di Francesco Dall'Aglio
Il revival anni '80, che tanto ci piace, presenta anche degli inconvenienti, tipo il ritorno di quelli che all'epoca si chiamavano "euromissili", ovvero i missili a medio raggio schierati da USA e URSS sul continente europeo.
Chi ha qualche anno alle spalle si ricorda, credo, i nomi: quelli cattivi erano gli SS-20 (in realtà si chiamavano RSD-10 "Pioner", ma così erano designati dalla NATO), quelli buoni erano i Pershing-II e i BGM-109 Tomahawk, detti sbrigativamente "cruise" (per me erano alternativamente buoni o cattivi a seconda del lato della cortina di ferro oltre il quale mi trovavo).
Nel 1987, però, per la precisione l'8 dicembre, Reagan e Gorbačëv firmarono a Washington il trattato INF, Intermediate-Range Nuclear Forces, che non si limitava a bandirli ma li eliminava del tutto. Un’ottima cosa, sicuramente, ma in retrospettiva (e certo tutti sono bravi, in retrospettiva) si trattò da parte dell’URSS di un’ingenuità colossale, non solo perché di lì a 5 anni l’URSS non sarebbe più esistita, cosa che oggettivamente non si poteva prevedere, ma perché il trattato stesso era pesantemente sbilanciato in favore degli USA e della NATO. Non prevedeva, infatti, la dismissione dei missili a medio raggio lanciati da piattaforme navali o aeree: e se per quanto riguarda l’aria i sovietici avevano già sviluppato un equivalente del Tomahawk e dell’AGM-86 (ALCM) che lo sostituì di lì a poco, non avevano nulla di paragonabile ai Tomahawk lanciati da piattaforme navali perché i loro P-700 ‟Granit” o P-5 ‟Pyatyorka” erano molto meno versatili, più datati e sostanzialmente utili solo come armi anti-nave e non per colpire bersagli a terra, come i Tomahawk fecero con grande entusiasmo (e per fortuna senza carico nucleare) e gran risalto mediatico nelle varie guerre giuste degli anni ‛90. I russi hanno colmato il divario con l’introduzione del Kalibr che però è entrato in servizio nel 2012.
La Russia quindi si è trovata incatenata a un trattato che la sfavoriva strategicamente e che, in virtù dell’allargamento della NATO e della disponibilità di basi navali e aeree per l’aviazione USA molto più a est di quanto non fossero mai state durante la guerra fredda (e molto più a sud, dopo l’ingresso in forze degli asset militari statunitensi in Iraq e, per qualche tempo, Afghanistan, cosa che tendiamo sempre a sottovalutare perché, si sa, quello che non succede in Europa non conta), e senza contare il contributo che gli alleati NATO potevano dare agli USA e che non era più bilanciato dal Patto di Varsavia, che non esisteva più, aumentava di parecchio la sua insicurezza.
La situazione peggiorò ulteriormente nel 2002, quando gli USA abbandonarono unilateralmente il trattato ABM sulla limitazione dei missili balistici (presidenza George Bush, ma il recesso fu votato già nel 1997 durante la presidenza Clinton, anche se il congresso era a maggioranza repubblicana). Per rassicurare la Russia si disse che l’abbandono del trattato non era diretto contro di loro ma contro i ‟rogue states” tipo Iran o Corea del Nord, ma la rassicurazione non servì a molto soprattutto perché contemporaneamente gli USA cominciarono a giocherellare con il concetto EIS, European Interceptor Site, un sistema antimissile a medio raggio anti-missili balistici. Anche qui i bersagli erano nominalmente Iran e Corea del Nord, ma la base doveva essere in Polonia – cosa che, come è facile capire, non venne accolta benissimo a Mosca.
Nel 2009 (c’era già stato il ‟discorso di Monaco” di Putin nel 2007 e, soprattutto, il vertice NATO di Bucarest nel 2008) l’amministrazione Obama passò all’EPAA, European Phased Adaptive Approach: al posto dell’EIS ci sarebbe stato l’Aegis Ashore, ovvero una versione lanciabile da terra del sistema missilistico navale Aegis BMD che utilizza missili SM-3, da piazzare sempre in Polonia, a Redizikowo, entro il 2018. I lavori per la costruzione della base iniziarono nel 2016 ma un po’ di ritardi e la questione del Covid hanno ritardato l’inaugurazione del sistema al 2024; intanto però già dal 2016 era operative la base di Deveselu, in Romania, equipaggiata sempre con il sistema Aegis Ashore. La pezza giuridica, diciamo così, era sempre la stessa: gli SM-3 sono missili difensivi, non offensivi, quindi anche se il raggio operativo è esattamente quello proibito dal trattato INF non conta. La Russia ha risposto che gli SM-3 certamente lo sono, ma che non lo sono i Thomawak, che l’Aegis può teoricamente lanciare, e mentre noi eravamo distratti da tutt’altre questioni, questa, unita ovviamente alla situazione in Ucraina, fu la controversia che avvelenò definitivamente i rapporti tra USA e Russia.
Alla fine furono gli USA a uscire dal trattato, nel 2019 con decisione presa nel 2018 (presidenza Trump), sostenendo che fosse stata la Russia ad averlo violato (questo già nel 2014, presidenza Obama) schierando due battaglioni armati di missili 9M729 (che la NATO designa come SSC-8, e che in Russia sono anche noti come ‟Novator” perché li produce, appunto, la OKB Novator) solo nominalmente a corto raggio ma in realtà, sempre secondo gli USA, con un raggio di circa 2500 km. Questa accusa non è stata provata (come quella russa che l’Aegis può lanciare i Tomahawk) ma ha consentito agli USA di ritirarsi dal trattato, che la Russia ha invece continuato a rispettare provando più volte a convincere gli USA a rientrarci. Il 26 ottobre 2020, ad esempio. Putin aveva proposto una moratoria che comprendesse ‟misure di verifica reciproche sui sistemi Aegis Ashore con lanciatori MK-41 che sono schierati nelle basi USA e NATO in Europa, così come sui missili 9M729 nei siti delle Forze Armate della Federazione Russa nella regione di Kaliningrad” e, nonostante i missili 9M729 non rientrassero tra quelli proibiti dal trattato si diceva disposto a non schierarli a patto che i paesi NATO prendessero misure analoghe. Il 25 dicembre 2020 Vladimir Ermakov, in una lunga intervista per RIA Novosti nella quale toccava parecchi punti, tornava sulle procedure di controllo reciproche includendovi esplicitamente i 9M729 schierati a Kaliningrad, e l’11 febbraio 2021 Sergey Ryabkov (dal minuto 15) ripeteva il concetto aggiungendo che lo si poteva estendere anche all’area dell’Asia e del Pacifico. Nonostante queste aperture, né l’amministrazione Trump I né l’amministrazione Biden fecero un passo per provare a disinnescare la tensione, con i risultati che vediamo adesso.
Non solo, ma dal 2024 gli USA hanno schierato nelle Filippine (non contro la Russia quindi, ma contro la Cina) i sistemi missilistici Typhon, che impiegano una versione lanciabile da sistemi di terra del missile navale SM-6 e del Tomahawk, che torna così alla sua origine da ‟euromissile”. Le batterie sono state portate nelle Filippine nell’aprile 2024 per una esercitazione, ma stranamente pare non riescano a tornare a casa e anzi il loro numero è aumentato. Per quanto riguarda la Russia, appena il mese scorso, il 15 luglio, il Ministero della Difesa tedesco ha annunciato che la Germania intende acquistare alcuni sistemi Typhon. Se quindi mettiamo insieme l’Aegis Ashore, i Typhon che la Germania intende schierare, le atomiche a gravità che gli USA hanno spostato in Gran Bretagna e l’ultima sparata sui sommergibili nucleari, sembra abbastanza chiaro il motivo per cui la Russia ha deciso di uscire anch’essa dal trattato.
Dal punto di vista pratico, la Russia si sente ora autorizzata a schierare sul suo territorio, regione di Kalningrad inclusa e probabilmente anche Bielorussia, una serie di armamenti che finora non schierava: non solo i 9M729, ma anche versioni terrestri del Kalibr e dello Tsirkon, e gli Iskander 1000 a gittata aumentata, per non parlare dell’Oreshnik. Niente più ‟gesti di buona volontà”, quindi, ma una risposta abbastanza decisa a una situazione escalatoria che la Russia ha lasciato sobbollire per un po’, prima di decidersi a rispondere. Inoltre, nella risposta russa si sottolineano le azioni escalatorie degli USA non solo nel teatro europeo, ma anche in quello indo-pacifico, in un assist evidente alla Cina. Sarà interessante vedere se decideranno di schierare qualcosa anche in Corea del Nord.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/08/2025
09/06/2025
I missili occidentali mettono a dura prova la moderazione di Mosca
Dal momento che l’Occidente non ha valutato correttamente la moderazione russa, Mosca è prossima ad annullare la moratoria sul dispiegamento di missili a media e corta gittata; lo ha detto alla TASS il vice Ministro degli esteri russo Sergej Rjabkov, il quale ha sottolineato come la Russia si veda costretta a tale passo, di fronte alle sempre più accentuate minacce missilistiche.
Gli USA di Trump, ha detto Rjabkov, intendono incrementare in varie aree del mondo il dispiegamento di missili a medio e corto raggio con base a terra e, «al momento, non si notano cambiamenti cardinali, né tantomeno inversioni di tendenza nei piani USA»; al contrario, ha detto, i passi concreti dei circoli militari yankee «ci convincono che tali attività non faranno che aumentare. La nostra posizione in merito è stata espressa ripetutamente e con tutti i dettagli necessari».
Di fatto, ha detto ancora il vice Ministro, il freno dimostrato da Mosca in ambito “post-INF” non è stato apprezzato da USA e loro alleati, né tanto meno ricambiato. Come conseguenza, dichiariamo «apertamente e direttamente che la nostra moratoria unilaterale sullo schieramento di missili INF basati a terra si avvicina alla sua logica conclusione».
Questo, sul piano generale. Nello specifico del conflitto ucraino, la Reuters scrive che, secondo fonti ufficiali americane, si attendono a breve nuovi colpi russi di risposta su alcune importanti strutture ufficiali ucraine, tra cui anche i comandi dell’intelligence a Kiev.
Ovvio che i giornalacci milanesi, voce dei tagliagole portatori dei “valori europeisti”, urlino sulla «vendetta dello zar» contro la popolazione civile ucraina: come assioma “giornalistico”, gli attacchi russi prendono sempre e solo di mira obiettivi civili, al contrario di quelli della “democratica” junta nazigolpista di Kiev, che dirige la propria “ragnatela” esclusivamente contro mezzi militari russi.
Che i colpi portati su strutture istituzionali ucraine provochino inevitabilmente vittime anche tra civili, pare quasi inevitabile e non costituisce certo motivo di entusiasmo, indipendentemente dalla nazionalità delle vittime: la popolazione civile è sempre quella che, in modo diretto (il massacro di Buča, per dirne solo uno, inscenato dai nazisti ucraini quale pretesto per ritirarsi dalle trattative a Istanbul nel 2022, va anche al di là del crimine diretto e intenzionale) ma più spesso indiretto, subisce purtroppo gli effetti più deleteri delle guerre, ovunque.
Tuttavia, per quanto ci sforziamo, non ricordiamo che nel 2014 o nel 2015, 2016, si siano mai levate da via Solferino lamentazioni funeree per i bambini di Gorlovka, Stakhanov, Donetsk e tante città e villaggi del Donbass colpiti dalle cannonate ucraine (all’epoca, l’impiego di droni non era ancora così diffuso) direttamente nei parchi giochi – quindi scientemente – nelle piazzole sportive scolastiche, nei parchi cittadini.
Quanti civili e soprattutto quanti bambini del Donbass sono rimasti uccisi dai razzi con cui cui Kiev terrorizzava in quagli anni, fino al 2019, 2020 ecc, la popolazione civile di DNR e LNR e quante urla di raccapriccio provocava quel deliberato terrorismo nelle italiche “redazioni” guerrafondaie?
Basta. In ogni caso sia chiaro che quello di Mosca è «puro terrorismo»: parola di Vladimir Zelenskij, diffusa dal pulpito di via Solferino secondo cui «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era» (Giovanni, 1,1) colui che è perennemente abbigliato in shirt verde con tridente nazibanderista.
Gli USA, però, riporta ancora la Reuters, ritengono che le minacce di Putin all’Ucraina in risposta all’operazione “ragnatela” non si siano ancora concretizzate e che ci si debba attendere un serio attacco su più obiettivi, portato con aerei, missili e droni: questo è quanto dichiarato da alcuni funzionari statunitensi, secondo i quali, però, non sarebbero chiari i tempi della risposta russa completa, dato che gli attacchi dei giorni scorsi, in particolare su Kiev su Khar’kov, non sarebbero stati che una risposta parziale.
Le fonti anonime della Reuters affermano che la risposta di Mosca potrebbe essere “asimmetrica”, cioè che gli obiettivi non sarebbero speculari all’attacco ucraino della scorsa settimana contro gli aerei militari russi. Una fonte diplomatica occidentale ha affermato che, sebbene la risposta russa possa essere già iniziata, è probabile che si intensifichi, con attacchi contro obiettivi ucraini simbolici come edifici governativi. Un alto diplomatico occidentale prevede un attacco devastante da parte di Mosca.
D’altra parte, a proposito della moderazione, o del contenimento russi, di cui ha parlato il vice Ministro Rjabkov, è opinione del deputato Konstantin Zatulin, vicepresidente della Commissione della Duma per CSI e integrazione eurasiatica, che uno dei motivi per cui Mosca non ha distrutto i due-tre ponti sul Dnepr nel centro di Kiev, come molti si attendevano sin dall’inizio del conflitto, possa essere il fatto che ciò avrebbe presupposto il ricorso ad armi nucleari.
Zatulin ha criticato ogni idea di attacchi nucleari, sottolineando come i parallelismi da qualcuno azzardati con gli attacchi atomici yankee sul Giappone non stiano in piedi, tanto più che «nessuno in USA ha mai detto a nessuno che “giapponesi e americani sono un solo popolo”», come ripetuto invece in più occasioni dai massimi esponenti del Cremlino a proposito di russi e ucraini.
Questo in primo luogo; la seconda cosa, ha detto Zatulin, è che «tra Giappone e Stati Uniti c’è l’Oceano Pacifico. Si può trovare un Oceano Pacifico tra noi e l’Ucraina?».
Di contro, l’ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, ha affermato a SkyNews che Mosca sta ancora conducendo un’operazione limitata in Ucraina, non una guerra vera e propria. La Russia dispone di risorse che permettono di continuare a lungo le operazioni militari, ha detto Kelin; ma «ora la scelta sta a Kiev: o intendono chiudere il conflitto, concludendo cioè un regolare accordo, un trattato regolare che elimini le cause prime, oppure vengono sconfitti, costretti a una completa capitolazione, a condizioni molto peggiori... Questa non è ancora una guerra, direi. Se lo fosse, taglieremmo semplicemente tutti i ponti lungo il Dnepr, dividendo un terzo del paese dalla parte rimanente. Ma non lo faremo. Si tratta ancora di un’operazione limitata, con obiettivi limitati», ha dichiarato Kelin.
Obiettivi effettivamente, “ancora” limitati. Tant’è che lo stesso Zatulin ha teso in certo qual modo a ridimensionare gli attacchi ucraini agli obiettivi militari russi.
