Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
10/10/2026
L'opportunismo della la fine del mondo per i maganti dell'IA
Numeri che hanno la forma della scienza senza il contenuto della scienza: non falsificabili, non misurabili, non accompagnati da un modello verificabile. Sembra piuttosto una forma di preveggenza: se volessimo citare i REM potremmo chiederci: a che ora è la fine del mondo? A che percentuale la sua barra di caricamento?
Questo gioco non è nuovo. Altman, agli albori di ChatGPT, andava in giro con una valigetta che teoricamente serviva a spegnere il sistema se fosse diventato troppo autonomo: una mossa di marketing che richiamava esplicitamente la valigetta con i codici nucleari. Se stai vendendo la fine del mondo, la distruzione atomica è la migliore pubblicità possibile.
Il problema non è che l’allarme sia infondato, ma che è sproporzionato rispetto ai rischi presenti, e ci viene da dire che, in questo frangente, ha una funzione utile ai grandi padroni dell’IA: spingere i governi, in primis Washington, a prendere provvedimenti utili alle aziende (più regole, più sostegno alla crescita, più protezione dei profitti) e nascondere i rischi reali, meno spettacolari, che se fossero regolamentati metterebbero in discussione il modello di business.
Il primo rischio reale è quello finanziario. L’IA non ha ancora trovato uno sbocco commerciale su larga scala: resta confinata ai freelance, a qualche grande azienda di settori specifici (finanza, telecomunicazioni) e agli utenti finali, che la usano poco come fosse un giocattolo.
Non sono certo gli abbonamenti da 20 o 200 € al mese a coprire i costi miliardari dei datacenter, e ancora molto poco è stato applicato ai servizi, al commercio e soprattutto all’industria. Le aziende americane operano così con perdite mensili miliardarie, rese sostenibili solo dalle iniezioni del mercato finanziario, come avviene ogni volta che si apre un mercato da cui ci si aspetta molto senza sapere quando.
L’IA è oggi una gigantesca scommessa finanziaria su due fronti: che trovi uno sbocco capace di trasformare i debiti in profitti, e che una delle aziende raggiunga l'“intelligenza artificiale generale” (AGI), cioè non più un potentissimo motore di ricerca generativo, ma qualcosa in grado di creare contenuti realmente nuovi.
Dall’interazione fra le due scommesse nascono IPO multimiliardarie e una corsa pericolosa in cui non vince chi arriva primo, ma chi salta per aria per ultimo, quando non riesce più ad attirare investimenti per sostenere costi e perdite. Ed è un equilibrio precario: basterebbe l’ingresso di nuovi concorrenti a rompere l’oligopolio, o la dimostrazione che l’IA è una tecnologia molto più normale di come viene venduta.
Un assaggio lo abbiamo avuto quando la cinese DeepSeek ha mostrato di ottenere risultati simili a quelli di ChatGPT con meno capacità di calcolo: le azioni di Nvidia crollarono, per poi recuperare. La bolla aveva ancora spazio per crescere, ma l’avvertimento andrebbe riconosciuto.
Il secondo rischio, più reale della fine del mondo, è la cancellazione di posti di lavoro. Per la prima volta l’automazione colpisce non solo gli operai, ma quei lavoratori mentali che si credevano intellettuali e scoprono che il loro lavoro è una serie di ricomposizioni di copia-incolla, che un computer può fare più velocemente di loro (a volte meglio, a volte no). È uno shock per i “ceti medi”, che scoprono di non avere una funzione diversa da quella degli operai e di essere ugualmente sacrificabili quando la tecnologia lo rende possibile.
Ma questo non porterà inesorabilmente alla scomparsa del lavoro mentale: più probabilmente lo investirà di un processo di “routinizzazione”, riducendo l’autonomia dei lavoratori in un trend non certo nuovo, ma che ora può accelerare. La preoccupazione non è tanto la disoccupazione tecnologica, quanto il peggioramento della “qualità del lavoro”, con la conseguente riduzione dei salari.
C’è poi il consumo di risorse naturali (materie prime, acqua, energia), che diventa un rischio ambientale se ci immaginiamo una crescita infinita dell’IA. Non è una novità: ogni nuova industria comporta costi ambientali, e nel sistema capitalista la questione non è quante risorse vengono consumate, ma per cosa e con quale efficienza.
Dall’altra parte, l’IA potrebbe anche aiutare a ottimizzare ciò che già usiamo, dalla gestione dell’elettricità e delle batterie al traffico cittadino, ma resta da chiarire chi dovrebbe implementare questi sistemi, con quali costi e con quali benefici. Servirebbe una pianificazione pubblica, trattata come un tabù dalle classi dominanti occidentali...
Esiste poi la competizione geopolitica fra USA e Cina, al momento gli unici due paesi che sviluppano IA (se si tolgono gli esperimenti fallimentari made in UE). È una delle ragioni per cui Trump esita a regolamentare davvero l’IA statunitense: teme di rallentare una corsa in cui, secondo lui, chi arriva prima vince tutto.
Ma la Cina sembra gareggiare su un altro tracciato: costi incredibilmente inferiori, un maggiore controllo politico sulle aziende (che tiene lontana la preoccupazione di una bolla), un piano governativo per implementare l’IA in tutti i processi produttivi, e la diffusione all’estero dei propri sistemi e delle proprie infrastrutture.
Anche sui rischi per il lavoro la Cina è apparentemente più avanzata: ha fatto notizia la sentenza del Tribunale di Hangzhou che ha dichiarato illegittimo un licenziamento per IA. L’azienda non aveva licenziato in tronco il lavoratore, ma gli aveva “proposto” una riduzione salariale di circa il 40% perché parte del suo lavoro era stato automatizzato, e il rifiuto avrebbe portato al licenziamento.
Il Tribunale ha stabilito che implementare l’IA non è una ragione legittima per un demansionamento e che i costi non possono essere pagati dai lavoratori. Il tutto mentre in Cina, fino ai piani più alti del PCC, si inizia a discutere di salario vitale e di reddito universale di base.
C’è infine il piano, certamente pericoloso, dell’implementazione dell’IA nei sistemi d’arma in un potenziale scontro diretto fra Cina e USA, che ci riporta alla questione da cui siamo partiti: l’IA distruggerà il Mondo? Per rispondere dobbiamo prima capire “come” potrebbe farlo. Certamente, se i governi decidessero di automatizzare la guerra, questa potrebbe diventare ancora più distruttiva, con sistemi automatici che decidono chi uccidere (lasciamo da parte il concetto di “intelligenza”, già abusato ai tempi delle bombe guidate).
Ma gli “errori” di individuazione dei bersagli non sarebbero molto diversi da quelli di prima: non serve l’IA perché gli USA bombardino una scuola piena di studentesse, come successo in Iran. Rimarrebbe comunque una scelta umana appaltare la decisione di uccidere alle macchine, e nella storia abbiamo visto ben poche volte chiedere conto delle proprie responsabilità ai governi o ai comandi americani: non c’è bisogno di nascondersi dietro l’IA per garantire l’impunità.
L’IA potrebbe anche facilitare azioni violente da parte di gruppi terroristici, agevolando lo sviluppo di armi chimiche, di attacchi informatici o forse anche di armi più convenzionali. Anche questa non è una novità assoluta. Il terrorismo è una tattica militare “povera”, usata dentro uno scontro asimmetrico, a cui attualmente i governi rispondono su due fronti: il lavoro di intelligence e antiterrorismo, e il controllo dei mezzi concreti, come le armi e gli agenti chimici.
Chiedere a una IA come costruire un ordigno non è molto diverso dal cercarlo su internet: in entrambi i casi esiste qualcuno che può controllare e intervenire. Lo stesso vale per gli attacchi informatici alle reti elettriche o ai sistemi bancari: gli hacker esistono già e, come si sono evoluti i sistemi di attacco, si evolveranno anche quelli di difesa. Siamo ancora una volta dentro una dimensione tutta umana.
Per cui l’unico scenario davvero nuovo, e quindi l’unico che merita una riflessione a parte, è che l’IA possa “sfuggire al controllo” delle aziende facendo cose imprevedibili e pericolosissime. Al momento abbiamo un paio di casi più o meno provati, il più famoso dei quali riguarda gli agenti di OpenAI che sono riusciti ad accedere a internet uscendo da un sistema apparentemente chiuso, per andare sul sito Hugging Face a cercare le risposte al problema che dovevano risolvere (per semplificare molto): hanno cioè risolto il problema in un modo che non era stato previsto dagli ingegneri.
È ovvio che questo caso è interessante e parla di potenziali pericoli. Ma è anche un problema affrontabile, perché è ingegneristico prima che filosofico: ambienti di test davvero isolati dalla rete, permessi ridotti al minimo indispensabile, monitoraggio costante di ciò che gli agenti fanno, test e audit indipendenti prima del rilascio, obbligo di segnalare gli incidenti.
Misure concrete e verificabili, che funzionano tanto meglio quanto più la sicurezza viene trattata come una responsabilità pubblica e non come un capitolo della strategia di comunicazione. Di questo, alla fine, hanno parlato alla Casa Bianca i magnati del Big Tech, a fine settembre, lasciando però ancora tutto in mano ai vertici aziendali.
Ed è qui che si torna al punto di partenza: la sicurezza diventa reale se le IA non sono gestite da amministratori delegati che dicono di poter distruggere il mondo e il secondo dopo che non c’è niente da temere, a seconda di cosa serve in quel momento: un finanziamento, una regolamentazione su misura, la calma degli azionisti.
Resta lo scenario più spettacolare, quello di una IA che sfugga definitivamente al controllo umano automigliorandosi all’infinito. Al momento è pura fantascienza, e comunque è soltanto l’ultimo anello di una serie di problemi molto più concreti e attuali: la bolla finanziaria, la qualità del lavoro, i consumi di risorse, la corsa geopolitica, l’uso militare.
L’IA ha davvero una probabilità del 10% di distruggere il Mondo entro la fine del secolo? Bene, nel restante 90% dei casi le minacce più probabili vengono dalla crisi climatica e dalle guerre. Minacce tutte umane, generate dall'“intelligenza” capitalista.
Fonte
09/10/2026
Due “terroristi” in un’altra base inglese. Ma sono lettoni…
E visto che la Russia si ostina a non invadere l’Europa, ecco che dei “volenterosi” provano a produrre “fatti” adatti a far salire la temperatura guerrafondaia.
In gergo militare e diplomatico si tratta di piccole provocazioni “false flag” – falsa bandiera, ossia prodotte in loco ma attribuite ai russi (o all’Iran), una specialità molto occidentale, per chi ricorda un ex generale con una boccetta in mano all’assemblea dell’Onu per giustificare l’invasione dell’Iraq nel 2003.
La miriade di “droni russi” segnalati tutti i giorni non fanno danni, come i fantasmi. E i “disturbi elettronici” della cosiddetta “guerra ibrida” non sono abbastanza convincenti, forse perché non arrivano a spegnare la televisione durante la partita serale.
Abbiamo tutti capito facilmente, per esempio, che i cinque – poi sette – arrestati vicino alla base aerea di Fairford, appartenente alla Raf inglese ma in concessione agli Usa per i bombardieri che andavano sull’Iran, non erano affatto “terroristi persiani”, visto che si trattava di giovani inglesi scarcerati dopo poche ore. Però il giochino era stato sufficiente a convincere gli americani a spostare altrove quei bombardieri, visto che quella base non garantiva abbastanza “sicurezza”.
Ora la replica, con schizzi di materiale organico sgradevole. Due uomini sono stati arrestati all’interno della base militare di Molesworth, nel sud-est dell’Inghilterra, anch’essa della Raf ma ospitante hub di intelligence statunitensi e della NATO. Erano entrati con il classico buco nella recinzione perimetrale.
