Dal momento che l’Occidente non ha valutato correttamente la moderazione russa, Mosca è prossima ad annullare la moratoria sul dispiegamento di missili a media e corta gittata; lo ha detto alla TASS il vice Ministro degli esteri russo Sergej Rjabkov, il quale ha sottolineato come la Russia si veda costretta a tale passo, di fronte alle sempre più accentuate minacce missilistiche.
Gli USA di Trump, ha detto Rjabkov, intendono incrementare in varie aree del mondo il dispiegamento di missili a medio e corto raggio con base a terra e, «al momento, non si notano cambiamenti cardinali, né tantomeno inversioni di tendenza nei piani USA»; al contrario, ha detto, i passi concreti dei circoli militari yankee «ci convincono che tali attività non faranno che aumentare. La nostra posizione in merito è stata espressa ripetutamente e con tutti i dettagli necessari».
Di fatto, ha detto ancora il vice Ministro, il freno dimostrato da Mosca in ambito “post-INF” non è stato apprezzato da USA e loro alleati, né tanto meno ricambiato. Come conseguenza, dichiariamo «apertamente e direttamente che la nostra moratoria unilaterale sullo schieramento di missili INF basati a terra si avvicina alla sua logica conclusione».
Questo, sul piano generale. Nello specifico del conflitto ucraino, la Reuters scrive che, secondo fonti ufficiali americane, si attendono a breve nuovi colpi russi di risposta su alcune importanti strutture ufficiali ucraine, tra cui anche i comandi dell’intelligence a Kiev.
Ovvio che i giornalacci milanesi, voce dei tagliagole portatori dei “valori europeisti”, urlino sulla «vendetta dello zar» contro la popolazione civile ucraina: come assioma “giornalistico”, gli attacchi russi prendono sempre e solo di mira obiettivi civili, al contrario di quelli della “democratica” junta nazigolpista di Kiev, che dirige la propria “ragnatela” esclusivamente contro mezzi militari russi.
Che i colpi portati su strutture istituzionali ucraine provochino inevitabilmente vittime anche tra civili, pare quasi inevitabile e non costituisce certo motivo di entusiasmo, indipendentemente dalla nazionalità delle vittime: la popolazione civile è sempre quella che, in modo diretto (il massacro di Buča, per dirne solo uno, inscenato dai nazisti ucraini quale pretesto per ritirarsi dalle trattative a Istanbul nel 2022, va anche al di là del crimine diretto e intenzionale) ma più spesso indiretto, subisce purtroppo gli effetti più deleteri delle guerre, ovunque.
Tuttavia, per quanto ci sforziamo, non ricordiamo che nel 2014 o nel 2015, 2016, si siano mai levate da via Solferino lamentazioni funeree per i bambini di Gorlovka, Stakhanov, Donetsk e tante città e villaggi del Donbass colpiti dalle cannonate ucraine (all’epoca, l’impiego di droni non era ancora così diffuso) direttamente nei parchi giochi – quindi scientemente – nelle piazzole sportive scolastiche, nei parchi cittadini.
Quanti civili e soprattutto quanti bambini del Donbass sono rimasti uccisi dai razzi con cui cui Kiev terrorizzava in quagli anni, fino al 2019, 2020 ecc, la popolazione civile di DNR e LNR e quante urla di raccapriccio provocava quel deliberato terrorismo nelle italiche “redazioni” guerrafondaie?
Basta. In ogni caso sia chiaro che quello di Mosca è «puro terrorismo»: parola di Vladimir Zelenskij, diffusa dal pulpito di via Solferino secondo cui «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era» (Giovanni, 1,1) colui che è perennemente abbigliato in shirt verde con tridente nazibanderista.
