Le scuole sono chiuse da Lunedì, e lo rimarranno fino a domenica, o fino a nuovo ordine. L’ordine è arrivato da una direttiva emanata congiuntamente dal ministro e dal Presidente (Governatore!) della regione, ma è diventata effettiva quando il Preside (Dirigente Scolastico!) ha diramato, a mezzo registro elettronico, una circolare attuativa. A sbarrare le porte sono stati i Bidelli (Collaboratori scolastici!).
Adesso siamo qui, gli alunni giocano con la Nintendo Switch, i nonni si avventurano fino all’Esselunga di piazzale Lodi, fuori le mura, per fare incetta di fagioli e tonno in scatola, manco fossimo in Baudolino di Umberto Eco, durante l’assedio di Alessandria. Le cassiere dell’Esselunga, con guanti di gomma blu, ma senza mascherina (ma serve a qualcosa?) sperano di murare gli starnuti degli anziani e di quei pochi lavoratori esentati dal servizio – esentati fino a nuovo ordine.
Abbiamo fretta di tornare a casa con le nostre buste piene di latte, pasta, pomodoro, merendine, uova fresche e flaconi di alcol denaturato, perché l’amuchina è finita, e su ebay ha superato le quotazione dell’oro; abbiamo fretta di sistemare la spesa nel frigo e tornare al divano, con le bacche di goji al posto dei popcorn, a seguire il festival degli appestati di Codogno, spiegato da showman e professori a contratto, che dicono tutto e il contrario di tutto.
Ma tanto basta per tenerci in stato di ipnosi sul divano. Perlomeno finché durano le merendine mulino bianco.
Giungono notizie di assemblee spontanee di lavoratori che chiedono di essere esentati dal servizio. Anche loro sono a contatto con il pubblico, anche loro sono esposti, anche loro hanno figli. L’idea è di stare tutti a casa finché passi la nottata, di stare al caldo, con una scorta di serie tv e di salmone congelato, sintonizzati h24 su La7 e Rete 4, con la mappa del COVID-19 Global Cases della Johns Hopkins stampata sul tablet, e le notizie Ansa sullo smartphone.
L’idea è di stare al sicuro nel proprio fortino, senza pensare alle cassiere dell’Esselunga con i guantini blu e senza mascherine, sfiancate da turni frammentati, l’alito sul collo dei capireparto, debilitate e sotto attacco; senza pensare ai lavoratori che si alzano la mattina per far trovare negli scaffali dei negozi il pane fresco, il latte fresco, il giornale, la luce elettrica, l’acqua potabile, il segnale radio dei telefonini, il cristallo e il silicio degli schermi. Anche questi lavoratori attraversano luoghi affollati, prendono il pullman e la metropolitana, anche loro dovrebbero stare a casa.
Per adesso ci si muove in ordine sparso, e quando si decide di programmare qualcosa si scopre che se si tengono a casa i Bidelli, poi è difficile per i Presidi entrare nelle scuole per emanare le circolari; che se si tengono a casa le cassiere dell’Esselunga, poi è difficile tenere sui divani gli impiegati dell’INPS; che se si tengono a casa gli autisti dell’autobus e i dipendenti dell’Enel, poi sarà difficile per i professoroni e i giornalisti raggiungere gli studi e intimarci di stare a distanza di sicurezza mentre loro sbraitano e si sputano in faccia come se fossero in una bolla, separati dalle miserie umane.
Il lavoro di ogni persona è collegato funzionalmente e geograficamente a quello di tutti gli altri. Si chiama divisione del lavoro, ognuno fa un pezzettino, e tutti insieme collaborano alla realizzazione del prodotto finito. Non è una novità, esiste da tre secoli. Il medico ti cura, e tu gli prepari la pasta. Ma se tu non gli prepari la pasta, lui non ti può curare. Che tu sia medico o insegnante, che tu sia imbianchino o cassiera dell’Esselunga, che tu pulisca i cessi o insegni all’università, fai il tuo pezzettino, fai la tua parte. Ognuno è indispensabile.
Ci vuole rispetto per il lavoro altrui – questo ti insegnano al Sindacato. Questo ci insegna il Coronavirus.
Quando il Sindacato richiama all’unità del lavoro, sia territoriale sia intercategoriale, e denuncia i tentativi di frammentazione contrattuale e territoriale, e lo denuncia da tempo; quando il Sindacato denuncia, da un lato, la frammentazione statuale, e, dall’altro, l’espropriazione delle competenze giurisdizionale da parte di poteri deterritorializzati, vuole richiamare l’attenzione sull’unità del lavoro.
Ma unità del lavoro significa unità dello Stato. Si attacca lo Stato per attaccare il lavoro. Si attacca il lavoro per attaccare lo Stato. Senza Stato siamo allo sbando.