Sulla questione degli attacchi ucraini del 1 giugno agli aeroporti militari russi in Karelija e in Siberia, Zatulin sostiene che i velivoli colpiti non facessero parte delle forze nucleari strategiche russe: «non c’è stato alcun attacco alla triade nucleare strategica», ha detto il deputato; gli aerei dislocati in quegli aeroporti appartengono «in realtà all’aviazione di marina, vettori missilistici della nostra flotta. Non si trattava dei “Cigni Bianchi”, che costituiscono in effetti il pilastro delle nostre forze nucleari strategiche».
Non si tratta, insomma, dell’aviazione strategica, «anche se, ovviamente, il danno c’è stato. Non lo dico perché voglio sminuire la portata dell’accaduto, ma solo per chiarire di quali velivoli si parla».
Questo, tanto per chiarire, anche agli “entusiasti” di via Solferino, che non è mai il caso di infervorarsi troppo per le “ragnatele” tessute da chi, come avrebbe detto Mao «cerca di afferrare i passeri con gli occhi bendati».
Fonte
Gli USA di Trump, ha detto Rjabkov, intendono incrementare in varie aree del mondo il dispiegamento di missili a medio e corto raggio con base a terra e, «al momento, non si notano cambiamenti cardinali, né tantomeno inversioni di tendenza nei piani USA»; al contrario, ha detto, i passi concreti dei circoli militari yankee «ci convincono che tali attività non faranno che aumentare. La nostra posizione in merito è stata espressa ripetutamente e con tutti i dettagli necessari».
Di fatto, ha detto ancora il vice Ministro, il freno dimostrato da Mosca in ambito “post-INF” non è stato apprezzato da USA e loro alleati, né tanto meno ricambiato. Come conseguenza, dichiariamo «apertamente e direttamente che la nostra moratoria unilaterale sullo schieramento di missili INF basati a terra si avvicina alla sua logica conclusione».
Questo, sul piano generale. Nello specifico del conflitto ucraino, la Reuters scrive che, secondo fonti ufficiali americane, si attendono a breve nuovi colpi russi di risposta su alcune importanti strutture ufficiali ucraine, tra cui anche i comandi dell’intelligence a Kiev.
Ovvio che i giornalacci milanesi, voce dei tagliagole portatori dei “valori europeisti”, urlino sulla «vendetta dello zar» contro la popolazione civile ucraina: come assioma “giornalistico”, gli attacchi russi prendono sempre e solo di mira obiettivi civili, al contrario di quelli della “democratica” junta nazigolpista di Kiev, che dirige la propria “ragnatela” esclusivamente contro mezzi militari russi.
Che i colpi portati su strutture istituzionali ucraine provochino inevitabilmente vittime anche tra civili, pare quasi inevitabile e non costituisce certo motivo di entusiasmo, indipendentemente dalla nazionalità delle vittime: la popolazione civile è sempre quella che, in modo diretto (il massacro di Buča, per dirne solo uno, inscenato dai nazisti ucraini quale pretesto per ritirarsi dalle trattative a Istanbul nel 2022, va anche al di là del crimine diretto e intenzionale) ma più spesso indiretto, subisce purtroppo gli effetti più deleteri delle guerre, ovunque.
Tuttavia, per quanto ci sforziamo, non ricordiamo che nel 2014 o nel 2015, 2016, si siano mai levate da via Solferino lamentazioni funeree per i bambini di Gorlovka, Stakhanov, Donetsk e tante città e villaggi del Donbass colpiti dalle cannonate ucraine (all’epoca, l’impiego di droni non era ancora così diffuso) direttamente nei parchi giochi – quindi scientemente – nelle piazzole sportive scolastiche, nei parchi cittadini.
Quanti civili e soprattutto quanti bambini del Donbass sono rimasti uccisi dai razzi con cui cui Kiev terrorizzava in quagli anni, fino al 2019, 2020 ecc, la popolazione civile di DNR e LNR e quante urla di raccapriccio provocava quel deliberato terrorismo nelle italiche “redazioni” guerrafondaie?
Basta. In ogni caso sia chiaro che quello di Mosca è «puro terrorismo»: parola di Vladimir Zelenskij, diffusa dal pulpito di via Solferino secondo cui «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era» (Giovanni, 1,1) colui che è perennemente abbigliato in shirt verde con tridente nazibanderista.
Gli USA, però, riporta ancora la Reuters, ritengono che le minacce di Putin all’Ucraina in risposta all’operazione “ragnatela” non si siano ancora concretizzate e che ci si debba attendere un serio attacco su più obiettivi, portato con aerei, missili e droni: questo è quanto dichiarato da alcuni funzionari statunitensi, secondo i quali, però, non sarebbero chiari i tempi della risposta russa completa, dato che gli attacchi dei giorni scorsi, in particolare su Kiev su Khar’kov, non sarebbero stati che una risposta parziale.
Le fonti anonime della Reuters affermano che la risposta di Mosca potrebbe essere “asimmetrica”, cioè che gli obiettivi non sarebbero speculari all’attacco ucraino della scorsa settimana contro gli aerei militari russi. Una fonte diplomatica occidentale ha affermato che, sebbene la risposta russa possa essere già iniziata, è probabile che si intensifichi, con attacchi contro obiettivi ucraini simbolici come edifici governativi. Un alto diplomatico occidentale prevede un attacco devastante da parte di Mosca.
D’altra parte, a proposito della moderazione, o del contenimento russi, di cui ha parlato il vice Ministro Rjabkov, è opinione del deputato Konstantin Zatulin, vicepresidente della Commissione della Duma per CSI e integrazione eurasiatica, che uno dei motivi per cui Mosca non ha distrutto i due-tre ponti sul Dnepr nel centro di Kiev, come molti si attendevano sin dall’inizio del conflitto, possa essere il fatto che ciò avrebbe presupposto il ricorso ad armi nucleari.
Zatulin ha criticato ogni idea di attacchi nucleari, sottolineando come i parallelismi da qualcuno azzardati con gli attacchi atomici yankee sul Giappone non stiano in piedi, tanto più che «nessuno in USA ha mai detto a nessuno che “giapponesi e americani sono un solo popolo”», come ripetuto invece in più occasioni dai massimi esponenti del Cremlino a proposito di russi e ucraini.
Questo in primo luogo; la seconda cosa, ha detto Zatulin, è che «tra Giappone e Stati Uniti c’è l’Oceano Pacifico. Si può trovare un Oceano Pacifico tra noi e l’Ucraina?».
Di contro, l’ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, ha affermato a SkyNews che Mosca sta ancora conducendo un’operazione limitata in Ucraina, non una guerra vera e propria. La Russia dispone di risorse che permettono di continuare a lungo le operazioni militari, ha detto Kelin; ma «ora la scelta sta a Kiev: o intendono chiudere il conflitto, concludendo cioè un regolare accordo, un trattato regolare che elimini le cause prime, oppure vengono sconfitti, costretti a una completa capitolazione, a condizioni molto peggiori... Questa non è ancora una guerra, direi. Se lo fosse, taglieremmo semplicemente tutti i ponti lungo il Dnepr, dividendo un terzo del paese dalla parte rimanente. Ma non lo faremo. Si tratta ancora di un’operazione limitata, con obiettivi limitati», ha dichiarato Kelin.
Obiettivi effettivamente, “ancora” limitati. Tant’è che lo stesso Zatulin ha teso in certo qual modo a ridimensionare gli attacchi ucraini agli obiettivi militari russi.
Sulla questione degli attacchi ucraini del 1 giugno agli aeroporti militari russi in Karelija e in Siberia, Zatulin sostiene che i velivoli colpiti non facessero parte delle forze nucleari strategiche russe: «non c’è stato alcun attacco alla triade nucleare strategica», ha detto il deputato; gli aerei dislocati in quegli aeroporti appartengono «in realtà all’aviazione di marina, vettori missilistici della nostra flotta. Non si trattava dei “Cigni Bianchi”, che costituiscono in effetti il pilastro delle nostre forze nucleari strategiche».
Non si tratta, insomma, dell’aviazione strategica, «anche se, ovviamente, il danno c’è stato. Non lo dico perché voglio sminuire la portata dell’accaduto, ma solo per chiarire di quali velivoli si parla».
Questo, tanto per chiarire, anche agli “entusiasti” di via Solferino, che non è mai il caso di infervorarsi troppo per le “ragnatele” tessute da chi, come avrebbe detto Mao «cerca di afferrare i passeri con gli occhi bendati».
Fonte
22/11/2024
Guerra in Ucraina - La Russia lancia un IRBM ipersonico, ultimo avvertimento contro l’escalation occidentale
Il mistero sulla denuncia di Kiev riguardo l’utilizzo da parte russa di un missile intercontinentale è stato dipanato ieri sera direttamente da Vladimir Putin, in un discorso alla nazione carico di indicazioni importanti rispetto alle direzioni che può prendere il conflitto in Ucraina.
Il Cremlino, infatti, ha dichiarato che è stato lanciato un missile IRBM (un missile balistico a raggio intermedio, non intercontinentale come l’ICBM) MIRV (a testata multipla, per continuare a chiarire le varie sigle che si leggono sui giornali).
Il missile Orešnik, cioè “nocciola”, ne ha sei, ed è partito dal cosmodromo di Kapustin Yar. Viaggiando a una velocità di 2,5/3 chilometri al secondo (Mach 10), ha raggiunto Dnepropetrovsk in pochissimi minuti, colpendo lo stabilimento di Yuzhmash, coinvolto nello sviluppo missilistico.
Questa tipologia di arma, che può portare anche testate nucleari e non può essere intercettato dagli attuali sistemi di difesa, compreso il Patriot degli Stati Uniti, sembra essere stata sviluppata in completa segretezza.
Ad ogni modo, Sabrina Singh, portavoce del Pentagono, ha confermato in conferenza stampa che le autorità USA sono state avvertite con mezz’ora di anticipo del lancio del missile. Per evitare reazioni da parte statunitense che, senza ombra di dubbio, controllano Kapustin Yar con i satelliti.
Nel proprio discorso televisivo, Putin ha dichiarato che l’uso dell’Orešnik è avvenuto in risposta agli attacchi effettuati nelle regioni di Kursk e Bryansk il 19 novembre (coi missili ATACMS) e il 21 novembre (con i missili Storm Shadow).
Avevamo già scritto che l’ultima “botta da matto” di Biden, a cui è seguita quella di Francia e Regno Unito, cambiava i caratteri della guerra in Ucraina verso un’escalation che può diventare nucleare.
Questo perché, come Putin stesso ha ricordato, “è impossibile utilizzare armi a lungo raggio senza specialisti dei paesi in cui sono state prodotte”, con tutte le specifiche di quali armi si sta in realtà parlando che trovate negli articoli sopra linkati.
Il presidente russo ha sottolineato che “il conflitto in Ucraina ha acquisito elementi di carattere globale per gli attacchi dei missili occidentali contro la Russia”, la quale ha dimostrato di essere “pronta a qualsiasi sviluppo”.
Le parole di Putin hanno anche evidenziato come, in un certo senso, lo sviluppo dell’Orešnik sia la conseguenza del ritiro unilaterale degli USA dal trattato INF, sulle armi nucleari a raggio intermedio, avvenuto nel 2019 con l’amministrazione Trump.
La Russia, dunque, “ritiene di avere il diritto” di colpire le strutture militari dei paesi che hanno dato via libera all’utilizzo delle loro armi sul proprio territorio, e che al massimo saranno avvertiti per tempo i civili della zona, per ridurre al minimo il loro coinvolgimento.
Insomma, un avvertimento chiaro anche alle potenze occidentali, dato che, fatti un paio di calcoli, il nuovo missile russo impiegherebbe una ventina di minuti per raggiungere il Regno Unito.
Il 26 novembre è stata chiamata una riunione d’emergenza del Consiglio Ucraina-NATO, per affrontare le conseguenze dell’uso della nuova arma da parte di Mosca.
Le centrali imperialistiche occidentali possono cogliere l’occasione per una de-escalation, che sarebbe l’unica cosa intelligente da fare dopo aver spinto sul pedale dell’accelerazione dal 2022 a oggi.
Su molti media euroatlantici l’uso dell’Orešnik è stato additato come una risposta “rabbiosa” di Putin, mentre invece sembra la che Russia si stia muovendo con molti degli accorgimenti che la gravità della situazione richiede, pur mantenendo un atteggiamento saldo rispetto ai propri obiettivi strategici.
Ora, NATO e alleati possono rafforzare il braccio di ferro con la Russia, rendendo sempre più concreto il pericolo di un conflitto nucleare. Purtroppo, alcune notizie non fanno presagire nulla di buono: il Dipartimento della Difesa USA, appena 12 ore fa, ha pubblicato sul suo sito la notizia che vuole rivedere la sua strategia per la deterrenza nucleare.
Le minacce russe e cinesi, e il fatto che alcuni accordi scadranno a febbraio senza all’orizzonte un facile rinnovo, spingono in questa direzione, ha detto Richard Johnson, vice-assistente segretario alla Difesa per la politica nucleare.
Bisogna sperare che non sia davvero questa la strada intrapresa a Washington e Bruxelles. Ma intanto, risulta chiaro che la lotta per inceppare gli ingranaggi di guerra va intensificata.
Fonte
Il Cremlino, infatti, ha dichiarato che è stato lanciato un missile IRBM (un missile balistico a raggio intermedio, non intercontinentale come l’ICBM) MIRV (a testata multipla, per continuare a chiarire le varie sigle che si leggono sui giornali).
Il missile Orešnik, cioè “nocciola”, ne ha sei, ed è partito dal cosmodromo di Kapustin Yar. Viaggiando a una velocità di 2,5/3 chilometri al secondo (Mach 10), ha raggiunto Dnepropetrovsk in pochissimi minuti, colpendo lo stabilimento di Yuzhmash, coinvolto nello sviluppo missilistico.
Questa tipologia di arma, che può portare anche testate nucleari e non può essere intercettato dagli attuali sistemi di difesa, compreso il Patriot degli Stati Uniti, sembra essere stata sviluppata in completa segretezza.
Ad ogni modo, Sabrina Singh, portavoce del Pentagono, ha confermato in conferenza stampa che le autorità USA sono state avvertite con mezz’ora di anticipo del lancio del missile. Per evitare reazioni da parte statunitense che, senza ombra di dubbio, controllano Kapustin Yar con i satelliti.
Nel proprio discorso televisivo, Putin ha dichiarato che l’uso dell’Orešnik è avvenuto in risposta agli attacchi effettuati nelle regioni di Kursk e Bryansk il 19 novembre (coi missili ATACMS) e il 21 novembre (con i missili Storm Shadow).
Avevamo già scritto che l’ultima “botta da matto” di Biden, a cui è seguita quella di Francia e Regno Unito, cambiava i caratteri della guerra in Ucraina verso un’escalation che può diventare nucleare.
Questo perché, come Putin stesso ha ricordato, “è impossibile utilizzare armi a lungo raggio senza specialisti dei paesi in cui sono state prodotte”, con tutte le specifiche di quali armi si sta in realtà parlando che trovate negli articoli sopra linkati.
Il presidente russo ha sottolineato che “il conflitto in Ucraina ha acquisito elementi di carattere globale per gli attacchi dei missili occidentali contro la Russia”, la quale ha dimostrato di essere “pronta a qualsiasi sviluppo”.
Le parole di Putin hanno anche evidenziato come, in un certo senso, lo sviluppo dell’Orešnik sia la conseguenza del ritiro unilaterale degli USA dal trattato INF, sulle armi nucleari a raggio intermedio, avvenuto nel 2019 con l’amministrazione Trump.
La Russia, dunque, “ritiene di avere il diritto” di colpire le strutture militari dei paesi che hanno dato via libera all’utilizzo delle loro armi sul proprio territorio, e che al massimo saranno avvertiti per tempo i civili della zona, per ridurre al minimo il loro coinvolgimento.
