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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/07/2026

Il Kosovo è ancora lo specchio dell’Ue nata dalle bombe su Belgrado

La “questione kosovara” non è solo una disputa territoriale tra Serbia e Albania, ma è la manifestazione plastica dello stato cui è ridotta la democrazia borghese occidentale e quindi il futuro dell’Unione Europea.

Qui infatti lo scontro su scala internazionale (per ora più geopolitico che di classe) con cui il guerrafondaio Occidente che sfida la “giungla”, secondo la definizione suprematista dell’ex capo degli Esteri europeo Borrell, trova espressione in tutte le sue sfaccettature, politica, diplomatica, mediatica e financo militare.

Le ultime notizie dall'“enclave Nato” sono a questo proposito emblematiche.

Primo. Giovedì 2 luglio il Consiglio specializzato sul Kosovo del Tribunale de L’Aia ha rinviato per la seconda volta in due mesi la pronuncia della sentenza contro il leader dell’Uck ed ex presidente del Kosovo Hashim Thaci, ora attesa per il 16 settembre.

Il Tribunale speciale ha giustificato il rinvio con la complessità del caso e l’elevato volume di prove. Thaci e altri tre ex leader dell’Uck sono accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi nel biennio 1998-99.

Come riporta Jugocoord, si tratta del funzionamento di una rete di prigioni illegali in Kosovo e Metohija e nel nord dell’Albania, dove sono stati commessi omicidi, torture, detenzione forzata e persecuzione di serbi, rom e albanesi che l’Uck considerava collaborazionisti con quel che rimaneva della Federazione Jugoslava.

L’accusa ritiene gli imputati responsabili di circa 100 omicidi e chiede per Thaci una pena di 45 anni di reclusione.

Secondo. Sabato 4 luglio il direttore del Servizio penitenziario del Kosovo Ismailj Dibrani ha annunciato l’arrivo nel Paese del primo gruppo di prigionieri provenienti dalla Danimarca.

“L’aprile del 2027 sarà il mese in cui è previsto l’arrivo in Kosovo dei primi detenuti dalla penisola scandinava”, ha affermato Dibrani. L’accordo, firmato nel 2022, insieme ai lager italiani in Albania trasforma il Kosovo e l’area in un hub internazionale di detenzione per i dannati della terra incriminati nei Paesi europei in cambio di qualche euro, ponendosi come esempio per tutta l’Unione.

L’integrazione promessa dall’Ue alla dirigenza kosovara sta prendendo sempre più le sembianze di un buco nero militarizzato (la missione Nato Kfor è lì dal giugno del 1999, con circa 4.300 soldati presenti) in cui esternalizzare i problemi delle decadenti società occidentali in cambio di finanziamenti.

In quest’ottica, il rinvio della sentenza contro i criminali dell’Uck appare come la manifestazione dell’imbarazzo occidentale contro chi, durante la balcanizzazione della Jugoslava, ha fatto il “lavoro sporco” per gli interessi imperialisti nella regione, un po’ come fanno i sionisti oggi in Asia occidentale.

Tanto più se solo a inizio giugno un nuovo rapporto del relatore del Parlamento europeo per le relazioni con la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo Riho Terras ha riaffermato il sostegno alla domanda di adesione del Kosovo all’Ue, presentata nel dicembre 2022, invitando i cinque Stati membri che ancora non hanno riconoscono l’autoproclamata indipendenza del Kosovo (Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro) a riconsiderare la propria posizione.

Il rapporto ha inoltre accolto con favore l’alleanza militare tra Kosovo, Albania e Croazia, descrivendola come un “contributo al rafforzamento della resilienza regionale contro le minacce ibride”.

Non è un mistero che oggi le minacce ibride paventate nei documenti Ue si riferiscano alla Federazione Russa e a chiunque venga sospettato di condividerne gli interessi, descrizione che nei Balcani rimanda inequivocabilmente alla Repubblica di Serbia.

Un accerchiamento, quello della Serbia, che sta peraltro spingendo il Paese nelle braccia dei sionisti di Tel Aviv, i quali, dal reciproco isolamento cercano di trarre benefici diplomatici e militari, come già fatto con il riconoscimento israeliano del Somaliland in Corno d’Africa, anche qui in funzione anti-turca.

Probabilmente, non proprio un esito indesiderabile per i guerrafondai del nostro continente... 

Leggi anche: Se Usa e Ue divergono anche sui Balcani

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23/02/2026

Kosovo - UCK sotto accusa per crimini di guerra

Per quasi tre anni, all’Aja, si è celebrato un processo che costringe l’Occidente a guardarsi allo specchio. Sul banco degli imputati non un ‘rassicurante’ oscuro signore della guerra africano o islamico, ma Hashim Thaçi, ex presidente del Kosovo, e tre ex vertici dell’Uck, “l’Esercito di liberazione del Kosovo”. Gli stessi uomini che nel 1999, durante i bombardamenti NATO contro la Serbia di Slobodan Milošević, venivano presentati come alleati necessari, se non addirittura patrioti.

La Corte speciale per il Kosovo – istituita con legge kosovara ma con sede nei Paesi Bassi – ha chiuso un dibattimento imponente: 227 udienze, 130 testimoni in aula, decine di deposizioni scritte. In un clima definito dai giudici “pervaso da intimidazioni costanti” nei confronti di chi collaborava. Non esattamente l’atmosfera di una democrazia consolidata.

Thaçi si è dichiarato “completamente innocente”. Con lui, Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi, ex comandanti Uck poi riciclati ai vertici del nuovo Stato kosovaro. L’accusa, rappresentata dalla procuratrice Kimberly West, ha chiesto per ciascuno 45 anni di reclusione per crimini di guerra e contro l’umanità: omicidi, torture, persecuzioni, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie tra il 1998 e il 1999.

La sentenza è attesa entro l’estate. Ma il verdetto politico è già scritto nella cronologia.

Da “terroristi” a statisti, andata e ritorno

Fino a poco prima dell’intervento NATO, l’Uck figurava nelle liste statunitensi delle organizzazioni terroristiche. Poi, improvvisamente, divenne interlocutore legittimo nella guerra contro Belgrado. La geopolitica ha questa elasticità morale: dipende da chi è utile contro chi.

Il 12 giugno 1999, con la fine dei bombardamenti, una risoluzione ONU avviò la costruzione di un Kosovo amministrato internazionalmente. L’Uck si trasformò in forza politica dominante. Thaçi, già direttore politico e responsabile dei servizi informativi del gruppo armato, divenne ministro degli Esteri, poi premier, infine presidente. Veseli guidò l’intelligence. Selimi e Krasniqi occuparono ruoli apicali nell’apparato statale.

La guerriglia era diventata istituzione. Ma secondo l’accusa, la struttura di potere non avrebbe abbandonato i metodi della guerra.

Campi di detenzione e fosse comuni

Gli atti processuali, in parte desecretati, elencano circa cinquanta siti di detenzione in Kosovo e nel nord dell’Albania. Luoghi dove, secondo l’impianto accusatorio, civili serbi, rom, bosniaci, montenegrini e anche albanesi considerati “collaborazionisti” sarebbero stati imprigionati e torturati. Le contestazioni parlano di 437 detenzioni arbitrarie documentate.

Le testimonianze raccolte descrivono percosse con catene e spranghe, minacce di morte, esecuzioni simulate. In alcuni casi, uccisioni successive a trasferimenti tra centri di detenzione, specie durante ritirate militari. Tra le vittime figurano anche membri della Lega Democratica del Kosovo, partito favorevole a un’autonomia negoziata con la Serbia e dunque visto come traditore.

Un episodio citato negli atti riguarda un uomo rom, catturato e picchiato in un villaggio controllato dall’Uck, poi ucciso a un posto di blocco. Non è un dettaglio folkloristico della guerra balcanica: è uno dei capi d’accusa.

La Corte ha dovuto affrontare un problema strutturale: la protezione dei testimoni. Nel 2022 Hysni Gucati e Nasim Haradinaj, esponenti dell’Associazione veterani Uck, sono stati condannati per aver divulgato dati sensibili relativi a potenziali testimoni. Nel 2025 tre cittadini kosovari hanno patteggiato per intimidazioni. E per Thaçi è già fissato un nuovo procedimento per presunte interferenze sulle deposizioni.

La domanda scomoda resta sospesa: criminali perché hanno perso il favore internazionale o perché i crimini sono stati finalmente perseguiti? La giustizia internazionale è selettiva per definizione, ma non per questo i fatti contestati evaporano.

Il Kosovo indipendente, oggi guidato da Albin Kurti, cerca di consolidare istituzioni e credibilità europea. Ma l’ombra del passato armato grava ancora. L’Occidente, che nel 1999 scelse l’Uck come alleato tattico contro Milošević, deve ora accettare che alcuni di quegli alleati siano giudicati per atrocità.

La storia non è lineare: gli “eroi” di ieri possono diventare imputati. E forse è un segno di maturità istituzionale che ciò accada. Resta però un interrogativo geopolitico: quanto pesa, nelle trasformazioni morali delle milizie, l’interesse strategico del momento?

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20/02/2026

Gli USA continuano a rafforzare le loro infrastrutture militari in Albania e Kosovo

Gli USA continuano a rafforzare la loro presenza militare nei Balcani, annunciando un contratto quinquennale che copre progetti di costruzione e manutenzione in Albania, Kosovo e Bulgaria. Questo investimento, guidato dagli US Army Corps of Engineers, mira a fornire infrastrutture avanzate per le truppe statunitensi nella regione, nell’ottica di affrontare le prossime sfide geostrategiche e geopolitiche.

Secondo un annuncio ufficiale, è previsto un accordo quinquennale, che include progetti di costruzione e manutenzione presso le basi in cui operano le truppe americane. Questo accordo, ha lo scopo di sostenere la presenza di forze statunitensi e altre attività delle agenzie statunitensi nella regione, tra cui la cosiddetta Repubblica del Kosovo.

“...Accogliamo con favore qualsiasi investimento o aumento delle forze americane in Kosovo, come abbiamo già detto, gli Stati Uniti sono il nostro partner strategico, e non solo investire in infrastrutture militari nel sud-est Europa, ma anche stabilire una base permanente in Kosovo contribuirebbe alla sicurezza non solo del Kosovo, ma anche degli interi Balcani occidentali”, ha detto Liridona Gashi, portavoce del Ministero della Difesa di Pristina.

A questo proposito, il direttore dell’Istituto “OCTOPUS”, A. Fetoshi, afferma che si tratta di una riconferma del forte impegno militare degli Stati Uniti nella regione. “Questa è una notizia straordinaria nel contesto di quei precedenti timori e panico per l’eventuale ritiro delle truppe americane e lo spostamento dell’attenzione americana dal Kosovo. Gli Stati Uniti oggi riconfermano che la concentrazione delle truppe americane è grande per ragioni geostrategiche e per ragioni in corso della minaccia che la Russia rappresenta per questa parte dell’Europa...”, ha detto Fetoshi.

“...La posizione geografica è un interesse geostrategico degli Stati Uniti e della NATO. Non consentire l’influenza russa è estremamente vitale sia per gli Stati Uniti che per Bruxelles e a questo proposito siamo fortunati ad essere in questa posizione con gli interessi geostrategici e geopolitici dell’America, per questo motivo siamo anche una priorità nel progresso delle forze armate del Kosovo in generale”, ha detto Kadri Kastrati, ex comandante della KSF.

Ennesima dimostrazione che il rafforzamento ed il mantenimento della presenza USA in questa parte dell’Europa è mirata a prevenire e indebolire l’influenza russa nei Balcani occidentali.

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16/02/2026

Come Human Rights Watch ha distrutto la Jugoslavia

Il 25 agosto 2025, questo giornalista ha documentato come gli Accordi di Helsinki del 1975 abbiano trasformato i “diritti umani” in un’arma altamente distruttiva nell’arsenale imperiale occidentale. In prima linea in questo cambiamento c’erano organizzazioni come Amnesty International e Helsinki Watch, precursore di Human Rights Watch. I rapporti apparentemente indipendenti pubblicati da queste organizzazioni sono diventati strumenti devastanti per giustificare sanzioni, campagne di destabilizzazione, colpi di Stato e interventi militari aperti contro presunti violatori dei “diritti” all’estero. Un esempio tangibile dell’utilità di HRW in questo senso è fornito dalla disintegrazione della Jugoslavia.

