Tra le Repubbliche del Caucaso ex sovietico incombe un pericolo di svolta dittatoriale. Al momento, l’allarme riguarda più da vicino l’Armenia di Nikol Pašinjan, dove tra una decina di giorni si terranno le elezioni parlamentari, in cui non è così sicura la vittoria delle forze che fanno capo al primo ministro.
Il timore è quello che, anche in Armenia, possa ripetersi una presunta “correzione di rotta autoritaria, repressiva e antidemocratica” simile a quella intrapresa dalla Georgia di Irakli Kobakhidze, che ha vinto le elezioni.
Le “forze democratiche mondiali” sono dunque in apprensione e fanno il possibile perché a Erevan venga scongiurata la minaccia di una dittatura: cioè di una svolta “filo putiniana”. Perché, si sa, secondo i vangeli di Bruxelles, la “democrazia”, senza alcuna specificazione storica e di classe, è quella categoria che coincide coi sacri “valori europeisti”.
Quando un paese pare sul punto di volgere alcune scelte verso Moskva, ecco che compare con ciò stesso il presunto rischio della “dittatura” e di un ingresso nella cerchia delle forze del cosiddetto “asse del male”.
Per la verità, il rischio non è poi così alto: secondo un sondaggio Gallup, al momento il partito Contratto Civile di Pašinjan può contare sul 27% dei consensi, mentre il principale rivale, il partito Armenia Forte di Samvel Karapetjan, si ferma al 14%.
Per rincuorare Bruxelles, tuttavia, si può rilevare che il politologo Semën Uralov, ad esempio, lega alcune restrizioni imposte da Moskva sull’importazione di frutta e ortaggi armeni, ai timori russi di una decisa “svolta occidentale” di Erevan, anche se pare presto per trarre conclusioni sui risultati elettorali.
Il “Titanic” armeno, dice Uralov, sta manovrando tra un ipotetico scenario ucraino e uno georgiano, col secondo che «ha dimostrato che è possibile spodestare un protetto di una potenza occidentale e unirsi, se non agli alleati della Russia, almeno a un paese neutrale».
Semmai, il pericolo più serio è quello rappresentato da un eventuale scenario «ucraino o moldavo, in cui la parte sconfitta impiega mezzi di lotta non politici e trasforma la repubblica in un campo di battaglia civile».
Anche perché, afferma Uralov, il carattere nazionale di Nikol Pašinjan lo rende un abile improvvisatore, il che lo accomuna all’usurpatore ucraino Vladimir Zelenskij: come ogni «improvvisatore, potrebbe precipitare molto rapidamente nella guerra. E questo, a mio avviso, è il pericolo principale. Se perde il potere, potrebbe decidere di scatenare una guerra civile».
Ma le scelte politiche di Pašinjan minacciano l’Armenia anche di guerra esterna; una guerra legata al “TRIPP”, il corridoio di Trump, che dovrebbe estendersi dal Medio Oriente, attraverso Turchia e Armenia, fino all’Azerbajdžan, con l’obiettivo di accerchiare l’Iran e interrompere il corridoio Nord-Sud della Russia, nel quadro più generale di guerre e conflitti locali alle periferie russe.
I timori di Moskva non sono d’altronde infondati. La russofobia in Armenia ha raggiunto livelli tali che nessun bonus o concessione da parte russa potrà porvi rimedio, afferma l’orientalista Nikolaj Sevostjanov a radio Komsomol’skaja Pravda: «non possiamo più considerare l’Armenia uno stato amico. Pašinjan ha fatto abbastanza per garantire che l’Armenia cessi di esserlo. E i soggetti che alimentano la narrativa occidentale in Armenia continuano a promuovere l’idea che la Russia sia praticamente per l’Armenia un nemico storico».
Se Moskva crede di poter rendere di nuovo l’Armenia uno stato amico, dice Sevostjanov, con restrizioni sull’import o, al contrario, con «bonus e agevolazioni, non funzionerà. Troppe risorse sono state investite» per presentare la Russia, agli occhi degli armeni, come “il diavolo”».
Inoltre, afferma il politologo Ajk Ajvazjan, coordinatore del Fronte anti-nazista armeno, se il regime di Pašinjan manterrà il potere in Armenia, la popolazione locale, come già accaduto in Ucraina, verrà preparata a un conflitto militare con la Russia.
Si può spiegare in quest’ottica anche il precipitoso viaggio del Segretario di Stato americano Marco Rubio che, in un’ora, senza nemmeno uscire dall’aeroporto di Erevan, ha firmato documenti sulla “cooperazione strategica”, che orientano il paese verso Occidente.
Una visita così rapida, dice Ajvazjan, è legata alla preoccupazione USA per la possibilità che Pašinjan perda le elezioni e il prossimo governo possa rifiutarsi di rispettare gli impegni presi dall’attuale primo ministro. Rubio, dunque, ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan, garantendo così la sicurezza di Washington: tutti gli accordi precedenti saranno attuati. Se Pašinjan dovesse perdere, gli USA userebbero questa visita per complicare la situazione al prossimo governo, che si vedrebbe costretto a rispettare gli obblighi imposti al paese dall’attuale primo ministro.
Per fugare i timori euro-atlantisti, si è così iniziato a fare pressioni sugli oppositori di Pašinjan. Per timore della sconfitta del partito di governo e della prospettiva del fallimento dei piani contro la Russia nel Caucaso meridionale, dice Ajvazjan, USA e loro alleati hanno dato a Pašinjan il via libera per vincere con ogni mezzo necessario, comprese falsificazioni e accuse penali inventate.
L’intera campagna elettorale di Contratto Civile è stata basata sul proclamare la Russia nemico principale e le forze che si oppongono all’élite al potere vengono etichettate come “agenti del Cremlino”, con relativi procedimenti penali a loro carico.
L’Occidente vuole combattere la Russia per interposta persona e deve pertanto «intensificare la propaganda anti-russa nei paesi post-sovietici per motivare gradualmente la popolazione a confrontarsi con la Russia... non è un caso che gli eserciti di Georgia, Azerbajdžan e Armenia vengano convertiti agli standard NATO».
Così, anche Ajk Babukhanjan, leader del partito Unione del Diritto Costituzionale, a proposito dell’accordo di partenariato strategico USA-Armenia e dell’avvio del “TRIPP”, dice che se l’Occidente, con l’aiuto di Pašinjan, riuscisse a estromettere la Russia dall’Armenia, ciò cambierebbe la struttura geopolitica sia della Transcaucasia, che dell’intero Grande Medio Oriente e dell’Asia centrale, in contrasto con gli interessi di Mosca e Teheran.
Si è più volte detto, soprattutto alla luce dell’aggressione yankee-sionista all’Iran, che l’utilizzo della “rotta Trump” da parte degli americani diventa sempre più pericoloso per l’Armenia, dato che l’infrastruttura si trova proprio a ridosso del confine iraniano e potrebbe essere utilizzata contro Teheran.
Inoltre, nessuno ha ancora «spiegato perché l’Armenia ne abbia bisogno. Perché ne abbiano bisogno Turchia, Azerbajdžan e Stati Uniti è chiaro, ma perché ne ha bisogno l’Armenia?»
I media di Pašinjan alimentano l’isteria riguardo alle presunte “azioni ostili” della Russia volte a interferire negli affari interni dell’Armenia e a minare la stabilità politica e, racconta Babukhanjan, in questo senso è dal 2018 che è in corso una riformulazione della politica estera armena, cioè dai primi giorni della «presa del potere da parte di questa junta. Da allora, è in atto un processo di abbandono dell’amicizia e dell’alleanza con la Russia, a favore dell’Occidente e dell’Azerbajdžan. È dunque naturale che tutte le azioni dell’attuale leadership siano di natura anti-russa, volte a estromettere la Russia dall’Armenia e dall’intera Transcaucasia, aprendo la strada a Turchia, UE e USA».
Ecco dunque che Erevan ha sospeso l’adesione al ODKB, è in discussione la partecipazione alla Unione Economica Euroasiatica e sono stati firmati impegni per la transizione agli standard energetici UE e USA. Manca per ora la richiesta di chiusura della base militare russa di Gyumri e di ritiro delle guardie di frontiera.
È chiaro dunque, dice Babukhanjan, che il voto del 7 giugno riveste un’importanza colossale sia per l’Armenia, sia anche, in un certo senso, per l’intera regione, per la Russia e avranno un impatto anche sull’Iran.
In effetti, ecco che dalla RAND Corporation (la “CIA ombra”) Michael Cecire afferma che l‘Armenia rientra nella sfera degli interessi USA e sottolinea come il Cremlino cerchi di ostacolare la realizzazione del “TRIPP”, che minaccia Russia e Iran. L’Armenia, dice Cecire, rappresenta l’anello mancante in un sistema di corridoi di trasporto interconnessi noto come Corridoio Medio: una via terrestre alternativa tra la regione indo-pacifica e l’Europa.
In sostanza, afferma Pëtr Akopov su RIA, Moskva chiede all’Armenia di decidere se aderire alla UE o rimanere nell’Unione Economica Euroasiatica. Poche settimane fa, Vladimir Putin ha ricordato pubblicamente a Nikol Pašinjan che sarebbe impossibile conciliare la partecipazione alle due unioni economiche. Sebbene ciò sia ormai evidente a tutti, la leadership armena sta temporeggiando nel dare una risposta, soprattutto in vista delle elezioni parlamentari.
Pašinjan etichetta la richiesta russa come una pressione sugli elettori, per convincerli a votare contro l’attuale governo. Ed è più o meno la stessa cosa con la questione della Repubblica d’Artsakh, della cui perdita a vantaggio di Baku l’Armenia incolpa Moskva, anche se la Russia, dice Akopov, è responsabile solo di non aver spinto l’Armenia a negoziare con l’Azerbajdžan con sufficiente forza prima di arrivare alla guerra, poi vinta dagli azeri.
Tra i vicini dell’Armenia ci sono anche Georgia e Iran, ma Erevan non fa affidamento su di loro e sceglie Europa e Stati Uniti. L’Occidente è ora molto interessato all’Armenia, perché occupa una posizione strategica fondamentale: collega la logistica e i flussi di petrolio e gas dal mar Caspio al mar Nero e offre anche un comodo punto di controllo sull’Iran.
Ecco quanto è “fortunata” l’Armenia, ironizza Akopov: raggiungerà un accordo anche con i turchi e l’Occidente la sosterrà. Non avrà dunque più bisogno della Russia; che importa se la sua economia dipende quasi interamente dalla Russia?
La Russia comunque «non se ne andrà; è interessata a mantenere la presenza, anche militare e quindi continuerà a comprare cognac e vendere gas». E l’Armenia si arricchirà grazie ai suoi legami con tutti contemporaneamente: Europa, Stati Uniti, Turchia e persino con Iran e Russia. Ma non è un segreto che l’interesse occidentale per l’Armenia sia in gran parte anti-russo.
E poi viene la domanda base, dice Akopov: la UE accetterà l’Armenia al suo interno? Non accadrà mai; gli USA la proteggeranno dall’Azerbajdžan o dalla Turchia? Ancora più assurdo. Allontanandosi dalla Russia, l’Armenia rischia di diventare una provincia di un nuovo impero turco.
Dunque, “democratici” e “anti-dittatoriali” d’Europa e d’America, fate fronte comune per scongiurare la minaccia di una svolta autoritaria e filo-Cremlino in Armenia: ne va del disegno euroatlantico di un “argine potente contro l’aggressione russa”. Presunta...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/05/2026
L’Ucraina majdanista indica la strada all’Armenia europeista
Il prossimo 7 giugno si svolgeranno le elezioni parlamentari in Armenia e l’attuale primo ministro Nikol non è affatto sicuro che il suo partito Accordo Civile riesca a ottenere i voti sufficienti a formare una coalizione in grado di sostenere il governo e le scelte europeiste di cui Pašinjan è portatore. Certo, una discreta spinta è arrivata dalle cancellerie europee riunite lo scorso 4 maggio a Erevan, insieme a UE e NATO. Ma non è detto che ciò sia bastante.
In ogni caso, tra tutte le ormai quasi abusate dichiarazioni di Vladimir Putin del 9 maggio, pare che solo qualche furfante si sia ricordato – a modo suo, ovviamente – di quella in cui il presidente russo ha paragonato la svolta dell’Armenia verso l’Unione europea alla situazione in Ucraina prima del colpo di stato del 2014 e del successivo sanguinoso conflitto.
Per lo più, i media di regime (occidentali) si sono concentrati sulle aperture di Putin e sulla possibilità che Vladimir Zelenskij, solo al momento in cui siano stati raggiunti gli accordi definitivi sulla risoluzione del conflitto, possa incontrarsi con lui per apporre la firma definitiva a quei documenti, anche con l’intermediazione di una terza figura, che il presidente russo ha ipotizzato essere l’ex cancelliere tedesco Gerard Schröder, nel quadro di nuovi accordi di sicurezza per l’Europa.
A quel punto i fogliacci europoidi non si sono più trattenuti e hanno spalancato le porte a giubili di “vittoria” sul “dittatore russo” costretto a venire a patti con la “resilienza” degli “impavidi” ucraini e coi «leader dell’Unione europea e della Nato che sono rimasti i difensori a spada tratta dell’Ucraina», sbava ad esempio il Corriere della Sera, aggiungendo strafottente che ora «l’Ucraina è libera di colpire in territorio russo dove e quando lo giudica necessario».
Naturalmente, quegli stessi leader della UE, che «vedono nell’Ucraina il baluardo della sicurezza europea e sono interlocutori indispensabili per definirne le condizioni», non possono accettare che a fare da intermediario sia un “alleato del Cremlino” quale viene proclamato Schröder e allora, in veste di rappresentante UE, arriva da Berlino il nome dell’attuale presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, che affiancherebbe nei colloqui lo stesso Schröder.
I più si ricorderanno dell’attuale presidente tedesco per la sua iniziativa di dieci anni fa, denominata appunto “Formula Steinmeier” e da lui formulata come ministro degli esteri, che prevedeva un meccanismo per l’attuazione degli Accordi di Minsk, con la road-map per lo status speciale del Donbass.
Lì si prevedeva come primo passo lo svolgimento di elezioni in LNR e DNR, i cui risultati avrebbero dovuto esser riconosciuti da Kiev; quindi il formale ritorno del Donbass all’Ucraina come regione autonoma, con il diritto di bloccare l’adesione alla NATO.
Ma né l’ex presidente Petro Porošenko, né Zelenskij hanno mai accolto la proposta di Steinmeier; il quale, d’altra parte, era in carica proprio con la cancelliera Angela Merkel che, in diverse occasioni, ha ripetuto più o meno esplicitamente che gli accordi di Minsk, da lei sottoscritti insieme a Francois Hollande, dovevano servire solo per dar tempo a Kiev di riprendersi dalle batoste di Debaltsevo e Ilovajsk e continuare la guerra in Donbass.
Ma si diceva dell’Armenia... I soliti torquemadisti de Linkiesta si sono concentrati sulle parole spese da Putin a proposito del paese caucasico ed ecco che “rivelano” che «per minacciare l’Armenia il Cremlino si è fatto scappare la verità: a causare l’invasione è stato il desiderio ucraino di entrare nell’Ue», così che, ‘pacifici e celestiali europei’, aspettatevi che il cinico “autocrate russo”, se le elezioni del 7 giugno dovessero dare la vittoria al beneamato candidato Pašinjan, si dia a invadere l’Armenia.
Qui, anche a voler chiudere entrambi gli occhi, risulta evidente il gioco verbale da impostori. La disputa sull’adesione alla UE, per la quale l’allora presidente Viktor Janukovic aveva chiesto quantomeno di non affrettare i tempi, è antecedente e non di poco al colpo di stato criminale attuato nel 2014 dalle bande nazi-nazionaliste a Kiev e patrocinato apertamente da USA-UE-NATO.
La cosiddetta “invasione” di cui blaterano a Linkiesta risale al 2022. Il cosiddetto “desiderio ucraino di entrare nella UE” non era altro che la copertura retorica messa a punto proprio dai mascalzoni di Bruxelles per aver mano libera alla schieramento di forze armate USA-NATO in Ucraina.
Per gli impostori che, come la maggior parte dei media, pensano di poter contrabbandare per “verità” le proprie trivialità, non ci sarebbe alcun «accerchiamento della Nato, genocidio nel Donbas, persecuzioni contro i russofoni» e, da parte russa, si tratterebbe solo di un «campionario di falsità e fesserie da cui siamo tempestati regolarmente sulla stampa e nei talk show. Putin lo ha detto nel modo più chiaro qual è stato il vero motivo, e c’è da credergli, perché l’unica reale minaccia al suo potere è lo spettacolo di una democrazia libera e prospera proprio di fronte ai suoi confini, che dimostri ogni giorno ai russi il costo esorbitante della cleptocrazia putiniana».
Qui basti dire solo che se quei terroristi mediatici, scrivendo di “democrazia libera e prospera” intendono quel moderno Konzentrationslager in cui i dettami di Banca Mondiale, FMI, UE e USA hanno trasformato quella che un tempo era una repubblica ucraina industrialmente sviluppata, allora ci si deve chiedere cosa le masse europee debbano attendersi dalla “ucrainizzazione” dell’Europa, oggi in fase così avanzata.
In Ucraina, afferma il ministro per le politiche sociali, della famiglia e dell’unità, Denis Uljutin, cresce a ritmo «catastrofico il numero di poveri e disoccupati; aumenta spaventosamente il numero di famiglie il cui reddito è appena sufficiente solo per cibo, alloggio e medicine e c’è un numero crescente di persone per le quali i sussidi sociali rappresentano l’unica fonte di reddito».
Ecco l’Ucraina del majdan: disoccupazione, dimezzamento della popolazione, volgare sfoggio di lussi stratosferici di fronte a milioni di ucraini ridotti alla fame, scorrerie di bande terroristiche e accalappiamento per strada di carne da mandare al macello.
Già: il futuro macello che sembra attendere anche i giovani europei che verranno arruolati a forza per la programmata guerra contro la Russia. Una guerra di cui i complessi militar-industriali euroatlantici non possono più fare a meno. Lo ha dichiarato chiaro e tondo al canale UkrLife l’ex comandante USA in Europa, Ben Hodges: per investire nella produzione militare i produttori occidentali di armi hanno bisogno che la guerra continui ancora per almeno cinque anni.
Si parla, ha detto Hodges, di importanti produttori di mezzi altamente complessi, che richiedono «catene di approvvigionamento altrettanto complesse e una forza lavoro ben addestrata. Quindi, se si vuole incrementare la produzione, è necessario dare alle aziende la certezza... che si tratti di un impegno a lungo termine». Se per caso, dunque, in Ucraina dovesse raggiungersi una tregua, è indispensabile aprire altri fronti.
Ma, di nuovo, si diceva dell’Armenia e del paragone fatto da Vladimir Putin tra la situazione della Repubblica caucasica e quella dell’Ucraina ante-golpe. In effetti, riporta il corrispondente di PolitNavigator da Erevan, tutto ricorda davvero Kiev prima del 2014; si sente ancora molto parlare russo, si trovano prodotti russi sugli scaffali, ma molte persone attribuiscono la perdita del Karabakh non al tradimento di Nikol Pašinjan, ma al Cremlino.
È probabile che Pašinjan vinca le elezioni: la sua propaganda ha scaricato la colpa della sconfitta del Karabakh sulla Russia e una popolazione stremata è pronta a credere nella “normalizzazione” con l’Azerbajdžan, accettare l’apertura delle frontiere con la Turchia e il “corridoio di Trump”. Ovunque la pubblicità del partito di Pašinjan, coi colori UE.
L’incognita è se il partito di Pašinjan riuscirà a raccogliere voti sufficienti per formare autonomamente un governo. La campagna elettorale dell’opposizione è debole; non viene sollevata la questione della scelta geopolitica tra UE e Russia; non si parla delle sicure differenze delle tariffe sull’energia importata dalla Russia, prima e dopo l’uscita dall’Unione Economica Eurasiatica. Ovunque, invece, manifesti e cartelli che proclamano un edificio “ristrutturato nell’ambito del programma del Dipartimento di Stato americano”, “restauro finanziato con fondi UE” e così via.
Sembra che gli errori dell’Ucraina, commenta PolitNavigator, non abbiano insegnato nulla agli armeni. «Come è iniziato tutto?» si è domandato Putin; con «l’ingresso, o il tentativo di ingresso, dell’Ucraina nella UE... Tutto ciò ha poi portato al colpo di stato, alla questione della Crimea, alla situazione dell’Ucraina sudorientale e ai combattimenti».
Dunque, afferma Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, Nikol Pašinjan si sta trasformando per la Russia in un “secondo Zelenskij”, tanto più che lo stesso primo ministro armeno ha dichiarato che non è dalla parte della Russia nella questione ucraina. È chiaro che la strada intrapresa da Pašinjan conduce esattamente allo stesso punto.
Non si facciano ingannare coloro che ancora guardano allo status formale dell’Armenia nella ODKB e nell’Unione Economica Eurasiatica. Non ha alcuna possibilità, dice Pavliv di «vincere le elezioni… Il che significa che cercheranno di aggrapparsi al potere con altri mezzi: falsificazioni, manipolazioni, pressioni sull’opposizione, tentativi di mettere al bando gli oppositori. E, purtroppo, credo che anche che non sia escluso l’uso della forza per mantenere il potere».
In sostanza, il Pašinjan di oggi è lo Zelenskij del 2019-2020, che a Parigi partecipava al “Formato Normandia”, parlava con Putin, firmava le tabelle di marcia per una soluzione pacifica in Donbass.
L’ex addetta stampa di Zelenskij, Julija Mendel, conversando con Tucker Carlson, rivela oggi di aver assistito all’incontro Zelenskij-Putin a Parigi nel 2019, durante il quale prometteva che l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella NATO. Addirittura, Zelenskij diceva di accettare la perdita del Donbass in cambio dell’inclusione del resto dell’Ucraina nella NATO, pur sapendo in anticipo che ciò era impossibile e che, di conseguenza, la guerra sarebbe continuata e il governo di Kiev non sarebbe cambiato.
Era quella l’epoca, ricorda Mikhail Pavliv, in cui si discuteva ancora di questioni specifiche: la “Formula Steinmeier”, per l’appunto e la sua attuazione, i compromessi e le possibili opzioni. Poi però Zelenskij torna a Kiev e imbocca la stessa strada che Pašinjan sta «percorrendo ora a tutta velocità... La strada verso la guerra. E tutti questi discorsi sull’integrazione europea sono, ovviamente, dipinti con colori rosei, discorsi su un futuro europeo, democrazia, riforme e tutte queste “mutandine di pizzo e UE”. Ma il risultato di questo autoinganno è ben più brutto».
