Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/02/2026
Gli USA continuano a rafforzare le loro infrastrutture militari in Albania e Kosovo
Secondo un annuncio ufficiale, è previsto un accordo quinquennale, che include progetti di costruzione e manutenzione presso le basi in cui operano le truppe americane. Questo accordo, ha lo scopo di sostenere la presenza di forze statunitensi e altre attività delle agenzie statunitensi nella regione, tra cui la cosiddetta Repubblica del Kosovo.
“...Accogliamo con favore qualsiasi investimento o aumento delle forze americane in Kosovo, come abbiamo già detto, gli Stati Uniti sono il nostro partner strategico, e non solo investire in infrastrutture militari nel sud-est Europa, ma anche stabilire una base permanente in Kosovo contribuirebbe alla sicurezza non solo del Kosovo, ma anche degli interi Balcani occidentali”, ha detto Liridona Gashi, portavoce del Ministero della Difesa di Pristina.
A questo proposito, il direttore dell’Istituto “OCTOPUS”, A. Fetoshi, afferma che si tratta di una riconferma del forte impegno militare degli Stati Uniti nella regione. “Questa è una notizia straordinaria nel contesto di quei precedenti timori e panico per l’eventuale ritiro delle truppe americane e lo spostamento dell’attenzione americana dal Kosovo. Gli Stati Uniti oggi riconfermano che la concentrazione delle truppe americane è grande per ragioni geostrategiche e per ragioni in corso della minaccia che la Russia rappresenta per questa parte dell’Europa...”, ha detto Fetoshi.
“...La posizione geografica è un interesse geostrategico degli Stati Uniti e della NATO. Non consentire l’influenza russa è estremamente vitale sia per gli Stati Uniti che per Bruxelles e a questo proposito siamo fortunati ad essere in questa posizione con gli interessi geostrategici e geopolitici dell’America, per questo motivo siamo anche una priorità nel progresso delle forze armate del Kosovo in generale”, ha detto Kadri Kastrati, ex comandante della KSF.
Ennesima dimostrazione che il rafforzamento ed il mantenimento della presenza USA in questa parte dell’Europa è mirata a prevenire e indebolire l’influenza russa nei Balcani occidentali.
Fonte
15/10/2025
L’Afghanistan si avvicina all’India ma esplode lo scontro con il Pakistan
Negli ultimi giorni, nel giro di poche ore, abbiamo assistito alla storica visita in India del ministro degli Esteri dell’Emirato dell’Afghanistan, Amir Khan Muttaqi, e ai violenti scontri al confine tra Afghanistan e Pakistan.
Gli ultimi eventi hanno prodotto una nuova polarizzazione regionale – dopo gli scontri tra Pakistan e India – che desta particolare preoccupazione a Pechino, il cui governo si è offerto di svolgere un “ruolo costruttivo” per allentare le tensioni tra Islamabad e Kabul.
Il 10 ottobre Muttaqi ha incontrato a Nuova Delhi l’omologo indiano, Subrahmanyam Jaishankar. Muttaqi, che rimane nella lista dei dirigenti talebani sanzionati dalle Nazioni Unite, è giunto in India su invito del primo ministro nazionalista Narendra Modi dopo aver ottenuto un’esenzione temporanea di viaggio dall’organismo internazionale.
Al termine dei colloqui il ministero degli Esteri del gigante asiatico ha annunciato l’innalzamento della sua rappresentanza diplomatica a Kabul da “missione tecnica” ad ambasciata. L’India, in aggiunta ai progetti già avviati in ambito sanitario, ha annunciato anche che costruirà un ospedale nel distretto di Bagram, un centro oncologico e un centro traumatologico a Kabul e cinque cliniche ostetriche nelle province di Paktika, Khost e Paktia, Inoltre Nuova Delhi ha espresso la sua disponibilità a fornire assistenza nella ricostruzione nelle zone colpite dal terremoto che ha colpito le province di Nangarhar e Kunar.
Più in generale, l’India si impegna a «sostenere le aspirazioni e le esigenze di sviluppo del popolo afgano». Durante l’incontro si è concordato anche di cooperare per l’apertura di un corridoio aereo e per la realizzazione di progetti idroelettrici utili a soddisfare il fabbisogno energetico dell’Afghanistan e sostenere il suo sviluppo agricolo.
Da parte sua l’Afghanistan ha sollecitato le aziende indiane a investire nel settore minerario. Il rappresentante di Kabul ha inoltre espresso una dura condanna dell’attacco terroristico del 22 aprile a Pahalgam, nel Jammu e Kashmir occupati dall’India, ribadendo «l’impegno del governo afgano a non consentire a nessun gruppo o individuo di utilizzare il territorio dell’Afghanistan contro l’India».
La presa di posizione dei talebani ha ovviamente suscitato le rimostranze di Islamabad. Già l’11 ottobre, il ministero degli Esteri del Pakistan ha espresso “forti riserve” su alcuni contenuti del comunicato congiunto India-Afghanistan e sulle dichiarazioni rese da Muttaqi a Nuova Delhi. In particolare, Islamabad respinge il «riferimento al Jammu e Kashmir come parte dell’India» e «l’affermazione del ministro degli Esteri ad interim afgano secondo cui il terrorismo è un problema interno del Pakistan». Islamabad ha ricordato l’ospitalità fornita a quasi quattro milioni di afgani per oltre quattro decenni e ha assicurato che il Pakistan continuerà a fornire sostegno umanitario al popolo afgano, sottolineando però che il governo pachistano ha la responsabilità di adottare tutte le misure possibili per la sicurezza e l’incolumità del suo popolo ed esortando il governo afgano a impedire che il suo territorio venga utilizzato da elementi terroristici contro il Pakistan.
Nella notte tra l’11 e il 12 ottobre sono scoppiati duri scontri armati al confine tra Afghanistan e Pakistan, che si sono conclusi con un bilancio superiore alle duecento vittime.
Secondo il “Servizio interforze di pubbliche relazioni” (Ispr) pachistano «21 posizioni ostili sul lato afghano del confine» sono state “occupate”, «numerosi campi di addestramento terroristico, utilizzati per pianificare e facilitare attacchi contro il Pakistan, sono stati resi inoperativi» e «più di 200 talebani e terroristi affiliati sono stati neutralizzati». Nell’operazione sarebbero morti anche 23 militari pachistani. Il ministero degli Esteri del Pakistan ha parlato di una “aggressione ingiustificata” da parte di alcuni gruppi talebani afghani contro la quale Islamabad avrebbe esercitato “il suo diritto all’autodifesa”. Inoltre Islamabad ha affermato di auspicare «che un giorno il popolo afgano possa essere emancipato e governato da un governo veramente rappresentativo».
All’opposto il portavoce dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, Zabihullah Mujahid, ha parlato di “operazioni di rappresaglia” che hanno causato la morte di 58 militari pachistani e di nove afgani.
Ciò che è certo è che gli scontri al confine Afghanistan-Pakistan rappresentano una brusca battuta d’arresto nel percorso intrapreso nei mesi scorsi dalle due parti, anche con la mediazione della Cina.
Alla fine del 2022, infatti, il Movimento dei talebani del Pakistan (Ttp) ha messo fine a un accordo di cessate il fuoco col governo pachistano. La scia di attentati che ne è seguita ha causato gravi tensioni tra Islamabad e Kabul. Il governo pachistano ha più volte sollecitato quello talebano a tenere sotto controllo il terrorismo nel suo territorio. Nel novembre del 2023, il Pakistan ha anche annunciato la decisione di espellere in massa gli immigrati irregolari afgani presenti nel Paese. Islamabad ha anche iniziato a compiere operazioni militari “antiterrorismo” in territorio afgano che in alcuni casi hanno provocato la reazione di Kabul.
Tuttavia, dopo due anni di tensioni, i rapporti tra Islamabad e Kabul stavano registrando dei miglioramenti, mentre quelli tra Islamabad e Nuova Delhi precipitavano a maggio dando vita all’ennesimo scontro armato.
A marzo il rappresentante speciale del Pakistan per l’Afghanistan, Mohammad Sadiq, è stato inviato a Kabul, per incontrare il ministro degli Esteri talebano Muttaqi. Il 19 aprile è stato il ministro degli Esteri del Pakistan, Ishaq Dar, a recarsi in visita a Kabul, su invito di Muttaqi. I due si sono incontrati di nuovo il 21 maggio a Pechino e hanno ribadito la volontà di collaborare per promuovere interessi comuni, anche nei settori del commercio, della connettività e della sicurezza. Nella stessa giornata Dar e Muttaqi hanno avuto anche una “riunione trilaterale informale” con l’omologo di Pechino, Wang Yi. Il 30 maggio il ministro degli Esteri Dar ha annunciato la nomina di un ambasciatore in Afghanistan, il primo dall’avvento del governo talebano nel 2021, al posto dell’incaricato d’affari che da allora era stato il massimo rappresentante diplomatico di Islamabad a Kabul. Il 23 luglio il Pakistan e l’Afghanistan hanno firmato un accordo per ridurre i dazi su otto prodotti agricoli.
Ad agosto era prevista anche una visita di Muttaqi in Pakistan, che è stata però posticipata. Muttaqi si è invece recato in India, ottenendo qualcosa di molto simile a un riconoscimento. Finora l’India non aveva mai riconosciuto ufficialmente il regime afgano, ma aveva sempre tenuto aperto il dialogo con l’autoproclamato Emirato islamico e ha mantenuto una presenza a Kabul dopo il ritorno al potere dei talebani.
L’avvicinamento all’Afghanistan espone l’India a forti critiche in materia di rispetto dei diritti umani. I dirigenti del Congresso nazionale indiano (Inc), il principale partito di opposizione, ha contestato l’avvio di buone relazioni con Kabul proprio durante la visita di Muttaqi, a causa della convocazione nella sede dell’ambasciata afgana a Nuova Delhi di una conferenza stampa da cui sono state escluse giornaliste donne.
Ma l’India non intende rinunciare ad esercitare la sua influenza in un’area con cui ha legami storici e che ha importanti implicazioni per la sua sicurezza, nel tentativo di contrastare gli interessi cinesi nell’area. Ora che il Pakistan, suo tradizionale avversario nell’area, ha rotto con l’Afghanistan quest’ultimo paese è diventato molto appetibile per Nuova Delhi.
In particolare, l’Afghanistan, il Pakistan e la Cina hanno concordato di approfondire la cooperazione nell’ambito della Nuova via della seta o Belt and Road Initiative (Bri) e di estendere all’Afghanistan il Corridoio economico Cina-Pakistan (Cpec). Per l’India la relazione con l’Afghanistan è utile per sviluppare progetti di connettività energetica e commerciale con l’Asia centrale, in alternativa alle rotte dominate dal Pakistan o dalla Cina. Nuova Delhi ha più volte espresso l’interesse a includere l’Afghanistan nel progetto indo-iraniano dello sviluppo del porto di Chabahar, in Iran.
Fonte
17/07/2025
Protestare non è educato
Cosa dice il ministro?
Cominciamo dal ministro Valditara, che ha proposto una nuova norma per il prossimo anno, che impedirà la promozione a chi farà scena muta all’orale, in segno di protesta. La norma non si attua però per chi tace solo perché impreparato.
Alle commissioni l’ardua sentenza...
