Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/09/2026
Militari al potere, con la collaborazione dei media
L’obiettivo appare scontato: utilizzare l’allarmismo per ottenere un consenso sociale – al momento inesistente, anzi... – al riarmo e, a seguire, le prospettive di una guerra.
Se ci fosse una preoccupazione reale per l’“espansionismo russo” vedremmo – sì – crescere l’allarme, ma anche prendere in esame le possibili soluzioni per evitare la guerra, ovviamente in compresenza di spinte guerrafondaie ben nutrite (dai costruttori di sistemi d’arma).
In fondo l’idea di andare allo scontro con una potenza che dispone di quasi seimila testate nucleari, nonché di missili ipersonici non intercettabili (significa che se un missile parte verso casa tua, sicuramente arriva a destinazione), dovrebbe far venire un brivido lungo la schiena soprattutto a chi governa questo sfortunato angolo di mondo, perché due informazioni attendibili sull’arsenale del nemico – contrariamente alla popolazione – le possiede certamente.
Invece, dalle “alte” (si fa per dire...) gerarchie europee alle ridicole macchiette nostrane, è tutto un friccicore di celodurismo dichiaratorio, posture “macho” in stile Kaja Kallas, “no pasaran” da guerriglieri dei Parioli...
Con un risvolto politico interno immediato e chiaro: chiunque metta in discussione questi governi, protesti in vario modo (dalle vertenze sindacali alle manifestazioni di dissenso) viene tacciato di essere un potenziale “agente putiniano”, quindi da tacitare, sanzionare, confinare (politicamente per ora), estromettere dal palcoscenico politico.
È il solito vecchio gioco dei regimi che vanno alla guerra (“taci! il nemico ti ascolta!”), quasi ridicolo per governi che traballano come una zattera nel mare in tempesta. L’Italia deve andare ad elezioni, Macron è da anni senza una maggioranza e cambia governi più spesso delle lenzuola, la Gran Bretagna idem, in Germania c’è un tale senza più maggioranza che parla come un nazista per rallentare l’arrivo dei nazisti dell’AfD... Ecc..
In questo solito vecchio gioco c’è comunque una stranezza che nessuno riesce a spiegare: il sistema mediatico pare impegnatissimo a indicare nel “nazista de noantri” – un ex generale che si propone di far tornare l’Italia all’epoca delle palafitte – il nemico assoluto, gonfiandone le (poche) iniziative e frasi fatte fino a farne il pilastro dei palinsesti e del dibattito politico.
L’idea, ritenuta evidentemente “geniale”, di presentarlo come un “agente di Putin” non appare peraltro in grado di frenarne l’ascesa nei sondaggi. E non dovrebbe sorprendere, in un paese in cui la contrarietà alla guerra e al riarmo supera in genere i due terzi dei cittadini.
Ciò nonostante si continua su questa solfa, ignorando completamente le (poche) ricostruzioni giornalistiche serie che hanno portato alla luce – nero su bianco, con nomi, cognomi e cifre – la rete di facilitatori-esperti-finanziatori-influencer che hanno strutturato il suo “movimento”.
Come i nostri lettori sanno, questa ricostruzione NON porta alla Russia, ma a Steve Bannon, stratega elettorale di Trump nel suo primo mandato, poi referente della Lega salviniana ed altri fascistoidi che volevano regalargli pure la Certosa di Trisulti. Nomi, cognomi, cifre.
L’altro elemento fondamentale completamente ignorato dai media è che i suoi “collaboratori” principali, compreso il candidato-sindaco di Milano, sono a loro volta alti o ex ufficiali delle forze armate, con una visibile preferenza per quelli dei “corpi speciali” o dei carabinieri.
La domanda che dovrebbe sorgere spontanea, nel giornalista medio, è semplice: com’è possibile che il fior fiore (si fa per dire) delle nostre forze armate sia tutto “putiniano”? Che si porta dietro l’altra: come facciamo ad andare alla guerra contro la Russia con un esercito guidato da “agenti di Putin”?
A noi, che siamo finti ingenui, sembra piuttosto che tutto il sistema mediatico (e quello politico) stia invece creando una “classe dirigente militare” da portare eventualmente al governo del paese. Ovviamente fascista nel dna, retrograda sul piano della cultura civile, pericolosissima. Non con un golpe, ma attraverso elezioni profondamente truccate (media orientati, leggi elettorali su misura, ecc.).
Ma si tratta di una “classe dirigente” completamente al servizio della Nato, o almeno della sua guida tuttora dominante: gli Stati Uniti, ovviamente in versione Trump.
L’unica incertezza riguarda quindi il sistema dei media (giornalisti e conduttori, non certo gli “editori” che sono attentissimi): tanta “collaborazione” con il piano di militarizzazione è consapevole o semplicemente frutto dell’idiozia che inevitabilmente matura con il servilismo?
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01/09/2026
Medici cubani espulsi dalla Giamaica: 400 dottori a casa per pressioni USA
La Giamaica del governo “laburista” di Andrew Holness, ha interrotto da marzo il programma sanitario che condivideva con Cuba, negando il rinnovo del permesso di soggiorno a circa 400 tra medici e infermieri cubani che operavano all’interno di ospedali e consultori pubblici. Un percorso che durava da oltre 50 anni, pur nell’alternanza alla guida del Paese dei due partiti: PNP People’s National Party, filocubano e JLP Jamaica Labour Party, alleato USA, di cui Holness è leader.
Il Primo Ministro ha motivato la sua decisione sul fatto che alcuni punti del programma non fossero conformi alle leggi giamaicane e ai canoni internazionali. Il governo castrista ha risposto all’ex partner di aver ceduto alle pressioni del segretario di Stato Marco Rubio ai fini di sabotare Cuba.
Sta di fatto che questa rottura è accaduta dopo un anno esatto dalla visita di Rubio in Giamaica, dove aveva incontrato anche i capi di stato di Haiti e delle altre isole anglofone. Nella sua agenda, il punto centrale era proprio il programma cubano: “Cuba fa traffico di esseri umani, sfrutta il lavoro dei medici non pagandoli, non siate complici di questo crimine”. Rubio ventilò la possibilità di ritirare il visto d’entrata negli Usa ai funzionari dei governi che non avessero aderito alla sua richiesta.
Dietro il pretesto umanitario, i soldi che Cuba avrebbe incassato annualmente da tutto il mondo: 6-7 miliardi, cifra che coincide con i calcoli dell’istituto di statistica cubano e il Tesoro USA.
In quell’occasione, sia Holness che gli altri stati caraibici respinsero uniti la richiesta e Mia Motley, premier delle Barbados, accennò a una rottura diplomatica se il delegato di Trump avesse insistito.
Un anno dopo, i rapporti storici tra JLP e partito repubblicano USA hanno prevalso, e la Giamaica – insieme a Guyana, Bahamas, Guatemala e Honduras – è uscita dal programma: 1200 dottori sottratti quindi a servizi sanitari fragili e con lacune incolmabili per mancanza di personale.
Abbiamo parlato con l’amministratore di Annotto Bay Hospital, un piccolo ospedale statale che copre la provincia di St Mary, una della più povere dell’isola giamaicana. Qui non esistono cliniche, la gente non se le potrebbe permettere. Ci lavoravano una decina di cubani che coprivano a turno tutti i reparti.
Chi pagava queste persone?
“Il pagamento veniva effettuato direttamente dalla Ragioneria di Stato nella capitale, la stessa che paga i nostri stipendi – dice l’amministratore della struttura – Possibile che facessero due bonifici differenti, uno al corpo governativo cubano in capo alla missione e l’altro ai medici. Ignoro le cifre. Posso dire con sicurezza che la ragione dell’interruzione del rapporto non è dipeso dalla qualità del loro servizio, perché erano molto preparati”.
Pressione degli Stati Uniti, quindi?
“Qui è venuto anche il Gleaner (la testata giamaicana più diffusa, N.d.A.) “a fare la stessa domanda. Lo dovete chiedere al ministero della Salute” conclude il funzionario. Il Fatto Quotidiano.it ha provato a contattare il ministero, senza esito.
Secondo il ministero degli Affari Esteri, il bonifico veniva mandato interamente all’Avana, mentre gli straordinari invece venivano pagati separatamente ai medici.
“Ho un tumore al seno” si sfoga una paziente, “e per sapere se la massa è cancerosa, dovevo aspettare 6-7 mesi per il risultato della biopsia. Ho dovuto chiedere un prestito e farla in privato”.
Dopo che i dottori hanno lasciato l’isola (tranne 40 assunti direttamente dal governo con un permesso di lavoro temporaneo) sono aumentate le file al pronto soccorso per la carenza di personale specializzato e soprattutto si allungano i tempi degli esami importanti e dello screening per la diagnosi precoce dei tumori al seno e del colon-retto.
Così ha postato sul suo profilo social Donna Scott-Motley, la portavoce per gli Esteri del partito d’opposizione PNP: “Un accordo consolidato, fondamentale per supportare il sistema sanitario pubblico del Paese, non può essere interrotto di punto in bianco senza dare una spiegazione dettagliata alla cittadinanza. Il governo ha l’obbligo di fornire un programma alternativo per rimpiazzare un servizio che è stato struttura integrante della nostra sanità per mezzo secolo”.
Oltre a tagliare l’ultima fonte di reddito del governo cubano dopo il crollo del turismo – bloccando il programma medico mentre l’embargo viene inasprito al punto che nell’isola mancano anche farmaci salvavita e aghi per le siringhe – la sua cancellazione travalica i confini nazionali andando a colpire il ceto basso dei paesi vicini, per i quali il supporto dei dottori cubani costituiva lo zoccolo duro di un servizio sanitario pubblico che la privatizzazione globale ha già affondato.
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26/08/2026
Brasile al bivio: il 4 ottobre si deciderà tra Lula e Bolsonaro Jr.
Il Brasile si avvia alle elezioni del 4 ottobre con una polarizzazione che, a prima vista, sembra un déjà vu del 2022. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, in cerca di un quarto mandato, si scontra con il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente incarcerato per aver tentato un colpo di Stato, proprio dopo aver perso la presidenza quattro anni fa. I sondaggi, pur dando a Lula un vantaggio di oltre il 40% delle intenzioni di voto, prevedono una competizione serrata.
Perché Lula non si scontra solo con Flávio Bolsonaro. Si scontra con gli Stati Uniti, con “Israele” e con l’intero apparato neocoloniale che per decenni ha creduto di avere il potere di decidere chi governa e chi no nella “Nuestra America”.
Le elezioni in Brasile confermano una regola non scritta nell’America Latina del XXI secolo: l’opposizione interna ai progetti progressisti non esiste come forza autonoma. La destra non vince le elezioni da sola; vince quando il potere imperiale sceglie i suoi candidati. Sulla scena globale, prima dell’irruzione di Donald Trump, il bolsonarismo era un fenomeno marginale.
Fu il sostegno aperto di Washington a rendere Jair Bolsonaro presidente, e oggi è Trump a sostenere apertamente suo figlio, imponendo dazi con il solo obiettivo di danneggiare Lula.
L’apparato statunitense è già attivo per intervenire nelle elezioni brasiliane. Non si tratta di una teoria del complotto: il Dipartimento di Stato ha riaffermato pubblicamente la Dottrina Monroe e dichiarato che “il dominio statunitense nell’Emisfero Occidentale non sarà mai più messo in discussione”.
Nel mezzo della crescente e orchestrata crisi diplomatica, all’ambasciatrice brasiliana è stato revocato il visto a Washington; ai funzionari statunitensi con presunte missioni volte a contestare il processo elettorale è stato impedito l’ingresso in Brasile. Questa è la nuova normalità nelle “relazioni bilaterali”: coercizione, dazi, ingerenza palese.
