazionali esistenti nella distribuzione degli aiuti. Non fa alcun riferimento al Genocidio e non propone alcun meccanismo di responsabilità per i Crimini di Guerra. In sostanza, la Risoluzione viola il Diritto Internazionale e conferisce agli Stati Uniti, Complici del Genocidio, il controllo su Gaza.
Tutto ciò chiarisce il fatto che il “cessate il fuoco” non è affatto un cessate il fuoco. Il Regime israeliano continua ad attaccare Gaza, a far morire di fame la popolazione palestinese e a negarle l’accesso a un alloggio adeguato e all’assistenza sanitaria.
Definire questo accordo un cessate il fuoco consente a Stati terzi di rivendicare progressi nella risoluzione del conflitto e persino nella pace, quando la realtà fondamentale del Genocidio palestinese sul campo rimane sostanzialmente immutata. Il “cessate il fuoco” è una farsa diplomatica, una copertura per il continuo Sterminio, Sfollamento e Cancellazione del popolo palestinese a Gaza e una distrazione per l’opinione pubblica internazionale e i media.
Fonte
24/11/2025
Sarajevo e il business dell’assedio: storia di un turismo disumano
Mi trovavo a Sarajevo nei primi anni 2000. La città appariva profondamente segnata da una guerra che era terminata una manciata di anni prima. Quattro inverni di assedio, fame, privazioni per una tra le popolazioni al tempo più multietniche, tolleranti e cosmopolite che l’Europa avesse mai conosciuto.
I condomini e le abitazioni portavano tutti, o quasi, i segni ben visibili dei proiettili e dei colpi di artiglieria. Gli alberi da poco ripiantati, le panchine completamente assenti, perché per scaldarsi gli abitanti della città avevano tagliato e bruciato tutto il legno reperibile, spesso sfidando i cecchini a costo della vita in una disumana lotta per la sopravvivenza.
Oggi a Bascarsija sono tornati anche i piccioni.
Per un decennio i torraioli del centro di Sarajevo erano quasi spariti, finiti nelle pentole come fonte di proteine.
In quegli anni si trovava nei negozi di souvenir del centro, un libro, con la copertina grigia, che aveva raccolto alcune delle ricette d’emergenza create durante l’assedio (dalle lumache alle rane passando per i piccioni e i funghi la popolazione assediata si nutrì con qualsiasi cosa fosse disponibile) e che aveva il titolo di Sarajevo Cooking Book.
Nei primi anni 2000, qualcuno aveva da poco iniziato a riempire,inizialmente con della vernice colorata, e solo successivamente con della resina rossa, i fori dei proiettili di mortaio sull’asfalto,trasformandoli in opere d’arte commemorativa simili a rose sfiorite con i petali strappati e sparsi dal vento.
Sono le rose di Sarajevo, ancora visibili oggi nel centro della città tra Bascarsija e Skenderija.
Il palazzo del parlamento era uno scheletro, così come la biblioteca nazionale, bruciata con un lancio di granate incendiarie per cancellare il simbolo di sei secoli di multiculturalismo.
Oltre agli esseri umani quell’assedio aveva colpito i simboli dell’identità plurale bosniaca.
In quella guerra a morire fu anche la Bosnia, come idea di un paese plurale, multiculturale, accogliente in cui per secoli avevano convissuto identità, storie, tradizioni profondamente diverse tra loro.
Al museo del tunnel, aperto ancora oggi (anche se oggetto di un contenzioso con i proprietari dell’abitazione da cui uno dei due lati del tunnel iniziava) e realizzato nell’edificio da cui si accedeva al tunnel, oggi smantellato, che dal quartiere a maggioranza serbadi Dobrinja portava a Butmir, oltre le linee serbe, passando sotto la pista dell’aeroporto, e che fu dal 1993 al 1996 la principale via di accesso alla città assediata, vidi un filmato.
Il filmato in serbo croato, e che l’operatore spiegava in inglese come meglio poteva, raccontava sommariamente i quattro anni di assedio, il tram fermo sui binari e crivellato di colpi, le persone nascoste agli angoli delle strade o che si riparavano dietro ai blindati di colore bianco dell’Unprofor.