Ecco inoltre uno stralcio da una sua intervista al Corriere della sera, che chiarisce ancora meglio la sua posizione.
«Con questa norma voglio dare un forte messaggio in linea con la Costituzione. C’è un problema importante nella società italiana ed è il rapporto con la regola. Troppo spesso non è chiaro che la regola si rispetta, così come si rispettano le persone: all’esame ci sono commissari che dedicano il proprio tempo ad una funzione sancita dalla nostra Costituzione. Non si prendono in giro gli insegnanti, si rispetta il loro lavoro, si rispettano i compagni che hanno creduto in quel momento e si sono impegnati, che hanno provato ansia, stress, coltivato speranze, hanno dedicato mesi per prepararsi all’appuntamento. Devo rispettare il loro impegno, non posso farla franca se decido di fare scena muta».
Ecco cosa si evince:
1. non c’è un minimo ascolto del disagio che c’è dietro un gesto di protesta;
2. la repressione è celata da un’illusione di civiltà, come “esportare la democrazia”;
3. si tira in ballo la Costituzione, a proprio comodo, e sempre capovolgendone il senso;
4. si parla di rispetto delle regole, ma se si analizza cosa è successo negli ultimi anni a livello politico e finanziario, cosa si vede, se non un continuo stravolgimento delle regole di vita comunitaria, con conseguente disinvestimento nel welfare, per il profitto e il benessere dei pochi?
5. si parla di rispetto degli insegnanti italiani, quando sono i meno pagati d’Europa, i più vessati, ancora di più dopo l’aziendalizzazione della scuola; i più denigrati socialmente, in un paese in cui da anni non si investe nella cultura, nell’educazione e nella ricerca; sempre più soggetti a burnout per le condizioni, che lui e i suoi compari da destra e da “sinistra” hanno contribuito a creare.
E gli altri?
Non sono mancate le reazioni da parte di altri politici, influencer, divulgatori in voga, intellettuali del momento e delle persone comuni, che si schieravano, a seconda dei casi, coi ragazzi o col ministro, spesso sostenendo le argomentazioni con storie personali passate, o con un “io avrei detto, fatto ecc.”.
Generazioni su generazioni
Mi preme invece approfondire, prima di passare ai ragazzi, un passaggio che ho letto qui e là, quando si parlava di questa generazione di giovani che si riscatterà e gliela farà vedere a tutti...
Quando sento parlare di “giovani”, mi torna subito in mente Ecce bombo, quando Moretti e compagni scimmiottano il giornalista che vuole sentire cosa ne pensano i giovani: “Vito sa fare molto bene il giovane”.
Come se esistesse una categoria “giovani”, in cui mettere tutti dentro.
Lo stesso vale quando si parla di generazioni. Oggi ormai con boomer, millennial, gen z ecc. è un continuo stereotipare. Certo, gli adolescenti ora hanno influenze esterne che sono diverse, riferimenti diversi. Basti pensare alla famiglia, all’uso massivo delle tecnologie e alle conseguenze sociali e psicologiche, alla questione di genere, ma anche, e forse soprattutto, a come sono cambiati i paradigmi politici, in assenza di alternative al capitalismo, ben teorizzate e perseguite in e da strutture coordinate, di varia natura.
C’è poi chi, come Jonathan Haidt definisce generazione ansiosa, quella nata dopo il 1995, la cui infanzia e adolescenza sono state riconfigurate a livello socio-psico-emo-evolutivo, alterandone i meccanismi di apprendimento e crescita, per l’introduzione sul mercato degli primi smartphone e dei social.
Nel suo libro, con dati alla mano e in modo incontrovertibile, mostra che le ospedalizzazioni (quindi non c’entra qui la percezione dovuta ad una maggiore psico-educazione rispetto a prima) per problemi di salute mentale, che comprendono casi di autolesionismo, tentativi suicidari, disturbi alimentari, attacchi di panico, ansia e altro, sono aumentate in media del 70% dal 2007 al 2018, per i teeneger di età compresa dagli 11 ai 16 anni. Haidt mette a confronto i dati statunitensi con quelli di altri paesi, sia anglofoni che non, ed ha conferma delle sue tesi.
Esistono quindi dei tratti comuni, dovuti al tempo e allo spazio che si abita, ma alla stessa generazione appartengono il figlio del politico, del capo d’azienda o del banchiere che avrà la strada spianata e seguirà le orme del padre sfruttatore, il figlio di un operaio, impiegato (che oggi è lo stesso) o simili, che cercherà di mantenersi a galla e di sforzarsi per conquistare ciò che non gli viene regalato, il figlio di un criminale, molto probabilmente farà la stessa fine del genitore e chi finisce in carcere, molto spesso per danni al patrimonio o droga (basta vedere le statistiche e lo stato delle carceri italiane) avrà come compagna di vita la recidiva.
Figlio o figlia ovviamente e di qualsiasi genere vogliate. Al plurale era troppo lungo.
Certo, stiamo facendo un discorso di classe, e vivaddio!
E forse è questo che si può applicare alle varie generazioni che si sono succedute, in modo ancora più chiaro negli ultimi due secoli. Tra i casi summenzionati per sommi capi, vanno inserite le partite iva, i piccoli artigiani e tanti altri casi, ma soprattutto va aggiunto che in ogni individuo risiedono risorse ed aspirazioni imprevedibili, che possono tirarlo anche fuori, contro, al di sopra della classe, famiglia, generazione, comunità e stato, a cui è appartenuto, quando ha cominciato a muoversi nel mondo.
Eccoci ai nostri ragazzi
Anche con loro partiamo dai virgolettati.
Maddalena dice: “Ho provato a spiegare che nella mia scuola la preparazione è stata ottima, ma è mancata totalmente l’attenzione alle persone”.
Mentre Gianmaria: “I voti da alcuni alunni vengono vissuti malissimo. In classe c’è molta competizione. Ho cominciato a rifletterci vedendo le reazioni di alcuni compagni: come vivevano la cosa, senza capire che cosa significasse davvero un voto”.
E anche qui proseguiremo per punti:
1. si lamenta un’assenza di relazione umana, e si richiede l’attenzione da parte dell’adulto, in questo caso il docente. Seguendo la tesi di Haidt, è possibile che, venendogli a mancare il gioco e le relazioni, così come si sono susseguite per decenni, l’adolescente sia spinto da una maggiore fragilità e disgregazione a chiedere al docente, magari di compensare l’assenza della famiglia e della comunità, per validare la sua identità?
2. nelle generazioni più raccontate e riconosciute, cioè quelle dell’ultimo secolo, visto che prima era a stento riconosciuta l’infanzia tra le fasi evolutive, figuriamoci l’adolescenza, pre e post, si ritrova sempre un’opposizione contro gli adulti di turno.
Il massimo si raggiunge col motto degli anni ’60 “Don’t trust anyone over 30”.
È possibile che ora il contrasto si muova solo sulla superficie (musica, abbigliamento, costume...), quando poi una scarsa identità e una fragilità, spingono comunque a chiedere all’adulto una conferma di sé, anche nell’età in cui la relazioni tra pari è quella più importante ed appagante?
In più, molto spesso, sono gli stessi adulti a cui si ricorre ad aver perso la propria identità, perché sono venuti meno i rigidi riferimenti di un tempo e in una realtà più complessa come la nostra, l’unica possibilità è quella dell’individuazione, ossia ritrovare e ricostruire in sé ciò che si cerca nel vacuo e cangiante caleidoscopio del capitalismo. Integrare le varie parti, tra cui anche quella della rivendicazione politica.
3. Gianmaria ci dà la possibilità di riflettere su due punti molto importanti.
Da un lato c’è l’incapacità da parte di alcuni di gestire un voto negativo, perché lo si vive come connotativo dell’intera persona e quindi screditante in toto.
Si sente di non valere più niente, di non essere niente oltre il 4.
Qui ritorna il discorso sulla fragilità identitaria e sulla dipendenza dal giudizio dell’altro. Anche questa come dinamica adolescenziale apparterrebbe per lo più ai pari.
Dall’altro svela in modo chiaro l’ingranaggio capitalistico: la competizione!
Qui sarebbe meglio dire: le conseguenze e i frutti della stessa. I voti sono equiparati al salario, ed ha ragione Gianmaria, parlando per i suoi compagni quando dice che, chi non si sente all’altezza, non ce la fa ad andare avanti, perché la società fa lo stesso con i propri padri, madri, zii, zie, fratelli e sorelle.
Ogni mezzo diventa utile e lecito per raggiungere lo scopo.
E lo scopo è: visibilità, consenso, riconoscimento, ricchezza e potere.
Ecco, c’è una semplice e potente frase, che è in totale opposizione a questo modo di stare al mondo: “Da ciascuno secondo le sue possibilità e a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Figli di questo mondo
In un altro momento storico questi ragazzi avrebbero lanciato sampietrini e molotov, o impugnato P38, e sarebbero stati ascoltati, non ridicolizzati, sostenuti da un ideale e da un gruppo strutturato di pari.
Oggi, in balia di una sovraesposizione massiva verso e dal proprio mondo, che è planetario, immediato ed eterno, come non lo è mai stato; vittime della commercializzazione di ogni ambito dell’esistenza; senza una prospettiva ideale per cui lottare, forse soprattutto in gruppo, con cui dare anche senso alla propria esistenza individuale; immersi in una fluidità identitaria su tutti i livelli, che senza un timone e una rotta non fa che sprofondare, quelli che chiamate “giovani”, ma io direi i più sensibili, intuitivi, intelligenti, empatici, etici e combattivi ci stanno tendendo la mano, che un tempo era chiusa in un pugno o per stringere un’arma, per farci capire, semmai ce ne fosse ancora bisogno, ma tant’è, che così non si può andare avanti.
E in assenza di ideali e di una prassi annessa, questo è il modo più coraggioso e onesto di fare la propria parte verso un bene comune.
Fonte
16/03/2025
Lo Stato del potere
Oltre il Neoliberismo. Considerazioni in margine a un libro sulle recenti mutazioni del ruolo dello Stato.
1. Sebbene il dibattito sulle torsioni subite dalla forma di Stato nell’ultimo quarantennio nei Paesi a capitalismo maturo sia stato intenso, non si può dire che abbia fatto ancora chiarezza circa la configurazione dei poteri emersa all’esito di queste trasformazioni. Resistono, infatti, nella letteratura scientifica così come nell’opinione pubblica, un certo numero di luoghi comuni sul tema duri da sradicare. Pertanto, fa molto piacere trovare in libreria un volume come Lo Stato del potere. Politica e diritto ai tempi della post-libertà di Carlo Iannello,[1] in cui si cerca con pazienza di tracciare un filo conduttore tra i fatti che hanno segnato questo processo di trasformazione, di rendere quindi analiticamente trattabile la magmatica materia di cui questa storia è composta, e infine di fare i conti con le questioni interpretative ancora aperte nel dibattito.
