Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Jens Stoltenberg. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jens Stoltenberg. Mostra tutti i post

19/09/2024

UE - Un parlamento di guerrafondai vota per muovere guerra alla Russia

Mentre l’Ucraina afferma di aver distrutto con droni e missili dei magazzini militari russi a Toropets, una città a circa 380 chilometri a nord-ovest oltre Mosca e a circa 500 chilometri dal confine con l’Ucraina, il Parlamento europeo voterà oggi in seduta plenaria – a mezzogiorno – una risoluzione sull’Ucraina in cui, tra le altre cose, “invita gli Stati membri a revocare immediatamente le restrizioni all’uso dei sistemi d’arma occidentali consegnati all’Ucraina contro obiettivi militari legittimi sul territorio russo”.

Si tratta di una ulteriore spinta alla escalation guerrafondaia che da tre anni sta conformando la nuova politica estera dell’Unione Europea.

Secondo i partiti proponenti della risoluzione – Popolari, socialisti e liberali – le restrizioni “ostacolano la capacità dell’Ucraina di esercitare pienamente il suo diritto all’autodifesa secondo il diritto internazionale e lasciano l’Ucraina esposta ad attacchi contro la sua popolazione e le sue infrastrutture”.

Nel tentativo di “limare” un testo che di fatto spinge i paesi dell’Unione Europea alla guerra contro la Russia, al punto tre della risoluzione alcune forze propongono di scrivere di “invitare l’UE e i suoi Stati membri a lavorare attivamente per mantenere e ottenere il più ampio sostegno internazionale possibile all’Ucraina e per individuare una soluzione pacifica alla guerra, che deve basarsi sul pieno rispetto dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina”.

Sulla proposta della “risoluzione di guerra” si rilevano spaccature trasversali sia nei partiti proponenti a livello europeo che nei singoli partiti a livello nazionale. I partiti della destra di governo italiana al momento si dicono contrari, una parte del PD anche, così come M5S e Avs, ma dentro il PD c’è anche chi è d’accordo con la risoluzione.

Un linguaggio ben diverso, ma il voto di oggi ci dirà se nell’Unione Europea stiano ormai prevalendo le forze guerrafondaie e se la UE si appresta a diventare o meno cobelligerante ufficiale contro la Russia.

L’orientamento guerrafondaio dell’Unione Europea si rileva anche dalla composizione della nuova Commissione europea che la Von Der Leyen presenterà all’Europarlamento di Strasburgo. Aver affidato a due “falchi” come l’ex primo ministro estone Kaja Kallas l’incarico di Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza e al lituano Andrius Kubilius la nuova posizione di Commissario per la difesa, è un pessimo segnale.

Ieri il segretario generale della Nato uscente, Jens Stoltenberg, aveva dichiarato in una intervista al quotidiano britannico The Times che “Permettere a Kiev di sparare missili a lungo raggio in profondità in Russia non rappresenta una linea rossa”.

“Ci sono state molte linee rosse dichiarate da Putin in precedenza, e non ha avuto un’escalation, coinvolgendo anche gli alleati della Nato direttamente nel conflitto”, ha detto. “Non l’ha fatto perché si rende conto che la Nato è l’alleanza militare più forte del mondo. Si rende anche conto che le armi nucleari, la guerra nucleare, non possono essere vinte e non dovrebbero essere combattute. E noi glielo abbiamo fatto capire più volte”.

Una dichiarazione che, secondo il portavoce del Cremlino, Dmytry Peskov, è “estremamente pericolosa”. “Una tale dimostrazione di non voler prendere sul serio la dichiarazione del presidente russo è una mossa miope e non professionale”, ha dichiarato Peskov alla stampa, “si tratta di una posizione altamente provocatoria e pericolosa”.

Il presidente russo Vladimir Putin in una dichiarazione di alcuni giorni fa aveva chiarito che permettere a Kiev di lanciare missili a lungo raggio in profondità in Russia significherebbe un coinvolgimento diretto della Nato nel conflitto ucraino e ne cambierebbe l’essenza, per cui Mosca dovrebbe prendere decisioni in base alle minacce emergenti.

Fonte

22/07/2024

L’Italia esclusa da incarichi di “prestigio” nella Nato, nonostante il servilismo

Il servilismo decisamente non paga. Dopo la marginalizzazione nelle sedi decisionali europee, il governo italiano è stato messo fuori anche dai comandi della Nato. Lo si capisce chiaramente dal duro attacco del ministro della Difesa Guido Crosetto nei confronti del segretario generale Nato uscente Jens Stoltenberg, che ha scelto di affidare alla Spagna e non all’Italia il ruolo di responsabile per il fianco Sud dell’alleanza nominando lo spagnolo Javier Colomina.

Evidentemente se il cosiddetto “Mediterraneo allargato” è tornato strategicamente importante per la Nato, i vertici della stessa non hanno ritenuto che questa rilevanza possa essere affidata al governo italiano.

Secondo Crosetto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha commesso “il tradimento di un principio: era l’Italia a essersi battuta per introdurre il ruolo di inviato per il Fronte Sud” ha dichiarato il ministro della Difesa in un’intervista a La Stampa. “Gli ho scritto un messaggio durissimo. Mi ha fatto infuriare e ci saranno conseguenze sul piano dei rapporti personali. Il suo è stato il tradimento di un principio: era l’Italia a essersi battuta per introdurre il ruolo di inviato per il Fronte Sud. E al summit di Washington 32 leader ci hanno dato ragione. Tra vent’anni i due miliardi e mezzo di persone in Africa saranno il principale problema dell’Alleanza atlantica perché diventeranno un esercito nelle mani di quei Paesi che hanno già iniziato a occupare il continente in questi anni: Russia e Cina”, ha osservato Crosetto.

Secondo il ministro della Difesa italiano, Stoltenberg non voleva nominare un rappresentante a Sud, ma ha dovuto inserirlo nella risoluzione “perché lo voleva l’Italia e così si è vendicato, dando il ruolo a uno spagnolo”. L’Italia, ha infine precisato Crosetto, non ha un problema con la Nato, ma solo con Stoltenberg. “È lui l’unico responsabile, lui ha scelto la persona per quel ruolo, basandosi su criteri opachi e logiche burocratiche interne, senza consultarsi con gli alleati, forse perché guidato da logiche di appartenenza politica, venendo meno alla prima delle sue responsabilità: essere super partes”, sottolinea Crosetto nell’intervista.

Per il governo italiano è il secondo smacco in pochi giorni. Prima era stato marginalizzato dai ruoli decisionali nella Commissione europea, adesso nella Nato, e questo nonostante il suo servilismo a entrambi fosse diventato quasi imbarazzante. Ma, a quanto pare, non è servito. Ai fascisti l’establishment riserva solo il “lavoro sporco”, quello contro i lavoratori e la sinistra, per il resto li lasciano in anticamera.

Fonte

27/06/2024

Il falco Rutte alla guida della NATO

Se c’era un modo per incarnare la blindatura dei vincoli euroatlantici, quelli da economia di guerra della NATO e quelli da massacro sociale dei lavoratori del Patto di Stabilità, quel modo era nominare Mark Rutte alla guida dell’alleanza atlantica.

Sarà lui a sostituire Jens Stoltenberg, il cui mandato era stato prorogato per due anni consecutivi per dare continuità all’amministrazione della NATO nel pieno dell’impegno bellico contro la Russia, per interposta Ucraina.

Rutte concluderà ufficialmente il suo quarto mandato da primo ministro dell’Olanda il prossimo 2 luglio, lasciando il posto a Dick Schoff, designato dalla maggioranza guidata dal Partito per la Libertà di Geert Wilders, uscita dalle elezioni dello scorso novembre.

Il politico olandese arriva a questa carica dopo aver incassato il sostegno anche di Ungheria e Slovacchia, paesi pubblicamente contrari alla deriva da scontro totale con Mosca che la NATO ha tenuto negli ultimi due anni.

Ovviamente, Budapest e Bratislava non hanno messo in discussione questa alleanza guerrafondaia. Ma da Rutte hanno ricevuto alcune garanzie rispetto al suo mandato (che potrebbe durate almeno quanto quello di Stoltenberg, avendo Rutte solo 57 anni).

Orbán ha ottenuto che i suoi soldati non vengano coinvolti in operazioni NATO in Ucraina, e che a queste non saranno destinati fondi ungheresi. Inoltre, il ministro degli Esteri ha annunciato il sostegno al piano di pace sino-brasiliano elaborato un mese fa.

I vertici slovacchi hanno invece avuto rassicurazioni sulla protezione dello spazio aereo del paese. Infatti, la Slovacchia è rimasta coi cieli scoperti dopo che molti sistemi di difesa sono stati consegnati all’Ucraina e altri, olandesi e italiani, sono stati riposizionati.

Insomma, alcuni rallentamenti nei meccanismi euroatlantici, che hanno come contraltare vittorie utili da spendere nella politica interna. Ma non ancora qualcosa di sufficiente a fermare la volontà di escalation.

Difatti, sono subito arrivati i complimenti del presidente ucraino Zelensky. In maniera speculare, il portavoce del Cremlino Peskov ha espresso scetticismo sulla nomina: “difficilmente può cambiare qualcosa” dato che i paesi occidentali “stanno lavorando per infliggere una sconfitta strategica alla Russia”.

Mosca parla di tutta la NATO, che siano gli Stati Uniti o la UE. Rutte stesso ha subito detto che “l’Alleanza (atlantica, ndr) è e rimarrà la pietra angolare della nostra sicurezza collettiva”.

Anche Stoltenberg ha ricordato che “Mark è un vero ‘transatlantista’”, ribadendo che oggi più che mai l’imperialismo occidentale ha bisogno che Washington e Bruxelles restino unite, nella loro guerra contro il mondo.

Del resto, anche i prossimi alti dirigenti della UE, se saranno quelli oggi in discussione, hanno indicato nel riarmo e nell’assunzione di una maggiore proiezione militare un pilastro dei prossimi cinque anni.

La von der Leyen e Michel avevano già indicato nei vincoli di bilancio e nel sostegno all’Ucraina i due paletti che, se rispettati, rendono tutti benvenuti in UE. Anche le estreme destre, che sono anzi molto utili nell’implementare nuovi dispositivi repressivi.

Soprattutto ora, che il nuovo Patto di Stabilità devasterà ulteriormente lo stato sociale e le condizioni dei lavoratori di tutto il Vecchio Continente, mentre tutti i fondi possibili saranno reindirizzati verso la costruzione di un keynesismo militare in salsa europea.

Rutte è l’uomo giusto per entrambe le sponde dell’Atlantico, affinché venga portato avanti questo indirizzo. Come è stato falco dei conti pubblici, sarà falco degli obiettivi di spesa militare, trascinando con sé la gamba europea della NATO.

Che di conseguenza imporrà il vincolo esterno in maniera ferrea (almeno per i paesi con meno potere contrattuale) e destinare più soldi possibile alle armi. Rutte è il sigillo del futuro di guerra che aspetta l’Occidente, se non si romperanno i vincoli euroatlantici.

Fonte

26/05/2024

I guerrafondai dilagano in Europa. Vanno fermati

Le parole del segretario della Nato, Jens Stoltenberg, sono sostanzialmente il via libera all’utilizzo delle armi occidentali consegnate all’Ucraina per colpire il territorio russo in profondità. “Negare all’Ucraina la possibilità di usare queste armi contro obiettivi militari legittimi sul territorio russo rende molto difficile per loro difendersi” ha dichiarato in un’intervista all’Economist.

Ma è anche una dichiarazione che esplicita come la Nato – o parte di essa, in particolare alcuni paesi europei – sia decisa nel muovere contro la Russia, anche a rischio della guerra. Del resto, prima di Stoltenberg era stato un altro “grande boiardo” europeo, Mario Draghi, ad affermare pochi mesi fa che non si può permettere alla Russia di vincere in Ucraina. Il whatever it thakes, questa volta era implicito.

Il rischio concreto è che gli appelli di Stoltenberg preparino il terreno a un intervento più ampio e diretto di Paesi membri della Nato, anche senza il cappello all’Alleanza atlantica.