Chiesi all’operatore del museo semi deserto di farmi rivedere il filmato.
Come tutte le opere che raccontano una guerra etnica alcuni passaggi storici importanti erano stati omessi, come il fatto che quel conflitto sia stato anche un conflitto delle campagne contro le città ed omettendo il ruolo di oltre diecimila volontari serbi, cittadini di Sarajevo, che difesero la città contro l’esercito serbo bosniaco.
Questo elemento destabilizzò profondamente gli assedianti a tal punto che si rifiutavano di parlare con Jovan Divjak, generale serbo, che guidò con successo la difesa di Sarajevo.
I comandanti dell’esercito serbo bosniaco dichiararono che avrebbero parlato con Divijak solo se si fosse convertito all’islam, lui con ironia rispose che avrebbe parlato con loro solo se fossero scesi dalle piante.
Di quel filmato, ad avermi colpito fu l’immagine di un cecchino che sparava a raffica con uno Zastava M76, senza indossare la divisa dell’esercito serbo bosniaco.
Chiesi chi fosse quell’uomo, con indosso un giubbotto di pelle nero.
Mi fu detto che si trattava di Edward Limonov, un politico e scrittore russo, ultranazionalista, che si divertiva, pagando, ad unirsi ai cecchini serbi, per sparare in direzione della Ulica Zmaja of Bosne, la via di comunicazione est-ovest che attraversava Sarajevo.
Mi fu raccontato che, oltre ai mercenari pagati per combattere, da varie parti d’Europa esisteva una sorta di turismo dell’assedio dove pagando si poteva sparare dalla parte degli assedianti.
Rimasi allibito, mi interrogai su quanto ci fosse di vero e quanto di propaganda (che spesso non termina con la fine della guerra ma prosegue ben oltre).
Sapevo dei volontari greci a Srebrenica dei neo fascisti italiani che si erano uniti alle milizie croate per affinità ideologica (Andrea Insabato, autore di un attentato dinamitardo contro la sede del Manifesto nel 2000, pubblicò nel 1991 sul periodico di annunci Porta Portese, un’inserzione in cui reclutava volontari per combattere in Bosnia) ma l’idea che fosse esistito in quegli anni un safari per sparare contro altri esseri umani mi sembrò una cosa oltre l’umano.
Eppure quell’assedio di disumanità si nutrì abbondantemente.
Quell’assedio fu un affare lucroso per gli assedianti, come lucrose per alcuni sanno essere le guerre.
Nella primavera del 1992, la sproporzione delle forze in campo avrebbe consentito alle truppe serbe, con le armi pesanti della JNA, di prendere la città in poche settimane se non in pochi giorni.
Le truppe serbe non lo fecero.
Non vollero farlo.
In parte perché non erano interessati a prendere la città ma le aree della Bosnia a maggioranza serba, o in prossimità del confine con la Serbia ed il Montenegro, eliminando la popolazione non serba, in parte poiché trovarono più conveniente e lucroso assediare la città anziché conquistarla.
Si garantirono ricavi spaventosi con il mercato nero del gasolio, degli aiuti umanitari e degli aspiranti rifugiati.
La multinazionale serbo croata dell’esproprio fece in Bosnia affari d’oro.
L’assedio produsse ricchezze e capitali enormi tra gli assedianti, visse di indifferenza e di un embargo sulle armi che colpiva la sola Bosnia (e quindi coloro che in quell’assedio si difendevano) senza essere esteso a Serbia e Croazia, i cui governi in quella guerra non solo erano parte attiva, ma prima che la tragedia bosniaca iniziasse, Tudjman e Milosevic, due diverse facce del nazionalismo arrembante dei primi anni novanta, si erano già spartiti la Bosnia sulla pelle dei bosgnacchi (i musulmani di Bosnia) e di quei bosniaci che continuavano a credere in una Bosnia multietnica e plurale.
L’inchiesta aperta dalla Procura di Milano non mi sembra affatto inverosimile.
