Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/08/2026

Ex Ilva, l’ennesimo capitolo nella dismissione coatta della fabbrica

Nei giorni scorsi, per la sesta volta consecutiva in 14 anni, la magistratura si è espressa per la chiusura delle aree a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto.

La motivazione è sempre la stessa. Quelle aree produttive continuano a essere una bomba ambientale e sanitaria piazzata sotto i piedi dei lavoratori dell’impianto e degli abitanti di Taranto. La sentenza emessa il 27 luglio dalla Corte d’Appello di Milano certifica inesorabilmente che:
  • quella di “mercato” – la ricerca di un compratore/investitore privato che “rilanci” l’azienda – non è una soluzione, ma parte integrante del problema;
  • le forze politiche che hanno occupato gli scranni parlamentari negli ultimi tre lustri sono tutte equamente responsabili del disastro che in questi giorni, ancora una volta, è tornato alla ribalta nelle cronache giornalistiche;
  • al netto dei discorsi propagandistici sulla “resilienza” prima e la “sovranità” più di recente, l’unica politica industriale perseguita dalle suddette forze politiche è solo una e sempre uguale a sé stessa: la dismissione.
Se l’Italia è l’unico paese dell’area OCSE che a partire dagli anni ’90 ha registrato una riduzione costante del salario di lavoratrici e lavoratori, il motivo è proprio quello della dismissione generalizzata del tessuto produttivo che era stato ricostruito e sviluppato dal Paese nel secondo dopoguerra.

Una dismissione che ha trasformato l’Italia in un paese in via di sottosviluppo, dove i giovani hanno soltanto due alternative:
La situazione determinata dalla sentenza della magistratura milanese, ovviamente, minaccia anche il nostro territorio, perché la chiusura dell’area a caldo di Taranto bloccherebbe la produzione dei semilavorati che vengono poi finiti a Cornigliano e Novi Ligure.

Tale criticità è stata immediatamente colta da padroni e politica, ovviamente in senso regressivo. Confindustria Genova ha parlato esplicitamente di superamento dell’accordo quadro del 2005 e di vendita separata degli stabilimenti di Cornigliano e Novi su cui avrebbe messo gli occhi Arvedi (che non brilla per tutela ambientale e della salute, chiedere ai cremonesi per conferma).

Ma anche il governo per bocca di Urso ha citato pubblicamente l’ipotesi di mettere sul mercato solo le aree a freddo di AdI, prefigurando l’inevitabile spezzatino aziendale. Gli unici ad aver chiara la dimensione del problema sono i lavoratori che tramite l’USB hanno ribadito ancora una volta che:
  • il siderurgico in Italia ha futuro soltanto se rilanciato mediante una politica industriale pubblica e pianificata. Basta quindi con le dichiarazioni buone per i microfoni e si mettano finalmente al lavoro competenze e talenti per stabilire cosa produrre, in quali quantità, in quanto tempo, in quali stabilimenti e con quali tecnologie;
  • AdI, quindi, si salva soltanto con la nazionalizzazione completa dell’azienda;
  • a cui deve seguire la decarbonizzazione dell’intero processo produttivo;
  • tutto questo non deve gravare sulle tasche presenti e future dei lavoratori AdI e dell’indotto e nemmeno sulla salute degli abitanti dei territori in cui sono presenti gli impianti.
A quanto sopra ci preme aggiungere una riflessione. La lottizzazione di AdI, in un contesto di sovrapproduzione strutturale della siderurgia mondiale, potrebbe causare una riduzione o peggio uno smantellamento totale dell’impianto di Cornigliano.

Al contempo, le aree attualmente occupate dalla fabbrica, da anni sono oggetto degli appetiti dei terminalisti portuali attivi a Genova, che vedrebbero di buon grado l’espansione delle banchine dedicate ai traffici commerciali.

Quindi meno “produzione” e più “logistica”. Ma se la manifattura diventa sempre più residuale e a basso valore aggiunto quali merci dovrebbero essere movimentate? E verso quali mercati se la tendenza globale al protezionismo e ai dazi cresce senza sosta?

Saremmo ingenui se pensassimo che la classe dirigente italiana abbia competenze utili e interesse ad analizzare e mettere in pratica quanto abbiamo appena esposto. I fatti dimostrano l’esatto contrario, da troppi anni.

Restiamo quindi al fianco dei lavoratori e sosterremmo con tutti i mezzi a nostra disposizione le mobilitazioni che metteranno in campo nel tentativo di arginare, almeno nel loro settore, il declino di questo Paese.

Senza un’industria di qualità il paese muore, il futuro che hanno in mente in Parlamento è questo?

RdC Genova

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