Al contrario dei cinque poveretti sorpresi ad una certa distanza da Fairford, questi due erano proprio dentro, con presumibili “cattive intenzioni” visto che non erano passati dagli ingressi ufficiali.
Il problema è che si tratta di due lettoni, ossia di due cittadini europei di un paese membro della Nato. Alleati a tutti gli effetti, insomma. Anche se di quella fetta baltica di alleanza (Estonia, Lettonia, Lituania) che sta facendo da tempo carte false per scatenare una guerra alla Russia che loro, da soli, non si possono proprio permettere. E quindi provano a “convincere” tutti gli altri a farsene finalmente da fare.
Basti ricordare le farneticazioni quotidiane della sedicente “alta rappresentante per la politica estera UE”, la svalvolata Kaja Kallas, o il suo connazionale Tarmo Kundla, neo capo del sedicente “esercito” estone (4.500 uomini in tutto, solo un terzo “professionisti”), che sposta le truppe al confine e vaneggia di “vittorie” da ottenere rapidamente sul campo...
I due lettoni, di 36 e 32 anni, sono attualmente detenuti con l’accusa di violazione di domicilio e di essere entrati in un luogo vietato “per uno scopo pregiudizievole per il Regno Unito”, secondo l’elegante formula riservata ai terroristi “alleati”.
“Siamo ben consapevoli del recente aumento dell’interesse e della preoccupazione attorno ai siti militari”, ha dichiarato il comandante Helen Flanagan, a capo della Polizia Antiterrorismo di Londra. “Ma in questa fase non c’è nulla che suggerisca che questo incidente sia collegato agli eventi della RAF Fairford”.
L’unico collegamento è la pretesa di far partire una guerra vera e propria – “breve ma intensa”, come i conflitti nucleari – a forza di far finta di condurre una “guerra ibrida”.
Anche se è sempre meno ibrida e più “classica”, visto che il Comitato militare che assiste e fornisce consulenza al Consiglio Atlantico, al Comitato di pianificazione della difesa e al Gruppo di pianificazione nucleare della Nato, guidato dal generale italiano Cavo Dragone, si è recato ufficialmente in questi giorni a Kiev.
Il ruolo principale di questo Comitato militare è quello di fornire indicazioni e consulenza in materia di politica e strategia militare all’Ucraina. Di fatto, un’entrata in guerra vera e propria, perché ogni “consulenza” si fa inviando “consulenti”, ossia contingenti militari con le competenze specifiche ritenute indispensabili.
Vedremo probabilmente la notizia dei due lettoni entrati nottetempo in una base inglese sparire dai giornali (su quelli italiani non c’è proprio arrivata, nonostante ne parlino BBC e CNN, e altre fonti occidentali autorevoli), ma resta il fatto che si va costruendo il clima che prima o poi sfocia in una guerra.
Le piccole provocazioni “false flag”, infatti, sono la spia di una volontà politica ancora minoritaria e per nulla supportata dall’opinione pubblica europea, in nessun paese. È quindi gioco forza inevitabile che queste provocazioni salgano di livello, trasformandosi in azioni vere e proprie, probabilmente con morti e feriti, in modo da vincere quelle “stupide resistenze pacifiste”.
Nel paese delle stragi di Stato, di Piazza Fontana e della Stazione di Bologna, ecc., non c’è neanche bisogno di spiegare come sia possibile...
Fonte
28/09/2026
Allarme rosso in base militare britannica utilizzata dagli USA. Terrorismo o false flag?
La polizia antiterrorismo britannica ha fatto scattare il massimo allarme intorno alla base militare di Fairford e dichiara di aver eseguito 5 arresti dopo il ritrovamento di materiale esplosivo a bordo di 3 furgoni sospetti nei pressi della base. Interi quartieri della zona di Whelford messi in sicurezza, circa 85 famiglie evacuate, mentre l‘esercito sta impiegando robot anti sabotaggio per bonificare i veicoli sospetti.
La polizia del Gloucestershire ha dichiarato di aver ricevuto una chiamata intorno alle 00:45 di domenica mattina relativa a “tre veicoli sospetti” che si dirigevano verso la base della RAF. In seguito a questa segnalazione sono stati arrestati cinque uomini (nella foto, verificata dalla BBC).
Chiunque venga arrestato ai sensi del Terrorism Act 2000 può essere detenuto fino a 14 giorni senza alcuna accusa formale, diversamente dal limite usuale di 24 ore per gli arresti standard.
Diversi residenti evacuati hanno raccontato alla BBC di essere stati svegliati nel cuore della notte dagli agenti di polizia che bussavano alle loro porte.
The Guardian riferisce che nelle ultime settimane i residenti della zona hanno notato un netto aumento delle misure di sicurezza della base militare, con i cancelli recentemente barricati. “Nelle scorse settimane hanno parcheggiato veicoli pesanti, anzi pesantissimi, davanti a tutti i cancelli”, ha detto un altro residente.
Relativamente ai fermati va segnalata una strana dichiarazione di Trump secondo cui gli “Stati Uniti tenevano d’occhio i cinque uomini da molto tempo e adesso sono stati presi”.
Occorre infatti sapere che la base militare della RAF di Fairford è una delle principali infrastrutture britanniche utilizzate dall’aviazione militare statunitense in Europa. Da quanto risulta è stata utilizzata anche per operazioni legate alla guerra scatenata dagli USA contro l’Iran
La base è della RAF (Royal Air Force) ma da molto tempo viene utilizzata in modo importante anche dall’US Air Force, secondo cui la base di Fairford ospita il quartier generale della 501st Combat Support Wing e il 420th Air Base Squadron ed è la principale base operativa in Europa per i bombardieri del Global Strike Command americano.
Questa base permette agli USA di portare in Europa velivoli capaci di effettuare missioni a grande distanza senza doverli schierare stabilmente sul continente.
Stando a quanto riferito dall’agenzia Reuters, il governo britannico ha autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare la base di Fairford per le operazioni contro i siti missilistici iraniani. Le notizie a disposizione non dicono molto ma certamente il governo britannico – tra i più impegnati in una escalation guerrafondaia a tutto campo – avrebbe bisogno come il pane di un allarme terrorismo come quello in corso per recuperare consensi intorno alla propria politica bellicista, talmente bisogno che andrebbe bene anche una operazione false flag.
Fonte
18/09/2026
Due fronti usa-e-getta per spingere il riarmo
Il ministro Crosetto, dall’alto della sua carriera da rappresentante degli interessi del nostrano complesso militare-industriale, condivide con l’allora “Lui” la capigliatura, un po’ meno l’eloquio tonitruante. Ma comunque ci prova.
In un solo giorno ha scoperto ben due fronti di guerra, contro nemici decisamente diversi per peso, posizione geografica e pericolosità strategica: la Russia e AnsarAllah, anche detti “gli Houthi” dello Yemen.
Contro la prima, come si sa, da un paio di giorni svolazzano i caccia italiani basati in Lituania. Prima per abbattere un “drone presumibilmente russo”, poi per riaccompagnare fuori dello spazio aereo lituano dei velivoli russi non meglio specificati.
Su questo fronte ci sarebbe molto da dire, perché i paesi baltici (Lettonia, Estonia, Lituania), nel loro piccolo, da anni sono impegnati ad indicare in Mosca un pericolo sempre imminente. Da quelle parti, non a caso, si registra la massima concentrazione di droni del modello “stavano/per”, sempre di incerta origine e sempre “presumibilmente russi”. Anche se spesso emerge che si trattava di droni ucraini – i paesi baltici consentono a questi ultimi di passare sul proprio territorio per raggiungere obiettivi russi, ma ogni tanto qualcuno cade prima – o addirittura di stormi di uccelli.
Probabilmente, se non ci fosse questa curiosa “tolleranza” per il sorvolo di droni d’attacco ucraini diretti in Russia, dall’altra parte ci sarebbe un’attività aerea e contraerea minore. Quindi anche un minor rischio di “incidenti”...
Comunque è un fronte ormai consolidato, dove le chiacchiere allarmistiche servono a mantenere alta l’attenzione in attesa di capire se si produrrà un’escalation suicida oppure no.
Il secondo fronte è invece in gran parte nuovo, ancorché frequentato con la semi-dimenticata “missione Aspides”. Parlando dal Forum del Mare a La Spezia il ministro Crosetto ha annunciato che «Di fronte alla difficile situazione che si sta ripresentando nello stretto di Bab el-Mandeb, che si aggiunge alla crisi di Hormuz e alle conseguenze economiche delle numerose tensioni internazionali, ho deciso, insieme al capo di Stato maggiore della difesa, di attivare la Marina Militare per predisporre quanto necessario per garantire il transito in sicurezza delle navi italiane».
Decisione presa, anzi no. Poco dopo ha spiegato che «Non decido adesso. È una situazione di questi giorni, valuteremo con il governo e con il Parlamento cosa sarà necessario fare, l’importante è ripristinare i traffici, quindi si tratta di navi che, se mandiamo, saranno a protezione delle navi mercantili». Senza neanche attendere che le “burocrazie europee” si decidano a fare qualcosa di collettivo...
È forse il caso di ricordare che le milizie yemenite, in pochi giorni impossessatesi totalmente delle coste sullo Stretto e anche di alcune isole, disperdendo le forze mercenarie saudite spedite in supporto del governo, hanno per ora minacciato di colpire soltanto le petroliere di Riad (oltre alle navi israeliane).
Quindi l’unica nave militare in questo momento a Gibuti, sulla costa africana dello Stretto, ovvero la fregata Bergamini, non corre particolari rischi nell’accompagnare mercantili battenti la nostra bandiera. Anche perché non ce ne sarebbe uno stretto bisogno.
È ovviamente comprensibile che gli equipaggi di navi civili abbiano timore nel passare lungo coste dove si sta combattendo ancora in questi giorni, ma c’è anche da dire che una nave militare può attirare su di loro ancora più attenzione.
Va ricordato infatti che AnsarAllah ha già colpito navi occidentali durante la fase acuta della guerra israelo-americano contro l’Iran. E che sia Tel Aviv che Washington hanno condotto pesanti bombardamenti sulle loro postazioni, ed anche sul porto di Al Hodeida, provocando danni e morti, ma senza ridurne la capacità militare (come si vede dalla veloce avanzata di questi giorni).
Difficile insomma che una fregata italiana, da sola, possa riuscire dove hanno clamorosamente fallito eserciti decisamente meglio attrezzati.
Dunque perché suonare le fanfare di guerra su due fronti contemporaneamente, ben sapendo che sviluppi seri – e ovviamente negativi – sarebbero parecchio problematici per questo Paese?
Il discorso torna sempre sullo stesso punto dolente: c’è un riarmo da imporre, tagliando sanità e spesa sociale, e c’è una popolazione in stragrande maggioranza contraria.
Un po’ di sano allarmismo a gratis (per ora, ripetiamo, i militari italiani su quei due fronti non rischiano granché) torna utile. Tanto il sistema mediatico è totalmente sotto controllo e non mette in discussione “la linea”. Anzi, semmai incita a “fare di più”...
Fonte
16/09/2026
Saldi guerrafondai di fine stagione, si spera...
La situazione si complica e gli improvvisatori si moltiplicano. Da un lato abbiamo gli Stati Uniti che si vanno ripiegando sui loro equilibri interni, ormai a ridosso delle elezioni di midterm. Dall’altra l’Unione Europea alle prese con l’“abbandono” della protezione americana, che lascia loro in mano la bomba ucraina.
Se vivessimo in un mondo razionale, anziché nell’epoca in cui cala vistosamente l’egemonia occidentale sul pianeta, sarebbe abbastanza semplice pensare all’avvio di diversi processi di pace per metter fine ai numerosi conflitti che risultano ormai ingestibili e impossibili da vincere (Iran, Palestina, Ucraina, Libano, ecc.).
