Difficile parlare di casualità, per il luogo da cui ha lanciato le sue ultime esternazioni il priore di quell’ordine di conciliazione spirituale che risponde al nome di Alleanza atlantica, l’abate Mark Rutte.
Il 9 giugno, a Londra, per quei pochi che ancora nutrissero qualche dubbio in proposito, il segretario della NATO ha spiattellato urbi et orbi che gli europei – gli operai europei, i pensionati, i lavoratori del circuito UE: tutti coloro, insomma, che per portare a casa il pane sono costretti, o sono stati costretti, una vita intera, a riempire col proprio pluslavoro le tasche dei padroni – si devono scordare le illusioni del vecchio cosiddetto welfare state. “Non è mio compito dire ai vari paesi dove trovare i soldi ma so che, se non investono il 5% del Pil in Difesa, magari si terranno il sistema sanitario ma dovranno imparare il russo”.
Per accrescere le pacifistiche “difese aeree” europeiste di uno spropositato 400%, è d’uopo abbandonare i sogni di «servizio sanitario nazionale e sistema pensionistico», già da tempo del resto ridotti al lumicino – ma, questa precisazione, l’abate priore l’ha lasciata alle riflessioni spirituali dei novizi raccolti nel chiostro del Chatham House di Londra, dove si teneva l’ecclesiastico seminario, volto a moltiplicare cristianamente non “pani e pesci”, ma carri armati, droni, missili e munizionamento d’artiglieria.
L’alternativa alla “dolorosa scelta” di portare le “volenterose” spese di guerra al 5% del PIL, ha omeliato Rutte, definendo tra l’altro «irreversibile il percorso dell’Ucraina verso la NATO», è che tra cinque anni «parleremo tutti russo», come del resto aveva anticipato già un paio di mesi fa il “cardinal supplente” alla difesa europeista, Andrius Kublius, sospirando che tra cinque anni, o forse anche prima e indipendentemente da come finirà il conflitto in Ucraina, la Russia invaderà sicuramente un paese UE, o forse anche più di uno.
Addio dunque, se così dovesse essere, alle eteree supplicazioni monastiche di pacifica salvezza sotto il quieto “ombrello atlantico”: dovremo convertirci tutti all’osservanza ortodossa del patriarcato moscovita, supplicando il rituale “Gospodi pomiluj” che ci preservi dagli “Orešniki putiniani”. Amin – rito ortodosso.
Nel pomeriggio del 10 giugno, poi, se qualcuno si fosse inavvertitamente sintonizzato sul programma “Tagadà” de La7, che si interrogava se «La Russia è una minaccia per l’Europa?», avrebbe goduto dello spettacolo di ben tre ospiti – Vittoria Baldino (5Stelle), Massimiliano Salini (FI) e Giacomo Salvini (Il Fatto) – che, concordi coi conduttori Alessio Orsingher e Luca Sappino e coi dovuti “distinguo” di regia, intonavano il liturgico “Lode a te o Cristo” Rutte, che da Chatham House ci indichi il cammino, e invocavano il “Kyrie eleison” per la prospettiva adombrata dal cardinal Kubilius. Amen – rito cattolico.
Dunque, Londra, si diceva. Sabato scorso, The Guardian titolava che «La Russia è in stato di guerra con noi», cioè con la Gran Bretagna. Pare che la perentoria affermazione si basi su un rapporto redatto da Fiona Hill (britannica, consigliera presidenziale nella prima amministrazione Trump e oggi sostenitrice del suo impeachment), dall’ex Segretario NATO dal 1999 al 2004 lord George Robertson e dal generale a riposo Richard Barros, ex capo del Comando strategico dell’Esercito britannico.
Sul Sunday Times, l’ex numero uno del ping-pong inglese e oggi presentato quasi come massimo esperto di politica mondiale, Matthew Syed, ricorda con raccapriccio come in passato si sia recato «spesso nello stato gangsteristico di Putin e ne avesse respirato tutto il male», tanto che oggi afferma di compiacersi sinceramente per gli attacchi ucraini del 1 giugno.
Syed, ricorda Vladimir Kornilov su RIA Novosti, fa riferimento alla recente intervista dell’ambasciatore russo Andrej Kelin a Sky News, secondo cui Mosca sa «benissimo quanto sia coinvolta Londra» negli attacchi ucraini di una settimana fa.
Syed scrive di provare un «immenso orgoglio per il fatto che la Gran Bretagna abbia contribuito a tale macchinazione e, ancor più, per il fatto che possieda le cognizioni tecnologiche necessarie al suo successo». E, fungendo da suggeritore allo stesso Rutte, chiede ai britannici di non lamentarsi se le loro tasse aumenteranno per rafforzare la difesa contro la “minaccia russa”.
Va anche oltre Boris Johnson, che sul Daily Mail chiede che Londra esprima ufficialmente solidarietà per gli attacchi ucraini, dato che quegli «aerei erano parte delle forze nucleari russe, che avrebbero potuto essere usati anche contro di noi».
Apparentemente più “sottile” il colonnello a riposo Richard Kemp che, sullo stesso Daily Mail, quasi incita la Russia a un attacco nucleare tattico sull’Ucraina, invitando Londra a sviluppare armi nucleari per Kiev, come «deterrente anti-Russia».
Dopo tutte queste esternazioni, nessuna meraviglia che il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov possa dirsi sicuro «al 100% che i britannici» siano dietro gli attacchi terroristici di Kiev e che sussistano gravi rischi di nuovi attacchi, proprio perché i Servizi britannici e di altri paesi occidentali aiutano gli ucraini nella loro messa a punto.
L’obiettivo occidentale, ha detto Lavrov intervenendo al “Forum del futuro 2025”, è quello di demolire il sistema “Jalta-Potsdam”, le cui regole non consentono di commettere atti di illegalità in giro per il mondo.
È quanto avvenuto, ad esempio, col principio di “autodeterminazione dei popoli”, invocato dall’Occidente, per esempio – tra l’altro in un contesto non di guerra – per strappare il Kosovo alla Serbia, sotto la spinta dei criminali del UCK.
Quando però, ha ricordato Lavrov, nel 2014, il popolo di Crimea e quello del Donbass si ribellarono politicamente ai golpisti di Kiev, questi li dichiararono “terroristi” e presero a bombardare Lugansk, arrivando poi a bruciare (come minimo) «cinquanta persone nella Casa dei Sindacati a Odessa il 2 maggio 2014».
D’altronde, ha detto ancora Lavrov, la dittatura banderista è oggi alla base dei “valori UE”. E se la Carta delle Nazioni Unite stabilisce che i diritti umani debbano essere rispettati, indipendentemente da razza, genere, lingua e religione, «avete mai sentito i paesi occidentali, nella difesa del governo Zelenskij, affermare che i diritti umani debbano essere rispettati» anche in Ucraina? Mai una volta. Quando invece parlano di Russia, Cina, Venezuela, Iran, o anche di Ungheria o Slovacchia, «i diritti umani sono in cima alla lista delle loro lamentele. Per l’Ucraina, niente del genere».
Tutti i capintesta europei urlano che si debba sostenere l’Ucraina «affinché sconfigga la Russia e si debba continuare ad aiutarla anche dopo la vittoria, perché non perda contro la Russia» ha detto il Ministro. Tanto che ora chiedono il cessate il fuoco solo per armare Kiev; ma, soprattutto, giurano che la junta nazigolpista meriti il sostegno occidentale perché difende i “valori europei” e lo fa devastando lingua, cultura e chiesa russe, in aperto dispregio della Carta ONU.
Sergej Lavrov non ha mancato nemmeno di ricordare la questione del “massacro di Buča”, su cui oggi, ha detto, politici e media occidentali preferiscono mantenere il silenzio. Evitano, per esempio, di ricordare che nel 2022 le forze russe si erano ritirate dalla periferia di Kiev in segno di buona volontà, prima della firma dell’accordo; c’erano in città solo «autorità locali; poi improvvisamente arrivarono i corrispondenti della BBC che, miracolosamente, mostrarono corpi disposti ordinatamente non negli scantinati, ma proprio sulla strada centrale». Una macabra mostra, dunque, a uso del pubblico occidentale e ritiro ucraino dalle trattative di pace.
Quasi una rievocazione della messinscena di Katyn’ – questo non lo ha detto Lavrov: ci permettiamo di aggiungerlo noi – quando i nazisti tedeschi, nel 1943, dopo la batosta di Stalingrado, organizzarono la visita, a uso di esponenti polacchi e di altri paesi occidentali, alla sepoltura dei militari polacchi massacrati dagli stessi nazisti nel 1941, in una lugubre messinscena con cui Berlino tentava di sfaldare l’alleanza antihitleriana: la lezione dei nazisti originali servita quasi bell’e pronta per i nazigolpisti di Kiev.
A partire dal 2022, ha detto Lavrov, la Russia ha presentato all’ONU svariate richieste di indagine sull’affare di Buča; loro hanno messo in piedi una «specifica commissione indipendente per le questioni ucraine presso il Consiglio per i diritti umani, ma senza la nostra partecipazione. Abbiamo presentato ufficialmente ricorso tre volte. Silenzio tombale». Alle domande dirette pubblicamente da Lavrov a Guterres, al Consiglio di Sicurezza, il segretario delle Nazioni unite «se ne va, è imbarazzato, distoglie lo sguardo».
Anche al termine delle sessioni dell’Assemblea Generale, negli ultimi due anni, Lavrov ha tenuto conferenze stampa, presenti i media mondiali: «mi sono appellato al loro intuito, al loro orgoglio professionale: davvero non vi importa di quello che è successo là, o vi è stato proibito persino di toccare l’argomento? Nessuna risposta, naturalmente».
Tutti, anche questi, sono “valori europeisti”. Come quelli che tacciono sulle migliaia di giovani ucraini in fuga dal paese per evitare la mobilitazione forzata anche dei diciottenni, come conferma il difensore civico ucraino per la formazione, Nadežda Leščik, citata da Strana.
Ancora “valori europeisti”, come quelli di cui parla di nuovo Strana, a proposito dei funzionari del distretto militare di Vyžnytsa (regione di Černovtsi), che hanno “gentilmente” mobilitato il patrigno di un bambino disabile. E di nuovo “valori europeisti”, nel caso dell’attaccante russo dei “Washington Capitals” di hockey, Aleksandr Ovečkin, sbattuto nel famigerato database ucraino “Mirotvorets”, per aver partecipato a competizioni internazionali con l’obiettivo di «edulcorare la reputazione della Russia» e giustificare “l’aggressione” all’Ucraina tra il pubblico straniero.
“Valori liberal-europeisti” quelli con cui si pretende il congelamento del conflitto in Ucraina che, a giudizio del capo-negoziatore russo Vladimir Medinskij, senza accordi per un’autentica pace, porterà inevitabilmente a uno scontro nucleare.
Medinskij ha ricordato una volta di più che le condizioni dell’accordo di pace, che avrebbe potuto essere sottoscritto già il 28 febbraio del 2022, erano molto meno severe (rinuncia ucraina di adesione alla NATO, riconoscimento del referendum in Crimea, pace in Donbass e pochi altri punti) di quelle presentate oggi da Mosca a Kiev... Ma poi arrivarono a Kiev Boris Johnson e uomini di Biden, imposero a Zelenskij l’altolà e tutto saltò.
Il problema del processo di pace, ha detto Medinskij, è che Bruxelles «non permette a Kiev di raggiungere accordi vantaggiosi» per entrambe le parti.
Che dire: l’unico vantaggio per i “valori europeisti” è quello di portare le spese di guerra al 5% del PIL, aumentando del 400% le pacifistiche “difese aeree” UE-NATO. Anni di vacche grasse per le industrie militari europee, dalle cui “mammelle” non sgorga nemmeno una goccia di «servizio sanitario nazionale e sistema pensionistico», per l’entusiasmo di Rutte, von der Leyen, Kubilius, Kallas...
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22/06/2022
Bergamo geemllata con Bucha. Una confessione sui crimini contro l’umanità durante la pandemia?
I reazionari sono degli idioti, specie quando pensano di essere furbissimi e di poter approfittare senza sforzo della disgrazie altrui.
Il sindaco di Bergamo, in quota Pd (o vai a sapere in quale scantinato “centrista” sia finito per il momento) ha promosso il gemellaggio tra la città che sciaguratamente governa e quella ucraina di Bucha, dove sarebbero stati commessi crimini di guerra e contro l’umanità da parte delle truppe russe. Esistono, come sempre in guerra, anche versioni opposte, ma non è questo il punto.
