Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/08/2026

Ex Ilva, l’ennesimo capitolo nella dismissione coatta della fabbrica

Nei giorni scorsi, per la sesta volta consecutiva in 14 anni, la magistratura si è espressa per la chiusura delle aree a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto.

La motivazione è sempre la stessa. Quelle aree produttive continuano a essere una bomba ambientale e sanitaria piazzata sotto i piedi dei lavoratori dell’impianto e degli abitanti di Taranto. La sentenza emessa il 27 luglio dalla Corte d’Appello di Milano certifica inesorabilmente che:
  • quella di “mercato” – la ricerca di un compratore/investitore privato che “rilanci” l’azienda – non è una soluzione, ma parte integrante del problema;
  • le forze politiche che hanno occupato gli scranni parlamentari negli ultimi tre lustri sono tutte equamente responsabili del disastro che in questi giorni, ancora una volta, è tornato alla ribalta nelle cronache giornalistiche;
  • al netto dei discorsi propagandistici sulla “resilienza” prima e la “sovranità” più di recente, l’unica politica industriale perseguita dalle suddette forze politiche è solo una e sempre uguale a sé stessa: la dismissione.
Se l’Italia è l’unico paese dell’area OCSE che a partire dagli anni ’90 ha registrato una riduzione costante del salario di lavoratrici e lavoratori, il motivo è proprio quello della dismissione generalizzata del tessuto produttivo che era stato ricostruito e sviluppato dal Paese nel secondo dopoguerra.

Una dismissione che ha trasformato l’Italia in un paese in via di sottosviluppo, dove i giovani hanno soltanto due alternative:
La situazione determinata dalla sentenza della magistratura milanese, ovviamente, minaccia anche il nostro territorio, perché la chiusura dell’area a caldo di Taranto bloccherebbe la produzione dei semilavorati che vengono poi finiti a Cornigliano e Novi Ligure.

Tale criticità è stata immediatamente colta da padroni e politica, ovviamente in senso regressivo. Confindustria Genova ha parlato esplicitamente di superamento dell’accordo quadro del 2005 e di vendita separata degli stabilimenti di Cornigliano e Novi su cui avrebbe messo gli occhi Arvedi (che non brilla per tutela ambientale e della salute, chiedere ai cremonesi per conferma).

Ma anche il governo per bocca di Urso ha citato pubblicamente l’ipotesi di mettere sul mercato solo le aree a freddo di AdI, prefigurando l’inevitabile spezzatino aziendale. Gli unici ad aver chiara la dimensione del problema sono i lavoratori che tramite l’USB hanno ribadito ancora una volta che:
  • il siderurgico in Italia ha futuro soltanto se rilanciato mediante una politica industriale pubblica e pianificata. Basta quindi con le dichiarazioni buone per i microfoni e si mettano finalmente al lavoro competenze e talenti per stabilire cosa produrre, in quali quantità, in quanto tempo, in quali stabilimenti e con quali tecnologie;
  • AdI, quindi, si salva soltanto con la nazionalizzazione completa dell’azienda;
  • a cui deve seguire la decarbonizzazione dell’intero processo produttivo;
  • tutto questo non deve gravare sulle tasche presenti e future dei lavoratori AdI e dell’indotto e nemmeno sulla salute degli abitanti dei territori in cui sono presenti gli impianti.
A quanto sopra ci preme aggiungere una riflessione. La lottizzazione di AdI, in un contesto di sovrapproduzione strutturale della siderurgia mondiale, potrebbe causare una riduzione o peggio uno smantellamento totale dell’impianto di Cornigliano.

Al contempo, le aree attualmente occupate dalla fabbrica, da anni sono oggetto degli appetiti dei terminalisti portuali attivi a Genova, che vedrebbero di buon grado l’espansione delle banchine dedicate ai traffici commerciali.

Quindi meno “produzione” e più “logistica”. Ma se la manifattura diventa sempre più residuale e a basso valore aggiunto quali merci dovrebbero essere movimentate? E verso quali mercati se la tendenza globale al protezionismo e ai dazi cresce senza sosta?

Saremmo ingenui se pensassimo che la classe dirigente italiana abbia competenze utili e interesse ad analizzare e mettere in pratica quanto abbiamo appena esposto. I fatti dimostrano l’esatto contrario, da troppi anni.

Restiamo quindi al fianco dei lavoratori e sosterremmo con tutti i mezzi a nostra disposizione le mobilitazioni che metteranno in campo nel tentativo di arginare, almeno nel loro settore, il declino di questo Paese.

Senza un’industria di qualità il paese muore, il futuro che hanno in mente in Parlamento è questo?

RdC Genova

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28/07/2026

La ex Ilva va nazionalizzata, per la salute e per il lavoro

La decisione della Corte d’Appello di Milano conferma la gravità della situazione ambientale e sanitaria dello stabilimento di Taranto e impone interventi immediati. La tutela della salute e dell’ambiente non può essere messa in discussione e le prescrizioni della magistratura devono trovare piena attuazione.

Sarebbe però un gravissimo errore utilizzare questa sentenza come alibi per accompagnare la chiusura definitiva della siderurgia italiana. La responsabilità di questa situazione è il risultato di decenni di scelte industriali fallimentari e dell’incapacità di imporre ai soggetti privati gli investimenti necessari per garantire sicurezza, ambiente e continuità produttiva.

La sentenza conferma che non è più il tempo di rinvii o di soluzioni tampone. Serve una scelta politica chiara e coraggiosa: la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia è oggi l’unico strumento in grado di garantire la messa in sicurezza degli impianti, le bonifiche, la decarbonizzazione e la continuità produttiva.

È una scelta che altri Paesi europei hanno già compiuto per tutelare asset strategici e occupazione. Il recente intervento del Governo britannico su British Steel dimostra che, quando sono in gioco migliaia di posti di lavoro e una produzione strategica, lo Stato può e deve assumersi la responsabilità di intervenire.

La nazionalizzazione deve servire innanzitutto a tutelare i lavoratori. Deve garantire l’occupazione, impedire che il costo della transizione ricada ancora una volta su lavoratrici e lavoratori e assicurare gli investimenti necessari per la messa in sicurezza degli impianti e la decarbonizzazione.

Oggi, però, la priorità è una sola: nessun lavoratore deve essere lasciato indietro.

È necessario costruire immediatamente un sistema di tutele straordinarie che coinvolga tutti i lavoratori interessati dalla crisi: i dipendenti di Acciaierie d’Italia, quelli di Ilva in Amministrazione Straordinaria, i lavoratori degli appalti, dell’indotto e tutte le aziende della filiera che rischiano di pagare il prezzo di questa vicenda.

Gli strumenti ordinari non sono più sufficienti. È il momento di aprire un confronto nazionale per introdurre misure nuove, a partire dall’istituzione di un Reddito di Transizione, capace di garantire continuità economica e dignità ai lavoratori durante il percorso di messa in sicurezza, bonifica e riconversione industriale.

Allo stesso tempo chiediamo l’apertura immediata di un confronto per il riconoscimento del lavoro siderurgico come lavoro usurante, restituendo dignità a migliaia di lavoratrici e lavoratori che per decenni hanno operato in uno dei comparti più gravosi e rischiosi dell’industria italiana.

La crisi dell’ex Ilva non può essere affrontata contrapponendo salute e lavoro. L’Italia ha bisogno di una politica industriale che tenga insieme ambiente, occupazione e produzione strategica. Per USB questa strada passa da un forte intervento pubblico, dalla piena tutela del lavoro e da una transizione che non scarichi il proprio costo su chi, per anni, ha già pagato il prezzo delle scelte sbagliate della politica e dei privati.

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05/04/2026

I capolavori del neoliberalismo

di Alessandro Volpi

In Italia fino agli anni Novanta le raffinerie erano di proprietà statale. Poi si è affermata la religione neoliberale della privatizzazione, che muoveva dall’assunto secondo cui nulla è più “strategico” del mercato, e le raffinerie sono state privatizzate.

Almeno in parte, perché alcune erano rimaste in mano all’Eni, che però poi è stata privatizzata. Oggi, esistono in Italia 11 raffinerie principali, di cui 5 sono in mano ad Eni – dove lo Stato ha ormai solo il 32% – una è nella mani di Vitol, una di Trafigura, una di Sonatrach, la compagnia di Stato algerina, due di Ip e una di Iplom.

Nell’attuale crisi questa proprietà privata potrebbe costituire un problema serio perché le società proprietarie delle raffinerie potrebbero importare petrolio e gas e rivenderli a realtà che pagano di più non considerando il “mercato” italiano e dunque privando il sistema paese di energia o facendogliela pagare decisamente di più. A poco servirebbero in tal caso il Golden Power o i richiami alle riserve “strategiche”.

I consumatori italiani pagheranno di più. Punto. E allora serviranno nuovi decreti di riduzione del prezzo alla pompa che non saranno in alcun modo in grado di frenare i prezzi e toglieranno risorse pubbliche ad altre destinazioni.

Draghi spese oltre 7 miliardi, con il “consenso” europeo, ora Meloni-Giorgetti hanno già speso quasi 2 miliardi che non sono riusciti a lenire gli effetti dell’aumento dei prezzi, con Arera che annuncia un ulteriore aumento delle tariffe del gas del 19,2%.

Forse, meglio di buttare tutti questi soldi sarebbe utile pensare ad una rinazionalizzazione del settore energetico, con buon pace dei “mercatasti” alla Marattin: con i prezzi attuali la nazionalizzazione si pagherebbe con i dividendi non distribuiti ai privati e utilizzati per ripagare il debito contratto per nazionalizzare e, al contempo, si potrebbe davvero procedere ad una politica di riduzione delle tariffe interne, senza destinare ogni anno miliardi per pagare di più l’energia privata.

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31/12/2025

Quello italiano è un capitalismo "assistito"

Ma l’avete vista l’Italia? È un Paese meraviglioso, un vero laboratorio di miracoli. Soprattutto in sanità. Siamo diventati la terra promessa delle cliniche e dei grandi poli ospedalieri privati, quelle corazzate che brillano di marmo e tecnologia, dove il progresso galoppa ma il portafoglio che paga è sempre lo stesso: il tuo. Siamo ai vertici mondiali per spesa privata, ma con un trucco che farebbe invidia a un prestigiatore.

Il meccanismo è di un’eleganza quasi commovente. Il privato investe, certo, compra macchinari che sembrano astronavi e costruisce ali d’ospedale da grand hotel. Ma lo fa con la certezza matematica che lo Stato coprirà ogni centesimo. È un rischio d’impresa che fa ridere i polli: io compro il giocattolo e tu, caro contribuente, mi garantisci per contratto che mi pagherai il biglietto per usarlo, vita natural durante.

E il gioco si fa raffinato, direi chirurgico. Queste strutture scelgono dal menù: “Questo intervento rende? Dà un bel margine di profitto? Lo prendo. Quest’altro è una rogna, costa troppo, richiede una terapia intensiva che mangia il bilancio? Uh, no, per quello c’è l’ospedale pubblico in fondo alla strada”. È una sanità selettiva, che tiene per sé la crema delle prestazioni programmate e scarica sulla “carretta” dello Stato le emergenze, i disastri e i costi fissi della sopravvivenza. Noi facciamo l’eccellenza rimborsata, voi fate la trincea dei pronto soccorso.

Ma la vera perla, il tocco di classe, è il rinnovo automatico. Ogni anno le Regioni firmano, zitte e rassegnate, senza una gara, senza un dubbio, garantendo flussi di denaro in continuità con l’anno precedente. Abbiamo inventato il capitalismo assistito, dove la concorrenza non esiste e il profitto è un vitalizio. E intanto questa destra che ci parla di “Nazione”, che si sente erede di chissà quale orgoglio identitario, guarda dall’altra parte mentre il diritto alla salute viene appaltato a pezzi, come se la sovranità nazionale finisse davanti alla soglia di una fondazione privata.