Nel dicembre 2017, HRW ha pubblicato un saggio autoelogiativo in cui vantava come la sua pubblicazione di “reportage in tempo reale sui crimini di guerra” durante le prime fasi della guerra civile bosniaca nel 1992 e l’attività di lobbying indipendente dell’organizzazione per un meccanismo legale “per punire i leader militari e politici responsabili delle atrocità” commesse nel conflitto, abbiano contribuito alla creazione del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ). I documenti conservati dalla Columbia University “rivelano il ruolo fondamentale di HRW” nella fondazione del TPIJ nel maggio 1993.

Questi file descrivono inoltre in dettaglio la “cooperazione di HRW in varie indagini penali” contro ex funzionari jugoslavi da parte del TPIJ, “attraverso lo scambio reciproco di informazioni”. L’organizzazione è desiderosa di promuovere i suoi stretti legami storici con il Tribunale e il modo in cui il lavoro del TPIJ ha stimolato la creazione della Corte penale internazionale. Tuttavia, in questi resoconti agiografici manca qualsiasi riferimento al contributo fondamentale di HRW nel creare il consenso pubblico e politico per la dissoluzione della Jugoslavia, che ha prodotto proprio quelle atrocità che l’organizzazione ha contribuito a documentare e perseguire.

Nel novembre 1990, Jeri Laber, membro fondatore di HRW, scrisse per il New York Times un editoriale dal titolo tendenzioso: “Perché mantenere la Jugoslavia come un unico Paese?”. Ispirata da un recente viaggio in Kosovo, Laber descriveva come l’esperienza sul campo del suo team nella provincia serba avesse portato HRW a nutrire “seri dubbi sul fatto che il governo degli Stati Uniti dovesse continuare a sostenere l’unità nazionale della Jugoslavia”. Al contrario, proponeva di facilitare attivamente la distruzione del Paese e delineava una roadmap precisa con cui Washington avrebbe potuto raggiungere questo obiettivo.

In particolare, offrendo aiuti finanziari esclusivamente alle repubbliche costituenti della Jugoslavia, “per aiutarle in una transizione pacifica verso la democrazia”, mentre si escludevano le autorità federali ‘deboli’ da qualsiasi “sostegno economico”. Concludeva con forza: “Non esiste alcuna legge morale che ci obblighi a onorare l’unità nazionale della Jugoslavia”. Per coincidenza, pochi giorni prima, i legislatori statunitensi avevano iniziato a votare il Foreign Operations Appropriations Act, che codificava le prescrizioni di Laber come politica ufficiale del governo.

In base al provvedimento legislativo, Washington non avrebbe fornito alcuna “assistenza diretta” al governo federale jugoslavo. Inoltre, gli aiuti finanziari sarebbero stati sospesi alle repubbliche costituenti del Paese a meno che tutte non avessero indetto elezioni sotto la supervisione del Dipartimento di Stato americano entro sei mesi. In un colpo solo, l’autorità centrale di Belgrado fu neutralizzata e furono gettati i semi di aspre e sanguinose guerre di indipendenza in tutta la federazione multietnica e multiconfessionale. È scioccante che Human Rights Watch fosse ben consapevole che questa era una conseguenza “inevitabile” della fine dell’“unità nazionale” jugoslava. 

“Esperimento multinazionale”

Nel gennaio 1991, HRW pubblicò un’indagine intitolata Human Rights in a Dissolving Yugoslavia (I diritti umani in una Jugoslavia in dissoluzione). Laber era l’autrice principale e le sue conclusioni si basavano in gran parte sulla sua visita in Kosovo dell’anno precedente. Il rapporto sosteneva che la provincia serba fosse teatro di “una delle più gravi violazioni dei diritti umani nell’Europa odierna”, a causa del massiccio dispiegamento dell’esercito jugoslavo. Di conseguenza, il Kosovo era pieno di soldati e posti di blocco. Numerosi anonimi albanesi del posto raccontarono a HRW storie raccapriccianti di atrocità, presumibilmente commesse dalle forze militari e di sicurezza contro i civili.

Il rapporto riconosceva brevemente che i serbi e le altre minoranze etniche e religiose del Kosovo avevano precedentemente “subito abusi” da parte di elementi della popolazione albanese della provincia e dei governi locali “composti prevalentemente da albanesi”. Rilevava inoltre che precedenti missioni di HRW in Kosovo avevano concluso che la missione dell’esercito jugoslavo era quella di “proteggere la minoranza serba”. Tuttavia, il rapporto affermava che ora non c’era “alcuna giustificazione” per la presenza dell’esercito e che il suo vero scopo era quello di “sottomette l’identità etnica albanese” a livello locale per conto del governo serbo.

Dire che i non albanesi “subivano abusi” in Kosovo prima dell’arrivo dell’esercito jugoslavo è un eufemismo. Come riportato dal New York Times nel novembre 1982, negli anni precedenti gli ultranazionalisti albanesi avevano intrapreso una feroce “guerra del terrore” per creare un Kosovo “ripulito da tutti gli slavi”. Solo quell’anno, 20.000 serbi terrorizzati fuggirono dalla provincia. Nel 1987, il quotidiano riportò come questa barbarica crociata si fosse intensificata a tal punto che i funzionari jugoslavi e i cittadini di tutta la federazione temevano lo scoppio di una guerra civile.

“Non c’è dubbio che il Kosovo sia un problema che riguarda l’intero Paese, una polveriera su cui siamo tutti seduti”, avrebbe affermato il leader comunista sloveno Milan Kucan, che tre anni dopo avrebbe guidato l’indipendenza della sua repubblica dalla Jugoslavia. I “funzionari di Belgrado” di ogni etnia e religione consideravano la “sfida” dei secessionisti albanesi del Kosovo come “un pericolo per le fondamenta” dell’“esperimento multinazionale” del Paese. Mettevano in guardia dal rischio di una ‘libanizzazione’ del loro Stato, paragonando la situazione ai “disordini” nell’Irlanda occupata dagli inglesi:
“Mentre gli slavi fuggono dalla violenza prolungata, il Kosovo sta diventando ciò che i nazionalisti albanesi chiedono da anni... una regione albanese ‘etnicamente pura’... La scorsa estate, le autorità [del Kosovo]... hanno documentato 40 attacchi di etnia albanese contro gli slavi in due mesi... Le chiese ortodosse slave sono state attaccate e le bandiere sono state strappate. I pozzi sono stati avvelenati e i raccolti bruciati. Ragazzi slavi sono stati accoltellati e alcuni giovani di etnia albanese sono stati esortati dai loro anziani a violentare ragazze serbe.”
All’inizio dello stesso anno, la Presidenza di Belgrado, composta da nove membri e guidata da Sinan Hasani, egli stesso albanese del Kosovo, condannò formalmente le azioni degli ultranazionalisti nella provincia definendole “controrivoluzionarie”. Nel linguaggio della Jugoslavia socialista, questa era la qualifica più grave che potesse essere attribuita dalla leadership del Paese. Hasani rimase membro della Presidenza nel febbraio 1989, quando i suoi membri dichiararono all’unanimità lo stato di emergenza in Kosovo, portando al dispiegamento dell’esercito.

HRW ha singolarmente omesso di approfondire questo contesto complesso ed essenziale nel suo rapporto. Non è stato inoltre riconosciuto in alcun modo che la situazione in Kosovo per i non albanesi fosse tesa in quel periodo, al punto che i serbi in fuga dalle tensioni etniche in atto in altre parti della Jugoslavia erano stati esplicitamente avvertiti dalle autorità di non cercare rifugio nella provincia. Queste omissioni sono tanto più imperdonabili in quanto la visione distorta di HRW degli eventi in Kosovo era al centro della conclusione del rapporto: gli Stati Uniti avrebbero dovuto sanzionare il governo federale jugoslavo per violazioni dei diritti umani.

Questa conclusione è stata raggiunta nonostante HRW abbia ammesso che era opinione diffusa che un’azione punitiva contro Belgrado avrebbe “inevitabilmente” portato alla disintegrazione della federazione, con la conseguente “pratica garanzia di una violazione dei diritti umani”. L’organizzazione tuttavia “non ha appoggiato questa posizione”, ritenendo che fosse molto più urgente che Washington “esprimesse la propria disapprovazione” nei confronti dei presunti abusi in Kosovo attraverso sanzioni distruttive. Nel frattempo, HRW ha incredibilmente sottolineato di non aver preso “alcuna posizione sul fatto che la Jugoslavia dovesse o meno rimanere unita come paese”. 

“Violenza comunitaria”

Passiamo al dicembre 2002, quando Jeri Laber ha testimoniato come “esperta” durante il processo a Slobodan Milosevic presso il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ). Durante il controinterrogatorio da parte dell’ex presidente serbo e jugoslavo incriminato, ha dimostrato una totale ignoranza della cultura, della storia, dei sistemi giuridici e politici della Jugoslavia socialista e di molto altro ancora. Ad esempio, Laber non sapeva che Tito, fondatore e leader di lunga data della federazione, era – come è noto – croato. La sua evidente mancanza di comprensione della realtà locale si rivelò particolarmente problematica quando Milosevic analizzò un rapporto dell’HRW dell’agosto 1991 sulla guerra civile croata.

L’imputazione formulava una serie di affermazioni audaci riguardo a quel conflitto, descrivendo “la rinascita del nazionalismo croato” come causa dello scontro mortale “in reazione a 45 anni di repressione comunista e di egemonia serba”, che ha lasciato i croati ‘amareggiati’ per il fatto che Zagabria fosse, in Jugoslavia, “un vassallo” di Belgrado. HRW ha fortemente suggerito, senza prove, che Milosevic fosse personalmente responsabile di aver fomentato le tensioni e la violenza locali. Non è stato menzionato il sostegno occidentale ai leader croati che veneravano i nazisti e che apertamente sostenevano la totale eliminazione della popolazione serba dalla loro repubblica.

Milosevic chiese a Laber come HRW potesse aver concluso che l’appartenenza della Croazia alla Jugoslavia socialista equivalesse a quasi mezzo secolo di “egemonia serba”, dato che un serbo aveva ricoperto la carica di primo ministro solo una volta nella storia della federazione, per un periodo di quattro anni. Egli mise inoltre in discussione la sua conoscenza del fatto che i tre primi ministri federali di Belgrado dal 1982 al 1992 erano tutti croati, che i croati guidavano e dominavano l’apparato difensivo della Jugoslavia durante il conflitto croato stesso e che “tutte le etnie erano rappresentate in modo proporzionale” nel governo e nell’esercito del paese per legge.

Laber ammise di non essere a conoscenza di nessuna di queste scomode verità, minando fatalmente le affermazioni di ogni rapporto pubblicato da HRW sulla Jugoslavia sotto la sua supervisione, che aveva ispirato la formazione del TPIJ e i relativi procedimenti giudiziari. In difficoltà sul banco dei testimoni, cercò di sostenere che le innumerevoli affermazioni palesemente false contenute nelle varie indagini di HRW sulla Jugoslavia non dovevano essere considerate come risultati indipendenti della sua organizzazione, né in alcun modo radicate nella realtà, ma riflettevano semplicemente ciò che alcune persone del luogo avevano riferito ai ricercatori di HRW:
“Non stavamo dicendo che fosse effettivamente così, stavamo cercando di spiegare gli atteggiamenti che avevamo sentito, ciò che le persone ci avevano detto quando eravamo lì... Non c’era alcuna intenzione o implicazione... questo è ciò che pensavamo. Stavamo solo dicendo che i croati parlavano di molti anni di egemonia serba. Era il modo in cui loro sembravano vederla, non il modo in cui noi la descrivevamo... Stavamo cercando... di spiegare una situazione molto complicata a persone che non vivevano in [Jugoslavia]... nel modo più semplice possibile”.
Queste avvertenze cruciali e auto-annullanti non sono state ovviamente incluse in nessuno dei rapporti di HRW sul crollo della Jugoslavia e sui numerosi conflitti intestini che ne sono derivati, che l’organizzazione ha attivamente incoraggiato e facilitato. Il fatto che le dichiarazioni insensate della Laber abbiano influenzato e giustificato la politica statunitense, nonostante la sua ignoranza dei fatti più elementari sulla Jugoslavia, è una testimonianza inquietante della qualità deplorevole delle “competenze” regolarmente sfruttate nel perseguimento degli obiettivi imperialistici di Washington. Le conseguenze della dissoluzione della federazione erano del tutto prevedibili e, in effetti, erano state previste contemporaneamente dallo studioso Robert Hayden.