In realtà gli ucraini già colpiscono in territorio russo dallo scorso autunno, quando era ormai evidente il fallimento della controffensiva, ed hanno colpito con i missili Himars forniti dagli USA obiettivi in Crimea e nei territori russi di Belgorod e Kursk oppure con l’assistenza tecnica di consiglieri militari britannici e francesi sul campo.

Stoltenberg ha valutato le reazioni al suo appello all’escalation e in una intervista successiva a quella all’Economist, ha provato a gettare acqua sul fuoco.

”Non ci sono piani per inviare truppe Nato in Ucraina” perché l’Alleanza Atlantica ”non entrerà a far parte del conflitto” ha dichiarato il Segretario generale della Nato nel corso di un’intervista con il giornale tedesco Welt am Sonntag. ”Mentre aumentiamo il nostro sostegno all’autodifesa dell’Ucraina, non ci sono piani per inviare truppe Nato in Ucraina o per estendere l’ombrello di difesa aerea della Nato all’Ucraina. La Nato non entrerà a far parte del conflitto”, ha affermato Stoltenberg. Di questo si parlerà al vertice della Nato previsto dal 9 all’11 luglio a Washington.

Ma il vaso di Pandora ormai è stato aperto. Colpisce il fatto che in questo tripudio bellicista europeo, appaiano come i più “saggi” il premier ungherese, Viktor Orbán, che si sta già chiamando fuori paventando la spinta alla guerra di una parte dell’Europa, o il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che è stato il primo a mettere la mani avanti sottolineando che le decisioni Nato devono essere collegiali.

Tra i più fomentati guerrafondai in prima fila ci sono i baltici e i polacchi. Ingrida Simonyte, primo ministro della Lituania ha confermato che è pronta ad inviare truppe in Ucraina per esercitazioni e addestramento

Il ministro degli Esteri polacco, Radosaw Sikorski, non vuole rivelare i piani, ma non esclude gli «scarponi sul terreno». Stesso discorso per i finlandesi, che assieme ai baltici studiano di intervenire in Ucraina non come Nato, ma con una «coalizione di volenterosi», bypassando dunque eventuali riluttanze di altri paesi membri dell’Alleanza Atlantica.

I britannici si sentono già in una «situazione di pre guerra», come ha confermato il capo di stato maggiore, Patrick Sanders. E poi c’è stato Macron, il quale ha riaffermato come la Francia sia l’unico paese UE che garantisce una deterrenza nucleare europea e che oggi questa è a disposizione dello scontro con la Russia.

Questi vanno fermati, prima che trascinino l’Europa – e l’Italia – dentro una guerra devastante. Whatever it thakes! La manifestazione nazionale del 1 Giugno a Roma servirà a riaffermare anche questo.

Fonte

08/04/2024

Da Trump a Stoltemberg espliciti inviti all’Ucraina a cedere territori in cambio di pace

Due voci stanno circolando in queste ore indicando che siano crescenti le pressioni degli “alleati” su Kiev per negoziare una pace con la Russia, anche cedendo territori come la Crimea e il Donbass.

Secondo quanto riporta il Washington Post, Donald Trump ha fatto conoscere il suo orientamento sulla possibile conclusione della guerra in Ucraina. “Premere su Kiev affinché ceda la Crimea e la regione di confine del Donbas alla Russia”. È questo secondo il WP il piano segreto di Donald Trump per mettere fine alla guerra fra Ucraina e Russia. L’ex presidente e candidato a riesserlo, ritiene che sia la Russia sia l’Ucraina “vogliono salvare la faccia e avere una via di uscita”. Trump è convinto anche che per alcune aree dell’Ucraina andrebbe bene essere parte della Russia.

Se le idee di Trump non sono proprio una novità, a sorprendere ancora di più sono state le affermazioni del segretario della Nato Stoltemberg rilasciate in una intervista alla BBC. “La maggior parte delle guerre finisce al tavolo delle trattative e l’Ucraina dovrà fare qualche concessione per fermare la guerra” è stata la dichiarazione a sorpresa del segretario generale della NATO, il quale per la prima volta dall’inizio della guerra tra Ucraina e Russia fa esplicito riferimento a concessioni da parte di Kiev per arrivare a una soluzione del conflitto. Stoltemberg non aggiunge dettagli se non che sarà Kiev a dover decidere quando, come e cosa concedere a Mosca.

“In ultima analisi deve essere l’Ucraina a decidere a quali compromessi è disposta a fare, dobbiamo permetterle di trovarsi in un a posizione in cui possano raggiungere un risultato accettabile al tavolo negoziale” ha spiegato il Segretario generale della Nato nell’intervista alla BBC, sottolineando che non sta spingendo Kiev verso alcuna concessione.

La Nato, dunque, dovrebbe aiutare l’Ucraina a non trovarsi in una situazione troppo sfavorevole al tavolo di trattativa con la Russia per una tregua o la pace, che non esclude però concessioni da parte di Kiev.

Va da se che il sostegno militare occidentale viene ritenuto fondamentale dal segretario della Nato per costringere la Russia a rinunciare agli obbiettivi di ulteriore occupazione di territori ucraini ma alla fine anche l’Ucraina potrebbe trovarsi costretta a qualche “tipo di compromesso”.

Dagli Usa e dal segretario della Nato (a fine mandato però) giungono segnali di cui Kiev e Zelenski dovranno tenere conto. Resta però l’incognita dei guerrafondai europei, soprattutto di Polonia, Baltici, Germania e Francia, i quali sembrano invece orientati ad una escalation contro la Russia piuttosto che sostenere ipotesi di negoziato. Hanno avviato il meccanismo dell’economia di guerra ed hanno sdoganato l’idea stessa del ricorso alla guerra nei propri paesi.

In questi anni ci si è trastullati spesso sull’idea che gli oltranzisti fossero gli Stati Uniti per poi scoprire che i fautori dell’escalation erano diventati più di casa a Bruxelles che a Washington.

Fonte

12/02/2024

La Nato nel panico per le dichiarazioni di Trump

Un brivido corre lungo la schiena degli esponenti della Nato e del blocco euroatlantico. A provocarlo sono le parole dell’ex presidente degli Stati Uniti e candidato alla presidenza Donald Trump.

“Le dichiarazioni di Trump sui Paesi membri della Nato che non spendono abbastanza per la difesa mettono i militari statunitensi ed europei a rischio” è stata la replica in una dichiarazione scritta del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg.

“Ogni insinuazione che gli alleati (della Nato) non si difenderanno reciprocamente mina la nostra sicurezza, inclusa quella degli Stati Uniti, e mette le vite dei militari statunitensi ed europei a rischio”, ha detto Stoltenberg. “Mi aspetto che gli Usa resteranno un alleato della Nato forte e impegnato, indipendentemente da chi vincerà le elezioni presidenziali”, si legge nella dichiarazione.

Il tutto nasce da un evento elettorale a cui Trump ha partecipato ieri nella Carolina del Sud, dove è tornato all’attacco dei Paesi membri della Nato che non destinano sufficienti risorse alla difesa, minacciando di non proteggerli nel caso in cui tornasse alla presidenza degli Stati Uniti.

Trump ha lanciato l’ultima provocazione in un comizio elettorale a Conway nella South Carolina, raccontando un aneddoto relativo ad una riunione della Nato avvenuta durante la sua presidenza. In tale occasione Trump rivela di aver detto ad un altro capo di Stato che, con lui al comando, l’America non avrebbe difeso nessun Paese considerato “delinquente”, cioè inadempiente verso l’aumento delle spese militari ad almeno il 2% del Pil.

Il giornale statunitense Politico ha inoltre riportato di recente il racconto del commissario Ue Thierry Breton di una conversazione privata avvenuta al World Economic Forum di Davos del 2020 tra Trump e la von der Leyen. “La Nato è morta e noi ce ne andremo”, avrebbe detto Trump in quell’occasione ribadendo che non avrebbe aiutato gli alleati a difendersi da un’eventuale aggressione della Russia.

Lo sviluppo degli avvenimenti aveva reso quell’ammonimento – ritenuto all’epoca una bizzarria del presidente Usa – uno scenario più realistico. Un anno dopo era stato Macròn a decretare la “morte cerebrale della Nato”.

Poi il partito atlantico aveva ripreso vigore a seguito dell’intervento militare russo in Ucraina nel febbraio del 2022 riuscendo a ricompattare ed addirittura ad allargare l’alleanza. Ma il rischio che si sia trattato di un consolidamento fittizio comincia a palesarsi. Molto dipenderà dalle elezioni statunitensi di novembre.

Fonte

19/02/2023

Quali sono le forze che ostacolano la pace e spingono per la guerra?

Alla Conferenza per la Sicurezza che si conclude oggi a Monaco abbiamo potuto ascoltare linguaggi e messaggi ben diversi tra loro sulla prospettiva di pace o di guerra in Europa.

“Ci sono forze che non vogliono che ci siano colloqui di pace per risolvere la crisi ucraina” ha affermato il diplomatico cinese Wang Yi, direttore della Commissione centrale per gli Affari esteri del Partito comunista cinese e membro del Politburo, intervenendo alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

“Siamo profondamente preoccupati per la crisi prolungata in Ucraina”, ha detto Wang, chiarendo che Pechino è contraria a “cogliere vantaggi da questa crisi” ed è impegnata a “cercare di facilitare il dialogo” tra Russia e Ucraina.

“Nel secondo giorno dopo l’inizio della crisi, il 26 febbraio, il presidente Xi Jinping suggerì che Russia e Ucraina si sedessero e si parlassero per trovare una soluzione politica alla crisi”, ha ricordato Wang, che allora era ministro degli Esteri.

“In Bielorussia e in Turchia ci furono diversi cicli di colloqui di pace. Noi vedemmo un testo cornice per una risoluzione di pace. Ma fu fermato, non sappiamo perché. Il processo fu bloccato”, ha accusato il diplomatico e ha aggiunto: “Alcune forze non vogliono che i colloqui di pace si materializzino. Non si curano della vita e della morte degli ucraini, degli effetti sull’Europa e potrebbero avere obiettivi strategici più ampi della stessa Ucraina”.

E infine la promessa di una iniziativa a brevissimo termine. "Presenteremo una proposta con la posizione cinese per la soluzione politica della crisi ucraina", ha detto Wang Yi.

Assai diverso il linguaggio parlato dal segretario della Nato: “Noi dobbiamo dare all’Ucraina ciò di cui ha bisogno per vincere”, ha detto Jens Stoltenberg nel suo intervento alla conferenza per la sicurezza di Monaco.

Stoltenberg ha anche affermato che: “Qualcuno teme che il nostro supporto all’Ucraina possa portare a una escalation, ma voglio essere chiaro: non ci sono possibilità senza rischi ma l’opzione peggiore è che Putin vinca, perché se lo fa darà il messaggio agli altri regimi autoritari che si può prevalere con la forza”.

Con la Russia, ha spiegato il segretario generale della Nato, l’Europa ha creato legami di dipendenza energetica. “La dipendenza dal gas russo ha reso l’Europa vulnerabile”, ha detto il segretario generale. “Non dovremmo commettere con la Cina e altri regimi autoritari lo stesso errore fatto con la Russia”.

Infine, anche la presidente della Commissione europea von der Leyen ha riaffermato la linea guerrafondaia: “Dobbiamo fare pressione e continuare il massiccio sostegno militare che è necessario per fare fallire il piano imperialistico di Putin e permettere all’Ucraina di vincere”.

E poi non potevano mancare le parole del leader della “Iena d’Europa”, (la Polonia), il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki secondo cui “La Polonia è pronta a sostenere l’Ucraina inviando i suoi MiG-29“. “Oggi possiamo parlare di trasferire i nostri MiG come parte di una coalizione più ampia e siamo pronti per questo. La Polonia può solo far parte di una coalizione molto più ampia qui, una coalizione con gli Stati Uniti come leader”, ha detto il premier polacco.

Lontano dalla Conferenza dei piazzisti della guerra in corso a Monaco, il capo di Forza Italia, Berlusconi, ha replicato alle dichiarazioni del segretario del Partito Popolare Europeo, il tedesco Weber, anche lui schierato per l’intervento militare a sostegno dell’Ucraina: “Con il mondo sull’orlo di una guerra nucleare tra Russia e i Paesi della Nato – scrive Berlusconi – io vengo criticato perché sto chiedendo che insieme ai sostegni per l’Ucraina, da sempre condivisi e votati da Forza Italia, si apra immediatamente un tavolo per arrivare alla pace. Questo è un dovere per un partito come il Ppe”.