Questa situazione non è più tollerabile: è un’urgenza civile invertire la rotta prima che la privatizzazione silenziosa incida ancora di più sulla nostra carne. Le soluzioni ci sono: bisogna avere il coraggio di tagliare il rilascio di nuove convenzioni e avviare una nazionalizzazione progressiva delle strutture strategiche.

Se un grande ospedale è indispensabile alla vita dei cittadini e non starebbe in piedi un solo giorno senza l’ossigeno del denaro pubblico, allora deve tornare allo Stato. Deve tornare a essere nostro. Senza filtri e senza dividendi sulla pelle di chi soffre. Perché la salute non è un’azione in borsa: è l’ultimo baluardo che ci rende ancora delle persone e non dei semplici clienti di un’azienda.

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12/12/2025

I sedicenti patrioti che non difendono l’acciaio italiano

di Emiliano Brancaccio

Affrontare le crisi senza uno straccio di coordinamento internazionale affidandosi ai soli capitalisti privati. Potremmo chiamarlo “sovranismo padronale” e sintetizza bene le compulsioni del governo italiano in tema di ristrutturazioni industriali. Il caso dell’acciaio è emblematico.

Quando si dice che di necessità si può fare virtù: l’eredità storica di paese carente di materie prime ci ha resi virtuosi nella produzione di acciaio. La siderurgia italiana è tra le più efficienti dal punto di vista del riciclo: circa l’85 percento del prodotto deriva da rottame ferroso, a fronte di una media europea del 60 e una media mondiale di appena il 30 percento. Per questa ragione, l’industria italiana è complessivamente anche la più pulita in assoluto: rispetto alla media mondiale, emettiamo meno della metà di tonnellate di anidride carbonica per ogni tonnellata di acciaio realizzata. Inoltre, a riprova del fatto che il problema principale non riguarda la quantità di occupati, l’acciaio italiano viene realizzato con livelli di produttività senza pari in larga parte del mondo: dal 25 al 35 percento di valore aggiunto in più per addetto rispetto ai principali concorrenti Ue.

Certo, la crisi in corso riguarda principalmente gli impianti ex-Ilva, che sono produttori della quota residua di acciaio primario, ossia non riciclato, di poco superiore al 10 percento nazionale.

Con questa giustificazione, Federacciai sostiene che sarebbe meglio disfarsene. E il governo, a ruota, sembra fermo sull’ipotesi di regalare gli impianti a fondi esteri intenzionati a spacchettare, distruggere e rivendere in fretta.

Il problema è che l’acciaio primario rappresenta tuttora un semi-lavorato insostituibile in molte industrie ad alto valore aggiunto. Non a caso, il calo della produzione nazionale si è tradotto in un significativo aumento delle importazioni dall’estero. Ecco un tipico esempio in cui, con un furbo travisamento della questione ecologica, il “sovranismo padronale” si accinge a determinare danni sistemici, nell’interesse di pochi affaristi.

Affrontare la questione secondo logica, invece, richiederebbe un ribaltamento dei termini del problema. Ossia, proprio il fatto che la quota di produzione al centro della crisi è al tempo stesso modesta ma difficilmente sostituibile, consentirebbe di inquadrarla in una strategia di carattere generale. Diciamo pure, senza scandalizzarci: di pianificazione pubblica, per decidere i destini della siderurgia italiana all’interno di un quadro europeo che finora è risultato sbilanciato e contraddittorio.

Nel dibattito sull’acciaio si fa spesso riferimento agli eccessi di capacità produttiva causati dalla superproduzione cinese e dai dazi americani. Questi problemi esistono ma sono secondari. Gli Stati Uniti registrano già un deficit commerciale siderurgico di 18 milioni di tonnellate, quasi il 20 percento della loro produzione interna, circa 11 miliardi di dollari. Quindi, pretendere dagli americani di importare ulteriormente è una partita persa. Quanto all’enorme export cinese, si tratta di un’onda che colpisce tutti ma l’Unione europea sta reggendo bene l’impatto. Infatti, se è vero che siamo in deficit di tonnellate, in valore monetario risultiamo comunque in surplus di circa 5 miliardi di euro.

Lo sbilancio principale dell’acciaio, allora, non è fuori ma è dentro l’Unione europea. Basti notare un fatto. Gli impianti tedeschi riciclano molto meno, inquinano molto di più e sono pure caratterizzati da minore produttività del lavoro. Eppure, la Germania è in surplus di 4,3 milioni di tonnellate, mentre l’Italia è in deficit di 3,5 milioni di tonnellate. Rivendicare un riequilibrio interno all’Ue costituirebbe non solo una legittima istanza nazionale ma anche una giusta proposta di pianificazione ecologica europea.

Sarebbe il caso di sollevare il problema con von der Leyen, che a parole insiste su una siderurgia europea “forte e decarbonizzata”. Ma forse i sedicenti patrioti di Meloni sono troppo indaffarati a cedere l’acciaio italiano a qualche speculatore di passaggio.

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02/12/2025

L’ex Ilva serve, la cura c’è: vento e idrogeno verde

di Franco Padella

La vera opportunità per Taranto e la Puglia risiede in una strategia integrata che leghi lo sviluppo delle rinnovabili alla produzione di idrogeno verde per la siderurgia. Soluzioni tampone basate sul gas sono miopi e fallaci. Un piano industriale pubblico per evitare una grave perdita per l’intera industria italiana.

Il percorso verso una siderurgia sostenibile e il dibattito sul futuro dell’ex ILVA di Taranto, con il suo drammatico intreccio di posti di lavoro a rischio e impatto ambientale, continuano a riproporsi ciclicamente, rivelando, a livello governativo, il perpetuare dell’assenza di una visione prospettica, unica in grado di fornire una soluzione che non ripeta il passato di inquinamento e progressivo smantellamento dell’impianto. Contro questo destino disegnato lo scorso 16 ottobre si è svolto con successo lo sciopero generale dell’intera ex ILVA e del tema della riconversione ambientalmente sostenibile di Taranto si è occupato il 17 ottobre un convegno di Legambiente, all’interno del quale è stato presentato uno studio dell’Università di Bari verso tale direzione. Taranto rappresenta molto più dell’emergenza nazionale, che pure è: è il simbolo della centralità della siderurgia per un Paese industrializzato, e della necessità di mantenere una capacità produttiva in un momento di profonda trasformazione degli assetti politici e tecnologici del mondo. Troppo spesso, nel fiume di parole che da anni circonda l’ex ILVA, si perde di vista la centralità dell’acciaio nella società attuale e futura, materiale centrale in qualunque settore dell’industria manifatturiera che non è possibile relegare ad un più o meno glorioso passato. La questione, del tutto irrisolta nel caso di Taranto, non è se sia necessario produrre acciaio, ma come farlo in modo sostenibile per l’ambiente e per il territorio.

L’acciaio è una lega metallica composta principalmente di ferro e carbonio, quest’ultimo in quantità inferiori all’1,7%. Simbolo stesso dell’industrializzazione, ancora oggi l’acciaio rappresenta oltre il 90% dell’intera produzione di metalli raffinati nel mondo. Viene prodotto rimuovendo chimicamente l’ossigeno dai minerali di ferro, il processo tradizionale avviene ad alta temperatura, con formazione di anidride carbonica. Nel 2024 la produzione di acciaio grezzo mondiale è stata di 1,88 miliardi di tonnellate, con 3,7 miliardi di tonnellate di CO₂ emessa, tra il 7 e l’11 % delle emissioni globali. Circa 200 milioni di tonnellate di emissioni provengono dall’Europa. Queste sono le cifre globali della siderurgia. Il tutto in un quadro normativo e tecnologico in piena evoluzione all’interno del quale l’Italia, con le sue ripetute e disastrose cessioni della siderurgia ex pubblica, nei fatti appare aver rinunciato ad avere un ruolo attivo. Un ruolo che solo un intervento sistemico, non lasciato alle buone volontà dei passati come di futuri acquirenti industriali, può garantire.

Prendendo spunto dallo sciopero del gruppo ex ILVA del 6 ottobre scorso e dal convegno di presentazione del report sulla riconversione di Legambiente, questo testo si propone di fare chiarezza su cosa è la produzione di acciaio, affrontando il tema della riconversione sostenibile della siderurgia attraverso qualche spiegazione delle tecnologie e dei processi che possono guidare la transizione. L’obiettivo è fornire gli strumenti per comprendere di cosa si parla, oltre il rumore di fondo che da troppo tempo caratterizza la questione dell’ex ILVA.

Le condizioni al contorno: l’Emission Trading System e il Carbon Border Adjustement Mechanism

La Comunità Europea regola le sue emissioni di anidride carbonica (dette anche emissioni di carbonio) attraverso un meccanismo di commercio detto Emissions Trade System (ETS). Questo è un sistema “cap-and-trade” (tetto e scambio) nel quale la Comunità fissa un limite massimo alle emissioni totali consentite per impianti ad alta intensità energetica (tra i quali la siderurgia). Il tetto stabilito si riduce nel tempo. Nello scambio vengono allocate o vengono messe all’asta delle “quote di emissione”, le quali, nel caso di non utilizzo, possono esser vendute alle aziende che emettono più delle quote loro precedentemente assegnate. Si crea in questo modo un mercato delle emissioni, nel quale la CO₂ emessa assume una quotazione economica portando, conseguentemente, ad un aumento dei costi di produzione. È previsto che il meccanismo assuma forme via via più stringenti nel tempo con la graduale riduzione delle quote di emissione gratuite, secondo un percorso di eliminazione (phase-out) ben preciso, stabilito nel pacchetto “Fit for 55”.

A partire dall’inizio nel 2026 è prevista una riduzione lineare delle quote gratuite, per finire con la loro eliminazione nel 2034. L’ingresso di prodotti da Paesi non soggetti al sistema ETS verrà regolato da un meccanismo di aggiustamento alla frontiera (Carbon Border Adjustment Mechanism-CBAM) con il quale saranno tassate le importazioni di merci carbon-intensive (come nel nostro caso l’acciaio). Questo per evitare lo spostamento delle produzioni verso Paesi con regole più deboli. Il CBAM imporrà un prezzo del carbonio sulle importazioni di acciaio (e altri beni) pari a quello che l’importatore avrebbe pagato se il prodotto fosse stato fabbricato sotto l’ETS europeo. Con il CBAM la siderurgia europea perde la protezione interna dovuta alle quote gratuite, guadagnando al contempo una protezione alla frontiera contro la concorrenza estera.

Già oggi, ancora in presenza delle quote di assegnazione gratuite, il prezzo della CO2 vale circa 80-90 €/tonnellata (2023-2024) un valore che le proiezioni della Commissione UE, come quelle di analisti indipendenti, indicano già essere pari alla metà del valore in grado di rendere profittevoli gli investimenti in tecnologie verdi nelle attività siderurgiche. Raggiunto tale valore non sarà più economicamente sostenibile la produzione d’acciaio per vie tradizionali, spingendo la siderurgia verso la trasformazione green sia per obbligo normativo che per convenienza economica. La combinazione di CBAM ed ETS, nella prossima assenza di quote gratuite, crea così il quadro per una siderurgia europea decarbonizzata e competitiva. Ed è in tale quadro che si stanno muovendo colossi europei quali Tyssen Krupp, o progetti di sviluppo molto avanzati come Hybrit.