Gli USA, però, riporta ancora la Reuters, ritengono che le minacce di Putin all’Ucraina in risposta all’operazione “ragnatela” non si siano ancora concretizzate e che ci si debba attendere un serio attacco su più obiettivi, portato con aerei, missili e droni: questo è quanto dichiarato da alcuni funzionari statunitensi, secondo i quali, però, non sarebbero chiari i tempi della risposta russa completa, dato che gli attacchi dei giorni scorsi, in particolare su Kiev su Khar’kov, non sarebbero stati che una risposta parziale.
Le fonti anonime della Reuters affermano che la risposta di Mosca potrebbe essere “asimmetrica”, cioè che gli obiettivi non sarebbero speculari all’attacco ucraino della scorsa settimana contro gli aerei militari russi. Una fonte diplomatica occidentale ha affermato che, sebbene la risposta russa possa essere già iniziata, è probabile che si intensifichi, con attacchi contro obiettivi ucraini simbolici come edifici governativi. Un alto diplomatico occidentale prevede un attacco devastante da parte di Mosca.
D’altra parte, a proposito della moderazione, o del contenimento russi, di cui ha parlato il vice Ministro Rjabkov, è opinione del deputato Konstantin Zatulin, vicepresidente della Commissione della Duma per CSI e integrazione eurasiatica, che uno dei motivi per cui Mosca non ha distrutto i due-tre ponti sul Dnepr nel centro di Kiev, come molti si attendevano sin dall’inizio del conflitto, possa essere il fatto che ciò avrebbe presupposto il ricorso ad armi nucleari.
Zatulin ha criticato ogni idea di attacchi nucleari, sottolineando come i parallelismi da qualcuno azzardati con gli attacchi atomici yankee sul Giappone non stiano in piedi, tanto più che «nessuno in USA ha mai detto a nessuno che “giapponesi e americani sono un solo popolo”», come ripetuto invece in più occasioni dai massimi esponenti del Cremlino a proposito di russi e ucraini.
Questo in primo luogo; la seconda cosa, ha detto Zatulin, è che «tra Giappone e Stati Uniti c’è l’Oceano Pacifico. Si può trovare un Oceano Pacifico tra noi e l’Ucraina?».
Di contro, l’ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, ha affermato a SkyNews che Mosca sta ancora conducendo un’operazione limitata in Ucraina, non una guerra vera e propria. La Russia dispone di risorse che permettono di continuare a lungo le operazioni militari, ha detto Kelin; ma «ora la scelta sta a Kiev: o intendono chiudere il conflitto, concludendo cioè un regolare accordo, un trattato regolare che elimini le cause prime, oppure vengono sconfitti, costretti a una completa capitolazione, a condizioni molto peggiori...
Questa non è ancora una guerra, direi. Se lo fosse, taglieremmo semplicemente tutti i ponti lungo il Dnepr, dividendo un terzo del paese dalla parte rimanente. Ma non lo faremo. Si tratta ancora di un’operazione limitata, con obiettivi limitati», ha dichiarato Kelin.
Obiettivi effettivamente, “ancora” limitati. Tant’è che lo stesso Zatulin ha teso in certo qual modo a ridimensionare gli attacchi ucraini agli obiettivi militari russi.
Sulla questione degli attacchi ucraini del 1 giugno agli aeroporti militari russi in Karelija e in Siberia, Zatulin sostiene che i velivoli colpiti non facessero parte delle forze nucleari strategiche russe: «non c’è stato alcun attacco alla triade nucleare strategica», ha detto il deputato; gli aerei dislocati in quegli aeroporti appartengono «in realtà all’aviazione di marina, vettori missilistici della nostra flotta. Non si trattava dei “Cigni Bianchi”, che costituiscono in effetti il pilastro delle nostre forze nucleari strategiche».
Non si tratta, insomma, dell’aviazione strategica, «anche se, ovviamente, il danno c’è stato. Non lo dico perché voglio sminuire la portata dell’accaduto, ma solo per chiarire di quali velivoli si parla».
Questo, tanto per chiarire, anche agli “entusiasti” di via Solferino, che non è mai il caso di infervorarsi troppo per le “ragnatele” tessute da chi, come avrebbe detto Mao «cerca di afferrare i passeri con gli occhi bendati».