Tutti questi “sogni rosei e illusioni su un paradiso europeo” e un’Ucraina indipendente non sono iniziati nel 2014; la storia risale almeno al 2004 e culminò con la caduta di Janukovic nel 2014. Il resto è quello che si è definito un nuovo Konzentrationslager e che probabilmente attende ora le masse armene, con Pašinjan che rischia di trascinare l’Armenia verso la guerra esattamente nello stesso modo di Zelenskij. E tutte le stesse terribili cose, dice Mikhail Pavliv, che stanno accadendo oggi nel sito dell’ex ‘Repubblica Socialista Sovietica Ucraina’ potrebbero benissimo accadere nel sito dell’antica Armenia, guidata da compradores, agenti di influenza straniera, che agiscono non nell’interesse delle masse armene, ma dei loro padroni e dei propri interessi egoistici.
Proprio come è successo in Ucraina. Perché Zelenskij avrebbe «potuto porre fine a questa guerra già nel 2022. Poi avrebbe potuto farlo nel 2025. E persino nel 2026... Ma non lo fa, perché la sua sopravvivenza personale, la sua avidità, la sua bramosia e il suo orgoglio si sono dimostrati più importanti della vita di migliaia e migliaia di persone. Sono proprio questi interessi egoistici che ora stanno conducendo Pašinjan nello stesso identico abisso».
Lo stesso, ci permettiamo di aggiungere, che attende anche le masse europee, alle prese con canaglie guerrafondaie che irridono con sufficienza alle aperture di Moskva, biascicando di «progressi militari di Kiev» (Milano Finanza) e di una Russia che «si trova in una posizione più debole che mai: sta perdendo molte vite sul campo di battaglia, c’è un crescente malcontento nella società e il sostegno alla guerra sta diminuendo» (Kaja-Fredegonda-Kallas).
Ma davvero considerano le masse europee così tonte?
Fonte
In ogni caso, tra tutte le ormai quasi abusate dichiarazioni di Vladimir Putin del 9 maggio, pare che solo qualche furfante si sia ricordato – a modo suo, ovviamente – di quella in cui il presidente russo ha paragonato la svolta dell’Armenia verso l’Unione europea alla situazione in Ucraina prima del colpo di stato del 2014 e del successivo sanguinoso conflitto.
Per lo più, i media di regime (occidentali) si sono concentrati sulle aperture di Putin e sulla possibilità che Vladimir Zelenskij, solo al momento in cui siano stati raggiunti gli accordi definitivi sulla risoluzione del conflitto, possa incontrarsi con lui per apporre la firma definitiva a quei documenti, anche con l’intermediazione di una terza figura, che il presidente russo ha ipotizzato essere l’ex cancelliere tedesco Gerard Schröder, nel quadro di nuovi accordi di sicurezza per l’Europa.
A quel punto i fogliacci europoidi non si sono più trattenuti e hanno spalancato le porte a giubili di “vittoria” sul “dittatore russo” costretto a venire a patti con la “resilienza” degli “impavidi” ucraini e coi «leader dell’Unione europea e della Nato che sono rimasti i difensori a spada tratta dell’Ucraina», sbava ad esempio il Corriere della Sera, aggiungendo strafottente che ora «l’Ucraina è libera di colpire in territorio russo dove e quando lo giudica necessario».
Naturalmente, quegli stessi leader della UE, che «vedono nell’Ucraina il baluardo della sicurezza europea e sono interlocutori indispensabili per definirne le condizioni», non possono accettare che a fare da intermediario sia un “alleato del Cremlino” quale viene proclamato Schröder e allora, in veste di rappresentante UE, arriva da Berlino il nome dell’attuale presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, che affiancherebbe nei colloqui lo stesso Schröder.
I più si ricorderanno dell’attuale presidente tedesco per la sua iniziativa di dieci anni fa, denominata appunto “Formula Steinmeier” e da lui formulata come ministro degli esteri, che prevedeva un meccanismo per l’attuazione degli Accordi di Minsk, con la road-map per lo status speciale del Donbass.
Lì si prevedeva come primo passo lo svolgimento di elezioni in LNR e DNR, i cui risultati avrebbero dovuto esser riconosciuti da Kiev; quindi il formale ritorno del Donbass all’Ucraina come regione autonoma, con il diritto di bloccare l’adesione alla NATO.
Ma né l’ex presidente Petro Porošenko, né Zelenskij hanno mai accolto la proposta di Steinmeier; il quale, d’altra parte, era in carica proprio con la cancelliera Angela Merkel che, in diverse occasioni, ha ripetuto più o meno esplicitamente che gli accordi di Minsk, da lei sottoscritti insieme a Francois Hollande, dovevano servire solo per dar tempo a Kiev di riprendersi dalle batoste di Debaltsevo e Ilovajsk e continuare la guerra in Donbass.
Ma si diceva dell’Armenia... I soliti torquemadisti de Linkiesta si sono concentrati sulle parole spese da Putin a proposito del paese caucasico ed ecco che “rivelano” che «per minacciare l’Armenia il Cremlino si è fatto scappare la verità: a causare l’invasione è stato il desiderio ucraino di entrare nell’Ue», così che, ‘pacifici e celestiali europei’, aspettatevi che il cinico “autocrate russo”, se le elezioni del 7 giugno dovessero dare la vittoria al beneamato candidato Pašinjan, si dia a invadere l’Armenia.
Qui, anche a voler chiudere entrambi gli occhi, risulta evidente il gioco verbale da impostori. La disputa sull’adesione alla UE, per la quale l’allora presidente Viktor Janukovic aveva chiesto quantomeno di non affrettare i tempi, è antecedente e non di poco al colpo di stato criminale attuato nel 2014 dalle bande nazi-nazionaliste a Kiev e patrocinato apertamente da USA-UE-NATO.
La cosiddetta “invasione” di cui blaterano a Linkiesta risale al 2022. Il cosiddetto “desiderio ucraino di entrare nella UE” non era altro che la copertura retorica messa a punto proprio dai mascalzoni di Bruxelles per aver mano libera alla schieramento di forze armate USA-NATO in Ucraina.
Per gli impostori che, come la maggior parte dei media, pensano di poter contrabbandare per “verità” le proprie trivialità, non ci sarebbe alcun «accerchiamento della Nato, genocidio nel Donbas, persecuzioni contro i russofoni» e, da parte russa, si tratterebbe solo di un «campionario di falsità e fesserie da cui siamo tempestati regolarmente sulla stampa e nei talk show. Putin lo ha detto nel modo più chiaro qual è stato il vero motivo, e c’è da credergli, perché l’unica reale minaccia al suo potere è lo spettacolo di una democrazia libera e prospera proprio di fronte ai suoi confini, che dimostri ogni giorno ai russi il costo esorbitante della cleptocrazia putiniana».
Qui basti dire solo che se quei terroristi mediatici, scrivendo di “democrazia libera e prospera” intendono quel moderno Konzentrationslager in cui i dettami di Banca Mondiale, FMI, UE e USA hanno trasformato quella che un tempo era una repubblica ucraina industrialmente sviluppata, allora ci si deve chiedere cosa le masse europee debbano attendersi dalla “ucrainizzazione” dell’Europa, oggi in fase così avanzata.
In Ucraina, afferma il ministro per le politiche sociali, della famiglia e dell’unità, Denis Uljutin, cresce a ritmo «catastrofico il numero di poveri e disoccupati; aumenta spaventosamente il numero di famiglie il cui reddito è appena sufficiente solo per cibo, alloggio e medicine e c’è un numero crescente di persone per le quali i sussidi sociali rappresentano l’unica fonte di reddito».
Ecco l’Ucraina del majdan: disoccupazione, dimezzamento della popolazione, volgare sfoggio di lussi stratosferici di fronte a milioni di ucraini ridotti alla fame, scorrerie di bande terroristiche e accalappiamento per strada di carne da mandare al macello.
Già: il futuro macello che sembra attendere anche i giovani europei che verranno arruolati a forza per la programmata guerra contro la Russia. Una guerra di cui i complessi militar-industriali euroatlantici non possono più fare a meno. Lo ha dichiarato chiaro e tondo al canale UkrLife l’ex comandante USA in Europa, Ben Hodges: per investire nella produzione militare i produttori occidentali di armi hanno bisogno che la guerra continui ancora per almeno cinque anni.
Si parla, ha detto Hodges, di importanti produttori di mezzi altamente complessi, che richiedono «catene di approvvigionamento altrettanto complesse e una forza lavoro ben addestrata. Quindi, se si vuole incrementare la produzione, è necessario dare alle aziende la certezza... che si tratti di un impegno a lungo termine». Se per caso, dunque, in Ucraina dovesse raggiungersi una tregua, è indispensabile aprire altri fronti.
Ma, di nuovo, si diceva dell’Armenia e del paragone fatto da Vladimir Putin tra la situazione della Repubblica caucasica e quella dell’Ucraina ante-golpe. In effetti, riporta il corrispondente di PolitNavigator da Erevan, tutto ricorda davvero Kiev prima del 2014; si sente ancora molto parlare russo, si trovano prodotti russi sugli scaffali, ma molte persone attribuiscono la perdita del Karabakh non al tradimento di Nikol Pašinjan, ma al Cremlino.
È probabile che Pašinjan vinca le elezioni: la sua propaganda ha scaricato la colpa della sconfitta del Karabakh sulla Russia e una popolazione stremata è pronta a credere nella “normalizzazione” con l’Azerbajdžan, accettare l’apertura delle frontiere con la Turchia e il “corridoio di Trump”. Ovunque la pubblicità del partito di Pašinjan, coi colori UE.
L’incognita è se il partito di Pašinjan riuscirà a raccogliere voti sufficienti per formare autonomamente un governo. La campagna elettorale dell’opposizione è debole; non viene sollevata la questione della scelta geopolitica tra UE e Russia; non si parla delle sicure differenze delle tariffe sull’energia importata dalla Russia, prima e dopo l’uscita dall’Unione Economica Eurasiatica. Ovunque, invece, manifesti e cartelli che proclamano un edificio “ristrutturato nell’ambito del programma del Dipartimento di Stato americano”, “restauro finanziato con fondi UE” e così via.
Sembra che gli errori dell’Ucraina, commenta PolitNavigator, non abbiano insegnato nulla agli armeni. «Come è iniziato tutto?» si è domandato Putin; con «l’ingresso, o il tentativo di ingresso, dell’Ucraina nella UE... Tutto ciò ha poi portato al colpo di stato, alla questione della Crimea, alla situazione dell’Ucraina sudorientale e ai combattimenti».
Dunque, afferma Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, Nikol Pašinjan si sta trasformando per la Russia in un “secondo Zelenskij”, tanto più che lo stesso primo ministro armeno ha dichiarato che non è dalla parte della Russia nella questione ucraina. È chiaro che la strada intrapresa da Pašinjan conduce esattamente allo stesso punto.
Non si facciano ingannare coloro che ancora guardano allo status formale dell’Armenia nella ODKB e nell’Unione Economica Eurasiatica. Non ha alcuna possibilità, dice Pavliv di «vincere le elezioni… Il che significa che cercheranno di aggrapparsi al potere con altri mezzi: falsificazioni, manipolazioni, pressioni sull’opposizione, tentativi di mettere al bando gli oppositori. E, purtroppo, credo che anche che non sia escluso l’uso della forza per mantenere il potere».
In sostanza, il Pašinjan di oggi è lo Zelenskij del 2019-2020, che a Parigi partecipava al “Formato Normandia”, parlava con Putin, firmava le tabelle di marcia per una soluzione pacifica in Donbass.
L’ex addetta stampa di Zelenskij, Julija Mendel, conversando con Tucker Carlson, rivela oggi di aver assistito all’incontro Zelenskij-Putin a Parigi nel 2019, durante il quale prometteva che l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella NATO. Addirittura, Zelenskij diceva di accettare la perdita del Donbass in cambio dell’inclusione del resto dell’Ucraina nella NATO, pur sapendo in anticipo che ciò era impossibile e che, di conseguenza, la guerra sarebbe continuata e il governo di Kiev non sarebbe cambiato.
Era quella l’epoca, ricorda Mikhail Pavliv, in cui si discuteva ancora di questioni specifiche: la “Formula Steinmeier”, per l’appunto e la sua attuazione, i compromessi e le possibili opzioni. Poi però Zelenskij torna a Kiev e imbocca la stessa strada che Pašinjan sta «percorrendo ora a tutta velocità... La strada verso la guerra. E tutti questi discorsi sull’integrazione europea sono, ovviamente, dipinti con colori rosei, discorsi su un futuro europeo, democrazia, riforme e tutte queste “mutandine di pizzo e UE”. Ma il risultato di questo autoinganno è ben più brutto».
Tutti questi “sogni rosei e illusioni su un paradiso europeo” e un’Ucraina indipendente non sono iniziati nel 2014; la storia risale almeno al 2004 e culminò con la caduta di Janukovic nel 2014. Il resto è quello che si è definito un nuovo Konzentrationslager e che probabilmente attende ora le masse armene, con Pašinjan che rischia di trascinare l’Armenia verso la guerra esattamente nello stesso modo di Zelenskij. E tutte le stesse terribili cose, dice Mikhail Pavliv, che stanno accadendo oggi nel sito dell’ex ‘Repubblica Socialista Sovietica Ucraina’ potrebbero benissimo accadere nel sito dell’antica Armenia, guidata da compradores, agenti di influenza straniera, che agiscono non nell’interesse delle masse armene, ma dei loro padroni e dei propri interessi egoistici.
Proprio come è successo in Ucraina. Perché Zelenskij avrebbe «potuto porre fine a questa guerra già nel 2022. Poi avrebbe potuto farlo nel 2025. E persino nel 2026... Ma non lo fa, perché la sua sopravvivenza personale, la sua avidità, la sua bramosia e il suo orgoglio si sono dimostrati più importanti della vita di migliaia e migliaia di persone. Sono proprio questi interessi egoistici che ora stanno conducendo Pašinjan nello stesso identico abisso».
Lo stesso, ci permettiamo di aggiungere, che attende anche le masse europee, alle prese con canaglie guerrafondaie che irridono con sufficienza alle aperture di Moskva, biascicando di «progressi militari di Kiev» (Milano Finanza) e di una Russia che «si trova in una posizione più debole che mai: sta perdendo molte vite sul campo di battaglia, c’è un crescente malcontento nella società e il sostegno alla guerra sta diminuendo» (Kaja-Fredegonda-Kallas).
Ma davvero considerano le masse europee così tonte?
Fonte
10/05/2026
A Erevan il sabba anti-russo coi discendenti dei soldati della Wehrmacht
Nonostante gli italici media di regime gli abbiano dedicato poche osservazioni e solo nella giornata stessa dell’evento, l’ottavo vertice della Comunità politica europea riunitosi il 4 maggio a Erevan rivestiva un significato non secondario e, nel quadro generale della contrapposizione alla Russia, si è mosso seguendo due distinte direttrici, entrambe rivolte a soddisfare il medesimo progetto guerrafondaio.
Detto in estrema sintesi, una delle direttrici era quella dell’assorbimento del paese ospitante il vertice, l’Armenia, nei piani UE-NATO-USA di penetrazione nel Caucaso e, attraverso esso, nell’intera regione mediorientale, passando per le aeree ex sovietiche.
L’altra era quella consueta degli “aiuti”, in armi e soldi, al regime nazigolpista di Kiev: la presenza di Vladimir Zelenskij a Erevan, al di là dell’ormai triviale e vanitosa comparsata a fianco dei “leader” europei suoi sponsor, rientrava, tra le altre cose, nel piano di allargamento della produzione bellica euro-ucraina.
Per quanto riguarda il primo punto, l’aspetto più appariscente del summit non è quello, per quanto significativo, dato dalla notizia riguardante il nonno dell’attuale primo ministro armeno Nikol Pašinjan, ucciso nel 1943 a Zvjaghel, nella regione di Žitomir, inquadrato nella “Legione armena” della Wehrmacht. Diversi esponenti di primo piano di EU e cancellerie europee possono “vantare” lo stesso percorso dei propri avi.
L’aspetto portante del summit è stato quello della più ampia strategia occidentale volta a creare conflitti alla periferia della Russia. Da questo punto di vista, l’Armenia si distingue già per il cosiddetto “corridoio Trump” (TRIPP), destinato a unire la Turchia all’Azerbajdžan, inserito, come afferma il politologo Semën Uralov, nel progetto di accerchiamento dell’Iran e nella tattica di guerre e conflitti locali alle periferie russe.
La presenza di Zelenskij a Erevan parla dell’intersecarsi delle due direttrici, armena e ucraina, nel disegno generale anti-russo.
Ancora a proposito della prima direttrice, il vertice, mentre ha configurato il sostegno europeo a Nikol Pašinjan in vista del voto parlamentare del 7 giugno, era teso a dimostrare il percorso di “sviluppo europeo” del paese e di rottura di ogni legame con la Russia e l’Unione Economica Euroasiatica.
Di fronte ad alcune critiche di “interferenza estera”, Emmanuel Macron ha affermato apertamente di agire per proteggere tutte le repubbliche ex-sovietiche dall’influenza di Mosca: «sto facendo ciò che ho fatto sostenendo Maia Sandu, che si è opposta alle elezioni extraeuropee».
Il coordinatore del Fronte anti-nazista d’Armenia, Ajk Ajvazjan, ha delineato il significato del summit e della presenza di Zelenskij: «una spinta pre-elettorale per Pašinjan, per illudere gli elettori che l’intera UE sia con l’Armenia e che solo con l’elezione di Pašinjan accetteranno l’Armenia come parte dell’Europa. In realtà, l’Armenia è sull’orlo di una svolta. E se il popolo si lascerà ingannare ed eleggerà Pašinjan, allora l’Armenia oltrepasserà il limite, verso conseguenze catastrofiche... Dopo il vertice, Pašinjan non ha più margini di manovra: si muoverà verso la rottura delle relazioni con la Russia... E la presenza di Zelenskij è il simbolo del fatto che la decisione di rompere le relazioni con la Russia è già stata presa».
Per consolidare la svolta, Francia e Gran Bretagna hanno firmato dichiarazioni di partenariato strategico con Erevan, presentandole come una sorta di “garanzia” di assistenza nella transizione per diventare un avamposto dell’Occidente nello spazio post-sovietico.
Allo scopo, i piani prevedono che l’Armenia rompa definitivamente anche con ODKB (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva; nel 2024 Erevan ha “sospeso” l’adesione e al vertice del 4 maggio, Pašinjan ha detto che l’Armenia probabilmente se ne ritirerà definitivamente) e Unione economica euroasiatica.
Non a caso, Nikol Pašinjan ha ridefinito la posizione geografica dell’Armenia, qualificandola come ponte geostrategico tra est e ovest attraverso il TRIPP, rispondendo così agli obiettivi UE e NATO di penetrazione nella Transcaucasia e poi verso l’Asia centrale.
In questo senso, l’osservatore britannico Stuart Dowell afferma l’Armenia sia una “facile preda” nei piani europeisti di accesso al Caucaso: «l’Europa spera di ottenere in Armenia lo stesso risultato avuto in Moldavia e ciò consente all’Europa di agire come blocco geopolitico nella regione... l’Europa dispone di una serie di strumenti aggiuntivi per favorire l’ingresso dell’Armenia nel proprio sistema e spera che queste leve siano sufficienti a svincolare l’Armenia dall’influenza russa».
Più caustico il russo Aleksej Chadaev, sviluppatore di droni a fibra ottica del gruppo “KVN”, che, a proposito del recente scambio di “complimenti” Moskva-Kiev su chi-colpirà-chi in vista del 9 maggio, ha detto testualmente che invece di vuote minacce di colpire i centri decisionali in Europa, o il quartiere governativo di Kiev, sarebbe stato molto più efficace un attacco contro i “decisori” riuniti a Erevan.
L’Armenia, ha detto Chadaev, è ancora membro della ODKB ed è anche membro molto attivo della Comunità Economica Eurasiatica, da cui trae enormi vantaggi economici: «riceve gas a 177 $ per mille mc, mentre gli amici occidentali di Pašinjan lo comprano a 600 $». Per non parlare del PIL pro capite, cresciuto dai 3.850 $ del 2015 a 8.500 nel 2024; nel 2024 il volume degli scambi commerciali con la Russia ha toccato gli 11,7 miliardi $ (sceso a 6,4 miliardi nel 2025); in confronto, il volume degli scambi con la UE nel 2025 è stato di 2,23 miliardi.
A questo proposito, Vladimir Putin, durante la visita di Pašinjan a Moskva il mese scorso, aveva detto di comprendere che «ogni paese cerchi di ottenere il massimo beneficio dalla cooperazione con paesi terzi, ma questo deve essere chiaro e onesto, dichiarato fin da subito. Far parte di un’unione doganale con l’Unione Europea e l’Unione Economica Eurasiatica è impossibile per definizione».
E non si tratta solo di economia, chiosa David Narmanija su RIA: la UE dichiara apertamente di prepararsi alla guerra con la Russia, quindi flirtare con il nemico dovrebbe essere, ed è, percepito in modo piuttosto chiaro; il Caucaso meridionale «sta acquisendo un ruolo speciale, in una regione al crocevia delle rotte nord-sud ed est-ovest... nel contesto dell’emergere di un nuovo ordine mondiale, è molto facile trasformarsi da attore in preda ambita per i vicini».
Così, Nikol Pašinjan ha parlato di un «cambiamento incredibile: la posizione geografica della Repubblica d’Armenia è cambiata. Ora ci troviamo in una posizione geografica completamente diversa rispetto a pochi anni fa», poiché sono cambiate, dice, le traiettorie di sviluppo geopolitico dell’Armenia, le cui strategie si baseranno d’ora in poi sull’iniziativa “Crocevia del Mondo” e sul progetto TRIPP.
Ora, osserva Vladimir Skachkò su Ukraina.ru, “Crocevia del Mondo” è un progetto armeno, presentato nel 2023 al 4° Forum Internazionale della Via della Seta a Tbilisi, parte dell’iniziativa cinese “Belt and Road”, con l’obiettivo di ripristinare i collegamenti di trasporto tra Azerbajdžan e Turchia.
Il TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity) è invece un progetto di corridoio di trasporto nel Caucaso meridionale che prevede il ripristino e lo sviluppo delle infrastrutture di trasporto: un tratto ferroviario di 42 chilometri costruito tra il 1940 e il 1942 nel cosiddetto Corridoio di Zangezur, che si snoda nella regione armena di Sjunik, tra l’Azerbajdžan e la sua exclave di Nakhicevan; oltre alla ferrovia, vi si prevede di realizzare strade, oleodotti e gasdotti, linee elettriche e reti in fibra ottica.