In un editoriale del New York Times del dicembre 1990, Hayden – un vero esperto di Jugoslavia – condannò duramente il forte appello di Laber affinché gli Stati Uniti distruggessero la federazione, pubblicato sul quotidiano il mese precedente, definendolo “notevole per la sua mancanza di comprensione”. Egli avvertì giustamente che “coloro che vorrebbero smembrare il Paese sono forti nazionalisti, poco inclini a trattare bene le minoranze all’interno dei propri confini”, sottolineando come gli interventi dell’esercito federale avessero contribuito ad “evitare il conflitto armato” in Croazia nell’agosto dello stesso anno, che avrebbe potuto facilmente estendersi a tutto il Paese.

Confrontando la situazione attuale di Belgrado con quella che aveva preceduto la guerra civile americana, Hayden la definì «davvero bizzarra... gli attivisti per i “diritti umani” sostengono con tanta disinvoltura politiche che rischiano di trasformare la Jugoslavia nel Libano d’Europa». Con una precisione inquietante, avvertì che se l’autorità federale di Belgrado fosse crollata, «le repubbliche avrebbero quasi certamente combattuto l’una contro l’altra a causa delle numerose minoranze etniche sparse in tutto il Paese». Le sue terribili premonizioni risuonano oggi come una maledizione profetica tristemente avverata:
“Nella migliore delle ipotesi, potremmo aspettarci una repressione severa, forse espulsioni di massa, la separazione di città e famiglie miste, seguite da ostilità permanente e... violenza comunitaria tale da far sembrare assolutamente civili le attuali violazioni dei diritti umani in Kosovo... Le nazioni della Jugoslavia, nonostante le loro ostilità, sono strettamente legate tra loro. Questi legami non possono essere spezzati, almeno non senza atrocità. I difensori dei “diritti umani” dovrebbero quindi prendere in considerazione politiche che portino queste nazioni a deporre le armi, piuttosto che politiche che inducono al fratricidio”.
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25/12/2024

Kosovo - Il partito serbo escluso dalle elezioni

Ieri la commissione elettorale centrale del Kosovo si è rifiutata di ammettere alle prossime elezioni, in programma a febbraio, la Lista Serba (Srpska Lista), la formazione che rappresenta la popolazione serba dell’ex provincia di Belgrado resasi indipendente nel 2008 dopo un intervento militare e l’occupazione del paese da parte dell’Alleanza Atlantica nel 1999.

I membri della commissione hanno motivato la decisione col fatto che il leader del partito, Zlatan Elek, non si sia mai riferito al Kosovo come a una repubblica indipendente, ma come a «Kosovo i Metohija», la dizione utilizzata quando il territorio era una provincia autonoma della Repubblica Serba. Secondo la commissione la formazione esclusa non riconosce la sovranità territoriale e l’indipendenza del territorio e quindi non può partecipare alle elezioni. Secondo i membri dell’organismo, la Lista Serba ha in varie occasioni assunto posizioni contrarie all’interesse nazionale del Kosovo.

I funzionari della commissione hanno anche affermato che il partito sotto esame intrattiene stretti legami con il presidente serbo Aleksandar Vučić e con altri leader serbi, i quali si rifiutano anch’essi di riconoscere l’indipendenza del Kosovo.

In Kosovo vivono circa 100mila serbi, su una popolazione totale di 1,8 milioni di persone.

La reazione del presidente serbo non si è fatta attendere. In una nota Aleksandar Vučić ha accusato il premier kosovaro Albin Kurti di voler eliminare i serbi del Kosovo.

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25/08/2024

La Serbia continua ad essere a rischio sfinimento

Al di là degli aspetti contingenti, è ormai delineata e praticata da anni una strategia di affossamento e di sottomissione della dirigenza nazionale serba, non asservita ad interessi stranieri o ai diktat occidentali. La domanda che molti esperti ed osservatori internazionali indipendenti si pongono è: la Serbia riuscirà a mantenere un proprio governo che risponda prima di tutto agli interessi nazionali o la pressione salirà a livelli non più controllabili?

Questa è in sintesi la situazione odierna nel paese balcanico.

Maidan serbo?

Il vice primo ministro della Repubblica di Serbia, A. Vulin ha pubblicamente denunciato che l’opposizione nel paese sta preparando uno scenario “Maidan” in Serbia.

“...abbiamo fondate informazioni che sono in preparazione disordini pianificati e il tentativo di sovvertimento del Presidente Vucic e delle istituzioni statali. Ma tutti sappiano che abbiamo uno Stato forte e solido, e il presidente Vučić non è Yanukovich, non ha alcuna intenzione di scappare e di cedere il potere a farabutti. Hanno avuto le elezioni che chiedevano e hanno fallito. Hanno provato e sperato di arrivare al potere e non ci sono riusciti, quindi ora dicono: ok, non possiamo farlo alle elezioni, dobbiamo farlo per le strade. Credono che in questo paese siano alcuni stranieri a decidere chi andrà al potere. Questo perché hanno una cultura da servitori, credono che qui non dipenda nulla dai cittadini serbi, ma da qualche ambasciatore che li chiamerà e dirà: d’ora in poi il primo ministro sarai tu. Mosca ci ha avvertito della preparazione di un colpo di stato. Non c’è motivo di avere paura, ma abbiamo motivo di essere cauti e molto seri. Nel nostro Paese esiste un numero significativo di gruppi organizzati, interconnessi, che si preparano a proteste quotidiane, si preparano a provocare incidenti, fare caos, lanciare allarmi, diffondere voci, creare trambusto e confusione e cercheranno di sfruttare ogni occasione per potenziali conflitti. Lo schema già collaudato è che se questo sarà bloccato, verrà attuato lo scenario del Maidan, si costruiranno tende e blocchi, con la parola d’ordine ‘resteremo finché le richieste non saranno soddisfatte’. Hanno già preparato delle squadre che rimarranno in servizio tutta la notte. Dal lavoro che ho svolto in precedenza come capo della BIA (Sevizi Sicurezza serbi), di ministro degli Interni e della Difesa, so molto bene cosa fanno i servizi stranieri occidentali in questo paese e so molto bene con chi lavorano, e so che ogni volta che la Serbia ha l’opportunità di progredire, abbiamo proteste nelle strade, abbiamo persone che si preparano a mostrarci cos’è una ‘rivoluzione colorata’, abbiamo persone che stanno cercando di cambiare il governo con la forza. Circa le minacce di morte al presidente Vucic, i nostri servizi scopriranno chi si nasconde dietro l’ordine con cui si indicava di impiccare il presidente , è solo questione di tempo...”.
Continui arresti in Kosovo di serbi, con accuse datate 25 anni fa. Una precisa strategia pianificata di terrore, per spingere all’esodo la restante popolazione serba nella provincia e spezzare la Resistenza civile contro la pulizia etnica.

Ai primi di agosto altri cinque serbi sono stati arrestati con irruzioni violente nelle loro case, nel distretto di Kosovo Pomoravlje, come le altre centinaia di serbi arrestati in questi anni, anch’essi hanno finora vissuto pacificamente nelle loro comunità, senza precedenti di attività illegali. È particolarmente grave che gli arresti vengono effettuati senza ordinanze legali circostanziate, sulla base di elenchi segreti, il che indica ulteriormente l’arbitrarietà e la natura politica e terroristica di queste azioni. Lo sconforto e la percezione dell’isolamento in queste terre, fanno parte della strategia di discriminazione sistemica, legata alla costruzione forzata delle comunità ghetto, enclavi, come unico modo in cui è possibile sopravvivere per i serbi.

Gli ultimi arresti sono avvenuti il 3 agosto: Dragan Cvetkovic, Dragan Nicic, Milos Sosic e Slobodan Jevtic di Pasjane e Nenad Stojanovic di Bosce. La polizia ha fatto irruzione nelle loro case la mattina presto, puntando armi automatiche contro i membri delle famiglie. Gli arresti che sono, come sempre, motivati su accuse di presunti crimini commessi 25 anni fa durante il conflitto in Kosovo, dimostrano la situazione dello “stato di diritto” della provincia kosovara, in quanto queste persone, nei trascorsi decenni hanno vissuto pacificamente nel loro villaggio con le loro famiglie, rispettati da tutti i vicini di casa.

Anche la Chiesa ortodossa serba ha espresso profonda preoccupazione per i continui arresti di civili serbi con accuse inammissibili. La COS ha espresso piena solidarietà alle famiglie degli arrestati, inviando un messaggio di sostegno e di perseveranza: “... Tali atti di repressione non dovrebbero intimidirci, ma rafforzare la nostra determinazione a continuare a vivere nei nostri antichi focolari con dignità e pace...”. La stessa Chiesa serba è continuamente attaccata e minacciata, per recidere le radici millenarie dell’identità storica e spirituale dei serbi in KosMet.

“Questa non è libertà, questa non è vita!”, ha detto Vasilije Šošić durante la protesta a Pasjan. Suo figlio Miloš è stato arrestato con l’accusa di crimini di guerra e lui, di fronte a diverse migliaia di serbi, ha ripercorso il dramma dell’arresto di suo figlio e ha testimoniato con esempi personali, i rapporti tra serbi e albanesi. “...Quando mi sono alzato la mattina per vedere, c’era il cortile pieno, tutti armati fino ai denti, come se avessimo calpestato il mondo intero, come se mio figlio avesse fatto chissà cosa”, ha detto Vasilije.

L’arrestato Miloš Šošić, era stato uno dei primi serbi aggregati nella polizia del Kosovo, vi ha trascorso 23 anni con premi e decorazioni. Quando le forze speciali armate sono entrate nel cortile di casa sua, suo padre ha pensato che fosse stato ucciso e quando ha visto che lo conducevano via legato e piegato, pensò che Miloš avesse ucciso qualcuno. Mentre lo portavano via ha detto a suo padre che era accusato di crimini di guerra.

Dragan Cvetković un altro degli arrestati è disabile, la famiglia non intende vendere la terra e andarsene, un figlio è insegnante e l’altro prete. Ed è stato quest’ultimo, padre Jovan, a raccontare: “…All’alba del 3 agosto, poliziotti di Pristina sono entrati nelle nostre case, nelle nostre vite, nei nostri diritti, nella nostra libertà senza spiegazioni e con il chiaro intento di spaventarci. Per dirci che non apparteniamo a questo posto, che non vogliono vederci qui. Ma devo ribadire questo: non siamo spaventati, ma siamo incoraggiati... Mi appello a tutti coloro che hanno sofferto e ai santi, conosciuti e sconosciuti, che hanno testimoniato la loro fede e hanno amato questo Paese, sono sicuro che gli abitanti di Pasjana sopravvivranno anche a questo tormento e a questa ingiustizia”.

Dragan Ničić è un insegnante in pensione. Ha lavorato nei villaggi dove sono stati commessi i presunti crimini. È uno di quelli che, 35 anni fa, furono accusati di avvelenare i bambini albanesi con i noti e ingegnosi avvelenamenti monoetnici. Accuse poi cancellate, ha continuato a vivere nella sua casa in questi decenni.

Slobodan Jevtić, è un rimpatriato non vedente, che intendeva vivere lì con la sua famiglia e nella sua terra, nonostante che le autorità gli avevano spiegato i rischi che attendono i rimpatriati e il ritorno dei serbi.

Tra i cinque c’è anche Nenad Stojanović del villaggio Bosce vicino a Kosovska Kamenica.

Quando il folto gruppo di poliziotti ha fatto irruzione nella casa e ha messo i bambini e la loro madre in una stanza, una ragazza ha detto: “Questi non sono poliziotti, questi sono ladri, i poliziotti hanno delle facce…Qui ha un volto solo chi soffre e aspetta la liberazione e la libertà...”.

Il 6 agosto nel villaggio di Novake vicino a Prizren, le case di tre famiglie di rimpatriati sono state bruciate e completamente distrutte. Erano delle famiglie di Dejan Petković, della famiglia di Dragomir Nikolić e della famiglia del defunto Stanislav Nikolić. Delle case sono rimasti solo i muri, i tetti sono stati completamente bruciati. I serbi che erano tornati dopo il conflitto erano 70, a causa delle violenze, delle minacce continue e dell’insicurezza quotidiana, ne erano rimasti quindici.