E sempre in Italia è stato reso noto il risultato dell’ultimo sondaggio su cosa pensa la popolazione italiana dell’invio di armi in Ucraina. Ancora una volta la maggioranza – il 52% – è contrario. Esattamente l’opposto di quanto ha votato il Parlamento e di quanto sostiene il Partito Trasversale della Guerra che tiene insieme neofascisti di FdI, PD e la banda Calenda-Renzi.

Contro la guerra è stata convocata per sabato 25 febbraio una manifestazione nazionale a Genova. Lo stesso giorno si manifesterà anche a Berlino. Chi è per la pace e contro l’escalation di guerra starà lì.

Fonte

15/02/2023

Il futuro dell’Europa nelle mani dei guerrafondai

“Vogliamo che l’Ucraina vinca la guerra. Appartiene comunque alla famiglia europea, ma speriamo che trovi in Europa il futuro di cui ha bisogno (...) Non solo dobbiamo continuare l’assistenza militare all’Ucraina, ma dobbiamo intensificarla. E vorrei lanciare un appello a quei paesi che hanno moderni ed efficienti carri armati, che stanno solo raccogliendo polvere nei loro depositi, di darli all’Ucraina, e il più rapidamente possibile, perché questa primavera e la prossima estate saranno decisive e la guerra sarà decisa in primavera e in estate”.

Questo appello a gettare rapidamente i carri armati dei paesi europei nella guerra in corso in Ucraina è venuto dall’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, nel dibattito alla plenaria del Parlamento europeo sull’Ucraina.

“Abbiamo passato troppo tempo a discutere se avremmo fornito o meno i famosi carri armati Leopard mentre la Russia stava preparando la sua offensiva”, ha affermato il responsabile della politica estera e di sicurezza europea, aggiungendo con una grande dose di avventurismo che “Abbiamo passato troppo tempo a discutere di decisioni che avrebbero dovuto essere prese prima di temere di essere coinvolti in una pseudo belligeranza. Ma abbiamo detto che avremmo fornito carri armati e la terza guerra mondiale non è scoppiata”.

L’ossessione bellicista di Borrell dovrebbe suscitare legittime ed ampie preoccupazioni in tutta Europa, a est come a ovest. Sono proprio questi ossessi ad avere in mano poteri decisionali che gli andrebbero tolti prima possibile.

“La realtà sul campo è estremamente preoccupante al momento. Più di 360.000 soldati russi sono lì, il doppio rispetto a prima della guerra. La controffensiva russa è iniziata, anche se su piccola scala. E per la prima volta, l’Ucraina non ha il vantaggio di avere più truppe sul terreno” ha dichiarato Borrell.

Parallelamente ai deliri guerrafondai di Borrell, sono arrivate le dichiarazioni chiarificanti del segretario della Nato Stoltemberg sulla natura e la genesi della guerra in corso: “La guerra non è cominciata nel febbraio dello scorso anno, ma nel 2014. E dal 2014 gli alleati Nato hanno dato supporto all’Ucraina, con addestramenti ed equipaggiamenti. Quindi l’esercito ucraino era più forte nel 2022 di quanto fosse nel 2014 e questo ha fatto una grande differenza quando Putin ha attaccato”.

Alla fine la verità su questa guerra preparata da anni della Nato è emersa nitidamente dalle parole di Stoltemberg, alla vigilia del vertice di due giorni dei ministri della Difesa della Nato.

Stoltenberg ha poi sottolineato che adesso in Ucraina c’è bisogno di “armi pesanti”. “Il tipo di aiuto si è evoluto – ha spiegato ancora – e questo fa parte delle consultazioni che facciamo mano a mano tra alleati Nato e il gruppo di supporto all’Ucraina. E continueremo perché dobbiamo essere certi che l’Ucraina abbia le armi di cui ha bisogno così da poter riprendersi e liberare territori e vincere questa guerra”.

È ormai drammaticamente evidente che le classi dirigenti in Europa stanno trascinando il continente dentro la guerra contro la Russia, una guerra, appunto, cominciata dalla Nato nel 2014 quindi ben prima dell’attacco diretto della Russia nel febbraio del 2022.

Se l’Europa vuole avere ancora un futuro deve liberarsi di guerrafondai come Borrell e Stoltemberg e sostituirli con personale politico che abbia chiaro che la priorità è quella di fermare la guerra in corso e non di incentivarla fino all’esito più disastroso.

Fanno riflettere le parole del ministro degli Esteri russo secondo cui “La politica di Washington e dei suoi alleati europei di trasformare l’Ucraina in una testa di ponte anti-Russia ha raggiunto il punto di non ritorno”. Lavrov ha pronunciato queste parole alla plenaria della Duma.

Il problema è che molti punti di non ritorno sono già stati raggiunti in questi mesi. Non è rimasto molto tempo per fermare la corsa del treno della guerra, stavolta anche in casa nostra.

Fonte

20/01/2023

Guerra in Ucraina - La NATO è in guerra con la Russia

Le parole del segretario della Nato Stoltemberg a Davos pesano come pietre e segnano un ulteriore passo nell’escalation di guerra contro la Russia.

“La posizione della Nato è che l’Ucraina diventerà un membro della Nato – ha detto Stoltenberg – Quindi, ovviamente, l’obiettivo principale ora è sostenere l’Ucraina per garantire che l’Ucraina vinca la guerra e rimanga una nazione democratica, sovrana e indipendente in Europa. E questo è il motivo per cui i partner degli alleati della Nato stanno fornendo un supporto militare senza precedenti all’Ucraina”.

A rendere più inquietanti gli scenari sul futuro del conflitto in Ucraina, oltre le parole di Stoltemberg ci sono le notizie che giungono dagli Usa e dalla Germania relativamente alle forniture di armamenti offensivi alle forze armate ucraine.

Secondo quanto riferisce il New York Times l’amministrazione Biden sta considerando la tesi secondo cui Kiev ha bisogno di potenza bellica per colpire la Crimea annessa dalla Russia dal 2014. Un cambiamento significativo sulla natura offensiva degli armamenti che gli Usa intendono fornire all’Ucraina. Se ne discuterà domani, venerdì, in occasione della riunione a Ramstein, in Germania, del Gruppo di Contatto sull’Ucraina, Nel pacchetto, che comprenderà anche veicoli corazzati da combattimento, probabilmente gli Stryker prodotti dalla General Dynamics Land Systems, non dovrebbero però essere inseriti gli M1 Abrams, i carri armati da 60 tonnellate in dotazione alle forze armate Usa.

E proprio sui carri armati si è aperto un altro fronte, quello della e sulla Germania.

La Gran Bretagna invierà 14 carri armati Challenger 2 all’Ucraina, ma questi – secondo tutti gli analisti militari – non saranno affatto sufficienti per un’offensiva ucraina in grande stile. Per costituire i dieci gruppi tattici e passare all’attacco, secondo l’International Institute for Strategic Studies, ne servono almeno 110. E gli ucraini vorrebbero i carri armati tedeschi Leopard 2, sia perché sono i più massicci in Europa, sia perché “è più semplice inviarli in Ucraina dal punto di vista logistico”, ha spiegato l’analista militare ucraino Oleksandr Kovalenko.

Ma su questa fornitura militare qualitativamente impegnativa, si sono palesati problemi politici e tecnici.

L’agenzia Agi riferisce che Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall, l’azienda che produce i Leopard 2, ha dichiarato alla Bild che, “anche se Berlino desse il via libera domani”, i primi Leopard 2 “non potrebbero essere consegnati all’Ucraina prima del 2024”. L’unica soluzione praticabile, nel breve periodo, è consentire ai membri della Nato che hanno già Leopard 2 tedeschi in dotazione, come la Polonia e la Finlandia, di inviarne alcuni a Kiev. Varsavia si è già detta disponibile a spedirne un battaglione. Ma anche per cedere a terzi armamenti di produzione tedesca serve il nulla osta del governo tedesco. E Scholz fino ad ora non ha acconsentito a questa operazione.

Le recenti dimissioni a cui è stata costretta dalla lobby atlantista la ministra della Difesa Christine Lambrecht, sono la spia di fratture profonde dentro il fragile esecutivo tedesco. Il vicecancelliere Robert Habeck ha già fatto sapere di essere favorevole a consentire alla Polonia di cedere i Leopard 2 all’Ucraina e i liberali di Fdp, il partito più filoamericano della coalizione, sono sulla stessa lunghezza d’onda .

Ma le pressioni ucraine e Usa stanno aumentando enormemente sulla Germania. Lo rivela la Bild Zeitung, secondo cui una decisione potrebbe essere presa già a ridosso della riunione in programma a Ramstein questo venerdì. “La pressione degli Stati Uniti sta aumentando e dalla scorsa settimana c’è stato un nuovo tono”, ha detto un politico straniero a Bild. La Cancelleria federale starebbe lavorando “in un circolo ristretto e con la massima segretezza” alla progettazione di un piano per l’invio di Leopard 2 all’Ucraina che coinvolge anche il ministro degli Affari speciali, Wolfgang Schmidt, e il nuovo ministro della Difesa Boris Pistorius.

Sul campo, intanto, le forze armate russe sembrano aver ripreso in mano l’iniziativa sul fronte.

A parte il duro colpo a seguito della decapitazione del vertice del ministero dell’Interno ucraino per la caduta dell’elicottero su cui volavano, oggi sono le stesse fonti ucraine a confermare che: “Nell’ultimo giorno, le unità delle forze di difesa dell’Ucraina hanno respinto gli attacchi degli occupanti nelle aree degli insediamenti di Bilohorivka, regione di Luhansk e Terny, Verkhniokamianske, Soledar, Sil, Krasna Hora, Bakhmut, Klischivka, Kurdiumivka, Vodiane, Maryinka e Paraskovyivka, regione di Donetsk”, ha detto l’AFU nel riassunto giovedì mattina.

Questo dato emerge con evidenza dalle corrispondenze militari intorno a Bakhmut e Soledar recentemente conquistata dai russi. I report delle intelligence e dei think thank anglostatunitensi, troppo spesso prese come oro colato dai mass media italiani, provano in mille modi diversi a fornire notizie più tranquillizzanti. Ma sono gli stessi esperti militari a fare tana a questo schema. “Il fatto stesso che la Difesa britannica pubblichi ogni giorno sui social il bollettino dell’intelligence, ne evidenzia chiaramente gli obiettivi propagandistici e di Info Ops (operazioni di guerra psicologica, ndr) tesi quindi a offrire un’interpretazione del conflitto in Ucraino che influenzi direttamente l’opinione pubblica e i suoi leader”, scrive il sito specializzato Analisi Difesa.

Anche i report quotidiani dello statunitense Institute for the Study of War, da giorni insistono più nell’analisi delle dinamiche politiche interne alla Russia circa la conduzione della guerra che sui bollettini dal fronte come avveniva nei giorni precedenti, segno evidente che le notizie non sono buone né spendibili.

Fonte

Fonte

19/10/2022

I volenterosi guerrafondai d’occidente, oltre il giardino

Aumentare l’assistenza militare a Kiev da parte della UE a 3,1 miliardi euro e lanciare la missione di addestramento militare europea per l’Ucraina. Sono queste le misure che impegnano l’Unione Europea e dichiarate in un tweet dall’Alto rappresentante dell’UE per la Politica estera, Josep Borrell, un personaggio che va apertamente indicato nello schieramento dei falchi e dei guerrafondai rispetto al conflitto in corso in Ucraina.

Borrell è poi passato a narrare il mondo come lo vorrebbe ma che non è o comunque non è più come vorrebbe. Secondo lui “La Russia è sempre più isolata, come dimostra il voto dei giorni scorsi all’Onu. Moralmente, politicamente persino militarmente la Russia sta perdendo questa guerra“, ha concluso Borrell.

Il rappresentante della politica estera europea ha mostrato una visione del mondo foriera solo di guai e di un maggiore coinvolgimento dell’Unione Europea nelle avventure belliche dell’Occidente.

