Gli Stati Uniti hanno deciso di accorciare i tempi del dispiegamento delle nuove bombe nucleari tattiche B61-12 potenziate in Europa sostituendo le B61 più “vetuste”. Dunque anche in Italia ed in particolare nelle basi militari di Ghedi (Brescia) ed Aviano (Pordenone). Le nuove bombe dovrebbero essere consegnate alle basi NATO in Europa entro dicembre e non più nella primavera del 2023 come precedentemente previsto. A segnalarlo è il giornale statunitense Politico, citando un cablogramma diplomatico statunitense che rivela quanto riferito da funzionari statunitensi agli alleati della NATO durante una riunione a porte chiuse svoltasi a Bruxelles nei giorni scorsi.
La mossa, prevede la sostituzione delle armi nucleari più vecchie con la versione più recente nelle varie basi militari Usa e Nato in Europa per un potenziale utilizzo da parte di bombardieri e aerei da combattimento statunitensi e alleati.
Inutile dire che la decisione Usa arriva in una situazione di crescenti tensioni con la Russia, con l’evocazione dell’utilizzo delle armi nucleari in Ucraina e l’affermazione di una linea nella Nato secondo cui va fatto di più per dissuadere Mosca dall’attraversare quella linea.
Anticipare la data di sostituzione delle bombe nucleari nelle basi in Europa, è stata una sorpresa per molti osservatori, i quali temono che possa alimentare ulteriormente una situazione già pericolosa. L’annuncio dato all’incontro di Bruxelles è arrivato pochi giorni prima che la NATO iniziasse la sua esercitazione nucleare annuale, nota come Steadfast Noon che ha incluso circa 70 velivoli militari.
In Italia ci sono due basi militari dove sono collocati ordigni nucleari americani: Ghedi (Bs) e Aviano (Pn). Nella prima (Ghedi) la regola di ingaggio è quella del “Nato nuclear sharing group” dove il paese ospitante mette a disposizione il vettore. In pratica alcuni velivoli della nostra Aeronautica, oggi i Tornado e a breve gli F-35, sono dotati di bombe di questo genere. Una prima stima parla di 60 ordigni nucleari presenti in Italia ma secondo altre fonti ne risultano circa un centinaio.
Nella seconda base (Aviano) ci sono le bombe nucleri B-61, vale a dire bombe nucleari di fabbricazione americana per l’impiego tattico e strategico da caccia e bombardieri.
A Ghedi dunque ci sono dispositivi nucleari americani pronti a essere aviotrasportati dalla nostra Aeronautica Militare. Ad Aviano ci sono invece aerei Usa attrezzati per il trasporto e il lancio di ordigni di questo genere. Aviano è la base militare dove gli statunitensi si muovono in piena autonomia mentre a Ghedi ci sono regole militari condivise tra i Paesi Alleati.
In Europa sono schierate le varianti tattiche Mod.3 e Mod.4, con un potenziale regolabile fino ai 45-60 Kt. Le B-61 sono bombe nucleari di fabbricazione americana per l’impiego tattico e strategico da caccia e bombardieri.
In realtà, come spiegano i giuristi di Ialana, la sostituzione delle vecchie bombe nucleari con quelle nuove richiederebbe l’autorizzazione del Parlamento, ma non ci sembra che siano venute – né dal governo né dalle opposizioni – avvisaglie in tal senso.
La decisione Usa di anticipare lo stoccaggio delle nuove armi nucleari nelle basi militari in Europa è stata valutata negativamente dalla Russia. L’ambasciatore russo a Washington, Anatoli Antonov, ha sollecitato gli Stati Uniti a ritirare le testate nucleari dispiegate in paesi esteri. “In questo momento di tensioni e rischi aumentati, i Paesi nucleari hanno una responsabilità particolare per prevenire l’escalation. Per questo, torno a chiedere a Washington di riportare tutte le testate nucleari dispiegate all’estero in territorio nazionale, di eliminare le infrastrutture all’estero in cui sono immagazzinate e mantenute, e di rinunciare alla pratica delle simulazioni del loro impiego con forze di Paesi non nucleari nel quadro della missioni della Nato (come l’esercitazione in corso in questi giorni Steadfast Noon) che va contro i principi di base del Trattato di non proliferazione”, ha affermato Antonov.
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29/10/2022
08/01/2020
“In Italia ci sono decine di bombe atomiche. Pochi lo sanno e chi sa tace”
di Claudio Giangiacomo
La maggior parte dei cittadini italiani ignora che nel nostro paese sono schierate circa 70 testate nucleari statunitensi: un fatto gravissimo, giacché nel malaugurato caso di una guerra nucleare queste basi sarebbero tra i primi obiettivi di un attacco.
Negli anni '80 vi erano in Europa migliaia di testate nucleari, sia statunitensi che sovietiche: ma nel 1987 il Trattato INF (Forze Nucleari Intermedie), firmato da Gorbachev e Reagan, impose di rimuovere tutte le testate sui missili a raggio corto e intermedio, lasciando però molte testate a caduta degli Stati Uniti trasportate da aerei schierate nei paesi europei della NATO.