In luglio sono stati aggrediti e picchiati Mladen Djosic a Donja Brnjica vicino a Pristina. “... Un albanese ha aggredito Đošić senza alcun motivo e gli ha rotto il naso, quando suo padre Donja ha cercato di proteggere suo figlio, la polizia lo ha arrestato, invece di arrestare l’aggressore. Sebbene le telecamere di sorveglianza abbiano registrato tutto l’accaduto e l’aggressore del serbo sia stato subito riconosciuto, la polizia lo ha fermato solo dopo ore... I serbi di questo villaggio sono indignati e intimiditi...”, si legge in un comunicato stampa.

Il 12 agosto nel villaggio di Gornje Korminjane nel distretto di Pomoravlje, in Kosovo, due persone mascherate hanno fatto irruzione nella casa della famiglia serba di Nenad Jovanovic. Stando a quanto riportato dalla stampa, Jovanovic è stato aggredito e ferito. I due criminali hanno poi lasciato l’abitazione sparando alcuni colpi di arma da fuoco che non hanno provocato vittime, lasciando dei bossoli all’esterno dell’abitazione.

La brutale irruzione e occupazione con chiusura delle filiali delle Poste della Serbia in Kosovo è la prosecuzione del piano di pulizia etnica del nord del Kosovo Metohija e di tutto ciò che ha radici serbe. L’azione è stata condotta in nove località del nord del Kosovo con la motivazione che sarebbero illegali, non registrati e senza licenza... dopo 25 anni di normale funzionamento! Questa ennesima azione provocatoria, viola anche gli accordi sanciti a Bruxelles nel 2015 sotto gli auspici dell’Unione europea, e quindi compromette l’intero dialogo i cui effetti vengono annullati, minando così la sua già scarsa autorevolezza e reputazione.

L’abolizione dei servizi postali dopo l’abolizione del dinaro rappresenta il colpo più duro al funzionamento delle istituzioni serbe e all’erogazione dei servizi ai cittadini in queste zone.

Tutti i partiti politici dei serbi del Kosovo condannano la proposta di apertura del ponte principale sull’Ibar al traffico, ritenendo che questa azione contribuirà ad un ulteriore allontanamento della popolazione serbo kosovara. Negli anni precedenti proprio in questo luogo sono avvenuti omicidi, scontri anche armati e incidenti. La popolazione serba ha paura di una ulteriore pulizia etnica e di una invasione della parte albanese.

Anche i continui attacchi e provocazioni contro la SRPSKA (Rep. Serba di Bosnia), sono parte del disegno di piegare la Serbia e minare la fratellanza del popolo serbo nei Balcani.

Cosa c’entra il ministro della Difesa della Bosnia-Erzegovina, Zukan Helez, con Valery Zaluzhny, attuale ambasciatore dell’Ucraina a Londra, ci sarebbe da chiedersi. C’entra eccome ed è nodale. Helez dichiara che, per preservare la pace, sia necessario prepararsi sistematicamente alla guerra. Questo è quello che fa, e ancor di più ne parla, inviando messaggi minacciosi a un potenziale nemico la cui identità, in base alle opinioni politiche e ai messaggi del ministro, non è difficile da indovinare: i serbi di Bosnia. Helez, per convincere nel modo più chiaro possibile i cittadini della Bosnia ed Erzegovina che non corrono alcun pericolo, non si è limitato a sottolineare la stretta collaborazione con l’EUFOR e la NATO, ma ha anche parlato in modo criptico con “alcune forze di certi paesi”, che sono già disponibili e pronti ad agire, se necessario. Secondo quanto ha affermato, queste “forze di alcuni paesi” sono disponibili sulla base della sua attività di lobbying con quei paesi amici, su base bilaterale, e non sono subordinate all’EUFOR o alla NATO, ma ai propri comandi. Non ha voluto dire di più, ma già ha detto tanto. La parte serbo bosniaca ha chiesto se la Presidenza della Bosnia-Erzegovina ne sa qualcosa. Possono i cittadini della Bosnia-Erzegovina, soprattutto diverse centinaia di migliaia, essere calmi e pacifici, se vengono loro raccomandate “alcune forze di alcuni paesi” come fattore di protezione dalla posizione ufficiale dello stato bosniaco?

Non appena ha assunto l’incarico di ambasciatore ucraino in Gran Bretagna, l’ex comandante in capo delle forze armate ucraine, Valery Zaluzhny, l’“amico” di Helez, si era affrettato a dare ai padroni di casa, all’Occidente e al mondo intero, soluzioni istruttive e generalmente valide dalla sua esperienza in tempo di guerra, che pervengono alla conclusione che, per raggiungere la pace bisogna passare attraverso la guerra, per la quale tutti gli stati democratici dovrebbero prepararsi. Ma egli sottoilinea che la cosa più difficile è preparare la società, cioè i cittadini, alle inevitabili privazioni: “Forse la componente più difficile e importante è la preparazione della popolazione... Per il bene della propria sopravvivenza, la società deve accettare di rinunciare temporaneamente ad alcune libertà...”.

Anche, nel territorio dell’ex Jugoslavia, c’è un Zaluzhny locale, è il ministro della Difesa della Bosnia-Erzegovina Zukan Helez che, quanto a protagonismo mediatico eclissa il generale-diplomatico ucraino. Helez negli spettacoli televisivi indirizza sempre la conversazione sulla valutazione dell’esistenza di una reale minaccia alla pace in Bosnia ed Erzegovina, con riferimento alle intenzioni separatiste della Repubblica Srpska, con accenni a possibili divisioni, puntando le accuse su Milorad Dodik, il leader dei serbo bosniaci.

I cittadini della Bosnia-Erzegovina non devono preoccuparsi della sicurezza del loro paese poiché hanno un ministro della Difesa così influente e amico dello stratega ucraino Zaluzhny, definito “filo bosniaco”? Quando recentemente un plotone di cadetti serbi disarmati e anziani hanno sfilato per Prijedor in occasione della commemorazione della battaglia partigiana di Kozara, e si sono recati anche a Bratunac per deporre fiori alle vittime antifasciste di Podrinje, questa visita debitamente annunciata ha causato diverse reazioni isteriche nelle autorità bosniache, come se l’occupazione del territorio della Bosnia-Erzegovina fosse quasi in atto.

Secondo quanto ha affermato lo Zaluzhny bosniaco, quelle “certe forze di alcuni paesi” sono arrivate sulla base della sua attività di lobbying con quei paesi amici, su base bilaterale. Chi sono e quante sono? A cosa servono?

Quando si tratta della vicina Serbia, ad esempio, non ha permesso che gli elicotteri serbi del MUP contribuissero a spegnere gli incendi in Erzegovina, perché riteneva che ciò fosse “una mancanza di rispetto” per lo Stato della BiH e delle sue forze armate. Mentre, d’altro canto, informa tranquillamente l’opinione pubblica bosniaca che misteriose e operativamente capaci “forze di alcuni paesi amici” sono già di stanza sul territorio della stessa BiH...

Anche queste campagne allarmistiche e minacciose fanno parte di un progetto di indebolimento e isolamento della Serbia e del popolo serbo, ventilando scenari di guerra o invasioni esterne, additando i leader serbi attuali, votati dalla propria gente, come un pericolo per il mondo “libero e democratico”.

In questi scenari di fatti ed eventi non certo latori di orizzonti pacifici e conciliatori, in queste settimane è esplosa anche la questione LITIO ed il progetto di sfruttamento nella regione serba di Jardar. Una situazione complessa, delicata e che potrebbe essere disarticolante, ma certamente è duramente controversa all’interno degli scenari sociali e politici serbi. Ma di questo tratterò in un prossimo lavoro.

Per chi osserva e conosce dall’interno il paese balcanico, il suo popolo e la sua società, sono ormai delineate chiaramente le direttrici concrete su cui si realizza il progetto destabilizzatore occidentale. QUESTA è la situazione e le problematiche che assediano il governo ed il popolo serbo, e non sono di poco conto per un paese e uno stato. Anche perché hanno come obiettivo finale strategico, sferrare il colpo fatale e portare alla soluzione finale la questione Serbia “indipendente e sovrana”.

Fonte

03/10/2023

Il Kosovo e la Serbia scivolano verso la guerra?

Nella notte tra sabato 23 e domenica 24 settembre, membri della polizia del Kosovo, hanno tentato di rimuovere le barricate erette da un gruppo di serbi armati, all’ingresso del villaggio di Banjska. Sono seguiti violenti scontri a fuoco per tutta la giornata con 500 uomini delle KPS, Forze Speciali Kosovo.

Poi sul terreno sono rimasti uccisi quattro serbi (tre assassinati da cecchini) e un poliziotto albanese. Ecco dove hanno portato le politiche terroristiche e vessatorie contro la popolazione serba kosovara del fanatico sciovinista Albin Kurti, reggente le autorità illegittime di Pristina e le strategie de stabilizzatrici della NATO e degli USA.

La guerra è sempre più all’ordine del giorno e potrebbe essere devastante per tutti i Balcani e non solo.

Il quarto serbo assassinato è stato ritrovato a 1,5 km dal luogo degli scontri.

Premettendo che la dinamica complessiva della vicenda, degli obiettivi e delle finalità ha molte lacune e punti incerti e che forse, solo nei prossimi giorni o mesi si avranno risposte più certe, qui cerco solo di informare e documentare i fatti conclamati e provati, con grande cautela e attenzione, senza entrare negli aspetti tuttora dubbi o interpretabili sotto diverse e contrastanti letture.

Questo, per non incorrere in letture o interpretazioni personali o virtuali, che, come nel caso della crisi ucraina, poi si rivelano nei fatti scombinate. Saranno i prossimi eventi e passaggi fattuali ad avvicinarci agli aspetti più profondi e congrui, per ora non accertabili.

Pertanto qui espongo alcuni punti fermi e fatti che sono ad oggi fissati e riscontrati, utilizzando i contatti e le relazioni sul campo, queste sono sintesi e letture, di analisti, politici e militari serbi, tutte aperte a varie ipotesi in divenire, soprattutto politiche, come loro stessi confidano.

Nella notte di sabato 23 settembre, circa le 02:45, un gruppo, per la prima volta armato e molto bene equipaggiato di circa 30 cittadini serbi, ha installato due camion come barricate a Banjska, nel nord del Kosovo. Poi è arrivata la polizia del Kosovo, che ha cercato di rimuovere le barricate, da cui è nato un conflitto a fuoco.

Nel conflitto a fuoco è rimasto ucciso l’ufficiale di polizia A. Bunjaku e un’altra persona è rimasta ferita. E questo è un fatto accertato dai filmati, non è stato colpito a freddo o direttamente. Alle 08:37, i valichi amministrativi di Jarinje e Brnjak con la Serbia sono stati chiusi mentre gli scontri continuavano. Alle 10:15 è stato dato inizio alla “operazione antiterroristica”.

Il gruppo armato si è allora diretto verso il Monastero ortodosso, sfondando il portone con un loro veicolo blindato hanno occupato il cortile e si sono preparati a resistere a un attacco esterno. La dotazione e la quantità di armamenti hanno fatto pensare addirittura ad una lunga resistenza ad un assedio. Nell’arco di un’ora e mezza sul posto convergono circa 500 agenti delle Forze Speciali albanesi (quelli addestrati e armati dalla NATO e dagli USA, che non dovrebbero esistere secondo l’ONU...) e cominciano sparatorie a distanza.

L’ipotesi di una resistenza da assedio è legata, secondo alcuni esperti militari alla quantità di armamenti e dotazioni a disposizione, abbandonati e ritrovati poi nel cortile del Monastero. Un auto blindata, jeep, fuoristrada, moto quad, mine antiuomo, lanciarazzi portatili, dinamite, mitragliatrici, maschere antigas, oltre a grandi quantità di cibo, medicinali e altro.

Poi, mentre le sparatorie si intensificavano e i cecchini sono riusciti ad uccidere e ferire molti del gruppo operativo, qualcosa deve essere cambiato nella progettualità militare, e molti video ricostruiscono la ritirata sulla montagna retrostante la loro posizione, probabilmente prima di essere completamente circondati, ma lasciando molto materiale all’interno, oltre ai veicoli.

Questi sono ad oggi i fatti riscontrati e comprovati, per le interpretazioni, anche molto delicate e complesse, che questa azione ha prodotto, aspettiamo gli sviluppi documentabili.