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta IRBM. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta IRBM. Mostra tutti i post
09/06/2025
24/11/2024
La diplomazia dei missili ci avvicina alla guerra
“La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”, aveva a dire con molte ragioni von Clausewitz, e quello andato in scena dal 19 al 21 novembre non è che, parafrasando il generale prussiano, quel che ci aspetta quando dalle parole si passa ai fatti, o ai missili, come nella fattispecie.
19 novembre: il lancio degli Atacms made in Usa
In breve e per ordine cronologico, martedì 19 novembre 6 missili Atacms partivano dal territorio ucraino per finire la loro corsa nei cieli della Federazione russa, intercettati dalla contraerea del Cremlino mentre si dirigevano sulla regione di Bryansk – sulla direttrice per Mosca, la stessa dove fu intercettato via terra un commando composto da mercenari occidentali che tentavano di infiltrare l’area.
Di fabbricazione statunitense, gli Atacms sono dei missili balistici tattici con un raggio d’azione di massimo 300 km, che per capirci è poco più della metà della distanza che separa il punto più avanzato a oriente ancora in mano agli ucraini dalla capitale russa.
Come tutta la tecnologia militare avanzata fornita dalla Nato, questa può essere manovrata solo da personale specializzato, nella fattispecie da appartenenti alle forze armate statunitensi. Il lancio degli Atacms sul territorio russo (su quello formalmente ucraino l’impiego è già stato ampiamente documentato) era stato “concesso” dal presidente uscente Biden poche ore prima.
20 novembre: il lancio degli Storm Shadow made in Europa
Il giorno dopo, mercoledì 20, alcuni missili da crociera Storm Shadow/Scalp forniti da Londra venivano lanciati da Kiev in direzione di un centro di comando e controllo nella regione russa di Kursk.
In dotazione tra gli altri all’esercito britannico, francese e italiano (forniti a Kiev anche da noi, ma con il divieto di utilizzo diretto sul suolo russo), gli Storm Shadow hanno una gittata massima di circa 550km, ossia la distanza che separa il confine della regione di Sumy con la Piazza Rossa.
Se da Downing street non arrivava nessuna dichiarazione in merito, fonti militari riportano che l’attacco era stato portato da velivoli Sukhoi Su-24M dell’aeronautica militare ucraina. Come scrive Analisi Difesa, anche gli Storm Shadow vengono gestiti in Ucraina da personale occidentale (stavolta britannico) e vengono lanciati col supporto dei satelliti militari statunitensi.
A seguito di questi attacchi, il portavoce del Cremlino Dimitry Peskov aveva dichiarato che “gli Stati Uniti sono pienamente impegnati a continuare la guerra in Ucraina e stanno facendo tutto il possibile per ottenere questo risultato nel tempo rimanente”.
21 novembre: la risposta russa con l’ipersonico a medio raggio Oreshnik
Senza farsi attendere troppo, la risposta russa alle provocazioni occidentali è arrivata nella notte di giovedì 21, quando Mosca ha lanciato nell’area industriale di Dnipro, tra gli altri, 7 missili da crociera KH-101, un missile ipersonico Kinzhal e un missile balistico ipersonico a medio raggio (IRBM) Oreshnik.
È stato lo stesso Putin a dichiarare l’utilizzo dell’Oreshnik, attestato di una gittata di circa 5.500km, il cui schieramento è vietato in Europa dall’Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (Inf), siglato nel 1987 e da cui Trump ritirò gli Stati Uniti nel 2018.
Video che circolano sui canali Telegram mostrano sei ordigni impattare verticalmente uno dopo l’altro al suolo a grande velocità, forse dopo essersi separati dal missile, che secondo alcuni osservatori potrebbe quindi portare testate multiple.
La Nato ci porta alla guerra
Putin ha affermato che il permesso fornito a Kiev di bombardare direttamente il territorio russo con missili occidentali porta il conflitto su una scala globale.