Il punto è nella motivazione che lo stesso Gori ha dato per la sua decisione: “Impossibile per noi non ritrovarvi alcuni tratti in comune con la vicenda della nostra città, a sua volta divenuta simbolo di un altro evento tragico, quello della pandemia di Covid19 che a Bergamo, tra marzo e aprile del 2020, ha causato 700 vittime, e oltre 6000 nella nostra provincia”.
In pratica, è l’ammissione che le istituzioni italiane si sono comportate verso la popolazione del proprio paese – Bergamo è solo uno degli esempi, anche se il più tragico – esattamente come i responsabili della “strage di Bucha”.
Ricordiamo sinteticamente l’opposizione di Gori e Sala (quota Pd), insieme ad Assolombarda e leghisti, contro ogni ipotesi di zona rossa in Val Seria, agli inizia della pandemia.
Quegli slogan finto libertari che arrivavano dai palazzi del potere – “Bergamo non si ferma”, “Milano non si ferma”, ecc. – erano il velo che copriva malamente l’intenzione di lasciar dilagare il virus e contare poi i morti a decine di migliaia, pur di non disturbare l’ansia di profitto degli industriali (lombardi ed europei).
Criminali contro l’umanità, insomma, con l’aggravante di essere in tempi di pace e di aver scientemente lasciato morire migliaia di persone che dovevano invece essere protette, dal punto di vista sanitario, dalle istituzioni di questo paese.
Geniali, nella propria perversa ottusità!
Qui di seguito il comunicato con cui i familiari delle vittime della pandemia a Bergamo sottolineano la “confessione” del sindaco Gori. In modo ovviamente sottilmente ironico...
Il sindaco di Bergamo, in quota Pd (o vai a sapere in quale scantinato “centrista” sia finito per il momento) ha promosso il gemellaggio tra la città che sciaguratamente governa e quella ucraina di Bucha, dove sarebbero stati commessi crimini di guerra e contro l’umanità da parte delle truppe russe. Esistono, come sempre in guerra, anche versioni opposte, ma non è questo il punto.
Il punto è nella motivazione che lo stesso Gori ha dato per la sua decisione: “Impossibile per noi non ritrovarvi alcuni tratti in comune con la vicenda della nostra città, a sua volta divenuta simbolo di un altro evento tragico, quello della pandemia di Covid19 che a Bergamo, tra marzo e aprile del 2020, ha causato 700 vittime, e oltre 6000 nella nostra provincia”.
In pratica, è l’ammissione che le istituzioni italiane si sono comportate verso la popolazione del proprio paese – Bergamo è solo uno degli esempi, anche se il più tragico – esattamente come i responsabili della “strage di Bucha”.
Ricordiamo sinteticamente l’opposizione di Gori e Sala (quota Pd), insieme ad Assolombarda e leghisti, contro ogni ipotesi di zona rossa in Val Seria, agli inizia della pandemia.
Quegli slogan finto libertari che arrivavano dai palazzi del potere – “Bergamo non si ferma”, “Milano non si ferma”, ecc. – erano il velo che copriva malamente l’intenzione di lasciar dilagare il virus e contare poi i morti a decine di migliaia, pur di non disturbare l’ansia di profitto degli industriali (lombardi ed europei).
Criminali contro l’umanità, insomma, con l’aggravante di essere in tempi di pace e di aver scientemente lasciato morire migliaia di persone che dovevano invece essere protette, dal punto di vista sanitario, dalle istituzioni di questo paese.
Geniali, nella propria perversa ottusità!
Qui di seguito il comunicato con cui i familiari delle vittime della pandemia a Bergamo sottolineano la “confessione” del sindaco Gori. In modo ovviamente sottilmente ironico...
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Familiari vittime covid: Con il gemellaggio a Bucha, il Comune di Bergamo ammette crimini contro l’umanità nella bergamasca durante la pandemia
Familiari vittime covid: Con il gemellaggio a Bucha, il Comune di Bergamo ammette crimini contro l’umanità nella bergamasca durante la pandemia
Come associazione dei familiari delle vittime del covid #sereniesempreuniti non possiamo che elogiare l’iniziativa di cui il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, si è fatto promotore in veste istituzionale e che prevede il gemellaggio tra il Comune di Bergamo e la cittadina ucraina di Bucha.
Ci hanno, infatti, molto colpito le parole con cui rilancia il suo imminente viaggio verso una comunità in cui sono stati recentemente commessi atroci crimini contro l’umanità per mano dell’esercito Russo: “Impossibile per noi non ritrovarvi alcuni tratti in comune con la vicenda della nostra città, a sua volta divenuta simbolo di un altro evento tragico, quello della pandemia di Covid19 che a Bergamo, tra marzo e aprile del 2020, ha causato 700 vittime, e oltre 6000 nella nostra provincia”, ha dichiarato il sindaco di Bergamo.
Un accostamento che rimanda ai mesi di febbraio, marzo ed aprile 2020 ed alla tragedia che l’intera comunità bergamasca ha dovuto affrontare per quello che inizialmente si credeva essersi riversata sull’intera provincia come una inaspettata calamità ma che una accurata ricerca documentale ha rilevato essere concomitante ad una interminabile catena di negligenze istituzionali in alcun modo, a nostro avviso, riconducibili a semplici “errori”.
Questo gemellaggio ha un valore simbolico molto forte per la nostra comunità, chiamata oggi ad essere solidale con chi ha dovuto attraversare ingiustamente il buio e la solitudine della morte.
Per questo motivo vogliamo esprimere la nostra gratitudine al sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che in questo ennesimo atto di generosità e di solidarietà (a cui i bergamaschi siamo certi non si sottrarranno) ha trovato il coraggio di un implicito atto di denuncia istituzionale per quanto avvenuto a Bergamo nel marzo 2020.
Un atto di denuncia che siamo certi saprà fungere da incoraggiamento e da incentivo anche alla laboriosa Procura di Bergamo, capace in questi anni di un’inchiesta tanto difficile quanto coraggiosa.
Fonte
08/04/2022
Ucraina, il tempo delle “false flag”
Gli elementi emersi in questi giorni sulla presunta strage di civili nella città di Bucha fanno pensare in maniera sempre più convincente a una messa in scena delle forze di sicurezza ucraine. Per la stampa ufficiale in Occidente, invece, le immagini provenienti dalla località a nord di Kiev continuano in larga misura a essere usate come una prova inconfutabile della criminalità dei militari russi e del presidente Putin. Dietro a questo comportamento non c’è solo superficialità o servilismo, entrambi peraltro tratti comuni a quasi tutti i media “mainstream”, ma anche e soprattutto un’agenda ben precisa che collega la propaganda occidentale e ucraina all’evolversi delle vicende militari sul campo nel paese dell’ex Unione Sovietica.
Gli aspetti più importanti sono già stati ampiamente discussi, almeno sui media indipendenti, dalla cronologia degli eventi seguiti all’evacuazione dei soldati russi da Bucha ai sospetti sull’autenticità dei cadaveri filmati ai bordi delle strade della città ucraina, dalla minaccia delle forze ucraine di sterminare sabotatori e collaborazionisti alle improbabili immagini satellitari pubblicate dal New York Times. Estremamente indicativi della malafede occidentale sono anche altri due fattori. Il primo è l’attivazione quasi in tempo reale in Occidente delle denunce contro la Russia per i nuovi crimini di guerra presumibilmente commessi. L’altro è la decisione della Gran Bretagna, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza ONU, di respingere la richiesta russa di convocare una sessione d’urgenza dell’organo delle Nazioni Unite. L’intenzione di Londra era quella di impedire la presentazione di prove a discarico di Mosca, lasciando che la polemica e l’indignazione facessero presa in tutto il mondo.
La definizione più consona per i fatti di Bucha sembra essere dunque quella di “false flag” e che si stesse per verificare un episodio di questo genere, ovvero costruito a tavolino dalla parte perdente, era noto da tempo. Non è un caso perciò che la provocazione ucraina sia arrivata nel momento probabilmente cruciale di questa prima fase del conflitto. Un post riassuntivo delle operazioni belliche pubblicato martedì dal blog The Saker spiega come “il comando ucraino e l’intelligence occidentale, da cui esso dipende, siano sull’orlo della disperazione”.
Il nodo della questione è la caduta ormai quasi completa della città di Mariupol, dove la resistenza ucraina era stata affidata agli uomini del sanguinario battaglione neonazista Azov, assistiti probabilmente da ufficiali e mercenari occidentali. Il completamento delle operazioni russe a Mariupol farebbe scattare “una lunga serie di eventi”, provocando “un effetto domino che determinerebbe il collasso delle forze armate ucraine”. Davanti alla capitolazione imminente di questa città, i vertici politici e militari ucraini avevano bisogno di “un evento che potesse in qualche modo fermare l’avanzata delle forze russe” e l’impulso che per loro deriverebbe dalla caduta di Mariupol.
In un’analisi di una lucidità di cui non c’è la minima traccia sui media ufficiali, The Saker scrive che, una volta chiusa la pratica Mariupol, “le forze russe, cecene e delle due repubbliche ucraine filorusse qui impegnate potrebbero essere subito dirottate verso le operazioni della Fase 2”. A questi contingenti si devono aggiungere quelli diventati disponibili dopo il ritiro tattico dai teatri di guerra di Kiev, Sumy e Chirnihiv. L’obiettivo è quello di liberare definitivamente dalle forze ucraine l’intera regione del Donbass. Qui, le condizioni della battaglia si prospettano ancora più favorevoli alla Russia e si comprende quindi la necessità del regime di Kiev e dei suoi padroni in Occidente di trovare un qualche “diversivo”.
Ancora The Saker: “Libere dalle restrizioni della guerra in grandi aree urbane, dove sono svantaggiate, le forze russe si troveranno davanti alle ampie pianure delle regioni del Donbass e di Dnipro”. In questo nuovo scenario, “non solo è più semplice l’evacuazione dei civili”, ma possono essere impiegate anche le armi più potenti e distruttive in dotazione di Mosca, laddove non erano state utilizzate nelle città per evitare stragi di massa e distruzione di edifici civili. Gli ucraini “non hanno nessuna possibilità di fermare questa escalation”, in primo luogo per via dello stato delle proprie forze armate dopo oltre quaranta giorni di guerra.
Nonostante le inevitabili perdite, la Russia sembra avere sostanzialmente raggiunto gli obiettivi finora stabiliti. Secondo alcune stime, al contrario, quasi l’80% delle forze aeree offensive e difensive ucraine è stato distrutto, così come molte riserve di carburante, mentre Kiev ha di fatto perso l’accesso al Mare di Azov, alle riserve di carbone, alle acciaierie e alle risorse agrarie delle regioni orientali. Accerchiamento, assenza di vie di fuga e impossibilità di garantire i rifornimenti sono la realtà con cui le forze ucraine devono fare i conti mentre si accingono a fronteggiare la seconda fase dell’offensiva russa.
Gli ucraini hanno inoltre un aiuto limitato da USA ed Europa, i quali stanno in effetti inviando una valanga di armi ed equipaggiamenti militari, ma raramente di livello tale da permettere di invertire le sorti del conflitto, evidentemente per non correre il rischio di provocare uno scontro diretto con la Russia. Il ricorso a una “false flag” era quindi quasi scontato, anche in considerazione dei precedenti degli anni scorsi, come quello siriano. Come in Siria, le stesse prove delle responsabilità di queste azioni delle forze sostenute dalle “democrazie” occidentali non sono mai servite a far cambiare il punto di vista dei media ufficiali, né tantomeno a far rientrare le accuse rivolte frettolosamente al regime di turno da combattere, a conferma che ciò di cui si è in presenza sono operazioni da “guerra psicologica” (“Psy-ops”).
Un’altra prova è il disinteresse totale per i molteplici episodi ben documentati delle brutalità commesse contro i civili dalle forze ucraine, così come i bombardamenti indiscriminati contro edifici civili nelle località del Donbass, le torture sui prigionieri di guerra in violazione della Convenzione di Ginevra, l’utilizzo dei civili come scudi umani e l’influenza degli elementi neo-nazisti nell’apparato militare e della sicurezza di Kiev.