Insomma, un avvertimento chiaro anche alle potenze occidentali, dato che, fatti un paio di calcoli, il nuovo missile russo impiegherebbe una ventina di minuti per raggiungere il Regno Unito.
Il 26 novembre è stata chiamata una riunione d’emergenza del Consiglio Ucraina-NATO, per affrontare le conseguenze dell’uso della nuova arma da parte di Mosca.
Le centrali imperialistiche occidentali possono cogliere l’occasione per una de-escalation, che sarebbe l’unica cosa intelligente da fare dopo aver spinto sul pedale dell’accelerazione dal 2022 a oggi.
Su molti media euroatlantici l’uso dell’Orešnik è stato additato come una risposta “rabbiosa” di Putin, mentre invece sembra la che Russia si stia muovendo con molti degli accorgimenti che la gravità della situazione richiede, pur mantenendo un atteggiamento saldo rispetto ai propri obiettivi strategici.
Ora, NATO e alleati possono rafforzare il braccio di ferro con la Russia, rendendo sempre più concreto il pericolo di un conflitto nucleare. Purtroppo, alcune notizie non fanno presagire nulla di buono: il Dipartimento della Difesa USA, appena 12 ore fa, ha pubblicato sul suo sito la notizia che vuole rivedere la sua strategia per la deterrenza nucleare.
Le minacce russe e cinesi, e il fatto che alcuni accordi scadranno a febbraio senza all’orizzonte un facile rinnovo, spingono in questa direzione, ha detto Richard Johnson, vice-assistente segretario alla Difesa per la politica nucleare.
Bisogna sperare che non sia davvero questa la strada intrapresa a Washington e Bruxelles. Ma intanto, risulta chiaro che la lotta per inceppare gli ingranaggi di guerra va intensificata.
Fonte
15/09/2024
Gli USA vogliono schierare missili a medio raggio in Giappone
La segretaria dell’esercito statunitense, Christine Wormuth, ha espresso l’interesse al posizionamento di un sistema missilistico a medio raggio sul suolo giapponese. A riferirlo è il Japan Times, che ne riporta le parole a un evento tenutosi in Virginia, all’inizio della scorsa settimana.
Il riferimento è al sistema Mid-Range Capability, noto anche semplicemente come Typhon. Esso dovrebbe essere fornito in dotazione a una Multi-Domain Task Force, di cui l’impegno in esercitazioni militari in zona è stato discusso in una visita della Wormuth nel paese del Sol Levante, lo scorso mese.
“Abbiamo chiarito il nostro interesse in merito con le Forze di autodifesa giapponesi”, ha dichiarato la segretaria statunitense, ribadendo anche che qualsiasi dispiegamento “avrebbe seguito i tempi decisi dal governo giapponese”.
Il MRC Typhon è il primo sistema missilistico a medio raggio sviluppato da Washington in pratica dalla fine della Guerra Fredda, e sarebbe stato messo a punto in appena un paio d’anni, tra il 2020 e il 2022. Si tratta di un rimorchio su cui sono installati quattro lanciatori verticali Mk-41.
Due sono i tipi di munizione che possono essere utilizzati: il missile standard supersonico SM-6 e il missile da crociera Tomahawk. Il raggio del primo è di 460 km, il secondo nelle varianti Blocco IV e V con testata non nucleare è invece di ben 1600 km.
400 Tomahawk sono stati acquistati dal Giappone all’inizio di questo anno, metà del primo tipo e metà del secondo. Proprio negli ultimi giorni la marina giapponese ha cominciato i lavori di modifica dei suoi cacciatorpedinieri per ospitare i missili in questione.
Tokyo aveva deciso di anticipare di un anno questo acquisto, del valore totale di 2,35 miliardi di dollari spalmato su tre anni fiscali, dal 2025 al 2027. La decisione è stata presa “in considerazione a un ambiente di sicurezza sempre più minaccioso”.
Tornando al sistema MRC Typhon, ora sono però direttamente gli Stati Uniti che vogliono dispiegare questo tipo di armi sulle isole del Pacifico, ad una distanza che permetterebbe ai missili di arrivare senza problemi in Cina così come in Russia.
Washington si è ritirata il 2 agosto del 2019 dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), e non è perciò più vincolata in alcun modo alle regole mediate con Mosca riguardo i missili a medio raggio che possono ospitare testate nucleari.
Nell’autunno del 2018 il presidente Trump aveva sottolineato, infatti, come questo accordo non solo fosse stato violato più volte, secondo le autorità a-stelle-e-strisce, dalla Russia, ma svantaggiasse il paese anche nei confronti del Dragone. Biden non è poi tornato indietro rispetto ai passi del tycoon.
Proprio in questo 2024 gli USA hanno schierato un MRC Typhon nelle Filippine, durante un’esercitazione congiunta con Manila, iniziata lo scorso aprile che ha coinvolti anche i mari a nord del paese.
Le operazioni dovrebbero concludersi a breve, ma l’intenzione statunitense sembra quella di un posizionamento stabile, o almeno più continuativo, di questo sistema d’arma nell’Indo-Pacifico, lanciando una sfida diretta a Pechino. La Cina ha fatto sapere che si oppone a questo schieramento che “aumenterebbe il rischio di errori di valutazione e di calcolo”.
Le autorità giapponesi hanno smentito a lungo le ipotesi che volevano il posizionamento di armi del genere da parte statunitense sul suolo giapponese, e ancora oggi negano che questa possibilità sia nell’agenda della Difesa.
Ma il fatto che un alto rappresentante dell’esercito USA lo abbia detto in maniera esplicita rende ufficiale il fatto che al Pentagono ci stanno pensando. E anche che gli USA sono pronti ad alzare ulteriormente la tensione nell’Indo-Pacifico.
Fonte
Il riferimento è al sistema Mid-Range Capability, noto anche semplicemente come Typhon. Esso dovrebbe essere fornito in dotazione a una Multi-Domain Task Force, di cui l’impegno in esercitazioni militari in zona è stato discusso in una visita della Wormuth nel paese del Sol Levante, lo scorso mese.
“Abbiamo chiarito il nostro interesse in merito con le Forze di autodifesa giapponesi”, ha dichiarato la segretaria statunitense, ribadendo anche che qualsiasi dispiegamento “avrebbe seguito i tempi decisi dal governo giapponese”.
Il MRC Typhon è il primo sistema missilistico a medio raggio sviluppato da Washington in pratica dalla fine della Guerra Fredda, e sarebbe stato messo a punto in appena un paio d’anni, tra il 2020 e il 2022. Si tratta di un rimorchio su cui sono installati quattro lanciatori verticali Mk-41.
Due sono i tipi di munizione che possono essere utilizzati: il missile standard supersonico SM-6 e il missile da crociera Tomahawk. Il raggio del primo è di 460 km, il secondo nelle varianti Blocco IV e V con testata non nucleare è invece di ben 1600 km.
400 Tomahawk sono stati acquistati dal Giappone all’inizio di questo anno, metà del primo tipo e metà del secondo. Proprio negli ultimi giorni la marina giapponese ha cominciato i lavori di modifica dei suoi cacciatorpedinieri per ospitare i missili in questione.
Tokyo aveva deciso di anticipare di un anno questo acquisto, del valore totale di 2,35 miliardi di dollari spalmato su tre anni fiscali, dal 2025 al 2027. La decisione è stata presa “in considerazione a un ambiente di sicurezza sempre più minaccioso”.
Tornando al sistema MRC Typhon, ora sono però direttamente gli Stati Uniti che vogliono dispiegare questo tipo di armi sulle isole del Pacifico, ad una distanza che permetterebbe ai missili di arrivare senza problemi in Cina così come in Russia.
Washington si è ritirata il 2 agosto del 2019 dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), e non è perciò più vincolata in alcun modo alle regole mediate con Mosca riguardo i missili a medio raggio che possono ospitare testate nucleari.
Nell’autunno del 2018 il presidente Trump aveva sottolineato, infatti, come questo accordo non solo fosse stato violato più volte, secondo le autorità a-stelle-e-strisce, dalla Russia, ma svantaggiasse il paese anche nei confronti del Dragone. Biden non è poi tornato indietro rispetto ai passi del tycoon.
Proprio in questo 2024 gli USA hanno schierato un MRC Typhon nelle Filippine, durante un’esercitazione congiunta con Manila, iniziata lo scorso aprile che ha coinvolti anche i mari a nord del paese.
Le operazioni dovrebbero concludersi a breve, ma l’intenzione statunitense sembra quella di un posizionamento stabile, o almeno più continuativo, di questo sistema d’arma nell’Indo-Pacifico, lanciando una sfida diretta a Pechino. La Cina ha fatto sapere che si oppone a questo schieramento che “aumenterebbe il rischio di errori di valutazione e di calcolo”.
Le autorità giapponesi hanno smentito a lungo le ipotesi che volevano il posizionamento di armi del genere da parte statunitense sul suolo giapponese, e ancora oggi negano che questa possibilità sia nell’agenda della Difesa.
Ma il fatto che un alto rappresentante dell’esercito USA lo abbia detto in maniera esplicita rende ufficiale il fatto che al Pentagono ci stanno pensando. E anche che gli USA sono pronti ad alzare ulteriormente la tensione nell’Indo-Pacifico.
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23/06/2022
L’incubazione della guerra/5. Gli Usa disdettano il Trattato INF sulle armi nucleari nel 2019
Ad agosto del 2019 il controllo degli armamenti nucleari definito nei trattati bilaterali tra Usa e Urss nel 1987 ed ancora in vigore, subiva una pesante doccia fredda chiudendo un’era. Il Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) – siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov – era il secondo accordo vincolante rimasto in vigore tra Russia e Stati Uniti teso a garantire un equilibrio tra i due maggiori arsenali nucleari del mondo. Nel 2002 gli Usa avevano già abbandonato unilateralmente il Trattato ABM sulle armi anti-balistiche.
Con l’obiettivo di eliminare i missili balistici e da crociera di medio o corto raggio (500-550 km di gittata) lanciati da terra, armati in modo convenzionale o con testate nucleari, il Trattato INF prevedeva un attento regime di verifiche reciproche, comprese ispezioni nelle basi dove erano installati i missili, che segnarono l’era della cooperazione bilaterale tra Usa e Urss prima e tra Usa e Russia poi sul fronte del disarmo. Il 1° giugno 1991 le riduzioni degli arsenali erano state completate, con 2.692 missili americani e sovietici smantellati. La stagione degli euromissili era conclusa, il bando avrebbe dovuto avere durata illimitata.
Negli ultimi anni però sia Mosca che Washington si accusavano a vicenda di violare il Trattato.
La Nato ovviamente accusa la Russia di essere la sola responsabile del fallimento del Trattato INF. Mosca avrebbe violato i limiti imposti dal Trattato sviluppando un missile di gittata superiore ai 500 km: l’9M729, versione aggiornata del 9M728, denominato Iskander-M. Secondo la Nato ce ne sarebbero «interi battaglioni», schierati anche nella Russia occidentale più vicina all’Europa. Il missile sarebbe in grado di lanciare un attacco nucleare contro un Paese Nato dell’Europa occidentale, con brevissimo preavviso. I russi dicono però che il Novator 9M729 – SSC-8 per la Nato – ha una gittata massima di 480 km, e dunque è in regola: a loro volta puntano il dito sull’MK-41 statunitense.
A ottobre del 2018, alla vigilia delle elezioni di medio termine, il presidente statunitense Trump annunciava il ritiro unilaterale degli Usa dal Trattato INF dando alla Russia sei mesi di tempo per rientrare negli accordi. Di fronte all’impasse anche la Russia – ma a luglio 2019 – annunciava che si sarebbe ritirata dal Trattato INF specularmente al ritiro statunitense.
Alla scadenza dell’ultimatum statunitense, la Russia faceva sapere di aver chiesto agli Stati Uniti e agli altri Paesi Nato di dichiarare una moratoria sullo sviluppo di missili nucleari a breve e medio raggio in Europa, cioè sul territorio più esposto al venir meno del Trattato INF. Ma l’offerta veniva respinta dal segretario generale della Nato, Stoltenberg, definendola non credibile, in quanto secondo la Nato “la Russia ha schierato missili di questo tipo per anni. Non ci sono nuovi missili americani in Europa, né nuovi missili Nato. Ma ci sono sempre più missili russi”.
Ma la disdetta del Trattato INF nel 2019 non può essere “accollata” solamente a Trump.
Anche Obama già nel 2014 (l’anno dell’annessione della Crimea alla Russia) avrebbe preso in considerazione ma poi abbandonato la possibilità di un ritiro dal Trattato INF, ritenendo che la Russia avesse testato un missile da crociera (cruise, ndr) vietato dagli accordi.
Il nuovo missile di medio raggio che i russi avrebbero sviluppato era il Novator 9M729, in grado di lanciare un attacco nucleare contro un Paese della Nato in Europa, con brevissimo preavviso. Mosca replicò affermando di non aver violato gli accordi, e già in passato ha chiarito che i missili in questione non sono stati modificati o testati per superare la gittata proibita dal Trattato (oltre i 500km). Non solo, la Russia rilancia piuttosto le accuse agli Stati Uniti addossandogli la responsabilità di una nuova corsa agli armamenti a causa dell’abbandono di un altro Trattato: l’ABM.
Questo trattato poneva limiti ai sistemi strategici anti-missile (Anti-Ballistic Missile Treaty) e nel 2002 il presidente George W. Bush jr si era ritirato unilateralmente dall’ABM per poter sviluppare il cosiddetto “scudo spaziale” in Europa – il sistema di missili antimissili “Aegis Ashore” – da installare nei paesi Nato più vicini alla Russia e che aveva segnato una delle principali cause di tensione e del progressivo allontanamento tra russi e americani.
L’installazione di un sistema di difesa anti-missile in Europa, secondo Mosca, consente agli USA e alla NATO di lanciare missili da crociera e droni armati equivalenti ai tipi di armamenti che l’INF proibisce.
Nel 2016 le postazioni missilistiche dello Scudo Spaziale USA/NATO sono diventate operative sul teatro europeo in Polonia, Romania e Turchia.
Cosa è accaduto dunque tra il 2002 e il 2019 nei Trattati tra Russia, Usa e Nato?
Secondo il New York Times, in realtà, il motivo per cui gli Usa hanno deciso di ritirarsi dal Trattato INF ha più a che fare con la Cina, che non è vincolata a un trattato di cui non è firmataria e che, secondo gli Usa stava investendo massicciamente nello sviluppo missilistico. Ma gli effetti hanno inquietato sicuramente più Mosca che Pechino.
Di fatto, molti analisti ritengono che la vera ragione del ritiro americano dal Trattato INF sia stato quello di avere le mani libere per contrastare anche la minaccia cinese. Secondo la Casa Bianca, non è più possibile non coinvolgere nei negoziati per il controllo degli armamenti la Cina, con il suo arsenale di testate nucleari. Fonti dell’amministrazione Usa aggiungono che, una volta liberati dal vincolo del Trattato, gli Stati Uniti potranno condurre test su nuove tecnologie missilistiche.
A quel punto rimaneva un solo Trattato strategico bilaterale tra Usa e Russia sulle armi nucleari: il trattato Start (Strategic Arms Reduction Treaty). Lo Start pone un limite alle armi nucleari strategiche (1.550, il più basso da decenni) concesse ai rispettivi arsenali, riduce il numero di missili schierati a terra e basati su sottomarini, e il numero di bombardieri strategici. Il Trattato Start firmato nel 2010, era in scadenza nel 2021, con la possibilità di una proroga di cinque anni. A febbraio 2021 è stato siglata l’estensione di altri cinque anni del nuovo Trattato Start fissando un tetto di 1.550 testate e 700 missili e bombardieri dispiegati per ciascuno dei due Stati. L’accordo sarà valido fino al 5 febbraio 2026.