Alcune considerazioni sono comunque inequivocabili, chi ha letto i miei articoli e documentazioni dell’ultimo anno sulla situazione nella regione, può trovare già lì molti riscontri e previsioni, non occorreva avere grandi doti intellettive particolari per delinearle o coglierle:

1) Le responsabilità di chi vuole, cerca, lavora strategicamente per propri interessi geopolitici, ad una situazione di conflitto permanente o poi dispiegato nella regione, con l’obiettivo primario della definitiva destabilizzazione della Serbia. Leggasi NATO e USA in primis.

2) Il totale fallimento e la conferma delle menzogne e falsità utilizzate nel 1999 per distruggere la RFJ. Gli obiettivi della NATO e della cosiddetta “comunità internazionale” occidentale, NON erano lo sviluppo e la pacificazione dell’area, visto che la condizione sociale e di vita della stessa popolazione kosovara è a livelli del Bangladesh (da dati ONU...) e le violenze, tensioni e criminalità, sono la vita quotidiana nella provincia serba, nonostante settemila e oltre militari KFOR ed Eulex. Oggi 24 anni dopo è sotto gli occhi di tutti

3) Questo è il prodotto delle politiche di Albin Kurti, un freddo e cinico prosecutore in doppio petto del sciovinismo guerrafondaio dei suoi predecessori dell’UCK. Fondato su una metodologia terroristica, sul razzismo antiserbo, sulla negazione della multi etnicità, multi religiosità e della multiculturalità e sul progetto della “Grande Albania”.

4) Ritengo che potesse essere prevedibile e umanamente comprensibile, al di là della politica, che, all’interno della Comunità serba kosovara, potesse nascere una componente che decidesse per una risposta disperata o meno, questo è un altro aspetto. Una scelta di Resistenza anche armata, di rifiuto nel vedere i propri diritti, i propri cari, il proprio presente colpiti e umiliati giorno per giorno da 24 anni, e senza alcuna prospettiva politica concreta di un futuro migliore.

Ventiquattro anni di una vita quotidiana nella provincia, fatta di assassinii, ferimenti, arresti indiscriminati, pestaggi, incendi, discriminazioni e vessazioni anche contro bambini, donne e anziani, colpevoli solo di essere di etnia serba, ed una frustrazione per la mancanza da parte di tutti nel trovare una soluzione negoziata ed equilibrata, sotto l’egida del Diritto internazionale.

Ora anche da dichiarazioni pubbliche in Serbia, di politici, analisti e militari, tra cui il presidente serbo, si sa che filtravano voci che indicavano da oltre un anno, che nella provincia serba, si stava organizzando una rete di Resistenza serba anche armata, alla violenza e alle umiliazioni subite quotidianamente da ventiquattro anni.

Il presidente della Serbia Aleksandar Vučić in un discorso alla nazione la sera del 24 settembre ha detto:
“Cosa è successo veramente? I serbi del Kosovo e Metohija si sono ribellati, non volendo subire più il terrore di Kurti. Cosa è successo a Banjska? Una cosa incredibile: in appena un’ora e venti minuti, quelle decine di serbi sono stati circondati, ed è stato effettuato un attacco brutale contro di loro.

Hanno dato a Kurti carta bianca per affrontare i rivoltosi, da quel momento sono stati uccisi tre serbi, due di loro sono stati sicuramente uccisi dal fuoco dei cecchini, quando non era necessario che venissero uccisi, altri due sono rimasti gravemente feriti e si teme che sia stata uccisa anche una quarta persona.

Hanno usato i cecchini anche per attaccare case private, dove c’erano degli anziani. Da chi sono stati mandati lì, perché non è intervenuta la KFOR o Eulex? Non voglio giustificare l’uccisione di un poliziotto albanese, è riprovevole e nessuno ne aveva bisogno, men che meno il popolo serbo, soprattutto nel momento in cui tutti si sono resi conto che Kurti è il principale organizzatore del caos e non c’è troppo da girare intorno al problema.

Chiediamo a Pristina di rendere pubblici i filmati che hanno registrato i vari momenti, noi non abbiamo paura della verità, se loro non lo faranno significherà che sono loro a temerla.

Hanno scritto che pellegrini e monaci erano tenuti in ostaggio o addirittura complici. Questo per attaccare la Chiesa ortodossa serba, il che è anch’essa una menzogna.

Kurti è l’unico colpevole. L’unico che vuole conflitti e guerre. Nessuno vuole la guerra tranne lui e chi lo manovra. Il desiderio della sua vita è trascinarci in una guerra con la NATO, non ha altra ambizione. E questa è l’unica cosa che fa in giro per il mondo.

Invito la comunità internazionale ad adempiere alle condizioni concordate all’ONU e a formare il Consiglio delle Comunità Serbe, nonché ad avere i poliziotti serbi nel nord, perché questo è l’unico modo per evitare che i serbi vengano perseguitati dai loro focolari secolari e per preservare la pace.

Hanno sempre cercato un motivo per accusare la Serbia di qualsiasi cosa finché non riconosciamo l’indipendenza del Kosovo, questa è la sostanza: fare pressione sulla Serbia finché non riconosceremo l’indipendenza del Kosovo.

E allora lo ripeto per l’ennesima volta, qui davanti alla nazione e a loro: nonostante tutto quello che avete fatto finora, compreso quello che avete compiuto oggi, non riconosceremo mai il Kosovo indipendente. Potete ucciderci tutti, la Serbia non riconoscerà mai il Kosovo indipendente, la bizzarra creazione che avete fatto con tutte le bugie possibili.

Per noi, al di là di valutazioni e giudizi politici, i serbi morti nel conflitto con la polizia del cosiddetto Kosovo non saranno mai dei terroristi. Erano tutti padri di famiglia e uomini profondamente credenti e onesti, e saranno comunque onorati e considerati come caduti per la Serbia e la Patria.

Le nostre condoglianze vanno alle famiglie dei nostri fratelli serbi assassinati e anche a quella del poliziotto ucciso. Kurti è responsabile di tutto. Se non fosse stato per la polizia albanese, con quella serba, non sarebbe successo nulla. Nelle intercettazioni radio dei comandanti l’operazione, le battute erano ‘uccideteli tutti, i feriti possono anche morire, fate con calma’.

Una cosa è certa, il Kosovo non otterrà mai l’indipendenza, almeno non dalla Serbia. Non ho alcun problema, qualunque cosa facciano i fattori esterni. Nei prossimi giorni decideremo a mente fredda come e in che modo proteggeremo la popolazione”.
I serbi feriti nel conflitto a Banjska che si sono rifugiati in Serbia, hanno ricevuto le prime cure mediche presso l’Ospedale Generale di Novi Pazar, dopodiché sono stati trasferiti in altre strutture sanitarie. Come riportato dal giornalista di N1 si trovavano nel reparto di terapia intensiva del reparto chirurgico, uomini di età compresa tra 26 e 29 anni. Uno è stato ricoverato con ferite da arma da fuoco al braccio e alla gamba, mentre l’altro è stato colpito al petto, ma non aveva ferite da arma da fuoco perché era protetto da un giubbotto antiproiettile.

Il quotidiano Danas ha annunciato che lunedì tra le 12 e le 13, accompagnato dalla polizia, è stato ricoverato un altro ferito con una ferita da arma da fuoco alla gamba. Dopo le cure è stato trasferito in un’altra struttura sanitaria. Domenica i media hanno riferito che davanti al reparto chirurgico dell’ospedale Novi Pazar c’era una presenza visibile della polizia.

Il ministro degli Interni del Kosovo D. Svećlja ha detto che nell’ospedale di Novi Pazar ci sono sei aggressori feriti e ha chiesto alle autorità serbe di consegnarli. L’Ospedale Generale di Novi Pazar è l’istituzione sanitaria nel territorio della Serbia centrale più vicina al luogo del Kosovo dove è avvenuta la sparatoria. Da Rogozna si può prendere le strade forestali fino al centro di Banjska, e su quel percorso non ci sono attraversamenti amministrativi ufficiali.

In una sessione straordinaria, il governo serbo ha dichiarato il 27 settembre 2023 giorno di lutto nazionale in occasione dei tragici eventi in Kosovo e Metohija.

Cronaca dei soli ultimi venti giorni di ordinario terrore e violenza contro i serbi in Kosovo. Così vive da 24 anni la popolazione serba: 139 atti di violenza a sfondo etnico contro i serbi in Kosovo Metohija dall’inizio di quest’anno

La casa di Bosiljka Nojić (77 anni) a Gnjilan, vicino al cimitero cittadino, è stata presa a sassate e una finestra è stata rotta. Da sabato 16 settembre al 22, in questa cittadina del Kosovo Metohija ci sono stati quattro assalti con pietre alle abitazioni di serbi. Sabato 16 settembre la casa è stata attaccata con pietre, lunedì 18 settembre con immondizie.

L’anziana è disabile e vive con il genero. I Nojić sono rimpatriati, sono tornati nella loro città nel 2009 e sono l’unica famiglia serba in quella parte della città. Da quando sono tornati a Gnjilane sono stati bersaglio di molteplici attacchi da parte degli albanesi e la loro macchina era già stata bruciata negli scorsi anni.

Il 22 settembre un albanese ha aggredito con dei coltelli i figli del serbo Nenad O., mentre giocavano nel cortile di Mikro naselje a Mitrovica Nord, i bambini sono stati aggrediti mentre giocavano nel parco giochi. Una persona di nazionalità albanese ha estratto due coltelli e ha aggredito i bambini serbi, gridando minacce terrificanti. I bambini erano riusciti a scappare in un edificio vicino. Questo è il sedicesimo attacco contro i bambini serbi in Kosovo da novembre 2022.

Il 26 settembre intorno alle 22:30, le finestre della scuola elementare “Braća Aksić” di Lipljan, sono state prese a sassate, finestre rotte e danni materiali.

Nikola Elezovic, figlio di Ilija Elezovic, uno dei tre serbi arrestati pochi giorni fa, ha denunciato che la detenzione in cella, per la vita di suo padre, potrebbe essere fatale. Egli è malato di tumore e anche il medico albanese ha affermato nel rapporto, che tale paziente dovrebbe essere ricoverato in ospedale, ma il Tribunale e la Procura di Pristina lo hanno ignorato.

Lui sottolinea che dal momento dell’arresto fino ad oggi nessuno ha contattato la famiglia dell’arrestato.
“Né la polizia, né la procura, non conosciamo il suo stato di salute, l’unico contatto con lui è l’avvocato L. Pantovic, e le sue parole sono preoccupanti. Mio padre, era un rispettato cittadino di Kosovska Mitrovica, fuggito con la famiglia dal villaggio vicino a Vucitrn nel 1999 durante la guerra. Molto rispettato e apprezzato in città, come testimonia il numero di amici che chiamano e non riescono a credere a quello che sta succedendo.

Per noi è molto difficile, crediamo profondamente che l’accusa contro di lui di quei crimini di ventiquattro anni fa siano completamente falsi, egli ha sempre aiutato gli albanesi e tutte le persone che avevano bisogno di aiuto. Abbiamo contatti con molte persone, anche con albanesi che non credono a ciò, perché sanno che è un brav’uomo e vogliono aiutarlo”.
A Ranilug, nelle prime ore del mattino, sconosciuti hanno lanciato ordigni esplosivi contro tre case serbe. Non ci sono stati feriti, ma c’è paura tra le famiglie aggredite, così come tra la gente del posto.

Il vicesindaco di Ranilug, V. Aritonovic, ha detto che questo è il quinto ordigno esplosivo lanciato nel comune di Ranilug negli ultimi due mesi, aggiungendo che “i cittadini sono preoccupati e temono per la propria esistenza. Chiaramente, il motivo di questo attacco è l’intimidazione, perché non vedo nessun altro motivo per cui qualcuno dovrebbe lanciare un ordigno esplosivo contro la nostra gente pacifica. Questo è il quinto ordigno esplosivo che è stato lanciato negli ultimi due mesi a Ranilug e Glogovac”. Al momento di questi ignobili attacchi, intere famiglie erano nelle loro case, compresi i bambini.

Un ordigno esplosivo è stato lanciato anche contro la casa del direttore del Centro per i servizi sociali di Ranilug, Zoran Ristic, ma non è esploso. Una “brutale intimidazione nei confronti dei rappresentanti della Lista serba, che arriva solo pochi giorni dopo le minacce di Albin Kurti secondo cui i serbi e la Lista serba ‘soffriranno e pagheranno’. Kurti, ha cominciato ad attuare il suo piano prima arrestando tre serbi e ora sono state lanciate bombe contro case serbe”.

