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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/06/2026

Un nuovo polo hi-tech contro la Cina

Gli Stati Uniti e le Filippine hanno annunciato un importante progetto industriale ed economico: la costruzione di quella che è stata definita una Zona per la Sicurezza Economica di circa 4.000 ettari a nord della capitale Manila. Il fulcro del piano sorgerà a New Clark City, un’area strategica dell’isola di Luzon che un tempo ospitava una delle più grandi basi aeree statunitensi nel Pacifico.

L’iniziativa, nata sotto l’egida della strategia statunitense denominata Pax Silica (la coalizione globale lanciata dall’amministrazione Trump per sfidare la Cina sulle catene tecnologiche più avanzate), punta a rafforzare le filiere legate all’approvvigionamento di semiconduttori e materie prime critiche, e anche allo sviluppo di strumenti elettronici e dell’intelligenza artificiale.

Va sottolineato che le Filippine sono il secondo produttore mondiale di nickel, elemento fondamentale nelle batterie a ioni di litio e per i dispositivi di accumulo di energia. Fino a oggi, una delle principali destinazioni di questo metallo era, non a caso, la Cina, e a un recente summit dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) è stato siglato un accordo strategico nel settore con l’Indonesia, altro attore globale del materiale.

Per Manila, l’intesa con gli USA rappresenta un’occasione di rafforzare un legame storico e anche di vedere un significativo afflusso di capitali per la costruzione di un enorme parco industriale nella Zona per la Sicurezza Economica. La quale, inoltre, si inserisce nel Luzon Economic Corridor (LEC), un più ampio quadro infrastrutturale lanciato inizialmente come progetto trilaterale dal presidente filippino Marcos Jr insieme all’ex premier giapponese Kishida e all’ex presidente USA Biden.

Il corridoio ha subito un’importante accelerazione nelle ultime settimane, con otto paesi – Australia, Canada, Danimarca, Francia, Corea del Sud, Svezia, Regno Unito e anche Italia – che hanno annunciato la propria adesione ufficiale al LEC attraverso le proprie industrie e istituti finanziari.

Appare chiaro che l’importanza dell’Indo-Pacifico è un dato di fatto nella proiezione internazionale dell’Occidente collettivo, al di là delle faglie apertesi tra le due sponde dell’Atlantico. E lo è sia dal punto di vista dei settori principali della competizione economica globale, sia sotto quello di contenimento militare della Cina. Il LEC è pensato per integrarsi in un circuito di relazioni che coinvolge anche Taiwan.

Ma in realtà, la postura esplicitamente predatoria assunta dall’imperialismo statunitense ha portato frizioni anche tra Washington e Manila nella firma di questo accordo. Nei giorni scorsi, indiscrezioni rilanciate dal Wall Street Journal hanno rivelato che il governo filippino avrebbe nei fatti ceduto l’intera area della Zona per la Sicurezza Economica agli Stati Uniti, garantendo immunità diplomatica e l’applicazione del common law stelle-e-strisce. In sostanza, l’area si sarebbe trasformata in una sorta di enclave USA.

Durante l’inaugurazione del progetto a New Clark City, alla presenza del sottosegretario di Stato americano Jacob Helberg, Joshua Bingcang, presidente e amministratore delegato della Bases Conversion and Development Authority (BCDA), organismo di proprietà pubblica che si occupa della conversione di basi statunitensi dismesse, ha smentito questa possibilità, ma non ha negato che fosse stata avanzata.

“È stata una loro richiesta ma non l’abbiamo accettata. Non verrà concesso alcun trattamento speciale agli Stati Uniti”. Il progetto, ha precisato Bingcang, rimarrà rigorosamente sotto le leggi e la giurisdizione filippina. Tuttavia, Helberg non sembrava così convinto, dato che, interpellato dai giornalisti, ha affermato di non voler anticipare tali discussioni, dato che Washington e Manila hanno due anni per definire i dettagli operativi del progetto.

“Avremo conversazioni più dettagliate sul modo tecnico migliore per garantire la tutela degli investitori a lungo termine, assicurandoci al contempo che il nostro approccio sia valido anche per le Filippine”, ha detto Helberg. Toni che sembrano quelli di un padrone, più che di un alleato, che è anche ben consapevole dell’interesse di importanti settori della classe dominante filippina – in particolare l’establishment militare – a cementificare ulteriormente i rapporti con la Casa Bianca.

Visto il passo importante e il dibattito mediatico alzatosi in merito, per ribadire i buoni rapporti tra Washington e Manila il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha intrattenuto una lunga chiacchierata telefonica col presidente filippino Ferdinand Marcos Jr., il 31 maggio. Al centro della telefonata, oltre alla stabilità nel Mar Cinese Meridionale, vi è stato il pieno supporto americano allo sviluppo del LEC. Difficile non pensare che sia solo retorica, mentre gli Stati Uniti preparano l’ennesima trappola.

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23/08/2025

Filippine - Gli USA pronti a schierare altri missili puntati verso la Cina

Poco prima di Ferragosto, è stata diffusa la notizia secondo cui Washington sta discutendo con Manila il dispiegamento di ulteriori sistemi missilistici nelle Filippine, per fronteggiare quello che viene definito il ‘pericolo’ cinese. Nel Mar Cinese Meridionale, dunque, continuano ad aumentare le tensioni provocate dalla militarizzazione statunitense dell’Indo-Pacifico.

È stato lo stesso ambasciatore filippino a Washington, José Manuel Romualdez, a rendere conto dei colloqui in corso, come riporta l’australiana ABC News. Durante la primavera del 2024, gli Stati Uniti avevano già deciso di stazionare in maniera permanente nel nord dell’arcipelago il sistema a medio raggio Typhon, lì portato in seguito ad alcune esercitazioni militari.

Le proteste cinesi non hanno poi impedito, lo scorso aprile, l’arrivo anche di un lanciamissili antinave nella provincia filippina di Batanes, a breve distanza dal confine marittimo con Taiwan. Oggi, c’è in discussione l’ulteriore dispiegamento dei sistemi missilistici antinave NMESIS, da posizionare lungo le zone costiere che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale.

Romualdez, durante una conferenza sugli investimenti statunitensi nell’arcipelago seguita con la ministra degli Esteri Theresa Lazaro, ha messo in chiaro che tale possibilità si inserisce nella cornice di una solida partnership di difesa tra il suo paese e gli Stati Uniti, riporta Associated Press.

Ma il deputato ha sottolineato anche che l’incremento della presenza missilistica a stelle-e-strisce è parte di un allineamento strategico che riguarda tutti i campi della competizione globale. “Quando le aziende statunitensi investono qui – ha detto Romuáldez – non si tratta solo di ritorno sul capitale, ma di ritorno sull’alleanza”.

Il politico filippino ha poi aggiunto: “in un momento in cui l’America sta diversificando le catene di approvvigionamento e ripensando la strategia globale, siamo una scelta naturale e una necessità strategica”. Infine, ha concluso con un messaggio molto chiaro per l’amministrazione Trump: “ogni dollaro USA investito nelle Filippine rafforza la posizione dell’America nell’Indo-Pacifico”.

Una dichiarazione di posizionamento netta, che candida le Filippine a rafforzare il proprio ruolo di baluardo degli interessi di Washington in un’area che presenta crescenti tensioni. Solo qualche settimana fa, in una delle zone contese tra Manila e Pechino, alcune navi dei due paesi si erano scontrate, e subito dopo gli Stati Uniti avevano portato nell’area due vascelli da guerra.

L’ingerenza statunitense nella regione si fa sempre più ingombrante, con i missili equipaggiabili dal sistema Typhon che possono arrivare a colpire direttamente il territorio della Repubblica Popolare. Tutti gli appelli della Cina ad evitare un’escalation stanno cadendo nel vuoto, con l’Indo-Pacifico che si candida velocemente a essere il teatro di un conflitto dai risvolti preoccupanti.

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28/04/2025

Si alza la tensione nel Mar Cinese Meridionale


I media cinesi lo scorso giovedì hanno riportato la notizia che la guardia costiera del Dragone “ha implementato il controllo marittimo ed esercitato la giurisdizione sovrana” sulla piccola isola di Sandy Cay. Una foto mostra alcuni ufficiali che tengono la bandiera della Cina su quel piccolo affioramento che fa parte dell’arcipelago Spratly, nel Mar Cinese Meridionale.

I marinai cinesi avrebbero ripulito l’isola da rifiuti e detriti vari, ma vi si sarebbero recati anche “per raccogliere prove video di attività illegali rilevanti da parte delle Filippine”. Sandy Cay è sostanzialmente un banco di sabbia di un paio di centinaia di metri quadrati, ma la sovranità su di esso è contestata tra vari attori regionali, e oggi si trova al crocevia di importanti interessi geopolitici.

L’isola si trova vicina a Subi Reef, un atollo su cui Pechino è intervenuta artificialmente per renderlo adatto a posizionarvi installazioni militari. Anche Taiwan considera parte del proprio territorio alcune isole vicine, ma il nodo che solleva Sandy Cay riguarda soprattutto il rapporto cinese con le Filippine, e non solo per i diritti rivendicati su quelli che sono poco più che scogli.

A pochi chilometri da Sandy Cay, infatti, si trova l’isola di Thitu, che ospita il più importante avamposto militare di Manila nel Mar Cinese Meridionale. Secondo il diritto internazionale, essendo Sandy Cay una lingua di sabbia naturale, se considerata come territorio del Dragone allora l’isola di Thitu si troverebbe entro le 12 miglia nautiche del suo mare territoriale.

Una mossa del genere, svoltasi probabilmente a inizio del mese, non arriva ovviamente priva di motivazioni. Dal 21 aprile al 9 maggio le forze armate filippine stanno portando avanti l’annuale esercitazione militare con le forze statunitensi, denominata Balikatan. L’arcipelago Spratly ne è largamente interessato.

Già negli scorsi anni c’erano state una sorta di scaramucce tra le navi cinesi e quelle filippine intorno a Sandy Cay. Con la presidenza di Ferdinand Marcos Jr. i rapporti tra Manila e Washington sono andati stringendosi nuovamente, e il paese insulare si è preoccupato che la Cina non portasse avanti opere artificiali di ampliamento di quella striscia di sabbia, per renderla una nuova base.

Da parte del Dragone, invece, la minaccia è avvertita nel fatto che le forze filippine e statunitensi eseguiranno la prima simulazione di battaglia completa per punti critici come Taiwan e il Mar Cinese Meridionale – dove ricordiamo che passa una fetta importante del commercio mondiale, assumendo un’importanza non solo geopolitica ma anche economica.

Inoltre, per la seconda volta dopo un test presso le Hawaii e per la prima volta al di fuori del territorio USA, verrà utilizzato il MADIS, un sistema terra-aria a corto raggio per il rilevamento e la neutralizzazione di sistemi aerei senza pilota, cioè di droni. L’obiettivo dei marines è di schierarne ben 195 entro il 2035, e ciò significa un’ulteriore militarizzazione dell’Indo-Pacifico.

James Hewitt, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, riguardo alla vicenda cinese di Sandy Cay, ha dichiarato che “azioni come queste minacciano la stabilità regionale e violano il diritto internazionale”, e che si stanno consultando con i partner regionali per capire gli sviluppi della vicenda, con Manila che potrebbe voler rispondere in qualche modo.

Liu Dejun, portavoce della guardia costiera cinese, ha affermato che il corpo di cui è parte “continuerà a svolgere attività di protezione dei diritti e di applicazione della legge nelle acque sotto la giurisdizione della Cina in conformità con la legge e a salvaguardare risolutamente la sovranità territoriale del paese e i diritti e gli interessi marittimi”.

Continuano gli attriti in quello che molti analisti considerano come il più pericoloso e concreto teatro per una possibile precipitazione militare del rapporto tra Pechino e Washington.

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13/03/2025

Filippine - Arrestato l’ex presidente Duterte

L’ex presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, è stato arrestato oggi a Manila in esecuzione di un mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale che lo accusa di crimini contro l’umanità commessi nell’ambito della famigerata “guerra alla droga” intrapresa dalla sua amministrazione tra il 2016 e il 2022.

L’ex presidente, ora 79enne, deve rispondere di omicidio in riferimento alle migliaia di esecuzioni sommarie ed extragiudiziali commesse dalle forze dell’ordine e da vigilantes su mandato della presidenza. Secondo la polizia filippina, complessivamente nell’ambito della cosiddetta “guerra alla droga” rimasero uccise 6200 persone, per lo più nel corso di scontri armati con le forze dell’ordine. Ma secondo le organizzazioni per i diritti umani durante l’amministrazione Duterte vennero uccise sommariamente un numero assai maggiore di persone, accusate di essere spacciatori o semplici tossicodipendenti, spesso a causa di vere e proprie esecuzioni sommarie.

Il procuratore della CPI ha affermato che potrebbero essere fino a 30 mila le persone uccise dalla polizia o da individui non identificati.

Duterte è stato arrestato all’aeroporto internazionale di Manila subito dopo il suo rientro da un breve viaggio a Hong Kong. Parlando domenica a migliaia di lavoratori filippini che vivono nella regione speciale cinese, l’ex presidente aveva criticato l’indagine della Corte Penale Internazionale, dichiarando tuttavia che avrebbe “accettato” il proprio arresto qualora fosse stato “il suo destino”. Nel 2019 Duterte ritirò le Filippine dalla Corte Penale Internazionale ma i procuratori della Cpi hanno sostenuto di avere ancora giurisdizione sui crimini in questione, in quanto commessi in un periodo precedente.
Se verrà trasferito all’Aja, Duterte – che ora è detenuto nella base aerea di Villamor a Manila – potrebbe diventare il primo ex capo di Stato asiatico ad essere processato dalla CPI.