Il loro numero è stato progressivamente ridotto fino alle attuali 140, delle quali ben 70 schierate in Italia, nella base militare USA di Aviano e in quella italiana di Ghedi Torre; queste ultime quindi sarebbero operative in caso di necessità per i caccia Tornado dell’Aeronautica Militare Italiana.
Queste testate non sono, come si potrebbe pensare, residuati della Guerra Fredda, ma costituiscono un fattore di pericolosa destabilizzazione ed una pesante ipoteca sulla strada del disarmo nucleare. Infatti gli USA hanno investito ben 10 miliardi di $ per il loro ammodernamento, il Life Extension Program, che ne farà, tecnicamente e militarmente, una testata nuova con accresciute capacità militari, chiamata B61-12.
Sebbene la potenza esplosiva non aumenterà, raggiungendo al massimo 50 kt (più di 3 volte quella di Hiroshima), la testata sarà dotata di alette di guida di coda che consentiranno una precisione molto superiore su bersagli che altrimenti richiederebbero potenze esplosive molto superiori.
Nessun governo italiano ha mai avuto nulla da ridire sulla presenza di queste testate in Italia. Tale presenza viene pretestuosamente giustificata in base alla dottrina della condivisione nucleare (nuclear sharing) dell’Alleanza NATO, che implica per i paesi membri obblighi di mantenimento delle attrezzature tecniche necessarie per il loro uso (tra cui aerei da guerra, sottomarini etc.) e di conservazione sul proprio territorio.
Sebbene la questione non sia mai stata portata all’attenzione della corte internazionale, da più parti si afferma che la condivisione nucleare violi gli articoli I e II del TNP, che prevede il divieto di trasferimento (da parte del paese nucleare) e di accettazione (da parte del paese non nucleare) del controllo diretto o indiretto sulle armi nucleari. La NATO sostiene che non si tratti di proliferazione non essendovi trasferimento diretto e/o indiretto delle nukes perché, anche se presenti in basi situate in altri paesi, il loro controllo sarebbe rimesso alle forze militari USA.
Indipendentemente dalla evidente infondatezza di tale posizione, la questione rimanda alla presenza delle basi “statunitensi” o NATO sul territorio italiano, in quanto strettamente connesso alla presenza degli ordigni nucleari ed in particolare delle norme ad esse applicabili.
Tale presenza trova la sua giustificazione normativa nella bilateralizzazione dell’art. 3 del trattato Nato, che impegna le parti a sviluppare le loro capacità di difesa, individualmente e congiuntamente, e a prestarsi reciproca assistenza.
Oltre alle indicazioni contenute nello Statuto delle Truppe, ratificato nel 1956, la costruzione e gestione delle basi militari è poi regolata da convenzioni bi- o multilaterali tra i paesi della Nato.
Tali accordi bilaterali o multilaterali che siano, sarebbero dovuti essere stati assunti nelle forme previste dagli artt. 72 ed 80 della costituzione italiana ma è, invece, stata utilizzata la cosiddetta procedura semplificata, non prevista dalla Costituzione ma disciplinata dalla legge 11.12.1984 n. 839, senza però, come prescritto, procedere alla loro pubblicazione, sottraendoli così sia al controllo delle Camere che del Presidente della Repubblica.
Solo a seguito dei fatti del Cermis, fu pubblicato lo “shell agreement” “accordo conchiglia”, l’accordo quadro fra Italia e Usa sulle basi in Italia. Rimane invece totalmente segreto il BIA del 20.10.1954, cioè il Bilateral Infrastrutture Agreement che regola le condizioni dell’utilizzo delle basi americane in Italia, anch’esso approvato con la procedura semplificata.
Pur limitandoci a quanto oggi noto, si può sicuramente affermare che le basi non possono in alcun modo ritenersi “extra territoriali”.
Il già citato Statuto delle Truppe della NATO, ratificato in Italia dal 21.1.1956, all’articolo II stabilisce, infatti, che le truppe straniere ospitate in Italia debbano rispettare il diritto vigente del paese ospitante e tale principio è confermato in più parti del memorandum reso pubblico nel 1995.
La prima significativa conferma della non extraterritorialità e della sottoposizione alle norme del diritto italiano la si rinviene nella sezione VI dell’annesso A al memorandum, ove già all’articolo I si legge: “L’istallazione è posta sotto il Comando Italiano...” e ciò sia se la base è utilizzata congiuntamente che esclusivamente dalle forze armate USA (ciò che cambia nei due casi sono le funzioni del comando che comunque resta italiano).
La seconda ed ancor più significativa conferma, però, l’abbiamo dalla lettura dell’art. 3 della sezione VI dove vengono definite le funzioni del Comandante USA. Leggiamo nell’articolo: “Il Comandante USA esercita il comando pieno sul personale, l’equipaggiamento e le operazioni statunitensi. Egli deve preventivamente informare il Comandante italiano in merito a tutte le attività USA di rilievo, con particolare riferimento all’attività operativa e addestrativa, ai movimenti di materiali, armamenti, personale militare e civile, nonché agli avvenimenti o inconvenienti che dovessero verificarsi.
