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25/08/2024

La Serbia continua ad essere a rischio sfinimento

Al di là degli aspetti contingenti, è ormai delineata e praticata da anni una strategia di affossamento e di sottomissione della dirigenza nazionale serba, non asservita ad interessi stranieri o ai diktat occidentali. La domanda che molti esperti ed osservatori internazionali indipendenti si pongono è: la Serbia riuscirà a mantenere un proprio governo che risponda prima di tutto agli interessi nazionali o la pressione salirà a livelli non più controllabili?

Questa è in sintesi la situazione odierna nel paese balcanico.

Maidan serbo?

Il vice primo ministro della Repubblica di Serbia, A. Vulin ha pubblicamente denunciato che l’opposizione nel paese sta preparando uno scenario “Maidan” in Serbia.

“...abbiamo fondate informazioni che sono in preparazione disordini pianificati e il tentativo di sovvertimento del Presidente Vucic e delle istituzioni statali. Ma tutti sappiano che abbiamo uno Stato forte e solido, e il presidente Vučić non è Yanukovich, non ha alcuna intenzione di scappare e di cedere il potere a farabutti. Hanno avuto le elezioni che chiedevano e hanno fallito. Hanno provato e sperato di arrivare al potere e non ci sono riusciti, quindi ora dicono: ok, non possiamo farlo alle elezioni, dobbiamo farlo per le strade. Credono che in questo paese siano alcuni stranieri a decidere chi andrà al potere. Questo perché hanno una cultura da servitori, credono che qui non dipenda nulla dai cittadini serbi, ma da qualche ambasciatore che li chiamerà e dirà: d’ora in poi il primo ministro sarai tu. Mosca ci ha avvertito della preparazione di un colpo di stato. Non c’è motivo di avere paura, ma abbiamo motivo di essere cauti e molto seri. Nel nostro Paese esiste un numero significativo di gruppi organizzati, interconnessi, che si preparano a proteste quotidiane, si preparano a provocare incidenti, fare caos, lanciare allarmi, diffondere voci, creare trambusto e confusione e cercheranno di sfruttare ogni occasione per potenziali conflitti. Lo schema già collaudato è che se questo sarà bloccato, verrà attuato lo scenario del Maidan, si costruiranno tende e blocchi, con la parola d’ordine ‘resteremo finché le richieste non saranno soddisfatte’. Hanno già preparato delle squadre che rimarranno in servizio tutta la notte. Dal lavoro che ho svolto in precedenza come capo della BIA (Sevizi Sicurezza serbi), di ministro degli Interni e della Difesa, so molto bene cosa fanno i servizi stranieri occidentali in questo paese e so molto bene con chi lavorano, e so che ogni volta che la Serbia ha l’opportunità di progredire, abbiamo proteste nelle strade, abbiamo persone che si preparano a mostrarci cos’è una ‘rivoluzione colorata’, abbiamo persone che stanno cercando di cambiare il governo con la forza. Circa le minacce di morte al presidente Vucic, i nostri servizi scopriranno chi si nasconde dietro l’ordine con cui si indicava di impiccare il presidente , è solo questione di tempo...”.
Continui arresti in Kosovo di serbi, con accuse datate 25 anni fa. Una precisa strategia pianificata di terrore, per spingere all’esodo la restante popolazione serba nella provincia e spezzare la Resistenza civile contro la pulizia etnica.

Ai primi di agosto altri cinque serbi sono stati arrestati con irruzioni violente nelle loro case, nel distretto di Kosovo Pomoravlje, come le altre centinaia di serbi arrestati in questi anni, anch’essi hanno finora vissuto pacificamente nelle loro comunità, senza precedenti di attività illegali. È particolarmente grave che gli arresti vengono effettuati senza ordinanze legali circostanziate, sulla base di elenchi segreti, il che indica ulteriormente l’arbitrarietà e la natura politica e terroristica di queste azioni. Lo sconforto e la percezione dell’isolamento in queste terre, fanno parte della strategia di discriminazione sistemica, legata alla costruzione forzata delle comunità ghetto, enclavi, come unico modo in cui è possibile sopravvivere per i serbi.

Gli ultimi arresti sono avvenuti il 3 agosto: Dragan Cvetkovic, Dragan Nicic, Milos Sosic e Slobodan Jevtic di Pasjane e Nenad Stojanovic di Bosce. La polizia ha fatto irruzione nelle loro case la mattina presto, puntando armi automatiche contro i membri delle famiglie. Gli arresti che sono, come sempre, motivati su accuse di presunti crimini commessi 25 anni fa durante il conflitto in Kosovo, dimostrano la situazione dello “stato di diritto” della provincia kosovara, in quanto queste persone, nei trascorsi decenni hanno vissuto pacificamente nel loro villaggio con le loro famiglie, rispettati da tutti i vicini di casa.

