Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta UCK. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta UCK. Mostra tutti i post

07/07/2026

Il Kosovo è ancora lo specchio dell’Ue nata dalle bombe su Belgrado

La “questione kosovara” non è solo una disputa territoriale tra Serbia e Albania, ma è la manifestazione plastica dello stato cui è ridotta la democrazia borghese occidentale e quindi il futuro dell’Unione Europea.

Qui infatti lo scontro su scala internazionale (per ora più geopolitico che di classe) con cui il guerrafondaio Occidente che sfida la “giungla”, secondo la definizione suprematista dell’ex capo degli Esteri europeo Borrell, trova espressione in tutte le sue sfaccettature, politica, diplomatica, mediatica e financo militare.

Le ultime notizie dall'“enclave Nato” sono a questo proposito emblematiche.

Primo. Giovedì 2 luglio il Consiglio specializzato sul Kosovo del Tribunale de L’Aia ha rinviato per la seconda volta in due mesi la pronuncia della sentenza contro il leader dell’Uck ed ex presidente del Kosovo Hashim Thaci, ora attesa per il 16 settembre.

Il Tribunale speciale ha giustificato il rinvio con la complessità del caso e l’elevato volume di prove. Thaci e altri tre ex leader dell’Uck sono accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi nel biennio 1998-99.

Come riporta Jugocoord, si tratta del funzionamento di una rete di prigioni illegali in Kosovo e Metohija e nel nord dell’Albania, dove sono stati commessi omicidi, torture, detenzione forzata e persecuzione di serbi, rom e albanesi che l’Uck considerava collaborazionisti con quel che rimaneva della Federazione Jugoslava.

L’accusa ritiene gli imputati responsabili di circa 100 omicidi e chiede per Thaci una pena di 45 anni di reclusione.

Secondo. Sabato 4 luglio il direttore del Servizio penitenziario del Kosovo Ismailj Dibrani ha annunciato l’arrivo nel Paese del primo gruppo di prigionieri provenienti dalla Danimarca.

“L’aprile del 2027 sarà il mese in cui è previsto l’arrivo in Kosovo dei primi detenuti dalla penisola scandinava”, ha affermato Dibrani. L’accordo, firmato nel 2022, insieme ai lager italiani in Albania trasforma il Kosovo e l’area in un hub internazionale di detenzione per i dannati della terra incriminati nei Paesi europei in cambio di qualche euro, ponendosi come esempio per tutta l’Unione.

L’integrazione promessa dall’Ue alla dirigenza kosovara sta prendendo sempre più le sembianze di un buco nero militarizzato (la missione Nato Kfor è lì dal giugno del 1999, con circa 4.300 soldati presenti) in cui esternalizzare i problemi delle decadenti società occidentali in cambio di finanziamenti.

In quest’ottica, il rinvio della sentenza contro i criminali dell’Uck appare come la manifestazione dell’imbarazzo occidentale contro chi, durante la balcanizzazione della Jugoslava, ha fatto il “lavoro sporco” per gli interessi imperialisti nella regione, un po’ come fanno i sionisti oggi in Asia occidentale.

Tanto più se solo a inizio giugno un nuovo rapporto del relatore del Parlamento europeo per le relazioni con la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo Riho Terras ha riaffermato il sostegno alla domanda di adesione del Kosovo all’Ue, presentata nel dicembre 2022, invitando i cinque Stati membri che ancora non hanno riconoscono l’autoproclamata indipendenza del Kosovo (Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro) a riconsiderare la propria posizione.

Il rapporto ha inoltre accolto con favore l’alleanza militare tra Kosovo, Albania e Croazia, descrivendola come un “contributo al rafforzamento della resilienza regionale contro le minacce ibride”.

Non è un mistero che oggi le minacce ibride paventate nei documenti Ue si riferiscano alla Federazione Russa e a chiunque venga sospettato di condividerne gli interessi, descrizione che nei Balcani rimanda inequivocabilmente alla Repubblica di Serbia.

Un accerchiamento, quello della Serbia, che sta peraltro spingendo il Paese nelle braccia dei sionisti di Tel Aviv, i quali, dal reciproco isolamento cercano di trarre benefici diplomatici e militari, come già fatto con il riconoscimento israeliano del Somaliland in Corno d’Africa, anche qui in funzione anti-turca.

Probabilmente, non proprio un esito indesiderabile per i guerrafondai del nostro continente... 

Leggi anche: Se Usa e Ue divergono anche sui Balcani

Fonte

23/02/2026

Kosovo - UCK sotto accusa per crimini di guerra

Per quasi tre anni, all’Aja, si è celebrato un processo che costringe l’Occidente a guardarsi allo specchio. Sul banco degli imputati non un ‘rassicurante’ oscuro signore della guerra africano o islamico, ma Hashim Thaçi, ex presidente del Kosovo, e tre ex vertici dell’Uck, “l’Esercito di liberazione del Kosovo”. Gli stessi uomini che nel 1999, durante i bombardamenti NATO contro la Serbia di Slobodan Milošević, venivano presentati come alleati necessari, se non addirittura patrioti.

La Corte speciale per il Kosovo – istituita con legge kosovara ma con sede nei Paesi Bassi – ha chiuso un dibattimento imponente: 227 udienze, 130 testimoni in aula, decine di deposizioni scritte. In un clima definito dai giudici “pervaso da intimidazioni costanti” nei confronti di chi collaborava. Non esattamente l’atmosfera di una democrazia consolidata.

Thaçi si è dichiarato “completamente innocente”. Con lui, Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi, ex comandanti Uck poi riciclati ai vertici del nuovo Stato kosovaro. L’accusa, rappresentata dalla procuratrice Kimberly West, ha chiesto per ciascuno 45 anni di reclusione per crimini di guerra e contro l’umanità: omicidi, torture, persecuzioni, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie tra il 1998 e il 1999.

La sentenza è attesa entro l’estate. Ma il verdetto politico è già scritto nella cronologia.

Da “terroristi” a statisti, andata e ritorno

Fino a poco prima dell’intervento NATO, l’Uck figurava nelle liste statunitensi delle organizzazioni terroristiche. Poi, improvvisamente, divenne interlocutore legittimo nella guerra contro Belgrado. La geopolitica ha questa elasticità morale: dipende da chi è utile contro chi.

Il 12 giugno 1999, con la fine dei bombardamenti, una risoluzione ONU avviò la costruzione di un Kosovo amministrato internazionalmente. L’Uck si trasformò in forza politica dominante. Thaçi, già direttore politico e responsabile dei servizi informativi del gruppo armato, divenne ministro degli Esteri, poi premier, infine presidente. Veseli guidò l’intelligence. Selimi e Krasniqi occuparono ruoli apicali nell’apparato statale.