A questo proposito, osserva sempre il blog The Saker, la realtà sul campo ha spinto il regime ucraino, con l’assistenza di governi e media occidentali, a passare “dalla guerra vera e propria alla guerra psicologica”, ovvero alla propaganda pura e semplice come unica arma, o quasi, per combattere la Russia. La speranza è quella di provocare una tale repulsione nell’opinione pubblica occidentale da consentire ai governi di intensificare la fornitura di armamenti a Kiev, se non addirittura di entrare direttamente nel conflitto. Dall’inizio delle operazioni il 24 febbraio scorso non si è registrata d’altra parte “una sola vittoria da parte dell’Ucraina contro le truppe russe”. Le forze di Kiev “sono in ritirata e stanno perdendo uomini praticamente ovunque”, mentre gli unici eventi a loro favorevoli sono rappresentati dal ritiro dei russi da alcune città, anche se, come spiegato in precedenza, si tratta in questo caso di mosse di natura tattica.
Più la situazione diventa disperata per l’Ucraina più aumenta il rischio di provocazioni. La ferocia della battaglia che si preannuncia nel “calderone” del Donbass implica così la possibilità concreta di nuove “false flag” e il timore più grande resta quello dell’uso di armi chimiche, come ha avvertito ancora nella giornata di mercoledì la Russia. Anche in questo caso, le agenzie di intelligence occidentali hanno accumulato una vasta esperienza in Siria, dove hanno collaborato con i jihadisti nell’orchestrare attacchi contro i civili per poi attribuirne la colpa alle forze di Damasco.
In una guerra di questo genere, le prove che emergono, anche se indiscutibili, non hanno alcun valore agli occhi dei media e dei governi occidentali. In un ribaltamento sistematico della realtà, ogni elemento a discolpa del proprio nemico viene ignorato o, tutt’al più, liquidato come propaganda. Questa sorte stanno infatti incontrando gli argomenti e la documentazione presentata dal governo russo per fare chiarezza sui fatti di Bucha.
Come minimo, la gravità degli eventi che sarebbero successi in questa località e gli elementi contraddittori oramai di dominio pubblico dovrebbero suggerire moderazione, analisi razionale dei fatti e impegno per promuovere un’indagine indipendente. Nella realtà dei fatti, invece, ciò che sta accadendo, secondo un copione attentamente predisposto, è da un lato la denuncia al limite della censura di chiunque si azzardi a mettere in discussione la versione dei neo-nazisti ucraini e dall’altro l’accelerazione delle iniziative anti-russe.
Direttamente collegata alle vicende di Bucha è infatti la nuova mossa suicida dell’Europa che, letteralmente poche ore dopo la circolazione delle immagini della “strage” di civili ucraini, ha annunciato un altro pacchetto di sanzioni contro la Russia. In parallelo, alcuni governi, tra cui quello italiano, hanno espulso decine di diplomatici russi con accuse ridicole e non dimostrate di spionaggio o di attività dannose per la sicurezza nazionale. Le misure sanzionatorie, che dovranno essere comunque approvate da tutti i paesi membri, includono invece lo stop parziale alle importazioni di carbone, l’esclusione totale dai circuiti finanziari occidentali di alcune banche russe e il divieto per le navi commerciali russe di attraccare nei porti europei, ad eccezione di quelle che trasportano prodotti alimentari ed energetici.
Fonte
Gli aspetti più importanti sono già stati ampiamente discussi, almeno sui media indipendenti, dalla cronologia degli eventi seguiti all’evacuazione dei soldati russi da Bucha ai sospetti sull’autenticità dei cadaveri filmati ai bordi delle strade della città ucraina, dalla minaccia delle forze ucraine di sterminare sabotatori e collaborazionisti alle improbabili immagini satellitari pubblicate dal New York Times. Estremamente indicativi della malafede occidentale sono anche altri due fattori. Il primo è l’attivazione quasi in tempo reale in Occidente delle denunce contro la Russia per i nuovi crimini di guerra presumibilmente commessi. L’altro è la decisione della Gran Bretagna, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza ONU, di respingere la richiesta russa di convocare una sessione d’urgenza dell’organo delle Nazioni Unite. L’intenzione di Londra era quella di impedire la presentazione di prove a discarico di Mosca, lasciando che la polemica e l’indignazione facessero presa in tutto il mondo.
La definizione più consona per i fatti di Bucha sembra essere dunque quella di “false flag” e che si stesse per verificare un episodio di questo genere, ovvero costruito a tavolino dalla parte perdente, era noto da tempo. Non è un caso perciò che la provocazione ucraina sia arrivata nel momento probabilmente cruciale di questa prima fase del conflitto. Un post riassuntivo delle operazioni belliche pubblicato martedì dal blog The Saker spiega come “il comando ucraino e l’intelligence occidentale, da cui esso dipende, siano sull’orlo della disperazione”.
Il nodo della questione è la caduta ormai quasi completa della città di Mariupol, dove la resistenza ucraina era stata affidata agli uomini del sanguinario battaglione neonazista Azov, assistiti probabilmente da ufficiali e mercenari occidentali. Il completamento delle operazioni russe a Mariupol farebbe scattare “una lunga serie di eventi”, provocando “un effetto domino che determinerebbe il collasso delle forze armate ucraine”. Davanti alla capitolazione imminente di questa città, i vertici politici e militari ucraini avevano bisogno di “un evento che potesse in qualche modo fermare l’avanzata delle forze russe” e l’impulso che per loro deriverebbe dalla caduta di Mariupol.
In un’analisi di una lucidità di cui non c’è la minima traccia sui media ufficiali, The Saker scrive che, una volta chiusa la pratica Mariupol, “le forze russe, cecene e delle due repubbliche ucraine filorusse qui impegnate potrebbero essere subito dirottate verso le operazioni della Fase 2”. A questi contingenti si devono aggiungere quelli diventati disponibili dopo il ritiro tattico dai teatri di guerra di Kiev, Sumy e Chirnihiv. L’obiettivo è quello di liberare definitivamente dalle forze ucraine l’intera regione del Donbass. Qui, le condizioni della battaglia si prospettano ancora più favorevoli alla Russia e si comprende quindi la necessità del regime di Kiev e dei suoi padroni in Occidente di trovare un qualche “diversivo”.
Ancora The Saker: “Libere dalle restrizioni della guerra in grandi aree urbane, dove sono svantaggiate, le forze russe si troveranno davanti alle ampie pianure delle regioni del Donbass e di Dnipro”. In questo nuovo scenario, “non solo è più semplice l’evacuazione dei civili”, ma possono essere impiegate anche le armi più potenti e distruttive in dotazione di Mosca, laddove non erano state utilizzate nelle città per evitare stragi di massa e distruzione di edifici civili. Gli ucraini “non hanno nessuna possibilità di fermare questa escalation”, in primo luogo per via dello stato delle proprie forze armate dopo oltre quaranta giorni di guerra.
Nonostante le inevitabili perdite, la Russia sembra avere sostanzialmente raggiunto gli obiettivi finora stabiliti. Secondo alcune stime, al contrario, quasi l’80% delle forze aeree offensive e difensive ucraine è stato distrutto, così come molte riserve di carburante, mentre Kiev ha di fatto perso l’accesso al Mare di Azov, alle riserve di carbone, alle acciaierie e alle risorse agrarie delle regioni orientali. Accerchiamento, assenza di vie di fuga e impossibilità di garantire i rifornimenti sono la realtà con cui le forze ucraine devono fare i conti mentre si accingono a fronteggiare la seconda fase dell’offensiva russa.
Gli ucraini hanno inoltre un aiuto limitato da USA ed Europa, i quali stanno in effetti inviando una valanga di armi ed equipaggiamenti militari, ma raramente di livello tale da permettere di invertire le sorti del conflitto, evidentemente per non correre il rischio di provocare uno scontro diretto con la Russia. Il ricorso a una “false flag” era quindi quasi scontato, anche in considerazione dei precedenti degli anni scorsi, come quello siriano. Come in Siria, le stesse prove delle responsabilità di queste azioni delle forze sostenute dalle “democrazie” occidentali non sono mai servite a far cambiare il punto di vista dei media ufficiali, né tantomeno a far rientrare le accuse rivolte frettolosamente al regime di turno da combattere, a conferma che ciò di cui si è in presenza sono operazioni da “guerra psicologica” (“Psy-ops”).
Un’altra prova è il disinteresse totale per i molteplici episodi ben documentati delle brutalità commesse contro i civili dalle forze ucraine, così come i bombardamenti indiscriminati contro edifici civili nelle località del Donbass, le torture sui prigionieri di guerra in violazione della Convenzione di Ginevra, l’utilizzo dei civili come scudi umani e l’influenza degli elementi neo-nazisti nell’apparato militare e della sicurezza di Kiev.
A questo proposito, osserva sempre il blog The Saker, la realtà sul campo ha spinto il regime ucraino, con l’assistenza di governi e media occidentali, a passare “dalla guerra vera e propria alla guerra psicologica”, ovvero alla propaganda pura e semplice come unica arma, o quasi, per combattere la Russia. La speranza è quella di provocare una tale repulsione nell’opinione pubblica occidentale da consentire ai governi di intensificare la fornitura di armamenti a Kiev, se non addirittura di entrare direttamente nel conflitto. Dall’inizio delle operazioni il 24 febbraio scorso non si è registrata d’altra parte “una sola vittoria da parte dell’Ucraina contro le truppe russe”. Le forze di Kiev “sono in ritirata e stanno perdendo uomini praticamente ovunque”, mentre gli unici eventi a loro favorevoli sono rappresentati dal ritiro dei russi da alcune città, anche se, come spiegato in precedenza, si tratta in questo caso di mosse di natura tattica.
Più la situazione diventa disperata per l’Ucraina più aumenta il rischio di provocazioni. La ferocia della battaglia che si preannuncia nel “calderone” del Donbass implica così la possibilità concreta di nuove “false flag” e il timore più grande resta quello dell’uso di armi chimiche, come ha avvertito ancora nella giornata di mercoledì la Russia. Anche in questo caso, le agenzie di intelligence occidentali hanno accumulato una vasta esperienza in Siria, dove hanno collaborato con i jihadisti nell’orchestrare attacchi contro i civili per poi attribuirne la colpa alle forze di Damasco.
In una guerra di questo genere, le prove che emergono, anche se indiscutibili, non hanno alcun valore agli occhi dei media e dei governi occidentali. In un ribaltamento sistematico della realtà, ogni elemento a discolpa del proprio nemico viene ignorato o, tutt’al più, liquidato come propaganda. Questa sorte stanno infatti incontrando gli argomenti e la documentazione presentata dal governo russo per fare chiarezza sui fatti di Bucha.
Come minimo, la gravità degli eventi che sarebbero successi in questa località e gli elementi contraddittori oramai di dominio pubblico dovrebbero suggerire moderazione, analisi razionale dei fatti e impegno per promuovere un’indagine indipendente. Nella realtà dei fatti, invece, ciò che sta accadendo, secondo un copione attentamente predisposto, è da un lato la denuncia al limite della censura di chiunque si azzardi a mettere in discussione la versione dei neo-nazisti ucraini e dall’altro l’accelerazione delle iniziative anti-russe.
Direttamente collegata alle vicende di Bucha è infatti la nuova mossa suicida dell’Europa che, letteralmente poche ore dopo la circolazione delle immagini della “strage” di civili ucraini, ha annunciato un altro pacchetto di sanzioni contro la Russia. In parallelo, alcuni governi, tra cui quello italiano, hanno espulso decine di diplomatici russi con accuse ridicole e non dimostrate di spionaggio o di attività dannose per la sicurezza nazionale. Le misure sanzionatorie, che dovranno essere comunque approvate da tutti i paesi membri, includono invece lo stop parziale alle importazioni di carbone, l’esclusione totale dai circuiti finanziari occidentali di alcune banche russe e il divieto per le navi commerciali russe di attraccare nei porti europei, ad eccezione di quelle che trasportano prodotti alimentari ed energetici.
Fonte
07/04/2022
Dopo l’orrore
Toni Capuozzo è stato un inviato di guerra per il Tg5, l’ammiraglia di Mediaset. Ha anche avuto una gioventù di sinistra, come tanti altri che poi hanno fatto della sola professionalità una seconda identità e vita. Non è certo dei “nostri”, ma ha visto e raccontato molti orrori; ha visto e raccontato molte “narrazioni” comode per la propaganda.
E la propaganda è un’arma di guerra. Nessuno dei contendenti si limita a “dire la verità”. Tutte le parti, con più o meno sagacia, con più o meno inventiva, ingrandisce le proprie vittorie, costruisce narrazioni orrorifiche del nemico, nasconde i propri orrori e ne aggiunge a quelli commessi dall’avversario.
Per i credenti, non c’è problema. I “nostri” sono buoni, i nemici sono infami. E spesso, quasi sempre, le cose si mischiano. Saper distinguere è un’arte che si apprende con l’esperienza diretta. Non una regola matematica che dà sempre il risultato esatto.