Nei giorni scorsi lo stesso Borrell, inaugurando i corsi dell’Accademia Diplomatica Europea, si era invece fomentato nel disegnare l’Europa come un “giardino” minacciato dal resto del mondo che Borrell definisce una giungla che potrebbe invadere il giardino, ragione per cui gli europei “devono andare nella giungla e impegnarsi di più nel resto del mondo”.

Ma il falco Borrell, con l’aspetto da “coniglio mannaro” che in Italia conosciamo fin troppo bene, è solo uno dei volenterosi guerrafondai del giardino occidentale.

L’altro, che dovrebbe già essere pensionato per fine mandato, è il segretario della Nato Stoltenberg, mai cognome risultò più azzeccato.

Stoltenberg ha ritenuto di non dover sospendere ma, al contrario, di dover mantenere le manovre militari della Nato “Steadfast Noon”. Si tratta di manovre militari che devono simulare scenari, alert, procedure, azioni e reazioni in un teatro bellico dove ci sono minacce nucleari.

“Sarebbe un pessimo segnale se annullassimo improvvisamente un esercizio di routine pianificato da tempo. Dobbiamo capire che il comportamento fermo della Nato è il modo migliore per prevenire un’escalation”, ha detto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg.

La Nato comunque ricorda come le manovre Steadfast Noon sono “un’attività di addestramento regolare e ricorrente e non è collegata all’attualità”. L’esercitazione è guidata dal Nato Air Command situato nella base di Rammstein, nella Germania sud occidentale.

Oltre 60 aerei Nato stanno già scorrazzando nei cieli del Belgio, il Mare del Nord e il Regno Unito. Ma dalla base militare di Ghedi (Brescia) dove sono stoccate decine di bombe nucleari, si sono alzati in volo anche i jet Tornado italiani. Gli alert sono stati innalzati in tutti i teatri militari, la tensione è al massimo.

È vero che le manovre militari, sia della Nato che della Russia e dei suoi alleati, vengono pianificate molto tempo prima, ma nessuno, in questi mesi o in questi giorni, ha sentito l’esigenza di fermare i motori in una fase di massima tensione come quella attualr.

È’ un po’ come lo scenario della Prima Guerra Mondiale, la guerra “che nessuno voleva fare” ma che venne innescata proprio da una escalation di mobilitazione di truppe e manovre militari vicino ai confini “dell’altro”. Si sa come è andata a finire.

La gabbia euroatlantica dei volenterosi guerrafondai come Borrell e Stoltenberg va rotta o interrotta in uno o più punti, per assicurare neutralità, pace e sicurezza al nostro e ad altri paesi.

Fonte

05/12/2020

Meeting Nato di Bruxelles: venti di Guerra Fredda 2.0

Si è conclusa mercoledì a tarda sera, a Bruxelles, la riunione annuale dei ministri degli Affari Esteri dei paesi membri dell’Alleanza atlantica, quest’anno “allargata” ad altre nazioni. La sintesi della riunione porta a pensare che la nuova presidenza a stelle e strisce proverà a fare “una proposta che non si può rifiutare” ai paesi membri, ma non solo a loro, nell’ottica di “arginare” l’avvento del “secolo asiatico” e restituire “autorevolezza e credibilità” all’Organizzazione.

Dopo aver perso la lotta al Covid-19, l’Occidente capitalista prova a riprendersi l’egemonia del pianeta, non volendo ammettere la fine della globalizzazione. E potrebbe concretizzarla con l’unico mezzo che conosce da secoli: la chiamano dissuasione, si legge guerra.

*****

Il summit della NATO tenutosi nei giorni dell’1 e 2 dicembre a Bruxelles, è stato presieduto dal segretario generale, Jens Stoltenberg, alla presenza di un gruppo di esperti nominati dal segretario stesso all’inizio di quest’anno, per sostenere il suo lavoro sul continuo adattamento dell’Alleanza nel corso del prossimo decennio.

Poche ore prima, Heiko Maas, ministro degli esteri tedesco, aveva manifestato la propria preoccupazione per il “taglio” di almeno 2.000 militari dall’Afghanistan annunciato qualche tempo fa da Trump; il contingente statunitense di stanza nell’area al momento si compone di 4.500 militari, e nel 2021 potrebbe “dimagrire” fino ad arrivare a 2.500 unità.

Un numero veramente irrisorio, anche per i parametri della nuova amministrazione democratica guidata da Joe “Condor” Biden.

L’Alleanza atlantica ha nella regione circa 11.000 soldati provenienti da diversi paesi europei, ma dipende pesantemente dalle forze armate statunitensi per quanto concerne il supporto aereo e la logistica.

La posizione di Stoltenberg è stata di riconoscimento della decisione degli Stati Uniti di ritirare gran parte delle sue forze dal territorio afgano, come previsto dall’accordo concluso con i talebani del 29 febbraio scorso, ma ha ribadito che l’Alleanza transatlantica dovrà rimanere coordinata e agire in modo “ordinato”.

In merito a questo punto, Stoltenberg ha inoltre affermato che la NATO dovrà prendere una decisione difficile. Le scelte praticabili sono due: ritirare le truppe dall’Afghanistan, perché si valuta che i talebani potrebbero non tenere fede agli accordi, oppure rimanere, rischiando di combattere militarmente a lungo termine.

Questa seconda opzione comporta il rischio di mettere a repentaglio i progressi nella lotta al “terrorismo internazionale” per impedire che l’Afghanistan torni ad essere una piattaforma per lanciare attacchi sui Paesi NATO.

Il provvedimento, secondo l‘amministrazione statunitense  uscente, dovrebbe comunque diventare operativo proprio a metà gennaio, poco prima dell’Inauguration Day, giorno in cui Joe Biden, con la cerimonia del giuramento a Capitol Hill, sede del Congresso, entrerà ufficialmente in carica come nuovo presidente Usa.

La cerimonia si è sempre svolta alla presenza degli ex presidenti, ma quest’anno la particolare situazione fa pensare che il presidente uscente potrebbe anche dare forfait.

Vedremo.

Viene il dubbio che la richiesta del ritiro delle truppe a stelle e strisce dallo scenario afgano, unita alla serie di ricorsi per frode elettorale persi dall’ex presidente, possa far riflettere The Orange. A Washington sperano che il tycoon inizi ad ammettere la sua sconfitta, e che, di conseguenza, sia costretto a cedere il passo alla nuova amministrazione Biden.

Ma la tentazione di mettere sempre più in difficoltà il suo avversario, creando “fatti compiuti” che diventeranno poi un problema, è troppo forte; dunque il ritiro dei soldati americani, prima che Biden si insedi ufficialmente, verrà probabilmente accelerata, sfavorendo la già preoccupata Germania.

I timori del ministro degli esteri tedesco, sono stati suffragati dalle prime dichiarazioni del segretario generale della NATO, nella giornata di lunedì, anche se quest’ultimo ha annunciato, in conferenza stampa, che “nei primi mesi del nuovo anno” ha già “invitato il neo presidente eletto, Joe Biden ad un meeting di forte rilevanza”, aggiungendo che “il luogo migliore per incontrarsi, per un gruppo di alleati, è comodamente seduti intorno ad un tavolo”.

Il meeting, secondo le parole di Stoltenberg si terrà “per decidere in particolare dell’adeguamento futuro dell’Alleanza, davanti alle nuove minacce ed alle nuove sfide del 21° secolo”.

Doveroso ricordare che, durante la campagna elettorale del 2016, Donald Trump aveva rivolto pesanti attacchi all’Alleanza atlantica, definendola, in diverse occasioni, “obsoleta” e “non più in grado di contrastare efficacemente le vere minacce poste dall’attuale scenario internazionale”.

Da candidato Presidente, Trump aveva più volte criticato anche quella che a suo modo di vedere sarebbe l’‘iniqua’ ripartizione degli oneri finanziari (il cosiddetto ‘burden sharing’) e l’atteggiamento opportunista degli alleati europei, accusati di contribuire in modo minimo allo sforzo collettivo e di sfruttare in modo sostanzialmente passivo l’‘ombrello di sicurezza’ fornito dagli Stati Uniti.

Entrato alla Casa Bianca, le cose sono cambiate poco e la posizione di Trump è rimasta sostanzialmente critica. Il risultato, sul fronte europeo, è stato di rafforzare la posizione di chi da tempo sostiene la necessità di giungere allo sviluppo di una capacità militare autonoma, sganciata dal contributo statunitense.

Negli ultimi tempi il principale fautore di questa scelta di ‘autonomia strategica’ è stato il Presidente francese, Emmanuel Macron, con l’appoggio (seppure più defilato) della Germania di Angela Merkel. Fra l’altro, negli scorsi mesi, lo stesso Macron (che a suo tempo ha evocato la necessità di giungere alla costituzione di un “vero esercito europeo per proteggerci dalla Cina, dalla Russia ma anche dagli Stati Uniti d’America”) si è espresso in termini molto critici verso la NATO, che proprio alla vigilia del vertice di Londra dei Capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Alleanza, definì “in stato di morte cerebrale”.

Con questi precedenti, molto allarmanti dal punto di vista USA ed introdotti nel dibattito internazionale dagli alleati europei, si è giunti alla riunione dei ministri degli esteri, in attesa del più tradizionale vertice, previsto per i primi mesi del prossimo anno, emergenza pandemia permettendo.

L’Impero d’oltreoceano, o ciò che ne rimane, è corso ai ripari. Ma andiamo con ordine.

Entriamo nello specifico, considerando gli argomenti all’ordine del giorno che delineano scenari inquietanti dagli anni ’50 del secolo scorso, gli anni della Guerra Fredda, appunto.

Il tema su cui è stato puntato il focus della due giorni è il Progetto NATO 2030, un documento di 67 pagine redatto da un gruppo di dieci esperti “indipendenti” che verrà valutato ed eventualmente “corretto” e “perfezionato”, secondo il New York Times, proprio da Stoltenberg stesso, in un’ottica di “riflessione strategica” per rendere la Nato “più politica e globale”.

Segnali che, per chi è abituato a leggere fra le righe, non fanno presagire nulla di buono: nel prossimo decennio “si renderà indispensabile la necessità di rafforzare la coesione e il coordinamento dell’Alleanza per far fronte alle attuali e future sfide globali, quali il terrorismo, il cambiamento climatico, il controllo delle armi nucleari, il cyber-terrorismo, le pandemie e i disastri naturali”.

Quello che preoccupa è il prezzo che si dovrà pagare, anche perché – paradossalmente, in apparenza – l’isolazionista trump, in cambio della collaborazione dell’Italia, non chiedeva granché, mentre il liberal (il significato del termine è ben diverso, nella realtà d’oltreoceano) Joe “Condor” Biden, passerà presto all’incasso: in fondo stiamo ancora pagando le “decime” della “Liberazione” e del Piano Marshall, dopo più di mezzo secolo!

Ci ripromettiamo quindi di analizzare il documento pezzo per pezzo e di proporvi una sintesi ragionata al più presto, giusto per capire verso quali lidi potrebbe portarci la nostra sudditanza all’“amico amerikano”.

I ministri NATO si sono poi occupati, e preoccupati, del crescente sviluppo militare della Russia intorno all’Alleanza. La Russia sta modernizzando il suo arsenale nucleare e lanciando nuovi missili, violando trattati e regimi di controllo. In particolare, ha annunciato Stoltenberg, la nazione guidata da Putin sta dispiegando forze dall’Alto Nord, alla Siria e alla Libia.

A detta del Segretario generale, anche la maggiore presenza russa a seguito delle crisi in Bielorussia e nel Nagorno-Karabakh non è da sottovalutare. Inoltre, i ministri alleati hanno discusso su come mantenere il regime di controllo degli armamenti nucleari in vista della scadenza del New Start, il trattato sul controllo delle armi nucleari siglato da Stati Uniti e Russia, il prossimo febbraio.

Poco o nulla sull’Ucraina, e questo fa riflettere.

È stato poi affrontato lo scenario nel Mediterraneo orientale: Stoltenberg ha dichiarato di voler ulteriormente “rafforzare il meccanismo militare di de-conflitto tra Turchia e Grecia”, il quale fornisce una linea diretta tra i due alleati.