Ma funziona tutto al contrario. Negli Usa il Congresso ha dato un segno di vita, approvando una mozione che imporrebbe a Trump di metter fine alla guerra contro Teheran, dopo sette mesi altalenanti in cui i bombardamenti si sono fatti via via più sporadici e meno intensi, intervallati da dichiarazioni roboanti sulla vicina “vittoria”.
Anche stamattina, per dire, un costoso drone-spia è stato abbattuto dalla contraerea iraniana (quella che “non esiste più”, diceva Trump) mentre sorvolava l’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz.
Sette repubblicani si sono uniti ai “dem”, evidenziando l’insofferenza per un conflitto che ha reso evidente agli occhi del mondo la caduta di “efficienza” della macchina militare Usa, con tutte le infinite conseguenze che questo potrebbe comportare a medio termine.
Ma i dubbi crescono anche dentro l’amministrazione Trump, con il vicepresidente J.D. Vance che ha accompagnato l’ennesimo carico di armi a Israele con l’avviso: Washington non può permettere che la sua politica estera in Medio Oriente sia “subordinata allo Stato di Israele”. Che – e sembra significativo anche l’uso dei verbi al passato – “è stato un partner importante per quanto riguarda la tecnologia militare e la condivisione di informazioni di intelligence”, ma “il popolo americano ha bisogno che prendiamo una direzione diversa”.
Dopo le elezioni, sia a Washington che a Tel Aviv, ci saranno probabilmente alcune novità...
In Europa, invece, sale la febbre guerrafondaia. Invece di ragionare seriamente sugli interessi immediati dell’insieme malfermo chiamato UE – costi dell’energia moltiplicati, problemi di rifornimenti stabili, crisi economica in parte autoimposta aderendo alle “sanzioni” unilaterali Usa, crollo del modello mercantilista continentale, assenza di un arsenale nucleare anche lontanamente paragonabile a quello russo, minorità assoluta sul fronte missilistico (gli ipersonici di Mosca non sono intercettabili), ecc. – tutto l’impegno appare concentrato sull’alimentare una escalation di allarmi che sta diventando ridicola per un verso, preoccupante per l’altro.
Non passa giorno, o anche mezzo, che non venga segnalato un “drone presumibilmente russo” che sorvola le aree di confine dell’est. Mai che venga fornita una mezza prova sull’origine effettiva, anche se l’analisi dei pezzi eventualmente caduti a terra potrebbe stabilirlo in tempi rapidissimi (ogni componente reca codici stampati inequivocabili).
In un caso, sulla Lituania, si trattava di uno stormo di uccelli, e si potrebbe ironizzare pesantemente su sistemi radar che non riescono a distinguere tra volatili con piume e velivoli con bombe...
I media ormai raggruppano tutte le notizie di guasti infrastrutturali sotto la voce “guerra ibrida”. In un paese si verificano danni alle rotaie di una ferrovia? È un “sabotaggio” da far risalire a Mosca... La rete telefonica funziona male? È un “attacco ibrido”. C’è un blackout elettrico? Idem... Le elezioni vanno male per chi è al governo? Colpa delle interferenze russe...
Ultima di stamattina: «Mosca prepara omicidi mirati in Usa e Ue», copiando – presumibilmente – quel che i servizi segreti ucraini fanno da quasi cinque anni a questa parte (bombe a Mosca, al gasdotto North Stream nel Baltico, contro un socio d’affari a Montecarlo, ecc.).
L’unico “avvertimento” vero arrivato dalla Russia – il drone che con precisione chirurgica, e dopo un preavviso, ha colpito la locomotiva del treno con a bordo i “consiglieri europei”, a partire dal solito Boris Johnson che già fece fallire di accordi di Istanbul nel 2022 – è stato invece derubricato a “ci vogliono spaventare”.
Ecco, questo scarto abissale tra realtà sul campo e “messaggistica pubblica” è forse la dimostrazione più chiara della miseria politica dominante nelle classi dirigenti del Vecchio Continente. Miseria complessiva, in senso stretto, su tutti i piani che contano (realismo, valori, equilibrio, etica, responsabilità, serietà, “professionalità diplomatica”, visione strategica, ecc.).
Giustamente gli analisti più seri – Lucio Caracciolo, per esempio, – sono ormai pronti a scommettere che questi “volenterosi europei” saranno velocissimi nel girare le spalle all’Ucraina e a chiunque altro non appena realizzeranno che loro, in questo mondo teso e tetro, non contano veramente niente.
La fine dell’Occidente “uber alles” richiederebbe serietà, non spataffiate retoriche recitate con l’antica postura coloniale, come se il mondo stesse ancora lì ad attendere che qualcun altro gli porti la “civiltà” insieme a un po’ di bombe e massacri.
A partire, ovviamente, dal fatto che se vuoi vivere in pace, sarà bene parlare con le controparti. Che ormai sono tante, numerose, tecnologicamente superiori o quasi (la Cina certamente), con popolazioni sterminate, mediamente giovani, acculturate.
Fonte
03/09/2026
Militari al potere, con la collaborazione dei media
L’obiettivo appare scontato: utilizzare l’allarmismo per ottenere un consenso sociale – al momento inesistente, anzi... – al riarmo e, a seguire, le prospettive di una guerra.
Se ci fosse una preoccupazione reale per l’“espansionismo russo” vedremmo – sì – crescere l’allarme, ma anche prendere in esame le possibili soluzioni per evitare la guerra, ovviamente in compresenza di spinte guerrafondaie ben nutrite (dai costruttori di sistemi d’arma).
In fondo l’idea di andare allo scontro con una potenza che dispone di quasi seimila testate nucleari, nonché di missili ipersonici non intercettabili (significa che se un missile parte verso casa tua, sicuramente arriva a destinazione), dovrebbe far venire un brivido lungo la schiena soprattutto a chi governa questo sfortunato angolo di mondo, perché due informazioni attendibili sull’arsenale del nemico – contrariamente alla popolazione – le possiede certamente.
Invece, dalle “alte” (si fa per dire...) gerarchie europee alle ridicole macchiette nostrane, è tutto un friccicore di celodurismo dichiaratorio, posture “macho” in stile Kaja Kallas, “no pasaran” da guerriglieri dei Parioli...
Con un risvolto politico interno immediato e chiaro: chiunque metta in discussione questi governi, protesti in vario modo (dalle vertenze sindacali alle manifestazioni di dissenso) viene tacciato di essere un potenziale “agente putiniano”, quindi da tacitare, sanzionare, confinare (politicamente per ora), estromettere dal palcoscenico politico.
È il solito vecchio gioco dei regimi che vanno alla guerra (“taci! il nemico ti ascolta!”), quasi ridicolo per governi che traballano come una zattera nel mare in tempesta. L’Italia deve andare ad elezioni, Macron è da anni senza una maggioranza e cambia governi più spesso delle lenzuola, la Gran Bretagna idem, in Germania c’è un tale senza più maggioranza che parla come un nazista per rallentare l’arrivo dei nazisti dell’AfD... Ecc..
In questo solito vecchio gioco c’è comunque una stranezza che nessuno riesce a spiegare: il sistema mediatico pare impegnatissimo a indicare nel “nazista de noantri” – un ex generale che si propone di far tornare l’Italia all’epoca delle palafitte – il nemico assoluto, gonfiandone le (poche) iniziative e frasi fatte fino a farne il pilastro dei palinsesti e del dibattito politico.
L’idea, ritenuta evidentemente “geniale”, di presentarlo come un “agente di Putin” non appare peraltro in grado di frenarne l’ascesa nei sondaggi. E non dovrebbe sorprendere, in un paese in cui la contrarietà alla guerra e al riarmo supera in genere i due terzi dei cittadini.
Ciò nonostante si continua su questa solfa, ignorando completamente le (poche) ricostruzioni giornalistiche serie che hanno portato alla luce – nero su bianco, con nomi, cognomi e cifre – la rete di facilitatori-esperti-finanziatori-influencer che hanno strutturato il suo “movimento”.
Come i nostri lettori sanno, questa ricostruzione NON porta alla Russia, ma a Steve Bannon, stratega elettorale di Trump nel suo primo mandato, poi referente della Lega salviniana ed altri fascistoidi che volevano regalargli pure la Certosa di Trisulti. Nomi, cognomi, cifre.
L’altro elemento fondamentale completamente ignorato dai media è che i suoi “collaboratori” principali, compreso il candidato-sindaco di Milano, sono a loro volta alti o ex ufficiali delle forze armate, con una visibile preferenza per quelli dei “corpi speciali” o dei carabinieri.
La domanda che dovrebbe sorgere spontanea, nel giornalista medio, è semplice: com’è possibile che il fior fiore (si fa per dire) delle nostre forze armate sia tutto “putiniano”? Che si porta dietro l’altra: come facciamo ad andare alla guerra contro la Russia con un esercito guidato da “agenti di Putin”?
A noi, che siamo finti ingenui, sembra piuttosto che tutto il sistema mediatico (e quello politico) stia invece creando una “classe dirigente militare” da portare eventualmente al governo del paese. Ovviamente fascista nel dna, retrograda sul piano della cultura civile, pericolosissima. Non con un golpe, ma attraverso elezioni profondamente truccate (media orientati, leggi elettorali su misura, ecc.).
Ma si tratta di una “classe dirigente” completamente al servizio della Nato, o almeno della sua guida tuttora dominante: gli Stati Uniti, ovviamente in versione Trump.
L’unica incertezza riguarda quindi il sistema dei media (giornalisti e conduttori, non certo gli “editori” che sono attentissimi): tanta “collaborazione” con il piano di militarizzazione è consapevole o semplicemente frutto dell’idiozia che inevitabilmente matura con il servilismo?
Fonte
Tajani agita ingerenze russe sulle elezioni per blindare il quadro politico italiano
Sarebbe tutto parte della famosa “guerra ibrida” che il Cremlino starebbe conducendo contro le “democrazie” occidentali, sbandierata a più non posso negli ultimi anni. Tajani è convinto che un’ingerenza del genere “possa accadere, per questo bisogna intervenire in anticipo”: è tutto in questa frase il senso vero dell’ennesima sparata del responsabile degli Esteri italiani.
In cosa consisterebbe questo “intervento preventivo”? Significa, in sostanza, usare lo spauracchio della Russia per cancellare qualsiasi dissenso interno, in modo tale da blindare il quadro politico intorno a varie sfumature – di centrodestra o centrosinistra – del processo di riarmo necessario ad alimentare le velleità di una UE “grande potenza globale”.
Tajani ha detto esplicitamente che il timore è che Mosca voglia “indebolire la posizione dell’Unione Europea”, mentre i governi del Vecchio Continente stanno lavorando per rafforzarne il ruolo internazionale. Ma se al proprio interno ci sono resistenze, tra chi vede la propria produzione industriale colare a picco e chi non vuole diventare carne da cannone per la guerra degli imperialisti europei, bisogna correre ai ripari irregimentando quel che è permesso pensare e dire.
Non è un ragionamento appena abbozzato: un “ministero della Verità” europeo è già stato istituito, nonostante gli allarmi di molti esperti e organizzazioni per la libera informazione. La Germania ha appena usato il tema di un’escalation con la Russia per avviare un’evidente campagna di pressione pubblica rivolta, intanto, alle prossime elezioni in Sassonia.
A supporto della propria “analisi”, il titolare della Farnesina ha richiamato sia un recente rapporto Copasir sia precedenti di tornate elettorali nazionali e comunitarie. Peccato si sia scordato di citare quando, come in Romania, la campagna di disinformazione diventata poi il capro espiatorio per annullare le elezioni che avevano visto la vittoria del candidato “sbagliato” fosse partita... dai liberali.
