Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
08/05/2026
Sette storie per non dormire: Telecom Italia
Telecom Italia era stata costituita nel 1994, fondendo le diverse aziende dell'IRI attive nella telefonia. All’epoca si era ormai insediata ai vertici del sistema partitico una nuova classe dirigente, allineata ai voleri dei più forti rappresentanti del potere economico, nazionale e anche straniero, ragion per cui questa operazione non ebbe quale fine il potenziamento dell’iniziativa pubblica in quell’ambito, bensì la cessione in blocco a privati delle attività ad esso afferenti. Infatti Telecom risultava un pezzo particolarmente pregiato delle partecipazioni statali, in quanto suscettibile di garantire ai suoi possessori dei profitti elevati: ciò perché nelle telecomunicazioni la concorrenza stava appena sviluppandosi (al momento della sua cessione, Telecom Italia era addirittura ancora l'unico operatore di rete fissa) e l'innovazione tecnologica stava facendo sorgere una nuova gamma di servizi (internet e la telefonia mobile).
Nel 1997 furono dunque poste sul mercato le azioni di Telecom Italia, perseguendo per un verso un’elevata polverizzazione del capitale (nell’intento dichiarato di privilegiare l'azionariato diffuso), ma per l’altro anche la formazione di un nucleo stabile di investitori, cui affidare una quota rilevante dello stesso. Agendo in tal modo, si consentì a una cordata appositamente costituitasi – comprendente l'IFIL (la finanziaria della famiglia Agnelli) e vari istituti bancari e assicurativi – di assumere il sostanziale controllo della società sottoscrivendo appena il 6,6 per cento delle azioni, con un esborso pari a 3.950 miliardi di lire. Tale cordata, peraltro, aveva a sua volta una composizione così frammentata che all'IFIL bastò un peso al suo interno del 10 per cento per assumervi un ruolo dominante; sicché la privatizzazione, in ultima analisi, ebbe l'effetto di consegnare il controllo della compagnia telefonica agli Agnelli a fronte dell'acquisto da parte loro di appena lo 0,66 per cento dei titoli della stessa. I nuovi proprietari, in verità, non mantennero a lungo la posizione di forza così agevolmente conquistata; ma solo perché nel 1999 la Olivetti promosse un'offerta pubblica di acquisto (OPA) cui arrise il successo, in ragione del prezzo assai elevato offerto per ciascuna azione.
La privatizzazione, pertanto, si rivelò comunque un eccellente affare per gli investitori che vi presero parte, in quanto essi poterono rivendere le proprie partecipazioni a un prezzo sensibilmente maggiorato: se si considera che la società scalatrice, per impossessarsi del 51 per cento delle azioni, versò ben 61.000 miliardi, si desume difatti che essa attribuì a Telecom un valore doppio rispetto a quello che la compagnia aveva avuto nel momento in cui tali investitori s'erano inseriti nel suo capitale. Per lo Stato, invece, la privatizzazione costituì un'operazione del tutto controproducente: esso ricavò meno di 23.000 miliardi dalla cessione di un'azienda che nello stesso 1997 generò più di 14.000 miliardi fra utili e ammortamenti.
Non meno fortunati dei primi acquirenti, peraltro, furono i successivi scalatori della società (Colaninno e Gnutti, divenuti poco tempo prima i principali azionisti della Olivetti): questi difatti la pagarono sì a prezzo di mercato, ma solo in parte con mezzi propri, in quanto la somma necessaria per la scalata fu da loro reperita vendendo le aziende telefoniche – Omnitel e Infostrada – di cui la Olivetti era già proprietaria (per la cui creazione essa doveva tutto allo Stato, che aveva aperto il settore ai privati e le aveva consentito, come spiegato nel nostro precedente articolo, l'utilizzo della rete telefonica delle FS), nonché facendo emettere alla società scalatrice nuove azioni e indebitandola nei confronti delle banche. Vero è che l'indebitamento accumulato risultò poi tanto elevato da non poter essere rapidamente ridimensionato (malgrado si fosse provveduto a vendere alcune importanti società che Telecom controllava), rendendo così malsicure le sorti della compagnia e inducendo di conseguenza i suoi nuovi proprietari, a due anni dall’OPA, a ritirarsi a propria volta, cedendo la quota della Olivetti in loro possesso; ma anche tale ulteriore passaggio di proprietà avvenne a un prezzo elevato (furono pagati 4,175 euro per azione, a fronte di una loro quotazione in borsa pari a 2,25), sicché anche per essi l'avventura in Telecom risultò altamente proficua.
Nel ripercorrere questa vicenda, non va poi trascurato che nel 1999 le azioni Telecom sarebbero potute diventare ancora più care, se il governo non avesse boicottato il piano escogitato dai dirigenti della compagnia per ostacolare la scalata. Questi avevano progettato di fondere Telecom con TIM (la sua controllata attiva nella telefonia mobile), la cui quotazione di borsa era in ascesa, nell'intento di far lievitare quella della stessa Telecom e rendere così l'OPA troppo costosa per le finanze dei suoi nuovi pretendenti. La fusione, però, doveva essere decisa da un'assemblea degli azionisti cui avessero partecipato i detentori di almeno il 30 per cento del capitale; e nell'assemblea che venne convocata tale quota non fu raggiunta. Determinante per questo fallimento fu l'assenza degli azionisti pubblici all’epoca ancora presenti (il Tesoro, il fondo pensioni della Banca d'Italia e altri investitori istituzionali). Dunque la Olivetti pagò sì, in termini assoluti, un prezzo assai elevato per la conquista di Telecom, ma nella sua impresa fu comunque assai agevolata dal governo.
Anche i terzi compratori (Pirelli, Benetton, i gruppi bancari Unicredit e Banca Intesa), pur avendo acquistato la Olivetti a caro prezzo e avendone ereditato il carico di debiti, trassero grandi benefici dal possesso di Telecom, estraendone risorse finché ne ebbero la possibilità e riuscendo poi a liberarsene quando la sua salute finanziaria si fece precaria. Essi difatti presero delle decisioni suscettibili alla lunga di procurare ulteriore danno all'azienda, ma che nell'immediato valsero a gonfiarne gli utili e a scaricare su di essa gli impegni finanziari dei suoi titolari: ci riferiamo alla limitazione degli investimenti, alle ulteriori vendite di società controllate (nella fattispecie, la SEAT e vari operatori esteri), alla cessione del suo patrimonio immobiliare, alla fusione tra Olivetti e Telecom Italia (che fece gravare direttamente sulla seconda l'indebitamento della prima) e al rastrellamento, tramite OPA finanziata a debito, delle azioni TIM di cui la società madre non era già in possesso (operazione che fece salire ancor più l'indebitamento della compagnia, ma che consentì alla proprietà d'incamerare, con una spesa immediata pari a zero, i dividendi procurati da quelle azioni).
Quando poi non rimasero che limitate possibilità di ulteriore depauperamento della società, tali soggetti poterono cederla alla spagnola Telefónica, un operatore attivo in mercati dov'era presente anche Telecom e che pertanto aveva interesse ad assumere il controllo della società italiana a prescindere dalle sue condizioni, in quanto da esso avrebbe ricavato la possibilità di sabotare l'attività di un concorrente. Telefónica entrò in scena nel 2007, come maggiore azionista della società Telco (costituita assieme a Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e ancora i Benetton), che rilevò la partecipazione dei Pirelli; e successivamente il suo ruolo andò crescendo, a scapito dei soci italiani. A riprova di quanto appena detto circa le sue ambizioni, nell'autunno del 2013, quando rinsaldò la propria presa, la dirigenza di Telefónica mise in chiaro di non voler conferire nuovi capitali a Telecom, indicando quale via per l'effettuazione di investimenti in Italia il reperimento di risorse tramite la vendita delle sue prospere filiali sudamericane (filiali che operavano, guarda caso, in mercati presidiati anche da Telefónica).
Telefónica era però a sua volta pesantemente indebitata, e presumibilmente per questo ritenne preferibile uscire dall’azienda italiana nel momento in cui ebbe la possibilità di rafforzarsi in Sud America per una strada alternativa a quella rappresentata dal controllo di essa. Così, nell’autunno 2014 si accordò con il gruppo francese Vivendi per acquistare la filiale brasiliana di quest’ultimo e cedergli, come parte del pagamento, un pacchetto di azioni Telecom. Successivamente Vivendi acquistò ulteriori quote e nel 2016 giunse ad essere il nuovo maggiore azionista. L’azienda francese era un operatore dei media attivo anche come produttore di contenuti, e Telecom Italia poteva fungere da veicolo per la loro diffusione: il suo acquisto le apriva dunque degli scenari promettenti, malgrado comportasse il dovere farsi carico di una situazione finanziaria assai deteriorata.
Sotto la gestione Vivendi l’intero gruppo venne ridenominato TIM. La novità più importante fu tuttavia l’acquisto – nel 2018 – di quasi il 10 per cento del capitale da parte della Cassa Depositi e Prestiti, che divenne così il secondo principale azionista. Il governo aveva dunque ritenuto di dover rientrare in Telecom, per sostenerla finanziariamente e cercare d’influenzarne in qualche misura la gestione: ma naturalmente quella mossa fu tardiva e di portata troppo modesta.