Anche la Chiesa ortodossa serba ha espresso profonda preoccupazione per i continui arresti di civili serbi con accuse inammissibili. La COS ha espresso piena solidarietà alle famiglie degli arrestati, inviando un messaggio di sostegno e di perseveranza: “... Tali atti di repressione non dovrebbero intimidirci, ma rafforzare la nostra determinazione a continuare a vivere nei nostri antichi focolari con dignità e pace...”. La stessa Chiesa serba è continuamente attaccata e minacciata, per recidere le radici millenarie dell’identità storica e spirituale dei serbi in KosMet.

“Questa non è libertà, questa non è vita!”, ha detto Vasilije Šošić durante la protesta a Pasjan. Suo figlio Miloš è stato arrestato con l’accusa di crimini di guerra e lui, di fronte a diverse migliaia di serbi, ha ripercorso il dramma dell’arresto di suo figlio e ha testimoniato con esempi personali, i rapporti tra serbi e albanesi. “...Quando mi sono alzato la mattina per vedere, c’era il cortile pieno, tutti armati fino ai denti, come se avessimo calpestato il mondo intero, come se mio figlio avesse fatto chissà cosa”, ha detto Vasilije.

L’arrestato Miloš Šošić, era stato uno dei primi serbi aggregati nella polizia del Kosovo, vi ha trascorso 23 anni con premi e decorazioni. Quando le forze speciali armate sono entrate nel cortile di casa sua, suo padre ha pensato che fosse stato ucciso e quando ha visto che lo conducevano via legato e piegato, pensò che Miloš avesse ucciso qualcuno. Mentre lo portavano via ha detto a suo padre che era accusato di crimini di guerra.

Dragan Cvetković un altro degli arrestati è disabile, la famiglia non intende vendere la terra e andarsene, un figlio è insegnante e l’altro prete. Ed è stato quest’ultimo, padre Jovan, a raccontare: “…All’alba del 3 agosto, poliziotti di Pristina sono entrati nelle nostre case, nelle nostre vite, nei nostri diritti, nella nostra libertà senza spiegazioni e con il chiaro intento di spaventarci. Per dirci che non apparteniamo a questo posto, che non vogliono vederci qui. Ma devo ribadire questo: non siamo spaventati, ma siamo incoraggiati... Mi appello a tutti coloro che hanno sofferto e ai santi, conosciuti e sconosciuti, che hanno testimoniato la loro fede e hanno amato questo Paese, sono sicuro che gli abitanti di Pasjana sopravvivranno anche a questo tormento e a questa ingiustizia”.

Dragan Ničić è un insegnante in pensione. Ha lavorato nei villaggi dove sono stati commessi i presunti crimini. È uno di quelli che, 35 anni fa, furono accusati di avvelenare i bambini albanesi con i noti e ingegnosi avvelenamenti monoetnici. Accuse poi cancellate, ha continuato a vivere nella sua casa in questi decenni.

Slobodan Jevtić, è un rimpatriato non vedente, che intendeva vivere lì con la sua famiglia e nella sua terra, nonostante che le autorità gli avevano spiegato i rischi che attendono i rimpatriati e il ritorno dei serbi.

Tra i cinque c’è anche Nenad Stojanović del villaggio Bosce vicino a Kosovska Kamenica.

Quando il folto gruppo di poliziotti ha fatto irruzione nella casa e ha messo i bambini e la loro madre in una stanza, una ragazza ha detto: “Questi non sono poliziotti, questi sono ladri, i poliziotti hanno delle facce…Qui ha un volto solo chi soffre e aspetta la liberazione e la libertà...”.

Il 6 agosto nel villaggio di Novake vicino a Prizren, le case di tre famiglie di rimpatriati sono state bruciate e completamente distrutte. Erano delle famiglie di Dejan Petković, della famiglia di Dragomir Nikolić e della famiglia del defunto Stanislav Nikolić. Delle case sono rimasti solo i muri, i tetti sono stati completamente bruciati. I serbi che erano tornati dopo il conflitto erano 70, a causa delle violenze, delle minacce continue e dell’insicurezza quotidiana, ne erano rimasti quindici.

In luglio sono stati aggrediti e picchiati Mladen Djosic a Donja Brnjica vicino a Pristina. “... Un albanese ha aggredito Đošić senza alcun motivo e gli ha rotto il naso, quando suo padre Donja ha cercato di proteggere suo figlio, la polizia lo ha arrestato, invece di arrestare l’aggressore. Sebbene le telecamere di sorveglianza abbiano registrato tutto l’accaduto e l’aggressore del serbo sia stato subito riconosciuto, la polizia lo ha fermato solo dopo ore... I serbi di questo villaggio sono indignati e intimiditi...”, si legge in un comunicato stampa.

Il 12 agosto nel villaggio di Gornje Korminjane nel distretto di Pomoravlje, in Kosovo, due persone mascherate hanno fatto irruzione nella casa della famiglia serba di Nenad Jovanovic. Stando a quanto riportato dalla stampa, Jovanovic è stato aggredito e ferito. I due criminali hanno poi lasciato l’abitazione sparando alcuni colpi di arma da fuoco che non hanno provocato vittime, lasciando dei bossoli all’esterno dell’abitazione.

