L’agenzia di stampa internazionale con sede a Londra Reuters ha pubblicato un’inchiesta approfondita e molto dettagliata su una campagna ‘Psyop’ del Pentagono per screditare il vaccino cinese Sinovac, nonché l’impegno di Pechino a fornire aiuti sanitari a vari paesi.
L’indagine della testata è riassunta in un lungo articolo che riporta anche molte immagini utili, e perciò consigliamo di leggerla nella sua interezza. Qui ci limiteremo a riportarne le rivelazioni principali, alcune dichiarazioni citate e a commentare il quadro che ne risulta.
Per sostanziare questo lavoro, Reuters ha intervistato più di due dozzine di attuali ed ex funzionari statunitensi, appaltatori militari, analisti di social media e ricercatori accademici.
I giornalisti hanno anche esaminato post di Facebook, X e Instagram, dati e documenti su una serie di falsi account di social media utilizzati dalle forze armate statunitensi attivi da anni.
Innanzitutto, è bene ricordare cosa sono le operazioni Psyop. Si tratta di guerra di informazione e psicologica, nata dalla considerazione che “l’uso programmato delle comunicazioni di massa rivolte a gruppi di individui possa influenzare, anche in modo decisivo, l’esito di un conflitto”, spiega l’Archivio Disarmo.
Una pubblicazione ufficiale del nostro Ministero della Difesa sulle unità Psyop afferma che “dare, o negare, informazioni è fonte di enorme potere”. A prescindere dal fatto che queste informazioni siano vere e verificate, che non è evidentemente una preoccupazione degna di nota.
L’unico interesse è quello di denigrare il nemico e impedire che trovi nuovi alleati. Con questo tormento nella testa, il generale Jonathan Braga dello Special Operations Command Pacific ha messo in moto il meccanismo della Psyop sul Covid-19, con primo obiettivo le Filippine.
Come rivelato da suoi tre ex funzionari, il Pentagono sentiva di perdere la presa sul governo filippino di Rodrigo Duterte, tassello fondamentale della cintura militare statunitense posta intorno alla Cina.
Nei primi mesi della pandemia le Filippine avevano registrato decine e decine di migliaia di casi, e l’offerta cinese di aiuto era vista come un pericolo strategico.
Il Dragone aveva annunciato l’invio di mascherine, ventilatori e vaccini, allora ancora in fase di sperimentazione, ai paesi in difficoltà. Il ministro degli Esteri cinese accolse la richiesta di Duterte per l’accesso prioritario al Sinovac, come parte di un “nuovo momento centrale nelle relazioni bilaterali”.
Nel maggio 2020 Xi Jinping avrebbe addirittura assicurato che il vaccino cinese sarebbe stato reso disponibile come “bene pubblico globale” e avrebbe garantito “l’accessibilità e la convenienza del vaccino nei paesi in via di sviluppo”.
Il piano di Washington, l’intesa tra pubblico e privato chiamata Operazione Warp Speed, era invece ispirata al motto “America First”, e garantiva ampi margini a Big Pharma sui prezzi da imporre ai paesi poveri, con meno potere contrattuale.
Lawrence Gostin, medico e docente che ha lavorato per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha sottolineato come questo accordo abbia “assorbito la maggior parte dell’offerta dal mercato globale”. Chi non aveva la propria filiera biotecnologica si doveva accontentare delle briciole, a costi altissimi.
Un alto ufficiale militare americano ha dichiarato a Reuters che, essendo questo l’indirizzo politico, “ciò che ci restava da fare era gettare ombre sulla Cina”. Il canale privilegiato, come già successo in passato, divenne Twitter, oggi rinominato X.
Nel pieno della prima ondata del Covid-19, dalle forze armate statunitensi è partita dunque questa operazione segreta che aveva come scopo quello di disseminare dubbi sulla sicurezza e sull’efficacia del vaccino cinese Sinovac e degli aiuti sanitari (mascherine, kit diagnostici e altri prodotti) forniti da Pechino.
Reuters riporta che i diplomatici statunitensi nell’area invitarono alla cautela e si opposero a questa campagna di disinformazione. Ma nel 2019 l’allora segretario alla Difesa Mark Esper firmò un ordine segreto che elevava la competizione del Pentagono con Cina e Russia a priorità di combattimento attivo.
Il disegno di legge di spesa del Pentagono approvato quell’anno autorizzava i militari a condurre operazioni Psyop anche “al di fuori delle aree di ostilità attive”. L’insieme di queste misure consentiva dunque ai comandi militari di eludere il Dipartimento di Stato, ovvero i diplomatici del governo stesso.
Sempre nel 2019, Trump autorizzò la CIA a lanciare una campagna clandestina sui social media cinesi volta a orientare l’opinione pubblica contro i vertici cinesi. Attraverso vari profili falsi, venivano diffuse storie denigratorie sul governo di Xi Jinping.
Questa notizia è stata diffusa ancora una volta da Reuters. È di certo strano constatare che nei salotti televisivi viene ribadito a più riprese che non ci sia diritto di dibattito e di informazione in Cina, per poi venire a sapere che gli USA possono addirittura infiltrarsi nei suoi media e fare propaganda anti-governativa.
Ad ogni modo, va evidenziato che, ben prima dell’operazione russa in Ucraina, e prima persino della comparsa di quello che Trump chiamò il “virus cinese”, a spingere sull’acceleratore dell’escalation bellica globale furono gli Stati Uniti.
Del resto, le operazioni Psyop, dopo l’11 settembre, hanno cominciato a essere usate per creare un cambiamento più ampio nell’opinione pubblica in intere regioni, come fatto presente da alcuni precedenti ufficiali della Sicurezza Nazionale.
L’attività nei confronti dei filippini è stata portata avanti attraverso almeno 300 account di X, individuati da Reuters (e poi disattivati dalla piattaforma) grazie alle indicazioni fornite da ex ufficiali USA. Quasi tutti sono stati creati nell’estate del 2020, sulla base dello slogan #Chinaangvirus, ovvero “la Cina è il virus”.
La campagna no-vax che ne risultò, per quanto non se ne possa calcolare il peso effettivo, sicuramente spinse a orientare le scelte delle persone (gli account avevano migliaia di followers). Manila registrava nel paese uno dei peggiori tassi di vaccinazione di tutto il sud-est asiatico.
Ciò era dovuto anche alla diffidenza che era nata dopo il ritiro di un vaccino contro la febbre dengue nel 2017, per problemi di sicurezza, come informa Lulu Bravo, direttore esecutivo della Philippine Foundation for Vaccination. I militari statunitensi hanno fatto leva su questa paura.
Daniel Lucey, un esperto in malattie infettive, ha osservato insieme ad altri studiosi come un falso piano di vaccinazione contro l’epatite in Pakistan, usato come copertura dalla CIA nella caccia a Bin Laden, abbia avuto effetti che si sono propagati anche ad altre iniziative di immunizzazione.
La reazione a una successiva campagna non correlata di vaccinazione contro la polio registrò attacchi agli operatori sanitari e una riduzione delle difese contro la malattia. La stessa sfiducia si sarebbe potuta trasferire dal Sinovac ai vaccini statunitensi, il primo e i secondi ugualmente approvati dall’OMS.
Insomma, l’operazione del Pentagono ha messo in pericolo la salute di milioni di filippini, così come quella dell’intero pianeta, impegnato a lottare col Covid-19. Tutto per ottenere vantaggi nella competizione con la Cina, a prescindere dal numero di morti che ciò avrebbe provocato.
“Non stavamo guardando la situazione dal punto di vista della salute pubblica”, ha confermato un alto ufficiale coinvolto nel programma, “stavamo cercando un modo per trascinare la Cina nel fango”.
Un portavoce del Dipartimento della Salute delle Filippine ha dichiarato che “i risultati della Reuters meritano di essere indagati e ascoltati dalle autorità competenti dei paesi coinvolti”. Perché infatti, la campagna contro il Dragone non si è fermata alle isole del Pacifico.
I responsabili delle Psyop in Asia centrale e Medio Oriente hanno ripetuto lo schema anche per le zone di loro competenza. Sempre con falsi account su più piattaforme, hanno amplificato il dubbio per cui, poiché i vaccini a volte contengono gelatina di maiale, fossero vietati dalla legge islamica.
Sinovac aveva già assicurato che il vaccino sarebbe stato privo di materiali suini. Inoltre, molte autorità religiose islamiche sostenevano che, anche nel caso in cui avesse contenuto gelatina di maiale, la somministrazione era consentita poiché era un trattamento necessario per salvare vite umane.
Ciò non fermò i “gendarmi del mondo”, e ancora una volta su X sono stati individuati 150 profili che hanno diffuso timori, questa volta usando una discriminante religiosa. In pratica, i militari a-stelle-e-strisce hanno lavorato in un vero e proprio delirio di onnipotenza.
Questo atteggiamento è confermato da un ex figura apicale del Pentagono, che ha descritto la pandemia come una “scarica di energia” che ha innescato l’opportunità di un’opera massiccia di disinformazione sulla Cina. Uno schema partito con Trump e continuato per alcuni mesi sotto Biden.
Alla fine, alcuni dirigenti dei canali social coinvolti hanno informato la nuova amministrazione democratica di strane iniziative ricollegabili al Pentagono.