La produzione tradizionale: altoforno e convertitore finale

Il percorso dell’acciaio ha inizio dal minerale di ferro, costituito principalmente da ematite e magnetite. Il minerale grezzo viene successivamente frantumato, arricchito e agglomerato con sostanze fondenti per poi essere processato nell’altoforno. Quest’ultimo è un reattore chimico verticale dove a temperature che superano i 2.000°C il minerale viene trasformato in ghisa. Il processo è guidato dalla presenza di carbone che reagisce chimicamente con il minerale alle diverse temperature dell’altoforno, perdendo gradualmente ossigeno e producendo ferro e anidride carbonica. Le sostanze fondenti, fondamentalmente calcare, estraggono le impurità formando la ganga ed ulteriore emissione di CO₂.

Il prodotto di questo processo è ghisa, ferro con alto contenuto di carbonio disciolto (3-4%), fragile e non utile per la maggior parte delle applicazioni. La trasformazione finale in acciaio avviene in convertitori, sorta di crogiuoli dove viene insufflato ossigeno puro, che estrae il carbonio disciolto nel fuso producendo ancora CO₂. Il materiale residuo, ora acciaio, contiene a questo punto un tenore di carbonio inferiore al 2%.

Complessivamente il processo di produzione vede 2 tonnellate di CO₂ emessa per ogni tonnellata di acciaio prodotto. È questo l’impatto dell’acciaio primario da altoforno, strettamente connesso alla tecnologia di produzione. È questo che rende necessario il cambiamento dell’intero assetto produttivo. Ed è questo, infine, che ha visto finora fallire ogni ingresso di imprese private all’ex ILVA di Taranto.

L’alternativa all’altoforno: il forno elettrico

Nelle discussioni attuali attorno alla siderurgia la parola chiave appare essere il forno elettrico ad arco (Electric Arc Furnace – EAF), definito alternativa “verde” all’altoforno. La realtà, tuttavia, è più complessa. Nelle tecnologie correnti il forno elettrico si nutre di materiali di riciclo, prodotti da un’economia circolare certamente positiva nel caso dell’acciaio, ma con limiti tecnologici nella qualità dell’acciaio finale prodotto. Il cuore del processo EAF è il rottame ferroso. A differenza dell’altoforno, che partendo da minerali deve compiere un articolato processo chimico di riduzione, il forno elettrico fonde semplicemente un materiale che è già acciaio. Il forno elettrico è strategico nell’economia del riciclo, e circa il 60% di acciaio europeo è prodotto in tal modo, con l’UE leader mondiale nel riciclo, con un tasso del rottame che supera l’80%. La media globale è ben più bassa, attestandosi intorno al 30-35% della produzione globale. Economie come la Cina e l’India, che dominano la produzione mondiale, si basano ancora pesantemente sull’altoforno per soddisfare una domanda di acciaio primario in crescita esplosiva. In sintesi, su circa 1,9 miliardi di tonnellate di acciaio prodotto globalmente ogni anno, poco meno di 1/3 proviene dalla rifusione dei rottami in un forno elettrico. Essendo il rottame un materiale “sporco” dal punto di vista metallurgico, l’acciaio riciclato ha tuttavia dei limiti nella qualità del prodotto finale. Durante i suoi cicli di vita, contaminanti diffusi quali rame, stagno, cromo, nichel ed altro si accumulano nel bagno di acciaio fuso rendendo l’acciaio fragile e non adatto ad applicazioni critiche come, ad esempio, le lamiere per automobili o le travi per grandi infrastrutture. A questo si aggiunge il fatto che la domanda di acciaio primario è in crescita, trainata dai Paesi in via di sviluppo e dalla insufficienza del rottame disponibile su scala globale.

Ecco perché il forno elettrico EAF non può sostituire l’altoforno, ma deve essere integrato in un processo più complesso, in maniera tale da costituire una nuova tecnologia di produzione. È qui che interviene un “nuovo” materiale di cui da un po’ di tempo si sente la denominazione. Si tratta del DRI (Direct Reduced Iron, ferro da riduzione diretta).

Il ferro da riduzione diretta

Il DRI, o Ferro da Riduzione Diretta, non è un semplice “nuovo” materiale di partenza da immettere nel forno elettrico, ma il prodotto di processo chimico completamente alternativo all’altoforno. Comprendere il DRI è la chiave per capire il cambio che la siderurgia richiede.

Il DRI è ferro metallico prodotto dalla estrazione chimica dell’ossigeno dal minerale allo stato solido. Questo avviene in assenza di fusione del metallo, attraverso un gas in grado di reagire con l’ossigeno presente nel minerale solido. Il DRI ottenuto ha un aspetto spugnoso e poroso (da cui il nome “ferro spugna”) perché la rimozione dell’ossigeno dagli ossidi di partenza e in assenza di fusione lascia dei vuoti nella struttura microscopica del materiale. Il DRI è ferro metallico per l’85-95%, con ossido residuo (3-8%), carbonio (0,5-2%) e scorie (3-5%). Il materiale è piroforico e quindi per renderlo facilmente maneggiabile e facilitarne trasporto e stoccaggio è compresso in pani densi e non più piroforici. A differenza dell’altoforno, che “mangia tutto”, il processo DRI è più sensibile ed esigente. Fondamentali sono gli ossidi di partenza, che devono possedere purezza e proprietà fisiche superiori. La forma di partenza è costituita da pellets, sorta di palline con una buona uniformità dimensionale (10-15 mm) e composizionale, ottenute agglomerando polvere di minerale di ferro finemente macinata (concentrato) e “cotte” ad alta temperatura evitando la fusione. Questa forma garantisce una permeabilità ottimale al passaggio del gas riducente all’interno del reattore DRI. Il tenore di ferro deve essere il più alto possibile, idealmente maggiore del 67%, mentre i contaminanti minerali debbono essere in quantità minimali o nulle. Rispetto all’altoforno, i requisiti del materiale di partenza sono stretti e ben definiti, rappresentando essi stessi un elemento fondamentale di differenziazione dal processo tradizionale.

Nelle discussioni sul futuro dell’ILVA appare finalmente anche il termine DRI, ma insieme a questo, come un fantasma fossile, aleggia lo spettro del gas naturale, ad occhi distorti visto come chiave di volta per il processo di ambientalizzazione. Ma ancora una volta la realtà è più complessa e il gas naturale non è la soluzione.

Il DRI a gas naturale

Quando si parla di produrre “ferro spugna” o DRI su larga scala, la tecnologia che domina il panorama attorno alla questione ILVA di Taranto parla di gas naturale. Questo idrocarburo ha un ruolo non solo come fonte energetica, ma fornisce anche la “chimica” necessaria per strappare l’ossigeno dal minerale. A questo gas, in maniera miope, appare da tempo affidarsi l’orizzonte istituzionale di ambientalizzazione della siderurgia primaria italiana.

Come funziona la produzione di DRI con il gas naturale? Il processo non inizia direttamente nel forno di riduzione. Il gas naturale, composto principalmente da metano, deve subire una trasformazione preliminare in reazione con acqua. In un apposito reattore detto reformer, il metano viene fatto reagire con vapore acqueo ad alta temperatura. Viene prodotto un gas, detto syngas, costituito da una miscela di monossido di carbonio e idrogeno. È il syngas che viene fatto reagire con minerale di ferro in pellet, portato a temperature comprese tra gli 800 e i 1.050°C. Il syngas attacca il minerale, ne estrae l’ossigeno e forma il ferro DRI solido e spugnoso pronto per essere fuso in un forno elettrico.

Anche qui il punto cruciale, ancora una volta, è costituito dalle emissioni. Con il DRI a gas naturale, l’anidride carbonica non è un semplice sottoprodotto accidentale ma è intrinseca alla reazione chimica stessa. Ogni volta che una molecola di CO, prodotta da metano, riduce il minerale, genera una molecola di CO₂. Questa è la fonte principale di emissioni, e la sua produzione è inevitabile in questo schema chimico. Altra CO₂ viene emessa dalla combustione, necessaria per generare il calore che alimenta il reformer e mantiene il reattore alla temperatura operativa. Considerando le emissioni indirette, legate all’energia elettrica che fa funzionare pompe, compressori e altri ausiliari, abbiamo che per ogni tonnellata di DRI prodotta con syngas ottenuto da metano l’atmosfera si carica di 1,2 – 1,6 tonnellate di CO₂. Se è vero che è un netto miglioramento rispetto alle quasi 2 tonnellate dell’altoforno, è altrettanto chiaro che questa rimane una tecnologia lontana dall’essere la soluzione definitiva per un’acciaieria a zero emissioni. La sopravvivenza economica del DRI ottenuto da gas è legata a un “paracadute” normativo destinato a sparire: le quote di emissione di CO₂ gratuite assegnate dall’Unione Europea. Man mano che le aziende saranno costrette a pagare per ogni tonnellata di CO₂ emessa, il costo di produzione del DRI a gas naturale schizzerà alle stelle, erodendone rapidamente la competitività. Il conto alla rovescia per il DRI a gas naturale è già iniziato. La sua finestra di opportunità come tecnologia-ponte è determinata dal prezzo crescente del carbonio e dalla scadenza delle agevolazioni. Investire oggi in un nuovo impianto DRI a gas naturale senza un piano chiaro per la rapida conversione all’idrogeno verde significa rischiare di ritrovarsi in una condizione velocemente antieconomica.

Il DRI ad idrogeno

Il processo che utilizza idrogeno verde è il solo che può essere definito quale meta realistica per la decarbonizzazione dell’acciaio primario. Il concetto è radicale: sostituire completamente il gas naturale con idrogeno verde, e cioè prodotto esclusivamente da elettricità rinnovabile.

Il processo centrale avviene in un elettrolizzatore, un apparato alimentato da corrente elettrica che scompone le molecole d’acqua in idrogeno ed ossigeno. Il processo richiede circa 50 kWh di energia elettrica per produrre un chilogrammo di H₂. L’idrogeno verde viene immesso direttamente nel reattore di riduzione diretta, dello stesso tipo di forno utilizzato per il gas naturale. All’interno, a temperature tra gli 800 e i 1.050°C, avviene la reazione che trasforma il minerale. L’idrogeno strappa l’ossigeno dagli ossidi di ferro, producendo la sola emissione di vapore acqueo. Dal reattore fuoriesce un “DRI verde”, identico nell’aspetto al suo predecessore fossile, ma con emissioni di CO₂ azzerate, in quanto la reazione chimica produce solo vapore acqueo e non anidride carbonica. Le emissioni di combustione sono azzerate in quanto non c’è combustione di idrocarburi. Il calore necessario può essere generato elettricamente o recuperando e riciclando i gas del processo stesso, sempre alimentati da energia rinnovabile. Le emissioni indirette possono essere azzerate.

Se l’intero sistema (elettrolizzatore e ausiliari dell’impianto) è alimentato da elettricità rinnovabile, anche queste emissioni si annullano. In sintesi, la produzione di una tonnellata di “DRI verde” può virtualmente avvenire con zero tonnellate di CO₂ emesse direttamente dal processo.

Le uniche emissioni residue, che possono essere ulteriormente mitigate, sono quelle legate all’estrazione e al trasporto del minerale di ferro. Questo processo trasforma la siderurgia da uno dei principali responsabili delle emissioni globali a un’attività potenzialmente a impatto climatico nullo.