La brutale irruzione e occupazione con chiusura delle filiali delle Poste della Serbia in Kosovo è la prosecuzione del piano di pulizia etnica del nord del Kosovo Metohija e di tutto ciò che ha radici serbe. L’azione è stata condotta in nove località del nord del Kosovo con la motivazione che sarebbero illegali, non registrati e senza licenza... dopo 25 anni di normale funzionamento! Questa ennesima azione provocatoria, viola anche gli accordi sanciti a Bruxelles nel 2015 sotto gli auspici dell’Unione europea, e quindi compromette l’intero dialogo i cui effetti vengono annullati, minando così la sua già scarsa autorevolezza e reputazione.

L’abolizione dei servizi postali dopo l’abolizione del dinaro rappresenta il colpo più duro al funzionamento delle istituzioni serbe e all’erogazione dei servizi ai cittadini in queste zone.

Tutti i partiti politici dei serbi del Kosovo condannano la proposta di apertura del ponte principale sull’Ibar al traffico, ritenendo che questa azione contribuirà ad un ulteriore allontanamento della popolazione serbo kosovara. Negli anni precedenti proprio in questo luogo sono avvenuti omicidi, scontri anche armati e incidenti. La popolazione serba ha paura di una ulteriore pulizia etnica e di una invasione della parte albanese.

Anche i continui attacchi e provocazioni contro la SRPSKA (Rep. Serba di Bosnia), sono parte del disegno di piegare la Serbia e minare la fratellanza del popolo serbo nei Balcani.

Cosa c’entra il ministro della Difesa della Bosnia-Erzegovina, Zukan Helez, con Valery Zaluzhny, attuale ambasciatore dell’Ucraina a Londra, ci sarebbe da chiedersi. C’entra eccome ed è nodale. Helez dichiara che, per preservare la pace, sia necessario prepararsi sistematicamente alla guerra. Questo è quello che fa, e ancor di più ne parla, inviando messaggi minacciosi a un potenziale nemico la cui identità, in base alle opinioni politiche e ai messaggi del ministro, non è difficile da indovinare: i serbi di Bosnia. Helez, per convincere nel modo più chiaro possibile i cittadini della Bosnia ed Erzegovina che non corrono alcun pericolo, non si è limitato a sottolineare la stretta collaborazione con l’EUFOR e la NATO, ma ha anche parlato in modo criptico con “alcune forze di certi paesi”, che sono già disponibili e pronti ad agire, se necessario. Secondo quanto ha affermato, queste “forze di alcuni paesi” sono disponibili sulla base della sua attività di lobbying con quei paesi amici, su base bilaterale, e non sono subordinate all’EUFOR o alla NATO, ma ai propri comandi. Non ha voluto dire di più, ma già ha detto tanto. La parte serbo bosniaca ha chiesto se la Presidenza della Bosnia-Erzegovina ne sa qualcosa. Possono i cittadini della Bosnia-Erzegovina, soprattutto diverse centinaia di migliaia, essere calmi e pacifici, se vengono loro raccomandate “alcune forze di alcuni paesi” come fattore di protezione dalla posizione ufficiale dello stato bosniaco?

Non appena ha assunto l’incarico di ambasciatore ucraino in Gran Bretagna, l’ex comandante in capo delle forze armate ucraine, Valery Zaluzhny, l’“amico” di Helez, si era affrettato a dare ai padroni di casa, all’Occidente e al mondo intero, soluzioni istruttive e generalmente valide dalla sua esperienza in tempo di guerra, che pervengono alla conclusione che, per raggiungere la pace bisogna passare attraverso la guerra, per la quale tutti gli stati democratici dovrebbero prepararsi. Ma egli sottoilinea che la cosa più difficile è preparare la società, cioè i cittadini, alle inevitabili privazioni: “Forse la componente più difficile e importante è la preparazione della popolazione... Per il bene della propria sopravvivenza, la società deve accettare di rinunciare temporaneamente ad alcune libertà...”.

Anche, nel territorio dell’ex Jugoslavia, c’è un Zaluzhny locale, è il ministro della Difesa della Bosnia-Erzegovina Zukan Helez che, quanto a protagonismo mediatico eclissa il generale-diplomatico ucraino. Helez negli spettacoli televisivi indirizza sempre la conversazione sulla valutazione dell’esistenza di una reale minaccia alla pace in Bosnia ed Erzegovina, con riferimento alle intenzioni separatiste della Repubblica Srpska, con accenni a possibili divisioni, puntando le accuse su Milorad Dodik, il leader dei serbo bosniaci.

I cittadini della Bosnia-Erzegovina non devono preoccuparsi della sicurezza del loro paese poiché hanno un ministro della Difesa così influente e amico dello stratega ucraino Zaluzhny, definito “filo bosniaco”? Quando recentemente un plotone di cadetti serbi disarmati e anziani hanno sfilato per Prijedor in occasione della commemorazione della battaglia partigiana di Kozara, e si sono recati anche a Bratunac per deporre fiori alle vittime antifasciste di Podrinje, questa visita debitamente annunciata ha causato diverse reazioni isteriche nelle autorità bosniache, come se l’occupazione del territorio della Bosnia-Erzegovina fosse quasi in atto.