La guerriglia era diventata istituzione. Ma secondo l’accusa, la struttura di potere non avrebbe abbandonato i metodi della guerra.

Campi di detenzione e fosse comuni

Gli atti processuali, in parte desecretati, elencano circa cinquanta siti di detenzione in Kosovo e nel nord dell’Albania. Luoghi dove, secondo l’impianto accusatorio, civili serbi, rom, bosniaci, montenegrini e anche albanesi considerati “collaborazionisti” sarebbero stati imprigionati e torturati. Le contestazioni parlano di 437 detenzioni arbitrarie documentate.

Le testimonianze raccolte descrivono percosse con catene e spranghe, minacce di morte, esecuzioni simulate. In alcuni casi, uccisioni successive a trasferimenti tra centri di detenzione, specie durante ritirate militari. Tra le vittime figurano anche membri della Lega Democratica del Kosovo, partito favorevole a un’autonomia negoziata con la Serbia e dunque visto come traditore.

Un episodio citato negli atti riguarda un uomo rom, catturato e picchiato in un villaggio controllato dall’Uck, poi ucciso a un posto di blocco. Non è un dettaglio folkloristico della guerra balcanica: è uno dei capi d’accusa.

La Corte ha dovuto affrontare un problema strutturale: la protezione dei testimoni. Nel 2022 Hysni Gucati e Nasim Haradinaj, esponenti dell’Associazione veterani Uck, sono stati condannati per aver divulgato dati sensibili relativi a potenziali testimoni. Nel 2025 tre cittadini kosovari hanno patteggiato per intimidazioni. E per Thaçi è già fissato un nuovo procedimento per presunte interferenze sulle deposizioni.

La domanda scomoda resta sospesa: criminali perché hanno perso il favore internazionale o perché i crimini sono stati finalmente perseguiti? La giustizia internazionale è selettiva per definizione, ma non per questo i fatti contestati evaporano.

Il Kosovo indipendente, oggi guidato da Albin Kurti, cerca di consolidare istituzioni e credibilità europea. Ma l’ombra del passato armato grava ancora. L’Occidente, che nel 1999 scelse l’Uck come alleato tattico contro Milošević, deve ora accettare che alcuni di quegli alleati siano giudicati per atrocità.

La storia non è lineare: gli “eroi” di ieri possono diventare imputati. E forse è un segno di maturità istituzionale che ciò accada. Resta però un interrogativo geopolitico: quanto pesa, nelle trasformazioni morali delle milizie, l’interesse strategico del momento?

Fonte

29/06/2020

Il “presidente” del Kosovo accusato di crimini di guerra. Uno spettro per le cancellerie occidentali


Il presidente del Kosovo Hashim Thaci è stato accusato di crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte speciale dell’Aja (la Kosovo Special Chambers).

Thaci, con altri nove comandanti dell’Uck, tra cui Kadri Veseli, ex speaker del Parlamento e leader del partito democratico (Pdk), sono accusati di oltre 100 omicidi, soprattutto di cittadini serbi e rom. L’inchiesta su questi crimini era cominciata sei anni fa.

Le accuse della Corte formulate in aprile e non ancora formalizzate, sono state rese pubbliche nei giorni scorsi dallo Special Prosecutor’s Office (Spo).

Tra le vittime ci sarebbero serbi e rom, ma anche oppositori politici albanesi. I dirigenti del Kosovo e dell’Uck sono inoltre accusati di torture, persecuzioni e sparizioni forzate.

Un giudice del tribunale incaricato di indagare sui crimini commessi dall’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck) durante la guerra avvenuta tra il gennaio 1998 e il dicembre 1999 (con i bombardamenti e le menzogne della Nato come fattore decisivo dei suoi esiti) dovrà decidere entro i prossimi sei mesi se confermare le accuse, procedendo con un rinvio a giudizio e l’apertura di un processo.

Secondo l’Ufficio del Procuratore, Thaci e Veseli avrebbero ostacolato il lavoro di indagine della Corte Speciale. “Con queste azioni – si legge nel comunicato reso noto dalla Corte – Thaci e Veseli hanno messo i loro interessi personali davanti alle vittime dei loro crimini, dello stato di diritto e di tutto il popolo del Kosovo”.

Non è la prima volta che il presidente del Kosovo viene accusato di crimini di guerra e altri reati. Sospettato di aver gestito un traffico d’armi, droga e perfino di organi umani attraverso l’Europa dell’Est, Thaci finì nel mirino del Consiglio d’Europa nel 2010 e prima ancora in quello dell’ex procuratrice capo del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ), Carla Dal Ponte. Ma all’epoca le accuse contro di lui non ebbero alcun seguito giudiziario. Al contrario dell’accanimento della stessa Corte contro i dirigenti serbi, tra cui Slobodan Milosevic, condannato e “morto” nel carcere dell’Aja nel 2006.

La notizia dell’incriminazione di Thaci ha provocato un terremoto politico nei Balcani ma non solo. Thaci, infatti era atteso a Washington dal presidente Donald Trump per un delicato incontro con il presidente della Serbia Vucic, nell’ambito del negoziato di pace che l’amministrazione Usa avrebbe voluto come fiore all’occhiello.

Thaci, già in viaggio per la capitale degli Stati Uniti, è dovuto rientrare precipitosamente a Pristina e finora non ha commentato le accuse.

Il Kosovo si è dichiarato indipendente ed è stato riconosciuto come tale nel 2008 da molti Stati (tra cui l’Italia), ma paesi come Spagna, Serbia e Russia non lo hanno riconosciuto. Per molti osservatori il Kosovo è di fatto un narco-stato piazzato in Europa. Per altri è solo il territorio che si estende intorno alla base militare statunitense di Camp Bondsteel sorta subito dopo l’aggressione Nato alla Serbia nel 1999, per altri ancora è una sorta di califfato islamico nei Balcani visto che nei suoi aeroporti transitano molti dei mercenari e dei miliziani dell’Isis diretti o rientranti da Siria e Iraq.

Il Kosovo è sicuramente il risultato della deliberata aggressione della Nato alla ex Jugoslavia e della disgregazione di quel paese. Di recente un film su questa vicenda era diventato oggetto di polemica internazionale. Uno scheletro in più negli armadi delle cancellerie europee, incluse quelle dell’Italia.

Fonte

24/03/2019

24 marzo 1999 il giorno della vergogna di D’Alema, Berlusconi e Prodi, di Ue e Nato


Sono stato invitato dal Forum di Belgrado alla conferenza internazionale che si terrà in questi giorni nella capitale della Serbia, per ricordare la guerra criminale che la NATO scatenò contro quel paese esattamente venti anni fa. Non potrò essere presente ma voglio qui condividere ciò che avrei detto in quella sede, anche per conto di Potere al Popolo che condivide le ragioni e i temi alla conferenza.

