Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/08/2026

MAGA e Maghella

Per capire che sta succedendo, la prima cosa da fare è mettere subito in chiaro che il problema non è solo il come, ma soprattutto il perché.

Il fatto è che se il “come” ha dei colpevoli, il “perché” ha delle complicità conclamate. Infatti, se abbiamo capito come la democrazia cosiddetta occidentale ha terminato il suo compito nel momento in cui la riproduzione capitalistica non si perpetua attraverso il lavoro, ma attraverso la finanza; e se abbiamo assistito all’esaurirsi del ruolo della manifattura come veicolo per l’accumulazione – quello che Marx definiva il rapporto tra valore d’uso e quello di scambio – a tutto ed esclusivo vantaggio del possesso esclusivo non più solo dei mezzi di produzione, ma di quelli di riproduzione finanziaria di accumulo borsistico del valore, abbiamo chiaro il quadro di come siano stati sbilanciati i rapporti, i conflitti, le rivendicazioni che contrapponevano Capitale e Lavoro.

I diritti non servono più come “palliativi” per anestetizzare le contraddizioni di classe; né quelli politici (per mantenere il potere urgono sempre nuove leggi elettorali), né quelli civili (il principio di uguaglianza è dialettico con l’appartenenza a un ceto espressione di una lobby); men che meno i diritti internazionali (il diritto di occupare e distruggere un territorio di conquista, le norme vessatorie contro le moltitudini dell’emigrazione servono a tenere bassi e fuori controllo normativo le leggi e i costi del mercato del lavoro).

Torniamo per alcune precisazioni al problema del “come”.

La crisi di Ceuta è esplosa in tutta la sua bolla manipolatrice e propagandistica. A cominciare dal modo in cui viene geograficamente descritto quel lembo di terra: secondo l’IA di Google, “Ceuta è una città autonoma spagnola situata nel Nordafrica, circondata dal Marocco”.

Se non ci fosse il pudore di avere almeno il rispetto di 87 morti, ci sarebbe da ridere a crepapelle. Sarebbe come dire che Belfast è una città inglese situata nel Nord Europa, circondata dall’Irlanda.

Invece che ammettere onestamente che Ceuta è un cimelio del colonialismo spagnolo, che serve a mantenere il controllo del traffico marittimo nello stretto di Gibilterra. Infatti neppure il governo Sanchez è riuscito a restituire quel lembo strategico al Marocco, il cui sovrano, invece di occuparsi delle condizioni di vita e del futuro dei suoi cittadini (o “sudditi”), che cercano una via d’uscita dignitosa alle tremende condizioni sociali, preferisce baciare la pantofola a Trump, al quale dedica un’autostrada, e aderire agli accordi di Abramo, piegandosi al sionismo di Netanyahu.

Chiedersi che cosa c’entri “la difesa dei confini europei” se in realtà è territorio marocchino è come chiedersi che c’entrava Valpreda con la strage di Piazza Fontana, o perché l’ex presidente Cossiga avesse tirato fuori la pista palestinese sulla strage di Bologna, senza voler vedere il vero motivo delle trame manipolatorie.

Certo, accusare di violazione dei confini quei 50mila cittadini marocchini che in realtà erano pur sempre in Marocco ha qualcosa di surreale. Ed è proprio per colmare il vuoto di ragioni politiche plausibili che in genere si alza il tiro delle panzane.

Ed ecco, con una tempestività di quelle che in realtà sono parti in commedia già definite e preordinate, che Meloni decreta la sospensione degli accordi di Schengen con la Spagna e tutti i giornali della banda Angelucci si scatenano contro i socialisti spagnoli che accolgono e regolarizzano lavoratori emigrati.

I giornalisti di destra, che imbrattano la carta stampata con la loro coscienza sporca, non sanno che l’Italia, nonostante la famigerata legge Fini-Bossi, nel corso degli ultimi anni ha “regolarizzato” più di due milioni di lavoratori stranieri?

Non sanno che poco meno della metà di loro, cioè 934mila, sono stati regolarizzati nel 2002 e nel 2009, proprio dai governi Berlusconi, il proprietario delle reti televisive dalle cui redazioni dei tg provengono questi sicari dell’oggettività nell’informazione?