In nessuno dei due progetti viene menzionata la Russia, mentre nella società “TRIPP Development” il 74% delle azioni appartiene agli USA e il 26% all’Armenia.
Sul piano delle alleanze militari, mentre l’Armenia si è praticamente già ritirata dalla ODKB e il partito di Pašinjan, Accordo Civile, ha persino incluso il rifiuto di un ritorno all’adesione nel programma elettorale per il 7 giugno, la presenza del Segretario NATO Mark Rutte al summit a Erevan non sembra aver dato risultati concreti, a parte i piani UE di inclusione dell’Armenia nell’iniziativa della Commissione Europea di un bando per la selezione dei membri fondatori della nuova alleanza UE-Ucraina sui droni.
Insomma, afferma Skachkò, ciò che è accaduto all’ottavo vertice della CPE è già stato denominato “ucrainizzazione dell’Armenia”: come Zelenskij prima di lui, Pašinjan sta ora cercando “cuscinetti politici” per garantire l’adesione del paese a UE e NATO che, prima della CPE, avevano già creato innumerevoli “cuscinetti” simili.
Il primo era stato il Partenariato per la Pace, creato nel 1994 per 24 Stati già destinati all’adesione alla NATO: 17 di essi, tra cui Ucraina e Moldavia, languono tuttora nell’anticamera. Poi, nel 2004, ecco la Politica europea di vicinato, mentre nel 2009 si teneva il primo vertice del Partenariato orientale. Nel 2022 Emmanuel Macron dette avvio all’ulteriore “cuscinetto”, con il CPE, il cui primo vertice si riuniva a Praga nell’ottobre 2022.
Per quanto riguarda quella che si è definito la seconda direttrice del vertice di Erevan, la partecipazione di Vladimir Zelenskij aveva lo scopo di ribadire i piani e le ambizioni europee dell’Ucraina in merito all’adesione a NATO e UE, oltre naturalmente a chiedere ancora più armamenti per sconfiggere definitivamente la Russia.
Il clown ha chiesto la creazione di altre “coalizioni”, oltre alla “coalizione dei caccia” (la fornitura di F-16) e quella “dei Patriot”. Tutti i paesi europei che confinano con la Russia e «non vogliono essere attaccati da quella, devono unirsi a un’alleanza con UE e NATO. Non abbiamo scelta: o guerra aperta o occupazione graduale. Vediamo cosa sta succedendo in Bielorussia e Georgia» ha declamato Zelenskij.
Anche Mikhail Pavliv, sempre su Ukraina.ru, osserva come vari commentatori abbiano sottolineato il fatto della presenza, «estremamente sfacciata ed estremamente cinica» di Vladimir Zelenskij a Erevan, capitale di un paese membro della ODKB e dell’Unione Economica Eurasiatica.
Ci si chiede: com’è possibile? L’Armenia sembra un paese amico, quasi fraterno; poi arriva Zelenskij: «non illudiamoci. Il regime di Pašinjan non è filo-russo... è composto di tipici compradores, agenti di influenza, messi sul collo del popolo armeno da attori esterni. Nello specifico, Londra, Ankara e Baku. Pertanto, il fatto che l’Armenia sia ancora membro de jure di ODKB e UEE non significa più molto», se non che Armenia e regime di Pašinjan continuino a trarre profitto dai rapporti con la Russia.
Ma, in vista, ci sono le elezioni del 7 giugno e la questione è se Nikol Pašinjan riuscirà a mantenere la carica di primo ministro; i sondaggi ufficiali, compresi i dati Gallup, mostrano che la sua situazione è estremamente difficile.
Dunque, Zelenskij. A Erevan non ha incontrato solo Nikol Pašinjan, Ursula-Brunilde e Rutte. Col primo ministro norvegese Jonas Støre ha discusso dell’ultimo pacchetto di finanziamenti (circa un miliardo) nell’ambito del PURL, il programma NATO per l’acquisto di armi americane per l’Ucraina.
La Norvegia è uno dei paesi più attivi negli investimenti nella guerra in Ucraina e, in generale, gli scandinavi sono all’avanguardia in termini di quota PIL destinata a Kiev. Con Støre, il nazigolpista-capo ha discusso anche del cosiddetto accordo sui droni, concluso di recente in Norvegia.
Anche col primo ministro finlandese Petteri Orpo, ha parlato di soldi: circa 300 milioni di euro, oltre a fondi aggiuntivi per lo stesso PURL e quindi nuovamente dell’ampliamento della produzione di droni, per il trasferimento della produzione fuori dall’Ucraina.
Con Keir Starmer, il discorso si è spostato sulla guerra alla cosiddetta “flotta ombra russa”. Al di là di quella, è un fatto che dietro ai programmi ucraini di tecnologia marittima senza equipaggio ci sia proprio la Gran Bretagna: sono gli inglesi, insieme ai servizi segreti ucraini, a coordinare gli attacchi contro le esportazioni russe di idrocarburi.
Nell’ambito del cosiddetto “formato Washington”, a Erevan la discussione si è concentrata sulla difesa aerea e sulle capacità antimissilistiche europee. In particolare, si è parlato dei tentativi di avviare la produzione e l’ampliamento dei programmi europei di difesa aerea, che prevedono la sostituzione, almeno parziale, dei missili Patriot americani con i PAC-2 e PAC-3, nonché dei sistemi NASAMS con i missili AIM-120 e AIM-9 per gli aerei intercettori.
Dunque, la “comparsata” di Zelenskij anche a questo sabba delle cancellerie europee a Erevan non significava altro se non la solita questua, che però, ora, sta creando diversi problemi agli europei, alle prese con le questioni energetiche. E se i soliti russo-russofobi dei media italici sbavano di voluttà perché, omeliano, «Zelensky vince già la battaglia mediatica, ironizzando: che “ormai perfino la più importante sfilata dei russi la decidiamo noi”», in riferimento al previsto formato ridotto della parata del 9 Maggio sulla piazza Rossa, non resta che constatare come sia lo stesso Zelenskij a auto-attribuirsi il carattere di nazigolpista.
Parlare di “sfilata dei russi” in riferimento alla vittoria dell’intero popolo sovietico sulla coalizione hitleriana, significa auto-identificarsi esplicitamente in quell’alleanza sterminatrice di popoli, di cui d’altronde avevano fatto parte, per rimanere al tema odierno, i nonni dei signori Ursula, Friedrich, Nikol e di chissà quanti altri “leader” europeisti.
Anche per questo, pare il caso di contrapporre alle furfantesche omelie de La Stampa sulla parata di Moskva, le parole del summenzionato Aleksej Chadaev: considerata la concentrazione, il 4 maggio a Erevan, di nemici dichiarati della Russia, sarebbe stato logico lanciare un «massiccio attacco missilistico su Erevan, e non su Kiev: avrebbe portato più vantaggi; se non sui centri nevralgici, almeno sui decisori, tutti in una volta, con un solo missile».
Fonte
Detto in estrema sintesi, una delle direttrici era quella dell’assorbimento del paese ospitante il vertice, l’Armenia, nei piani UE-NATO-USA di penetrazione nel Caucaso e, attraverso esso, nell’intera regione mediorientale, passando per le aeree ex sovietiche.
L’altra era quella consueta degli “aiuti”, in armi e soldi, al regime nazigolpista di Kiev: la presenza di Vladimir Zelenskij a Erevan, al di là dell’ormai triviale e vanitosa comparsata a fianco dei “leader” europei suoi sponsor, rientrava, tra le altre cose, nel piano di allargamento della produzione bellica euro-ucraina.
Per quanto riguarda il primo punto, l’aspetto più appariscente del summit non è quello, per quanto significativo, dato dalla notizia riguardante il nonno dell’attuale primo ministro armeno Nikol Pašinjan, ucciso nel 1943 a Zvjaghel, nella regione di Žitomir, inquadrato nella “Legione armena” della Wehrmacht. Diversi esponenti di primo piano di EU e cancellerie europee possono “vantare” lo stesso percorso dei propri avi.
L’aspetto portante del summit è stato quello della più ampia strategia occidentale volta a creare conflitti alla periferia della Russia. Da questo punto di vista, l’Armenia si distingue già per il cosiddetto “corridoio Trump” (TRIPP), destinato a unire la Turchia all’Azerbajdžan, inserito, come afferma il politologo Semën Uralov, nel progetto di accerchiamento dell’Iran e nella tattica di guerre e conflitti locali alle periferie russe.
La presenza di Zelenskij a Erevan parla dell’intersecarsi delle due direttrici, armena e ucraina, nel disegno generale anti-russo.
Ancora a proposito della prima direttrice, il vertice, mentre ha configurato il sostegno europeo a Nikol Pašinjan in vista del voto parlamentare del 7 giugno, era teso a dimostrare il percorso di “sviluppo europeo” del paese e di rottura di ogni legame con la Russia e l’Unione Economica Euroasiatica.
Di fronte ad alcune critiche di “interferenza estera”, Emmanuel Macron ha affermato apertamente di agire per proteggere tutte le repubbliche ex-sovietiche dall’influenza di Mosca: «sto facendo ciò che ho fatto sostenendo Maia Sandu, che si è opposta alle elezioni extraeuropee».
Il coordinatore del Fronte anti-nazista d’Armenia, Ajk Ajvazjan, ha delineato il significato del summit e della presenza di Zelenskij: «una spinta pre-elettorale per Pašinjan, per illudere gli elettori che l’intera UE sia con l’Armenia e che solo con l’elezione di Pašinjan accetteranno l’Armenia come parte dell’Europa. In realtà, l’Armenia è sull’orlo di una svolta. E se il popolo si lascerà ingannare ed eleggerà Pašinjan, allora l’Armenia oltrepasserà il limite, verso conseguenze catastrofiche... Dopo il vertice, Pašinjan non ha più margini di manovra: si muoverà verso la rottura delle relazioni con la Russia... E la presenza di Zelenskij è il simbolo del fatto che la decisione di rompere le relazioni con la Russia è già stata presa».
Per consolidare la svolta, Francia e Gran Bretagna hanno firmato dichiarazioni di partenariato strategico con Erevan, presentandole come una sorta di “garanzia” di assistenza nella transizione per diventare un avamposto dell’Occidente nello spazio post-sovietico.
Allo scopo, i piani prevedono che l’Armenia rompa definitivamente anche con ODKB (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva; nel 2024 Erevan ha “sospeso” l’adesione e al vertice del 4 maggio, Pašinjan ha detto che l’Armenia probabilmente se ne ritirerà definitivamente) e Unione economica euroasiatica.
Non a caso, Nikol Pašinjan ha ridefinito la posizione geografica dell’Armenia, qualificandola come ponte geostrategico tra est e ovest attraverso il TRIPP, rispondendo così agli obiettivi UE e NATO di penetrazione nella Transcaucasia e poi verso l’Asia centrale.
In questo senso, l’osservatore britannico Stuart Dowell afferma l’Armenia sia una “facile preda” nei piani europeisti di accesso al Caucaso: «l’Europa spera di ottenere in Armenia lo stesso risultato avuto in Moldavia e ciò consente all’Europa di agire come blocco geopolitico nella regione... l’Europa dispone di una serie di strumenti aggiuntivi per favorire l’ingresso dell’Armenia nel proprio sistema e spera che queste leve siano sufficienti a svincolare l’Armenia dall’influenza russa».
Più caustico il russo Aleksej Chadaev, sviluppatore di droni a fibra ottica del gruppo “KVN”, che, a proposito del recente scambio di “complimenti” Moskva-Kiev su chi-colpirà-chi in vista del 9 maggio, ha detto testualmente che invece di vuote minacce di colpire i centri decisionali in Europa, o il quartiere governativo di Kiev, sarebbe stato molto più efficace un attacco contro i “decisori” riuniti a Erevan.
L’Armenia, ha detto Chadaev, è ancora membro della ODKB ed è anche membro molto attivo della Comunità Economica Eurasiatica, da cui trae enormi vantaggi economici: «riceve gas a 177 $ per mille mc, mentre gli amici occidentali di Pašinjan lo comprano a 600 $». Per non parlare del PIL pro capite, cresciuto dai 3.850 $ del 2015 a 8.500 nel 2024; nel 2024 il volume degli scambi commerciali con la Russia ha toccato gli 11,7 miliardi $ (sceso a 6,4 miliardi nel 2025); in confronto, il volume degli scambi con la UE nel 2025 è stato di 2,23 miliardi.
A questo proposito, Vladimir Putin, durante la visita di Pašinjan a Moskva il mese scorso, aveva detto di comprendere che «ogni paese cerchi di ottenere il massimo beneficio dalla cooperazione con paesi terzi, ma questo deve essere chiaro e onesto, dichiarato fin da subito. Far parte di un’unione doganale con l’Unione Europea e l’Unione Economica Eurasiatica è impossibile per definizione».
E non si tratta solo di economia, chiosa David Narmanija su RIA: la UE dichiara apertamente di prepararsi alla guerra con la Russia, quindi flirtare con il nemico dovrebbe essere, ed è, percepito in modo piuttosto chiaro; il Caucaso meridionale «sta acquisendo un ruolo speciale, in una regione al crocevia delle rotte nord-sud ed est-ovest... nel contesto dell’emergere di un nuovo ordine mondiale, è molto facile trasformarsi da attore in preda ambita per i vicini».
Così, Nikol Pašinjan ha parlato di un «cambiamento incredibile: la posizione geografica della Repubblica d’Armenia è cambiata. Ora ci troviamo in una posizione geografica completamente diversa rispetto a pochi anni fa», poiché sono cambiate, dice, le traiettorie di sviluppo geopolitico dell’Armenia, le cui strategie si baseranno d’ora in poi sull’iniziativa “Crocevia del Mondo” e sul progetto TRIPP.
Ora, osserva Vladimir Skachkò su Ukraina.ru, “Crocevia del Mondo” è un progetto armeno, presentato nel 2023 al 4° Forum Internazionale della Via della Seta a Tbilisi, parte dell’iniziativa cinese “Belt and Road”, con l’obiettivo di ripristinare i collegamenti di trasporto tra Azerbajdžan e Turchia.
Il TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity) è invece un progetto di corridoio di trasporto nel Caucaso meridionale che prevede il ripristino e lo sviluppo delle infrastrutture di trasporto: un tratto ferroviario di 42 chilometri costruito tra il 1940 e il 1942 nel cosiddetto Corridoio di Zangezur, che si snoda nella regione armena di Sjunik, tra l’Azerbajdžan e la sua exclave di Nakhicevan; oltre alla ferrovia, vi si prevede di realizzare strade, oleodotti e gasdotti, linee elettriche e reti in fibra ottica.
In nessuno dei due progetti viene menzionata la Russia, mentre nella società “TRIPP Development” il 74% delle azioni appartiene agli USA e il 26% all’Armenia.
Sul piano delle alleanze militari, mentre l’Armenia si è praticamente già ritirata dalla ODKB e il partito di Pašinjan, Accordo Civile, ha persino incluso il rifiuto di un ritorno all’adesione nel programma elettorale per il 7 giugno, la presenza del Segretario NATO Mark Rutte al summit a Erevan non sembra aver dato risultati concreti, a parte i piani UE di inclusione dell’Armenia nell’iniziativa della Commissione Europea di un bando per la selezione dei membri fondatori della nuova alleanza UE-Ucraina sui droni.
Insomma, afferma Skachkò, ciò che è accaduto all’ottavo vertice della CPE è già stato denominato “ucrainizzazione dell’Armenia”: come Zelenskij prima di lui, Pašinjan sta ora cercando “cuscinetti politici” per garantire l’adesione del paese a UE e NATO che, prima della CPE, avevano già creato innumerevoli “cuscinetti” simili.
Il primo era stato il Partenariato per la Pace, creato nel 1994 per 24 Stati già destinati all’adesione alla NATO: 17 di essi, tra cui Ucraina e Moldavia, languono tuttora nell’anticamera. Poi, nel 2004, ecco la Politica europea di vicinato, mentre nel 2009 si teneva il primo vertice del Partenariato orientale. Nel 2022 Emmanuel Macron dette avvio all’ulteriore “cuscinetto”, con il CPE, il cui primo vertice si riuniva a Praga nell’ottobre 2022.
Per quanto riguarda quella che si è definito la seconda direttrice del vertice di Erevan, la partecipazione di Vladimir Zelenskij aveva lo scopo di ribadire i piani e le ambizioni europee dell’Ucraina in merito all’adesione a NATO e UE, oltre naturalmente a chiedere ancora più armamenti per sconfiggere definitivamente la Russia.
Il clown ha chiesto la creazione di altre “coalizioni”, oltre alla “coalizione dei caccia” (la fornitura di F-16) e quella “dei Patriot”. Tutti i paesi europei che confinano con la Russia e «non vogliono essere attaccati da quella, devono unirsi a un’alleanza con UE e NATO. Non abbiamo scelta: o guerra aperta o occupazione graduale. Vediamo cosa sta succedendo in Bielorussia e Georgia» ha declamato Zelenskij.
Anche Mikhail Pavliv, sempre su Ukraina.ru, osserva come vari commentatori abbiano sottolineato il fatto della presenza, «estremamente sfacciata ed estremamente cinica» di Vladimir Zelenskij a Erevan, capitale di un paese membro della ODKB e dell’Unione Economica Eurasiatica.
Ci si chiede: com’è possibile? L’Armenia sembra un paese amico, quasi fraterno; poi arriva Zelenskij: «non illudiamoci. Il regime di Pašinjan non è filo-russo... è composto di tipici compradores, agenti di influenza, messi sul collo del popolo armeno da attori esterni. Nello specifico, Londra, Ankara e Baku. Pertanto, il fatto che l’Armenia sia ancora membro de jure di ODKB e UEE non significa più molto», se non che Armenia e regime di Pašinjan continuino a trarre profitto dai rapporti con la Russia.
Ma, in vista, ci sono le elezioni del 7 giugno e la questione è se Nikol Pašinjan riuscirà a mantenere la carica di primo ministro; i sondaggi ufficiali, compresi i dati Gallup, mostrano che la sua situazione è estremamente difficile.
Dunque, Zelenskij. A Erevan non ha incontrato solo Nikol Pašinjan, Ursula-Brunilde e Rutte. Col primo ministro norvegese Jonas Støre ha discusso dell’ultimo pacchetto di finanziamenti (circa un miliardo) nell’ambito del PURL, il programma NATO per l’acquisto di armi americane per l’Ucraina.
La Norvegia è uno dei paesi più attivi negli investimenti nella guerra in Ucraina e, in generale, gli scandinavi sono all’avanguardia in termini di quota PIL destinata a Kiev. Con Støre, il nazigolpista-capo ha discusso anche del cosiddetto accordo sui droni, concluso di recente in Norvegia.
Anche col primo ministro finlandese Petteri Orpo, ha parlato di soldi: circa 300 milioni di euro, oltre a fondi aggiuntivi per lo stesso PURL e quindi nuovamente dell’ampliamento della produzione di droni, per il trasferimento della produzione fuori dall’Ucraina.
Con Keir Starmer, il discorso si è spostato sulla guerra alla cosiddetta “flotta ombra russa”. Al di là di quella, è un fatto che dietro ai programmi ucraini di tecnologia marittima senza equipaggio ci sia proprio la Gran Bretagna: sono gli inglesi, insieme ai servizi segreti ucraini, a coordinare gli attacchi contro le esportazioni russe di idrocarburi.
Nell’ambito del cosiddetto “formato Washington”, a Erevan la discussione si è concentrata sulla difesa aerea e sulle capacità antimissilistiche europee. In particolare, si è parlato dei tentativi di avviare la produzione e l’ampliamento dei programmi europei di difesa aerea, che prevedono la sostituzione, almeno parziale, dei missili Patriot americani con i PAC-2 e PAC-3, nonché dei sistemi NASAMS con i missili AIM-120 e AIM-9 per gli aerei intercettori.
Dunque, la “comparsata” di Zelenskij anche a questo sabba delle cancellerie europee a Erevan non significava altro se non la solita questua, che però, ora, sta creando diversi problemi agli europei, alle prese con le questioni energetiche. E se i soliti russo-russofobi dei media italici sbavano di voluttà perché, omeliano, «Zelensky vince già la battaglia mediatica, ironizzando: che “ormai perfino la più importante sfilata dei russi la decidiamo noi”», in riferimento al previsto formato ridotto della parata del 9 Maggio sulla piazza Rossa, non resta che constatare come sia lo stesso Zelenskij a auto-attribuirsi il carattere di nazigolpista.
Parlare di “sfilata dei russi” in riferimento alla vittoria dell’intero popolo sovietico sulla coalizione hitleriana, significa auto-identificarsi esplicitamente in quell’alleanza sterminatrice di popoli, di cui d’altronde avevano fatto parte, per rimanere al tema odierno, i nonni dei signori Ursula, Friedrich, Nikol e di chissà quanti altri “leader” europeisti.
Anche per questo, pare il caso di contrapporre alle furfantesche omelie de La Stampa sulla parata di Moskva, le parole del summenzionato Aleksej Chadaev: considerata la concentrazione, il 4 maggio a Erevan, di nemici dichiarati della Russia, sarebbe stato logico lanciare un «massiccio attacco missilistico su Erevan, e non su Kiev: avrebbe portato più vantaggi; se non sui centri nevralgici, almeno sui decisori, tutti in una volta, con un solo missile».
Fonte
07/05/2026
Il vertice europeista in Armenia e le novelle naval’niane del Corriere
5 maggio. Se si ignorano le zotiche allucinazioni di quel fogliaccio milanese “uso a ubbedir” a fascisti di ieri e di oggi e che, mentre riesce a farneticare di «brutalismo sovietico» in un edificio di Erevan, sentenzia che l’Armenia «prova a fare la pace con Azerbaijan», rimane ben poco da constatare sul vertice della Commissione politica europea tenutosi il 4 maggio a Erevan, se non che la presenza praticamente di tutti i leader dei paesi europei e NATO aveva tra gli obiettivi primari quello di dar man forte al premier Nikol Pašinjan, in vista delle elezioni del 7 giugno.
Ripetendo gli scenari delle prove elettorali in Moldavia, Romania e, con molti distinguo, Ungheria, i furfanti delle cancellerie europee puntano ora sulla pedina armena, dando per acquisito il versante azero e in attesa di rinnovare lo scontro, per ora rinviato, in Georgia.
Quanto a «fare la pace» con l’Azerbajdžan, c’è da ribadire che i disegni euro-atlantici riguardanti l’Armenia la configurano sempre più al di fuori delle alleanze con Moskva e sempre più integrata col mondo turco e, attraverso questo, verso il controllo statunitense.