*****

“Il 24 marzo 1999, violando ogni legalità internazionale e ogni diritto umano, i bombardieri della NATO iniziarono i loro raid contro quella che allora si chiamava Repubblica Federale Jugoslava di Serbia e Montenegro. Il governo italiano, guidato da D’Alema, sostenuto da Cossutta e Cossiga, appoggiato in questo caso da Berlusconi, con il consenso del presidente della Repubblica Scalfaro, decise di partecipare alla guerra. In realtà la decisione l’aveva già presa il governo Prodi, che prima di cadere per il venir meno del sostegno di Rifondazione Comunista, aveva deliberato l’Act Order con il quale si predisponevano le nostre forze armate alla guerra sotto comando NATO.

Così i bombardieri italiani ebbero l’onore, D’Alema ha sempre rivendicato l’impresa, di partecipare alla prima guerra europea dal 1945, al primo bombardamento aereo di una capitale europea, Belgrado, dalla sconfitta del fascismo.

Non c’erano risoluzioni ONU che neppure lontanamente autorizzassero l’intervento della NATO. La guerra avveniva in brutale violazione del diritto internazionale e per noi in spregio dell’articolo 11 della Costituzione. Allora per giustificarla comparve per la prima volta quel termine “comunità internazionale” che poi è diventato di uso comune – fino ai giorni nostri, fino all’aggressione al Venezuela – per giustificate le guerre banditesche di USA, NATO, e Unione Europea.

Comunità internazionale vuol dire che un gruppo di paesi ricchi e potenti, in minoranza tra gli stati del mondo, si arrogano il diritto di usare la loro forza militare per dominare il mondo. Comunità internazionale è l’esatto opposto di legalità internazionale, sta ad essa come la licenza di sparare di Salvini sta al nostro diritto costituzionale.

L’aggressione chiamata Allied Force durò fino a giugno 1999, per 78 giorni i bombardieri NATO compresi quelli italiani scaricarono morte e alla fine migliaia di civili vennero uccisi, centinaia di migliaia rimasero senza casa e senza lavoro, le officine Zastava vennero rase al suolo come tante altre fabbriche, lasciando in miseria, per decenni, intere comunità.

Tutto il territorio di Serbia e Montenegro fu avvelenato da tonnellate di uranio impoverito sparato dalle forze NATO, che ancora oggi mietono vittime tra la popolazione e anche tra i militari NATO, compresi quelli italiani, che da allora presidiarono il Kosovo.

Il Kosovo... fu per quella terra a maggioranza albanese, formalmente parte della Serbia, che si scatenò la guerra. Le forze indipendentiste di quel paese guidate dall’UCK, organizzazione che si finanziava anche col commercio della droga ed il traffico di organi umani, avevano scatenato la guerriglia alla quale aveva risposto l’intervento militare serbo.

Era l’ultimo atto della lunga guerra civile che dal 1992 aveva smembrato la Jugoslavia. La cui frantumazione era stata spinta dalla Germania, dalla nascente Unione Europea, dal Vaticano di Papa Giovanni II e ovviamente dagli USA. Per interessi diversi ma convergenti, di fronte al crollo del socialismo reale, tutti volevano economicamente, politicamente e persino sul piano religioso giungere alle frontiere con la Russia.

L’espansione verso est dell’Unione Europea e della NATO scelse come vittima sacrificale la Jugoslavia, alimentandone e armandone ogni separatismo.

Le stesse forze politiche di centrodestra e centrosinistra che oggi approvano la repressione dello stato spagnolo contro la pacifica Catalogna, in Yugoslavia sostennero le forze separatiste più violente. E oggi UE e NATO tengono in piedi il governo ucraino con ministri nazisti, mentre il Parlamento europeo ha appena votato una risoluzione di rottura con la Russia ed i paesi che confinano con essa si armano.

La sostituzione della comunità internazionale occidentale alla legalità internazionale, la marcia verso est di Germania, USA, UE e NATO sono due componenti fondamentali della guerra alla Jugoslavia, che giungono fino al mondo di oggi. Ma non sono le sole. Ce ne è anche una terza che venne messa in campo allora e che oggi domina il nostro mondo: la diffusione da parte del potere di fakenews determinanti per giustificare e propagandare la guerra.

Il casus belli di allora fu il cosiddetto massacro di Račak , un combattimento tra UCK e forze militari serbe che la propaganda mediatica USA trasformò in una strage di donne e bambini. Quella strage, di cui oggi è dimostrata l’invenzione, imperversò sui nostri mass media e nel suo nome partirono i bombardamenti “umanitari”. In Italia anche CGILCISLUIL si schierarono con la guerra, giustificata ipocritamente come “contingente necessità”. Si metteva in moto allora quella macchina delle bugie che poi abbiamo visto in azione in Iraq, in Siria, in Libia in ogni guerra occidentale, ultima quella che si sta montando contro il Venezuela.

Sì, dobbiamo ricordare la sporca guerra di venti anni fa perché essa ha dato il via alla terza guerra mondiale a pezzi denunciata da Papa Francesco.

Il centro sinistra mondiale di allora, da Clinton a Prodi a D’Alema, fu uno dei principali responsabili dell’avvio di questa stagione di guerre e anche, e non è un caso, della distruzione della sinistra e del ritorno in campo della destra reazionaria. Il bombardamento di Belgrado fu un crimine e diffuse un veleno politico che continuerà ad intossicare il mondo occidentale. Finché la UE e la NATO non verranno messe in discussione, proprio nel nome di quei principi di democrazia e umanità che per esse sono diventati solo slogan da appiccicare sulle ali dei bombardieri.

Fonte

23/03/2019

Non dimentichiamo nulla. Venti anni fa le bombe NATO sulla Jugoslavia


La notte tra il 23 e il 24 marzo 1999, la NATO dette inizio ai bombardamenti aerei sulla Serbia. I raid continuarono per 78 giorni, fino al 10 giugno, infliggendo danni per miliardi di dollari, distruggendo le strutture industriali, i ponti sul Danubio, i servizi essenziali del paese e causando la morte di centinaia di civili. Sabato 6 aprile se ne discuterà in un convegno nazionale a Bologna e ci saranno dibattiti in diverse città nei prossimi giorni.

Il motivo? Non essere complici dell’oblìo su quella guerra in Europa, voluta e attuata dalle potenze della Nato ed anche dall’Italia. Una guerra pretestuosa funzionale agli Usa e alla Ue per ridisegnare la mappa geopolitica non solo dei Balcani ma dei corridoi strategici che vanno da est a ovest, e viceversa.