Analogamente il Comandante italiano tiene informato il Comandante USA su tutte le attività nazionali di rilievo. Nel caso ritenga che le attività USA non rispettino le leggi italiane vigenti, il Comandante italiano informerà immediatamente il Comandante USA e si rivolgerà immediatamente alle autorità italiane superiori per un parere”.
Dalla lettura del memorandum risulta quindi, a nostro giudizio, evidente che sia le istallazioni che le medesime operazioni ed attività delle forze ospitate, anche per la parte posta sotto il Comando USA, debbano rispettare le leggi vigenti in Italia, tanto che al Comandante italiano è rimesso il controllo del loro rispetto.
Detto ciò, a questo punto, non possiamo esimerci dal far rilevare come, indipendentemente dalla violazione del TNP, la permanenza in Italia di ordigni nucleari sia effettuata in palese violazione della legge n. 185 del 9 luglio 1990 che espressamente prevede all’art. 1 comma 7: “Sono vietate la fabbricazione, l’importazione, l’esportazione ed il transito di armi biologiche, chimiche e nucleari, nonché la ricerca preordinata alla loro produzione o la cessione della relativa tecnologia”.
Sebbene al successivo comma 9 lett. c) del medesimo articolo si preveda una inapplicabilità della norma in relazione ai materiali di armamento e di equipaggiamento delle forze dei paesi alleati, questa deroga è limitata al transito e non alla permanenza stabile nel territorio italiano.
Fonte
La maggior parte dei cittadini italiani ignora che nel nostro paese sono schierate circa 70 testate nucleari statunitensi: un fatto gravissimo, giacché nel malaugurato caso di una guerra nucleare queste basi sarebbero tra i primi obiettivi di un attacco.
Negli anni '80 vi erano in Europa migliaia di testate nucleari, sia statunitensi che sovietiche: ma nel 1987 il Trattato INF (Forze Nucleari Intermedie), firmato da Gorbachev e Reagan, impose di rimuovere tutte le testate sui missili a raggio corto e intermedio, lasciando però molte testate a caduta degli Stati Uniti trasportate da aerei schierate nei paesi europei della NATO.
Il loro numero è stato progressivamente ridotto fino alle attuali 140, delle quali ben 70 schierate in Italia, nella base militare USA di Aviano e in quella italiana di Ghedi Torre; queste ultime quindi sarebbero operative in caso di necessità per i caccia Tornado dell’Aeronautica Militare Italiana.
Queste testate non sono, come si potrebbe pensare, residuati della Guerra Fredda, ma costituiscono un fattore di pericolosa destabilizzazione ed una pesante ipoteca sulla strada del disarmo nucleare. Infatti gli USA hanno investito ben 10 miliardi di $ per il loro ammodernamento, il Life Extension Program, che ne farà, tecnicamente e militarmente, una testata nuova con accresciute capacità militari, chiamata B61-12.
Sebbene la potenza esplosiva non aumenterà, raggiungendo al massimo 50 kt (più di 3 volte quella di Hiroshima), la testata sarà dotata di alette di guida di coda che consentiranno una precisione molto superiore su bersagli che altrimenti richiederebbero potenze esplosive molto superiori.
Nessun governo italiano ha mai avuto nulla da ridire sulla presenza di queste testate in Italia. Tale presenza viene pretestuosamente giustificata in base alla dottrina della condivisione nucleare (nuclear sharing) dell’Alleanza NATO, che implica per i paesi membri obblighi di mantenimento delle attrezzature tecniche necessarie per il loro uso (tra cui aerei da guerra, sottomarini etc.) e di conservazione sul proprio territorio.
Sebbene la questione non sia mai stata portata all’attenzione della corte internazionale, da più parti si afferma che la condivisione nucleare violi gli articoli I e II del TNP, che prevede il divieto di trasferimento (da parte del paese nucleare) e di accettazione (da parte del paese non nucleare) del controllo diretto o indiretto sulle armi nucleari. La NATO sostiene che non si tratti di proliferazione non essendovi trasferimento diretto e/o indiretto delle nukes perché, anche se presenti in basi situate in altri paesi, il loro controllo sarebbe rimesso alle forze militari USA.
Indipendentemente dalla evidente infondatezza di tale posizione, la questione rimanda alla presenza delle basi “statunitensi” o NATO sul territorio italiano, in quanto strettamente connesso alla presenza degli ordigni nucleari ed in particolare delle norme ad esse applicabili.
Tale presenza trova la sua giustificazione normativa nella bilateralizzazione dell’art. 3 del trattato Nato, che impegna le parti a sviluppare le loro capacità di difesa, individualmente e congiuntamente, e a prestarsi reciproca assistenza.