Anche in questo caso, probabilmente, per Tajani ci sarebbe “un punto” fino a dove valgono le ingerenze manipolatorie, così come per il diritto internazionale, a suo dire... Ma, al di là delle battute, le sue parole sono in linea con quelle di Berlino e di Kaja Kallas che, in quanto rappresentante degli Affari Esteri per la UE, ha sottolineato l’insofferenza per chi esita sulle sanzioni, mentre Bruxelles prepara un nuovo “pacchetto”.
A Wicklow si è discusso anche dell’impiego dei beni sovrani russi immobilizzati negli istituti finanziari europei per finanziare la ricostruzione e il supporto a Kiev. Tajani ha chiarito che Roma non è contraria all’idea, ma ha ribadito la necessità che ogni mossa poggi su solide basi normative, che però non esistono (è difficile “legalizzare” il furto di depositi bancari tra Stati): è il solito dibattito che va avanti da anni, ormai.
Tajani ha poi approfondito il “fronte” italiano della propaganda guerrafondaia attraverso la Russia parlando anche dell’articolo pubblicato dal Financial Times, in cui l’europarlamentare e leader di Futuro Nazionale, l’ex generale Roberto Vannacci è stato descritto come un potenziale “cavallo di Troia” degli interessi del Cremlino nel panorama politico della penisola.
Interpellato direttamente sull’indiscrezione, Tajani ha mantenuto un profilo istituzionale e prudente. Il militare buttatosi in politica rimane il facile bersaglio cui addossare tutti i mali del Paese, da entrambe le ali del Parlamento, pur sapendo che comunque è perfettamente allineato in senso atlantico e con una UE armata.
Ma le preoccupazioni cui dà voce convincono una fetta sempre più importante dell’elettorato di centrodestra. Il che rende complicato l’additare Vannacci come un “mostro” nella previsione che, fra non molti mesi, si potrebbe dover contrattare col generale la prossima maggioranza...
Fonte
06/10/2025
Il mistero dei droni sugli aeroporti
Si parla moltissimo, e soprattutto ci si allarma, per qualcosa che nessuno riesce a dire cosa sia. Né se esista davvero. Un po’ come i “misteri del caso Moro”...
Il che conferma anche la nostra maliziosissima interpretazione (e sia chiaro che anche tutti gli articoli di altri giornali, per quanto noti e potenti, sono su questo delle semplici interpretazioni suggerite da soggetti interessati; dalla ridicola presidenza della UE all’ultimo produttore di droni e/o misure anti-drone)
Da giorni, settimane, si succedono notizie di avvistamenti di droni in prossimità di aeroporti o basi militari del Nord Europa, con stop dei voli per alcune ore, indagini, ricerche. I casi ora sono numerosi, ma quasi tutti caratterizzati dal fatto che alla fine i droni non sono identificati, trovati o intercettati; non si sa o non si dice da dove arrivino e perché si trovino lì; non si sa se siano casi scollegati e fortuiti, o uniti da un piano; non c’è un’evidenza netta che si tratti in tutti i casi di droni.
In pratica, ci sono i casi di avvistamento, gli aeroporti che si fermano, le indagini della polizia e di altre autorità, i media che ne parlano, ma ancora non si capisce praticamente niente.
Per quel che mi riguarda, questo è al momento l’aspetto più sconcertante di queste notizie. Se non ci avete capito molto, di sicuro non è colpa vostra. Per questo ho deciso di dedicare la parte centrale di questa newsletter a mettere in fila qualche fatto ed elemento. Non pretendo di arrivare da nessuna parte, ma magari a qualcuno sarà utile.
La cronaca
Ultima vicenda: aeroporto di Monaco di Baviera, hub della Lufthansa e snodo strategico per numerose compagnie internazionali. I primi avvistamenti iniziano la sera di giovedì 2 ottobre, alle 20:30, quando “diversi droni sono stati avvistati nelle vicinanze e all’interno dell’aeroporto di Monaco”, riferisce il comunicato dell’aeroporto. Inizialmente, sono state interessate le zone circostanti. Ma poi i droni si avvicinano.
“Verso le 21:05 sono stati segnalati dei droni vicino alla recinzione dell’aeroporto. Verso le 22:10 è stato effettuato il primo avvistamento sul terreno dell’aeroporto. Di conseguenza, alle 22:18 le operazioni di volo sono state gradualmente sospese per motivi di sicurezza. La chiusura preventiva ha interessato entrambe le piste a partire dalle 22:35”.
Nel frattempo si mobilitava la polizia (statale e federale), avviando vaste operazioni di ricerca con un gran numero di agenti nelle vicinanze dell’aeroporto e sul terreno dello stesso. Sono stati dispiegati anche degli elicotteri per monitorare lo spazio aereo. “Tuttavia, non è stato ancora possibile identificare il responsabile”.
Le conseguenze però sono state pesanti: 17 voli cancellati e 15 quelli deviati quella sera. Ma non era finita. Gli avvistamenti si sono infatti ripetuti venerdì sera (con altri voli cancellati o deviati) e sabato mattina.
Sabato le compagnie aeree hanno cancellato circa 170 voli per motivi operativi. Ai passeggeri è stato chiesto di verificare lo stato del proprio volo sul sito web della compagnia aerea prima di recarsi in aeroporto.
Un portavoce della polizia ha dichiarato all’agenzia AFP che “poco prima delle 23:00 [presumibilmente di venerdì, ndr], le pattuglie della polizia hanno avvistato contemporaneamente due droni nelle vicinanze delle piste nord e sud. I droni si sono immediatamente allontanati, prima che potessero essere identificati”.
Il livello di allerta delle autorità è piuttosto alto. Mercoledì il governo tedesco dovrebbe approvare una modifica a una legge per consentire all’esercito di abbattere i droni, se necessario. Mentre il ministero dell’Interno bavarese ha richiesto il supporto dell’esercito tedesco per la sorveglianza.
Ma Monaco è solo l’ultimo di una serie di episodi che, a fine settembre, hanno portato alla chiusura di diversi aeroporti in Danimarca e Norvegia.
In particolare l’aeroporto di Copenaghen è rimasto chiuso per quasi quattro ore il 22 settembre, dopo che due o tre droni erano stati avvistati nello spazio aereo. La polizia danese ha dichiarato di aver visto diversi droni di grandi dimensioni, probabilmente pilotati da un “operatore esperto”, sorvolare l’aeroporto.
Le autorità non hanno abbattuto i droni a causa della vicinanza delle abitazioni locali e degli aerei passeggeri pieni di carburante, riferisce il FT.
Anche l’aeroporto Gardermoen di Oslo è stato chiuso per breve tempo quella stessa notte. Negli giorni successivi, altri aeroporti danesi, tra cui Aalborg, Billund e alcune basi militari, hanno subito incidenti simili.
La Danimarca non ha ancora indicato chi sia il responsabile, ma alcuni funzionari hanno vagamente messo in relazione questi avvistamenti con una serie di accertate violazioni dello spazio aereo della Nato da parte di droni e jet russi in Polonia, Romania ed Estonia. (In quel frangente alcuni droni sono stati abbattuti da jet della Nato).
Nel caso degli avvistamenti sugli aeroporti, le autorità danesi hanno descritto l’attività come una probabile operazione ibrida volta a destabilizzare l’opinione pubblica e a compromettere le infrastrutture critiche.
Il dibattito sulla difesa UE
Sulla storia degli avvistamenti ci torniamo dopo. Ma va detto a questo punto che quanto accaduto ha accelerato il dibattito sullo stato delle capacità di difesa aerea europee, in particolare contro i droni. Molti paesi della Nato dispongono di costosi jet da combattimento e missili terra-aria, ma pochi dei sistemi più economici che l’Ucraina ha sperimentato per combattere i droni russi, che spesso costano solo 20.000 dollari rispetto ai 500.000 dollari di un singolo missile occidentale, nota il FT.
La risposta alle violazioni in Polonia – dove si sono usati F-35 per abbattere dei droni russi usati per attacchi in Ucraina – non è scalabile, notano i siti di settore. Serve un sistema chiamato Counter-UAS (dove UAS sta per Unmanned Aerial Systems, in pratica droni, ma anche il sistema per gestirli).
Ma, scrive Dronewatch, “il concetto di Counter-UAS – rilevare, disturbare o neutralizzare i droni – è semplice in teoria ma estremamente complesso nella pratica. C’è una grande differenza tra abbattere una manciata di droni kamikaze Shahed e respingere un attacco coordinato che coinvolge decine o addirittura centinaia di sistemi, che vanno dai droni FPV guidati dall’intelligenza artificiale ai modelli kamikaze a lungo raggio.
Ogni tipo di minaccia richiede diversi sistemi di rilevamento e contromisure: cinetiche (come missili, proiettili o droni intercettori) e non cinetiche (ad esempio, jamming o armi a energia diretta). Non esiste una soluzione universale valida per tutti i casi. La Nato non è preparata perché le dottrine militari tradizionali non si sono quasi per nulla adattate alla realtà della guerra con i droni”.
A livello politico, i ministri della Difesa dell’UE hanno approvato il concetto di drone wall, un “muro di droni” lungo il fianco orientale del blocco: una rete di sensori, sistemi di rilevamento e tecnologie anti-UAS. L’idea del muro di droni è stata lanciata dalla presidente della Commissione von der Leyen nel suo discorso sullo stato dell’Unione a settembre.
Si tratta di uno dei quattro progetti prioritari in materia di difesa, insieme a un rafforzamento della sorveglianza delle frontiere, a un più ampio investimento nelle difese aeree e missilistiche e al potenziamento delle capacità europee in materia di intelligence e ricognizione satellitare.
“Il piano del muro di droni creerebbe una difesa aerea ‘a più livelli’, con un miglioramento dei sistemi di rilevamento e tracciamento e un’intercettazione innovativa e a basso costo. Si tratta della prima grande iniziativa della Commissione nel campo delle capacità di difesa, al di là dell’allentamento delle regole fiscali o della creazione di una linea di credito di 150 miliardi di euro per la difesa”, scrive il FT.
Aggiungendo però che non tutti i Paesi europei ne sono entusiasti (tra questi il governo italiano, preoccupato di portare l’attenzione sui confini a sud e non solo quelli a est, e poco propenso a incentivare l’idea di una difesa europea).
L’analisi
Ora, se il quadro geopolitico e militare è chiaro, la vicenda specifica dei droni su aeroporti di Paesi europei anche lontani dal fronte russo-ucraino resta però avvolta al momento in una nebulosa. Chi è più cauto nell’analisi degli avvistamenti sono proprio i siti specializzati sui droni.
Ad esempio, nel caso dell’avvistamento a Copenhagen, sostiene Dronewatch, “l’oggetto in questione era quasi certamente un piccolo aereo gestito da una compagnia locale... Ciò suggerisce che la chiusura dell’aeroporto durata diverse ore nella notte scorsa sia stata causata da un errore di interpretazione”. Su una linea simile anche il sito Helicomitro.
Dronexl sembra invece dare credito ai casi danesi e norvegesi, mostrandosi un po’ più scettico nel caso di Monaco. Ipotizza che potrebbero collidere e intrecciarsi scenari diversi. Per capirci, casi che corrispondono a minacce reali, e casi che possono avere spiegazioni più casuali e fortuite.
Ricorda gli avvistamenti avvenuti in New Jersey a fine 2024, quando “migliaia di segnalazioni di ‘droni’ sono arrivate dal New Jersey e dagli stati confinanti. Il fenomeno ha scatenato paura diffusa, audizioni al Congresso e ha persino costretto l’allora presidente eletto Donald Trump a cancellare un viaggio al suo golf club di Bedminster. Le indagini federali hanno poi rivelato la realtà: la maggior parte degli avvistamenti riguardava velivoli con equipaggio che operavano legalmente”.