“Ci consideriamo autorizzati a usare le nostre armi contro le strutture militari di quei Paesi che permettono l’impiego delle loro armi contro le nostre strutture” ha detto in diretta tv il presidente russo.
“In caso di un’escalation di azioni aggressive, risponderemo in modo deciso e simmetrico. La Russia è pronta a risolvere pacificamente tutti i problemi, ma è pronta anche a qualsiasi sviluppo degli eventi”.
La Nato ha immediatamente convocato una riunione d’emergenza dei suoi membri il prossimo 26 novembre dedicata all’utilizzo russo dell’Oreshnik, mentre il rappresentante del ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha sottolineato l’importanza di mantenere la calma da parte di tutte le parti coinvolte.
L’impunità occidentale nelle continue provocazioni ai danni della Russia sta impennando gli “indici di escalation” conosciuti fino a oggi nella guerra in Ucraina.
Le “stecche” scambiate tra Nato e Federazione russa surriscaldano un teatro globale già bollente per il genocidio in corso a Gaza e la guerra sull’intero fronte mediorientale scatenata da Israele.
L’imperialismo occidentale e la miopia delle classi politiche europee espongono i popoli, quelli che tante volte hanno riempito le piazze contro la guerra, al pericolo del conflitto bellico.
Cinture ben allacciate e una buona polizza allora non basteranno a limitare i danni.
Fonte
19 novembre: il lancio degli Atacms made in Usa
In breve e per ordine cronologico, martedì 19 novembre 6 missili Atacms partivano dal territorio ucraino per finire la loro corsa nei cieli della Federazione russa, intercettati dalla contraerea del Cremlino mentre si dirigevano sulla regione di Bryansk – sulla direttrice per Mosca, la stessa dove fu intercettato via terra un commando composto da mercenari occidentali che tentavano di infiltrare l’area.
Di fabbricazione statunitense, gli Atacms sono dei missili balistici tattici con un raggio d’azione di massimo 300 km, che per capirci è poco più della metà della distanza che separa il punto più avanzato a oriente ancora in mano agli ucraini dalla capitale russa.
Come tutta la tecnologia militare avanzata fornita dalla Nato, questa può essere manovrata solo da personale specializzato, nella fattispecie da appartenenti alle forze armate statunitensi. Il lancio degli Atacms sul territorio russo (su quello formalmente ucraino l’impiego è già stato ampiamente documentato) era stato “concesso” dal presidente uscente Biden poche ore prima.
20 novembre: il lancio degli Storm Shadow made in Europa
Il giorno dopo, mercoledì 20, alcuni missili da crociera Storm Shadow/Scalp forniti da Londra venivano lanciati da Kiev in direzione di un centro di comando e controllo nella regione russa di Kursk.
In dotazione tra gli altri all’esercito britannico, francese e italiano (forniti a Kiev anche da noi, ma con il divieto di utilizzo diretto sul suolo russo), gli Storm Shadow hanno una gittata massima di circa 550km, ossia la distanza che separa il confine della regione di Sumy con la Piazza Rossa.
Se da Downing street non arrivava nessuna dichiarazione in merito, fonti militari riportano che l’attacco era stato portato da velivoli Sukhoi Su-24M dell’aeronautica militare ucraina. Come scrive Analisi Difesa, anche gli Storm Shadow vengono gestiti in Ucraina da personale occidentale (stavolta britannico) e vengono lanciati col supporto dei satelliti militari statunitensi.
A seguito di questi attacchi, il portavoce del Cremlino Dimitry Peskov aveva dichiarato che “gli Stati Uniti sono pienamente impegnati a continuare la guerra in Ucraina e stanno facendo tutto il possibile per ottenere questo risultato nel tempo rimanente”.