Nuovi arresti di serbi a Mitrovica Nord e Zvecan, il 20 settembre

A Mitrovica Nord è stato arrestato IE nelle prime ore del mattino, e a Zvecan è stato arrestato anche l’ex membro della polizia del Kosovo, DM. Secondo testimoni oculari, IE è stato fermato e portato via vicino alla Scuola Tecnica da membri delle forze speciali di polizia ed è stato messo in un veicolo che si è diretto verso Mitrovica sud. Il suo arresto è stato confermato dalla sua famiglia, che fino a questo momento non sa dove si trovi.

Nello stesso giorno è stato arrestato anche DM, ex membro della polizia del Kosovo. Secondo quanto riferito, è stato arrestato dalle forze speciali del Kosovo vicino a una fermata dell’autobus a Zvecan.

Arrestato un altro serbo a Priluzje

Un altro serbo, ZK, è stato arrestato il 20 settembre a Priluzje e poi portato a Pristina. È stato arrestato a casa sua dalla polizia del Kosovo. Il motivo dell’arresto di ZK è ancora sconosciuto.

Messaggi di odio con la scritta UCK, sono stati tracciati sulla scuola elementare “San Sava” di Klokot, il 15 settembre, frequentata da più di 70 bambini. “Un’altra preoccupante conferma che l’odio verso tutto ciò che è serbo, compresi i bambini, è la base ideologica della politica di Kurti e che è visibile ovunque in Kosovo, il pericolo di una destabilizzazione incontrollata e di un’escalation di violenza”, ha denunciato l’Ufficio serbo per il Kosovo Metohija.

Madre di due giovani picchiati e arrestati a Gracanica: “sono molto angosciata, gli hanno rotto la clavicola e le costole, oltre al viso”

Andrijana Micic di Gracanica, la madre dei due giovani che sono stati picchiati e arrestati dalla polizia del Kosovo, ha denunciato che dopo l’arresto non gli permettono di vedere i figli. L’episodio in cui sono stati picchiati i giovani serbi Andrija Micic di 24 anni e Mihajlo di 19 anni, è avvenuto nel centro di Gracanica, dopo essere stati fermati per un’infrazione al codice della strada, la polizia kosovara li ha brutalmente pestati.

“I due ragazzi non hanno fatto nulla di grave o del male a nessuno, Mihajlo è stato picchiato mentre era ammanettato, non poteva colpire nessuno”, ha detto la madre. Tre testimoni hanno dichiarato che Mihajlo è stato picchiato senza motivo, le loro dichiarazioni coincidono.

L’8 settembre 2023 arrestato un serbo a Leposavic, ex membro della polizia del Kosovo

Un serbo di Leposavic, GS, ex membro della polizia del Kosovo, è stato arrestato davanti a sua madre. Secondo testimoni oculari, era seduto nella taverna non lontano dalla stazione ferroviaria, dove si era fermato a prendere un caffè, quando è arrivata un’auto della polizia che lo ha preso e portato via. Al momento non si hanno informazioni riguardo a dove è detenuto.

La comunità Rom del Kosovo denuncia la brutalità e la violenza della polizia kosovara nella regione

Dopo il pestaggio brutale di un giovane rom mentre era in custodia a Gracanica, decine di persone della comunità rom del Kosovo hanno protestato a fine agosto, nel comune di Gracanica, a maggioranza serba, accusando la polizia di aver picchiato violentemente un giovane rom che era stato preso in custodia il 19 agosto.

Una ONG locale per i diritti dei rom, Opre Roma, ha postato le foto delle ferite subite da Burhan Ibrahimovic per mano della polizia di Gracanica dopo essere stato denunciato per un incidente stradale in città.

Rivolgendosi alla folla davanti alla stazione di polizia di Gracanica, Berisha di Opre Roma ha affermato che la comunità rom in Kosovo “è continuamente esposta alla violenza, alla discriminazione e all’emarginazione. Non siamo qui per incitare all’odio o alla divisione. Ma diciamo a coloro che esercitano violenza contro la nostra comunità, che tali azioni non saranno tollerate e non saranno più accettate con il nostro silenzio, in tutto il Kosovo”.

Va sottolineato che i Rom sono scappati e solitamente vivono nelle aree dove vivono i serbi e insieme a loro in tutti questi anni hanno subito vessazioni e persecuzioni.

Fonte

29/06/2023

Che succede in Kosovo? Intervista a Zivadin Jovanovic

Intervista esclusiva di Enrico Vigna a Zivadin Jovanovic, presidente del Forum Belgrado per un Mondo di Eguali, ex Ministro esteri RFJ ed ex ambasciatore della Repubblica Federale Jugoslava

D: La situazione in Kosovo Metohija è considerata forse la più difficile dall’aggressione Nato del 1999. Qual è la sua opinione/valutazione su quali passi concreti e realistici si potrebbero fare per trovare una “giusta” via d’uscita?

R: È passato un mese dall’escalation della situazione in Kosovo e Metohija. È stata innescata dal sequestro forzato delle cariche di sindaco municipale in quattro Comuni a maggioranza serba, da parte di nuovi sindaci, di origine albanese, recentemente eletti alle elezioni comunali locali.

Le elezioni si sono svolte sulla scia dell’abbandono generale dei serbi dalle istituzioni, comprese quelle municipali, sotto le istituzioni gestite da albanesi a Pristina, che affermavano di appartenere al cosiddetto Kosovo. Questo è stato un gesto politico collettivo del popolo serbo, perché Pristina ha negato loro di vivere una vita normale.

In secondo luogo, a quelle elezioni ha partecipato circa meno del 5% dell’elettorato, quasi esclusivamente di etnia albanese.

I serbi hanno boicottato queste elezioni, protestando, tra molte altre questioni, per la militarizzazione dell’area, la confisca dei loro terreni privati e municipali per la costruzione di basi speciali delle forze albanesi, per l’insicurezza legale e fisica, per gli attacchi quotidiani e l’incarcerazione arbitraria di serbi, il mancato rispetto degli accordi del 2013 e degli Accordi di Bruxelles del 2015 sull’istituzione della Comunità dei comuni serbi.

Quindi, i sindaci albanesi neoeletti sono stati effettivamente imposti ai serbi che popolano esclusivamente o prevalentemente quei comuni. Per evitare il peggio, le cause di questa situazione devono essere rimosse.

Nel concreto, è necessario liberare tutti i serbi ingiustamente imprigionati, ritirare le forze speciali e chiudere le loro basi nei distretti popolati dai serbi a nord del Kosovo, ritirare i sindaci albanesi illegittimi e istituire la Comunità dei comuni serbi come concordato e firmato a Bruxelles nel 2015.

La causa principale della crisi prolungata, tuttavia, è che i leader albanesi a Pristina non hanno interesse ad altro, se non al riconoscimento della cosiddetta “Repubblica del Kosovo” da parte della Serbia.

Mentre la Provincia è ancora sotto mandato delle Nazioni Unite, la leadership albanese, sostenuta dai suoi promotori occidentali, ignora semplicemente la risoluzione 1244 (1999) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e qualsiasi accordo precedentemente firmato, continuando a provocare i serbi, violando i loro diritti umani fondamentali come la sicurezza personale, la libertà di movimento, la proprietà privata.

Circa 130.000 serbi nella provincia sono trattati come ostaggi nei ghetti, mentre altri 250.000 espulsi dalla provincia più di 20 anni fa, non hanno ancora il permesso di tornare alle loro case e proprietà. Sfortunatamente, i paesi occidentali, in primis Stati Uniti, Regno Unito e Germania, continuano a ignorare una realtà così inquietante.

Apparentemente, non sono pronti a intraprendere passi concreti per far sì che la leadership albanese si conformi alla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, agli accordi di Bruxelles e al rispetto dei diritti umani fondamentali nei confronti dei serbi.

La loro politica dei doppi standard sembra ora punire la Serbia e i serbi per procura, per non aver riconosciuto la secessione illegale unilaterale del Kosovo e Metohija, per essere rimasti militarmente neutrali e per non aver adottato sanzioni contro la Russia.

D: Da più parti sia nel Kosovo Mettohija che fuori, si parla di una possibile guerra. Qual è il suo punto di vista?

R: Tutto quello che posso dire ora è che la Serbia e i serbi sono decisamente impegnati per la pace, una soluzione pacifica basata sui principi universali del diritto internazionale e sulla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Nessuno dovrebbe aspettarsi che la Serbia riconosca la rapina della sua sovranità e integrità territoriale. È estremamente pericoloso che quegli stessi Paesi che hanno condotto l’aggressione nel 1999 e imposto il riconoscimento della secessione criminale nel 2008, stiano ora cercando di costringere la Serbia a legalizzare tutto ciò, convertendo così retroattivamente le loro azioni in azioni presumibilmente morali, orientate alla pace e libere dall’espansionismo e dall’egemonismo.

Pertanto, le provocazioni di Pristina, chiunque possa esserci dietro, devono cessare, i diritti umani dei serbi devono essere rispettati, gli accordi di Bruxelles firmati, devono essere attuati nella loro formulazione originale e il dialogo sulla normalizzazione deve essere ripreso.

D: In Serbia continuano le manifestazioni di alcune forze politiche contro il governo. Sono tentativi di una “rivoluzione colorata”?

R: Manifestazioni settimanali sono iniziate alcuni giorni dopo i tragici eventi dello scorso maggio in una scuola di Belgrado e nella città di Mladenovac, all’insegna del moto “Stop alla violenza”.

Dopo Belgrado, ora circa 10 altre città tengono manifestazioni pacifiche simultanee chiedendo le dimissioni del ministro dell’Interno e del direttore dell’Agenzia per la sicurezza (BIA), la sostituzione dei membri del consiglio dell’Autorità di regolamentazione per i media elettronici, la sostituzione della direzione della TV pubblica RTS e altro.

Non c’è dubbio che le forze politiche di opposizione dietro le manifestazioni mirano a cambiare l’intero governo. Insistono nell’installare un governo ad interim, prima, e poi tenere le elezioni.

Il governo sembra pronto a indire elezioni anticipate ma rifiuta l’idea di un governo ad interim. Tutto questo coincide con le crescenti pressioni delle maggiori potenze occidentali sul leader serbo, rivolte a far riconoscere la secessione illegale unilaterale della provincia del Kosovo e Metohija, ad abbandonare la politica di neutralità militare e ad introdurre sanzioni alla Russia.

Mentre continuano le manifestazioni antigovernative, gli ambasciatori di alcune potenze occidentali a Belgrado continuano a dichiarare pubblicamente che i serbi sanno che la Serbia appartiene completamente all’Occidente.

È sconcertante che nessuno dell’attuale governo abbia ricordato loro che l’85% della popolazione serba è contro la NATO, che circa la stessa percentuale è addirittura contraria all’adesione all’UE se condizionata dal riconoscimento della secessione del Kosovo e Metohija.

Oppure, per chiedere a tali ambasciatori se credono davvero che i serbi abbiano dimenticato chi aveva imposto loro negli anni ’90, le sanzioni più severe mai subite, chi aveva lanciato un’aggressione criminale nel 1999 che ha causato circa 4.000 vittime, ferito circa 10.000 persone, gettato 15 tonnellate di uranio impoverito, e così via?

D: Ricevo quotidianamente dalla Provincia del Kosovo e Metohija molte critiche, dubbi, perplessità e anche attacchi sull’operato del presidente serbo A. Vucic. Cosa ne pensa?

R: Sono d’accordo che ci sono ragioni per criticare la politica dell’attuale governo. Ad esempio, penso che sia necessario che la leadership serba sia esplicita nel chiedere la piena attuazione e il rispetto della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che obbliga tutti i membri delle Nazioni Unite, compresi i membri dell’UE e della NATO, a rispettare l’integrità territoriale della Serbia. Il governo dovrebbe essere molto più attivo nelle sedi internazionali al fine di garantire una reale sicurezza e libertà per i serbi in Kosovo e Metohija.

Parallelamente, c’è la necessità di un’iniziativa persistente per garantire il diritto al ritorno libero e sicuro di circa 250.000 serbi e altri non albanesi alle loro case e alle loro terre nella Provincia.

