In una serie di articoli dedicata alla distruzione delle imprese italiane non poteva mancare una trattazione dedicata a Telecom Italia, una grande azienda che nell’ultimo trentennio è stata resa oggetto di ripetuti assalti, che l’hanno ridotta al fantasma di se stessa.
Telecom Italia era stata costituita nel 1994, fondendo le diverse aziende dell'IRI attive nella telefonia. All’epoca si era ormai insediata ai vertici del sistema partitico una nuova classe dirigente, allineata ai voleri dei più forti rappresentanti del potere economico, nazionale e anche straniero, ragion per cui questa operazione non ebbe quale fine il potenziamento dell’iniziativa pubblica in quell’ambito, bensì la cessione in blocco a privati delle attività ad esso afferenti. Infatti Telecom risultava un pezzo particolarmente pregiato delle partecipazioni statali, in quanto suscettibile di garantire ai suoi possessori dei profitti elevati: ciò perché nelle telecomunicazioni la concorrenza stava appena sviluppandosi (al momento della sua cessione, Telecom Italia era addirittura ancora l'unico operatore di rete fissa) e l'innovazione tecnologica stava facendo sorgere una nuova gamma di servizi (internet e la telefonia mobile).
Nel 1997 furono dunque poste sul mercato le azioni di Telecom Italia, perseguendo per un verso un’elevata polverizzazione del capitale (nell’intento dichiarato di privilegiare l'azionariato diffuso), ma per l’altro anche la formazione di un nucleo stabile di investitori, cui affidare una quota rilevante dello stesso. Agendo in tal modo, si consentì a una cordata appositamente costituitasi – comprendente l'IFIL (la finanziaria della famiglia Agnelli) e vari istituti bancari e assicurativi – di assumere il sostanziale controllo della società sottoscrivendo appena il 6,6 per cento delle azioni, con un esborso pari a 3.950 miliardi di lire. Tale cordata, peraltro, aveva a sua volta una composizione così frammentata che all'IFIL bastò un peso al suo interno del 10 per cento per assumervi un ruolo dominante; sicché la privatizzazione, in ultima analisi, ebbe l'effetto di consegnare il controllo della compagnia telefonica agli Agnelli a fronte dell'acquisto da parte loro di appena lo 0,66 per cento dei titoli della stessa. I nuovi proprietari, in verità, non mantennero a lungo la posizione di forza così agevolmente conquistata; ma solo perché nel 1999 la Olivetti promosse un'offerta pubblica di acquisto (OPA) cui arrise il successo, in ragione del prezzo assai elevato offerto per ciascuna azione.
La privatizzazione, pertanto, si rivelò comunque un eccellente affare per gli investitori che vi presero parte, in quanto essi poterono rivendere le proprie partecipazioni a un prezzo sensibilmente maggiorato: se si considera che la società scalatrice, per impossessarsi del 51 per cento delle azioni, versò ben 61.000 miliardi, si desume difatti che essa attribuì a Telecom un valore doppio rispetto a quello che la compagnia aveva avuto nel momento in cui tali investitori s'erano inseriti nel suo capitale. Per lo Stato, invece, la privatizzazione costituì un'operazione del tutto controproducente: esso ricavò meno di 23.000 miliardi dalla cessione di un'azienda che nello stesso 1997 generò più di 14.000 miliardi fra utili e ammortamenti.
Non meno fortunati dei primi acquirenti, peraltro, furono i successivi scalatori della società (Colaninno e Gnutti, divenuti poco tempo prima i principali azionisti della Olivetti): questi difatti la pagarono sì a prezzo di mercato, ma solo in parte con mezzi propri, in quanto la somma necessaria per la scalata fu da loro reperita vendendo le aziende telefoniche – Omnitel e Infostrada – di cui la Olivetti era già proprietaria (per la cui creazione essa doveva tutto allo Stato, che aveva aperto il settore ai privati e le aveva consentito, come spiegato nel nostro precedente articolo, l'utilizzo della rete telefonica delle FS), nonché facendo emettere alla società scalatrice nuove azioni e indebitandola nei confronti delle banche. Vero è che l'indebitamento accumulato risultò poi tanto elevato da non poter essere rapidamente ridimensionato (malgrado si fosse provveduto a vendere alcune importanti società che Telecom controllava), rendendo così malsicure le sorti della compagnia e inducendo di conseguenza i suoi nuovi proprietari, a due anni dall’OPA, a ritirarsi a propria volta, cedendo la quota della Olivetti in loro possesso; ma anche tale ulteriore passaggio di proprietà avvenne a un prezzo elevato (furono pagati 4,175 euro per azione, a fronte di una loro quotazione in borsa pari a 2,25), sicché anche per essi l'avventura in Telecom risultò altamente proficua.
Nel ripercorrere questa vicenda, non va poi trascurato che nel 1999 le azioni Telecom sarebbero potute diventare ancora più care, se il governo non avesse boicottato il piano escogitato dai dirigenti della compagnia per ostacolare la scalata. Questi avevano progettato di fondere Telecom con TIM (la sua controllata attiva nella telefonia mobile), la cui quotazione di borsa era in ascesa, nell'intento di far lievitare quella della stessa Telecom e rendere così l'OPA troppo costosa per le finanze dei suoi nuovi pretendenti. La fusione, però, doveva essere decisa da un'assemblea degli azionisti cui avessero partecipato i detentori di almeno il 30 per cento del capitale; e nell'assemblea che venne convocata tale quota non fu raggiunta. Determinante per questo fallimento fu l'assenza degli azionisti pubblici all’epoca ancora presenti (il Tesoro, il fondo pensioni della Banca d'Italia e altri investitori istituzionali). Dunque la Olivetti pagò sì, in termini assoluti, un prezzo assai elevato per la conquista di Telecom, ma nella sua impresa fu comunque assai agevolata dal governo.
Anche i terzi compratori (Pirelli, Benetton, i gruppi bancari Unicredit e Banca Intesa), pur avendo acquistato la Olivetti a caro prezzo e avendone ereditato il carico di debiti, trassero grandi benefici dal possesso di Telecom, estraendone risorse finché ne ebbero la possibilità e riuscendo poi a liberarsene quando la sua salute finanziaria si fece precaria. Essi difatti presero delle decisioni suscettibili alla lunga di procurare ulteriore danno all'azienda, ma che nell'immediato valsero a gonfiarne gli utili e a scaricare su di essa gli impegni finanziari dei suoi titolari: ci riferiamo alla limitazione degli investimenti, alle ulteriori vendite di società controllate (nella fattispecie, la SEAT e vari operatori esteri), alla cessione del suo patrimonio immobiliare, alla fusione tra Olivetti e Telecom Italia (che fece gravare direttamente sulla seconda l'indebitamento della prima) e al rastrellamento, tramite OPA finanziata a debito, delle azioni TIM di cui la società madre non era già in possesso (operazione che fece salire ancor più l'indebitamento della compagnia, ma che consentì alla proprietà d'incamerare, con una spesa immediata pari a zero, i dividendi procurati da quelle azioni).
Quando poi non rimasero che limitate possibilità di ulteriore depauperamento della società, tali soggetti poterono cederla alla spagnola Telefónica, un operatore attivo in mercati dov'era presente anche Telecom e che pertanto aveva interesse ad assumere il controllo della società italiana a prescindere dalle sue condizioni, in quanto da esso avrebbe ricavato la possibilità di sabotare l'attività di un concorrente. Telefónica entrò in scena nel 2007, come maggiore azionista della società Telco (costituita assieme a Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e ancora i Benetton), che rilevò la partecipazione dei Pirelli; e successivamente il suo ruolo andò crescendo, a scapito dei soci italiani. A riprova di quanto appena detto circa le sue ambizioni, nell'autunno del 2013, quando rinsaldò la propria presa, la dirigenza di Telefónica mise in chiaro di non voler conferire nuovi capitali a Telecom, indicando quale via per l'effettuazione di investimenti in Italia il reperimento di risorse tramite la vendita delle sue prospere filiali sudamericane (filiali che operavano, guarda caso, in mercati presidiati anche da Telefónica).
Telefónica era però a sua volta pesantemente indebitata, e presumibilmente per questo ritenne preferibile uscire dall’azienda italiana nel momento in cui ebbe la possibilità di rafforzarsi in Sud America per una strada alternativa a quella rappresentata dal controllo di essa. Così, nell’autunno 2014 si accordò con il gruppo francese Vivendi per acquistare la filiale brasiliana di quest’ultimo e cedergli, come parte del pagamento, un pacchetto di azioni Telecom. Successivamente Vivendi acquistò ulteriori quote e nel 2016 giunse ad essere il nuovo maggiore azionista. L’azienda francese era un operatore dei media attivo anche come produttore di contenuti, e Telecom Italia poteva fungere da veicolo per la loro diffusione: il suo acquisto le apriva dunque degli scenari promettenti, malgrado comportasse il dovere farsi carico di una situazione finanziaria assai deteriorata.