Oltre alle indicazioni contenute nello Statuto delle Truppe, ratificato nel 1956, la costruzione e gestione delle basi militari è poi regolata da convenzioni bi- o multilaterali tra i paesi della Nato.
Tali accordi bilaterali o multilaterali che siano, sarebbero dovuti essere stati assunti nelle forme previste dagli artt. 72 ed 80 della costituzione italiana ma è, invece, stata utilizzata la cosiddetta procedura semplificata, non prevista dalla Costituzione ma disciplinata dalla legge 11.12.1984 n. 839, senza però, come prescritto, procedere alla loro pubblicazione, sottraendoli così sia al controllo delle Camere che del Presidente della Repubblica.
Solo a seguito dei fatti del Cermis, fu pubblicato lo “shell agreement” “accordo conchiglia”, l’accordo quadro fra Italia e Usa sulle basi in Italia. Rimane invece totalmente segreto il BIA del 20.10.1954, cioè il Bilateral Infrastrutture Agreement che regola le condizioni dell’utilizzo delle basi americane in Italia, anch’esso approvato con la procedura semplificata.
Pur limitandoci a quanto oggi noto, si può sicuramente affermare che le basi non possono in alcun modo ritenersi “extra territoriali”.
Il già citato Statuto delle Truppe della NATO, ratificato in Italia dal 21.1.1956, all’articolo II stabilisce, infatti, che le truppe straniere ospitate in Italia debbano rispettare il diritto vigente del paese ospitante e tale principio è confermato in più parti del memorandum reso pubblico nel 1995.
La prima significativa conferma della non extraterritorialità e della sottoposizione alle norme del diritto italiano la si rinviene nella sezione VI dell’annesso A al memorandum, ove già all’articolo I si legge: “L’istallazione è posta sotto il Comando Italiano...” e ciò sia se la base è utilizzata congiuntamente che esclusivamente dalle forze armate USA (ciò che cambia nei due casi sono le funzioni del comando che comunque resta italiano).
La seconda ed ancor più significativa conferma, però, l’abbiamo dalla lettura dell’art. 3 della sezione VI dove vengono definite le funzioni del Comandante USA. Leggiamo nell’articolo: “Il Comandante USA esercita il comando pieno sul personale, l’equipaggiamento e le operazioni statunitensi. Egli deve preventivamente informare il Comandante italiano in merito a tutte le attività USA di rilievo, con particolare riferimento all’attività operativa e addestrativa, ai movimenti di materiali, armamenti, personale militare e civile, nonché agli avvenimenti o inconvenienti che dovessero verificarsi.
Analogamente il Comandante italiano tiene informato il Comandante USA su tutte le attività nazionali di rilievo. Nel caso ritenga che le attività USA non rispettino le leggi italiane vigenti, il Comandante italiano informerà immediatamente il Comandante USA e si rivolgerà immediatamente alle autorità italiane superiori per un parere”.
Dalla lettura del memorandum risulta quindi, a nostro giudizio, evidente che sia le istallazioni che le medesime operazioni ed attività delle forze ospitate, anche per la parte posta sotto il Comando USA, debbano rispettare le leggi vigenti in Italia, tanto che al Comandante italiano è rimesso il controllo del loro rispetto.
Detto ciò, a questo punto, non possiamo esimerci dal far rilevare come, indipendentemente dalla violazione del TNP, la permanenza in Italia di ordigni nucleari sia effettuata in palese violazione della legge n. 185 del 9 luglio 1990 che espressamente prevede all’art. 1 comma 7: “Sono vietate la fabbricazione, l’importazione, l’esportazione ed il transito di armi biologiche, chimiche e nucleari, nonché la ricerca preordinata alla loro produzione o la cessione della relativa tecnologia”.
Sebbene al successivo comma 9 lett. c) del medesimo articolo si preveda una inapplicabilità della norma in relazione ai materiali di armamento e di equipaggiamento delle forze dei paesi alleati, questa deroga è limitata al transito e non alla permanenza stabile nel territorio italiano.
Fonte
06/08/2019
Nomen omen
Se disgraziatamente non è possibile riassumere le decisioni
strategiche di un complesso sistema di alleanze come quello Nato nella
figura del suo portavoce Jens Stoltemberg, la tentazione di rilevare il
“valore augurale” del suo nome rimane certamente forte quando si
apprendono notizie del calibro di quella che ci apprestiamo ad
analizzare.
È sì forte almeno quanto la notizia che gli Usa, per bocca dell’attuale amministrazione governativa, o la Nato, per bocca appunto del nostro volto pubblico del sistema di difesa, hanno dichiarato la cessazione del trattato Intermediate-Range Nuclear Forces (INF), siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov sulla scia della “distensione” (leggi agonia dell’URSS) tra le due grandi potenze, in una fase storica che per il senso comune sembra ormai fare parte di un passato quasi dimenticato, certamente molto lontano.