Le domande che anche Toni Capuozzo si pone su Bucha e dintorni sono quelle che bisogna farsi. Che ci siamo fatti, e che potrebbero aver risposta solo da un’inchiesta totalmente indipendente. Che non ci sarà mai. Resta solo l’escalation. Delle parole, delle narrazioni, delle accuse, delle richieste impossibili (“processare Putin” – o Biden – è una barzelletta). Una escalation che serve solo a prepararne un’altra, sia economica che militare.
Un’avventurismo senza limiti, finché non li incontra...
E la propaganda è un’arma di guerra. Nessuno dei contendenti si limita a “dire la verità”. Tutte le parti, con più o meno sagacia, con più o meno inventiva, ingrandisce le proprie vittorie, costruisce narrazioni orrorifiche del nemico, nasconde i propri orrori e ne aggiunge a quelli commessi dall’avversario.
Per i credenti, non c’è problema. I “nostri” sono buoni, i nemici sono infami. E spesso, quasi sempre, le cose si mischiano. Saper distinguere è un’arte che si apprende con l’esperienza diretta. Non una regola matematica che dà sempre il risultato esatto.
Le domande che anche Toni Capuozzo si pone su Bucha e dintorni sono quelle che bisogna farsi. Che ci siamo fatti, e che potrebbero aver risposta solo da un’inchiesta totalmente indipendente. Che non ci sarà mai. Resta solo l’escalation. Delle parole, delle narrazioni, delle accuse, delle richieste impossibili (“processare Putin” – o Biden – è una barzelletta). Una escalation che serve solo a prepararne un’altra, sia economica che militare.
Un’avventurismo senza limiti, finché non li incontra...
*****
La prima domanda che mi sono fatto è: pensi che sia impossibile che i russi, ritirandosi, abbiano fatto, per vendetta e odio, una strage di civili? Non lo ritengo impossibile, ho visto troppe volte che la guerra porta a dare il peggio di sé.
La seconda domanda è stata: pensi che sia impossibile che gli ucraini, aggrediti, bisognosi di aiuto, ansiosi di coinvolgere la comunità internazionale, abbiano “costruito” la scena ? Ho una lunga esperienza, dal Kossovo al Libano, da Betlemme a Belgrado, di situazioni forzate, modificate, usate: in guerra ogni mezzo è buono.
In più, in questo caso, ci sono i precedenti della ragazza di Mariupol (diceva la verità allora, o la dice adesso?), il mistero del teatro di Mariupol, i numeri che vengono forniti dalle Nazioni Unite e dagli ucraini su vittime civili e perdite militari russe (sarebbero morti 400 militari russi per ogni civile ucciso...).
Il mestiere del giornalista è farsi domande, anche quelle scomode. E allora mi ha sorpreso una sequenza di date:
– il 30 marzo le truppe di Putin abbandonano Bucha;
– il 31 marzo il sindaco, davanti al municipio, rilascia una dichiarazione orgogliosa, sul giorno storico della liberazione. Non parla di vittime per le strade;
– il 31 marzo Maxar Technologies pubblica le foto satellitari che rivelano l’esistenza di fosse comuni attorno alla chiesa. È una scoperta che poteva essere fatta a terra: è la fossa che pietosamente gli abitanti del posto hanno iniziato a scavare il 10 marzo per seppellirvi i propri morti nella battaglia – siamo poco lontani dall’aeroporto di Hostomel – in cui nessuno avrebbe fatto distinzioni tra civili e militari.
– il 1 aprile va in onda a Ukraine TV24 l’intervista al sindaco. Non è accompagnata da alcun commento su morti per strada;
– il 1 aprile un neonazi che si fa chiamare Botsman posta su Telegram immagini di Bucha. Dice solo di aver trovato un parlamentare, in città, non parla di morti. Ma lo si sente rispondere a una domanda: “Che facciamo con chi non ha il bracciale blu’?” “Sparate”, risponde;
– il 2 aprile la Polizia ucraina gira un lungo filmato sul pattugliamento delle strade di Bucha (che non è enorme: 28mila abitanti). Si vede un solo morto, un militare russo, ai bordi della strada.
Nel filmato, lungo 8 minuti ci sono abitanti che escono dalle case, e passanti che si fermano a parlare con la polizia. Lieti di essere stati liberati, ma nessuno parla di morti per strada. La cosa peggiore è quando uno racconta di donne costrette a scendere in una cantina, e uomini prelevati per essere interrogati.
– il 3 aprile il neonazi su Telegram incomincia a postare le foto dei morti. A tre giorni pieni dalla Liberazione;
– il 4 aprile, ieri, il New York Times pubblica una foto satellitare che riprende i morti per strada, spiegando che è stata scattata il 19 marzo (quindi i corpi sarebbero per strada da quasi due settimane, sembrano le armi chimiche di Saddam).
Va da sé che onestà e indipendenza (che poi uno scambi l’indipendenza come dipendenza da Mosca mi fa solo ridere amaramente) impongono domande.
Com’è che gli abitanti di Bucha che, sotto la dura occupazione russa, seppellivano i propri morti, questi invece, pur liberi, li lasciano sulle strade?
Com’è che attorno ai morti non c’è quasi mai del sangue ? Se una vittima viene sparata alla tempia, è una pozza, finché il cuore batte. Se gli spari che è già morto, niente sangue.
Com’è che in una cittadina piccola e in guerra, dove nessuno presumibilmente si allontana da casa, nessuno ha un gesto di pietà, per tre giorni, neanche uno straccio a coprire l’oscenità della morte? Erano morti nostri o altrui?
Se uno vuole credere, se cioè è questione di fede, anche l’osservazione che i morti, per bassa che sia la temperatura non si conservano così, è inutile. Morti pronti per il camera car che è una gimkana tra i corpi. Una volta tirai un sasso a un randagio, io che amo gli animali, perché si stava cibando del corpo di un terrorista, e non era in una città affamata.
Purtroppo mi interessano poco le testimonianze de relato – “mi hanno raccontato che” – o i servizi che aggiungono alla scena solo rabbia e indignazione, e pietà all’ingrosso.
Ricordo ancora a Gerusalemme il responsabile della sede RAI scrivere una mail privata ai dirigenti palestinesi attorno alle immagini di un linciaggio a Ramallah: “La Rai non avrebbe mai mandato in onda immagini che vi danneggino”. I gonzi pubblicarono la mail di solidarietà sui giornali.
Né mi turbano le accuse dei tifosi, dei trombettieri e dei tamburini. Senza insulti sono disposto a discutere con chiunque, e so che quelle persone, chiunque fossero, in qualunque circostanza fossero state uccise, a qualunque scopo venissero esibite (i russi per terrorizzare, gli ucraini per emozionare il mondo) sono morte nel modo peggiore, e meritano pietà e giustizia, non propaganda.
Resta l’orrore, e la speranza che commissioni severe indaghino e la facciano pagare ai responsabili. Se sono russi, irraggiungibili, resteranno nell’album delle infamie.
Se qualche ucraino ha abbellito o costruito la cosa, è giusto almeno porsi un altro paio di domande scomode.
Come fai a non mandare armi a un popolo così martoriato, come fai a non reagire all’orrore?
Come fai a convincere l’opinione pubblica mondiale che bisogna mandare altre armi e puntare a punire l’invasore, non a negoziarne il ritiro? Come si giustifica un’escalation?
In poche parole: a chi giova?
Ma, attenzione, anche rispondere a questa domanda non dà alcuna certezza. Perché la guerra è calcolo, ma ancora di più follia e stupida ferocia.
Fonte
I crimini di guerra e il dovere dell’informazione
Non è la prima, e ci auguriamo sempre che possa essere l’ultima volta, che chi opera nell’informazione si trova davanti agli orrori della guerra. Temiamo però di essere smentiti, se la tendenza in corso non verrà seriamente invertita.
I morti di Bucha in Ucraina, come hanno rilevato gli osservatori più accorti, sono un punto di svolta nella guerra, uno spartiacque destinato a segnare il punto di non ritorno su come il conflitto ucraino è andato finora e come diventerà nelle prossime settimane.
In una tempesta emotiva come quella in corso, tenere la bussola non è sempre facile né indolore. In questi giorni siamo stati sommersi da video, informazioni di fonte ucraina e di fonte russa contrapposte nelle quali, sul piano dei fatti denunciati, è tutt’altro che facile selezionare quanto corrispondente alla effettiva realtà.
Per chi lavora nell’informazione provare a indagare e tenere separati i fatti dalle opinioni e soprattutto dalle strumentalizzazioni, è compito arduo, poco popolare quanto necessario.
I fatti non sono negabili, da nessuno. Per le strade e le campagne di Bucha e di altre città ci sono cadaveri di persone uccise. Da questo fatto non si può né si potrà prescindere. Molti di questi morti sono in abiti civili. Alcuni con le mani legate. In un contesto di orrore come la guerra che arriva nelle città, e non si combatte più tra eserciti asserragliati in trincee contrapposte sul fronte, in tutte le guerre della “modernità” muoiono più civili che militari. Chi, quando e come ha ucciso questi civili devono appurarlo organizzazioni che a questo sono preposte, e su questo torneremo più avanti perché è meno semplice di quanto possa apparire. Possono essere stati i soldati russi? Si. Possono essere stati i soldati ucraini? Si. L’unica cosa certa è che il racconto non può sostituire i fatti e i fatti non possono sostituire il racconto.
I fatti vengono strumentalizzati? Sicuramente. Servono a creare quell’evento traumatico che abbatte le resistenze, le riluttanze, le equidistanze e, sulla base della indignazione morale e di persuasione mediatica assai meno morale, picchia come una clava contro le forze e le posizioni di chi a questa guerra si sta opponendo invece di arruolarvisi. L’obiettivo dichiarato non è la verità in quanto tale, ma ammutolire chi la chiede contestualmente allo stop dell’escalation di guerra.
Esistono eventi simili che si sono rivelati manipolati ad arte? Si. Per le generazioni che hanno già vissuto le guerre che la Nato e l’Occidente avevano imposto come “giuste”, ci sono stati diversi eventi traumatici usati come scatenanti e poi risultati falsi. Il caso che meglio richiama questo scenario è la strage di Racak, in Kosovo. La Nato la utilizzò nel 1999 per dare il via libera a 75 giorni di bombardamenti su Belgrado, Kragujevac, Nis, Novj Sad, Pancevo, colonne di profughi serbi, i ponti sul Danubio. Si scoprì che i cadaveri di Racak non erano civili inermi ma miliziani dell’Uck, uccisi in combattimento e sistemati poi appositamente per far credere che fossero civili massacrati dai militari serbi. Ma soprattutto si scoprì successivamente che in Kosovo non c’erano fosse comuni. Lo stesso è accaduto in Libia nel 2011.
I crimini contro i civili in questa guerra si riveleranno via via numerosi, esattamente come avvenuto nelle città irachene rase al suolo dalle forze armate Usa, in quelle cecene bombardate dalle armate russe o nella Gaza periodicamente bombardata dai militari israeliani. L’Ucraina ne uscirà martoriata nella sua popolazione e nelle sue città come le guerre che abbiamo avuto in altri paesi, ma di cui non si è avuto – ne è stato dato – rilievo e morbosità di descrizione come in questo caso.
Un dato deve essere preso in mano e agito con estrema forza: più questa guerra andrà avanti e più orrori si andranno ad aggiungere agli orrori. Alimentare la guerra e le ambizioni di vittoria dell’Ucraina – come fanno gli interventisti – invece di lavorare per il cessate il fuoco, il ritiro delle truppe, corridoi e zone smilitarizzate per interventi umanitari, significa spingere e giocare al massacro nella speranza che questo logori più la Russia che l’Ucraina. È un gioco cinico travestito da superiorità morale e lo è a tal punto che ha bisogno estremo di soglie di orrore sempre più alte per sconfiggere il sentimento maggioritario che chiede di mettere fine alla guerra.
