Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/05/2026

Le banche italiane continuano a macinare profitti di natura finanziaria. Chi ne beneficia?

di Alessandro Volpi

I numeri relativi ai profitti delle banche italiane sono sempre più strabilianti. Si tratta di un fenomeno che si ripete ormai da tempo ma che sta acquisendo proporzioni enormi. Nel primo trimestre del 2026 questi profitti hanno superato i 7,5 miliardi di euro, distribuiti per l’80% circa agli azionisti, dunque in dividendi. Una situazione del genere suggerisce una considerazione e una duplice proposta.

La considerazione consiste nel fatto che, a fronte di risultati così eclatanti, è evidente la pressoché assoluta assenza di legami con l’economia reale del nostro Paese. Le banche guadagnano 7,5 miliardi in tre mesi e l’economia non cresce affatto, anzi arretra a un misero 0,4%: il credito non è l’elemento portante dei profitti bancari perché non dipendono dall’erogazione di prestiti al sistema produttivo e alle famiglie ma da attività di commissione e di acquisto di titoli finanziari. Peraltro, quando il credito viene erogato i tassi sono decisamente alti e i destinatari attentamente selezionati lasciando fuori la stragrande maggioranza dei soggetti che hanno bisogno di finanziamenti.

I profitti bancari sono quindi di natura finanziaria e, bisogna aggiungere, pagano un carico fiscale che non è realmente proporzionato a risultati così eclatanti. Il tax rate, l’aliquota reale, è infatti per le banche, anche dopo i timidi interventi del Governo Meloni, ferma a poco meno del 34% beneficiando tuttora della deducibilità degli interessi passivi. Ora pagare il 33%, che scende al 31% in condizioni ordinarie, nell’ambito di un settore beneficiario, di fatto, di un monopolio per effetto della straordinaria concentrazione consentita dalla normativa e quindi dalla politica, pare davvero poco soprattutto se l’attività bancaria non apporta un reale beneficio all’economia del Paese.

È chiaro invece chi sono i beneficiari. BlackRock che è il principale azionista di Unicredit e il terzo di Intesa Sanpaolo, nel 2025 ha guadagnato dal settore bancario italiano un miliardo di euro in dividendi, 1,5 miliardi nella rivalutazione delle proprie partecipazioni e quasi due miliardi dalla vendita alle banche italiane, di cui è azionista, dei propri prodotti finanziari per un totale, tondo, di oltre 4,5 miliardi in un anno solo. Ma su questo la politica ha ben poco da dire.

La proposta è duplice. In primo luogo, è evidente in queste condizioni che l’Italia ha bisogno di una banca pubblica. Per questo sarebbe necessario riportare Cassa depositi e prestiti (Cdp), di cui lo Stato detiene già oltre l’80%, alla originaria funzione di banca pubblica che fa credito ai Comuni e alle piccole e medie imprese praticando tassi in grado di abbattere il costo del denaro e abbandonando le attuali tendenze immobiliari e finanziarie. Per farlo Cdp dispone di circa 350 miliardi di euro di risparmi e può usufruire delle garanzie pubbliche.

Nella stessa logica dovrebbe integrarsi con Poste italiane, nella sua parte bancaria, per costituire davvero un colosso pubblico che, oltre a incidere veramente sull’economia reale, potrebbe assolvere anche alle funzioni di vero regolatore del mercato facendo concorrenza alle grandi banche private. In tal senso occorrerebbe incentivare anche l’emissione da parte della nuova banca pubblica, nata dall’integrazione tra Cdp e Poste, di obbligazioni da destinare ai fondi in cui i risparmiatori italiani mettono le loro risorse legandole a progetti di investimento produttivo e ambientale nel nostro Paese. Naturalmente è obbligatorio scongiurare la privatizzazione di Poste italiane.