Secondo quanto ha affermato lo Zaluzhny bosniaco, quelle “certe forze di alcuni paesi” sono arrivate sulla base della sua attività di lobbying con quei paesi amici, su base bilaterale. Chi sono e quante sono? A cosa servono?

Quando si tratta della vicina Serbia, ad esempio, non ha permesso che gli elicotteri serbi del MUP contribuissero a spegnere gli incendi in Erzegovina, perché riteneva che ciò fosse “una mancanza di rispetto” per lo Stato della BiH e delle sue forze armate. Mentre, d’altro canto, informa tranquillamente l’opinione pubblica bosniaca che misteriose e operativamente capaci “forze di alcuni paesi amici” sono già di stanza sul territorio della stessa BiH...

Anche queste campagne allarmistiche e minacciose fanno parte di un progetto di indebolimento e isolamento della Serbia e del popolo serbo, ventilando scenari di guerra o invasioni esterne, additando i leader serbi attuali, votati dalla propria gente, come un pericolo per il mondo “libero e democratico”.

In questi scenari di fatti ed eventi non certo latori di orizzonti pacifici e conciliatori, in queste settimane è esplosa anche la questione LITIO ed il progetto di sfruttamento nella regione serba di Jardar. Una situazione complessa, delicata e che potrebbe essere disarticolante, ma certamente è duramente controversa all’interno degli scenari sociali e politici serbi. Ma di questo tratterò in un prossimo lavoro.

Per chi osserva e conosce dall’interno il paese balcanico, il suo popolo e la sua società, sono ormai delineate chiaramente le direttrici concrete su cui si realizza il progetto destabilizzatore occidentale. QUESTA è la situazione e le problematiche che assediano il governo ed il popolo serbo, e non sono di poco conto per un paese e uno stato. Anche perché hanno come obiettivo finale strategico, sferrare il colpo fatale e portare alla soluzione finale la questione Serbia “indipendente e sovrana”.

Fonte

31/10/2022

Balcani a rischio esplosione

Sotto le pressioni delle ambasciate occidentali e dell’opposizione locale europeista, c’è stata la decisione di ricontare i voti delle elezioni presidenziali nella Republika Srpska del 2 ottobre, presa dalla Commissione elettorale centrale (CEC) della Bosnia ed Erzegovina, nonostante ancora non siano stati dati ufficialmente i risultati finali della votazione, che hanno visto la vittoria con uno scarto di oltre 30.000 voti del presidente uscente Milorad Dodik contro l’esponente filooccidentale Jelena Trivic.

Questa decisione, presa assolutamente in contrasto con la legislazione della BiH, è stata interpretata dalla forze vincitrici le elezioni, come lo scenario per la preparazione di una nuova Rivoluzione colorata, un colpo di stato oggettivo, contro l’autonomia serba all’interno della Bosnia-Erzegovina. Dietro questo scenario ci sono l’Occidente e le autorità di Sarajevo, è stato denunciato dai massimi esponenti dell’Unione dei Socialdemocratici Indipendenti di Dodik.

I due candidati di opposizione il Partito del Progresso Democratico di Jelena Trivic ha ricevuto meno del 10% dei voti alle elezioni parlamentari, mentre il Partito Democratico Serbo ha ricevuto circa il 15% dei voti. L’Unione dei socialdemocratici indipendenti di Dodik e Zelika Cviyanovich ha ricevuto circa il 63% dei voti, molto di più di quanto l’intera opposizione filo-occidentale abbia ricevuto insieme alle elezioni parlamentari. In questo scenario come può essere credibile una vittoria dell’opposizione?

L’ambasciatore della Bosnia ed Erzegovina in Croazia, A. Vranješ, ha affermato che “...l’intero processo post-elettorale è un tentativo di colpo di stato guidato da alcune ambasciate occidentali, da una parte dei media e dei social network e dall’opposizione, che ha perso le elezioni per l’ennesima volta... I rappresentanti dell’opposizione già nella notte delle elezioni hanno iniziato a prepararlo, anche se sapevano di avere perso, cercando di creare una atmosfera tesa e confusa, per annullare le decisioni popolari, portare il caos nelle strade e tentare di destabilizzare la Republika Srpska...”.

Queste accuse sono legate al fatto giuridico che la Commissione elettorale centrale della BiH non è un organo tecnico neutrale che sovrintende allo svolgimento del processo elettorale, di fatto è un organismo politico, come si è visto più volte in passato, imputato di assecondare gli obiettivi dell’establishment politico musulmano di Sarajevo e la cosiddetta Comunità internazionale. Esso è formata da tre rappresentanti dei popoli che formano lo stato bosniaco: un serbo, un croato e un bosniaco, oltre a rappresentanti di stati stranieri.