In una pubblicazione di quelle settimane e cercando di chiarire la posta in gioco in quel conflitto, scrivevamo che:
I bombardamenti della NATO sulla Jugoslavia, sembrano essere un passaggio brutale della guerra tra Stati Uniti ed Europa per la spartizione dei mercati dell’Est. Da un lato l’aperto ostracismo degli USA contro la Serbia ha ottenuto anche il risultato di interdire i progetti europei, dall’altro l’asse anglo-americano dentro la NATO non fa mistero delle sue ambizioni al controllo strategico dei punti vitali della regione balcanica.

Gli USA hanno sabotato il progetto originario del Corridoio nr.10 ponendo il veto sull’attraversamento della Serbia. A tale scopo hanno pagato 100 milioni di dollari alla Romania per convincerla a far passare gli oleodotti più a nord (in Ungheria) invece che sul territorio jugoslavo da dove sarebbero arrivati a Zagabria, in Slovenia e poi in Germania. L’obiettivo è duplice: tagliare fuori la Jugoslavia dalle nuove rotte dell’economia e ostacolare qualsiasi interesse della Russia nei Balcani del Sud.

In secondo luogo, l’ENI aveva previsto una pipeline da Pitesti (Romania) alla raffineria di Pancevo (Jugoslavia) per la raffinazione del greggio per farlo poi arrivare con un oleodotto di 250 chilometri al terminale di Trieste.

L’accanimento con cui la NATO (e gli aerei inglesi e americani) hanno distrutto la raffineria di Pancevo, confermano l’obiettivo statunitense di sabotare in ogni modo la funzione strategica di questo corridoio.
A chiarire gli obiettivi della NATO nell’area balcanica, è l’illuminante l'intervista rilasciata ad Alberto Negri da Sir Mike Jackson, il generale inglese che comanda la Forza di Reazione Rapida della NATO installata prima in Macedonia ed ora nel Kossovo.

Intervistato da Negri per ilSole24Ore dopo tre settimane di guerra, il gen. Jackson ha affermato testualmente:
“Sono cambiate le circostanze che ci hanno portato qui. Oggi è pressante la necessità di garantire la stabilità della Macedonia e il suo ingresso nella NATO. Ma resteremo sicuramente a lungo anche per tutelare la sicurezza dei corridoi energetici che passeranno attraverso questo paese”.
Il quotidiano economico italiano preciserà ulteriormente:
“E’ chiaro il riferimento di Sir Jackson all’Ottavo Corridoio, cioè all’asse Est-Ovest che dovrà convogliare con le pipeline le risorse energetiche dell’Asia centrale dai terminali del Mar Nero all’Adriatico, saldando l’Europa all’Asia. Questo spiega perchè grandi e medie potenze, in primo luogo la Russia, non vogliono essere escluse dal regolamento dei conti nei prossimi mesi nei Balcani. E’ evidente anche l’interesse della Turchia”.
Oggi, di fronte alle conseguenze delle guerre nel XXI Secolo, ed a quello a cui stiamo assistendo intorno al progetto della “Nuova Via della Seta”, alcune cose diventano drammaticamente chiare.

E’ importante ricordare che il primo progetto strategico sulla Via della Seta fu messo in campo dagli Stati Uniti nel 1997 (Il “Silk Road Strategy Act”) e con ambizioni decisamente opposte a quelle della Cina. Nello stesso anno, e due anni prima di quella guerra nella zona di passaggio tra Europa e Asia, Zbignew Brzezinski aveva profetizzato che:
“La capacità degli Stati Uniti di esercitare un’effettiva supremazia mondiale, dipenderà dal modo in cui sapranno affrontare i complessi equilibri di forza nell’Eurasia, scongiurando soprattutto l’emergere di una potenza predominante e antagonista in questa regione”.
In un altro capitolo Brzezinski sottolinea con decisione come:
“E‘ ormai tempo che gli Stati Uniti perseguano un coerente disegno geostrategico d’ampio respiro per l’intera Eurasia. Questa necessità sorge dall’interazione fra due realtà basilari: gli USA sono oggi l’unica superpotenza globale e l’Eurasia è il terreno sul quale si giocherà il futuro del mondo. L’equilibrio di forze che prevarrà su questo continente deciderà dunque il destino della supremazia americana e della sua missione storica. La durata e la stabilità di tale supremazia dipenderanno soprattutto da come gli Stati Uniti muoveranno le principali pedine del gioco su questa scacchiera, controllandone le zone cardine dal punto di vista geopolitico” (da “The Great Chessboard, tradotta in Italia da Rizzoli con il titolo “La Grande Scacchiera”).
In questo senso la guerra in Jugoslavia è stata ancora più strategica di quelle in Iraq e Afghanistan. E’ stata solo meno sanguinosa per gli Stati Uniti e le potenze della Nato, alimentando l’illusione che le guerre potessero essere tutte vinte, le aggressioni impunite, a costo zero e che la mappa del mondo poteva essere riscritta a proprio piacimento. I fatti ci dicono che non è andata così.

Il ruolo dell’Italia

Per l’Italia l’aggressione del marzo 1999 alla Federazione Jugoslava (costituita da Serbia e Montenegro) ha rappresentato invece uno spartiacque storico e politico.

In Italia D’Alema aveva sostituito Romano Prodi al suo primo governo nell’epoca di Berlusconi e dell’antiberlusconismo. Un governo costituito e sostenuto anche da un partito comunista con propri ministri – il PdCI – guidato da dirigenti come Cossutta, Diliberto, Rizzo e prodotto di una scissione dal Prc. L’autocritica per quella scelta di sostenere il governo del centro-sinistra anche nella e durante la guerra è arrivata, tardivamente, solo diversi anni dopo.

Prima di D’Alema (che gli farà le scarpe e gli tolse lo scranno di premier, ndr) l’allora capo del governo Romano Prodi, già ad ottobre 1998 aveva avviato “l’activaction order” per le basi Nato presenti in Italia. Piero Fassino, prima come viceministro degli Esteri e poi come Ministro del Commercio Estero sostemeva che:
“Troppi nel nostro paese – soprattutto nella classe politica – sottovalutano che l’Europa centrale e sud-orientale è per l’Italia un’area strategica di interesse vitale… Sono queste le ragioni per cui il governo Prodi ha individuato nell’Europa centrale e orientale e nei Balcani una priorità fondamentale della politica estera italiana, sviluppando una vera e propria “Ost-Politik” italiana che non solo corrisponde agli interessi del nostro paese, ma consente all’Italia di svolgere un’essenziale e riconosciuta funzione nella costruzione della nuova Europa”.
L’Italia di D’Alema, Fassino, Prodi scelse quindi consapevolmente di stare nella partita dell’aggressione alla Federazione Jugoslava come asset da giocarsi nelle relazioni europee.