L’esperienza però ha insegnato che troppa mitezza apparente di solito nasconde parecchie insidie.

Si è sorvolato sul nucleare iraniano, tema controverso in questi giorni, dopo l’omicidio dello scienziato per mano di agenti sionisti.

L’“ospite d’onore” del summit è comunque stato il paese guidato da Xi Jinping: la Cina.

Le pochissime notizie che trapelano dalle agenzie e dal web, lo relegano ad “argomento in aggiunta ai temi principali”, ma come si dice “A pensar male si fa peccato ma spesso si indovina”, e quindi il sospetto che proprio questo sia l’argomento principe della riunione, è forte.

Stoltenberg chiarisce che “l’ascesa del paese asiatico rappresenta un’importante opportunità per le economie dell’Alleanza e per discutere di cambiamento climatico e controllo degli armamenti. Come potenza economica, la Cina non è il nostro avversario”, dichiara. “Tuttavia”, aggiunge, “le forze della NATO dovranno concentrarsi sui massicci investimenti della Cina in nuove armi e infrastrutture, che delineano nuove sfide per la sicurezza dell’Alleanza”.

Le pressioni americane per spostare l’attenzione verso la Cina risalgono oramai ad un anno fa, ma il panorama, in questi ultimi scampoli del 2020, è peggiorato, anche a causa della pandemia che ha messo in ginocchio gli USA. Quindi si può essere più che certi che queste pressioni saranno mantenute dall’amministrazione Biden. Si parla già di conservare in parte i dazi decisi da Trump e di lavorare anche ad altri progetti.

Dopotutto Anthony Fauci ha parlato di “250.000 morti nei primi mesi dell’anno se non si corre prestissimo ai ripari” e gli economisti vedono alle porte “un tracollo economico senza precedenti nella storia americana, che farebbe impallidire anche la Grande Depressione”.

E quindi il “nemico” asiatico va tenuto a bada, ma con il sorriso.

Il segretario Stoltenberg, pur norvegese di nascita e sedicente laburista di “fede politica”, dimostra quindi di aver imparato molto bene la lezione dal suo ras e, con lingua biforcuta ed in toni sibillini, ripete un mantra cadenzato con regolarità per tutta la due giorni: “Non perché la Nato si avvicina alla Cina, ma perché è la Cina ad avvicinarsi a noi”.

Il senso completo della frase lo capiremo, forse, dopo il vertice 2021.

Quello che è palese è che si riferisce ovviamente all’azione cinese (tra soft e hard power) dall’Artico all’Africa, dalla propaganda sul virus alla modernizzazione militare, dallo spazio cibernetico a quello extra-atmosferico (nel silenzio pressoché totale dei media occidentali una missione cinese sta svolgendosi sulla Luna).

Nell’ultima sessione dei lavori si aggiungeranno i ministri degli esteri di Australia, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda, nonché Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, oltre che membro del PSOE, il Partito Socialista Operaio Spagnolo. Un bel “fronte unito” per tentare di ricondurre nell’alveo della propria presunta rispettabilità la “minacciosa” e “bellicosa” Cina.

Ma c’è qualcosa che stona nel quadro generale: nel rapporto di cui parlavamo poco sopra, il Progetto NATO 2030, i toni sono molto meno concilianti e, forse nel tentativo di tenersi in vita con l’indicazione di un nemico, il cosiddetto “gruppo di riflessione – cui partecipava per l’Italia Marta Dassù – invita “La NATO” a “dedicare molto più tempo e risorse alle minacce alla sicurezza poste dalla Cina”.

Stoltenberg si è anche lui affrettato a variare sensibilmente i toni ed ha tenuto a sottolineare in conferenza stampa che “La Cina non condivide i nostri valori. Non rispetta i diritti umani fondamentali e cerca di intimidire gli altri Paesi. Dobbiamo affrontare ciò insieme, sia come alleati NATO, sia come paesi che condividono la stessa mentalità”.

C’è un filo diretto quindi, evidente, fra il Rapporto – teso a rilanciare la dimensione politica dell’Alleanza – e la riunione “allargata”. Non solo perché il Rapporto contiene una sezione piuttosto articolata sulla Cina (cui Pechino ha scelto di rispondere con guardinga disponibilità al dialogo), ma perché il formato inedito dell’incontro è un salto di qualità politico.

Anche in passato c’erano state riunioni molto allargate ma con un oggetto molto specifico, l’Afghanistan, uno scenario di guerra a tutti gli effetti. Oggi il tema è strategico: stabilità internazionale ed equilibri mondiali. È giocoforza che il focus si concentri sulla Cina.

Qui si sente puzza della “vecchia, buona Guerra Fredda” (parafrasi del vecchio detto tradizionale con cui gli yankees appellano bonariamente i propri amici/nemici, in tono molto cowboy style... a good old chap!) di cui l’Amerika sembra proprio non poter fare a meno, pur di rinverdire i propri fasti e resistere alla “caduta libera” che sta accusando l’Impero.

La natura guerrafondaia è incisa nel DNA degli USA, è radicata fin nelle fondamenta della sua Storia e della sua cultura.

Ma restiamo sul pezzo: perché parlare proprio alla NATO della Cina ed in una riunione allargata?

I motivi sono fondamentalmente tre, tutti molto realistici:

1) La NATO è l’unica organizzazione che ospita americani, canadesi (entrambe potenze del Pacifico, oltre che dell’Atlantico) e, praticamente, tutti gli europei (anche Svezia e Finlandia, sempre più “finti neutrali”, si sono agganciati).

2) In secondo luogo, un coinvolgimento di altre nazioni sarebbe una dimostrazione di solidarietà ed empatia con gli Stati Uniti, che altrimenti porterebbero sulle spalle tutto il peso della sfida strategica con Pechino. In cambio, nel rapporto di sicurezza transatlantico, gli europei incassano il mantenimento dell’ombrello Usa su Europa, Medio Oriente e Mediterraneo, ma gli americani rimangono a mani vuote nel Pacifico e in Asia. (questo il “quid pro quo” che potrebbe proporre il “buon” Joe “Condor” Biden al quale accennavo prima).

3) Infine, e questo riguarda direttamente l’Italia, che non gradisce una NATO esclusivamente antirussa, il ruolo dell’Alleanza è la sicurezza da qualsiasi sfida o minaccia senza connotati territoriali. Spazio extra-atmosferico e cyberspace sono ormai riconosciuti come “domini” militari, e la Cina eccelle in entrambi.

L’Italia, di contro, in piena pandemia globale, si accorge di essere ancora all’età della pietra in fatto di tecnologia, ma questa è un’altra storia...

Questa serie di riflessioni portano ad una conclusione pressoché obbligata: in questi ultimi anni la NATO è stata alle prese con un presidente americano che l’ha definita “obsoleta” ed uno francese che ne ha certificato l’encefalogramma piatto. Il Rapporto 2030 mostra qualcos’altro: una NATO che pensa.

Il Rapporto è opera di soli dieci esperti nazionali, ma è stato ben accolto da 30 ministri e ha fatto da collante di tutta l’agenda. L’Alleanza transatlantica è purtroppo più che mai attuale tant’è che oggi vi si accodano entusiasticamente importanti, e inquiete, capitali del Pacifico. Forse The Orange ed Emmanuel Macron hanno dato inconsapevolmente all’Alleanza una scossa, che l’Organizzazione ha colto al volo per rilanciarsi.

A noi, dopo questo meeting, in attesa del vertice 2021, rimangono in testa due parole che il neo presidente eletto Joe Biden, secondo indiscrezioni del WSJ, ha pronunciato al telefono parlando col Segretario NATO Stoltenberg e che suonano molto inquietanti: “enduring commitment”, ci si deve insomma giurare un impegno costante e duraturo fra paesi membri.

Ma anche la campagna in Afghanistan, iniziata dopo l’11 settembre e il crollo delle Torri Gemelle, venne denominata in modo simile, ricordate: “Enduring Freedom”, “Libertà duratura”... sì è visto come è andata.

Per noi, comunisti ed antimperialisti, un solo imperativo: svincolarsi, una volta per tutte, da questa banda di guerrafondai!

Per non pentirsene in futuro.


Fonte

14/05/2020

La Nato entra in guerra... contro le “fake news”?

Ci aveva abituato alle manovre militari con carri armati, navi ed aerei, ricordiamo l’installazione degli euromissili in Europa o dei sistemi antimissile ai confini, la ricordiamo protagonista dell’aggressione militare contro la ex Jugoslavia. Ma che la Nato del 2020 dichiari guerra alle fake news è decisamente un passaggio che colpisce.

A esplicitare questa priorità strategica è stato proprio il segretario della Nato, un caso di nomen omen visto che si chiama Stoltenberg.

Secondo Stoltemberg la minaccia sono la Cina e la Russia che con la loro propaganda, con la loro disinformazione, sul Covid-19 sono impegnate in atti destabilizzanti contro l’Occidente per guadagnare influenza politica sui partner di Nato ed Unione europea.

In una intervista al quotidiano La Repubblica, completamente embedded nella Nato dopo il recente cambio di proprietà e direzione, Stoltenberg sostiene che “Attori governativi e non governativi cinesi e russi hanno diffuso una massa di disinformazione e propaganda per distorcere la verità”.

Per il segretario della Nato si tratta di un atteggiamento sbagliato, di “un tentativo di Mosca e Pechino di influenzare il dibattito nei partner di Nato e Unione europea, non vedo altra ragione di tanta propaganda e disinformazione”.

Insomma quella che nella Guerra Fredda era la disinformatja, torna ad inquietare la fiducia reciproca e i rapporti euroatlantici. Stoltemberg denuncia “la disinformazione propagata con dichiarazioni pubbliche di soggetti governativi cinesi e russi, c’è tutto un filone di false notizie da fonti nascoste. Un esempio lampante è la fake news secondo la quale la Nato sarebbe stata in procinto di ritirare le truppe dalla Lituania a supporto della quale è stata fatta circolare una falsa lettera a mia firma”.

Il segretario della Nato non dice molto di più ed è costretto ad ammettere di non poter entrare in “dettagli di intelligence”, ma è chiaro che “non è stata l’opera di un dilettante bensì parte di una campagna organizzata e molto complessa spalmata su varie piattaforme e tradotta in diverse lingue. Dobbiamo rimanere molto vigili”.

Ma qual è la vera preoccupazione che rivela questa intervista e l’ossessione che manifesta? È l’indebolimento, la perdita di credibilità e l’insignificanza di prospettive economiche comuni dell’alleanza e degli storici rapporti euroatlantici. Stati Uniti ed Unione Europea fanno a sportellate sui dazi e le relazioni commerciali; le sanzioni Usa e Ue hanno chiuso all’Italia e ai paesi europei i mercati russi, iraniani, venezuelani etc., dentro l’Unione Europea crescono le spinte centrifughe e l’insofferenza verso la supremazia tedesca; il modello mercantilista fondato sull’export sconta la precipitazione dei “mercati altrui” e viene emergendo la necessità di rafforzare la domanda interna ai vari paesi.

In questa crepa si è inserita rapidamente la Cina fornendo mercato e investimenti, agisce la Russia fornitrice di risorse energetiche e di mercati nell’est. La tempestività e l’enfasi sugli aiuti cinesi, russi, cubani durante la prima fase della pandemia di Covid-19 in Italia e, contestualmente, l’assenza e la scarsezza degli aiuti dei partner euroatlantici, hanno scosso profondamente percezioni e rendite di posizione storiche su chi sono e potranno essere gli "amici" di domani.

Che questo sia una contraddizione ormai aperta con gli interessi rappresentati anche dalla Nato lo si capisce dalle parole di Stoltemberg nell’intervista a La Repubblica: “Io ho mobilitato la Nato e gli alleati hanno fatto molto per aiutarsi reciprocamente contro il virus. In generale, sono i governi a decidere se accettare assistenza da chi è disponibile a offrirla. Però è importante che gli aiuti non siano usati per disinformare”. E si capisce anche che la partita è tutt’altro che chiusa: “Dobbiamo essere pronti a una seconda ondata di contagi: se e quando ci sarà, dovremo aver aumentato la nostra resilienza assicurandoci la capacità di non perdere il controllo delle infrastrutture critiche”.