Dopo un incontro Zoom tra Facebook e il Consiglio di Sicurezza Nazionale nella primavera del 2021, venne ordinato di interrompere ogni comunicazione che potesse dare adito alla retorica no-vax.
Tuttavia, Reuters ha individuato altri post e messaggi ingannevoli relativi alla pandemia fino all’estate. Alla richiesta di delucidazioni presentata dal giornale alla Sicurezza Nazionale, c’è stato il rifiuto a rilasciare commenti, e lo stesso hanno fatto i portavoce di Trump e Biden.
Un funzionario ha dichiarato che l’indagine interna ha fatto emergere che alcuni messaggi erano “molte, molte leghe di distanza” da qualsiasi obiettivo militare accettabile. Ma anche in questo caso non c’è stato approfondimento ulteriore.
Bisogna comunque riportare che altre fonti hanno detto che il Pentagono ha annullato parti dell’ordine di Esper. Ora i comandi militari devono lavorare a stretto contatto con i diplomatici e si è imposto di limitare le Psyop rivolte ad ampie e generali fette della popolazione.
Ciò non significa assolutamente che sia stato messo in discussione l’operato delle forme armate di Washington. L’azione cominciata con le Filippine è stata messa in piedi dal centro operativo per le Psyop di Tampa, in Florida, e sembra che tuttora stia lavorando a pieno regime, insieme a compagnie private.
Il principale appaltatore della campagna sul Covid-19 è stata la General Dynamics IT, che è stata inoltre criticata per la gestione superficiale delle sue attività. Sempre le fonti di Reuters hanno sottolineato che, inoltre, i vertici militari non hanno mantenuto sulla società un controllo sufficiente.
In un documento strategico non classificato del 2023, il Pentagono ribadisce che “la disinformazione diffusa sui social media, false narrazioni camuffate da notizie e simili attività sovversive [possono essere utili per] indebolire la fiducia sociale minando le basi del governo” di nemici come la Russia o la Cina.
A febbraio di quest’anno, la General Dynamics IT ha vinto un altro contratto del valore di quasi mezzo miliardo di dollari. Il suo lavoro sarà ancora una volta legato a consulenze per attività militari segrete.
Un ex funzionario del Dipartimento di Stato che nel 2020 fu coinvolto nel confronto col Pentagono sulle Filippine aveva allora affermato: “ci stiamo abbassando sotto al livello dei cinesi e non dovremmo farlo”.
Se si toglie la solita presunzione occidentalocentrica di superiorità morale, possiamo dire che sicuramente gli USA hanno raggiunto il fondo, mettendo in pericolo l’intera umanità nel pieno di una pandemia.
Quello che rimane da questa storia è la certezza che la retorica democratica è solo una maschera, sempre meno adatta per questi tempi di guerra. E, per parafrasare un politico italiano, a pensar male di quel che dice la propaganda occidentale si fa peccato, ma spesso ci si indovina.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Psyops. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Psyops. Mostra tutti i post
09/04/2023
La strana storia dei “piani ucraini” pubblicati on line
di Francesco Dall'Aglio
L’articolo recentemente pubblicato dal New York Times e ripreso con molta enfasi dai media in tutto il mondo aggiunge un nuovo tassello alle voci e alle psyop (“operazioni psicologiche”) che circondano il progetto di controffensiva ucraina nelle regioni occupate dalle truppe russe.
Facciamo il punto della situazione (sulla quale il NYT è un po’ reticente).
Due giorni fa sono comparse, su alcuni canali russi, delle foto che allego a questo post. Si tratta, o si tratterebbe, di alcuni documenti per ovvio uso interno NATO che descrivono in dettaglio la composizione, il numero di mezzi e il grado di preparazione di una serie di unità ucraine di nuova costituzione che dovrebbero essere impiegate nella controffensiva, oltre ad altri dettagli interessanti quali la stima delle perdite sia di parte russa che ucraina e il numero di specialisti NATO presenti sul territorio ucraino.
Le foto sono state pubblicate o senza commenti o con commenti molto cauti (Zoka, propagandista notorio, ha commentato così: 🤔), e vari canali, tra cui tutti quelli più seri, non le hanno prese in considerazione.
Non ne ho parlato nemmeno io, che non sono un canale serio (né tantomeno un canale russo). Varie cose, nelle foto in questione, mi convincono poco: soprattutto il fatto che non c’è una scansione in alta definizione dei documenti e la qualità delle foto è molto bassa, a tratti sfocata. Se si prova a ingrandirle non si ottiene molto. E altre cose, che non hanno a che vedere con le foto in sé ma con i dati che riportano.
Ad ogni modo, l’articolo del NYT ci obbliga a riconsiderare la questione, e quantomeno a credere all’esistenza fisica di quelle pagine. Credere alla veridicità del contenuto è naturalmente un altro paio di maniche.
Lo stesso NYT ritiene che le foto siano state alterate “dalla propaganda russa”, mentre vari canali russi ritengono al contrario che siano in toto un prodotto degli uffici di disinformazione occidentali.
Se sono opera di disinformazione sarebbe più logico ritenerle opera di disinformazione occidentale, visto che le unità ucraine di cui nelle foto si discute non verranno certo informate di se stesse da queste foto, né lo sarebbe il comando ucraino sulla composizione e il numero delle unità russe schierate nella zona di operazioni.
Dunque, qual è il contenuto di queste foto?
Innanzitutto la data delle stesse, questo va ricordato subito, è D+370, ossia il 370° giorno dall’inizio dell’invasione. Essendo la stessa incominciata il 24 febbraio, i documenti sono datati 1° marzo e arrivano, in proiezione, fino alla fine del mese di marzo: se anche fossero veri fotograferebbero una situazione già vecchia di più di un mese. Veniamo al dettaglio delle foto.
La prima foto è un quadro generale del fronte con l’indicazione delle forze russe presenti sul campo e una valutazione della loro capacità di combattimento. I dati sono tutti noti e non sono diversi da quelli delle fonti open source, quindi nessuna novità.
Invece è interessante l’indicazione nel riquadro nero intitolato “Total assessed losses”: 16-17.500 caduti russi e dal 61 ai 71.500 caduti ucraini. Stime basse per entrambi gli eserciti ed è strano che i caduti ucraini siano una stima, se il documento è originale: ci si aspetterebbe non dico un numero esatto, ma quantomeno non una discrepanza di 10.000 perdite.
Manca poi il numero delle perdite ucraine di mezzi corazzati (carri e trasporto truppe) mentre quelli russi sono quantificati in 600 (un numero sensato). Le perdite di aerei ed elicotteri certificano anche qui quello che già sappiamo: 15 tra aerei ed elicotteri russi abbattuti, 92 (rispettivamente 60 e 32) ucraini.
Inoltre ci sono le perdite ucraine di sistemi antiaerei, abbastanza ingenti – e anche questo lo sappiamo – 95 tra strategici e tattici. Se il documento fosse vero, si capirebbe l’insistenza del NYT a dire che la propaganda russa ci ha messo le mani, visto che il quadro delle perdite non corrisponde affatto a quanto solitamente riportano i media occidentali (che poi sia più vicino alla realtà, abbiamo già capito, importa poco).
La seconda foto è il quadro generale delle attività NATO nel teatro europeo, con particolare attenzione alle attività di addestramento delle FFAA ucraine (segnate come “train and advise UAF”), con tanto di calendario dei corsi, alle attività di ricognizione aerea, alle munizioni GMLRS e 155 mm impiegate (fino al 1 marzo 9612 GMLRS e 952.856 proiettili da 155).
Al centro della pagina un dettaglio molto interessante: gli operativi delle forze speciali NATO in Ucraina, quantificati in 14 USA, 50 UK, 15 Francia, 17 Lettonia, 1 Olanda, per un totale di 97 – ma mancano i polacchi, che sappiamo per certo essere presenti – e il totale del personale militare USA in Ucraina, 100 unità di cui 71 del Dipartimento di Stato (i servizi segreti) e 29 del Dipartimento della Difesa (i militari).
Cosa facciano in Ucraina queste persone non è ovviamente specificato.
La terza foto è quella più interessante: il quadro delle unità delle FFAA ucraine di nuova costituzione che saranno impegnate nella controffensiva, con il dettaglio di tutti i mezzi a disposizione e del livello di addestramento.
Sono 9 addestrate ed equipaggiate dai paesi NATO e 3 dal comando ucraino (queste tre non sono descritte nello schema e della loro composizione, equipaggiamento e addestramento non si sa nulla), e sono considerate pronte per il 30 aprile.
In realtà, andando a controllare l’ultima colonna, si nota come addestramento (A) ed equipaggiamento (E) abbiano ancora bisogno di parecchio lavoro.
Sempre al 1 marzo, infatti, seguendo l’ordine dall’alto in basso notiamo che la 116a meccanizzata è A 60%, E 79%; la 47a meccanizzata è A 40%, E 40%; la 33a meccanizzata è A 20%, E 32%; la 21a meccanizzata è A 0%, E 38%; la 32a meccanizzata è A 0%, E 56%; la 37a meccanizzata è A 10%, E 43%; la 118a meccanizzata è A 0%, E 65%; la 117a meccanizzata è A 0%, E 50%; l’82à meccanizzata è A 0%, E 14%.Non un quadro esaltante, specie per ciò che riguarda l’addestramento.
Se il materiale fa sempre in tempo ad arrivare, al 1 marzo ci si troverebbe con 5 brigate su 9 completamente prive di addestramento, che durerebbe meno di due mesi.