Per comodità espositiva, conviene preliminarmente riassumere la tesi
proposta nel libro in poche proposizioni chiave:
(1) Nell’esperienza
dello Stato sociale, incardinata nello schema del
costituzionalismo novecentesco, si è incarnata l’aspirazione della
società a mettere sotto controllo il capitale, a limitarne le
potenzialità eversive dell’ordine economico e sociale manifestate nella
prima metà del secolo e a orientarne la straordinaria capacità di
generazione di ricchezza materiale verso obiettivi e modelli di
allocazione delle risorse democraticamente scelti dai cittadini;
(2)
Questa esperienza si interrompe grosso modo all’inizio degli anni '80 del
secolo scorso, quando il capitale reagisce all’erosione della
profittabilità, egemonizza il dibattito pubblico con una lettura della
crisi del decennio precedente che mette il focus sull’inflazione
delle aspettative redistributive della classe lavoratrice, e capovolge
il ruolo dello Stato, funzionalizzandolo ad un progetto di sottomissione
dell’intera società alla logica mercantile. Questa mutazione darà vita a
quella forma di organizzazione dei poteri che, nel discorso di alcune
discipline scientifiche, è diventato consuetudine qualificare come Stato neoliberale;
(3) La ristrutturazione dei poteri originata da questo processo di
“aziendalizzazione” della società, intersecandosi con le intense
trasformazioni tecnologiche succedutesi a partire dall’alba del nuovo
millennio, favorisce una ulteriore torsione istituzionale, all’esito
della quale il capitale si fa Stato, ossia by-passa in maniera sempre
più esplicita la mediazione democratica e impone dall’alto alla società
un modello di pianificazione funzionale alla gestione “razionale” delle
proprie contraddizioni interne. Questo approdo viene designato nel testo
come post-liberismo.
Senza la pretesa di riprodurre organicamente la trama narrativa con cui l’autore argomenta la sua ricostruzione, nel seguito si concentrerà l’attenzione su alcuni singoli snodi concettuali il cui trattamento ci è parso particolarmente illuminante rispetto ad un dibattito spesso incapace di trasmettere ai lettori un quadro d’insieme coerente.
2. Alla luce della periodizzazione tratteggiata nelle righe precedenti, la categoria di neoliberismo occupa evidentemente un ruolo chiave nello sviluppo narrativo del testo di Iannello. Nella letteratura, l’espressione neoliberismo designa la filosofia dell’organizzazione sociale che era andata consolidandosi nei decenni dopo la guerra in opposizione alle idee keynesiane circa il ruolo dello Stato nell’economia, e che, quando, la crisi economica degli anni '70 mise in discussione le fondamenta dello Stato sociale, la leadership politica occidentale adottò come riferimento concettuale per il progetto di una nuova architettura dei poteri. Un problema centrale con cui l’autore deve fare i conti è quindi chiarire con esattezza lo statuto di tale categoria, che rimane a tutt’oggi controversa a dispetto dello sforzo di tanti studiosi e divulgatori. Come è noto, infatti, gli apologeti dell’ordine basato sul ruolo centrale dei mercati hanno lungamente tentato di destituire di fondamento l’utilizzo di tale categoria nel dibattito scientifico.[2] Secondo una corrente di pensiero di significativa consistenza numerica, la qualificazione del modello di governo delle nostre società (e in particolare del nostro Paese) come neoliberista sarebbe infatti «poco accurata», soprattutto alla luce dell’evidenza empirica di una tuttora fortissima presenza dello Stato apparato.[3]
Iannello prova a smontare queste posizioni mettendo a nudo il subdolo gioco di prestigio lessicale che permette a costoro di perpetuare l’equivoco: confondere il neoliberismo con il liberismo ante litteram, due modelli di regolazione del rapporto tra le principali istituzioni allocative (Stato e mercato) separati, a dispetto della comune radice semantica, da una distanza profonda. Infatti, mentre il liberismo “classico” si fonda sull’idea della mera non-interferenza dello Stato nei confronti delle dinamiche del mercato, il neoliberismo si caratterizza, tanto nelle intenzioni dei suoi ideologi, quanto negli atteggiamenti concreti delle istituzioni di policy che ne hanno implementato i principi, per l’idea che la regolazione della società debba avvenire attraverso la pervasiva estensione del meccanismo della competizione a tutti gli ambiti della produzione, compresi quelli più ostinatamente refrattari a produrre spontaneamente prezzi, e che l’apparato statale debba essere massicciamente convertito a strumento di questa estensione.[4]
Pertanto, ciò che rileva ai fini della qualificazione o meno della forma di Stato come neoliberista non sarebbe la sua dimensione, bensì il suo ruolo in rapporto al mercato. Sarebbe quindi assolutamente legittima, argomenta l’autore, la qualificazione del modello di Stato caratteristico del quarantennio 1980-2020 come neoliberista, ed un paradosso solo apparente il fatto che la sua dimensione sia rimasta identica o si sia addirittura estesa rispetto al periodo dei cosiddetti trente gloriouses. Infatti, se il compito dello Stato diventa diffondere la competizione nei settori caratterizzati dall’assenza di prezzi di mercato, esso ha evidentemente bisogno di una burocrazia voluminosa, che sia in grado di commutare informazioni qualitative in indicatori quantitativi da usare per orientare l’allocazione delle risorse.[5] Presupposto dell’implementazione di una organizzazione sociale neoliberista non è quindi uno Stato “minimo” alla Nozick, ma piuttosto uno Stato di dimensioni imponenti e di straordinaria capacità pervasiva.[6]
3. Chiarito questo punto di natura concettuale, l’autore passa ad affrontare due quesiti di carattere più propriamente storico: in primo luogo, se sia legittimo ricondurre l’evoluzione dell’architettura dei poteri che ha interessato l’Europa (e più in particolare nel nostro Paese) a partire dagli anni '80 alla filosofia neoliberista; e, in secondo luogo, se alla luce di tali mutamenti, tale architettura possa considerarsi ancora adeguata alla realizzazione dei fini che hanno ispirato l’esperienza del costituzionalismo novecentesco.
Si tratta di questioni assai controverse. Mentre è opinione molto condivisa nel dibattito che la struttura dei poteri in Europa nell’ultimo quarantennio sia stata trasformata in profondità dall’azione corrosiva esercitata dal diritto comunitario sui singoli “diritti” nazionali, secondo la ampia maggioranza della letteratura giuridica sul tema questa trasformazione si sarebbe svolta nel segno di una sostanziale continuità con l’impianto delle costituzioni scritte all’indomani della seconda guerra mondiale, e quindi non avrebbe in nessun modo pregiudicato il perseguimento dei relativi fini.[7] Uno degli argomenti più frequentemente portati a sostegno di questa visione è la sostanziale invarianza, durante il periodo oggetto di analisi, della lettera delle costituzioni, e più nello specifico della nostra costituzione.
L’autore rigetta in maniera radicale questa “lettura” dell’evoluzione recente del nostro ordinamento, sostenendo che tra i principi all’origine delle due fonti primarie ci sia una frattura insanabile. Infatti, mentre la costituzione del 1948 assume esplicitamente come fine dell’ordinamento «il pieno sviluppo della persona umana», il diritto comunitario appare invece decisamente orientato all’implementazione di un ordine astrattamente basato sulla competizione, tacendo significativamente sulle modalità con cui quest’ordine possa eventualmente contribuire alla realizzazione delle aspirazioni personali dei singoli consociati.[8] Non solo: i Trattati istitutivi escludono esplicitamente che i soggetti dell’ordinamento possano perseguire fini personali o collettivi eventualmente in contrasto con l’operare del meccanismo della concorrenza. Al contrario, l’ordinamento comunitario si presenta, anche agli occhi di un lettore “distratto”, come un percorso disseminato di una dettagliatissima sequela di ostacoli all’esercizio, da parte degli organi rappresentativi della comunità politica, di attività suscettibili di intralciare il funzionamento del meccanismo della concorrenza.[9]
È questo il tratto dell’ordinamento comunitario che ne rivela in maniera più evidente l’ispirazione neoliberista. Gli apologeti di questo modello di organizzazione della società erano infatti pervicacemente ostili all’idea che allo Stato o agli enti territoriali fosse consentito di esercitare controllo sull’allocazione delle risorse tra usi alternativi. Queste istituzioni avrebbero dovuto invece limitarsi ad implementare l’ordine della competizione, lasciando poi che fosse il funzionamento del meccanismo concorrenziale a rivelare la destinazione più “efficiente” delle risorse.
La ragione fondamentale per cui , secondo gli interpreti di questa visione del mondo, andrebbe impedito agli esseri umani di far pesare le proprie opinioni nelle decisioni circa l’uso delle risorse collettive è che i singoli non avrebbero conoscenze adeguate ad assumere decisioni coerenti con il proprio benessere. È ben noto al riguardo l’argomento di Hayek: poiché la conoscenza circa i bisogni individuali e il costo delle risorse necessario a soddisfarli è dispersa, nessun organismo collettivo può compiere valutazioni sufficientemente consapevoli sul modo di indirizzare le risorse più coerente con il benessere della comunità.[10] Tale funzione dovrebbe quindi essere lasciata ad individui animati dal perseguimento dei propri interessi in concorrenza reciproca, coordinati dai prezzi di mercato. Tali prezzi avrebbero qualità “segnaletiche” superiori a quelli prodotti da un qualunque organismo di pianificazione, perché in grado di raccogliere e processare una quantità di informazioni inaccessibile a chiunque.
Agli organi rappresentativi della comunità o di sottoinsiemi della comunità non deve quindi essere consentito di frapporsi all’operare della concorrenza. Poiché essi non sanno, possono soltanto provocare disfunzioni all’organizzazione dell’economia, impedendole di soddisfare i bisogni individuali. Si tratterebbe quindi di un modello ordinamentale che si fonda su una visione profondamente paternalistica del rapporto tra l’uomo e i suoi fini.[11] Visione evidentemente lontana anni luce dal progetto del costituzionalismo novecentesco, imperniato al contrario sulla centralità della persona, e quindi fondato sul presupposto che i singoli membri della comunità siano in grado di esprimere valutazioni razionali sia sui fini della propria vita, sia sui mezzi adeguati a realizzarli.
4. A dispetto della lontananza di questo modello di organizzazione della società rispetto alla filosofia sociale dominante nell’Europa del dopoguerra, la cultura neoliberista ha trovato terreno fertile per attecchire nell’immaginario collettivo delle popolazioni del continente. A giudizio di molti studiosi, la ragione principale di tale consenso sarebbe stata l’aspettativa che l’estrinsecazione su larga scala del gioco della competizione ci avrebbe liberato dalla tirannia dei “poteri forti” (Stato e impresa) e dalla naturale tendenza di questi ad assoggettare l’individuo e a comprimerne il benessere materiale.[12] Anche grazie ad una oculatissima strategia di marketing ideologico (l’economia di mercato connotata come sociale,[13] la natura della trasformazione strutturale necessaria a realizzarla nascosta dietro la confezione attraente del riformismo,[14] ecc.), questa società attraversata capillarmente dalla competizione è stata percepita dall’opinione pubblica come un ambiente capace di ampliare in massimo grado la possibilità di scelta dell’individuo: nessun consumatore avrebbe rischiato mai di essere vessato da un fornitore (pubblico o privato) esoso o incapace di soddisfarne le richieste in termini di standard qualitativi, grazie alla ampia disponibilità di alternative e alla conseguente possibilità di sostituirlo praticamente all’istante.