La sostanza di questo ragionamento? Se state nella Nato e nell’Unione Europea dovete accettare di vedere precipitare le condizioni di vita della popolazione e il valore delle vostre aziende. Noi le acquisteremo a due soldi e vi daremo una mano a tenere le proteste sociali sotto il tallone di ferro dichiarando che siete comunque una democrazia. Ma guai se accetterete di commerciare o ricevere investimenti cinesi in Italia.

Un messaggio chiaro che richiederebbe anche nel nostro paese una risposta altrettanto chiara: lo sganciamento dalla vecchia e ormai suicida gabbia euroatlantica, una politica estera neutrale e di non allineamento, una proiezione delle relazioni economiche e commerciali dell’Italia senza più i vincoli che la stanno strangolando ormai da decenni.

Fonte

16/01/2020

Chiamata alle armi, la Nato mobilitata su due fronti

di Manlio Dinucci - il manifesto 14 gennaio 2020

NATOME: così il presidente Trump, che si vanta del proprio talento nel creare acronimi, ha già battezzato lo spiegamento della Nato in Medio Oriente, da lui richiesto per telefono al segretario generale dell’Alleanza Stoltenberg.

Questi ha immediatamente acconsentito che la Nato debba avere «un accresciuto ruolo in Medio Oriente, in particolare nelle missioni di addestramento». Ha quindi partecipato alla riunione dei ministri degli esteri della Ue, sottolineando che l’Unione Europea deve restare a fianco degli Stati uniti e della Nato poiché, «anche se abbiamo fatto enormi progressi, Daesh può ritornare».

Gli Stati Uniti cercano in tal modo di coinvolgere gli alleati europei nella caotica situazione provocata dall’assassinio, autorizzato dallo stesso Trump, del generale iraniano Soleimani appena sbarcato all’aeroporto di Baghdad.

Dopo che il parlamento iracheno ha deliberato l’espulsione degli oltre 5.000 soldati Usa presenti nel paese insieme a migliaia di contractor del Pentagono, il primo ministro Abdul-Mahdi ha chiesto al Dipartimento di Stato di inviare una delegazione per stabilire la procedura del ritiro. Gli Usa – ha risposto il Dipartimento – invieranno una delegazione «non per discutere il ritiro di truppe, ma l’adeguato dispositivo di forze in Medio Oriente», aggiungendo che a Washington si sta concordando «il rafforzamento del ruolo della Nato in Iraq in linea con il desiderio del Presidente che gli Alleati condividano l’onere in tutti gli sforzi per la nostra difesa collettiva».

Il piano è chiaro: sostituire, totalmente o in parte, le truppe Usa in Iraq con quelle degli alleati europei, che verrebbero a trovarsi nelle situazioni più rischiose, come dimostra il fatto che la stessa Nato, dopo l’assassinio di Soleimani, ha sospeso le missioni di addestramento in Iraq.

Oltre che sul fronte meridionale, la Nato viene mobilitata su quello orientale. Per «difendere l’Europa dalla minaccia russa», si sta preparando l’esercitazione Defender Europe 20, che vedrà in aprile e maggio il più grande spiegamento di forze Usa in Europa degli ultimi 25 anni.

Arriveranno dagli Stati Uniti 20.000 soldati, tra cui alcune migliaia della Guardia Nazionale provenienti da 12 Stati Usa, che si uniranno a 9.000 già presenti in Europa portando il totale a circa 30.000. Essi saranno affiancati da 7.000 soldati di 13 paesi europei della Nato, tra cui l’Italia, e 2 partner, Georgia e Finlandia.

Oltre agli armamenti che arriveranno da oltreatlantico, le truppe Usa impiegheranno 13.000 carri armati, cannoni semoventi, blindati e altri mezzi militari provenienti da «depositi preposizionati» Usa in Europa. Convogli militari con mezzi corazzati percorreranno 4.000 km attraverso 12 arterie, operando insieme ad aerei, elicotteri, droni e unità navali.

Paracadutisti Usa della 173a Brigata e italiani delle Brigata Folgore si lanceranno insieme in Lettonia.

L’esercitazione Defender Europe 20 assume ulteriore rilievo, nella strategia Usa/Nato, in seguito all’acuirsi della crisi mediorientale. Il Pentagono, che l’anno scorso ha inviato altri 14.000 soldati in Medio Oriente, sta dirottando nella stessa regione alcune forze che si stavano preparando all’esercitazione di guerra in Europa: 4.000 paracadutisti della 82a Divisione aviotrasportata (comprese alcune centinaia da Vicenza) e 4.500 marinai e marines della nave da assalto anfibio USS Bataan. Altre forze, prima o dopo l’esercitazione in Europa, potrebbero essere inviate in Medio Oriente.

La pianificazione della Defender Europe 20, precisa il Pentagono, resta però immutata. In altre parole, 30.000 soldati Usa si eserciteranno a difendere l’Europa da una aggressione russa, scenario che mai potrebbe verificarsi anche perché nello scontro si userebbero non carri armati ma missili nucleari.

Scenario comunque utile per seminare tensione e alimentare l’idea del nemico.

Fonte

01/11/2019

Ucraina: scontri interni su come non far finire la guerra in Donbass

Le forze ucraine continuano a bombardare il Donbass. A un mese esatto dall’accordo raggiunto a Minsk dai rappresentanti di DNR, LNR, Ucraina, Russia e OSCE, sulla “formula Steinmeier”, come condizione per il proseguimento del “formato Normandia” e che prevedeva, come primo passo, la separazione di mezzi e forze militari nelle aree pilota di Petrovskoe e Zolotoe, mortai e artiglierie pesanti continuano a martellare i villaggi più a ridosso della linea del fronte.

Ancora ieri Leninskoe, Belaja Kamenka, Kulikovo, Petrovskoe, Sakhanka, Zajtsevo, Staromikhajlovka, Spartak, Avdeevka, Jasinovataja, l’area dell’aeroporto di Donetsk, sono stati bersagliati da mortai, lanciagranate, mitragliatrici pesanti.

Solo il 29 ottobre, le forze ucraine hanno infine esploso i razzi di segnalazione convenuti, per l’inizio dell’arretramento delle forze nell’area di Zolotoe, che la “formula Steinmeier” prevedeva per il 7 ottobre. Il Ministro degli esteri ucraino Vadim Pristajko aveva dichiarato che, dopo Zolotoe, sarà la volta di Petrovskoe; ieri, Vladimir Zelenskij, nel corso dell’incontro a Kiev con il Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, ha detto che ciò avverrà il 4 novembre.

Intanto, però, già il 30 ottobre, reparti della 14° Brigata meccanizzata ucraina avevano intensificato i tiri nell’area di Želobok, dove un miliziano della LNR è rimasto ucciso. Lo stesso giorno, le forze di Kiev hanno abbattuto un drone da osservazione del OSCE; lo hanno fatto, ha dichiarato l’addetto stampa delle milizie della LNR, Ivan Filiponenko, per impedire agli osservatori di rilevare i mezzi militari dislocati in violazione degli accordi di Minsk.

Durante l’incontro a Budapest con Viktor Orban, Vladimir Putin ha detto che la questione fondamentale è vedere se Zelenskij riuscirà a concretizzare quanto annunciato, vale a dire l’arretramento delle forze lungo la linea di contatto”. Al momento, l’ostacolo diretto sembra costituito dalle forze nazionaliste e dai reparti neonazisti, che possono influire sulle mosse delle truppe. I “nazionalisti non vogliono andarsene dal Donbass” ha detto Putin, “e non vogliono che le truppe ucraine lascino l’area. Non so se le autorità ucraine possano giungere a una soluzione, ma molte cose dipendono davvero da ciò”.

In effetti, si infittiscono le segnalazioni da parte delle milizie popolari, su scontri armati tra truppe regolari ucraine e reparti nazisti, proprio nelle aree in cui sono previsti gli arretramenti di mezzi e uomini. Il “führer” del “Corpo nazionale”, Andrej Biletskij, ha apertamente dichiarato che i veterani di “Azov” non lasceranno Zolotoe e non obbediranno agli ordini dei Comandi militari ucraini.

Una situazione che, a parere di alcuni osservatori sentiti da news-front.info, sarebbe ulteriormente alimentata dai giochi di potere del ministro degli interni Arsen Avakov (sponsor del “Corpo nazionale”), a braccetto con quello che, alle presidenziali dello scorso aprile, era stato il “padrino politico” di Zelenskij, cioè il magnate Igor Kolomojskij, che in quel voto cercava sicuramente la sconfitta del rivale politico-affaristico Petro Porošenko.

Secondo il politologo Andrej Zolotarëv, Avakov, rimasto in carica anche con la nuova presidenza, starebbe conducendo un gioco per niente originale: si servirebbe dei gruppi nazionalisti e nazisti per creare un grosso problema a Zelenskij e venderne poi cara la “soluzione”. Avakov ha bisogno di avere, come vari vice, uomini propri, e che la Guardia nazionale (il corpo in cui sono stati “istituzionalizzati” molti ex di “Pravyj Sektor”) rimanga alle dipendenze del suo Ministero, che protegge anche i nazisti di “Azov”. Ministero della difesa a parte, infatti, il dicastero di Avakov controlla praticamente tutte le strutture “di forza” e costituisce per questo un perno di cui la nuova presidenza deve tener conto.

È in questo quadro, che ieri Zelenskij si è incontrato a Kiev con Jens Stoltenberg; lo ha fatto, con il cappello in mano, sperando, secondo quanto scrive rusvesna.su, sulla “accelerazione del processo di integrazione delle forze ucraine con quelle dell’Alleanza” e su una correzione “dell’adesione ucraina al programma di allargamento della NATO” avrebbe detto Zelenskij, aggiungendo che Kiev è “interessata a rafforzare la cooperazione per il ripristino di stabilità e sicurezza nella regione del mar Nero”.

Proprio quello per cui Stoltenberg era venuto a Kiev. Già alla vigilia, infatti, al vertice NATO a Odessa, il Segretario NATO aveva annunciato una “nuova iniziativa”, per “coordinare e combinare i formati di lavoro”. Più che di ingresso formale nell’Alleanza atlantica – l’Ucraina ne è già membro di fatto – Stoltenberg aveva parlato di “una partnership a lungo termine con l’Ucraina, che aggiorniamo regolarmente; abbiamo programmi annuali, abbiamo un pacchetto complessivo di assistenza e abbiamo una Commissione Ucraina-NATO, che è uno strumento importante”.

Tant’è che in questi giorni, proprio nel porto di Odessa, sono attraccati quattro cacciamine NATO, tra cui anche uno italico della classe “Lerici”; un segnale, questo, ha detto Stoltenberg, di “sostegno all’Ucraina”: “La presenza di quattro vascelli NATO è un’altra conferma dell’importanza di questa regione per l’alleanza e dimostra anche il nostro appoggio all’Ucraina”.

L’unico soggetto della cui opinione Stoltenberg ha assicurato di fregarsene, a proposito dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO, è Mosca. “È questa una decisione” ha dichiarato Stoltenberg, “che deve esser presa dall’Ucraina e dai 29 membri dell’alleanza. Nessun altro ha diritto a intromettervisi. La Russia non ha diritto di voto. Essi non hanno basi giuridiche o reali per godere di una qualche influenza in tale decisione”.

Stoltenberg ha anche assicurato che, prima o poi, – sembra, più poi che prima: esperti parlano di molti anni – “l’Ucraina diverrà membro dell’Alleanza”, dato che “rimane valida” la decisione assunta nel 2008 a Bucarest e per cui i golpisti di Kiev nel 2016 avevano apportato le relative correzioni alla Costituzione, buttando a mare lo status di paese “fuori dei blocchi”.

Fintanto che Zelenskij garantirà tale linea di Kiev, “consiglieri” e istruttori militari NATO potranno assicurargli anche il sostegno nelle lotte interne contro gli “eccessi” dei nazisti, divenuti, a quanto pare, abbastanza ingombranti anche per Washington.

Fonte

06/08/2019

Nomen omen

Se disgraziatamente non è possibile riassumere le decisioni strategiche di un complesso sistema di alleanze come quello Nato nella figura del suo portavoce Jens Stoltemberg, la tentazione di rilevare il “valore augurale” del suo nome rimane certamente forte quando si apprendono notizie del calibro di quella che ci apprestiamo ad analizzare.