L’arresto di Duterte è stato reso possibile anche dalla rottura dei rapporti fra l’attuale presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos Jr., e la figlia di Duterte, Sara, sua vicepresidente. Marcos è figlio dell’ex dittatore Ferdinand E. Marcos (al potere fra il 1965 e il 1986) ed è stato eletto nel 2022 dopo un accordo con Sara Duterte, considerata erede anche politica del padre, che ha ancora un certo seguito e gode di una consistente influenza politica nell’arcipelago asiatico.

Per questo inizialmente Marcos aveva dichiarato che non avrebbe collaborato con le indagini della Corte penale internazionale. I rapporti fra Marcos e la sua vice si sono però deteriorati velocemente e in modo radicale, con accuse reciproche molto gravi.

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18/06/2024

La guerra psicologica del Pentagono contro l’impegno sanitario della Cina

L’agenzia di stampa internazionale con sede a Londra Reuters ha pubblicato un’inchiesta approfondita e molto dettagliata su una campagna ‘Psyop’ del Pentagono per screditare il vaccino cinese Sinovac, nonché l’impegno di Pechino a fornire aiuti sanitari a vari paesi.

L’indagine della testata è riassunta in un lungo articolo che riporta anche molte immagini utili, e perciò consigliamo di leggerla nella sua interezza. Qui ci limiteremo a riportarne le rivelazioni principali, alcune dichiarazioni citate e a commentare il quadro che ne risulta.

Per sostanziare questo lavoro, Reuters ha intervistato più di due dozzine di attuali ed ex funzionari statunitensi, appaltatori militari, analisti di social media e ricercatori accademici.

I giornalisti hanno anche esaminato post di Facebook, X e Instagram, dati e documenti su una serie di falsi account di social media utilizzati dalle forze armate statunitensi attivi da anni.

Innanzitutto, è bene ricordare cosa sono le operazioni Psyop. Si tratta di guerra di informazione e psicologica, nata dalla considerazione che “l’uso programmato delle comunicazioni di massa rivolte a gruppi di individui possa influenzare, anche in modo decisivo, l’esito di un conflitto”, spiega l’Archivio Disarmo.

Una pubblicazione ufficiale del nostro Ministero della Difesa sulle unità Psyop afferma che “dare, o negare, informazioni è fonte di enorme potere”. A prescindere dal fatto che queste informazioni siano vere e verificate, che non è evidentemente una preoccupazione degna di nota.

L’unico interesse è quello di denigrare il nemico e impedire che trovi nuovi alleati. Con questo tormento nella testa, il generale Jonathan Braga dello Special Operations Command Pacific ha messo in moto il meccanismo della Psyop sul Covid-19, con primo obiettivo le Filippine.

Come rivelato da suoi tre ex funzionari, il Pentagono sentiva di perdere la presa sul governo filippino di Rodrigo Duterte, tassello fondamentale della cintura militare statunitense posta intorno alla Cina.

Nei primi mesi della pandemia le Filippine avevano registrato decine e decine di migliaia di casi, e l’offerta cinese di aiuto era vista come un pericolo strategico.

Il Dragone aveva annunciato l’invio di mascherine, ventilatori e vaccini, allora ancora in fase di sperimentazione, ai paesi in difficoltà. Il ministro degli Esteri cinese accolse la richiesta di Duterte per l’accesso prioritario al Sinovac, come parte di un “nuovo momento centrale nelle relazioni bilaterali”.

Nel maggio 2020 Xi Jinping avrebbe addirittura assicurato che il vaccino cinese sarebbe stato reso disponibile come “bene pubblico globale” e avrebbe garantito “l’accessibilità e la convenienza del vaccino nei paesi in via di sviluppo”.

Il piano di Washington, l’intesa tra pubblico e privato chiamata Operazione Warp Speed, era invece ispirata al motto “America First”, e garantiva ampi margini a Big Pharma sui prezzi da imporre ai paesi poveri, con meno potere contrattuale.

Lawrence Gostin, medico e docente che ha lavorato per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha sottolineato come questo accordo abbia “assorbito la maggior parte dell’offerta dal mercato globale”. Chi non aveva la propria filiera biotecnologica si doveva accontentare delle briciole, a costi altissimi.

Un alto ufficiale militare americano ha dichiarato a Reuters che, essendo questo l’indirizzo politico, “ciò che ci restava da fare era gettare ombre sulla Cina”. Il canale privilegiato, come già successo in passato, divenne Twitter, oggi rinominato X.

Nel pieno della prima ondata del Covid-19, dalle forze armate statunitensi è partita dunque questa operazione segreta che aveva come scopo quello di disseminare dubbi sulla sicurezza e sull’efficacia del vaccino cinese Sinovac e degli aiuti sanitari (mascherine, kit diagnostici e altri prodotti) forniti da Pechino.

Reuters riporta che i diplomatici statunitensi nell’area invitarono alla cautela e si opposero a questa campagna di disinformazione. Ma nel 2019 l’allora segretario alla Difesa Mark Esper firmò un ordine segreto che elevava la competizione del Pentagono con Cina e Russia a priorità di combattimento attivo.

Il disegno di legge di spesa del Pentagono approvato quell’anno autorizzava i militari a condurre operazioni Psyop anche “al di fuori delle aree di ostilità attive”. L’insieme di queste misure consentiva dunque ai comandi militari di eludere il Dipartimento di Stato, ovvero i diplomatici del governo stesso.

Sempre nel 2019, Trump autorizzò la CIA a lanciare una campagna clandestina sui social media cinesi volta a orientare l’opinione pubblica contro i vertici cinesi. Attraverso vari profili falsi, venivano diffuse storie denigratorie sul governo di Xi Jinping.

Questa notizia è stata diffusa ancora una volta da Reuters. È di certo strano constatare che nei salotti televisivi viene ribadito a più riprese che non ci sia diritto di dibattito e di informazione in Cina, per poi venire a sapere che gli USA possono addirittura infiltrarsi nei suoi media e fare propaganda anti-governativa.

Ad ogni modo, va evidenziato che, ben prima dell’operazione russa in Ucraina, e prima persino della comparsa di quello che Trump chiamò il “virus cinese”, a spingere sull’acceleratore dell’escalation bellica globale furono gli Stati Uniti.

Del resto, le operazioni Psyop, dopo l’11 settembre, hanno cominciato a essere usate per creare un cambiamento più ampio nell’opinione pubblica in intere regioni, come fatto presente da alcuni precedenti ufficiali della Sicurezza Nazionale.

L’attività nei confronti dei filippini è stata portata avanti attraverso almeno 300 account di X, individuati da Reuters (e poi disattivati dalla piattaforma) grazie alle indicazioni fornite da ex ufficiali USA. Quasi tutti sono stati creati nell’estate del 2020, sulla base dello slogan #Chinaangvirus, ovvero “la Cina è il virus”.

La campagna no-vax che ne risultò, per quanto non se ne possa calcolare il peso effettivo, sicuramente spinse a orientare le scelte delle persone (gli account avevano migliaia di followers). Manila registrava nel paese uno dei peggiori tassi di vaccinazione di tutto il sud-est asiatico.

Ciò era dovuto anche alla diffidenza che era nata dopo il ritiro di un vaccino contro la febbre dengue nel 2017, per problemi di sicurezza, come informa Lulu Bravo, direttore esecutivo della Philippine Foundation for Vaccination. I militari statunitensi hanno fatto leva su questa paura.

Daniel Lucey, un esperto in malattie infettive, ha osservato insieme ad altri studiosi come un falso piano di vaccinazione contro l’epatite in Pakistan, usato come copertura dalla CIA nella caccia a Bin Laden, abbia avuto effetti che si sono propagati anche ad altre iniziative di immunizzazione.

La reazione a una successiva campagna non correlata di vaccinazione contro la polio registrò attacchi agli operatori sanitari e una riduzione delle difese contro la malattia. La stessa sfiducia si sarebbe potuta trasferire dal Sinovac ai vaccini statunitensi, il primo e i secondi ugualmente approvati dall’OMS.

Insomma, l’operazione del Pentagono ha messo in pericolo la salute di milioni di filippini, così come quella dell’intero pianeta, impegnato a lottare col Covid-19. Tutto per ottenere vantaggi nella competizione con la Cina, a prescindere dal numero di morti che ciò avrebbe provocato.

“Non stavamo guardando la situazione dal punto di vista della salute pubblica”, ha confermato un alto ufficiale coinvolto nel programma, “stavamo cercando un modo per trascinare la Cina nel fango”.

Un portavoce del Dipartimento della Salute delle Filippine ha dichiarato che “i risultati della Reuters meritano di essere indagati e ascoltati dalle autorità competenti dei paesi coinvolti”. Perché infatti, la campagna contro il Dragone non si è fermata alle isole del Pacifico.

I responsabili delle Psyop in Asia centrale e Medio Oriente hanno ripetuto lo schema anche per le zone di loro competenza. Sempre con falsi account su più piattaforme, hanno amplificato il dubbio per cui, poiché i vaccini a volte contengono gelatina di maiale, fossero vietati dalla legge islamica.

Sinovac aveva già assicurato che il vaccino sarebbe stato privo di materiali suini. Inoltre, molte autorità religiose islamiche sostenevano che, anche nel caso in cui avesse contenuto gelatina di maiale, la somministrazione era consentita poiché era un trattamento necessario per salvare vite umane.

Ciò non fermò i “gendarmi del mondo”, e ancora una volta su X sono stati individuati 150 profili che hanno diffuso timori, questa volta usando una discriminante religiosa. In pratica, i militari a-stelle-e-strisce hanno lavorato in un vero e proprio delirio di onnipotenza.

Questo atteggiamento è confermato da un ex figura apicale del Pentagono, che ha descritto la pandemia come una “scarica di energia” che ha innescato l’opportunità di un’opera massiccia di disinformazione sulla Cina. Uno schema partito con Trump e continuato per alcuni mesi sotto Biden.

Alla fine, alcuni dirigenti dei canali social coinvolti hanno informato la nuova amministrazione democratica di strane iniziative ricollegabili al Pentagono.

Dopo un incontro Zoom tra Facebook e il Consiglio di Sicurezza Nazionale nella primavera del 2021, venne ordinato di interrompere ogni comunicazione che potesse dare adito alla retorica no-vax.

Tuttavia, Reuters ha individuato altri post e messaggi ingannevoli relativi alla pandemia fino all’estate. Alla richiesta di delucidazioni presentata dal giornale alla Sicurezza Nazionale, c’è stato il rifiuto a rilasciare commenti, e lo stesso hanno fatto i portavoce di Trump e Biden.

Un funzionario ha dichiarato che l’indagine interna ha fatto emergere che alcuni messaggi erano “molte, molte leghe di distanza” da qualsiasi obiettivo militare accettabile. Ma anche in questo caso non c’è stato approfondimento ulteriore.

Bisogna comunque riportare che altre fonti hanno detto che il Pentagono ha annullato parti dell’ordine di Esper. Ora i comandi militari devono lavorare a stretto contatto con i diplomatici e si è imposto di limitare le Psyop rivolte ad ampie e generali fette della popolazione.

Ciò non significa assolutamente che sia stato messo in discussione l’operato delle forme armate di Washington. L’azione cominciata con le Filippine è stata messa in piedi dal centro operativo per le Psyop di Tampa, in Florida, e sembra che tuttora stia lavorando a pieno regime, insieme a compagnie private.

Il principale appaltatore della campagna sul Covid-19 è stata la General Dynamics IT, che è stata inoltre criticata per la gestione superficiale delle sue attività. Sempre le fonti di Reuters hanno sottolineato che, inoltre, i vertici militari non hanno mantenuto sulla società un controllo sufficiente.

In un documento strategico non classificato del 2023, il Pentagono ribadisce che “la disinformazione diffusa sui social media, false narrazioni camuffate da notizie e simili attività sovversive [possono essere utili per] indebolire la fiducia sociale minando le basi del governo” di nemici come la Russia o la Cina.

A febbraio di quest’anno, la General Dynamics IT ha vinto un altro contratto del valore di quasi mezzo miliardo di dollari. Il suo lavoro sarà ancora una volta legato a consulenze per attività militari segrete.

Un ex funzionario del Dipartimento di Stato che nel 2020 fu coinvolto nel confronto col Pentagono sulle Filippine aveva allora affermato: “ci stiamo abbassando sotto al livello dei cinesi e non dovremmo farlo”.

Se si toglie la solita presunzione occidentalocentrica di superiorità morale, possiamo dire che sicuramente gli USA hanno raggiunto il fondo, mettendo in pericolo l’intera umanità nel pieno di una pandemia.

Quello che rimane da questa storia è la certezza che la retorica democratica è solo una maschera, sempre meno adatta per questi tempi di guerra. E, per parafrasare un politico italiano, a pensar male di quel che dice la propaganda occidentale si fa peccato, ma spesso ci si indovina.

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30/08/2023

La nuova Guerra Fredda nell’Indo Pacifico

Venerdì 18 agosto a Camp David, residenza presidenziale nel Maryland, un incontro “inedito” ha riunito, oltre al presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il primo ministro giapponese Fumio Kishida ed il presidente sud-coreano Suk Yeol.