Sotto la gestione Vivendi l’intero gruppo venne ridenominato TIM. La novità più importante fu tuttavia l’acquisto – nel 2018 – di quasi il 10 per cento del capitale da parte della Cassa Depositi e Prestiti, che divenne così il secondo principale azionista. Il governo aveva dunque ritenuto di dover rientrare in Telecom, per sostenerla finanziariamente e cercare d’influenzarne in qualche misura la gestione: ma naturalmente quella mossa fu tardiva e di portata troppo modesta.
Un ultimo duro colpo all'ex-operatore pubblico di telecomunicazioni è stato inferto alla fine del 2023, quando per ridurre il debito il suo consiglio di amministrazione ha ceduto la rete di trasmissione a un consorzio in cui svettava (con il 65 per cento delle azioni) il fondo americano KKR, seguito dal Ministero del Tesoro (con il 20 per cento) e dal fondo d’investimento italiano F2i, anch’esso almeno in parte espressione di un soggetto pubblico (la Cassa Depositi e Prestiti). È chiaro che la perdita della rete costituisce un grave fattore d’indebolimento per l’azienda, che ora si ritrova ridotta ad essere una società fornitrice di soli servizi, al pari degli altri operatori nazionali. Al tempo stesso, appare preoccupante l’affidamento della rete a un fondo d’investimento, che presumibilmente la gestirà secondo logiche speculative, ovvero badando unicamente a ricavarne il massimo profitto nel più breve tempo possibile (e dunque trascurando gli investimenti non meno di quanto hanno fatto i precedenti proprietari). La presenza di soggetti pubblici nell’azionariato non potrà correggere questa tendenza, dato il loro ruolo minoritario. In ultimo, l’importanza attribuibile all’efficienza e alla sicurezza delle telecomunicazioni sotto il profilo non soltanto economico, ma anche politico e militare, rende ancora più deprecabile la persistente ignavia della classe politica rispetto al problema rappresentato dal controllo di questa infrastruttura da parte di soggetti stranieri (prima spagnoli, poi francesi e ora statunitensi, questi ultimi coincidenti con una società che al momento della cessione – giusto per aggravare la situazione – aveva quale presidente un ex-direttore della CIA).
Per completare la nostra ricostruzione della vicenda Telecom, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, tornando agli anni Novanta. Come detto, Telecom Italia era stata costituita fondendo le diverse aziende dell'IRI operanti nella telefonia. Poco prima della sua privatizzazione, però, la SEAT (la società editrice degli elenchi telefonici e delle Pagine Gialle) fu staccata da essa e venduta separatamente. La cordata acquirente (nella quale spiccavano l’editore De Agostini e la banca Comit, ma di cui facevano parte anche Colaninno e Gnutti) rilevò il 61,7 per cento delle azioni, pagandole 1.665 miliardi di lire (sulla base della valutazione effettuata per conto del Tesoro dalla banca d'affari Lehman Brothers).
Potreste domandarvi se avesse senso privatizzare la SEAT separatamente da Telecom; a nostro avviso la domanda è sbagliata, in quanto la privatizzazione non aveva senso di per sé, ossia a prescindere dalle sue modalità, in ragione del fatto che tale azienda, non diversamente dalla stessa Telecom, era in grado di assicurare ai suoi proprietari lauti profitti (e infatti ai membri della suddetta cordata di investitori bastarono i due esercizi successivi all’acquisizione per recuperare, tramite la distribuzione di dividendi, il 74 per cento di quanto avevano speso). La SEAT finì comunque per essere riassorbita dalla compagnia telefonica, in quanto nel 2000 Colaninno e Gnutti, che avevano assunto il controllo della seconda, decisero di farle acquistare le azioni della prima. Ciò avvenne a un prezzo elevatissimo: l'azienda telefonica pagò per il 45 per cento dei titoli quasi 18.000 miliardi, stimando così il valore della SEAT pari a 13 volte quello attribuitole appena due anni e mezzo prima. Anche considerando che la società, avendo avviato delle attività su Internet, era divenuta maggiormente appetibile, dobbiamo pertanto ritenere che essa abbia funto da veicolo di una manovra speculativa tesa ad arricchire i nuovi padroni di Telecom Italia a spese della stessa Telecom. Quest’ultima, poi, fra il 2003 e il 2004 rivendette la SEAT a una cordata di fondi d’investimento.
In ognuno di questi passaggi l’azienda venne finanziariamente indebolita, in quanto i nuovi acquirenti provvidero ogni volta a rifarsi della spesa facendole emettere dei maxi-dividendi. Dopo l’ultimo passaggio la SEAT dovette indebitarsi con le banche per potere continuare a erogare tali dividendi; e nel 2008 dovette varare un piano di ristrutturazione che prevedeva licenziamenti e chiusure di alcune controllate estere. Malgrado tali provvedimenti, la sua crisi andò tuttavia aggravandosi: alla fine del 2011 non era più in grado di pagare gli interessi sul proprio debito, e nel 2013 annunciò di non poter pagare le obbligazioni in scadenza. A quel punto il valore di borsa della società crollò, con enorme danno per gli azionisti. Il dissesto non sfociò nel fallimento, in quanto nel 2016 la SEAT poté fondersi con un’azienda attiva nel campo della pubblicità online, dando vita al maggiore operatore nazionale del settore; tuttavia appare evidente quanto essa abbia risentito delle vicende descritte.
Un’altra società controllata da Telecom Italia era la Italtel, la quale si occupava di apparecchiature per le telecomunicazioni. Considerato che in tale ambito stava assumendo crescente rilevanza il ricorso a tecnologie informatiche, si trattava dunque di un’azienda suscettibile di consentire al Paese di mantenere – mentre la Olivetti si avviava a diventare il mero veicolo finanziario della scalata a Telecom – un presidio in questo importante settore; il ruolo che essa poté ricoprire, tuttavia, fu depotenziato dalla pessima gestione cui fu soggetta.
Alla fine degli anni Novanta Italtel era posseduta da Telecom Italia e la sua attività si reggeva in larga misura sulle commesse che provenivano da quest’ultima. Nel 1999 la sua controllante decise di fare cassa a spese di essa, smembrandola e vendendo separatamente vari suoi rami, col risultato di restringerne il perimetro di attività. L’anno successivo cedette la maggioranza della società superstite a un fondo statunitense e all’azienda – sempre statunitense – Cisco Systems. Il fondo azionario reperì le risorse per l’acquisizione prendendole a prestito, e poi riuscì a scaricare il debito sull’Italtel. In seguito Telecom abbandonò l’azienda al suo destino, uscendo dall’azionariato (nel quale entrò Unicredit).
Indebolita finanziariamente, Italtel scontò pesantemente gli effetti della crisi del 2008 e dell’affermazione dei concorrenti cinesi, sino a sfiorare il fallimento. Nel 2017 fu rilevata da Exprivia, un’azienda informatica italiana assai più piccola di quella che pretendeva di gestire. Cisco continuò ad essere un azionista di minoranza. Com’era prevedibile, quel passaggio di mano non risolse i problemi della società. Nel 2022 si ebbe così un nuovo cambio di proprietà, cui nel 2024 ne sono seguiti altri due. Nel frattempo, nel 2023 erano state effettuate delle cessioni di rami d’azienda, che l’avevano ulteriormente rimpicciolita. Nel 2024 Italtel contava soltanto 1.200 dipendenti (di cui 700 in Italia), contro i 3.200 del periodo immediatamente successivo alle dismissioni del 1999 (che già avevano notevolmente ridotto la consistenza della sua forza lavoro).
Potremmo finire qui. Ma c’è una questione connessa alle vicissitudini della Telecom di cui vale la pena parlare, avendo causato un notevole sperpero di danaro pubblico: quella di Open Fiber. Telecom Italia, dopo la privatizzazione, fu troppo impegnata a remunerare i suoi acquirenti e a ripianare i debiti di cui i medesimi si erano coperti nel rilevarla per potere effettuare cospicui investimenti in nuove tecnologie. L’Italia andò così accumulando un grave ritardo nei confronti degli altri paesi europei nella realizzazione della cosiddetta “banda larga”, ossia di una rete di cavi per la connessione a internet ad alta velocità. Nel tentativo di rimediare a questa situazione, nel 2016 il governo, non avendo più alcuna fiducia nella volontà e nella capacità dell’azienda di impegnarsi in tal senso, ma non essendo neppure disposto a riprenderne il controllo nazionalizzandola, impose a ENEL di dare vita a una nuova società (Open Fiber, per l’appunto) deputata a realizzare tale rete. Appena creata, Open Fiber venne subito rafforzata finanziariamente tramite l’ingresso nel suo capitale della Cassa Depositi e Prestiti, che ne acquisì il 50 per cento. Ciò tuttavia non fu sufficiente: in mancanza dell’esperienza e delle economie di scala su cui poteva contare Telecom, la posa dei cavi si rivelò un’operazione difficoltosa e soprattutto costosissima, ragion per cui Open Fiber andò ben presto accumulando ritardi rispetto al proprio programma, perdite e debiti nei confronti di istituti bancari.