La Puglia, le fonti rinnovabili e l’idrogeno verde per una siderurgia pulita

La Puglia è la regione italiana leader nelle rinnovabili, avendo un totale di 7,36 GW di potenza rinnovabile installata (fotovoltaico più eolico). A tale potenza corrisponde una produzione stimata di 16,5 TWh annui di energia pulita. Tuttavia la Puglia ha ancora un’enorme capacità di crescita: entro il 2030 potrebbe raddoppiare la potenza installata, raggiungendo una capacità produttiva tra i 28 e i 36 TWh annui (1 TWH=1000000 kWh). Il fotovoltaico è destinato a trainare questa crescita, con progetti di agri-voltaico e comunità energetiche che potrebbero portare la produzione da fonte solare a 12-15 TWh. L’eolico a terra, già robusto a 9 TWh, può puntare sul “repowering”, sostituzione dei generatori obsoleti, per arrivare a 14 TWh. Completa il quadro l’eolico offshore, con progetti in sviluppo che potrebbero contribuire con almeno ulteriori ulteriori 3-6 TWh annui. In questo quadro il surplus energetico può trasformarsi in una concreta opportunità per la riconversione industriale.

Una produzione realistica di acciaio nell’ex ILVA di Taranto si può assestare tra i 4 e i 6 milioni di tonnellate annue. Considerando un consumo di 50-55 kg di H₂ per tonnellata di DRI prodotto questo porta ad una valutazione di 200.000-300.000 tonnellate annue di idrogeno, con un corrispondente consumo di energia tra i 10 ed i 15 TWh/annui, un valore di circa la metà del potenziale rinnovabile previsto nella regione al 2030. Questi numeri, come ben sottolineato all’interno dello stesso convegno di Legambiente, evidenziano con chiarezza che la riconversione sostenibile dello stabilimento è tecnicamente possibile, ma richiede lo sviluppo di un sistema energetico dedicato, con concreti investimenti in impianti rinnovabili ed elettrolizzatori. La Puglia possiede le potenzialità tecniche per supportare questa transizione, ma è evidente che un’operazione di questa portata non può realizzarsi senza un piano strategico nazionale che integri organicamente lo sviluppo delle rinnovabili con la riconversione industriale. Qualunque altra soluzione, definita più o meno opportunamente “tampone”, non potrà che portare l’acciaio di Taranto fuori da ogni competitività di mercato. Come abbiamo visto, e come sottolineato dai relatori, il tempo della riconversione possibile sta velocemente scadendo.

Per una visione pubblica della transizione

L’approccio finora seguito per la riconversione dell’ex ILVA di Taranto – basato sulla ricerca di un investitore privato che risolvesse definitivamente la questione – si è rivelato del tutto fallimentare. I continui tentativi di affidare a soggetti privati l’onere della transizione ecologica di un impianto strategico, per di più in assenza di un quadro chiaro di sostegno pubblico e di lungo periodo, hanno prodotto solo delusioni e ulteriore incertezza. Come sottolineato nella descrizione delle tecnologie e ben riportato nel convegno di Legambiente, la transizione sostenibile della produzione di acciaio è tecnicamente possibile, ma consiste in una azione complessa da giocare su più piani, che ha bisogno di un sistema tecnologico integrato non limitato alla acciaieria in quanto tale. L’inserimento del solo forno ad arco, magari alimentato con DRI derivante da metano o, peggio, comprato imbricchettato da produttori esterni o ancora peggio da solo acciaio di recupero, non copre le necessità di un Paese che voglia mantenere la strategicità della produzione di acciaio primario. Come ben sottolineato nel convegno, la trasformazione dell’acciaieria ha necessità radicali, che riguardano, oltre alla fabbrica, anche la produzione energetica e il territorio a monte, la produzione di idrogeno verde e il suo utilizzo per il DRI a valle. E riguardano la gente che nel territorio e nella fabbrica vive e lavora.

Sul fronte del lavoro il cambio di tecnologie comporterà anche una riduzione del personale impiegato direttamente nell’acciaieria, ma la forte espansione delle rinnovabili e l’inserimento degli elettrolizzatori può più che compensare le perdite dirette e di indotto nella fabbrica. È evidente che la complessità e i costi di questa trasformazione richiedono una regia pubblica forte e consapevole. Per questo motivo appare del tutto miope e controproducente l’enfasi posta su soluzioni intermedie come l’ambientalizzazione a gas naturale, tecnologia che ben presto andrà a finire su un binario morto. Presentare il DRI a gas come soluzione, in assenza di qualunque percorso di transizione veloce verso l’idrogeno verde, significa ignorarne i limiti strutturali: non solo mantiene una dipendenza dai combustibili fossili, ma produce comunque emissioni significative di CO₂, condannando l’impianto a diventare velocemente non competitivo, con l’aumento del prezzo del carbonio e la scomparsa delle quote gratuite europee.

La vera opportunità per Taranto e per la Puglia risiede in una strategia integrata che leghi indissolubilmente lo sviluppo delle energie rinnovabili alla produzione di idrogeno verde per la siderurgia. Il potenziale energetico della regione, ben superiore a quello odierno, può e deve essere finalizzato strategicamente verso un obiettivo preciso: creare una filiera dell’idrogeno verde dedicata alla decarbonizzazione dell’acciaieria. Come anche chiesto dal sindacato, tutto questo porta a definire come urgente e non più rinviabile la definizione di un piano industriale pubblico che assuma la conversione a idrogeno verde dell’ex ILVA come un progetto nazionale strategico, coordinando gli investimenti nel potenziamento delle rinnovabili in Puglia con la costruzione di elettrolizzatori dedicati e guidando la transizione tecnologica verso il DRI a idrogeno, unica strada per una siderurgia primaria a zero emissioni, competitiva e duratura.

Solo un intervento pubblico determinato e dotato di visione prospettica può spezzare il circolo vizioso dei fallimenti, trasformando Taranto da simbolo del degrado ambientale in uno dei poli europei per l’acciaio verde, con ricadute positive sull’occupazione, l’ambiente e l’intero sistema industriale nazionale.

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17/06/2025

Il Burkina Faso continua la nazionalizzazione del proprio oro

Il governo del Burkina Faso ha ufficializzato il trasferimento in mani statali di due miniere d’oro e di tre licenze di esplorazione per la ricerca del metallo prezioso. Una notizia che fa seguito a quelle di inizio maggio, che avevano già preannunciato l’intenzione della giunta guidata da Ibrahim Traoré di togliere ulteriore spazio alle compagnie minerarie occidentali nel proprio paese.

Al potere dalla fine del 2022, il nuovo governo, dopo aver rivisto il codice minerario e aver istituito la Société de Participation Minière du Burkina (SOPAMIB), un ente statale investito del compito di gestire e sviluppare le risorse strategiche, aveva già ritirato i permessi per le miniere d’oro di Inata e di manganese di Tambaoil nel marzo 2024.

La giunta burkinabè aveva poi nazionalizzato anche altre due miniere d’oro, quella di Boungou e quella di Wangnon, con un accordo dal valore di circa 80 milioni di dollari. Il primo sito era della britannica Endeavour Mining, mentre il secondo era affidato alla statunitense Burkina Lilium Mining. Ora, dunque, il paese africano fa un passo ulteriore su questo percorso.

La SOPAMIB, dal momento della sua fondazione, ha raccolto più di 8 tonnellate di oro nel 2024, e più di 11 solo nel primo trimestre del 2025, creando una vera e propria riserva aurea nazionale. Bisogna inoltre considerare l’importanza che il metallo ha riassunto negli ultimi mesi come bene rifugio, con i prezzi che sono aumentati in maniera sostenuta.

Va ricordato che il Burkina Faso è il quarto produttore africano d’oro, ed esso rappresenta anche il principale prodotto d’esportazione del paese. Tra il 2016 e il 2021 la quantità del metallo estratto era già aumentata del 74%, ed ora la giunta burkinabè vuole ridefinire i rapporti di potere nel settore, rispetto alle multinazionali occidentali, per assicurare benefici maggiori alla sua popolazione.

È la logica che hanno seguito le altre realtà che si sono ribellate al neocolonialismo occidentale e hanno formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES). Il Niger ha tagliato le fondamentali forniture di uranio di Parigi, mentre il Mali si è concentrato, anch’esso, sulle sue miniere d’oro. Tutti insieme, hanno assestato un duro colpo alla penetrazione occidentale nell’Africa sub-sahariana.

Forse anche per questo il tentativo di rovesciare il governo di Traoré è sempre in agguato. Ma bisogna anche dire che, seppur le ultime informazioni abbiano suscitato ulteriore preoccupazione negli investitori occidentali, nelle ultime settimane si è parlato di un accordo minerario tra i vertici burkinabè e l’australiana West African Resources Ltd, purché i termini siano favorevoli alla popolazione africana.

È questo il nodo. I processi politici di marcata impronta anticoloniale innescatisi negli ultimi anni dall’inasprirsi delle contraddizioni nella cintura del Sahel, ai margini dell’area che l’Unione Europea – in particolare attraverso la presenza francese – vorrebbe dichiarare come propria sfera di influenza, accanto al Mediterraneo allargato, continuano a mettere in crisi le mire imperialistiche unioneuropeiste.

Il Burkina Faso e i suoi alleati regionali vogliono evitare di tornare nella morsa dei vecchi padroni coloniali.

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25/04/2025

Regno Unito, il governo assume il controllo della British Steel Limited

Regno Unito: il governo assume il controllo della British Steel Limited, ultimo impianto britannico in grado di produrre acciaio nobile di prima fusione.
Il fallimento delle politiche di privatizzazione, assegna nuova centralità all’intervento statale.


Il premier laburista Starmer, sabato 12 aprile, ha eccezionalmente convocato la Camera dei Comuni durante la vacanze pasquali, per approvare con urgenza lo Steel Industry Act 2025 che conferisce al governo poteri straordinari per scongiurare la chiusura della British Steel Limited, l’ultimo stabilimento siderurgico britannico in grado di produrre “acciaio nobile” di prima fusione, dopo la cessazione delle attività nel settembre scorso dell’impianto gallese di Port Talbot (1). Il provvedimento legislativo è stato approvato per poter continuare a garantire l’approvvigionamento di materie prime allo stabilimento di Scunthorpe nell’Inghilterra centro-orientale (2). Una legge entrata in vigore a distanza di poche ore, facendo ricorso al Royal Assent, al fine di evitare l’arresto forzato dei due altoforni dopo che la proprietà, il gruppo cinese Jingye, aveva deciso di interrompere le forniture a causa delle ingenti perdite di esercizio oscillanti fra i 200 e i 250 milioni di sterline annue. Il governo britannico ha previsto un esborso di 230 milioni di sterline annue (3) e assumerà il management dell’impresa nella prospettiva ultima di una nazionalizzazione, anche se al momento la proprietà resta formalmente nelle mani di Jingye.

L’impianto di Scunthorpe era stato nazionalizzato nel 1967 dal primo ministro laburista Harold Wilson e successivamente privatizzato dalla conservatrice Margaret Thatcher nel 1988 in piena ondata neoliberista, intraprendendo il piano inclinato del depotenziamento e dei continui passaggi di proprietà che hanno portato alla crisi strutturale odierna.

Negli anni i dipendenti sono stati drasticamente ridotti fino ai 2.700 attuali e solo nell’ultimo decennio l’azienda ha visto alternarsi come proprietari l’indiana Tata Steel Europe, la svizzera Klesh e la società di investimento Greybull Capital. Quest’ultima, dopo averla acquistata per 1 sterlina nel 2016, nonostante avesse attuato un piano di risanamento a base di tagli a personale e stipendi (4), è arrivata alla dichiarazione di insolvenza nel 2019 (5), anche a causa dei 20 milioni annui di “commissioni di gestione” e interessi passivi addebitati all’azienda, attirandosi accuse di gestione di rapina (6). A quel punto è intervenuto il governo conservatore di Teresa May con un’operazione di salvataggio pubblico, per poi cedere la società nel 2020 alla cinese Jingye che ora vuol disfarsene a causa dei persistenti passivi di bilancio.