Il cuore del problema sta nel fatto che la Repubblica Srpska ha raggiunto oggi una solidità politica ed economica, anche in una prospettiva internazionale. Per questo le forze e i politici legati agli scenari occidentali e atlantisti, stanno mettendo sotto pressione le autorità serbe ed in particolare il suo presidente M. Dodik, visto come un politico non asservito agli interessi stranieri e non disponibile alla creazione di una sorta di BiH centralizzata a Sarajevo, con egemonia dei politici musulmani completamente dipendenti dai paesi occidentali, come continuamente suggerito e indicato da rappresentanti della cosiddetta Comunità internazionale, come, ad esempio, il rappresentante speciale degli Stati Uniti Gabriel Escobar.

Tutte queste azioni sono intraprese per indebolire in anticipo la posizione di Dodik, un politico indipendente che ha ottimi rapporti con la Russia, in un momento in cui lui e la Republika Srpska dovranno affrontare una serie di nuove sfide. Non sorprende che Dodik si sia affrettato a recarsi a Budapest in questi giorni, per ricevere le congratulazioni e il sostegno del leader di uno dei paesi della UE, il primo ministro ungherese Viktor Orban. E anche Mosca ha mandato le congratulazioni al presidente serbo. Di fatto non si vuole accettare che vi sia una politica indipendente nelle retrovie del fronte antirusso della NATO.

Il popolo serbo, per l’Occidente è un tangibile ostacolo che deve essere superato, prima di un delineato attacco alla Russia e quindi i politici serbi indipendenti sono sotto pressione, così come negli anni passati, la RFJ e la Serbia sono stati sottoposti all’aggressione diretta con i bombardamenti NATO del 1999. Pertanto, non sorprende che i serbi nella Republika Srpska abbiano votato per Dodik, che è a favore della difesa dell’identità e indipendenza serba, del mantenimento di buone relazioni con la Russia e con i paesi non facenti parte del blocco egemonico unipolare guidato dagli USA. Ai tempi odierni questa è una colpa gravissima.

Elena Trivic vorrebbe diventare la novella Tikhanovskaya della Republika Srpska. Probabilmente il “Piano A“ consisteva nel dichiarare la vittoria dell’opposizione la notte dopo le elezioni, con un gran numero di manifestanti scesi in piazza.

Ma questo piano è fallito per due ragioni: in primo luogo, il divario tra Dodik e la Trivic era troppo ampio e, in secondo luogo, poche persone sono scese in strada, in quanto non gode di molto sostegno tra la popolazione. Pertanto, il giorno successivo, una delegazione del partito di Elena Trivic si è recata all’ambasciata britannica. Questo è stato riferito dai media locali e l’ambasciata non ha smentito queste informazioni.

A quel punto è scattato il “Piano B”, che prevedeva il riconteggio dei voti. Ma questa è stata una decisione illegale, come spiegato sopra. Se l’opposizione insisterà sul fatto che Trivic è il vincitore, questo potrebbe causare una crisi prolungata nella Republika Srpska e una frattura nella società serbo bosniaca, e tutto ciò è lo schema delle varie Rivoluzioni colorate, che è l’usuale obiettivo dell’Occidente.

Ma questo potrebbe far accadere che l’opposizione non riconoscerà il risultato del riconteggio e chiederà nuove elezioni. Dodik ha già dichiarato che non lo accetterà. Questo sarebbe l’inizio del “Tempo dei problemi” nella Republika Srpska. L’alto rappresentante della Comunità internazionale in BiH, Christian Schmidt, non riconosciuto dalle Nazioni Unite e le autorità di Sarajevo userebbero questo per minare l’autonomia della Serbia dall’interno.

Il Vice Ministro degli Esteri russo A. Gruško ha confermato che la Serbia è sottoposta a pressioni senza precedenti: “Sappiamo molto bene la pressione senza precedenti a cui è sottoposta la Srpska ora. Questa pressione va oltre la portata delle relazioni diplomatiche tra gli stati, noi apprezziamo che la leadership serbo bosniaca stia lavorando in conformità con i suoi interessi nazionali.

La Russia farà di tutto affinché la cooperazione russo-serbo continui a essere un esempio di relazioni interstatali nel mondo moderno e in evoluzione... Un nuovo conflitto in Europa non è nell’interesse di nessuno. È evidente che la Bosnia Erzegovina si trova in una posizione piuttosto vulnerabile, e questo ci preoccupa, perché un altro conflitto nel cuore dell’Europa non è nell’interesse di nessuno, ma ovviamente ci sono circoli per i quali gli interessi di sicurezza non significano nulla, per essi la cosa più importante è continuare la lotta per l’egemonia mondiale e impedire ai paesi di fare scelte libere. L’Occidente vede la regione dei Balcani occidentali come un campo di lotta geopolitica con la Russia.”


In effetti la cooperazione tra RSrpska e Russia avanza in settori chiave come quelli del petrolio, del gas, dell’energia e dell’hi-tech.