Iannello ritiene tuttavia che le cose siano andate molto diversamente, e che l’organizzazione sociale neo-liberista sia andata lentamente evolvendo verso una forma diversa, che ha finito per rovesciare quella promessa di libertà nel suo opposto, la post-libertà. Evidenze paradigmatiche di questa tendenza sarebbero le pesanti limitazioni imposte alle libertà individuali mediante misure di sanità pubblica durante l’epidemia di COVID; le politiche della transizione digitale ed energetica, che hanno previsto l’adeguamento degli immobili a standard energetici penetranti e l’assoggettamento di tanti piccoli imprenditori agricoli e proprietari a forme variegate di servitù prediale, ponendosi quindi in conflitto esplicito con il diritto di proprietà e il diritto all’iniziativa economica privata; infine, l’adozione da parte dell’Unione Europea di un piano straordinario per la riconversione dell’economia (PNRR), evento che rompe con uno degli assiomi più radicali – l’ostilità alla pianificazione – del neoliberalismo.
Contrariamente a molta letteratura che ha salutato con entusiasmo il ritorno dello Stato nell’arena economica,[15] immaginandone la possibilità di un rinnovato impegno in direzione di finalità sociali, l’autore legge questi recenti sviluppi in maniera decisamente meno rassicurante. Essi sarebbero invece l’espressione della inesorabile tendenza alla concentrazione del potere economico e della ormai acquisita capacità, da parte delle ormai immense megacorporation e dei fondi di investimento che dominano i mercati globali, «di cominciare a esercitare, in forme sempre meno mediate che nel passato, il potere politico».[16] In sostanza, approfittando della scenografia della competizione senza filtri disegnata dalle regole dello Stato neo-liberale, i pesci grandi hanno pian piano mangiato i piccoli, finendo per raggiungere dimensioni sostanzialmente assimilabili a quelle degli Stati nazionali. Niente di strano quindi che siano diventati alla lunga in grado di imporre agli Stati nazionali addirittura forme di limitazione delle libertà tipicamente “borghesi” finalizzate fondamentalmente alla gestione razionale delle proprie contraddizioni interne, e più precisamente all’esautoramento del potere di interdizione di strati della società e frazioni del capitale ormai considerate come ostacoli al pieno dispiegamento delle potenzialità esistenti di sfruttamento delle risorse.
Questa dinamica sembra quindi indirizzare le nostre comunità verso scenari inquietanti. Non solo, con l’estensione del meccanismo competitivo all’intera società, le nostre comunità si sono private della possibilità di orientare consapevolmente le risorse verso finalità latu sensu “sociali”, ma inoltre, con la successiva soppressione del pluralismo degli attori economici, esse stanno soffrendo anche di un sostanziale restringimento dello spazio delle alternative di mercato disponibili. Di qui la scelta dell’autore di caratterizzare la fase attuale dell’evoluzione dell’organizzazione della società con la categoria della post-libertà.
5. Nell’ultima parte del volume, l’autore discute delle possibilità concrete di riconvertire l’organizzazione sociale verso un modello in grado di abbracciare nuovamente la prospettiva personalistica caratteristica degli ordinamenti giuridici modellati dalle costituzioni novecentesche. Vi si sostiene che la fase storica attualmente in corso starebbe plasmando un ambiente particolarmente favorevole alla riemersione nell’arena pubblica di istanze spontanee di soggettività intermedie non mediate dallo scambio mercantile. Da un lato, infatti, l’uomo e la società non avrebbero mai smesso, a dispetto della trasformazione promossa dal neo-liberismo, di aspirare «alla realizzazione di valori umanistici, che tengano assieme cultura, economia, spiritualità, finalità collettive di carattere etico, istanze di emancipazione individuale».[17] Dall’altro, la sopravvivenza dell’involucro normativo formale delle costituzioni novecentesche, lasciato formalmente intatto dalle trasformazioni dell’organizzazione sociale dell’ultimo quarantennio, fornisce alle soggettività sociali penalizzate dalle rivoluzioni neo e post liberista un contenitore già pronto per essere riempito di una “sostanza” diversa, se sostenuta da un significativo potenziale di conflitto.[18]
Per quanto si tratti di una prospettiva del tutto condivisibile in astratto, la sua pratica concreta si presenta allo stato molto problematica, soprattutto alla luce dell’evidenza del profondo mutamento antropologico indotto dal neoliberismo, che sembra aver plasmato soggettività particolarmente refrattarie alla coagulazione, elaborazione e rappresentazione di interessi condivisi in forma collettiva. Uno degli effetti del neoliberismo più gravido di implicazioni pratiche è il fatto di aver sradicato dall’immaginario individuale la dimensione del tempo e quella, strettamente connessa, del progetto. Plasmando un mondo di individui perennemente con la valigia in mano, costretti ad inseguire un capitale “insofferente” e strutturalmente “nomade”, il neoliberismo ci ha abituati a dissociare il futuro dall’idea del legame sociale. Per le soggettività emerse all’esito di questa transizione, la parola socialità ha finito quindi per evocare in ogni caso mere affiliazioni pro-tempore, dalla durata sistematicamente condizionata dalle irregolarità della domanda di lavoro. Che si tratti della città, del quartiere, della scuola, del condominio e persino della coppia, tutti i fenomeni associativi portano ormai impresso nella loro essenza il segno della discontinuità.
Ambienti caratterizzati in questo senso sembrano irriducibilmente refrattari allo sviluppo di qualcosa che assomigli alla politica. Dove «l’ombra del futuro» è assente, per usare una bella espressione di Bob Axelrod,[19] gli individui giocano sempre dilemmi del prigioniero one shot, ed è quindi assai poco probabile che le relative interazioni possano avere come risultato la cooperazione per un interesse comune. Come ricostruire il legame sociale in un mondo scientificamente organizzato per risolvere la socialità esclusivamente nella dinamica dello scambio mercantile appare, allo stato attuale, una scommessa tutta da giocare.
Note
[1] C. IANNELLO, Lo Stato del potere. Politica e diritto ai tempi delle post-libertà, Meltemi, Milano, 2025.
[2] Che si tratti di un concetto scivoloso, e che questo non aiuti a discuterne con rigore, è riconosciuto sia da apologeti del libero mercato (cfr. ad esempio, T.C. BOAS, J. GANS-MORSE, Neoliberalism: From New Liberal Philosophy to Anti-Liberal Slogan, in Studies in Comparative International Development, 2009, 44), sia da studiosi favorevoli a forme penetranti di intervento pubblico (cfr. D. RODRIK, Rescuing Economics from Neoliberalism, in Boston Review, November 6, 2017, www.bostonreview.net)
[3] Si tratta dell’atteggiamento che contraddistingue l’agguerrito gruppo di intellettuali raccolti attorno all’Istituto Bruno Leoni (cfr. ad esempio A. MINGARDI, La verità, vi prego, sul neoliberismo, Marsilio, Venezia, 2019), ma anche la variegata galassia anarco-capitalista che il proprio riferimento politico in Javier Milei.
[4] Cfr. C. IANNELLO, Lo Stato del potere, cit., pp. 60-61.
[5] Al riguardo, il ruolo dell’ANVUR nell’allocazione dei finanziamenti nel settore della ricerca scientifica in Italia è evidentemente paradigmatico. Meccanismi analoghi per la valutazione della performance delle singole unità produttive sono stati adottati con riferimento ai settori della giustizia e della sanità.
[6] Cfr. C. IANNELLO, Lo Stato del potere, cit., pp. 62.
[7] Cfr. ad esempio S. CASSESE, Oltre lo Stato, Laterza, 2006.
[8] Cfr. C. IANNELLO, Lo Stato del potere, cit., pp. 205-206.
[9] Ibidem, pp. 126-128.
[10] Cfr. F. VON HAYEK, The Use of Knowledge in Society, in American Economic Review, 1945.
[11] Per una ricostruzione della visione neoliberista del rapporto tra fini dell’uomo e modalità di organizzazione economica, si consenta il rinvio a S. D’ACUNTO, Appunti per una genealogia del neoliberismo, in Rassegna di Diritto Pubblico Europeo, 19, in particolare pp. 57-63.
[12] Di grande interesse al riguardo le riflessioni di Mark Fisher. Si rinvia in particolare a M. FISHER, Realismo capitalista, Nero, 2018, e M. FISHER, Il nostro desiderio è senza nome. Scritti politici, Minimum Fax, 2018.
[13] Sul punto, cfr. C. IANNELLO, Lo Stato del potere, cit., p. 86.
[14] Ibidem, p. 110.
[15] Cfr. ad esempio P. GERBAUDO, Controllare e proteggere. Il ritorno dello Stato, Nottetempo, 2022.
[16] Cfr. C. IANNELLO, Lo stato del potere, cit., p. 156.
[17] Ibidem, p. 217.
[18] Ibidem, p. 218.
[19] R. AXELROD, The Evolution of Cooperation, Basic Books, 1984.
29/01/2025
Teheran tra la “massima pressione” di Trump e le possibilità di una intesa /1
Una speranza che sembra poco realistica. Sicuramente una forte pressione del governo statunitense può indebolire l’economia della Repubblica Islamica, già in affanno, ma che ciò possa causare o accelerare il declino del sistema non è affatto scontato. Finora, le numerose sanzioni imposte da vari paesi e organizzazioni internazionali hanno colpito pesantemente solo la popolazione, mentre non hanno avuto alcun effetto sulla politica estera, sulla conduzione militare e sulle decisioni strategiche del paese. Per quanto riguarda il programma nucleare, le sanzioni hanno causato una forte accelerazione, che ha portato Teheran alla soglia della capacità di costruire l’arma atomica.
Il potere ha ripetutamente utilizzato le sanzioni come strumento per ottenere il sostegno popolare. Nell’aprile 2024, Khamenei ha esortato il popolo iraniano a considerare le sanzioni come un tentativo di costringere l’Iran a conformarsi a “politiche colonialiste e imperialistiche” e a sottomettersi a “richieste tiranniche”. Sebbene tali appelli si siano affievoliti nel corso degli anni nella loro efficacia, in alcuni casi continuano a esercitare un certo impatto, alimentati dal sentimento nazionalista diffuso tra tutte le classi sociali. Teheran probabilmente non si lascerà scoraggiare dal ritorno della campagna di massima pressione di Trump, anche se dovesse affrontare nuove pesanti sanzioni.
Qualsiasi cambiamento radicale del sistema sembra dipendere maggiormente da variabili interne alla politica iraniana e dall’alterazione degli equilibri di potere tra il governo e il popolo, piuttosto che dalle sanzioni o da un intervento dall’estero.
Tuttavia, non sono pochi, tra cui Javad Zarif, vicepresidente iraniano per gli Affari strategici, che sostengono che un accordo con Trump fosse possibile. L’affermazione di Trump di non voler impegnarsi nelle operazioni militari e ripetere esperienze come Afghanistan e Iraq, e il suo carattere mercantilista, rafforzano tale convinzione.
La leadership iraniana segnala, apparentemente con la consapevolezza e l’approvazione del leader supremo Khamenei, che è necessario esaminare la possibilità di raggiungere un nuovo accordo sul nucleare. Se i paesi europei avessero potuto operare indipendentemente dagli Stati Uniti, la Repubblica Islamica avrebbe preferito mille volte non entrare in negoziati con Washington. Tuttavia, l’amministrazione iraniana sa che gli europei non possono agire autonomamente senza il consenso degli Stati Uniti, come emerso chiaramente dopo l’uscita unilaterale di Washington dall’accordo nucleare. All’epoca, il tentativo degli europei di mantenere in vita l’accordo è fallito miseramente sotto la pressione della superpotenza americana.