E accanto agli Stati Uniti c’è “Israele”. Lula è stato dichiarato “persona non grata” dal regime sionista dal 2024, dopo aver paragonato all’Olocausto le azioni di Tel Aviv a Gaza.
Lula ha denunciato che Benjamin Netanyahu, il Primo Ministro di Israele, “danneggia l’umanità” e che l’amministrazione statunitense è complice di un genocidio. Non si tratta di una disputa retorica: “Israele” è un partner strategico dell’estrema destra globale e il bolsonarismo è stato il suo principale alleato nella regione, accompagnato dal suo braccio territoriale silenzioso: le chiese evangeliche.
Ecco perché queste non sono elezioni come le altre. Sono uno scontro tra un progetto di indipendenza sovrana, che aspira a un ruolo guida per il Brasile nel Sud Globale, e un progetto di sottomissione che apre le porte alla neocolonizzazione.
Lula lo sa. Ecco perché ha iniziato la sua campagna con un avvertimento diretto a Trump: “Non scherzare con il Brasile”. Ecco perché ha dichiarato che non teme l’ingerenza statunitense, perché sa che l’arroganza del tiranno, in definitiva, rafforza la difesa della sovranità.
Il Brasile si gioca la sua stessa vita democratica in una battaglia profondamente impari. Lula non si trova di fronte a un candidato con un’ideologia diversa; si trova di fronte a un intero ecosistema di potere prodotto dall’impero: dazi che penalizzano l’economia brasiliana, organi di stampa che fabbricano narrazioni, campagne diffamatorie e pressioni diplomatiche.
In questo scenario, i voti diventano voti contro la resa, contro la sottomissione. Rappresentano un rifiuto del fatto che una manciata di funzionari decida a Washington o a Tel Aviv il destino di 200 milioni di brasiliani.
Il “decennio d’oro” dei progetti progressisti in Sud America ci ha insegnato che unità e sovranità sono possibili. Ma il contesto odierno, di fronte all’assalto di una bestia ferita che non trova altra via se non la guerra e la morte per garantirsi la sopravvivenza, è ben più complesso.
Il 4 ottobre, il Brasile deciderà se vuole continuare ad essere una nazione sovrana e autonoma o vuole tornare ad essere il quartiere di un impero che non ha mai smesso di considerarci come schiavi.
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18/08/2026
Trump vuole i soldi e “l’anima” degli altri membri della Nato
I paesi membri della Nato si sono visti recapitare recentemente un documento da parte degli Stati Uniti in cui vengono poste una serie di domande volte a valutare il loro sostegno a Trump.
Il documento, in pratica una sorta di questionario, è stato visionato e reso noto in questi giorni dall’agenzia Bloomberg.
Tra le domande ce ne sono alcune del tipo: il Paese ha “espresso pubblicamente il proprio sostegno” alla politica estera statunitense? Quali “restrizioni” ha imposto il Paese alle forze armate statunitensi nell’uso delle proprie basi?
Il documento intende poi valutare se i Paesi membri della Nato stiano effettuando acquisti presso appaltatori della difesa statunitensi e chiede inoltre se si siano “opposti pubblicamente a normative” che “ostacolano” i contratti con le aziende statunitensi.
Come noto Washington guarda con preoccupazione ai rapporti economici nel settore della difesa con i propri partner atlantici.
Il questionario prende infatti in considerazione gli acquisti effettuati presso aziende militari statunitensi. Un passaggio che tende a inficiare pesantemente la spinta dell’Unione europea a privilegiare maggiormente gli acquisti nel settore della difesa da aziende europee piuttosto che da quelle statunitensi.
L’altro obiettivo dichiarato dal documento è quello di condizionare la futura distribuzione della presenza militare statunitense in Europa, in base alle risposte ricevute. Questa iniziativa si inserisce nel contesto di una revisione più ampia della presenza militare USA in Europa, che dovrebbe concludersi a dicembre e che ha già portato all’annuncio del ritiro di 5.000 soldati dalla Germania
La sostanza è quella di voler sapere se: “Il paese ha dimostrato di allinearsi all’approccio statunitense sulla base di tre opzioni: “forte, chiaro e discreto?”. Secondo Bloomberg questo approccio fa riferimento a una frase del segretario alla Difesa Pete Hegseth.
I governi europei della Nato si trovano ora – e nuovamente – di fronte ad una “alternativa del diavolo”: accettare il diktat statunitense sull’acquisto di armamenti o procedere sulla strada dell’autonomia strategica di un proprio complesso militare-industriale. Non solo. Con la guerra in corso in Ucraina e l’evocazione dello scontro con la Russia come “scelta esistenziale”, gli europei devono decidere se proseguire su questa strada suicida da soli o rimanere ancora vincolati all’ombrello di sicurezza statunitense.
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28/07/2026
Brasile - Negati i visti ai “diplomatici” di Trump
Alla vigilia delle elezioni presidenziali brasiliane fissate per il 4 ottobre 2026, l’amministrazione Trump e il governo Lula sono giunti a uno scontro aperto che si consuma contemporaneamente su due fronti cruciali: quello dell’integrità democratica e quello dei dazi commerciali.
L’episodio simbolo della crisi è la decisione del Ministero degli Esteri brasiliano (Itamaraty) di negare i visti d’ingresso a due alti diplomatici americani: Riley M. Barnes e Samuel Samson, funzionari del cosiddetto “Ufficio per la Democrazia e i Diritti Umani” del Dipartimento di Stato statunitense.
A far scattare l’allarme a Brasilia è stata un’inchiesta del Washington Post, secondo la quale la delegazione di Washington si sarebbe dovuta recare in Brasile per raccogliere elementi utili a mettere in discussione l’affidabilità del sistema di voto elettronico.
Nel Supremo Tribunale Federale (STF) brasiliano, i giudici hanno definito la missione “scandalosa e inusitata”, considerandola un tentativo di ingerenza esterna. Il presidente Lula ha reagito con fermezza, dichiarando che “chiunque cercherà di intromettersi nelle elezioni brasiliane subirà una dura risposta”.
Dal canto suo, il Dipartimento di Stato statunitense guidato da Marco Rubio ha respinto ogni accusa, sostenendo che la visita rientrava nelle attività di routine per discutere di “integrità elettorale, libertà religiosa e libertà di espressione”.
Tuttavia, per il governo brasiliano la mossa americana appariva coordinata con le dichiarazioni della destra locale. Pochi giorni prima, il senatore Flávio Bolsonaro (candidato alla presidenza per il partito PL e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro) aveva incontrato diplomatici di oltre 40 Paesi sollevando dubbi sulle urne elettroniche, affermazioni smentite dal Tribunale Superiore Elettorale (TSE).
La mossa di Flávio Bolsonaro scimmiotta quella del padre, avvenuta nel luglio 2022, poco prima di perdere le elezioni per Lula.
Parallelamente al fronte politico, si è inasprito il conflitto economico.
La Casa Bianca ha ufficializzato un doppio pacchetto di dazi sanzionatori nei confronti delle esportazioni brasiliane:
- Un dazio del 25%, motivato con presunte “pratiche commerciali sleali” adottate dal Brasile ai danni delle aziende statunitensi;
- Un ulteriore dazio del 12,5%, giustificato da Washington sostenendo che il Brasile non applichi sufficienti controlli sull’importazione di merci derivanti da lavoro forzato.
Ma chi sono i funzionari statunitensi bloccati dal Brasile?
Entrambi si sono resi protagonisti di affermazioni e prese di posizione ideologiche che hanno sollevato accese polemiche internazionali, ben prima del loro scontro con il Brasile.
Samuel Samson è un esponente della nuova leva della destra conservatrice americana. Prima dell’incarico diplomatico ha lavorato in think tank conservatori e organizzazioni politiche (come American Moment). All’interno dell’amministrazione Trump si è distinto per posizioni incentrate sulla difesa della sovranità nazionale e dei “diritti naturali” rispetto alle impostazioni delle istituzioni sovranazionali.
Ad esempio, ha definito i tentativi europei di regolamentare le piattaforme digitali e combattere la disinformazione come una truffa per la censura: “L’industria della disinformazione è una truffa per monitorare, censurare e rubare denaro agli americani”.
Per quanto riguarda Riley M. Barnes, si tratta di un fanatico religioso che vorrebbe impiantare la Bibbia al posto delle leggi e che provoca scontri diplomatici ovunque vada. Recentemente, anche con paesi alleati degli USA, come la Corea del Sud.
Il loro ruolo al DRL (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor) non opera secondo le regole della diplomazia tradizionale, ma è conforme a un’agenda politica conservatrice che attacca direttamente i governi stranieri (dall’Unione Europea fino al Brasile) ritenuti “troppo progressisti” o non in linea con la loro visione ideologica.
Il ricorso all’OMC: un’arma spuntata
In risposta ai dazi, il governo brasiliano ha annunciato l’intenzione di avviare l’iter per l’applicazione della Legge di Reciprocità e di presentare ricorso presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).
Gli stessi diplomati dell’Itamaraty ammettono però che la mossa verso l’OMC avrà una valenza di carattere simbolico, utile soltanto a “marcare la posizione” geopolitica del Brasile. L’Organo di Appello dell’OMC è infatti bloccato dal 2019 proprio a causa del veto posto dagli Stati Uniti sulle nomine dei nuovi giudici, rendendo pressoché impossibile arrivare a una sentenza vincolante.
L’ipotesi di una ritorsione commerciale spaventa il mondo industriale brasiliano. Associazioni di categoria fondamentali come la Abimaq (industria dei macchinari) e la AmCham Brasil (Camera di Commercio Americana per il Brasile) si sono opposte alla reciprocità, chiedendo di non alimentare una spirale di sanzioni che finirebbe per danneggiare le imprese, la produzione e l’occupazione brasiliane.
La coincidenza tra pressioni commerciali e mosse diplomatiche ha trasformato le relazioni tra Brasilia e Washington in un vero e proprio terreno di scontro elettorale.
Se da un lato l’amministrazione Trump sembra determinata a esercitare la massima pressione sul governo brasiliano, pur di fare vincere l’estrema destra, come accaduto in altri paesi sudamericani, dall’altro la linea dura adottata da Lula per tutelare la sovranità nazionale mira a compattare l’elettorato contro le indebite e violente ingerenze statunitensi.
Fonti
- The Washington Post: “Brazil denies visas to U.S. delegation aiming to impugn election system, officials says” (26/07/2026)
- Globo G1: “Itamaraty nega visto a funcionários dos EUA que viajariam ao Brasil para questionar integridade das urnas” (25/07/2026)
- Uol: “Governo Lula nega visto à missão do Departamento de Estado dos EUA” (25/07/2026)
- The Washington Post: “Trump’s new tariffs on Brazil could ‘tip the election’ for Lula over Bolsonaro” (22/07/2026)
- Carta Capital: “Flávio Bolsonaro mente sobre urnas a diplomatas e revive cena que tornou o pai inelegível” (22/07/2026)
27/07/2026
Trump pensa all’intervento in Mali, un altro colpo all’influenza della Ue?
Fonti locali riferiscono che il pretesto sarebbe colpire un gruppo affiliato ad al Qaida e noto come Jnim (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), radicato nel nord del Paese.
La situazione in Mali
Nel nord del Mali imperversano la guerriglia separatista e gli attacchi di matrice jihadista, i quali hanno trasformato il Paese, e i vicini come il Niger, in una delle aree con la maggior concentrazione di attacchi terroristici al mondo.