La “pace” di cui vaneggia l’articolista del Corriere della Sera, tacendo sulla resa incondizionata alle mire turco-azere da parte del governo di Nikol Pašinjan, è già stata da tempo servita sul tavolo delle condanne all’ergastolo inflitte dai tribunali azeri agli ex leader del Nagorno-Karabakh, dopo che la Repubblica di Artsakh era stata proditoriamente abbandonata da Erevan.
Di fatto, il 4 maggio si sono ritrovati nella capitale armena il Segretario della NATO, i vertici di Ucraina, Francia, Gran Bretagna, Canada e di quasi tutti i paesi europei, impegnati, direttamente o indirettamente, nelle operazioni militari contro la Russia per mano dei giovani e meno giovani ucraini, mandati al macello dal regime nazigolpista di Kiev.
L’evento, sintetizza Mikhail Rjabov su PolitNavigator, può essere considerato la risposta dimostrativa di Pašinjan ai recenti avvertimenti di Putin, secondo cui l’Armenia non può continuare a essere membro dell’Unione Eurasiatica, perseguendo al contempo la nuova rotta «verso l’Europa».
Nello specifico del vertice, il politologo Semën Uralov vi scorge, a livello strategico, un’espansione della “coalizione dei volenterosi”, coi «“padroni bianchi” ben visibili che finanziano e supportano la guerra, parallelamente a un gruppo di “capi indiani con il cilindro” che tradiscono i loro compagni di tribù e i loro territori».
Da una parte, c’è Pašinjan che, per continuare l’avanzata “verso l’Europa”, deve vincere le elezioni; dall’altra, c’è la “coalizione dei volenterosi” che combatte la Russia per procura. La guerra in Transcaucasia, pronostica Uralov, è prevista dopo il 2030, subito dopo il coinvolgimento degli Stati baltici. Ma il fronte transcaucasico potrebbe essere aperto anche prima, «se la situazione nell’Ucraina post-bellica dovesse sgretolarsi».
D’accordo anche l’attivista armeno Mika Badaljan, secondo il quale Erevan si sta trasformando in un campo di prova e Pašinjan viene condotto apertamente «al macello per provocare la Russia... Il prezzo di questo gioco è l’ucrainizzazione dell’Armenia, le cui conseguenze saranno tragiche. Veniamo usati come materiale sacrificabile nella guerra di qualcun altro».
La guerra di chi, è cosa nota, purtroppo, anche se taciuta dai farabutti dei media di regime. Pazienza; al loro posto, c’è chi si incarica di dirlo apertamente, come ha fatto Emmanuel Macron: «Penso che il lavoro svolto da Nikol in Armenia negli ultimi anni sia impressionante. Siamo onesti, otto anni fa nessuno sarebbe venuto qui. E il fatto che così tanti alti esponenti visitino il vostro Paese è un buon segno. Otto anni fa, molti paesi percepivano questo paese come una sorta di satellite russo. Nikol ha organizzato la “Rivoluzione di Velluto” e ha deciso di liberare il paese dall’influenza russa: per questo continua a essere criticato quotidianamente. E il fatto che abbia scelto la pace e l’Europa è un segnale molto forte».
Il neo-napoleone ha fatto capire come ciò che accade in Ucraina, Moldavia, Armenia sia orchestrato da un’unica regia: «la guerra di resistenza in Ucraina, la strategia dell’Armenia, ciò che accade in Moldavia, così come ciò che fanno molti paesi intorno a noi, è anche perché noi europei abbiamo deciso negli ultimi anni di compiere un passo collettivo verso il risveglio e di smettere di dipendere da una qualche grande potenza», ha detto Macron, assestando così un colpo a est e uno a ovest.
E il “padrone di casa” ha detto “orgogliosamente” che i ministri degli esteri armeno e azero hanno «siglato un accordo per l’instaurazione di relazioni pacifiche tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbajdžan». Con ciò, ha omeliato, «siamo sulla buona strada per realizzare un progetto importantissimo: la Trump Route for International Peace and Prosperity, che promuove la pace sbloccando le vie di trasporto regionali e creando nuove rotte internazionali da est a ovest e da sud a nord, contribuendo notevolmente alla stabilità delle catene di approvvigionamento internazionali». Eccoci al dunque.
E a proposito della presenza del nazigolpista-capo a Erevan, a parte i suoi deliri sui droni ucraini da lanciare il 9 maggio contro Moskva, c’è da osservare che da moltissimi anni non c’erano state visite ufficiali di leader ucraini in Caucaso e ora, nel giro di dieci giorni, Zelenskij è volato prima a Baku e ora a Erevan.
Se la visita dello scorso 25 aprile in Azerbajdžan riguardava, ufficialmente, «l’espansione della cooperazione nel settore energetico» – semi ufficialmente, sin dal 2022 l’Azerbajdžan collabora con Kiev nelle forniture militari e nei dati di intelligence – il clown ucraino non poteva mancare a un vertice che vedeva una così ampia presenza di suoi finanziatori e padrini bellici.
Ora, c’è da dire che l’Armenia, insieme a Russia, Bielorussia, Kazakhstan e Kirghyzstan, è membro fondatore dell’Unione economica eurasiatica e, sebbene abbia sospeso la propria adesione, rimane formalmente membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (ODKB), di cui fanno parte anche Russia, Kazakhstan, Kirghyzstan e Tadžikistan.
Appare dunque evidente come uno degli obiettivi principali dell’evento fosse appunto quello di accelerare il processo di dissoluzione del partenariato politico-economico armeno-russo; non a caso, nell’occasione, Londra ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan. Lo ha detto esplicitamente il presidente del parlamento armeno, Alen Simonjan: «Non permetteremo che l’Armenia venga trasformata in un governatorato. Non ci faremo dirigere come viene diretta la Bielorussia».
In questo contesto, scrive Dmitrij Ševcenko su Fond Strateghiceskoj Kul’tury, la visita ostentata di Zelenskij è diventata una sorta di dimostrazione delle intenzioni europee, del tipo “non abbiamo paura di Putin e non avete nulla da temere se persino il suo nemico dichiarato si reca coraggiosamente nel Caucaso”, dove ha nuovamente esortato i propri sponsor a rafforzare la cooperazione con Kiev nel settore energetico e a produrre congiuntamente droni.
A proposito dell’incontro Zelenskij-Pašinjan, non ha usato mezzi termini Dmitrij Medvedev, ironizzando che «a Erevan, due minorati russofobi, che parlano un russo eccellente, hanno conversato in un inglese scadente... anche se è possibile che lo abbiano fatto a favore di telecamere, per poi continuare nella lingua a loro familiare»; cioè in russo.
Nella sua solita posa da gradasso, sfoderata come di consueto di fronte ai propri padroni, el jefe de la junta ha lasciato intendere che droni ucraini avrebbero potuto comparire durante la parata del 9 maggio a Moskva. Rispondendogli indirettamente, il ministero della difesa russo ha avvertito che, in caso di tentativi di sabotare le celebrazioni del Giorno della Vittoria, Moskva lancerebbe «un massiccio attacco missilistico di rappresaglia sul centro di Kiev».
Senza nominare direttamente il vertice di Erevan, il leader della DNR Denis Pušilin ha dichiarato di ritenere che l’Occidente stia valutando diverse opzioni per la creazione di blocchi militari: «esistono effettivamente opzioni aggressive per la creazione di questi blocchi, anche intercontinentali, dato che si sta cercando di coinvolgere l’Australia in modo particolare, insieme a diversi altri paesi».
Le parole di Pušilin fanno seguito alle dichiarazioni del ministro degli esteri russo Serghej Lavrov che, a metà aprile, aveva parlato della possibilità che diversi paesi occidentali, vista la situazione “traballante” della NATO, diano vita a un nuovo blocco militare che comprenda anche l’Ucraina.
Non ci è dato sapere se, a Erevan, le canaglie guerrafondaie delle cancellerie europee, a porte chiuse ne abbiano discusso col nazigolpista-capo. La presenza anche di Mark Carney, primo ministro di un Canada, a suo tempo tra i paesi fondatori della NATO, che è uso osannare in parlamento i reduci filo-nazisti ucraini, qualche ipotesi in proposito la consente.
Tutt’al più, si tratterebbe di un’ipotesi, crediamo, appena un po’ più verosimile della novella – che lo stesso Corriere dice doversi trattare «con una certa cautela» – di un «Putin chiuso in un bunker per timore di un colpo di Stato» ma che, d’altra parte, assicura l’articolista, vivrebbe da sempre rinchiuso nei sotterranei del Cremlino.
Ora, poste le debite differenze e distanze, temporali ma soprattutto politiche tra le due figure, tornano in mente le identiche novelle diffuse a suo tempo dai trotskisti a proposito di Iosif Stalin, terrorizzato, dicevano, al solo pensiero di dover uscire in strada. Oggi, scrive quel fogliaccio di via Solferino, Putin «sa a malapena cos’è internet, non sa usare un computer, si informa con i tazebai compilati da collaboratori compiacenti che gli fanno leggere solo quel che lui desidera leggere. Il grande problema per tutti non è che Putin sia ritornato nel bunker. È il fatto che in tutti questi anni non ne sia mai uscito».
Potremmo limitarci a far notare al degno articolista che, tanto in russo quanto in italiano, esiste il modo congiuntivo. Ma tant’è...
Pare chiaro che, tra tutte le magagne e i mali terminali che gli sono stati appioppati, il peggiore che affligge il presidente russo sia una grave cecità, tanto che le comunicazioni gli debbano essere confezionate a caratteri da manifesti murali: non stupisce che i redattori del foglio milanese mutuino le proprie narrazioni dal fu nazi-nazionalista Aleksej Naval’nyj.
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Ripetendo gli scenari delle prove elettorali in Moldavia, Romania e, con molti distinguo, Ungheria, i furfanti delle cancellerie europee puntano ora sulla pedina armena, dando per acquisito il versante azero e in attesa di rinnovare lo scontro, per ora rinviato, in Georgia.
Quanto a «fare la pace» con l’Azerbajdžan, c’è da ribadire che i disegni euro-atlantici riguardanti l’Armenia la configurano sempre più al di fuori delle alleanze con Moskva e sempre più integrata col mondo turco e, attraverso questo, verso il controllo statunitense.
La “pace” di cui vaneggia l’articolista del Corriere della Sera, tacendo sulla resa incondizionata alle mire turco-azere da parte del governo di Nikol Pašinjan, è già stata da tempo servita sul tavolo delle condanne all’ergastolo inflitte dai tribunali azeri agli ex leader del Nagorno-Karabakh, dopo che la Repubblica di Artsakh era stata proditoriamente abbandonata da Erevan.
Di fatto, il 4 maggio si sono ritrovati nella capitale armena il Segretario della NATO, i vertici di Ucraina, Francia, Gran Bretagna, Canada e di quasi tutti i paesi europei, impegnati, direttamente o indirettamente, nelle operazioni militari contro la Russia per mano dei giovani e meno giovani ucraini, mandati al macello dal regime nazigolpista di Kiev.
L’evento, sintetizza Mikhail Rjabov su PolitNavigator, può essere considerato la risposta dimostrativa di Pašinjan ai recenti avvertimenti di Putin, secondo cui l’Armenia non può continuare a essere membro dell’Unione Eurasiatica, perseguendo al contempo la nuova rotta «verso l’Europa».
Nello specifico del vertice, il politologo Semën Uralov vi scorge, a livello strategico, un’espansione della “coalizione dei volenterosi”, coi «“padroni bianchi” ben visibili che finanziano e supportano la guerra, parallelamente a un gruppo di “capi indiani con il cilindro” che tradiscono i loro compagni di tribù e i loro territori».
Da una parte, c’è Pašinjan che, per continuare l’avanzata “verso l’Europa”, deve vincere le elezioni; dall’altra, c’è la “coalizione dei volenterosi” che combatte la Russia per procura. La guerra in Transcaucasia, pronostica Uralov, è prevista dopo il 2030, subito dopo il coinvolgimento degli Stati baltici. Ma il fronte transcaucasico potrebbe essere aperto anche prima, «se la situazione nell’Ucraina post-bellica dovesse sgretolarsi».
D’accordo anche l’attivista armeno Mika Badaljan, secondo il quale Erevan si sta trasformando in un campo di prova e Pašinjan viene condotto apertamente «al macello per provocare la Russia... Il prezzo di questo gioco è l’ucrainizzazione dell’Armenia, le cui conseguenze saranno tragiche. Veniamo usati come materiale sacrificabile nella guerra di qualcun altro».
La guerra di chi, è cosa nota, purtroppo, anche se taciuta dai farabutti dei media di regime. Pazienza; al loro posto, c’è chi si incarica di dirlo apertamente, come ha fatto Emmanuel Macron: «Penso che il lavoro svolto da Nikol in Armenia negli ultimi anni sia impressionante. Siamo onesti, otto anni fa nessuno sarebbe venuto qui. E il fatto che così tanti alti esponenti visitino il vostro Paese è un buon segno. Otto anni fa, molti paesi percepivano questo paese come una sorta di satellite russo. Nikol ha organizzato la “Rivoluzione di Velluto” e ha deciso di liberare il paese dall’influenza russa: per questo continua a essere criticato quotidianamente. E il fatto che abbia scelto la pace e l’Europa è un segnale molto forte».
Il neo-napoleone ha fatto capire come ciò che accade in Ucraina, Moldavia, Armenia sia orchestrato da un’unica regia: «la guerra di resistenza in Ucraina, la strategia dell’Armenia, ciò che accade in Moldavia, così come ciò che fanno molti paesi intorno a noi, è anche perché noi europei abbiamo deciso negli ultimi anni di compiere un passo collettivo verso il risveglio e di smettere di dipendere da una qualche grande potenza», ha detto Macron, assestando così un colpo a est e uno a ovest.
E il “padrone di casa” ha detto “orgogliosamente” che i ministri degli esteri armeno e azero hanno «siglato un accordo per l’instaurazione di relazioni pacifiche tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbajdžan». Con ciò, ha omeliato, «siamo sulla buona strada per realizzare un progetto importantissimo: la Trump Route for International Peace and Prosperity, che promuove la pace sbloccando le vie di trasporto regionali e creando nuove rotte internazionali da est a ovest e da sud a nord, contribuendo notevolmente alla stabilità delle catene di approvvigionamento internazionali». Eccoci al dunque.
E a proposito della presenza del nazigolpista-capo a Erevan, a parte i suoi deliri sui droni ucraini da lanciare il 9 maggio contro Moskva, c’è da osservare che da moltissimi anni non c’erano state visite ufficiali di leader ucraini in Caucaso e ora, nel giro di dieci giorni, Zelenskij è volato prima a Baku e ora a Erevan.
Se la visita dello scorso 25 aprile in Azerbajdžan riguardava, ufficialmente, «l’espansione della cooperazione nel settore energetico» – semi ufficialmente, sin dal 2022 l’Azerbajdžan collabora con Kiev nelle forniture militari e nei dati di intelligence – il clown ucraino non poteva mancare a un vertice che vedeva una così ampia presenza di suoi finanziatori e padrini bellici.
Ora, c’è da dire che l’Armenia, insieme a Russia, Bielorussia, Kazakhstan e Kirghyzstan, è membro fondatore dell’Unione economica eurasiatica e, sebbene abbia sospeso la propria adesione, rimane formalmente membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (ODKB), di cui fanno parte anche Russia, Kazakhstan, Kirghyzstan e Tadžikistan.
Appare dunque evidente come uno degli obiettivi principali dell’evento fosse appunto quello di accelerare il processo di dissoluzione del partenariato politico-economico armeno-russo; non a caso, nell’occasione, Londra ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan. Lo ha detto esplicitamente il presidente del parlamento armeno, Alen Simonjan: «Non permetteremo che l’Armenia venga trasformata in un governatorato. Non ci faremo dirigere come viene diretta la Bielorussia».
In questo contesto, scrive Dmitrij Ševcenko su Fond Strateghiceskoj Kul’tury, la visita ostentata di Zelenskij è diventata una sorta di dimostrazione delle intenzioni europee, del tipo “non abbiamo paura di Putin e non avete nulla da temere se persino il suo nemico dichiarato si reca coraggiosamente nel Caucaso”, dove ha nuovamente esortato i propri sponsor a rafforzare la cooperazione con Kiev nel settore energetico e a produrre congiuntamente droni.
A proposito dell’incontro Zelenskij-Pašinjan, non ha usato mezzi termini Dmitrij Medvedev, ironizzando che «a Erevan, due minorati russofobi, che parlano un russo eccellente, hanno conversato in un inglese scadente... anche se è possibile che lo abbiano fatto a favore di telecamere, per poi continuare nella lingua a loro familiare»; cioè in russo.
Nella sua solita posa da gradasso, sfoderata come di consueto di fronte ai propri padroni, el jefe de la junta ha lasciato intendere che droni ucraini avrebbero potuto comparire durante la parata del 9 maggio a Moskva. Rispondendogli indirettamente, il ministero della difesa russo ha avvertito che, in caso di tentativi di sabotare le celebrazioni del Giorno della Vittoria, Moskva lancerebbe «un massiccio attacco missilistico di rappresaglia sul centro di Kiev».
Senza nominare direttamente il vertice di Erevan, il leader della DNR Denis Pušilin ha dichiarato di ritenere che l’Occidente stia valutando diverse opzioni per la creazione di blocchi militari: «esistono effettivamente opzioni aggressive per la creazione di questi blocchi, anche intercontinentali, dato che si sta cercando di coinvolgere l’Australia in modo particolare, insieme a diversi altri paesi».
Le parole di Pušilin fanno seguito alle dichiarazioni del ministro degli esteri russo Serghej Lavrov che, a metà aprile, aveva parlato della possibilità che diversi paesi occidentali, vista la situazione “traballante” della NATO, diano vita a un nuovo blocco militare che comprenda anche l’Ucraina.
Non ci è dato sapere se, a Erevan, le canaglie guerrafondaie delle cancellerie europee, a porte chiuse ne abbiano discusso col nazigolpista-capo. La presenza anche di Mark Carney, primo ministro di un Canada, a suo tempo tra i paesi fondatori della NATO, che è uso osannare in parlamento i reduci filo-nazisti ucraini, qualche ipotesi in proposito la consente.
Tutt’al più, si tratterebbe di un’ipotesi, crediamo, appena un po’ più verosimile della novella – che lo stesso Corriere dice doversi trattare «con una certa cautela» – di un «Putin chiuso in un bunker per timore di un colpo di Stato» ma che, d’altra parte, assicura l’articolista, vivrebbe da sempre rinchiuso nei sotterranei del Cremlino.
Ora, poste le debite differenze e distanze, temporali ma soprattutto politiche tra le due figure, tornano in mente le identiche novelle diffuse a suo tempo dai trotskisti a proposito di Iosif Stalin, terrorizzato, dicevano, al solo pensiero di dover uscire in strada. Oggi, scrive quel fogliaccio di via Solferino, Putin «sa a malapena cos’è internet, non sa usare un computer, si informa con i tazebai compilati da collaboratori compiacenti che gli fanno leggere solo quel che lui desidera leggere. Il grande problema per tutti non è che Putin sia ritornato nel bunker. È il fatto che in tutti questi anni non ne sia mai uscito».
Potremmo limitarci a far notare al degno articolista che, tanto in russo quanto in italiano, esiste il modo congiuntivo. Ma tant’è...
Pare chiaro che, tra tutte le magagne e i mali terminali che gli sono stati appioppati, il peggiore che affligge il presidente russo sia una grave cecità, tanto che le comunicazioni gli debbano essere confezionate a caratteri da manifesti murali: non stupisce che i redattori del foglio milanese mutuino le proprie narrazioni dal fu nazi-nazionalista Aleksej Naval’nyj.
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14/08/2025
Caucaso: contractors USA ai confini con l’Iran?
Armenia ed Azerbaijan hanno stretto un accordo sulla questione del cosiddetto corridoio di Zangezur o corridoio di Syunik per gli Armeni, ora comicamente ribattezzato “rotta di Trump per la pace e la prosperità internazionale”. Si tratta della striscia di terra che divide l’exclave di Naxçıvan, appartenente all’Azerbaijan, al resto del territorio azero, tramite la regione armena del Syunik, al confine con l’Iran.
Per anni, le frontiere fra i due paesi sono state chiuse a causa del conflitto secolare riesploso dopo caduta dell’URSS, rispetto al quale il garante del cessate il fuoco e, soprattutto della parte più debole, ovvero l’Armenia, era la presenza militare russa dispiegata sui confini ed in alcune infrastrutture armene strategiche. Il tutto per effetto di accordi trilaterali fra i paesi.
Da quando Nikol Pashinyan è diventato Primo Ministro dell’Armenia, nel 2018, come risultato della vittoria elettorale dopo una rivoluzione colorata denominata immancabilmente “rivoluzione di velluto”, l’obiettivo principale del governo di Yerevan è stato disfarsi della Russia come garante della propria sicurezza per integrarsi economicamente e militarmente nel campo euroatlantico, quale che fosse il prezzo da pagare.
E ed è stato un prezzo elevatissimo: fra il 2020 ed il 2023 l’Azerbaijan ha riconquistato militarmente tutti i territori della Repubblica dell’Artsakh, piccola enclave armena in territorio azero che costituiva uno stato di fatto, anche se non riconosciuto da nessuno. In conseguenza di ciò, le autorità dell’Artsakh sono state poste in arresto e la totalità della popolazione armena, anziani e disabili a parte, è stata sfollata.
In tali frangenti, la Russia non ha mosso un dito a causa dello stato dei rapporti con le nuove autorità armene. La scelta è stata di completa non ingerenza: Mosca non ha cercato di porsi come “garante della minoranza armeno – cristiana in Azerbaijan”, oppure di sfruttare la rabbia seguita allo sfollamento di massa dell’Artasakh per sostenere un movimento anti-Pashinyan, in modo da ristabilire i rapporti con Yerevan allo status precedente al 2018.
Ha semplicemente ridotto di molto la propria presenza militare, lasciando fare all’Azerbaijan. L’Armenia, infatti, dalla Federazione Russa non è percepita come una questione esistenziale al pari di quella dell’Ucraina e del Donbass.
Il problema di Pashinyan e della sua cricca di dilettanti allo sbaraglio è che anche i nuovi “garanti della sicurezza” occidentali (in particolare la Francia, con cui aveva stretto rapporti militari) hanno lasciato fare all’Azerbaijan, dal quale dipendono in larga parte per quanto riguarda le forniture energetiche; queste ultime, fra parentesi, non sono tutte originarie dal sottosuolo azero, ma sono spesso rivendute dalla Russia in una delle tante triangolazioni nate dopo le sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina.