Un ultimo duro colpo all'ex-operatore pubblico di telecomunicazioni è stato inferto alla fine del 2023, quando per ridurre il debito il suo consiglio di amministrazione ha ceduto la rete di trasmissione a un consorzio in cui svettava (con il 65 per cento delle azioni) il fondo americano KKR, seguito dal Ministero del Tesoro (con il 20 per cento) e dal fondo d’investimento italiano F2i, anch’esso almeno in parte espressione di un soggetto pubblico (la Cassa Depositi e Prestiti). È chiaro che la perdita della rete costituisce un grave fattore d’indebolimento per l’azienda, che ora si ritrova ridotta ad essere una società fornitrice di soli servizi, al pari degli altri operatori nazionali. Al tempo stesso, appare preoccupante l’affidamento della rete a un fondo d’investimento, che presumibilmente la gestirà secondo logiche speculative, ovvero badando unicamente a ricavarne il massimo profitto nel più breve tempo possibile (e dunque trascurando gli investimenti non meno di quanto hanno fatto i precedenti proprietari). La presenza di soggetti pubblici nell’azionariato non potrà correggere questa tendenza, dato il loro ruolo minoritario. In ultimo, l’importanza attribuibile all’efficienza e alla sicurezza delle telecomunicazioni sotto il profilo non soltanto economico, ma anche politico e militare, rende ancora più deprecabile la persistente ignavia della classe politica rispetto al problema rappresentato dal controllo di questa infrastruttura da parte di soggetti stranieri (prima spagnoli, poi francesi e ora statunitensi, questi ultimi coincidenti con una società che al momento della cessione – giusto per aggravare la situazione – aveva quale presidente un ex-direttore della CIA).
Per completare la nostra ricostruzione della vicenda Telecom, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, tornando agli anni Novanta. Come detto, Telecom Italia era stata costituita fondendo le diverse aziende dell'IRI operanti nella telefonia. Poco prima della sua privatizzazione, però, la SEAT (la società editrice degli elenchi telefonici e delle Pagine Gialle) fu staccata da essa e venduta separatamente. La cordata acquirente (nella quale spiccavano l’editore De Agostini e la banca Comit, ma di cui facevano parte anche Colaninno e Gnutti) rilevò il 61,7 per cento delle azioni, pagandole 1.665 miliardi di lire (sulla base della valutazione effettuata per conto del Tesoro dalla banca d'affari Lehman Brothers).
Potreste domandarvi se avesse senso privatizzare la SEAT separatamente da Telecom; a nostro avviso la domanda è sbagliata, in quanto la privatizzazione non aveva senso di per sé, ossia a prescindere dalle sue modalità, in ragione del fatto che tale azienda, non diversamente dalla stessa Telecom, era in grado di assicurare ai suoi proprietari lauti profitti (e infatti ai membri della suddetta cordata di investitori bastarono i due esercizi successivi all’acquisizione per recuperare, tramite la distribuzione di dividendi, il 74 per cento di quanto avevano speso). La SEAT finì comunque per essere riassorbita dalla compagnia telefonica, in quanto nel 2000 Colaninno e Gnutti, che avevano assunto il controllo della seconda, decisero di farle acquistare le azioni della prima. Ciò avvenne a un prezzo elevatissimo: l'azienda telefonica pagò per il 45 per cento dei titoli quasi 18.000 miliardi, stimando così il valore della SEAT pari a 13 volte quello attribuitole appena due anni e mezzo prima. Anche considerando che la società, avendo avviato delle attività su Internet, era divenuta maggiormente appetibile, dobbiamo pertanto ritenere che essa abbia funto da veicolo di una manovra speculativa tesa ad arricchire i nuovi padroni di Telecom Italia a spese della stessa Telecom. Quest’ultima, poi, fra il 2003 e il 2004 rivendette la SEAT a una cordata di fondi d’investimento.
In ognuno di questi passaggi l’azienda venne finanziariamente indebolita, in quanto i nuovi acquirenti provvidero ogni volta a rifarsi della spesa facendole emettere dei maxi-dividendi. Dopo l’ultimo passaggio la SEAT dovette indebitarsi con le banche per potere continuare a erogare tali dividendi; e nel 2008 dovette varare un piano di ristrutturazione che prevedeva licenziamenti e chiusure di alcune controllate estere. Malgrado tali provvedimenti, la sua crisi andò tuttavia aggravandosi: alla fine del 2011 non era più in grado di pagare gli interessi sul proprio debito, e nel 2013 annunciò di non poter pagare le obbligazioni in scadenza. A quel punto il valore di borsa della società crollò, con enorme danno per gli azionisti. Il dissesto non sfociò nel fallimento, in quanto nel 2016 la SEAT poté fondersi con un’azienda attiva nel campo della pubblicità online, dando vita al maggiore operatore nazionale del settore; tuttavia appare evidente quanto essa abbia risentito delle vicende descritte.
Un’altra società controllata da Telecom Italia era la Italtel, la quale si occupava di apparecchiature per le telecomunicazioni. Considerato che in tale ambito stava assumendo crescente rilevanza il ricorso a tecnologie informatiche, si trattava dunque di un’azienda suscettibile di consentire al Paese di mantenere – mentre la Olivetti si avviava a diventare il mero veicolo finanziario della scalata a Telecom – un presidio in questo importante settore; il ruolo che essa poté ricoprire, tuttavia, fu depotenziato dalla pessima gestione cui fu soggetta.
Alla fine degli anni Novanta Italtel era posseduta da Telecom Italia e la sua attività si reggeva in larga misura sulle commesse che provenivano da quest’ultima. Nel 1999 la sua controllante decise di fare cassa a spese di essa, smembrandola e vendendo separatamente vari suoi rami, col risultato di restringerne il perimetro di attività. L’anno successivo cedette la maggioranza della società superstite a un fondo statunitense e all’azienda – sempre statunitense – Cisco Systems. Il fondo azionario reperì le risorse per l’acquisizione prendendole a prestito, e poi riuscì a scaricare il debito sull’Italtel. In seguito Telecom abbandonò l’azienda al suo destino, uscendo dall’azionariato (nel quale entrò Unicredit).
Indebolita finanziariamente, Italtel scontò pesantemente gli effetti della crisi del 2008 e dell’affermazione dei concorrenti cinesi, sino a sfiorare il fallimento. Nel 2017 fu rilevata da Exprivia, un’azienda informatica italiana assai più piccola di quella che pretendeva di gestire. Cisco continuò ad essere un azionista di minoranza. Com’era prevedibile, quel passaggio di mano non risolse i problemi della società. Nel 2022 si ebbe così un nuovo cambio di proprietà, cui nel 2024 ne sono seguiti altri due. Nel frattempo, nel 2023 erano state effettuate delle cessioni di rami d’azienda, che l’avevano ulteriormente rimpicciolita. Nel 2024 Italtel contava soltanto 1.200 dipendenti (di cui 700 in Italia), contro i 3.200 del periodo immediatamente successivo alle dismissioni del 1999 (che già avevano notevolmente ridotto la consistenza della sua forza lavoro).
Potremmo finire qui. Ma c’è una questione connessa alle vicissitudini della Telecom di cui vale la pena parlare, avendo causato un notevole sperpero di danaro pubblico: quella di Open Fiber. Telecom Italia, dopo la privatizzazione, fu troppo impegnata a remunerare i suoi acquirenti e a ripianare i debiti di cui i medesimi si erano coperti nel rilevarla per potere effettuare cospicui investimenti in nuove tecnologie. L’Italia andò così accumulando un grave ritardo nei confronti degli altri paesi europei nella realizzazione della cosiddetta “banda larga”, ossia di una rete di cavi per la connessione a internet ad alta velocità. Nel tentativo di rimediare a questa situazione, nel 2016 il governo, non avendo più alcuna fiducia nella volontà e nella capacità dell’azienda di impegnarsi in tal senso, ma non essendo neppure disposto a riprenderne il controllo nazionalizzandola, impose a ENEL di dare vita a una nuova società (Open Fiber, per l’appunto) deputata a realizzare tale rete. Appena creata, Open Fiber venne subito rafforzata finanziariamente tramite l’ingresso nel suo capitale della Cassa Depositi e Prestiti, che ne acquisì il 50 per cento. Ciò tuttavia non fu sufficiente: in mancanza dell’esperienza e delle economie di scala su cui poteva contare Telecom, la posa dei cavi si rivelò un’operazione difficoltosa e soprattutto costosissima, ragion per cui Open Fiber andò ben presto accumulando ritardi rispetto al proprio programma, perdite e debiti nei confronti di istituti bancari.
Nel 2021 ENEL riuscì a tirarsi fuori da questa iniziativa, vendendo il 40 per cento della società al fondo australiano Macquarie (attratto dal progetto di fusione tra Open Fiber e la rete Telecom che all’epoca il governo stava valutando, dunque dalla prospettiva di poter accedere alla proprietà della seconda tramite quella della prima) e il rimanente 10 per cento da esso detenuto alla Cassa Depositi e Prestiti. Questa ripartizione consentì al governo di preservare il carattere di società a prevalente controllo pubblico che connotava Open Fiber. Va notato però che ENEL seppe approfittare di questa sua esigenza, facendosi pagare per quel 10 per cento un prezzo elevatissimo; e naturalmente va pure rilevato che questa transazione non costituì una mera partita di giro fra due articolazioni dello Stato, in quanto ENEL era largamente partecipata da privati, i quali beneficiarono della forzata generosità di Cassa Depositi e Prestiti. Quest’ultima, complessivamente, a metà del 2023 aveva speso oltre un miliardo di euro in questa impresa insensata, mentre Open Fiber aveva accumulato un debito di 5 miliardi: un ulteriore contributo al processo di distruzione di risorse pubbliche che era stato avviato con la privatizzazione di Telecom Italia.