Anche il computo dei mezzi è sensibilmente inferiore a quello che ci si aspetterebbe da nove brigate meccanizzate a pieno organico. Non faccio il breakdown brigata per brigata altrimenti questo post già lungo diventa l’Iliade, mi limito a fornire i dati in generale.
In dettaglio, i carri sono 43 T-64, 38 T-72, 31 PT-91 Twardy (i T-72 polacchi rimodernati), 28 T-55S (rimodernati), 14 Leopard 2A4, 18 Leopard 2A6, 14 Challenger 2, 31 AMX-10 (che si insiste a considerare carri armati anche se tecnicamente non lo sono), e altri 53 ancora non specificati e che potrebbero essere Leopard 1 o carri già in dotazione all’esercito ucraino.
I trasporto truppe e veicoli ruotati sono 131 M-113, 180 MaxxPro, 99 Bradley, 70 Senator, 51 Husky, 20 Bulldog, 28 Viking, 20 Xa185, 30 Wolf e 90 BMP di vario tipo.
L’artiglieria semovente conta 6 M-109, 20 SVRT, 20 AS-90, 10 2C1. Completano il quadro 100 pezzi di artiglieria trainata, che ovviamente assorbiranno parte dei veicoli ruotati per essere trainate sul campo di battaglia. Gli Stryker, alcuni dei quali già presenti in Ucraina, e il resto dei Bradley probabilmente andranno a equipaggiare le tre brigate organizzate dal comando ucraino.
Molto in sintesi, coi numeri non ci troviamo. Nessuna di queste brigate è a pieno organico e la media è di 30 carri e 90 blindati per brigata. Il personale dovrebbe aggirarsi intorno 20.000 uomini a volere abbondare, più le tre brigate ucraine con, ragionando per eccesso, altri 10.000 uomini.
Naturalmente (sempre ammesso chele cifre siano vere) all’offensiva potrebbero aggiungersi altre brigate non contemplate nel numero di quelle di nuova costruzione, col che si potrebbero raggiungere i 50-75.000 uomini che, a detta di molti analisti, l’Ucraina può mettere in campo. Tutto sta a vedere, appunto, se questi documenti sono reali o fasulli.
Le foto 4 e 5 ci interessano poco. La 4 è il dettaglio delle forze presenti in Donbas, per le quali vale il discorso fatto per la foto 1. La 5 è una stima dei tempi di disgelo, che pone verosimilmente l’inizio dell’offensiva per i primi di maggio.
Fonte
L’articolo recentemente pubblicato dal New York Times e ripreso con molta enfasi dai media in tutto il mondo aggiunge un nuovo tassello alle voci e alle psyop (“operazioni psicologiche”) che circondano il progetto di controffensiva ucraina nelle regioni occupate dalle truppe russe.
Facciamo il punto della situazione (sulla quale il NYT è un po’ reticente).
Due giorni fa sono comparse, su alcuni canali russi, delle foto che allego a questo post. Si tratta, o si tratterebbe, di alcuni documenti per ovvio uso interno NATO che descrivono in dettaglio la composizione, il numero di mezzi e il grado di preparazione di una serie di unità ucraine di nuova costituzione che dovrebbero essere impiegate nella controffensiva, oltre ad altri dettagli interessanti quali la stima delle perdite sia di parte russa che ucraina e il numero di specialisti NATO presenti sul territorio ucraino.
Le foto sono state pubblicate o senza commenti o con commenti molto cauti (Zoka, propagandista notorio, ha commentato così: 🤔), e vari canali, tra cui tutti quelli più seri, non le hanno prese in considerazione.
Non ne ho parlato nemmeno io, che non sono un canale serio (né tantomeno un canale russo). Varie cose, nelle foto in questione, mi convincono poco: soprattutto il fatto che non c’è una scansione in alta definizione dei documenti e la qualità delle foto è molto bassa, a tratti sfocata. Se si prova a ingrandirle non si ottiene molto. E altre cose, che non hanno a che vedere con le foto in sé ma con i dati che riportano.
Ad ogni modo, l’articolo del NYT ci obbliga a riconsiderare la questione, e quantomeno a credere all’esistenza fisica di quelle pagine. Credere alla veridicità del contenuto è naturalmente un altro paio di maniche.
Lo stesso NYT ritiene che le foto siano state alterate “dalla propaganda russa”, mentre vari canali russi ritengono al contrario che siano in toto un prodotto degli uffici di disinformazione occidentali.
Se sono opera di disinformazione sarebbe più logico ritenerle opera di disinformazione occidentale, visto che le unità ucraine di cui nelle foto si discute non verranno certo informate di se stesse da queste foto, né lo sarebbe il comando ucraino sulla composizione e il numero delle unità russe schierate nella zona di operazioni.
Dunque, qual è il contenuto di queste foto?
Innanzitutto la data delle stesse, questo va ricordato subito, è D+370, ossia il 370° giorno dall’inizio dell’invasione. Essendo la stessa incominciata il 24 febbraio, i documenti sono datati 1° marzo e arrivano, in proiezione, fino alla fine del mese di marzo: se anche fossero veri fotograferebbero una situazione già vecchia di più di un mese. Veniamo al dettaglio delle foto.
La prima foto è un quadro generale del fronte con l’indicazione delle forze russe presenti sul campo e una valutazione della loro capacità di combattimento. I dati sono tutti noti e non sono diversi da quelli delle fonti open source, quindi nessuna novità.
Invece è interessante l’indicazione nel riquadro nero intitolato “Total assessed losses”: 16-17.500 caduti russi e dal 61 ai 71.500 caduti ucraini. Stime basse per entrambi gli eserciti ed è strano che i caduti ucraini siano una stima, se il documento è originale: ci si aspetterebbe non dico un numero esatto, ma quantomeno non una discrepanza di 10.000 perdite.
Manca poi il numero delle perdite ucraine di mezzi corazzati (carri e trasporto truppe) mentre quelli russi sono quantificati in 600 (un numero sensato). Le perdite di aerei ed elicotteri certificano anche qui quello che già sappiamo: 15 tra aerei ed elicotteri russi abbattuti, 92 (rispettivamente 60 e 32) ucraini.
Inoltre ci sono le perdite ucraine di sistemi antiaerei, abbastanza ingenti – e anche questo lo sappiamo – 95 tra strategici e tattici. Se il documento fosse vero, si capirebbe l’insistenza del NYT a dire che la propaganda russa ci ha messo le mani, visto che il quadro delle perdite non corrisponde affatto a quanto solitamente riportano i media occidentali (che poi sia più vicino alla realtà, abbiamo già capito, importa poco).
La seconda foto è il quadro generale delle attività NATO nel teatro europeo, con particolare attenzione alle attività di addestramento delle FFAA ucraine (segnate come “train and advise UAF”), con tanto di calendario dei corsi, alle attività di ricognizione aerea, alle munizioni GMLRS e 155 mm impiegate (fino al 1 marzo 9612 GMLRS e 952.856 proiettili da 155).
Al centro della pagina un dettaglio molto interessante: gli operativi delle forze speciali NATO in Ucraina, quantificati in 14 USA, 50 UK, 15 Francia, 17 Lettonia, 1 Olanda, per un totale di 97 – ma mancano i polacchi, che sappiamo per certo essere presenti – e il totale del personale militare USA in Ucraina, 100 unità di cui 71 del Dipartimento di Stato (i servizi segreti) e 29 del Dipartimento della Difesa (i militari).
Cosa facciano in Ucraina queste persone non è ovviamente specificato.
La terza foto è quella più interessante: il quadro delle unità delle FFAA ucraine di nuova costituzione che saranno impegnate nella controffensiva, con il dettaglio di tutti i mezzi a disposizione e del livello di addestramento.
Sono 9 addestrate ed equipaggiate dai paesi NATO e 3 dal comando ucraino (queste tre non sono descritte nello schema e della loro composizione, equipaggiamento e addestramento non si sa nulla), e sono considerate pronte per il 30 aprile.
In realtà, andando a controllare l’ultima colonna, si nota come addestramento (A) ed equipaggiamento (E) abbiano ancora bisogno di parecchio lavoro.
Sempre al 1 marzo, infatti, seguendo l’ordine dall’alto in basso notiamo che la 116a meccanizzata è A 60%, E 79%; la 47a meccanizzata è A 40%, E 40%; la 33a meccanizzata è A 20%, E 32%; la 21a meccanizzata è A 0%, E 38%; la 32a meccanizzata è A 0%, E 56%; la 37a meccanizzata è A 10%, E 43%; la 118a meccanizzata è A 0%, E 65%; la 117a meccanizzata è A 0%, E 50%; l’82à meccanizzata è A 0%, E 14%.Non un quadro esaltante, specie per ciò che riguarda l’addestramento.
Se il materiale fa sempre in tempo ad arrivare, al 1 marzo ci si troverebbe con 5 brigate su 9 completamente prive di addestramento, che durerebbe meno di due mesi.
Anche il computo dei mezzi è sensibilmente inferiore a quello che ci si aspetterebbe da nove brigate meccanizzate a pieno organico. Non faccio il breakdown brigata per brigata altrimenti questo post già lungo diventa l’Iliade, mi limito a fornire i dati in generale.