Nel 2021 ENEL riuscì a tirarsi fuori da questa iniziativa, vendendo il 40 per cento della società al fondo australiano Macquarie (attratto dal progetto di fusione tra Open Fiber e la rete Telecom che all’epoca il governo stava valutando, dunque dalla prospettiva di poter accedere alla proprietà della seconda tramite quella della prima) e il rimanente 10 per cento da esso detenuto alla Cassa Depositi e Prestiti. Questa ripartizione consentì al governo di preservare il carattere di società a prevalente controllo pubblico che connotava Open Fiber. Va notato però che ENEL seppe approfittare di questa sua esigenza, facendosi pagare per quel 10 per cento un prezzo elevatissimo; e naturalmente va pure rilevato che questa transazione non costituì una mera partita di giro fra due articolazioni dello Stato, in quanto ENEL era largamente partecipata da privati, i quali beneficiarono della forzata generosità di Cassa Depositi e Prestiti. Quest’ultima, complessivamente, a metà del 2023 aveva speso oltre un miliardo di euro in questa impresa insensata, mentre Open Fiber aveva accumulato un debito di 5 miliardi: un ulteriore contributo al processo di distruzione di risorse pubbliche che era stato avviato con la privatizzazione di Telecom Italia.
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08/05/2026
20/10/2015
Telecom Italia. Telefónica o Vivendi, dov’è che se magna?
"Francia o Spagna, purché se magna”, è un’espressione su un certo tipo di qualunquismo, menefreghismo e opportunismo italiano usata ancora ai giorni nostri. Come più di 4 secoli fa, quando le corone di Francia e di Spagna si fronteggiavano per la supremazia in Europa e nel nuovo mondo, i principi e i duchi italiani, la classe politica del tempo, gretti, rissosi e municipalistici, incapaci di pensare ad un futuro di prosperità, si appoggiavano o meglio si mettevano a disposizione dell’una o dell’altra potenza pur di salvare un minimo di potere entro le mura della loro cittadella.
Dopo gli Spagnoli di Telefónica il nuovo azionista di riferimento di Telecom Italia è diventato la Francese Vivendi di Vincent Bolloré con circa il 20% del capitale. L'ingresso in forze nel capitale arriva in un momento cruciale per lo sviluppo della banda larga, con il rinvio del decreto comunicazioni e il ribaltone in Cassa depositi e prestiti che ora potrebbe a sua volta investire nell'ex gruppo pubblico.
Infatti dopo l’incontro di agosto tra Vincent Bolloré e il premier Renzi, in cui il primo assicurava che l'investimento in Italia sarà a lungo termine nonché strategico, per proseguire con il viaggio ai primi di settembre di Claudio Costamagna Presidente (per volontà di Matteo Renzi) e Fabio Gallia AD di Cassa depositi e Prestiti, i quali si sono recati in Francia ad incontrare l'AD di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine, per poi tornare in Italia e bussare alla porta del presidente Recchi e l'AD Patuano di Telecom Italia, stranamente si è sbloccata la trattativa tra Telecom e Metroweb, per lo sviluppo della banda larga in Italia.
Al momento l’attuale Management di Telecom ha posto quattro condizioni per l’accordo con con gli azionisti di Metroweb (F2i e Fsi-Cdp): trattative in esclusiva, nessun condominio con altri operatori (Vodafone e Wind), sostenibilità del piano industriale relativamente agli investimenti (Cdp?) nelle reti FTTH, certezza di ricevere le autorizzazioni dell'Antitrust e dell'Agcom, che allo stato appaiono per lo meno problematiche. Bisogna ricordare che Metroweb Italia è controllata al 53,8% da Fondi italiani per le infrastrutture (F2i) e al 46,2% dal Fondo Strategico Italiano, del gruppo Cassa Depositi e Prestiti.
Di chiaro c'è l'obiettivo del colosso francese, ovvero quello di diventare un punto di riferimento europeo sia a livello infrastrutturale sia sui contenuti, quindi la rete (compreso lo sviluppo della banda larga) di Telecom Italia è un interesse strategico per Vivendi.
E’ sotto gli occhi di tutti l’evoluzione in atto, a seguito della costante erosione del profitto sui servizi di base, i maggiori player delle tlc si sono spostati sul business dei contenuti (Pay Tv), infatti secondo le dichiarazioni dell’AD Patuano, le ambizioni di Telecom Italia sono evidenti: l’ex monopolista vuole raggiungere 12-13 milioni di abbonati nel triennio, quindi necessita di garantire la profittabilità dei contenuti.
Anche Mediaset e Rai, che sono grandi produttori di contenuti, si interrogano sullo stesso tema: esistono contenuti local e contenuti che per il loro stesso costo devono essere global o se volete multilocal.
Secondo quanto riportato dal giornale “La Repubblica”, l’attuale vertice di Cdp sarebbe disposta a concedere a Telecom di entrare in Metroweb con un 40% di quote normali e un 20% senza diritto di voto. Il restante 40% potrebbe essere detenuto dai fondi Fsi/F2i (espressione della Cdp). Tutto questo in una prima fase, perché successivamente Telecom Italia passerebbe al 60% con diritto di voto e in un terza fase fondi Fsi/F2i venderebbero alla stessa a "giusto valore di mercato". In pratica entro 5 anni l'ex monopolista potrebbe consolidare ulteriormente la sua infrastruttura nazionale in fibra. E appare scontato, per gli analisti, che Cdp infine entri in Telecom per proteggere "l'italianità del gruppo". Siamo proprio sicuri ?
La portata della novità travalica i confini nazionali e impatta direttamente lo scenario europeo del settore delle Tlc, il cui destino prossimo sembra essere quello di un ulteriore consolidamento delle principali società a discapito delle piccole.
Il rischio è quello che con il suo 20% Vivendi abbia reso il gruppo italiano una pedina mossa da altri nello scacchiere europeo, passando da ruolo di target a preda. Questo è sicuramente l’aspetto più interessante perché nella pancia di Telecom Italia c’è la rete che è un asset non replicabile e strategico per la competitività del sistema Paese e di tantissime sue imprese.
E’ plausibile che la strategia di Vivendi non sarà solo quella di “usare” Telecom Italia come strumento per veicolare i propri contenuti nel settore media italiano, ma di dominare il mercato, “senza rivali”, e quindi con ricavi stabili, con la garanzia di dividendi garantiti minimizzando gli investimenti per un numero imprecisato di operatori industriali e finanziari.
Ma forse potrebbe ancora una volta avere ragione Guicciardini quando metteva in guardia “perché se tu fiderai nelli italiani, sempre avrai delusione; la ignoranza non avendo né fine, né regola, né misura, procede furiosamente e dà mazzate da ciechi”.
Fonte
Dopo gli Spagnoli di Telefónica il nuovo azionista di riferimento di Telecom Italia è diventato la Francese Vivendi di Vincent Bolloré con circa il 20% del capitale. L'ingresso in forze nel capitale arriva in un momento cruciale per lo sviluppo della banda larga, con il rinvio del decreto comunicazioni e il ribaltone in Cassa depositi e prestiti che ora potrebbe a sua volta investire nell'ex gruppo pubblico.
Infatti dopo l’incontro di agosto tra Vincent Bolloré e il premier Renzi, in cui il primo assicurava che l'investimento in Italia sarà a lungo termine nonché strategico, per proseguire con il viaggio ai primi di settembre di Claudio Costamagna Presidente (per volontà di Matteo Renzi) e Fabio Gallia AD di Cassa depositi e Prestiti, i quali si sono recati in Francia ad incontrare l'AD di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine, per poi tornare in Italia e bussare alla porta del presidente Recchi e l'AD Patuano di Telecom Italia, stranamente si è sbloccata la trattativa tra Telecom e Metroweb, per lo sviluppo della banda larga in Italia.
Al momento l’attuale Management di Telecom ha posto quattro condizioni per l’accordo con con gli azionisti di Metroweb (F2i e Fsi-Cdp): trattative in esclusiva, nessun condominio con altri operatori (Vodafone e Wind), sostenibilità del piano industriale relativamente agli investimenti (Cdp?) nelle reti FTTH, certezza di ricevere le autorizzazioni dell'Antitrust e dell'Agcom, che allo stato appaiono per lo meno problematiche. Bisogna ricordare che Metroweb Italia è controllata al 53,8% da Fondi italiani per le infrastrutture (F2i) e al 46,2% dal Fondo Strategico Italiano, del gruppo Cassa Depositi e Prestiti.