La vicenda British Steel Limited, come d’altronde quella della nostra Italsider, costituisce un esempio paradigmatico del fallimento delle politiche di privatizzazioni che hanno imperversato in Europa dagli anni ’80 in avanti. Talvolta le aziende pubbliche sono state vendute, a prezzi inferiori rispetto all’effettivo valore, a imprenditori privi di scrupoli che, dopo aver conseguito ingenti profitti riducendo manodopera e costi operativi, non hanno garantito gli investimenti necessari per l’ammodernamento tecnologico e l’adeguamento ambientale spingendole fuori mercato e costringendo la parte pubblica a intervenire per evitarne la chiusura. Sovente dopo aver concesso finanziamenti, facilitazioni fiscali ed energia a basso costo.

Privatizzazione dei profitti e socializzazione dei costi, un vecchio refrain mai passato di moda.

Taranto con l’ex Italsider, ora Ilva, ne sono la nostra più fulgida dimostrazione.

Note

1) https://it.marketscreener.com/quotazioni/azione/TATA-STEEL-LIMITED-6491942/attualita/La-piu-grande-acciaieria-della-Gran-Bretagna-terminera-la-produzione-dopo-100-anni-47963243/

2) https://en.wikipedia.org/wiki/Scunthorpe_Steelworks

3) https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/il-regno-unito-prende-il-controllo-di-british-steel.html

4) https://www.theguardian.com/business/2019/may/15/british-steels-owners-charging-company-20m-a-year-in-fees-and-interest

5) https://www.theguardian.com/business/2019/may/22/what-went-wrong-at-british-steel

6) The Guardian 23 maggio 2019 “Greybull Capital: salvatore di aziende in difficoltà o fondo avvoltoio?”
Greybull ha investito 20 milioni di sterline nella società (British Steel Limited) ma ha anche addebitato all’azienda 20 milioni di sterline all’anno, incassando 9 milioni solo in “commissioni di gestione. Ha inoltre maturato più di 50 milioni di sterline di interessi su di un prestito di 154 milioni sterline concesso tramite un’entità con sede a Jersey.

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17/07/2024

Africa. L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione e sfida la Cedeao

Si consolida l’alleanza tra le giunte militari al potere in Mali, Niger e Burkina Faso, intenzionate a “federarsi” creando un blocco alternativo alla Comunità economica dei Paesi dell’Africa sub-sahariana (Cedeao o Ecowas), organismo regionale accusato di essere uno strumento delle ex potenze coloniali occidentali, in particolare della Francia.

L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione
Dopo l’avvio di una stretta collaborazione militare che ha portato all’espulsione della maggior parte delle truppe occidentali presenti nel Sahel e all’avvio di una strategia comune contro l’insorgenza jihadista, i tre paesi ora accelerano anche sulla cooperazione sul fronte economico, sanitario, dell’istruzione e delle infrastrutture. Il 6 luglio, infatti, i tre paesi hanno annunciato la creazione della “Confederazione degli Stati del Sahel”, evoluzione della precedente “Alleanza del Sahel” formalizzata a settembre.

A guidare la neonata Confederazione sarà il presidente “di transizione” del Mali, colonnello Assimi Goita, nominato presidente di turno dell’organizzazione con un mandato di un anno.

Riuniti a Niamey, capitale del Niger, i capi dei tre governi golpisti hanno formalizzato la creazione di una banca di investimento comune e di un fondo di stabilizzazione, già annunciati a novembre. Assimi Goita, Ibrahim Traoré (Burkina Faso) e Abdourahamane Tiani (Niger) hanno poi deciso di creare una “Forza Unificata del Sahel” per rafforzare la lotta contro i ribelli islamisti.

I tre paesi continuano ad approfondire la possibilità di abbandonare il Franco Cfa – legato alla valuta di Parigi – con l’intenzione di adottare una propria moneta comune. Infine, i capi delle tre giunte militari hanno incaricato i ministri competenti di elaborare urgentemente i protocolli per affrontare le implicazioni legate al ritiro dalla Cedeao, deciso a partire dal 2025.

La Cedeao in allarme
La creazione della “Confederazione del Sahel” ha ovviamente allarmato l’organismo regionale, che ha tenuto un vertice straordinario ad Abuja (Nigeria) il 7 luglio. Con la fuoriuscita di Mali, Niger e Burkina Faso, infatti, la Cedeao perderebbe più del 12% del Pil e il 16% della popolazione, oltre che tre paesi ricchi di risorse minerarie e strategici sul piano geopolitico.

In caso di ritiro, ha detto il presidente della commissione di coordinamento dell’organismo regionale in vita ormai da mezzo secolo, Omar Touray, i tre paesi del Sahel potrebbero perdere finanziamenti per più di 500 milioni di dollari. Per Touray la regione si trova di fronte al rischio di una disintegrazione della Cedeao che interromperebbe la libertà di movimento per i suoi 400 milioni di abitanti e peggiorerebbe la sicurezza.

Il rischio di una disintegrazione della Cedeao è stato paventato anche dal presidente del Senegal Bassirou Diomaye Faye, il quale ha però citato la necessità di liberare l’organismo «dagli stereotipi che la dipingono come un’organizzazione soggetta alle influenze di poteri esterni e distante dalle popolazioni». Faye ha anche criticato le sanzioni imposte dalla Cedeao ai tre paesi “ribelli” dopo i rispettivi colpi di stato – già alleggerite a febbraio – denunciando le conseguenze sulle rispettive popolazioni.

Il Burkina Faso accusa Costa d’Avorio e Benin di ospitare basi francesi segrete
Intanto nel suo ultimo discorso il capitano Ibraihim Traoré, al potere in Burkina Faso dal golpe del 30 settembre 2022 e che nel giugno scorso ha sventato un tentativo di ribellione da parte di alcuni reparti dell’esercito, ha alzato i toni nei confronti di Costa d’Avorio e Benin, accusati di essere strumenti dell’ingerenza di Parigi nella regione.

«Non abbiamo nulla contro il popolo ivoriano. Ma abbiamo qualcosa contro chi governa la Costa d’Avorio. Esiste infatti un centro operativo ad Abidjan per destabilizzare il nostro Paese» ha dichiarato il leader della giunta, che poi ha accusato il Benin di ospitare due installazioni militari francesi segrete, a suo dire utilizzate per addestrare terroristi da utilizzare con il Burkina Faso.

È la prima volta che Traoré accusa esplicitamente la Costa d’Avorio, paese ancora saldamente nell’orbita politica, economica e militare di Parigi.

Alle esternazioni di Traoré ha risposto il portavoce del governo del Benin che le ha definite «nauseante disinformazione che alimenta il risentimento delle popolazioni e minaccia la coesistenza pacifica». Il Benin ha un conflitto aperto anche con il Niger dopo che questo ha bloccato il trasporto di petrolio da un oleodotto cinese verso il porto di Cotonou, dove viene imbarcato sulle petroliere.

Traoré annuncia la nazionalizzazione delle risorse minerarie
Nel suo discorso, il capo della giunta del Burkina ha annunciato la volontà di rimanere al potere nei prossimi cinque anni, informando sull’approvazione di un disegno di legge a tutela delle risorse minerarie del paese attraverso un processo di nazionalizzazione dei giacimenti – soprattutto di oro – e il ritiro di numerosi permessi di estrazione finora concessi ad alcune multinazionali straniere.

A novembre la giunta militare burkinabé ha avviato la costruzione di una raffineria d’oro, mentre a gennaio ha inaugurato il primo impianto per la lavorazione dei residui minerari (principalmente carbone fino, scorie, concentrati acidi e ceneri), sottolineando la volontà di avere maggior controllo sul loro trattamento e di smettere di esportarli. La fabbrica, costruita nella zona industriale di Kossodo alla periferia di Ouagadougou, è di proprietà di una società privata locale, la Golden Hand, di cui lo stato controlla il 40%.

D’ora in poi gli unici attori stranieri che saranno autorizzati a sfruttare il settore minerario del paese, ha detto Traoré, saranno «i sinceri partner che accettano di sostenerci» nella lotta contro l’insorgenza jihadista, spesso legata ad Al Qaeda o a Daesh. Un implicito richiamo alle relazioni commerciali avviate con Mosca in cambio di un sostegno militare che però finora non ha sortito gli effetti sperati.
Lo scorso 11 giugno, ad esempio, un gruppo di combattenti islamisti ha attaccato la cittadina settentrionale di Mansila, uccidendo 107 soldati e prendendone in ostaggio altri 7.

Tasse per finanziare l’esercito
Per finanziare l’espansione delle forze armate e le operazioni dei cosiddetti “Volontari della Patria” (ausiliari civili dell’esercito) contro le milizie jihadiste e l’acquisto di attrezzature militari moderne, la giunta ha avviato un sistema specifico di misure fiscali.

Dal luglio del 2023 si applica una tassa del 5% sull’acquisto di servizi di telefonia che diventa del 10% per gli abbonamenti alle catene televisive private, mentre un’imposta dell’1% grava sulla cessione di terreni. Altre tasse sono state imposte su bevande alcoliche e tabacchi.

La giunta burkinabé criminalizza l’omosessualità
Recentemente, invece, la giunta militare burkinabé ha adottato la bozza di un nuovo codice sulla famiglia che criminalizza l’omosessualità. Finora il paese dell’Africa Occidentale era tra i 22 paesi del continente che consentiva le relazioni tra persone dello stesso sesso, punite invece con la morte o lunghe pene detentive in altri stati.

«D’ora in poi, l’omosessualità e le pratiche correlate saranno proibite e punibili dalla legge», ha affermato il ministro della Giustizia ad interim Edasso Rodrique Bayala. Affinché la legge entri in vigore, dovrà superare il voto parlamentare e poi essere promulgata da Traoré.

Da parte sua, invece, la giunta militare del Mali, al potere dal 2021, ha revocato nei giorni scorsi la sospensione dell’attività dei partiti politici che era stata varata ad aprile per “tutelare l’ordine pubblico”.

Al tempo stesso, però, la giunta golpista ha rinnegato la promessa di indire libere elezioni, rinviando il voto a tempo indeterminato per “motivi tecnici”. Le veementi proteste di molti partiti politici, che reclamavano il ritorno all’ordine costituzionale, avevano convinto i militari a bloccarne l’attività.

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30/04/2024

Sanzioni di ritorno. L’Italia ora piange con la Russia

Viene insegnato già nei primi rudimenti di fisica – e anche nella scuola “della strada” – che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Dal febbraio 2024 – e su alcuni prodotti dal 2014 – l’Italia come altri stati dell’Unione Europea ha adottato pesanti sanzioni contro la Russia.

Dopo circa due anni la Russia ha deciso di rispondere nazionalizzando alcune delle aziende straniere presenti sul proprio territorio dei paesi che hanno adottato sanzioni. Tra questi c’è anche l’Italia che, come noto, è impegnata economicamente e militarmente contro la Russia nel teatro della guerra in Ucraina.

Come noto, queste sanzioni hanno danneggiato relazioni economiche consolidate, incluse molte aziende italiane che ai “tempi della cuccagna” (dopo la dissoluzione dell’URSS e negli anni del capitalismo selvaggio, ndr) avevano rilevato aziende russe – spesso a due soldi – o avevano impiantato stabilimenti sul territorio russo.

Lunedì il segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia, “ha espresso il forte disappunto del Governo italiano” all’ambasciatore russo Alexey Paramonov, convocato al ministero degli Esteri in relazione al trasferimento in amministrazione temporanea di Ariston Thermo Rus – società appartenente al Gruppo Ariston – ad una impresa del gruppo Gazprom.

Un decreto analogo ha colpito anche un’azienda tedesca e la lista dei procedimenti potrebbe continuare.