Nel 2025 i miliziani regionali di al-Qaida avevano paralizzato il Paese con un blocco del carburante, mentre nella scorsa primavera avevano coordinato una serie di attacchi su scala nazionale, arrivando a combattere anche nelle strade della capitale Bamako e a uccidere il ministro della Difesa Camara in un attentato suicida nel nord.
L’idea dell’amministrazione Trump
Il Washington Post riferisce che tra i maggiori sostenitori negli Usa dell’intervento militare c’è Sebastian Gorka, senior director per l’antiterrorismo del Consiglio per la Sicurezza nazionale.
L’intervento statunitense farebbe del Mali l’ottavo Paese contro cui Trump ha ordinato attacchi, dopo Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela.
Se il funzionario citato dal Post attribuisce la responsabilità dell’instabilità regionale soprattutto ai partner russi – “Mosca si è dimostrata un partner della sicurezza inefficace per il Mali, ci auguriamo che gli altri paesi africani ne prendano atto” –, l’obiettivo di fondo Usa dell’opzione maliana potrebbe essere di nuovo l’Unione Europea.
Russia e Usa attivi in Mali...
Dal 2025 gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di intelligence con il governo maliano nell’ambito di un’iniziativa dell’Amministrazione per aumentare l’influenza nel Paese, da quattro anni passato “armi e bagagli” sotto la diretta influenza di Mosca, soprattutto in ambito militare, dopo la cacciata della Francia.
Una cooperazione ancora limitata, quella Usa-Mali, lontana per esempio dalla partnership di sicurezza con la Nigeria, sfociata lo scorso anno in attacchi aerei e una missione terrestre statunitense che ha portato all’uccisione di uno dei massimi leader dell’Isis in Africa.
Il tutto mentre gli Africa Corps, il gruppo di contractors ex Wagner confluiti sotto il ministero della Difesa russo dopo l’eliminazione del leader Prigožin, collabora spalla a spalla con l’esercito di Bamako per riguadagnare al fondamentalismo islamico il territorio perso nel nord del Mali.
...mentre l’UE si allontana
Dall’altra parte, il solco tra il Mali ed Europa si fa sempre più profondo.
Come riporta Nigrizia, l’Ue ha convocato a Bruxelles l’ambasciatore del Burkina Faso per protestare contro l’espulsione di due diplomatici della delegazione europea a Ouagadougou.
L’episodio si inserisce in un lungo deterioramento delle relazioni che ha allontanato la giunta militare del capitano Ibrahim Traoré dai suoi ormai ex interlocutori occidentali.
Già il 26 giugno il Burkina Faso aveva annunciato l’interruzione delle relazioni diplomatiche con la Francia, accusata di ingerenza negli affari interni e di un atteggiamento ostile nei confronti del governo.
Pochi giorni prima, il 18 giugno, il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione a larghissima maggioranza che denunciava il peggioramento della situazione dei diritti umani in Mali, il tutto condito dalla solita preoccupazione europea per la crescente influenza russa nel Paese.
L’importanza del Sahel per gli interessi UE
Non è un mistero che Bruxelles consideri la regione strategica per i propri interessi. Da tale prospettiva, il Sahel è un territorio cruciale per la gestione dei flussi migratori che che arrivano dall’Africa occidentale – prima di tentare di attraversare il deserto e sfuggire ai lager italiani in Libia.
Ma l’intera regione è ricca anche di materie prime cruciali nella produzione odierna, come il petrolio in Nigeria o l’uranio in Niger.
Forza lavoro giovane, oro nero o alternativa nucleare per il fabbisogno energetico, una estrema quanto efficace sintesi di tutto quello che manca disperatamente al continente europeo per poter pensare di competere nell’arena internazionale.
Il bersaglio è di nuovo l’UE?
L’ingresso yankee nella gestione di questi interessi potrebbe essere l’ennesima pistola puntata dall’amministrazione Trump alla tempia dell’Unione Europea e degli Stati che ne fanno parte.
L’indicazione del nemico nei jihadisti di Jnim, rei inoltre di rapito il missionario statunitense Kevin Rideout, non sembra infatti mettere Usa e Russia su un terreno di diretta ostilità, al netto della “normale” competizione per l’influenza nell’area che emerge dalle parole di Gorka riportate in apertura.
Vale “appena” la pena di ricordare come il sostegno della junta golpista di Kiev ai gruppi armati separatisti dell’area sia aumento, e ben documentato, significativamente negli ultimi mesi.
In sintesi, una sorta di “incubo geopolitico” potrebbe prendere forma nell’area, dove ucraini e gruppi jihadistai combatterebbero per rovesciare una alleanza militare anticoloniale, invisa all’Unione Europea, ma sostenuta a vario titolo dagli Stati Uniti e dalla Federazione russa.
Sembra proprio che la “guerra mondiale a pezzi” scatenata dal golpe del Maidan continui ad allargare le faglie dello scontro...
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26/07/2026
Venezuela - Manifestazione a Caracas, bruciate bandiere di USA e Israele. La denuncia di Luis Britto
Le immagini diffuse sui social network dal giornalista Robert Lobo mostrano slogan contro entrambi i paesi e il rogo delle loro bandiere.
I sostenitori del movimento chavista con la manifestazione a Caracas hanno inteso esprimere pubblicamente il loro rifiuto verso gli Stati Uniti. All’attività hanno partecipato l’ex ministra Iris Varela e il conduttore televisivo Mario Silva, che hanno accompagnato la mobilitazione e sostenuto il messaggio di rifiuto dell’influenza di Washington negli affari venezuelani.
Durante la manifestazione, i partecipanti hanno affermato che il Venezuela non ha bisogno dell’intervento degli Stati Uniti e hanno ribadito il discorso di difesa della sovranità nazionale. Hanno inoltre lanciato un appello ai simpatizzanti del chavismo a rimanere mobilitati di fronte a quella che considerano un’ingerenza straniera.
L’intellettuale venezuelano Luis Britto Garcia, sostenitore della rivoluzione bolivariana sin dal principio e tra i fondatori della Rete degli Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità, durante un intervento in un recente seminario sulla situazione politica in America Latina, ha accusato senza mezzi termini la presidente ad interim Delcy Rodriguez per il suo tradimento denunciando:
“L’instaurazione in Venezuela di una dittatura da parte degli USA con l’intermediazione del Governo fraudolento di Delcy Rodriguez. Tutte le decisioni vengono prese dopo conversazioni telefoniche con gli Stati Uniti. Decisioni in cui il popolo non viene consultato e che il popolo non appoggia come le leggi per la privatizzazione dell’industria petrolifera che è proibita dalla Costituzione. La privatizzazione delle miniere e altre leggi incostituzionali e neoliberali. Le esecuzioni extragiudiziali con l’idea di dimostrare che la forza degli Stati Uniti poteva entrare nel territorio venezuelano. Con la scusa del terremoto hanno aperto le porte agli USA e addirittura a Israele. Si tratta della violazione della sovranità territoriale del Venezuela dissimulata da collaborazione con gli invasori (…) Chiamo all’organizzazione di una resistenza popolare contro il Protettorato imposto dall’amministrazione di Donald Trump”.Vedi il video con l’intervento integrale di Luis Britto Garcia.
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24/07/2026
Israele continua ad espandere l’influenza sionista in tutta l’America Latina
L’influenza sionista in America Latina e nei Caraibi è sempre maggiore. Ciò non è dovuto solo all’apertura di possibilità per le relazioni politiche, economiche e militari, che “Israele” è riuscito a realizzare con l’aiuto del suo socio fondamentale, gli Stati Uniti, ma anche a un’audace manovra di pressione e cooptazione di leader e alti funzionari in vari paesi.
Ogni comunità ebraica lavora instancabilmente su queste persone, facendo lobbying, instaurando relazioni di interesse e, in alcuni casi, “facendo pressione su coloro che non si rendono conto dell’importanza che ‘Israele’ riveste nel mondo”, come affermato da un dirigente di un’organizzazione sionista in Colombia.
Il caso di maggior rilevanza della presenza israeliana in America Latina è l’Argentina, che ha acquisito un’importanza vitale per l’espansionismo sionista. Sebbene in Argentina l’adesione al pensiero di Theodor Herzl (il creatore della dottrina sionista) sia sempre stata elevata all’interno della comunità ebraica, negli ultimi anni questa si è intensificata, sia attraverso una piena adesione, sia tramite un’imposizione quasi mafiosa nei confronti di coloro che non si sottomettono ai dettami di organizzazioni dichiaratamente filo-israeliane.
Dal 2023, con l’arrivo al potere di Javier Milei, il rapporto tra Argentina e “Israele” ha compiuto un salto di qualità epocale. Milei si vanta di essere “il primo e più importante presidente sionista” del continente e ha stretto legami profondi con “Tel Aviv”, applaudendo senza vergogna le azioni genocidarie del governo Netanyahu e recandosi ripetutamente in “Israele” per stipulare ogni genere di accordi commerciali, militari e di intelligence.
Non è un caso che molti analisti considerino Buenos Aires, in Argentina, una seconda “Tel Aviv”, dove l’ambasciata e le entità della “comunità” ebraica svolgono un ruolo decisivo nell’attuazione delle strategie del governo argentino, tanto quanto, se non di più, di quello che è il rapporto di Milei con gli USA.
Il culmine dei gesti simbolici in tal senso è stato il giuramento di fedeltà, pronunciato sulla Torah, dell’ex ministro degli Esteri Gerardo Werthein. Oltre ai ripetuti acquisti di armi e agli scambi di istruttori, iniziati pienamente quando l’ex ministra della Sicurezza Patricia Bullrich si è recata a “Tel Aviv”, ha indossato l’uniforme dell’esercito di occupazione e si è esercitata al tiro con ufficiali israeliani, si aggiungono le varie operazioni promosse dall’imprenditore Mario Montoto della Camera di Commercio argentino-israeliana.
Tra le iniziative più recenti di entrambi i governi spicca la firma e l’attuazione degli “Accordi di Isacco” per approfondire la cooperazione in materia di difesa, intelligence e sicurezza, non solo per l’Argentina ma per il resto del continente. Non è un caso che “Israele” abbia designato Buenos Aires come suo centro operativo regionale.
Questi “accordi” sono simili agli “Accordi di Abramo” che “Israele” ha imposto ai paesi del Medio Oriente che non solo hanno “normalizzato” le loro relazioni con l’entità sionista, ma continuano anche, in mezzo ai massacri contro la popolazione civile palestinese e libanese, a vendere o acquistare armi e ogni genere di rifornimenti al governo Netanyahu.
Un altro elemento da considerare riguardo all’espansionismo sionista in Argentina è la presenza della compagnia idrica statale israeliana Mekorot, arrivata nel paese grazie ad accordi vergognosi firmati dall’ex ministro “progressista” Wado de Pedro (durante l’amministrazione di Alberto e Cristina Fernández). Ora, grazie alla servile collaborazione dei governatori, questa azienda sionista di punta si è istituzionalizzata in tutto il paese.
Un altro aspetto da considerare quando si discute della presenza sionista in Argentina è la lenta ma costante incursione di coloni-soldati israeliani in Patagonia, che ha già suscitato allarme diffuso nella regione. Naturalmente, il loro insediamento in questo territorio ha il via libera del governo sionista-fascista di Milei e la palese complicità sia dei governatori filogovernativi che dell'“opposizione” peronista.
Tra gli sviluppi più recenti e gravi in tal senso vi è l’apertura di un consolato israeliano a Ushuaia, che coprirà tre punti geostrategici: la Terra del Fuoco, l’Antartide argentina e le Isole Malvine.
La compagnia israeliana Navitas Petroleum è presente da tempo nelle Isole Malvine, dove guida lo sfruttamento petrolifero attraverso il progetto Sea Lion (Leone Marino), in collaborazione con la società britannica Rockhopper Exploration. Il progetto si trova a circa 220 km a nord delle isole, con l’intenzione di iniziare le trivellazioni e l’estrazione commerciale di petrolio greggio intorno al 2028.