Di fronte alla vergogna dei bombardamenti e della complicità attiva dell’Italia, l’allora segretario della Cgil Cofferati legittimò pienamente quei bombardamenti come una “dolorosa necessità” e rifiutò di far scioperare la Cgil contro la guerra. Cgil Cisl Uil revocarono uno sciopero dei trasporti già convocato, mentre solo i sindacati di base (allora RdB, Cobas, Cub) convocarono il 13 maggio un riuscito sciopero generale contro la guerra in Jugoslavia.

Contemporaneamente negli ambiti della sinistra di governo e dell’associazionismo collaterale prendeva corpo la legittimazione della “guerra umanitaria” ispirata dal suo ideatore Bernard Kouchner, allora presidente di Msf, diventato poi ministro degli Esteri con Sarkozy. Furono molte le Ong e l’associazionismo collaterale al centro-sinistra che si arruolarono in quella “guerra umanitaria”, fiancheggiando apertamente l’intervento militare della Nato, ad esempio attraverso la Missione Arcobaleno per gli “aiuti umanitari” in Kosovo, sulla quale anni dopo esplose lo scandalo e una inchiesta giudiziaria poi finita in prescrizione nel 2012.

Le manifestazioni di protesta. Sinistra e movimenti divisi

Immediatamente dall’inizio dei bombardamenti della Nato su Belgrado, a Roma una enorme manifestazione di rabbia e di protesta per la vergogna di quella aggressione militare contro la Serbia, sfilò per il centro, arrivando a lanciare delle frattaglie sulla sede di via delle Botteghe Oscure, allora direzione dei Democratici di Sinistra, il principale partito al governo. La manifestazione venne dispersa a colpi di lacrimogeni dalla polizia e tre compagni vennero arrestati. Ma non era l’unica vergogna da cui riscattarsi. Solo pochi mesi prima il governo D’Alema aveva consegnato ai servizi di sicurezza turchi il leader curdo Abdullah Ocalan, rifugiatosi a Roma, negandogli l’asilo politico in Italia. Il segnale di riscatto e indignazione di quella contestazione in via della Botteghe Oscure, simbolo della direzione del partito di governo, fu chiaro e forte e rimbalzò in tutti i telegiornali della sera e sui giornali del giorno successivo.

Nelle settimane successive, le diverse valutazioni nella sinistra sull’aggressione Nato contro la Federazione Jugoslava, divennero visibili. Furono organizzate ben tre manifestazioni nazionali in tre settimane diverse: la prima dell’associazionismo pacifista collaterale al governo centro-sinistra, la seconda da Rifondazione Comunista, la terza dai sindacati di base, dai movimenti sociali e dalla sinistra antagonista.

L’aggressione e i bombardamenti contro la Federazione Jugoslava (quella tra Serbia e Montenegro), furono l’ultima guerra del XX Secolo e la “prima guerra in Europa” alla vigilia del nuovo secolo. Non fu responsabilità solo degli Stati Uniti, perchè tutte le maggiori potenze europee (Germania, Italia, Gran Bretagna, Francia) presero parte attivamente all’aggressione attraverso una risoluzione della Nato che avevano aggirato ogni eventuale ostacolo da parte dell’Onu.

Questa aggressione porta la responsabilità di quello che fu definito “l’Ulivo mondiale”, infatti i capi di stato dell’epoca erano tutti dell’area liberal e socialdemocratica: Clinton, Schroeder, Jospin, Blair e D’Alema.

Per la nascente Unione Europea, l’aggressione alla Jugoslavia fu una sorta di “guerra costituente” nella quale le potenze europee – Germania e Francia soprattutto – non intesero lasciare tutto lo spazio di manovra agli Stati Uniti per una conflitto sostanzialmente alla periferia dell’Europa. In questo senso l’aggressione alla Jugoslavia diventerà uno spartiacque tra un prima e un dopo nelle relazioni transatlantiche (la cui crisi diventerà più leggibile quattro anni dopo con lo smarcamento di Francia e Germania dall’invasione Usa dell’Iraq).

I bombardamenti su Belgrado e le altre città serbe (tra cui i ponti sul Danubio, lo stabilimento della Zastava di Kragujevac presidiato dagli operai, il petrolchimico di Pancevo che inquinè per anni tutta la regione), furono preceduti e seguiti da una imponente – e umiliante per molti giornalisti onesti – campagna mediatica volta a demonizzare la Serbia e la popolazione serba, a far credere all’ opinione pubblica mondiale che i Serbi stessero ponendo in atto, scientemente e con premeditazione, un tentativo di genocidio ai danni della popolazione kosovara di etnia albanese.

Pochissime le eccezioni come la diretta Tv di Michele Santoro dai ponti di Belgrado, dove la popolazione si affollava offrendosi come bersaglio per impedire che venissero bombardati dagli aerei e dai missili della Nato, alcune corrispondenze Rai di Ennio Remondino, qualche sussulto di Mentana (allora a Mediaset). I cartelli e le spillette indossate dai civili serbi riproducevano l’immagine del “Target”, il bersaglio, che divenne ben presto il simbolo di chi si opponeva alla guerra.

La demonizzazione dell’avversario, la costruzione di prove fasulle, la manipolazione sistematica e spudorata della stampa e dei media in genere per ottenere il consenso nei confronti della politica aggressiva e imperialista, saranno una costante nella costruzione delle future aggressioni militari degli Stati Uniti in altri teatri (Afghanistan, Iraq, Siria) ma anche delle potenze europee (Libia).

*****

Per chi volesse approfondire

SCHEDA: Come è stata costruita l’aggressione Nato alla Serbia?

I colloqui di Rambouillet: un inganno per provocare la guerra

Il terreno politico, diplomatico e internazionale per i bombardamenti della Nato sulla Serbia, fu preparato con una vergognosa e falsificatrice campagna mediatica e con la farsa di colloqui che porteranno al trattato di Rambouillet. I colloqui iniziarono il 6 febbraio 1999 a Parigi e culminarono, al contrario, nell’aggressione alla Serbia del successivo 24 marzo.

Nella bozza di accordo presentata dal Gruppo di contatto, formato da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Russia, non si accennò mai ad una possibile indipendenza del Kosovo ma solo ad un’autonomia che si sarebbe incarnata in un parlamento, un presidente, una costituzione e una corte costituzionale.