Le successive mire annessionistiche palesate da Baku nei confronti di un’Armenia abbandonata a se stessa sono state, appunto, rivolte verso il corridoio di Zangezur, con il pretesto della riunificazione del Naxçıvan con il resto del paese.
Qui sono intervenuti gli USA che, sfruttando anche l’assoluta incapacità francese ed europea di determinare alcunché nelle dinamiche dell’area, si sono posti come mediatori, giungendo ad un compromesso apparentemente, tortuoso, ampolloso e poco chiaro: il corridoio di Zangezur rimane formalmente sotto la sovranità armena, ma il suo utilizzo, a garanzia dei collegamenti fra Naxçıvan ed il resto dell’Azerbaijan, è appaltato ad un oscuro consorzio armeno-statunitense, che dovrebbe guidare la costruzione di infrastrutture energetiche e di trasporto, nonché garantire la sicurezza dei traffici.
La riunione fra i due primi ministri con Trump per firmare quest’accordo si è svolta alla Casa Bianca l’8 agosto, ed ha avuto tutto un corollario comico con la “dedica” al Presidente Usa nella ridenominazione dell’area e con il sostegno, promesso da Pashinyan e dall’omologo azero Alyev, alla sua nomination per il Premio Nobel della Pace.
Immediatamente è scattato l’allarme rispetto al possibile coinvolgimento sul terreno di personale militare statunitense, anche mercenario, dato che, come detto, parliamo del confine fra Armenia ed Iran.
Ali Akbar Velayati, consigliere di Khamenei per la politica estera, ha tuonato: “Il Caucaso è una delle regioni più sensibili al mondo e questa rotta non diventerà un corridoio in nome di Trump, ma un cimitero per i suoi mercenari... Riteniamo che anche la Russia sia strategicamente contraria alla creazione di questo corridoio”. Tuttavia L’Iran deciderà di proteggere la regione “con o senza la Russia”, ha aggiunto.
Più moderata è stata la reazione dei funzionari dell’esecutivo di Teheran, i quali hanno parlato semplicemente di “preoccupazioni per gli interventi stranieri”, in quella che è una dicotomia di voci che si ripete continuamente in Iran.
Le preoccupazioni dell’Ayatollah e del suo staff sembrano più che fondate in quanto la Repubblica Islamica sta già palesando, sugli oltre 600 km di confine con l’Azerbaijan, problemi di attività di spionaggio e sabotaggio per conto sionista, oltre che problemi minori di attività separatiste, riguardanti gli azeri etnici cittadini dell’Iran. Inoltre, nei giorni scorsi, è stato ufficialmente chiesto conto alle autorità di Baku circa l’utilizzo dello spazio aereo del paese durante l’aggressione sionista nella guerra dei 12 giorni. L’aggiunta di un altro hub spionistico, con personale USA, anche sulla porzione armena del confine costituirebbe un grave problema.
Mosca, da parte sua, continuando la sua politica di disimpegno da quel conflitto, ha ufficialmente benedetto l’intesa fra Armenia e Azerbaijan, con l’avvertenza che “l’intervento straniero potrebbe complicare la situazione del Caucaso”.
Per quanto riguarda Yerevan, in questi giorni, per rassicurare tutti, Iran compreso, sta cercando di minimizzare la portata dell’intesa in termini d’intervento diretto USA, smentendo di aver dato in affitto per 99 anni il corridoio in questione, come molti interpretano i termini reali dell’accordo: tutto avverrà nel rispetto della sovranità dell’Armenia e dei suoi confini, secondo Yerevan.
Tuttavia, quanto può essere credibile il governo armeno, che in precedenza ha sempre capitolato su tutta la linea, agli occhi di Russia, Iran e non solo?
Pashinyan, con quest’accordo, si sta giocando l’intera credibilità del suo progetto politico di integrazione nel blocco euro-atlantico, in quanto esso dovrebbe costituire la fine definitiva dei fattori che lo ostacolano, ovvero i contenziosi territoriali con l’Azerbaijan, e, più in generale, la diatriba storica con il “mondo turco”. Poco importa se ciò abbia comportato il sacrificio degli Armeni dell’Artsakh e la svendita di un’altra porzione del proprio territorio.
Peccato che, contestualmente all’intesa, Trump abbia sospeso una legge che proibiva l’invio di armi all’Azerbaijan.
Pashinyan, in definitiva, come tutti i capi delle rivoluzioni colorate, sembra pronto ai sacrifici più estremi pur di coltivare il “sogno europeo ed occidentale”, compresa la fine stessa della Repubblica di Armenia.
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Per anni, le frontiere fra i due paesi sono state chiuse a causa del conflitto secolare riesploso dopo caduta dell’URSS, rispetto al quale il garante del cessate il fuoco e, soprattutto della parte più debole, ovvero l’Armenia, era la presenza militare russa dispiegata sui confini ed in alcune infrastrutture armene strategiche. Il tutto per effetto di accordi trilaterali fra i paesi.
Da quando Nikol Pashinyan è diventato Primo Ministro dell’Armenia, nel 2018, come risultato della vittoria elettorale dopo una rivoluzione colorata denominata immancabilmente “rivoluzione di velluto”, l’obiettivo principale del governo di Yerevan è stato disfarsi della Russia come garante della propria sicurezza per integrarsi economicamente e militarmente nel campo euroatlantico, quale che fosse il prezzo da pagare.
E ed è stato un prezzo elevatissimo: fra il 2020 ed il 2023 l’Azerbaijan ha riconquistato militarmente tutti i territori della Repubblica dell’Artsakh, piccola enclave armena in territorio azero che costituiva uno stato di fatto, anche se non riconosciuto da nessuno. In conseguenza di ciò, le autorità dell’Artsakh sono state poste in arresto e la totalità della popolazione armena, anziani e disabili a parte, è stata sfollata.
In tali frangenti, la Russia non ha mosso un dito a causa dello stato dei rapporti con le nuove autorità armene. La scelta è stata di completa non ingerenza: Mosca non ha cercato di porsi come “garante della minoranza armeno – cristiana in Azerbaijan”, oppure di sfruttare la rabbia seguita allo sfollamento di massa dell’Artasakh per sostenere un movimento anti-Pashinyan, in modo da ristabilire i rapporti con Yerevan allo status precedente al 2018.
Ha semplicemente ridotto di molto la propria presenza militare, lasciando fare all’Azerbaijan. L’Armenia, infatti, dalla Federazione Russa non è percepita come una questione esistenziale al pari di quella dell’Ucraina e del Donbass.
Il problema di Pashinyan e della sua cricca di dilettanti allo sbaraglio è che anche i nuovi “garanti della sicurezza” occidentali (in particolare la Francia, con cui aveva stretto rapporti militari) hanno lasciato fare all’Azerbaijan, dal quale dipendono in larga parte per quanto riguarda le forniture energetiche; queste ultime, fra parentesi, non sono tutte originarie dal sottosuolo azero, ma sono spesso rivendute dalla Russia in una delle tante triangolazioni nate dopo le sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina.
Le successive mire annessionistiche palesate da Baku nei confronti di un’Armenia abbandonata a se stessa sono state, appunto, rivolte verso il corridoio di Zangezur, con il pretesto della riunificazione del Naxçıvan con il resto del paese.
Qui sono intervenuti gli USA che, sfruttando anche l’assoluta incapacità francese ed europea di determinare alcunché nelle dinamiche dell’area, si sono posti come mediatori, giungendo ad un compromesso apparentemente, tortuoso, ampolloso e poco chiaro: il corridoio di Zangezur rimane formalmente sotto la sovranità armena, ma il suo utilizzo, a garanzia dei collegamenti fra Naxçıvan ed il resto dell’Azerbaijan, è appaltato ad un oscuro consorzio armeno-statunitense, che dovrebbe guidare la costruzione di infrastrutture energetiche e di trasporto, nonché garantire la sicurezza dei traffici.
La riunione fra i due primi ministri con Trump per firmare quest’accordo si è svolta alla Casa Bianca l’8 agosto, ed ha avuto tutto un corollario comico con la “dedica” al Presidente Usa nella ridenominazione dell’area e con il sostegno, promesso da Pashinyan e dall’omologo azero Alyev, alla sua nomination per il Premio Nobel della Pace.
Immediatamente è scattato l’allarme rispetto al possibile coinvolgimento sul terreno di personale militare statunitense, anche mercenario, dato che, come detto, parliamo del confine fra Armenia ed Iran.
Ali Akbar Velayati, consigliere di Khamenei per la politica estera, ha tuonato: “Il Caucaso è una delle regioni più sensibili al mondo e questa rotta non diventerà un corridoio in nome di Trump, ma un cimitero per i suoi mercenari... Riteniamo che anche la Russia sia strategicamente contraria alla creazione di questo corridoio”. Tuttavia L’Iran deciderà di proteggere la regione “con o senza la Russia”, ha aggiunto.
Più moderata è stata la reazione dei funzionari dell’esecutivo di Teheran, i quali hanno parlato semplicemente di “preoccupazioni per gli interventi stranieri”, in quella che è una dicotomia di voci che si ripete continuamente in Iran.
Le preoccupazioni dell’Ayatollah e del suo staff sembrano più che fondate in quanto la Repubblica Islamica sta già palesando, sugli oltre 600 km di confine con l’Azerbaijan, problemi di attività di spionaggio e sabotaggio per conto sionista, oltre che problemi minori di attività separatiste, riguardanti gli azeri etnici cittadini dell’Iran. Inoltre, nei giorni scorsi, è stato ufficialmente chiesto conto alle autorità di Baku circa l’utilizzo dello spazio aereo del paese durante l’aggressione sionista nella guerra dei 12 giorni. L’aggiunta di un altro hub spionistico, con personale USA, anche sulla porzione armena del confine costituirebbe un grave problema.
Mosca, da parte sua, continuando la sua politica di disimpegno da quel conflitto, ha ufficialmente benedetto l’intesa fra Armenia e Azerbaijan, con l’avvertenza che “l’intervento straniero potrebbe complicare la situazione del Caucaso”.
Per quanto riguarda Yerevan, in questi giorni, per rassicurare tutti, Iran compreso, sta cercando di minimizzare la portata dell’intesa in termini d’intervento diretto USA, smentendo di aver dato in affitto per 99 anni il corridoio in questione, come molti interpretano i termini reali dell’accordo: tutto avverrà nel rispetto della sovranità dell’Armenia e dei suoi confini, secondo Yerevan.
Tuttavia, quanto può essere credibile il governo armeno, che in precedenza ha sempre capitolato su tutta la linea, agli occhi di Russia, Iran e non solo?
Pashinyan, con quest’accordo, si sta giocando l’intera credibilità del suo progetto politico di integrazione nel blocco euro-atlantico, in quanto esso dovrebbe costituire la fine definitiva dei fattori che lo ostacolano, ovvero i contenziosi territoriali con l’Azerbaijan, e, più in generale, la diatriba storica con il “mondo turco”. Poco importa se ciò abbia comportato il sacrificio degli Armeni dell’Artsakh e la svendita di un’altra porzione del proprio territorio.
Peccato che, contestualmente all’intesa, Trump abbia sospeso una legge che proibiva l’invio di armi all’Azerbaijan.
Pashinyan, in definitiva, come tutti i capi delle rivoluzioni colorate, sembra pronto ai sacrifici più estremi pur di coltivare il “sogno europeo ed occidentale”, compresa la fine stessa della Repubblica di Armenia.
Fonte
12/08/2025
Caucaso - L'accordo tra Azerbaijan e Armenia non è una vittoria statunitense
di Francesco Dall'Aglio
L'idea che a giorni la 101a divisione aviotrasportata si sarebbe lanciata in Armenia per prendere il controllo del corridoio di Syunik (è in Armenia, quindi si chiama di Syunik e non di Zangezur che è il nome azero, e così lo si chiamerà su questa pagine) per costruirvi una linea ferroviaria e un'autostrada che gli USA avrebbero usato per attaccare l'Iran da nord e che la Turchia avrebbe usato per lanciarsi nell'Asia Centrale distruggendo in un sol colpo sia il passante nord-sud Russia-Oceano Indiano che la Belt and Road cinese e danneggiando in un colpo solo Iran, Russia e Cina era, in effetti, un po' peregrina. Altrettanto peregrino era immaginare che Pashinyan avrebbe davvero ceduto all'Azerbaijan o agli USA il territorio in questione, che non è oggetto di disputa e mai lo è stato, o i diritti esclusivi di utilizzo (anche se io stesso ero possibilista avendo di Pashinyan la stessa stima che ho dei celenterati, però con tutta l'antipatia mi pareva davvero troppo).
La reazione della Russia e dell'Iran avevano chiarito che un'ipotesi del genere non era praticabile, al di là della volontà politica della leadership armena e azera e delle difficoltà pratiche del caso (per dirne una, l'intera rete ferroviaria armena è gestita dalla Russia attraverso la ЮКЖД, controllata al 100% dalla RZD, ovvero le ferrovie russe, fino al 2038). L'Iran era scattato subito dicendo che la presenza di "mercenari" statunitensi a ridosso del confine era inaccettabile e che lo avrebbero bloccato qualunque fosse stata la reazione della Russia, con il vicecomandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica che si lanciava in paragoni un po' azzardati tra Armenia e Ucraina, nel senso delle conseguenze che sarebbero derivate al paese. La Russia invece aveva una posizione più sfumata, rallegrandosi per il trattato di pace ma mettendo in guardia da "ingerenze esterne".
Del resto la creazione di un passante di trasporto nel Syunik faceva già parte dell'accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan, firmato nel 2020 e mediato proprio dalla Russia, che al punto 9 stabiliva che l'Armenia avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei collegamenti tra l'Azerbaijan e il Naxçıvan e il libero transito di merci e persone in entrambe le direzioni, e che il controllo delle frontiere sarebbe stato garantito dalle guardie di frontiera russe – quindi non per occupare militarmente Syunik, come pure mi è toccato di leggere (trovate il testo completo dell'accordo qui). Nel 2021, però Aliyev aveva iniziato a fare il furbo, "interpretando" l'articolo 9 come la promessa della creazione del famoso corridoio e minacciando azioni drastiche. La situazione si è placata nel 2021 (indovinate chi si è messo in mezzo per risolvere?) e gli eventi del 2023 hanno di nuovo congelato i negoziati e i lavori, che prevedevano di utilizzare la vecchia linea ferroviaria sovietica non più in esercizio.
Passata l'euforia per la firma del TRIPP, a seguito della quale si era detto di tutto e di più (appunto il controllo militare USA della regione e cose simili) si sono iniziate a capire alcune cose. Innanzitutto, da parte USA non c'è alcuna garanzia militare o di sicurezza e nessuno schieramento di truppe (lo nota, con un certo rammarico, il Kyiv Post) ma solo interesse commerciale. A ruota sono seguite le precisazioni diplomatiche. Pashinyan, a scanso di equivoci, ha telefonato prima a Putin per "ragguagliarlo" sulle condizioni del trattato firmato a Washington, e poi a Macron ed Erdogan, incassando da tutti e tre auguri e congratulazioni e, da parte di Macron, il sostegno alla sovranità e all'inviolabilità dei confini dell'Armenia, che non guasta mai.
Contatti ci sono stati anche con l'Iran per i motivi che sappiamo. Stando a quanto scrive l'agenzia iraniana WANA Pashinyan ha chiarito che non ci sarà alcun corridoio e alcuna cessione di sovranità, ma che il transito sarà gestito da un consorzio di ditte armene e statunitensi che sarà registrato in Armenia; martedì poi il Ministro degli Esteri armeno andrà a Teheran, e la cosa dovrebbe essere ulteriormente chiarita. Di conseguenza la posizione iraniana si è ammorbidita immediatamente.
E come chiarimento ulteriore e finale, proprio Pashinyan ha diffuso sui suoi social (ovviamente Facebook, da bravo boomerone) il testo ufficiale dell'accordo, che condivido non dalla sua pagina Facebook ma dal ben più credibile sito del Ministero degli Esteri armeno. Ci interessano due punti in particolare: l'articolo 1, che conferma i confini dei due rispettivi stati secondo le frontiere che avevano all'interno dell'URSS, chiudendo la strada ad altre rivendicazioni come chiarito dall'articolo 2 che le esclude esplicitamente per il presente e per il futuro, e soprattutto l'articolo 7 secondo il quale "le parti non schiereranno lungo i loro confini comuni forze armate di terze parti", il che include turchi, americani e russi (e pure francesi, mi sa).
Chissà se finalmente si potrà davvero fare la pace nel Caucaso, e se quel disgraziato paese dell'Armenia (che alla sua lunga lista di sciagure aggiunge l'attuale Primo Ministro) potrà riprendere a fare una vita normale.
Fonte
L'idea che a giorni la 101a divisione aviotrasportata si sarebbe lanciata in Armenia per prendere il controllo del corridoio di Syunik (è in Armenia, quindi si chiama di Syunik e non di Zangezur che è il nome azero, e così lo si chiamerà su questa pagine) per costruirvi una linea ferroviaria e un'autostrada che gli USA avrebbero usato per attaccare l'Iran da nord e che la Turchia avrebbe usato per lanciarsi nell'Asia Centrale distruggendo in un sol colpo sia il passante nord-sud Russia-Oceano Indiano che la Belt and Road cinese e danneggiando in un colpo solo Iran, Russia e Cina era, in effetti, un po' peregrina. Altrettanto peregrino era immaginare che Pashinyan avrebbe davvero ceduto all'Azerbaijan o agli USA il territorio in questione, che non è oggetto di disputa e mai lo è stato, o i diritti esclusivi di utilizzo (anche se io stesso ero possibilista avendo di Pashinyan la stessa stima che ho dei celenterati, però con tutta l'antipatia mi pareva davvero troppo).
La reazione della Russia e dell'Iran avevano chiarito che un'ipotesi del genere non era praticabile, al di là della volontà politica della leadership armena e azera e delle difficoltà pratiche del caso (per dirne una, l'intera rete ferroviaria armena è gestita dalla Russia attraverso la ЮКЖД, controllata al 100% dalla RZD, ovvero le ferrovie russe, fino al 2038). L'Iran era scattato subito dicendo che la presenza di "mercenari" statunitensi a ridosso del confine era inaccettabile e che lo avrebbero bloccato qualunque fosse stata la reazione della Russia, con il vicecomandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica che si lanciava in paragoni un po' azzardati tra Armenia e Ucraina, nel senso delle conseguenze che sarebbero derivate al paese. La Russia invece aveva una posizione più sfumata, rallegrandosi per il trattato di pace ma mettendo in guardia da "ingerenze esterne".
Del resto la creazione di un passante di trasporto nel Syunik faceva già parte dell'accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan, firmato nel 2020 e mediato proprio dalla Russia, che al punto 9 stabiliva che l'Armenia avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei collegamenti tra l'Azerbaijan e il Naxçıvan e il libero transito di merci e persone in entrambe le direzioni, e che il controllo delle frontiere sarebbe stato garantito dalle guardie di frontiera russe – quindi non per occupare militarmente Syunik, come pure mi è toccato di leggere (trovate il testo completo dell'accordo qui). Nel 2021, però Aliyev aveva iniziato a fare il furbo, "interpretando" l'articolo 9 come la promessa della creazione del famoso corridoio e minacciando azioni drastiche. La situazione si è placata nel 2021 (indovinate chi si è messo in mezzo per risolvere?) e gli eventi del 2023 hanno di nuovo congelato i negoziati e i lavori, che prevedevano di utilizzare la vecchia linea ferroviaria sovietica non più in esercizio.
Passata l'euforia per la firma del TRIPP, a seguito della quale si era detto di tutto e di più (appunto il controllo militare USA della regione e cose simili) si sono iniziate a capire alcune cose. Innanzitutto, da parte USA non c'è alcuna garanzia militare o di sicurezza e nessuno schieramento di truppe (lo nota, con un certo rammarico, il Kyiv Post) ma solo interesse commerciale. A ruota sono seguite le precisazioni diplomatiche. Pashinyan, a scanso di equivoci, ha telefonato prima a Putin per "ragguagliarlo" sulle condizioni del trattato firmato a Washington, e poi a Macron ed Erdogan, incassando da tutti e tre auguri e congratulazioni e, da parte di Macron, il sostegno alla sovranità e all'inviolabilità dei confini dell'Armenia, che non guasta mai.
Contatti ci sono stati anche con l'Iran per i motivi che sappiamo. Stando a quanto scrive l'agenzia iraniana WANA Pashinyan ha chiarito che non ci sarà alcun corridoio e alcuna cessione di sovranità, ma che il transito sarà gestito da un consorzio di ditte armene e statunitensi che sarà registrato in Armenia; martedì poi il Ministro degli Esteri armeno andrà a Teheran, e la cosa dovrebbe essere ulteriormente chiarita. Di conseguenza la posizione iraniana si è ammorbidita immediatamente.
E come chiarimento ulteriore e finale, proprio Pashinyan ha diffuso sui suoi social (ovviamente Facebook, da bravo boomerone) il testo ufficiale dell'accordo, che condivido non dalla sua pagina Facebook ma dal ben più credibile sito del Ministero degli Esteri armeno. Ci interessano due punti in particolare: l'articolo 1, che conferma i confini dei due rispettivi stati secondo le frontiere che avevano all'interno dell'URSS, chiudendo la strada ad altre rivendicazioni come chiarito dall'articolo 2 che le esclude esplicitamente per il presente e per il futuro, e soprattutto l'articolo 7 secondo il quale "le parti non schiereranno lungo i loro confini comuni forze armate di terze parti", il che include turchi, americani e russi (e pure francesi, mi sa).
Chissà se finalmente si potrà davvero fare la pace nel Caucaso, e se quel disgraziato paese dell'Armenia (che alla sua lunga lista di sciagure aggiunge l'attuale Primo Ministro) potrà riprendere a fare una vita normale.