I paesi confinanti con l’Argentina non sono da meno nei loro rapporti con l’entità sionista. Nel caso del Paraguay, sotto l’amministrazione del presidente di estrema destra Santiago Peña, il paese ha mantenuto una posizione di totale sottomissione a “Israele”, trasferendo ufficialmente la propria ambasciata a Gerusalemme.
Per quanto riguarda gli accordi bilaterali, entrambi i paesi hanno formalizzato la cooperazione in aree strategiche come la difesa, la diplomazia e l’intelligenza artificiale, nonché programmi di scambio tecnico per una gestione efficiente delle risorse idriche e per lo sviluppo del Chaco paraguaiano.
In termini di scambi commerciali: esistono importanti accordi che hanno dato impulso a settori chiave come l’esportazione di carne paraguaiana verso il mercato israeliano, oltre a borse di studio e tirocini annuali per professionisti paraguaiani che desiderano formarsi in “Israele” nei settori dell’innovazione e della medicina.
Nel settore militare e di polizia, consulenti israeliani frequentano la nazione guaranì offrendo corsi di formazione che culminano in viaggi nei territori palestinesi occupati per consentire agli ufficiali dell’esercito di partecipare a esercitazioni a fuoco reali.
Da parte sua, la società idrica Mekorot è coinvolta in progetti tecnici e infrastrutturali in Paraguay dal 2014. Il suo progetto più importante si è concentrato sulla costruzione di un impianto di trattamento a Piquete Cué, Limpio (con un costo stimato di 228 milioni di dollari) per fornire acqua potabile a Limpio, San Lorenzo, Luque e Mariano Roque Alonso.
Per quanto riguarda il Cile, l’attuale governo del nazifascista José Antonio Kast sta pianificando nuovi meccanismi di cooperazione con “Israele” in materia di sicurezza, difesa e intelligence. Di recente, l’ambasciatore cileno a “Tel Aviv”, Gabriel Zaliasnik, ha incontrato il vice consigliere del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano, Joseph Draznin, e il Ministro per la Diásora e la Lotta all’Antisemitismo, Amichail Chikli, con i quali ha esaminato le linee di collaborazione strategica, oltre agli scambi tecnologici e militari proposti da Draznin.
L’incontro con Chikli ha riguardato potenziali programmi di addestramento “in risposta a minacce alla sicurezza, violenze mirate ed emergenze in caso di disordini interni o disastri”. È stato inoltre posto l’accento sulle iniziative relative alla lotta all’antisemitismo, lo slogan che il sionismo ripete in tutto il mondo per esercitare una censura totale su qualsiasi critica alle sue azioni genocidarie contro la Palestina e il mondo arabo e persiano in generale.
Nel caso della Bolivia, dove i governi del Movimento Al Socialismo (MAS) avevano preso la coraggiosa posizione di interrompere le relazioni con “Israele” e offrire pieno sostegno al popolo e alla Resistenza Palestinese, tutto ha preso una piega regressiva con l’arrivo al potere di Rodrigo Paz.
Con la funzione di nuova marionetta dell’impero statunitense nella regione, Paz non solo ha immediatamente ristabilito le relazioni diplomatiche con l’entità sionista, ma ha anche avviato iniziative di cooperazione bilaterale in ambito commerciale e politico-militare, come fanno tutti i paesi che si sottomettono all’influenza sionista.
Inoltre, è stato deciso di eliminare l’obbligo del visto per i turisti israeliani e di portare avanti progetti nel settore delle tecnologie idriche, con il reinserimento, ancora una volta, della società statale israeliana Mekorot.
Da parte sua, Panama ha storicamente sostenuto “Israele”, essendo uno dei pochi paesi latinoamericani a non riconoscere lo Stato di Palestina. Inoltre, i due paesi condividono un trattato di libero scambio (TLC) in vigore dal 2020 e mantengono relazioni commerciali, tecnologiche e militari, inclusa la condivisione di sofisticati strumenti di intelligence.
Nel maggio 2026, i due governi hanno firmato un memorandum d’intesa per il trasferimento di conoscenze e l’attuazione di progetti tecnologici, agricoli e di gestione delle risorse idriche. Panama e “Israele” collaborano inoltre attraverso l’Agenzia di Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo di “Israele” (MASHAV), formando centinaia di professionisti panamensi.
Il documento è stato firmato dal Ministro degli Esteri panamense Javier Martínez-Acha e dall’Ambasciatrice israeliana a Panama, Mattanya Cohen, la quale ha affermato che questo accordo è un o dei risultati diretti della visita del Presidente di “Israele” Isaac Herzog, avvenuta il 6 maggio, la sua prima visita a Panama da quando è entrato in carica.
È opportuno sottolineare che la comunità ebraica panamense costituisce una potente forza di pressione, motivo per cui l’attuale presidente, José Raúl Mulino, mantiene stretti legami con la sua dirigenza.
L’ambasciata di “Israele” a Panama attribuisce inoltre al Paese centroamericano un contributo “storico” alla creazione dell’Aeronautica militare israeliana, che da quel momento in poi ha contribuito a ciò che accade da decenni: i continui bombardamenti contro la popolazione civile palestinese, estendendo questi attacchi aerei a Libano, Iran, Siria, Yemen e a tutti i Paesi che osano opporsi all’imperialismo sionista.
Per quanto riguarda l’America Centrale, Guatemala e “Israele” mantengono una relazione diplomatica, storica e commerciale estremamente stretta. Il Guatemala è stato il primo Paese a riconoscere ufficialmente lo “Stato di Israele” e il secondo a votare a favore della sua creazione alle Nazioni Unite nel 1947.
Questa alleanza è formalizzata da un Trattato di Libero Commercio (TLC) in vigore dal 2024. L’ambasciatore guatemalteco Jorge García Granados ha svolto un ruolo decisivo nella creazione di “Israele”, e alcune strade dell’entità sionista portano il suo nome in suo onore. Inoltre, il Guatemala è stato il secondo Paese al mondo (dopo gli USA) a trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme nel 2018.
Nel marzo 2024 è entrato in vigore in Guatemala un Accordo di Libero Scambio che ha incrementato le esportazioni agricole e la cooperazione in ambito tecnologico, di sicurezza informatica e di addestramento militare.
È importante sottolineare la forte influenza del sionismo cristiano in Guatemala, un’affinità in gran parte alimentata dalle comunità evangeliche, che consolida il Paese centroamericano, insieme a USA e all’Argentina attuale, come uno dei Paesi più filo-israeliani al mondo.
Questo nonostante il fatto che “Israele” sia fortemente coinvolto con il governo militare del Guatemala, soprattutto dopo che il presidente statunitense Jimmy Carter tagliò la maggior parte degli aiuti militari statunitensi al Guatemala nel 1977 a causa delle sue note violazioni dei diritti umani.
A quel tempo, “Israele” sostituì con entusiasmo gli Stati Uniti, diventando il principale fornitore di armi del Guatemala. Nel 1980, l’esercito fu completamente riequipaggiato con fucili Galil (di fabbricazione israeliana) al costo di sei milioni di dollari, armi che furono utilizzate per perpetrare un vero e proprio genocidio nel paese centroamericano.
Tra tutte le atrocità commesse dall’entità sionista in Guatemala, un esempio doloroso e impunito spicca: il 6 dicembre 1982, commando addestrati da “Israele” rasero completamente al suolo il villaggio di Dos Erres dopo aver sparato, torturato e violentato più di duecento abitanti.
Secondo una equipe investigativa delle Nazioni Unite: “Tutte le prove balistiche recuperate corrispondevano a frammenti di proiettili di armi da fuoco e bossoli di fucili Galil fabbricati in Israele”.
Il generale Benedicto Lucas García, capo di Stato Maggiore dell’esercito guatemalteco responsabile dei raid genocidi, ha ringraziato Israele per “la consulenza e il trasferimento di tecnologia elettronica” durante la cerimonia di inaugurazione della Scuola di Trasmissioni ed Elettronica dell’esercito guatemalteco.
Per quanto riguarda El Salvador, un altro Paese che negli anni ’70 e ’80 ha ricevuto armi e consulenza militare da Israele per perpetrare un altro genocidio contro la propria popolazione, le attuali relazioni del governo di Nayib Bukele sono più che strette, a dimostrazione del sostegno del Paese centroamericano a “Israele” nei forum internazionali e della sua attiva promozione del turismo religioso.
A tal proposito, recentemente, delegazioni salvadoregne hanno partecipato a forum, come il congresso “Terra della Fede Viva, El Salvador 2026”, per rafforzare il settore del turismo religioso in collaborazione con il Ministero del Turismo di “Israele”.
L’attuale dittatore, Bukele, ha sempre mantenuto stretti rapporti con “Israele”, anche durante il suo mandato come sindaco della capitale salvadoregna per il FMLN. Durante il suo primo viaggio a Tel Aviv, lui, di origine palestinese, si è compiaciuto di esprimere ammirazione per la “democrazia israeliana” e di affermare che sua moglie era di origine ebraica sefardita.
In quell’occasione, espresse la sua “felicità” di visitare il Paese, che da 76 anni conduce operazioni di sterminio contro il popolo palestinese, e fu fotografato mentre pregava al Muro del Pianto o visitava Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto di “Israele”.
Successivamente, dopo la sua vittoria presidenziale nel 2019, condivise un’altra immagine di sé allo stesso Muro e, nello stesso anno, annunciò una donazione di tre milioni di dollari alla Fondazione Gerusalemme, che promuove lo sviluppo nella capitale di “Israele”.
Un altro Paese che non è da meno nell’esprimere le sue “ottime relazioni” con un governo come quello di Netanyahu, composto da criminali contro l’umanità, è il Costa Rica. I suoi legami si sono intensificati dopo la firma di un Trattato di Libero Commercio (TLC) che elimina il 90% dei dazi doganali e mira a incentivare settori come la tecnologia agricola, i dispositivi medici e l’agricoltura. Inoltre, il governo costaricano sta procedendo con il trasferimento della propria ambasciata a Gerusalemme.
Con l’arrivo al potere della presidente di estrema destra Laura Fernández Delgado, il processo di subordinazione del Costa Rica a Tel Aviv si è intensificato, soprattutto dopo l’incontro del maggio 2026 in cui Fernández ha promesso al presidente israeliano Herzog, responsabile del genocidio, la sua intenzione di elevare lo status della missione diplomatica costaricana a Gerusalemme a quello di ambasciata.
Infine, vale la pena notare che, in una nuova offensiva sionista contro l’America Latina e i Caraibi, i recenti eventi legati al doppio terremoto in Venezuela hanno permesso al governo israeliano di inviare una missione di “soccorso”, diretta e monitorata dal nuovo ambasciatore sionista in Messico, Yoed Magen, con il supporto del rabbino della comunità ebraica locale, Yitzhak Cohen.
Approfittando così della difficile situazione in Venezuela, due missioni di “soccorso” dei coloni e di specialisti militari sionisti del Comando del Fronte Interno delle Forze di Difesa di “Israele” sono giunte a Caracas. Queste missioni, insieme a funzionari del Ministero degli Affari Esteri, hanno svolto numerose attività. Alcuni erano impegnati in operazioni di “salvataggio”, mentre altri – personale militare e diplomatico – si concentravano sul rafforzamento dei legami tra i due Paesi.