Chi deve indagare ed emettere un giudizio sui crimini di guerra? Nel 1998 le Nazioni Unite si sono dotate di una Corte Penale Internazionale chiamata a farlo. Fino ad oggi, però, è riuscita ad operare solo contro i paesi africani. Le principali potenze come Usa, Russia, Cina, Israele, India non ne riconoscono la legittimità e quindi si sottraggono ai poteri di indagine e di sentenza. Esiste poi il Tribunale Internazionale dell’Aja, ma si è dimostrato inerte e fallace proprio sui crimini nella ex Jugoslavia. Il leader serbo Milosevic è stato riconosciuto come non responsabile solo dopo la sua morte nel carcere dell’Aja. Sono stati condannati generali e leader serbi per gli eccidi, ma il tribunale si è rifiutato di mettere a processo anche i comandi della Nato per eccidi analoghi. L’ipoteca del doppio standard pesa come un macigno nel rapporto tra istituzioni internazionali e grandi potenze. In qualsiasi caso è solo una entità “terza” quella che può garantire la neutralità dell’indagine, l’accertamento dei fatti e l’indicazione delle responsabilità sui crimini di guerra in Ucraina.
Le autorità ucraine forniscono moltissimo materiale informativo (video, foto etc.) che denuncia i crimini di guerra della Russia e che trova ampio spazio nei mass media occidentali.
Anche la Russia fornisce moltissimo materiale informativo (video, foto) che denuncia i crimini di guerra ucraini, ma non trova lo stesso spazio sui mass media occidentali. Solo in questo secondo caso viene presa alla lettera la categoria di disinformazione. E questo per l’accertamento della verità è un ostacolo che va rimosso.
Dunque che il racconto non sostituisca i fatti e i fatti sostituiscano il racconto. O facciamo barriera su questa asserzione o accetteremo senza combattere uno scenario orwelliano da incubo. Che sia verità e giustizia sui crimini di guerra, senza sconti per nessuno e su tutti!!!
Fonte
I morti di Bucha in Ucraina, come hanno rilevato gli osservatori più accorti, sono un punto di svolta nella guerra, uno spartiacque destinato a segnare il punto di non ritorno su come il conflitto ucraino è andato finora e come diventerà nelle prossime settimane.
In una tempesta emotiva come quella in corso, tenere la bussola non è sempre facile né indolore. In questi giorni siamo stati sommersi da video, informazioni di fonte ucraina e di fonte russa contrapposte nelle quali, sul piano dei fatti denunciati, è tutt’altro che facile selezionare quanto corrispondente alla effettiva realtà.
Per chi lavora nell’informazione provare a indagare e tenere separati i fatti dalle opinioni e soprattutto dalle strumentalizzazioni, è compito arduo, poco popolare quanto necessario.
I fatti non sono negabili, da nessuno. Per le strade e le campagne di Bucha e di altre città ci sono cadaveri di persone uccise. Da questo fatto non si può né si potrà prescindere. Molti di questi morti sono in abiti civili. Alcuni con le mani legate. In un contesto di orrore come la guerra che arriva nelle città, e non si combatte più tra eserciti asserragliati in trincee contrapposte sul fronte, in tutte le guerre della “modernità” muoiono più civili che militari. Chi, quando e come ha ucciso questi civili devono appurarlo organizzazioni che a questo sono preposte, e su questo torneremo più avanti perché è meno semplice di quanto possa apparire. Possono essere stati i soldati russi? Si. Possono essere stati i soldati ucraini? Si. L’unica cosa certa è che il racconto non può sostituire i fatti e i fatti non possono sostituire il racconto.
I fatti vengono strumentalizzati? Sicuramente. Servono a creare quell’evento traumatico che abbatte le resistenze, le riluttanze, le equidistanze e, sulla base della indignazione morale e di persuasione mediatica assai meno morale, picchia come una clava contro le forze e le posizioni di chi a questa guerra si sta opponendo invece di arruolarvisi. L’obiettivo dichiarato non è la verità in quanto tale, ma ammutolire chi la chiede contestualmente allo stop dell’escalation di guerra.
Esistono eventi simili che si sono rivelati manipolati ad arte? Si. Per le generazioni che hanno già vissuto le guerre che la Nato e l’Occidente avevano imposto come “giuste”, ci sono stati diversi eventi traumatici usati come scatenanti e poi risultati falsi. Il caso che meglio richiama questo scenario è la strage di Racak, in Kosovo. La Nato la utilizzò nel 1999 per dare il via libera a 75 giorni di bombardamenti su Belgrado, Kragujevac, Nis, Novj Sad, Pancevo, colonne di profughi serbi, i ponti sul Danubio. Si scoprì che i cadaveri di Racak non erano civili inermi ma miliziani dell’Uck, uccisi in combattimento e sistemati poi appositamente per far credere che fossero civili massacrati dai militari serbi. Ma soprattutto si scoprì successivamente che in Kosovo non c’erano fosse comuni. Lo stesso è accaduto in Libia nel 2011.
I crimini contro i civili in questa guerra si riveleranno via via numerosi, esattamente come avvenuto nelle città irachene rase al suolo dalle forze armate Usa, in quelle cecene bombardate dalle armate russe o nella Gaza periodicamente bombardata dai militari israeliani. L’Ucraina ne uscirà martoriata nella sua popolazione e nelle sue città come le guerre che abbiamo avuto in altri paesi, ma di cui non si è avuto – ne è stato dato – rilievo e morbosità di descrizione come in questo caso.
Un dato deve essere preso in mano e agito con estrema forza: più questa guerra andrà avanti e più orrori si andranno ad aggiungere agli orrori. Alimentare la guerra e le ambizioni di vittoria dell’Ucraina – come fanno gli interventisti – invece di lavorare per il cessate il fuoco, il ritiro delle truppe, corridoi e zone smilitarizzate per interventi umanitari, significa spingere e giocare al massacro nella speranza che questo logori più la Russia che l’Ucraina. È un gioco cinico travestito da superiorità morale e lo è a tal punto che ha bisogno estremo di soglie di orrore sempre più alte per sconfiggere il sentimento maggioritario che chiede di mettere fine alla guerra.
Chi deve indagare ed emettere un giudizio sui crimini di guerra? Nel 1998 le Nazioni Unite si sono dotate di una Corte Penale Internazionale chiamata a farlo. Fino ad oggi, però, è riuscita ad operare solo contro i paesi africani. Le principali potenze come Usa, Russia, Cina, Israele, India non ne riconoscono la legittimità e quindi si sottraggono ai poteri di indagine e di sentenza. Esiste poi il Tribunale Internazionale dell’Aja, ma si è dimostrato inerte e fallace proprio sui crimini nella ex Jugoslavia. Il leader serbo Milosevic è stato riconosciuto come non responsabile solo dopo la sua morte nel carcere dell’Aja. Sono stati condannati generali e leader serbi per gli eccidi, ma il tribunale si è rifiutato di mettere a processo anche i comandi della Nato per eccidi analoghi. L’ipoteca del doppio standard pesa come un macigno nel rapporto tra istituzioni internazionali e grandi potenze. In qualsiasi caso è solo una entità “terza” quella che può garantire la neutralità dell’indagine, l’accertamento dei fatti e l’indicazione delle responsabilità sui crimini di guerra in Ucraina.
Le autorità ucraine forniscono moltissimo materiale informativo (video, foto etc.) che denuncia i crimini di guerra della Russia e che trova ampio spazio nei mass media occidentali.
Anche la Russia fornisce moltissimo materiale informativo (video, foto) che denuncia i crimini di guerra ucraini, ma non trova lo stesso spazio sui mass media occidentali. Solo in questo secondo caso viene presa alla lettera la categoria di disinformazione. E questo per l’accertamento della verità è un ostacolo che va rimosso.
Dunque che il racconto non sostituisca i fatti e i fatti sostituiscano il racconto. O facciamo barriera su questa asserzione o accetteremo senza combattere uno scenario orwelliano da incubo. Che sia verità e giustizia sui crimini di guerra, senza sconti per nessuno e su tutti!!!
Fonte
06/04/2022
Guerra in Ucraina - Negoziati addio, prevale l’escalation. A Mariupol catturati ufficiali delle forze Nato
Il fronte militare
Un deposito di petrolio nei pressi di Dnipro, città industriale da 1 milione di abitanti a nord di Zaporizhzhia nell’Est dell’Ucraina, è stato bombardato e distrutto questa notte dalle forze armate russe. Lo ha annunciato il governatore ucraino della regione di Dnipropetrovsk.
A Mariupol dentro la sacca all’acciaieria Azovstal, secondo fonti russe (Intel Slava) sarebbero stati catturati alcuni ufficiali delle forze armate NATO di provenienza francese, tedesca, britannica e della “neutrale” Svezia. Una volta catturati avrebbero chiesto alle truppe russe di poter evacuare da Mariupol attraverso un apposito corridoio. La notizia però fino ad ora non trova conferme. Sempre a Mariupol le forze armate russe dichiarano di aver abbattuto due elicotteri Mi-8 a bordo dei quali c’erano alcuni capi del Battaglione Azov in fuga dalla città.
I negoziati non ci sono più. Si punta all’escalation
La questione dei civili uccisi a Bucha è stata al centro di una dura discussione al Consiglio di sicurezza Onu, dove è intervenuto anche il presidente Zelensky e dove la Russia ha continuato a respingere le accuse. Il ministro degli Esteri di Mosca, Lavrov ha dichiarato che “lo scopo delle notizie false sulle atrocità commesse dai russi è far deragliare i negoziati tra Mosca e Kiev”. “Abbiamo qualche settimana di tempo per rifornire gli ucraini e aiutarli a respingere l’attacco: ora dobbiamo decidere cosa possiamo fare di più”, ha affermato emblematicamente il segretario generale Jens Stoltenberg, alla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri della Nato, allargata ad alcuni Paesi alleati dell’Asia- Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud).
La Cina, in tal senso, va all’attacco degli Stati Uniti. “Gli iniziatori” della crisi ucraina, “non hanno mostrato alcun indicatore di voler sollecitare la pace e promuovere i negoziati, ma sono pronti ad esacerbare le tensioni Russia-Ucraina e a creare ostacoli ai colloqui di pace tra le parti” scrive nell’editoriale il Global Times, il quotidiano cinese in lingua inglese, che definisce “deplorevole” questo atteggiamento. In particolare secondo l’editoriale, “Washington ha indicato che fornirà una gamma di sistemi d'arma pesanti” e il Pentagono ha detto che lavora “a un ritmo impressionate” per soddisfare le principali richieste dell’Ucraina. “Dobbiamo dire – conclude l’editoriale – che è molto irresponsabile alimentare le fiamme in questo frangente”.
La posizione cinese ha una sua ragione d’essere. Infatti il portavoce del Pentagono John Kirby, ha affermato che il finanziamento extra di 100 mln sarà utilizzato “per soddisfare un urgente bisogno ucraino di ulteriori sistemi anti-corazza Javelin”.
Il 1 aprile scorso, il Pentagono aveva già annunciato un extra di 300 milioni di dollari in assistenza militare. Kirby ha affermato che l’ultima tranche ha portato gli aiuti militari statunitensi all’Ucraina a “più di 1,7 miliardi di dollari dall’inizio dell’invasione premeditata e non provocata della Russia il 24 febbraio” e a più di 2,4 miliardi di dollari dall’inizio del mandato del presidente degli Stati Uniti Joe Biden.
Fonte
Un deposito di petrolio nei pressi di Dnipro, città industriale da 1 milione di abitanti a nord di Zaporizhzhia nell’Est dell’Ucraina, è stato bombardato e distrutto questa notte dalle forze armate russe. Lo ha annunciato il governatore ucraino della regione di Dnipropetrovsk.
A Mariupol dentro la sacca all’acciaieria Azovstal, secondo fonti russe (Intel Slava) sarebbero stati catturati alcuni ufficiali delle forze armate NATO di provenienza francese, tedesca, britannica e della “neutrale” Svezia. Una volta catturati avrebbero chiesto alle truppe russe di poter evacuare da Mariupol attraverso un apposito corridoio. La notizia però fino ad ora non trova conferme. Sempre a Mariupol le forze armate russe dichiarano di aver abbattuto due elicotteri Mi-8 a bordo dei quali c’erano alcuni capi del Battaglione Azov in fuga dalla città.
I negoziati non ci sono più. Si punta all’escalation
La questione dei civili uccisi a Bucha è stata al centro di una dura discussione al Consiglio di sicurezza Onu, dove è intervenuto anche il presidente Zelensky e dove la Russia ha continuato a respingere le accuse. Il ministro degli Esteri di Mosca, Lavrov ha dichiarato che “lo scopo delle notizie false sulle atrocità commesse dai russi è far deragliare i negoziati tra Mosca e Kiev”. “Abbiamo qualche settimana di tempo per rifornire gli ucraini e aiutarli a respingere l’attacco: ora dobbiamo decidere cosa possiamo fare di più”, ha affermato emblematicamente il segretario generale Jens Stoltenberg, alla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri della Nato, allargata ad alcuni Paesi alleati dell’Asia- Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud).