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10/08/2025
Caucaso - Accordo tra Azerbaijan e Armenia
di Francesco Dall'Aglio
I commenti cauti ma positivi del Ministero degli Esteri russo sull’accordo firmato ieri a Washington tra Aliyev e Pashinyan hanno chiarito ciò che era chiaro da un pezzo a chiunque non fosse prigioniero della dicotomia Putin umiliato/Putin trionfante: la Russia ha mollato l’Armenia al suo destino, non da ora peraltro, visto che l’Armenia (o almeno la leadership di Pashinyan) ha fatto di tutto per farsi mollare, in una dinamica comune sia alle storie da adolescenti che alla politica internazionale. Questo è infatti l’ultimo atto di una catena di eventi iniziata nel 2018, quando Pashinyan ha preso il potere alla testa del partito ‟europeista” Yelk a seguito della ‟rivoluzione di velluto”, alla vittoria nelle successive elezioni e nelle elezioni anticipate del 2021 (leggetevi l’articolo di Euractive appunto del 2018, dove era la grande speranza della democrazia mondiale e pareva una via di mezzo tra Gesù e Martin Luther King). Nel frattempo è riuscito a perdere la seconda guerra del Karabakh nel 2020, conclusasi grazie alla mediazione russa che aveva, almeno per il momento, garantito a un pezzo di Karabakh di restare autonomo, e a perdere quello che ne restava nel 2023 riuscendo a dare la colpa dell’intera faccenda, ovviamente, proprio alla Russia mentre i suoi nuovi amici, ovvero l’Unione Europea, non hanno mosso un dito e anzi non hanno fatto altro che blandire, per non dir di peggio, Aliyev e l’Azerbaijan, che a differenza dell’Armenia ha un bel po’ di gas naturale che serve molto, visto che non si vuole più quello russo. Nel frattempo la Russia, che è spesso ostinata ma non cretina, ha preso atto della situazione e ha deciso che tutto sommato le conveniva di più stringere nuovi accordi con l’Azerbaijan, soprattutto per la costruzione del corridoio nord-sud, di cui abbiamo parlato altre volte, che la collegherà all’Oceano Indiano via Iran.
L’accordo raggiunto ieri a Washington certifica la vittoria totale dell’Azerbaijan e conseguenze ancora più gravi per l’Armenia, che non solo ha ceduto il Karabakh e altri territori di confine ma rischia adesso di perdere la sovranità sul corridoio di Zangezur che collega l’Azerbaijan alla regione azera del Naxçıvan, dalla quale è separato appunto dal territorio armeno, che stando alle voci che circolano (perché di definito ancora non c’è niente) dovrebbe essere dato in gestione a compagnie statunitensi per costruire una ferrovia e un’autostrada che colleghino Naxçıvan e Azerbaijan e che si chiamerà, tra tutte le sigle possibili, TRIPP, "Trump Route for International Peace and Prosperity" (a proposito: a testimonianza del fatto che è solo la voce azera che si ascolta, il corridoio dovrebbe chiamarsi, visto che è in Armenia, di Syunik. E invece no, Zangezur).
I problemi sono tre: l’Azerbaijan vuole la sovranità sulla ferrovia e sull’autostrada, che sarebbero quindi sottratte al controllo armeno pur trovandosi in territorio armeno; la creazione di queste vie di comunicazione collegherebbe direttamente l’Azerbaijan al suo alleato e sponsor, la Turchia, e darebbe a quest’ultima un accesso diretto (anche se di mezzo c’è il Mar Caspio) all’Asia centrale, rinverdendo il sogno pan-turco del ‟Grande Turan” di una parte della leadership di Ankara; soprattutto, questa infrastruttura strategica sarebbe costruita sul confine con l’Iran che ha già dichiarato che non tollererà alcuna presenza militare statunitense, che sia il loro esercito o compagnie militari private, dall’altro lato della frontiera, visto che c’è l’idea di ‟affittarlo” per 99 anni (ovvero per sempre) agli USA, che ovviamente dovrebbero garantirne la sicurezza. Il problema quindi non è cosa questo accordo significherà per la Russia, ma cosa significherà per l’Iran: niente di buono, considerando anche che l’altro grande sponsor dell’Azerbaijan è Israele e che gli USA vorrebbero inserire l’Azerbaijan negli ‟accordi di Abramo”, aumentando ancora di più l’accerchiamento dell’Iran.
Cosa invece ci guadagnerà l’Armenia se davvero cederà la sovranità del corridoio agli USA o a chiunque altro, è presto detto: assolutamente niente. Nella migliore delle ipotesi non perderà altro territorio, e questo è quanto. I flussi commerciali, sia est-ovest che nord-sud, la taglieranno completamente fuori e non sarà certo l’Unione Europea a darle una mano. La decisione di Trump, comunicata immediatamente, di riprendere le esportazioni militari verso l’Azerbaijan la mettono a rischio ulteriore di altre pressioni perché ceda altro territorio. Però adesso di sicuro l’influenza russa è finita, quindi gran vittoria.
Fonte
I commenti cauti ma positivi del Ministero degli Esteri russo sull’accordo firmato ieri a Washington tra Aliyev e Pashinyan hanno chiarito ciò che era chiaro da un pezzo a chiunque non fosse prigioniero della dicotomia Putin umiliato/Putin trionfante: la Russia ha mollato l’Armenia al suo destino, non da ora peraltro, visto che l’Armenia (o almeno la leadership di Pashinyan) ha fatto di tutto per farsi mollare, in una dinamica comune sia alle storie da adolescenti che alla politica internazionale. Questo è infatti l’ultimo atto di una catena di eventi iniziata nel 2018, quando Pashinyan ha preso il potere alla testa del partito ‟europeista” Yelk a seguito della ‟rivoluzione di velluto”, alla vittoria nelle successive elezioni e nelle elezioni anticipate del 2021 (leggetevi l’articolo di Euractive appunto del 2018, dove era la grande speranza della democrazia mondiale e pareva una via di mezzo tra Gesù e Martin Luther King). Nel frattempo è riuscito a perdere la seconda guerra del Karabakh nel 2020, conclusasi grazie alla mediazione russa che aveva, almeno per il momento, garantito a un pezzo di Karabakh di restare autonomo, e a perdere quello che ne restava nel 2023 riuscendo a dare la colpa dell’intera faccenda, ovviamente, proprio alla Russia mentre i suoi nuovi amici, ovvero l’Unione Europea, non hanno mosso un dito e anzi non hanno fatto altro che blandire, per non dir di peggio, Aliyev e l’Azerbaijan, che a differenza dell’Armenia ha un bel po’ di gas naturale che serve molto, visto che non si vuole più quello russo. Nel frattempo la Russia, che è spesso ostinata ma non cretina, ha preso atto della situazione e ha deciso che tutto sommato le conveniva di più stringere nuovi accordi con l’Azerbaijan, soprattutto per la costruzione del corridoio nord-sud, di cui abbiamo parlato altre volte, che la collegherà all’Oceano Indiano via Iran.
L’accordo raggiunto ieri a Washington certifica la vittoria totale dell’Azerbaijan e conseguenze ancora più gravi per l’Armenia, che non solo ha ceduto il Karabakh e altri territori di confine ma rischia adesso di perdere la sovranità sul corridoio di Zangezur che collega l’Azerbaijan alla regione azera del Naxçıvan, dalla quale è separato appunto dal territorio armeno, che stando alle voci che circolano (perché di definito ancora non c’è niente) dovrebbe essere dato in gestione a compagnie statunitensi per costruire una ferrovia e un’autostrada che colleghino Naxçıvan e Azerbaijan e che si chiamerà, tra tutte le sigle possibili, TRIPP, "Trump Route for International Peace and Prosperity" (a proposito: a testimonianza del fatto che è solo la voce azera che si ascolta, il corridoio dovrebbe chiamarsi, visto che è in Armenia, di Syunik. E invece no, Zangezur).
I problemi sono tre: l’Azerbaijan vuole la sovranità sulla ferrovia e sull’autostrada, che sarebbero quindi sottratte al controllo armeno pur trovandosi in territorio armeno; la creazione di queste vie di comunicazione collegherebbe direttamente l’Azerbaijan al suo alleato e sponsor, la Turchia, e darebbe a quest’ultima un accesso diretto (anche se di mezzo c’è il Mar Caspio) all’Asia centrale, rinverdendo il sogno pan-turco del ‟Grande Turan” di una parte della leadership di Ankara; soprattutto, questa infrastruttura strategica sarebbe costruita sul confine con l’Iran che ha già dichiarato che non tollererà alcuna presenza militare statunitense, che sia il loro esercito o compagnie militari private, dall’altro lato della frontiera, visto che c’è l’idea di ‟affittarlo” per 99 anni (ovvero per sempre) agli USA, che ovviamente dovrebbero garantirne la sicurezza. Il problema quindi non è cosa questo accordo significherà per la Russia, ma cosa significherà per l’Iran: niente di buono, considerando anche che l’altro grande sponsor dell’Azerbaijan è Israele e che gli USA vorrebbero inserire l’Azerbaijan negli ‟accordi di Abramo”, aumentando ancora di più l’accerchiamento dell’Iran.
Cosa invece ci guadagnerà l’Armenia se davvero cederà la sovranità del corridoio agli USA o a chiunque altro, è presto detto: assolutamente niente. Nella migliore delle ipotesi non perderà altro territorio, e questo è quanto. I flussi commerciali, sia est-ovest che nord-sud, la taglieranno completamente fuori e non sarà certo l’Unione Europea a darle una mano. La decisione di Trump, comunicata immediatamente, di riprendere le esportazioni militari verso l’Azerbaijan la mettono a rischio ulteriore di altre pressioni perché ceda altro territorio. Però adesso di sicuro l’influenza russa è finita, quindi gran vittoria.
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16/06/2024
Armenia - Il fronte di guerra USA-NATO si allarga al Caucaso
Scontri tra polizia e manifestanti di fronte al parlamento a Erevan. Ci sarebbero decine di feriti e di fermati. Le proteste sono rivolte direttamente contro il primo ministro Nikol Pašinjan, di cui si chiedono le dimissioni, accusato di svendere gli interessi territoriali armeni, con l’aver sguarnito le frontiere, lasciando così via libera all’Azerbajdžan nel tentativo di annettere alcuni villaggi nella regione di Tavuš.
La situazione all’esterno del parlamento, dove da inizio settimana erano accampati i manifestanti, si sarebbe ulteriormente inasprita dopo che, in aula, sarebbero avvenuti tafferugli tra deputati filogovernativi e opposizione, per le parole dello stesso Pašinjan, che avrebbe accusato di tradimento alcuni generali.
Gli osservatori parlano di malcontento anche per il corso filo-occidentale del governo e per gli ammiccamenti alla NATO: in particolare, per l’ipotesi ventilata da Pašinjan di una prossima uscita dell’Armenia dal ODKB (Organizatsija Dogovora o Kollektivnoj Bezopasnosti-Organizzazione dell’accordo sulla sicurezza collettiva: Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakhstan, Kirgizija, Tadžikistan): «quando il governo lo riterrà opportuno», avrebbe detto Pašinjan, accusando nemmeno tanto implicitamente l’Organizzazione di non adempiere ai propri obblighi, in combutta con l’Azerbajdžan.
Peraltro, dal febbraio scorso, Erevan ha già “congelato” l’associazione al ODKB e ora arrivano le parole del primo ministro: «È possibile che noi usciremo dal ODKB. E saremo noi a decidere quando. La colpa è di coloro che hanno dato vita a un’alleanza unificata, i cui membri, invece di adempiere ai loro obblighi, hanno pianificato una guerra contro di noi d’accordo con l’Azerbajdžan. Sono loro i colpevoli». Parole non prive di ipocrisia, dal momento che i manifestanti accusano proprio il governo di aver svenduto il territorio armeno a Baku.
A quanto riportato dalle agenzie, immediata sarebbe stata la reazione di Mosca alle parole del primo ministro armeno: «proprio con tali idee e parole d’ordine di uscita dal ODKB e dalle strutture euroasiatiche, Pašinjan aveva dato vita alla rivoluzione coi soldi di Soros, infrangendo il sistema di diritto armeno e violando ogni ammissibile procedura democratica» nel 2018, avrebbe detto un alto funzionario del Ministero degli esteri russo.
Il politologo armeno Arman Gukasjan osserva che nelle proteste si sarebbero inseriti circoli facenti capo all’arcivescovo Bagrat Galstanjan e rappresentanti del precedente governo, non esattamente “stimati” dalla popolazione armena, il che renderebbe abbastanza fragili le prospettive della attuali proteste.
D’altra parte, i più recenti passi di Erevan sono stati in direzione di un allontanamento da Mosca, nonostante la Russia sia la principale importatrice delle produzioni armene e, d’altro canto, abbia sinora ricevuto da USA e UE solo vaghe promesse in campo economico. Per quanto riguarda, ad esempio, i prodotti energetici e nonostante l’embargo introdotto in Russia sull’esportazione di benzina, le quote dirette ai paesi della Unione economica euroasiatica (Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirgizija: in vigore dal 2015) sono rimaste invariate.
Un altro osservatore armeno, l’ex deputato Arman Abovjan, afferma che «Per quanto riguarda l’ODKB, Pašinjan stesso dichiara di voler forzare gli eventi. La sua popolarità sta rapidamente diminuendo ed è già in caduta. Sta perdendo di legittimità. Così, L’Occidente gli mette fretta, l’Europa lo incalza».
Ma, sul prossimo periodo, ciò che più impensierisce Mosca è proprio l’ipotesi dell’uscita di Erevan dal ODKB. Appena sei mesi fa era stato completato il sistema di difesa aerea dell’Organizzazione e, per l’appunto, le stazioni di radiolocalizzazione della base militare russa in Armenia coprono l’intero settore meridionale del territorio russo.
Di più: proprio nei giorni scorsi Pašinjan si è incontrato con l’assistente del Segretario di stato USA per gli Affari europei ed eurasiatici, James O’Brien, con cui ha convenuto di rafforzare i rapporti Armenia-USA, portandoli al livello di “partnership strategica”. Concretamente, ciò è esplicitato dalle parole del segretario NATO Jens Stoltenberg: «Metterete le vostre forze armate sotto controllo democratico. E parteciperete attivamente ai programmi di partnership NATO. Noi rafforzeremo la nostra partnership e lavoreremo insieme». Cosa ci può essere di più chiaro del «controllo democratico» NATO?
Ancora più chiaro: la più forte ambasciata in tutto lo spazio della CSI è quella americana a Erevan ed è diretta dall’ex Chargé d’Affaires yankee in Ucraina, Kristina Kvien, di stanza a Kiev fino al 2022 e ora riposizionata nel Caucaso.
Nel 2020, osserva REN-TV, a Erevan c’era tutt’altra retorica: si era grati alla Russia per aver fermato la guerra armeno-azera e introdotto forze di pace in Nagornyj-Karabakh. Ora che la regione è persa, Pašinjan afferma che sia stata l’ODKB a non reagire, anche se Erevan non si è mai rivolta ufficialmente per chiedere aiuto all’Organizzazione.
In generale, le cose USA-UE-NATO sul fronte ucraino vanno effettivamente male. È tempo di provvedere ad allargare le prospettive di guerra. E il Caucaso è stato, sin dal 1918, (insieme all'estremo nord russo, Ucraina e Siberia orientale) una delle aeree di intervento delle potenze occidentali: allora contro la giovane Russia sovietica; oggi contro l’avversario geopolitico dell’unipolarismo euro-atlantico.
Fonte
La situazione all’esterno del parlamento, dove da inizio settimana erano accampati i manifestanti, si sarebbe ulteriormente inasprita dopo che, in aula, sarebbero avvenuti tafferugli tra deputati filogovernativi e opposizione, per le parole dello stesso Pašinjan, che avrebbe accusato di tradimento alcuni generali.
Gli osservatori parlano di malcontento anche per il corso filo-occidentale del governo e per gli ammiccamenti alla NATO: in particolare, per l’ipotesi ventilata da Pašinjan di una prossima uscita dell’Armenia dal ODKB (Organizatsija Dogovora o Kollektivnoj Bezopasnosti-Organizzazione dell’accordo sulla sicurezza collettiva: Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakhstan, Kirgizija, Tadžikistan): «quando il governo lo riterrà opportuno», avrebbe detto Pašinjan, accusando nemmeno tanto implicitamente l’Organizzazione di non adempiere ai propri obblighi, in combutta con l’Azerbajdžan.
Peraltro, dal febbraio scorso, Erevan ha già “congelato” l’associazione al ODKB e ora arrivano le parole del primo ministro: «È possibile che noi usciremo dal ODKB. E saremo noi a decidere quando. La colpa è di coloro che hanno dato vita a un’alleanza unificata, i cui membri, invece di adempiere ai loro obblighi, hanno pianificato una guerra contro di noi d’accordo con l’Azerbajdžan. Sono loro i colpevoli». Parole non prive di ipocrisia, dal momento che i manifestanti accusano proprio il governo di aver svenduto il territorio armeno a Baku.
A quanto riportato dalle agenzie, immediata sarebbe stata la reazione di Mosca alle parole del primo ministro armeno: «proprio con tali idee e parole d’ordine di uscita dal ODKB e dalle strutture euroasiatiche, Pašinjan aveva dato vita alla rivoluzione coi soldi di Soros, infrangendo il sistema di diritto armeno e violando ogni ammissibile procedura democratica» nel 2018, avrebbe detto un alto funzionario del Ministero degli esteri russo.
Il politologo armeno Arman Gukasjan osserva che nelle proteste si sarebbero inseriti circoli facenti capo all’arcivescovo Bagrat Galstanjan e rappresentanti del precedente governo, non esattamente “stimati” dalla popolazione armena, il che renderebbe abbastanza fragili le prospettive della attuali proteste.
D’altra parte, i più recenti passi di Erevan sono stati in direzione di un allontanamento da Mosca, nonostante la Russia sia la principale importatrice delle produzioni armene e, d’altro canto, abbia sinora ricevuto da USA e UE solo vaghe promesse in campo economico. Per quanto riguarda, ad esempio, i prodotti energetici e nonostante l’embargo introdotto in Russia sull’esportazione di benzina, le quote dirette ai paesi della Unione economica euroasiatica (Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirgizija: in vigore dal 2015) sono rimaste invariate.
Un altro osservatore armeno, l’ex deputato Arman Abovjan, afferma che «Per quanto riguarda l’ODKB, Pašinjan stesso dichiara di voler forzare gli eventi. La sua popolarità sta rapidamente diminuendo ed è già in caduta. Sta perdendo di legittimità. Così, L’Occidente gli mette fretta, l’Europa lo incalza».
Ma, sul prossimo periodo, ciò che più impensierisce Mosca è proprio l’ipotesi dell’uscita di Erevan dal ODKB. Appena sei mesi fa era stato completato il sistema di difesa aerea dell’Organizzazione e, per l’appunto, le stazioni di radiolocalizzazione della base militare russa in Armenia coprono l’intero settore meridionale del territorio russo.
Di più: proprio nei giorni scorsi Pašinjan si è incontrato con l’assistente del Segretario di stato USA per gli Affari europei ed eurasiatici, James O’Brien, con cui ha convenuto di rafforzare i rapporti Armenia-USA, portandoli al livello di “partnership strategica”. Concretamente, ciò è esplicitato dalle parole del segretario NATO Jens Stoltenberg: «Metterete le vostre forze armate sotto controllo democratico. E parteciperete attivamente ai programmi di partnership NATO. Noi rafforzeremo la nostra partnership e lavoreremo insieme». Cosa ci può essere di più chiaro del «controllo democratico» NATO?
Ancora più chiaro: la più forte ambasciata in tutto lo spazio della CSI è quella americana a Erevan ed è diretta dall’ex Chargé d’Affaires yankee in Ucraina, Kristina Kvien, di stanza a Kiev fino al 2022 e ora riposizionata nel Caucaso.
Nel 2020, osserva REN-TV, a Erevan c’era tutt’altra retorica: si era grati alla Russia per aver fermato la guerra armeno-azera e introdotto forze di pace in Nagornyj-Karabakh. Ora che la regione è persa, Pašinjan afferma che sia stata l’ODKB a non reagire, anche se Erevan non si è mai rivolta ufficialmente per chiedere aiuto all’Organizzazione.
In generale, le cose USA-UE-NATO sul fronte ucraino vanno effettivamente male. È tempo di provvedere ad allargare le prospettive di guerra. E il Caucaso è stato, sin dal 1918, (insieme all'estremo nord russo, Ucraina e Siberia orientale) una delle aeree di intervento delle potenze occidentali: allora contro la giovane Russia sovietica; oggi contro l’avversario geopolitico dell’unipolarismo euro-atlantico.
Fonte
09/03/2024
Francia - Quanto c'è di reale nel bellicismo di Macron?
di Francesco Dall'Aglio
Il Macron-gate (è un termine stupido, scusatemi) si arricchisce di nuovi particolari. I rappresentanti dei partiti d'opposizione sono stati convocati all'Eliseo e ne sono usciti, come diciamo noi qui nell'Iperborea, "carichi di meraviglie". Secondo Fabien Roussel, il segretario del Partito Comunista francese, Macron ha dichiarato che "non ci sono più linee rosse, non ci sono più limiti" all'impegno francese, il tutto mentre Macron mostrava su una carta dei freccioni che rappresentavano le truppe russe in marcia verso Kiev e Odessa, ossia uno scenario "che non possiamo permettere" (e sulla possibilità che i francesi avessero intenzione di farsi un giro da quelle parti ero stato facile profeta, non ci voleva chissà che). Marine Tondelier, segretaria di "Les Écologistes", ha riferito invece che Macron, dopo aver detto che Putin "chiaramente non ha limiti", ha affermato che "dobbiamo dimostrargli che anche noi non abbiamo limiti". Infine, Manuel Bompard, coordinatore del gruppo operativo nazionale di "La France Insoumise", ha dichiarato "di essere arrivato preoccupato [all'incontro con Macron] e di essere andato via ancora più preoccupato".
Resta da capire, al di là della risposta ovvia di Medvedev (che col suo solito stile ha detto che se la Francia non ha più linee rosse nei confronti della Russia vuol dire che la Russia non ha più linee rosse nei confronti della Francia – e non ha tutti i torti, dato che le guerre si fanno almeno in due, di solito) che cosa intenda Macron con tutti questi paraustielli (altro termine iperboreo).
Sébastien Lecornu, il Ministro della Difesa francese, ha affermato che non c'è alcun progetto di mandare truppe in Ucraina, il ministro degli Affari esteri Stéphane Séjourné ha detto che al limite si tratterà di mandare personale addetto allo sminamento o alla cybersecurity, e in un'intervista al Corriere della Sera Jean-Noël Barrot, Ministro per l'Europa, ha dichiarato che "dobbiamo fare di tutto per impedire alla Russia di vincere questa guerra. È il senso stesso del concetto di ambiguità strategica. Ambiguità strategica significa che non sveliamo al nostro avversario che cosa faremo, ma che cosa siamo pronti a fare", per poi parlare subito dopo anche lui solo di cybersecurity e sminamento, e soprattutto dichiarare che "il nostro imperativo è contrastare le intenzioni imperialiste del regime di Putin, non fare la guerra alla Russia", in sintonia con Biden che, nel suo discorso sullo Stato dell'Unione di stanotte, ha sempre e solo parlato di Putin, mai di Russia (tranne un bellissimo "Putin of Russia". Insomma, non abbiamo idea di quello che faremo ma "Putin of Russia" può star sicuro che faremo qualcosa – forse, vedremo.