21 novembre: la risposta russa con l’ipersonico a medio raggio Oreshnik
Senza farsi attendere troppo, la risposta russa alle provocazioni occidentali è arrivata nella notte di giovedì 21, quando Mosca ha lanciato nell’area industriale di Dnipro, tra gli altri, 7 missili da crociera KH-101, un missile ipersonico Kinzhal e un missile balistico ipersonico a medio raggio (IRBM) Oreshnik.
È stato lo stesso Putin a dichiarare l’utilizzo dell’Oreshnik, attestato di una gittata di circa 5.500km, il cui schieramento è vietato in Europa dall’Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (Inf), siglato nel 1987 e da cui Trump ritirò gli Stati Uniti nel 2018.
Video che circolano sui canali Telegram mostrano sei ordigni impattare verticalmente uno dopo l’altro al suolo a grande velocità, forse dopo essersi separati dal missile, che secondo alcuni osservatori potrebbe quindi portare testate multiple.
La Nato ci porta alla guerra
Putin ha affermato che il permesso fornito a Kiev di bombardare direttamente il territorio russo con missili occidentali porta il conflitto su una scala globale.
“Ci consideriamo autorizzati a usare le nostre armi contro le strutture militari di quei Paesi che permettono l’impiego delle loro armi contro le nostre strutture” ha detto in diretta tv il presidente russo.
“In caso di un’escalation di azioni aggressive, risponderemo in modo deciso e simmetrico. La Russia è pronta a risolvere pacificamente tutti i problemi, ma è pronta anche a qualsiasi sviluppo degli eventi”.
La Nato ha immediatamente convocato una riunione d’emergenza dei suoi membri il prossimo 26 novembre dedicata all’utilizzo russo dell’Oreshnik, mentre il rappresentante del ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha sottolineato l’importanza di mantenere la calma da parte di tutte le parti coinvolte.
L’impunità occidentale nelle continue provocazioni ai danni della Russia sta impennando gli “indici di escalation” conosciuti fino a oggi nella guerra in Ucraina.
Le “stecche” scambiate tra Nato e Federazione russa surriscaldano un teatro globale già bollente per il genocidio in corso a Gaza e la guerra sull’intero fronte mediorientale scatenata da Israele.
L’imperialismo occidentale e la miopia delle classi politiche europee espongono i popoli, quelli che tante volte hanno riempito le piazze contro la guerra, al pericolo del conflitto bellico.
Cinture ben allacciate e una buona polizza allora non basteranno a limitare i danni.
Fonte
22/11/2024
Guerra in Ucraina - La Russia lancia un IRBM ipersonico, ultimo avvertimento contro l’escalation occidentale
Il mistero sulla denuncia di Kiev riguardo l’utilizzo da parte russa di un missile intercontinentale è stato dipanato ieri sera direttamente da Vladimir Putin, in un discorso alla nazione carico di indicazioni importanti rispetto alle direzioni che può prendere il conflitto in Ucraina.
Il Cremlino, infatti, ha dichiarato che è stato lanciato un missile IRBM (un missile balistico a raggio intermedio, non intercontinentale come l’ICBM) MIRV (a testata multipla, per continuare a chiarire le varie sigle che si leggono sui giornali).
Il missile Orešnik, cioè “nocciola”, ne ha sei, ed è partito dal cosmodromo di Kapustin Yar. Viaggiando a una velocità di 2,5/3 chilometri al secondo (Mach 10), ha raggiunto Dnepropetrovsk in pochissimi minuti, colpendo lo stabilimento di Yuzhmash, coinvolto nello sviluppo missilistico.
Questa tipologia di arma, che può portare anche testate nucleari e non può essere intercettato dagli attuali sistemi di difesa, compreso il Patriot degli Stati Uniti, sembra essere stata sviluppata in completa segretezza.
Ad ogni modo, Sabrina Singh, portavoce del Pentagono, ha confermato in conferenza stampa che le autorità USA sono state avvertite con mezz’ora di anticipo del lancio del missile. Per evitare reazioni da parte statunitense che, senza ombra di dubbio, controllano Kapustin Yar con i satelliti.