In dettaglio, i carri sono 43 T-64, 38 T-72, 31 PT-91 Twardy (i T-72 polacchi rimodernati), 28 T-55S (rimodernati), 14 Leopard 2A4, 18 Leopard 2A6, 14 Challenger 2, 31 AMX-10 (che si insiste a considerare carri armati anche se tecnicamente non lo sono), e altri 53 ancora non specificati e che potrebbero essere Leopard 1 o carri già in dotazione all’esercito ucraino.
I trasporto truppe e veicoli ruotati sono 131 M-113, 180 MaxxPro, 99 Bradley, 70 Senator, 51 Husky, 20 Bulldog, 28 Viking, 20 Xa185, 30 Wolf e 90 BMP di vario tipo.
L’artiglieria semovente conta 6 M-109, 20 SVRT, 20 AS-90, 10 2C1. Completano il quadro 100 pezzi di artiglieria trainata, che ovviamente assorbiranno parte dei veicoli ruotati per essere trainate sul campo di battaglia. Gli Stryker, alcuni dei quali già presenti in Ucraina, e il resto dei Bradley probabilmente andranno a equipaggiare le tre brigate organizzate dal comando ucraino.
Molto in sintesi, coi numeri non ci troviamo. Nessuna di queste brigate è a pieno organico e la media è di 30 carri e 90 blindati per brigata. Il personale dovrebbe aggirarsi intorno 20.000 uomini a volere abbondare, più le tre brigate ucraine con, ragionando per eccesso, altri 10.000 uomini.
Naturalmente (sempre ammesso chele cifre siano vere) all’offensiva potrebbero aggiungersi altre brigate non contemplate nel numero di quelle di nuova costruzione, col che si potrebbero raggiungere i 50-75.000 uomini che, a detta di molti analisti, l’Ucraina può mettere in campo. Tutto sta a vedere, appunto, se questi documenti sono reali o fasulli.
Le foto 4 e 5 ci interessano poco. La 4 è il dettaglio delle forze presenti in Donbas, per le quali vale il discorso fatto per la foto 1. La 5 è una stima dei tempi di disgelo, che pone verosimilmente l’inizio dell’offensiva per i primi di maggio.
Fonte
20/01/2023
Guerra in Ucraina - La NATO è in guerra con la Russia
Le parole del segretario della Nato Stoltemberg a Davos pesano come pietre e segnano un ulteriore passo nell’escalation di guerra contro la Russia.
“La posizione della Nato è che l’Ucraina diventerà un membro della Nato – ha detto Stoltenberg – Quindi, ovviamente, l’obiettivo principale ora è sostenere l’Ucraina per garantire che l’Ucraina vinca la guerra e rimanga una nazione democratica, sovrana e indipendente in Europa. E questo è il motivo per cui i partner degli alleati della Nato stanno fornendo un supporto militare senza precedenti all’Ucraina”.
A rendere più inquietanti gli scenari sul futuro del conflitto in Ucraina, oltre le parole di Stoltemberg ci sono le notizie che giungono dagli Usa e dalla Germania relativamente alle forniture di armamenti offensivi alle forze armate ucraine.
Secondo quanto riferisce il New York Times l’amministrazione Biden sta considerando la tesi secondo cui Kiev ha bisogno di potenza bellica per colpire la Crimea annessa dalla Russia dal 2014. Un cambiamento significativo sulla natura offensiva degli armamenti che gli Usa intendono fornire all’Ucraina. Se ne discuterà domani, venerdì, in occasione della riunione a Ramstein, in Germania, del Gruppo di Contatto sull’Ucraina, Nel pacchetto, che comprenderà anche veicoli corazzati da combattimento, probabilmente gli Stryker prodotti dalla General Dynamics Land Systems, non dovrebbero però essere inseriti gli M1 Abrams, i carri armati da 60 tonnellate in dotazione alle forze armate Usa.
E proprio sui carri armati si è aperto un altro fronte, quello della e sulla Germania.
La Gran Bretagna invierà 14 carri armati Challenger 2 all’Ucraina, ma questi – secondo tutti gli analisti militari – non saranno affatto sufficienti per un’offensiva ucraina in grande stile. Per costituire i dieci gruppi tattici e passare all’attacco, secondo l’International Institute for Strategic Studies, ne servono almeno 110. E gli ucraini vorrebbero i carri armati tedeschi Leopard 2, sia perché sono i più massicci in Europa, sia perché “è più semplice inviarli in Ucraina dal punto di vista logistico”, ha spiegato l’analista militare ucraino Oleksandr Kovalenko.
Ma su questa fornitura militare qualitativamente impegnativa, si sono palesati problemi politici e tecnici.
L’agenzia Agi riferisce che Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall, l’azienda che produce i Leopard 2, ha dichiarato alla Bild che, “anche se Berlino desse il via libera domani”, i primi Leopard 2 “non potrebbero essere consegnati all’Ucraina prima del 2024”. L’unica soluzione praticabile, nel breve periodo, è consentire ai membri della Nato che hanno già Leopard 2 tedeschi in dotazione, come la Polonia e la Finlandia, di inviarne alcuni a Kiev. Varsavia si è già detta disponibile a spedirne un battaglione. Ma anche per cedere a terzi armamenti di produzione tedesca serve il nulla osta del governo tedesco. E Scholz fino ad ora non ha acconsentito a questa operazione.
Le recenti dimissioni a cui è stata costretta dalla lobby atlantista la ministra della Difesa Christine Lambrecht, sono la spia di fratture profonde dentro il fragile esecutivo tedesco. Il vicecancelliere Robert Habeck ha già fatto sapere di essere favorevole a consentire alla Polonia di cedere i Leopard 2 all’Ucraina e i liberali di Fdp, il partito più filoamericano della coalizione, sono sulla stessa lunghezza d’onda .
Ma le pressioni ucraine e Usa stanno aumentando enormemente sulla Germania. Lo rivela la Bild Zeitung, secondo cui una decisione potrebbe essere presa già a ridosso della riunione in programma a Ramstein questo venerdì. “La pressione degli Stati Uniti sta aumentando e dalla scorsa settimana c’è stato un nuovo tono”, ha detto un politico straniero a Bild. La Cancelleria federale starebbe lavorando “in un circolo ristretto e con la massima segretezza” alla progettazione di un piano per l’invio di Leopard 2 all’Ucraina che coinvolge anche il ministro degli Affari speciali, Wolfgang Schmidt, e il nuovo ministro della Difesa Boris Pistorius.
Sul campo, intanto, le forze armate russe sembrano aver ripreso in mano l’iniziativa sul fronte.
A parte il duro colpo a seguito della decapitazione del vertice del ministero dell’Interno ucraino per la caduta dell’elicottero su cui volavano, oggi sono le stesse fonti ucraine a confermare che: “Nell’ultimo giorno, le unità delle forze di difesa dell’Ucraina hanno respinto gli attacchi degli occupanti nelle aree degli insediamenti di Bilohorivka, regione di Luhansk e Terny, Verkhniokamianske, Soledar, Sil, Krasna Hora, Bakhmut, Klischivka, Kurdiumivka, Vodiane, Maryinka e Paraskovyivka, regione di Donetsk”, ha detto l’AFU nel riassunto giovedì mattina.
Questo dato emerge con evidenza dalle corrispondenze militari intorno a Bakhmut e Soledar recentemente conquistata dai russi. I report delle intelligence e dei think thank anglostatunitensi, troppo spesso prese come oro colato dai mass media italiani, provano in mille modi diversi a fornire notizie più tranquillizzanti. Ma sono gli stessi esperti militari a fare tana a questo schema. “Il fatto stesso che la Difesa britannica pubblichi ogni giorno sui social il bollettino dell’intelligence, ne evidenzia chiaramente gli obiettivi propagandistici e di Info Ops (operazioni di guerra psicologica, ndr) tesi quindi a offrire un’interpretazione del conflitto in Ucraino che influenzi direttamente l’opinione pubblica e i suoi leader”, scrive il sito specializzato Analisi Difesa.
Anche i report quotidiani dello statunitense Institute for the Study of War, da giorni insistono più nell’analisi delle dinamiche politiche interne alla Russia circa la conduzione della guerra che sui bollettini dal fronte come avveniva nei giorni precedenti, segno evidente che le notizie non sono buone né spendibili.
Fonte
Fonte
“La posizione della Nato è che l’Ucraina diventerà un membro della Nato – ha detto Stoltenberg – Quindi, ovviamente, l’obiettivo principale ora è sostenere l’Ucraina per garantire che l’Ucraina vinca la guerra e rimanga una nazione democratica, sovrana e indipendente in Europa. E questo è il motivo per cui i partner degli alleati della Nato stanno fornendo un supporto militare senza precedenti all’Ucraina”.
A rendere più inquietanti gli scenari sul futuro del conflitto in Ucraina, oltre le parole di Stoltemberg ci sono le notizie che giungono dagli Usa e dalla Germania relativamente alle forniture di armamenti offensivi alle forze armate ucraine.
Secondo quanto riferisce il New York Times l’amministrazione Biden sta considerando la tesi secondo cui Kiev ha bisogno di potenza bellica per colpire la Crimea annessa dalla Russia dal 2014. Un cambiamento significativo sulla natura offensiva degli armamenti che gli Usa intendono fornire all’Ucraina. Se ne discuterà domani, venerdì, in occasione della riunione a Ramstein, in Germania, del Gruppo di Contatto sull’Ucraina, Nel pacchetto, che comprenderà anche veicoli corazzati da combattimento, probabilmente gli Stryker prodotti dalla General Dynamics Land Systems, non dovrebbero però essere inseriti gli M1 Abrams, i carri armati da 60 tonnellate in dotazione alle forze armate Usa.