Però, battute a parte, la Francia sta davvero muovendosi in senso anti-russo. Macron e Sandu ("Sandu of Moldova", la chiamerebbe Biden) hanno firmato un accordo di cooperazione sulla sicurezza: "nei prossimi mesi" la Francia invierà una missione militare a Chisinau per addestrare l'esercito moldavo.
Stesso discorso per l'Armenia, dove la Francia ha già inviato materiale militare (di qualità piuttosto scadente) e dove continua la retorica antirussa di Pashinyan, che vorrebbe lasciare il CSTO (ma si guarda bene dal farlo finché il confronto con l'Azerbaijan continua) e vuole che i militari russi lascino l'aeroporto di Zvarnots, dove si trovano a seguito dell'accordo del 1992. E a proposito di Armenia e Azerbaijan, oggi ad Ankara si sono incontrati il Ministro della Difesa turco Yashar Güler e il suo omologo azero, Zakir Hasanov, per discutere della LORO cooperazione militare e della "sicurezza regionale". Poi Hasanov, trovandosi, ha incontrato anche il capo di Stato Maggiore turco e si è fatto un giretto per le istallazioni militari turche e qualche fabbrica di materiale bellico. Resta da chiedersi cosa farebbe la Francia se le ostilità tra Armenia e Azerbaijan dovessero riaccendersi, considerando che anche la Turchia è un membro della NATO, che l'Azerbaijan è diventato un fondamentale fornitore di gas "buono" per l'Unione Europea, e che in una guerra che coinvolgesse tutti gli attori regionali i francesi si troverebbero schierati con l'Iran.
La mia opinione? Non farebbe assolutamente niente.
Fonte
Il Macron-gate (è un termine stupido, scusatemi) si arricchisce di nuovi particolari. I rappresentanti dei partiti d'opposizione sono stati convocati all'Eliseo e ne sono usciti, come diciamo noi qui nell'Iperborea, "carichi di meraviglie". Secondo Fabien Roussel, il segretario del Partito Comunista francese, Macron ha dichiarato che "non ci sono più linee rosse, non ci sono più limiti" all'impegno francese, il tutto mentre Macron mostrava su una carta dei freccioni che rappresentavano le truppe russe in marcia verso Kiev e Odessa, ossia uno scenario "che non possiamo permettere" (e sulla possibilità che i francesi avessero intenzione di farsi un giro da quelle parti ero stato facile profeta, non ci voleva chissà che). Marine Tondelier, segretaria di "Les Écologistes", ha riferito invece che Macron, dopo aver detto che Putin "chiaramente non ha limiti", ha affermato che "dobbiamo dimostrargli che anche noi non abbiamo limiti". Infine, Manuel Bompard, coordinatore del gruppo operativo nazionale di "La France Insoumise", ha dichiarato "di essere arrivato preoccupato [all'incontro con Macron] e di essere andato via ancora più preoccupato".
Resta da capire, al di là della risposta ovvia di Medvedev (che col suo solito stile ha detto che se la Francia non ha più linee rosse nei confronti della Russia vuol dire che la Russia non ha più linee rosse nei confronti della Francia – e non ha tutti i torti, dato che le guerre si fanno almeno in due, di solito) che cosa intenda Macron con tutti questi paraustielli (altro termine iperboreo).
Sébastien Lecornu, il Ministro della Difesa francese, ha affermato che non c'è alcun progetto di mandare truppe in Ucraina, il ministro degli Affari esteri Stéphane Séjourné ha detto che al limite si tratterà di mandare personale addetto allo sminamento o alla cybersecurity, e in un'intervista al Corriere della Sera Jean-Noël Barrot, Ministro per l'Europa, ha dichiarato che "dobbiamo fare di tutto per impedire alla Russia di vincere questa guerra. È il senso stesso del concetto di ambiguità strategica. Ambiguità strategica significa che non sveliamo al nostro avversario che cosa faremo, ma che cosa siamo pronti a fare", per poi parlare subito dopo anche lui solo di cybersecurity e sminamento, e soprattutto dichiarare che "il nostro imperativo è contrastare le intenzioni imperialiste del regime di Putin, non fare la guerra alla Russia", in sintonia con Biden che, nel suo discorso sullo Stato dell'Unione di stanotte, ha sempre e solo parlato di Putin, mai di Russia (tranne un bellissimo "Putin of Russia". Insomma, non abbiamo idea di quello che faremo ma "Putin of Russia" può star sicuro che faremo qualcosa – forse, vedremo.
Però, battute a parte, la Francia sta davvero muovendosi in senso anti-russo. Macron e Sandu ("Sandu of Moldova", la chiamerebbe Biden) hanno firmato un accordo di cooperazione sulla sicurezza: "nei prossimi mesi" la Francia invierà una missione militare a Chisinau per addestrare l'esercito moldavo.
Stesso discorso per l'Armenia, dove la Francia ha già inviato materiale militare (di qualità piuttosto scadente) e dove continua la retorica antirussa di Pashinyan, che vorrebbe lasciare il CSTO (ma si guarda bene dal farlo finché il confronto con l'Azerbaijan continua) e vuole che i militari russi lascino l'aeroporto di Zvarnots, dove si trovano a seguito dell'accordo del 1992. E a proposito di Armenia e Azerbaijan, oggi ad Ankara si sono incontrati il Ministro della Difesa turco Yashar Güler e il suo omologo azero, Zakir Hasanov, per discutere della LORO cooperazione militare e della "sicurezza regionale". Poi Hasanov, trovandosi, ha incontrato anche il capo di Stato Maggiore turco e si è fatto un giretto per le istallazioni militari turche e qualche fabbrica di materiale bellico. Resta da chiedersi cosa farebbe la Francia se le ostilità tra Armenia e Azerbaijan dovessero riaccendersi, considerando che anche la Turchia è un membro della NATO, che l'Azerbaijan è diventato un fondamentale fornitore di gas "buono" per l'Unione Europea, e che in una guerra che coinvolgesse tutti gli attori regionali i francesi si troverebbero schierati con l'Iran.
La mia opinione? Non farebbe assolutamente niente.
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31/01/2024
Altri laboratori biologici USA nelle aree ex sovietiche
Torna in primo piano la questione dei laboratori biologici USA, operativi in diverse repubbliche ex sovietiche, tutt’intorno ai confini della Russia.
In un’intervista a Ukraina.ru, ne ha parlato in questi giorni il politologo kazako Ajnur Kurmanov, rappresentante della Coalizione internazionale per la proibizione degli esperimenti e la diffusione delle armi biologiche, il quale afferma che i biolaboratori yankee attivi nelle vicinanze dei confini russi debbano essere considerati alla stregua di basi militari USA e NATO, con tutte le conseguenze da ciò derivanti.
L’occasione dell’intervista è data dalla notizia, diffusa dall’armena “Past”, sull’apertura dell’ennesimo laboratorio (il 13°) nella repubblica caucasica: questa volta nelle immediate vicinanze della base militare russa di Gjumri, nell’Armenia nordoccidentale.
A parere di Kurmanov, l’attivazione di questo nuovo sito (al pari dei 12 precedenti, completamente segreto) costituisce una ulteriore dimostrazione, da parte di Erevan, della propria volontà di distanziarsi da Mosca (pur continuando ad esserne, formalmente, alleata, nel ODKB) e mostrarsi vicina all’Occidente.
Per USA e NATO, l’Armenia costituisce un “fronte di riserva” per accendere nuovi focolai nell’area sudorientale, di fronte al fallimento ucraino: una spina puntata contro il sud della Russia.
Nel nuovo laboratorio armeno, quantunque le autorità rifiutino di fornire la minima indicazione, sembra che vi si studi antrace, peste, varie febbri e malattie caratteristiche della Transcaucasia.
Ma non c’è solo l’Armenia. Nel sud del Kazakhstan, nella regione di Žambyl, si parla dell’attivazione del settimo (su un totale di poco meno di trenta siti in tutto il paese) laboratorio biologico del 4° livello di pericolosità, denominato “BSL-4”, finanziato dalla Defense Threat Reduction Agency (DTRA) del Pentagono.
Pare che, in tutto il mondo, ci siano solo una dozzina di siti simili; viene realizzato insieme a un deposito sotterraneo per gli agenti patogeni quali virus Marburg, vaiolo, febbri latinoamericane, virus Ebola e altre malattie per le quali non esistono farmaci.
Secondo Kurmanov, in Kazakhstan di recente americani, britannici e tedeschi avrebbero lavorato su antrace, peste e tularemia. Si studierebbe la possibilità di utilizzare i cammelli quali portatori delle malattie più pericolose, lavorando anche su tipi di coronavirus che infettano gli animali in condizioni naturali; studi anche su febbri del Congo-Crimea e di Omsk.
Va detto che nel 2013, in Kazakhstan, gli americani avevano già raccolto zecche per la diffusione della febbre del Congo-Crimea. Poi, i biomateriali erano stati trasferiti per posta diplomatica in Georgia, al Centro Lugar, e qui sottoposti a “modernizzazione”; quindi, come atto di diversione biologica, rilasciati nel Caucaso settentrionale russo, provocando diversi casi letali.
Laboratori biologici USA sarebbero attivi anche in Uzbekistan e Tadžikistan e, senza bisogno dell’apertura di altri siti, in vari casi si utilizzano vecchie strutture di ricerca sovietiche, ovviamente su base DTRA.
Nell’area centroasiatica ex sovietica, secondo Kurmanov, la situazione epidemiologica è aggravata anche dal degrado dell’intero sistema sanitario (o di ciò che rimane dell’epoca sovietica) – assenza di vaccinazioni, chiusura di numerosi ospedali e policlinici – che si manifesta con la ricomparsa di malattie a suo tempo debellate.
Ciò costituisce un indubbio vantaggio per le attività dei laboratori USA e NATO, come è il caso della rinnovata diffusione del morbillo. Nel caso specifico, c’è ragione di ritenere che si tratti di una tipica sperimentazione sul campo, con l’utilizzo di ceppi tossici di morbillo mai registrati in queste regioni prima del 2016.
Si tratterebbe di due ceppi apparsi per la prima volta in Ucraina e successivamente in Kazakhstan, Kirghizija, ecc. Tra l’altro, quella del morbillo è una malattia molto utile ai fini militari. Fornisce un’eccellente possibilità di monitorare la velocità di diffusione di un’infezione, per verificare quanto siano in grado di affrontarla i sistemi sanitari locali coi vaccini a disposizione.
Un altro esempio è dato dalla peste suina africana, non tipica delle nostre latitudini, dice Kurmanov: i primi casi sono comparsi a metà del decennio scorso, con l’avvento dei nuovi laboratori. Un serio colpo fu inferto nel 2018-19 agli allevamenti suini russi e cinesi, con parecchi milioni di maiali che dovettero esser soppressi.
Per quanto riguarda l’Ucraina (nel marzo 2022 aveva trattato l’argomento il comandante delle truppe di difesa radioattiva, chimica e biologica russe Igor’ Kirillov), sembra che anche là si stiano nuovamente attivizzando i laboratori biologici, con la presenza di ricercatori americani e tedeschi.
Si sono visti biologi militari della Bundeswehr negli ex siti militari sovietici della città di Šostka, dopo di che si è notata un’anomala diffusione di diversi tipi di zecche nelle aree di Brjansk, Belgorod, Kursk e Voronež.
In generale, sottolinea ancora Kurmanov, tali laboratori dovrebbero essere considerati alla stregua di basi militari USA e NATO, con la possibilità che vari agenti patogeni e virus vengano intenzionalmente diffusi, con danni irreparabili alla popolazione e all’agricoltura.
Nel caso del “BSL-4” in Kazakhstan, ad esempio, in presenza di una fuga da un deposito sotterraneo, con i venti che in quell’area soffiano principalmente verso la valle di Fergana, si verificherebbe un’autentica crisi umanitaria: il locale sistema sanitario, semplicemente, non sarebbe in grado di reagire, col risultato di un enorme flusso di rifugiati ai confini russi e cinesi.
Vale a dire, senza bisogno di un attacco militare diretto, Asia centrale e Caucaso diverrebbero un focolaio di continue epidemie, con milioni di appestati e di morti, economia e infrastrutture sociali distrutte.
Parafrasando il Victor Hugo de “Il Novantatré”, anche la guerra moderna, come «la Vandea serve al progresso. Le catastrofi hanno un oscuro modo di accomodare le cose»: in questo caso, per l’eternità.
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In un’intervista a Ukraina.ru, ne ha parlato in questi giorni il politologo kazako Ajnur Kurmanov, rappresentante della Coalizione internazionale per la proibizione degli esperimenti e la diffusione delle armi biologiche, il quale afferma che i biolaboratori yankee attivi nelle vicinanze dei confini russi debbano essere considerati alla stregua di basi militari USA e NATO, con tutte le conseguenze da ciò derivanti.
L’occasione dell’intervista è data dalla notizia, diffusa dall’armena “Past”, sull’apertura dell’ennesimo laboratorio (il 13°) nella repubblica caucasica: questa volta nelle immediate vicinanze della base militare russa di Gjumri, nell’Armenia nordoccidentale.
A parere di Kurmanov, l’attivazione di questo nuovo sito (al pari dei 12 precedenti, completamente segreto) costituisce una ulteriore dimostrazione, da parte di Erevan, della propria volontà di distanziarsi da Mosca (pur continuando ad esserne, formalmente, alleata, nel ODKB) e mostrarsi vicina all’Occidente.
Per USA e NATO, l’Armenia costituisce un “fronte di riserva” per accendere nuovi focolai nell’area sudorientale, di fronte al fallimento ucraino: una spina puntata contro il sud della Russia.
Nel nuovo laboratorio armeno, quantunque le autorità rifiutino di fornire la minima indicazione, sembra che vi si studi antrace, peste, varie febbri e malattie caratteristiche della Transcaucasia.
Ma non c’è solo l’Armenia. Nel sud del Kazakhstan, nella regione di Žambyl, si parla dell’attivazione del settimo (su un totale di poco meno di trenta siti in tutto il paese) laboratorio biologico del 4° livello di pericolosità, denominato “BSL-4”, finanziato dalla Defense Threat Reduction Agency (DTRA) del Pentagono.
Pare che, in tutto il mondo, ci siano solo una dozzina di siti simili; viene realizzato insieme a un deposito sotterraneo per gli agenti patogeni quali virus Marburg, vaiolo, febbri latinoamericane, virus Ebola e altre malattie per le quali non esistono farmaci.
Secondo Kurmanov, in Kazakhstan di recente americani, britannici e tedeschi avrebbero lavorato su antrace, peste e tularemia. Si studierebbe la possibilità di utilizzare i cammelli quali portatori delle malattie più pericolose, lavorando anche su tipi di coronavirus che infettano gli animali in condizioni naturali; studi anche su febbri del Congo-Crimea e di Omsk.
Va detto che nel 2013, in Kazakhstan, gli americani avevano già raccolto zecche per la diffusione della febbre del Congo-Crimea. Poi, i biomateriali erano stati trasferiti per posta diplomatica in Georgia, al Centro Lugar, e qui sottoposti a “modernizzazione”; quindi, come atto di diversione biologica, rilasciati nel Caucaso settentrionale russo, provocando diversi casi letali.
Laboratori biologici USA sarebbero attivi anche in Uzbekistan e Tadžikistan e, senza bisogno dell’apertura di altri siti, in vari casi si utilizzano vecchie strutture di ricerca sovietiche, ovviamente su base DTRA.
Nell’area centroasiatica ex sovietica, secondo Kurmanov, la situazione epidemiologica è aggravata anche dal degrado dell’intero sistema sanitario (o di ciò che rimane dell’epoca sovietica) – assenza di vaccinazioni, chiusura di numerosi ospedali e policlinici – che si manifesta con la ricomparsa di malattie a suo tempo debellate.
Ciò costituisce un indubbio vantaggio per le attività dei laboratori USA e NATO, come è il caso della rinnovata diffusione del morbillo. Nel caso specifico, c’è ragione di ritenere che si tratti di una tipica sperimentazione sul campo, con l’utilizzo di ceppi tossici di morbillo mai registrati in queste regioni prima del 2016.
Si tratterebbe di due ceppi apparsi per la prima volta in Ucraina e successivamente in Kazakhstan, Kirghizija, ecc. Tra l’altro, quella del morbillo è una malattia molto utile ai fini militari. Fornisce un’eccellente possibilità di monitorare la velocità di diffusione di un’infezione, per verificare quanto siano in grado di affrontarla i sistemi sanitari locali coi vaccini a disposizione.
Un altro esempio è dato dalla peste suina africana, non tipica delle nostre latitudini, dice Kurmanov: i primi casi sono comparsi a metà del decennio scorso, con l’avvento dei nuovi laboratori. Un serio colpo fu inferto nel 2018-19 agli allevamenti suini russi e cinesi, con parecchi milioni di maiali che dovettero esser soppressi.
Per quanto riguarda l’Ucraina (nel marzo 2022 aveva trattato l’argomento il comandante delle truppe di difesa radioattiva, chimica e biologica russe Igor’ Kirillov), sembra che anche là si stiano nuovamente attivizzando i laboratori biologici, con la presenza di ricercatori americani e tedeschi.
Si sono visti biologi militari della Bundeswehr negli ex siti militari sovietici della città di Šostka, dopo di che si è notata un’anomala diffusione di diversi tipi di zecche nelle aree di Brjansk, Belgorod, Kursk e Voronež.
In generale, sottolinea ancora Kurmanov, tali laboratori dovrebbero essere considerati alla stregua di basi militari USA e NATO, con la possibilità che vari agenti patogeni e virus vengano intenzionalmente diffusi, con danni irreparabili alla popolazione e all’agricoltura.
Nel caso del “BSL-4” in Kazakhstan, ad esempio, in presenza di una fuga da un deposito sotterraneo, con i venti che in quell’area soffiano principalmente verso la valle di Fergana, si verificherebbe un’autentica crisi umanitaria: il locale sistema sanitario, semplicemente, non sarebbe in grado di reagire, col risultato di un enorme flusso di rifugiati ai confini russi e cinesi.
Vale a dire, senza bisogno di un attacco militare diretto, Asia centrale e Caucaso diverrebbero un focolaio di continue epidemie, con milioni di appestati e di morti, economia e infrastrutture sociali distrutte.
Parafrasando il Victor Hugo de “Il Novantatré”, anche la guerra moderna, come «la Vandea serve al progresso. Le catastrofi hanno un oscuro modo di accomodare le cose»: in questo caso, per l’eternità.
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01/10/2023
Esodo dal Nagorno-Karabakh
di Francesco Dall'Aglio
Stepanakert (Nagorno Karabakh o Artsakh se preferite) questa mattina. Quasi centomila persone, in pratica i due terzi della popolazione, hanno lasciato la regione. Non è una pulizia etnica, formalmente, perché se ne sono andati da soli e nessuno gli spara addosso per costringerli a farlo, ma il motivo della loro partenza è, credo, abbastanza chiaro.
L'arrivo in Armenia di centomila persone che hanno abbandonato ogni cosa, necessitano di tutto e non sono nelle migliori condizioni di spirito porterà ovviamente una serie di problemi enormi a un paese che ha meno di tre milioni di abitanti e non è, diciamo, una potenza economica. E porterà un bel po' di problemi politici a Pashinyan, perché è vero che il governo armeno sostiene che sia tutta colpa dei russi, ma buona parte del paese non ci crede. Soprattutto ci crede poco buona parte dei profughi, visto che in questi giorni sono stati sfamati, curati e protetti solo dai tanto vituperati peacekeeper russi e da qualche volontario internazionale.
Per il resto il conto è presto fatto.
Media occidentali che stanno seguendo la vicenda: zero.
Aiuti dell'Unione Europea: zero.
Aiuti degli USA: zero.
Aiuti dell'ONU: una missione di osservatori è arrivata OGGI nel Nagorno Karabakh. È composta da dodici (12) persone che dovranno "valutare le necessità" della popolazione locale, che come abbiamo detto in pratica non esiste più.
Fonte
Stepanakert (Nagorno Karabakh o Artsakh se preferite) questa mattina. Quasi centomila persone, in pratica i due terzi della popolazione, hanno lasciato la regione. Non è una pulizia etnica, formalmente, perché se ne sono andati da soli e nessuno gli spara addosso per costringerli a farlo, ma il motivo della loro partenza è, credo, abbastanza chiaro.
L'arrivo in Armenia di centomila persone che hanno abbandonato ogni cosa, necessitano di tutto e non sono nelle migliori condizioni di spirito porterà ovviamente una serie di problemi enormi a un paese che ha meno di tre milioni di abitanti e non è, diciamo, una potenza economica. E porterà un bel po' di problemi politici a Pashinyan, perché è vero che il governo armeno sostiene che sia tutta colpa dei russi, ma buona parte del paese non ci crede. Soprattutto ci crede poco buona parte dei profughi, visto che in questi giorni sono stati sfamati, curati e protetti solo dai tanto vituperati peacekeeper russi e da qualche volontario internazionale.
Per il resto il conto è presto fatto.
Media occidentali che stanno seguendo la vicenda: zero.
Aiuti dell'Unione Europea: zero.
Aiuti degli USA: zero.
Aiuti dell'ONU: una missione di osservatori è arrivata OGGI nel Nagorno Karabakh. È composta da dodici (12) persone che dovranno "valutare le necessità" della popolazione locale, che come abbiamo detto in pratica non esiste più.
Fonte
21/09/2023
Nagorno-Karabakh - Tra disinformazione occidentale e disimpegno armeno
Questo titolo (di Repubblica, manco a dirlo. Il titolo dell'edizione a stampa è "L'Armenia capitola dopo 24 ore di guerra, il Nagorno ora è azero. Putin abbandona l'alleato, a Erevan folla in piazza: "Assassino". Tensioni al governo") è talmente tanto ingannevole che se esistesse ancora un Ordine dei Giornalisti sarebbe il caso che intervenisse a fare un po' di chiarezza.