Come quello che casca dal pero, adesso l’Italia scopre che se dai un pugno a qualcuno quello potrebbe anche restituirlo, a meno che il suprematismo occidentale sia veramente convinto di poter menare sempre le mani senza mai subirne le inevitabili conseguenze.

“In linea con i partner europei, ed in particolare con la Germania – ha fatto sapere la Farnesina – l’Italia chiede alla Federazione Russa di ritirare le misure adottate contro legittime attività economiche di imprese straniere nel Paese“.

E con le sanzioni contro le legittime attività economiche russe in territorio italiano (per non dire degli altri asset russi in Occidente, di cui ci si vorrebbe appropriare per finanziare a gratis l’Ucraina) che si fa, i finti tonti?

In una nota l’ambasciata russa ha fatto sapere che “sono state fornite spiegazioni esaurienti sulla legalità e fondatezza delle decisioni prese riguardo a un’azienda che, de jure, è olandese [a causa del trasferimento della sede legale per pagare meno tasse, ndr].
È stato sottolineato che queste misure, nel rispetto del relativo quadro giuridico, sono state adottate in risposta alle azioni ostili e contrarie al diritto internazionale intraprese dagli Stati Uniti d’America e dagli altri Stati esteri che si sono uniti a loro, volte a privare illegalmente la Russia, le sue entità giuridiche e varie persone fisiche del diritto di proprietà e a limitare tale diritto su beni situati nel territorio di tali Stati”.

“Non si può non considerare che la retorica e il tono sempre più aggressivi e irresponsabili dei leader occidentali e delle loro compagini non possono che essere interpretati come deliberata intenzione di minacciare in modalità continuativa la sicurezza della Federazione Russa, quella nazionale, economica, energetica e di ogni altro tipo”, fa sapere ancora.

L’Ambasciatore della Federazione Russa inoltre “ha ricordato agli interlocutori che Mosca ha sempre attribuito particolare importanza alle proficue e reciprocamente vantaggiose relazioni commerciali ed economiche con l’Italia. La responsabilità per le conseguenze negative del loro deterioramento ricade interamente sulle autorità italiane che hanno sacrificato i reali interessi nazionali della Repubblica per partecipare a sterili e pericolose avventure geopolitiche anti-russe”.

Il ministro degli Esteri Tajani dichiara di essere in contatto sin dal primo momento con l’azienda italiana e si riserva di approfondire le conseguenze della decisione russa insieme ai partner G7 e UE e di valutare una risposta appropriata. In linea con i partner europei, ed in particolare con la Germania, l’Italia chiede alla Federazione Russa di ritirare le misure adottate contro legittime attività economiche di imprese straniere nel Paese.

Appunto, fanno i finti tonti ma “i tempi della cuccagna” sembrano proprio finiti.

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20/02/2024

Tassi alle stelle: le banche ringraziano la BCE

Cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca? (Bertold Brecht)

Chiunque abbia provato, negli ultimi mesi, a chiedere un mutuo o un prestito, ha scoperto sulla sua pelle cosa significa dover pagare una quantità enorme di interessi. L’onere per un mutuo per acquistare una casa nel corso del 2022 e del 2023 è cresciuto così intensamente da risultare uno degli elementi determinanti dell’impoverimento delle famiglie in Italia e altrove in Europa.

Una scelta pienamente politica quella dell’aumento dei tassi stabilita dalla BCE con la scusa di voler combattere l’inflazione sulla base di fantasiose interpretazioni del fenomeno come se fosse legato ad una tensione dal lato della domanda e richiedesse quindi manovre di tipo restrittivo per calmierare l’economia. Una lettura delirante e in evidente malafede che è servita essenzialmente a due cose:

1) da un lato a deprimere le economie contribuendo ad aggravare crisi e disoccupazione depotenziando così – per questa via – il potere contrattuale dei lavoratori (che è inversamente proporzionale al livello di disoccupazione esistente e di sicurezza del lavoro). Quest’obiettivo implicito è stato persino reso esplicito da recenti dichiarazioni del capo economista della BCE Philippe Lane che ha spiegato che, pur essendo decisamente calata l’inflazione, prima di abbassare eventualmente i tassi di interesse servono garanzie che i salari dei lavoratori non stiano aumentando;

2) la seconda funzione dell’aumento dei tassi è stata quella di incrementare in modo vistoso i profitti bancari. Ed è proprio di questi profitti che vogliamo parlare.

La scorsa estate la boutade di facciata della tassa sugli extraprofitti bancari, (con i suoi effetti praticamente nulli) aveva reso chiare le intenzioni del governo rispetto al bengodi delle banche.
Dopo la chiusura dei bilanci a fine 2023, negli ultimi giorni sono usciti i dati sui profitti delle principali banche italiane: 8,6 miliardi Unicredit e 7,7 Intesa San Paolo. Numeri così importanti che secondo le notizie di stampa rappresenterebbero il “miglior anno di sempre” per le due banche più grandi del sistema italiano. È evidente che la decantata tassa sugli extraprofitti non è servita a molto. Per avere una visione delle cifre in ballo ricordiamo che il Reddito di cittadinanza, abolito dal Governo Meloni nel 2023, è costato meno di 8 miliardi nel 2022. Mentre le due principali banche italiane hanno fatto profitti per oltre 16 miliardi nel 2023. Solamente le due banche principali, poi ci sono tutte le altre...

Comunque, da cosa derivano questi super profitti? Principalmente dal fatto che, quando la Banca Centrale Europea ha aumentato i tassi d’interesse nell’estate del 2022, le banche italiane hanno pensato bene di alzare sì i tassi d’interesse sui prestiti, ma di non alzarli sui depositi. Le banche, come noto, guadagnano dalla differenza tra il tasso d’interesse sugli impieghi (come i prestiti) e quello che pagano sulla raccolta (come i depositi). Aumentando il differenziale, a parità delle altre condizioni, il profitto aumenta. Per esempio, con un conto molto grossolano, considerando che la giacenza media dei conti correnti degli italiani è poco più di 20.000 euro e i tassi di interesse riconosciuti sui depositi si aggirano ad oggi attorno allo 0,1%, considerando che i correntisti Italiani sono circa 47 milioni, otteniamo una spesa di circa 9 miliardi e mezzo. Se per il singolo cliente la quota interessi su un deposito può apparire una cifra esigua, in sommatoria non si tratta certo di un ammontare trascurabile per le banche e le oscillazioni di questa cifra in alto o in basso evidentemente determinano in modo rilevante i margini di profitto di ciascuna banca.

In teoria la concorrenza dovrebbe spingere i tassi sui depositi ad alzarsi, ma la presenza di meccanismi collusivi che portano le banche a fare cartello in un mercato molto concentrato dominato dallo strapotere delle due banche principali del paese (Intesa SanPaolo e Unicredit) che detengono insieme il 35% di quote di mercato,[1] ha permesso che ciò non accadesse, alla faccia della libera concorrenza così decantata dai liberisti di turno.

Da rilevare inoltre che durante la pandemia e il periodo dei tassi negativi e del quantitative easing, le banche lamentavano pochi profitti e hanno quindi iniziato ad alzare i costi su operazioni e commissioni. Questi costi non sono stati abbassati successivamente nel momento in cui vi è stato il rialzo dei tassi. A salari nominali dei lavoratori stagnanti (o cresciuti assai meno del livello generale dei prezzi) tutto questo ha implica per le banche (così come per tutte le altre imprese) un aumento dei margini di profitto.

La messinscena dell’imposta sugli extraprofitti bancari dell’estate 2023, come visto, si è risolta in un nulla di fatto. Lo Stato italiano ha ottenuto un gettito irrisorio poiché alle banche è stata garantita una via di fuga dall’imposta tramite la possibilità di accantonare i fondi per rinforzare il patrimonio. Le banche così continuano allegramente a macinare profitti sulla nostra pelle gravando le famiglie di oneri insostenibili per l’acquisto della casa e scoraggiando il credito alle imprese e quindi gli investimenti, dando in cambio ai correntisti che gli prestano soldi misere briciole.

Quali conclusioni trarre da questa triste storia? In primis il punto non è tassare gli extraprofitti come mossa estemporanea (e per di più, nella fattispecie, puramente di facciata), ma occorre invece tassare i profitti in generale. Tassarli tutti e tassarli di più e tassarli in forma progressiva. Bancari e di tutte le imprese.

Allo stesso tempo occorre ripristinare un controllo pubblico serrato sul sistema bancario tramite la sua almeno parziale e graduale nazionalizzazione che comporti la presenza importante e capillare dello Stato nel settore del credito, come del resto fu fino al principio degli anni ’90 (prima dell’ondata delle grandi privatizzazioni in Italia il 70% di capitale bancario aveva natura pubblica). Questo eviterebbe l’ulteriore estrazione di profitti dai salari dei lavoratori per due motivi. Perché le banche pubbliche aumenterebbero subito i tassi sui depositi e se le altre banche non seguissero questa scelta i clienti si sposterebbero verso le prime; e perché le banche pubbliche non orientate in prima battuta al profitto, riuscirebbero a imporre tassi più bassi sui prestiti calmierando così il mercato.

Infine, la presenza di banche pubbliche bloccherebbe la propagazione e l’insorgere di molte crisi finanziarie e permetterebbe di finanziare più facilmente sia il diritto all’abitare sia una politica industriale volta alla piena occupazione, allo sviluppo dei settori strategici e alla tutela dell’ambiente, ripristinando e imponendo quel necessario controllo pubblico dell’economia che passa anche attraverso il sistema creditizio.

Note

[1] Per quota di mercato si intende la percentuale di clientela (nel caso delle banche le imprese e le famiglie che prendono denaro a prestito) intercettata da un’impresa sul totale della domanda di mercato.

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18/12/2023

TIM la disfatta

Contrariamente a quello che accade nello scenario europeo e internazionale, dove i principali Gestori telefonici, per cercare di conquistarsi margini maggiori di mercato e poter quindi aumentare i loro profitti, si muovono tra acquisizioni e fusioni, con il conseguimento di economie di scala, riduzione della concorrenza, ampliamento della gamma dei prodotti e riduzione dei costi amministrativi, TIM adotta la strategia di cedere per 22 miliardi al fondo americano KKR

 il suo principale gioiello, la rete, mantenendo i servizi, un caso unico nel panorama delle tlc, se poi consideriamo che tra sviluppo della rete e l’offerta di nuovi servizi l’interazione è continua.

Per la nuova società della sola rete NetCO, il futuro non sarà luminoso, considerato che con l’eventuale unificazione con Open Fiber, il cui debito per l’esercizio del 2023 si stima sarà di 6 miliardi, perderà in redditività nel lungo periodo.

Stesso discorso vale per la SerCO (TIM), in quanto fornitrice di soli servizi, considerata la forte concorrenza, non potrà che vedere drasticamente ridurre i margini di profitto.

La decisione di vendere la rete è l’epilogo di una lunga e dolorosa agonia, dopo la sciagurata privatizzazione della Telecom, per ridurre significatamene il livello dell’indebitamento, attualmente stimato intorno ai 30 miliardi di euro, come successo a tanti altri asset industriali strategici privatizzati del nostro paese.

È davvero arduo vedere come possa funzionare bene un modello con due società separate, con azionisti diversi, con potenziali interessi differenti.

Ripercussioni e tempi durissimi per i lavoratori in entrambe le società

Per la nuova società (NetCO) della rete, i suoi circa 20.000 lavoratori, con età media di 57 anni, sono troppi per gli asset conferiti anche al netto di eventuali uscite di prepensionamenti (i più sono già usciti).

Per la SerCO (TIM), i suoi 16.000 lavoratori (sempre al netto di eventuali fuoriuscite) sono troppi rispetto ad altri fornitori di servizi (Fastweb, Vodafone, Iliad, ecc.).