È sì forte almeno quanto la notizia che gli Usa, per bocca dell’attuale amministrazione governativa, o la Nato, per bocca appunto del nostro volto pubblico del sistema di difesa, hanno dichiarato la cessazione del trattato Intermediate-Range Nuclear Forces (INF), siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov sulla scia della “distensione” (leggi agonia dell’URSS) tra le due grandi potenze, in una fase storica che per il senso comune sembra ormai fare parte di un passato quasi dimenticato, certamente molto lontano.

Una notizia che alle latitudini da provincia dell’impero – e non di quelle ben più realistiche da linea del fronte, visto il ruolo che l’Italia continua a giocare nella strategia Nato verso Est e le numerose implicazioni politico-militari cui la permanenza nella Nato costringe il paese – non ha fatto più di tanto scalpore. Meglio trastullarsi con le attività ludiche predilette dal figlio del ministro Salvini o, ancora di più, sul numero di coltellate che servono a uccidere un carabiniere.

Questo fatto, invece, se fosse collocato correttamente nell’attuale contesto politico e militare, se fosse coerentemente ricondotto alla sua storia, ovvero la storia dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a quella degli anni che hanno visto la potenza imperialista dominante all’apice della sua egemonia e al suo successivo e inevitabile declino, assumerebbe tutto un altro valore e non verrebbe relegata ai telegrafici lanci d’agenzia o allo studio da parte delle agenzie militari di settore.

Quest’operazione, di certo non semplice, si presenta come sempre più necessaria all’interno di un’area politica di classe, come uno dei temi su cui il punto di vista di classe deve tenere fermo l’occhio della critica e che se si volesse riassumere in un lemma, questo sarebbe certamente la tendenza oggettiva alla guerra.

La tendenza alla guerra, un fenomeno non di certo nato oggi e che in fase imperialistica dispiegata quale siamo assume sempre di più un carattere portante, deve tornare a far ragionare una soggettività antagonista sul ruolo che la sua controparte di classe gioca nello scacchiere internazionale – tanto più se collocata a pieno titolo nella catena di comando politico-militare della frazione imperialista più aggressiva – e sulle ricadute politico-pratiche che questo schieramento necessariamente comporta per una prassi conflittuale.

Non si sta parlando di buoni e cattivi, non ci si sta affidando a facili analisi riduzionistiche tra astratti campi avversi o a divisioni fittizie che non possono che scadere nel ben noto “campismo”. L’imperialismo è una fase e, senza scomodare i classici, diamo per assunto che sia ancora la nostra.

Alla frazione imperialista “più aggressiva”, quindi, nella lotta per la conquista dei mercati con ogni mezzo necessario ne corrisponde – nei momenti di lotta aperta e acutizzazione dello scontro – un’altra, quella “debole”, anche se non necessariamente, valutata in una prospettiva storica, la meno pericolosa.

Individuare questa prima frazione non dovrebbe essere poi così difficile visto che, com’è noto, il tracollo dell’URSS e il tornante storico cui è seguito ci hanno lasciato uno scenario dove lo spazio del campo progressista è rimasto vacante, o almeno inconsistente fino al primo decennio del XXI secolo, mentre la sfera d’influenza americana ha continuato a vivere della sua straordinaria e schiacciante superiorità politico-militare. Tuttavia, non appare scontato ricordare alcuni degli aspetti che caratterizzano questa superiorità politico-militare e la conseguente posizione egemonica che l’ormai maturo – e sotto molteplici punti di vista in declino – impero statunitense continua a detenere.

Ad esempio, il semplice calcolo comparato delle spese effettuate nel settore bellico sul piano globale risulta essere sempre un esercizio efficace. Gli Usa, infatti, nel 2018 si attestano saldamente al primo posto riuscendo a garantirsi una spesa di 649 miliardi di dollari, una cifra che stacca di quasi tre volte l’impegno cinese in ambito militare (che pure occupa il 14% della spesa globale) e che supera ampiamente di dieci volte la spesa della bellicosa Federazione Russa. Secondo l’ultimo rapporto del SIPRI, centro studi che monitora costantemente il settore dell’industria bellica sul piano globale, nonostante la spesa statunitense sia in calo tendenziale dal picco raggiunto nel 2010, rimane di gran lunga la più imponente sia in termini assoluti – copre il 36% della spesa mondiale in armamenti – sia in termini relativi superando senza sforzi i successivi otto paesi che spendono di più nel comparto bellico. Tra questi la Federazione Russa che, tuttavia, viene buttata fuori dal club dei primi cinque stati militaristi e si attesta al sesto posto con, incredibile ma vero per una potenza che come principale attività sembra avere quella di minare gli interessi strategici statunitensi, 61 miliardi di spesa nel comparto bellico. Quasi un decimo degli investimenti che la prima potenza del globo ha scelto di impegnare per l’anno passato nella difesa dei suoi interessi strategici.


Alla luce di questo semplice quanto parziale dato la retorica con cui viene agitato lo spauracchio russo appare decisamente ridimensionata. Sia chiaro, nessuno sottovaluta il potenziale dell’erede di quella che era la seconda potenza nucleare globale, l’aggressività della formazione economico-sociale russa che, soprattutto a partire dal secondo decennio di questo secolo ha dimostrato una rinnovata capacità politico-diplomatica e finanche militare con il riuscito intervento a supporto della Repubblica Araba Siriana. Si tratta solo di dare a Cesare quel che è di Cesare e di fronte alle continue e insindacabili decisioni unilaterali che vengono annunciate dall’amministrazione statunitense –  con particolare e rinnovata frequenza da quando alla Casa Bianca siede un eccentrico costruttore – rese inappellabili anche ad ogni forma rituale del diritto internazionale dalla formula magica della ‘tutela degli interessi nazionali degli Stati Uniti d’America’ – tra cui figura da ultima la dichiarazione di non operatività del trattato INF – l’azione di tutela degli interessi strategici russi appare come una goccia nel mare di rivendicazioni americane e, quantomeno, non il primo problema per la sicurezza delle “democrazie” occidentali.

Problematica, anzi, decisamente pericolosa per la sicurezza delle “democrazie” occidentali dovrebbe essere considerata invece la permanenza e il rafforzamento della presenza statunitense, in veste Nato e non, sul territorio europeo e in particolar modo su quello italiano. Quantomeno degna di nota per la tutela della sicurezza collettiva dovrebbe essere considerata la presenza di testate nucleari che affligge il nostro paese da ormai troppo tempo, come l’impegno di quattro potenze ufficialmente non nucleari come Italia, Olanda, Belgio e Germania, unite alla recalcitrante Turchia, a sostituire le testate nucleari B-61 che risiedono nei loro territori con le tecnologicamente più avanzate bombe B61-12 entro il 2020, gentilmente fornite dall’industria americana.

Ancora più interessante, per chi si volesse preoccupare del ruolo che l’Italia ricopre in ambito Nato e quindi rispetto a quella che sembra essere la preoccupazione principale a proposito di sicurezza collettiva, ovvero l’ingerenza russa, potrebbe essere rilevare la totale abnegazione con cui il governo italiano e le forze armate italiane abbracciano le operazioni di “sicurezza” condotte ad Est.

Il governo Conte, mentre si preoccupa di figurare come mediatore e agente di distensione nelle relazioni russo-europee con evidenti fini commerciali e tenendosi buono l’ormai celebre contingente imprenditoriale d’italiani in Russia (questi instancabili patrioti che sembra non dormano la notte per far crescere il Pil della nazione), conferma di buon grado la partecipazione italiana alla forza di reazione rapida Nato sotto comando Usa, dispiegabile a Est in caso di necessità a partire dal 2020. A questo si sommano le costanti esercitazioni partecipate dai contingenti italiani in Lettonia, quelle promosse da uno dei governi più fanaticamente anti-russo ovvero la Polonia, e lo stanziamento di caccia Eurofighter Typhoon presso le basi aeronautiche di Romania e Lettonia.

Insomma, con una mano si dà, con l’altra si toglie. E se questa incoerenza di fondo giustamente non sembra generare afflizione morale nella classe dirigente italiana, la quale persegue un lucido piano di subordinazione agli interessi statunitensi, non siamo altrettanto certi che non genererà fastidi nelle sale del Cremlino.

La Federazione Russa, in effetti, rispondendo all’intenzione statunitense di schierare nuovamente in Europa dei missili nucleari a gittata intermedia – proprio quelli banditi dal trattato INF – ha dichiarato che procederà meccanicamente a puntare le proprie testate sulle zone in cui i missili saranno dislocati. E lo stesso trattamento sarà riservato, of course, anche a coloro i quali si preparano a ospitare le aggiornatissime B61-12 made in Usa: Olanda, Belgio, Germania, la recalcitrante Turchia e, come dicevamo poc’anzi, l’Italia.

Se appunto, per tornare all’annuncio da cui siamo partiti, la decisione formalizzata da Stoltemberg non fosse il prodotto di una lucida quanto ferrea strategia di dominio perseguita da Washington, sarebbe opportuno liquidarla come semplice dimostrazione di ottusità ma, purtroppo, non è così. E chi si propone di contrastare tale strategia dovrebbe quantomeno cominciare a riappropriarsi di parole d’ordine che questo contrasto lo esemplificavano al meglio. Scandire quelle tre paroline in inglese che ogni militante medio non ha mai avuto difficoltà nel pronunciare e che suonano all’incirca così: Yankee-go-Home!

Fonte

28/08/2017

Cielo di Piombo. La guerra permanente nelle parole del capo della Nato

“E per la prima volta dalla fine della guerra fredda, la presenza statunitense in Europa è aumentata”
Jens Stoltenberg

L’intervista di Marco Zatterin a Jens Stolteberg, ex premier norvegese che da tre anni guida il Patto Atlantico, permette di avere un quadro sintetico dell’orizzonte d’intervento – e del modus operandi – in cui si sta muovendo l’Alleanza.

Il giornalista ha posto una serie di domande al più alto rappresentante della NATO nel corso del Meeting di “Comunione e Liberazione” a Rimini nel giorno del 68° compleanno del Patto, pubblicando l’articolo su “La Stampa”. 

L’occasione, il luogo e la tempistica in cui questa intervista è stata rilasciata sono di per sé significativi, e lo stesso titolo: A Napoli un ombrello Nato per aiutare la Ue sui migranti – al di là delle esigenze editoriali dovute alla contemporaneità dell’incontro con lo sgombero di Piazza Indipendenza a Roma – offre un angolo visuale interessante per collocare strategicamente la questione dei flussi migratori e della loro governance. 

Nella fase attuale la Nato non appare affatto un residuato bellico della guerra fredda, ma sembra in grado di determinare un piano di intervento politico-militare preciso e ridefinisce la gerarchia di comando nella catena imperialista dentro le priorità dell’egemonia statunitense rispetto agli altri attori globali del mondo multipolare.

In questo senso, lo strumento militare non serve solo a fini geo-politici, ma si inserisce nello scontro tra differenti protagonisti dell’attuale contesa internazionale e ai tentativi di sottrarsi dalla subordinazione a Washington, siano essi intrapresi da un competitor come la Cina, da esperienze di riscatto continentale come il processo bolivariano in America Latina, da pivot di sviluppo regionale alternativo ai piani nord-americani come il progetto euro-asiatico, così come da singoli paesi invisi agli USA. 

Nell’attuale contesto di crisi il ruolo del dollaro non può essere messo in discussione ed i centri del capitale finanziario, saldamente in mano nord-americana, non possono essere in alcun modo ostacolati nel consolidamento della loro influenza.

Si deve innanzitutto togliere ogni margine d’azione agli attori emergenti utilizzando l’asimmetria tra le capacità militari statunitensi e il resto del mondo per prevenirne lo sviluppo e riaffermare la leadership nord-americana anche nei confronti degli stessi alleati che perseguono obbiettivi specifici in politica estera come, nel caso della UE, la Germania ad est (ma non solo) e la Francia nelle sue ex-colonie in Africa come in Medio Oriente.