Dronelife ricorda i casi in UK, nel 2018, “con l’interruzione delle attività dell’aeroporto di Gatwick, dove segnalazioni di droni in prossimità della pista hanno causato il blocco di centinaia di voli. Nonostante il caos, non è mai stata confermata alcuna prova evidente della presenza di droni, a dimostrazione delle conseguenze che possono derivare dal considerare come fatti accertati avvistamenti incerti”.
Ricapitolando, ci sono stati numerosi casi di avvistamenti vicino ad aeroporti e basi militari. Non sono uscite ancora informazioni sufficienti per capire la natura di questi avvistamenti. In ogni caso, ci potrebbero essere differenze qualitative tra i vari casi.
Sappiamo però che l’aviazione civile è sicuramente vulnerabile, perché anche avvistamenti non confermati possono bloccare i voli e provocare disagi; che il rilevamento e l’attribuzione sono difficili; che l’allerta sulla questione sta crescendo; e che c’è una tensione politica a livello europeo su come meglio difendersi.
Tutto ciò in attesa di avere elementi più concreti.
Fonte
26/09/2025
La non-notizia degli aerei russi ‘intercettati’ vicino la Lettonia, fabbricata dai guerrafondai
Anche il delirio di titoli sugli aerei russi ‘intercettati’ ieri nei pressi della Lettonia va annoverato nella lista della disinformazione di guerra europeista. Innanzitutto, perché nessun aereo è stato ‘intercettato’, formula che nel linguaggio dell’aviazione rimanda più all’ingaggio tra velivoli. Per fortuna, ancora nessuno si è sparato addosso.
Però, i signori della guerra europei, che siedano a Bruxelles o parlino a nome della NATO, annunciano questa intenzione un giorno sì e l’altro pure. Così hanno fatto anche a margine di un evento che non ha nulla di straordinario, ma che è stato montato per escalare ancora i rapporti con Mosca.
I fatti sono questi: due caccia JAS-39 ungheresi, facenti parte dell’unità di sorveglianza NATO Baltic Air Policing, sono decollati ieri dalla base lituana di Siauliai, per seguire da vicino il percorso di un SU-30, un SU-35 e tre MiG-31 russi, che “volavano in prossimità dello spazio aereo lettone”, ha comunicato il Comando Alleato su X.
Il che, tradotto, significa che viaggiavano in cieli internazionali, rispettando tutte le disposizioni del caso. Ma l’occasione è stata colta al volo da varie voci europee per tornare a minacciare il Cremlino di una guerra imminente: il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha detto che le truppe del Patto Atlantico sono pronte ad abbattere droni e jet russi, se sconfinano nello spazio aereo dell’alleanza.
Peccato che questo non sia successo, e perciò annunciarlo così sembra più un modo di preparare l’opinione pubblica a un altro ‘incidente del Tonchino’ in salsa europea, piuttosto che un modo di comunicare correttamente, in un frangente tanto delicato, con i cittadini dei paesi che appartengono, nostro malgrado, alla NATO.
Com’era facilmente prevedibile, la Russia ha risposto per le rime alle minacce. L’ambasciatore russo in Francia, Alexey Meshkov, ha reso chiaro in un’intervista a Rtl France che se la NATO abbattesse aerei russi questo significherebbe lo scoppio di una guerra. Ed ha aggiunto anche un’altra cosa: “sapete, ci sono molti aerei della NATO che violano lo spazio aereo russo, succede abbastanza spesso. Dopodiché, non vengono abbattuti”.
Perché in un’epoca in cui l’Alleanza Atlantica e i suoi alleati finanziano, armano e scatenano guerre in mezzo mondo, è molto facile che eventi del genere accadano, ma solo chi cerca un pretesto per giustificare una guerra potrebbe pensare di scatenare un conflitto per brevi sconfinamenti. Paradossalmente, a evidenziare la questione è stato il ministro degli Esteri italiano.
Tajani ha infatti affermato al Corriere della Sera, commentando le parole di Rutte, che “bisogna lavorare per evitare mosse azzardate, che bisogna distinguere le provocazioni dagli attacchi, che si deve appunto ragionare senza perdere la testa”. Il ministro non ha comunque perso occasione per accodarsi anch’egli alla propaganda di guerra contro la Russia, distorcendo un’altra notizia.
Tajani ha dichiarato: “preoccupa che, appena Trump ha alzato la voce, siano arrivati aerei russi fino in Alaska... Putin sembra non volersi fermare”. Il riferimento è a quando, mercoledì scorso, quattro F-16 statunitensi, un aereo da sorveglianza e quattro aerei cisterna hanno sorvegliato il percorso di 4 bombardieri e caccia russi vicini allo spazio aereo dell’Alaska e del Canada.
Ma anche in questo caso basta ascoltare i diretti interessati per sgonfiare la notizia. Il NORAD (North American Aerospace Defense Command) ha rilasciato una dichiarazione in cui si legge: “gli aerei militari russi sono rimasti nello spazio aereo internazionale e non sono entrati nello spazio aereo sovrano statunitense o canadese. Questa attività russa nella ADIZ (Air Defence Identification Zone) dell’Alaska si verifica regolarmente e non è considerata una minaccia”.
Se persino il NORAD afferma che è qualcosa di normale e non si preoccupa, non si capisce perché dovrebbe farlo Tajani, a meno che non voglia instillare paura in chi lo ascolta e dipingere l’atteggiamento del Cremlino come sempre più spregiudicato. Quando in realtà sono le dichiarazioni come le sue a esacerbare le relazioni tra le capitali europee e Mosca.
Mentre scriviamo, continuano gli allarmi sui cieli danesi riguardo a droni non identificati che stanno costringendo la chiusura dello scalo aereo di Aalborg. Pur senza prove, Mette Frederiksen, che guida il governo di Copenaghen, ha denunciato che questi droni fanno parte di “attacchi ibridi” possibilmente legati alla Russia, smentendo il suo stesso ministro della Difesa.
Secondo alcune fonti, la Frederiksen potrebbe chiedere l’attivazione dell’articolo 4 del Patto Atlantico, che apre alla consultazione tra gli alleati per motivi di sicurezza, mentre oggi rappresentanti dei paesi UE dovrebbero vedersi in videoconferenza per discutere l’implementazione di un muro di droni di difesa sui confini orientali con la Russia.
Appare molto chiaro, ancora una volta, come il caso dei droni stia venendo montato ad arte per legittimare la militarizzazione della UE e dei suoi confini. Delle indagini, della verità, nel caso in cui venga davvero ricercata, non fregherà a nessuno. Ormai l’Europa è in mano a dei guerrafondai, che faranno di tutto per far apparire come necessario l’unico vero pericolo per la pace che affrontiamo oggi, ovvero il loro riarmo.
Fonte
03/11/2022
Armi nucleari. L’allarmismo del New York Times, le dichiarazioni di Medvedev
Stando alle informazioni ottenute dal New York Times, “il presidente Vladimir Putin non è stato parte delle conversazioni”, che si sarebbero svolte a metà ottobre nel contesto “della crescente retorica nucleare russa e delle sconfitte sul campo di battaglia”. A prescindere dall’estraneità alle discussioni di Putin, però, “il solo fatto che i leader militari russi abbiano avuto le discussioni ha allarmato l’amministrazione del presidente Joe Biden”.
Dopo aver sparato un titolo e un incipit allarmante, il New York Times precisa però che il governo statunitense non dispone di alcuna prova che la Russia si prepari ad usare armi nucleari tattiche in Ucraina, anzi.
“Sebbene il rischio di un’ulteriore escalation rimanga preoccupantemente alto, i funzionari dell’amministrazione Biden e gli alleati statunitensi affermano che le telefonate tra le controparti occidentali e russe alla fine del mese scorso hanno contribuito ad allentare alcune tensioni nucleari” – scrive infatti il New York Times – “Secondo alcuni funzionari, il discorso di giovedì scorso in cui Putin ha negato che Mosca si stia preparando a usare un’arma nucleare in Ucraina ha ulteriormente abbassato la temperatura”.
Ieri sulla questione delle armi nucleari nel contesto della guerra in corso in Ucraina, era intervenuto il vice capo del Consiglio di Sicurezza russo, Medvedev con un discorso riportato dall’agenzia russa Tass.
“Chiamiamo il pane al pane. I paesi occidentali stanno spingendo il mondo a una guerra globale. Solo la vittoria completa e finale della Russia sarà una salvaguardia contro un conflitto mondiale”, ha affermato Medvevdev in risposta alle ripetute ambizioni dei paesi occidentali sul fatto che “Non si può permettere alla Russia di vincere la guerra”.
“Se non è la Russia che dovrebbe vincere, allora, a quanto pare, è l’Ucraina. L’obiettivo della guerra dell’Ucraina, proclamato dal regime di Kiev, è la riconquista di tutti i territori che in precedenza le appartenevano. In altre parole, la loro annessione dalla Russia. Questa è una minaccia all’esistenza del nostro Stato e al crollo della Russia di oggi”, ha chiarito il vice capo del Consiglio di Sicurezza del Cremlino.
Medvedev ha quindi citato il paragrafo 19 dei principi fondamentali della politica statale russa nel campo della deterrenza nucleare, secondo il quale le condizioni alle quali la Russia può utilizzare armi nucleari sono informazioni affidabili sul lancio di missili balistici che attaccano i territori della Russia o dei suoi alleati, l’uso da parte del nemico di armi nucleari o altri tipi di armi di distruzione di massa sui territori della Russia e dei suoi alleati, l’impatto del nemico sullo stato critico della Russia o sulle strutture militari il cui fallimento renderà inabili le forze nucleari di rappresaglia.
Inoltre, il paragrafo 19 menziona tra queste condizioni un atto di aggressione contro la Russia con l’uso di armi convenzionali che mette in pericolo l’esistenza stessa dello Stato, scenario che Medvedev ha menzionato nel suo post.
L’agenzia Ria Novosti riporta che proprio oggi Putin si riunirà con il Consiglio di Sicurezza del Cremlino.
Fonte
20/11/2020
Brigate false e brigate vere, nel 2020
Oggi invece, ben 17 anni dopo i loro ultimi fuochi di guerriglia, qualcuno afferma che lo spettro delle Br sarebbe ancora pronto a colpire.
Secondo Il Corriere della Sera, ad esempio, nell’Italia della prima metà di novembre del 2020 ci sarebbe stato un comunicato delle “nuove Brigate Rosse” contenente delle precise minacce nei confronti del PD e di svariati rappresentanti delle istituzioni emiliano-romagnole.
Verifichiamo questa notizia. Siamo sicuri che sia vera?
Per dare una risposta è necessario analizzare quel comunicato dall’inizio alla fine.
L’intestazione, fatta a mano libera e senza alcun criterio estetico, presenta una stella a cinque punte sgangherata dentro un cerchio deforme e la scritta “BRIGATE ROSSE” come se tutto questo insieme fosse uscito dalla penna di un bambino della prima elementare.
Nell’incipit inoltre c’è uno strano sapore risorgimentale: “Il Popolo italiano si è RISVEGLIATO e condanna la dittatura imposta da una classe politica incapace e impreparata in materia economico-finanziaria e sanitaria.”
Vi si narra di un generico, interclassista e mitico Popolo italiano, con la p maiuscola, che oggi si sarebbe risvegliato; di una “classe politica” ignorante, fatto per la verità ben acclarato su scala mondiale da diverso tempo, e di misure governative per prevenire la diffusione del Covid-19 che, a partire da quelle indispensabili come il distanziamento fisico di un metro fra le persone e l’uso della mascherina sulla bocca e sul naso, costituirebbero gli elementi fondamentali di una dittatura che somiglia fin troppo alla “dittatura sanitaria” di cui hanno parlato i dirigenti più populisti e reazionari del centro-destra italiota.