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18/10/2024
Privatizzazioni strategiche e questione morale
L’operazione Musk si collega con quella TIM/KKR (anzi Starlink punterebbe a sostituire per intero la gestione della rete nel nostro Paese).
Un vero e proprio mutamento di paradigma. Siamo di fronte all’ennesimo passaggio che segnala l’assenza dell’Italia da una qualche idea di piano di strategia industriale. Ne avevamo già accennato: in piena contraddizione “sovranista” così si dimostra ancora una volta tutta la fragilità del contorto processo di privatizzazioni avvenuto in Italia nel settore decisivo delle infrastrutture tecnologiche.
Questa sì è per davvero una pericolosa cessione di sovranità che il governo di destra sembra voler condividere e accompagnare.
Ci eravamo permessi di segnalare come si sia creata una situazione di evidente scalabilità e debolezza, a dimostrazione di una ormai storica incapacità di programmazione dell’iniziativa pubblica in economia e di assenza di politica industriale (che coinvolge anche l’Europa) in un ripiegamento consumistico.
La sinistra non può rimanere ingabbiata in questa dimensione strategicamente inesistente schiacciata dall’emergenza dell’immediato.
Vincenzo Vita scrive (“Critica Marxista“n.4 “Chiamale se vuoi estrazioni”) di “nuovo capitalismo” e di altalena inconcludente tra apocalittici e integrati e propone la necessità di una svolta teorica critica: credo che dalla consapevolezza di questa necessità si possa ripartire, uscendo dalla condizione di subalternità al neoliberismo (magari anche riprendendo in mano qualche filo del discorso novecentesco sull’involucro politico).
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04/07/2024
Tim - Via allo smembramento
Il 1° luglio, infatti, si è perfezionato l’accordo che sancisce lo smembramento di TIM in un’azienda di servizi, la TIM, e un’azienda che gestirà una porzione della rete, Fibercop, venduta agli americani del fondo speculativo KKR.
Notiamo con rammarico come la stampa si sia accorta ora, a giochi fatti, dell’operazione di separazione, con un susseguirsi di articoli, servizi radiotelevisivi, podcast. Addirittura, vediamo che qualche osservatore comincia a sollevare qualche dubbio sull’efficacia dell’iniziativa, sull’opportunità di cedere una risorsa strategica come la rete ad un paese straniero, sulle minacce occupazionali all’orizzonte.
Lo troviamo strano, se non ipocrita, perché sono almeno dieci anni che USB denuncia lo stato comatoso di TIM. Dimenandosi nelle secche di una concorrenza senza scrupoli incoraggiata dai Governi di turno, TIM non ha attuato alcun piano industriale di rilancio, se non inseguire la concorrenza sul ribasso dei prezzi, ricorrere sempre di più all’appalto e al subappalto, tagliare unilateralmente le commesse ai fornitori e sperperare soldi pubblici mettendo i propri lavoratori in cassa integrazione fin dal 2010.
Dov’erano questi solerti giornalisti quando i lavoratori facevano manifestazioni, presidi, scioperi, comunicati che denunciavano il pericolo imminente?
Dal punto di vista industriale il rischio reale è che il futuro industriale sia di FiberCop sia di TIM, considerata l’incertezza sul fronte della sostenibilità del debito di entrambe le società, in vista di una concorrenza sempre più serrata sui processi di digitalizzazione, abbia vita breve.
In FiberCop, sarà probabile un “dimagrimento” dei circa 20mila dipendenti, dato che dovrà gestire la porzione di rete che richiede più investimenti, gravata da un debito enorme e che non potrà gestire liberamente i prezzi dei servizi che continueranno ad essere regolati dall’Autorità di Governo AGCOM.
Si potrebbe inoltre determinare un meccanismo di sganciamento da parte del fondo KKR, una volta terminata la speculazione finanziaria. A quel punto rimarrebbe in vita un cadavere industriale di cui lo Stato, attraverso il finanziamento del MEF, dovrebbe gestire il debito, il personale e un sistema tecnologico in via di superamento.
Pericolosa sarà anche la situazione di TIM, o società di servizi. Attraverso questa operazione, infatti, vede sicuramente diminuire il debito, accumulato negli anni dalle scalate dei vari gruppi finanziari, ma si troverebbe a giocare un ruolo secondario in un mercato ormai in crisi e con concorrenti più forti e minore personale a carico. Probabile a quel punto l’ulteriore “alleggerimento” di TIM con la vendita del Customer Care e del segmento Consumer.
Secondo USB, c’è quindi il rischio concreto che siano state costituite due BAD COMPANY con il risultato di una perdita occupazionale e senza prospettive industriali serie per il settore delle TLC.
In questa situazione determinante è stato il ruolo del Governo che ha finanziato una operazione in perdita a tutto vantaggio del fondo americano KKR il cui vero obiettivo, secondo USB, è quello di massimizzare l’investimento e operare anche una speculazione immobiliare sugli edifici acquisiti.
In conclusione, ci auguriamo che stampa e TV mantengano la stessa attenzione in futuro sulle conseguenze di questa scelta.
Come USB saremo come sempre tra i lavoratori, ad organizzare le lotte, unica arma contro l’attacco al lavoro, ai diritti, ai salari.
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29/03/2024
Telecomunicazioni in Italia. Sovranità o sudditanza?
Sovranità tecnologica: cosa farà il governo
Da parte della politica, alla luce degli investimenti strutturali previsti nel PNRR, servirebbero segnali concreti per capire come superare le criticità del settore delle telecomunicazioni e non aperture di tavoli di dialogo per gestire semplicemente gli ennesimi esuberi e tagliare i costi del lavoro.
Di fronte ai conflitti globali in atto e all’attuale concorrenza commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina attraverso il primato sulla tecnologia, servono decisioni politiche per affermare il controllo sulle telecomunicazioni in ottica di sovranità tecnologica, senza favorire una parte o l’altra.
Occorre una politica nei settori e nelle filiere strategiche, dove l’impatto della tecnologia diventi fondamentale, che promuova una nuova visione industriale del sistema paese, mettendo in moto una proficua collaborazione tra il mondo della ricerca, delle università e del sistema economico e industriale all’insegna dell’indipendenza tecnologica.
È questa la visione che in Italia è mancata, subendo una sudditanza di fatto.
Nei prossimi anni ci sarà un’accelerazione enorme sull’uso delle nuove tecnologie, in particolare sulle infrastrutture 5G e sui servizi collegati, come la telemedicina e la robotica.
In questa nuova realtà il nostro sistema economico e industriale deve incamminarsi per trovare le aree di specializzazione ed eccellenza, per riguadagnare leadership tecnologica e industriale.
In questo contesto l’operazione della separazione della rete di TIM al fondo americano KKR, e potenzialmente i cavi sottomarini di TI Sparkle ad altri fondi, con il ruolo attivo del Governo guidato da Giorgia Meloni, risulta devastante, visto come si stanno muovendo gli altri operatori del settore a livello europeo, che si rafforzano attraverso acquisizioni, come ad esempio l’acquisto di Vodafone Italia da parte dell’operatore svizzero che controlla Fastweb.
L’Italia con miopia sta rinunciando alla sovranità sulle telecomunicazioni italiane, attraverso anni di privatizzazioni, tutte fallimentari, senza eccezioni, in termini di produzione, profitti e occupazione.
Il controllo delle Telco, dove si giocheranno le future partite geoeconomiche, con impatti sulla finanza, l’innovazione tecnologia ed economico-industriale, sono strategicamente rilevanti oggi più che mai. Solo così sarà possibile conferire al nostro Paese quella sovranità tecnologica ed economica utile a renderlo protagonista dei nuovi scenari.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, insieme alla Cassa Depositi e Prestiti, si limiteranno all’applicazione del “golden power”, come verificatosi per fermare l’acquisto da parte della società cinese China National Tire and Rubber Corporation, Ltd., degli pneumatici ‘Cyber’ di Pirelli dotati di sensori, i quali raccolgono informazioni che possono essere considerate strategiche e sensibili, come i dati del guidatore e lo stato delle infrastrutture.
Questa partita sul futuro di TIM e di conseguenza delle telco italiane, nel lasciare fare al libero mercato, sarà giocata dal Governo alla pari con Pechino e Washington, oppure in qualità di semplice vassallo vorrà schierarsi con per rafforzare le relazioni transatlantiche tra Italia e Stati Uniti?
Fonte
20/01/2024
TIM - Scioperi il 14 febbraio e il 23 aprile contro lo scorporo
Sappiamo che il poco tempo a disposizione e la posizione del Governo, sostanzialmente favorevole a quella che sembra una vera e propria speculazione finanziaria di medio periodo, non favoriscono la partecipazione.
Gli spazi però ci sono. Le contraddizioni e i problemi tecnici per una operazione complessa cominciano ad emergere ed è su questi elementi che bisogna agire.
Al momento l’unica certezza è l’immobilismo dei lavoratori e delle lavoratrici, accompagnato dalla sostanziale resa delle organizzazioni sindacali maggiori che ritengono ormai il processo già avvenuto.