Nel proprio discorso televisivo, Putin ha dichiarato che l’uso dell’Orešnik è avvenuto in risposta agli attacchi effettuati nelle regioni di Kursk e Bryansk il 19 novembre (coi missili ATACMS) e il 21 novembre (con i missili Storm Shadow).
Avevamo già scritto che l’ultima “botta da matto” di Biden, a cui è seguita quella di Francia e Regno Unito, cambiava i caratteri della guerra in Ucraina verso un’escalation che può diventare nucleare.
Questo perché, come Putin stesso ha ricordato, “è impossibile utilizzare armi a lungo raggio senza specialisti dei paesi in cui sono state prodotte”, con tutte le specifiche di quali armi si sta in realtà parlando che trovate negli articoli sopra linkati.
Il presidente russo ha sottolineato che “il conflitto in Ucraina ha acquisito elementi di carattere globale per gli attacchi dei missili occidentali contro la Russia”, la quale ha dimostrato di essere “pronta a qualsiasi sviluppo”.
Le parole di Putin hanno anche evidenziato come, in un certo senso, lo sviluppo dell’Orešnik sia la conseguenza del ritiro unilaterale degli USA dal trattato INF, sulle armi nucleari a raggio intermedio, avvenuto nel 2019 con l’amministrazione Trump.
La Russia, dunque, “ritiene di avere il diritto” di colpire le strutture militari dei paesi che hanno dato via libera all’utilizzo delle loro armi sul proprio territorio, e che al massimo saranno avvertiti per tempo i civili della zona, per ridurre al minimo il loro coinvolgimento.
Insomma, un avvertimento chiaro anche alle potenze occidentali, dato che, fatti un paio di calcoli, il nuovo missile russo impiegherebbe una ventina di minuti per raggiungere il Regno Unito.
Il 26 novembre è stata chiamata una riunione d’emergenza del Consiglio Ucraina-NATO, per affrontare le conseguenze dell’uso della nuova arma da parte di Mosca.
Le centrali imperialistiche occidentali possono cogliere l’occasione per una de-escalation, che sarebbe l’unica cosa intelligente da fare dopo aver spinto sul pedale dell’accelerazione dal 2022 a oggi.
Su molti media euroatlantici l’uso dell’Orešnik è stato additato come una risposta “rabbiosa” di Putin, mentre invece sembra la che Russia si stia muovendo con molti degli accorgimenti che la gravità della situazione richiede, pur mantenendo un atteggiamento saldo rispetto ai propri obiettivi strategici.
Ora, NATO e alleati possono rafforzare il braccio di ferro con la Russia, rendendo sempre più concreto il pericolo di un conflitto nucleare. Purtroppo, alcune notizie non fanno presagire nulla di buono: il Dipartimento della Difesa USA, appena 12 ore fa, ha pubblicato sul suo sito la notizia che vuole rivedere la sua strategia per la deterrenza nucleare.
Le minacce russe e cinesi, e il fatto che alcuni accordi scadranno a febbraio senza all’orizzonte un facile rinnovo, spingono in questa direzione, ha detto Richard Johnson, vice-assistente segretario alla Difesa per la politica nucleare.
Bisogna sperare che non sia davvero questa la strada intrapresa a Washington e Bruxelles. Ma intanto, risulta chiaro che la lotta per inceppare gli ingranaggi di guerra va intensificata.
Fonte
Il Cremlino, infatti, ha dichiarato che è stato lanciato un missile IRBM (un missile balistico a raggio intermedio, non intercontinentale come l’ICBM) MIRV (a testata multipla, per continuare a chiarire le varie sigle che si leggono sui giornali).
Il missile Orešnik, cioè “nocciola”, ne ha sei, ed è partito dal cosmodromo di Kapustin Yar. Viaggiando a una velocità di 2,5/3 chilometri al secondo (Mach 10), ha raggiunto Dnepropetrovsk in pochissimi minuti, colpendo lo stabilimento di Yuzhmash, coinvolto nello sviluppo missilistico.