Chi ha bisogno ora delle esercitazioni militari della Serbia con la NATO, nonostante la moratoria ufficiale? Da notare, però, che solo un anno fa Aleksandar Vucic è stato eletto Presidente della Repubblica al primo turno, per la seconda volta consecutiva.

Anche il suo partito (SNS) ha vinto agevolmente tutte le elezioni dal 2012 ad oggi. Dovremmo essere consapevoli e imparare lezioni dalle esperienze storiche.

Mentre tentiamo di risolvere problemi socioeconomici reali, migliorare gli standard di vita e democratizzare il governo, non dobbiamo ripetere gli errori di trascurare le posizioni dubbie di alcune forze di opposizione sul futuro status del Kosovo e Metohija, l’adesione alla NATO o le sanzioni contro la Russia.

Credo che la Serbia debba continuare a bilanciare le sue relazioni politiche, economiche e culturali con tutti i paesi e perseguire le integrazioni che la accettano come un partner alla pari, difendendo costantemente il proprio interesse legittimo basato sui principi universali e sul diritto internazionale, e rimanere neutrale.

Fonte

15/06/2023

Kosovo: cappio al collo per la Serbia?

Come avevo scritto mesi fa negli ultimi due articoli sulla situazione, il nodo Kosovo sta avanzando a tappe forzate verso l’ultima stazione, come da progetto USA/NATO, con le pressioni, provocazioni, minacce al governo serbo, intensificatesi negli ultimi mesi con il diktat: o con la Russia o con l’Occidente.

Ora, con il fronte ucraino aperto, quanto sta accadendo non è casuale, è un messaggio chiaro, possente, se la Serbia non sceglie “la parte giusta”, andrà verso la sua destabilizzazione e il conflitto.

In questi ultimi dieci giorni sono stato quotidianamente in contatto con i nostri referenti sul posto e con gli esponenti politici, sociali, militari, sindacali, religiosi e i rappresentanti delle enclavi, con cui sono in relazione da sempre.

Premetto questo per spiegare che questo articolo non è frutto di mie personali convinzioni, ma è una sintesi, sicuramente carente e limitata, di telefonate, scambi di mail, domande, analisi tratteggiate, supposizioni, ma che sono le valutazioni della parte dirigente della società serba, anche con differenze politiche tra loro, che ho cercato di riportare, ma che hanno un valore indubbiamente profondo e concreto, perché arrivano “dal campo”.

La situazione è sotto gli occhi di tutti, quindi è inutile sprecare righe, anche perché nelle piazze è in continua evoluzione, ritengo e mi chiedono di sottolineare e far circolare ovunque possibile, la concezione che un concreto impegno di PACE deve basarsi su alcuni semplici ma fondamentali punti per un negoziato reale e paritario, soprattutto non contestabile da alcuna persona onesta intellettualmente ed eticamente.

Con i ferventi fondamentalisti dell’atlantismo e del mondo unipolare egemonizzato dall’occidente, ritengo sia inutile discutere. Questi semplicemente difendono i privilegi occidentali e le ingiustizie perpetrate dai tempi del colonialismo ad oggi.

Per fermare scenari di guerra, come sempre i passaggi sarebbero semplici... se si cercano soluzioni di pace, ma il mondo unipolare dominato dalla potenza USA ha bisogno di guerre, e anche in Kosovo questo emerge chiaramente, se si vuole vedere o lo si cerca di comprendere.

Questa situazione è il frutto, da un lato del fallimento completo di 24 anni di gestione NATO e USA, della situazione da loro creata e gestita, a partire dalla distruzione pianificata della Jugoslavia, poi dell’aggressione alla Repubblica Federale Jugoslava e poi della gestazione di questa creatura statuale illegittima, qual è “Kosova stato”, riconosciuta solo dai paesi succubi o complici di USA e NATO (neanche tutti, come Spagna, Romania, Slovacchia, Grecia e Cipro).

La causa della situazione attuale parte dalla criminale e arrogante aggressione del 1999 (per non dire del 1991) della RFJ, che troppi “casualmente” non ricordano o non menzionano.

È stato frantumato un paese, che pur tra mille contraddizioni, limiti, errori rappresentava comunque una esperienza di convivenza politica, culturale e storica tra le più avanzate del mondo.

La provincia autonoma del Kosovo Metohija, era abitata da 14 minoranze con pari diritti, con decine di giornali e riviste nelle lingue nazionali, programmi televisivi specifici, giurisprudenza adattata alle minoranze, decine di partiti politici, tutte le fedi religiose rispettate e agevolate, centri culturali e associazioni etniche finanziate dallo stato, diritti sindacali e repressione di qualsiasi manifestazione di razzismo, odio etnico o religioso, ecc. ecc.

Proprio in questi giorni è uscito un mio libro (“Kosovo 1999. Albanesi e milizie kosovare albanesi di autodifesa” – Ed. La Città del Sole) con la documentazione mediante atti ufficiali e inoppugnabili, di cosa era il Kosovo fino al ’99 e come lo hanno distrutto e reso quello che è oggi.

La situazione sul campo secondo i nostri referenti lì, è di altissima tensione, non solo per gli scontri, i feriti e gli arresti, ma per un contesto generale in cui sanno di essere parte, che può evolvere in diversi scenari, ma dove i prezzi da pagare saranno sicuramente alti e feriranno comunque la loro identità serba, comunque vada.

E proprio in questi giorni il reggente della NATO a Pristina A. Kurti, ha dichiarato di avere una lista di almeno mille serbi che devono essere arrestati. E intanto nelle enclavi del Metohija, sono ricomparse le scritte UCK sui muri e sulle case dei serbi, vengono bruciate macchine, distrutti i murales serbi, strappati gli ultimi simboli serbi rimasti.

Il 29 maggio, il ministro della Difesa serbo M. Vucevic ha dichiarato che l’esercito del paese ha completato la predisposizione al combattimento ed è pronto a svolgere qualsiasi compito assegnato dal presidente, aggiungendo che la situazione ha raggiunto il culmine della tensione e che potrebbe trasformarsi in un conflitto armato.

Secondo il presidente serbo Vucic “…Albin Kurti, sta cercando di diventare il “Vladimir Zelensky” locale, ostentando un comportamento irresponsabile, non evitando dichiarazioni provocatorie. Cosa che i serbi sicuramente non tollereranno e che può sicuramente provocare scontri di massa…”.

Tutti collegano questa impennata provocatoria e violenta delle autorità di Pristina, alla situazione ucraina, all’obbiettivo di piegare il governo serbo all’adesione alle sanzioni e quindi al distacco dalla storicamente e spiritualmente fraterna Russia.

Che, va ricordato è ferma sull’impedire il riconoscimento del Kosovo e la sua indipendenza negli ambiti internazionali, quindi un ostacolo imprescindibile all’amputazione e sconfitta totale della Serbia, indicando nella Russia il mandante e beneficiario delle tensioni. Ma nei fatti è proprio così?

Possibili scenari

Comunque la si pensi o si anelerebbe, al di là che il popolo serbo sta vivendo da 24 anni una efferata ingiustizia e ha subito una montagna di falsità e menzogne, se si vuole affrontare realisticamente e fattualmente questa conflittualità irrisolta e pianificata dall’egemonismo occidentale targato USA/NATO, PER ORA, in questa fase, l’unica via per la Serbia è quella di mantenere aperto ed attivo il fronte negoziale e diplomatico con l’ONU e la UE, restando ferma a livello internazionale sulla Risoluzione 1244 dell’ONU, pur essendo ormai solo carta.

Puntando sulle contraddizioni e frizioni dentro essi, pur coscienti del ruolo di questi. In Serbia la stragrande maggioranza della popolazione (i sondaggi dicono di un 75/80%), sa che sarebbe giusto e legittimo riprendersi la provincia con qualsiasi mezzo e ridargli uno status di legalità interni al Diritto internazionale ed alla Costituzione serba, con il ripristino dei diritti civili, sociali, politici e religiosi, ma la realtà sul campo e intorno al paese, ne indica l’impossibilità.

Nell’ultimo anno, la Serbia è sottoposta a pressioni e ricatti senza precedenti da parte di USA/NATO/UE, che chiedono di non opporsi all’adesione del Kosovo alle organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, per stabilire relazioni di buon vicinato basate sull’uguaglianza, il rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, per il riconoscimento reciproco dello stato e simboli nazionali, stabilendo relazioni quasi diplomatiche.

Con il pretesto della “normalizzazione delle relazioni” l’Occidente, guidato dagli USA, cerca infatti di obbligare la Serbia a riconoscere de facto il nuovo stato del Kosova prodotto dall’aggressione NATO del 1999.

Promesse di adesione all’UE, alla NATO, investimenti e donazioni vengono sfruttati per indurre la Serbia a riconoscere la secessione di una parte del proprio territorio statale, rinunciando così a tutti i diritti basati sul Diritto internazionale, sulla Carta delle Nazioni Unite, sulle garanzie del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nonché sulla propria Costituzione.

Tutte queste richieste sono contenute nel cosiddetto “Accordo sulla via della normalizzazione delle relazioni tra Kosovo e Serbia” presentato alla Serbia il 27 febbraio 2023 e confermato il 18 marzo 2023 a Ohrid, in Macedonia settentrionale, sotto forma di un ultimatum fluido.

È interessante notare che questo ultimatum, accompagnato dalle minacce di misure e restrizioni economiche, finanziarie e di altro tipo in caso di mancato rispetto, è stato poi confermato dal Consiglio europeo il 24 marzo 2023, data in cui esattamente 24 anni fa la NATO iniziò a bombardare il paese balcanico.

Per cosa? Per esempio, in questo modo il Kosovo potrà entrare nella NATO e persino unirsi alla formazione della Grande Albania; decretare la completa occupazione NATO dei Balcani, inglobando Serbia e Bosnia-Erzegovina, depotenziando la Repubblica Serba di BH.

Ecco che così sarebbe allontanata e spazzata via la presenza e l’influenza russa e cinese nei Balcani; in questo modo sarebbe anche aggirata la riserva dei cinque Stati membri dell’UE (quattro della NATO) che finora non hanno riconosciuto la secessione unilaterale del Kosovo, ristabilendo così anche l’unità all’interno dell’alleanza.

Il disegno di USA e NATO, comprende una rivoluzione colorata in Serbia con l’aiuto degli albanesi del Kosovo. In questi anni la NATO ha addestrato gli ex combattenti terroristi dell’UCK, trasformandoli in polizia, corpi speciali e di fatto in forze armate.

Stanno perseguendo una politica volta a preparare gli albanesi del Kosovo a una guerra per procura contro la Serbia. Come in Ucraina i neonazisti ucraini hanno la funzione di “carne da cannone” per i loro obiettivi e interessi geopolitici, qui stanno perseguendo una politica volta a preparare gli albanesi del Kosovo a una guerra e a organizzare una rivoluzione colorata in Serbia. Se ciò avvenisse i Balcani si trasformerebbero in un piazzaforte per lo scontro finale contro la Russia.

Ma una opzione di guerra e scontro frontale, pur possibile come opzione ultima se imposta militarmente dalla controparte USA, sarebbe per il paese balcanico, stremato e immiserito da oltre vent’anni di sanzioni ed embarghi, una prospettiva disastrosa e distruttiva.

Potrebbe contare su un sostegno concreto e materiale solo dalla Russia, come già dichiarato e scontato, ma la Serbia sarebbe isolata e sola materialmente, in uno scontro con le forze NATO e i terroristi dell’UCK, ormai un buon esercito addestrato e formato in questi anni sotto mentite spoglie o sofismi, circondata completamente da paesi con governi ostili e già parte della NATO, non potrebbe ricevere nemmeno un aereo o un solo contingente di aiuto militare. Il Kosovo non è il Donbass, che ha un confine alle spalle amico e militarmente determinante.

Il Ministro degli Esteri russo Lavrov, parlando in una conferenza stampa a Nairobi, ha definito il nuovo aggravamento del conflitto tra Serbia e Kosovo, come una situazione allarmante.

Secondo Lavrov, i paesi occidentali si stanno sforzando di “soggiogare chiunque esprima in qualche modo la propria opinione, è necessaria una soluzione geopolitica che assicuri che nessun blocco, inclusa la NATO, abbia il diritto di rivendicare il dominio in questa parte del globo. I serbi difendono i propri diritti nel nord della provincia autonoma del Kosovo”.