Il documento prevedeva ampi poteri ai verificatori dell’Osce, che sarebbero dovuti rimanere in Kosovo per un periodo di tre anni, il ritiro non totale delle forze di polizia e di sicurezza serbe, l’impossibilità per il Kosovo di avere un proprio esercito, una propria moneta e una propria politica estera (prerogative che sarebbero rimaste nelle mani del governo di Belgrado).

La bozza del Gruppo di contatto lasciò invece irrisolto lo status della Provincia del Kosovo allo scadere dei tre anni di “verifica”. Gli albanesi kosovari avrebbero voluto un referendum per l’autodeterminazione del Kosovo, i serbi insistettero che un’eventuale consultazione avrebbe dovuto riguardare anche i restanti abitanti della Federazione Jugoslava.

L’organizzazione armata kosovara, l’UCK, che inizialmente rifiutò il contenuto dell’accordo, dietro chiare pressioni statunitensi decise di accettarne una formula così limitata e la sua delegazione a Rambouillet assunse un’importanza ben superiore a quella dello stesso “moderato” Rugova.

Durante i 17 giorni dei colloqui svoltisi all’interno del castello, la rappresentanza serba non s’incontrò mai con quella albanese; la conferenza venne preparata a Londra in una riunione del 29 gennaio del Gruppo di contatto e da una successiva consultazione del 30 gennaio a Bruxelles, durante la quale il Consiglio Atlantico conferì al segretario generale della NATO, Javier Solana, l’autorizzazione ad interventi aerei contro la Serbia nel caso quest’ultima si fosse rifiutata di firmare l’accordo.

In Italia, occorre rammentare che già ad ottobre del 1998 il Presidente del Consiglio Romano Prodi (poi sostituito da D’Alema) avesse diramato “l’activation order” per le basi Nato presenti in Italia.

Gli albanesi presentarono ai colloqui una delegazione con 17 negoziatori, dei quali 9 appartenenti all’UCK e solo 4 del movimento “non violento” di Rugova.

Chi erano gli “accompagnatori” della delegazione kosovara ai colloqui di pace? Marshall Harris e Paul Williams (ex funzionari del Dipartimento di Stato americano), Morton Abramowitz (noto esponente dell’International Crisis Group), Filippo di Robilant (già portavoce di Emma Bonino in seno alla Comunità europea e rappresentante della Coalition for International Justice) e alcuni ufficiali della NATO in borghese.

La delegazione della Serbia, guidata dal suo presidente Milan Milutinovic, era composta da 15 persone, tra le quali sette rappresentanti della comunità islamica, turca e gorana, rom ed egiziana, insieme a due esponenti di piccoli partiti della minoranza albanese (l’Iniziativa democratica del Kosovo e il Partito delle riforme democratiche degli albanesi).

Come detto, le trattative si svolsero tramite canali separati, stante l’impossibilità di far comunicare direttamente delegati serbi ed albanesi (un impasse che però il presidente jugoslavo Milutinovic attribuì alla cattiva volontà dei mediatori). La delegazione jugoslava trovò inaccettabili alcuni allegati del Trattato (vedi più avanti) mentre alla delegazione albanese/kosovara non piacque il mancato riferimento ad un possibile referendum allo scadere dei tre anni.

Per firmare il documento, il capo militare dell’UCK, Hashim Thaci, indirizzò una lettera all’allora segretario di Stato Usa Madeleine Albright, in cui ribadì che ella doveva “comprendere che alla fine dei tre anni la popolazione del Kosovo eserciterà la sua volontà”. Si tratta di una precisazione molto importante, perché lasciò intendere che la consultazione popolare non avrebbe riguardato i restanti abitanti della Federazione Jugoslava.

Agli albanesi la diplomazia internazionale fece ulteriori concessioni, parlando della possibilità di emanare leggi senza l’autorizzazione di Belgrado, di legiferare in materia fiscale per instaurare programmi economici, scientifici, tecnologici, regionali e di sviluppo sociale.

Alle autorità di Pristina si ventilò la possibilità di sviluppare una politica estera all’interno delle sue aree di responsabilità, mentre all’esercito serbo si confermò la necessità di un suo ritiro dal territorio del Kosovo, ad eccezione di un limitato contingente militare di frontiera.

Al capo della Missione di Implementazione Civile sarebbe andata l’autorità di emettere direttive vincolanti alle parti su ogni argomento ritenuto importante, inclusa la nomina e la rimozione di ufficiali e aderenti alle istituzioni.

C’era poi la parte economica sul futuro del Kosovo, un vero e proprio capolavoro ultraliberista: “L’economia del Kosovo funzionerà secondo i principi del libero mercato. Non vi sarà alcuna restrizione alla libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali, ivi compresi quelli di origine internazionale”.

Mentre il 23 febbraio la conferenza di Rambouillet si concluse con un nulla di fatto, Hashim Thaci, venne riconvocato per nuovi incontri a Parigi fissati il 15 marzo, ma decise di recarsi prima in Kosovo nella valle della Drenica, dove, sotto scorta statunitense, riuscì a strappare l’assenso dei capi militari dell’UCK.

La rappresentanza serba, invece, rifiutò l’intesa anche a Parigi, fornendo il pretesto alla NATO per i bombardamenti che iniziarono il successivo 24 marzo.

Pochi giorni dopo la conclusione di Rambouillet, infatti avrebbe dovuto tenersi a Parigi una sessione non politica finalizzata a stabilire gli aspetti attuativi e organizzativi dell’accordo, ma la delegazione serba sin dall’inizio abbandonò le sedute rimettendo in discussione gli esiti di tutta la trattativa, dichiarando che non accettava più quella che considerava una indipendenza di fatto mascherata da autonomia. I Serbi si sentivano presi in giro e provocati.

Che cosa era successo? La parte Serba fu di fatto costretta ad abbandonare il negoziato a seguito di due elementi-chiave introdotti, su input degli Stati Uniti, alla vigilia della firma dell’accordo.

In primo luogo, il 22 febbraio, il Segretario di Stato USA, Madeleine Albright, (con il famoso “bacio di Madelein al rappresentante kosovaro Surroi) si impegnò, verso la parte kosovara, a garantire, entro tre anni, il distacco del Kosovo dalla Federazione; in secondo luogo, fu introdotto un’appendice (l’Allegato B) alla parte militare dell’Accordo che prevedeva, di fatto, l’occupazione militare dell’intera Federazione Serbia da parte della NATO.

Gli articoli 8-9-10-11 dell’Annesso B infatti recitavano:

Articolo 8

Il personale della Nato, i suoi veicoli, navi, aerei ed equipaggiamenti dovranno beneficiare di un libero passaggio e senza restrizioni all’interno della Rfj e di un accesso senza ostacoli allo spazio aereo e fluviale. Questo include il diritto dei bivacchi e delle manovre all’acquartieramento e l’utilizzazione delle aree necessarie per facilitare il sostegno e la realizzazione delle operazioni.