L’analista politico e pubblicista N. Kecmanović, in passato membro della presidenza della BH, ha dichiarato che: “il compito storico di Dodik sarà di guidare la difesa della Srpska e del popolo serbo dall’ultimo assalto che l’Occidente sta preparando per distruggerla. Egli ha ottenuto una tripla vittoria e l’opposizione ha perso in tutte e tre le ultime consultazioni elettorali.”

Secondo l’esponente serbo bosniaco di Sarajevo, è un dato storico che, per vincere le elezioni nella RS ci devono essere, oltre al sostegno autonomo della maggioranza degli elettori, diversi fattori esterni che influenzano in modo significativo chi sceglierà il popolo. I primi tre fattori senza i quali non si può vincere sono l’appoggio della “madre patria”, cioè lo stato serbo, della Chiesa Ortodossa serba, come radice spirituale e poi della Russia, intesa come fratellanza identitaria storica e politica slava. In questi tempi a questo si sono aggiunti altri due fattori risultati decisivi: l’atteggiamento di ostracismo e arrogante della cosiddetta Comunità internazionale, intesa come l’Occidente e infine la scelta auto distruttrice e sottomessa agli interessi stranieri, della comunità musulmana e dei suoi politici di Sarajevo.

In sintesi così si può capire perché Dodik ha vinto per l’ennesima volta.

Il sostegno russo è stato pubblico e visibile: due incontri in tre mesi con Putin, oltre a numerose dichiarazioni di Lavrov e Kalabukhov sull’amicizia inscalfibile e storica tra Russia e Serbia. E Dodik alla Presidenza della Bosnia-Erzegovina ha sempre fermamente preso le distanze da tutte le dichiarazioni di Džaferović e Komšić (i presidenti musulmano e croato della BH), nonché del ministro Turkovic sulle sanzioni e sull’Operazione Speciale in Ucraina.

Non è mancato il supporto della Chiesa Ortodossa Serba: il patriarca Porfirije è andata spesso in Republika Srpska, parlando in diverse commemorazioni e celebrazioni con la presenza di Dodik.

E così dalla “Madre Patria“, la Serbia: i socialisti Dacic (presidente del parlamento serbo) e il ministro Vulin, oltre al radicale Seselj hanno esplicitamente sostenuto la rielezione della coalizione di Dodik , oltre ad alcuni media.

In merito agli altri due fattori che hanno permesso al leader serbo bosniaco di vincere le elezioni, l’ostracismo e l’arroganza del blocco dei paesi occidentali è stato più evidente che mai. Dopo le sanzioni personali statunitensi e della Gran Bretagna imposte a Dodik, queste sono state allargate anche alla sua vice, la candidata Željka Cvijanović, che così ha aumentato le simpatie e i voti dei serbo bosniaci verso di lei.

Le minacce dirette verso Dodik sono state così violente che, attraverso voci e “veline” mediatiche, il capo legale e legittimo (eletto) di uno stato riconosciuto a livello internazionale, è stato minacciato di arresto, rapimento e assassinio. Mentre le sanzioni della UE alla RS sono state bloccate dalla voce solitaria dell’Ungheria.

Tra gli analisti locali, già a maggio era evidente la probabile vittoria, dopo che a Banja Luka, un raduno di oltre 20.000 persone a sostegno di Dodik, organizzato dalla Organizzazione dei Veterani della RS, si era schierata contro i golpisti dell’EuroMaidan di Kiev e al fianco del Donbass. Questa organizzazione riunisce i veterani serbi che hanno combattuto nella guerra in Bosnia, ed è la più grande organizzazione non governativa della RS e della BH.

Per quanto riguarda il fattore sfavorevole portato dai politici musulmani di Sarajevo, essa ha sostenuto per tutta la campagna elettorale la tesi che per Dodik era “finita!”, appoggiando così l’opposizione ad esso, finendo sbugiardata e portando altri voti alla sua coalizione.

E così è stato: Željka Cvijanović è stata eletta membro serbo della presidenza della Bosnia-Erzegovina, mentre l’SNSD ha aumentato il numero di deputati nell’Assemblea della RS.

Gli elettori hanno capito che la coalizione dei partiti di opposizione, SDS, PDP e altri, hanno solo fatto una campagna elettorale contro Dodik, senza avere un candidato che potesse affrontarlo su un piano di parità ed esperienza politica.

Inoltre l’ostentata cooperazione con gli alti rappresentanti internazionali, in particolare con la figura non legittimata del tedesco Schmidt, con i funzionari dell’OHR (l’Ufficio di Alta Rappresentanza nella BH), ambasciatori occidentali, mediatori, giornalisti e agenti, si è dimostrata controproducente come le altre volte. Gli elettori lo percepiscono come un tradimento nazionale, non senza ragione. La percezione popolare è quella di come se stessero attaccando il loro paese dall’estero.

Il regista serbo bosniaco di Sarajevo Emir Kusturica ha dichiarato: “Dodik è un prodigio! Ha carisma, è intelligente, è capace. Dovreste prendere le cartoline di Banjaluka, Bijeljina, Trebinje... di 20 anni fa e vedere come è cambiato tutto con Dodik qui in Srpska, che è sopravvissuta nonostante tutto. Forse gli stessi elettori non sanno come spiegare il segreto del perché lo votano sempre. Ma eccolo di nuovo qui! E offre un governo di coalizione con i migliori quadri dei ranghi dei vari partiti patriottici... anche di esponenti di opposizione.