Questo vertice è stato un passo importante nella strategia statunitense di rafforzare la propria posizione nell’Indo-Pacifico, contrastare la sempre maggiore assertività cinese su ciò che Pechino ritiene propri obiettivi strategici – Taiwan – e la potenza nucleare nord-coreana.

Dall’incontro è scaturita una partnership trilaterale che implica una ‘cooperazione rafforzata’ per ciò che concerne la sicurezza e impegna la leadership dei tre Paesi a consultazioni in caso di minaccia comune; il tutto sarà completato da manovre militari congiunte e da una condivisione più intensa dell’intelligence.

Si tratta di un indiscutibile successo diplomatico della Casa Bianca nel far sedere allo stesso tavolo Giappone e Corea del Sud nonostante i burrascosi pregressi, cogliendo l’orientamento dei due leader.

È un’intesa che potrebbe però avere vita breve, tenendo conto dei vari appuntamenti elettorali da qui al 2025, tra cui le elezioni presidenziali statunitensi che si svolgeranno il novembre del prossimo anno, dagli esiti più che mai incerti.

Questa partnership trilaterale è il terzo tassello fondamentale che Washington riesce ad aggiungere dopo la costituzione del Quod (USA, India, Giappone ed Australia) e l’accordo di difesa americano-britannico-australiano (Aukus).

Completano il quadro la partecipazione del Giappone al vertice NATO di Madrid della scorsa estate – cui è seguito l’accordo per aprire il primo ufficio di collegamento dell’Alleanza Atlantica sul territorio del Sol Levante – ed il maggior coinvolgimento militare statunitense in Corea del Sud, dopo la Washington Declaration dell’aprile scorso che prevede, tra l’altro, il dispiegamento di sommergibili statunitensi dotati di armi nucleari in Corea del Sud.

Per dovere di chiarezza è evidente che l’India di Modi – anch’essa alla vigilia delle elezioni presidenziali – gioca la sua partita in politica internazionale “a tutto campo”, senza subordinarsi ai desiderata di Washington e aspirando al ruolo di global player.

Dal Giappone alle Filippine gli alleati statunitensi sembrano da tempo spinti a serrare i ranghi.

Nel dicembre scorso il Giappone, nel quadro della «strategia di sicurezza», ha raddoppiato il suo budget militare e ora acquista missili statunitensi utilizzabili in maniera “preventiva”.

La sua Costituzione pacifista, di fatto, è stata “stravolta dall’interno” e non è detto che non venga formalmente cambiata.

Sul piano geostrategico Tokio partecipa attivamente al ridispiegamento delle forze statunitensi e dei loro alleati lungo la “ghirlanda” di arcipelaghi che va dalla Cina e da Hokkaido fino alle Filippine, passando per Taiwan.

Per dare un’idea di come le tensioni legate a Formosa interessino “da vicino” anche il Giappone e le Filippine, basta ricordare che l’isola giapponese di Yonaguni è a un centinaio di chilometri da Taiwan, mentre quella filippina di Itbayat è a 93 chilometri a sud.

Bisogna ricordare inoltre che il più importante contingente di soldati statunitensi al mondo è stanziato proprio in Giappone, e comprende 47mila soldati.

La Corea del Sud, in cui la presenza militare statunitense è ritornata all’attenzione dei media per le vicende legate al “disertore” Travis King, è al terzo posto.

Per ciò che concerne le Filippine, le due basi che erano state chiuse nel 1992 sotto la pressione popolare – Clark e Subic Bay – sono tornate ad essere nuovamente dei perni della strategia nord-americana nella regione.

Dopo avere concesso l’accesso alle forze statunitensi a quattro nuove basi militari sul proprio territorio – oltre alle cinque di cui già disponevano – il presidente Ferdinand Marcos jr, nel corso della sua visita a Tokyo nel febbraio scorso, ha lanciato l’idea di un accordo tripartito tra il proprio paese, gli Stati Uniti ed il Giappone, che sarebbe di fatto speculare a quello siglato a Camp David ad agosto.

Il rafforzamento del dispositivo militare degli Stati Uniti e dei loro alleati di fronte alla Cina si inscrive in una strategia di lungo corso riadattata, per così dire, al contesto di “Nuova Guerra Fredda” contro la Cina e al revanscismo nei confronti della Corea del Nord.

È una strategia elaborata dopo la sconfitta militare statunitense in Vietnam nel 1975, e rafforzata dopo la fuga dall’Afghanistan dell’agosto 2021.

Dal 1975, dopo avere perso il proprio “ancoraggio” in Asia, gli Stati Uniti hanno ripiegato sui grandi arcipelaghi che costituiscono ora la propria linea di difesa nell'area. A questo fine, Corea del Sud, Giappone e Filippine sono storicamente servite da retroterra.

Bisogna ricordare che la Guerra Fredda in Asia non è stata caratterizzata da un sostanziale «equilibrio del terrore», grazie alla deterrenza atomica reciproca tra USA e URSS, come in Europa.

Ma la regione ha visto guerre guerreggiate – Corea (1950-1953) e Vietnam (1965-1975) – importanti azioni di destabilizzazione come il colpo di Stato in Indonesia a metà degli Anni Sessanta e la proxy war in Afghanistan per tutti gli Anni Ottanta.

Il “Metodo Giacarta”, nato con il genocidio dei comunisti in Indonesia, venne poi applicato in altri contesti – per esempio in America Latina – mentre il sostegno alla contro-rivoluzione jihadista impegnò le amministrazioni statunitensi, al pari dei tentativi di sovvertire la rivoluzione sandinista in Nicaragua per tutti gli Anni Ottanta.

Ora la penisola coreana e Taiwan sembrano essere tra le principali, ma non uniche, linee di faglia nel Pacifico.

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22/04/2023

Filippine - Il Partito Comunista denuncia: “i nostri leader torturati e uccisi”

Il Partito comunista delle Filippine (Cpp), che dal 1969 conduce una guerriglia a bassa intensità contro il governo, ha confermato oggi la morte dei suoi leader, Benito Tiamzon e Wilma Austria-Tiamzon, accusando le forze armate di averli torturati e uccisi lo scorso 21 agosto.

Il Partito ha riferito tramite una nota di aver dovuto condurre mesi di indagini per poter confermare la morte del presidente del suo comitato centrale, Benito “Ka Laan” Tiamzon (71 anni), e di Wilma (70 anni), nota anche come “Ka Bagong-tao”, che del partito era segretaria generale.

Prima dell’annuncio ufficiale del Cpp, diffuso ieri, si supponeva che i due leader fossero morti nell’esplosione di una imbarcazione al largo della costa di Samar durante un blitz condotto dalle forze armate filippine.

Ora, dopo l’indagine, il partito nega questa ricostruzione e sostiene che i due leader e altri otto membri della formazione siano stati attaccati dalle forze armate mentre viaggiavano verso Catbalong. Catturati dai militari, sarebbero stati torturati e uccisi, e i loro cadaveri caricati su una imbarcazione a motore che è stata fatta esplodere.

«Secondo le informazioni raccolte dal Comitato centrale, i Tiamzon hanno subito pesanti percosse per mano dei loro sequestratori. Rapporti interni citano testimoni che hanno visto come i volti e i corpi delle vittime fossero dilaniati, apparentemente colpiti con oggetti contundenti», afferma la nota del Cpp.

«I corpi già senza vita dei Tiamzon e del loro gruppo sono stati scaricati su un motoscafo pieno di esplosivo e trascinati da Catbalogan a metà strada verso l’isola di Taranganan prima che venisse fatta esplodere» ha riferito Marco Valbuena, capo ufficio stampa del Cpp.

Assieme ai leader del partito, sono stati uccisi anche il segretario subregionale dell’Est, Visayas Joel Arceo, e membri del quartier generale centrale della guerriglia. I Tiamzon erano già stati arrestati dalle autorità filippine nel 2014, ma erano poi stati rilasciati dopo due anni per consentire loro di partecipare a colloqui di pace col governo filippino all’epoca della presidenza di Rodrigo Duterte. I negoziati sono in seguito naufragati, e nel 2020 i Tiamzon sono stati condannati per la cattura di alcuni ufficiali dell’esercito nel 1988, condanna cui è seguita una vasta caccia all’uomo culminata nella loro cattura e uccisione.

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04/02/2023

Accordo militare USA-Filippine, aumenta la pressione su Pechino

Durante la visita del segretario alla difesa statunitense Lloyd Austin a Manila, è stato annunciato un nuovo accordo militare tra Stati Uniti e Filippine, che permetterà ai primi di posizionare attrezzature militari e soldati in ulteriori quattro basi del paese insulare.

Tra i due paesi esiste un trattato di mutua difesa sin dal 1951, che è stato rinnovato nel 2014, un anno non casuale essendo allora che tanti dossier internazionali sono andati facendosi più «caldi», come quello ucraino ad esempio con Euromaidan e l’inizio della guerra nelle repubbliche popolari del Donbass. Ora si raggiunge un ulteriore perfezionamento dell’accordo, con il quale Washington potrà avere presidi armati in ben nove basi militari.

Nella conferenza stampa successiva, Austin ha dichiarato esplicitamente che l’accordo è un passo avanti importante per affrontare l’assertività della Cina sulla questione Taiwan, e “rende le nostre democrazie più sicure e aiuta a sostenere un Indo-Pacifico libero e aperto”.

Suonano del tipico doppio standard occidentale queste parole, considerato che il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr., figlio di un altro storico presidente del paese, è arrivato al vertice dello stato con elezioni presidenziali dello scorso maggio molto contestate.

Per alcuni anni, prima e a cavallo del Covid, le Filippine avevano giocato su due tavoli, con l’ex presidente Duterte che puntava a ottenere benefici anche dal rapporto con Russia e soprattutto Cina. Ma già la grande esercitazione militare con i soldati a stelle e strisce dello scorso aprile aveva segnato il ritorno nell’alveo delle “democrazie” a pieno titolo.

È bene ricordare che le Filippine sono un paese in cui, come in Ucraina, il partito comunista è fuorilegge e qualsiasi candidato vicino alle istanze popolari subisce boicottaggi e persecuzioni.

Con la Cina, del resto, Manila ha dei conti in sospeso rispetto alla giurisdizione su alcune isole del Mar Cinese Meridionale, luoghi non secondari a livello strategico date le tensioni del quadrante Pacifico. Indiscrezioni del Washington Post hanno infatti fatto trapelare che una delle nuove basi militari a cui avranno accesso gli USA dovrebbe essere sull’isola di Luzon, luogo adatto per la gestione di qualsiasi operazione che coinvolga Taiwan.

Nello stesso tempo, il corpo dei Marines ha aperto una nuova base a Guam, a est delle Filippine. L’intensificarsi della presenza e dell’operatività statunitense nella zona non ha fatto di certo piacere a Pechino.

Per le autorità cinesi la pace è a rischio, e l’annuncio di questo accordo a ridosso della visita di Antony Blinken, la prima di un alto esponente dell’amministrazione Biden, fa sicuramente il paio con le dichiarazioni del generale statunitense Michael Minihan, secondo il quale la guerra con il Dragone potrebbe scoppiare già nel 2025.

Washington sta alzando la tensione nei pressi del suo principale avversario strategico. Una scelta che rivela la tendenza guerrafondaia occidentale, in un periodo in cui servirebbe invece allentare le tensioni e creare un nuovo sistema internazionale di sicurezza reciproca. Scherzano col fuoco, ma a bruciarsi potrebbe essere l’umanità intera.

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19/12/2022

È morto il compagno Jose Maria Sison, un rivoluzionario

È morto Jose Maria Sison, storico dirigente del Partito Comunista delle Filippine e dell’ILPS (International League of Peoples Struggle).

Nato nel 1939, Sison negli anni ’60 partecipa attivamente alla lotta contro il revisionismo moderno affermatosi nel vecchio Partito Comunista delle Filippine, raccogliendo l’impulso dato da Mao Tse Tung e dalla Rivoluzione culturale proletaria.

Nel 1965 nelle Filippine viene insediata la dittatura di Marcos, con il sostegno degli imperialisti USA.

Sison è alla testa della lotta per ricostruire un vero Partito Comunista, giungendo alla sua fondazione il 26 dicembre 1968. Tre mesi dopo nasce l’embrione dell’esercito popolare, il New People’s Army (NPA).

Nel 1973 è la volta del Fronte Democratico Nazionale.

Sono questi i tre strumenti (partito, fronte, esercito popolare) con cui la guerra popolare rivoluzionaria viene condotta nelle Filippine dal Partito, contro l’imperialismo, i residui feudali, per il socialismo.

Nel 1977 Sison è fatto prigioniero.

Negli anni ’80 il movimento rivoluzionario, iniziato venti anni prima con 80 membri del Partito e 60 combattenti, copre 26 fronti di guerriglia in 40 province. È una delle principali forze a lottare contro la dittatura.

Nel 1986 il regime di Marcos viene abbattuto e Sison ritorna in libertà. Nel 1988 ottiene asilo politico in Olanda. Nel 2002 viene inserito dal Dipartimento di Stato USA nella lista dei terroristi. Diversi sono stati i tentativi di estradizione, tutti falliti grazie a campagne internazionali di solidarietà.

Sul piano teorico Sison ha sostenuto la necessità del marxismo-leninismo-maoismo come base teorica per la ricostruzione di partiti comunisti all’altezza dei compiti, individuando nel maoismo un ulteriore sviluppo della scienza comunista basato sull’esperienza accumulata con la rivoluzione cinese, con la lotta contro il revisionismo moderno, con l’esperienza della costruzione del socialismo in URSS e Cina.