Mi sembra invece surreale che ciò avvenga per un esposto fatto da uno scrittore, Ezio Gavazzeni, che, nelle informazioni raccolte e fornite alla Procura, parla anche di un rapporto informativo già esistente all’epoca dei fatti tra servizi segreti bosniaci e servizi segreti italiani.
Edin Subasic, al tempo agente dei servizi segreti militari dell’Esercito Bosniaco, in un’intervista rilasciata a balcanicaucaso.org racconta di come i servizi segreti bosniaci informarono sia l’Unprofor che il SISMI in merito a quanto emerso dall’interrogatorio di un prigioniero serbo che ha raccontato di essere arrivato a Sarajevo dalla Serbia assieme a cinque italiani vestiti da cacciatori.
Il regista sloveno Miran Zupanic ha raccontato nel 2022 la vicenda in un documentario, Sarajevo Safari ma già nel 1995 la notizia trapelò sia sulla stampa bosniaca, che su quella italiana (con articoli sia della Stampa che del Corriere della Sera).
Sarebbe auspicabile che l’indagine, oltre che sul fenomeno, raccontato da più fonti, facesse luce sugli eventuali meccanismi di complicità ed omissione di cui godettero i protagonisti coinvolti, in un paese, l’Italia, che scoprì la tragedia balcanica solo quando si trovò in casa propria coloro che da quella guerra fuggivano.
FOnte
05/11/2025
Quel vecchio mostro di Dick Cheney
In una società sana di mente, Richard Bruce Cheney avrebbe vissuto la sua vita nell’oscurità relativa, lavorando come giardiniere o qualcosa del genere. In una società abbastanza sana, la gente avrebbe capito che mostro fosse Cheney prima che potesse fare del male, e sarebbe stato cacciato da qualsiasi città in cui avesse cercato di entrare. In una società un po’ sana di mente, sarebbe stato punito per lo stupro dell’Iraq e avrebbe vissuto il resto della sua vita in una cella all’Aja.
Ma noi non viviamo in una società sana di mente, o in una società abbastanza sana, e nemmeno in una società leggermente sana. Viviamo in quel tipo di società che permette a un uomo di scatenare una catena di eventi che uccide milioni e disloca decine di milioni causando più sofferenze umane di quante la mente possa comprendere, per poi vivere il resto della sua vita in comodità e privilegio, con zero conseguenze di qualsiasi tipo.
Dick Cheney è morto ora, ma la sua eredità continua a vivere. Il danno che ha fatto si sta ancora sviluppando. L’ideologia egemonica, ipermilitaristica che ha promosso è diventata la norma di base. Nuovi mostri della palude sono intervenuti per prendere il suo posto e portare avanti gli stessi piani omicidi e tirannici che ha avanzato, fiduciosi che anche loro non subiranno conseguenze e vivranno lunghe e confortevoli vite in ricompensa per il loro fedele servizio all’impero degli Stati Uniti.
Dick Cheney ha lasciato una macchia sulla nostra specie che passeremo il resto della nostra vita cercando di cancellare. Tutte le persone perbene vogliono che il nostro mondo vada nella direzione opposta in cui ha trascorso tutta la sua carriera schizzata di sangue lavorando per indirizzarci verso l’orrore.
Tutte le persone perbene vogliono cancellare tutto quello che era Dick Cheney.
Fonte
07/10/2025
Gaza è un lager in diretta social
Il genocidio in diretta social e il fallimento della propaganda israeliana
Prima che i grandi media mainstream si “accorgessero” degli orrori di Gaza, costretti da un’opinione pubblica (certamente tardiva in Italia ma, ora, debordante), una quantità infinita di immagini, di video e di testimonianze dirette era apparsa, ininterrottamente, per quasi due anni, su diversi social media nonostante la sistematica censura applicata da quelli più diffusi controllati da Meta.
Una gigantesca quantità di prove non alterabili dei massacri quotidiani della gente di Gaza ha invaso i nostri dispositivi documentando i bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile, sugli ospedali, sulle tendopoli degli sfollati, sulle ambulanze, sulle scuole trasformate in rifugi per gli scampati alle bombe israeliane.