Di chiaro c'è l'obiettivo del colosso francese, ovvero quello di diventare un punto di riferimento europeo sia a livello infrastrutturale sia sui contenuti, quindi la rete (compreso lo sviluppo della banda larga) di Telecom Italia è un interesse strategico per Vivendi.
E’ sotto gli occhi di tutti l’evoluzione in atto, a seguito della costante erosione del profitto sui servizi di base, i maggiori player delle tlc si sono spostati sul business dei contenuti (Pay Tv), infatti secondo le dichiarazioni dell’AD Patuano, le ambizioni di Telecom Italia sono evidenti: l’ex monopolista vuole raggiungere 12-13 milioni di abbonati nel triennio, quindi necessita di garantire la profittabilità dei contenuti.
Anche Mediaset e Rai, che sono grandi produttori di contenuti, si interrogano sullo stesso tema: esistono contenuti local e contenuti che per il loro stesso costo devono essere global o se volete multilocal.
Secondo quanto riportato dal giornale “La Repubblica”, l’attuale vertice di Cdp sarebbe disposta a concedere a Telecom di entrare in Metroweb con un 40% di quote normali e un 20% senza diritto di voto. Il restante 40% potrebbe essere detenuto dai fondi Fsi/F2i (espressione della Cdp). Tutto questo in una prima fase, perché successivamente Telecom Italia passerebbe al 60% con diritto di voto e in un terza fase fondi Fsi/F2i venderebbero alla stessa a "giusto valore di mercato". In pratica entro 5 anni l'ex monopolista potrebbe consolidare ulteriormente la sua infrastruttura nazionale in fibra. E appare scontato, per gli analisti, che Cdp infine entri in Telecom per proteggere "l'italianità del gruppo". Siamo proprio sicuri ?
La portata della novità travalica i confini nazionali e impatta direttamente lo scenario europeo del settore delle Tlc, il cui destino prossimo sembra essere quello di un ulteriore consolidamento delle principali società a discapito delle piccole.
Il rischio è quello che con il suo 20% Vivendi abbia reso il gruppo italiano una pedina mossa da altri nello scacchiere europeo, passando da ruolo di target a preda. Questo è sicuramente l’aspetto più interessante perché nella pancia di Telecom Italia c’è la rete che è un asset non replicabile e strategico per la competitività del sistema Paese e di tantissime sue imprese.
E’ plausibile che la strategia di Vivendi non sarà solo quella di “usare” Telecom Italia come strumento per veicolare i propri contenuti nel settore media italiano, ma di dominare il mercato, “senza rivali”, e quindi con ricavi stabili, con la garanzia di dividendi garantiti minimizzando gli investimenti per un numero imprecisato di operatori industriali e finanziari.
Ma forse potrebbe ancora una volta avere ragione Guicciardini quando metteva in guardia “perché se tu fiderai nelli italiani, sempre avrai delusione; la ignoranza non avendo né fine, né regola, né misura, procede furiosamente e dà mazzate da ciechi”.
Fonte
18/08/2014
Telecom, in Brasile via Parigi
di Carlo Musilli
Per non soffocare in Brasile, Telecom Italia vuole respirare aria francese. Secondo Valor Economico e la versione online de La Folha de S. Paulo, rispettivamente il principale quotidiano economico e il giornale più venduto del Paese sudamericano, la società italiana sarebbe pronta a cedere il 20% del proprio capitale a Vivendi, gruppo francese di tlc guidato da Vincent Bolloré. In cambio, Telecom vorrebbe mettere le mani su Global Village Telecom (Gvt), azienda brasiliana che fa capo proprio a Vivendi.
Sarebbe questo il passaggio principale del piano messo a punto dalla squadra dell'ad Marco Patuano, che - stando alla ricostruzione del Sole 24 Ore - si dovrebbe articolare in tre tempi. Primo: massiccio (e difficoltoso) aumento di capitale di Tim Brasil, di cui Telecom ha il 67%. Secondo: integrazione di Tim Brasil e Gvt, che si fonderebbero in una nuova società controllata per il 50% da Telecom e per il 50% da Vivendi. Terzo: ingresso dei francesi nel capitale del gruppo italiano con una quota che - se sarà davvero del 20% - farà di Vivendi il nuovo socio di riferimento di Telecom.
Il progetto è stato concepito per rispondere all'affondo arrivato da Telefonica, che a inizio mese ha messo sul piatto una ghiotta offerta da 6,7 miliardi per Gvt. Il pagamento sarebbe effettuato per la gran parte in contanti (circa il 60%), ma anche con la cessione di azioni Vivo, la controllata brasiliana degli spagnoli che il colosso di Madrid vuole integrare con Gvt. Se l'offerta sarà accettata, Vivendi avrà anche l'opportunità di acquistare poco più dell'8% di Telecom Italia, di cui la stessa Telefonica è ancora primo socio (pur avendo ridotto dal 15 all’8,1% la propria presenza diretta nel capitale attraverso un bond convertibile in azioni).
Sempre secondo a La Folha de S. Paulo, l'offerta di Telecom avrebbe un valore complessivo di sette miliardi di euro: sarebbe quindi superiore in termini assoluti a quella degli spagnoli, ma non prevedrebbe alcun pagamento in contanti.
Gli italiani sono però convinti che Vivendi giudicherà più interessante la loro proposta per una serie di ragioni: primo, incontrerebbe il favore dell'autorità antitrust brasiliana, che in passato ha già manifestato la propria ostilità a un eccessivo rafforzamento di Telefonica; secondo, garantirebbe ai francesi un canale di distribuzione per i contenuti video e musicali da loro prodotti rispettivamente con Canal+ e Universal Music; terzo, fra gli azionisti di Telecom c'è Mediobanca, di cui Bolloré è vicepresidente e secondo socio con il 7,01% del capitale.
Patuano
& Co. dovranno formalizzare l'offerta entro il 28 agosto (previa
approvazione dei Cda di Tim Brasil e Telecom), data in cui il Consiglio
d'amministrazione di Vivendi si riunirà per esaminare la proposta di
Telefonica (che scade il 3 settembre, anche se è assai probabile che gli
spagnoli non si arrenderanno senza rilanciare).
Da tutto ciò si potrebbe dedurre che Gvt sia un gioiellino invidiabile, ma non è così. Da sola non ha mai prodotto utili e oggi fa gola per ragioni strategiche, dal momento che - potendo contare su una scintillante rete in fibra ottica - è già posizionata più che bene sia sul mercato della banda larga sia su quello della pay tv. Insieme a Tim Brasil, attiva nel mobile, potrebbe creare un gruppo leader in grado di impensierire seriamente Vivo. Ecco spiegata l'opposizione di Telefonica.
Se alla fine vinceranno gli spagnoli, si ridurranno drasticamente le prospettive di Tim Brasil, troppo piccola per sostenere la concorrenza di Telefonica-Gvt. Se invece saranno gli italiani a prevalere, l'alleanza Telecom-Vivendi potrebbe essere importata anche in Europa. L'ago della bilancia è in mano a Bolloré.
Fonte
Per non soffocare in Brasile, Telecom Italia vuole respirare aria francese. Secondo Valor Economico e la versione online de La Folha de S. Paulo, rispettivamente il principale quotidiano economico e il giornale più venduto del Paese sudamericano, la società italiana sarebbe pronta a cedere il 20% del proprio capitale a Vivendi, gruppo francese di tlc guidato da Vincent Bolloré. In cambio, Telecom vorrebbe mettere le mani su Global Village Telecom (Gvt), azienda brasiliana che fa capo proprio a Vivendi.
Sarebbe questo il passaggio principale del piano messo a punto dalla squadra dell'ad Marco Patuano, che - stando alla ricostruzione del Sole 24 Ore - si dovrebbe articolare in tre tempi. Primo: massiccio (e difficoltoso) aumento di capitale di Tim Brasil, di cui Telecom ha il 67%. Secondo: integrazione di Tim Brasil e Gvt, che si fonderebbero in una nuova società controllata per il 50% da Telecom e per il 50% da Vivendi. Terzo: ingresso dei francesi nel capitale del gruppo italiano con una quota che - se sarà davvero del 20% - farà di Vivendi il nuovo socio di riferimento di Telecom.
Il progetto è stato concepito per rispondere all'affondo arrivato da Telefonica, che a inizio mese ha messo sul piatto una ghiotta offerta da 6,7 miliardi per Gvt. Il pagamento sarebbe effettuato per la gran parte in contanti (circa il 60%), ma anche con la cessione di azioni Vivo, la controllata brasiliana degli spagnoli che il colosso di Madrid vuole integrare con Gvt. Se l'offerta sarà accettata, Vivendi avrà anche l'opportunità di acquistare poco più dell'8% di Telecom Italia, di cui la stessa Telefonica è ancora primo socio (pur avendo ridotto dal 15 all’8,1% la propria presenza diretta nel capitale attraverso un bond convertibile in azioni).