Sison negli ultimi anni continuava a presiedere l’ILPS ed era parte della commissione del Fronte Democratico Nazionale incaricato di condurre le trattative con il governo Duterte.

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31/05/2022

Potere e Contropotere nelle Filippine. I brogli nelle elezioni presidenziali

Nel fare il quadro della situazione non si può prescindere dal fatto che nelle Filippine agisce un partito comunista marxista, leninista, maoista, il cui braccio armato è il Nuovo Esercito del Popolo. Sia il Partito Comunista Filippino che il Nuovo Esercito del Popolo sono stati inclusi nelle liste delle organizzazioni terroristiche delle Filippine, degli USA e della Unione Europea.

Quindi, non solo alle elezioni non possono partecipare candidati del partito comunista ma tutti i candidati vicini ai ceti popolari vengono boicottati o minacciati, con l’accusa di essere simpatizzanti di una organizzazione terroristica.

D’altra parte, è assurdo considerare terrorista un movimento che si batte nelle campagne, anche con le armi, a fianco dei contadini e degli indigeni contro tutte le multinazionali che li cacciano dai loro campi e dalle loro terre ancestrali; in particolare, contro le multinazionali agricole, che sostituiscono i prodotti destinati al consumo locale con quelli destinati all’esportazione (piantagioni di ananas, banane ecc.); contro le multinazionali minerarie, che inquinano l’ambiente e distruggono le risorse di vita; contro i latifondisti, che impediscono la riforma agraria e difendono un sistema semi feudale; contro un regime fascista, che terrorizza e bombarda contadini, indigeni e minoranze mussulmane.

Nemici di questo movimento sono anche gli imperialisti americani, che hanno fatto delle Filippine una loro colonia dalla fine della seconda guerra mondiale e che tuttora le occupano con basi militari, sulla base di “trattati ineguali”. Queste basi sono sia in funzione anticinese, sia per appoggiare la repressione delle truppe governative, là dove i contadini o gli indigeni si ribellano ai progetti delle multinazionali o al potere dei latifondisti.

Un vero contropotere si costituisce nelle campagne, fino ad avvolgere le città. Anche nelle città nascono lotte organizzate, come ad esempio quelle dei conducenti di jeepney. Quando la vita degli attivisti è messa a rischio essi trovano rifugio nelle campagne.

L’articolarsi di questo contropotere riveste una importanza fondamentale e richiede un primo approccio a parte.

Con questo contropotere vari governi filippini tendenzialmente più democratici hanno intavolato negoziati di pace. Il parlamento dell’Unione Europea, a testimonianza di un orientamento politico all’epoca ben diverso, aveva approvato nel 1997 e nel 1999 due risoluzioni in cui promuoveva lo svolgimento di colloqui di pace fra il governo filippino ed il National Democratic Front of the Philippines (l’insieme delle 18 organizzazioni democratiche guidate dal Partito Comunista, di cui fa parte anche il Nuovo Esercito del Popolo).

Il governo di Oslo aveva patrocinato varie sessioni di questi colloqui. L’ultima si tenne a Roma, nel gennaio 2017, ma fu interrotta per volontà di Duterte, che si era illuso di porre fine con le armi all'insurrezione comunista entro la fine del suo mandato. Il Partito Comunista ed il Nuovo Esercito del Popolo furono dichiarati organizzazioni terroristiche, contro cui ogni metodo di lotta era lecito. Così fece pure l'Unione Europea.

Ora, di fronte ad un attacco sempre più duro, che unisce il dittatore uscente Duterte con quello entrante Marcos Jr., i compagni filippini hanno costituito l’associazione internazionale Amici del Popolo Filippino in Lotta / Amici del Fronte Democratico Nazionale delle Filippine (FRIENDS OF THE FILIPINO PEOPLE IN STRUGGLE / FRIENDS OF THE NDFP), con lo scopo generale di sostenere, nel mondo, la lotta per la realizzazione del programma del NDFP e quello immediato di far cadere la dittatura e di ottenere la cancellazione del Partito Comunista Filippino e del Nuovo Esercito del Popolo dalla lista delle organizzazioni terroristiche.

Il potere delle “grandi famiglie”

Le elezioni nelle Filippine hanno avuto sempre esiti molto discutibili. In quelle del 1986 si scontrarono Ferdinand Marcos Senior, presidente in carica, e Corazon Aquino. Cory Aquino, proveniente da una ricca famiglia di agrari, era la moglie di Benigno Aquino Jr., di idee socialisteggianti, imprigionato sotto l’amministrazione di Ferdinand Marcos Senior, poi esiliato ed assassinato da agenti militari al suo ritorno in patria.

Gli evidenti brogli della amministrazione Marcos provocarono la rivolta popolare, cui man mano si affiancarono personalità importanti della chiesa (la chiamarono “la rivoluzione del rosario”) e una parte determinante delle forze armate.

Dopo la rivoluzione del 1986, gli Stati Uniti organizzarono la fuga di Marcos e della sua famiglia verso le Hawai, portando con sé quanto potevano delle ricchezze accumulate.

Ma i Marcos non si rassegnarono a perdere il loro potere nelle Filippine.

Rincominciarono conquistando, grazie ai grandi fondi a loro disposizione, il potere politico locale a Ilocos Norte e Leyte. Poi si candidarono e conquistarono seggi nel Congresso e ristabilirono legami politici finanziari con la grande borghesia compradora e le banche straniere. La loro marcia verso il potere è stata favorita dai regimi reazionari che si sono succeduti dal 1988 e che, su pressione degli USA, hanno avuto l’obiettivo di appianare i conflitti per il potere fra le grandi famiglie.

Il piano dei Marcos per tornare alla presidenza è stato favorito negli ultimi sei anni dal presidente uscente, Rodrigo Duterte, che ha autorizzato una sepoltura da eroe per Marcos Sr., ha ripetutamente elogiato il suo governo dittatoriale, ha affermato che i Marcos non hanno ricchezze illecite e infine ha fatto di tutto per truccare le elezioni.

Così, le famiglie dei Marcos e dei Duterte intrecciano le loro fortune. Non solo Duterte considera un eroe il dittatore Ferdinand Marcos Sr., ma farà in modo che le ricchezze che egli aveva rubato al popolo filippino, ora in parte sequestrate, vengano completamente consegnate alla sua famiglia. In compenso Ferdinand Marcos Jr. farà in modo che Rodrigo Duterte sfugga alla condanna della Corte Penale Internazionale per le 14.000 persone uccise durante il suo mandato.

I brogli nelle elezioni presidenziali del 9 maggio sono andati molto oltre quanto già si temeva.

Essi sono stati determinanti per assegnare la presidenza a Ferdinand Marcos Junior. Dati parziali, ma relativi al 98,38% dei seggi, gli assegnano il 58,74% dei voti. Marcos si presentava con il Partito Federale delle Filippine, anche se in realtà nelle Filippine non contano i partiti ma le famiglie.

Leni Robredo, avvocatessa per i diritti umani, si presentava come indipendente per raccogliere i voti di tutta l’opposizione democratica. Era stata accusata di avere il sostegno anche dei comunisti, di voler fare la pace con il National Democratic Front of the Philippines, di cui fa parte il partito comunista, e addirittura di voler fare un governo con loro. Lei, che era la vera antagonista di Marcos, avrebbe ottenuto solo il 27,99% dei voti.

Nelle Filippine le elezioni per la presidenza sono distinte da quelle per la vice presidenza. Può così accadere che presidente e vice presidente provengano da partiti in contrasto e si trovino su posizioni opposte. È quanto è accaduto nelle precedenti elezioni, vinte da Rodrigo Duterte, come presidente, e da Leni Robredo, come vice presidente. Lo scontro fra i due è stato netto, soprattutto quando Leni Robredo ha voluto indagare sulla sanguinaria “lotta contro la droga”.

Duterte è incriminato davanti alla Corte Penale Internazionale per aver provocato le esecuzioni sommarie di più di 14.000 filippini, con il paravento della lotta contro la droga, la guerriglia comunista ed il terrorismo islamico. Temendo per la propria sorte, Duterte la ha privata di ogni incarico.

Così non sarà per Sara Duterte, figlia di Rodrigo Duterte, che correva in tandem con Marcos Jr. ed avrebbe ottenuto il 61,29% dei voti, davanti a Francis Pangilinan cui viene assegnato il 17,93%.

La Duterte è una donna autoritaria, che ha governato Davao City, di cui era sindaca, con il potere dell’esercito e della polizia.

Tornando alla sfida principale Marcos – Robredo, ai Filippini appare evidente il contrasto fra la presenza di milioni di persone nelle piazze che acclamavano la Robredo e la piccola percentuale elettorale che le viene assegnata.

Da febbraio, una Missione Internazionale di Osservazione (OIM) della International Coalition for Human Rights in the Philippines (ICHRP) raccoglie documentazione sulla gestione antidemocratica delle elezioni. I risultati di queste indagini sono stati pubblicati nel Rapporto intermedio dell’OIM, scaricabile dal sito delle ICHRP.

La campagna è stata condotta, grazie alle enormi disponibilità finanziarie della famiglia Marcos, da grandi agenzie di pubbliche relazioni che hanno gestito campagne mediatiche e troll farm sui social media, scatenando potenti attacchi informatici contro gli oppositori.

Inoltre, il governo ha dispiegato tutta la forza del suo controllo sull’apparato dello Stato.

Il sistema di conteggio automatico dei voti è stato manipolato dalla Comeelec (la Commissione Elettorale designata da Rodrigo Duterte), con la programmazione delle macchine Smartmatic per conteggio dei voti.

Le forze armate e la polizia sono intervenute pesantemente con il pretesto della “contro-insurrezione”, facendo campagna elettorale attiva, specie nelle zone rurali, essendo presenti nei seggi, intimidendo gli elettori, impedendone il voto o falsificandolo.

La NTF – ELCAC (National Task Force per porre fine al conflitto armato comunista nelle Filippine), ampiamente sovvenzionata dal governo, ha fatto un uso generalizzato del red tagging, “etichettatura rossa”, vere liste di proscrizione legalizzata, che colpiscono tutti i democratici, accusati di essere simpatizzanti dei comunisti. Gli attivisti ed i candidati colpiti dal red tagging diventano vittime di ogni abuso e molti di loro sono stati uccisi.

Per dare un’idea del clima politico nelle Filippine, gli osservatori dell’OIM riferiscono che la NTF – ELCAC ha qualificato il sindaco di Baguio come simpatizzante dei comunisti per il suo divieto di affissione dei cartelli rossi (le liste dei presunti simpatizzanti per i comunisti), “in diretta violazione degli ordini del presidente Duterte”.

Attualmente, per la proclamazione di Marcos Jr. a presidente, si aspetta il verdetto della Corte Suprema di fronte ad un ricorso presentato da un gruppo di vittime della legge marziale durante la dittatura di Ferdinand Marcos Sr.. Tale appello si basa sulla non eleggibilità di Marcos Jr. per aver nascosto condanne che comportavano l’esclusione dai pubblici uffici.

Contro questa proclamazione si sono attivati i democratici filippini, in patria e nel mondo.

In Italia, a Roma, domenica 22 maggio il Comitato di Amicizia Italo Filippino ha indetto una manifestazione a piazza della Repubblica, cui per la prima volta hanno aderito, oltre alle organizzazioni filippine, molte organizzazioni politiche italiane. Tutti i compagni hanno partecipato con al polso un nastro rosa, simbolo di Leni Robredo. Questo vuol dire che tutta l’opposizione democratica, compresi i comunisti, ritiene che la presidenza della Repubblica spetti a questa avvocatessa dei diritti umani.

Alla manifestazione hanno aderito:

Umangat Migrante, Gabriela, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Rete dei Comunisti, OSA – organizzazione studentesca di alternativa, CAMBIARE ROTTA – Organizzazione giovanile comunista, Immigrati in Italia (International Migranti Alliance), JVP SRI LANKA Comitato in Italia, Cred Centro Ricerca e Documentazione per la Democrazia.

L’unione di queste forze consentirà, in Italia, di dare adeguato sostegno alla lotta dei compagni filippini.

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16/05/2022

Filippine, il ritorno dei Marcos

36 anni dopo la fine del regime di Ferdinand Marcos e la fuga negli Stati Uniti del dittatore sostenuto da Washington, il figlio di quest’ultimo, che porta l’identico nome, è stato eletto lunedì a valanga alla carica di presidente delle Filippine. Il trionfo di Ferdinand “Bongbong” Marcos jr. attesta ancora una volta del grave deterioramento del già fragile sistema democratico dell’ex colonia americana, causato in primo luogo proprio da quella parte della classe politica indigena associata alla “Rivoluzione del Potere Popolare” del 1986. In politica estera, invece, l’esito del voto di questa settimana potrebbe accelerare il riorientamento strategico delle Filippine verso la Cina, sull’esempio di quanto aveva cercato di fare con fortune alterne il presidente uscente Rodrigo Duterte.

I sondaggi degli ultimi mesi avevano tutti più o meno previsto l’esito del voto del 9 maggio. Dopo un lungo periodo di conflitto interno alle élite filippine, dominate dalle famiglie e dai clan più potenti, la relativa stabilizzazione del quadro politico in chiave elettorale era arrivata con l’ufficializzazione della candidatura congiunta di Marcos jr. a presidente e della figlia di Duterte, Sara Duterte-Carpio, alla vice-presidenza. Nelle Filippine, il voto per queste due cariche avviene separatamente e la vittoria di un candidato alla presidenza non si accompagna necessariamente all’elezione del suo “running mate”, com’era accaduto appunto nel 2016.