Eppure, una attenta lettura delle prospettive occupazionali per la NETCO e per quello che rimarrà di TIM meriterebbe ben altro spirito.
In questa visione comune proponiamo sin da ora due iniziative di cui annotare le date:
14 FEBBRAIO 2024 – 2 ORE SCIOPERO FINE TURNO (part time riproporzionato: 75% – 1,5h / 50% – 1 h)
Nella giornata in cui TIM presenterà pubblicamente i suoi dati di bilancio, verrà indetta una iniziativa accompagnata da una manifestazione pubblica a Roma (in via di definizione)
23 APRILE 2024 – In concomitanza dell’assemblea degli Azionisti TIM
Presidio-manifestazione all’assemblea Azionisti TIM, ed altre iniziative, con 1 GIORNATA DI SCIOPERO. Insieme, le 3 organizzazioni, stanno valutando anche ulteriori iniziative da proporre e invitano tutte le forze sindacali ad unirsi a tale sforzo.
USB TELECOMUNICAZIONI
FLMUNITI CUB
COBAS TIM
Fonte
18/12/2023
TIM la disfatta
Contrariamente a quello che accade nello scenario europeo e internazionale, dove i principali Gestori telefonici, per cercare di conquistarsi margini maggiori di mercato e poter quindi aumentare i loro profitti, si muovono tra acquisizioni e fusioni, con il conseguimento di economie di scala, riduzione della concorrenza, ampliamento della gamma dei prodotti e riduzione dei costi amministrativi, TIM adotta la strategia di cedere per 22 miliardi al fondo americano KKR
il suo principale gioiello, la rete, mantenendo i servizi, un caso unico nel panorama delle tlc, se poi consideriamo che tra sviluppo della rete e l’offerta di nuovi servizi l’interazione è continua.
Per la nuova società della sola rete NetCO, il futuro non sarà luminoso, considerato che con l’eventuale unificazione con Open Fiber, il cui debito per l’esercizio del 2023 si stima sarà di 6 miliardi, perderà in redditività nel lungo periodo.
Stesso discorso vale per la SerCO (TIM), in quanto fornitrice di soli servizi, considerata la forte concorrenza, non potrà che vedere drasticamente ridurre i margini di profitto.
La decisione di vendere la rete è l’epilogo di una lunga e dolorosa agonia, dopo la sciagurata privatizzazione della Telecom, per ridurre significatamene il livello dell’indebitamento, attualmente stimato intorno ai 30 miliardi di euro, come successo a tanti altri asset industriali strategici privatizzati del nostro paese.
È davvero arduo vedere come possa funzionare bene un modello con due società separate, con azionisti diversi, con potenziali interessi differenti.
Ripercussioni e tempi durissimi per i lavoratori in entrambe le società
Per la nuova società (NetCO) della rete, i suoi circa 20.000 lavoratori, con età media di 57 anni, sono troppi per gli asset conferiti anche al netto di eventuali uscite di prepensionamenti (i più sono già usciti).
Per la SerCO (TIM), i suoi 16.000 lavoratori (sempre al netto di eventuali fuoriuscite) sono troppi rispetto ad altri fornitori di servizi (Fastweb, Vodafone, Iliad, ecc.).
Da alcune stime, epurando gli oltre 4.000 esuberi dell’attuale piano che si avvale dell’articolo 4 della legge Fornero – cioè il pensionamento anticipato a carico dell‘azienda – lo scorporo della Rete con la sua cessione potrebbe portare ad ulteriori 10.000 esuberi difficilmente assorbibili dai pensionamenti, causa l’età ancora giovane dei dipendenti rimasti in carico all’azienda.
Inoltre, non dimentichiamo che la crisi del settore coinvolge tutti gli operatori in Europa, dove si stima un esubero di circa 80.000 lavoratori a causa della crescente pressione competitiva in termini di innovazione; sia per la guerra sui prezzi, sia per il mancato consolidamento che non permette le economie di scala, sia per l’impianto regolamentario per garantire la concorrenza che non è più adeguato alle condizioni di mercato, inclusa la presenza degli Over the top.
I principali operatori europei, in vista di una concorrenza sempre più serrata e dei processi di digitalizzazione, annunciano da mesi continui tagli di personale, dalla British Telecom, a Vodafone Europa e Telefonica, con impatti anche sull’indotto, a seguito del taglio sugli investimenti.
Se prendiamo atto che stiamo attraversando un periodo di forti trasformazioni tecnologiche, con l’accelerazione di un processo di automazione che richiede meno personale, gli impatti occupazionali si ripercuoteranno pesantemente su tutti coloro che operano nella filiera degli appalti e delle forniture dell’impiantistica dell’infrastruttura digitale.
Migliaia di lavoratrici e lavoratori, se non si invertirà la tendenza, continueranno nel breve periodo a vedere peggiorare le condizioni di lavoro e nel lungo si dovranno affrontare le grandi difficoltà derivanti dalla perdita di migliaia di posti di lavoro che, purtroppo, bisognerà gestire.
La spirale del debito
Chi ha ridotto il gruppo Tim in queste condizioni, ha la responsabilità di averlo trattato per troppi anni, quasi esclusivamente, come un cespite finanziario.
Le ragioni industriali sono state spesso sacrificate alla logica perversa del debito, perdendo capacità d’investimento in tecnologie indispensabili, per stare al passo dell'evoluzione digitale.
A seguito del peso del debito pregresso della privatizzazione, la priorità è stata, prima pagare i debiti e i dividendi, mentre il primo cresceva (superando i 30 miliardi) anche per l’aumento dei tassi d’interesse, il gruppo si rimpiccioliva alla ricerca di un difficile equilibrio finanziario.
In più se, come si prospetta, si procederà alla fusione di Open Fiber con la rete di NetCO, considerato l’alto indebitamento della prima, il debito aumenterà ulteriormente; una spirale diabolica.
I problemi strutturali delle tlc tra flessione di ricavi, margini e investimenti
Il settore delle tlc ha i più bassi rendimenti del capitale investito in Europa, accanto al più alto capitale richiesto di investimento.
L’onerosità degli investimenti pesa tanto in termini di ritorni di redditività, considerato la concorrenza sfrenata sui prezzi, i costi delle nuove frequenze, ma soprattutto il dover far fronte a un settore iper-regolamentato dagli enti regolatori (Antitrust e Agcom) per favorire la concorrenza.
A questo bisogna aggiungere la forte presenza degli Over The Top (OTT), i giganti di Internet del calibro di Google, Meta, Netflix, Amazon, Microsoft, Apple e Spotify, i quali fanno affari d’oro, sfruttando le infrastrutture di rete, il cui costo, investimenti, personale, debiti è tutto sulle spalle dei gruppi delle telecomunicazioni che ne hanno la proprietà.
Stando ai dati, gli Over The Top (OTT), al momento, rappresentano più la metà del traffico internet europeo, obbligando il settore delle telco a fare investimenti infrastrutturali (in particolare nell’Ftth e nel 5G) ormai insostenibili; per questa ragione la politica dovrebbe prendere una scelta vincolante per gli Over The Top (OTT) di compartecipazione ai costi infrastrutturali in Europa.
Troppa concorrenza e guerra dei prezzi
Di concorrenza ce n’è forse troppa con una compressione dei margini di profitto, annullando gli investimenti e, di conseguenza, la qualità futura dei servizi offerti alla clientela.
Con l’aumento dell’inflazione, la situazione sta peggiorando, il nostro Paese risulta fra quelli in cui gli operatori non riescono ad adeguare i prezzi a causa della concorrenza agguerrita e della tendenza dei clienti a migrare verso offerte più convenienti, a causa delle crescenti difficoltà economiche.
Gli Stati Uniti hanno tre grandi operatori: i Paesi europei superano i cento e l’Italia è quella che ne ha di più, cinque (TIM, Fasteweb, Wind Tre, Vodafone e Iliad) senza considerare gli operatori virtuali MVNO (PosteMobile, Ho Mobile, VeryMobile e ecc.).
In generale, i prezzi di tutti i beni e servizi sono in aumento da tempo, mentre per il settore delle TLC, anche se nessuno fa a meno dei servizi di telecomunicazione, qualsiasi aumento eccessivo delle tariffe potrebbe influenzare la domanda.
In base a studi specifici, il rendimento di un cliente è diminuito del 40 per cento in sei anni.
È inevitabile, la connettività costa, non si può continuare a pretendere di pagare poco ciò che ha valore; i prezzi dovranno aumentare altrimenti l’unico costo che si riesce a tagliare per aumentare i profitti è il lavoratore.
Chi garantisce che Tim sopravviverà?
Se l’operazione non verrà invalidata dai movimenti di Vivendi, resteranno comunque dei forti dubbi sul futuro di NetCO e ServCO.
Chi garantisce, una volta conclusa la separazione, la sostenibilità del debito di entrambe le società? Se il livello del debito commisurato ai ricavi di ciascuna azienda non consentirà investimenti autonomi, esaurita la “droga” dei finanziamenti pubblici del PNRR, chi garantisce che alla scadenza del contratto di servizio, ServCO acquisti da NetCO la rete necessaria ai suoi servizi o addirittura non decida di erogarli tramite rete 5G?
Chi garantisce che alla scadenza del contratto di servizio, Delivery e Assurance dei servizi ServCO non vengano affidate alla pletora di aziende, con conseguente giungla di subappalti?