Sempre secondo a La Folha de S. Paulo, l'offerta di Telecom avrebbe un valore complessivo di sette miliardi di euro: sarebbe quindi superiore in termini assoluti a quella degli spagnoli, ma non prevedrebbe alcun pagamento in contanti.
Gli italiani sono però convinti che Vivendi giudicherà più interessante la loro proposta per una serie di ragioni: primo, incontrerebbe il favore dell'autorità antitrust brasiliana, che in passato ha già manifestato la propria ostilità a un eccessivo rafforzamento di Telefonica; secondo, garantirebbe ai francesi un canale di distribuzione per i contenuti video e musicali da loro prodotti rispettivamente con Canal+ e Universal Music; terzo, fra gli azionisti di Telecom c'è Mediobanca, di cui Bolloré è vicepresidente e secondo socio con il 7,01% del capitale.
Da tutto ciò si potrebbe dedurre che Gvt sia un gioiellino invidiabile, ma non è così. Da sola non ha mai prodotto utili e oggi fa gola per ragioni strategiche, dal momento che - potendo contare su una scintillante rete in fibra ottica - è già posizionata più che bene sia sul mercato della banda larga sia su quello della pay tv. Insieme a Tim Brasil, attiva nel mobile, potrebbe creare un gruppo leader in grado di impensierire seriamente Vivo. Ecco spiegata l'opposizione di Telefonica.
Se alla fine vinceranno gli spagnoli, si ridurranno drasticamente le prospettive di Tim Brasil, troppo piccola per sostenere la concorrenza di Telefonica-Gvt. Se invece saranno gli italiani a prevalere, l'alleanza Telecom-Vivendi potrebbe essere importata anche in Europa. L'ago della bilancia è in mano a Bolloré.
Fonte
22/07/2014
Telecom. Televisioni e reti al centro del terremoto
Dopo lo scioglimento di Telco deciso nel consiglio d’amministrazione del 26 giugno ’14, "l’invasore" Telefonica si ritira parzialmente da Telecom Italia obbedendo all'ultimatum dell'authority brasiliana, diminuendo sotto il 10% la propria partecipazione in Telecom Italia attraverso l'emissione di un bond convertendo in azioni Telecom da 750 milioni, pari quindi a circa il 6% del capitale del gruppo italiano.
In pratica una mossa preventiva in funzione degli impegni assunti con l'Authority Cade (Antitrust brasiliano) che aveva chiesto agli spagnoli di uscire da Telecom Italia o di vendere Tim Brasil per riequilibrare la propria presenza nel mercato sudamericano, mercato molto più redditizio.
Telefonica va verso la riduzione del proprio peso in Telecom Italia, in pratica tornando a una situazione simile a quella che aveva prima dell'autunno scorso, conservando una partecipazione intorno all'8% circa di Telecom Italia, garantendo agli spagnoli la loro influenza diretta su Tim Brasil, filiale brasiliana di Telecom e non dover aprire il capitale di Vivo, la controllata brasiliana di Telefonica.
Fra i fondi candidati ad acquistare la quota dell’ex monopolista in mano al gruppo iberico c'è Fintech, società che fa capo a David Martinez Guzman, il miliardario messicano che ha recentemente investito anche nel Monte dei Paschi di Siena.
Considerato che il clima politico italiano non sembra favorevole agli spagnoli, con questa operazione telefonica tenta di arginare anche il tentativo del Governo Italiano che, secondo alcune indiscrezioni al momento top secret, sembra intenzionato alla costruzione ex novo di un’infrastruttura “Rinascimento 2.0, Progetto iFon” di nuova generazione in fibra ottica di proprietà dello Stato al fine di centrare gli obiettivi 2020 indicati dall’Agenda digitale europea, “messa a disposizione, a parità di condizione tecniche ed economiche”, di tutti gli operatori di telecomunicazioni.
Tale indiscrezione risulta confermata dal fatto che il 7 giugno scorso è stato finalmente pubblicato il regolamento attuativo del “Golden Power” in materia di veto sugli asset strategici introdotto dal governo Monti.
Un’idea ambiziosa ma frenata dagli interessi di Telecom e dei suoi creditori considerato che la rete Telecom è la principale garanzia del debito (26 miliardi) della società nei confronti delle banche sottoposte ai nuovi vincoli di bilancio imposti dalle regole di Basilea, per cui sono obbligate a rientrare per buona parte dei finanziamenti concessi.
Proprio per questo l’idea della costruzione della nuova infrastruttura di rete è contrastata da parte di Telecom Italia al fine di evitare un "concorrente" pubblico dall’altro dalle banche creditrici, che da un’eventuale cessione della rete di Telecom potrebbero abbattere notevolmente il debito del gruppo Telecom Italia e consentire alle banche creditrici di ridurne il peso in bilancio.
Tale operazione finanziaria apre alla public company per Telecom Italia, chi sa se più sensibile al business che agli equilibri politici nostrani? Di sicuro le alleanze difensive dell'"italianità" non funzionano più. E presto questo varrà anche per i media. Ammesso che i giornali italiani interessino a qualcuno.
La sensazione è che il terremoto sul mercato delle telecomunicazioni italiane sia appena cominciato: si va verso la fusione dei competitor (Wind più 3), si profilano due partiti: Telecom più Sky contro Mediaset più Telefonica per la distribuzione di contenuti dalla pay tv satellitare attraverso la rete, evidenziando come anche dalle dichiarazioni rilasciate da Franco Bernabè ex amministratore delegato di Telecom Italia "I servizi di comunicazione stanno diventando sempre più appannaggio di un oligopolio di operatori internet americani, mentre le società di tlc diventano operatori di infrastruttura".
Del resto sempre di più si assiste ad una costante erosione dei servizi base tradizionali, tutte le attività che storicamente generavano margini, come il traffico voce o gli sms, stanno diminuendo a vantaggio di servizi offerti dalle società di internet come Whatsapp o i social network.
Di sicuro l’intesa tra Telefonica-Mediaset sembra consolidare la politica delle “larghe intese” anche in campo telefonico e televisivo. L’alleanza tra la spagnola Telefonica e Mediaset, per ora limitata alla pay-tv, viene vista, da alcuni analisti, come il primo passo di uno scenario futuro in cui le reti Mediaset sono destinate a diventare il braccio televisivo di Telecom Italia, destinata, a sua volta, a finire sotto il completo controllo di Telefonica.
Dunque un gruppo italo-spagnolo completo di tv e telecomunicazioni, come lo sono i maggiori competitor internazionali del settore, la realizzazione di un progetto che da anni era nei desideri di Silvio Berlusconi.
Un’operazione che per forza di cose, vista l’importanza, deve ottenere l’avallo da parte deI governo italiano. E Berlusconi sa bene che può ottenerlo solo a patto che il suo partito, benché declinante nei voti, assicuri a Renzi i voti necessari per le riforme costituzionali garantendosi la difesa dei propri interessi, che è sempre stato il primo punto della sua agenda.
Un compromesso, questo, che anche il premier può avere valutato conveniente sul piano politico, poiché assicura il successo delle sue riforme, in primis quella del senato.
Inoltre Renzi vorrà completare il nuovo assetto nazionale delle tv e delle telecomunicazioni con la riforma della Rai. Ma quale riforma ci dobbiamo aspettare? In proposito, vale la pena di rileggere i punti 16 e 17 del documento intitolato «Ecco le mie 100 idee per l’Italia», che Renzi presentò alla prima Leopolda nel 2011.
Punto 16: «Cambiare la Rai per creare concorrenza sul mercato tv e rilanciare il servizio pubblico. Oggi la Rai ha 15 canali, dei quali 8 hanno una valenza pubblica. Questi vanno finanziati esclusivamente attraverso il canone. Gli altri, inclusi Rai 1 e Rai 2, devono essere da subito finanziati esclusivamente con la pubblicità, con affollamenti pari a quelli delle reti private, e successivamente privatizzati».
Altrettanto perentorio il punto 17: «Fuori i partiti dalla Rai. La governance della tv pubblica deve essere riformulata sul modello Bbc (Comitato strategico nominato dal Presidente della Repubblica, che nomina i membri del comitato esecutivo, composto da manager, e l’amministratore delegato). L’obiettivo è tenere i partiti politici fuori dalla gestione della tv pubblica».
Si prefigura un’estate bollente in attesa delle riaperture di settembre, si scatenano i giochi sugli asset societari delle società di Telecomunicazioni Italiane, con la più che plausibile ipotesi, come sta accadendo per l’Alitalia, il futuro delle telecomunicazioni non sarà gestito da mani italiane.