Sui social media sono stati resi di pubblico dominio i rapporti dei medici e persino i referti che hanno certificato la prassi abituale dei cecchini dell’esercito israeliano di mirare, con chirurgica precisione, alla testa ed al cuore dei bambini e delle bambine palestinesi.
I corpi orribilmente straziati, mutilati, carbonizzati, di decine di migliaia di civili hanno colonizzato il nostro immaginario levandoci la pace ed il sonno. L’impatto emotivo di quelle immagini è stato devastante per milioni di persone in tutto il mondo. Le stesse che, poi, hanno invaso spontaneamente, come un fiume in piena, le strade e le piazze di ogni angolo del globo contro Israele e contro l’inerzia complice degli Stati occidentali fino alle manifestazioni oceaniche di questi ultimi giorni, finalmente, anche in Italia.
E non sono bastati tutti i tentativi di censura né una frenetica e costosissima attività di infiltrazione, condizionamento e manipolazione dei contenuti social messi in campo da Israele e dalle lobbie sioniste statunitensi.
Gli Investimenti di Israele in hasbara [1] per la pubblicità sui social media, dal 7 ottobre in poi, sono cresciuti in modo esponenziale così come gli sforzi di diplomazia pubblica di Israele che hanno registrato un’enorme espansione del budget nel 2025 quando il Ministero degli Esteri israeliano ha stanziato ulteriori 200 milioni di dollari proprio per le operazioni di hasbara: un aumento di 20 volte rispetto alla baseline del 2023.
Un finanziamento di proporzioni enormi mirato a supportare alcuni influencer sui social media, annunci pubblicitari a pagamento, bot e messaggi personalizzati per un pubblico globale.
E tuttavia, tutti quei soldi non sono bastati a nascondere le immagini terribili del genocidio del popolo palestinese iniziato subito dopo il 7 ottobre 2023. Nonostante la sistematica parzialità pro-Israele dei media occidentali, i giornalisti palestinesi, isolati e uccisi in gran numero, sono comunque stati in grado di comunicare i dettagli del Genocidio al resto del mondo, rendendo impossibile per Israele nascondere i propri crimini.
C’è anche il fatto che tanti soldati israeliani hanno pubblicato sui social media video e foto di sé stessi proprio mentre commettevano crimini di guerra.
In definitiva, il fallimento del tentativo israeliano di nascondere il genocidio del popolo palestinese di Gaza è stato assoluto se, ormai, anche la maggioranza degli ebrei americani disapprovano fortemente la condotta di Israele nella guerra a Gaza.
Secondo un sondaggio del Washington Post, il 61% afferma che Israele ha commesso crimini di guerra e circa 4 su 10 ritengono il Paese colpevole di genocidio nei confronti dei palestinesi. Un risultato del tutto inatteso per Israele, dato il fortissimo legame storico tra la comunità ebraica statunitense e Israele: una frattura senza precedenti. Un crescente divario tra ebrei americani e Israele potrebbe avere inedite e sorprendenti conseguenze anche sulla stessa politica statunitense.
La fame come tortura e come arma di sterminio
A maggio scorso, Israele ha deciso di escludere l’ONU dalla gestione degli aiuti a Gaza, assegnando l’intero controllo della distribuzione umanitaria alla famigerata Gaza Humanitarian Foundation (GHF) che, da allora, è diventato l’unico canale autorizzato per l’ingresso di cibo e medicine nella Striscia.
La decisione del governo Netanyahu, sostenuta dall’amministrazione Trump, ha cancellato il sistema che includeva le agenzie ONU, in particolare l’Unrwa [2], che da decenni gestiva gli aiuti nei territori palestinesi insieme a decine di organizzazioni non governative.
Da quel momento migliaia di civili palestinesi sono stati uccisi o feriti mentre cercavano di raggiungere le provviste. Pochissime scorte totalmente inadeguate rispetto a una popolazione di 2,1 milioni di palestinesi ridotti, ormai, alla fame oltre che a bere acqua putrida e contaminata da virus e batteri.