Intervenendo al World Economic Forum di Davos, Zarif ha affermato che l’Iran spera che il presidente degli Stati Uniti scelga la “razionalità” nei suoi rapporti con la Repubblica Islamica. “Spero che questa volta il “Trump 2” sarà più serio, più mirato e più realistico”, ha aggiunto. Queste dichiarazioni arrivano dopo che il presidente iraniano, nell’ultima intervista con NBC, aveva dichiarato: “Siamo pronti al dialogo; accettiamo un dialogo paritario che tenga conto della nostra dignità e saggezza, e non ci sottometteremo in alcun modo alla forza”.
È probabile che questa volontà derivi dalle difficoltà regionali e interne che Teheran sta affrontando, in particolare dai gravi danni subiti dai suoi alleati, dal crollo del regime di Assad. Anche se il potere non lo ammette, definendo “delirante” l’idea che il Paese si sia indebolito, è indubbio che la debilitazione dei suoi alleati nella regione e la supremazia militare israeliana, sostenuta incondizionatamente dagli Stati Uniti, abbiano proiettato un’immagine di debolezza di Teheran, almeno agli occhi del grande pubblico nella regione.
Comunque sia, ci sono altri motivi importanti che spingono Teheran ai negoziati con gli Stati Uniti, nonostante la sua dottrina antiamericana seguita fin dal giorno successivo alla rivoluzione del 1979.
In primo luogo, il peggioramento delle difficoltà economiche interne. La crisi economica non sembra superabile senza la rimozione delle sanzioni, che stanno strangolando l’economia. Anche nel caso di una possibile cancellazione, potrebbero volerci diversi anni per riportare l’economia alla normalità. Attualmente, l’instabilità economica è tale che ogni notizia provoca uno shock sul mercato monetario, anche senza alcun evento concreto, ma semplicemente per effetto della notizia stessa. L’inflazione galoppante ha raggiunto il 33,6%, secondo il Centro Statistico Iraniano, nel periodo di dodici mesi conclusosi il 21 ottobre. La moneta nazionale ha perso il 90% del suo valore rispetto al dollaro statunitense.
Alla crisi economica si aggiunge anche il deficit energetico. Nonostante l’Iran detenga la seconda riserva di gas naturale e sia il quarto paese per riserve di petrolio, il paese affronta significative difficoltà energetiche. In particolare, deve far fronte a un deficit costante del 20% nella produzione di elettricità e del 25% nel gas naturale. Questa situazione è il risultato della mancata manutenzione delle infrastrutture energetiche e della produzione, aggravata dalla carenza di investimenti e dall’impatto delle sanzioni internazionali.
L’invecchiamento e l’inefficienza delle infrastrutture causano una perdita significativa durante la produzione e la trasmissione, che equivale al 40% del consumo totale di elettricità e gas domestico. Attualmente, tra il 30% e il 50% delle fabbriche sono inattive a causa della mancanza di energia elettrica regolare.
La Camera di Commercio, Industria, Miniere e Agricoltura del paese stima che le interruzioni di corrente costino all’economia circa 250 milioni di dollari al giorno. Secondo l’agenzia di stampa statale IRNA, il 40% della capacità di produzione dell’acciaio è rimasta inutilizzata, la fornitura di gas ad almeno dieci stabilimenti petrolchimici è stata interrotta e il flusso di gas al settore del cemento è diminuito dell’80%. Attualmente, oltre il 90% dell’elettricità del paese è generata da centrali termoelettriche, caratterizzate da tassi di efficienza molto bassi. Alcune delle centrali più vecchie hanno tassi di efficienza inferiori al 20%. Inoltre, le energie rinnovabili forniscono solo l’1% dell’elettricità totale del paese.
Il paese affronta anche un deficit significativo di benzina e gasolio. Per far fronte a queste carenze, Teheran è costretta a importare carburante dai paesi vicini, tra cui la Russia.
Il ministro del petrolio iraniano, Mohsen Paknejad, ha dichiarato che l’Iran ha bisogno di 45 miliardi di dollari di investimenti per uscire dalla crisi energetica.
Non da meno, in vista della scadenza della risoluzione 2231 prevista per ottobre 2025, se la Repubblica Islamica non riuscisse a concludere un accordo sul suo programma nucleare, rischierebbe che la troika europea attivi le disposizioni dello “Snapback”. La risoluzione, adottata dopo il raggiungimento dell’accordo JCPOA (Piano d’Azione Congiunto Globale), ha annullato sei precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza riguardanti il programma nucleare iraniano e la maggior parte delle sanzioni delle Nazioni Unite. Tuttavia, in caso di attivazione dello “Snapback”, tutte le sanzioni internazionali contro l’Iran verrebbero ripristinate, rappresentando una sfida che Teheran preferirebbe evitare.
L’altra questione importante è l’inevitabile tema della successione del leader del paese, Ali Khamenei, 85 anni. Questo rappresenta uno dei fattori cruciali nella ricerca di stabilità. Affrontare un passaggio così delicato in un momento di massima pressione economica, quando persino i sostenitori del regime lamentano le difficoltà che gravano sul paese, potrebbe rivelarsi estremamente rischioso. Una tale situazione rischia di generare seri conflitti sia all’interno della cerchia del potere sia tra la popolazione e le istituzioni del potere.
Tutto ciò spinge l’amministrazione iraniana a mostrarsi disponibile a negoziare. Tuttavia, le condizioni e i limiti che Teheran è disposta ad accettare sono cruciali per il possibile futuro accordo. Per il momento, Teheran si concentra esclusivamente sulla questione nucleare, ma è difficile immaginare che gli americani si limiteranno a trattare unicamente questo tema.
Fonte
15/09/2024
Gli USA vogliono schierare missili a medio raggio in Giappone
Il riferimento è al sistema Mid-Range Capability, noto anche semplicemente come Typhon. Esso dovrebbe essere fornito in dotazione a una Multi-Domain Task Force, di cui l’impegno in esercitazioni militari in zona è stato discusso in una visita della Wormuth nel paese del Sol Levante, lo scorso mese.
“Abbiamo chiarito il nostro interesse in merito con le Forze di autodifesa giapponesi”, ha dichiarato la segretaria statunitense, ribadendo anche che qualsiasi dispiegamento “avrebbe seguito i tempi decisi dal governo giapponese”.
Il MRC Typhon è il primo sistema missilistico a medio raggio sviluppato da Washington in pratica dalla fine della Guerra Fredda, e sarebbe stato messo a punto in appena un paio d’anni, tra il 2020 e il 2022. Si tratta di un rimorchio su cui sono installati quattro lanciatori verticali Mk-41.
Due sono i tipi di munizione che possono essere utilizzati: il missile standard supersonico SM-6 e il missile da crociera Tomahawk. Il raggio del primo è di 460 km, il secondo nelle varianti Blocco IV e V con testata non nucleare è invece di ben 1600 km.
400 Tomahawk sono stati acquistati dal Giappone all’inizio di questo anno, metà del primo tipo e metà del secondo. Proprio negli ultimi giorni la marina giapponese ha cominciato i lavori di modifica dei suoi cacciatorpedinieri per ospitare i missili in questione.
Tokyo aveva deciso di anticipare di un anno questo acquisto, del valore totale di 2,35 miliardi di dollari spalmato su tre anni fiscali, dal 2025 al 2027. La decisione è stata presa “in considerazione a un ambiente di sicurezza sempre più minaccioso”.
Tornando al sistema MRC Typhon, ora sono però direttamente gli Stati Uniti che vogliono dispiegare questo tipo di armi sulle isole del Pacifico, ad una distanza che permetterebbe ai missili di arrivare senza problemi in Cina così come in Russia.
Washington si è ritirata il 2 agosto del 2019 dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), e non è perciò più vincolata in alcun modo alle regole mediate con Mosca riguardo i missili a medio raggio che possono ospitare testate nucleari.
Nell’autunno del 2018 il presidente Trump aveva sottolineato, infatti, come questo accordo non solo fosse stato violato più volte, secondo le autorità a-stelle-e-strisce, dalla Russia, ma svantaggiasse il paese anche nei confronti del Dragone. Biden non è poi tornato indietro rispetto ai passi del tycoon.
Proprio in questo 2024 gli USA hanno schierato un MRC Typhon nelle Filippine, durante un’esercitazione congiunta con Manila, iniziata lo scorso aprile che ha coinvolti anche i mari a nord del paese.
Le operazioni dovrebbero concludersi a breve, ma l’intenzione statunitense sembra quella di un posizionamento stabile, o almeno più continuativo, di questo sistema d’arma nell’Indo-Pacifico, lanciando una sfida diretta a Pechino. La Cina ha fatto sapere che si oppone a questo schieramento che “aumenterebbe il rischio di errori di valutazione e di calcolo”.
Le autorità giapponesi hanno smentito a lungo le ipotesi che volevano il posizionamento di armi del genere da parte statunitense sul suolo giapponese, e ancora oggi negano che questa possibilità sia nell’agenda della Difesa.
Ma il fatto che un alto rappresentante dell’esercito USA lo abbia detto in maniera esplicita rende ufficiale il fatto che al Pentagono ci stanno pensando. E anche che gli USA sono pronti ad alzare ulteriormente la tensione nell’Indo-Pacifico.
Fonte
11/02/2023
Masterchef, la scuola e l’ansia di fallire
Al di là di un giudizio sul programma – come si suol dire, de gustibus – le puntate mi hanno sempre di più coinvolto in una riflessione che intrecciava quello che vedevo sullo schermo con la quotidianità del mio lavoro.
In breve, mi sono reso conto che Masterchef rappresenta tutto quello che una scuola non dovrebbe essere e, tragicamente, tutto quello che la nostra scuola sta diventando.
Iniziamo dalla parte più semplice dell’analogia: Masterchef è una scuola di cucina, e, allo stesso tempo, Masterchef è una gara. Già questo fatto, all’apparenza banale, dovrebbe far drizzare le orecchie ad una qualunque sensibilità sociale e/o pedagogica.
L’accostamento fra apprendimento e competizione è sempre delicato. Intendiamoci, non che in un processo educativo non si possano sfruttare momenti competitivi, ma questo va fatto sempre con attenzione e delicatezza, come ogni docente che abbia presente il proprio ruolo ha modo di sperimentare quotidianamente.
In Masterchef tutto questo non esiste: impara, anzi può continuare ad imparare, solo chi supera le prove infernali proposte dai giudici, rimanendo sempre il migliore di un enorme schiera di aspiranti chef: è il celebre uno su mille ce la fa, traslato dalla vita ai fornelli.
In un certo senso è ovvio che sia così, si tratta di una gara: ma il problema è che una dura competizione nella quale si può imparare solo se si è i migliori e alla fine vincendo si ottiene un lavoro somiglia troppo tragicamente alla vita quotidiana di migliaia di giovani per permetterci di prenderla alla leggera.
Più che un programma di evasione, siamo alla giustificazione e alla romanticizzazione di un contesto reale e inaccettabile.
Fin qui tutto abbastanza triste, ma in fondo banale. Il dato ancora più interessante per chi voglia pensare alla scuola e al mercato del lavoro ad essa connesso si ha quando si pensa a come si costruisce la competizione.