L'Armenia non è stata "abbandonata da Putin" e non ha capitolato, perché non solo il Nagorno Karabakh non è Armenia, visto che nemmeno lei l'ha riconosciuto, ma soprattutto è Pashinyan ad avere abbandonato il Nagorno Karabakh, dichiarando mesi fa che faceva parte dell'Azerbaijan e non muovendo un dito in sua difesa (e come avrebbe potuto, dopo quelle dichiarazioni e dopo non averne riconosciuto l'indipendenza?). E "assassino" e "dimissioni" la folla della foto, che sta davanti al palazzo del Governo a Erevan, lo grida a Pashinyan e non a Putin: gli insulti a Putin, se uno vuole, si possono sentire ogni giorno e ogni notte davanti all'ambasciata russa ma non in Piazza dell'Indipendenza adesso, e anche nell'articolo l'unico che ce l'ha con Putin da quelle parti è "Yuri Gayane, 22 anni", che martedì sera era appunto a manifestare davanti l'ambasciata russa e viene cazziato da "Sarhat Hakobyan, bancario di 42 anni".
Insomma, per i giornalisti nostrani non c'è differenza tra Artsakh e Armenia, l'Azerbaijan ha invaso l'Armenia, e Putin non è intervenuto in sua difesa. Del resto alla controffensiva ormai non ci crede manco più Iacoboni, la Polonia ha dichiarato tramite il suo primo ministro che non fornirà più armi a Kiev visto che deve pensare a sé stessa, un bel po' di parlamentari USA si stanno sganciando apertamente, all'ONU Lavrov era come al solito la reginetta del ballo con la folla fuori la sua stanza delle riunioni, e qualcosa ci si deve dunque inventare - quindi ben venga "Putin assassino dell'Armenia", mentre del moderatissimo e benevolo Aliyev niente di male si può dire visto che ci fornisce il suo gas e quindi lui deve essere buono, dato che noi la roba dai cattivi non la compriamo.
Venendo alla realtà delle cose, oggi è cominciato il vertice, se così possiamo chiamarlo, tra autorità militari e civili dell'Artsakh e azere. Nella stanza c'è solo la bandiera azera, ovviamente, visto che la Repubblica dell'Artsakh non esiste nemmeno per l'Armenia. Non credo sia un caso (conoscendo appunto il benevolo Aliyev che non c'entra assolutamente nulla con tutta questa storiaccia ordita da Putin) che il tutto si tenga il 21 settembre, giorno in cui in Armenia si celebra l'indipendenza.
La popolazione dell'Artsakh però non deve avercela poi troppo coi russi assassini, visto che ormai i rifugiati nelle basi russe sono più di 5000, come riportato anche nell'articolo di Anna Lombardi. Chissà se i nuovi amici di Pashinyan manderanno qualche aiuto. Non so perché, ma ne dubito: molto meglio dare la colpa dell'ovvio, futuro collasso umanitario alla Russia senza muovere un dito. In fondo chi gli ha mai promesso niente, a Pashinyan? Ma che vuole, chi lo conosce? Intanto, proprio alcuni soldati russi, per la precisione cinque, sono rimasti uccisi ieri quando l'auto sulla quale si spostavano è stata colpita dall'artiglieria azera. Aliyev si è mortificato, si è scusato, e ha promesso indagini e compensazioni alle famiglie delle vittime.
PS - e stavolta invece applausi a Di Feo per questo articolo. Indovinate un po' con chi è in contatto l'Azerbaijan per nuove forniture di armi? Con noi, che però non potremmo vendergliele perché è in guerra. E allora che problema c'è, cambiamo le regole. Colpa di Putin pure questo, noi non c'entriamo nulla.
Fonte
L'Armenia non è stata "abbandonata da Putin" e non ha capitolato, perché non solo il Nagorno Karabakh non è Armenia, visto che nemmeno lei l'ha riconosciuto, ma soprattutto è Pashinyan ad avere abbandonato il Nagorno Karabakh, dichiarando mesi fa che faceva parte dell'Azerbaijan e non muovendo un dito in sua difesa (e come avrebbe potuto, dopo quelle dichiarazioni e dopo non averne riconosciuto l'indipendenza?). E "assassino" e "dimissioni" la folla della foto, che sta davanti al palazzo del Governo a Erevan, lo grida a Pashinyan e non a Putin: gli insulti a Putin, se uno vuole, si possono sentire ogni giorno e ogni notte davanti all'ambasciata russa ma non in Piazza dell'Indipendenza adesso, e anche nell'articolo l'unico che ce l'ha con Putin da quelle parti è "Yuri Gayane, 22 anni", che martedì sera era appunto a manifestare davanti l'ambasciata russa e viene cazziato da "Sarhat Hakobyan, bancario di 42 anni".
Insomma, per i giornalisti nostrani non c'è differenza tra Artsakh e Armenia, l'Azerbaijan ha invaso l'Armenia, e Putin non è intervenuto in sua difesa. Del resto alla controffensiva ormai non ci crede manco più Iacoboni, la Polonia ha dichiarato tramite il suo primo ministro che non fornirà più armi a Kiev visto che deve pensare a sé stessa, un bel po' di parlamentari USA si stanno sganciando apertamente, all'ONU Lavrov era come al solito la reginetta del ballo con la folla fuori la sua stanza delle riunioni, e qualcosa ci si deve dunque inventare - quindi ben venga "Putin assassino dell'Armenia", mentre del moderatissimo e benevolo Aliyev niente di male si può dire visto che ci fornisce il suo gas e quindi lui deve essere buono, dato che noi la roba dai cattivi non la compriamo.
Venendo alla realtà delle cose, oggi è cominciato il vertice, se così possiamo chiamarlo, tra autorità militari e civili dell'Artsakh e azere. Nella stanza c'è solo la bandiera azera, ovviamente, visto che la Repubblica dell'Artsakh non esiste nemmeno per l'Armenia. Non credo sia un caso (conoscendo appunto il benevolo Aliyev che non c'entra assolutamente nulla con tutta questa storiaccia ordita da Putin) che il tutto si tenga il 21 settembre, giorno in cui in Armenia si celebra l'indipendenza.
La popolazione dell'Artsakh però non deve avercela poi troppo coi russi assassini, visto che ormai i rifugiati nelle basi russe sono più di 5000, come riportato anche nell'articolo di Anna Lombardi. Chissà se i nuovi amici di Pashinyan manderanno qualche aiuto. Non so perché, ma ne dubito: molto meglio dare la colpa dell'ovvio, futuro collasso umanitario alla Russia senza muovere un dito. In fondo chi gli ha mai promesso niente, a Pashinyan? Ma che vuole, chi lo conosce? Intanto, proprio alcuni soldati russi, per la precisione cinque, sono rimasti uccisi ieri quando l'auto sulla quale si spostavano è stata colpita dall'artiglieria azera. Aliyev si è mortificato, si è scusato, e ha promesso indagini e compensazioni alle famiglie delle vittime.
PS - e stavolta invece applausi a Di Feo per questo articolo. Indovinate un po' con chi è in contatto l'Azerbaijan per nuove forniture di armi? Con noi, che però non potremmo vendergliele perché è in guerra. E allora che problema c'è, cambiamo le regole. Colpa di Putin pure questo, noi non c'entriamo nulla.
Fonte
20/09/2023
Fine della contesa sul Nagorno-Karabakh?
di Francesco Dall'Aglio
Alle 13 ora locale è entrato in vigore il coprifuoco, mediato dal contingente russo, tra le autorità dell'Artsakh e le truppe azere. Le richieste formulate dal governo dell'Azerbaijan come condizione per la fine della "operazione antiterrorismo" sono state sostanzialmente accolte in toto: le formazioni militari dell'Artsakh saranno disarmate e sciolte e domani le autorità si incontreranno a Yevlakh, in territorio azero, per concordare il pieno reintegro del Nagorno Karabakh sotto la sovranità azera e le garanzie di sicurezza per la popolazione armena. Popolazione che non si fida molto (e probabilmente fa bene) e che si sta rifugiando nelle basi russe o nell'aeroporto di Stepanakert, dove c'è un contingente russo. Al momento le autorità russe comunicano la presenza nelle loro basi di 2621 civili armeni.
Pashinyan, intanto, continua la sua politica che definire ambigua è poco, scaricando la responsabilità dell'intera situazione sulla Russia. Ieri aveva comunicato che l'Armenia non era implicata in alcun modo nella questione dell'Artsakh e, dopo l'inizio delle proteste contro di lui, parte dei suoi sostenitori avevano inscenato una contro-protesta, ovviamente sotto l'ambasciata russa. Oggi, dopo avere dichiarato in un'altra diretta Facebook (alla De Luca, diciamo) che la Russia non è amica dell'Armenia e che l'Armenia non ha preso parte ai negoziati tra Arsakh e Azerbaijan (mi sfugge il nesso tra le due cose), ha aggiunto che ora tocca ai peacekeepers russi assumersi la responsabilità di proteggere la popolazione dell'Artsakh e garantire che possano vivere tranquilli sotto il governo azero senza discriminazioni. Stranamente non ha però chiamato in causa né gli USA, i cui soldati hanno lasciato il paese dopo le esercitazioni congiunte, né gli altri paesi occidentali con i quali si è consultato ieri, primo fra tutti la Francia. La traiettoria futura della sua carriera politica resta abbastanza incerta e non saranno le manifestazioni sotto l'ambasciata russa a Erevan che lo metteranno al riparo da un'opposizione che, al di là dei cortei in piazza, presto gli chiederà conto in Parlamento di quanto successo e del fatto che i "nuovi amici" non hanno mosso un dito, come era ovvio, dopo che dal 2018 a questa parte non ha fatto altro che mettersi contro i "vecchi" i quali, molto diplomaticamente (Zacharov) e col solito stile (Medvedev) gli hanno ricordato ieri che, come dice il nostro proverbio, ognuno dorme nel letto che si è fatto.
Repubblica, come era ovvio aspettarsi, si è unita in pompa magna al treno anti-russo, come se di questa tragedia immane l'unica cosa che conti sia questa, con ben due articoli. Il primo, "Nagorno Karabakh, l’analista Frappi: “Mosca che sta a guardare è la minaccia più grande per gli alleati di Erevan” è, al di là del titolo, molto bilanciato e non assegna nessuna responsabilità.
Il secondo un'intervista a Marut Vanyan, giornalista abbastanza schierato, è di tenore ben diverso a partire dal titolo: "Le voci dal Nagorno Karabakh, nei rifugi a Stepanakert con le bibbie e i video: “I russi ci hanno tradito” e dalla conclusione: "... gli abitanti di Stepanakert non sanno cosa aspettarsi dal futuro e si sentono abbandonati dal mondo e soprattutto dalla Russia. Quando la gente parla dei peacekeepers russi li ricopre di insulti" continua Vanyan. "In molti si aspettavano che avrebbero garantito la pace ed ora che veniamo bombardati non fanno nulla. È difficile pensare che non fossero al corrente di questo attacco. Sono qui ma è come se non ci fossero". Colpa della Russia, quindi, in un articolo nel quale Vanyan riesce a non nominare mai Pashinyan e il fatto che l'Armenia in primis non ha mai riconosciuto l'indipendenza dell'Artsakh.
Fonte
Alle 13 ora locale è entrato in vigore il coprifuoco, mediato dal contingente russo, tra le autorità dell'Artsakh e le truppe azere. Le richieste formulate dal governo dell'Azerbaijan come condizione per la fine della "operazione antiterrorismo" sono state sostanzialmente accolte in toto: le formazioni militari dell'Artsakh saranno disarmate e sciolte e domani le autorità si incontreranno a Yevlakh, in territorio azero, per concordare il pieno reintegro del Nagorno Karabakh sotto la sovranità azera e le garanzie di sicurezza per la popolazione armena. Popolazione che non si fida molto (e probabilmente fa bene) e che si sta rifugiando nelle basi russe o nell'aeroporto di Stepanakert, dove c'è un contingente russo. Al momento le autorità russe comunicano la presenza nelle loro basi di 2621 civili armeni.
Pashinyan, intanto, continua la sua politica che definire ambigua è poco, scaricando la responsabilità dell'intera situazione sulla Russia. Ieri aveva comunicato che l'Armenia non era implicata in alcun modo nella questione dell'Artsakh e, dopo l'inizio delle proteste contro di lui, parte dei suoi sostenitori avevano inscenato una contro-protesta, ovviamente sotto l'ambasciata russa. Oggi, dopo avere dichiarato in un'altra diretta Facebook (alla De Luca, diciamo) che la Russia non è amica dell'Armenia e che l'Armenia non ha preso parte ai negoziati tra Arsakh e Azerbaijan (mi sfugge il nesso tra le due cose), ha aggiunto che ora tocca ai peacekeepers russi assumersi la responsabilità di proteggere la popolazione dell'Artsakh e garantire che possano vivere tranquilli sotto il governo azero senza discriminazioni. Stranamente non ha però chiamato in causa né gli USA, i cui soldati hanno lasciato il paese dopo le esercitazioni congiunte, né gli altri paesi occidentali con i quali si è consultato ieri, primo fra tutti la Francia. La traiettoria futura della sua carriera politica resta abbastanza incerta e non saranno le manifestazioni sotto l'ambasciata russa a Erevan che lo metteranno al riparo da un'opposizione che, al di là dei cortei in piazza, presto gli chiederà conto in Parlamento di quanto successo e del fatto che i "nuovi amici" non hanno mosso un dito, come era ovvio, dopo che dal 2018 a questa parte non ha fatto altro che mettersi contro i "vecchi" i quali, molto diplomaticamente (Zacharov) e col solito stile (Medvedev) gli hanno ricordato ieri che, come dice il nostro proverbio, ognuno dorme nel letto che si è fatto.
Repubblica, come era ovvio aspettarsi, si è unita in pompa magna al treno anti-russo, come se di questa tragedia immane l'unica cosa che conti sia questa, con ben due articoli. Il primo, "Nagorno Karabakh, l’analista Frappi: “Mosca che sta a guardare è la minaccia più grande per gli alleati di Erevan” è, al di là del titolo, molto bilanciato e non assegna nessuna responsabilità.
Il secondo un'intervista a Marut Vanyan, giornalista abbastanza schierato, è di tenore ben diverso a partire dal titolo: "Le voci dal Nagorno Karabakh, nei rifugi a Stepanakert con le bibbie e i video: “I russi ci hanno tradito” e dalla conclusione: "... gli abitanti di Stepanakert non sanno cosa aspettarsi dal futuro e si sentono abbandonati dal mondo e soprattutto dalla Russia. Quando la gente parla dei peacekeepers russi li ricopre di insulti" continua Vanyan. "In molti si aspettavano che avrebbero garantito la pace ed ora che veniamo bombardati non fanno nulla. È difficile pensare che non fossero al corrente di questo attacco. Sono qui ma è come se non ci fossero". Colpa della Russia, quindi, in un articolo nel quale Vanyan riesce a non nominare mai Pashinyan e il fatto che l'Armenia in primis non ha mai riconosciuto l'indipendenza dell'Artsakh.
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19/09/2023
Tornano a crescere le tensioni in Nagorno-Karabakh,
di Francesco Dall'Aglio
L'Azerbaijan ha annunciato l'inizio di "misure anti-terrorismo" sul territorio del Nagorno Karabakh. Al momento si segnalano attacchi missilistici a strutture militari. A Stepanakert suona l'allarme aereo e si segnala la presenza di droni azeri, soprattutto degli israeliani Harop già impiegati con successo durante il conflitto del 2020.
Non c'è, ameno per ora, movimento di truppe di terra e quindi è presto per dire se si tratta dell'inizio di un'offensiva o solo di una dimostrazione di forza, tra l'altro proprio nell'ultimo giorno delle esercitazioni congiunte tra truppe USA e armene in Armenia. Però le autorità militari azere, nonostante affermino che gli obiettivi degli attacchi sono solo installazioni militari, esortano la popolazione a lasciare la regione, cosa che potrebbe fare presagire il prossimo inizio di un'invasione vera e propria.
Per ora, nessuna reazione diplomatica armena.
Ovviamente, McFaul e NAFeria assortita non si sono fatti sfuggire l'occasione di dare la colpa del rinnovato conflitto alla Russia. McFaul e i NAFO, però, fingono di ignorare (o meglio, McFaul finge, i NAFO ignorano) tre cose.
La prima: le forze di interposizione, volgarmente dette peacekeepers, non hanno il compito di rispondere militarmente ma solo quello di sorvegliare che una linea di cessate il fuoco o simili sia rispettata. Possono, secondo i mandati ONU, utilizzare la forza a livello tattico, cioè in situazioni limitate (proteggere civili attaccati da forze militari o proteggere se stesse), ma non sono un reparto combattente, e soprattutto non difendono una parte contro un'altra (sai le risate per quelli schierati in Libano all'epoca...).
La seconda: il conflitto in questione NON È tra Armenia e Azerbaijan, è tra Azerbaijan e repubblica dell'Artsakh (o Nagorno Karabakh). Ed è vero che la Russia e l'Armenia sono unite da un'alleanza militare, ma gli attacchi azeri non avvengono su territorio armeno ma su quello di una repubblica autoproclamatasi indipendente e, attenzione, NON RICONOSCIUTA come tale NEMMENO DALL'ARMENIA, né riconosciuta come parte dell'Armenia. La Russia quindi, secondo McFaul e la NAFeria, dovrebbe entrare in guerra con l'Azerbaijan per difendere un territorio che nessuno riconosce come indipendente, nemmeno l'Armenia stessa, e che per il diritto internazionale è una provincia secessionista dell'Azerbaijan.
La terza: è ovvio che la risoluzione della questione dell'Artsakh avverrà prima o poi (magari adesso) per via militare e a favore dell'Azerbaijan. L'Armenia non ha i mezzi per opporsi (al di là del fatto che, come detto sopra, non ne riconosce l'indipendenza, quindi i suoi soldati formalmente starebbero invadendo l'Azerbaijan) e il Primo Ministro Pashinyan non ne ha la volontà politica. Come già detto in un post precedente, dal 2018 la sua strategia è stata quella di addossare alla Russia la responsabilità di quello che è il più grande fallimento della politica armena dalla sua indipendenza, guardandosi bene però dal compiere i passi diplomatici (riconoscere l'Artsakh) che avrebbero obbligato la Russia ad assisterlo in virtù dei loro accordi militari e guardandosi bene dal rinnegare gli accordi in questione, continuando quindi a sfruttare l'ombrello militare della "Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva".
Che i NAFO non lo sappiano, pazienza. Che McFaul faccia finta di non saperlo è già un po' più grave, ma non ci si aspettava altro.
PS - quanto prima si risolve la questione, tanto prima la Russia può sganciarsi da una situazione estremamente complicata e senza alcuna possibilità di sbocchi favorevoli. È chiaro che l'Azerbaijan ha ricevuto e riceverà in futuro il via libera non solo da Ankara ma anche da Mosca. Intanto oggi Shoigu va in Iran a discutere col Ministro della Difesa iraniano. Va bene mollare l'Artsakh, ma altri allargamenti sono fuori questione.
Fonte
L'Azerbaijan ha annunciato l'inizio di "misure anti-terrorismo" sul territorio del Nagorno Karabakh. Al momento si segnalano attacchi missilistici a strutture militari. A Stepanakert suona l'allarme aereo e si segnala la presenza di droni azeri, soprattutto degli israeliani Harop già impiegati con successo durante il conflitto del 2020.
Non c'è, ameno per ora, movimento di truppe di terra e quindi è presto per dire se si tratta dell'inizio di un'offensiva o solo di una dimostrazione di forza, tra l'altro proprio nell'ultimo giorno delle esercitazioni congiunte tra truppe USA e armene in Armenia. Però le autorità militari azere, nonostante affermino che gli obiettivi degli attacchi sono solo installazioni militari, esortano la popolazione a lasciare la regione, cosa che potrebbe fare presagire il prossimo inizio di un'invasione vera e propria.
Per ora, nessuna reazione diplomatica armena.
Ovviamente, McFaul e NAFeria assortita non si sono fatti sfuggire l'occasione di dare la colpa del rinnovato conflitto alla Russia. McFaul e i NAFO, però, fingono di ignorare (o meglio, McFaul finge, i NAFO ignorano) tre cose.
La prima: le forze di interposizione, volgarmente dette peacekeepers, non hanno il compito di rispondere militarmente ma solo quello di sorvegliare che una linea di cessate il fuoco o simili sia rispettata. Possono, secondo i mandati ONU, utilizzare la forza a livello tattico, cioè in situazioni limitate (proteggere civili attaccati da forze militari o proteggere se stesse), ma non sono un reparto combattente, e soprattutto non difendono una parte contro un'altra (sai le risate per quelli schierati in Libano all'epoca...).
La seconda: il conflitto in questione NON È tra Armenia e Azerbaijan, è tra Azerbaijan e repubblica dell'Artsakh (o Nagorno Karabakh). Ed è vero che la Russia e l'Armenia sono unite da un'alleanza militare, ma gli attacchi azeri non avvengono su territorio armeno ma su quello di una repubblica autoproclamatasi indipendente e, attenzione, NON RICONOSCIUTA come tale NEMMENO DALL'ARMENIA, né riconosciuta come parte dell'Armenia. La Russia quindi, secondo McFaul e la NAFeria, dovrebbe entrare in guerra con l'Azerbaijan per difendere un territorio che nessuno riconosce come indipendente, nemmeno l'Armenia stessa, e che per il diritto internazionale è una provincia secessionista dell'Azerbaijan.
La terza: è ovvio che la risoluzione della questione dell'Artsakh avverrà prima o poi (magari adesso) per via militare e a favore dell'Azerbaijan. L'Armenia non ha i mezzi per opporsi (al di là del fatto che, come detto sopra, non ne riconosce l'indipendenza, quindi i suoi soldati formalmente starebbero invadendo l'Azerbaijan) e il Primo Ministro Pashinyan non ne ha la volontà politica. Come già detto in un post precedente, dal 2018 la sua strategia è stata quella di addossare alla Russia la responsabilità di quello che è il più grande fallimento della politica armena dalla sua indipendenza, guardandosi bene però dal compiere i passi diplomatici (riconoscere l'Artsakh) che avrebbero obbligato la Russia ad assisterlo in virtù dei loro accordi militari e guardandosi bene dal rinnegare gli accordi in questione, continuando quindi a sfruttare l'ombrello militare della "Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva".
Che i NAFO non lo sappiano, pazienza. Che McFaul faccia finta di non saperlo è già un po' più grave, ma non ci si aspettava altro.
PS - quanto prima si risolve la questione, tanto prima la Russia può sganciarsi da una situazione estremamente complicata e senza alcuna possibilità di sbocchi favorevoli. È chiaro che l'Azerbaijan ha ricevuto e riceverà in futuro il via libera non solo da Ankara ma anche da Mosca. Intanto oggi Shoigu va in Iran a discutere col Ministro della Difesa iraniano. Va bene mollare l'Artsakh, ma altri allargamenti sono fuori questione.
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