Una notizia che alle latitudini da provincia dell’impero – e non di quelle ben più realistiche da linea del fronte, visto il ruolo che l’Italia continua a giocare nella strategia Nato verso Est e le numerose implicazioni politico-militari cui la permanenza nella Nato costringe il paese – non ha fatto più di tanto scalpore. Meglio trastullarsi con le attività ludiche predilette dal figlio del ministro Salvini o, ancora di più, sul numero di coltellate che servono a uccidere un carabiniere.
Questo fatto, invece, se fosse collocato correttamente nell’attuale contesto politico e militare, se fosse coerentemente ricondotto alla sua storia, ovvero la storia dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a quella degli anni che hanno visto la potenza imperialista dominante all’apice della sua egemonia e al suo successivo e inevitabile declino, assumerebbe tutto un altro valore e non verrebbe relegata ai telegrafici lanci d’agenzia o allo studio da parte delle agenzie militari di settore.
Quest’operazione, di certo non semplice, si presenta come sempre più necessaria all’interno di un’area politica di classe, come uno dei temi su cui il punto di vista di classe deve tenere fermo l’occhio della critica e che se si volesse riassumere in un lemma, questo sarebbe certamente la tendenza oggettiva alla guerra.
La tendenza alla guerra, un fenomeno non di certo nato oggi e che in fase imperialistica dispiegata quale siamo assume sempre di più un carattere portante, deve tornare a far ragionare una soggettività antagonista sul ruolo che la sua controparte di classe gioca nello scacchiere internazionale – tanto più se collocata a pieno titolo nella catena di comando politico-militare della frazione imperialista più aggressiva – e sulle ricadute politico-pratiche che questo schieramento necessariamente comporta per una prassi conflittuale.
Non si sta parlando di buoni e cattivi, non ci si sta affidando a facili analisi riduzionistiche tra astratti campi avversi o a divisioni fittizie che non possono che scadere nel ben noto “campismo”. L’imperialismo è una fase e, senza scomodare i classici, diamo per assunto che sia ancora la nostra.
Alla frazione imperialista “più aggressiva”, quindi, nella lotta per la conquista dei mercati con ogni mezzo necessario ne corrisponde – nei momenti di lotta aperta e acutizzazione dello scontro – un’altra, quella “debole”, anche se non necessariamente, valutata in una prospettiva storica, la meno pericolosa.
Individuare questa prima frazione non dovrebbe essere poi così difficile visto che, com’è noto, il tracollo dell’URSS e il tornante storico cui è seguito ci hanno lasciato uno scenario dove lo spazio del campo progressista è rimasto vacante, o almeno inconsistente fino al primo decennio del XXI secolo, mentre la sfera d’influenza americana ha continuato a vivere della sua straordinaria e schiacciante superiorità politico-militare. Tuttavia, non appare scontato ricordare alcuni degli aspetti che caratterizzano questa superiorità politico-militare e la conseguente posizione egemonica che l’ormai maturo – e sotto molteplici punti di vista in declino – impero statunitense continua a detenere.
Ad esempio, il semplice calcolo comparato delle spese effettuate nel settore bellico sul piano globale risulta essere sempre un esercizio efficace. Gli Usa, infatti, nel 2018 si attestano saldamente al primo posto riuscendo a garantirsi una spesa di 649 miliardi di dollari, una cifra che stacca di quasi tre volte l’impegno cinese in ambito militare (che pure occupa il 14% della spesa globale) e che supera ampiamente di dieci volte la spesa della bellicosa Federazione Russa. Secondo l’ultimo rapporto del SIPRI, centro studi che monitora costantemente il settore dell’industria bellica sul piano globale, nonostante la spesa statunitense sia in calo tendenziale dal picco raggiunto nel 2010, rimane di gran lunga la più imponente sia in termini assoluti – copre il 36% della spesa mondiale in armamenti – sia in termini relativi superando senza sforzi i successivi otto paesi che spendono di più nel comparto bellico. Tra questi la Federazione Russa che, tuttavia, viene buttata fuori dal club dei primi cinque stati militaristi e si attesta al sesto posto con, incredibile ma vero per una potenza che come principale attività sembra avere quella di minare gli interessi strategici statunitensi, 61 miliardi di spesa nel comparto bellico. Quasi un decimo degli investimenti che la prima potenza del globo ha scelto di impegnare per l’anno passato nella difesa dei suoi interessi strategici.
Alla luce di questo semplice quanto parziale dato la retorica con cui viene agitato lo spauracchio russo appare decisamente ridimensionata. Sia chiaro, nessuno sottovaluta il potenziale dell’erede di quella che era la seconda potenza nucleare globale, l’aggressività della formazione economico-sociale russa che, soprattutto a partire dal secondo decennio di questo secolo ha dimostrato una rinnovata capacità politico-diplomatica e finanche militare con il riuscito intervento a supporto della Repubblica Araba Siriana. Si tratta solo di dare a Cesare quel che è di Cesare e di fronte alle continue e insindacabili decisioni unilaterali che vengono annunciate dall’amministrazione statunitense – con particolare e rinnovata frequenza da quando alla Casa Bianca siede un eccentrico costruttore – rese inappellabili anche ad ogni forma rituale del diritto internazionale dalla formula magica della ‘tutela degli interessi nazionali degli Stati Uniti d’America’ – tra cui figura da ultima la dichiarazione di non operatività del trattato INF – l’azione di tutela degli interessi strategici russi appare come una goccia nel mare di rivendicazioni americane e, quantomeno, non il primo problema per la sicurezza delle “democrazie” occidentali.