Sarebbe illogico che l’elettorato che segue quotidianamente il partito di Dodik, che ne è il leader, e della Cvijanović, che lo sostiene in tutto, non votasse per lui. Ma come si fa a dire che ha perso?! Come leader del SNSD, con l’aumento del numero di deputati nell’Assemblea della RS, questa volta è primo ministro, e la Cvijanović sarà membro serbo della Presidenza della Bosnia-Erzegovina e vicepresidente del partito.

Il PDP e i suoi dirigenti non riconosceranno mai il risultato delle elezioni, anche quando saranno annunciate ufficialmente dalla Commissione elettorale centrale, semplicemente perché con quel riconoscimento ammetterebbero allo stesso tempo, di aver ingannato il popolo della Republika Srpska e dovrebbero ammettere chi li ha creati e finanziati”
, ha proseguito Kusturica.

Il 28 giugno 2022 nella cittadina di Andricgrad costruita dal regista serbo, Kusturica con la presenza di Dodik hanno inaugurato il monumento a Mesa Selimovic, insieme a Ivo Andric i due più grandi scrittori musulmani della letteratura jugoslava. In quella occasione Dodik ha dichiarato che “così da oggi Mesa Selimović ha avuto un posto fisso insieme agli altri grandi, perché è fondamentale essere legati ai nostri grandi e alla nostra storia.”

Personalità della Serbia, della Republika Srpska e del mondo affermano: non toccare la volontà elettorale del popolo della RS, non toccare la vittoria di Dodik!

Subito dopo le elezioni è stata lanciata una petizione con l’appello:

“NESSUNO DEVE CAMBIARE E ANNULLARE I RISULTATI DELLE ELEZIONI”

Il Testo della petizione:

Noi sottoscritti, guidati dal nostro amore per la Republika Srpska e tutti i suoi cittadini, con la nostra reputazione e parola, diamo sostegno pubblico al neoeletto Presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, vincitore delle elezioni del 2 ottobre 2022 .

“Allo stesso tempo, diamo un sostegno inequivocabile alla volontà democraticamente espressa del popolo serbo nella Republika Srpska, il cui diritto di scegliere liberamente i propri rappresentanti politici, che non deve essere contestato, alterato, cambiato o annullato da nessuno.

D’altra parte, condanniamo pubblicamente tutti i tentativi di violazione e le azioni illegali della Commissione elettorale centrale della Bosnia ed Erzegovina, nonché il sostegno a tali azioni da parte di alcuni attori internazionali in Bosnia ed Erzegovina, con l’obiettivo di contestare l’indiscutibile vittoria di Milorad Dodik e indirizzando così la Republika Srpska e il popolo serbo in uno stato di instabilità politica ed economica.

Tenendo presente tutto quanto sopra, sosteniamo fortemente il Presidente Dodik e le istituzioni della Republika Srpska nella difesa dell’integrità del processo elettorale, della volontà democratica del popolo serbo e della protezione dell’ordine costituzionale garantito dall’Accordo di pace di Dayton”.

La petizione ha già raccolto centinaia di firme. Tra gli altri, il professore francese di geopolitica Alexis Trud, gli accademici Jelena Guskova e Darko Tanasković, gli ex ministri degli affari esteri della FRY Vladislav Jovanović e Živadin Jovanović, poi i registi Emir Kusturica e Predrag Gaga Antonijević, il produttore Maksut Maksa Ćatović, l’attore Vuk Kostić, gli scrittori Slobodan Vladušić e Vladimir Kecmanović, gli storici Miloš Ković, Aleksandar Raković e Čedomir Antić, i professori Bogoljub Šijaković, Slobodan Antonić, Milomir Stepić, Miloš Jovanović, Srđa Trifković, Časlav Koprivica, poi i pubblicisti Aleksandar Pavić, Đorđe Vukadinović, giornalista Zoran e Dragovic Ljiljana Bogdanović e Siniša Ljepojević e altri numerosi professori universitari, scrittori, medici specialisti, pubblicisti, senatori, ambasciatori, ecc.

Fonte

25/03/2022

Balcani - Una “Ucraina” alle porte di casa? La Ue vuole “stabilizzare” la Bosnia

Nelle comunicazioni di Draghi di mercoledì al Parlamento, alla vigilia del Consiglio europeo, c’è stato un passaggio che forse è sfuggito a molti e che invece merita di essere sottolineato e destare le dovute preoccupazioni, anche perché potrebbe allargare il fronte della contrapposizione tra Nato e Russia ai Balcani, cioè alle porte di casa.

“Dobbiamo seguire con attenzione quanto accade nei Balcani occidentali, per prevenire possibili azioni destabilizzatrici di Mosca. Nel Consiglio discuteremo della prolungata crisi politica in Bosnia-Erzegovina” ha annunciato Draghi nelle comunicazioni in Aula in vista del Consiglio Ue.