E proprio sui carri armati si è aperto un altro fronte, quello della e sulla Germania.
La Gran Bretagna invierà 14 carri armati Challenger 2 all’Ucraina, ma questi – secondo tutti gli analisti militari – non saranno affatto sufficienti per un’offensiva ucraina in grande stile. Per costituire i dieci gruppi tattici e passare all’attacco, secondo l’International Institute for Strategic Studies, ne servono almeno 110. E gli ucraini vorrebbero i carri armati tedeschi Leopard 2, sia perché sono i più massicci in Europa, sia perché “è più semplice inviarli in Ucraina dal punto di vista logistico”, ha spiegato l’analista militare ucraino Oleksandr Kovalenko.
Ma su questa fornitura militare qualitativamente impegnativa, si sono palesati problemi politici e tecnici.
L’agenzia Agi riferisce che Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall, l’azienda che produce i Leopard 2, ha dichiarato alla Bild che, “anche se Berlino desse il via libera domani”, i primi Leopard 2 “non potrebbero essere consegnati all’Ucraina prima del 2024”. L’unica soluzione praticabile, nel breve periodo, è consentire ai membri della Nato che hanno già Leopard 2 tedeschi in dotazione, come la Polonia e la Finlandia, di inviarne alcuni a Kiev. Varsavia si è già detta disponibile a spedirne un battaglione. Ma anche per cedere a terzi armamenti di produzione tedesca serve il nulla osta del governo tedesco. E Scholz fino ad ora non ha acconsentito a questa operazione.
Le recenti dimissioni a cui è stata costretta dalla lobby atlantista la ministra della Difesa Christine Lambrecht, sono la spia di fratture profonde dentro il fragile esecutivo tedesco. Il vicecancelliere Robert Habeck ha già fatto sapere di essere favorevole a consentire alla Polonia di cedere i Leopard 2 all’Ucraina e i liberali di Fdp, il partito più filoamericano della coalizione, sono sulla stessa lunghezza d’onda .
Ma le pressioni ucraine e Usa stanno aumentando enormemente sulla Germania. Lo rivela la Bild Zeitung, secondo cui una decisione potrebbe essere presa già a ridosso della riunione in programma a Ramstein questo venerdì. “La pressione degli Stati Uniti sta aumentando e dalla scorsa settimana c’è stato un nuovo tono”, ha detto un politico straniero a Bild. La Cancelleria federale starebbe lavorando “in un circolo ristretto e con la massima segretezza” alla progettazione di un piano per l’invio di Leopard 2 all’Ucraina che coinvolge anche il ministro degli Affari speciali, Wolfgang Schmidt, e il nuovo ministro della Difesa Boris Pistorius.
Sul campo, intanto, le forze armate russe sembrano aver ripreso in mano l’iniziativa sul fronte.
A parte il duro colpo a seguito della decapitazione del vertice del ministero dell’Interno ucraino per la caduta dell’elicottero su cui volavano, oggi sono le stesse fonti ucraine a confermare che: “Nell’ultimo giorno, le unità delle forze di difesa dell’Ucraina hanno respinto gli attacchi degli occupanti nelle aree degli insediamenti di Bilohorivka, regione di Luhansk e Terny, Verkhniokamianske, Soledar, Sil, Krasna Hora, Bakhmut, Klischivka, Kurdiumivka, Vodiane, Maryinka e Paraskovyivka, regione di Donetsk”, ha detto l’AFU nel riassunto giovedì mattina.
Questo dato emerge con evidenza dalle corrispondenze militari intorno a Bakhmut e Soledar recentemente conquistata dai russi. I report delle intelligence e dei think thank anglostatunitensi, troppo spesso prese come oro colato dai mass media italiani, provano in mille modi diversi a fornire notizie più tranquillizzanti. Ma sono gli stessi esperti militari a fare tana a questo schema. “Il fatto stesso che la Difesa britannica pubblichi ogni giorno sui social il bollettino dell’intelligence, ne evidenzia chiaramente gli obiettivi propagandistici e di Info Ops (operazioni di guerra psicologica, ndr) tesi quindi a offrire un’interpretazione del conflitto in Ucraino che influenzi direttamente l’opinione pubblica e i suoi leader”, scrive il sito specializzato Analisi Difesa.
Anche i report quotidiani dello statunitense Institute for the Study of War, da giorni insistono più nell’analisi delle dinamiche politiche interne alla Russia circa la conduzione della guerra che sui bollettini dal fronte come avveniva nei giorni precedenti, segno evidente che le notizie non sono buone né spendibili.
Fonte
Fonte
14/01/2023
08/04/2022
Ucraina, il tempo delle “false flag”
Gli elementi emersi in questi giorni sulla presunta strage di civili nella città di Bucha fanno pensare in maniera sempre più convincente a una messa in scena delle forze di sicurezza ucraine. Per la stampa ufficiale in Occidente, invece, le immagini provenienti dalla località a nord di Kiev continuano in larga misura a essere usate come una prova inconfutabile della criminalità dei militari russi e del presidente Putin. Dietro a questo comportamento non c’è solo superficialità o servilismo, entrambi peraltro tratti comuni a quasi tutti i media “mainstream”, ma anche e soprattutto un’agenda ben precisa che collega la propaganda occidentale e ucraina all’evolversi delle vicende militari sul campo nel paese dell’ex Unione Sovietica.
Gli aspetti più importanti sono già stati ampiamente discussi, almeno sui media indipendenti, dalla cronologia degli eventi seguiti all’evacuazione dei soldati russi da Bucha ai sospetti sull’autenticità dei cadaveri filmati ai bordi delle strade della città ucraina, dalla minaccia delle forze ucraine di sterminare sabotatori e collaborazionisti alle improbabili immagini satellitari pubblicate dal New York Times. Estremamente indicativi della malafede occidentale sono anche altri due fattori. Il primo è l’attivazione quasi in tempo reale in Occidente delle denunce contro la Russia per i nuovi crimini di guerra presumibilmente commessi. L’altro è la decisione della Gran Bretagna, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza ONU, di respingere la richiesta russa di convocare una sessione d’urgenza dell’organo delle Nazioni Unite. L’intenzione di Londra era quella di impedire la presentazione di prove a discarico di Mosca, lasciando che la polemica e l’indignazione facessero presa in tutto il mondo.
La definizione più consona per i fatti di Bucha sembra essere dunque quella di “false flag” e che si stesse per verificare un episodio di questo genere, ovvero costruito a tavolino dalla parte perdente, era noto da tempo. Non è un caso perciò che la provocazione ucraina sia arrivata nel momento probabilmente cruciale di questa prima fase del conflitto. Un post riassuntivo delle operazioni belliche pubblicato martedì dal blog The Saker spiega come “il comando ucraino e l’intelligence occidentale, da cui esso dipende, siano sull’orlo della disperazione”.
Il nodo della questione è la caduta ormai quasi completa della città di Mariupol, dove la resistenza ucraina era stata affidata agli uomini del sanguinario battaglione neonazista Azov, assistiti probabilmente da ufficiali e mercenari occidentali. Il completamento delle operazioni russe a Mariupol farebbe scattare “una lunga serie di eventi”, provocando “un effetto domino che determinerebbe il collasso delle forze armate ucraine”. Davanti alla capitolazione imminente di questa città, i vertici politici e militari ucraini avevano bisogno di “un evento che potesse in qualche modo fermare l’avanzata delle forze russe” e l’impulso che per loro deriverebbe dalla caduta di Mariupol.
In un’analisi di una lucidità di cui non c’è la minima traccia sui media ufficiali, The Saker scrive che, una volta chiusa la pratica Mariupol, “le forze russe, cecene e delle due repubbliche ucraine filorusse qui impegnate potrebbero essere subito dirottate verso le operazioni della Fase 2”. A questi contingenti si devono aggiungere quelli diventati disponibili dopo il ritiro tattico dai teatri di guerra di Kiev, Sumy e Chirnihiv. L’obiettivo è quello di liberare definitivamente dalle forze ucraine l’intera regione del Donbass. Qui, le condizioni della battaglia si prospettano ancora più favorevoli alla Russia e si comprende quindi la necessità del regime di Kiev e dei suoi padroni in Occidente di trovare un qualche “diversivo”.
Ancora The Saker: “Libere dalle restrizioni della guerra in grandi aree urbane, dove sono svantaggiate, le forze russe si troveranno davanti alle ampie pianure delle regioni del Donbass e di Dnipro”. In questo nuovo scenario, “non solo è più semplice l’evacuazione dei civili”, ma possono essere impiegate anche le armi più potenti e distruttive in dotazione di Mosca, laddove non erano state utilizzate nelle città per evitare stragi di massa e distruzione di edifici civili. Gli ucraini “non hanno nessuna possibilità di fermare questa escalation”, in primo luogo per via dello stato delle proprie forze armate dopo oltre quaranta giorni di guerra.