Problematica, anzi, decisamente pericolosa per la sicurezza delle “democrazie” occidentali dovrebbe essere considerata invece la permanenza e il rafforzamento della presenza statunitense, in veste Nato e non, sul territorio europeo e in particolar modo su quello italiano. Quantomeno degna di nota per la tutela della sicurezza collettiva dovrebbe essere considerata la presenza di testate nucleari che affligge il nostro paese da ormai troppo tempo, come l’impegno di quattro potenze ufficialmente non nucleari come Italia, Olanda, Belgio e Germania, unite alla recalcitrante Turchia, a sostituire le testate nucleari B-61 che risiedono nei loro territori con le tecnologicamente più avanzate bombe B61-12 entro il 2020, gentilmente fornite dall’industria americana.
Ancora più interessante, per chi si volesse preoccupare del ruolo che l’Italia ricopre in ambito Nato e quindi rispetto a quella che sembra essere la preoccupazione principale a proposito di sicurezza collettiva, ovvero l’ingerenza russa, potrebbe essere rilevare la totale abnegazione con cui il governo italiano e le forze armate italiane abbracciano le operazioni di “sicurezza” condotte ad Est.
Il governo Conte, mentre si preoccupa di figurare come mediatore e agente di distensione nelle relazioni russo-europee con evidenti fini commerciali e tenendosi buono l’ormai celebre contingente imprenditoriale d’italiani in Russia (questi instancabili patrioti che sembra non dormano la notte per far crescere il Pil della nazione), conferma di buon grado la partecipazione italiana alla forza di reazione rapida Nato sotto comando Usa, dispiegabile a Est in caso di necessità a partire dal 2020. A questo si sommano le costanti esercitazioni partecipate dai contingenti italiani in Lettonia, quelle promosse da uno dei governi più fanaticamente anti-russo ovvero la Polonia, e lo stanziamento di caccia Eurofighter Typhoon presso le basi aeronautiche di Romania e Lettonia.
Insomma, con una mano si dà, con l’altra si toglie. E se questa incoerenza di fondo giustamente non sembra generare afflizione morale nella classe dirigente italiana, la quale persegue un lucido piano di subordinazione agli interessi statunitensi, non siamo altrettanto certi che non genererà fastidi nelle sale del Cremlino.
La Federazione Russa, in effetti, rispondendo all’intenzione statunitense di schierare nuovamente in Europa dei missili nucleari a gittata intermedia – proprio quelli banditi dal trattato INF – ha dichiarato che procederà meccanicamente a puntare le proprie testate sulle zone in cui i missili saranno dislocati. E lo stesso trattamento sarà riservato, of course, anche a coloro i quali si preparano a ospitare le aggiornatissime B61-12 made in Usa: Olanda, Belgio, Germania, la recalcitrante Turchia e, come dicevamo poc’anzi, l’Italia.
Se appunto, per tornare all’annuncio da cui siamo partiti, la decisione formalizzata da Stoltemberg non fosse il prodotto di una lucida quanto ferrea strategia di dominio perseguita da Washington, sarebbe opportuno liquidarla come semplice dimostrazione di ottusità ma, purtroppo, non è così. E chi si propone di contrastare tale strategia dovrebbe quantomeno cominciare a riappropriarsi di parole d’ordine che questo contrasto lo esemplificavano al meglio. Scandire quelle tre paroline in inglese che ogni militante medio non ha mai avuto difficoltà nel pronunciare e che suonano all’incirca così: Yankee-go-Home!
Fonte
È sì forte almeno quanto la notizia che gli Usa, per bocca dell’attuale amministrazione governativa, o la Nato, per bocca appunto del nostro volto pubblico del sistema di difesa, hanno dichiarato la cessazione del trattato Intermediate-Range Nuclear Forces (INF), siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov sulla scia della “distensione” (leggi agonia dell’URSS) tra le due grandi potenze, in una fase storica che per il senso comune sembra ormai fare parte di un passato quasi dimenticato, certamente molto lontano.
Una notizia che alle latitudini da provincia dell’impero – e non di quelle ben più realistiche da linea del fronte, visto il ruolo che l’Italia continua a giocare nella strategia Nato verso Est e le numerose implicazioni politico-militari cui la permanenza nella Nato costringe il paese – non ha fatto più di tanto scalpore. Meglio trastullarsi con le attività ludiche predilette dal figlio del ministro Salvini o, ancora di più, sul numero di coltellate che servono a uccidere un carabiniere.