Da alcune stime, epurando gli oltre 4.000 esuberi dell’attuale piano che si avvale dell’articolo 4 della legge Fornero – cioè il pensionamento anticipato a carico dell‘azienda – lo scorporo della Rete con la sua cessione potrebbe portare ad ulteriori 10.000 esuberi difficilmente assorbibili dai pensionamenti, causa l’età ancora giovane dei dipendenti rimasti in carico all’azienda.

Inoltre, non dimentichiamo che la crisi del settore coinvolge tutti gli operatori in Europa, dove si stima un esubero di circa 80.000 lavoratori a causa della crescente pressione competitiva in termini di innovazione; sia per la guerra sui prezzi, sia per il mancato consolidamento che non permette le economie di scala, sia per l’impianto regolamentario per garantire la concorrenza che non è più adeguato alle condizioni di mercato, inclusa la presenza degli Over the top.

I principali operatori europei, in vista di una concorrenza sempre più serrata e dei processi di digitalizzazione, annunciano da mesi continui tagli di personale, dalla British Telecom, a Vodafone Europa e Telefonica, con impatti anche sull’indotto, a seguito del taglio sugli investimenti.

Se prendiamo atto che stiamo attraversando un periodo di forti trasformazioni tecnologiche, con l’accelerazione di un processo di automazione che richiede meno personale, gli impatti occupazionali si ripercuoteranno pesantemente su tutti coloro che operano nella filiera degli appalti e delle forniture dell’impiantistica dell’infrastruttura digitale.

Migliaia di lavoratrici e lavoratori, se non si invertirà la tendenza, continueranno nel breve periodo a vedere peggiorare le condizioni di lavoro e nel lungo si dovranno affrontare le grandi difficoltà derivanti dalla perdita di migliaia di posti di lavoro che, purtroppo, bisognerà gestire.

La spirale del debito

Chi ha ridotto il gruppo Tim in queste condizioni, ha la responsabilità di averlo trattato per troppi anni, quasi esclusivamente, come un cespite finanziario.

Le ragioni industriali sono state spesso sacrificate alla logica perversa del debito, perdendo capacità d’investimento in tecnologie indispensabili, per stare al passo dell'evoluzione digitale.

A seguito del peso del debito pregresso della privatizzazione, la priorità è stata, prima pagare i debiti e i dividendi, mentre il primo cresceva (superando i 30 miliardi) anche per l’aumento dei tassi d’interesse, il gruppo si rimpiccioliva alla ricerca di un difficile equilibrio finanziario.

In più se, come si prospetta, si procederà alla fusione di Open Fiber con la rete di NetCO, considerato l’alto indebitamento della prima, il debito aumenterà ulteriormente; una spirale diabolica.

I problemi strutturali delle tlc tra flessione di ricavi, margini e investimenti

Il settore delle tlc ha i più bassi rendimenti del capitale investito in Europa, accanto al più alto capitale richiesto di investimento.

L’onerosità degli investimenti pesa tanto in termini di ritorni di redditività, considerato la concorrenza sfrenata sui prezzi, i costi delle nuove frequenze, ma soprattutto il dover far fronte a un settore iper-regolamentato dagli enti regolatori (Antitrust e Agcom) per favorire la concorrenza.

A questo bisogna aggiungere la forte presenza degli Over The Top (OTT), i giganti di Internet del calibro di Google, Meta, Netflix, Amazon, Microsoft, Apple e Spotify, i quali fanno affari d’oro, sfruttando le infrastrutture di rete, il cui costo, investimenti, personale, debiti è tutto sulle spalle dei gruppi delle telecomunicazioni che ne hanno la proprietà.

Stando ai dati, gli Over The Top (OTT), al momento, rappresentano più la metà del traffico internet europeo, obbligando il settore delle telco a fare investimenti infrastrutturali (in particolare nell’Ftth e nel 5G) ormai insostenibili; per questa ragione la politica dovrebbe prendere una scelta vincolante per gli Over The Top (OTT) di compartecipazione ai costi infrastrutturali in Europa.

Troppa concorrenza e guerra dei prezzi

Di concorrenza ce n’è forse troppa con una compressione dei margini di profitto, annullando gli investimenti e, di conseguenza, la qualità futura dei servizi offerti alla clientela.

Con l’aumento dell’inflazione, la situazione sta peggiorando, il nostro Paese risulta fra quelli in cui gli operatori non riescono ad adeguare i prezzi a causa della concorrenza agguerrita e della tendenza dei clienti a migrare verso offerte più convenienti, a causa delle crescenti difficoltà economiche.

Gli Stati Uniti hanno tre grandi operatori: i Paesi europei superano i cento e l’Italia è quella che ne ha di più, cinque (TIM, Fasteweb, Wind Tre, Vodafone e Iliad) senza considerare gli operatori virtuali MVNO (PosteMobile, Ho Mobile, VeryMobile e ecc.).

In generale, i prezzi di tutti i beni e servizi sono in aumento da tempo, mentre per il settore delle TLC, anche se nessuno fa a meno dei servizi di telecomunicazione, qualsiasi aumento eccessivo delle tariffe potrebbe influenzare la domanda.

In base a studi specifici, il rendimento di un cliente è diminuito del 40 per cento in sei anni.

È inevitabile, la connettività costa, non si può continuare a pretendere di pagare poco ciò che ha valore; i prezzi dovranno aumentare altrimenti l’unico costo che si riesce a tagliare per aumentare i profitti è il lavoratore.

Chi garantisce che Tim sopravviverà?

Se l’operazione non verrà invalidata dai movimenti di Vivendi, resteranno comunque dei forti dubbi sul futuro di NetCO e ServCO.

Chi garantisce, una volta conclusa la separazione, la sostenibilità del debito di entrambe le società? Se il livello del debito commisurato ai ricavi di ciascuna azienda non consentirà investimenti autonomi, esaurita la “droga” dei finanziamenti pubblici del PNRR, chi garantisce che alla scadenza del contratto di servizio, ServCO acquisti da NetCO la rete necessaria ai suoi servizi o addirittura non decida di erogarli tramite rete 5G?

Chi garantisce che alla scadenza del contratto di servizio, Delivery e Assurance dei servizi ServCO non vengano affidate alla pletora di aziende, con conseguente giungla di subappalti?

Chi garantisce che il contratto di fornitura dei servizi reciproco NetCO e ServCO, ancora in fase di valutazione e definizione nei dettagli, sarà sostenibile nel medio-lungo termine agli attuali prezzi di interconnessione e al cliente finale?

In particolare, i prezzi praticati da NetCO a ServCO, dovranno essere i medesimi che oggi pratica agli altri AOA (OLO) e comunque vagliati da AGCOM, oppure KKR punterà a massimizzare il proprio investimento, applicando un sistema tariffario che renderà comunque più costoso l’uso dell’infrastruttura, con l’inevitabile aumento sensibili dei prezzi.

Chi garantisce che la quota dello Stato italiano non verrà diluita con degli aumenti di capitale?

La vicenda Tim dimostra tutta la debolezza dello Stato italiano

Le telecomunicazioni sono oggi la più importante infrastruttura che definisce le capacità operative di un Paese sovrano, su questa infrastruttura circola l’informazione pubblica; le transazioni monetarie. Qualunque operazione di interesse industriale, comunicazioni commerciali, scientifiche e militare, considerato che siamo nell’epoca in cui i dati sono una risorsa strategica e remunerativa, chi possiede e gestisce l’infrastruttura di rete lo farà certamente in un’ottica finanziaria; KKR è un fondo e lo fa per mestiere.

Nel nome del libero mercato i governi e la politica italiana hanno capitolato cedendo le chiavi di casa, senza rendersi conto (?) che abbiamo perso la sovranità, mettendoci nelle condizioni di semplice colonia, nonostante qualcuno continui a parlare di “sovranismo”.

Quando lo Stato non rivendica le sue superiori prerogative e accetta di adeguarsi alle regole del libero mercato, presto o tardi resta con il cerino in mano, nonostante il timido appellarsi alla foglia di fico della golden share e/o del golden power, in difesa degli “interessi nazionali”, stiamo lentamente affondando.

Nonostante ciò, si parla ancora di privatizzazioni, sebbene la storia abbia dimostrato gli errori fatti, pagando un pesante conto per il nostro Paese.

Un’alternativa ci sarebbe: si chiama “Espropriazione per pubblica utilità”, tramite una nazionalizzazione e governance pubblica, come è persino prevista dall’articolo 42 della Costituzione.

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23/09/2023

La Marelli chiude la fabbrica di Crevalcore. Lavoratori in presidio permanente

Le conseguenze della transizione verso la mobilità elettrica e il relativo stop alla vendita di nuove auto a benzina o diesel iniziano a manifestarsi concretamente È il caso della Marelli, storica società di componentistica automobilistica (un tempo del gruppo Fiat) oggi controllata dal fondo d'investimento Kkr.

La proprietà ha deciso di chiudere all’inizio del 2024 la fabbrica di Crevalcore (Bologna), e dichiarare come “esuberi” i 230 lavoratori che producono collettori di aspirazione e pressofusi di alluminio per motori a combustione interna. La Marelli è un campione nazionale della componentistica automotive ma, come altre industrie strategiche, è stata acquisita dal fondo Kkr nel 2019 attraverso la controllata giapponese CK Holdings.

È doveroso rammentare che l’arrivo dei fondi di investimento nelle attività produttive è delle principali cause del calvario occupazionale e industriale del nostro paese.

La Marelli in Italia conta 11 stabilimenti produttivi con oltre 7.200 addetti. La decisione di chiudere la fabbrica di Crevalcore, nel bolognese, nasce in un contesto industriale del settore automotive stressato dalla transizione verso la mobilità elettrica. “Chiediamo a Marelli – si legge in una nota congiunta dei sindacati dei metalmeccanici – di rivedere la sua decisione e al governo di convocare immediatamente un tavolo istituzionale di confronto. È da tempo difatti che chiediamo riconversioni per le fabbriche legate al motore termico, senza le quali la chiusura di Crevalcore sarà solo la prima di una lunga serie”.

Per oggi è stato convocato uno sciopero generale di otto ore in tutte le fabbriche del gruppo Marelli. Da due giorni a Crevalcore i lavoratori sono in presidio permanente ai cancelli della fabbrica per impedire che vengano portati via i macchinari.

L’azienda vorrebbe infatti trasferire la produzione dello stabilimento di Crevalcore in quello di Bari (mille addetti), dove si produce anche per Porsche e Maserati. Qui si concentrano le produzioni legate al Powertrain, tradizionale ed elettrico. Ma anche a Bari i lavoratori ritenuti in “esubero” saranno 162 l’anno prossimo. Nello stabilimento di Sulmona sono previsti 90 esuberi nel 2024. Anche nell’impianto di Melfi sono previsti 80 esuberi.

“Le speculazioni finanziare nel settore dell’industria e del manifatturiero non hanno freni a causa dell’assenza di un piano industriale nazionale che metta dei veri paletti a salvaguardia dell’occupazione, dello sviluppo e l’unicità della qualità produttiva e dello stato sociale. Per fare ciò bisogna porre come obiettivo politico la nazionalizzazione dei settori strategici nonché di tutti quei marchi che hanno fatto grande la storia di questo paese, quale appunto la Marelli” scrive l’USB in un comunicato sottolineando che quanto accade alla Marelli e quanto accaduto per Fiac, ex SaGa Coffee, Titan e tante altre realtà sul territorio, accadrà ancora e sempre più spesso e a pagarne le conseguenze saranno sempre e solo le lavoratrici ed i lavoratori.