Chi garantisce che il contratto di fornitura dei servizi reciproco NetCO e ServCO, ancora in fase di valutazione e definizione nei dettagli, sarà sostenibile nel medio-lungo termine agli attuali prezzi di interconnessione e al cliente finale?
In particolare, i prezzi praticati da NetCO a ServCO, dovranno essere i medesimi che oggi pratica agli altri AOA (OLO) e comunque vagliati da AGCOM, oppure KKR punterà a massimizzare il proprio investimento, applicando un sistema tariffario che renderà comunque più costoso l’uso dell’infrastruttura, con l’inevitabile aumento sensibili dei prezzi.
Chi garantisce che la quota dello Stato italiano non verrà diluita con degli aumenti di capitale?
La vicenda Tim dimostra tutta la debolezza dello Stato italiano
Le telecomunicazioni sono oggi la più importante infrastruttura che definisce le capacità operative di un Paese sovrano, su questa infrastruttura circola l’informazione pubblica; le transazioni monetarie. Qualunque operazione di interesse industriale, comunicazioni commerciali, scientifiche e militare, considerato che siamo nell’epoca in cui i dati sono una risorsa strategica e remunerativa, chi possiede e gestisce l’infrastruttura di rete lo farà certamente in un’ottica finanziaria; KKR è un fondo e lo fa per mestiere.
Nel nome del libero mercato i governi e la politica italiana hanno capitolato cedendo le chiavi di casa, senza rendersi conto (?) che abbiamo perso la sovranità, mettendoci nelle condizioni di semplice colonia, nonostante qualcuno continui a parlare di “sovranismo”.
Quando lo Stato non rivendica le sue superiori prerogative e accetta di adeguarsi alle regole del libero mercato, presto o tardi resta con il cerino in mano, nonostante il timido appellarsi alla foglia di fico della golden share e/o del golden power, in difesa degli “interessi nazionali”, stiamo lentamente affondando.
Nonostante ciò, si parla ancora di privatizzazioni, sebbene la storia abbia dimostrato gli errori fatti, pagando un pesante conto per il nostro Paese.
Un’alternativa ci sarebbe: si chiama “Espropriazione per pubblica utilità”, tramite una nazionalizzazione e governance pubblica, come è persino prevista dall’articolo 42 della Costituzione.
Fonte
07/11/2023
Il buio oltre la rete
Non c'è ancora nessun chiarimento sul futuro delle reti di telecomunicazioni italiane, da quando a fine agosto ci siamo occupati della vicenda di TIM, con un articolo intitolato: "Una Rete fatta di Nodi".
La storia è ben nota: dagli oltre 7 euro per azione che Telecom Italia valeva nel 2001, oggi TIM quota attorno ad un quarto di euro. I debiti alla fine del terzo trimestre di quest'anno sono stimati in crescita a 26,45 miliardi di euro, rispetto ai 25,5 dell'anno scorso: con i tassi di interesse che si sono fatti assai più alti rispetto al passato, l'onere non può che crescere con i rinnovi alle scadenze, mentre i proventi segnano il passo. Il loro incremento complessivo del 1,4% deriva infatti dalla compensazione tra la flessione dello 0,2% di quelli del mercato italiano e la crescita del 5,8% di quelli del Brasile.
La cessione della rete al Fondo KKR, che di recente ha offerto 20 miliardi di euro per la rete di TIM cui ne aggiungerebbe altri 2 miliardi per la acquisizione di Open Fiber, è stata approvata dal CdA di TIM, con il voto contrario dei tre rappresentanti di Vivendi che sostiene la necessità di un passaggio decisionale in Assemblea dei Soci. Si preannunciano ricorsi.
Ma, intanto, si vede chiaramente che è stato drasticamente ridimensionato il valore di Open Fiber, che si è aggiudicata come concessionaria di INFRATEL la realizzazione con fondi pubblici delle reti in fibra ottica nelle aree a fallimento di mercato: era stato stimato in 5,5 miliardi di euro all'atto della vendita del 50% da parte di Enel, cui sono subentrati il Fondo australiano Macquaire per il 40% e la Cassa Depositi e Prestiti per un ulteriore 10%, arrivando così al 60% rispetto alla posizione paritaria che aveva in precedenza con Enel.
In pratica, se KKR dovesse effettivamente rilevare Open Fiber per appena 2 miliardi di euro, tanto la Cassa che Macquaire registrerebbero una consistente minusvalenza rispetto alla valutazione di 5,5 miliardi: una volta ceduta a KKR la rete in concessione da parte di Infratel, Open Fiber rimarrebbe una scatola praticamente vuota.
La Cassa Depositi e Prestiti esce assai penalizzata da questa operazione, dopo essersi lanciata con tanto entusiasmo in Open Fiber di cui detiene il 60%, ed essere entrata in TIM comprando il 9,8% delle azioni, divenendone il secondo azionista dopo Vivendi che ha il 23,7% del capitale.
TIM persegue un obiettivo principalmente finanziario e non industriale: con la cessione a KKR della sua rete, denominata "NetCo", si propone di abbattere il suo debito di 14 miliardi. Ma non è chiaro quale sarà il business operativo che sarà realizzato dalla rimanente compagine aziendale, definita "ServiceCo": per gestire la attuale clientela che usufruisce di linee telefoniche su rete fissa e mobile bastano pochissimi dipendenti.
Si parla molto genericamente di sviluppo nei settori di tecnologia avanzata, ma non si citano né esperienze analoghe maturate all'estero né programmi concreti: in pratica, i proventi futuri di "ServiceCo" deriveranno ancora in massima parte dalla rivendita dei servizi di rete, offerti a tutto il mercato a condizioni paritarie dal nuovo gestore sostanzialmente monopolista delle reti di telecomunicazioni italiane, se dovesse acquisire oltre alla rete di TIM, "NetCo", anche quella di Open Fiber.
C'è un altro aspetto da considerare: con ogni probabilità, le bollette telefoniche aumenteranno. Non avendo clienti finali da tenere fidelizzati, il nuovo gestore di rete sarà assai propenso ad aumentare il prezzo di accesso ed interconnessione che viene pagato dagli operatori che invece si interfacciano con i clienti finali. Nella alternativa tra ridurre i propri margini di profitto, oppure ribaltare gli aumenti sui clienti, è assai probabile che sceglieranno questa seconda alternativa.
Il MEF sta cercando di ritagliarsi una posizione di minoranza di blocco, partecipando direttamente e con altri partner italiani alleati con il 35% alla iniziativa di KKR che sta procedendo acquisizione della rete di TIM: in proporzione, si dovrebbero mettere sul piatto complessivamente 7 miliardi di euro, di cui 4 da parte del MEF per avere in mano il 20% del capitale.
Anche in questo caso, come per il futuro delle attività da parte di "ServiceCo" di TIM, non si hanno elementi per valutare le strategie di sviluppo del MEF: è sicuramente una iniziativa volta ad assicurarsi un ruolo di controllo.
Anche in questo caso, mentre si sta cercando di sistemare una partita debitoria pregressa ed incombente per TIM, non c'è stata finora una chiara comunicazione al pubblico della strategia di sviluppo delle reti, ed in prospettiva della dismissione di quella in rame nelle aree in cui c'è una ampia disponibilità di fibra ottica, che viene perseguita da KKR, che invece ha fatto certamente conoscere i suoi piani alle banche (UniCredit, Crédit Agricole, Mediobanca, Bper, Bnp-Paribas, JP Morgan, Citi, Morgan Stanley, Bpm, Natixis e Bofa) che si sono consorziate per raccogliere 10,5 miliardi di euro necessari per finanziare buona parte dell'operazione di acquisizione e lo sviluppo degli investimenti negli anni futuri.
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La Rete TIM va al fondo Usa KKR. Ancora una debacle di strategia industriale
Non possiamo che ribadire il forte giudizio negativo sull’operazione, lanciando un segnale d’allarme e individuando nella politica industriale un vero punto di debolezza dell’opposizione sia da parte del PD sia da parte dell’AVS.
Siamo di fronte infatti all’ennesimo passaggio che segnala l’assenza dell’Italia da una qualche idea di piano di strategia industriale.
L’operazione TIM/KKR è un “unicum” in Europa: separazione della rete dai servizi e privatizzazione.
Inutile enfatizzare il ruolo dello Stato, come ha cercato di fare il governo: il fondo americano KKR diventerà proprietario al 65% di un asset strategico del nostro Paese e non ci sono stati forniti elementi per capire quali garanzie siano realmente previste per le scelte strategiche, l’occupazione, gli investimenti e la tutela dei dati.
Ne avevamo già accennato a febbraio di quest’anno quando era apparsa la notizia dell’avvio della trattativa in questione: senza alcuna concessione “sovranista” così si dimostra tutta la fragilità del contorto processo di privatizzazioni avvenuto in Italia nel settore decisivo delle infrastrutture tecnologiche (intendiamoci bene: dal tempo dei dalemiani “capitani coraggiosi” discendendo per le rami dal prodiano scioglimento dell’IRI).
Da allora si è creata una situazione di evidente scalabilità e debolezza, a dimostrazione di una ormai storica incapacità di programmazione dell’intervento pubblico in economia e di assenza di politica industriale (che coinvolge anche l’Europa).
L’opposizione e il sindacato non possono rimanere ingabbiati in questa dimensione strategicamente inesistente, tutta rivolta all’autoconservazione del politico, schiacciata dall’emergenza dell’immediato.