Sara Duterte, sindaco della città meridionale di Davao, aveva valutato essa stessa una candidatura alla presidenza, ma i grandi interessi del paese avevano deciso di convergere su Marcos jr., facendo intravedere inizialmente un possibile scontro tra i due clan che avrebbe favorito l’opposizione liberale e filo-americana. La mediazione della ex presidente Gloria Macapagal-Arroyo aveva però portato a un’intesa e alla formazione di un “ticket” presidenziale in grado di portare in dote la maggioranza dei consensi nel nord del paese, feudo della famiglia Marcos, e di quelli del sud, dove l’ascendente dei Duterte resta fortissimo. La Arroyo, alla guida delle Filippine dal 2001 al 2010, aveva inaugurato per prima la svolta strategica del suo paese a favore della Cina.

La persistente popolarità di Rodrigo Duterte ha fatto il resto e il 64enne senatore figlio dell’ex dittatore filippino ha alla fine ottenuto poco più di 31 milioni di voti, pari a circa il 59% del totale, contro i quasi 15 milioni della sua principale rivale, l’attuale vice-presidente Leni Robredo (28%). Più lontano è arrivato il senatore ed ex pugile professionista Manny Pacquiao, in grado di raccogliere 3,6 milioni di consensi. Ancora più convincente è stata l’affermazione di Sara Duterte-Carpio, assicuratasi la vice-presidenza grazie a 31,5 milioni di voti, oltre 22 milioni in più del secondo classificato, il senatore Francis Pangilinan.

Per chi osserva dall’esterno la realtà delle Filippine non è facile comprendere come un candidato, legato per parentela e responsabilità politica a un dittatore sanguinoso, possa essere stato eletto trionfalmente alla guida di questo paese nemmeno quattro decenni dopo l’umiliante fuga dei Marcos alle Hawaii. Legge marziale, arresti, torture e assassini degli oppositori, assieme al furto puro e semplice di svariati miliardi di dollari provenienti dalle casse pubbliche furono i tratti caratteristici del regime. Durato dal 1965 al 1986, quest’ultimo fu rovesciato da una rivolta popolare, incanalata dalla borghesia filippina nella candidatura di Corazon Aquino, eletta presidente lo stesso anno dell’uscita di scena di Marcos.

Le promesse di cambiamento scaturite dai fatti del 1986 sono state puntualmente frustrate da una serie di leader riconducibili alla famiglia Aquino, tra cui il figlio di Corazon, il defunto Benigno Aquino III, presidente dal 2010 al 2016, e la già citata Leni Robredo. Il fallimento del progetto di trasformazione democratico delle Filippine si era già intravisto nel 1991, quando alla vedova del dittatore, Imelda, e ai suoi figli fu permesso di tornare nel paese e addirittura di partecipare alla vita politica. Imelda Marcos tentò subito una fallita candidatura alla presidenza, mentre Ferdinand Marcos jr., già entrato in politica ai tempi del padre, sarebbe diventato prima governatore (1998) e poi senatore (2010). Soprattutto, la famiglia Marcos ha ricostruito una solida rete di alleanze e un apparato clientelare fondamentali per il tentativo di riconquistare il potere.

Decisiva è stata anche la campagna elettorale condotta dal clan Marcos. Il candidato alla presidenza ha evitato scrupolosamente interviste scomode, dibattiti e apparizioni televisive dove poteva emergere la sostanziale assenza di una piattaforma politica concreta, oltre al suo passato famigliare e i guai con la giustizia. Un esercito di collaboratori attivi sul web ha così realizzato una massiccia campagna di disinformazione a beneficio di “Bongbong”, capace di trarre il massimo vantaggio, tra l’altro, da un generico messaggio di “unità” e dal sostegno delle generazioni più giovani senza esperienza diretta della dittatura del padre.

La candidatura di Ferdinand Marcos jr. è stata promossa soprattutto da una parte importante degli ambienti di potere filippini. A testimoniarlo è anche la bocciatura delle almeno sei cause presentate alla Commissione Elettorale per chiederne la squalifica in base a una legge che impedisce la candidatura alla presidenza di chiunque abbia sulle spalle una condanna, nel caso di Marcos jr. per evasione fiscale. Questi fattori si sono sovrapposti al discredito degli ambienti politici legati al Partito Liberale, visto come espressione delle élites filippine lontane anni luce dalla popolazione e di cui Leni Robredo è espressione. Quest’ultima, infatti, si era presentata agli elettori nominalmente come candidata “indipendente”, ma è alla fine riuscita a generare solo un moderato entusiasmo nel paese ed è probabile che buona parte di chi l’ha votata lo abbia fatto per l’avversione che continua a nutrire nei confronti della famiglia Marcos.

La presidenza Marcos jr., che inizierà ufficialmente il 30 giugno prossimo, prospetta quindi un’ulteriore spinta verso l’autoritarismo dopo i sei anni di Duterte, segnati, sul fronte domestico, dall’implementazione di misure da stato di polizia, esemplificate dalla sanguinosa “guerra al narcotraffico” con una lunga serie di assassini extra-giudiziari in grandissima parte impuniti. L’altro elemento che sosterrà probabilmente il mandato di Marcos jr. è il feroce anti-comunismo, ovviamente tratto peculiare della dittatura del padre e fatto proprio dallo stesso Duterte nella seconda parte della sua presidenza. Il Partito Comunista delle Filippine (CPP) aveva appoggiato Duterte nelle elezioni del 2016, mentre quest’anno ha optato per la candidatura di Leni Robredo.

In quest’ottica, è evidente che il successo di Ferdinand Marcos jr. rappresenta un nuovo esempio dello spostamento a destra delle classi dirigenti di molti paesi in tutto il mondo, disposte sempre più a sdoganare fascismo e autoritarismo per arginare instabilità e tensioni sociali esplosive o, come nel caso dell’Ucraina, per il raggiungimento di determinati obiettivi strategici. Ciò riguarda appunto anche le Filippine, paese segnato da un costante aggravamento dei livelli di povertà, da enormi disuguaglianze sociali, dal carattere oligarchico della politica e dalle attività di movimenti insurrezionali armati, nonché dalla relativa repressione dello stato.

La questione più calda dei prossimi mesi sarà in ogni caso l’orientamento strategico internazionale della nuova amministrazione filippina. Marcos jr. ha lasciato intendere di volere agire in continuità con Duterte, il quale aveva lavorato fin dall’inizio per un rafforzamento delle relazioni con la Cina, soprattutto sul fronte economico e commerciale. I piani di Duterte sono stati più volte messi a dura prova dalle resistenze opposte da svariati settori dello stato, quelli ovviamente più legati agli Stati Uniti, incluse le forze armate e il ministero degli Esteri.

Duterte era stato anzi bersaglio di finte campagne per la difesa dei diritti umani, motivate in realtà dal mancato allineamento del suo governo alla campagna anti-cinese di Washington in Asia sud-orientale. D’altra parte, il suo predecessore, Benigno Aquino III, aveva gettato le basi per una solida cooperazione in chiave anti-cinese tra gli USA e la loro ex colonia, grazie soprattutto alla stipula di un accordo sostanzialmente atto a consentire la riattivazione di basi militari americane nelle Filippine e all’impegno per ottenere una sentenza contro Pechino in merito alle rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale dal Tribunale Internazionale del Diritto del Mare, come avvenne appunto nel 2016.

La candidata preferita da Washington era Leni Robredo, mentre tutti gli analisti concordano nell’attribuire a “Bongbong” Marcos un’attitudine ancora più filo-cinese rispetto a Duterte. Le forze coalizzatesi a sostegno del figlio dell’ex dittatore, grazie all’opera della già ricordata ex presidente Arroyo, confermano come i grandi interessi economici delle Filippine vedano per lo più con favore le opportunità di sviluppo offerte da Pechino, anche per via delle conseguenze catastrofiche per Manila in caso di conflitto tra Stati Uniti e Cina.

Sarà quindi la gestione dei rapporti con le due potenze a segnare probabilmente il successo della presidenza di Ferdinand Marcos jr. In un frangente storico caratterizzato dall’approfondirsi della rivalità tra Washington e Pechino, non sarà però semplice trovare un punto di equilibrio. Ancor più che Duterte, inoltre, Marcos jr. sarà esposto alle pressioni americane e dei referenti di Washington nella classe politica indigena, ben intenzionati a sfruttare i suoi legami con il regime del padre e le cause legali pendenti per boicottare l’integrazione delle Filippine nei piani di sviluppo regionale promossi dal governo cinese.

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07/05/2022

Il ruolo politico “imperiale” di Facebook

Facebook si prende la briga di segnalarci gli account che potrebbero essere tendenziosi. Se, ad esempio, cercate su Facebook WE ARE CHINE vedrete che ogni post è accompagnato dall’indicazione “Mezzo di comunicazione controllato dal seguente stato: Cina”.

Ma chi controlla Facebook? Ce lo spiega Marco Valbuena, portavoce ufficiale del Partito Comunista Filippino (CPP), sul sito del partito Philippine Revolution Web Central in un articolo del 10 aprile 2022. (Gli articoli ed i documenti sono scritti nelle due lingue ufficiali delle Filippine: il filippino e l’inglese, la lingua dei colonizzatori)

Avevo postato la traduzione di questo articolo sulla mia pagina Facebook “Notizie dalle Filippine”, ma Facebook lo ha cancellato, comunicandomi che questo articolo violava le regole della community. Stessa sorte per altre traduzioni di articoli e documenti dei comunisti filippini.

Il Partito Comunista Filippino (marxista, leninista, maoista) ed il New People’s Army (NPA) sono nelle liste delle organizzazioni terroristiche degli USA e della Unione Europea.

Il Nuovo Esercito del Popolo è il braccio armato del CPP, che sostiene nelle campagne le lotte dei contadini e degli indigeni contro i latifondisti e contro le multinazionali agricole e minerarie che li sfruttano, li espropriano, li cacciano dalle loro terre ancestrali, distruggono l’ambiente e le risorse di vita, uccidono i leader della resistenza popolare.

Una situazione simile a quella di tanti paesi dell’America latina e del terzo mondo. Con la precisazione che qui si vuole che la lotta rivoluzionaria sia guidata da uno studio continuo del pensiero marxista, leninista, maoista. Che la politica sia al posto di comando.

In precedenza, l’Unione Europea aveva avuto una politica ben diversa rispetto alla lotta popolare nelle Filippine

Il Parlamento della Unione europea aveva approvato nel 1997 e nel 1999 due risoluzioni di appoggio ai negoziati di pace da svolgersi in Europa fra il governo filippino ed il National Democratic Front of Philippines (NDFP) che raccoglie attorno al partito comunista altre 17 organizzazioni popolari rivoluzionarie, fra cui il Nuovo Esercito del Popolo (NPA), i sindacati, i Cristiani per la Liberazione Nazionale, le minoranze mussulmane, gli indigeni, gli emigrati, le donne, i difensori dei diritti umani ecc..

Il governo di Oslo aveva ospitato e finanziato varie sessioni di questi negoziati.

Nel gennaio 2017 si svolse solennemente a Roma, con il patrocinio del governo norvegese, il terzo round dei colloqui di pace fra il National Democratic Front of Philippines (NDFP) ed i rappresentanti del governo.

Ne avete avuto qualche notizia dalla “libera stampa”? O attraverso i social?

I compagni filippini hanno formato delle associazioni per far conoscere al mondo la loro lotta. I Filippini nella madre patria sono quasi 111 milioni, cui si aggiungono 11 milioni di emigrati. Questi emigrati costituiscono la base su cui si sono costituite associazioni internazionali di sostegno al popolo filippino in lotta.

Inizialmente è nata la International Coalition for Human Right in the Philippines, con lo scopo generale di “sostenere il popolo filippino nella sua ricerca di giustizia, con la speranza di far conoscere al resto del mondo la sua situazione, e così facendo di contribuire ad un processo di pace reale e duraturo”.

Poi, dopo che il presidente dittatore Duterte aveva interrotto i colloqui di pace ed aveva dichiarato di voler annientare il partito comunista ed il Nuovo Esercito del Popolo, il 24 aprile 2021 è stata costituita l’Associazione globale Amici del Popolo Filippino in Lotta (FFPS)/Amici del Fronte Nazionale Democratico delle Filippine (FNDFP).

Questa nuova associazione ha lo scopo stringente di sostenere il Fronte Nazionale Democratico delle Filippine (NDFP) come movimento popolare che porta avanti la liberazione nazionale e sociale, unito nella promozione e realizzazione del programma in 12 Punti.

Compito immediato dell’associazione “Amici del popolo filippino/Amici del Fronte Nazionale Democratico delle Filippine” è quello di denunciare i crimini del presidente fascista Duterte e di sollecitare la cancellazione del partito comunista e del Nuovo Esercito del Popolo dalla lista delle organizzazioni terroristiche.

In Italia, ad entrambe le associazioni ha aderito il Comitato di Amicizia Italo Filippino per i Diritti Umani nelle Filippine (Italy-Philippines Friendship Association).