Troppo pochi anche i centri di distribuzione, principalmente concentrati nel Sud della Striscia. Le Nazioni Unite ed altre organizzazioni umanitarie hanno respinto il nuovo sistema, affermando che Israele sta usando il cibo come arma per controllare la popolazione.
Con l’avvento della GHF, i punti di distribuzione del cibo da centinaia che erano, sparsi su tutto il territorio della Striscia, si sono ridotti a quattro, di cui tre a ridosso della zona di Rafah sotto lo stretto controllo militare israeliano. Una scelta che tradisce il piano del governo dello Stato Ebraico, di spostare con la forza le persone dal Nord al Sud della Striscia. Un piano che usa la fame come arma di guerra, di tortura e di sterminio: un crimine di guerra.
“Il lager è la fame: noi stessi siamo la fame, la fame vivente”, così scriveva Primo Levi. La fame nei lager descritta da Primo Levi in “Se questo è un uomo” [3] e in altre sue opere, è una condizione estrema di privazione fisica e psicologica, un’esperienza di “fame vivente” che degrada l’uomo, trasformandolo in un essere dominato dalla necessità di sopravvivenza e privato della sua dignità.
Levi sottolineava come la fame non è solo mancanza di cibo, ma un elemento centrale della logica di violenza del Lager, che spinge gli internati nei campi di concentramento al limite della loro umanità, a competere per le scarse risorse, a rompere le relazioni sociali.
La disumanizzazione dei Palestinesi
Scrive ancora Primo Levi: “Nella pratica quotidiana dei campi di sterminio trovano la loro realizzazione l’odio e il disprezzo diffusi dalla propaganda nazista. Qui non c’era solo la morte, ma una folla di dettagli maniaci e simbolici, tutti tesi a dimostrare e confermare che gli ebrei, e gli zingari, e gli slavi, sono bestiame, strame, immondezza”.
È il meccanismo della disumanizzazione, della riduzione del nemico a cosa, a sub-umano, ad untermensch. E cosa ha fatto di diverso la propaganda sionista negli ultimi due anni mentre bombardava a tappeto la Striscia di Gaza e sterminava i suoi abitanti?
Ce lo ha spiegato in modo estremamente chiaro un ebreo-israeliano, l’editorialista del quotidiano israeliano Haaretz Gideon Levy, da sempre voce radicalmente critica di Israele e per ciò stesso fatto oggetto di minacce, anche di morte, da parte dei sionisti.
Per Levy, Israele ha cancellato l’umanità dal volto dei palestinesi. Esattamente come fecero i nazisti con gli ebrei, per gli israeliani, i palestinesi, sono diventati “animali” da eliminare e Gaza un “nido di vipere” da “bonificare”.
L’ex capo dell’esercito israeliano, Yoav Gallant, ora ricercato con mandato di cattura della Corte Penale internazionale, aveva affermato già all’inizio dell’offensiva: «Combattiamo contro animali umani». La disumanizzazione mira a spegnere la compassione e a procedere con lo sterminio.
Questo basterebbe a sgombrare il campo dai tentativi di segnare una differenziazione tra i partiti attualmente al governo dello Stato Ebraico e sostenere la tesi del governo israeliano ostaggio degli estremisti del Partito Sionista Religioso dei due ministri Smotrich e Ben Givr.
Secondo Levy c’è un secondo meccanismo che viene usato per “spegnere” la capacità di vedere i palestinesi come esseri umani: la riduzione dei palestinesi a semplici oggetti, eliminabili, dunque, senza dover provare rimorso.
Sempre secondo Gideon Levy, dopo il 7 ottobre 2023 è successa una cosa nuova che ha modificato la percezione degli israeliani: il processo di disumanizzazione è stato trasmesso in diretta. Le immagini sono diventate routine: corpi dilaniati sulle strade, bambini estratti dalle macerie, intere famiglie sterminate, donne e bambini barbaramente uccisi dall’esercito mentre erano in fila per l’acqua e per il cibo.