La Cina, in tal senso, va all’attacco degli Stati Uniti. “Gli iniziatori” della crisi ucraina, “non hanno mostrato alcun indicatore di voler sollecitare la pace e promuovere i negoziati, ma sono pronti ad esacerbare le tensioni Russia-Ucraina e a creare ostacoli ai colloqui di pace tra le parti” scrive nell’editoriale il Global Times, il quotidiano cinese in lingua inglese, che definisce “deplorevole” questo atteggiamento. In particolare secondo l’editoriale, “Washington ha indicato che fornirà una gamma di sistemi d'arma pesanti” e il Pentagono ha detto che lavora “a un ritmo impressionate” per soddisfare le principali richieste dell’Ucraina. “Dobbiamo dire – conclude l’editoriale – che è molto irresponsabile alimentare le fiamme in questo frangente”.
La posizione cinese ha una sua ragione d’essere. Infatti il portavoce del Pentagono John Kirby, ha affermato che il finanziamento extra di 100 mln sarà utilizzato “per soddisfare un urgente bisogno ucraino di ulteriori sistemi anti-corazza Javelin”.
Il 1 aprile scorso, il Pentagono aveva già annunciato un extra di 300 milioni di dollari in assistenza militare. Kirby ha affermato che l’ultima tranche ha portato gli aiuti militari statunitensi all’Ucraina a “più di 1,7 miliardi di dollari dall’inizio dell’invasione premeditata e non provocata della Russia il 24 febbraio” e a più di 2,4 miliardi di dollari dall’inizio del mandato del presidente degli Stati Uniti Joe Biden.
Fonte
Su Bucha accuse durissime ma Mosca non ci sta. Necessaria una indagine indipendente
Il presidente Usa Biden ha chiesto un processo per crimini di guerra contro Vladimir Putin. “Quello che sta accadendo a Bucha è un crimine di guerra“, ha detto il presidente americano Joe Biden aggiungendo che “bisogna ricostruire tutti i dettagli di quello che è accaduto e tenere un processo per crimini di guerra contro la Russia”.
Di conseguenza, secondo Biden “Dobbiamo continuare a fornire all’Ucraina le armi di cui ha bisogno“.
Da Bruxelles parla il portavoce della Ue, Peter Stano, secondo cui “queste aree di cui parliamo sono state sotto l’occupazione, sotto il controllo dell’aggressore, delle truppe russe, o sono state bombardate dall’aggressore. Quindi, naturalmente, non c’è nessun altro che avrebbe potuto commettere queste atrocità“, ha detto quando è stato interpellato sul fatto che vengano attribuite alla Russia prima ancora dell’esito di un’indagine.
“Ovviamente ci deve essere un’indagine“, ha aggiunto, già annunciata dalla Corte penale internazionale e l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani.
Un alto funzionario del Pentagono, parlando in condizioni di anonimato e citato dall’agenzia Reuters ha affermato che “gli Stati Uniti non sono in grado di confermare in modo indipendente le accuse da parte dell’Ucraina circa le presunte atrocità commesse dalle forze russe contro i civili nella città di Bucha, sobborgo a nord-ovest di Kiev, ma non ha nemmeno motivo di contestarne i resoconti”.
Ma Mosca non ci sta e replica duramente affermando che “Se gli americani vogliono investigare i crimini di guerra, che comincino con i bombardamenti sulla Jugoslavia e l’occupazione dell’Iraq“, ha replicato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, commentando la proposta del presidente Usa Joe Biden di creare un tribunale per crimini di guerra dei russi in Ucraina.
“Non appena finiscono, possono passare ai bombardamenti nucleari sul Giappone“, ha aggiunto ironicamente Zakharova, citata dall’agenzia russa Interfax.
Inoltre il ministro degli esteri Lavrov ha fatto sapere che la Russia, dopo aver chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio del Sicurezza dell’Onu proprio su quanto avvenuto a Bucha, presenterà “materiale” su quanto avvenuto nella cittadina ucraina.
Mosca insiste per tenere una riunione specifica del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sui morti di Bucha, ma la Gran Bretagna – presidente di turno – si rifiuta di organizzare la riunione, afferma l’agenzia russa Tass riportando quanto affermato da Dmitry Polyansky, primo vice-rappresentante permanente alle Nazioni Unite.
Polyansky ha aggiunto che i britannici stanno cercando di usare scuse procedurali per respingere l’iniziativa russa perché un’altra riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è prevista per oggi, ma su una questione più ampia.
“Ovviamente non vogliono che tiriamo fuori la questione separatamente perché causerebbe un danno di reputazione ai paesi occidentali che hanno già accusato la Russia di aver ucciso dei civili a Bucha. Ma non funzionerà, e il mondo saprà la verità“.
Il problema ora è una indagine effettivamente indipendente, ma l’Unione Europea ha già istituito assieme all’Ucraina un team investigativo per raccogliere prove su crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Dunque esclude che ci possa essere altra versione che non sia quella di Kiev.
“L’Ue è pronta ad aumentare i suoi sforzi inviando delle squadre investigative sul terreno a sostegno della Procura ucraina. Eurojust e Europol sono pronti all’aiuto“, ha affermato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ieri ha avuto un nuovo colloquio telefonico con Volodymyr Zelensky.
È evidente che dell’eventuale team investigativo dovrebbero far parte esperti e personale forense di paesi neutrali e non solo di paesi coinvolti nel conflitto, e la Ue non lo è sicuramente.
L’istituzione preposta dalle Nazioni Unite per indagini sui crimini di guerra è la Corte Penale Internazionale, ma proprio su questo strumento pesa la delegittimazione da parte delle grandi potenze.
Fonte
05/04/2022
Guerra in Ucraina/30. Sui morti di Bucha scambi di accuse. Ipotecati i negoziati. La guerra aumenterà d’intensità. Problemi anche sul corridoio umanitario da Mariupol
Il massacro di Bucha è “una svolta nella guerra” scrive emblematicamente questa mattina il quotidiano francese Le Figaro, nel suo editoriale sulla prima pagina: “Crimini di guerra, Putin sul banco degli imputati”. La “svolta”, allora, è che dopo Bucha “gli ucraini credono ormai alla vittoria”.
L’incontro con il presidente russo Putin è difficile che avvenga ha affermato il capo di Stato ucraino Zelensky, in un’intervista ai media ucraini. Tuttavia secondo il presidente ucraino bisogna continuare i negoziati con la Russia, anche dopo i tragici eventi di Bucha. Ma appare difficile che questa ipotesi verrà perseguita nei prossimi giorni.
Il presidente dell’Ucraina parlerà alle 15 ora italiana al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove la Russia aveva presentato richiesta di una sessione specifica per discutere sui morti di Bucha, richiesta però respinta dalla Gran Bretagna presidente di turno del Consiglio di Sicurezza.
La situazione nella città ucraina di Bucha è un altro esempio della falsa propaganda dell’Ucraina, ha scritto oggi su Telegram il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev. A suo avviso “i battaglioni nazionalisti e delle forze di difesa territoriale sono pronti a uccidere casualmente i propri civili nel tentativo di disumanizzare la Russia e offuscare la sua immagine il più possibile”.
Secondo Zelenski “ci sono già informazioni che il numero delle vittime degli occupanti potrebbe essere ancora più alto a Borodyanka e in alcune altre città liberate”. E il suo impegno è “identificare quanto prima tutte le persone coinvolte dell’esercito russo in questi crimini. E per punirle tutte”, in “un lavoro congiunto con l’Unione Europea e le istituzioni internazionali, in particolare con la Corte penale internazionale”.
Mosca ha respinto tali accuse: “Sono solo una provocazione, una messa in scena, i nostri militari non hanno fatto nulla di quello di cui sono stati accusati. Non è quello che è successo e abbiamo prove che proporremo al Consiglio di Sicurezza”, ha detto l’ambasciatore all’Onu Vassily Nebenzia. Mosca ha sostenuto che le uccisioni dei civili siano avvenute dopo il ritiro delle truppe russe da Bucha, ma secondo il New York Times, molti civili sono stati uccisi più di tre settimane fa, quando i russi avevano il controllo della cittadina. Un dato questo che però va effettivamente verificato con una indagine indipendente, perché i cadaveri mostrati sui video appaiono molto più recenti di tre settimane fa.
Espulsione reciproca dei diplomatici tra Italia e Russia
L’ambasciatore in Italia della Federazione russa è stato convocato questa mattina alla Farnesina “per notificargli la decisione del Governo italiano di espellere trenta diplomatici russi in servizio presso l’ambasciata in quanto ‘persone non grate'”.
La Russia “espellerà diplomatici italiani” a Mosca, in risposta alla decisione di Roma di espellere 30 diplomatici dell’ambasciata russa in Italia. Lo ha dichiarato all’AGI la portavoce del ministero degli Esteri della Federazione, Maria Zakharova.
Scambio di accuse sul corridoio umanitario da Mariupol
Le forze ucraine hanno ancora una volta bloccato l’evacuazione degli abitanti e dei cittadini stranieri da Mariupol: lo ha detto il capo del Centro di controllo del ministero della Difesa russo, Mikhail Mizintsev. “Dobbiamo dire che un’operazione umanitaria organizzata e preparata completamente da noi per salvare i residenti e i cittadini stranieri è stata di nuovo bloccata”, ha affermato Mizintsev aggiungendo che i combattenti ucraini “hanno colpito con i mortai il corridoio umanitario” durante il cessate il fuoco.
Secondo la vicepremier ucraina, Irina Vereshchuk, la Russia ha respinto un convoglio umanitario di sette bus diretto verso Mariupol per evacuarne i civili, accompagnato da personale della Croce Rossa Internazionale. Il convoglio è stato fermato e trattenuto nella città di Mangush, insediamento a Ovest di Mariupol controllato dai russi, ha affermato la Vereshchuk. ”Nonostante le promesse della loro leadership, le forze di occupazione non consentono a nessuno di andare a Mariupol”, accusa la vicepremier ucraina “gli occupanti hanno bloccato i rappresentanti della Croce Rossa Internazionale a Mangush. Sono stati liberati la notte scorsa dopo trattative e mandati a Zaporizhzhia”.
Il ministro della Difesa russo Mizintsev, che ha mostrato un video con decine di soldati ucraini presi prigionieri nella città, ha nuovamente esortato le forze ucraine a Mariupol ad arrendersi oggi, promettendo di non ucciderli.
Fonte
L’incontro con il presidente russo Putin è difficile che avvenga ha affermato il capo di Stato ucraino Zelensky, in un’intervista ai media ucraini. Tuttavia secondo il presidente ucraino bisogna continuare i negoziati con la Russia, anche dopo i tragici eventi di Bucha. Ma appare difficile che questa ipotesi verrà perseguita nei prossimi giorni.
Il presidente dell’Ucraina parlerà alle 15 ora italiana al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove la Russia aveva presentato richiesta di una sessione specifica per discutere sui morti di Bucha, richiesta però respinta dalla Gran Bretagna presidente di turno del Consiglio di Sicurezza.
La situazione nella città ucraina di Bucha è un altro esempio della falsa propaganda dell’Ucraina, ha scritto oggi su Telegram il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev. A suo avviso “i battaglioni nazionalisti e delle forze di difesa territoriale sono pronti a uccidere casualmente i propri civili nel tentativo di disumanizzare la Russia e offuscare la sua immagine il più possibile”.
Secondo Zelenski “ci sono già informazioni che il numero delle vittime degli occupanti potrebbe essere ancora più alto a Borodyanka e in alcune altre città liberate”. E il suo impegno è “identificare quanto prima tutte le persone coinvolte dell’esercito russo in questi crimini. E per punirle tutte”, in “un lavoro congiunto con l’Unione Europea e le istituzioni internazionali, in particolare con la Corte penale internazionale”.
Mosca ha respinto tali accuse: “Sono solo una provocazione, una messa in scena, i nostri militari non hanno fatto nulla di quello di cui sono stati accusati. Non è quello che è successo e abbiamo prove che proporremo al Consiglio di Sicurezza”, ha detto l’ambasciatore all’Onu Vassily Nebenzia. Mosca ha sostenuto che le uccisioni dei civili siano avvenute dopo il ritiro delle truppe russe da Bucha, ma secondo il New York Times, molti civili sono stati uccisi più di tre settimane fa, quando i russi avevano il controllo della cittadina. Un dato questo che però va effettivamente verificato con una indagine indipendente, perché i cadaveri mostrati sui video appaiono molto più recenti di tre settimane fa.