Nel procedere delle varie edizioni la severità e le critiche sono andate a scomparire o comunque ad attenuarsi nello show, così come in molti casi le si vorrebbe fuori dalle scuole.
Nell’insegnamento non ci devono essere brutti voti, insufficienze e bocciature, e allo stesso modo in Masterchef si sono eliminati i giudici che tirano via i piatti del malcapitato di turno. Chiariamoci, non è che si stia sostenendo che vi sia un pregio a trattare male gli studenti. O che esista un valore formativo dell’umiliazione.
Ma ciò che è interessante è che la scomparsa della critica, dell’insufficienza, non porta ad attenuare la competizione, ma ad aumentarla, proprio come accade a scuola, dove l’inflazione delle valutazioni si accompagna ad un aumento dell’ansia e dello stress collegato ad esse [1].
Masterchef ci fornisce la chiave per la logica di questo processo: quando scompare la critica scompare il riferimento all’oggettività e alla concretezza di un lavoro, scompare la qualità, il valore d’uso.
Così, come chi ha seguito le ultime stagioni avrà notato, oltre ad un attenuarsi delle critiche dentro Masterchef, si parla sempre meno di cucina e sempre più di emozioni, sempre meno di tecnica dei piatti e sempre più delle storie degli aspiranti chef.
Cannavacciuolo, Barbieri e Locatelli sono dei novelli psicologi, che invece di dirci come fare le tagliatelle utilizzano la metafora della cucina per spiegare al povero concorrente la vita in generale, o la sua vita in particolare, ormai diventata il vero oggetto della gara.
Che queste persone non abbiano nessuna capacità o sensibilità specifica per fare tutto questo non importa, perché è il concorrente che è lì per dimostrare di valere qualcosa, e la competizione fà si che non sia importante solamente che sappia cucinare, ma deve anche comunicare, dimostrare di volere così tanto il ruolo di Masterchef da raccontare i suoi problemi a favore di camera.
Tutto questo forse servirà a rendere la serie appetibile ad una parte di pubblico – ritorniamo ancora al de gustibus delle prime righe – ma in realtà non mostra nient’altro che l’attuale stato di competizione esistente sul mercato del lavoro e quindi anche nella scuola e nell’università.
Non basta sapere fare un lavoro concreto, non basta una capacità tecnica e specifica, bisogna volerlo, cioè bisogna pensare che l’occasione formativa e lavorativa di turno sia ciò che conta di più, per la quale si deve essere disposti a sacrificarsi, a mettersi in gioco, in pratica a farsi sfruttare senza remore.
Il risultato è che sullo schermo si vede tutto quello che non si dovrebbe fare quando si insegna: non si parla del tuo piatto, si parla di te, così che se fallisci, se non sei il migliore, non parliamo di un fallimento nel mondo dell’oggettività, legato ad una prestazione e ad un oggetto specifico – la carbonara dell’ultimo pressure test o il compito di matematica – ma della tua interiorità, di un livello legato al mondo dei valori e della volontà.
Se il tuo piatto è cattivo è perché non volevi abbastanza essere il nuovo masterchef, è la tua storia che fallisce, sei tu ad essere cattivo.
Le conseguenze di questo modo di intendere la formazione sono sotto gli occhi di tutti, nelle ansie di nuove generazioni che si trovano, a scuola all’università o sul lavoro, a combattere una gara a ostacoli solo per vivere una vita dignitosa.
Nel frattempo, in un mondo alla rovescia, gli Chef stellati non cucinano ma fanno gli psicologi in tv, i salari nel mondo della ristorazione sono sulla soglia della povertà e una cena costa come una giornata di lavoro.
Meglio cambiare canale, ma non in tv.
Note
[1] Questi dati, aumento medio dei voti e aumento dell’ansia, sono ormai noti a chiunque conosce la scuola da vicino. Si confrontino questo articolo sulle valutazioni e l’allarme dell’ospedale Bambin Gesù di Roma per riscontri oggettivi, che in ogni caso sono molto più ampi e approfonditi.
Fonte
31/10/2022
Balcani a rischio esplosione
Questa decisione, presa assolutamente in contrasto con la legislazione della BiH, è stata interpretata dalla forze vincitrici le elezioni, come lo scenario per la preparazione di una nuova Rivoluzione colorata, un colpo di stato oggettivo, contro l’autonomia serba all’interno della Bosnia-Erzegovina. Dietro questo scenario ci sono l’Occidente e le autorità di Sarajevo, è stato denunciato dai massimi esponenti dell’Unione dei Socialdemocratici Indipendenti di Dodik.
I due candidati di opposizione il Partito del Progresso Democratico di Jelena Trivic ha ricevuto meno del 10% dei voti alle elezioni parlamentari, mentre il Partito Democratico Serbo ha ricevuto circa il 15% dei voti. L’Unione dei socialdemocratici indipendenti di Dodik e Zelika Cviyanovich ha ricevuto circa il 63% dei voti, molto di più di quanto l’intera opposizione filo-occidentale abbia ricevuto insieme alle elezioni parlamentari. In questo scenario come può essere credibile una vittoria dell’opposizione?
L’ambasciatore della Bosnia ed Erzegovina in Croazia, A. Vranješ, ha affermato che “...l’intero processo post-elettorale è un tentativo di colpo di stato guidato da alcune ambasciate occidentali, da una parte dei media e dei social network e dall’opposizione, che ha perso le elezioni per l’ennesima volta... I rappresentanti dell’opposizione già nella notte delle elezioni hanno iniziato a prepararlo, anche se sapevano di avere perso, cercando di creare una atmosfera tesa e confusa, per annullare le decisioni popolari, portare il caos nelle strade e tentare di destabilizzare la Republika Srpska...”.
Queste accuse sono legate al fatto giuridico che la Commissione elettorale centrale della BiH non è un organo tecnico neutrale che sovrintende allo svolgimento del processo elettorale, di fatto è un organismo politico, come si è visto più volte in passato, imputato di assecondare gli obiettivi dell’establishment politico musulmano di Sarajevo e la cosiddetta Comunità internazionale. Esso è formata da tre rappresentanti dei popoli che formano lo stato bosniaco: un serbo, un croato e un bosniaco, oltre a rappresentanti di stati stranieri.
Il cuore del problema sta nel fatto che la Repubblica Srpska ha raggiunto oggi una solidità politica ed economica, anche in una prospettiva internazionale. Per questo le forze e i politici legati agli scenari occidentali e atlantisti, stanno mettendo sotto pressione le autorità serbe ed in particolare il suo presidente M. Dodik, visto come un politico non asservito agli interessi stranieri e non disponibile alla creazione di una sorta di BiH centralizzata a Sarajevo, con egemonia dei politici musulmani completamente dipendenti dai paesi occidentali, come continuamente suggerito e indicato da rappresentanti della cosiddetta Comunità internazionale, come, ad esempio, il rappresentante speciale degli Stati Uniti Gabriel Escobar.
Tutte queste azioni sono intraprese per indebolire in anticipo la posizione di Dodik, un politico indipendente che ha ottimi rapporti con la Russia, in un momento in cui lui e la Republika Srpska dovranno affrontare una serie di nuove sfide. Non sorprende che Dodik si sia affrettato a recarsi a Budapest in questi giorni, per ricevere le congratulazioni e il sostegno del leader di uno dei paesi della UE, il primo ministro ungherese Viktor Orban. E anche Mosca ha mandato le congratulazioni al presidente serbo. Di fatto non si vuole accettare che vi sia una politica indipendente nelle retrovie del fronte antirusso della NATO.
Il popolo serbo, per l’Occidente è un tangibile ostacolo che deve essere superato, prima di un delineato attacco alla Russia e quindi i politici serbi indipendenti sono sotto pressione, così come negli anni passati, la RFJ e la Serbia sono stati sottoposti all’aggressione diretta con i bombardamenti NATO del 1999. Pertanto, non sorprende che i serbi nella Republika Srpska abbiano votato per Dodik, che è a favore della difesa dell’identità e indipendenza serba, del mantenimento di buone relazioni con la Russia e con i paesi non facenti parte del blocco egemonico unipolare guidato dagli USA. Ai tempi odierni questa è una colpa gravissima.
Elena Trivic vorrebbe diventare la novella Tikhanovskaya della Republika Srpska. Probabilmente il “Piano A“ consisteva nel dichiarare la vittoria dell’opposizione la notte dopo le elezioni, con un gran numero di manifestanti scesi in piazza.
Ma questo piano è fallito per due ragioni: in primo luogo, il divario tra Dodik e la Trivic era troppo ampio e, in secondo luogo, poche persone sono scese in strada, in quanto non gode di molto sostegno tra la popolazione. Pertanto, il giorno successivo, una delegazione del partito di Elena Trivic si è recata all’ambasciata britannica. Questo è stato riferito dai media locali e l’ambasciata non ha smentito queste informazioni.
A quel punto è scattato il “Piano B”, che prevedeva il riconteggio dei voti. Ma questa è stata una decisione illegale, come spiegato sopra. Se l’opposizione insisterà sul fatto che Trivic è il vincitore, questo potrebbe causare una crisi prolungata nella Republika Srpska e una frattura nella società serbo bosniaca, e tutto ciò è lo schema delle varie Rivoluzioni colorate, che è l’usuale obiettivo dell’Occidente.
Ma questo potrebbe far accadere che l’opposizione non riconoscerà il risultato del riconteggio e chiederà nuove elezioni. Dodik ha già dichiarato che non lo accetterà. Questo sarebbe l’inizio del “Tempo dei problemi” nella Republika Srpska. L’alto rappresentante della Comunità internazionale in BiH, Christian Schmidt, non riconosciuto dalle Nazioni Unite e le autorità di Sarajevo userebbero questo per minare l’autonomia della Serbia dall’interno.
Il Vice Ministro degli Esteri russo A. Gruško ha confermato che la Serbia è sottoposta a pressioni senza precedenti: “Sappiamo molto bene la pressione senza precedenti a cui è sottoposta la Srpska ora. Questa pressione va oltre la portata delle relazioni diplomatiche tra gli stati, noi apprezziamo che la leadership serbo bosniaca stia lavorando in conformità con i suoi interessi nazionali.
La Russia farà di tutto affinché la cooperazione russo-serbo continui a essere un esempio di relazioni interstatali nel mondo moderno e in evoluzione... Un nuovo conflitto in Europa non è nell’interesse di nessuno. È evidente che la Bosnia Erzegovina si trova in una posizione piuttosto vulnerabile, e questo ci preoccupa, perché un altro conflitto nel cuore dell’Europa non è nell’interesse di nessuno, ma ovviamente ci sono circoli per i quali gli interessi di sicurezza non significano nulla, per essi la cosa più importante è continuare la lotta per l’egemonia mondiale e impedire ai paesi di fare scelte libere. L’Occidente vede la regione dei Balcani occidentali come un campo di lotta geopolitica con la Russia.”
In effetti la cooperazione tra RSrpska e Russia avanza in settori chiave come quelli del petrolio, del gas, dell’energia e dell’hi-tech.
L’analista politico e pubblicista N. Kecmanović, in passato membro della presidenza della BH, ha dichiarato che: “il compito storico di Dodik sarà di guidare la difesa della Srpska e del popolo serbo dall’ultimo assalto che l’Occidente sta preparando per distruggerla. Egli ha ottenuto una tripla vittoria e l’opposizione ha perso in tutte e tre le ultime consultazioni elettorali.”