Nonostante le inevitabili perdite, la Russia sembra avere sostanzialmente raggiunto gli obiettivi finora stabiliti. Secondo alcune stime, al contrario, quasi l’80% delle forze aeree offensive e difensive ucraine è stato distrutto, così come molte riserve di carburante, mentre Kiev ha di fatto perso l’accesso al Mare di Azov, alle riserve di carbone, alle acciaierie e alle risorse agrarie delle regioni orientali. Accerchiamento, assenza di vie di fuga e impossibilità di garantire i rifornimenti sono la realtà con cui le forze ucraine devono fare i conti mentre si accingono a fronteggiare la seconda fase dell’offensiva russa.
Gli ucraini hanno inoltre un aiuto limitato da USA ed Europa, i quali stanno in effetti inviando una valanga di armi ed equipaggiamenti militari, ma raramente di livello tale da permettere di invertire le sorti del conflitto, evidentemente per non correre il rischio di provocare uno scontro diretto con la Russia. Il ricorso a una “false flag” era quindi quasi scontato, anche in considerazione dei precedenti degli anni scorsi, come quello siriano. Come in Siria, le stesse prove delle responsabilità di queste azioni delle forze sostenute dalle “democrazie” occidentali non sono mai servite a far cambiare il punto di vista dei media ufficiali, né tantomeno a far rientrare le accuse rivolte frettolosamente al regime di turno da combattere, a conferma che ciò di cui si è in presenza sono operazioni da “guerra psicologica” (“Psy-ops”).
Un’altra prova è il disinteresse totale per i molteplici episodi ben documentati delle brutalità commesse contro i civili dalle forze ucraine, così come i bombardamenti indiscriminati contro edifici civili nelle località del Donbass, le torture sui prigionieri di guerra in violazione della Convenzione di Ginevra, l’utilizzo dei civili come scudi umani e l’influenza degli elementi neo-nazisti nell’apparato militare e della sicurezza di Kiev.
A questo proposito, osserva sempre il blog The Saker, la realtà sul campo ha spinto il regime ucraino, con l’assistenza di governi e media occidentali, a passare “dalla guerra vera e propria alla guerra psicologica”, ovvero alla propaganda pura e semplice come unica arma, o quasi, per combattere la Russia. La speranza è quella di provocare una tale repulsione nell’opinione pubblica occidentale da consentire ai governi di intensificare la fornitura di armamenti a Kiev, se non addirittura di entrare direttamente nel conflitto. Dall’inizio delle operazioni il 24 febbraio scorso non si è registrata d’altra parte “una sola vittoria da parte dell’Ucraina contro le truppe russe”. Le forze di Kiev “sono in ritirata e stanno perdendo uomini praticamente ovunque”, mentre gli unici eventi a loro favorevoli sono rappresentati dal ritiro dei russi da alcune città, anche se, come spiegato in precedenza, si tratta in questo caso di mosse di natura tattica.
Più la situazione diventa disperata per l’Ucraina più aumenta il rischio di provocazioni. La ferocia della battaglia che si preannuncia nel “calderone” del Donbass implica così la possibilità concreta di nuove “false flag” e il timore più grande resta quello dell’uso di armi chimiche, come ha avvertito ancora nella giornata di mercoledì la Russia. Anche in questo caso, le agenzie di intelligence occidentali hanno accumulato una vasta esperienza in Siria, dove hanno collaborato con i jihadisti nell’orchestrare attacchi contro i civili per poi attribuirne la colpa alle forze di Damasco.
In una guerra di questo genere, le prove che emergono, anche se indiscutibili, non hanno alcun valore agli occhi dei media e dei governi occidentali. In un ribaltamento sistematico della realtà, ogni elemento a discolpa del proprio nemico viene ignorato o, tutt’al più, liquidato come propaganda. Questa sorte stanno infatti incontrando gli argomenti e la documentazione presentata dal governo russo per fare chiarezza sui fatti di Bucha.
Come minimo, la gravità degli eventi che sarebbero successi in questa località e gli elementi contraddittori oramai di dominio pubblico dovrebbero suggerire moderazione, analisi razionale dei fatti e impegno per promuovere un’indagine indipendente. Nella realtà dei fatti, invece, ciò che sta accadendo, secondo un copione attentamente predisposto, è da un lato la denuncia al limite della censura di chiunque si azzardi a mettere in discussione la versione dei neo-nazisti ucraini e dall’altro l’accelerazione delle iniziative anti-russe.
Direttamente collegata alle vicende di Bucha è infatti la nuova mossa suicida dell’Europa che, letteralmente poche ore dopo la circolazione delle immagini della “strage” di civili ucraini, ha annunciato un altro pacchetto di sanzioni contro la Russia. In parallelo, alcuni governi, tra cui quello italiano, hanno espulso decine di diplomatici russi con accuse ridicole e non dimostrate di spionaggio o di attività dannose per la sicurezza nazionale. Le misure sanzionatorie, che dovranno essere comunque approvate da tutti i paesi membri, includono invece lo stop parziale alle importazioni di carbone, l’esclusione totale dai circuiti finanziari occidentali di alcune banche russe e il divieto per le navi commerciali russe di attraccare nei porti europei, ad eccezione di quelle che trasportano prodotti alimentari ed energetici.
Fonte
Gli aspetti più importanti sono già stati ampiamente discussi, almeno sui media indipendenti, dalla cronologia degli eventi seguiti all’evacuazione dei soldati russi da Bucha ai sospetti sull’autenticità dei cadaveri filmati ai bordi delle strade della città ucraina, dalla minaccia delle forze ucraine di sterminare sabotatori e collaborazionisti alle improbabili immagini satellitari pubblicate dal New York Times. Estremamente indicativi della malafede occidentale sono anche altri due fattori. Il primo è l’attivazione quasi in tempo reale in Occidente delle denunce contro la Russia per i nuovi crimini di guerra presumibilmente commessi. L’altro è la decisione della Gran Bretagna, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza ONU, di respingere la richiesta russa di convocare una sessione d’urgenza dell’organo delle Nazioni Unite. L’intenzione di Londra era quella di impedire la presentazione di prove a discarico di Mosca, lasciando che la polemica e l’indignazione facessero presa in tutto il mondo.
La definizione più consona per i fatti di Bucha sembra essere dunque quella di “false flag” e che si stesse per verificare un episodio di questo genere, ovvero costruito a tavolino dalla parte perdente, era noto da tempo. Non è un caso perciò che la provocazione ucraina sia arrivata nel momento probabilmente cruciale di questa prima fase del conflitto. Un post riassuntivo delle operazioni belliche pubblicato martedì dal blog The Saker spiega come “il comando ucraino e l’intelligence occidentale, da cui esso dipende, siano sull’orlo della disperazione”.
Il nodo della questione è la caduta ormai quasi completa della città di Mariupol, dove la resistenza ucraina era stata affidata agli uomini del sanguinario battaglione neonazista Azov, assistiti probabilmente da ufficiali e mercenari occidentali. Il completamento delle operazioni russe a Mariupol farebbe scattare “una lunga serie di eventi”, provocando “un effetto domino che determinerebbe il collasso delle forze armate ucraine”. Davanti alla capitolazione imminente di questa città, i vertici politici e militari ucraini avevano bisogno di “un evento che potesse in qualche modo fermare l’avanzata delle forze russe” e l’impulso che per loro deriverebbe dalla caduta di Mariupol.
In un’analisi di una lucidità di cui non c’è la minima traccia sui media ufficiali, The Saker scrive che, una volta chiusa la pratica Mariupol, “le forze russe, cecene e delle due repubbliche ucraine filorusse qui impegnate potrebbero essere subito dirottate verso le operazioni della Fase 2”. A questi contingenti si devono aggiungere quelli diventati disponibili dopo il ritiro tattico dai teatri di guerra di Kiev, Sumy e Chirnihiv. L’obiettivo è quello di liberare definitivamente dalle forze ucraine l’intera regione del Donbass. Qui, le condizioni della battaglia si prospettano ancora più favorevoli alla Russia e si comprende quindi la necessità del regime di Kiev e dei suoi padroni in Occidente di trovare un qualche “diversivo”.
Ancora The Saker: “Libere dalle restrizioni della guerra in grandi aree urbane, dove sono svantaggiate, le forze russe si troveranno davanti alle ampie pianure delle regioni del Donbass e di Dnipro”. In questo nuovo scenario, “non solo è più semplice l’evacuazione dei civili”, ma possono essere impiegate anche le armi più potenti e distruttive in dotazione di Mosca, laddove non erano state utilizzate nelle città per evitare stragi di massa e distruzione di edifici civili. Gli ucraini “non hanno nessuna possibilità di fermare questa escalation”, in primo luogo per via dello stato delle proprie forze armate dopo oltre quaranta giorni di guerra.
Nonostante le inevitabili perdite, la Russia sembra avere sostanzialmente raggiunto gli obiettivi finora stabiliti. Secondo alcune stime, al contrario, quasi l’80% delle forze aeree offensive e difensive ucraine è stato distrutto, così come molte riserve di carburante, mentre Kiev ha di fatto perso l’accesso al Mare di Azov, alle riserve di carbone, alle acciaierie e alle risorse agrarie delle regioni orientali. Accerchiamento, assenza di vie di fuga e impossibilità di garantire i rifornimenti sono la realtà con cui le forze ucraine devono fare i conti mentre si accingono a fronteggiare la seconda fase dell’offensiva russa.