Questa tipologia di arma, che può portare anche testate nucleari e non può essere intercettato dagli attuali sistemi di difesa, compreso il Patriot degli Stati Uniti, sembra essere stata sviluppata in completa segretezza.
Ad ogni modo, Sabrina Singh, portavoce del Pentagono, ha confermato in conferenza stampa che le autorità USA sono state avvertite con mezz’ora di anticipo del lancio del missile. Per evitare reazioni da parte statunitense che, senza ombra di dubbio, controllano Kapustin Yar con i satelliti.
Nel proprio discorso televisivo, Putin ha dichiarato che l’uso dell’Orešnik è avvenuto in risposta agli attacchi effettuati nelle regioni di Kursk e Bryansk il 19 novembre (coi missili ATACMS) e il 21 novembre (con i missili Storm Shadow).
Avevamo già scritto che l’ultima “botta da matto” di Biden, a cui è seguita quella di Francia e Regno Unito, cambiava i caratteri della guerra in Ucraina verso un’escalation che può diventare nucleare.
Questo perché, come Putin stesso ha ricordato, “è impossibile utilizzare armi a lungo raggio senza specialisti dei paesi in cui sono state prodotte”, con tutte le specifiche di quali armi si sta in realtà parlando che trovate negli articoli sopra linkati.
Il presidente russo ha sottolineato che “il conflitto in Ucraina ha acquisito elementi di carattere globale per gli attacchi dei missili occidentali contro la Russia”, la quale ha dimostrato di essere “pronta a qualsiasi sviluppo”.
Le parole di Putin hanno anche evidenziato come, in un certo senso, lo sviluppo dell’Orešnik sia la conseguenza del ritiro unilaterale degli USA dal trattato INF, sulle armi nucleari a raggio intermedio, avvenuto nel 2019 con l’amministrazione Trump.
La Russia, dunque, “ritiene di avere il diritto” di colpire le strutture militari dei paesi che hanno dato via libera all’utilizzo delle loro armi sul proprio territorio, e che al massimo saranno avvertiti per tempo i civili della zona, per ridurre al minimo il loro coinvolgimento.
Insomma, un avvertimento chiaro anche alle potenze occidentali, dato che, fatti un paio di calcoli, il nuovo missile russo impiegherebbe una ventina di minuti per raggiungere il Regno Unito.
Il 26 novembre è stata chiamata una riunione d’emergenza del Consiglio Ucraina-NATO, per affrontare le conseguenze dell’uso della nuova arma da parte di Mosca.
Le centrali imperialistiche occidentali possono cogliere l’occasione per una de-escalation, che sarebbe l’unica cosa intelligente da fare dopo aver spinto sul pedale dell’accelerazione dal 2022 a oggi.
Su molti media euroatlantici l’uso dell’Orešnik è stato additato come una risposta “rabbiosa” di Putin, mentre invece sembra la che Russia si stia muovendo con molti degli accorgimenti che la gravità della situazione richiede, pur mantenendo un atteggiamento saldo rispetto ai propri obiettivi strategici.
Ora, NATO e alleati possono rafforzare il braccio di ferro con la Russia, rendendo sempre più concreto il pericolo di un conflitto nucleare. Purtroppo, alcune notizie non fanno presagire nulla di buono: il Dipartimento della Difesa USA, appena 12 ore fa, ha pubblicato sul suo sito la notizia che vuole rivedere la sua strategia per la deterrenza nucleare.
Le minacce russe e cinesi, e il fatto che alcuni accordi scadranno a febbraio senza all’orizzonte un facile rinnovo, spingono in questa direzione, ha detto Richard Johnson, vice-assistente segretario alla Difesa per la politica nucleare.
Bisogna sperare che non sia davvero questa la strada intrapresa a Washington e Bruxelles. Ma intanto, risulta chiaro che la lotta per inceppare gli ingranaggi di guerra va intensificata.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)