“Siamo impegnati per disinnescare le provocazioni secessioniste della Republika Srpska e per far rientrare la crisi politica e istituzionale che paralizza il Paese dallo scorso luglio. È fondamentale che la Bosnia-Erzegovina riprenda la strada delle riforme per avvicinarsi all’Unione europea. Il nostro obiettivo è assicurare l’organizzazione delle elezioni politiche in autunno, per evitare ulteriore incertezza nel Paese”, ha sottolineato Draghi. Un pessimo auspicio.

Peter Stano, portavoce dell’Alto rappresentante della Ue, Josep Borrell, rispondendo a una domanda sulla possibilità che l’Ue imponga delle sanzioni contro il leader serbo-bosniaco, Milorad Dodik aveva dichiarato pochi giorni fa che: “La situazione in Bosnia-Erzegovina è fonte di preoccupazione per l’Ue, siamo stati chiari al riguardo in varie occasioni, l’ultima delle quali al Consiglio Esteri a gennaio quando è stato ribadito che Bruxelles è pronta a impiegare tutti gli strumenti a disposizione, incluse le sanzioni. Così, sulla scorta di quanto deciso da Washington nei mesi scorsi e dell’allarme lanciato dallo stesso Borrell sul rischio di un’escalation di tensioni nel Paese come conseguenza dell’invasione russa in Ucraina”.

Ma il linguaggio usato, gli strumenti (le sanzioni) e le scelte militari adottate sulla Bosnia, sono tutt’altro che rassicuranti. “In questa fase l’Ue è stata chiara ed esplicita nel chiedere a tutti gli attori in Bosnia-Erzegovina di mettere fine alla crisi politica” e nel “condannare tutti i passi secessionisti unilaterali che stanno mettendo in discussione l’unità, la sovranità e l’integrità territoriale” del Paese balcanico, ha detto il portavoce della politica estera e di sicurezza europea.

Va ricordato che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu mercoledì 3 novembre – dopo un duro scontro – ha votato all’unanimità di rinnovare di un anno il mandato della missione militare in Bosnia ed Erzegovina, nonostante l’opposizione di Mosca. È stata infatti rafforzata l’operazione militare Eufor Althea in Bosnia-Erzegovina con l’invio di altri 500 soldati nel Paese, mentre la Francia ha iniziato ad effettuare voli di addestramento sul Paese.

A novembre L’Alto rappresentante internazionale, il tedesco Christian Schmidt, nel suo ultimo rapporto all’Onu avvertiva di un rischio di destabilizzazione e secessione del Paese balcanico. Secondo diverse fonti ufficiose, la Russia ha bloccato la partecipazione di Schmidt alla sessione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, minacciando di porre il veto anche all’estensione della missione militare europea Eufor in Bosnia-Erzegovina, cosa invece avvenuta con l’invio di altri 500 militari europei.

Nel testo del rapporto Schmidt, parzialmente trapelato in vari media bosniaci, l’ex ministro dell’agricoltura tedesco, sottolineava che la Bosnia-Erzegovina deve affrontare “la più grande minaccia esistenziale del dopoguerra”. L’esperto richiama l’attenzione sul rischio reale che il leader politico serbo-bosniaco Milorad Dodik ritiri le truppe serbe dall’esercito “confederale” bosniaco per formare il proprio.

Secondo il famigerato accordo di Dayton del 1995 che, che pose fine a tre anni e mezzo di guerra civile tra bosniaci musulmani, serbi e croati, la Bosnia-Erzegovina è uno Stato composto da due entità autonome: quella serba e quella comune di musulmani e croati, con istituzioni di potere centrale.

Milorad Dodik,il membro serbo della dirigenza collegiale bosniaca, ha annunciato in diverse occasioni di voler recuperare alcuni poteri autonomi per l’entità serbo-bosniaca divenuti centrali, come le sue stesse truppe o la magistratura con la motivazione che si tratta di un ritorno all’originale accordo di Dayton. Dodik – bollato come filo-russo – nega che la sua intenzione sia quella di provocare conflitti, ma solo di riconquistare i poteri che l’entità serba ha perso a causa di decisioni imposte da Alti rappresentanti internazionali sbilanciate a favore dei musulmani bosniaci.

A partire da gennaio gli Stati Uniti hanno immediatamente imposto sanzioni a Dodik. “Le azioni di Dodik minacciano la stabilità, la sovranità e l’integrità territoriale della Bosnia e minano gli accordi di pace di Dayton, rischiando così una più ampia instabilità regionale”.

E così piano piano potremmo ritrovarci una nuova piccola Ucraina in guerra, ma stavolta molto più vicino ai nostri confini. Ma soprattutto in presenza di un clima bellicista nell’Unione Europea in cui sono ormai molti quelli che vorrebbero le capacità operative del futuro esercito europeo sul campo. Quale occasione migliore, di nuovo, nei martoriati Balcani considerati come “il cortile di casa”?

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