Nella seconda frase si annuncia che giovedì 19 novembre 2020 sarebbe la data di avvio di una rivoluzione, cioè di una lotta fatta in modo più simile alle italiche stragi di Stato scandite dalle bombe nelle stazioni ferroviarie, nelle banche e in altri luoghi pubblici che alle dinamiche degli attentati realizzati dai discepoli del repubblicano Giuseppe Mazzini, l’uomo considerato più pericoloso e “terrorista” nell’Occidente degli ultimi secoli!
Nella terza frase si chiede “a tutti i politici di emanare un nuovo DPCM” per togliere di mezzo la “dittatura” di cui sopra. In altre parole, vi si parla come se tutti i politici del Parlamento italiano avessero il potere di emanare un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri! Roba da veri e propri analfabeti funzionali!
In seguito ci sono diversi punti con i quali, in sintesi, si chiede alla classe politica di riaprire tutto (luoghi di ristoro, di svago e di studio) “senza limiti di orario, distanziamento e uso di mascherine”; di abolire lo smart working e le norme di sicurezza sanitaria contro il Covid-19; di comunicare a tutti gli italiani che un fenomeno globale come la “Pandemia da Covid-19” sarebbe terminato; di “liberare le forze dell’ordine dall’umiliante compito di controllare e multare i cittadini che violano le norme anti-covid” e, infine, di eliminare il “terrorismo mediatico che sta distruggendo la salute mentale degli italiani”.
Ebbene, “le nuove Brigate Rosse” chiederebbero in maniera del tutto illogica che una classe politica incapace e impreparata liberi il popolo italiano!
A dire il vero, questo messaggio non solo non ha nulla in comune con i significanti, ma nemmeno con i significati dei testi scritti dalle Br realmente esistite.
Qui le Br appaiono talmente “nuove” da esprimere idee molto diverse da quelle veicolate dalle vere Br.
A questo punto, possiamo fare una sola riflessione: chi ha scritto quel falso comunicato o è un burlone in vena di scherzi di cattivo gusto, oppure è qualche provocatore negazionista dell’esistenza del Covid-19.
In ogni caso, l’autore di tale balla fa cose ben diverse rispetto alle uniche e vere nuove brigate intervenute nel contesto sociale e politico italiano del 2020: le brigate mediche cubane, proprio quelle che meriterebbero il premio Nobel per la Pace!
Fonte
25/02/2020
Milano come al tempo della peste
Adesso siamo qui, gli alunni giocano con la Nintendo Switch, i nonni si avventurano fino all’Esselunga di piazzale Lodi, fuori le mura, per fare incetta di fagioli e tonno in scatola, manco fossimo in Baudolino di Umberto Eco, durante l’assedio di Alessandria. Le cassiere dell’Esselunga, con guanti di gomma blu, ma senza mascherina (ma serve a qualcosa?) sperano di murare gli starnuti degli anziani e di quei pochi lavoratori esentati dal servizio – esentati fino a nuovo ordine.
Abbiamo fretta di tornare a casa con le nostre buste piene di latte, pasta, pomodoro, merendine, uova fresche e flaconi di alcol denaturato, perché l’amuchina è finita, e su ebay ha superato le quotazione dell’oro; abbiamo fretta di sistemare la spesa nel frigo e tornare al divano, con le bacche di goji al posto dei popcorn, a seguire il festival degli appestati di Codogno, spiegato da showman e professori a contratto, che dicono tutto e il contrario di tutto.
Ma tanto basta per tenerci in stato di ipnosi sul divano. Perlomeno finché durano le merendine mulino bianco.
Giungono notizie di assemblee spontanee di lavoratori che chiedono di essere esentati dal servizio. Anche loro sono a contatto con il pubblico, anche loro sono esposti, anche loro hanno figli. L’idea è di stare tutti a casa finché passi la nottata, di stare al caldo, con una scorta di serie tv e di salmone congelato, sintonizzati h24 su La7 e Rete 4, con la mappa del COVID-19 Global Cases della Johns Hopkins stampata sul tablet, e le notizie Ansa sullo smartphone.
L’idea è di stare al sicuro nel proprio fortino, senza pensare alle cassiere dell’Esselunga con i guantini blu e senza mascherine, sfiancate da turni frammentati, l’alito sul collo dei capireparto, debilitate e sotto attacco; senza pensare ai lavoratori che si alzano la mattina per far trovare negli scaffali dei negozi il pane fresco, il latte fresco, il giornale, la luce elettrica, l’acqua potabile, il segnale radio dei telefonini, il cristallo e il silicio degli schermi. Anche questi lavoratori attraversano luoghi affollati, prendono il pullman e la metropolitana, anche loro dovrebbero stare a casa.
Per adesso ci si muove in ordine sparso, e quando si decide di programmare qualcosa si scopre che se si tengono a casa i Bidelli, poi è difficile per i Presidi entrare nelle scuole per emanare le circolari; che se si tengono a casa le cassiere dell’Esselunga, poi è difficile tenere sui divani gli impiegati dell’INPS; che se si tengono a casa gli autisti dell’autobus e i dipendenti dell’Enel, poi sarà difficile per i professoroni e i giornalisti raggiungere gli studi e intimarci di stare a distanza di sicurezza mentre loro sbraitano e si sputano in faccia come se fossero in una bolla, separati dalle miserie umane.
Il lavoro di ogni persona è collegato funzionalmente e geograficamente a quello di tutti gli altri. Si chiama divisione del lavoro, ognuno fa un pezzettino, e tutti insieme collaborano alla realizzazione del prodotto finito. Non è una novità, esiste da tre secoli. Il medico ti cura, e tu gli prepari la pasta. Ma se tu non gli prepari la pasta, lui non ti può curare. Che tu sia medico o insegnante, che tu sia imbianchino o cassiera dell’Esselunga, che tu pulisca i cessi o insegni all’università, fai il tuo pezzettino, fai la tua parte. Ognuno è indispensabile.
Ci vuole rispetto per il lavoro altrui – questo ti insegnano al Sindacato. Questo ci insegna il Coronavirus.
Quando il Sindacato richiama all’unità del lavoro, sia territoriale sia intercategoriale, e denuncia i tentativi di frammentazione contrattuale e territoriale, e lo denuncia da tempo; quando il Sindacato denuncia, da un lato, la frammentazione statuale, e, dall’altro, l’espropriazione delle competenze giurisdizionale da parte di poteri deterritorializzati, vuole richiamare l’attenzione sull’unità del lavoro.
Ma unità del lavoro significa unità dello Stato. Si attacca lo Stato per attaccare il lavoro. Si attacca il lavoro per attaccare lo Stato. Senza Stato siamo allo sbando.
Il sogno di un lavoro frammentato e di uno Stato minimo e frantumato in mille istanze inconcludenti, lo Stato del Laissez faire, si infrange sull’immagine di quel treno fermato a Casalpusterlengo, non si sa da chi, si dice per un malore del capostazione, malore auto-diagnosticato; si infrange su quei meridionali scappati dai ghetti del lodigiano e reclusi in Basilicata.
L’idea di Europa, sopravvissuta, se sopravvissuta, allo sfacelo della Grecia, e ci piange ancora il cuore vedere i malati di Atene assumere medicine scadute, si infrange sul pullman di Milanesi fermato a Lione per uno starnuto dell’autista, sull’aereo carico di milanesi e veneti rispedito al mittente dalle isole Mauritius.
Fonte
16/02/2020
Dall’incubo del coronavirus all’assalto delle cavallette
Da oltre un mese il virus del terrore occupa un posto di primo piano nei media occidentali, ed esperti di diversa caratura vengono intervistati più o meno ovunque.
Tutto giusto, i cittadini hanno il diritto di essere informati per potersi difendere dal virus che ha aggredito la Cina e che si teme infetti il mondo.
Però, a ben guardare, facendo un rapporto con la popolazione, i numeri delle vittime e dei contagiati rappresentano percentuali irrisorie rispetto a quelli di batteri o virus “banali” come le comuni influenze stagionali per le quali si arriva fino a 500.000 morti l’anno nel mondo.
Senza sottovalutare l’aggressività del virus e la sua capacità di diffusione, visto in un’ottica comparativa il suo impatto verrebbe a ridimensionarsi e non si arriverebbe alla psicosi che ha fatto emergere fenomeni di razzismo anti-cinese da un lato e teorie complottistiche dall’altro, oltre a irresponsabili esternazioni di politicanti e pennivendoli, finalizzate a creare insicurezza e conseguente intolleranza.
Di interviste a virologi, microbiologi, ricercatori ed esperti di ogni tipo ce n’è stata una quantità incredibile e quindi l’ennesima intervista potrebbe considerarsi superflua, però non lo è se il medico in questione, specialista in Malattie Infettive e Tropicali, nonché in Sanità Pubblica, da 42 anni si alterna tra l’Italia e l’Africa e di epidemie ne ha viste, seguite e combattute tante direttamente sul campo.
Per questo abbiamo deciso di intervistare il dr. Leopoldo Salmaso, prossimo alla partenza per la Tanzanìa, dove conduce progetti sanitari, in particolare per i bambini.
Iniziamo l’intervista in Italia il 9 febbraio, ma la concluderemo telefonicamente dalla Tanzanìa il 14.
Il dr. Salmaso è di Padova e la prima domanda che gli facciamo riguarda una “direttiva” della Regione Veneto, pubblicata sui giornali regionali il 29 gennaio, secondo la quale i medici di famiglia avrebbero dovuto ricoverare tutti i pazienti sospettabili di infezione da Nuovo Coronavirus, e porre in isolamento domiciliare tutti i loro contatti, cosa che, date le comuni malattie da raffreddamento di fine gennaio, avrebbe rappresentato una situazione a dir poco kafkiana per l’impossibilità di reperire anche solo un decimo dei posti letto necessari. Inoltre, una notizia del genere lasciava intendere che l’Italia fosse gravemente minacciata e, indirettamente, alimentava la caccia all’untore, concretizzatasi proprio nel Veneto dove si sono avuti i primi fenomeni di razzismo contro alcuni cinesi.
D: Dr. Salmaso, abbiamo letto di questa circolare della regione Veneto e le chiediamo: realmente i medici di base hanno proceduto all’internamento di tutti i pazienti con febbre?
R: Guardi, nel bollettino regionale non c'è ancora nulla, però i giornalisti avranno pure avuto l'imbeccata da qualcuno...
D: Che la circolare fosse reale, o che i giornalisti abbiano capito male, resta il fatto che il coronavirus sta terrorizzando tutti per la riferita facilità di trasmissione. Se si ascolta una conversazione al bar si percepisce una clima di inquietudine, come se il virus fosse là, pronto ad aggredire noi e i nostri figli.
R: Con tutta l’attenzione dovuta a questo virus, vorrei rimarcare che più della metà delle morti di bambini sotto i 5 anni, e parliamo di oltre 5 milioni e mezzo ogni anno nel mondo, è causata da banali affezioni respiratorie o da ancor più banali malattie diarroiche, che uccidono semplicemente perché aggrediscono corpi debilitati da malnutrizione.
D: Capisco, ma questo non ha a che fare col virus cinese che al momento sta allarmando il globo e che è considerato un vero e proprio killer.
R: Se parliamo di killer dobbiamo anche considerare il numero di morti che fa, allora io le dico che IL PRIMO KILLER IN ASSOLUTO in tutta la storia del mondo e dell’umanità è stato ed è la malnutrizione.