Ma le cose non vanno bene come dovrebbe essere, tutt’altro. Venerdì 25 febbraio, il giorno successivo all’attacco russo all’Ucraina, è circolata la notizia gli Stati Uniti hanno sospeso unilateralmente i colloqui con la Russia sul futuro del controllo degli armamenti e della stabilità strategica. Nei colloqui sospesi secondo il Wall Street Journal “le due parti hanno finora individuato posizioni completamente diverse nelle discussioni. Gli Stati Uniti hanno affermato che un futuro accordo dovrebbe coprire tutte le armi nucleari, la Russia ha replicato con una proposta secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero ritirare le loro armi nucleari dall’Europa”.
In un suo commento a questa sospensione dei colloqui Putin ha letteralmente affermato che: “Per quanto riguarda gli affari militari, anche dopo lo scioglimento dell’URSS e la perdita di una parte considerevole delle sue capacità, la Russia di oggi rimane uno degli Stati nucleari più potenti. Inoltre, ha un certo vantaggio in diverse armi all’avanguardia. In questo contesto, nessuno dovrebbe dubitare che qualsiasi potenziale aggressore dovrà affrontare la sconfitta e le conseguenze infauste se dovesse attaccare direttamente il nostro Paese”.
La disdetta unilaterale statunitense del Trattato INF nel 2019, prima ancora quella sul Trattato ABM nel 2002, la sospensione dei colloqui sul Trattato Start nel 2022 e il tono dei commenti dei leader politici, rappresentano un punto di caduta pesante e inquietante che azzera quasi trenta anni di dialogo e controlli sugli armamenti nucleari strategici. Nulla di buono per il futuro, anche perché il clima che aveva portato alla firma dei Trattati sul disarmo delle armi nucleari sembra ormai appartenere ad un’altra fase storica, irriconoscibile e irripetibile nella nuova fase in cui siamo entrati.
Una guerra in incubazione da venti anni:
Vedi la prima puntata: La guerra contro la Jugoslavia nel 1999
Vedi la seconda puntata: Il conflitto in Georgia nel 2008
Vedi la terza puntata: La guerra in Donbass nel 2014
Vedi la quarta puntata: La guerra civile e gli interventi militari in Siria nel 2015
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Con l’obiettivo di eliminare i missili balistici e da crociera di medio o corto raggio (500-550 km di gittata) lanciati da terra, armati in modo convenzionale o con testate nucleari, il Trattato INF prevedeva un attento regime di verifiche reciproche, comprese ispezioni nelle basi dove erano installati i missili, che segnarono l’era della cooperazione bilaterale tra Usa e Urss prima e tra Usa e Russia poi sul fronte del disarmo. Il 1° giugno 1991 le riduzioni degli arsenali erano state completate, con 2.692 missili americani e sovietici smantellati. La stagione degli euromissili era conclusa, il bando avrebbe dovuto avere durata illimitata.
Negli ultimi anni però sia Mosca che Washington si accusavano a vicenda di violare il Trattato.
La Nato ovviamente accusa la Russia di essere la sola responsabile del fallimento del Trattato INF. Mosca avrebbe violato i limiti imposti dal Trattato sviluppando un missile di gittata superiore ai 500 km: l’9M729, versione aggiornata del 9M728, denominato Iskander-M. Secondo la Nato ce ne sarebbero «interi battaglioni», schierati anche nella Russia occidentale più vicina all’Europa. Il missile sarebbe in grado di lanciare un attacco nucleare contro un Paese Nato dell’Europa occidentale, con brevissimo preavviso. I russi dicono però che il Novator 9M729 – SSC-8 per la Nato – ha una gittata massima di 480 km, e dunque è in regola: a loro volta puntano il dito sull’MK-41 statunitense.
A ottobre del 2018, alla vigilia delle elezioni di medio termine, il presidente statunitense Trump annunciava il ritiro unilaterale degli Usa dal Trattato INF dando alla Russia sei mesi di tempo per rientrare negli accordi. Di fronte all’impasse anche la Russia – ma a luglio 2019 – annunciava che si sarebbe ritirata dal Trattato INF specularmente al ritiro statunitense.
Alla scadenza dell’ultimatum statunitense, la Russia faceva sapere di aver chiesto agli Stati Uniti e agli altri Paesi Nato di dichiarare una moratoria sullo sviluppo di missili nucleari a breve e medio raggio in Europa, cioè sul territorio più esposto al venir meno del Trattato INF. Ma l’offerta veniva respinta dal segretario generale della Nato, Stoltenberg, definendola non credibile, in quanto secondo la Nato “la Russia ha schierato missili di questo tipo per anni. Non ci sono nuovi missili americani in Europa, né nuovi missili Nato. Ma ci sono sempre più missili russi”.
Ma la disdetta del Trattato INF nel 2019 non può essere “accollata” solamente a Trump.
Anche Obama già nel 2014 (l’anno dell’annessione della Crimea alla Russia) avrebbe preso in considerazione ma poi abbandonato la possibilità di un ritiro dal Trattato INF, ritenendo che la Russia avesse testato un missile da crociera (cruise, ndr) vietato dagli accordi.
Il nuovo missile di medio raggio che i russi avrebbero sviluppato era il Novator 9M729, in grado di lanciare un attacco nucleare contro un Paese della Nato in Europa, con brevissimo preavviso. Mosca replicò affermando di non aver violato gli accordi, e già in passato ha chiarito che i missili in questione non sono stati modificati o testati per superare la gittata proibita dal Trattato (oltre i 500km). Non solo, la Russia rilancia piuttosto le accuse agli Stati Uniti addossandogli la responsabilità di una nuova corsa agli armamenti a causa dell’abbandono di un altro Trattato: l’ABM.
Questo trattato poneva limiti ai sistemi strategici anti-missile (Anti-Ballistic Missile Treaty) e nel 2002 il presidente George W. Bush jr si era ritirato unilateralmente dall’ABM per poter sviluppare il cosiddetto “scudo spaziale” in Europa – il sistema di missili antimissili “Aegis Ashore” – da installare nei paesi Nato più vicini alla Russia e che aveva segnato una delle principali cause di tensione e del progressivo allontanamento tra russi e americani.
L’installazione di un sistema di difesa anti-missile in Europa, secondo Mosca, consente agli USA e alla NATO di lanciare missili da crociera e droni armati equivalenti ai tipi di armamenti che l’INF proibisce.
Nel 2016 le postazioni missilistiche dello Scudo Spaziale USA/NATO sono diventate operative sul teatro europeo in Polonia, Romania e Turchia.
Cosa è accaduto dunque tra il 2002 e il 2019 nei Trattati tra Russia, Usa e Nato?
Secondo il New York Times, in realtà, il motivo per cui gli Usa hanno deciso di ritirarsi dal Trattato INF ha più a che fare con la Cina, che non è vincolata a un trattato di cui non è firmataria e che, secondo gli Usa stava investendo massicciamente nello sviluppo missilistico. Ma gli effetti hanno inquietato sicuramente più Mosca che Pechino.
Di fatto, molti analisti ritengono che la vera ragione del ritiro americano dal Trattato INF sia stato quello di avere le mani libere per contrastare anche la minaccia cinese. Secondo la Casa Bianca, non è più possibile non coinvolgere nei negoziati per il controllo degli armamenti la Cina, con il suo arsenale di testate nucleari. Fonti dell’amministrazione Usa aggiungono che, una volta liberati dal vincolo del Trattato, gli Stati Uniti potranno condurre test su nuove tecnologie missilistiche.
A quel punto rimaneva un solo Trattato strategico bilaterale tra Usa e Russia sulle armi nucleari: il trattato Start (Strategic Arms Reduction Treaty). Lo Start pone un limite alle armi nucleari strategiche (1.550, il più basso da decenni) concesse ai rispettivi arsenali, riduce il numero di missili schierati a terra e basati su sottomarini, e il numero di bombardieri strategici. Il Trattato Start firmato nel 2010, era in scadenza nel 2021, con la possibilità di una proroga di cinque anni. A febbraio 2021 è stato siglata l’estensione di altri cinque anni del nuovo Trattato Start fissando un tetto di 1.550 testate e 700 missili e bombardieri dispiegati per ciascuno dei due Stati. L’accordo sarà valido fino al 5 febbraio 2026.
Ma le cose non vanno bene come dovrebbe essere, tutt’altro. Venerdì 25 febbraio, il giorno successivo all’attacco russo all’Ucraina, è circolata la notizia gli Stati Uniti hanno sospeso unilateralmente i colloqui con la Russia sul futuro del controllo degli armamenti e della stabilità strategica. Nei colloqui sospesi secondo il Wall Street Journal “le due parti hanno finora individuato posizioni completamente diverse nelle discussioni. Gli Stati Uniti hanno affermato che un futuro accordo dovrebbe coprire tutte le armi nucleari, la Russia ha replicato con una proposta secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero ritirare le loro armi nucleari dall’Europa”.
In un suo commento a questa sospensione dei colloqui Putin ha letteralmente affermato che: “Per quanto riguarda gli affari militari, anche dopo lo scioglimento dell’URSS e la perdita di una parte considerevole delle sue capacità, la Russia di oggi rimane uno degli Stati nucleari più potenti. Inoltre, ha un certo vantaggio in diverse armi all’avanguardia. In questo contesto, nessuno dovrebbe dubitare che qualsiasi potenziale aggressore dovrà affrontare la sconfitta e le conseguenze infauste se dovesse attaccare direttamente il nostro Paese”.
La disdetta unilaterale statunitense del Trattato INF nel 2019, prima ancora quella sul Trattato ABM nel 2002, la sospensione dei colloqui sul Trattato Start nel 2022 e il tono dei commenti dei leader politici, rappresentano un punto di caduta pesante e inquietante che azzera quasi trenta anni di dialogo e controlli sugli armamenti nucleari strategici. Nulla di buono per il futuro, anche perché il clima che aveva portato alla firma dei Trattati sul disarmo delle armi nucleari sembra ormai appartenere ad un’altra fase storica, irriconoscibile e irripetibile nella nuova fase in cui siamo entrati.
Una guerra in incubazione da venti anni:
Vedi la prima puntata: La guerra contro la Jugoslavia nel 1999
Vedi la seconda puntata: Il conflitto in Georgia nel 2008
Vedi la terza puntata: La guerra in Donbass nel 2014
Vedi la quarta puntata: La guerra civile e gli interventi militari in Siria nel 2015
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15/05/2022
26/06/2020
New START: gli USA verso l’uscita
La discussione tra Russia e Stati Uniti attorno al rinnovo dell’ultimo trattato bilaterale rimasto in piedi contro la proliferazione delle armi nucleari ha subito mostrato questa settimana tutti gli ostacoli che attendono i delegati delle due potenze. L’atteggiamento americano è ancora una volta l’ostacolo principale a un possibile accordo. I calcoli strategici di Washington sono infatti in piena evoluzione e minacciano di riservare al cosiddetto “New START” la stessa sorte già toccata a un lungo elenco di altri trattati abbandonati negli ultimi anni dal presidente Trump e dai suoi predecessori.
Il “New Strategic Arms Reduction Treaty” era stato ratificato nel 2011 sotto l’amministrazione Obama e sostituiva tutti i precedenti trattati sulla riduzione delle testate nucleari (SORT, START I e START II), implementati o meno. Il “New START” scadrà nel febbraio del 2021, a meno di un prolungamento di altri cinque anni attraverso un meccanismo che, una volta raggiunta l’intesa a livello governativo, non richiede l’approvazione dei parlamenti dei due paesi.
Il trattato impegna Russia e Stati Uniti a ridurre considerevolmente le testate nucleari strategiche attive a loro disposizione, così come le piattaforme di lancio, cioè dalle circa 6000 che contano i rispettivi arsenali a non più di 1.550. Oltre a una serie di altre condizioni, il “New START” consente anche ispezioni periodiche reciproche per verificarne il rispetto.
Il trattato è chiaramente un affare bilaterale tra le due principali potenze nucleari del pianeta, ma gli Stati Uniti insistono nel coinvolgere la Cina nelle trattative per un possibile rinnovo. Questa insistenza, evidente da una vera e propria sceneggiata orchestrata dalla delegazione USA lunedì all’apertura dei colloqui a Vienna, fa in modo che le trattative abbiano fin da ora scarsissime prospettive di successo.
Pechino ha fatto sapere da tempo di non avere alcun interesse a discutere con Washington e Mosca delle proprie armi strategiche nucleari. La ragione è presto spiegata. Il numero delle testate della Repubblica Popolare non arriva a 300, così che, com’è ovvio, non avrebbe alcun senso trattare su una limitazione dell’arsenale nucleare cinese in presenza di tali differenze. Tanto più se si considera l’escalation militare degli Stati Uniti in Asia orientale in funzione appunto di contenimento della crescita cinese.
Il governo americano ha comunque tutta l’intenzione di trasformare i negoziati sul “New START” in una nuova operazione di propaganda contro Pechino, col risultato quasi certo di affondare il trattato stesso. In un’azione emblematica delle intenzioni degli Stati Uniti, fortemente criticata dalla Russia, i rappresentanti dell’amministrazione Trump lunedì hanno disposto alcune bandierine cinesi al tavolo dei negoziati di fronte a postazioni vuote. Il capo della delegazione USA, il sottosegretario di Stato Marshall Billingslea, ha poi postato l’immagine su Twitter, accompagnandola con un commento totalmente fuorviante per denunciare l’assenza della Cina da un vertice con cui nulla ha a che fare.
La mossa si è però trasformata in un boomerang. Un giornalista della testata China Daily ha risposto alla provocazione con un tweet nel quale ricordava la totale assenza di credibilità degli Stati Uniti, usciti unilateralmente da parecchi accordi internazionali, da quello sul nucleare iraniano a quello sul clima di Parigi. Lo stesso reporter ha poi invitato Washington a dichiarare la disponibilità a ridurre le proprie testate nucleari a un numero simile a quello dell’arsenale di Pechino prima di chiedere il coinvolgimento della Cina nei negoziati.
Viste le premesse, non è sorprendente che le aspettative di Mosca sul “New START” siano tutt’altro che ottimistiche. Il vice-ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha ammesso in un’intervista a NBC News di non credere che gli Stati Uniti finiranno per prolungare il trattato. Il diplomatico russo non ha mancato di far notare come il tentativo di coinvolgere la Cina nei colloqui in corso sia del tutto assurdo, come lo è la richiesta fatta da Washington a Mosca di insistere con Pechino affinché partecipi ai negoziati sulla riduzione delle testate nucleari.
Ryabkov ha invitato piuttosto la Casa Bianca ad adoperarsi direttamente con la Cina, se nutre preoccupazione per le attività nucleari di questo paese, mentre ha attribuito alla vera e propria “ossessione” americana per Pechino l’impossibilità di fare progressi verso la ratifica di un nuovo trattato.
Un’identica “ossessione” ha già portato nel recente passato alla fine di un altro importante trattato tra Russia e Stati Uniti, quello sulle Forze Nucleari Intermedie (INF), risalente al 1987 e abbandonato in primo luogo per gli svantaggi strategici nei confronti di Pechino che il rispetto di esso da parte americana avrebbe comportato. La ragione ufficiale del boicottaggio dell’INF erano le presunte violazioni attribuite a Mosca, ma in realtà gli USA lamentavano le restrizioni che il trattato imponeva allo sviluppo e al posizionamento di missili intermedi per contrastare i progressi in questo ambito soprattutto della Cina.