Il sogno di un lavoro frammentato e di uno Stato minimo e frantumato in mille istanze inconcludenti, lo Stato del Laissez faire, si infrange sull’immagine di quel treno fermato a Casalpusterlengo, non si sa da chi, si dice per un malore del capostazione, malore auto-diagnosticato; si infrange su quei meridionali scappati dai ghetti del lodigiano e reclusi in Basilicata.
L’idea di Europa, sopravvissuta, se sopravvissuta, allo sfacelo della Grecia, e ci piange ancora il cuore vedere i malati di Atene assumere medicine scadute, si infrange sul pullman di Milanesi fermato a Lione per uno starnuto dell’autista, sull’aereo carico di milanesi e veneti rispedito al mittente dalle isole Mauritius.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/02/2020
25/09/2015
Meritocrazia
Mantengo un impegno preso due settimane fa: scrivere sulla meritocrazia, argomento sul quale c’è molta confusione. Partiamo da un assunto: la divisione sociale del lavoro è una realtà che si afferma con il sorgere della civiltà e non è un dato eliminabile, a meno di non voler regredire all’età della pietra.
Marx sosteneva che la divisione sociale del lavoro cesserà nella società comunista (meta della storia umana, lui pensava), quando lo sviluppo dei mezzi di produzione renderà minima e fungibile l’erogazione di ore di lavoro umano. Forse una simile età dell’oro verrà in un futuro lontanissimo ed imprevedibile (personalmente, ho il forte dubbio che possa essere mai realizzabile) ma lasciamo perdere questa discussione: di fatto non è un traguardo in vista, per cui ragioniamo sui dati di fatto destinati a non modificarsi in un tempo prevedibile.
Dunque, la divisione del lavoro esiste, è ineliminabile e non è egualitaria, ma gerarchica, perché ci sono mansioni relativamente “facili”, magari faticose, nocive o pericolose, ma alla portata (almeno teoricamente) di qualsiasi essere umano anche non addestrato: trasportare a spalla sacchi di cemento lo possono fare tutti, salvo il limite della resistenza fisica.
Vice versa, fare il medico, l’ingegnere, il giurista o il pilota d’aereo richiede una preparazione specifica e, quindi, sono mansioni che incorporano una dose di sapere sociale via via maggiore. Badate che la gerarchia di cui parlo non riguarda le persone che fanno questo o quel lavoro, ma le mansioni in quanto tali, il come questo si rifletta poi nella stratificazione sociale è cosa che consideriamo a parte. Ovviamente, questo implica una serie di differenziali di considerazione sociale, di retribuzione, di potere ecc, per cui, altrettanto scontatamente, ci sono mansioni più desiderate di altre e, più si tratta di mansioni apicali, più sono ricercate.
Per scegliere chi farà il chirurgo, il manager, il ministro o il docente universitario, abbiamo questi metodi di selezione possibili:
- per censo;
- per successione familiare;
- per appartenenza di casta;
- per competenza.
Che la selezione avvenga per nomina dall’alto, per elezione dal basso o per prove concorsuali non cambia nulla: i criteri restano quelli elencati perché chi nomina, vota o valuta lo può fare seguendo il criterio del più ricco, della successione per diritto familiare (il congiunto più vicino alla persona da sostituire), per appartenenza ad una determinata casta (corporazione, lobby, partito politico...) o scegliendo il più competente. Credo che, dal punto di vista dell’utilità generale il criterio più auspicabile sia l’ultimo. Poi ci sono le soluzioni di fantasia: per corteggio, a turno, per anzianità, per avvenenza fisica ecc. ma saremo tutti d’accordo a non prenderle in considerazione.
Il criterio della competenza non è di per sé democratico o antidemocratico, ma semplicemente utilitaristico, per cui esso è stato caratteristico (almeno teoricamente o in parte) tanto di moderne società democratiche come quelle scandinave quanto di società antiche e dispotiche come l’Impero Cinese che, appunto, inventò il metodo degli “esami” in cui dar prova delle proprie conoscenze e abilità.
Una società democratica non può eliminare il carattere gerarchico della divisione del lavoro, ma, avendo alla sua base il valore dell’eguaglianza (almeno, così dovrebbe essere) cerca di bilanciare questo dando a tutti la migliore eguaglianza dei dati di partenza, per garantire che il prescelto sia il migliore possibile. Dunque la selezione per competenza (altrimenti detta “meritocrazia”) è propria dei sistemi democratici.