È importante ricordare che “Israele” e il Venezuela non intrattengono relazioni diplomatiche da quando l’allora presidente Hugo Chávez interruppe i rapporti con il governo sionista all’inizio del 2009, in segno di protesta contro la criminale Operazione Piombo Fuso contro il popolo palestinese. Chávez rafforzò anche le relazioni con l’Iran, una politica proseguita sotto la presidenza di Nicolás Maduro, ora sequestrato dagli USA.
In questo modo, la delegazione israeliana ha cercato di attenuare le accuse di genocidio e altre pratiche criminali perpetrate giorno dopo giorno, ora dopo ora, contro palestinesi, libanesi e, recentemente, anche contro iraniani. Si tratta di un regime abituato a uccidere senza pietà, come ha fatto con le ragazze della scuola iraniana di Minab, o con le decine di migliaia di bambini nella Palestina occupata.
Tuttavia, in queste tragiche circostanze in Venezuela, hanno ricevuto, come è accaduto a tutti i soccorritori di vari paesi, il premio “Eroi del Venezuela”, conferito loro dalla Presidente ad interim Delcy Rodríguez, con la quale si sono incontrati.
Come si evince da questa sintetica panoramica, “Israele”, attraverso la sua diplomazia politico-militare, non si ferma mai e continua ad espandere l’influenza del sionismo e della sua dottrina di morte in tutto il continente.
Naturalmente, sfrutta la strada aperta dai governi di estrema destra e fascistoidi che attualmente controllano diversi paesi, ma si infiltra anche nei governi progressisti, sfruttando contraddizioni interne o evidenti debolezze.
Nell’ambito delle sue campagne di cooptazione, Israele è già riuscito a imporre, in numerosi Paesi, persino a livello di progetto di legge, la definizione ufficiale di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), secondo la quale “antisemitismo e antisionismo” sono la stessa cosa, consentendo così ai governi filo-sionisti di reprimere qualsiasi espressione di critica nei confronti delle atrocità israeliane. Questo sta già accadendo in America Latina e in Europa.
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16/07/2026
Brasile - Cospirazione contro Lula
Come direbbe un cubano vedendo la stessa cosa giorno dopo giorno: “Non c’è niente di nuovo sotto il sole”. E così accade con le cospirazioni, una dopo l’altra, per annullare i tentativi di Luiz Inácio Lula da Silva di ottenere un nuovo e quarto mandato presidenziale in Brasile, necessario per continuare il suo ampio piano di lavoro che include l’approfondimento della riforma agraria, il rafforzamento della politica ambientale, preservando l’Amazzonia, e la difesa dei gruppi indigeni, costantemente attaccati da sicari e altri elementi al servizio del latifondismo.
Oggi, con la famiglia Bolsonaro, si ripete la stessa congiura di sempre, iniziata con quei preparativi di due anni ideati negli Stati Uniti per mandarlo ingiustamente in prigione e spianare la strada a Jair per la Presidenza della Repubblica.
Allo stesso modo, in una nuova tornata presidenziale, ha dovuto affrontare e vincere di stretta misura il piano portato avanti dalla moglie di Jair, che ha utilizzato più di mille pastori evangelici, i quali sono giunti nelle regioni più remote per dire agli abitanti impoveriti che se Lula avesse vinto, avrebbe eliminato i luoghi di preghiera.
La vittoria di Lula è stata seguita otto giorni dopo da un fallito tentativo di colpo di Stato di Bolsonaro, con i suoi leader condannati alla prigione, tra cui lo stesso Jair, che per motivi di salute si trova agli arresti domiciliari, mentre Trump chiede la sua grazia e il Congresso dominato dalla destra vuole che il suo caso venga archiviato e ha legiferato in tal senso.
Ora il figlio di Jair, il senatore Flávio, è diventato il principale strumento dell’estrema destra per impedire a Lula di vincere un quarto mandato in ottobre.
In questo contesto, Lula si è scontrato più volte con Trump, sempre petulante, che si è espresso a favore della vittoria di Flávio, il quale conta anche sui “buoni uffici” del sussurratore e Segretario di Stato americano, Marco Rubio, con un’impalcatura che è riuscita, con impuniti metodi fraudolenti, a espandere la governance di regimi di destra nel continente.
Servilismo
In questo contesto, il presidente brasiliano ha accusato il clan dell’ex mandatario di agire contro gli interessi nazionali, dopo che è emerso che Flávio ha chiesto a Washington di rinviare i nuovi dazi fino a dopo le elezioni.
Così, ha definito traditori della patria i membri della famiglia Bolsonaro e li ha accusati di mantenere un atteggiamento servile nei confronti degli Stati Uniti.
“È inaccettabile che la famiglia Bolsonaro, con il suo atteggiamento servile, voglia sottomettere il Brasile agli interessi degli Stati Uniti”, ha scritto Lula sui suoi social media. Il presidente ha affermato che il Brasile “dialogherà sempre da pari a pari con qualsiasi nazione del mondo” e ha sostenuto che “non c’è mai stata né c’è alcuna giustificazione per i dazi, né ora né dopo”.
Il capo di Stato ha anche criticato la proposta di rinviare le tariffe fino a dopo le elezioni. “Chiedere che l’aumento dei dazi contro il nostro paese venga rinviato fino a dopo le elezioni è un atteggiamento proprio dei traditori della patria”, ha affermato. Inoltre, ha sottolineato che “la cosa più assurda” è che il conflitto è stato provocato dalla stessa famiglia Bolsonaro, che in precedenza aveva sostenuto pubblicamente le misure commerciali di Washington.
Ha dettagliato che Flávio Bolsonaro aveva inviato un documento di 86 pagine all’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), in cui chiedeva di rinviare di 180 giorni l’applicazione di nuovi dazi del 25% sui prodotti brasiliani.
In quel documento, il legislatore ha sostenuto che le precedenti sanzioni commerciali promosse dall’Amministrazione di Donald Trump avevano finito per rafforzare politicamente Lula in un anno elettorale, permettendo al governo di presentare le misure come attacchi alla sovranità nazionale. Per questo motivo, ha proposto che le nuove tariffe entrino in vigore solo dopo le elezioni presidenziali.
Lula ha anche messo in discussione il fatto che settori legati al bolsonarismo difendano la fine del Mercosur, che ha definito come “il blocco economico più importante dell’America Latina”, e ha ricordato che il gruppo ha appena firmato un accordo storico con l’Unione Europea. Allo stesso modo, ha respinto qualsiasi tentativo di modificare il sistema di pagamenti istantanei Pix e ha assicurato che “è un risultato del Brasile e non vi rinunceremo”.
Difesa della sovranità
La proposta arriva mentre gli Stati Uniti valutano l’imposizione di nuovi dazi dopo aver aperto un’indagine ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974, che mette in discussione le politiche brasiliane relative al commercio digitale, al sistema di pagamenti PIX, alla proprietà intellettuale, all’etanolo e ad altre questioni.
Parallelamente, il governo di Lula ha risposto formalmente che Washington non ha dimostrato che il Brasile applichi pratiche discriminatorie o barriere commerciali contro le aziende statunitensi e mantiene aperte le trattative con l’amministrazione Trump.
La tensione tra i due paesi è aumentata anche questa settimana dopo le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro presunti operatori finanziari legati al Primo Comando della Capitale (PCC). Il ministro della Giustizia, Wellington César Lima e Silva, ha affermato che il Brasile continuerà a cooperare nella lotta contro la criminalità organizzata, ma ha chiesto che venga rispettata la sovranità del paese e ha sostenuto che le misure statunitensi producono effetti solo all’interno del territorio degli Stati Uniti.
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Quella dei fenicotteri è un’altra rivoluzione colorata?
Quando si è assistito non solo a una rivoluzione colorata nel proprio paese (Macedonia, 2015–2016), ma se ne è anche percepito l’arrivo durante l’Euromaidan ucraino del 2014, ogni nuova esplosione di una rivolta apparentemente spontanea suscita scetticismo.
Purtroppo, questo scetticismo è di solito giustificato. Quasi due anni fa, scrissi qualcosa di simile sulle proteste studentesche in Serbia e, in seguito, sul Nepal.
Il punto è questo: per noi che viviamo in periferia, quando hai visto una ‘rivoluzione’ di questo tipo, le hai viste tutte. Che ci piaccia o no, i loro esiti sono quasi identici: nulla di essenziale cambia dopo il presunto successo della rivoluzione. Il suo scopo non è mai stato una trasformazione radicale, ma un cambio di regime al servizio di qualche attore geopolitico.
Naturalmente, gli Stati Uniti rimangono imbattuti in questo settore, nonostante le misure iniziali durante il secondo mandato di Donald Trump volte a frenare i meccanismi del ‘cambio di regime soft’ attraverso la ONG-izzazione dei movimenti sociali. Ma gli affari continuano come al solito, purché diano risultati, inclusa la destabilizzazione di regimi ostili.
Ogni rivoluzione colorata si svolge in un contesto storico, nazionale e sociale specifico. Questo spiega la confusione iniziale e la tendenza a credere che il proprio caso sia unico e autentico. L’ottimismo è particolarmente forte negli ambienti intellettuali di sinistra.
Io stessa ho avuto grandi difficoltà a pubblicare un articolo sulla chimera della Rivoluzione Colorata in Macedonia perché due redattori di una rivista francese non riuscivano a credere che ciò che descrivevo non fosse un’azione collettiva spontanea. Ho dovuto documentare nei dettagli ogni mia affermazione.
Un ulteriore fattore è il rapido oblio. Nelle conversazioni con giovani colleghi di Maribor e Novi Sad, ho capito che avevano appena registrato l’esperienza macedone di un decennio fa. Nessuna lezione sembra essere appresa. Mentre parlavano con entusiasmo dei plenum e dell’energia spontanea delle proteste giovanili, non potevo fare a meno di pensare alla delusione che di solito segue.
Il meccanismo più sottile delle rivoluzioni colorate (o sul loro modello) non è la loro invenzione, ma la loro appropriazione strutturale. Le radici del malcontento sono reali, ma la loro strumentalizzazione politica è costruita dall’esterno.
Gene Sharp, le cui teorie sulla ‘lotta nonviolenta’ sono diventate un manuale per le rivoluzioni colorate, ha descritto esplicitamente queste tattiche come una forma di ‘jiu-jitsu politico’, che volge il peso del regime contro se stesso, ma al servizio di interessi geopolitici estranei all’emancipazione locale.
Lo stesso schema si sta ora ripetendo in Albania, in seguito alla resistenza contro piani di investimento e schemi di corruzione che coinvolgono membri della famiglia Trump e lo sfruttamento delle risorse naturali, inclusi gli habitat dei fenicotteri. Che convergenza simbolica: che bel colore, e che emblema appropriato.
Il Primo Ministro Edi Rama, contro il quale sono emerse proteste massicce (non solo in Albania ma anche tra gli albanesi del Kosovo e della Macedonia del Nord), ha involontariamente dato il nome al movimento: la Rivoluzione dei Fenicotteri.
L’uccello rosa è diventato il simbolo di un’ampia mobilitazione anti-governativa che chiede le dimissioni di Rama e l’annullamento di un progetto di resort di lusso da 1,4 miliardi di euro legato a Jared Kushner e Ivanka Trump, previsto nell’area protetta dell’ecosistema umido di Vjosa–Narta.
L’aspetto più insidioso nel riconoscere le rivoluzioni colorate è proprio il loro fondamento: l’esistenza di reali motivi di malcontento. Questi sono autentici e non possono essere inventati dall’esterno. Ciò che gli attori esterni fanno eccezionalmente bene, soprattutto dal 2000 e dalla caduta di Milošević a Belgrado, è identificare queste reali fratture sociali – corruzione, povertà, disuguaglianza, repressione – e poi costruire su di esse una ‘avanguardia rivoluzionaria’.