D: Dr. Salmaso, non ho motivo di mettere in dubbio le sue parole e so che lei ha lavorato nelle zone più povere del mondo, collaborando anche col dr. Carlo Urbani, il medico che identificò la Sars nel 2002 e ne rimase colpito mortalmente. Però ora vorrei sapere la sua opinione su questo coronavirus, su come poterne evitare il contagio e sulla reale portata del rischio che si corre.
R: Bene, allora questo coronavirus ha un tasso di contagiosità del 2,5, mentre il tasso di contagiosità del morbillo è 15. Ciò significa che, partendo dal primo contagiato, dopo quattro passaggi il nuovo Coronavirus avrà infettato 39 persone, mentre il virus del Morbillo ne avrà infettate... ascolti bene: 50.625. E sa perché un normale Morbillo è un killer tanto temibile per i bambini africani? Perché sono malnutriti. Quindi il semplice morbillo rappresenta un rischio a livello globale ben più alto del coronavirus, ma non genera terrore.
D: Ok, ma al momento i morti per il nuovo coronavirus sono oltre 1.000 e gli infettati oltre 40.000, di cui 390 fuori dalla Cina (alla fine dell’intervista saranno molti di più. Questi dati sono riferiti al 9 febbraio. Nda)
R: Sì, e questi dati fanno paura a persone ben nutrite, che temono di non riuscire a cavarsela, mentre il virus del Morbillo, o il comunissimo batterio Escherichia coli, non ci preoccupano perché la possibilità di esserne infettati è bassissima, e quella di morirci è quasi zero. Noi abbiamo acqua potabile e cibo abbondante. È chiaro il concetto?
D: Chiarissimo, però gli infettati crescono e i morti pure. E il killer sta varcando i confini nonostante le misure (forse tardive?) prese dalle autorità cinesi.
R: Intanto le massime autorità mondiali hanno riconosciuto che, forse per riscattarsi dalla reale negligenza dimostrata in occasione della SARS, questa volta i cinesi hanno reagito con una tempestività ed efficienza quantomeno pari a quella occidentale. Noi poi chiamiamo killer un virus che su una popolazione di 1 miliardo e mezzo di individui ne ha uccisi 1.000, più forse 3 o 4 fuori dalla Cina, ma non badiamo a un killer che miete milioni di vittime non tanto per la sua virulenza quanto per la debolezza dovuta a povertà estrema dei corpi in cui si insedia.
Le sembrano paragonabili 140.000 morti di morbillo con 776 morti di SARS, per esempio? E guardi che di SARS è morta una delle persone più degne e più generose che io abbia conosciuto nel mio lavoro tra i disgraziati della terra, il dr. Urbani da lei citato, ma credo che lui le risponderebbe più o meno come sto facendo io.
D: Dr. Salmaso, credo di capire che il suo lavoro in Africa e il suo stare a contatto con situazioni per noi immaginabili solo attraverso il filtro televisivo, influenzi il suo pensiero, ma ai nostri lettori, fossero anche solo una decina, vorremmo far arrivare il suo punto di vista, quello dello specialista in malattie infettive che con i microbi e i loro effetti letali ci combatte ogni giorno, il suo punto di vista rispetto a questo preciso virus che sta creando panico anche nel nostro Paese.
R: Ha ragione, quando si lavora per anni in situazioni dove la morte è sempre dietro l’angolo e si organizza una rete vaccinale per salvare qualche decina di migliaia di bambini sapendo che, se le loro condizioni di vita fossero diverse, non morirebbero, vaccinati o no, i confronti vengono spontanei.
Sì, ho avuto il “privilegio” di battermi insieme al dr. Carlo Urbani e ad altri Colleghi per togliere i brevetti sui farmaci anti-AIDS che strangolavano l’Africa subsahariana, e ho avuto esperienze sconcertanti con il rappresentante degli USA (tramite la potente ong USAID) che tentò di vanificare la deliberazione di tutte le autorità competenti, e di tutte le ong che allora rappresentavo in Tanzania nel Fondo Globale per la lotta contro AIDS, Malaria, e Tubercolosi. Proprio per questo non considero il Nuovo Coronavirus un flagello del Signore. Flagello fu la terribile influenza “Spagnola” di cento anni fa, che fece oltre 50 milioni di morti in tutto il mondo, cioè più di tutti quelli uccisi nella Prima Guerra Mondiale. Credo sia una questione di onestà professionale confrontare queste situazioni, e di conseguenza ridimensionare di molto la pericolosità di questo virus.
D: È senz’altro comprensibile, ma sembra di capire che secondo lei si sta montando un eccessivo interesse e una sorta di terrorismo psicologico sul coronavirus che investe la Cina, considerandola colpevole invece che a sua volta vittima. È così?
R: In un certo senso sì. Ancora non si era arrivati a 300 o 400 contagi su una popolazione di 12 milioni di abitanti nella città di Wuhan, che già i social erano pieni di fake. Video che mostravano persone accasciarsi a terra come colpite da una fucilata, o racconti che sembravano tratti dal romanzo “Cecità” di Saramago, per non parlare di alcuni cosiddetti esperti che non conoscevano neanche la differenza tra un virus e un batterio ma che invitavano a stare lontani da tutto ciò che avesse attinenza anche solo virtuale con la Cina. Quello che si sta diffondendo è il virus del terrore, perché il coronavirus si diffonde sì nell’aria attraverso le micro goccioline espulse con un colpo di tosse o uno sternuto, ma per ridurre il rischio di contagio basta seguire le regole di igiene basilari, quelle che si insegnano ai bambini, prima tra tutte quella di lavarsi le mani col sapone. Noi che acqua corrente e sapone ne abbiamo in abbondanza!
D: Quindi l’igiene al primo posto ci salverebbe anche dalle comuni influenze?
R: Se per “salvare” lei intende l’impossibilità di essere contagiati, ovviamente no. Ma ridurrebbe di molto le probabilità di contagio e non si arriverebbe alle centinaia di migliaia di morti che abbiamo ogni anno per le comuni influenze, che però non terrorizzano il mondo perché nessun giornalista scrive, come il Corriere della Sera e altri quotidiani importanti cose come: “scoperto il super diffusore che ha infettato decine di persone” riferendosi a un uomo d’affari che, ignaro di essere portatore sano, è andato ad alcuni meeting. Me lo lasci dire da cittadino e non da medico, chi mette titoli del genere sta incitando alla caccia all’untore e sta commettendo un’azione delinquenziale.
D: Allora le chiedo cosa pensa delle scoperte che sono state fatte su questo virus da parte di tre ricercatrici italiane
R: Hanno fatto il loro lavoro e lo hanno fatto bene. Ho letto che volevano portarle a Sanremo come fenomeni da esibire, ma essendo ricercatrici serie hanno rifiutato l’invito. Però le faccio presente che già i ricercatori cinesi avevano pubblicato l'intera sequenza genetica del Nuovo Coronavirus, ed hanno anche confermato che l’antimalarico clorochina può inibire in vitro l'infezione da Nuovo Coronavirus. La clorochina, che tra l’altro costa pochissimo, è in grado di bloccare alcune infezioni virali, come già dimostrato nel virus della SARS.
D: Lei sta guardando l’orologio e la valigia dottore, non le farò perdere l’aereo per la Tanzanìa, ma vorrei ancora farle qualche domanda. Si è parlato dei pipistrelli cinesi (cinesi anche loro) come possibili portatori che avrebbero infettato l’uomo. Le sembra possibile?
R: La famiglia dei coronavirus è preistorica, i suoi ceppi datano oltre un miliardo di anni e convivono con molte famiglie animali, dai pesci ai mammiferi. I pipistrelli sono mammiferi situati in un peculiare incrocio fra habitat aereo, terrestre e acquatico. Ciò ne fa un “serbatoio concentrato” di agenti infettivi. Il loro sistema immunitario – come dimostrato recentemente dai ricercatori di Berkeley – è particolarmente efficiente, perciò essi selezionano varianti sempre più aggressive di agenti patogeni. Quindi sì, mi sembra assolutamente possibile. Del resto il passaggio di virus e batteri dagli animali all’uomo, in determinati contesti ecologico-evolutivi, è da considerarsi normale. I coronavirus possono provocare un banale raffreddore o evolvere in forme ben più gravi come nel caso della SARS, che comunque ebbe una letalità (rapporto tra contagiati e deceduti) 5 volte superiore al Nuovo Coronavirus.
Fra poco devo andare ma siccome in questi giorni usciranno altri aggiornamenti, se non ha urgenza di pubblicare l’intervista sentiamoci per telefono dalla Tanzanìa.
D: Posso chiederle qual è il progetto che sta seguendo ora?
R: Abbiamo appena completato un acquedotto a Kisiju, nella regione Costale, che porta acqua potabile a 7.000 persone. È una piccola cosa rispetto all’ampiezza dei problemi africani, ma lei sa cosa significa? Significa che nei prossimi anni sarà salvata la vita a qualche migliaio di persone, soprattutto bambini, a prescindere dalle misure contro il colera. È vero che qualche casa farmaceutica avrà meno occasioni di profitto, ma settemila persone avranno l’acqua potabile. Se vuole le manderò qualche foto.
D: Perfetto, dottore. Allora concluderemo l’intervista tra qualche giorno. Aspetto le sue foto e le auguro buon viaggio.
Questa conversazione avveniva domenica 9 febbraio. Avremmo anche potuto chiudere qui, ma qualche domanda era rimasta in sospeso e così, grazie ai prodigi delle tecnologia, abbiamo potuto concluderla a distanza.
D: Buongiorno dr. Salmaso, ho visto che avete inaugurato l’acquedotto e ho avuto le sue foto, se mi autorizza ne pubblico qualcuna, anche se suonerà un po’ bizzarro inserire foto dell’Africa in un testo che riguarda un virus cinese, ma la Cina ha molti scambi economici con l’Africa e tutto torna.
R: L’autorizzo senz’altro, perché gli abitanti dei nostri villaggi sanno che facciamo un uso rispettoso delle loro immagini.
D: Bene, i notiziari ci informano che in Cina sono iniziate le epurazioni di responsabili che, secondo il potere centrale, non hanno saputo attuare le giuste pratiche per contenere il contagio. La prima domanda che ci si pone è: si stanno cercando capri espiatori? Oppure ci sono dati nascosti e magari le vittime non sono 1400 ma magari più di 10.000 e siamo tutti seriamente a rischio? Il povero dr. Li, che a fine dicembre aveva messo in guardia contro un possibile virus letale, fu redarguito severamente per aver creato “inutile allarmismo”. Poi il dr. Lì, sebbene curato con molta attenzione ha fatto la fine del dr. Urbani: aveva capito prima degli altri ed è morto proprio per il virus di cui aveva intuito la pericolosità. Cosa dice ai nostri lettori rispetto a questo?
R: Onore al bravo dr. Lì. Per quanto riguarda le defenestrazioni, credo che di sicuro servano politicamente, e credo che gli ufficiali rimossi, se hanno delle colpe, siano veniali. La cosa che escluderei è che i morti siano 10.000 e non 1400. Ho appena letto che gli operatori sanitari contagiati sono 1600 e di questi ne sono morti 6, tra cui il dottor Lì. Numeri importanti, ma che vanno rapportati ad altre epidemie, a cominciare dall'influenza tutt’ora in corso in occidente.
D: Quindi lei insiste sull’“inutile allarmismo”?
R: No, io insisto sul “dannoso allarmismo”. Non vorrei ripetermi circa la letalità dovuta a diverse malattie “comuni” che registriamo in tutto il mondo, compresi i ricchi e democratici USA, se non per dedurre che si sta montando un caso con l'evidente scopo di danneggiare economicamente il paese più popoloso e più produttivo del mondo.
D: Sì certo, ma intanto ieri è morto il primo malato in Giappone, una signora ottantenne. Una nostra cronista televisiva ha così commentato: a questo punto tutta l’Asia trema.