Il fatto che le trattative sul “New START” siano probabilmente morte sul nascere non porta in ogni caso vantaggi all’immagine internazionale degli Stati Uniti, per non parlare di quelli sul piano strategico, legati in primo luogo alla perdita della possibilità di condurre ispezioni reciproche. La completa inaffidabilità di un governo che intende imporre i propri interessi in modo unilaterale, disonesto e spesso al di fuori del diritto internazionale è risultata evidente ancora una volta a tutta la comunità internazionale.
Il Cremlino non ha da parte sua fatto sconti e ha colto la palla al balzo per denunciare il comportamento americano. La portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, ha ricordato ad esempio come “gli USA siano impegnati nel distruggere qualsiasi accordo sulla non proliferazione e il controllo degli armamenti degli ultimi cinquant’anni: ritiro dal trattato ABM [Anti Missili Balistici], uscita dal JCPOA [Accordo sul nucleare iraniano], distruzione del trattato INF, piani di ritiro dal trattato Open Skies [Cieli Aperti] e nessun piano per il prolungamento del New START”.
L’uscita dall’ABM, sottoscritto nel 1972, fu decisa dal presidente George W. Bush nel 2002. Il trattato “Open Skies” del 2002 include invece 34 paesi e garantisce a ognuno di essi la libertà di condurre operazioni di osservazione negli spazi aerei degli altri firmatari, in modo da promuovere apertura e trasparenza delle rispettive attività militari. L’amministrazione Trump ha annunciato il prossimo abbandono del trattato da parte del suo paese lo scorso mese di maggio.
Anche la sorte del “New START” sembra dunque segnata e il possibile crollo nel prossimo futuro dell’ultimo elemento rimasto del sistema condiviso di controllo degli armamenti nucleari rischia di aprire la strada a una nuova proliferazione. Questo scenario è d’altronde coerente con gli obiettivi strategici degli Stati Uniti, sempre più orientati a rafforzare il proprio potenziale militare nel tentativo disperato di invertire l’inevitabile declino internazionale, illudendosi che ciò possa agire da deterrente delle ambizioni dei paesi rivali, come la Russia e, soprattutto, la Repubblica Popolare Cinese.
Fonte
Il “New Strategic Arms Reduction Treaty” era stato ratificato nel 2011 sotto l’amministrazione Obama e sostituiva tutti i precedenti trattati sulla riduzione delle testate nucleari (SORT, START I e START II), implementati o meno. Il “New START” scadrà nel febbraio del 2021, a meno di un prolungamento di altri cinque anni attraverso un meccanismo che, una volta raggiunta l’intesa a livello governativo, non richiede l’approvazione dei parlamenti dei due paesi.
Il trattato impegna Russia e Stati Uniti a ridurre considerevolmente le testate nucleari strategiche attive a loro disposizione, così come le piattaforme di lancio, cioè dalle circa 6000 che contano i rispettivi arsenali a non più di 1.550. Oltre a una serie di altre condizioni, il “New START” consente anche ispezioni periodiche reciproche per verificarne il rispetto.
Il trattato è chiaramente un affare bilaterale tra le due principali potenze nucleari del pianeta, ma gli Stati Uniti insistono nel coinvolgere la Cina nelle trattative per un possibile rinnovo. Questa insistenza, evidente da una vera e propria sceneggiata orchestrata dalla delegazione USA lunedì all’apertura dei colloqui a Vienna, fa in modo che le trattative abbiano fin da ora scarsissime prospettive di successo.
Pechino ha fatto sapere da tempo di non avere alcun interesse a discutere con Washington e Mosca delle proprie armi strategiche nucleari. La ragione è presto spiegata. Il numero delle testate della Repubblica Popolare non arriva a 300, così che, com’è ovvio, non avrebbe alcun senso trattare su una limitazione dell’arsenale nucleare cinese in presenza di tali differenze. Tanto più se si considera l’escalation militare degli Stati Uniti in Asia orientale in funzione appunto di contenimento della crescita cinese.
Il governo americano ha comunque tutta l’intenzione di trasformare i negoziati sul “New START” in una nuova operazione di propaganda contro Pechino, col risultato quasi certo di affondare il trattato stesso. In un’azione emblematica delle intenzioni degli Stati Uniti, fortemente criticata dalla Russia, i rappresentanti dell’amministrazione Trump lunedì hanno disposto alcune bandierine cinesi al tavolo dei negoziati di fronte a postazioni vuote. Il capo della delegazione USA, il sottosegretario di Stato Marshall Billingslea, ha poi postato l’immagine su Twitter, accompagnandola con un commento totalmente fuorviante per denunciare l’assenza della Cina da un vertice con cui nulla ha a che fare.
La mossa si è però trasformata in un boomerang. Un giornalista della testata China Daily ha risposto alla provocazione con un tweet nel quale ricordava la totale assenza di credibilità degli Stati Uniti, usciti unilateralmente da parecchi accordi internazionali, da quello sul nucleare iraniano a quello sul clima di Parigi. Lo stesso reporter ha poi invitato Washington a dichiarare la disponibilità a ridurre le proprie testate nucleari a un numero simile a quello dell’arsenale di Pechino prima di chiedere il coinvolgimento della Cina nei negoziati.
Viste le premesse, non è sorprendente che le aspettative di Mosca sul “New START” siano tutt’altro che ottimistiche. Il vice-ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha ammesso in un’intervista a NBC News di non credere che gli Stati Uniti finiranno per prolungare il trattato. Il diplomatico russo non ha mancato di far notare come il tentativo di coinvolgere la Cina nei colloqui in corso sia del tutto assurdo, come lo è la richiesta fatta da Washington a Mosca di insistere con Pechino affinché partecipi ai negoziati sulla riduzione delle testate nucleari.
Ryabkov ha invitato piuttosto la Casa Bianca ad adoperarsi direttamente con la Cina, se nutre preoccupazione per le attività nucleari di questo paese, mentre ha attribuito alla vera e propria “ossessione” americana per Pechino l’impossibilità di fare progressi verso la ratifica di un nuovo trattato.
Un’identica “ossessione” ha già portato nel recente passato alla fine di un altro importante trattato tra Russia e Stati Uniti, quello sulle Forze Nucleari Intermedie (INF), risalente al 1987 e abbandonato in primo luogo per gli svantaggi strategici nei confronti di Pechino che il rispetto di esso da parte americana avrebbe comportato. La ragione ufficiale del boicottaggio dell’INF erano le presunte violazioni attribuite a Mosca, ma in realtà gli USA lamentavano le restrizioni che il trattato imponeva allo sviluppo e al posizionamento di missili intermedi per contrastare i progressi in questo ambito soprattutto della Cina.
Il fatto che le trattative sul “New START” siano probabilmente morte sul nascere non porta in ogni caso vantaggi all’immagine internazionale degli Stati Uniti, per non parlare di quelli sul piano strategico, legati in primo luogo alla perdita della possibilità di condurre ispezioni reciproche. La completa inaffidabilità di un governo che intende imporre i propri interessi in modo unilaterale, disonesto e spesso al di fuori del diritto internazionale è risultata evidente ancora una volta a tutta la comunità internazionale.
Il Cremlino non ha da parte sua fatto sconti e ha colto la palla al balzo per denunciare il comportamento americano. La portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, ha ricordato ad esempio come “gli USA siano impegnati nel distruggere qualsiasi accordo sulla non proliferazione e il controllo degli armamenti degli ultimi cinquant’anni: ritiro dal trattato ABM [Anti Missili Balistici], uscita dal JCPOA [Accordo sul nucleare iraniano], distruzione del trattato INF, piani di ritiro dal trattato Open Skies [Cieli Aperti] e nessun piano per il prolungamento del New START”.
L’uscita dall’ABM, sottoscritto nel 1972, fu decisa dal presidente George W. Bush nel 2002. Il trattato “Open Skies” del 2002 include invece 34 paesi e garantisce a ognuno di essi la libertà di condurre operazioni di osservazione negli spazi aerei degli altri firmatari, in modo da promuovere apertura e trasparenza delle rispettive attività militari. L’amministrazione Trump ha annunciato il prossimo abbandono del trattato da parte del suo paese lo scorso mese di maggio.
Anche la sorte del “New START” sembra dunque segnata e il possibile crollo nel prossimo futuro dell’ultimo elemento rimasto del sistema condiviso di controllo degli armamenti nucleari rischia di aprire la strada a una nuova proliferazione. Questo scenario è d’altronde coerente con gli obiettivi strategici degli Stati Uniti, sempre più orientati a rafforzare il proprio potenziale militare nel tentativo disperato di invertire l’inevitabile declino internazionale, illudendosi che ciò possa agire da deterrente delle ambizioni dei paesi rivali, come la Russia e, soprattutto, la Repubblica Popolare Cinese.
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24/08/2019
Escalation sulle armi nucleari. Gli Usa testano missile, la Cina vicina a nuovo supermissile
Sono passati solo pochi giorni da quando gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova sfida a Russia e Cina realizzando il primo test missilistico da oltre 30 anni a questa parte.
A dare l’annuncio del lancio del nuovo missile era stato lo stesso Pentagono, spiegando che il test, nel quale il missile ha colpito un bersaglio a 500 chilometri di distanza, è avvenuto con una testata convenzionale partita dall’isola di San Nicolas, al largo della California. Secondo il Pentagono il test sarebbe riuscito e non si esclude che a breve ne possano seguire altri.
Passate poco più di 72 ore dall’annuncio Usa, la Cina ha fatto sapere di aver quasi completato lo sviluppo di un missile ipersonico, capace cioè di viaggiare ben oltre la velocità del suono e soprattutto in grado di penetrare gli scudi antimissilistici Usa. Lo riferisce il South China Morning Post, raccogliendo le confidenze di una fonte anonima all’interno della China Aerospace Science and Industry Corporation (CASIC), l’azienda di stato che sta lavorando al progetto. Il missile in questione è il DF-17, quello che tecnicamente è chiamato un Hypersonic Glide Vehicle (un veicolo-aliante ipersonico) in grado di superare ampiamente la velocità del suono e dotato di un veicolo di rientro in atmosfera che può modificare l’obiettivo in volo, rendendo così più difficile che venga intercettato da sistemi di difesa.
Nelle relazioni tra le maggiori potenze mondiali si assiste ormai ad una ripresa della corsa al riarmo, incluso quello sulle armi nucleari. Ma su questo terreno è doveroso sottolineare come ad aver riaperto il “Vaso di Pandora” siano stati gli Usa disdettando nelle settimane scorse il Trattato Inf sui missili nucleari siglato nel 1987 con l’Urss e poi continuato con la Russia.
Per Washington il vero pericolo proverrebbe dal supermissile russo Novator 9M729, il quale sarebbe in grado di volare per 2.500 chilometri, avendo quindi come bersaglio anche la costa occidentale degli Stati Uniti.
L’ira di Mosca per il recente test missilistico statunitense non si è fatta attendere ed accusa gli Usa di irresponsabilità. Il portavoce della presidenza russa, Dimitri Peskov, ha affermato che il lancio del missile da crociera dalle acque della California è la dimostrazione di come gli Stati Uniti già da tempo si preparavano a mettere fine allo storico Trattato bilaterale Inf: “Diverse settimane e persino mesi non sono sufficienti a preparare un test del genere”.
Anche da Pechino non arrivano certo segnali positivi. Anzi, per le autorità cinesi il test Usa, al contrario, dà il via a una nuova corsa agli armamenti “che avrà un grave impatto negativo sulla sicurezza internazionale e regionale”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shang. In questo contesto arriva la notizia che il nuovo missile ipersonico cinese è quasi pronto. La Cina ha infatti ha già testato due volte il supermissile DF-17 nel novembre del 2017 presso il Centro spaziale Jiuquan, in Mongolia interna.
Il South China Morning Post afferma che l’intelligence americana ha già lanciato l’allarme, rivelando che il missile sarà operativo già dal 2020. Ma occorre sapere che anche Usa e Russia stanno sviluppando sistemi d’arma con capacità simili a quelle cinesi.
Dopo decenni in cui sembrava che il riarmo nucleare fosse un ricordo del passato, la nuova escalation rimette nell’agenda politica internazionale un fattore purtroppo “decisivo”, nel senso che l’eventuale ricorso a queste armi avrebbe effetti devastanti e, appunto, decisivi sulla sorte del pianeta e dell’umanità che ci vive.
Fonte
A dare l’annuncio del lancio del nuovo missile era stato lo stesso Pentagono, spiegando che il test, nel quale il missile ha colpito un bersaglio a 500 chilometri di distanza, è avvenuto con una testata convenzionale partita dall’isola di San Nicolas, al largo della California. Secondo il Pentagono il test sarebbe riuscito e non si esclude che a breve ne possano seguire altri.
Passate poco più di 72 ore dall’annuncio Usa, la Cina ha fatto sapere di aver quasi completato lo sviluppo di un missile ipersonico, capace cioè di viaggiare ben oltre la velocità del suono e soprattutto in grado di penetrare gli scudi antimissilistici Usa. Lo riferisce il South China Morning Post, raccogliendo le confidenze di una fonte anonima all’interno della China Aerospace Science and Industry Corporation (CASIC), l’azienda di stato che sta lavorando al progetto. Il missile in questione è il DF-17, quello che tecnicamente è chiamato un Hypersonic Glide Vehicle (un veicolo-aliante ipersonico) in grado di superare ampiamente la velocità del suono e dotato di un veicolo di rientro in atmosfera che può modificare l’obiettivo in volo, rendendo così più difficile che venga intercettato da sistemi di difesa.
Nelle relazioni tra le maggiori potenze mondiali si assiste ormai ad una ripresa della corsa al riarmo, incluso quello sulle armi nucleari. Ma su questo terreno è doveroso sottolineare come ad aver riaperto il “Vaso di Pandora” siano stati gli Usa disdettando nelle settimane scorse il Trattato Inf sui missili nucleari siglato nel 1987 con l’Urss e poi continuato con la Russia.
Per Washington il vero pericolo proverrebbe dal supermissile russo Novator 9M729, il quale sarebbe in grado di volare per 2.500 chilometri, avendo quindi come bersaglio anche la costa occidentale degli Stati Uniti.
L’ira di Mosca per il recente test missilistico statunitense non si è fatta attendere ed accusa gli Usa di irresponsabilità. Il portavoce della presidenza russa, Dimitri Peskov, ha affermato che il lancio del missile da crociera dalle acque della California è la dimostrazione di come gli Stati Uniti già da tempo si preparavano a mettere fine allo storico Trattato bilaterale Inf: “Diverse settimane e persino mesi non sono sufficienti a preparare un test del genere”.
Anche da Pechino non arrivano certo segnali positivi. Anzi, per le autorità cinesi il test Usa, al contrario, dà il via a una nuova corsa agli armamenti “che avrà un grave impatto negativo sulla sicurezza internazionale e regionale”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shang. In questo contesto arriva la notizia che il nuovo missile ipersonico cinese è quasi pronto. La Cina ha infatti ha già testato due volte il supermissile DF-17 nel novembre del 2017 presso il Centro spaziale Jiuquan, in Mongolia interna.
Il South China Morning Post afferma che l’intelligence americana ha già lanciato l’allarme, rivelando che il missile sarà operativo già dal 2020. Ma occorre sapere che anche Usa e Russia stanno sviluppando sistemi d’arma con capacità simili a quelle cinesi.