Gli ucraini hanno inoltre un aiuto limitato da USA ed Europa, i quali stanno in effetti inviando una valanga di armi ed equipaggiamenti militari, ma raramente di livello tale da permettere di invertire le sorti del conflitto, evidentemente per non correre il rischio di provocare uno scontro diretto con la Russia. Il ricorso a una “false flag” era quindi quasi scontato, anche in considerazione dei precedenti degli anni scorsi, come quello siriano. Come in Siria, le stesse prove delle responsabilità di queste azioni delle forze sostenute dalle “democrazie” occidentali non sono mai servite a far cambiare il punto di vista dei media ufficiali, né tantomeno a far rientrare le accuse rivolte frettolosamente al regime di turno da combattere, a conferma che ciò di cui si è in presenza sono operazioni da “guerra psicologica” (“Psy-ops”).
Un’altra prova è il disinteresse totale per i molteplici episodi ben documentati delle brutalità commesse contro i civili dalle forze ucraine, così come i bombardamenti indiscriminati contro edifici civili nelle località del Donbass, le torture sui prigionieri di guerra in violazione della Convenzione di Ginevra, l’utilizzo dei civili come scudi umani e l’influenza degli elementi neo-nazisti nell’apparato militare e della sicurezza di Kiev.
A questo proposito, osserva sempre il blog The Saker, la realtà sul campo ha spinto il regime ucraino, con l’assistenza di governi e media occidentali, a passare “dalla guerra vera e propria alla guerra psicologica”, ovvero alla propaganda pura e semplice come unica arma, o quasi, per combattere la Russia. La speranza è quella di provocare una tale repulsione nell’opinione pubblica occidentale da consentire ai governi di intensificare la fornitura di armamenti a Kiev, se non addirittura di entrare direttamente nel conflitto. Dall’inizio delle operazioni il 24 febbraio scorso non si è registrata d’altra parte “una sola vittoria da parte dell’Ucraina contro le truppe russe”. Le forze di Kiev “sono in ritirata e stanno perdendo uomini praticamente ovunque”, mentre gli unici eventi a loro favorevoli sono rappresentati dal ritiro dei russi da alcune città, anche se, come spiegato in precedenza, si tratta in questo caso di mosse di natura tattica.
Più la situazione diventa disperata per l’Ucraina più aumenta il rischio di provocazioni. La ferocia della battaglia che si preannuncia nel “calderone” del Donbass implica così la possibilità concreta di nuove “false flag” e il timore più grande resta quello dell’uso di armi chimiche, come ha avvertito ancora nella giornata di mercoledì la Russia. Anche in questo caso, le agenzie di intelligence occidentali hanno accumulato una vasta esperienza in Siria, dove hanno collaborato con i jihadisti nell’orchestrare attacchi contro i civili per poi attribuirne la colpa alle forze di Damasco.
In una guerra di questo genere, le prove che emergono, anche se indiscutibili, non hanno alcun valore agli occhi dei media e dei governi occidentali. In un ribaltamento sistematico della realtà, ogni elemento a discolpa del proprio nemico viene ignorato o, tutt’al più, liquidato come propaganda. Questa sorte stanno infatti incontrando gli argomenti e la documentazione presentata dal governo russo per fare chiarezza sui fatti di Bucha.
Come minimo, la gravità degli eventi che sarebbero successi in questa località e gli elementi contraddittori oramai di dominio pubblico dovrebbero suggerire moderazione, analisi razionale dei fatti e impegno per promuovere un’indagine indipendente. Nella realtà dei fatti, invece, ciò che sta accadendo, secondo un copione attentamente predisposto, è da un lato la denuncia al limite della censura di chiunque si azzardi a mettere in discussione la versione dei neo-nazisti ucraini e dall’altro l’accelerazione delle iniziative anti-russe.
Direttamente collegata alle vicende di Bucha è infatti la nuova mossa suicida dell’Europa che, letteralmente poche ore dopo la circolazione delle immagini della “strage” di civili ucraini, ha annunciato un altro pacchetto di sanzioni contro la Russia. In parallelo, alcuni governi, tra cui quello italiano, hanno espulso decine di diplomatici russi con accuse ridicole e non dimostrate di spionaggio o di attività dannose per la sicurezza nazionale. Le misure sanzionatorie, che dovranno essere comunque approvate da tutti i paesi membri, includono invece lo stop parziale alle importazioni di carbone, l’esclusione totale dai circuiti finanziari occidentali di alcune banche russe e il divieto per le navi commerciali russe di attraccare nei porti europei, ad eccezione di quelle che trasportano prodotti alimentari ed energetici.
Fonte
05/04/2022
Bucha: un crimine di guerra o una operazione Psyop?
I giornalisti dell’Associated Press a Bucha, una piccola città a nord-ovest di Kiev, hanno visto i corpi di almeno nove persone in abiti civili che sembravano essere state uccise da vicino. Almeno due avevano le mani legate dietro la schiena. L’AP ha anche visto due corpi avvolti nella plastica, legati con nastro adesivo e gettati in un fosso.
Oleksiy Arestovych, un consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, ha parlato invece di decine di civili uccisi trovati nelle strade di Bucha e nei sobborghi di Kiev di Irpin e Hostomel in quella che sembrava una “scena di un film horror”.
Arestovych ha detto che alcune persone sono state colpite alla testa e avevano le mani legate, e alcuni corpi mostravano segni di tortura, stupro e bruciature.
Quello di Bucha appare dunque come un “crimine di guerra” da gettare ulteriormente sul piatto dell’orrore verso le opinioni pubbliche europee, maggioritariamente contrarie al coinvolgimento nella guerra, per romperne ogni rifiuto o resistenza nel sostenere un interventismo compulsivo e pericolosissimo.
Una sorta di spartiacque tra un prima e un dopo che spinge inesorabilmente verso un innalzamento dell’interventismo occidentale nel conflitto.
Eppure è proprio il The Guardian, che pure fa sua la tesi della strage a Bucha, a sottolineare che “Le prove delle atrocità sono emerse in un contesto di vacillanti negoziati di pace”.
Insomma i morti di Bucha sono già diventati una sorta di shock opportuno, sia per vincere riottosità e resistenze, sia per complicare ulteriormente la strada dei negoziati tra Russia e Ucraina per porre fine alla guerra.
Il Ministero della Difesa russo ha replicato alle accuse sui numerosi cadaveri di civili ritrovati a Bucha dopo il ritiro delle truppe russe negando ogni responsabilità. “Per tutto il tempo in cui la città è stata sotto il controllo delle forze armate russe e, in seguito, fino ad oggi, a Bucha, i residenti locali si sono spostati liberamente per la città e hanno utilizzato le comunicazioni cellulari”, si legge nella nota.
“Vorremmo sottolineare in particolare che tutte le unità russe si sono completamente ritirate da Bucha il 30 marzo, il giorno dopo il round di negoziati faccia a faccia tra Russia e Ucraina in Turchia”. Secondo gli ucraini il ritiro completo sarebbe però avvenuto il 1 aprile.
La Russia nel replicare alle accuse sui civili morti a Bucha, ha sottolineato anche altri fattori: “Non è sorprendente che tutte le cosiddette ‘prove dei crimini’ a Bucha siano apparse solo il quarto giorno, quando gli ufficiali dell’SBU (i servizi di sicurezza ucraini, ndr) e i rappresentanti della televisione ucraina sono arrivati in città”, afferma la nota del Ministero della Difesa della Federazione Russa, il quale ha richiamato l’attenzione sul fatto che tutti i corpi delle persone le cui immagini sono state pubblicate dai mass media di Kiev, dopo almeno quattro giorni, “non risultano irrigiditi, non presentano le caratteristiche macchie cadaveriche e non c’era sangue coagulato nelle ferite”.
Nel pomeriggio di ieri è poi circolata una decostruzione diffusa da Intel Slava, un aggregatore russo di notizie dal fronte militare, secondo cui “tutti i media del mondo stanno replicando le riprese inscenate dell’unità ‘Psyop’ (1) ucraina di Bucha”, dove viene sostenuto che i militari russi avrebbero massacrato i civili.
Intel Slava pubblica su Telegram il video (quello delle forze armate ucraine in transito a Bucha, ndr) in cui si afferma che si può vedere uno dei cadaveri che alza la mano, e poi nello specchietto retrovisore di un mezzo in transito, si intravede un altro “cadavere” rialzarsi.
Il video diffuso da Intel Slava è lo stesso fornito dalle forze armate ucraine alla stampa internazionale.
Qui ad esempio il video diffuso da Rainews 24.
Il video usato da Intel Slava è al rallentatore per segnalare i dettagli prima segnalati. Questa versione richiama all’attenzione però una sigla che merita di essere conosciuta e spiegata.
Cosa sono le unità Psyops?
“L’esigenza di dotarsi di un’unità PSYOPS è nata, in seno alla Nato, dalla convinzione che l’uso programmato delle comunicazioni di massa rivolte a gruppi di individui possa influenzare, anche in modo decisivo, l’esito di un conflitto. Il dominio delle informazioni è sempre più una dimensione fondamentale del moderno campo di battaglia”, spiega l’Archivio Disarmo.
Una pubblicazione ufficiale del Ministero della Difesa italiano, spiega così la funzione delle unità PSYOPS: “sempre più, ci si dovrà confrontare con una miriade di entità internazionali neutrali se si vorrà “agganciare” l’attenzione della target audience da influenzare. Vivendo nella cosiddetta Information Age, si osserva incessante l’insorgere di mezzi sempre più sofisticati per la disseminazione mediatica, spesso sempre più vicina al “tempo reale”. La conclusione che se ne trae è semplice: dare, o negare, informazioni è fonte di enorme potere”.