R: Tutta l’Asia trema perché, a causa del Nuovo Coronavirus, è morta una persona molto anziana, quindi con ridotte difese immunitarie? Quante altre persone sono morte in Giappone per altri virus non lo diciamo... Se segue il mio discorso converrà che si sta lavorando “oltre” questo virus, che comunque esiste e confido che venga neutralizzato al più presto. Probabilmente fra tre mesi sarà solo un brutto ricordo. Ho detto fra tre mesi, cioè prima ancora che si sia pronto il vaccino, ma intanto “il gigante cinese” sarà stato ferito. Ma attenzione, la Cina importa ed esporta, non è una monade ma parte di una rete, quindi la battuta d'arresto cinese rischia di portarsi dietro anche i suoi partner commerciali, soprattutto occidentali.
D: Quindi lei pensa che si stia attaccando l’economia cinese approfittando del virus di Wuhan? O pensa che il virus sia stato creato ad hoc come qualcuno, senza alcuna prova, ha voluto immaginare fin dall’inizio?
R: Guardi, io non faccio parte della rete dei complottisti astratti. Lavoro da troppi anni sulle malattie infettive e conosco bene come i microorganismi possono attaccare l’uomo sia per vie del tutto naturali, sia per essere sfuggiti al controllo di “apprendisti stregoni”. Perché puntare il dito contro il laboratorio di Wuhan quando nei laboratori, militari e non solo, di mezzo mondo, in primis USA e Israele, si conserva il virus del Vaiolo che, pure, l'OMS ha dichiarato estinto su questo pianeta fin dagli anni '70? E si manipola il batterio della Peste per potenziarne la variante polmonare, ben più micidiale della storica “Peste bubbonica”? La RAI giorni fa ha diffuso un lungo servizio sulla peste bubbonica, a che pro? L'ha forse collegato con le ricerche dei NOSTRI laboratori? I nostri laboratori e la RAI sono pagati coi soldi del contribuente italiano per fare che cosa? Il virus Marburg, precursore di Ebola, non prende forse il nome dalla città tedesca in cui falcidiò gli incauti ricercatori?...
Queste sono domande vere, non stracciarsi le vesti per il laboratorio di Wuhan che, nella peggiore delle ipotesi, sarebbe un “povero untorello”.
La mia conclusione è semplice: il Nuovo Coronavirus esiste, e probabilmente non sapremo mai perché ha avuto come suo focolaio proprio la città di Wuhan. Potremo fare ipotesi, questo sì, ma dovremo avere l’onesta intellettuale e la serietà scientifica di definirle ipotesi. Di certo sappiamo che l’igiene riduce il rischio di contagio, e una buona resistenza immunitaria riduce la letalità.
D: Ho visto che qualche ingegnoso tecnologo cinese ha messo a punto una app per difendersi dal contagio utilizzando un semplice smartphone. Il programma si chiama Close Contact Detector. Lo ritiene possibile?
R: Sì, è possibile, in fondo l'app è uno strumento semplice per identificare i possibili contatti a partire da un caso accertato. E aggiungo che conoscendo la grande creatività, la tenacia e le abilità tecnologiche di questo popolo che in pochi anni ha fatto della Cina un gigante, direi che sarà più facile recuperare il danno economico per la Cina che non per i paesi suoi partner commerciali. Tagliare i voli da e per la Cina danneggia la Cina, ma anche le compagnie aeree e il settore turistico extra-cinese. Vogliamo poi parlare delle importazioni di greggio? La Cina è il più grosso importatore al mondo, se ridurrà l’importazione i danni li pagheranno anche i paesi esportatori: guarda caso, in primis l'Iran!
Insomma, nel mondo globalizzato di cui la Cina fa parte, se si interrompe la catena di scambi il danno riguarderà tutti anche se questo virus non si diffonde attraverso gli scambi commerciali!
D: Sì, ma il danno economico è conseguente al virus ed è del virus che vorrei parlare, soprattutto della convinzione, in costante crescita, che presto tutto il mondo sarà infettato. Il direttore generale dell’OMS ha fatto l’esempio del medico cinese che diffuse la SARS fuori della Cina, pur essendo sano, infettando ospiti del suo albergo che poi portarono la malattia nei loro paesi. Non sazio di ciò ha indicato al mondo l’uomo d’affari britannico che, pur non avendo mai messo piede in Cina ma a Singapore, si è trovato ad essere infettato e infettante, e i giornali italiani lo hanno a loro volta additato come “grande diffusore”, una sorta di grande untore di manzoniana memoria, grazie alle dichiarazioni dell’OMS che lo avevano definito come una possibile “scintilla che crea un incendio ancora più grande”.
R: Grazie per questa sua domanda retorica. Ricordiamoci che nel 2003, con circa 8.000 infettati e 776 deceduti in tutto il mondo, si parlò di pandemia, il che era assolutamente scorretto in base a tutte le convenzioni vigenti.
Ora che gli infettati sono circa 64mila e i deceduti quasi 1.400, è logico che i cittadini siano preoccupati. Ma non sono solo preoccupati: sono terrorizzati a causa della grancassa dei mass media che, evidentemente, è molto più pericolosa di qualche “povero untorello” sui social. Il virus della paura si diffonde molto più velocemente del Nuovo Coronavirus.
D: Per onestà devo dire che ora il ministero della sanità sta promuovendo uno spot televisivo che ha lo scopo di tranquillizzare i cittadini. Credo che questa sia una scelta controcorrente rispetto all’allarmismo esasperato che abbiamo visto precedentemente.
R: Bene, ma se i nostri cronisti usano toni da tragedia e creano pathos nel telespettatore, la rassicurazione del Ministero della Sanità potrebbe sortire l’effetto opposto, molti crederanno che si voglia nascondere il pericolo, così crescerà il loro senso di insicurezza e di paura.
D: Cioè, per fare un esempio, se la giornalista da studio apre la corrispondenza dalla Cina dicendo letteralmente: “fa impressione la sorte dei medici impegnati in questa lotta” e la corrispondente dalla Cina conferma e poi aggiunge che quasi 1.800 sono stati contagiati e 6 di questi sono morti, la notizia crea ancora allarmismo?
R: Certo che crea allarmismo! Perché non dice che quei 6 rappresentano lo 0,3% dei contagiati, cioè molto meno di certi picchi della “comune influenza”. Ma questo non è solo un problema italiano. Negli USA ad esempio, e senza entrare in politica sappiamo che il presidente Trump ha fatto guerra commerciale alla Cina, nella piattaforma Twitter del suo sfidante Bloomberg, qualcuno twitta che che “un importante scienziato in malattie infettive avverte che i due terzi della popolazione mondiale potrebbe essere infettati dal coronavirus”. Ovviamente basta dire “un importante scienziato”, non serve il nome, perché quel che serve è l’impatto emotivo.
D: Quindi, se mi permette una battuta, potremmo fare uno studio su questo caso e titolarlo “l’uso distorto del virus”!
R: E perché no? In fondo studi di questo tipo sono stati già realizzati. Ma vorrei farle io una domanda. Le TV e i quotidiani italiani vi parlano della tempesta di cavallette che si è abbattuta su una parte dell’Africa orientale?
D: Sì, un paio di giorni fa è stata data la notizia, ma in realtà il coronavirus sta monopolizzando l’informazione e l’Africa, lei sa meglio di me, normalmente ha il ruolo di Cenerentola. Tuttavia la Cina ha fatto grandi investimenti in Africa e di sicuro funzionari e imprenditori cinesi verranno là con regolarità. Come vive questo problema la popolazione della regione che lei conosce meglio?
R: Guardi, i media dei paesi poveri sono dominati dal capitale occidentale, eppure mantengono un minimo di autonomia e, posso dire, un maggior contatto con la gente comune. Di conseguenza, qui di Nuovo Coronavirus si parla pochissimo. Oso anche dire che, se arrivasse qui il virus che tanto spaventa l’occidente, non farebbe una grande differenza, con tutte le persone che muoiono per le più varie condizioni banali e prevenibili. Qui invece cresce, giustamente, l'allarme per le cavallette. Per voi è qualcosa di lontano, roba da trasmissione pseudo scientifica o da evocazione biblica, per gli africani significa carestia. Non la “fame” vostra che si sazia con le merendine, ma quella che non si sazia e porta alla morte.
D: Siamo partiti dal coronavirus e siamo arrivati alle locuste. Sento tutta la sua appassionata partecipazione ai problemi enormi di quel continente e capisco che è arrivato il momento di chiudere questa lunga intervista, ma mi permetta un’ultima domanda dottore, veramente l’ultima. Lei parla della tempesta di cavallette come ben più pericolosa del Nuovo Coronavirus, può spiegare a me e a quei pochi lettori che saranno arrivati fin qui, perché?
R: Certo. Avrà notato che dico “voi, i vostri” e non i nostri giornali, i nostri ospedali, perché lavorare “con” l’Africa porta a vedere il mondo da qui. Allora, vedendo il mondo da qui, le dico che per l’infestazione di locuste sono stati preventivati 20 milioni di morti. Cioè potranno morire DI FAME 20 milioni di persone. Se poi dovesse morire qualche migliaio di persone per infezione da Nuovo Coronavirus, sarebbero quelle stesse persone che erano talmente debilitate da morire anche per un comune raffreddore.
Le dirò anche che per evitare il disastro che sarebbe pari alla morte di un italiano ogni tre (forse così ci spieghiamo meglio) servirebbero circa 70 milioni di euro. Lei pensa che verranno fermate le locuste? Io le dico di no, però, quando la morte comincerà a raggiungere numeri alti e potrà diventare interessante parlarne, allora ci saranno gli scoop mediatici, si faranno raccolte di monetine mischiate alle lacrime per salvare i “poveri negretti” e magari arriveranno anche le fondazioni filantropiche come quella di Melinda e Bill Gates che commuoveranno per la loro generosità e venderanno meglio il loro brand.
Ha visto le foto di quelle bellissime bambine che le ho mandato? Bene, loro adesso sono ben nutrite ed hanno anche l’acqua potabile. Se l’infestazione di cavallette non verrà fermata, tante bambine “nuove malnutrite” lasceranno questo mondo mentre sui “vostri” schermi si alterneranno le pubblicità di merende felici e i servizi dai “vostri” corrispondenti che mostreranno corpi scheletriti per colpa delle locuste, quelle che nessuno si è impegnato a fermare. Si prevedono 20 milioni di morti per fame, poi ci saranno tutti gli altri che moriranno per comunissimi microbi che aggrediranno i loro corpi debilitati.
È una strage annunciata, ma al momento 20 milioni di morti per fame non spaventano l’Occidente perché “il virus-locusta” è circoscritto alla sola Africa sub sahariana.
Lo scriva per favore, affinché quelle dieci persone che leggeranno possano fare le dovute comparazioni.
Ora torno al mio lavoro, ma prima di salutarla voglio regalarle una chicca: la FAO, massima autorità delle Nazioni Unite sull'alimentazione, assieme ad altre organizzazioni pubbliche e private, da oltre un decennio sta studiando e concludendo che, fra non molto, la principale fonte di proteine nell'alimentazione umana non sarà più costituita da polli, bovini e pesci. Sarà costituita dagli insetti: secondi nella futura classifica sono i grilli e sa quali sono i primi? Le cavallette!
D: Mi lascia dopo avermi instillato un dubbio terribile. Comunque la ringrazio per il tanto tempo dedicatomi, dr. Salmaso, e la saluto sperando in tre cose: la prima è che arrivino in tempo gli aiuti per evitare il flagello delle locuste; la seconda è che presto il Nuovo Coronavirus venga sconfitto, e la terza che la sua intervista venga letta fino in fondo.
Fonte