Questo fatto, invece, se fosse collocato correttamente nell’attuale contesto politico e militare, se fosse coerentemente ricondotto alla sua storia, ovvero la storia dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a quella degli anni che hanno visto la potenza imperialista dominante all’apice della sua egemonia e al suo successivo e inevitabile declino, assumerebbe tutto un altro valore e non verrebbe relegata ai telegrafici lanci d’agenzia o allo studio da parte delle agenzie militari di settore.
Quest’operazione, di certo non semplice, si presenta come sempre più necessaria all’interno di un’area politica di classe, come uno dei temi su cui il punto di vista di classe deve tenere fermo l’occhio della critica e che se si volesse riassumere in un lemma, questo sarebbe certamente la tendenza oggettiva alla guerra.
La tendenza alla guerra, un fenomeno non di certo nato oggi e che in fase imperialistica dispiegata quale siamo assume sempre di più un carattere portante, deve tornare a far ragionare una soggettività antagonista sul ruolo che la sua controparte di classe gioca nello scacchiere internazionale – tanto più se collocata a pieno titolo nella catena di comando politico-militare della frazione imperialista più aggressiva – e sulle ricadute politico-pratiche che questo schieramento necessariamente comporta per una prassi conflittuale.
Non si sta parlando di buoni e cattivi, non ci si sta affidando a facili analisi riduzionistiche tra astratti campi avversi o a divisioni fittizie che non possono che scadere nel ben noto “campismo”. L’imperialismo è una fase e, senza scomodare i classici, diamo per assunto che sia ancora la nostra.
Alla frazione imperialista “più aggressiva”, quindi, nella lotta per la conquista dei mercati con ogni mezzo necessario ne corrisponde – nei momenti di lotta aperta e acutizzazione dello scontro – un’altra, quella “debole”, anche se non necessariamente, valutata in una prospettiva storica, la meno pericolosa.
Individuare questa prima frazione non dovrebbe essere poi così difficile visto che, com’è noto, il tracollo dell’URSS e il tornante storico cui è seguito ci hanno lasciato uno scenario dove lo spazio del campo progressista è rimasto vacante, o almeno inconsistente fino al primo decennio del XXI secolo, mentre la sfera d’influenza americana ha continuato a vivere della sua straordinaria e schiacciante superiorità politico-militare. Tuttavia, non appare scontato ricordare alcuni degli aspetti che caratterizzano questa superiorità politico-militare e la conseguente posizione egemonica che l’ormai maturo – e sotto molteplici punti di vista in declino – impero statunitense continua a detenere.
Ad esempio, il semplice calcolo comparato delle spese effettuate nel settore bellico sul piano globale risulta essere sempre un esercizio efficace. Gli Usa, infatti, nel 2018 si attestano saldamente al primo posto riuscendo a garantirsi una spesa di 649 miliardi di dollari, una cifra che stacca di quasi tre volte l’impegno cinese in ambito militare (che pure occupa il 14% della spesa globale) e che supera ampiamente di dieci volte la spesa della bellicosa Federazione Russa. Secondo l’ultimo rapporto del SIPRI, centro studi che monitora costantemente il settore dell’industria bellica sul piano globale, nonostante la spesa statunitense sia in calo tendenziale dal picco raggiunto nel 2010, rimane di gran lunga la più imponente sia in termini assoluti – copre il 36% della spesa mondiale in armamenti – sia in termini relativi superando senza sforzi i successivi otto paesi che spendono di più nel comparto bellico. Tra questi la Federazione Russa che, tuttavia, viene buttata fuori dal club dei primi cinque stati militaristi e si attesta al sesto posto con, incredibile ma vero per una potenza che come principale attività sembra avere quella di minare gli interessi strategici statunitensi, 61 miliardi di spesa nel comparto bellico. Quasi un decimo degli investimenti che la prima potenza del globo ha scelto di impegnare per l’anno passato nella difesa dei suoi interessi strategici.
Alla luce di questo semplice quanto parziale dato la retorica con cui viene agitato lo spauracchio russo appare decisamente ridimensionata. Sia chiaro, nessuno sottovaluta il potenziale dell’erede di quella che era la seconda potenza nucleare globale, l’aggressività della formazione economico-sociale russa che, soprattutto a partire dal secondo decennio di questo secolo ha dimostrato una rinnovata capacità politico-diplomatica e finanche militare con il riuscito intervento a supporto della Repubblica Araba Siriana. Si tratta solo di dare a Cesare quel che è di Cesare e di fronte alle continue e insindacabili decisioni unilaterali che vengono annunciate dall’amministrazione statunitense – con particolare e rinnovata frequenza da quando alla Casa Bianca siede un eccentrico costruttore – rese inappellabili anche ad ogni forma rituale del diritto internazionale dalla formula magica della ‘tutela degli interessi nazionali degli Stati Uniti d’America’ – tra cui figura da ultima la dichiarazione di non operatività del trattato INF – l’azione di tutela degli interessi strategici russi appare come una goccia nel mare di rivendicazioni americane e, quantomeno, non il primo problema per la sicurezza delle “democrazie” occidentali.