In realtà, questa avanguardia esiste già: nelle reti di ONG coltivate per decenni nel discorso dei valori liberali occidentali, e tra le generazioni più giovani che cercano sinceramente un cambiamento – di solito interpretato come l’integrazione nell’UE e nella NATO come via verso la prosperità.
L’innocenza della gioventù, agli occhi di un pubblico rassegnato ed esausto da decenni di transizioni fallite, conferisce a questi movimenti un’aura morale. Ogni scetticismo viene rapidamente liquidato come cinismo: come si può dubitare della gioventù ‘non corrotta’?
Io stessa sono stata in quella posizione. Nell’autunno del 2014, i miei studenti chiesero il mio sostegno per mobilitare la comunità accademica durante i plenum studenteschi. Ci sono foto di me di allora, persino con le lacrime agli occhi, commossa dalla loro energia.
Tuttavia, non ci volle molto per rendersi conto che, prima di venire da me, avevano già seguito un addestramento informale all’interno delle reti legate a Soros. Ma a quel punto, il processo era già stato messo in moto.
Il movimento produsse il suo esito politico: l’ascesa di Zoran Zaev, sostenuto da attori esterni, che alla fine attuò il cambio di nome e aprì la strada all’adesione alla NATO.
I partecipanti a quella ‘rivoluzione’ macedone oggi la ricordano a malapena. Zaev ha raggiunto la sua funzione politica assegnata e da allora si è ritirato in interessi imprenditoriali privati.
Modelli simili sono visibili altrove. Srećko Horvat ha descritto i plenum studenteschi in Serbia come ‘orfani geopolitici’, movimenti la cui direzione ultima rimaneva poco chiara, incluso il problema di chi beneficiasse del cambiamento politico e verso quale orientamento di politica estera conducesse.
In Albania, paradossalmente, questa ambiguità è meno visibile. Il paese è ampiamente percepito come fermamente filo-occidentale, spesso tra i sostenitori più entusiasti degli Stati Uniti nella regione. Al recente vertice UE-Balcani occidentali a Tivat, l’Albania è stata elogiata come apripista nel percorso di adesione.
Tuttavia, in un Occidente frammentato, le tentazioni si moltiplicano. Proprio come le élite di Belgrado erano disposte a negoziare importanti concessioni in progetti immobiliari legati a Kushner, o come la leadership della Republika Srpska cercava vicinanza a reti allineate con Trump, calcoli simili appaiono a Tirana, inclusi controversi piani di investimento sull’isola di Sazan.
Per essere chiari: la società albanese ha tutte le ragioni per essere insoddisfatta. La sua cultura di solidarietà e resistenza è altrettanto reale. I fenicotteri non sono la causa della protesta, ma il loro innesco simbolico – proprio come in Serbia la tragedia di Novi Sad è diventata la miccia della protesta.
Ciò che colpisce, tuttavia, è la ricorrente romanticizzazione di tali movimenti da parte della sinistra occidentale, che troppo frettolosamente li interpretano come pure sollevazioni emancipatrici.
Anche dove è difficile stabilire prove dirette di coordinamento istituzionale, figure come Alex Soros hanno mostrato apertamente un impegno politico nella sfera del Partito Democratico, mentre la più ampia rete Soros è da tempo radicata nella regione. Tirana rimane un hub regionale di questa infrastruttura, che ha plasmato generazioni di attivisti orientati all’integrazione occidentale.
L’era delle rivoluzioni puramente spontanee è in gran parte finita. Anche quando mancano incentivi materiali come ‘panini e tè’, come a Kiev nel 2014, i movimenti di protesta moderni richiedono organizzazione, logistica, finanziamenti e infrastrutture di comunicazione professionali.
Le proteste sono diventate, in un certo senso, un’industria – costosa, coordinata e di breve durata nel suo potenziale radicale. Riflettono sempre più le lotte politiche intra-occidentali, piuttosto che progetti locali puramente emancipatori.
Il Financial Times ha riportato l’osservazione di Rama: “C’è molto interesse ad affossare questo progetto... a causa di Trump. Se non fosse per Jared Kushner... nessuno si preoccuperebbe dei fenicotteri, dell’Albania, di niente”. Potrà anche essere un furfante, ma su questo punto potrebbe avere ragione. D’altra parte, ovviamente, il suo governo è rimasto schiacciato nella frattura intra-occidentale.
Nessuno può ragionevolmente non applaudire un movimento di massa che resiste a un potere corrotto che svende il proprio paese e afferma di difendere l’ambiente, l’ecologia e persino i fenicotteri. Ma questo non deve portare all’illusione che rappresenti un vero punto di svolta in Albania (o in Serbia, per le stesse ragioni).
I Balcani rimangono uno spazio dove le grandi potenze – e le loro fazioni interne – regolano i conti e negoziano transazioni sulla regione. Ma questa legittimità non deve essere confusa con l’autonomia politica.
I Balcani rimangono uno spazio dove i malcontenti locali vengono spesso assorbiti in rivalità geopolitiche e intra-occidentali più ampie. Il fenicottero è davvero un uccello bellissimo, ma anche lui diventa parte della sceneggiatura.
Come cantava Đorđe Balašević: ‘Il principio è lo stesso, tutto il resto sono sfumature’.
In definitiva, ciò che distingue l’appropriazione strutturale dalla mobilitazione sociale autentica non è l’esistenza di reali malcontenti (esistono ovunque) ma l’economia politica della protesta: chi la finanzia, chi la organizza e quali interessi alla fine serve.
Quando la risposta punta costantemente verso fondazioni occidentali, reti di ONG e allineamento con le strutture euro-atlantiche, non stiamo assistendo a una rottura emancipatrice, ma alla circolazione controllata del dissenso all’interno di un quadro geopolitico consolidato.
La rabbia delle società balcaniche è reale. Così come la loro energia... finché dura. Senza un’organizzazione politica autonoma e una distanza critica dalle infrastrutture esterne di influenza, quell’energia rischia di essere incanalata ancora una volta nella riproduzione dello stesso sistema sotto nuove forme simboliche.
I fenicotteri voleranno via. Le strutture rimarranno.
Fonte
02/07/2026
Colombia - Cepeda invita alla disobbedienza civile
L’ex candidato presidenziale colombiano Iván Cepeda ha lanciato un forte avvertimento, chiedendo una disobbedienza civile pacifica in Colombia qualora Abelardo de la Espriella assumesse la Presidenza della Repubblica senza chiarire una serie di controversie che compromettono la sovranità nazionale del paese.
Il leader dell’opposizione ha illustrato quattro richieste fondamentali per garantire la legalità e la legittimità di un possibile mandato per De la Espriella: innanzitutto deve rinunciare pubblicamente alla sua nazionalità statunitense e chiarire esplicitamente se sia collaboratore o membro delle agenzie di sicurezza statunitensi.
In secondo luogo, ha invitato lo Stato a impegnarsi a rispettare pienamente la sicurezza nazionale della Colombia e la sua sovranità giudiziaria, riaffermando che l’integrità delle istituzioni colombiane non può essere compromessa da lealtà esterne.
In terzo luogo, ritiene imperativo che cessi ogni persecuzione contro l’attuale presidente Gustavo Petro e qualsiasi tentativo di estradizione, garantendo la stabilità politica e il rispetto dell’ordine costituzionale.
In quarto luogo, ha esortato De la Espriella a fermare anche la persecuzione degli avversari politici e a smettere di incoraggiare le persecuzioni da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, garantendo un ambiente democratico plurale ed equo.
Infine, Cepeda ha affermato che, se queste condizioni di legalità e sovranità non fossero soddisfatte, in quanto leader dell’opposizione, non si presterà a una violazione della sovranità nazionale. Di conseguenza, intraprenderà la via della disobbedienza civile pacifica, il che implica il non riconoscimento dell’autorità di chi non difende la sovranità nazionale.
Il senatore ha invitato i milioni di elettori che hanno riposto fiducia in lui a fare lo stesso e a ignorare pacificamente qualsiasi ordine, disposizione o mandato di chiunque non risponda alla condizione di tutore e garante della Costituzione Politica della Colombia. La difesa della sovranità e dell’autodeterminazione sono pilastri inalienabili per la regione.
Fonte
28/06/2026
Il Venezuela tra terremoto e presenza militare USA
di Luciano Vasapollo
Di fronte a una catastrofe naturale di enormi proporzioni, come il devastante terremoto che ha colpito il Venezuela, è naturale ritenere che ogni forma di aiuto internazionale debba essere accolta e incoraggiata.
La solidarietà tra i popoli rappresenta uno dei principi più alti della convivenza umana: medici, infermieri, protezione civile, ospedali da campo, organizzazioni umanitarie e squadre di soccorso costituiscono strumenti indispensabili per salvare vite umane e alleviare le sofferenze di una popolazione colpita da una tragedia.
Proprio per questo è necessario distinguere con chiarezza tra la cooperazione civile e la proiezione militare.
Se la solidarietà internazionale si traduce nell’invio di personale sanitario, di aiuti alimentari, di tecnici, di strutture ospedaliere e di mezzi destinati esclusivamente ai soccorsi – come è avvenuto con la mobilitazione delle brigate mediche di diversi Paesi, tra cui Cuba – ci troviamo di fronte a un’autentica espressione di cooperazione tra popoli.
Diverso è il caso in cui l’intervento assuma una dimensione prevalentemente militare. La presenza di unità operative statunitensi, compresi reparti dei marines e assetti del Comando Sud, non può essere valutata prescindendo dal contesto politico nel quale si inserisce. E questo contesto è segnato oggi dai drammatici eventi del 3 gennaio scorso, quando gli Stati Uniti intervennero militarmente in Venezuela con bombardamenti e incursioni armate che provocarono oltre cento vittime, tra cui 30 militari cubani, e sequestrarono il presidente Nicolás Maduro e la first lady Cilia Flores, tuttora detenuti a New York con accuse prive di fondamento.
Una vicenda che rende inevitabilmente preoccupante ogni successiva presenza militare statunitense sul territorio venezuelano.
È qui che emerge il vero nodo della questione. La storia insegna che le emergenze umanitarie richiedono solidarietà, ma insegna anche che, talvolta, proprio le situazioni eccezionali hanno favorito nuove forme di influenza politica e strategica.
L’America Latina conosce bene questa dinamica. Nel corso dei decenni missioni presentate come operazioni di sicurezza, di lotta al narcotraffico o di assistenza hanno spesso lasciato un’eredità fatta di basi militari permanenti, accordi asimmetrici e crescente dipendenza geopolitica.
Per questo motivo la distinzione tra aiuto civile e presenza militare non costituisce un dettaglio tecnico, ma una questione profondamente politica. La solidarietà non dovrebbe mai comportare una compressione, neppure indiretta, della sovranità di uno Stato. Tanto più quando quel Paese attraversa una fase di estrema vulnerabilità.
Naturalmente, il principio dell’autodeterminazione resta fondamentale. Spetta al popolo venezuelano decidere liberamente il proprio futuro e le forme della cooperazione internazionale che ritiene più opportune. Ma proprio perché la sovranità appartiene ai popoli, ogni intervento esterno dovrebbe essere improntato alla massima trasparenza e avere carattere strettamente temporaneo, evitando qualsiasi ambiguità tra assistenza e proiezione di potenza.
Anche la ricostruzione dopo una catastrofe non è mai un fatto esclusivamente tecnico. Essa determina nuovi rapporti economici, ridefinisce gli investimenti, influenza gli equilibri istituzionali e apre spazi di intervento internazionale. Per questo la ricostruzione dovrebbe essere guidata innanzitutto dalle istituzioni del Paese colpito, con il sostegno della comunità internazionale, ma senza sostituzioni o condizionamenti politici.