Fonte
In pratica una mossa preventiva in funzione degli impegni assunti con l'Authority Cade (Antitrust brasiliano) che aveva chiesto agli spagnoli di uscire da Telecom Italia o di vendere Tim Brasil per riequilibrare la propria presenza nel mercato sudamericano, mercato molto più redditizio.
Telefonica va verso la riduzione del proprio peso in Telecom Italia, in pratica tornando a una situazione simile a quella che aveva prima dell'autunno scorso, conservando una partecipazione intorno all'8% circa di Telecom Italia, garantendo agli spagnoli la loro influenza diretta su Tim Brasil, filiale brasiliana di Telecom e non dover aprire il capitale di Vivo, la controllata brasiliana di Telefonica.
Fra i fondi candidati ad acquistare la quota dell’ex monopolista in mano al gruppo iberico c'è Fintech, società che fa capo a David Martinez Guzman, il miliardario messicano che ha recentemente investito anche nel Monte dei Paschi di Siena.
Considerato che il clima politico italiano non sembra favorevole agli spagnoli, con questa operazione telefonica tenta di arginare anche il tentativo del Governo Italiano che, secondo alcune indiscrezioni al momento top secret, sembra intenzionato alla costruzione ex novo di un’infrastruttura “Rinascimento 2.0, Progetto iFon” di nuova generazione in fibra ottica di proprietà dello Stato al fine di centrare gli obiettivi 2020 indicati dall’Agenda digitale europea, “messa a disposizione, a parità di condizione tecniche ed economiche”, di tutti gli operatori di telecomunicazioni.
Tale indiscrezione risulta confermata dal fatto che il 7 giugno scorso è stato finalmente pubblicato il regolamento attuativo del “Golden Power” in materia di veto sugli asset strategici introdotto dal governo Monti.
Un’idea ambiziosa ma frenata dagli interessi di Telecom e dei suoi creditori considerato che la rete Telecom è la principale garanzia del debito (26 miliardi) della società nei confronti delle banche sottoposte ai nuovi vincoli di bilancio imposti dalle regole di Basilea, per cui sono obbligate a rientrare per buona parte dei finanziamenti concessi.
Proprio per questo l’idea della costruzione della nuova infrastruttura di rete è contrastata da parte di Telecom Italia al fine di evitare un "concorrente" pubblico dall’altro dalle banche creditrici, che da un’eventuale cessione della rete di Telecom potrebbero abbattere notevolmente il debito del gruppo Telecom Italia e consentire alle banche creditrici di ridurne il peso in bilancio.
Tale operazione finanziaria apre alla public company per Telecom Italia, chi sa se più sensibile al business che agli equilibri politici nostrani? Di sicuro le alleanze difensive dell'"italianità" non funzionano più. E presto questo varrà anche per i media. Ammesso che i giornali italiani interessino a qualcuno.
La sensazione è che il terremoto sul mercato delle telecomunicazioni italiane sia appena cominciato: si va verso la fusione dei competitor (Wind più 3), si profilano due partiti: Telecom più Sky contro Mediaset più Telefonica per la distribuzione di contenuti dalla pay tv satellitare attraverso la rete, evidenziando come anche dalle dichiarazioni rilasciate da Franco Bernabè ex amministratore delegato di Telecom Italia "I servizi di comunicazione stanno diventando sempre più appannaggio di un oligopolio di operatori internet americani, mentre le società di tlc diventano operatori di infrastruttura".
Del resto sempre di più si assiste ad una costante erosione dei servizi base tradizionali, tutte le attività che storicamente generavano margini, come il traffico voce o gli sms, stanno diminuendo a vantaggio di servizi offerti dalle società di internet come Whatsapp o i social network.
Di sicuro l’intesa tra Telefonica-Mediaset sembra consolidare la politica delle “larghe intese” anche in campo telefonico e televisivo. L’alleanza tra la spagnola Telefonica e Mediaset, per ora limitata alla pay-tv, viene vista, da alcuni analisti, come il primo passo di uno scenario futuro in cui le reti Mediaset sono destinate a diventare il braccio televisivo di Telecom Italia, destinata, a sua volta, a finire sotto il completo controllo di Telefonica.
Dunque un gruppo italo-spagnolo completo di tv e telecomunicazioni, come lo sono i maggiori competitor internazionali del settore, la realizzazione di un progetto che da anni era nei desideri di Silvio Berlusconi.
Un’operazione che per forza di cose, vista l’importanza, deve ottenere l’avallo da parte deI governo italiano. E Berlusconi sa bene che può ottenerlo solo a patto che il suo partito, benché declinante nei voti, assicuri a Renzi i voti necessari per le riforme costituzionali garantendosi la difesa dei propri interessi, che è sempre stato il primo punto della sua agenda.
Un compromesso, questo, che anche il premier può avere valutato conveniente sul piano politico, poiché assicura il successo delle sue riforme, in primis quella del senato.
Inoltre Renzi vorrà completare il nuovo assetto nazionale delle tv e delle telecomunicazioni con la riforma della Rai. Ma quale riforma ci dobbiamo aspettare? In proposito, vale la pena di rileggere i punti 16 e 17 del documento intitolato «Ecco le mie 100 idee per l’Italia», che Renzi presentò alla prima Leopolda nel 2011.
Punto 16: «Cambiare la Rai per creare concorrenza sul mercato tv e rilanciare il servizio pubblico. Oggi la Rai ha 15 canali, dei quali 8 hanno una valenza pubblica. Questi vanno finanziati esclusivamente attraverso il canone. Gli altri, inclusi Rai 1 e Rai 2, devono essere da subito finanziati esclusivamente con la pubblicità, con affollamenti pari a quelli delle reti private, e successivamente privatizzati».
Altrettanto perentorio il punto 17: «Fuori i partiti dalla Rai. La governance della tv pubblica deve essere riformulata sul modello Bbc (Comitato strategico nominato dal Presidente della Repubblica, che nomina i membri del comitato esecutivo, composto da manager, e l’amministratore delegato). L’obiettivo è tenere i partiti politici fuori dalla gestione della tv pubblica».
Si prefigura un’estate bollente in attesa delle riaperture di settembre, si scatenano i giochi sugli asset societari delle società di Telecomunicazioni Italiane, con la più che plausibile ipotesi, come sta accadendo per l’Alitalia, il futuro delle telecomunicazioni non sarà gestito da mani italiane.
Fonte
20/06/2014
Telecom Italia: si avvicina la liquidazione di Telco
Sempre più vicino il riassetto dell’azionariato di Telecom Italia. A giugno si apre infatti la possibilità per i soci di Telco di uscire dal patto vincolante all’interno della finanziaria che con il 22,3% del capitale è il primo azionista di Telecom Italia. Se Telco verrà liquidata, Telefonica diventerà il primo azionista con il 14,4%, seguita da Findim (famiglia Fossati) con il 5%. Le quote di Intesa e Mediobanca saranno dell'1,6%.
Come deciso dagli accordi della fine di settembre 2013, oltre la compagnia triestina Generali e Mediobanca, anche gli altri soci italiani hanno espresso l'intenzione di sciogliere i vincoli in Telco, per entrare in possesso dei titoli di cui poter disporre liberamente, esercitando l'opzione per l'uscita, utilizzando la finestra tecnica che si è aperta dal 15 al 30 giugno.
La procedura prevede che venga inoltrata una richiesta scritta di disdetta, ma si calcola che passeranno sei mesi prima che lo smobilizzo diventi effettivo. Oltre che ottenere il diretto possesso dei titoli Telecom, i soci Telco dovranno spartirsi anche il debito, che tocca 2,4 miliardi. In una scissione pro-quota, il gruppo spagnolo sarà tenuto a sborsare 60 milioni agli altri partner.
Con la rottura del patto di Telco, Telefonica, che dovrà accollarsi 1,6 miliardi di euro di debito sarà il primo azionista di Telecom Italia con un pacchetto del 15% ma che non sarà sufficiente ad assicurare un controllo stabile della compagnia.
Proprio per questo ci domandiamo quale sarà il futuro di Telecom Italia dopo l'uscita dalla holding di controllo Telco degli azionisti italiani, visto che secondo indiscrezioni riportate dal Sole 24 Ore, lo scorso 16 giugno, Telefonica avrebbe venduto sul mercato la sua quota di convertendo, pari a 103 milioni di euro. Se sarà confermata questa indiscrezione, in vista della scissione di Telco, bisognerà comprendere meglio la nuova strategia del gruppo spagnolo in Telecom in previsione del consiglio di amministrazione del 26 giugno.