Problematica, anzi, decisamente pericolosa per la sicurezza delle “democrazie” occidentali dovrebbe essere considerata invece la permanenza e il rafforzamento della presenza statunitense, in veste Nato e non, sul territorio europeo e in particolar modo su quello italiano. Quantomeno degna di nota per la tutela della sicurezza collettiva dovrebbe essere considerata la presenza di testate nucleari che affligge il nostro paese da ormai troppo tempo, come l’impegno di quattro potenze ufficialmente non nucleari come Italia, Olanda, Belgio e Germania, unite alla recalcitrante Turchia, a sostituire le testate nucleari B-61 che risiedono nei loro territori con le tecnologicamente più avanzate bombe B61-12 entro il 2020, gentilmente fornite dall’industria americana.
Ancora più interessante, per chi si volesse preoccupare del ruolo che l’Italia ricopre in ambito Nato e quindi rispetto a quella che sembra essere la preoccupazione principale a proposito di sicurezza collettiva, ovvero l’ingerenza russa, potrebbe essere rilevare la totale abnegazione con cui il governo italiano e le forze armate italiane abbracciano le operazioni di “sicurezza” condotte ad Est.
Il governo Conte, mentre si preoccupa di figurare come mediatore e agente di distensione nelle relazioni russo-europee con evidenti fini commerciali e tenendosi buono l’ormai celebre contingente imprenditoriale d’italiani in Russia (questi instancabili patrioti che sembra non dormano la notte per far crescere il Pil della nazione), conferma di buon grado la partecipazione italiana alla forza di reazione rapida Nato sotto comando Usa, dispiegabile a Est in caso di necessità a partire dal 2020. A questo si sommano le costanti esercitazioni partecipate dai contingenti italiani in Lettonia, quelle promosse da uno dei governi più fanaticamente anti-russo ovvero la Polonia, e lo stanziamento di caccia Eurofighter Typhoon presso le basi aeronautiche di Romania e Lettonia.
Insomma, con una mano si dà, con l’altra si toglie. E se questa incoerenza di fondo giustamente non sembra generare afflizione morale nella classe dirigente italiana, la quale persegue un lucido piano di subordinazione agli interessi statunitensi, non siamo altrettanto certi che non genererà fastidi nelle sale del Cremlino.
La Federazione Russa, in effetti, rispondendo all’intenzione statunitense di schierare nuovamente in Europa dei missili nucleari a gittata intermedia – proprio quelli banditi dal trattato INF – ha dichiarato che procederà meccanicamente a puntare le proprie testate sulle zone in cui i missili saranno dislocati. E lo stesso trattamento sarà riservato, of course, anche a coloro i quali si preparano a ospitare le aggiornatissime B61-12 made in Usa: Olanda, Belgio, Germania, la recalcitrante Turchia e, come dicevamo poc’anzi, l’Italia.
Se appunto, per tornare all’annuncio da cui siamo partiti, la decisione formalizzata da Stoltemberg non fosse il prodotto di una lucida quanto ferrea strategia di dominio perseguita da Washington, sarebbe opportuno liquidarla come semplice dimostrazione di ottusità ma, purtroppo, non è così. E chi si propone di contrastare tale strategia dovrebbe quantomeno cominciare a riappropriarsi di parole d’ordine che questo contrasto lo esemplificavano al meglio. Scandire quelle tre paroline in inglese che ogni militante medio non ha mai avuto difficoltà nel pronunciare e che suonano all’incirca così: Yankee-go-Home!
Fonte
13/01/2019
B61–12, qui in Italia
Sembra il nome di una vitamina.
Invece è una bomba nucleare di nuova generazione, con potenzialità distruttive dieci volte superiori a quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki.
Il pensiero va immediatamente alla Corea del Nord e all’arsenale nucleare di Kim Jong-un, oppure all’Iran e all’arsenale nucleare di Rouhani, più esposti mediaticamente di quanto non lo siano USA, Israele, Cina, Russia, Francia, Pakistan, Regno Unito, India.
Sciaguratamente non dobbiamo fare troppa strada.
A quanto pare fino ad oggi abbiamo consentito che sul nostro territorio, e precisamente ad Aviano e Ghedi, gli Usa “parcheggiassero” ben settanta bombe B61 che devono essere sostituite da altrettante B61–12.
Nonostante l’Italia abbia sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare e, in virtù di quel Trattato non possa avere armi nucleari sul proprio territorio, in violazione dei nostri impegni internazionali, consentiamo che gli USA ci trattino come se fossimo la loro dependance dove alloggia la propria servitù.
In caso di conflitto, di sicuro saremmo oggetto di rappresaglie, proprio per distruggere gli arsenali nucleari che ospitiamo.
E se questa “ospitalità nucleare” è diretta conseguenza della adesione alla NATO, uscirne è forse il modo più coerente per applicare l’articolo 11 della nostra Costituzione.
Fonte
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