Come sempre in questi casi è e sarà difficilissimo districarsi tra verità e manipolazioni, queste ultime – quando tali – emergono sempre a conflitto finito e quindi ormai depotenziate.
La propaganda di guerra maistream – in cui spiccano i soliti noti – ci ha già abituato a operazioni simili a questa (vedi le false fosse comuni in Kosovo e Libia), e le unità “Psyop” non sono una invenzione ma sono unità speciali che hanno il compito di costruire proprio tali operazioni.
Ci auguriamo che ci sia effettivamente una commissione di indagine indipendente su quanto accaduto a Bucha, magari non solo con periti ed esperti forensi dei paesi Nato. L’ha chiesta il Segretario dell’Onu e l’ha chiesto anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, se fosse così e se fosse tale, per una volta saremmo d’accordo con lei.
Il dato certo è che i civili trovati morti a Bucha, sono diventati immediatamente il detonatore per tutti gli interventisti e i guerrafondai per alzare i toni verso l’escalation e mettere a tacere chi si oppone alla guerra. Come avvenuto in passato, serviva “un fatto traumatico” al quale sia impossibile replicare.
Impossibile non rammentare il falso massacro di Racak che fu l’evento scatenante per i bombardamenti Nato su Belgrado. O quello altrettanto falso di Timisoara, che giustificò – per l’opinione pubblica occidentale – la caduta di Ceausescu in Romania. Impressionante come le scene “descritte” dai giornali d’allora siano identiche a quelle di oggi (e anche i giornali sono gli stessi...).
Resta il fatto che la guerra è un orrore che si nutre di orrori, sempre. Sul campo e nella mente di ogni essere umano, con i fatti e con le “narrazioni”.
Per questo vanno impedite quelle future e vanno fermate quelle in corso. Con ogni mezzo necessario.
Oleksiy Arestovych, un consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, ha parlato invece di decine di civili uccisi trovati nelle strade di Bucha e nei sobborghi di Kiev di Irpin e Hostomel in quella che sembrava una “scena di un film horror”.
Arestovych ha detto che alcune persone sono state colpite alla testa e avevano le mani legate, e alcuni corpi mostravano segni di tortura, stupro e bruciature.
Quello di Bucha appare dunque come un “crimine di guerra” da gettare ulteriormente sul piatto dell’orrore verso le opinioni pubbliche europee, maggioritariamente contrarie al coinvolgimento nella guerra, per romperne ogni rifiuto o resistenza nel sostenere un interventismo compulsivo e pericolosissimo.
Una sorta di spartiacque tra un prima e un dopo che spinge inesorabilmente verso un innalzamento dell’interventismo occidentale nel conflitto.
Eppure è proprio il The Guardian, che pure fa sua la tesi della strage a Bucha, a sottolineare che “Le prove delle atrocità sono emerse in un contesto di vacillanti negoziati di pace”.
Insomma i morti di Bucha sono già diventati una sorta di shock opportuno, sia per vincere riottosità e resistenze, sia per complicare ulteriormente la strada dei negoziati tra Russia e Ucraina per porre fine alla guerra.
Il Ministero della Difesa russo ha replicato alle accuse sui numerosi cadaveri di civili ritrovati a Bucha dopo il ritiro delle truppe russe negando ogni responsabilità. “Per tutto il tempo in cui la città è stata sotto il controllo delle forze armate russe e, in seguito, fino ad oggi, a Bucha, i residenti locali si sono spostati liberamente per la città e hanno utilizzato le comunicazioni cellulari”, si legge nella nota.
“Vorremmo sottolineare in particolare che tutte le unità russe si sono completamente ritirate da Bucha il 30 marzo, il giorno dopo il round di negoziati faccia a faccia tra Russia e Ucraina in Turchia”. Secondo gli ucraini il ritiro completo sarebbe però avvenuto il 1 aprile.
La Russia nel replicare alle accuse sui civili morti a Bucha, ha sottolineato anche altri fattori: “Non è sorprendente che tutte le cosiddette ‘prove dei crimini’ a Bucha siano apparse solo il quarto giorno, quando gli ufficiali dell’SBU (i servizi di sicurezza ucraini, ndr) e i rappresentanti della televisione ucraina sono arrivati in città”, afferma la nota del Ministero della Difesa della Federazione Russa, il quale ha richiamato l’attenzione sul fatto che tutti i corpi delle persone le cui immagini sono state pubblicate dai mass media di Kiev, dopo almeno quattro giorni, “non risultano irrigiditi, non presentano le caratteristiche macchie cadaveriche e non c’era sangue coagulato nelle ferite”.
Nel pomeriggio di ieri è poi circolata una decostruzione diffusa da Intel Slava, un aggregatore russo di notizie dal fronte militare, secondo cui “tutti i media del mondo stanno replicando le riprese inscenate dell’unità ‘Psyop’ (1) ucraina di Bucha”, dove viene sostenuto che i militari russi avrebbero massacrato i civili.
Intel Slava pubblica su Telegram il video (quello delle forze armate ucraine in transito a Bucha, ndr) in cui si afferma che si può vedere uno dei cadaveri che alza la mano, e poi nello specchietto retrovisore di un mezzo in transito, si intravede un altro “cadavere” rialzarsi.
Il video diffuso da Intel Slava è lo stesso fornito dalle forze armate ucraine alla stampa internazionale.
Qui ad esempio il video diffuso da Rainews 24.
Il video usato da Intel Slava è al rallentatore per segnalare i dettagli prima segnalati. Questa versione richiama all’attenzione però una sigla che merita di essere conosciuta e spiegata.
Cosa sono le unità Psyops?
“L’esigenza di dotarsi di un’unità PSYOPS è nata, in seno alla Nato, dalla convinzione che l’uso programmato delle comunicazioni di massa rivolte a gruppi di individui possa influenzare, anche in modo decisivo, l’esito di un conflitto. Il dominio delle informazioni è sempre più una dimensione fondamentale del moderno campo di battaglia”, spiega l’Archivio Disarmo.
Una pubblicazione ufficiale del Ministero della Difesa italiano, spiega così la funzione delle unità PSYOPS: “sempre più, ci si dovrà confrontare con una miriade di entità internazionali neutrali se si vorrà “agganciare” l’attenzione della target audience da influenzare. Vivendo nella cosiddetta Information Age, si osserva incessante l’insorgere di mezzi sempre più sofisticati per la disseminazione mediatica, spesso sempre più vicina al “tempo reale”. La conclusione che se ne trae è semplice: dare, o negare, informazioni è fonte di enorme potere”.
Come sempre in questi casi è e sarà difficilissimo districarsi tra verità e manipolazioni, queste ultime – quando tali – emergono sempre a conflitto finito e quindi ormai depotenziate.
La propaganda di guerra maistream – in cui spiccano i soliti noti – ci ha già abituato a operazioni simili a questa (vedi le false fosse comuni in Kosovo e Libia), e le unità “Psyop” non sono una invenzione ma sono unità speciali che hanno il compito di costruire proprio tali operazioni.
Ci auguriamo che ci sia effettivamente una commissione di indagine indipendente su quanto accaduto a Bucha, magari non solo con periti ed esperti forensi dei paesi Nato. L’ha chiesta il Segretario dell’Onu e l’ha chiesto anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, se fosse così e se fosse tale, per una volta saremmo d’accordo con lei.
Il dato certo è che i civili trovati morti a Bucha, sono diventati immediatamente il detonatore per tutti gli interventisti e i guerrafondai per alzare i toni verso l’escalation e mettere a tacere chi si oppone alla guerra. Come avvenuto in passato, serviva “un fatto traumatico” al quale sia impossibile replicare.
Impossibile non rammentare il falso massacro di Racak che fu l’evento scatenante per i bombardamenti Nato su Belgrado. O quello altrettanto falso di Timisoara, che giustificò – per l’opinione pubblica occidentale – la caduta di Ceausescu in Romania. Impressionante come le scene “descritte” dai giornali d’allora siano identiche a quelle di oggi (e anche i giornali sono gli stessi...).
Resta il fatto che la guerra è un orrore che si nutre di orrori, sempre. Sul campo e nella mente di ogni essere umano, con i fatti e con le “narrazioni”.
Per questo vanno impedite quelle future e vanno fermate quelle in corso. Con ogni mezzo necessario.
*****
Sembra utile anche questo video, fatto in selfe dal sindaco di Bucha il 1 aprile (dopo la data del ritiro russo), in cui parla solo della felicità della sua città per questo ritiro. Senza alcuna menzione della presunta strage:
Il 31 marzo è il giorno della liberazione di BuchaNote
Lo ha annunciato il sindaco di Bucha Anatolii Fedoruk
Questo giorno passerà alla gloriosa storia di Bucha e dell’intera comunità Bucha come un giorno di liberazione da parte delle forze armate dell’Ucraina dagli occupanti russi.
Questo è un giorno gioioso della grande Vittoria!
Gloria all’Ucraina!
Taras Shapravsky Serhiy Shepetko Oleg Tsymbal Yaroslav Duchenko Lyudmila Ryzhenko Andriy Kutsevalov Vadym Naumov
(1) Sulla funzione delle unità Psyop vedi: qui e qui.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)