Secondo l’esponente serbo bosniaco di Sarajevo, è un dato storico che, per vincere le elezioni nella RS ci devono essere, oltre al sostegno autonomo della maggioranza degli elettori, diversi fattori esterni che influenzano in modo significativo chi sceglierà il popolo. I primi tre fattori senza i quali non si può vincere sono l’appoggio della “madre patria”, cioè lo stato serbo, della Chiesa Ortodossa serba, come radice spirituale e poi della Russia, intesa come fratellanza identitaria storica e politica slava. In questi tempi a questo si sono aggiunti altri due fattori risultati decisivi: l’atteggiamento di ostracismo e arrogante della cosiddetta Comunità internazionale, intesa come l’Occidente e infine la scelta auto distruttrice e sottomessa agli interessi stranieri, della comunità musulmana e dei suoi politici di Sarajevo.
In sintesi così si può capire perché Dodik ha vinto per l’ennesima volta.
Il sostegno russo è stato pubblico e visibile: due incontri in tre mesi con Putin, oltre a numerose dichiarazioni di Lavrov e Kalabukhov sull’amicizia inscalfibile e storica tra Russia e Serbia. E Dodik alla Presidenza della Bosnia-Erzegovina ha sempre fermamente preso le distanze da tutte le dichiarazioni di Džaferović e Komšić (i presidenti musulmano e croato della BH), nonché del ministro Turkovic sulle sanzioni e sull’Operazione Speciale in Ucraina.
Non è mancato il supporto della Chiesa Ortodossa Serba: il patriarca Porfirije è andata spesso in Republika Srpska, parlando in diverse commemorazioni e celebrazioni con la presenza di Dodik.
E così dalla “Madre Patria“, la Serbia: i socialisti Dacic (presidente del parlamento serbo) e il ministro Vulin, oltre al radicale Seselj hanno esplicitamente sostenuto la rielezione della coalizione di Dodik , oltre ad alcuni media.
In merito agli altri due fattori che hanno permesso al leader serbo bosniaco di vincere le elezioni, l’ostracismo e l’arroganza del blocco dei paesi occidentali è stato più evidente che mai. Dopo le sanzioni personali statunitensi e della Gran Bretagna imposte a Dodik, queste sono state allargate anche alla sua vice, la candidata Željka Cvijanović, che così ha aumentato le simpatie e i voti dei serbo bosniaci verso di lei.
Le minacce dirette verso Dodik sono state così violente che, attraverso voci e “veline” mediatiche, il capo legale e legittimo (eletto) di uno stato riconosciuto a livello internazionale, è stato minacciato di arresto, rapimento e assassinio. Mentre le sanzioni della UE alla RS sono state bloccate dalla voce solitaria dell’Ungheria.
Tra gli analisti locali, già a maggio era evidente la probabile vittoria, dopo che a Banja Luka, un raduno di oltre 20.000 persone a sostegno di Dodik, organizzato dalla Organizzazione dei Veterani della RS, si era schierata contro i golpisti dell’EuroMaidan di Kiev e al fianco del Donbass. Questa organizzazione riunisce i veterani serbi che hanno combattuto nella guerra in Bosnia, ed è la più grande organizzazione non governativa della RS e della BH.
Per quanto riguarda il fattore sfavorevole portato dai politici musulmani di Sarajevo, essa ha sostenuto per tutta la campagna elettorale la tesi che per Dodik era “finita!”, appoggiando così l’opposizione ad esso, finendo sbugiardata e portando altri voti alla sua coalizione.
E così è stato: Željka Cvijanović è stata eletta membro serbo della presidenza della Bosnia-Erzegovina, mentre l’SNSD ha aumentato il numero di deputati nell’Assemblea della RS.
Gli elettori hanno capito che la coalizione dei partiti di opposizione, SDS, PDP e altri, hanno solo fatto una campagna elettorale contro Dodik, senza avere un candidato che potesse affrontarlo su un piano di parità ed esperienza politica.
Inoltre l’ostentata cooperazione con gli alti rappresentanti internazionali, in particolare con la figura non legittimata del tedesco Schmidt, con i funzionari dell’OHR (l’Ufficio di Alta Rappresentanza nella BH), ambasciatori occidentali, mediatori, giornalisti e agenti, si è dimostrata controproducente come le altre volte. Gli elettori lo percepiscono come un tradimento nazionale, non senza ragione. La percezione popolare è quella di come se stessero attaccando il loro paese dall’estero.
Il regista serbo bosniaco di Sarajevo Emir Kusturica ha dichiarato: “Dodik è un prodigio! Ha carisma, è intelligente, è capace. Dovreste prendere le cartoline di Banjaluka, Bijeljina, Trebinje... di 20 anni fa e vedere come è cambiato tutto con Dodik qui in Srpska, che è sopravvissuta nonostante tutto. Forse gli stessi elettori non sanno come spiegare il segreto del perché lo votano sempre. Ma eccolo di nuovo qui! E offre un governo di coalizione con i migliori quadri dei ranghi dei vari partiti patriottici... anche di esponenti di opposizione.
Sarebbe illogico che l’elettorato che segue quotidianamente il partito di Dodik, che ne è il leader, e della Cvijanović, che lo sostiene in tutto, non votasse per lui. Ma come si fa a dire che ha perso?! Come leader del SNSD, con l’aumento del numero di deputati nell’Assemblea della RS, questa volta è primo ministro, e la Cvijanović sarà membro serbo della Presidenza della Bosnia-Erzegovina e vicepresidente del partito.
Il PDP e i suoi dirigenti non riconosceranno mai il risultato delle elezioni, anche quando saranno annunciate ufficialmente dalla Commissione elettorale centrale, semplicemente perché con quel riconoscimento ammetterebbero allo stesso tempo, di aver ingannato il popolo della Republika Srpska e dovrebbero ammettere chi li ha creati e finanziati”, ha proseguito Kusturica.
Il 28 giugno 2022 nella cittadina di Andricgrad costruita dal regista serbo, Kusturica con la presenza di Dodik hanno inaugurato il monumento a Mesa Selimovic, insieme a Ivo Andric i due più grandi scrittori musulmani della letteratura jugoslava. In quella occasione Dodik ha dichiarato che “così da oggi Mesa Selimović ha avuto un posto fisso insieme agli altri grandi, perché è fondamentale essere legati ai nostri grandi e alla nostra storia.”
Personalità della Serbia, della Republika Srpska e del mondo affermano: non toccare la volontà elettorale del popolo della RS, non toccare la vittoria di Dodik!
Subito dopo le elezioni è stata lanciata una petizione con l’appello:
“NESSUNO DEVE CAMBIARE E ANNULLARE I RISULTATI DELLE ELEZIONI”
Il Testo della petizione:
Noi sottoscritti, guidati dal nostro amore per la Republika Srpska e tutti i suoi cittadini, con la nostra reputazione e parola, diamo sostegno pubblico al neoeletto Presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, vincitore delle elezioni del 2 ottobre 2022 .
“Allo stesso tempo, diamo un sostegno inequivocabile alla volontà democraticamente espressa del popolo serbo nella Republika Srpska, il cui diritto di scegliere liberamente i propri rappresentanti politici, che non deve essere contestato, alterato, cambiato o annullato da nessuno.
D’altra parte, condanniamo pubblicamente tutti i tentativi di violazione e le azioni illegali della Commissione elettorale centrale della Bosnia ed Erzegovina, nonché il sostegno a tali azioni da parte di alcuni attori internazionali in Bosnia ed Erzegovina, con l’obiettivo di contestare l’indiscutibile vittoria di Milorad Dodik e indirizzando così la Republika Srpska e il popolo serbo in uno stato di instabilità politica ed economica.
Tenendo presente tutto quanto sopra, sosteniamo fortemente il Presidente Dodik e le istituzioni della Republika Srpska nella difesa dell’integrità del processo elettorale, della volontà democratica del popolo serbo e della protezione dell’ordine costituzionale garantito dall’Accordo di pace di Dayton”.
La petizione ha già raccolto centinaia di firme. Tra gli altri, il professore francese di geopolitica Alexis Trud, gli accademici Jelena Guskova e Darko Tanasković, gli ex ministri degli affari esteri della FRY Vladislav Jovanović e Živadin Jovanović, poi i registi Emir Kusturica e Predrag Gaga Antonijević, il produttore Maksut Maksa Ćatović, l’attore Vuk Kostić, gli scrittori Slobodan Vladušić e Vladimir Kecmanović, gli storici Miloš Ković, Aleksandar Raković e Čedomir Antić, i professori Bogoljub Šijaković, Slobodan Antonić, Milomir Stepić, Miloš Jovanović, Srđa Trifković, Časlav Koprivica, poi i pubblicisti Aleksandar Pavić, Đorđe Vukadinović, giornalista Zoran e Dragovic Ljiljana Bogdanović e Siniša Ljepojević e altri numerosi professori universitari, scrittori, medici specialisti, pubblicisti, senatori, ambasciatori, ecc.
Fonte
08/09/2020
Navalny e il veleno dell’Occidente
Quest’opera dovrebbe com’è noto raddoppiare le forniture di gas naturale russo alla Germania passando attraverso il Mar Baltico e, in maniera cruciale, aggirare l’Ucraina, la quale perderebbe così un’importante fonte di entrate dai diritti di transito. Il progetto è da tempo osteggiato dagli Stati Uniti e dagli ambienti più irriducibilmente filo-americani in Europa e nella stessa Germania.
Da Washington si sta cercando in tutti i modi di impedirne il completamento ed esponenti dell’amministrazione Trump hanno più volte affermato esplicitamente le loro intenzioni. Il Nord Stream 2, a cui lavora un consorzio che include svariate compagnie europee, è completato ormai per oltre il 90%, ma le sanzioni dello scorso anno decise dal governo USA hanno provocato ritardi, così che i governi di Mosca e Berlino sono stati costretti a cercare soluzioni alternative per concludere un’infrastruttura da 11 miliardi di dollari.
Molti commentatori, al momento dell’avvelenamento di Navalny, avevano subito ipotizzato un collegamento tra il suo caso e il Nord Stream 2, soprattutto dopo che il politico-attivista russo era stato trasferito a Berlino con il consenso del Cremlino. La cancelliera Merkel, da parte sua, aveva escluso che i fatti relativi a Navalny fossero da collegare alla costruzione del gasdotto, ritenuto ufficialmente dal suo governo un’opera strategicamente indispensabile. Domenica, però, il ministro degli Esteri socialdemocratico, Heiko Maas, l’ha in parte smentita.
In un’intervista al giornale filo-atlantista Bild, Maas ha invitato “i russi a non costringerci a cambiare la nostra posizione sul Nord Stream 2”. Berlino vuole “risposte” concrete sul caso Navalny e, se Mosca “non contribuirà alle indagini [sull’avvelenamento] nei prossimi giorni”, la Germania dovrà “consultarsi” con i propri partner europei e della NATO, per poi valutare, come sempre, possibili sanzioni che potrebbero riguardare anche il gasdotto.