La decisione di chiudere la fabbrica di Crevalcore, è stata attribuita dalla direzione al risultato economico negativo (per quest’anno è prevista una perdita di 6 milioni di euro a causa dei rincari energetici) e alla dinamica negativa delle attività sui motori endotermici (il tasso di utilizzo della capacità produttiva è al 45% ed è destinato a calare fino al 20% nel 2027). La direzione aziendale della Marelli ha deciso di trasferire la produzione di collettori a Bari e di esternalizzare quella di pressofusi.

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01/04/2023

Il Messico indica il proprio percorso verso la sovranità energetica

Cinquecentomila persone si sono mobilitate nella grande piazza dello Zocalo a Città del Messico lo scorso 18 marzo per celebrare gli 85 anni dall’esproprio del petrolio da parte dell’ex presidente messicano Lázaro Cárdenas.

La mobilitazione è stata indetta dal presidente Andrés Manuel López Obrador, noto anche come AMLO, che ha collegato la mossa di Cárdenas di 85 anni fa agli attuali sforzi della sua amministrazione per costruire l’indipendenza energetica del paese.

Il decreto di esproprio del petrolio emanato da Cárdenas nel 1938 ordinò l’esproprio dei giacimenti petroliferi, dei macchinari, delle installazioni, degli edifici, delle raffinerie, delle stazioni di distribuzione, degli oleodotti e di altri beni materiali di 17 compagnie straniere e delle loro filiali che avevano il controllo dell’industria petrolifera. In questo modo le risorse petrolifere e l’industria messicana sarebbero andate a beneficio della popolazione e avrebbero rafforzato l’economia nazionale.

La mobilitazione del 18 marzo segna anche un mese da quando AMLO ha decretato la nazionalizzazione del litio del paese, approvata nell’aprile 2022 dal Congresso messicano. Il litio è classificato come “minerale critico” ed è utilizzato per la produzione di batterie elettriche ricaricabili impiegate in una serie di dispositivi elettronici come auto elettriche, computer e telefoni cellulari.

Rivolgendosi alla folla il 18 marzo, AMLO ha respinto con forza le minacce rivolte al Paese dai politici statunitensi. Ha detto: “Ricordiamo a questi politici ipocriti e irresponsabili che il Messico è un Paese indipendente e libero, non una colonia o un protettorato degli Stati Uniti. Possono minacciarci di commettere qualsiasi oltraggio, ma non permetteremo mai e poi mai che violino la nostra sovranità e calpestino la dignità della nostra patria”.

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24/02/2023

Messico - Il presidente López Obrador nazionalizza il litio

Il Presidente Andrés Manuel López Obrador ha firmato il decreto che dichiara il litio proprietà della nazione e il suo sfruttamento sarà di esclusiva competenza del governo messicano.

Il decreto stabilisce che 234.850 ettari saranno considerati riserve di litio nello Stato di Sonora, nel Messico settentrionale.

In questo modo, il Ministero dell’Energia viene incaricato di svolgere un lavoro di follow-up per l’estrazione di questo minerale, che è essenziale per le auto elettriche, in quanto è la base per la produzione delle batterie che le alimentano.

Il presidente messicano ha dichiarato che “quello che stiamo facendo ora, tenendo conto delle proporzioni e in un altro momento, è nazionalizzare il litio in modo che non possa essere sfruttato dagli stranieri, né dalla Russia, né dalla Cina, né dagli Stati Uniti“.

“Il petrolio e il litio appartengono alla nazione, appartengono al popolo messicano, a voi, a tutti coloro che vivono in questa regione di Sonora, a tutti i messicani“, ha detto López Obrador.

Da Bacadéhuachi, sulle montagne di Sonora, nel nord del Messico, López Obrador ha firmato il decreto e ha ribadito che il litio sarà un minerale strategico per il futuro della tecnologia nel mondo, e ha quindi deciso che il suo sfruttamento sarà di competenza esclusiva dello Stato.

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20/01/2023

Ex Ilva. Sciopero e centinaia di lavoratori al Ministero: “Intervenga lo Stato”

Oggi è stata una giornata di sciopero per i lavoratori della ex Ilva (oggi Acciaierie d’Italia, ndr). L’agitazione è stata convocata unitariamente da Fiom, Usb e Uilm. 14 pullman pieni di lavoratori sotto arrivati a Roma sotto la sede del Mimit, in concomitanza dell’incontro convocato per oggi.

“Ci aspettiamo dal governo, oltre che da tutte le commissioni parlamentari che dovranno approvare il DL 02/2023, durante l’iter di conversione in legge, l’inserimento delle opportune modifiche (relative alla immediata ricapitalizzazione) che possano permettere di venire incontro alle richieste congiunte rappresentate quest’oggi” – afferma l’Usb in un comunicato – “La nostra posizione continua ad essere quella della ricapitalizzazione al fine di far entrare lo Stato nella gestione come socio di maggioranza. Questo è il primo passo da fare per poi procedere chiedendo al pubblico di svelare piano industriale e piano ambientale, e avviare quindi una seria riconversione”.

Dello stesso avviso anche la Fiom secondo cui “È necessario garantire la risalita produttiva e il rientro dei lavoratori dalla cassa integrazione attraverso l’acquisizione immediata da parte dello Stato del controllo di Acciaierie d’Italia”.

Alla manifestazione degli operai della ex Ilva presente anche una delegazione di Potere al Popolo. “Come sosteniamo da tempo l’unica via per uscire dal ricatto salute-lavoro è quella della nazionalizzazione, bonifica del territorio, chiusura e riconversione delle produzioni mortali, garantendo l’occupazione degli operai” – afferma Potere al Popolo in una nota – “La vicenda dell’ex Ilva riassume il fallimento di un’intera classe politica, inetta e subordinata ai poteri delle multinazionali. Opponiamoci a questo modello nocivo, continuiamo a costruire l’alternativa”.

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07/11/2022

Firenze. Oggi lo sciopero per impedire lo svuotamento della GKN

L’Unione Sindacale di Base, Cobas e Cub hanno proclamato per lunedì 7 novembre lo sciopero per l’intera giornata delle aziende del settore privato della provincia di Firenze, in risposta all’appello lanciato dalla RSU e dal Collettivo di Fabbrica dell’ex GKN, dopo la comunicazione che proprio lunedì 7 novembre è previsto l’arrivo dei camion per lo svuotamento della fabbrica.

Lo sciopero è indetto in solidarietà con i lavoratori ex GKN e contro i processi di delocalizzazione in atto nel nostro territorio. Sono esclusi dallo sciopero i lavoratori sottoposti alla 146/90 e s.m.

L’assemblea dei lavoratori ha invitato tutte le realtà sociali, sindacali e politiche solidali alla lotta GKN ad essere presenti, nelle forme e modi possibili, lunedì 7 novembre a partire dalle h 8.00 di mattina di fronte allo stabilimento GKN, via Fratelli Cervi 1, Campi Bisenzio.

Hanno invitato le realtà sociali, sindacali e personalità solidali, lavoratrici, lavoratori, scuole, università, artisti, ad approvare ordini del giorno, semplici messaggi social, fotografie di solidarietà alla lotta GKN, esporre striscioni. Un solo grande messaggio: “giù le mani da GKN”, una fabbrica la cui dignità è a disposizione di un intero paese. Per la fabbrica pubblica e socialmente integrata.

L’assemblea dei lavoratori GKN chiede ad ogni organizzazione sindacale di indire azioni di sciopero utili a favorire la presenza di solidali di fronte ai cancelli GKN a partire da domani lunedì 7 novembre e per tutto il periodo necessario a impedire il grave attacco al presidio e all’assemblea permanente dei lavoratori.

L’assemblea dei lavoratori GKN dà mandato alla RSU di indire un primo pacchetto di ore di sciopero da utilizzare per qualsiasi mansione interessata all’opera di smobilizzo materiali o di altre attività arrecanti danno al patrimonio societario e industriale dell’azienda.

A partire da lunedì mattina stessa discuteremo le ulteriori azioni di mobilitazione e solidarietà necessarie. Sin da ora diciamo però che è vitale per la nostra lotta dare la massima attenzione e appoggio alla campagna per la Fabbrica pubblica socialmente integrata e al percorso della Soms Insorgiamo, a partire dall’assemblea popolare indetta per il 9 novembre alle ore 20:30 a Campi Bisenzio.

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19/04/2022

Messico - AMLO accelera sulla nazionalizzazione del litio

Il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador (Amlo) è pronto a inviare al Congresso un disegno di legge, la prossima settimana, per dichiarare il litio un “minerale strategico” e riservando l’esplorazione e l’estrazione futura al governo, se i legislatori non riescono ad approvare la riforma costituzionale da lui proposta che rafforza il controllo statale del mercato dell’elettricità.

La camera bassa del paese è pronta a votare domenica su una revisione costituzionale dell’energia che include la nazionalizzazione del litio e garantisce alla società statale Comisión Federal de Electricidad, o CFE, il 54% del mercato.

I partiti dell’opposizione, i cui voti sono necessari per farlo passare, hanno annunciato che non la sosterranno, dato che l’iniziativa ha generato un contraccolpo internazionale, in particolare dagli Stati Uniti (ma no?).

L’inviato americano per il clima, John Kerry, e l’ambasciatore Usa in Messico, Ken Salazar, hanno entrambi espresso preoccupazione per la proposta di riforma energetica, conosciuta con le sue iniziali spagnole LIE.

“Le misure ora davanti alla legislatura messicana hanno un impatto sulla competitività nordamericana, e quindi speriamo che il quadro giuridico che emerge sostenga la creazione di una centrale energetica pulita nordamericana”, ha detto Salazar la scorsa settimana, dopo che la Corte Suprema del Messico ha stabilito che i princìpi-chiave della legislazione approvata nel 2021 per revisionare la LIE non violano la Costituzione.

La CFE del Messico usa combustibili fossili per generare gran parte della sua elettricità.

In un discorso giunto nel centesimo giorno del suo quarto anno in carica, pronunciato la sera di martedì, il presidente López Obrador ha descritto i suoi detrattori come conservatori più interessati a proteggere le imprese che i consumatori.

“Presto, molto presto, sapremo chi è chi... Penso che lo sapremo domenica”, ha detto.

“Se non otterremo i due terzi dei voti ... invierò immediatamente, il giorno dopo, questo lunedì, un’iniziativa al Congresso per modificare la legge mineraria”, ha aggiunto.

Gli sforzi del Movimento di Rigenerazione Nazionale (MORENA) di López Obrador per rafforzare la CFE sono stati bloccati in tribunale perché sembravano violare un requisito costituzionale per la “libera concorrenza” nel settore.

Le osservazioni di López Obrador seguono avvertimenti simili pubblicati dalla stampa locale e internazionale, in cui il presidente ha suggerito che non permetterà ulteriori ritardi nell’approvazione della riforma.

Potere del litio

Ci sono attualmente 17 concessioni di litio attive in Messico, comprese diverse nel nord del paese detenute da Bacanora Lithium. L’azienda, di proprietà della cinese Genfeng Lithium, sta sviluppando il gigantesco progetto Sonora, che dovrebbe produrre 35.000 tonnellate di metallo all’anno a partire dal 2023.

La maggior parte dell’attuale produzione mondiale di litio è bloccata in accordi a lungo termine, mentre i fabbricanti di prodotti chimici a valle – i produttori di batterie e di veicoli elettrici – cercano freneticamente di assicurarsi la fornitura futura.

Le riserve messicane del ricercatissimo metallo, se estratte, potrebbero posizionare il paese tra i primi produttori mondiali, secondo i dati dell’US Geological Survey.

In termini di riserve, la Bolivia è al primo posto con 21 milioni di tonnellate, seguita dall’Argentina (19 milioni di tonnellate) e dal Cile (9,8 milioni). Il Messico possiede 1,7 milioni di tonnellate di riserve di litio.

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