Espulsione reciproca dei diplomatici tra Italia e Russia
L’ambasciatore in Italia della Federazione russa è stato convocato questa mattina alla Farnesina “per notificargli la decisione del Governo italiano di espellere trenta diplomatici russi in servizio presso l’ambasciata in quanto ‘persone non grate'”.
La Russia “espellerà diplomatici italiani” a Mosca, in risposta alla decisione di Roma di espellere 30 diplomatici dell’ambasciata russa in Italia. Lo ha dichiarato all’AGI la portavoce del ministero degli Esteri della Federazione, Maria Zakharova.
Scambio di accuse sul corridoio umanitario da Mariupol
Le forze ucraine hanno ancora una volta bloccato l’evacuazione degli abitanti e dei cittadini stranieri da Mariupol: lo ha detto il capo del Centro di controllo del ministero della Difesa russo, Mikhail Mizintsev. “Dobbiamo dire che un’operazione umanitaria organizzata e preparata completamente da noi per salvare i residenti e i cittadini stranieri è stata di nuovo bloccata”, ha affermato Mizintsev aggiungendo che i combattenti ucraini “hanno colpito con i mortai il corridoio umanitario” durante il cessate il fuoco.
Secondo la vicepremier ucraina, Irina Vereshchuk, la Russia ha respinto un convoglio umanitario di sette bus diretto verso Mariupol per evacuarne i civili, accompagnato da personale della Croce Rossa Internazionale. Il convoglio è stato fermato e trattenuto nella città di Mangush, insediamento a Ovest di Mariupol controllato dai russi, ha affermato la Vereshchuk. ”Nonostante le promesse della loro leadership, le forze di occupazione non consentono a nessuno di andare a Mariupol”, accusa la vicepremier ucraina “gli occupanti hanno bloccato i rappresentanti della Croce Rossa Internazionale a Mangush. Sono stati liberati la notte scorsa dopo trattative e mandati a Zaporizhzhia”.
Il ministro della Difesa russo Mizintsev, che ha mostrato un video con decine di soldati ucraini presi prigionieri nella città, ha nuovamente esortato le forze ucraine a Mariupol ad arrendersi oggi, promettendo di non ucciderli.
Fonte
Bucha: un crimine di guerra o una operazione Psyop?
I giornalisti dell’Associated Press a Bucha, una piccola città a nord-ovest di Kiev, hanno visto i corpi di almeno nove persone in abiti civili che sembravano essere state uccise da vicino. Almeno due avevano le mani legate dietro la schiena. L’AP ha anche visto due corpi avvolti nella plastica, legati con nastro adesivo e gettati in un fosso.
Oleksiy Arestovych, un consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, ha parlato invece di decine di civili uccisi trovati nelle strade di Bucha e nei sobborghi di Kiev di Irpin e Hostomel in quella che sembrava una “scena di un film horror”.
Arestovych ha detto che alcune persone sono state colpite alla testa e avevano le mani legate, e alcuni corpi mostravano segni di tortura, stupro e bruciature.
Quello di Bucha appare dunque come un “crimine di guerra” da gettare ulteriormente sul piatto dell’orrore verso le opinioni pubbliche europee, maggioritariamente contrarie al coinvolgimento nella guerra, per romperne ogni rifiuto o resistenza nel sostenere un interventismo compulsivo e pericolosissimo.
Una sorta di spartiacque tra un prima e un dopo che spinge inesorabilmente verso un innalzamento dell’interventismo occidentale nel conflitto.
Eppure è proprio il The Guardian, che pure fa sua la tesi della strage a Bucha, a sottolineare che “Le prove delle atrocità sono emerse in un contesto di vacillanti negoziati di pace”.
Insomma i morti di Bucha sono già diventati una sorta di shock opportuno, sia per vincere riottosità e resistenze, sia per complicare ulteriormente la strada dei negoziati tra Russia e Ucraina per porre fine alla guerra.
Il Ministero della Difesa russo ha replicato alle accuse sui numerosi cadaveri di civili ritrovati a Bucha dopo il ritiro delle truppe russe negando ogni responsabilità. “Per tutto il tempo in cui la città è stata sotto il controllo delle forze armate russe e, in seguito, fino ad oggi, a Bucha, i residenti locali si sono spostati liberamente per la città e hanno utilizzato le comunicazioni cellulari”, si legge nella nota.
“Vorremmo sottolineare in particolare che tutte le unità russe si sono completamente ritirate da Bucha il 30 marzo, il giorno dopo il round di negoziati faccia a faccia tra Russia e Ucraina in Turchia”. Secondo gli ucraini il ritiro completo sarebbe però avvenuto il 1 aprile.
La Russia nel replicare alle accuse sui civili morti a Bucha, ha sottolineato anche altri fattori: “Non è sorprendente che tutte le cosiddette ‘prove dei crimini’ a Bucha siano apparse solo il quarto giorno, quando gli ufficiali dell’SBU (i servizi di sicurezza ucraini, ndr) e i rappresentanti della televisione ucraina sono arrivati in città”, afferma la nota del Ministero della Difesa della Federazione Russa, il quale ha richiamato l’attenzione sul fatto che tutti i corpi delle persone le cui immagini sono state pubblicate dai mass media di Kiev, dopo almeno quattro giorni, “non risultano irrigiditi, non presentano le caratteristiche macchie cadaveriche e non c’era sangue coagulato nelle ferite”.
Nel pomeriggio di ieri è poi circolata una decostruzione diffusa da Intel Slava, un aggregatore russo di notizie dal fronte militare, secondo cui “tutti i media del mondo stanno replicando le riprese inscenate dell’unità ‘Psyop’ (1) ucraina di Bucha”, dove viene sostenuto che i militari russi avrebbero massacrato i civili.
Intel Slava pubblica su Telegram il video (quello delle forze armate ucraine in transito a Bucha, ndr) in cui si afferma che si può vedere uno dei cadaveri che alza la mano, e poi nello specchietto retrovisore di un mezzo in transito, si intravede un altro “cadavere” rialzarsi.
Il video diffuso da Intel Slava è lo stesso fornito dalle forze armate ucraine alla stampa internazionale.
Qui ad esempio il video diffuso da Rainews 24.
Il video usato da Intel Slava è al rallentatore per segnalare i dettagli prima segnalati. Questa versione richiama all’attenzione però una sigla che merita di essere conosciuta e spiegata.
Cosa sono le unità Psyops?
“L’esigenza di dotarsi di un’unità PSYOPS è nata, in seno alla Nato, dalla convinzione che l’uso programmato delle comunicazioni di massa rivolte a gruppi di individui possa influenzare, anche in modo decisivo, l’esito di un conflitto. Il dominio delle informazioni è sempre più una dimensione fondamentale del moderno campo di battaglia”, spiega l’Archivio Disarmo.
Una pubblicazione ufficiale del Ministero della Difesa italiano, spiega così la funzione delle unità PSYOPS: “sempre più, ci si dovrà confrontare con una miriade di entità internazionali neutrali se si vorrà “agganciare” l’attenzione della target audience da influenzare. Vivendo nella cosiddetta Information Age, si osserva incessante l’insorgere di mezzi sempre più sofisticati per la disseminazione mediatica, spesso sempre più vicina al “tempo reale”. La conclusione che se ne trae è semplice: dare, o negare, informazioni è fonte di enorme potere”.
Come sempre in questi casi è e sarà difficilissimo districarsi tra verità e manipolazioni, queste ultime – quando tali – emergono sempre a conflitto finito e quindi ormai depotenziate.
La propaganda di guerra maistream – in cui spiccano i soliti noti – ci ha già abituato a operazioni simili a questa (vedi le false fosse comuni in Kosovo e Libia), e le unità “Psyop” non sono una invenzione ma sono unità speciali che hanno il compito di costruire proprio tali operazioni.
Ci auguriamo che ci sia effettivamente una commissione di indagine indipendente su quanto accaduto a Bucha, magari non solo con periti ed esperti forensi dei paesi Nato. L’ha chiesta il Segretario dell’Onu e l’ha chiesto anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, se fosse così e se fosse tale, per una volta saremmo d’accordo con lei.
Il dato certo è che i civili trovati morti a Bucha, sono diventati immediatamente il detonatore per tutti gli interventisti e i guerrafondai per alzare i toni verso l’escalation e mettere a tacere chi si oppone alla guerra. Come avvenuto in passato, serviva “un fatto traumatico” al quale sia impossibile replicare.
Impossibile non rammentare il falso massacro di Racak che fu l’evento scatenante per i bombardamenti Nato su Belgrado. O quello altrettanto falso di Timisoara, che giustificò – per l’opinione pubblica occidentale – la caduta di Ceausescu in Romania. Impressionante come le scene “descritte” dai giornali d’allora siano identiche a quelle di oggi (e anche i giornali sono gli stessi...).
Resta il fatto che la guerra è un orrore che si nutre di orrori, sempre. Sul campo e nella mente di ogni essere umano, con i fatti e con le “narrazioni”.
Per questo vanno impedite quelle future e vanno fermate quelle in corso. Con ogni mezzo necessario.
Oleksiy Arestovych, un consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, ha parlato invece di decine di civili uccisi trovati nelle strade di Bucha e nei sobborghi di Kiev di Irpin e Hostomel in quella che sembrava una “scena di un film horror”.
Arestovych ha detto che alcune persone sono state colpite alla testa e avevano le mani legate, e alcuni corpi mostravano segni di tortura, stupro e bruciature.
Quello di Bucha appare dunque come un “crimine di guerra” da gettare ulteriormente sul piatto dell’orrore verso le opinioni pubbliche europee, maggioritariamente contrarie al coinvolgimento nella guerra, per romperne ogni rifiuto o resistenza nel sostenere un interventismo compulsivo e pericolosissimo.
Una sorta di spartiacque tra un prima e un dopo che spinge inesorabilmente verso un innalzamento dell’interventismo occidentale nel conflitto.
Eppure è proprio il The Guardian, che pure fa sua la tesi della strage a Bucha, a sottolineare che “Le prove delle atrocità sono emerse in un contesto di vacillanti negoziati di pace”.
Insomma i morti di Bucha sono già diventati una sorta di shock opportuno, sia per vincere riottosità e resistenze, sia per complicare ulteriormente la strada dei negoziati tra Russia e Ucraina per porre fine alla guerra.
Il Ministero della Difesa russo ha replicato alle accuse sui numerosi cadaveri di civili ritrovati a Bucha dopo il ritiro delle truppe russe negando ogni responsabilità. “Per tutto il tempo in cui la città è stata sotto il controllo delle forze armate russe e, in seguito, fino ad oggi, a Bucha, i residenti locali si sono spostati liberamente per la città e hanno utilizzato le comunicazioni cellulari”, si legge nella nota.
“Vorremmo sottolineare in particolare che tutte le unità russe si sono completamente ritirate da Bucha il 30 marzo, il giorno dopo il round di negoziati faccia a faccia tra Russia e Ucraina in Turchia”. Secondo gli ucraini il ritiro completo sarebbe però avvenuto il 1 aprile.
La Russia nel replicare alle accuse sui civili morti a Bucha, ha sottolineato anche altri fattori: “Non è sorprendente che tutte le cosiddette ‘prove dei crimini’ a Bucha siano apparse solo il quarto giorno, quando gli ufficiali dell’SBU (i servizi di sicurezza ucraini, ndr) e i rappresentanti della televisione ucraina sono arrivati in città”, afferma la nota del Ministero della Difesa della Federazione Russa, il quale ha richiamato l’attenzione sul fatto che tutti i corpi delle persone le cui immagini sono state pubblicate dai mass media di Kiev, dopo almeno quattro giorni, “non risultano irrigiditi, non presentano le caratteristiche macchie cadaveriche e non c’era sangue coagulato nelle ferite”.
Nel pomeriggio di ieri è poi circolata una decostruzione diffusa da Intel Slava, un aggregatore russo di notizie dal fronte militare, secondo cui “tutti i media del mondo stanno replicando le riprese inscenate dell’unità ‘Psyop’ (1) ucraina di Bucha”, dove viene sostenuto che i militari russi avrebbero massacrato i civili.
Intel Slava pubblica su Telegram il video (quello delle forze armate ucraine in transito a Bucha, ndr) in cui si afferma che si può vedere uno dei cadaveri che alza la mano, e poi nello specchietto retrovisore di un mezzo in transito, si intravede un altro “cadavere” rialzarsi.
Il video diffuso da Intel Slava è lo stesso fornito dalle forze armate ucraine alla stampa internazionale.