La storia del colonialismo e del neocolonialismo dimostra che il controllo di un territorio non passa più soltanto attraverso l’occupazione militare tradizionale. Oggi esso può manifestarsi anche mediante il controllo delle infrastrutture strategiche, dei grandi investimenti, del credito internazionale e delle reti logistiche. Per questa ragione ogni emergenza richiede non soltanto solidarietà, ma anche vigilanza democratica.
Non si tratta di negare il valore dell’aiuto internazionale, bensì di preservarne il carattere autenticamente umanitario. La cooperazione è tanto più credibile quanto più rimane civile, multilaterale e rispettosa delle istituzioni locali. Al contrario, quando si accompagna alla presenza di apparati militari appartenenti a grandi potenze coinvolte negli equilibri geopolitici regionali, è inevitabile che sorgano interrogativi e preoccupazioni.
Come ricordavano Simón Bolívar e, più tardi, José Martí, l’indipendenza politica dell’America Latina non è un traguardo definitivamente acquisito, ma un processo da custodire continuamente. La memoria storica non serve ad alimentare diffidenze pregiudiziali, bensì a evitare che gli errori del passato vengano riproposti sotto forme nuove e linguaggi apparentemente più rassicuranti.
In definitiva, il terremoto impone oggi una sola priorità assoluta: salvare vite umane e accompagnare il Venezuela nella ricostruzione. Ma proprio perché la solidarietà internazionale è un valore universale, essa dovrebbe esprimersi attraverso strumenti civili, trasparenti e condivisi, affinché l’emergenza non diventi mai occasione di competizione geopolitica, bensì un momento in cui prevalgano il diritto internazionale, la cooperazione tra i popoli e il rispetto della sovranità degli Stati.
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26/06/2026
Colombia e Perù, la destra ha vinto. La crisi delle alternative sudamericane
Le urne di Colombia e Perù hanno decretato la sconfitta delle alternative progressiste, premiando una destra fortemente focalizzata sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. In entrambi i paesi, i cittadini hanno votato in un clima di fortissima polarizzazione, consegnando ai vincitori scarti inferiori all’1% e aule parlamentari spaccate a metà.
A Bogotà il cambio di rotta è stato ufficializzato anche dal candidato del Pacto Histórico. Abelardo de la Espriella, l’avvocato milionario che è strettamente legato ai repubblicani statunitensi e che ha affermato di voler restaurare al più presto i rapporti con Israele, dopo la rottura decretata da Gustavo Petro, aveva vinto il ballottaggio presidenziale dello scorso 21 giugno tra le polemiche di brogli.
Alla fine, dopo quarantotto ore di forte tensione, con proteste e un morto in piazza, il candidato della sinistra, Iván Cepeda, ha pronunciato un discorso di concessione e di riconoscimento di de la Espriella, promettendo però un’opposizione democratica, vigilante e costruttiva.
Il nuovo presidente entrerà ufficialmente in carica il prossimo 7 agosto, affiancato dal vice-presidente José Manuel Restrepo, con l’obiettivo dichiarato di tagliare drasticamente gli organici delle amministrazioni pubbliche, riaffermare l’allineamento con Washington e Tel Aviv, e promuovere un’ulteriore militarizzazione del paese con la scusa della tutela della sicurezza.
In Perù, Keiko Fujimori vede il traguardo della presidenza, tra le accuse di frode. L’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE) ha comunicato che la leader conservatrice ha ottenuto un vantaggio statisticamente insuperabile nel ballottaggio svoltosi lo scorso 7 giugno. Al completamento dello spoglio mancano circa 40 mila schede, e Roberto Sánchez, della sinistra di Juntos por el Perú, non ha più il margine di voti per recuperare l’avversario.
Per la figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori si tratta del quarto tentativo presidenziale, dopo tre storiche sconfitte consecutive ai ballottaggi del 2011, 2016 e 2021. Questa volta, strumentalizzando la paura intorno al nodo della sicurezza, Fujimori è riuscita a imporsi nelle aree urbane e nella capitale.
Ma la transizione non sarà comunque in discesa. Anche se il ricorso sui voti esteri presentato dal team di Sánchez è stato respinto, il candidato della sinistra continua a definire l’esito delle elezioni fraudolento. Egli ha fatto pubblicamente “appello alla lotta di resistenza patriottica e popolare”, il che promette settimane molto calde prima della proclamazione ufficiale di Fujimori, attesa per metà luglio.
La simultanea affermazione di De la Espriella e Fujimori non è un caso isolato, ma si inserisce in una più ampia ondata conservatrice che sta ridefinendo i governi dell’America Latina. Su questa ondata ha avuto un ruolo fondamentale l’ingerenza statunitense, con il supporto “locale” di Milei e anche quello di Israele.
L’obiettivo della Casa Bianca era quello di porre fine alle alternative progressiste che hanno resistito all’imperialismo statunitense negli ultimi anni, e riaffermare le Americhe come il “cortile di casa” dei padroni stelle-e-strisce. Dopo il rapimento di Maduro e l’assedio di Cuba, i recenti risultati elettorali sono il complemento elettorale delle aggressioni recenti.
Gli orizzonti progressisti dell’America Latina sono in grande difficoltà, e proprio per questo la resistenza di Cuba rappresenta la spina nel fianco che continua a rappresentare un’alternativa. La solidarietà e l’attenzione verso l’isola deve perciò essere ulteriormente implementata.
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22/06/2026
Colombia - Vince l’estrema destra, il Pacto Histórico contesta il risultato
I risultati, giunti al termine di uno spoglio febbrile, mostrano un distacco minimo tra i due contendenti, confermando le previsioni della vigilia che descrivevano un elettorato profondamente polarizzato e lacerato da visioni del futuro antitetiche. Come già successo in passato, il numero dei votanti è aumentato rispetto al primo turno: oltre 26,3 milioni di colombiani si sono recati alle urne su 41,4 milioni di aventi diritto.
Secondo i dati ufficiali diffusi dall’Ufficio Elettorale Nazionale (Registraduría), con il 99,99% delle schede scrutinate, lo scarto tra i due candidati è inferiore al punto percentuale, solo qualche centinaio di migliaia di voti. Una distanza minima che non ha precedenti nella storia recente della repubblica colombiana, e che legittima la richiesta di verifiche approfondite e sistematiche.
Già dopo il primo turno il presidente uscente Gustavo Petro aveva denunciato anomalie macroscopiche nel censimento elettorale, oltre che una significativa ingerenza straniera – in particolare statunitense – e una pressante campagna di disinformazione. Altri eventi hanno acceso l’attenzione sul fatto che l’elezione colombiana era una “questione internazionale”.
Il 16 giugno Marco Rubio, segretario di Stato USA, ha deciso l’arresto e l’espulsione dell’attivista e giornalista colombiano Beto Coral. Prelevato dagli agenti ICE dalla sua abitazione a Phoenix, in Arizona, ha avuto la colpa di aver sporto denuncia contro de la Espriella per una telefonata registrata senza consenso.
Il carattere politico di questa persecuzione è stato fatto chiaro dal senatore di origini colombiane Bernie Moreno, che ha detto: “non si può venire negli Stati Uniti, chiedere asilo e poi agire come un agente straniero per lo stesso governo (quello di Petro, ndr) che erode la nostra politica estera“.
Il giorno successivo, 17 giugno, 11 deputati democratici hanno inviato una lettera proprio a Rubio, al Segretario al Tesoro Scott Bessent e al Procuratore Todd Blanche esprimendo “profonda preoccupazione per la palese interferenza di alti funzionari statunitensi, incluso il Presidente Trump, nelle elezioni presidenziali colombiane“.
De la Espriella è il candidato trumpiano che rappresenta benissimo quella strategia emersa con lo scandalo Hondurasgate, secondo il quale Washington ha guidato una campagna a tappeto per abbattere tutte le esperienze progressiste e non allineate dell’America Latina. In questa campagna avrebbe trovato spazio anche Israele.
Proprio Israele è stato accusato da Petro riguardo a possibili brogli nell’appena concluso ballottaggio. L’ex presidente, che ha ricordato che non c’è un presidente, ufficialmente, fino al completamento del processo di verifica, ha denunciato irregolarità nello spoglio preliminare, relative agli indirizzi IP dei server del registro nazionale che, secondo Petro, potrebbe segnalare la manomissione del software elettorale.
“L’unica entità al mondo in grado di effettuare la presunta interferenza informatica è lo Stato di Israele“, ha affermato. Nel frattempo, il team legale di Cepeda ha annunciato il deposito formale di ricorsi volti a impugnare i verbali di oltre 33 mila seggi elettorali (sui circa 122 mila totali distribuiti nel territorio nazionale).
Secondo gli esponenti del Pacto Histórico, in queste sezioni si sarebbero verificate gravi anomalie nei flussi, discrepanze tra i registri cartacei e la trasmissione digitale dei dati, e manovre di voto coercitivo orchestrate a livello locale. De la Espriella, dopo un iniziale appello alla calma, ha abbandonato la diplomazia per lanciare avvertimenti durissimi agli avversari politici. La minaccia di far precipitare il paese, già evidentemente diviso, in una spirale di violenza è esplicita.
Ora, il conteggio ufficiale dei voti procede in una condizione di pesante militarizzazione. A Bogotà, Cali e Medellín il dispiegamento delle forze di polizia e dell’esercito è stato raddoppiato nei punti nevralgici, a protezione dei palazzi del potere e delle sedi della Registraduría. Nel centro storico della capitale, numerose attività commerciali e istituti bancari hanno iniziato fin dalle prime ore del mattino a sbarrare le vetrine con pannelli di legno compensato, nel timore di disordini.
Il passaggio di consegne formale è previsto per il prossimo 7 agosto, ma la battaglia elettorale è tutto fuorché finita. L’incognita sul fatto che tale battaglia rimarrà sul piano attuale, rimane concreta.
Aggiornamento: in Colombia sono avvenute varie manifestazioni di protesta nella notte appena passata. Hanno riguardato in particolare la città di Cali, e si sono estese anche alla capitale Bogotà. Molti manifestanti hanno dato fuoco a bandiere statunitensi, denunciando l’ingerenza di Washington negli affari interni del paese. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni e cariche. Secondo quando riporta l’ANSA, ci sarebbe anche un morto.
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20/06/2026
Cuba, l’Unione Europea e la lunga storia delle ingerenze
L’approvazione della risoluzione 0285 del Parlamento europeo sulla “repressione politica e la situazione umanitaria a Cuba” non rappresenta affatto una novità. Al contrario, si inserisce in un percorso politico ormai consolidato che da oltre vent’anni vede le istituzioni europee assumere una posizione sempre più interventista nei confronti dell’isola caraibica.
L’analisi delle numerose risoluzioni approvate dal Parlamento europeo dal 2004 ad oggi mostra una continuità politica evidente: Cuba viene costantemente sottoposta a un giudizio condizionato alla trasformazione del proprio sistema politico, economico e istituzionale.
Si tratta di un atteggiamento singolare. L’Unione Europea intrattiene rapporti commerciali, diplomatici e strategici con numerosi Paesi del mondo che presentano sistemi politici profondamente differenti, senza pretendere di imporre cambiamenti istituzionali come condizione preliminare alle relazioni bilaterali. Nel caso cubano, invece, il principio sembra essere un altro: collaborare soltanto a patto che Cuba rinunci al proprio modello politico.
Persino l’Accordo di Dialogo Politico e Cooperazione del 2017, che avrebbe dovuto inaugurare una nuova fase nei rapporti tra Bruxelles e L’Avana, non ha interrotto questa logica. Formalmente si è superata la cosiddetta “Posizione comune” del 1996, ma nella pratica è rimasta una costante ingerenza negli affari interni del Paese.