Ma è tempo di lasciare il come e tornare a dedicarsi al perché.

La crisi della democrazia italiana, la reiterata spinta all’obsolescenza della Carta Costituzionale che sanciva i presupposti del contratto sociale, è giunta a una svolta. Prima che le componenti sociali disagiate e le opinioni pubbliche attente prendano coscienza collettiva che la perdita del ruolo di mediatore delle disuguaglianze – rappresentato per anni dallo Stato sociale – si stia riversando precipitosamente sullo stesso Stato di diritto, è urgente sancire il cambio dei rapporti di forza.

L’esempio MAGA di Trump è l’idea-guida. Il consenso elettorale non serve per governare, ma per comandare. L’ossessione dei “pieni poteri” si ripropone storicamente come panacea per mantenere il pieno controllo della rete dei privilegi oligarchici nell’energia, nelle materie prime pregiate, nel digitale, nella finanza globale e nell’industria bellica.

Meloni ha ormai chiaramente dato prova della coerente continuità politica, più che ideologica, con la vocazione collaborazionista: ieri Salò oggi Mar-a-lago sono i punti di riferimento di una politica asservita alla logica del dominio che non comprende né ammette dialettica con l'opposizione sociale.

Ecco il perché, per esempio, delle leggi sulla cosiddetta sicurezza: vietare, punire, reprimere significa disumanizzare i soggetti della lotta di classe, e riclassificarli sotto un elenco di fattispecie penali: clandestini, NoTav, black- bloc, terroristi, anarchici, “quelli di sinistra”, i pro-Pal, i maranza. E, ovviamente, gli antifascisti.

Le condizioni economiche e sociali dei lavoratori italiani sono palesemente al di sotto della media europea, distogliere la loro attenzione per scagliarla contro l’immigrazione è un trucco che non può durare per sempre. Ecco che bisogna irrigidire i rapporti di forza, impedire che lavoratori italiani e stranieri si accorgano degli inganni del neo-nazionalismo e si accordino con quelli più sfruttati di loro negli stessi luoghi di lavoro mal pagato e insicuro, negli stessi quartieri in cui condividono pessime politiche dell’abitare.

Coniughiamo il come e il perché e avremo il quadro della variabile del fascismo del Terzo millennio che è in atto nel cosiddetto Occidente. Trump lo spinge, von der Leyen lo mette all’ordine del giorno, Meloni ci sguazza, con la scusa di Vannacci.

Se n’è accorto anche qualcuno dei nostrani columnist, capaci di descrivere il “come”, ma solo per tenersi lontani dal “perché”, di cui sono spesso complici.

Come Ezio Mauro, che descrive la deriva del socialismo e del cristianesimo sociale, ma si dimentica delle colpevoli ambiguità della redazione del suo giornale; come Valter Veltroni che nei panni di commentatore lancia sul Corsera la patacca della “gestione della sicurezza da sinistra” (si rigirerebbe nella tomba anche Ugo Pecchioli), ma lo imita Gianni Cuperlo che sostiene il binomio “sinistra-legalità”, come un benpensante annoiato seduto al Caffè San Marco di Trieste; o come quell’anima persa del liberalismo italico che descrive come un pericolo che le scuole pubbliche del nord siano frequentate dai figli degli immigrati, guadagnandosi così il nuovo appellativo di Ernesto Galli della Razza.

Tuttavia, non sono utili le critiche di costume, le inchieste sulle trame, gli eventi di beneficenza, le adunate europeiste, men che meno i campi larghi o le alchimie delle alleanze. Per non dire delle speranze riposte sulle elezioni di Midterm statunitensi di fine anno.

Proprio perché non sono semplicemente in ballo gli ideali di una democrazia che barcolla sotto i colpi della remigrazione, della xenofobia, del neonazionalismo, del bellicismo, del precariato a vita. È in ballo un radicale cambio nel paradigma dei rapporti sociali nella società, nel paese, nel mondo in cui viviamo.

Abbiamo l’esperienza, la cultura, la visione d’insieme. È tempo di progettare una efficace nuova resistenza, una possibile nuova liberazione.

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