Allo stato attuale, dopo il «liberi-tutti» da parte dei soci italiani, con Telefonica principale azionista oberato di debiti, molto più interessata al mercato sudamericano che è l’unico quadrante internazionale in cui anche Telecom fa utili, quindi più interessata a risolvere i problemi di conflitto d’interessi sul mercato Sud Argentino e Brasiliano scalzando la stessa Telecom Italia a dispetto dei giuramenti del contrario, ipotizziamo che stia per suonare la campanella dell’ultimo giro per quello che resta della vecchia “Sip”.
Ci auguriamo di sbagliarci, ma alla luce dell’incapacità gestionale dimostrata da parte dei soci italiani (Mediobanca, Generali e Intesa - “banche di sistema”!) insediate in Telecom dal 2007 a oggi di risollevare le sorti di Telecom Italia, ci ritroviamo con un’azienda schiacciata da 28 miliardi di debito, che strategicamente non ha le forze per andare da nessuna parte, per questo siamo pessimisti sul suo futuro.
Paradossalmente questa sua debolezza potrebbe salvarla da una possibile scalata “a leva”, perché la cassa che genera non basterebbe più a pagare altri debiti che le dovessero piovere addosso; non ha mercato internazionale, Sudamerica a parte, e la zoppicante Italia non fa gola a nessuno.
Attualmente ancora conserva una posizione di monopolio nel “fisso” talmente antistorica che prima o poi le verrà ridimensionata. In queste condizioni, può solo sopravvivere, aspettando semmai che il ciclo economico “cambi verso” e restituisca appeal all’intero carrozzone, nonostante tutto.
Telecom sarà lasciata in balia dei raiders, nonostante l’ipocrita finzione da parte di chi dichiara di volerla difende, ma precedentemente l’ha privatizzata malamente, ma di fatto la sta semplicemente lasciando affondare.
Relativamente alla famigerata “Golden Power” lo scorso 6 giugno, Palazzo Chigi ha varato un decreto della presidenza che, recita una nota, “è stato predisposto a norma del decreto legge del 2012 i cui contenuti dovrebbero sanare l’anomalia dell’inclusione tra gli asset da tutelare anche delle reti Telecom, scelta non gradita a Bruxelles, peraltro già inserita anche in un altro decreto”. Un secondo vulnus da sanare era la presenza dell’asset in due decreti, quello sicurezza e quello comunicazioni, energia e trasporti.
Purtroppo chi ci rimette saranno come sempre i lavoratori e lavoratrici che l’hanno tenuta in vita e ancora ci riescono, grazie alle loro professionalità.
Telecom Italia deve tornare al più presto senza indugio nella gestione statale, come infrastruttura essenziale e strategica del sistema paese. Le soluzioni? Quelle più logiche: stop alla privatizzazione, ri-nazionalizzazione di Telecom Italia una e pubblica, per la democrazia, lo sviluppo, il lavoro.
Fonte
Come deciso dagli accordi della fine di settembre 2013, oltre la compagnia triestina Generali e Mediobanca, anche gli altri soci italiani hanno espresso l'intenzione di sciogliere i vincoli in Telco, per entrare in possesso dei titoli di cui poter disporre liberamente, esercitando l'opzione per l'uscita, utilizzando la finestra tecnica che si è aperta dal 15 al 30 giugno.
La procedura prevede che venga inoltrata una richiesta scritta di disdetta, ma si calcola che passeranno sei mesi prima che lo smobilizzo diventi effettivo. Oltre che ottenere il diretto possesso dei titoli Telecom, i soci Telco dovranno spartirsi anche il debito, che tocca 2,4 miliardi. In una scissione pro-quota, il gruppo spagnolo sarà tenuto a sborsare 60 milioni agli altri partner.
Con la rottura del patto di Telco, Telefonica, che dovrà accollarsi 1,6 miliardi di euro di debito sarà il primo azionista di Telecom Italia con un pacchetto del 15% ma che non sarà sufficiente ad assicurare un controllo stabile della compagnia.
Proprio per questo ci domandiamo quale sarà il futuro di Telecom Italia dopo l'uscita dalla holding di controllo Telco degli azionisti italiani, visto che secondo indiscrezioni riportate dal Sole 24 Ore, lo scorso 16 giugno, Telefonica avrebbe venduto sul mercato la sua quota di convertendo, pari a 103 milioni di euro. Se sarà confermata questa indiscrezione, in vista della scissione di Telco, bisognerà comprendere meglio la nuova strategia del gruppo spagnolo in Telecom in previsione del consiglio di amministrazione del 26 giugno.
Allo stato attuale, dopo il «liberi-tutti» da parte dei soci italiani, con Telefonica principale azionista oberato di debiti, molto più interessata al mercato sudamericano che è l’unico quadrante internazionale in cui anche Telecom fa utili, quindi più interessata a risolvere i problemi di conflitto d’interessi sul mercato Sud Argentino e Brasiliano scalzando la stessa Telecom Italia a dispetto dei giuramenti del contrario, ipotizziamo che stia per suonare la campanella dell’ultimo giro per quello che resta della vecchia “Sip”.
Ci auguriamo di sbagliarci, ma alla luce dell’incapacità gestionale dimostrata da parte dei soci italiani (Mediobanca, Generali e Intesa - “banche di sistema”!) insediate in Telecom dal 2007 a oggi di risollevare le sorti di Telecom Italia, ci ritroviamo con un’azienda schiacciata da 28 miliardi di debito, che strategicamente non ha le forze per andare da nessuna parte, per questo siamo pessimisti sul suo futuro.
Paradossalmente questa sua debolezza potrebbe salvarla da una possibile scalata “a leva”, perché la cassa che genera non basterebbe più a pagare altri debiti che le dovessero piovere addosso; non ha mercato internazionale, Sudamerica a parte, e la zoppicante Italia non fa gola a nessuno.
Attualmente ancora conserva una posizione di monopolio nel “fisso” talmente antistorica che prima o poi le verrà ridimensionata. In queste condizioni, può solo sopravvivere, aspettando semmai che il ciclo economico “cambi verso” e restituisca appeal all’intero carrozzone, nonostante tutto.
Telecom sarà lasciata in balia dei raiders, nonostante l’ipocrita finzione da parte di chi dichiara di volerla difende, ma precedentemente l’ha privatizzata malamente, ma di fatto la sta semplicemente lasciando affondare.
Relativamente alla famigerata “Golden Power” lo scorso 6 giugno, Palazzo Chigi ha varato un decreto della presidenza che, recita una nota, “è stato predisposto a norma del decreto legge del 2012 i cui contenuti dovrebbero sanare l’anomalia dell’inclusione tra gli asset da tutelare anche delle reti Telecom, scelta non gradita a Bruxelles, peraltro già inserita anche in un altro decreto”. Un secondo vulnus da sanare era la presenza dell’asset in due decreti, quello sicurezza e quello comunicazioni, energia e trasporti.
Purtroppo chi ci rimette saranno come sempre i lavoratori e lavoratrici che l’hanno tenuta in vita e ancora ci riescono, grazie alle loro professionalità.
Telecom Italia deve tornare al più presto senza indugio nella gestione statale, come infrastruttura essenziale e strategica del sistema paese. Le soluzioni? Quelle più logiche: stop alla privatizzazione, ri-nazionalizzazione di Telecom Italia una e pubblica, per la democrazia, lo sviluppo, il lavoro.
Fonte
28/01/2014
Telecom. Pronto il colpo di grazia con la vendita di Tim Brasile?
Riparte il «tam tam» intorno alla vendita di Tim Brasil, nonostante le smentite, su una cordata guidata dal magnate egiziano Naguib Sawiris pronto a fare un'offerta di 20 miliardi di euro, e le voci di un interesse di Carlos Slim (patron di America Movil) che potrebbe lanciare da solo un'offerta con l'obiettivo di “spacchettare la società dalle uova d’oro”, quando l'antitrust carioca ne imporrà la vendita (dato che Telefonica è presente su quel mercato con Vivo). Sempre secondo le indiscrezioni una parte di TIM Brasil finirebbe, al termine del processo, a Telefonica.
Tutto dipenderà da quello che uscirà dal Cda del 6 febbraio, dove secondo indiscrezioni l’ad Marco Patuano sta lavorando per l’ingresso di nuovi soci per un aumento di capitale, al fine di trasformare Telecom Italia in una public company evitando la cessione brasiliana e lo scorporo della rete, l’altro asset di valore.
Praticamente dopo i noti eventi degli ultimi mesi, che hanno toccato sia l'azionariato che il management gli scenari che si aprono sono sostanzialmente due :
a) il primo vede Telefonica riuscire nel proprio intento di sfilare Tim Brasil dal portafoglio di Telecom Italia rafforzandosi ulteriormente in Brasile, ridurre il debito della società italiana investendo sulla rete di nuova generazione il meno possibile, trovare una combinazione strategicamente interessante o con un altro operatore di tlc o con un attore importante del settore media.
b) Il secondo vede invece Telecom Italia trasformarsi in una vera e propria public company, con un consiglio di amministrazione votato in maggioranza dal mercato e composto prevalentemente da consiglieri indipendenti.