Dopo decenni in cui sembrava che il riarmo nucleare fosse un ricordo del passato, la nuova escalation rimette nell’agenda politica internazionale un fattore purtroppo “decisivo”, nel senso che l’eventuale ricorso a queste armi avrebbe effetti devastanti e, appunto, decisivi sulla sorte del pianeta e dell’umanità che ci vive.
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14/08/2019
Incidenti, missili e petrolio. Tutti i nodi al pettine di Putin
Mentre gli organi di stampa commerciali si trastullano e ci ammorbano oltre il sopportabile con lo squallore della nostra classe dirigente che si spinta ampiamente oltre qualsivoglia vizio della popolazione che dovrebbe rappresentare, la partita sullo scenario internazionale accelera con inusitata velocità.
Di seguito si torna sulle questione Russia/Putin, dipanata da un punto di vista certamente inserito tra i "ben informati" seppur nettamente di parte (occidentale ovviamente).
Conversazione con il direttore editoriale di AffarInternazionali sul periodo più difficile nel trentennio di Vladimir Putin al Cremlino. Gli incidenti militari? “Gravissimi e un danno di immagine enorme per le Forze armate russe”. La repressione delle opposizioni? “Ha fatto arrabbiare parte della popolazione
Il presidente Vladimir Putin sta affrontando il momento più difficile dopo tre decenni di potere pressoché incontrastato. Il tentativo di nascondere la verità sugli incidenti militari è “tipico di chi non sa dove mettere le mani”, costretto a incassare “un danno di credibilità” che potrebbe ripercuotersi su tanti dossier, dal Venezuela alla Siria. Intanto, la crisi economica imperversa, mentre la repressione delle opposizioni rischia di ritorcersi contro il governo in termini di consenso. È il quadro descritto da Stefano Silvestri, consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali (Iai), di cui è stato presidente dal 2001 al 2013, e direttore editoriale di AffarInternazionali. Formiche.net lo ha raggiunto per capire i nodi al pettine di Putin, tra i devastanti incendi in Siberia, le proteste a Mosca e i gravi incidenti militari, su cui si susseguono notizie di un forte innalzamento dei livelli di radioattività nell’area di Njonoksa, nell’oblast dell’Arcangelo, nel nord del Paese.
Molti osservatorio stanno descrivendo l’attuale momento russo come il più difficile per Vladimir Putin nei trent’anni di potere al Cremlino. È d’accordo?
Direi di sì. Stiamo assistendo a una grossa crisi per il presidente russo che lui, tuttavia, sembra voler ignorare. Non a caso, Putin continuava ad andare in giro in Crimea, a Sebastopoli, proprio mentre a Mosca erano in corso manifestazioni, mostrando un atteggiamento volto a sminuire gli accadimenti come se non fossero importanti, un’impostazione che invece tende a far pensare che sia preoccupato o che non sappia bene cosa fare, salvo subire gli incidenti gravissimi che ci sono stati, compresi quelli naturali, e ignorare la protesta. Tra l’altro, tale protesta è per buona parte legata al fatto che quasi tutti i candidati dell’opposizione che si sono presentati al ballottaggio (per le elezioni del consiglio comunale di Mosca, a inizio settembre, ndr), raccogliendo le firme necessarie, sono stati esclusi, arrestati o incriminati. Ciò ha mandato in bestia le opposizioni e non solo, poiché mi sembra che lo stesso si possa dire di parte della popolazione, in particolare di quella delle città, dove la condotta del governo ha fatto impressione. D’altra parte, la base forte di Putin si concentra nelle campagne e in provincia.
C’è poi la crisi economica.
Certo, il momento è difficile per Putin anche per questo, soprattutto per l’incertezza del prezzo del petrolio che, malgrado le tensioni nel Golfo persico, ha più tendenza a scendere, visto che ormai gli Stati Uniti sono divenuti il primo produttore mondiale. Ciò indebolisce gli esportatori tradizionali. Sebbene la crisi nel Golfo sembri indicare una situazione di scarsità, così non è, perché la domanda cala.
Che impatto stanno avendo su tutto questo i vari incidenti militari, tra l’incendio al sottomarino Losharik e l’esplosione nella base di Severodvinsk? Sono episodi che possono avere un peso?
Direttamente non credo, anche se bisognerà vedere come anch’essi verranno mascherati. Ad ora non si nota alcuna ricerca della verità. Si fa finta che non sia successo nulla o che sia accaduto qualcosa di scarsa importanza. È tipico di un regime che non sa dove mettere le mani. Ma ciò che è più negativo per Putin, è l’idea che il suo gioiello, a cui ha dedicato più risorse e su cui ha investito per la propria immagine, le Forze armate, abbia maggiore somiglianza con lo strumento militare della vecchia Unione Sovietica che con quello delle potenze moderne. Appaiono vecchie, con forti sacche di corruttela e prive delle necessarie capacità tecniche e di competenze. Non sappiamo chiaramente se ciò sia vero o meno, ma sicuramente gli incidenti rappresentano un danno d’immagine molto forte, interno ed esterno.
Intanto Donald Trump è intervenuto sulla vicenda di Severodvinsk confermando che l’intelligence americana ha capito l’origine dell’esplosione (il test su un nuovo missile da crociera) e che il Pentagono dispone comunque di strumenti più avanzati. Vuole alzare la pressione su Putin?
In un certo senso sì, anche se è piuttosto difficile essere nella testa di Trump. Spesso si ha l’impressione che veda succedere qualcosa e voglia dire la sua. Forse, il presidente americano ha voluto lanciare un doppio messaggio, legato soprattutto al fatto che negli ultimi due o tre anni Putin ha periodicamente sottolineato come la Russia abbia sviluppato nuove potentissime armi, dichiarandole capaci di distruggere e superare ogni difesa e di intimidire qualsiasi avversario. Ora Trump gli dice due cose. Primo, che gli Stati Uniti sanno tutto, compresa l’eventualità che ci sia stata effettivamente un’esplosione nucleare. Secondo, che tecnologicamente gli americani restano ancora avanti.
Nonostante tutti i suddetti punti critici, Mosca non sembra comunque intenzionata ad arretrare rispetto a tanti dossier esterni, dal Venezuela alla Siria. Cambierà?
Per ora Putin ha dato l’impressione di voler confermare un ruolo internazionale da grande potenza, riuscendoci. C’è riuscito anche perché ha puntato su Paesi che comunque hanno importanza per gli interessi economici russi. Avere peso sul Venezuela o sul Medio Oriente significa avere maggiore rilevanza pure sul controllo di petrolio, gas ed energia. Nello stesso tempo però, gli incidenti militari creano un danno di credibilità, e come tale indeboliscono l’immagine di una Russia come potenza o grande garante di regimi o Paesi.
Tornando al rapporto con gli Stati Uniti, l’ipotesi di negoziare un nuovo accordo sui missili dopo la fine del trattato Inf sembra limitata a un allargamento degli obblighi anche alla Cina, che però non pare intenzionata a muoversi in tale direzione. C’è margine per negoziare?
Pechino conserva ovviamente un’impostazione strategica diversa da Mosca e Washington. Altrettanto ovviamente un accordo bilaterale senza i cinesi resta difficile, soprattutto se parliamo di armi strategiche. Eppure, la volontà della Cina di non partecipare non è una ragione di per sé sufficiente a giustificare l’assenza di accordi tra Russia e Stati Uniti, che restano i detentori della maggior parte di armi nucleari esistenti al mondo.
Ci spieghi meglio.
È un po’ ciò che successe in passato, quando Mosca insisteva che gli accordi con gli Usa dovessero coinvolgere anche Francia e Gran Bretagna. Certamente Parigi e Londra non avevano l’importanza strategica che attualmente ha Pechino, ma il ragionamento è lo stesso. Allora, il mancato coinvolgimento dei due Paesi europei non impedì la conclusione di grandi accordi. Se ciò non dovesse avvenire adesso, significa che la volontà di una nuova intesa non c’è. Tra l’altro, se davvero americani e russi volessero esercitare pressioni sui cinesi, dovrebbero mostrare loro un fronte unito, presentandogli un accordo e condizionando le rispettive firme a quella di Pechino.
Chiudiamo con il nostro Paese. Oltre l’attuale crisi di governo, l’esecutivo giallo-verde presentava l’ambizione di essere un ponte tra Russia e Stati Uniti, un’ambizione condivisa con altri governi precedenti. È credibile?
A me sembra che in questa situazione politica il nostro ponte assomigli al Ponte Morandi.
Fonte
Di seguito si torna sulle questione Russia/Putin, dipanata da un punto di vista certamente inserito tra i "ben informati" seppur nettamente di parte (occidentale ovviamente).
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Conversazione con il direttore editoriale di AffarInternazionali sul periodo più difficile nel trentennio di Vladimir Putin al Cremlino. Gli incidenti militari? “Gravissimi e un danno di immagine enorme per le Forze armate russe”. La repressione delle opposizioni? “Ha fatto arrabbiare parte della popolazione
Il presidente Vladimir Putin sta affrontando il momento più difficile dopo tre decenni di potere pressoché incontrastato. Il tentativo di nascondere la verità sugli incidenti militari è “tipico di chi non sa dove mettere le mani”, costretto a incassare “un danno di credibilità” che potrebbe ripercuotersi su tanti dossier, dal Venezuela alla Siria. Intanto, la crisi economica imperversa, mentre la repressione delle opposizioni rischia di ritorcersi contro il governo in termini di consenso. È il quadro descritto da Stefano Silvestri, consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali (Iai), di cui è stato presidente dal 2001 al 2013, e direttore editoriale di AffarInternazionali. Formiche.net lo ha raggiunto per capire i nodi al pettine di Putin, tra i devastanti incendi in Siberia, le proteste a Mosca e i gravi incidenti militari, su cui si susseguono notizie di un forte innalzamento dei livelli di radioattività nell’area di Njonoksa, nell’oblast dell’Arcangelo, nel nord del Paese.
Molti osservatorio stanno descrivendo l’attuale momento russo come il più difficile per Vladimir Putin nei trent’anni di potere al Cremlino. È d’accordo?
Direi di sì. Stiamo assistendo a una grossa crisi per il presidente russo che lui, tuttavia, sembra voler ignorare. Non a caso, Putin continuava ad andare in giro in Crimea, a Sebastopoli, proprio mentre a Mosca erano in corso manifestazioni, mostrando un atteggiamento volto a sminuire gli accadimenti come se non fossero importanti, un’impostazione che invece tende a far pensare che sia preoccupato o che non sappia bene cosa fare, salvo subire gli incidenti gravissimi che ci sono stati, compresi quelli naturali, e ignorare la protesta. Tra l’altro, tale protesta è per buona parte legata al fatto che quasi tutti i candidati dell’opposizione che si sono presentati al ballottaggio (per le elezioni del consiglio comunale di Mosca, a inizio settembre, ndr), raccogliendo le firme necessarie, sono stati esclusi, arrestati o incriminati. Ciò ha mandato in bestia le opposizioni e non solo, poiché mi sembra che lo stesso si possa dire di parte della popolazione, in particolare di quella delle città, dove la condotta del governo ha fatto impressione. D’altra parte, la base forte di Putin si concentra nelle campagne e in provincia.
C’è poi la crisi economica.
Certo, il momento è difficile per Putin anche per questo, soprattutto per l’incertezza del prezzo del petrolio che, malgrado le tensioni nel Golfo persico, ha più tendenza a scendere, visto che ormai gli Stati Uniti sono divenuti il primo produttore mondiale. Ciò indebolisce gli esportatori tradizionali. Sebbene la crisi nel Golfo sembri indicare una situazione di scarsità, così non è, perché la domanda cala.
Che impatto stanno avendo su tutto questo i vari incidenti militari, tra l’incendio al sottomarino Losharik e l’esplosione nella base di Severodvinsk? Sono episodi che possono avere un peso?
Direttamente non credo, anche se bisognerà vedere come anch’essi verranno mascherati. Ad ora non si nota alcuna ricerca della verità. Si fa finta che non sia successo nulla o che sia accaduto qualcosa di scarsa importanza. È tipico di un regime che non sa dove mettere le mani. Ma ciò che è più negativo per Putin, è l’idea che il suo gioiello, a cui ha dedicato più risorse e su cui ha investito per la propria immagine, le Forze armate, abbia maggiore somiglianza con lo strumento militare della vecchia Unione Sovietica che con quello delle potenze moderne. Appaiono vecchie, con forti sacche di corruttela e prive delle necessarie capacità tecniche e di competenze. Non sappiamo chiaramente se ciò sia vero o meno, ma sicuramente gli incidenti rappresentano un danno d’immagine molto forte, interno ed esterno.
Intanto Donald Trump è intervenuto sulla vicenda di Severodvinsk confermando che l’intelligence americana ha capito l’origine dell’esplosione (il test su un nuovo missile da crociera) e che il Pentagono dispone comunque di strumenti più avanzati. Vuole alzare la pressione su Putin?
In un certo senso sì, anche se è piuttosto difficile essere nella testa di Trump. Spesso si ha l’impressione che veda succedere qualcosa e voglia dire la sua. Forse, il presidente americano ha voluto lanciare un doppio messaggio, legato soprattutto al fatto che negli ultimi due o tre anni Putin ha periodicamente sottolineato come la Russia abbia sviluppato nuove potentissime armi, dichiarandole capaci di distruggere e superare ogni difesa e di intimidire qualsiasi avversario. Ora Trump gli dice due cose. Primo, che gli Stati Uniti sanno tutto, compresa l’eventualità che ci sia stata effettivamente un’esplosione nucleare. Secondo, che tecnologicamente gli americani restano ancora avanti.
Nonostante tutti i suddetti punti critici, Mosca non sembra comunque intenzionata ad arretrare rispetto a tanti dossier esterni, dal Venezuela alla Siria. Cambierà?
Per ora Putin ha dato l’impressione di voler confermare un ruolo internazionale da grande potenza, riuscendoci. C’è riuscito anche perché ha puntato su Paesi che comunque hanno importanza per gli interessi economici russi. Avere peso sul Venezuela o sul Medio Oriente significa avere maggiore rilevanza pure sul controllo di petrolio, gas ed energia. Nello stesso tempo però, gli incidenti militari creano un danno di credibilità, e come tale indeboliscono l’immagine di una Russia come potenza o grande garante di regimi o Paesi.
Tornando al rapporto con gli Stati Uniti, l’ipotesi di negoziare un nuovo accordo sui missili dopo la fine del trattato Inf sembra limitata a un allargamento degli obblighi anche alla Cina, che però non pare intenzionata a muoversi in tale direzione. C’è margine per negoziare?
Pechino conserva ovviamente un’impostazione strategica diversa da Mosca e Washington. Altrettanto ovviamente un accordo bilaterale senza i cinesi resta difficile, soprattutto se parliamo di armi strategiche. Eppure, la volontà della Cina di non partecipare non è una ragione di per sé sufficiente a giustificare l’assenza di accordi tra Russia e Stati Uniti, che restano i detentori della maggior parte di armi nucleari esistenti al mondo.
Ci spieghi meglio.
È un po’ ciò che successe in passato, quando Mosca insisteva che gli accordi con gli Usa dovessero coinvolgere anche Francia e Gran Bretagna. Certamente Parigi e Londra non avevano l’importanza strategica che attualmente ha Pechino, ma il ragionamento è lo stesso. Allora, il mancato coinvolgimento dei due Paesi europei non impedì la conclusione di grandi accordi. Se ciò non dovesse avvenire adesso, significa che la volontà di una nuova intesa non c’è. Tra l’altro, se davvero americani e russi volessero esercitare pressioni sui cinesi, dovrebbero mostrare loro un fronte unito, presentandogli un accordo e condizionando le rispettive firme a quella di Pechino.