La nuova risoluzione approvata nel giugno 2026 rappresenta un ulteriore passo in questa direzione. Nel testo si attribuisce la responsabilità della crisi economica e umanitaria esclusivamente al sistema politico ed economico cubano, mentre il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti da oltre sessant’anni viene sostanzialmente ignorato o relegato a un ruolo marginale.
Eppure è impossibile comprendere la realtà cubana senza partire da questo dato fondamentale. Cuba è sottoposta, dal trionfo della Rivoluzione del 1959, a un assedio economico senza precedenti nella storia contemporanea. Un sistema di sanzioni che non colpisce soltanto l’isola, ma anche aziende, banche e cittadini di Paesi terzi attraverso un meccanismo di extraterritorialità che rende estremamente difficile qualsiasi normale sviluppo economico.
Presentare Cuba come il semplice fallimento di un modello politico significa cancellare deliberatamente il contesto nel quale il Paese è stato costretto a operare per oltre sei decenni.
La domanda da porsi è un’altra: che cosa sarebbe potuta diventare Cuba senza questo accerchiamento permanente?
Nonostante enormi difficoltà materiali, il Paese continua a investire nella cooperazione internazionale, a inviare brigate mediche in decine di nazioni, a sviluppare ricerca biotecnologica avanzata e a mantenere un sistema sanitario universalistico che rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per molti Paesi del Sud globale. Durante la pandemia da Covid-19, Cuba è stata inoltre in grado di sviluppare autonomamente propri vaccini, confermando un livello scientifico e tecnologico difficilmente conciliabile con la narrazione di uno Stato semplicemente “fallito”.
La nuova risoluzione europea appare inoltre in sintonia con il clima politico internazionale che si sta consolidando attorno all’isola. Negli stessi giorni, infatti, gli Stati Uniti hanno rilanciato nuove iniziative di sostegno a programmi finalizzati alla cosiddetta “transizione democratica” a Cuba, alimentando una strategia di pressione politica che punta apertamente a modificare gli equilibri interni del Paese.
È legittimo criticare qualsiasi governo e discutere dei problemi reali che attraversano la società cubana. Ciò che appare meno legittimo è subordinare il diritto di un popolo alla propria autodeterminazione all’accettazione di un modello politico imposto dall’esterno.
La sovranità nazionale non può essere un principio valido soltanto quando riguarda i Paesi alleati dell’Occidente.
Per Cuba, come per qualsiasi altra nazione, il futuro deve essere deciso esclusivamente dal popolo cubano, senza ricatti politici, senza ingerenze e senza il peso di un assedio economico che dura da oltre sessant’anni.
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11/06/2026
Allarme “false flag” in Colombia, mentre la disinformazione parla di sospensione di Petro
Cepeda ha affermato che la destra starebbe preparando un falso attentato contro i suoi candidati, per manipolare l’opinione pubblica sul tema della sicurezza, che è stato al centro della campagna elettorale di de la Espriella. Il candidato della sinistra presenterà tutte le prove alla Procura Generale del paese, ma anche all’Unità Nazionale di Protezione (UNP), ribadendo che va garantita l’incolumità di tutti i partecipanti alla tornata elettorale.
Dall’altro lato della barricata, de la Espriella ha respinto sdegnosamente le accuse di Cepeda, denunciando a sua volta di essere bersaglio di costanti minacce di morte che lo costringono a tenere i propri comizi protetto da spessi pannelli blindati. Il leader dell’estrema destra ha anche commentato la fuga di notizie relativa alla sospensione che avrebbe riguardato il presidente uscente Gustavo Petro, rincarando le critiche rivolte a ques’ultimo.
Infatti, era stato fatto trapelare un documento della Commissione per le accuse della Camera dei deputati, che nella seduta di ieri avrebbe disposto la sospensione di Petro dal suo incarico presidenziale, con la motivazione che avrebbe violato i divieti costituzionali sull’attività dei funzionari pubblici, ai quali è impedito di “intervenire a favore o contro candidati durante il periodo elettorale”, si legge sull’Ansa.
La decisione avrebbe però aperto, a sua volta, un nodo di legittimità costituzionale. La misura sarebbe stata presa con un documento su cui c’era solo la firma della presidente della Commissione, Gloria Arizabaleta, mentre servirebbe un voto del Senato, dopo che l’intera Camera si è pronunciata in merito, per sospendere un presidente. Per molte voci vicine a Petro, questo sarebbe stato un vero e proprio golpe istituzionale.
Il ministro dell’Interno, Armando Benedetti, ha immediatamente contestato il provvedimento, definendolo privo di base legale, dato che la Commissione della Camera è solo un organo investigativo, senza alcuno dei poteri che si sarebbe arrogata. Subito dopo, il deputato Jorge Alejandro Ocampo Giraldo, membro della Commissione d’accusa, ha negato la presunta sospensione.
Il documento sembra esistere, ma non è mai stato depositato alla segreteria della Commissione e non c’era intenzione di discuterlo. La fuga di notizie appare più come una macchinazione attenta a dare in pasto ai media un testo che non ha superato nemmeno le fasi iniziali della procedura amministrativa che avrebbe dovuto affrontare, così da attirare di nuovo l’attenzione sulle accuse mosse a Petro dopo varie e dure dichiarazioni delle ultime settimane.
Un’opera di disinformazione pensata per mettere in cattiva luce il Pacto Histórico, che sembra seguire gli schemi già denunciati con la scoperta dell’Hondurasgate, e che quindi rimanda alle ingerenze di Washington in America Latina, nel tentativo di abbattere tutte le esperienze progressiste della regione.
Petro ha condannato l’endorsement del presidente statunitense Donald Trump a favore di de la Espriella, e in un’intervista ha accusato la Casa Bianca di essersi alleata con i narcotrafficanti per destabilizzare il paese e per dargli, in sostanza, una rappresentanza politica a Bogotà. Petro ha inoltre rivelato che Trump avrebbe violato un patto di non ingerenza negli affari colombiani, stipulato durante la visita negli States dello scorso febbraio.
Insomma, il ballottaggio del 21 giugno è diventato un vero e proprio campo di battaglia tutt’altro che secondario rispetto alle sorti di Nuestra América, soprattutto dopo che nemmeno una settimana fa la Colombia ha inviato una nave con 100 tonnellate di aiuti umanitari a Cuba.
Mentre aumenta la tensione, sembra che le sorti del voto si giocheranno sul filo di pochissime preferenze, dopo che dal Pacto Histórico sono già arrivate denunce di brogli. In questo scenario, possibili contestazioni dei risultati potrebbero risolversi verso precipitazioni imprevedibili.
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04/06/2026
La “cupola” dell’AIPAC su Washington
La “democrazia apparente” domina là dove viene celebrata come massima espressione effettiva della “democrazia reale”. Ovvero il regime politico in cui i delegati eletti rappresentano (dovrebbero rappresentare) il più possibile fedelmente la “volontà del popolo”, dopo regolari elezioni totalmente libere e prive di condizionamenti.
Attualmente negli Usa tutti i sondaggi, a prescindere dalla società di rilevamento, danno la guerra all’Iran come del tutto impopolare (ben oltre il 60%), anche se la motivazione principale è tutt’altro che “etica”: il prezzo della benzina è arrivato a sfiorare i 5 dollari al gallone (circa 3,8 litri).
Ma soltanto ieri la Camera statunitense ha approvato una risoluzione per frenare la campagna militare del presidente Trump in Iran, dopo che diversi tentativi guidati dai democratici, basati sul War Powers Act, erano falliti.
Il “miracolo” si è verificato perché il deputato Jared Golden, l’unico democratico che aveva costantemente votato contro le risoluzioni dello stesso tipo, ha cambiato posizione e ha votato a favore. E quattro repubblicani – Brian Fitzpatrick, Thomas Massie, Tom Barrett e Warren Davidson – hanno votato a favore della misura.
Dal punto di vista pratico non cambia molto. Per diventare effettiva, la risoluzione dovrebbe essere approvata anche dal Senato, dove la maggioranza trumpiana è più solida. In ogni caso Trump, come presidente, potrebbe semplicemente porre il veto e continuare a fare come vuole.
Questo episodio segnala comunque una crescita della “sofferenza” per gli effetti interni della guerra all’Iran, ed è ancora più notevole se si pensa che sui 535 membri del Congresso (100 senatori e 435 deputati) ben 361 sono stati pubblicamente finanziati dall’AIPAC durante la loro campagna elettorale. Ma altre decine di milioni di dollari sono stati versati dal United Democracy Project (UDP), un altro fondo affiliato all’AIPAC, nel corso di campagne locali senza lasciare alcuna traccia riscontrabile, anche perché questo insieme di fondi e associazioni relative offrono benefit personali importanti come vacanze di lusso ed altro.
Ma cos’è l’Aipac?
L’American Israel Public Affairs Committee è considerato il “gruppo di pressione” (lobby, in inglese) più potente a Washington, visto che in pratica finanzia oltre i due terzi del Congresso in modo bipartisan, assicurando così una maggioranza stabile e ultrasolida agli interessi di Israele. Nessuna dietrologia complottista, però: il fondo si autodefinisce proprio come “lobby statunitense pro-Israele”, e se ne vanta.
Fin dal primo sguardo appare decisamente “strano” che il Parlamento di uno Stato sovrano – e che Stato! la superpotenza egemone da quasi 80 anni – sia apertamente condizionato dagli interessi di un altro (e che Stato! genocida, razzista e terrorista), definendosi peraltro “sovrano”, anzi il più sovrano di tutti, tanto da decidere motu proprio chi debba governare nei paesi sottoposti alla sua non benevola “influenza”.
L’AIPAC discende dall’American Zionist Council (AZC) che nel 1962, il Dipartimento di Giustizia di Robert Kennedy voleva costringere a registrarsi come “agente straniero”, visto che riceveva la stragrande maggioranza dei suoi fondi dall’Agenzia Ebraica per Israele (un’entità paragovernativa di Tel Aviv).
Questa classificazione l’avrebbe obbligata a presentare al DOJ una dichiarazione dettagliata sulle sue attività, inclusi i rapporti con funzionari israeliani, le strategie di lobbying e un rendiconto finanziario completo ogni sei mesi. Eliminando così gran parte della segretezza che aveva storicamente caratterizzato le sue operazioni.
Per aggirare l’ordine, l’AZC si sciolse e il fondatore, I. L. Kenen, creò l’AIPAC come entità separata nel 1963, formalmente finanziata da donatori americani, evitando così la registrazione. Questa scappatoia legale è tuttora la base della sua esistenza.
È di per sé evidente che ogni congressista eletto grazie a questo supporto (i due terzi, almeno) debba poi concedere qualcosa in cambio, e che dunque qualsiasi decisione in contrasto con gli interessi di Israele – a maggior ragione sulle questioni militari – abbia zero possibilità di diventare legge o decisione operativa. Anche nell’impossibile eventualità che Trump dovesse decidere di passare dalle parole (“sei un pazzo!”, “che cazzo stai facendo!?”, rivolto a Netanyahu) ai fatti (chessò, limitare i rifornimenti di armi e munizioni).
Ogni considerazione politica intorno alla “strana guerra” contro Iran e Libano deve necessariamente partire dalla consapevolezza che questo legame osceno – e “antidemocratico” – tra i gruppi di interesse che dominano nei due paesi è solidissimo e, al di là delle momentanee “contraddizioni tattiche” (così “Bibi” ha definito gli insulti telefonici ricevuto tre giorni fa), potrà essere sciolto solo da un fallimento epocale, a valle di una guerra perduta.
Non sarà facile, non sarà immediato, ma comincia a sembrare non più impossibile.
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