Intanto inizia il conto alla rovescia per la pubblicazione del rapporto Caio sulla banda larga che sarà presentato in settimana per poi essere consegnato al premier Enrico Letta, relativo allo stato della banda larga, dove si punta il dito contro il rallentamento degli investimenti nella rete internet veloce che potrebbe seriamente ritardare il raggiungimento, da parte dell’Italia entro il 2020, degli obiettivi dell’Agenda digitale.
Infatti dalle indiscrezioni del rapporto emerge l’obsolescenza delle reti in rame e come risulti insoddisfacente la realizzazione di reti di accesso alla banda larga, tanto che solo il 14% delle famiglie italiane ha accesso alla rete a velocità maggiori di 30 Mbit/s per scaricare dati, video e filmati. Mentre sul fronte del digital divide, sono ancora 2,3 milioni gli italiani (il 4% della popolazione) rimasti senza una copertura da servizi a banda larga da rete fissa. Ritardi che frenano la domanda di banda larga, lo sviluppo e la competitività delle nostre aziende.
Sicuramente se si concretizza la vendita di Tim Brasil, questo sarà il colpo di grazia per il futuro di Telecom Italia con gravi ripercussioni sul già fragile futuro industriale del gruppo e sulle prospettive occupazionali dell'azienda.
Mentre si continua a discutere della possibile vendita di Tim Brasil, secondo i rumors, starebbe marciando in modo spedito la cessione delle torri in Brasile . L’asta per la valorizzazione dell’infrastruttura carioca è infatti iniziata con largo anticipo rispetto al processo per la vendita delle torri italiane, tanto che nei mesi scorsi era già stato dato un incarico a Morgan Stanley. L’advisor Usa starebbe così già sondando potenziali compratori. Al contrario, sta marciando più lentamente il processo delle torri italiane, cioè gli 8mila siti che l’ex-monopolista possiede sul suolo nazionale. Nei prossimi giorni verrà scelto l’advisor tra una lista ristretta di nomi di cui farebbero parte Barclays, Merrill Lynch, Mediobanca e Banca Imi-Intesa Sanpaolo.
Un orizzonte sempre più incerto, quello dei lavoratori Telecom, in agitazione contro ogni ipotesi legata a chiusure di sedi, nuovi esuberi ed eventuali spezzatini per Telecom Italia che rischiano di generare ripercussioni negative sull'occupazione.
Infatti nonostante l’improvviso ed inquietante silenzio calato sul tema dell’occupazione, prosegue il progetto di societarizzazione, ovvero lo smembramento aziendale in più società, tanto caro ai vertici di C.so Italia, con la creazione di newco dove confluiranno pezzi di azienda.
Dopo le ultime possibili esternalizzazioni dei servizi come i “call center” e le attività di “Staff”, è di questi giorni la notizia sulla rete di vendita e dei negozi sociali, dove si vorrebbero far confluire negozi e lavoratori, nella newco nominata TLC Commercial Services per poi far transitare il tutto nella società “4G” dove si applica il contratto del commercio anziché quello delle aziende telefoniche.
Cresce la preoccupazione dei lavoratori sul loro futuro anche alla luce delle precedenti cessioni di ramo attuate da Telecom Italia che hanno causato nel tempo un’irreversibile emorragia di posti di lavoro, grazie anche a una incomprensibile latitanza dei vari governi che si sono succeduti in questi anni, completamente disinteressati aprendo gli occhi solo quando la frittata era ormai fatta.
La scalata da parte di Telefónica sancisce l’inesorabile sconfitta di un intero Paese, e prevede uno “spezzatino” che porterebbe al crollo delle azioni in Borsa e a una successiva Opa ostile da parte di investitori esteri, grazie all’intreccio politico ed economico più scandaloso della storia italiana.
Fonte
Tutto dipenderà da quello che uscirà dal Cda del 6 febbraio, dove secondo indiscrezioni l’ad Marco Patuano sta lavorando per l’ingresso di nuovi soci per un aumento di capitale, al fine di trasformare Telecom Italia in una public company evitando la cessione brasiliana e lo scorporo della rete, l’altro asset di valore.
Praticamente dopo i noti eventi degli ultimi mesi, che hanno toccato sia l'azionariato che il management gli scenari che si aprono sono sostanzialmente due :
a) il primo vede Telefonica riuscire nel proprio intento di sfilare Tim Brasil dal portafoglio di Telecom Italia rafforzandosi ulteriormente in Brasile, ridurre il debito della società italiana investendo sulla rete di nuova generazione il meno possibile, trovare una combinazione strategicamente interessante o con un altro operatore di tlc o con un attore importante del settore media.
b) Il secondo vede invece Telecom Italia trasformarsi in una vera e propria public company, con un consiglio di amministrazione votato in maggioranza dal mercato e composto prevalentemente da consiglieri indipendenti.
Intanto inizia il conto alla rovescia per la pubblicazione del rapporto Caio sulla banda larga che sarà presentato in settimana per poi essere consegnato al premier Enrico Letta, relativo allo stato della banda larga, dove si punta il dito contro il rallentamento degli investimenti nella rete internet veloce che potrebbe seriamente ritardare il raggiungimento, da parte dell’Italia entro il 2020, degli obiettivi dell’Agenda digitale.
Infatti dalle indiscrezioni del rapporto emerge l’obsolescenza delle reti in rame e come risulti insoddisfacente la realizzazione di reti di accesso alla banda larga, tanto che solo il 14% delle famiglie italiane ha accesso alla rete a velocità maggiori di 30 Mbit/s per scaricare dati, video e filmati. Mentre sul fronte del digital divide, sono ancora 2,3 milioni gli italiani (il 4% della popolazione) rimasti senza una copertura da servizi a banda larga da rete fissa. Ritardi che frenano la domanda di banda larga, lo sviluppo e la competitività delle nostre aziende.
Sicuramente se si concretizza la vendita di Tim Brasil, questo sarà il colpo di grazia per il futuro di Telecom Italia con gravi ripercussioni sul già fragile futuro industriale del gruppo e sulle prospettive occupazionali dell'azienda.
Mentre si continua a discutere della possibile vendita di Tim Brasil, secondo i rumors, starebbe marciando in modo spedito la cessione delle torri in Brasile . L’asta per la valorizzazione dell’infrastruttura carioca è infatti iniziata con largo anticipo rispetto al processo per la vendita delle torri italiane, tanto che nei mesi scorsi era già stato dato un incarico a Morgan Stanley. L’advisor Usa starebbe così già sondando potenziali compratori. Al contrario, sta marciando più lentamente il processo delle torri italiane, cioè gli 8mila siti che l’ex-monopolista possiede sul suolo nazionale. Nei prossimi giorni verrà scelto l’advisor tra una lista ristretta di nomi di cui farebbero parte Barclays, Merrill Lynch, Mediobanca e Banca Imi-Intesa Sanpaolo.
Un orizzonte sempre più incerto, quello dei lavoratori Telecom, in agitazione contro ogni ipotesi legata a chiusure di sedi, nuovi esuberi ed eventuali spezzatini per Telecom Italia che rischiano di generare ripercussioni negative sull'occupazione.
Infatti nonostante l’improvviso ed inquietante silenzio calato sul tema dell’occupazione, prosegue il progetto di societarizzazione, ovvero lo smembramento aziendale in più società, tanto caro ai vertici di C.so Italia, con la creazione di newco dove confluiranno pezzi di azienda.
Dopo le ultime possibili esternalizzazioni dei servizi come i “call center” e le attività di “Staff”, è di questi giorni la notizia sulla rete di vendita e dei negozi sociali, dove si vorrebbero far confluire negozi e lavoratori, nella newco nominata TLC Commercial Services per poi far transitare il tutto nella società “4G” dove si applica il contratto del commercio anziché quello delle aziende telefoniche.
Cresce la preoccupazione dei lavoratori sul loro futuro anche alla luce delle precedenti cessioni di ramo attuate da Telecom Italia che hanno causato nel tempo un’irreversibile emorragia di posti di lavoro, grazie anche a una incomprensibile latitanza dei vari governi che si sono succeduti in questi anni, completamente disinteressati aprendo gli occhi solo quando la frittata era ormai fatta.
La scalata da parte di Telefónica sancisce l’inesorabile sconfitta di un intero Paese, e prevede uno “spezzatino” che porterebbe al crollo delle azioni in Borsa e a una successiva Opa ostile da parte di investitori esteri, grazie all’intreccio politico ed economico più scandaloso della storia italiana.
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