Un altro particolare che non si trova mai nelle analisi di studiosi di qui, è il dramma delle enclavi del Metohija dove vivono migliaia di serbi e rom, come mi ha detto un ex ufficiale della polizia serba in Kosovo, questi, in caso di guerra sarebbero come agnelli circondati da lupi, senza protezione e senza possibilità di ricevere aiuto, come ha detto anche in televisione sarebbero sgozzati. Questo non è un pensiero astratto è un dato di fatto.

Tenendo conto della situazione al momento, la strada più realistica per la Serbia è riaffermare una politica estera indipendente, neutrale ed equilibrata, preservando e rafforzando le relazioni con i tradizionali amici e alleati, rimanendo aperta a relazioni paritarie e alla cooperazione con tutti i paesi e gli organismi che sostengono la Serbia come partner paritario.

Per questo ritengo che decisivi e determinanti saranno il ruolo che assumeranno la Cina, la Turchia e l’Ungheria.

Perchè?

La Cina per tre motivi basilari, uno è la progettualità strategica che ha messo in piedi nel mondo e su cui punta, ed è quella relativa alla “Via della Seta”. Con la sua posizione geostrategica nei Balcani la Serbia è interna a questo progetto.

Il secondo motivo è la necessità della difesa dei sempre più rilevanti e onerosi investimenti economici fatti nel paese, con altri già in cantiere.

Il terzo motivo è la progettualità ormai dispiegata e in pieno sviluppo di un blocco di paesi, pur differenti tra loro, interni a una strategia di costruzione di un mondo multipolare, che si contrappone e contrapporrà sempre più frontalmente, ai trenta paesi (più pochi altri sottomessi) del blocco occidentale ed atlantista che cercano di difendere l’egemonismo, ormai in crisi evidente, degli USA.

L’ambasciatore cinese Chen ha affermato che la situazione in Kosovo è molto preoccupante: “La Cina sostiene e sosterrà gli sforzi della Serbia per preservare l’integrità territoriale e la sovranità e si oppone alle azioni unilaterali delle istituzioni temporanee a Pristina, alle quali chiede di adempiere ai propri obblighi…”. Dichiarazioni che indicano il sostegno aperto alla Serbia.

Poi c’è la Turchia, per il ruolo assunto da Erdogan negli ultimi tempi, di mediatore di conflitti a tutto campo, non certo per bontà o magnanimità politica, ma semplicemente perché sa che di USA e NATO non si può fidare, e i motivi si conoscono.

Proprio in questi giorni è arrivata in Kosovo come contingente della KFOR/NATO, la 65° Brigata di Fanteria meccanizzata formata da militari turchi e, inaspettatamente la popolazione serba kosovara e anche gli esponenti locali serbi, l’hanno accolta con favore, denunciando che il comportamento finora tenuto dei militari polacchi, statunitensi, inglesi, tedeschi e altri della KFOR, è sempre stato di ostilità, disprezzo e forme di razzismo verso i serbi. E di questo ne sono stato testimone oculare nei miei viaggi nelle enclavi.

Anche la presidenza serba di Belgrado ha sottolineato che la Turchia è un partner estremamente importante per la Serbia, non solo a livello bilaterale, ma anche sulla scena politica internazionale. Per le sue mire da “sultano” moderno e guida delle comunità musulmane sunnite, quale vorrebbe essere, per la Serbia, come si porrà (finora lì ha avuto una politica costruttiva), ha una enorme importanza.

Molti si dimenticano che la Serbia ha una bomba ad orologeria interna al paese, si tratta del Sangiaccato di Novi Pazar, una provincia a sud del paese, abitato da una stragrande maggioranza di musulmani, essendo stato fino alla fine dell’Impero ottomano nel 1913 sotto la Turchia, e dove la situazione è da decenni incandescente, con tensioni latenti ma anche visibili, già sfociate nei primi anni duemila anche in azioni di terrorismo e richieste di indipendenza. Qui, per Belgrado, come si porrà Erdogan sarà un altro fattore di equilibrio o ulteriore squilibrio e conflittualità.

Poi l’Ungheria, perché in questo ultimo anno Orban, che resta quello che è sempre stato, ma è una contraddizione interna costante per NATO, UE e USA, persegue un suo coeso percorso di difesa dell’indipendenza, della sovranità e degli interessi nazionali ungheresi in primis, e questo in un mondo unipolare non può andare bene agli interessi egemonici statunitensi. È un problema. Per la Serbia potrebbe essere al contrario una risorsa a favore.

C'è un nodo/problema titanico

Come sottolineato dall’ex Ministro degli esteri jugoslavo e diplomatico Z. Jovanovic:
“…La Serbia e il popolo serbo si trovano di fronte al tentativo UE/USA di una bufala storica. La soluzione non sta nell’accettare questa bufala adducendo come scusa il mantenimento della pace e delle prospettive di progresso e di una vita migliore.

Qualsiasi soluzione che sia intrinsecamente ingiusta e imposta sotto minaccia e frode e che serva al confronto globale, può essere tutt’altro che un fattore che contribuisce alla pace, allo sviluppo e a una vita migliore…

L’UE ha mostrato il suo vero volto già nel 2013, costringendo la Serbia a ritirare le istituzioni statali nel nord della provincia, polizia e magistratura comprese, con la promessa di formare la Comunità dei comuni serbi ( ZSO).

Sappiamo tutti cosa ne è seguito, e in particolare l’esito della promessa non mantenuta della NATO di non consentire il dispiegamento di armi a canna lunga da parte di nessuno a nord: non solo abbiamo visto armi a canna lunga, ma abbiamo visto anche campi militari, accaparramento di terra e militarizzazione nel nord!

Dieci anni dopo, UE/USA offrono di nuovo le promesse della CSM, questa volta incluse dentro un pacchetto, cioè la ‘Proposta-Accordo UE’ e che il CSM dovrebbe essere conforme alla Costituzione del cosiddetto Kosovo”.

Ma ci dicono per rassicuraci che ci saranno garanzie! Di chi?! Di quegli stessi che prima li hanno sottoscritti ma mai onorati?! Le promesse di investimenti e donazioni se la Serbia dovesse rinunciare ai suoi diritti statali su una parte del suo territorio statale, a scapito della sua dignità e identità, è un esempio di aggressività esercitata dalla rinnovata mentalità neocoloniale e neorazzista e dalla totale ipocrisia, che abbiamo creduto erroneamente fosse da tempo consegnata alla storia.

Il tempo in cui viviamo ha un significato storico. Richiede che la Serbia sia ispirata e rafforzata dalle sue più grandi imprese nelle svolte storiche più estenuanti, per tornare al rispetto di sé e ai principi generalmente approvati.

E per non negoziare le questioni che limitano la sua sovranità e integrità territoriale nello stesso pacchetto con i benefici concessi all’estero, soprattutto non per paura di perdere la misericordia di qualcuno. Qualunque sia il volume di tali benefici.

È giunto il momento di tenere maggiormente conto e in modo più responsabile, di tutto ciò che la Serbia e il popolo serbo ha vissuto e scampato nel corso della storia, e da chi provengono le promesse, tenendo presente che gli appetiti neocoloniali sono insaziabili.

Nelle nostre relazioni con l’UE e l’Occidente in generale dobbiamo radicare, una volta per tutte, il sentimento di ciò che la Serbia ha dato all’Europa sacrificando milioni di vite umane contro invasori e contro il nazifascismo, che nessuno ha ancora riconosciuto e per le quali nessuno ha ancora chiesto scusa... Non dobbiamo fare affidamento su promesse e garanzie offerte da coloro che ci hanno sempre tradito...”.
Il piano degli USA è rendere i Balcani una piattaforma strategica sicura nella guerra globale contro Russia e Cina. Per fare questo occorre un dominio totale della NATO e degli USA sul popolo serbo e sui Balcani. Questo è il nodo che continua a comprimere la Serbia e il suo popolo.

Se i loro piani avessero avuto qualche buona intenzione, si sarebbero sforzati di fare almeno riferimento alle garanzie del Consiglio di Sicurezza dell’ONU verso la Serbia, date dai loro predecessori il 10 giugno 1999. Se fossero stati corretti, se davvero volevano rispettare principi e diritto internazionale, se avessero perseguito una politica coerente come si aspettano che facciano gli altri, perché si tengono lontani dall’ONU e dalle decisioni prese dal Consiglio di Sicurezza?

Dopo vent’anni passati a ‘tendere la corda’ fino a spezzarla, i paesi occidentali hanno decretato che questo cappio è ‘l’unica alternativa’ possibile, perché non si spezzi, si legga... non ci sia un conflitto militare. Quindi, USA, UE, NATO e Pristina proclamano una normalizzazione attraverso la resa della Serbia.

Voglio ricordare che coloro che hanno visioni del mondo diverse e sostengono la sovranità e l’integrità territoriale della Serbia e non vogliono riconoscere questo costrutto illegale come stato, comprendono quasi i 2/3 del mondo, la cui rilevanza, proprio in queste settimane, nelle relazioni globali sta aumentando, anziché diminuire.

Tra questi c’è un numero non piccolo di paesi che, su richiesta della Serbia, hanno ritirato i loro precedenti riconoscimenti, senza temere pressioni e ricatti, così come minacce, da parte dell’Occidente, a non farlo.

Anche se la Serbia si arrendesse all’ultimatum, i serbi in Kosovo e Metohija rimarrebbero schiacciati, emarginati, le loro proprietà occupate illegalmente e non verrebbero mai più recuperate e i 250.000 serbi espulsi e gli altri non albanesi, rimarrebbero nell’impossibilità di tornare alle loro case, le proprietà sociali e statali rimarrebbero sottratte.

Non c’è un cittadino in Serbia, tranne chi ha il miraggio dell’Occidente come soluzione a tutti i problemi, magari anche ben retribuito... che può credere in garanzie o promesse dell’Occidente

Non è stata Angela Merkel che nei mesi scorsi, parlando della crisi ucraina, ha indicato di non fidarci delle loro rassicurazioni? Solo se una creduloneria senza limiti avesse invaso anche la società serba, si potrebbe illudersi di questo.

Al di là di giochi di parole, formalismi, presunti impegni, la sostanza è un evidente ultimatum, perché la sua essenza sta nella richiesta che la Serbia prima tacitamente, poi formalmente e legalmente, riconosca l’indipendenza del cosiddetto Kosovo e accetti la sua adesione alle Nazioni Unite e ad altre organizzazioni internazionali. Il resto è solo parte di una cosmesi diplomatica più o meno convincente e di tattiche formali per “salvare la faccia” della vittima.

Come ha detto Z. Jovanovic:
“…La storia ci indica che la pace, la stabilità e una vita migliore, non possono essere preservate cedendo a ultimatum a scapito della sovranità e dell’integrità territoriale.

Ricordiamo che l’accordo di Monaco del 1938 sulla separazione dei Sudeti dalla Cecoslovacchia, un ultimatum formulato alle spalle dell’URSS, fu anche pubblicizzato contemporaneamente dagli allora leader di Germania, Francia, Italia e Regno Unito come l’unica salvezza per la pace in Europa. È molto pericoloso e curioso, che i leader odierni di quegli stessi paesi, non siano consapevoli delle lezioni del passato…”.
Questo è il problema/nodo titanico che sta davanti alla dirigenza politica serba. Tutt’altro che semplice da sciogliere, per questo ritengo la ricerca di strade diplomatiche, sia PER ORA, l’unica via praticabile. A meno che l’intera società serba decida altro, ma dovrà esserci una coesione quasi granitica. Un enorme e drammatico CHE FARE per la Serbia e il suo popolo.

Le richieste dei serbi

A partire dal Rispetto coerente della Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza ONU:

- Ritiro delle forze speciali kosovare dai comuni serbi del nord Kosovo

- Annullamento delle elezioni fasulle e dei sindaci eletti da nessuno

- Sicurezza per i serbi in Kosovo e Metohija e Ricollocazione di polizia serba nelle aree serbe

- Creazione della Comunità dei Comuni serbi (ZSO), sotto la Costituzione della Serbia

- Liberazione di tutti gli arrestati nelle manifestazioni di protesta

Questa è l’unica prospettiva in grado di determinare processi di pace, sicurezza e cooperazione costruttiva durevoli. Qualsiasi altro status imposto con la forza, minaccia e/o estorsione, qualunque sia la forma che assumerà, non potrà essere accettata, né favorire la distensione, al contrario porterà a conflitti devastanti anche per l’Europa.

Fonte