Chiudiamo con il nostro Paese. Oltre l’attuale crisi di governo, l’esecutivo giallo-verde presentava l’ambizione di essere un ponte tra Russia e Stati Uniti, un’ambizione condivisa con altri governi precedenti. È credibile?
A me sembra che in questa situazione politica il nostro ponte assomigli al Ponte Morandi.
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06/08/2019
Nomen omen
Se disgraziatamente non è possibile riassumere le decisioni
strategiche di un complesso sistema di alleanze come quello Nato nella
figura del suo portavoce Jens Stoltemberg, la tentazione di rilevare il
“valore augurale” del suo nome rimane certamente forte quando si
apprendono notizie del calibro di quella che ci apprestiamo ad
analizzare.
È sì forte almeno quanto la notizia che gli Usa, per bocca dell’attuale amministrazione governativa, o la Nato, per bocca appunto del nostro volto pubblico del sistema di difesa, hanno dichiarato la cessazione del trattato Intermediate-Range Nuclear Forces (INF), siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov sulla scia della “distensione” (leggi agonia dell’URSS) tra le due grandi potenze, in una fase storica che per il senso comune sembra ormai fare parte di un passato quasi dimenticato, certamente molto lontano.
Una notizia che alle latitudini da provincia dell’impero – e non di quelle ben più realistiche da linea del fronte, visto il ruolo che l’Italia continua a giocare nella strategia Nato verso Est e le numerose implicazioni politico-militari cui la permanenza nella Nato costringe il paese – non ha fatto più di tanto scalpore. Meglio trastullarsi con le attività ludiche predilette dal figlio del ministro Salvini o, ancora di più, sul numero di coltellate che servono a uccidere un carabiniere.
Questo fatto, invece, se fosse collocato correttamente nell’attuale contesto politico e militare, se fosse coerentemente ricondotto alla sua storia, ovvero la storia dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a quella degli anni che hanno visto la potenza imperialista dominante all’apice della sua egemonia e al suo successivo e inevitabile declino, assumerebbe tutto un altro valore e non verrebbe relegata ai telegrafici lanci d’agenzia o allo studio da parte delle agenzie militari di settore.
Quest’operazione, di certo non semplice, si presenta come sempre più necessaria all’interno di un’area politica di classe, come uno dei temi su cui il punto di vista di classe deve tenere fermo l’occhio della critica e che se si volesse riassumere in un lemma, questo sarebbe certamente la tendenza oggettiva alla guerra.
La tendenza alla guerra, un fenomeno non di certo nato oggi e che in fase imperialistica dispiegata quale siamo assume sempre di più un carattere portante, deve tornare a far ragionare una soggettività antagonista sul ruolo che la sua controparte di classe gioca nello scacchiere internazionale – tanto più se collocata a pieno titolo nella catena di comando politico-militare della frazione imperialista più aggressiva – e sulle ricadute politico-pratiche che questo schieramento necessariamente comporta per una prassi conflittuale.
Non si sta parlando di buoni e cattivi, non ci si sta affidando a facili analisi riduzionistiche tra astratti campi avversi o a divisioni fittizie che non possono che scadere nel ben noto “campismo”. L’imperialismo è una fase e, senza scomodare i classici, diamo per assunto che sia ancora la nostra.
Alla frazione imperialista “più aggressiva”, quindi, nella lotta per la conquista dei mercati con ogni mezzo necessario ne corrisponde – nei momenti di lotta aperta e acutizzazione dello scontro – un’altra, quella “debole”, anche se non necessariamente, valutata in una prospettiva storica, la meno pericolosa.
Individuare questa prima frazione non dovrebbe essere poi così difficile visto che, com’è noto, il tracollo dell’URSS e il tornante storico cui è seguito ci hanno lasciato uno scenario dove lo spazio del campo progressista è rimasto vacante, o almeno inconsistente fino al primo decennio del XXI secolo, mentre la sfera d’influenza americana ha continuato a vivere della sua straordinaria e schiacciante superiorità politico-militare. Tuttavia, non appare scontato ricordare alcuni degli aspetti che caratterizzano questa superiorità politico-militare e la conseguente posizione egemonica che l’ormai maturo – e sotto molteplici punti di vista in declino – impero statunitense continua a detenere.
Ad esempio, il semplice calcolo comparato delle spese effettuate nel settore bellico sul piano globale risulta essere sempre un esercizio efficace. Gli Usa, infatti, nel 2018 si attestano saldamente al primo posto riuscendo a garantirsi una spesa di 649 miliardi di dollari, una cifra che stacca di quasi tre volte l’impegno cinese in ambito militare (che pure occupa il 14% della spesa globale) e che supera ampiamente di dieci volte la spesa della bellicosa Federazione Russa. Secondo l’ultimo rapporto del SIPRI, centro studi che monitora costantemente il settore dell’industria bellica sul piano globale, nonostante la spesa statunitense sia in calo tendenziale dal picco raggiunto nel 2010, rimane di gran lunga la più imponente sia in termini assoluti – copre il 36% della spesa mondiale in armamenti – sia in termini relativi superando senza sforzi i successivi otto paesi che spendono di più nel comparto bellico. Tra questi la Federazione Russa che, tuttavia, viene buttata fuori dal club dei primi cinque stati militaristi e si attesta al sesto posto con, incredibile ma vero per una potenza che come principale attività sembra avere quella di minare gli interessi strategici statunitensi, 61 miliardi di spesa nel comparto bellico. Quasi un decimo degli investimenti che la prima potenza del globo ha scelto di impegnare per l’anno passato nella difesa dei suoi interessi strategici.
Alla luce di questo semplice quanto parziale dato la retorica con cui viene agitato lo spauracchio russo appare decisamente ridimensionata. Sia chiaro, nessuno sottovaluta il potenziale dell’erede di quella che era la seconda potenza nucleare globale, l’aggressività della formazione economico-sociale russa che, soprattutto a partire dal secondo decennio di questo secolo ha dimostrato una rinnovata capacità politico-diplomatica e finanche militare con il riuscito intervento a supporto della Repubblica Araba Siriana. Si tratta solo di dare a Cesare quel che è di Cesare e di fronte alle continue e insindacabili decisioni unilaterali che vengono annunciate dall’amministrazione statunitense – con particolare e rinnovata frequenza da quando alla Casa Bianca siede un eccentrico costruttore – rese inappellabili anche ad ogni forma rituale del diritto internazionale dalla formula magica della ‘tutela degli interessi nazionali degli Stati Uniti d’America’ – tra cui figura da ultima la dichiarazione di non operatività del trattato INF – l’azione di tutela degli interessi strategici russi appare come una goccia nel mare di rivendicazioni americane e, quantomeno, non il primo problema per la sicurezza delle “democrazie” occidentali.
Problematica, anzi, decisamente pericolosa per la sicurezza delle “democrazie” occidentali dovrebbe essere considerata invece la permanenza e il rafforzamento della presenza statunitense, in veste Nato e non, sul territorio europeo e in particolar modo su quello italiano. Quantomeno degna di nota per la tutela della sicurezza collettiva dovrebbe essere considerata la presenza di testate nucleari che affligge il nostro paese da ormai troppo tempo, come l’impegno di quattro potenze ufficialmente non nucleari come Italia, Olanda, Belgio e Germania, unite alla recalcitrante Turchia, a sostituire le testate nucleari B-61 che risiedono nei loro territori con le tecnologicamente più avanzate bombe B61-12 entro il 2020, gentilmente fornite dall’industria americana.
Ancora più interessante, per chi si volesse preoccupare del ruolo che l’Italia ricopre in ambito Nato e quindi rispetto a quella che sembra essere la preoccupazione principale a proposito di sicurezza collettiva, ovvero l’ingerenza russa, potrebbe essere rilevare la totale abnegazione con cui il governo italiano e le forze armate italiane abbracciano le operazioni di “sicurezza” condotte ad Est.
Il governo Conte, mentre si preoccupa di figurare come mediatore e agente di distensione nelle relazioni russo-europee con evidenti fini commerciali e tenendosi buono l’ormai celebre contingente imprenditoriale d’italiani in Russia (questi instancabili patrioti che sembra non dormano la notte per far crescere il Pil della nazione), conferma di buon grado la partecipazione italiana alla forza di reazione rapida Nato sotto comando Usa, dispiegabile a Est in caso di necessità a partire dal 2020. A questo si sommano le costanti esercitazioni partecipate dai contingenti italiani in Lettonia, quelle promosse da uno dei governi più fanaticamente anti-russo ovvero la Polonia, e lo stanziamento di caccia Eurofighter Typhoon presso le basi aeronautiche di Romania e Lettonia.
Insomma, con una mano si dà, con l’altra si toglie. E se questa incoerenza di fondo giustamente non sembra generare afflizione morale nella classe dirigente italiana, la quale persegue un lucido piano di subordinazione agli interessi statunitensi, non siamo altrettanto certi che non genererà fastidi nelle sale del Cremlino.
La Federazione Russa, in effetti, rispondendo all’intenzione statunitense di schierare nuovamente in Europa dei missili nucleari a gittata intermedia – proprio quelli banditi dal trattato INF – ha dichiarato che procederà meccanicamente a puntare le proprie testate sulle zone in cui i missili saranno dislocati. E lo stesso trattamento sarà riservato, of course, anche a coloro i quali si preparano a ospitare le aggiornatissime B61-12 made in Usa: Olanda, Belgio, Germania, la recalcitrante Turchia e, come dicevamo poc’anzi, l’Italia.
Se appunto, per tornare all’annuncio da cui siamo partiti, la decisione formalizzata da Stoltemberg non fosse il prodotto di una lucida quanto ferrea strategia di dominio perseguita da Washington, sarebbe opportuno liquidarla come semplice dimostrazione di ottusità ma, purtroppo, non è così. E chi si propone di contrastare tale strategia dovrebbe quantomeno cominciare a riappropriarsi di parole d’ordine che questo contrasto lo esemplificavano al meglio. Scandire quelle tre paroline in inglese che ogni militante medio non ha mai avuto difficoltà nel pronunciare e che suonano all’incirca così: Yankee-go-Home!
Fonte
È sì forte almeno quanto la notizia che gli Usa, per bocca dell’attuale amministrazione governativa, o la Nato, per bocca appunto del nostro volto pubblico del sistema di difesa, hanno dichiarato la cessazione del trattato Intermediate-Range Nuclear Forces (INF), siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov sulla scia della “distensione” (leggi agonia dell’URSS) tra le due grandi potenze, in una fase storica che per il senso comune sembra ormai fare parte di un passato quasi dimenticato, certamente molto lontano.
Una notizia che alle latitudini da provincia dell’impero – e non di quelle ben più realistiche da linea del fronte, visto il ruolo che l’Italia continua a giocare nella strategia Nato verso Est e le numerose implicazioni politico-militari cui la permanenza nella Nato costringe il paese – non ha fatto più di tanto scalpore. Meglio trastullarsi con le attività ludiche predilette dal figlio del ministro Salvini o, ancora di più, sul numero di coltellate che servono a uccidere un carabiniere.
Questo fatto, invece, se fosse collocato correttamente nell’attuale contesto politico e militare, se fosse coerentemente ricondotto alla sua storia, ovvero la storia dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a quella degli anni che hanno visto la potenza imperialista dominante all’apice della sua egemonia e al suo successivo e inevitabile declino, assumerebbe tutto un altro valore e non verrebbe relegata ai telegrafici lanci d’agenzia o allo studio da parte delle agenzie militari di settore.
Quest’operazione, di certo non semplice, si presenta come sempre più necessaria all’interno di un’area politica di classe, come uno dei temi su cui il punto di vista di classe deve tenere fermo l’occhio della critica e che se si volesse riassumere in un lemma, questo sarebbe certamente la tendenza oggettiva alla guerra.
La tendenza alla guerra, un fenomeno non di certo nato oggi e che in fase imperialistica dispiegata quale siamo assume sempre di più un carattere portante, deve tornare a far ragionare una soggettività antagonista sul ruolo che la sua controparte di classe gioca nello scacchiere internazionale – tanto più se collocata a pieno titolo nella catena di comando politico-militare della frazione imperialista più aggressiva – e sulle ricadute politico-pratiche che questo schieramento necessariamente comporta per una prassi conflittuale.
Non si sta parlando di buoni e cattivi, non ci si sta affidando a facili analisi riduzionistiche tra astratti campi avversi o a divisioni fittizie che non possono che scadere nel ben noto “campismo”. L’imperialismo è una fase e, senza scomodare i classici, diamo per assunto che sia ancora la nostra.
Alla frazione imperialista “più aggressiva”, quindi, nella lotta per la conquista dei mercati con ogni mezzo necessario ne corrisponde – nei momenti di lotta aperta e acutizzazione dello scontro – un’altra, quella “debole”, anche se non necessariamente, valutata in una prospettiva storica, la meno pericolosa.
Individuare questa prima frazione non dovrebbe essere poi così difficile visto che, com’è noto, il tracollo dell’URSS e il tornante storico cui è seguito ci hanno lasciato uno scenario dove lo spazio del campo progressista è rimasto vacante, o almeno inconsistente fino al primo decennio del XXI secolo, mentre la sfera d’influenza americana ha continuato a vivere della sua straordinaria e schiacciante superiorità politico-militare. Tuttavia, non appare scontato ricordare alcuni degli aspetti che caratterizzano questa superiorità politico-militare e la conseguente posizione egemonica che l’ormai maturo – e sotto molteplici punti di vista in declino – impero statunitense continua a detenere.
Ad esempio, il semplice calcolo comparato delle spese effettuate nel settore bellico sul piano globale risulta essere sempre un esercizio efficace. Gli Usa, infatti, nel 2018 si attestano saldamente al primo posto riuscendo a garantirsi una spesa di 649 miliardi di dollari, una cifra che stacca di quasi tre volte l’impegno cinese in ambito militare (che pure occupa il 14% della spesa globale) e che supera ampiamente di dieci volte la spesa della bellicosa Federazione Russa. Secondo l’ultimo rapporto del SIPRI, centro studi che monitora costantemente il settore dell’industria bellica sul piano globale, nonostante la spesa statunitense sia in calo tendenziale dal picco raggiunto nel 2010, rimane di gran lunga la più imponente sia in termini assoluti – copre il 36% della spesa mondiale in armamenti – sia in termini relativi superando senza sforzi i successivi otto paesi che spendono di più nel comparto bellico. Tra questi la Federazione Russa che, tuttavia, viene buttata fuori dal club dei primi cinque stati militaristi e si attesta al sesto posto con, incredibile ma vero per una potenza che come principale attività sembra avere quella di minare gli interessi strategici statunitensi, 61 miliardi di spesa nel comparto bellico. Quasi un decimo degli investimenti che la prima potenza del globo ha scelto di impegnare per l’anno passato nella difesa dei suoi interessi strategici.
Alla luce di questo semplice quanto parziale dato la retorica con cui viene agitato lo spauracchio russo appare decisamente ridimensionata. Sia chiaro, nessuno sottovaluta il potenziale dell’erede di quella che era la seconda potenza nucleare globale, l’aggressività della formazione economico-sociale russa che, soprattutto a partire dal secondo decennio di questo secolo ha dimostrato una rinnovata capacità politico-diplomatica e finanche militare con il riuscito intervento a supporto della Repubblica Araba Siriana. Si tratta solo di dare a Cesare quel che è di Cesare e di fronte alle continue e insindacabili decisioni unilaterali che vengono annunciate dall’amministrazione statunitense – con particolare e rinnovata frequenza da quando alla Casa Bianca siede un eccentrico costruttore – rese inappellabili anche ad ogni forma rituale del diritto internazionale dalla formula magica della ‘tutela degli interessi nazionali degli Stati Uniti d’America’ – tra cui figura da ultima la dichiarazione di non operatività del trattato INF – l’azione di tutela degli interessi strategici russi appare come una goccia nel mare di rivendicazioni americane e, quantomeno, non il primo problema per la sicurezza delle “democrazie” occidentali.