Poi, però, intorno a questo assunto sono sorti molti equivoci, in particolare ad opera di quel confusionario classista di Michael Young che, a fine anni cinquanta, pubblicò “The rise of the Meritocracy” che è un catalogo di esilaranti scemenze. E si iniziò a strologare di misurazione dell’intelligenza (come se fosse un dato innato e come se di intelligenze ce ne sia di un solo tipo) qualcuno iniziò a dire scemenze del tipo di classi differenziate per i ragazzi superdotati, altri di strutturare la società per “classi intellettuali”. Questi sono deliri che non hanno nulla a che fare con il principio della attribuzione delle responsabilità per competenza. Se poi vi dà fastidio il nome, chiamatelo come vi pare, mettiamoci d’accordo, ma il principio della selezione per competenza resta ed è non solo compatibile con la democrazia, ma valore fondante di essa.
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Marx sosteneva che la divisione sociale del lavoro cesserà nella società comunista (meta della storia umana, lui pensava), quando lo sviluppo dei mezzi di produzione renderà minima e fungibile l’erogazione di ore di lavoro umano. Forse una simile età dell’oro verrà in un futuro lontanissimo ed imprevedibile (personalmente, ho il forte dubbio che possa essere mai realizzabile) ma lasciamo perdere questa discussione: di fatto non è un traguardo in vista, per cui ragioniamo sui dati di fatto destinati a non modificarsi in un tempo prevedibile.
Dunque, la divisione del lavoro esiste, è ineliminabile e non è egualitaria, ma gerarchica, perché ci sono mansioni relativamente “facili”, magari faticose, nocive o pericolose, ma alla portata (almeno teoricamente) di qualsiasi essere umano anche non addestrato: trasportare a spalla sacchi di cemento lo possono fare tutti, salvo il limite della resistenza fisica.
Vice versa, fare il medico, l’ingegnere, il giurista o il pilota d’aereo richiede una preparazione specifica e, quindi, sono mansioni che incorporano una dose di sapere sociale via via maggiore. Badate che la gerarchia di cui parlo non riguarda le persone che fanno questo o quel lavoro, ma le mansioni in quanto tali, il come questo si rifletta poi nella stratificazione sociale è cosa che consideriamo a parte. Ovviamente, questo implica una serie di differenziali di considerazione sociale, di retribuzione, di potere ecc, per cui, altrettanto scontatamente, ci sono mansioni più desiderate di altre e, più si tratta di mansioni apicali, più sono ricercate.
Per scegliere chi farà il chirurgo, il manager, il ministro o il docente universitario, abbiamo questi metodi di selezione possibili:
- per censo;
- per successione familiare;
- per appartenenza di casta;
- per competenza.
Che la selezione avvenga per nomina dall’alto, per elezione dal basso o per prove concorsuali non cambia nulla: i criteri restano quelli elencati perché chi nomina, vota o valuta lo può fare seguendo il criterio del più ricco, della successione per diritto familiare (il congiunto più vicino alla persona da sostituire), per appartenenza ad una determinata casta (corporazione, lobby, partito politico...) o scegliendo il più competente. Credo che, dal punto di vista dell’utilità generale il criterio più auspicabile sia l’ultimo. Poi ci sono le soluzioni di fantasia: per corteggio, a turno, per anzianità, per avvenenza fisica ecc. ma saremo tutti d’accordo a non prenderle in considerazione.
Il criterio della competenza non è di per sé democratico o antidemocratico, ma semplicemente utilitaristico, per cui esso è stato caratteristico (almeno teoricamente o in parte) tanto di moderne società democratiche come quelle scandinave quanto di società antiche e dispotiche come l’Impero Cinese che, appunto, inventò il metodo degli “esami” in cui dar prova delle proprie conoscenze e abilità.
Una società democratica non può eliminare il carattere gerarchico della divisione del lavoro, ma, avendo alla sua base il valore dell’eguaglianza (almeno, così dovrebbe essere) cerca di bilanciare questo dando a tutti la migliore eguaglianza dei dati di partenza, per garantire che il prescelto sia il migliore possibile. Dunque la selezione per competenza (altrimenti detta “meritocrazia”) è propria dei sistemi democratici.
Poi, però, intorno a questo assunto sono sorti molti equivoci, in particolare ad opera di quel confusionario classista di Michael Young che, a fine anni cinquanta, pubblicò “The rise of the Meritocracy” che è un catalogo di esilaranti scemenze. E si iniziò a strologare di misurazione dell’intelligenza (come se fosse un dato innato e come se di intelligenze ce ne sia di un solo tipo) qualcuno iniziò a dire scemenze del tipo di classi differenziate per i ragazzi superdotati, altri di strutturare la società per “classi intellettuali”. Questi sono deliri che non hanno nulla a che fare con il principio della attribuzione delle responsabilità per competenza. Se poi vi dà fastidio il nome, chiamatelo come vi pare, mettiamoci d’accordo, ma il principio della selezione per competenza resta ed è non solo compatibile con la democrazia, ma valore fondante di essa.
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