Articolo 9

La Nato sarà esonerata da tutti i dazi, le imposte e altre tassazioni, dai regolamenti e dalle ispezioni doganali, compreso quelle dell’approvvigionamento degli stock, e altri documenti doganali di routine, questo per il personale, i veicoli, le navi, gli aerei, gli equipaggi e gli approvvigionamenti entranti, uscenti o circolanti attraverso il territorio della Rfj, in appoggio alle operazioni.

Articolo 10

Le autorità della Rfj dovranno facilitare, accordandone la priorità e utilizzando tutti i mezzi appropriati, tutti i movimenti del personale, i veicoli, le navi, gli aerei, gli equipaggi e gli approvvigionamenti, attraverso o dentro gli spazi aerei, portuali, aereoportuali e stradali. Nessun compenso dovrà essere pagato dalla Nato per la navigazione aerea, l’atterraggio e il decollo degli aerei che siano essi governativi o meno. Ugualmente alcuna quota o tassa o pedaggio potrà essere riscosso all’arrivo o alla partenza delle navi o dei battelli della Nato, che siano essi governativi o meno. I veicoli, i battelli e gli aerei utilizzati in appoggio alle operazioni non dovranno essere sottomessi ad alcuna procedura per ottenere licenze d’uso, di registrazione o di assicurazione commerciale.

Articolo 11

La Nato ha la garanzia di utilizzo degli aereoporti, delle strade, delle strade ferrate e dei porti senza dover pagare tasse, pedaggi o altro (…).

In pratica una vera e propria occupazione militare da parte della Nato del territorio della Federazione Jugoslava. Inoltre alle truppe Nato stanziate sul territorio della Serbia doveva essere assicurata la totale impunità sul piano legale. Vedi gli articoli 6-7

Articolo 6

La Nato sarà protetta contro tutti i processi legali, che siano essi civili, amministrativi o criminali.

Il personale della Nato in ogni circostanza e in ogni momento sarà protetto contro le parti (serbe e kosovare – ndr), contro la giurisdizione per tutti i delitti civili, amministrativi o criminali che essi potranno commettere all’interno della Repubblica federale jugoslavia (Rfj). Le Parti dovranno appoggiare gli stati partecipanti alle operazioni (…).

Nonostante ciò che precede e con l’accordo formale, in ogni caso, con il comandante della Nato, le autorità della Rfj potranno eccezionalmente esercitare il loro potere giudiziario, ma unicamente sul personale contravvenente, che potrà allora non più essere sottomesso alla legislazione della nazione di cui porta la cittadinanza.

Articolo 7

Il personale della Nato dovrà essere protetto contro tutte le forme di arresto, di indagine o di detenzione da parte della Rfj. Il personale della Nato arrestato o ritenuto erroneamente colpevole dovrà essere immediatamente liberato e consegnato alle autorità della Nato.

Dunque Rambouillet si configurò come una vera e propria “trappola” in cui volutamente gli Stati Uniti e la NATO posero ai serbi condizioni così punitive proprio per ottenere il loro rifiuto a sottoscrivere gli accordi ed avere il pretesto per attaccare

In effetti non era mai esistita alcuna “negoziazione”: il governo statunitense e quelli europei – in particolare il Segretario di Stato Madeleine Albright e il ministro degli esteri tedesco Joska Fisher – avevano in pratica presentato al governo di Belgrado un vero e proprio diktat. La Serbia rifiutò e la notte del 24 marzo 1999 i bombardieri della Nato (statunitensi, tedeschi, italiani, francesi, britannici) cominciarono a sganciare le bombe su Belgrado e le altre città serbe.

Fonte

28/07/2016

Kosovo: Daesh addestra i terroristi sotto gli occhi di Nato e Ue

Quando denunciamo le responsabilità europee e statunitensi nella nascita e nella crescita delle organizzazioni jihadiste che stanno seminando il terrore dal Medio Oriente all’Europa, dall’Asia all’Africa non ci riferiamo soltanto al fatto che decenni di guerre, destabilizzazione, embarghi e interventi imperialisti di vario tipo hanno creato il terreno fertile affinché un numero sempre maggiore di musulmani si aggreghino allo Stato Islamico, ad al Qaeda o a Boko Haram.

In alcuni casi le responsabilità sono dirette, esiste una precisa filiera che parte dai governi e dagli stati maggiori dei paesi membri dell’Unione Europea e degli Stati Uniti e che arrivano fino alle reti del terrore che le organizzazioni jihadiste creano nei territori.

Ne abbiamo parlato in passato della presenza del jihadismo nella penisola balcanica. Una penetrazione che risale agli anni ’90, quando l’amministrazione statunitense e le potenze europee, Germania in primo luogo, soffiarono sulle divisioni etnico-religiose già esistenti nell’allora Jugoslavia per destabilizzare uno stato che nel corso di alcuni anni, dopo guerre civili sanguinose e criminali missioni militari occidentali, ha cessato di esistere.

Un’operazione che ha potuto contare sull’attiva e interessata collaborazione delle petromonarchie e poi della Turchia, che hanno riversato miliardi di dollari sulla Bosnia, sulla Macedonia, su alcune province della Serbia come il Kosovo e il Sangiaccato, per favorire l’affermazione di forze fondamentaliste ed in alcuni casi esplicitamente jihadiste da utilizzare per allungare i tentacoli dell’Arabia Saudita sui Balcani. Abbiamo parlato più volte, nei mesi e negli anni scorsi, della penetrazione dello Stato Islamico particolarmente in Kosovo ed in Macedonia, dove la sigla terroristica ha potuto contare sulle infrastrutture, mai sciolte del tutto, ereditate dai gruppi della guerriglia albanese tuttora in parte attiva e caratterizzata da un'identità sempre più integralista islamica.

Negli ultimi giorni nuove notizie hanno suscitato allarme sulla reale entità della presenza jihadista nel narcostato creato dalla Nato e dalle petromonarchie. I campi di addestramento dello Stato Islamico in Kosovo sarebbero ben cinque, e si troverebbero a Ferizaj, Gjakovica, Dečani, Prizren e Pejë. Qui centinaia di aspiranti jihadisti, per lo più di etnia albanese provenienti da vari paesi, oltre a studiare l’arabo e una versione paranoica del Corano, imparano ad usare le armi e gli esplosivi e varie tecniche di guerriglia, addestrati da alcuni uomini del Califfato e da ‘ex’ miliziani dell’Uck, il cosiddetto “esercito di liberazione” kosovaro che grazie alla guerra scatenata dall’Alleanza Atlantica contro la Jugoslavia nel 1999 riuscì ad imporsi nell’ex provincia autonoma di Belgrado diventata ‘indipendente’.