Qui ad esempio il video diffuso da Rainews 24.
Il video usato da Intel Slava è al rallentatore per segnalare i dettagli prima segnalati. Questa versione richiama all’attenzione però una sigla che merita di essere conosciuta e spiegata.
Cosa sono le unità Psyops?
“L’esigenza di dotarsi di un’unità PSYOPS è nata, in seno alla Nato, dalla convinzione che l’uso programmato delle comunicazioni di massa rivolte a gruppi di individui possa influenzare, anche in modo decisivo, l’esito di un conflitto. Il dominio delle informazioni è sempre più una dimensione fondamentale del moderno campo di battaglia”, spiega l’Archivio Disarmo.
Una pubblicazione ufficiale del Ministero della Difesa italiano, spiega così la funzione delle unità PSYOPS: “sempre più, ci si dovrà confrontare con una miriade di entità internazionali neutrali se si vorrà “agganciare” l’attenzione della target audience da influenzare. Vivendo nella cosiddetta Information Age, si osserva incessante l’insorgere di mezzi sempre più sofisticati per la disseminazione mediatica, spesso sempre più vicina al “tempo reale”. La conclusione che se ne trae è semplice: dare, o negare, informazioni è fonte di enorme potere”.
Come sempre in questi casi è e sarà difficilissimo districarsi tra verità e manipolazioni, queste ultime – quando tali – emergono sempre a conflitto finito e quindi ormai depotenziate.
La propaganda di guerra maistream – in cui spiccano i soliti noti – ci ha già abituato a operazioni simili a questa (vedi le false fosse comuni in Kosovo e Libia), e le unità “Psyop” non sono una invenzione ma sono unità speciali che hanno il compito di costruire proprio tali operazioni.
Ci auguriamo che ci sia effettivamente una commissione di indagine indipendente su quanto accaduto a Bucha, magari non solo con periti ed esperti forensi dei paesi Nato. L’ha chiesta il Segretario dell’Onu e l’ha chiesto anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, se fosse così e se fosse tale, per una volta saremmo d’accordo con lei.
Il dato certo è che i civili trovati morti a Bucha, sono diventati immediatamente il detonatore per tutti gli interventisti e i guerrafondai per alzare i toni verso l’escalation e mettere a tacere chi si oppone alla guerra. Come avvenuto in passato, serviva “un fatto traumatico” al quale sia impossibile replicare.
Impossibile non rammentare il falso massacro di Racak che fu l’evento scatenante per i bombardamenti Nato su Belgrado. O quello altrettanto falso di Timisoara, che giustificò – per l’opinione pubblica occidentale – la caduta di Ceausescu in Romania. Impressionante come le scene “descritte” dai giornali d’allora siano identiche a quelle di oggi (e anche i giornali sono gli stessi...).
Resta il fatto che la guerra è un orrore che si nutre di orrori, sempre. Sul campo e nella mente di ogni essere umano, con i fatti e con le “narrazioni”.
Per questo vanno impedite quelle future e vanno fermate quelle in corso. Con ogni mezzo necessario.
*****
Sembra utile anche questo video, fatto in selfe dal sindaco di Bucha il 1 aprile (dopo la data del ritiro russo), in cui parla solo della felicità della sua città per questo ritiro. Senza alcuna menzione della presunta strage:
Il 31 marzo è il giorno della liberazione di BuchaNote
Lo ha annunciato il sindaco di Bucha Anatolii Fedoruk
Questo giorno passerà alla gloriosa storia di Bucha e dell’intera comunità Bucha come un giorno di liberazione da parte delle forze armate dell’Ucraina dagli occupanti russi.
Questo è un giorno gioioso della grande Vittoria!
Gloria all’Ucraina!
Taras Shapravsky Serhiy Shepetko Oleg Tsymbal Yaroslav Duchenko Lyudmila Ryzhenko Andriy Kutsevalov Vadym Naumov
(1) Sulla funzione delle unità Psyop vedi: qui e qui.
Fonte
04/04/2022
Guerra in Ucraina - Dopo Bucha l’Ucraina chiede più armi alla Nato. Missili sulle città. Si aprono nuovi corridoi umanitari
Nei paesi occidentali tutti i governi hanno condannato all’unanimità la notizia del ritrovamento di cadaveri di civili a Bucha, epicentro di una delle battaglie più feroci della guerra in Ucraina. Il presidente ucraino Zelensky ha evocato nuovamente la parola “genocidio” ma la Russia nega ogni responsabilità su Bucha e liquida le denunce come ‘fake news’ orchestrate dai servizi ucraini.
Mosca ha convocato per oggi una riunione speciale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per affrontare le affermazioni secondo cui le forze russe hanno commesso atrocità contro civili ucraini a Bucha, una città fuori Kiev.
L’Ucraina sta usando Bucha per chiedere più armi
Il massacro di Bucha “dimostra che l’odio dei russi contro gli ucraini va oltre qualsiasi cosa l’Europa abbia visto dalla seconda guerra mondiale” ha affermato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba su Twitter. “La sola maniera di fermarlo è questa: aiutare l’Ucraina a liberarsi della Russia il prima possibile. I partner conoscono i nostri bisogni, carri armati, aerei da combattimento, sistemi di difesa antiaerea”, ha aggiunto Kuleba.
Il ministero della Difesa russo ha pienamente respinto queste “false accuse”, commentando i rapporti sulle truppe russe che avrebbero ucciso dei civili a Bucha. L’ambasciatore russo negli Usa Anatoly Antontov ha affermato: “Vorrei sottolineare che le truppe russe hanno lasciato Bucha il 30 marzo. Le autorità ucraine sono rimaste in silenzio per tutti questi giorni, e ora hanno improvvisamente pubblicato filmati sensazionali per offuscare l’immagine della Russia e far sì che la Russia si difenda”, ha detto ancora Antonov. “Vorrei sottolineare con piena responsabilità che nessun civile ha subito violenza quando la città era controllata dalle forze armate russe”.
La dichiarazione del ministro degli esteri ucraino, che chiede nuovi e più potenti armamenti alla Nato, alimenta il sospetto che il massacro di Bucha si presti ad una operazione Psyop sulla quale dedichiamo un approfondimento in un altro servizio del nostro giornale.
Secondo il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky “È difficile dire, dopo tutto quello che è stato fatto, come si possa intavolare qualsiasi tipo di trattativa con la Russia. Ma questo è a livello personale. Come presidente, devo farlo: ogni guerra deve finire”, ha detto il presidente, secondo The Kyiv Independent.
Il fronte militare
All’alba, le forze armate russe hanno lanciato diversi attacchi missilistici su Mykolaiv. Nella notte, è stato lanciato un missile contro una delle strutture di Odessa, strategico porto nel sud dell’Ucraina. L’attacco ha seguito di poche ore quello lanciato all’alba di domenica, quando era stata colpita una raffineria di petrolio in cui era scoppiato un incendio. Un attacco missilistico viene segnalato anche a Ternopil, città dell’Ucraina occidentale, capoluogo della regione omonima. Le forze russe hanno invece lasciato l’Oblast di Sumy, riferisce il governatore ucraino Dmytro Zhyvytsky.
La parte centrale di Mariupol è praticamente passata sotto il controllo delle forze della Repubblica popolare di Donetsk. Lo ha affermato questa mattina il portavoce delle milizie filorusse, Eduard Basurin, in un’intervista all’emittente televisiva Rossija 24. Secondo Basurin le forze armate ucraine ormai controllano solamente una parte della zona industriale e del porto della città costiera. I combattimenti sono in corso nella zona di Staromaryinka, con circa il 40% degli insediamenti attualmente sotto il controllo delle forze della Repubblica di Donetsk.
Corridoi umanitari e vittime civili
Secondo l’Onu, sono 1.417 i civili uccisi dall’inizio dell’invasione, tra i quali 40 ragazzi e 59 bambini; ma i numeri – fa sapere l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani – sono probabilmente molto più alti perché ancora non ci sono informazioni relativi ad aree dove ci sono stati violenti scontri.
Anche oggi sono previsti corridoi umanitari da Mariupol a Zaporizhia in auto, cioè privatamente, così come da alcune città della regione di Lugansk. Intanto “15 autobus per l’evacuazione dei civili sono già partiti da Zaporizhia per Mariupol. La delegazione della Croce rossa prevede di proseguire per Mariupol da Mangush con 7 autobus”. Le autorità continuano a evacuare le persone dalle città di Severodonetsk, Popasna, Lysychansk, Rubizhne e dal Regione della Bassa Luhansk.
Fonte
Mosca ha convocato per oggi una riunione speciale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per affrontare le affermazioni secondo cui le forze russe hanno commesso atrocità contro civili ucraini a Bucha, una città fuori Kiev.
L’Ucraina sta usando Bucha per chiedere più armi
Il massacro di Bucha “dimostra che l’odio dei russi contro gli ucraini va oltre qualsiasi cosa l’Europa abbia visto dalla seconda guerra mondiale” ha affermato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba su Twitter. “La sola maniera di fermarlo è questa: aiutare l’Ucraina a liberarsi della Russia il prima possibile. I partner conoscono i nostri bisogni, carri armati, aerei da combattimento, sistemi di difesa antiaerea”, ha aggiunto Kuleba.
Il ministero della Difesa russo ha pienamente respinto queste “false accuse”, commentando i rapporti sulle truppe russe che avrebbero ucciso dei civili a Bucha. L’ambasciatore russo negli Usa Anatoly Antontov ha affermato: “Vorrei sottolineare che le truppe russe hanno lasciato Bucha il 30 marzo. Le autorità ucraine sono rimaste in silenzio per tutti questi giorni, e ora hanno improvvisamente pubblicato filmati sensazionali per offuscare l’immagine della Russia e far sì che la Russia si difenda”, ha detto ancora Antonov. “Vorrei sottolineare con piena responsabilità che nessun civile ha subito violenza quando la città era controllata dalle forze armate russe”.
La dichiarazione del ministro degli esteri ucraino, che chiede nuovi e più potenti armamenti alla Nato, alimenta il sospetto che il massacro di Bucha si presti ad una operazione Psyop sulla quale dedichiamo un approfondimento in un altro servizio del nostro giornale.
Secondo il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky “È difficile dire, dopo tutto quello che è stato fatto, come si possa intavolare qualsiasi tipo di trattativa con la Russia. Ma questo è a livello personale. Come presidente, devo farlo: ogni guerra deve finire”, ha detto il presidente, secondo The Kyiv Independent.
Il fronte militare
All’alba, le forze armate russe hanno lanciato diversi attacchi missilistici su Mykolaiv. Nella notte, è stato lanciato un missile contro una delle strutture di Odessa, strategico porto nel sud dell’Ucraina. L’attacco ha seguito di poche ore quello lanciato all’alba di domenica, quando era stata colpita una raffineria di petrolio in cui era scoppiato un incendio. Un attacco missilistico viene segnalato anche a Ternopil, città dell’Ucraina occidentale, capoluogo della regione omonima. Le forze russe hanno invece lasciato l’Oblast di Sumy, riferisce il governatore ucraino Dmytro Zhyvytsky.
La parte centrale di Mariupol è praticamente passata sotto il controllo delle forze della Repubblica popolare di Donetsk. Lo ha affermato questa mattina il portavoce delle milizie filorusse, Eduard Basurin, in un’intervista all’emittente televisiva Rossija 24. Secondo Basurin le forze armate ucraine ormai controllano solamente una parte della zona industriale e del porto della città costiera. I combattimenti sono in corso nella zona di Staromaryinka, con circa il 40% degli insediamenti attualmente sotto il controllo delle forze della Repubblica di Donetsk.
Corridoi umanitari e vittime civili
Secondo l’Onu, sono 1.417 i civili uccisi dall’inizio dell’invasione, tra i quali 40 ragazzi e 59 bambini; ma i numeri – fa sapere l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani – sono probabilmente molto più alti perché ancora non ci sono informazioni relativi ad aree dove ci sono stati violenti scontri.
Anche oggi sono previsti corridoi umanitari da Mariupol a Zaporizhia in auto, cioè privatamente, così come da alcune città della regione di Lugansk. Intanto “15 autobus per l’evacuazione dei civili sono già partiti da Zaporizhia per Mariupol. La delegazione della Croce rossa prevede di proseguire per Mariupol da Mangush con 7 autobus”. Le autorità continuano a evacuare le persone dalle città di Severodonetsk, Popasna, Lysychansk, Rubizhne e dal Regione della Bassa Luhansk.
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