Forse in conseguenza delle ben note divisioni all’interno della classe politica tedesca sulla sorte del Nord Stream 2, Maas ha avvertito che l’eventuale precipitare dei rapporti con la Russia comporterà pesantissime conseguenze anche per le compagnie tedesche coinvolte nel progetto. Ancora venerdì scorso, infatti, Bloomberg News aveva scritto che né i cristiano-democratici né i socialdemocratici, partner di governo a Berlino, sembrano essere intenzionati a muoversi per boicottare il Nord Stream 2, vista la crucialità del gasdotto per l’industria tedesca. Ciononostante, il fatto che importanti esponenti del gabinetto Merkel siano alla fine venuti allo scoperto sulla questione testimonia sia delle pressioni anti-russe all’opera in questo frangente, sia dei possibili tentennamenti della coalizione di governo.
Anche il ministro della Difesa, Annegret Kramp-Karrenbauer, ex leader della CDU scelta dalla Merkel, nella giornata di domenica ha fatto eco alle dichiarazioni di Maas. Il malore e il ricovero di Navalny sono stati sfruttati inoltre dall’opposizione nel parlamento di Berlino, dove un gruppo sostanzioso di deputati, guidati da quelli dei Verdi, ha chiesto lo stop alla costruzione del Nord Stream 2.
All’offensiva hanno partecipato anche elementi esterni alla Germania, come il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian. Più di cento europarlamentari hanno invece indirizzato una lettera al responsabile della politica estera UE, Josep Borrell, per chiedere un’indagine sull’accaduto, “all’interno delle strutture delle Nazioni Unite o del Consiglio d’Europa”. Ancora più apertamente, sabato un altro gruppo di una qualche decina di europarlamentari ha fatto un appello specifico all’interruzione dei lavori per il completamento del gasdotto russo-tedesco.
Malgrado le incertezze del governo Merkel, era stata la stessa cancelliera a dare il via libera all’assalto contro il Cremlino quando mercoledì scorso, in una conferenza stampa, aveva affermato che per gli esperti militari tedeschi non vi erano dubbi sul fatto che Navalny fosse stato avvelenato con una sostanza appartenente alla famiglia del Novichok.
Una sostanza simile era stata ufficialmente identificata nel 2018 come responsabile dell’avvelenamento dell’ex ufficiale dell’intelligence russa, diventato spia britannica, Sergey Skripal. Anche in quel caso non vi erano prove delle responsabilità di Mosca e la ricostruzione degli eventi offerta da Londra sarebbe stata smontata da svariate analisi indipendenti. Il Novichok, tuttavia, in Occidente è da allora diventato sinonimo dei metodi gangsteristici del Cremlino per eliminare i propri avversari, tanto che è stato goffamente riciclato per l’operazione Navalny.
L’intera vicenda ha l’aspetto di un’operazione costruita a tavolino appunto per ostacolare il progetto Nord Stream 2 e, più in generale, il faticoso evolversi del rapporto tra Russia e Germania, anello fondamentale del processo di integrazione euro-asiatica che, per l’orrore degli ambienti “neo-con” americani, minaccia il formarsi di un blocco strategico-commerciale-energetico tra queste due potenze e la Cina.
Analizzata razionalmente e al di fuori dell’isteria dei media “mainstream”, la versione ufficiale del caso Navalny fa acqua da ogni parte. L’interrogativo più grande resta quello della condotta dei russi. Non è esattamente chiaro, cioè, il motivo per cui, dopo avere tentato di uccidere per avvelenamento Navalny, il Cremlino abbia dato il via libera al suo trasferimento in Germania dove, evidentemente, la sostanza tossica sarebbe stata subito individuata e messa a disposizione di una nuova operazione di propaganda.
Se, poi, l’intenzione di Putin era quella di uccidere il suo presunto rivale, molto difficilmente quest’ultimo avrebbe potuto sopravvivere. L’utilizzo sul suolo russo del Novichok o di altre sostanze simili ha allo stesso modo poco senso. Se il regime di Putin, come si sostiene in Occidente, ricorre puntualmente all’eliminazione degli avversari politici, avrebbe com’è ovvio utilizzato metodi ben più efficaci per liquidare Navalny. Anche accettando la tesi dell’avvelenamento, non si capisce la ragione per cui i servizi segreti russi o comunque gli esecutori materiali dell’operazione abbiano optato per una sostanza che non solo aveva già fallito nell’uccidere Sergey Skripal e sua figlia nel 2018, ma che, vista la campagna scatenata allora dai governi occidentali, se scoperta avrebbe fornito automaticamente una nuova occasione per puntare il dito contro Mosca.
A dir poco sospetta, oltre che ridicola, è inoltre la rapidità con cui la Germania è arrivata a chiudere il caso. Tanto più che le analisi sui campioni biologici di Navalny sono state effettuate da un organo non esattamente indipendente, bensì da un laboratorio delle forze armate tedesche che, con ogni probabilità, già al momento del suo trasferimento da un ospedale siberiano a Berlino, aveva nelle proprie mani l’esito desiderato per scatenare un nuovo polverone contro la Russia.
È interessante anche notare l’ipocrisia e la cattiva fede di quanti gridano allo scandalo per i metodi brutali del Cremlino minacciando sanzioni punitive pur in assenza di uno straccio di prova delle responsabilità russe. Basti pensare a come non ci sia stata nessuna iniziativa reale, al di là della retorica, dopo altri omicidi nel recente passato pur in presenza di prove o forti indizi che rimandavano a personalità e organi di governo. Gli esempi più famosi sono quelli dei giornalisti Jamal Khashoggi (Arabia Saudita), Daphne Caruana Galizia (Malta) e Jan Kuciak (Slovacchia).
Un altro aspetto da non trascurare nel caso Navalny è che l’oppositore di Putin potrebbe effettivamente essere stato vittima di un tentativo di avvelenamento, ma gli elementi esposti in precedenza e altri ancora portano a pensare eventualmente a responsabilità diverse da quelle del Cremlino. Ciò spiegherebbe anche la grossolanità e il fallimento del piano per assassinarlo.
Navalny non rappresenta in realtà un problema significativo per il governo di Mosca, perché il suo seguito in patria è minimo. Secondo un recente sondaggio indipendente, il gradimento popolare di un politico che, va ricordato, ha legami profondi con l’estrema destra e ha spesso manifestato sentimenti razzisti, risulta attorno al 2%. La celebrità di Navalny è piuttosto un fenomeno tutto occidentale ed è determinato, in larga misura, dai suoi legami con alcuni potenti oligarchi russi.
Navalny potrebbe così essere finito in un gioco di potere che si spiegherebbe in due modi: col tentativo di eliminarlo da parte di ambienti da ricondurre a centri di potere regionale contro cui Navalny ha condotto di recente alcune battaglie politiche o di una fazione dell’apparato di potere ostile a Putin che cerca di alimentare lo scontro tra Mosca e l’Occidente al fine di favorire un cambio di regime in Russia e ribaltare le prospettive strategiche di questo paese.
L’ipotesi più probabile, soprattutto se si valutano le conseguenze per il Cremlino, resta comunque quella di un’operazione orchestrata dall’Occidente, con o senza la collaborazione di elementi russi. Quel che è certo è che la patetica propaganda di Berlino, Bruxelles, Londra e Washington non farà nulla per fare chiarezza sui fatti, visto che punta precisamente a confonderli.
Per il momento, il dato strategico e politico più rilevante che potrebbe emergere dalla vicenda è la possibile definitiva rottura del rapporto tra Russia e Germania, peraltro in bilico da tempo. Da valutare attentamente sarà perciò l’atteggiamento del governo Merkel nel gestire una crisi che tocca alcuni dei nodi fondamentali per la classe dirigente tedesca, combattuta tra le pressioni degli alleati, la difesa degli interessi nazionali e le ambiguità delle strategie con cui intende imporsi nella nuova realtà globale che guarda sempre più verso oriente.
Fonte
19/07/2020
Comunque vada, il “sogno europeo” è a pezzi...
Comunque vada... Lo spettacolo dato a Bruxelles distrugge molti miti sull’Unione Europea. Ad uscirne a pezzi sono dunque soprattutto gli “europeisti senza se e senza ma”, che hanno dipinto quel corral neonazista dove si discute solo di soldi e chissenefrega dei popoli come un “ideale mondo migliore”...
Si può naturalmente discettare a lungo, e con molte buone ragioni, se i “frugali”, e specificamente l’Olanda, abbiano giocato la parte del “poliziotto cattivo” per tirare la volata al “poliziotto buono” Angela Merkel, ovvero la Germania che ha fiutato il sangue dei Paesi mediterranei e cerca ora di ridisegnare la Ue ancora di più a propria immagine, somiglianza e filiere produttive.
Ma è indubbio che due giorni di rissa continua, con leader attempati che si presentano descamisados alle telecamere e altri più giovani che mostrano i denti senza volerlo, rivelando una natura feroce che intendevano nascondere sotto il velo del bon ton, seppelliscono anche l’immagine di una comunità pacificata dai tecnocrati e dai funzionari.
I resoconti – in alcuni casi palesemente imbarazzati – narrano di una feroce lotta nazionalista nelle stanze che dovevano certificare la fine del nazionalismo.
Qualsiasi accordo uscirà nella notte di domenica il famoso e sempiterno “compromesso”, che chiude di solito questi vertici, dovrà forzatamente segnare la sconfitta di alcuni e la vittoria di altri. Senza mezzi termini che consentono ad ognuno di dichiararsi vincitore. Dopo, a casa propria e a beneficio di telecamere amiche.
Stavolta no. Giuseppe Conte che ad un certo punto deve rinunciare a tutto e si limita a pretendere un accordo che non suoni esplicitamente punitivo, un trionfo “olandese”, è l’immagine anticipata del risultato finale. Un Salvini al suo posto, non avrebbe fatto meglio. E ne sarebbe stato sepolto definitivamente...
Che un leaderino come Mark Rutte, alla testa di un piccolo paese che è un paradiso fiscale anti-partner (e solo adesso viene scritto anche sui media di casa nostra, che strano!), alla guida di una maggioranza governativa risicata e insidiata da destra da un nazista dichiarato come Wilders, possa chiedere di “decidere lui come l’Italia spenderà i fondi eventualmente messi a disposizione dalla Ue” (dunque, pro quota, anche dall’Italia), e che tutto questo riesca ad inchiodare un continente, è il segno di una crisi che magari non sarà irreversibile. Ma non lascia certo speranze che quello è “europeo” un mondo migliore…
Passeranno forse il pomeriggio a decidere dove passare più mani di stucco pesante per nascondere le crepe. Ma la “solidarietà europea” è già morta. Agli occhi di molti, se non di tutti. Riscrivere una “narrazione edificante” e “antipopulista” sarà un compito davvero improbo...
Si saprà insomma chi comanda, ossia chi è il sovrano, con nome, cognome e nazionalità. Ma non potrà più nascondersi sotto un’immaginaria – e ormai uccisa – “entità comunitaria democratica”.
Vedremo i termini generali più precisi quando i 27 capi di Stato e di governo apporranno – se l’apporranno – le proprie auguste firme. Ma già adesso dovremmo capire in quale luogo risieda oggi il “potere politico” e quale tipo di conflitto sarà necessario per rovesciarlo.
Di certo, dovreste averlo capito tutti, non sta a Palazzo Chigi. Chiunque ci abiti...
Fonte