E tuttavia, la reiterazione quotidiana di queste scene, da un certo punto in poi, non genera più empatia, indignazione, rabbia, compassione. Il processo di disumanizzazione è compiuto: lo spettatore israeliano è indifferente. I palestinesi non sono più esseri umani, ma “scudi umani” usati da Hamas. Non sono civili che muoiono, ma “effetti collaterali” inevitabili nella guerra senza quartiere ai “terroristi”.
I bambini e le bambine sono soltanto “futuri terroristi” da eliminare preventivamente. La cancellazione del nemico è un atto necessario ed inevitabile.
Per Levy «Questo non è per niente nuovo. Ed è un mezzo necessario perché, se i nostri avversari sono esseri umani, noi abbiamo un problema. Un problema morale, un problema di diritti fondamentali, un problema di coscienza. Se non sono veramente esseri umani, tutto è più facile. Se tutta Gaza è Hamas, se tutti sono terroristi, e se nessuno viene visto come essere umano, questo è il primo passo per spegnere la coscienza: disumanizzare l’altro, e tutto è più semplice».
Levy individua una precisa “matematica della disumanizzazione”. La “risposta israeliana al 7 ottobre” ha rivelato anche come la sproporzione non sia affatto un effetto collaterale, ma faccia parte integrante del meccanismo di disumanizzazione. Per ogni israeliano ucciso, decine di palestinesi devono morire. Non per necessità militare, ma per ribadire una gerarchia di valore delle vite umane. La matematica della disumanizzazione funziona così: alcune vite contano più di altre, alcune morti sono più importanti di altre.[4]
Ma c’è di più ed è quel che fa di Gaza un campo di concentramento in cui si pratica l’annientamento totale di un popolo: non basta uccidere, bisogna rendere impossibile la vita stessa, distruggendo ospedali, scuole, pozzi d’acqua. È quel che si sta compiendo a Gaza ed è ciò che ha certificato un’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite arrivata alla conclusione che nella Striscia di Gaza è in corso un «genocidio» dall’ottobre del 2023.
Israele si è mossa con «l’intento di distruggere i palestinesi» presenti nel territorio, denuncia un rapporto di 72 pagine pubblicato 3 settimane fa dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu sui territori palestinesi occupati.
L’accusa di genocidio, spiega il rapporto ONU, scaturisce da «basi ragionevoli»: l’analisi si riferisce «esclusivamente alla determinazione del genocidio secondo la Convenzione sul Genocidio», il trattato ONU del 1948 adottato in seguito all’omicidio di massa degli ebrei da parte della Germania nazista che definisce il genocidio come crimini commessi «con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale».
La Commissione ha concluso che le autorità e le forze armate israeliane, dall’ottobre 2023, hanno commesso «quattro dei cinque atti genocidari» elencati in questo trattato:
– uccisione di membri del gruppo;
– causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo;
– infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita calcolate per provocarne la distruzione fisica in tutto o in parte;
– imporre misure intese a prevenire le nascite all’interno del gruppo.
Al lager non si sopravvive. Per questo Gaza deve essere liberata, subito.
Note
[1] Hasbara è la macchina israeliana della propaganda che scatta in automatico, durante ogni conflitto, utilizzando i principali canali mediatici occidentali per dipingere i palestinesi in una luce negativa e per presentare Israele come la vittima perpetua in uno stato permanente di autodifesa e come unico difensore della civiltà occidentale. Una campagna che mira ad ad abbellire Israele nell’intrattenimento popolare, dai film di Hollywood alle commedie televisive e alle copertine delle riviste e a condizionare pesantemente i politici, giornalisti, intellettuali ed opinionisti
[2] L’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente) è un’agenzia dell’ONU fondata nel 1949 per fornire aiuti umanitari, servizi educativi e sanitari ai rifugiati palestinesi nei territori occupati e nei campi profughi anche dei paesi vicini.
[3] “Se questo è un uomo”, Primo Levi, scritto tra il dicembre 1945 e il gennaio 1947.
[4] “In Gaza, Israel’s Dehumanization of the Palestinians Has Reached a New Height”, di Gideon Levy, su Hareetz , Aug 14, 2024
Fonte