Serve un colpo d’ala nella progettualità e nell’intervento del pubblico sui nodi strategici, serve affermare la forza del movimento dei lavoratori da proiettare in avanti, non basta evocare un indefinito “green” e un imperscrutabile “digitale” in un Paese al centro della contesa europea e che accusa da tempo limiti enormi dal punto di vista della politica industriale soprattutto sul delicatissimo terreno dell’innovazione nei settori strategici. Limiti del resto non affrontati neppure nella “possibile”(?) occasione fornita dal PNRR al riguardo della quale il discorso andrebbe affrontato in sede opportuna ma che non può essere sottovalutato o peggio dimenticato.
Fonte
04/09/2023
Una rete fatta di nodi
La telenovela di Tim prosegue: si illude chi pensa che i problemi siano stati finalmente risolti, e che siamo giunti all'Happy End con l'ingresso minoritario dello Stato italiano nella nuova società che ne rileverà la rete. Anche delle ultime vicende sappiamo tutto, soprattutto che neppure l'ultimo giro azionario fatto dai francesi di Vivendi è andato come speravano. Con i tassi di interesse alle stelle che vanno a gravare su un debito assai più che consistente, essendo arrivato a 31,3 miliardi di euro. Ormai non c'è nessuna possibilità di abbatterlo per vie interne: il settore delle telecomunicazioni, a livello azionario e di mercato, è in ribasso da anni con prezzi e margini sempre più esigui.
Da vendere, Tim non ha più niente, oltre la rete, dopo la cessione delle partecipazioni estere, anch'esse comprate a debito quando le loro valutazioni erano altissime, gli asset immobiliari e la messa a fattor comune con gli altri operatori delle torri di accesso ai sistemi radio.
La rete sarà scorporata, messa dentro una scatola societaria insieme ad una consistente quota dei debiti in essere per un ammontare compreso tra gli 8 ed i 10 miliardi di euro, per essere acquistata da una Net.co di nuova costituzione: il prezzo della offerta congiunta da presentare a TIM sarà compreso tra i 20 ed i 23 miliardi di euro. La compagine azionaria sarà assai variopinta: gli americani del Fondo KKR avranno il 65%, il MEF entrerà con un investimento di 2-2,5 miliardi che non corrisponde affatto a quel 20% che servirebbe, insieme al restante 15% ripartito tra F2I che prenderebbe il 10% ed un altro partner italiano con il residuo 5%, per arrivare al 35%. L'obiettivo è infatti quello di raggiungere il 35% da parte di un complesso degli azionisti italiani, al fine di creare una minoranza di blocco nel caso di operazioni straordinarie.
Sullo scorporo, è chiaro che non verrà fatta una scissione proporzionale che sarebbe esente da imposte sulle eventuali plusvalenze e manterrebbe gli azionisti attuali nel loro ruolo, ma che si tratterà della cessione contemporanea di un ramo di azienda e di debiti. In proposito, sarà necessario ricevere il consenso di tutti i creditori: sia di quelli ceduti che di quelli residui, che potrebbero eccepire un depauperamento delle rispettive garanzie.
Non solo: bisogna capire dove finirà il corrispettivo incassato da TIM dalla cessione della rete, se andrà ad alimentare un dividendo straordinario a tutto beneficio degli azionisti oppure anche ad una riduzione del debito residuo. Una società di telecomunicazioni che gestisce solo servizi, non ha molti margini di profittabilità una volta che perde gli introiti derivanti dall'accesso e dalla interconnessione di altri operatori alla sua rete.
Davvero mogio, dunque, questo ritorno dello Stato italiano in quella che era stata la Stet, la capogruppo da cui dipendeva non solo la SIP poi diventata Telecom Italia, ma anche Italcable e le svariate partecipate all'estero, oltre che un nugolo di società di servizi come la SIRTI che realizzava gli impianti, e che aveva pure assorbito la ASST, l'Azienda di Stato per i Servizi Telefonici, trasformata in Iritel. C'era pure Telespazio, poi ceduta a Finmeccanica.
Era un complesso industriale ai vertici mondiali sotto il profilo tecnologico e della redditività, ma sempre per merito degli interventi pubblici. Lo Stato versava all'ASST circa 1.000 miliardi di lire l'anno per fare investimenti, mentre la Cassa Depositi e Prestiti aveva erogato alla Sip il prestito necessario a finanziare il Piano Europa, volto ad introdurre la teleselezione automatica, per chiamare direttamente da una città all'altra senza dover ricorrere ai centralinisti.
Dal nocciolino duro della Fiat alla Tecnost dei Capitani Coraggiosi che fece l'Opa del secolo tutta a debito poi scaricato sulla preda, dalla Olimpia del Gruppo Pirelli agli spagnoli di Telefonica in TELCO, anche la stagione dei francesi si sta concludendo.
Il successivo nodo da affrontare è quello delle partecipazioni incrociate della Cassa Depositi e Prestiti (CDP), di cui il MEF è azionista all'83%. Non solo la CDP detiene il 60% di Open Fiber, mentre il 40% è di proprietà degli australiani di Macquaire, ma ha anche il 9,81% di TIM, rispetto al 23,7% di Vivendi. Se, dunque, la CDP rimarrebbe esclusa dalla partecipazione all'azionariato che acquisterebbe la ex-rete di TIM, rimarrebbe un attore principale nella prospettiva di unificare le due reti, quella ex-TIM e quella di Open Fiber.
Anche in quest'ultimo caso, c'è stato un passaggio di mano: in precedenza, Open Fiber aveva due azionisti paritetici, entrambi al 50%, ENEL e CDP. Ad un certo punto, immaginando già di pervenire ad una fusione tra le due reti, quella di TIM e quella di Open Fiber, si ritenne del tutto incongrua la presenza contemporanea di due partner industriali, TIM ed ENEL, per cui si decise di far uscire ENEL da Open Fiber. Quest'ultima società, che ha come scopo esclusivo la realizzazione e la gestione di reti di telecomunicazioni, agendo in particolare come concessionaria di INFRATEL per quelle nelle aree a fallimento di mercato, venne valutata complessivamente 5,5 miliardi di euro: il 50% messo in vendita da ENEL fu comprato per il 40% dagli australiani di Macquaire, e per il 10% dalla CDP che arrivò così al 60%.
Se rimanessero fermi i numeri già noti, da un'eventuale fusione tra la ex-rete di Tim e quella di Open Fiber nella ipotesi che avesse un valore pari alla somma aritmetica delle due entità, le quote azionarie sarebbero queste: KKK avrebbe il 48%; il Mef + F2I + l'altro socio italiano previsto, avrebbero insieme il 28%, cui si aggiungerebbe il 12% della CDP arrivando così al 40%; Macquaire l'8%.
Deve essere chiaro un altro punto: lo Stato sta finanziando da anni, attraverso Infratel che emana appositi bandi, gli investimenti necessari per la posa della fibra ottica e di altre connessioni a larghissima banda nelle aree a fallimento di mercato, definite aree bianche, e nelle altre in cui ci sarebbe un solo operatore ad agire senza concorrenti denominate aree grigie. Alla scadenza della concessione di Open Fiber, sempre che rimanga in essere dopo la ipotizzata fusione tra le due società, Net.co ed Open Fiber, le infrastrutture realizzate da quest'ultima con i fondi erogati da Infratel dovranno essere retrocesse allo Stato, che ne è stato il finanziatore.
In pratica, lo Stato italiano non solo aumenta il debito pubblico per finanziare gli investimenti in infrastrutture fatti da Open Fiber, anche mediante le risorse del PNRR, ma ora lo farà anche per acquistare una quota minoritaria della Net.co derivante dallo scorporo della rete ex-TIM, una scatola societaria che incorpora altro debito.
I fondi privati di investimento, KKR e Macquaire, saranno molto attenti alla remunerazione delle loro risorse, sia quelle impiegate con la prospettata offerta di acquisto della ex-rete di TIM che quelle già pagate ad ENEL per la già effettuata acquisizione di azioni di Open Fiber: chiederanno, con ogni probabilità, un aumento delle tariffe che dovranno essere pagate al nuovo monopolista derivante dalla fusione delle due reti, di cui avranno la maggioranza. È inimmaginabile che KKR metta sul piatto gli oltre 13 miliardi che servono per comprare il 60% della Net.co senza avere la garanzia di un ritorno adeguato.
C'è da capire quale sarà l'effettivo ruolo dello Stato, visto che avrà una partecipazione azionaria minoritaria ma una grande responsabilità per gli investimenti. Per il momento, è chiaro che si tratta di tirar fuori TIM dalla difficoltà strutturale in cui si trova: sono più consistenti le risorse che si devono impiegare per realizzare la nuova e più performante rete che i proventi che derivano da quella esistente, con gli accessi fisici tuttora prevalentemente in rame.
Facciamo un po' di conti in tasca al MEF: se, per ipotesi, il prezzo del 100% della Net.co fosse di 20 miliardi di euro, con i 2 miliardi ora previsti per la partecipazione alla acquisizione, il MEF sarebbe proprietario del 10% della società. E se nella Net.co venissero conferiti 10 miliardi di euro, il MEF sarebbe proprietario in proporzione anche del 10% del debito della Net.co, pari ad 1 miliardo di euro: in pratica, il MEF si indebita sul mercato finanziario, facendo nuovi debiti per 2 miliardi, per comprare 1 miliardo di rete ed 1 miliardo di altro debito.