Nel suo articolo Valbuena fa riferimento al red-tagging. Questa pratica, usata da decenni dal governo nelle Filippine, consiste nel segnalare con una etichettatura rossa attivisti, giornalisti, politici accusati pubblicamente di sostenere il Partito Comunista Filippino e il Nuovo Esercito del Popolo. Queste persone finiscono per essere perseguitate o uccise.

L’etichettatura rossa è diventata più letale da quando Duterte ha creato la NTF-ELCAC (Task Force nazionale per la fine del conflitto armato comunista locale), con miliardi di pesos a disposizione, rendendo l’etichettatura rossa la politica ufficiale del governo.

La task force, composta da ufficiali ed ex ufficiali, effettua il red tagging attraverso i suoi post sui social media, fra cui Facebook, e le dichiarazioni ufficiali. Decine di attivisti etichettati sono stati uccisi. L’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha denunciato queste uccisioni.

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La censura su Facebook contro le forze rivoluzionarie filippine è opera degli imperialisti USA.

Marco Valbuena | Philippine Revolution Web Central

10 aprile 2022

(1) Nelle ultime due settimane, Facebook ha cancellato diversi account, gruppi e pagine di varie organizzazioni rivoluzionarie nelle Filippine, compresi quelli del braccio informativo del CPP (Partito Comunista Filippino), e quelli appartenenti a diverse unità del New People’s Army (NPA).

Questi account sono serviti come mezzo per raggiungere il pubblico, condividere informazioni ed esprimere opinioni su importanti questioni che il popolo filippino sta affrontando.

Questa non è la prima volta che Facebook ha censurato le forze rivoluzionarie delle Filippine sulla sua piattaforma. Nel 2017, la pagina Facebook di Philippine Revolution Web, che aveva più di 10.000 seguaci è stata chiusa da Facebook senza preavviso o spiegazione. Da allora, ha ripetutamente eliminato account e pagine gestite dal Partito Comunista Filippino e da altre forze rivoluzionarie filippine.

Lo scorso febbraio, ha rimosso definitivamente l’account del Prof. Jose Ma. Sison (Presidente in esilio e fondatore del Partito Comunista Filippino), che per molti anni è stato usato per promuovere il suo lavoro accademico e le sue opinioni sulle questioni filippine.

Questi account censurati da Facebook hanno costantemente fornito informazioni sulla situazione dei diritti umani nelle Filippine, soprattutto nelle zone rurali dove i reporter delle principali organizzazioni di media non hanno accesso o che sono stati sottoposti a blackout di notizie da parte dell’AFP (Forze Armate Filippine).

In diverse occasioni, questi account hanno riportato contenuti che hanno dimostrato il coinvolgimento e la colpevolezza di unità delle Forze armate delle Filippine (AFP) e della Polizia nazionale filippina (PNP) in uccisioni extragiudiziali e massacri, così come arresti illegali, rapimenti, torture e altri abusi perpetrati dalle forze armate statali nel corso delle operazioni di contro insurrezione del regime Duterte.

Le informazioni pubblicate da questi account hanno anche denunciato compagnie minerarie straniere e locali e grandi progetti di infrastrutture che hanno portato distruzione all’ambiente e alla vita delle persone.

Questi account hanno portato informazioni che hanno sfidato i punti di vista promossi dalle agenzie statali, specialmente per quanto riguarda l’attuale conflitto armato, e spiegano le ragioni sociali, politiche ed economiche per cui la gente prende le armi nella lotta per la democrazia e la libertà.

Eliminando gli account delle forze rivoluzionarie nelle Filippine che stanno conducendo una lotta per la liberazione nazionale, Facebook ha effettivamente censurato le informazioni che per anni hanno sfidato la narrativa dominante promossa e spacciata dal governo reazionario e dalla Forze Armate Filippine.

Così facendo, nega a un ampio segmento del pubblico filippino, che si affida a Facebook per le informazioni, una visione critica o alternativa che è essenziale per la vita e l’azione democratica.

L’informazione su Facebook sulla guerra civile nel paese sarà ora monopolizzata dalle Forze Armate Filippine e dall’NTF-Elcac (National Task Force to End Local Communist Armed Conflict) che sono da tempo fonti screditate di bugie e disinformazione.

(2) La messa al bando del Partito Comunista Filippino e del Nuovo Esercito del Popolo su Facebook è solo una delle prove più recenti dell’esercizio da parte della società di poteri arbitrari per censurare le informazioni che sono antimperialiste e antifasciste sulla piattaforma di social networking.

Ha calpestato il diritto alla libera espressione con il pretesto di combattere il “terrorismo”, “hate speech”, “fake news” e “misinformation”.

Facebook impone i suoi “standard comunitari”, un insieme opaco di regole, principalmente contro quei gruppi che si oppongono alla narrativa promossa dal governo degli Stati Uniti. Non ci sono procedure legali o burocratiche che governano le decisioni di Facebook di eliminare account e pagine.

La politica di Facebook è saldamente legata alle politiche dell’imperialismo statunitense attraverso la sua partnership con l’Atlantic Council, un’agenzia con sede a Washington che è nota per essere un gruppo di pressione della NATO.

Secondo Facebook, l’Atlantic Council, in particolare il suo Digital Forensic Research Lab, lo aiuta a “estirpare le fake news” dalla sua piattaforma.

Il Consiglio Atlantico è un vero e proprio baluardo di ultraconservatori e falchi di guerra degli Stati Uniti. Conta tra i suoi direttori ufficiali militari statunitensi in pensione (come Wesley Clark e David Petraeus), almeno sette ex alti ufficiali della CIA (tra cui Robert Gates, Leon Panetta e Stephen Kappes) e noti ex funzionari ultraconservatori e guerrafondai statunitensi (Condoleezza Rice, Henry Kissinger e James Baker).

Il Consiglio Atlantico riceve finanziamenti dal Dipartimento di Stato USA, da ricchissimi donatori aziendali, da appaltatori della difesa, da grandi compagnie petrolifere e dai governi della NATO.

Il Consiglio Atlantico promuove gli interessi economici globali degli Stati Uniti, sostenendo le dittature, l’anticomunismo, gli interventi militari e politici degli Stati Uniti, e il “cambio di regime” contro i governi che affermano la sovranità nazionale contro l’egemonismo statunitense.

Ha apertamente sostenuto le attività sovversive dell’opposizione venezuelana pro-USA e la destabilizzazione del governo Maduro, e ha sostenuto l’armamento dei gruppi fondamentalisti in Siria. Ha promosso le provocazioni di guerra degli Stati Uniti contro la Russia in Ucraina e per estendere il sostegno militare al governo neonazista ucraino.

Facebook è disseminato di spie. I funzionari che dirigono la sua politica di sicurezza, le comunicazioni di sicurezza, le investigazioni di spionaggio informatico, l’Influence Operations Product Policy Manager, il Threat Intelligence Analyst sono stati tutti un tempo collegati con la National Security Agency, la CIA, l’FBI o agenzie di intelligence di altri governi.

Con l’Atlantic Council come partner e le ex spie della CIA come dipendenti, gli “standard comunitari” di Facebook, la “lotta contro le fake news” e il “divieto di hate speech” sono tutte dichiarazioni senza valore e ipocrite che servono solo a nascondere la sua agenda pro-USA, ultraconservatrice, antiprogressista e controrivoluzionaria. Questo è stato ripetutamente dimostrato negli ultimi anni.

Lo scorso marzo, nonostante abbia incluso il Battaglione Azov nella sua lista di “organizzazioni violente”, Facebook ha annunciato che permetterà di esaltare il gruppo armato neonazista russofobo che è noto per essere stato coinvolto in attacchi, stupri e torture contro la popolazione civile russa in Ucraina. Inoltre, permetterà contenuti che invocano la “morte” contro i leader e le forze militari della Russia.

L’anno scorso, Facebook ha censurato i contenuti postati dai palestinesi sui tentativi violenti dello stato israeliano di cacciarli dalle loro case a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est. Il divieto è stato fatto su richiesta del governo israeliano. Allo stesso tempo, Facebook è noto per essere liberale nel permettere contenuti che promuovono la violenza contro i palestinesi.

Nel 2020, dopo che il generale iraniano Qassem Soleimani è stato assassinato su ordine del presidente americano Trump, Facebook ha vietato tutti i riferimenti positivi al generale per sostenere la narrazione del governo americano secondo cui il generale era un “terrorista” e sopprimere le voci degli iraniani che valutano Soleimani in modo ampiamente positivo.

L’anno scorso, Facebook ha permesso contenuti che invocavano “morte a Khamenei” in riferimento specifico al leader supremo dell’Iran Ali Hosseini Khamenei.

Al culmine delle elezioni in Nicaragua l’anno scorso, Facebook ha cancellato gli account dei principali organi di informazione, giornalisti e attivisti, tutti sostenitori del governo sandinista. Facebook ha sostenuto che questi account erano “bot” impegnati in “comportamenti inautentici” in quello che è stato descritto come una “spaventosa interferenza” di Facebook sulle elezioni di un paese sovrano.

Nelle Filippine, mentre Facebook mette al bando l’NPA (Nuovo Esercito del Popolo) per avere “una missione violenta”, continua a consentire contenuti costantemente promossi dalle Forze Armate Filippine e dalle loro unità, dal NTF-Elcac (Task Force nazionale per la fine del conflitto armato comunista locale) e la sua rete di troll che si impegnano in red-tagging contro i difensori dei diritti umani e i partiti e le organizzazioni democratiche legali, e fomentano l’odio, e incoraggiano e applaudono la morte violenta contro attivisti e rivoluzionari.

(3) Facebook è una delle più grandi aziende monopolistiche nel mercato delle reti sociali. La sua società madre, Meta, ha una capitalizzazione di mercato di 1 trilione di dollari, e possiede anche Instagram, WhatsApp, Messenger e altre piattaforme.

Facebook ed altre aziende internet monopolistiche come Google, Apple, Amazon e altre sono state ampiamente denunciate per le loro pratiche commerciali monopolistiche volte ad eliminare o ingoiare le aziende più piccole.

Facebook impiega circa 19.000 lavoratori, per lo più dipendenti a progetto a contratto. Produce applicazioni per il massiccio data mining di informazioni private condivise dai suoi 2,85 miliardi di utenti attivi, che poi vende agli inserzionisti.

Con il suo capitale e la sua infrastruttura globale, Facebook esercita un forte potere di monopolio in termini di controllo del flusso di notizie e informazioni. Ha rimodellato il mondo dei media. Negli Stati Uniti, più di 1/3 degli americani prende le sue notizie da Facebook.

Nelle Filippine, si dice che più dell’80% dei filippini usa Facebook, con molti che accedono a internet attraverso Facebook Basics (accesso gratuito a Facebook pagato dalla società). Circa il 25% dei Filippini si affida a Facebook come fonte di notizie.

Facebook è anche denunciato per essere coinvolto nella manipolazione mentale. Ha lavorato con “gruppi di consulenza” come Cambridge Analytica per condurre indagini politiche, sociali, culturali e psicologiche al fine di determinare i metodi per manipolare e influenzare le opinioni dei suoi utenti, e dargli i mezzi per intervenire nelle elezioni dei paesi e influenzare i suoi elettori. È stato riferito che Cambridge Analytica ha lavorato per la campagna di Rodrigo Duterte nel 2016.

I politici danarosi e le grandi aziende usano Facebook e la sua analitica (dati) per schierare account bot e troll che quotidianamente martellano le menti degli utenti per modellarle con informazioni su misura per adattarsi al loro profilo culturale, ideologico e psicologico.

Anche se il suo servizio è nella natura di un trasportatore di informazioni tra i suoi utenti, e dai produttori di notizie agli abbonati, Facebook ha esercitato il suo vasto potere di monopolio per influenzare e modellare il flusso di informazioni in linea con i suoi interessi commerciali e politici, che sono sottomessi agli interessi dell’imperialismo statunitense e il suo egemonismo globale, interventismo militare e politica di guerra.

(4) Come piattaforma di social networking, Facebook è ironicamente antisociale e antidemocratico, avendo assunto il potere di determinare quali informazioni devono essere soppresse e quali devono essere promosse.

Ha abusato del suo potere di “moderazione” usando le sue cosiddette “linee guida della comunità” come vago pretesto. Determinando ciò che i suoi utenti possono leggere, Facebook ha assunto il ruolo di dittatore globale nel regno delle notizie e dell’informazione.

Facebook è stato paragonato a un subdolo autista di giornali, che lungo il percorso si ferma a leggere le notizie, non è d’accordo con come le notizie sono scritte, e decide di non consegnare i giornali ai suoi lettori.

Facebook sta usando la sua posizione di monopolio per realizzare ciò che chiama “moderazione dei contenuti”, che essenzialmente, sta determinando quali organizzazioni di notizie e informazioni sono “degne di fiducia”, quali diffamare come “al servizio di interferenze straniere”, o quali verrebbero derubate e private dei lettori usando i suoi “algoritmi”. È fondamentalmente uno strumento degli Stati Uniti per modellare l’opinione e la visione del mondo delle persone in tutto il mondo.

(5) Gli utenti di Facebook dovrebbero essere resi criticamente consapevoli del fatto che le informazioni che vengono alimentate dal gigante monopolista dei social media sono filtrate e selezionate in collaborazione con i politici statunitensi pro-guerra e pro-interventisti per servire gli interessi e le politiche dell’imperialismo statunitense.

Le persone dovrebbero denunciare Facebook per essere l’onni-censore che sopprime il loro diritto di esprimere liberamente la loro opinione e condividere informazioni, e quindi sostenere il loro diritto democratico di scegliere a quali convinzioni aderire.