Problematica, anzi, decisamente pericolosa per la sicurezza delle “democrazie” occidentali dovrebbe essere considerata invece la permanenza e il rafforzamento della presenza statunitense, in veste Nato e non, sul territorio europeo e in particolar modo su quello italiano. Quantomeno degna di nota per la tutela della sicurezza collettiva dovrebbe essere considerata la presenza di testate nucleari che affligge il nostro paese da ormai troppo tempo, come l’impegno di quattro potenze ufficialmente non nucleari come Italia, Olanda, Belgio e Germania, unite alla recalcitrante Turchia, a sostituire le testate nucleari B-61 che risiedono nei loro territori con le tecnologicamente più avanzate bombe B61-12 entro il 2020, gentilmente fornite dall’industria americana.
Ancora più interessante, per chi si volesse preoccupare del ruolo che l’Italia ricopre in ambito Nato e quindi rispetto a quella che sembra essere la preoccupazione principale a proposito di sicurezza collettiva, ovvero l’ingerenza russa, potrebbe essere rilevare la totale abnegazione con cui il governo italiano e le forze armate italiane abbracciano le operazioni di “sicurezza” condotte ad Est.
Il governo Conte, mentre si preoccupa di figurare come mediatore e agente di distensione nelle relazioni russo-europee con evidenti fini commerciali e tenendosi buono l’ormai celebre contingente imprenditoriale d’italiani in Russia (questi instancabili patrioti che sembra non dormano la notte per far crescere il Pil della nazione), conferma di buon grado la partecipazione italiana alla forza di reazione rapida Nato sotto comando Usa, dispiegabile a Est in caso di necessità a partire dal 2020. A questo si sommano le costanti esercitazioni partecipate dai contingenti italiani in Lettonia, quelle promosse da uno dei governi più fanaticamente anti-russo ovvero la Polonia, e lo stanziamento di caccia Eurofighter Typhoon presso le basi aeronautiche di Romania e Lettonia.
Insomma, con una mano si dà, con l’altra si toglie. E se questa incoerenza di fondo giustamente non sembra generare afflizione morale nella classe dirigente italiana, la quale persegue un lucido piano di subordinazione agli interessi statunitensi, non siamo altrettanto certi che non genererà fastidi nelle sale del Cremlino.
La Federazione Russa, in effetti, rispondendo all’intenzione statunitense di schierare nuovamente in Europa dei missili nucleari a gittata intermedia – proprio quelli banditi dal trattato INF – ha dichiarato che procederà meccanicamente a puntare le proprie testate sulle zone in cui i missili saranno dislocati. E lo stesso trattamento sarà riservato, of course, anche a coloro i quali si preparano a ospitare le aggiornatissime B61-12 made in Usa: Olanda, Belgio, Germania, la recalcitrante Turchia e, come dicevamo poc’anzi, l’Italia.
Se appunto, per tornare all’annuncio da cui siamo partiti, la decisione formalizzata da Stoltemberg non fosse il prodotto di una lucida quanto ferrea strategia di dominio perseguita da Washington, sarebbe opportuno liquidarla come semplice dimostrazione di ottusità ma, purtroppo, non è così. E chi si propone di contrastare tale strategia dovrebbe quantomeno cominciare a riappropriarsi di parole d’ordine che questo contrasto lo esemplificavano al meglio. Scandire quelle tre paroline in inglese che ogni militante medio non ha mai avuto difficoltà nel pronunciare e che suonano all’incirca così: Yankee-go-Home!
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05/08/2019
Riparte la corsa al riarmo nucleare, in Europa e in Asia
Sono passati solo tre giorni e già gli Stati Uniti annunciano di voler dispiegare nuovi missili in Asia, in tempi rapidi, preferibilmente entro i prossimi mesi. A renderlo noto è il nuovo capo del Pentagono, Mark Esper, spiegando che l’obiettivo è quello di contrastare l’ascesa della Cina nella regione. Interpellato sulla possibilità di un dispiegamento Usa di nuove armi convenzionali a medio raggio in Asia, il segretario alla Difesa ha risposto: “Sì, mi piacerebbe farlo”. Il possesso e dispiegamento di armi convenzionali a medio raggio non è più vincolato al rispetto del Trattato Inf sul controllo dei missili, ufficialmente scaduto il 2 agosto.
Tre giorni fa è infatti scaduto il Trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) che per tre decenni era stato punto centrale degli accordi per la sicurezza globale. L’accordo era stato firmato nel 1987 dall’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e dal leader sovietico Mikhail Gorbaciov, dopo uno storico vertice a Reykjavik. La firma del trattato aveva portato alla rimozione di 2.600 testate americane e sovietiche e di missili balistici convenzionali con raggio d’azione tra i 500 e i 5.500 chilometri.
Già a febbraio era stata annunciata la decisione della Amministrazione Trump di denunciare il trattato Inf accusando la Russia di averlo violato con conseguenti controaccuse russe.
Il segretario della Nato Stoltenberg, tre giorni fa aveva comunicato su twitter una informazione pesante come un macigno e che riporta in Europa lo spettro dell’installazione di nuovi missili Usa così come avvenuto dopo la direttiva n.67 del 1979, in piena guerra fredda, firmata dal presidente Usa Carter, da quello francese Giscard D’Estaing e dal cancelliere tedesco Schmidt. “Oggi, il Trattato Inf cessa di esistere. La Russia è la sola responsabile della fine del Trattato. La Nato risponderà con misura e responsabilità e continuerà a garantire in modo credibile deterrenza e difesa”, aveva twittato il segretario generale della Nato.
La Russia ha lasciato aperto uno spiraglio per una possibile moratoria sul dispiegamento di nuovi armamenti nucleari sul fronte europeo: “Abbiamo proposto agli Usa e ad altri Paesi Nato di valutare la possibilità di dichiarare lo stesso tipo di moratoria sul dispiegamento dei missili di raggio breve e intermedio, come quella annunciata da Vladimir Putin”, ha dichiarato il viceministro degli Esteri Sergey Ryabkov. Il riferimento era ad una proposta di Mosca sulla possibilità di astenersi, sia da parte russa, sia da parte statunitense, dal dispiegamento di missili in regioni di particolare rilievo per entrambe le parti. Putin, ha ricordato il viceministro, ha detto che “se gli Stati Uniti non dispiegheranno assetti in certe regioni, allora la Russia si asterrà da analoghe iniziative”.
Il ritiro degli Stati Uniti dal Trattato Inf potrebbe rilanciare la corsa agli armamenti, ma permetterà anche a Washington di ammodernare il proprio arsenale nucleare, obbiettivo apertamente annunciato pubblicamente dal Pentagono da oltre un anno. In particolare gli Usa intendono dotarsi di due nuovi armi: un missile nucleare a bassa potenza lanciabile da un sottomarino (categoria che non rientra nei vincoli del trattato) e un nuovo missile da crociera che invece violerebbe l’accordo, ma – sostiene il Pentagono – solo in caso di effettivo dispiegamento, mentre la ricerca e sviluppo non sarebbero invece proibiti. Si tratterebbe della risposta al missile russo 9M729, la cui portata massima è per Mosca di soli 490 chilometri – dunque al di sotto dei limiti del trattato, che riguarda la categoria “intermedia” a partire dai 500 chilometri – ma che secondo il Pentagono è già stato testato a distanze ben superiori.
Occorre sapere però che anche il Trattato INF disdetto, avvantaggiava gli Stati Uniti, perché escludeva dallo smantellamento tutti i missili e le bombe nucleari trasportate dai bombardieri o dai sottomarini, categorie in cui le forze armate statunitensi sono superiori alla Russia. La differenza dai precedenti trattati Salt I e Salt II, che avevano di fatto congelato gli arsenali di missili balistici delle due superpotenze, l’Inf prevedeva per la prima volta l’effettiva distruzione di missili e testate. Inoltre, il trattato prevedeva la possibilità di reciproche ispezioni per la verifica della distruzione delle testate: ben 2.291 missili entro il 1991, quasi tutti quelli di media gittata (fra 500 e 5.500 chilometri) e il 4% del totale degli arsenali nucleari.
L’Inf mise di fatto fine alla corsa agli armamenti avviata negli anni ’80 dagli Usa. In diversi paesi europei aderenti alla Nato vennero installato i missili Cruise e Pershing IA e II, chiamati in gergo gli “Euromissili”.
La decisione della Nato avviata con la direttiva n.67 nel dicembre del 1979 e dispiegata nei primi anni ‘80 portò a un’ondata di manifestazioni pacifiste in tutta Europa, anche se la prima vera manifestazione nazionale in Italia è databile solo nel 1981. Anche allora per lungo tempo fu sottovalutata la portata dello scontro che si andava delineando.
In Italia la base militare in cui vennero installati gli euromissili fu quella di Comiso in Sicilia, dove tra il 1983 e il 1984 si svolsero manifestazioni e blocchi dei lavori alla base, anche con durissimi scontri tra antimilitaristi e polizia. Per mesi a ridosso della base militare sorse l’Imac (International Meeting Against Cruise) un campeggio da cui partivano le azioni di protesta.
Lo scontro politico sull’installazione dei missili fu durissimo con i partiti filo Nato che sostenevano l’installazione e le forze che vi si opponevano (Pci, Dp, settori del Psi e del mondi cattolico, movimenti antagonisti).
Ma sulle coordinate politiche della mobilitazione pesò non poco la decisione dell’allora Pci di accettare l’alleanza Nato come ombrello dentro cui sviluppare il proprio progetto. La discussione dentro il movimento per la pace fu in molti momenti aspra e, giustamente, divaricante. I missili installati a Comiso furono smantellati proprio a partire dal 1987 sulla base del Trattato Inf firmato a Reykiavik da Usa e Urss.
Fonte
Tre giorni fa è infatti scaduto il Trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) che per tre decenni era stato punto centrale degli accordi per la sicurezza globale. L’accordo era stato firmato nel 1987 dall’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e dal leader sovietico Mikhail Gorbaciov, dopo uno storico vertice a Reykjavik. La firma del trattato aveva portato alla rimozione di 2.600 testate americane e sovietiche e di missili balistici convenzionali con raggio d’azione tra i 500 e i 5.500 chilometri.
Già a febbraio era stata annunciata la decisione della Amministrazione Trump di denunciare il trattato Inf accusando la Russia di averlo violato con conseguenti controaccuse russe.
Il segretario della Nato Stoltenberg, tre giorni fa aveva comunicato su twitter una informazione pesante come un macigno e che riporta in Europa lo spettro dell’installazione di nuovi missili Usa così come avvenuto dopo la direttiva n.67 del 1979, in piena guerra fredda, firmata dal presidente Usa Carter, da quello francese Giscard D’Estaing e dal cancelliere tedesco Schmidt. “Oggi, il Trattato Inf cessa di esistere. La Russia è la sola responsabile della fine del Trattato. La Nato risponderà con misura e responsabilità e continuerà a garantire in modo credibile deterrenza e difesa”, aveva twittato il segretario generale della Nato.
La Russia ha lasciato aperto uno spiraglio per una possibile moratoria sul dispiegamento di nuovi armamenti nucleari sul fronte europeo: “Abbiamo proposto agli Usa e ad altri Paesi Nato di valutare la possibilità di dichiarare lo stesso tipo di moratoria sul dispiegamento dei missili di raggio breve e intermedio, come quella annunciata da Vladimir Putin”, ha dichiarato il viceministro degli Esteri Sergey Ryabkov. Il riferimento era ad una proposta di Mosca sulla possibilità di astenersi, sia da parte russa, sia da parte statunitense, dal dispiegamento di missili in regioni di particolare rilievo per entrambe le parti. Putin, ha ricordato il viceministro, ha detto che “se gli Stati Uniti non dispiegheranno assetti in certe regioni, allora la Russia si asterrà da analoghe iniziative”.
Il ritiro degli Stati Uniti dal Trattato Inf potrebbe rilanciare la corsa agli armamenti, ma permetterà anche a Washington di ammodernare il proprio arsenale nucleare, obbiettivo apertamente annunciato pubblicamente dal Pentagono da oltre un anno. In particolare gli Usa intendono dotarsi di due nuovi armi: un missile nucleare a bassa potenza lanciabile da un sottomarino (categoria che non rientra nei vincoli del trattato) e un nuovo missile da crociera che invece violerebbe l’accordo, ma – sostiene il Pentagono – solo in caso di effettivo dispiegamento, mentre la ricerca e sviluppo non sarebbero invece proibiti. Si tratterebbe della risposta al missile russo 9M729, la cui portata massima è per Mosca di soli 490 chilometri – dunque al di sotto dei limiti del trattato, che riguarda la categoria “intermedia” a partire dai 500 chilometri – ma che secondo il Pentagono è già stato testato a distanze ben superiori.
Occorre sapere però che anche il Trattato INF disdetto, avvantaggiava gli Stati Uniti, perché escludeva dallo smantellamento tutti i missili e le bombe nucleari trasportate dai bombardieri o dai sottomarini, categorie in cui le forze armate statunitensi sono superiori alla Russia. La differenza dai precedenti trattati Salt I e Salt II, che avevano di fatto congelato gli arsenali di missili balistici delle due superpotenze, l’Inf prevedeva per la prima volta l’effettiva distruzione di missili e testate. Inoltre, il trattato prevedeva la possibilità di reciproche ispezioni per la verifica della distruzione delle testate: ben 2.291 missili entro il 1991, quasi tutti quelli di media gittata (fra 500 e 5.500 chilometri) e il 4% del totale degli arsenali nucleari.
L’Inf mise di fatto fine alla corsa agli armamenti avviata negli anni ’80 dagli Usa. In diversi paesi europei aderenti alla Nato vennero installato i missili Cruise e Pershing IA e II, chiamati in gergo gli “Euromissili”.
La decisione della Nato avviata con la direttiva n.67 nel dicembre del 1979 e dispiegata nei primi anni ‘80 portò a un’ondata di manifestazioni pacifiste in tutta Europa, anche se la prima vera manifestazione nazionale in Italia è databile solo nel 1981. Anche allora per lungo tempo fu sottovalutata la portata dello scontro che si andava delineando.
In Italia la base militare in cui vennero installati gli euromissili fu quella di Comiso in Sicilia, dove tra il 1983 e il 1984 si svolsero manifestazioni e blocchi dei lavori alla base, anche con durissimi scontri tra antimilitaristi e polizia. Per mesi a ridosso della base militare sorse l’Imac (International Meeting Against Cruise) un campeggio da cui partivano le azioni di protesta.
Lo scontro politico sull’installazione dei missili fu durissimo con i partiti filo Nato che sostenevano l’installazione e le forze che vi si opponevano (Pci, Dp, settori del Psi e del mondi cattolico, movimenti antagonisti).
Ma sulle coordinate politiche della mobilitazione pesò non poco la decisione dell’allora Pci di accettare l’alleanza Nato come ombrello dentro cui sviluppare il proprio progetto. La discussione dentro il movimento per la pace fu in molti momenti aspra e, giustamente, divaricante. I missili installati a Comiso furono smantellati proprio a partire dal 1987 sulla base del Trattato Inf firmato a Reykiavik da Usa e Urss.
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