Fonte
01/09/2023
TIM/KKR. Privatizzazioni e deficit di strategia industriale
“Nel Consiglio dei ministri di lunedì 28 agosto il governo ha approvato due decreti con cui autorizza l’acquisto di una parte della rete infrastrutturale di Tim, la principale società di telefonia italiana, insieme al fondo statunitense KKR, che ormai da settimane ne sta trattando l’acquisto con Tim.Siamo di fronte all’ennesimo passaggio che segnala l’assenza dell’Italia da una qualche idea di piano di strategia industriale.
L’accordo fra governo e KKR per un’offerta comune era stato trovato due settimane fa, ma prima di essere ufficializzato doveva passare dal Consiglio dei ministri.
Il governo acquisterà il 20 per cento della rete di Tim con un investimento che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha quantificato in un massimo di 2,2 miliardi di euro. Con uno dei decreti approvati oggi, il governo ha formalizzato l’accordo con KKR. Con l’altro ha stanziato i fondi necessari per l’offerta.”
L’operazione TIM/KKR è un “unicum” in Europa: separazione della rete fisica dai servizi e privatizzazione.
Inutile enfatizzare il ruolo dello Stato, come ha cercato di fare il governo: il fondo americano KKR diventerà proprietario al 65% di un asset strategico del nostro Paese e non ci sono stati forniti elementi per capire quali garanzie siano realmente previste per le scelte strategiche, l’occupazione, gli investimenti e la tutela dei dati.
Ne avevamo già accennato a febbraio di quest’anno quando era apparsa la notizia dell’avvio della trattativa in questione: senza alcuna concessione “sovranista”, così si dimostra tutta la fragilità del contorto processo di privatizzazioni avvenuto in Italia nel settore decisivo delle infrastrutture tecnologiche (intendiamoci bene: dal tempo dei dalemiani “capitani coraggiosi”, discendendo per le rami dal prodiano scioglimento dell’IRI).
Da allora si è creata una situazione di evidente scalabilità e debolezza, a dimostrazione di una ormai storica incapacità di programmazione dell’intervento pubblico in economia e di assenza di politica industriale (che coinvolge anche l’Europa).
L’opposizione e il sindacato non possono rimanere ingabbiati in questa dimensione strategicamente inesistente, tutta rivolta all’autoconservazione del politico, schiacciata dall’emergenza dell’immediato.
Serve un colpo d’ala nella progettualità e nell’intervento del pubblico sui nodi strategici, serve affermare la forza del movimento dei lavoratori da proiettare in avanti, non basta evocare un indefinito “green” e un imperscrutabile “digitale” in un Paese al centro della contesa europea e che accusa da tempo limiti enormi dal punto di vista della strategia industriale. Limiti del resto non affrontati neppure nella “possibile”(?) occasione fornita dal PNRR.
Fonte
24/11/2021
TIM - Dopo spagnoli e francesi arrivano gli Usa
La manifestazione di interesse “amichevole” da parte del fondo americano KKR per l’acquisizione del 100% delle azioni ordinarie e di risparmio di TIM non è altro che l’ennesimo passaggio in mani straniere di un asset strategico come le infrastrutture di rete delle telecomunicazioni e non solo.
È del tutto evidente che non ci lascia spiazzati la tempistica dell’operazione, tenuto conto del Piano Strategico 2022-2024 in cui si prospettava un piano di rilancio infrastrutturale, grazie ai fondi europei del PNRR per la transizione digitale destinati alla rete in fibra che valgono 7 miliardi. Di fatto questo è il vero business per KKR, oltre a quello del progetto del Cloud di Stato, tramite la creazione di un’infrastruttura per la gestione in cloud di dati e applicazioni della Pubblica Amministrazione.
A 25 anni dalla nefasta privatizzazione, la gestione predatoria dei vari gruppi finanziari, prima che industriali, ha dilapidato un patrimonio tecnologico e professionale che aveva pochi pari in Europa.
I capitani di ventura che si sono susseguiti non hanno valorizzato un’infrastruttura essenziale per la gestione dei dati e delle comunicazioni.
Di certo chi ne ha pagato le conseguenze sono stati i lavoratori e i cittadini.
Oggi, indebolita, spartita tra interessi divergenti, senza un piano coerente con i bisogni generali del paese, TIM rischia di finire nel portafoglio dell’ennesimo fondo di speculazione finanziaria.
Come ciclicamente avviene, anche in questo caso viene rilanciata l’ipotesi dello spezzatino tra un’azienda in cui confluirebbero la rete, parte dei 21 miliardi di debito di TIM e di diverse migliaia di dipendenti e un’altra azienda di servizi commerciali alla clientela. Con una totale incertezza su TI Sparkle (la rete dei cavi internazionali) e sui Data center (Noovle), asset ormai essenziali che non possono essere lasciate alle multinazionali, per la loro strategicità devono essere pubbliche e sotto il controllo democratico.
Negli anni il management che si è avvicendato alla guida di TIM, si è caratterizzato solo per un aspetto comune: l’ossessivo obiettivo di ridurre costi, agendo sull’unica leva gestionale che concepiscono, la riduzione di personale, di salario e di diritti.
Per questo riteniamo che, come fatto dai precedenti management avvicendatisi alla guida di TIM, si voglia solo perseguire il miope obiettivo di ridurre costi, di frazionare e quindi diluire l’ingente debito che oggi grava su TIM e poter “snellire” il personale più agevolmente, agendo su perimetri societari più limitati.
Gli effetti indiretti sarebbero come è ovvio la perdita di migliaia posti di lavoro sull’intero comparto composto da una miriade di aziende che vivono degli appalti TIM: imprese di rete, dell’informatica, della logistica.
Inoltre, assisteremmo al notevole ridimensionamento del ruolo di TIM di guida nell’innovazione e nel salvaguardare dell’interesse nazionale, in un’ottica di sistema-Paese.
A completare il quadro, l’ulteriore apertura liberista in asservimento ai diktat dell’UE e del Governo Draghi che si è limitato a prendere atto della manifestazione d’interesse “amichevole”, in linea con il disegno di legge sulla concorrenza che prepara la privatizzazione di tutto ciò che resta ancora di pubblico nel nostro Paese.
Per questo invitiamo tutti i lavoratori e lavoratrici del Gruppo TIM alla mobilitazione nazionale del prossimo 4 dicembre “No Draghi Day” per dire NO alle privatizzazioni e ai licenziamenti.
Fonte
22/11/2021
KKR su Tim. L’assalto Usa alle telecomunicazioni
Una dorsale che qualsiasi Stato degno di questo nome si tiene ben stretta, pretendendo – da vero “sovrano” – di controllare ciò che vi transita. Se questa rete cade in mano private va da sé che l’autonomia di uno Stato viene sottoposta al “capriccio” di un imprenditore privato (e un fondo di investimento è il più opaco degli investitori).
La parte davvero strategica di Tim è infatti proprio la “rete fissa”, quella colossale infrastruttura di cavi, antenne, scatole di derivazione, armadietti, ecc., costruita con soldi pubblici nell’arco di alcuni decenni e già ora nelle mani di privati “non italiani”, ma comunque europei.
Nella struttura societaria, vista la strategicità della rete, lo Stato italiano mantiene comunque una “golden power” – una quota azionaria di riferimento che consente oppure no operazioni di vendita – che dovrà decidere come utilizzare in questo caso.
L’offerta di Kkr per il 100% della quota azionaria (compresa dunque la quota pubblica rappresentata da Cassa Depositi e Prestiti) è di quelle che “non si possono rifiutare”: il 40% in più del valore azionario raggiunto la scorsa settimana. La parte del leone nell’azionariato è al momento fatta da Vivendi, con il 24%.
Ora il governo Draghi, ovvero il governo della Troika (Bce, UE, Fmi) dovrà decidere se esercitare il diritto di veto attraverso la golden power oppure no. Con tutte le conseguenze derivanti da questa scelta.
Le “comunicazioni strategiche” di tipo politico o militare sono state fin qui garantite proprio attraverso questa formula, con accordi tecnici specifici che sottraevano tali ambiti da quelli a discrezione del consiglio di amministrazione.
Ma è evidente che una proprietà privata del 100%, per di più statunitense, toglierebbe molta credibilità ad accordi dello stesso genere (che ovviamente dovrebbero essere stretti anche con i nuovi proprietari).
Kkr (Kohlberg Kravis Roberts & co) gestisce più di 400 miliardi di dollari attraverso una squadra di appena 1.700 impiegati e consulenti, con oltre 550 analisti capaci di pilotare e consigliare investimenti da una rete dislocata in 20 città di 16 diverse nazioni di 4 continenti.
Fondato nel 1976 a New York da Jerome Kohlberg Jr. e dai cugini Hwenry e George R. Roberts, in questi anni Kkr ha effettuato investimenti in oltre 160 società che spaziano dai settori delle infrastrutture (uno dei più gettonati dal fondo) all’energia, dall’immobiliare al credito.
Nel suo portafoglio figurano investimenti in società del calibro di Alliance Boots, Del Monte, Kodak, Prosiebensat1 e Axel Springer, il gruppo media tedesco di cui poi è diventato il maggiore azionista staccando un assegno di 3,2 miliardi di dollari per una quota del 43,54% del capitale.