Ci sono settori democratici che chiedono che Facebook e altre compagnie internet monopolistiche siano smantellate e trasformate in organizzazioni senza scopo di lucro, dove la moderazione dei contenuti sarà posta sotto il controllo trasparente della comunità.

Nell’analizzare o capire una questione o l’altra, consigliamo alle persone di fare più sforzi per cercare informazioni da fonti esterne a Facebook, e, quindi, chiedere il libero accesso a queste fonti (internet libero).

Naturalmente, internet è dominato da fonti mediatiche occidentali che sono anche sotto l’influenza dei politici di Washington. Hanno tutte le risorse e le infrastrutture per dominare l’ambiente informativo globale in linea con gli interessi degli Stati Uniti.

Tuttavia, internet fornisce anche i mezzi alle grandi masse del popolo e alle loro organizzazioni per promuovere le proprie idee e punti di vista mantenendo i propri siti web, liste di posta elettronica, gruppi di chat e altri mezzi di scambio di informazioni.

Ma più questi sono utilizzati per la propaganda e l’educazione rivoluzionaria, più è certo che anche questi saranno accolti con una repressione antidemocratica, attraverso attacchi DDoS, malware e altri mezzi. Tuttavia, non ci permetteremo mai di essere messi a tacere. La chiave è la persistenza.

Fonte

02/04/2022

Stati Uniti e Filippine danno il via alle loro più grandi esercitazioni militari di sempre

Gli Stati Uniti creano un secondo focolaio di tensione internazionale, questa volta sul fronte del Pacifico e con la Cina nel mirino.

Migliaia di soldati delle Filippine e degli Stati Uniti stanno partecipando alle più grandi esercitazioni militari congiunte nella nazione dell’arcipelago, mentre i due alleati di lunga data si avvicinano in mezzo a nuove tensioni nel contestato Mar Cinese Meridionale.

Queste manovre sono le ultime che avvengono sotto il presidente uscente Rodrigo Duterte, che in precedenza aveva minacciato di cancellarle e di eliminare un accordo militare chiave con gli Stati Uniti, mentre sembrava orientarsi verso la Cina.

Quasi 9.000 soldati filippini e americani stanno prendendo parte a un’esercitazione generale di 12 giorni, iniziata lunedì, nell’isola principale di Luzon.

Il capo militare filippino, il generale Andres Centino, alla cerimonia di apertura a Manila ha detto che il più grande round delle manovre militari Balikatan riflette “l’alleanza sempre più profonda” tra i due paesi.

Il maggior generale degli Stati Uniti Jay Bargeron ha detto che “l’amicizia e la fiducia” tra le rispettive forze armate permetterà loro di “avere successo insieme in tutto lo spettro delle operazioni militari“.

Le esercitazioni riguarderanno la sicurezza marittima, le operazioni anfibie, l’addestramento a fuoco vivo, l’antiterrorismo, l’assistenza umanitaria e il soccorso in caso di disastri.

Le recenti manovre tra i due paesi si sono concentrate sul potenziale conflitto nel Mar Cinese Meridionale, che Pechino rivendica quasi nella sua interezza.

Da quando ha preso il potere nel 2016, Duterte si è prima avvicinato alla Cina, ma ha poi dovuto affrontare il rifiuto dell’opinione pubblica filippina e la preoccupazione dell’esercito, che diffida delle ambizioni territoriali cinesi in quelle acque.

Trilioni di dollari in commercio passano attraverso quel tratto di mare strategico e si pensa che l’area contenga anche ricchi giacimenti di petrolio, rendendolo così una frequente fonte di attrito regionale.

La Cina ha da tempo rafforzato la sua posizione costruendo isole artificiali su alcune scogliere contestate e installando su di esse armamenti.

Lo svolgimento delle manovre militari era stato messo in dubbio dopo che Duterte, nel febbraio 2020, aveva detto che aveva intenzione di eliminare il Visiting Forces Agreement, che fornisce il quadro giuridico agli Stati Uniti per tenere esercitazioni e operazioni militari congiunte nelle Filippine.

Ma ha poi fatto marcia indietro sulla decisione lo scorso luglio, quando le tensioni tra Manila e Pechino sul Mar Cinese Meridionale sono aumentate in seguito al rilevamento di centinaia di navi cinesi parcheggiate al largo delle Filippine.

Alla vigilia delle esercitazioni congiunte, la guardia costiera filippina ha accusato la sua controparte cinese di aver diretto una delle sue navi a pochi metri da una nave di pattuglia filippina vicino alla contestata isola Scarborough Shoal – un punto critico tra i due paesi.

Ciò è avvenuto settimane dopo che Manila ha richiamato l’ambasciatore di Pechino sul caso di una nave della marina cinese che “indugiava” nelle acque arcipelagiche delle Filippine.

Duterte, il cui mandato di sei anni termina a giugno, ha espresso la preoccupazione che le Filippine siano “coinvolte” nel conflitto a causa della loro alleanza di sicurezza con gli Stati Uniti.

Ciò include un trattato di difesa reciproca e il permesso per l’esercito statunitense di immagazzinare attrezzature e forniture per la difesa in diverse basi filippine.

Fonte

20/06/2021

Filippine - Stop alla campagna imperialista sull’antiterrorismo

Le discussioni davanti alla Corte Suprema sulla Legge AntiTerrorismo delle Filippine (ATL) si sono concluse lo scorso 17 maggio. Si è arrivati a questo punto dopo quattro mesi di dibattiti, dopo che gli avvocati dei firmatari hanno presentato le loro argomentazioni contro questa legge liberticida.

La natura antidemocratica dell’ATL si è manifestata ulteriormente quando il Consiglio AntiTerrorismo (ATC) ha accusato 29 persone di essere “terroristi”, compresi noti consulenti per la pace del Fronte Nazionale Democratico delle Filippine che sono stati etichettati come leader del Partito Comunista delle Filippine (CPP).

Lo scorso dicembre 2020, l’ATC ha anche inserito il CPP e il New People’s Army (i guerriglieri, guidati dal partito comunista, che si battono per i contadini e gli indigeni, n.d.t) nell’elenco delle “organizzazioni terroristiche”.

Fin dall’inizio, gli avvocati del regime hanno insistito sul fatto che l’emanazione dell’ATL e l’elenco dei cosiddetti terroristi sono conformi alle leggi e alle risoluzioni internazionali emanate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC).

A differenza di altre leggi internazionali, la politica di “antiterrorismo internazionale” imposta dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non è stata il risultato di alcun trattato o accordo internazionale. Essa è stata imposta in tutto il mondo in base ai dettami dei paesi imperialisti che compongono il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. In realtà, non esiste un consenso internazionale sulla definizione giuridica del terrorismo.

L’ONU è dominata dal Consiglio di Sicurezza, composto da cinque paesi membri permanenti – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina – e dieci paesi membri temporanei.

Gli Stati Uniti usano e controllano l’ONU attraverso il Consiglio di Sicurezza per imporre sanzioni e punizioni, e giustificare le loro azioni illegali e unilaterali contro organizzazioni, individui e persino stati che accusano di essere “terroristi” o “sostenere il terrorismo”.

La politica di “antiterrorismo internazionale” è stata imposta per la prima volta attraverso la risoluzione 1373 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 2001, due settimane dopo gli attacchi a New York City dell’11 settembre 2001 che il gruppo Al Qaeda aveva rivendicato.

Essa ha obbligato tutti gli Stati, compresi i paesi che non le hanno ratificate, a rispettare tutte le convenzioni internazionali sulla “lotta al terrorismo” del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questo è servito come quadro per vari altri paesi nell’attuazione delle rispettive leggi sull'”antiterrorismo” e nell’emissione di “liste del terrore”.

Ancor prima, il governo degli Stati Uniti sotto l'amministrazione Clinton nel 1995 aveva pubblicato una lista che includeva nomi di persone accusate di essere terroristi. Questo durante il “processo di pace” tra Israele e Palestina.

Il pres. George W. Bush Jr. pose la “guerra al terrorismo” al centro delle priorità del governo degli Stati Uniti attraverso l’emanazione del cosiddetto USA PATRIOT Act. Questo è stato ratificato in seguito all’attacco dell’11 settembre 2001 e ha svolto un ruolo fondamentale nella ridefinizione di politica interna ed estera statunitense.

La legge ha dato al governo degli Stati Uniti il potere di etichettare chiunque come terrorista in modo arbitrario e senza un giusto processo. Individui che sono etichettati come “terroristi” nazionali o stranieri o “sostenitori del terrorismo” sono sottoposti alla vigilanza e all’arresto. Questo è stato utilizzato dagli USA per giustificare gli attacchi e le invasioni dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003.

Nel 2002, gli Stati Uniti hanno aumentato la pena contro i presunti terroristi, dalle sanzioni economiche all’azione penale. Hanno implementato la “Foreign Terrorist Organization (FTO) List” o l’elenco delle organizzazioni accusate di essere terroristiche dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti che rimane in vigore fino ad oggi.

Bush Jr. ha costruito il famigerato centro di detenzione statunitense a Guantánamo Bay, Cuba nel gennaio 2002. Almeno 780 persone provenienti da vari paesi accusate di terrorismo sono state incarcerate qui. La maggior parte di loro è stata arrestata senza processo o senza che siano stati intentati procedimenti penali contro di essi.

Solo cinque di loro sono stati condannati dal tribunale. Tutti i detenuti vengono ripetutamente torturati e abusati in base ad un “interrogatorio rafforzato”. Almeno nove persone sono morte nella struttura. (Le ultime relazioni indicano che almeno 40 persone rimangono detenute a Guantánamo Bay in seguito al trasferimento di altri prigionieri in altre strutture a causa delle proteste che chiedono la chiusura del campo di detenzione).

Più tardi, la portata della “guerra al terrorismo” fu ulteriormente ampliata e tutti i nemici degli Stati Uniti furono marchiati come “terroristi”. Ciò includeva anche movimenti stranieri e Stati che resistono all’egemonia statunitense. Bush ha iniziato a propagandare l'”Asse del Male”, che si riferisce a governi stranieri che presumibilmente “sostengono il terrorismo”, nel 2002 .

I paesi inizialmente coperti dal termine erano l’Iran, l’ex Iraq ba’athista e la Corea del Nord. John Bolton, che poi fu sottosegretario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, in seguito inserì Cuba, Libia e Siria nella lista. Nel 2018, ha anche definito Cuba, Venezuela e Nicaragua come il “triangolo del terrore”. Questi paesi sono stati accusati di “sostenere” il terrorismo e di avere il potenziale o la capacità di sviluppare armi di distruzione di massa.

Per quanto riguarda le Filippine, il 9 agosto 2002, insieme al gruppo Abu Sayyaf, gli Stati Uniti hanno incluso per la prima volta il CPP e l’NPA nella lista FTO, delle Organizzazioni Terroristiche Straniere. Hanno anche inserito il presidente fondatore del CPP Jose Maria Sison come un “individuo che sostiene il terrorismo”.

In conformità con i dettami degli Stati Uniti, le Filippine sotto il regime di Arroyo hanno promulgato l’Human Security Act nel 2007, che è stato successivamente rafforzato dal regime di Duterte come ATL. Il CPP e l’NPA sono stati anche elencati come “terroristi” dall’Unione Europea (2001) e dalla Nuova Zelanda (2010). Contrariamente alle ripetute affermazioni del regime, entrambi non sono inclusi negli elenchi delle Organizzazioni Straniere terroristiche del Canada, del Regno Unito e delle Nazioni Unite. L’Unione europea ha anche cancellato Sison dalla lista nel 2009.

Fonte

14/08/2020

Estrattivismo pandemico/3

di Alexik

La violenza per l’estrattivismo non è una conseguenza ma una condizione necessaria” (A. Acosta).

Nel capitolo precedente abbiamo potuto approfondire come il lockdown generalizzato imposto in tempi di pandemia, riducendo il controllo popolare dei territori, le relazioni fra i vicini e la visibilità delle aggressioni, abbia esposto in molte parti del mondo i militanti sociali e ambientali a un rischio maggiore di intimidazione, assalti ed esecuzioni extragiudiziali.

Allo stesso tempo le misure di emergenza sono andate a colpire le forme classiche dell’opposizione sociale, creando un contesto favorevole per l’aumento della violenza istituzionale, sia nei termini dell’inasprimento normativo contro le lotte sia della repressione di piazza.

Proviamo a delineare una panoramica internazionale di queste tendenze iniziando dal Perù – attualmente sotto la presidenza del neoliberista Martín Vizcarra – dove lo scorso 27 marzo, cioè 11 giorni dopo la decretazione del lockdown, è stata promulgata la “Legge di protezione della polizia“, che prevede la possibilità di un uso sproporzionato della forza, la licenza di uccidere e l’impunità per gli effettivi della polizia e dell’esercito1.

Il provvedimento, frutto di un iter palesemente incostituzionale, è entrato in vigore nel pieno dello Stato di Emergenza Nazionale dichiarato in nome della pandemia, che pone i membri della polizia nazionale e delle forze armate sotto la catena di comando dell’ordine pubblico interno.

È una legge particolarmente pericolosa per l’opposizione sociale e per le lotte in difesa dei territori, tenendo conto che la polizia peruviana viene anche utilizzata per fornire servizi di sicurezza a pagamento per le compagnie minerarie – nel 2019 erano in vigore 29 contratti di questo tipo – e che in questa funzione esercita violenza sulle comunità2.