In questo senso la Nato non è la “camera di compensazione” dei conflitti tra i suoi membri, in grado di sanare le eventuali fratture tra le necessità di conservazione del dominio statunitense e l’affermazione di una politica estera dell’Unione Europea maggiormente definita: gli interessi delle oligarchie europee possono convergere o essere complementari con quelle del blocco di potere dominante negli USA, ma anche divergere ed essere contrastanti. Non bisogna sottostimare il ritmo e l’enfasi con cui l’UE si sta militarmente attrezzando per i suoi fini.

L’Alleanza è uno strumento di allineamento all’interno del Patto e di disciplinamento verso l’esterno, le cui prerogative non sembrano essere cedute in alcun modo.

In questo senso, una lettura attenta delle parole del massimo esponente della Nato permette di comprenderne il messaggio indirizzato anche alla politica italiana per un più stretto allineamento alle esigenze del Patto che devono dettare le linee guida dei policy makers nostrani.

Stolteberg giunge in Italia dove dopo una bilaterale col ministro Alfano, per parlare della Libia incontra il pubblico di CL. L’occasione non è casuale – chiosa l’inviato al Meeting – il 5 settembre decolla l’Hub per il Sud, all’ombra del Vesuvio con guida italiana.

Per comprendere di cosa si tratti e all’interno di quale cornice si inserisce ricorriamo alla sintetica descrizione di Manlio Dinucci fornita in un articolo: Per il Sud niente investimenti ma un hub di guerra, uscito per Il Manifesto il 13 luglio di quest’anno, scritto successivamente all’incontro avvenuto a Washington tra la Ministra della Difesa Pinotti e il capo del Pentagono James Mattis. 

Il comando di cui parla è il Jfc Naples, il Comando della Forza congiunta alleata con quartier generale a Lago Patria (Napoli), agli ordini dell’ammiraglia statunitense Michelle Howard che, oltre ad essere a capo del Comando Nato, è comandante delle Forze navali Usa per l’Europa e delle Forze navali Usa per l’Africa.

I tre comandi di Napoli, sempre agli ordini di un ammiraglio statunitense nominato dal Pentagono, hanno un’«area di responsabilità» che abbraccia l’Europa, l’intera Russia, il Mediterraneo e l’Africa. La guerra alla Libia nel 2011, con il determinante contributo italiano – adesso Renzi dice che «fu un errore» –, è stata diretta dalla Nato attraverso il Jfc Naples.

Sempre da Napoli sono state condotte le operazioni militari all’interno della Siria. Questa è la prima causa del drammatico esodo di profughi e della «crisi dei migranti che l’Italia sta vivendo quasi in solitudine», come l’ha definita a Washington la ministra Roberta Pinotti quasi che fosse una maledizione caduta dal cielo.

Il nuovo Hub per il Sud, rientrante anch’esso nella catena di comando del Pentagono, costituirà la base operativa per la proiezione di forze terrestri, aeree e navali. Le forze e le armi necessarie saranno fornite dall’intera rete di basi Usa/Nato in Italia, in particolare Aviano, Camp Darby, Gaeta, Sigonella, Augusta, mentre la stazione Muos di Niscemi e altre si occuperanno delle comunicazioni.

Per tali operazioni, che la Nato definisce «proiezione di stabilità oltre i nostri confini», è disponibile la Forza di risposta della Nato, aumentata a 40 mila uomini, in particolare la sua Forza di punta, che può essere proiettata in 48 ore «ovunque in qualsiasi momento».

Napoli diverrà quindi un centro sempre più nevralgico per le strategie dell’Alleanza, il cuore di una macchina bellica che non sembra avere significative battute d’arresto, né ripensamenti di alcuna sorta nonostante gli effetti nefasti del suo operato siano sotto gli occhi di tutti: destabilizzazione di aree e assetti territoriali sempre più vasti, ingenti flussi migratori, attacchi terroristici in tutto il continente...

Torniamo all’intervista e partiamo dall’ultima domanda del giornalista, considerando che numerosi passaggi dell’articolo sono dedicati ai rapporti tra la NATO e la Federazione Russa.

Nel linguaggio diplomatico dell’ex Premier norvegese: i russi si sono fatti più assertivi.

Alla domanda: L’Italia partecipa all’operazione sui confini orientali. Le hanno promesso di aumentare il contingente? Il capo dell’alleanza risponde: Non per ora. Gli italiani saranno nella forza multinazionale in Lettonia. Inoltre hanno dei caccia sui cieli bulgari e – fatto del tutto rilevante per il ruolo attivo che svolgerà il nostro Paese nell’“accerchiamento” della Federazione e nell’accelerazione della tendenza alla guerra – nel 2018 verrà il comando della forza comune di rapido intervento. Un segnale forte conclude Stoltenberg.

Questi tre fatti permettono di cogliere l’indirizzo sostanziale della Ostpolitik italiana, andando oltre le narrazioni “cerchiobottiste” che ci vengono propinate dai media, e fanno quindi intravedere il perdurare di una situazione di criticità per la soluzione di alcuni dossier in cui il ruolo che svolge la Russia è del tutto primario, come l’Ucraina e la Siria, o non del tutto secondario come per la Libia, nonostante alcuni pezzi di borghesia nostrana stiano pagando a caro prezzo le scelte compiute rispetto a questi teatri di guerra.

Che la Federazione Russa, anche per propri fini, persegua una guerra senza quartiere e senza esitazioni al “terrorismo islamico”, che vede come una minaccia primaria per il ruolo destabilizzante che ha avuto all’interno dei propri confini, o in generale nell’area post-sovietica, e per la sequela di stragi sul proprio territorio e che cerchi di inibire ogni processo di “radicalizzazione islamica” di una importante componente della sua popolazione, poco o nulla importa.

Il contributo che sta dando la Russia contro il terrorismo internazionale è un fatto da cui bisogna distogliere l’attenzione e che non bisogna citare affinché non diventi di dominio pubblico lo sforzo profuso in questa direzione dalla Federazione e d’altro canto rimosse le responsabilità occidentali nell’avere allevato o sostenuto questa serpe in seno anche all’interno delle proprie società, pensando di poterla gestire per i propri fini di politica estera in Asia, nel Caucaso, nei Balcani, nel Nord Africa e nel Medio Oriente.

Dalle parole del massimo esponente della Nato, sembra trapelare una indicazione precisa: non ci sono margini per una azione diplomatica italiana che non sia allineata ai Diktat dell’Alleanza rispetto alla Russia che deve di fatto, nei piani della Nato dismettere la sua assertività, cioè piegarsi a suoi fini politici.

In generale ciò che traspare dall’intervista è un protagonismo a tutto tondo e a tutto campo dell’Alleanza all’interno di un arco geografico ampio, in primis a livello di intelligence: migliorare il modo in cui capiamo e analizziamo la situazione nell’Africa del Nord e nel Medio Oriente ma anche operativo a partire dall’Afghanistan, la nostra più grande operazione militare.

Stoltenberg cita esplicitamente Giordania, Tunisia e Libia per aiutare questi paesi a ritrovare la stabilità che serve la sicurezza. Formare forze locali è una delle nostre armi migliori per combattere il terrorismo.

Qui vengono affermati due principi cardine dell’intervento della NATO, che potremmo definire in questo modo: il diritto di spiare, meglio e per primi, rispetto agli altri, mantenendo quell’impenetrabile cortina di segretezza sul proprio operato di cui nulla è dato sapere, e in secondo luogo, il diritto di ingerenza di stampo neo-coloniale sui Paesi che rivestono un ruolo rilevante nelle strategie dell’Alleanza.

Non potrebbe essere più palese l’affermazione della dissoluzione di ogni più basilare principio anche democratico-borghese di fronte alle necessità belliche del Patto, lo svuotamento di ogni istanza minima di indirizzo della politica che rivendichi una qualche forma di sovranità, l’impossibilità di controllo su di un organismo rispetto a questioni strategiche: un episodio della “lotta di classe dall’alto” che le élites al potere impongono alle classi subalterne che come unica opzione hanno il fornire un consenso passivo nei confronti dell’operato degli eredi del Dottor Stranamore, senza disturbare in alcun modo chi detiene saldamente le leve del comando. 

Per tornare all’argomento che ispira il titolo dell’intervista, e alla natura del rapporto tra NATO e UE rispetto ai flussi migratori: sosteniamo gli sforzi della UE. Lo abbiamo fatto nell’Egeo per agevolare l’accordo con la Turchia che ha tagliato i flussi dei rifugiati. Ora siamo nel Mediterraneo centrale con la missione “Sea Guardian” e collaboriamo con “Sophia” […] Abbiamo navi, aerei e sottomarini nella zona. Forniamo supporto logistico e di informazioni all’UE, sebbene quella delle migrazioni sia una responsabilità europea e non direttamente nostra.

La militarizzazione del governo dei flussi è la soluzione alle conseguenze create dall’instabilità globale, secondo l’ex premier norvegese e la NATO svolge un ruolo chiave.

Ora, i fronti di guerra si estendono e i conflitti, invece che giungere ad una soluzione si inaspriscono in un “arco di instabilità” che fa sembrare il mondo una gigantesca trincea: la terza guerra mondiale a pezzi di cui ha parlato il Pontefice. Questo non può che portare ad un aumento del flusso dell’umanità errante, che trova “ospitalità” nei Paesi del Sud del Mondo più che nella Fortezza Europa, come dimostrano in maniera molto eloquente i dati sulla dislocazione geografica dei profughi a livello mondiale. Alla politica occidentale, tra cui l’Italia, non rimane che sfruttare questo fenomeno che si cronicizza ottimizzando i modi in cui è stato finora utilizzato: la nascita di un fiorente business dell’(in)accoglienza possibile grazie al quadro legislativo dato e alle pratiche concrete dello stato; un abbassamento del costo del lavoro complessivo in alcuni settori rilevanti dell’economia del Sistema-Paese; la creazione di una testa di ponte per dare credito agli imprenditori politici del razzismo assecondandone l’indirizzo per legittimare, introducendole, politiche sempre più “segregazioniste” e “liberticide” ed una cultura della “de-solidarizzazione” che mina alla base la possibilità della costruzione di un blocco sociale antagonista agli interessi della classe dominante.

In questo senso lo sfruttamento della componente immigrata delle classi subalterne avviene a più livelli: sfruttamento del lavoro vivo, speculazione sulla condizione in cui si trova a vivere a tutti i livelli, creazione ideologica di un “nemico interno” nelle fasce subalterne della popolazione.

Appare chiaro che senza un indirizzo politico che riproponga il tema dell’opposizione alla guerra come chiave di risoluzione del razzismo a tutti i suoi livelli ed una inversione dell’indirizzo sempre più marcatamente bellicista del governo italiano, rimaniamo “disarmati” anche rispetto alla possibile escalation verso una mobilitazione reazionaria di massa, fomentata grazie all’ipotesi non peregrina di un attacco terroristico di matrice jihadista all’interno dei nostri confini. Come dice un proverbio jugoslavo: la paura mangia l’anima.

L’assoluta centralità del nostro Paese per i piani dei “signori della guerra” nell’area euro-mediterranea sembra essere un fatto assodato per gli strateghi delle élites che governano il Pianeta. L’attuale torsione autoritaria non è solo una pesante eredità della mancata dis-continuità dello stato repubblicano con quello fascista, né solo un lascito dell’ingombrante arsenale maturato – e poi aggiornato – nel corso degli anni che hanno visto manifestarsi (per durata ed intensità) il più cruento conflitto di classe nel Continente, ma un riflesso preciso “sul fronte interno” delle strategie belliche imposte dalla competizione globale.

Occorre acquisire questo dato e farlo divenire centrale nell’agenda politica a venire. La Piattaforma politico-sociale Eurostop, insieme a tutti i soggetti interessati, lavora in questa direzione per sostanziare le parole d’ordine contro la Nato e l’Unione Europea: l’Italexit è un processo di rottura a cui dobbiamo tendere e a cui dobbiamo puntare come strategia d’uscita in un contesto dove l’assuefarsi passivamente alla catastrofe è il mantra che le classi dirigenti ci propinano.

Oggi più che mai: chi fa la guerra non va lasciato in pace.


Il testo integrale dell’intervista è reperibile sul sito de “La Stampa”
 
Il testo di M.Dinucci è reperibile sul sito de “Il Manifesto”