Nel 2007, invece, Kkr fu artefice dell’acquisizione di Txu, un’operazione che risultò fino a quel momento il più grande buyout della storia. Dal luglio del 2010 è quotato alla Borsa di New York.
Non stiamo parlando insomma di un avventuriero di fascia bassa, ma di un corsaro con patente rilasciata da Washington...
FOnte
31/08/2020
Rete unica, oggi l’ok di Tim a FiberCop, inizia “l’ammucchiata”
Il miraggio della rete unica per la rete secondaria – il cosiddetto ultimo miglio dell’infrastruttura, quello che va dagli armadi sulle strade alle abitazioni – diviene realtà, portando con sé una sequela di società private (oltre a Tim stessa, Tiscali, Fastweb, il fondo statunitense Kkr, e poi Sky, Vodafone, Wind-Tre) che molti dubbi lascia sul ruolo che lo Stato possa andare a ricoprire nella nuova configurazione societaria. Ma andiamo con ordine.
Governo e Tim daccordo su FiberCop
La nascita di FiberCop era stata temporaneamente congelata dal governo all’inizio di agosto, quando con una lettera il ministro dell’economia Roberto Gualtieri e dello sviluppo economico Stefano Patuanelli avevano chiesto di posticipare l’operazione (che prevedeva l’entrata di Kkr e Fastweb nella società) all’ad di Tim Luigi Gubitosi, vista l’importanza del settore per gli interessi nazionali.
Da lì, giorni di intense trattative, con il governo che palesava l’intenzione di giocare un ruolo di peso nella nuova conformazione di un ambito come quello delle telecomunicazioni (tlc) decisivo per lo sviluppo, nonché per la sicurezza, dello stivale.
Fino al lasciapassare per il nuovo assetto nel vertice di giovedì, alla presenza dei pezzi pesanti del governo quali Conte, Gualtieri, Patuanelli, Pisano, Bonafede, Franceschini, Speranza, Orlando e Marattin, insieme all’ad di Cassa depositi e prestiti (Cdp) Fabrizio Palermo, in qualità di big per la parte pubblica dell’operazione.
Qual era il termine della contesa, quali gli attori in campo, e come è andata a finire? Un breve sguardo all’evoluzione degli ultimi anni aiuterà a districarsi meglio nella babilonia di attori che hanno avuto e avranno un ruolo nel futuro dell’internet (e non solo) del paese.
Una privatizzazione fallimentare
Come si sa, quello delle tlc è un capitalo delicatissimo della storia della Seconda repubblica, tristemente noto per essere stata la peggiore privatizzazione della follia neoliberale messa in atto a seguito della firma del Trattato di Maastricht.
La nascita di Telecom Italia e la sua completa privatizzazione, con l’entrata in borsa nella seconda metà degli anni Novanta, portano in dote una serie di gestioni, acquisizioni e passaggi di mano che hanno visto protagonista la “crema” dell'(im)prenditoria italiana, come la famiglia Agnelli, i Benetton, Franco Bernabè, Marco Tronchetti Provera, Generali, Mediobanca, ecc. Un disastro.
Il risultato è stato il cosiddetto “deficit originario”, ossia quello che ha impedito a buona parte del territorio di avere accesso a internet veloce, non essendo profittevole investire negli angoli remoti della penisola, con tutte le conseguenze in termini di diseguaglianze tecnologiche e di opportunità per chi non viveva in prossimità dei centri urbani (che fossero studenti, lavoratori o anche imprenditori).
Tim alla fine finisce in mano alla francese Vivendi (la stessa che vorrebbe impedire a Mediaset di fondare un polo televisivo europeo; per farlo essa stessa, s’intende...), società che detiene il 23% delle quote seguita da Cdp con il 9%. Cassa che tuttavia, nonostante sia la seconda azionista, non esprime nessun membro nel cda...
La nascita di Open Fiber
Per appianare queste diseguaglianze il governo Renzi dava alla luce nel 2015 Open Fiber, concorrente pubblico di Tim partecipata al 50% da Cdp (con evidente conflitto d’interessi con la partecipazione in Tim) e al 50% da Enel, di cui si sarebbero volute sfruttare le infrastrutture (tubi, pozzetti ecc.) per far arrivare la fibra lì dove si registrava il “fallimento del mercato”, ossia proprio quelle “aree bianche” dove a Tim non conveniva investire.
Il mantra della “concorrenza” avrebbe dovuto spingere Tim a non perdere quote di controllo della rete secondaria in favore di Open Fiber, ma né quest’ultima ha mantenuto la promessa di connettere con la fibra il resto del paese (anche se controllate dal Mef, Cdp e Enel sono infatti due S.p.a. – rispondono alla logica di mercato e quindi del profitto – e non possono perciò rendere un “servizio al paese” se questo non è remunerativo per il capitale investito), né Tim ha reagito come preventivato all’entrata del competitor.
La svolta con il Covid
La svolta arriva con il Covid, la necessità conclamata di colmare il gap con il resto del Vecchio continente e la possibilità di sfruttare i miliardi messi in palio dal Recovery Fund per la digitalizzazione del paese, funzionale allo smart working, allo sviluppo dell’industria 4.0, dell’intelligenza artificiale, dell’automazione, nonché – parole di Patuanelli, sabato su il Sole 24 Ore – al «5G e ai data center e server di prossimità», ossia il nocciolo della competizione tecnologica dei prossimi anni.
Un boccone ghiotto, ghiottissimo, perché offre la possibilità di acquisire quote di mercato nella gestione dell’infrastruttura che consente l’accesso a un numero di dati tanto sensibili quanto decisivi per la predizione dei comportamenti degli utenti, che nel modello di sviluppo attuale significano sia possibilità di profitti (anticipare o convogliare le “esigenze” del consumatore), sia capacità di controllo.
Non sorprendeva dunque la volontà del governo di avere una parola nell’assetto della nuova società, così come la lista degli interessati all’investimento, preoccupati tuttavia – questi ultimi – che il nuovo veicolo risultasse di fatto “indipendente” sia dall’ingerenza dello Stato, sia dal controllo di Tim in quanto azionista maggioritario.
Per il primo, il caso Autostrade avrebbe potuto far dormire sonni tranquilli ai vari Kkr, Tiscali ecc., mentre quelli di Alitalia o dell’Ilva sono ben lontani dal rappresentare il ritorno dello Stato nell’economia, come ammesso dall’inquilino del Mise sempre nell’intervista a il Sole.
Ma la levata di scudi dei paladini della “libertà d’impresa”, come Franco Debenedetti, sono comunque funzionali affinché venga seppellito in partenza ogni minimo accenno a un pensiero-altro rispetto a quello neoliberista.
La soluzione trovata nel caldo di agosto prevederebbe perciò l’ok del governo al trasferimento in FiberCop della rete secondaria di Tim, la partecipazione del fondo Kkr Infrastructure e le attività di FlashFiber (la joint-venture tra Tim e Fastweb), con il successivo convogliamento di Open Fiber che permetterebbe a Tiscali la migrazione dei propri clienti sulla rete di FiberCop (ora su Open Fiber) e la possibilità di un eventuale ingresso nell’azionariato di FiberCop stessa.
Per Open Fiber, stando alle ultime, Enel potrebbe cedere fino al 10% delle sue quote a Cdp e il restante al fondo australiano Macquaire, dando alla Cassa (che ricordiamo ha anche il 9% in Tim) un ruolo rilevante nella governance del nuovo veicolo.
Governance pubblica o indipendenza strategica?
Se “la regia statale degli investimenti” è lo slogan con cui il governo ha salutato con favore il possibile accordo, d’altra parte Gualtieri, Patuanelli e lo stesso Palermo tengono a sottolineare «l’indipendenza strategica e operativa della nuova società», ossia a tranquillizzare i mercati che saranno i loro appetiti a indirizzare le scelte d’investimento.
Ma delle due l’una, o si privilegiano i bisogni della popolazione o si staccano le cedole per l’azionista di turno. La storia delle tlc nostrane insegnano questo, tertium non datur. Aldilà della retorica governativa, le parole di apprezzamento al progetto e possibilità di coinvolgimento espresse dagli AD di Sky, Vodafone e Wind-Tre fanno propendere decisamente per la seconda.
E anche se la risposta definitiva si avrà solo alla nomina del cda (quello di Tim non è un precedente incoraggiante), a ora più che la semi-nazionalizzazione di un settore strategico, sembra più un’ammucchiata privatissima con Tim in testa (tanto da far dire al renziano Anzaldi che Tim ha «un po’ troppa influenza su alcuni settori del governo») per la corsa all’oro del XXI secolo, i big data.
Il fondo statunitense Kkr
A questo proposito, un’ultima nota su Kkr. La Kohlberg Kravis Roberts & Co. è un operatore internazionale di private equity che gestisce investimenti per più di 150 miliardi di dollari, dove uno dei fondatori – Henry Kravis – è un “filantropo” repubblicano finanziatore delle campagne elettorali di George W. Bush, John McCain e ultimo Donald Trump.
Inoltre, il presidente del Kkr Global Institute, sezione d’analisi fondata nel 2013, è il Generale ed ex-direttore della Cia David Petraeus. L’istituto ha il compito di studiare le implicazioni macroeconomiche, sociali e geopolitiche degli investimenti della società, in particolare per quelli nelle nuove aree geografiche (Reuters).
Nella feroce competizione interimperialistica odierna, non proprio il partner ideale. Com’era la storia della “regia statale”?
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