Sul piano politico, a giudicare dalla scelte operate negli ultimi trenta giorni da Martín Vizcarra nella designazione delle compagini di governo, il progetto che emerge è quello della costruzione di uno ‘Stato di polizia mineraria’, con la nomina in posizioni apicali del potere esecutivo di personaggi che agiscono in rappresentanza degli interessi delle imprese estrattive e con maturata esperienza nella repressione dei movimenti che contrastano le miniere.

Personaggi come Pedro Cateriano Bellido, già primo ministro con delega all’Interno sotto la presidenza di Ollanta Humala3, ruolo in cui si distinse per il tentativo di ‘pacificare’ con la mano pesante i conflitti minerari4.

O come Rafael Belaunde Llosa, nipote dell’ex presidente Belaunde e figlio del proprietario della società mineraria Argento SRL, impresa a cui sono state contestate più di 100 responsabilità ambientali.

O ancora come l’attuale premier, Walter Roger Martos Ruiz, ex Capo di Stato Maggiore delle forze armate, affiancato dal neo ministro dell’energia e delle miniere Luis Miguel Incháustegui Zevallos, che ha ricoperto in passato il ruolo di vicepresidente presso le compagnie minerarie Golds Fields e Lumina Coppers.

Il 20 luglio scorso la polizia e l’esercito hanno attaccato la popolazione della provincia di Espinar, in piena ribellione contro la multinazionale anglo-svizzera Glencore, la principale esportatrice di rame del Perù.

Glencore è fra quelle imprese che dall’inizio della ‘fase 1’ hanno continuato normalmente le proprie operazioni, mentre la gente normale rimaneva bloccata nelle sue attività di sussistenza a causa delle misure adottate dal governo durante la pandemia.

Per sostenere la popolazione colpita dalla crisi le autorità locali di Espinar avevano deliberato l’uso di un fondo istituito da un accordo quadro con la compagnia mineraria nel 2003, che prevedeva la devoluzione del 3% dei suoi utili annuali verso progetti di sviluppo nella zona.

Una compensazione misera in confronto ai danni arrecati agli ecosistemi e alle persone, con l’inquinamento di acqua, aria e suolo, e l’avvelenamento degli abitanti che presentano da anni metalli pesanti nel sangue (mercurio, cadmio, arsenico) ben oltre i limiti consentiti5.

Un mese fa la Glencore si è opposta all’utilizzo del fondo, innescando ampie proteste popolari.

La risposta del governo peruviano non si è fatta attendere, con l’invio di poliziotti infiltrati, l’uso di armi da fuoco sui manifestanti (con 5 feriti, di cui due minorenni), l’arresto di giovani e l’apertura di un’inchiesta contro otto dirigenti delle organizzazioni sociali.

Restando in America Latina, passiamo all’Honduras, dove la narcodittatura di Juan Orlando Hernández ha imposto al paese il coprifuoco dal 15 marzo, oltre alla sospensione di diritti fondamentali come la libertà di espressione e di riunione.

Il 25 giugno il governo ha approfittato del blocco imposto alla società honduregna per imporre l’entrata in vigore del nuovo codice penale, contestato dalle organizzazioni sociali come segue:

Ripudiamo un codice penale che criminalizza le proteste sociali, mette a rischio l’esercizio effettivo delle libertà di riunione e di associazione, ponendo in pericolo coloro che esprimono opposizione alle decisioni dei settori al potere, e definisce come crimini il  “disordine pubblico”, la “disobbedienza all’autorità”, le “riunioni e manifestazioni illecite” e il “terrorismo”, in termini così ampi e ambigui che si prestano immediatamente alla discrezione e all’arbitrio al momento della loro interpretazione e applicazione”.

Durante la pandemia sono aumentate nel paese le provocazioni dei militari, che pretendono di entrare in quelle comunità che hanno deciso di chiudersi per autotutela sanitaria, controllando autonomamente gli accessi dall’esterno. Tra queste ci sono le comunità resistenti ai progetti minerari ed estrattivi, che hanno sempre subito forme particolarmente dure di minacce e repressione da parte della polizia e dell’esercito.

Crescono in questo modo le occasioni di frizione con l’esercito e di conseguenza gli arresti arbitrari di militanti, che vengono messi ulteriormente a rischio per l’estensione dell’epidemia nelle carceri6.

Continuano a rischiare il contagio nei penitenziari honduregni otto difensori dell’acqua, detenuti illegalmente dal settembre scorso a causa delle loro opposizione, nel municipio di Tocoa, a una miniera di minerali di ferro a cielo aperto di proprietà della Pinares Investment7.

Giusto per stabilire due pesi e due misure, in nome dell’emergenza covid è stata tentata invece la scarcerazione – bloccata dalle proteste – degli assassini di Bertha Caceres, uccisa nel 2016 per la sua lotta contro le dighe sul fiume Gualcarque.

Nel frattempo un altro compagno honduregno ha fatto la fine di Bertha: Marvin Damián Castro Molina, dell’organizzazione MassVida, è stato ritrovato ucciso dopo la sua desaparecion il 13 luglio.

Aveva sempre lottato per difendere il territorio dall’imposizione di progetti minerari, idroelettrici ed agroindustriali nella zona di Choluteca, nel sud del paese.

Anche il governo populista e militarista di Rodrigo Duterte nelle Filippine ha approfittato della pandemia per far passare il tre luglio la nuova Legge antiterrorismo, seguita da un’ondata di ritorsioni contro i media indipendenti attraverso la tattica del ‘red tagging’8.

Una legge che verrà utilizzata anche contro i movimenti di difesa ambientale che operano già ora in un contesto violentissimo, che ha determinato l’uccisione di 119 difensori della Terra nei primi tre anni della presidenza Duterte (2016/2019), il doppio di quelli ammazzati nel triennio precedente9.

Durante il lockdown, il 30 aprile, è stato ucciso l’architetto Jory Porquia, membro del Movimento ecologico Madia-es, che aveva svolto un ruolo fondamentale nelle campagne contro l’estrazione mineraria su larga scala, le centrali elettriche a carbone e le grandi dighe.

Jory Porquia era il progettista dei mulini del Panay Fair Trade Center, una rete di cinque cooperative delle cui attività beneficiano oltre 10.000 famiglie sulle isole Panay, e la cui ‘colpa’ è quella di aver tolto molti piccoli contadini dalla dipendenza dei latifondisti.

Poco prima della sua morte era coinvolto nelle operazioni per gli aiuti alimentari e nella cucina comunitaria nella città di Iloilo, per far fronte alla pandemia di COVID-19.

Quarantadue persone, tra cui familiari e colleghi, sono state arrestate durante una carovana di protesta per il suo assassinio, ma non i suoi sicari.

Va detto che Duterte ha accresciuto enormemente la violenza non solo contro i militanti, ma anche contro la popolazione in generale, soprattutto nel corso delle campagne antidroga che hanno provocato la morte di 20.000 persone, prevalentemente povere, tramite esecuzioni extragiudiziali.

Violenza che si è manifestata anche in tempi di pandemia con l’arresto di 76.000 persone per violazione del lockdown, e particolarmente contro chi scendeva in strada per la perdita del lavoro e la scarsità degli aiuti alimentari da parte del governo.

In nome dell’emergenza Covid-19 sono stati sgomberati con la mano pesante gli accampamenti di protesta attorno alla miniera di Didipio, gestita da OceanaGold Philippines Inc., nella provincia di Nueva Vizcaya.

Gli accampamenti resistevano fin dal luglio 2019, quando ventinove comunità locali indigene e contadine avevano cominciato a bloccare gli accessi dei veicoli al sito minerario, che si estende per 27.000 ettari.

Il 6 aprile scorso un centinaio di poliziotti ha forzato il blocco delle ‘barricate umane’, in modo da permettere la fornitura di 63.000 litri di carburante per riattivare i generatori che azionano le pompe della miniera

È l’ultimo atto di forza, in ordine di tempo, della australiana Oceana Gold, che negli anni ha imposto lo sgombero forzato di intere comunità per l’ampliamento della miniera di oro e rame, distruggendone le case con i bulldozer ed il fuoco, sotto la supervisione di forze di sicurezza private. La lotta contro Oceana Gold conta anche due morti nel 2012: la attivista Cheryl Ananayo e suo cugino Randy Nabayay, uccisi a colpi d’arma da fuoco in una esecuzione extragiudiziale.

In linea con il generale delirio repressivo in vigore nel paese, altri attacchi contro i movimenti antiminerari hanno interessato la Turchia, con lo sgombero del 28 aprile, nel distretto di Cannakale, dei presidi contro la miniera di Kirazli, della Alamos Gold.

Da 276 giorni migliaia di persone avevano popolato quegli accampamenti per proteggere il Monte Ida e le aree limitrofe dalle attività dell’impresa, che avevano già causato il taglio 200.000 alberi e che potevano mettere a rischio un bacino idrografico da cui si attinge l’acqua per 180.000 abitanti.

Lo sviluppo della miniera era stato sospeso dall’ottobre 2019, quando il governo turco non ha rinnovato le concessioni della società a seguito di proteste diffuse.

Gli accampamenti servivano da presidi di controllo per assicurarsi che la compagnia non rientrasse nella miniera, ma con il pretesto dell’epidemia le autorità turche hanno proceduto all’evacuazione dei campi ‘per motivi sanitari’.

Ai militanti sono state comminate multe di 8.000 dollari per aver ‘disobbedito alle misure sanitarie in vigore per il COVID-19’. Multe pesanti se si pensa che il salario minimo in Turchia è di 300 euro al mese, e 600 quello medio.

Dopo lo sgombero si teme che il governo possa rinnovare il permesso alle attività della Alamos Gold in qualsiasi momento.

Di sicuro, per ora, si prodiga affinché nessuno ne parli: il 26 luglio la polizia turca ha attaccato una conferenza stampa del Yeşil Sol Parti (il partito verde), finalizzata a denunciare l’inquinamento da cianuro generato dal processo di estrazione dell’oro, in riferimento alla regione di Çanakkale. In quella occasione venti attivisti sono stati arrestati.

Una situazione simile è stata registrata in Armenia, dove il 4 agosto la forza pubblica ha spalleggiato le guardie private della compagnia britannica Lydian, rimuovendo con le gru i blocchi eretti nel 2018 dalla popolazione residente, contraria alla apertura di una miniera d’oro presso il Monte Amulsar, a soli 7 km dal noto sito turistico e centro termale della città di Jermuk.

Vari manifestanti sono stati tratti in arresto.

Dalle Filippine alla Turchia e all’Armenia, la violenza al servizio dell’estrazione aurifera cresce in contemporanea con l’aumento del prezzo dell’oro, le cui quotazioni stanno schizzando in alto per la crisi pandemica e nella prospettiva di una recessione globale. (Continua)

Note:

  1. Qui l’analisi del provvedimento e dei suoi profili di incostituzionalità, redatta dalla Red de Protesta y Accion Mineria Ambiente Comunidades 
  2. Juliana Bravo Valencia, Juan Carlos Ruiz Molleda, Ana María Vidal Carrasco (a cura di), Informe: Convenios entre la Policía Nacional y las empresas extractivas en el Perú. Análisis de las relaciones que permiten la violación de los derechos humanos y quiebran los principios del Estado democrático de Derecho, Lima, Febbraio 2019, pp.36. 
  3. Una nomina che può essere considerata come l’emblema della continuità che unisce, nei loro tratti fondamentali, le politiche del ‘nazional progressismo’ di Humala con quelle dei suoi successori dichiaratamente neoliberisti, che non a caso utilizzano gli stessi soggetti, buoni per tutte le stagioni. 
  4. Cateriano  viene ricordato per la repressione a Cajamarca contro l’opposizione popolare al progetto di estrazione aurifera Conga, e per l’invasione militare della Valle del Tambo, la cui popolazione era da anni scesa in lotta per impedire l’avvio del devastante progetto di estrazione del rame ‘Tia Maria’ da parte della transnazionale Sothern Perú Coper Corp.
    Nella primavera del 2015 sulla Valle del Tambo calarono 4.000 effettivi della polizia militare, macchiandosi di una serie di abusi, con infiltrazioni fra i civili, irruzioni violente nelle case, lanci di lacrimogeni dagli elicotteri, un agricoltore ucciso. 
  5. CooperAcción, Derechos Humanos sin Fronteras, Instituto de Defensa Legal y Broederlijk Delen, Metales pesados tóxicos y salud pública:el caso Espinar,  2016, pp. 44. 
  6. Denuncia del Centro Hondureño de Promoción para el Desarrollo Comunitario (CEHPRODEC). 
  7. La Pinares è legata a una delle famiglie più potenti del paese, la famiglia Facussé, proprietaria anche della Dinant, un gigante dell’ agribusiness e dei biocarburanti accusato dell’assassinio di decine di piccoli agricoltori contrari alle piantagioni di olio di palma a Bajo Aguán, nel nord dell’Honduras. In: Global Witness,Honduras, the  deadliest place to defend the planet, gennaio 2017, pp.52. 
  8. La tattica di propaganda del “red tagging” nelle Filippine è stata spesso diretta verso individui e organizzazioni critiche nei confronti del governo, etichettati come “comunisti” o “terroristi”, indipendentemente dalle loro attuali convinzioni o affiliazioni. 
  9. Global Witness, Defending Tomorrow. The climate crisis and threats against land and environmental defenders, July 2020, pp. 52. 
Fonte