Il tutto avviene in un piccolo territorio che di fatto è ancora un protettorato dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea, istituzioni che in Kosovo possono contare sulla presenza di varie basi militari, di centri di comando e di controllo, di decine di migliaia di militari, osservatori e funzionari civili. Ad esempio il campo di addestramento di Daesh di Ferizaj si troverebbe a pochi chilometri da Camp Bondsteel, la più grande base militare che gli Stati Uniti abbiano mai realizzato fuori dal proprio territorio dopo la guerra del Vietnam, che ospita mediamente 7000 tra soldati e impiegati civili. Vicino a Gjakovica, altra città kosovara che ospita uno dei campi di addestramento del Califfato, ha sede il distaccamento aeronautico Amiko (Aeronautica militare italiana in Kosovo), il che non ha impedito che Daesh proliferasse ad un passo dalle installazioni della missione Kfor. E lo stesso avviene a Pejë, dove sorge il Villaggio Italia, e a Prizren, dove la presenza dell’Alleanza atlantica è altrettanto consistente.

Quando lo Stato Islamico non era ancora considerato un problema dagli Stati Uniti, Lavdrim Muhaxheri, il comandante della famigerata “brigata balcanica” di Daesh, ha lavorato a Camp Bondsteel, e lo stesso dicasi per Blerim Heta, un kamikaze albanese che si è poi fatto saltare in aria a Baghdad.

La vicenda è stata riportata a galla da alcuni reportage realizzati da alcuni media internazionali dopo l’arresto di quattro cittadini kosovari accusati di essere membri della rete terroristica dello Stato Islamico. Notizie di arresti sono frequenti in Kosovo, in Macedonia, in Bosnia, nella stessa Serbia. Secondo i dati forniti nei giorni scorsi dal ministro dell’Interno kosovaro, Skender Hyseni, almeno 57 foreign fighters sono morti in combattimento, una quarantina sono stati fermati prima che potessero partire, 102 sono stati arrestati perché sospettati di aver partecipato ad attività terroristiche.

Ma a finire in manette sono solo una piccola percentuale dei miliziani del Califfato o degli aspiranti jihadisti, mentre la maggior parte continuano ad operare indisturbati nelle enclavi fondamentaliste balcaniche.

Fonte

30/07/2014

Kosovo: i capi dell’Uck accusati di crimini contro l’umanità e pulizia etnica

Numerosi capi militari del “disciolto” Esercito per la liberazione del Kosovo (Uck) saranno perseguiti per crimini contro l'umanità e traffico d'organi di fronte al tribunale penale internazionale incaricato di giudicare i crimini di guerra commessi alla fine degli anni ’90 nella provincia serba cha grazie all’intervento militare della Nato ha dichiarato la propria indipendenza, non riconosciuta da Belgrado e da molti altri paesi.

Ad annunciarlo è stato il procuratore responsabile dell'inchiesta, lo statunitense Clint Williamson, nel corso di una conferenza stampa convocata a Bruxelles al termine del suo mandato.
"Le persone indagate erano tutte ai vertici della gerarchia militare dell'Uck" ha spiegato Williamson. "Al momento c'è un unico atto d'accusa che riguarda varie persone". Il procuratore non ha voluto fare i nomi di chi verrà incriminato, ma tra coloro che potrebbero essere processati ci sono esponenti di spicco della guerriglia kosovara, molti dei quali in questi anni sono diventati affermati leader politici e imprenditori. Tra loro potrebbe esserci anche l’attuale premier di Pristina, Hashim Thaci, allora comandante dell’UCK accusato di numerosi e gravi crimini anche dall'autore del rapporto del Consiglio d'Europa, Dick Marty.

"Non posso essere più specifico, ne entrare a questo livello di dettaglio in questa fase. Gli atti d'accusa verranno preparati quando il tribunale sarà stato allestito e per il momento dobbiamo restare discreti sul tenore della nostra inchiesta" ha spiegato Williamson. "Ma penso che le nostre conclusioni siano coerenti con quelle del rapporto Marty" ha sottolineato il procuratore capo della SITF, la task force investigativa dell’Unione Europea. L’organismo afferma di aver raccolto "prove convincenti contro alcuni ex alti esponenti dell'esercito di liberazione del Kosovo (Uck) per gravi violazioni del diritto umanitario internazionale, inclusi crimini contro l'umanità e crimini di guerra".

Le prove raccolte indicano, afferma il Sitf, "una campagna di persecuzione diretta contro serbi, rom e altre minoranze della popolazione del Kosovo e nei confronti di kosovari albanesi etichettati come 'collaboratori' dei serbi o semplicemente oppositori dell'Uck". Questa persecuzione, riconducibile all'Uck, è stata condotta tramite omicidi, rapimenti, sparizioni forzate, detenzioni illegali in campi in Kosovo e in Albania, violenze sessuali e altre forme di trattamenti inumani, sfollamento forzato, dissacrazione e distruzione di chiese e altri siti religiosi. Il che ha portato "ad una pulizia etnica di ampie fette di popolazioni di serbi e rom dalle aree a Sud del fiume Ibar". L’inchiesta ha dimostrato che alcuni membri dell'Uck hanno inoltre condotto una campagna di "violenze e intimidazioni fra il 1998 e il 1999 contro oppositori politici kosovari albanesi, incluse uccisioni, detenzioni illegali e trattamenti inumani" ha detto il procuratore a capo della task force Ue.

Williamson si trova ora in una "situazione senza precedenti", poiché è in grado di formulare un atto d'accusa, ma il tribunale in grado di riceverlo "dovrebbe essere creato all'inizio dell'anno prossimo" – il condizionale è d’obbligo – su iniziativa dell'Ue e di altri paesi.

Nel corso della conferenza stampa il rappresentante della task force speciale investigativa di Bruxelles ha d’altro canto affermato di non essere riuscito a raccogliere prove sufficienti sul più volte denunciato traffico di organi umani da parte della criminalità organizzata kosovara legata all’UCK. "Per perseguire queste accuse è necessario un livello di prove di cui ancora non disponiamo" ha detto Williamson a Bruxelles, aggiungendo che "le indagini proseguono". Secondo il procuratore capo sembra che la pratica dell’espianto di organi umani da soggetti non consenzienti "si sia verificata su una scala molto limitata" e che abbia colpito al massimo una decina di individui. Il traffico di organi "sarà ancora oggetto delle indagini in corso e tutto può succedere, c'è la possibilità che faccia parte dell'atto d'accusa", ha detto comunque il magistrato.

Fonte