Il secondo aspetto della proposta riguarda la necessità di alcune regole e, soprattutto di controlli veri – come forse non è avvenuto nel caso Mps-Mediobanca di cui Altreconomia ha largamente parlato – per evitare le concentrazioni delle proprietà bancarie in pochissime mani, presenti peraltro nell’azionariato di istituti che dovrebbero farsi concorrenza, riservando una maggiore attenzione normativa sull’utilizzo dei risparmi italiani. In questo modo uno dei temi centrali delle difficoltà italiane potrebbe trovare una soluzione.

Fonte

14/08/2025

Dall’Italia milioni di euro alle startup israeliane

Nonostante le parole di condanna da parte del governo Meloni, l’Italia non cessa di fare affari con le aziende israeliane. I media israeliani hanno infatti rivelato che Cassa Depositi e Prestiti, fondo a partecipazione maggioritaria del Ministero dell’Economia, avrebbe intenzione di investire decine di milioni di euro in start-up israeliane, una delle categorie di imprese su cui Israele sta puntando maggiormente. Gli investimenti sarebbero rivolti ai settori relativi alla tecnologia, con l’obiettivo di portare l’attività delle aziende in Italia. Il primo di questi è già noto ed è stato condotto alla luce del sole: CDP ha partecipato alla terza grande tornata di investimenti a favore di Classiq, start-up israeliana che sviluppa software quantistici, fondata da un’ex comandante dell’unità di intelligence 8200 delle Forze di Difesa Israeliane. Il round di investimenti ha un valore totale di oltre 110 milioni di euro e, da quanto comunicano i media israeliani, il governo italiano sarebbe «ben consapevole» di questo e degli altri movimenti di CDP.

La notizia sui movimenti di CDP è stata data dal quotidiano israeliano specializzato in economia Globe, che cita fonti anonime di alto rilievo. Secondo Globe, CDP avrebbe in piano di investire decine di milioni di euro – «e forse ancora di più» – sulle start-up israeliane del settore tecnologico, puntando prevalentemente «nell’intelligenza artificiale e nel calcolo quantistico, con l’obiettivo di portare l’attività delle aziende in Italia, per sviluppare e far progredire l’industria tecnologica locale». Proprio a fine luglio è arrivato un investimento, condotto con la giapponese SoftBank, da un valore stimato tra i 20 e i 30 milioni di euro. «CDP Venture Capital investe nei campioni tecnologici di domani in aree come il calcolo quantistico, attraendo e coltivando talenti e facilitando l’integrazione della tecnologia nelle filiere industriali, con l’obiettivo di rendere il sistema economico italiano più competitivo a livello globale», ha dichiarato Alessandro Scortecci, responsabile degli investimenti di CDP. La tornata di finanziamenti a cui ha partecipato CDP era stata annunciata a maggio e comprendeva, tra i cosiddetti follower (ossia le imprese o fondi che partecipano a una tornata senza guidare l’offerta), anche Neva SGR, che fa capo a Intesa San Paolo. A maggio, Classiq sosteneva di avere radunato 110 milioni di euro.

Classiq è una start-up israeliana co-fondata nel 2020 da Nir Minerbi, ex comandante di un team di ricercatori dell’unità 8200, specializzata in attività di spionaggio e controspionaggio in ambito tecnologico. La start-up sostiene di avere «triplicato la sua base clienti e i suoi ricavi anno dopo anno», un destino che condividerebbe con diverse delle sue omologhe israeliane. Israele viene infatti detto spesso «Paese delle start-up». Nel suo rapporto sull’economia del genocidio, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, parla proprio di come le start-up rappresentino tra le maggiori fonti di profitto della macchina genocidaria, tanto che nel 2024 Israele ha registrato un aumento del 143% delle start-up di tecnologia militare, i cui prodotti hanno rappresentato il 64% delle esportazioni israeliane durante il genocidio. Nonostante ciò, l’Italia continua a finanziare le imprese israeliane con fondi, come CDP, a partecipazione maggioritaria ministeriale. Secondo Globe, inoltre, questi investimenti sarebbero fatti con il beneplacito della stessa premier Meloni, che ancora una volta confermerebbe la scarsa concretezza delle proprie condanne, forti a parole ma inconsistenti nei fatti.

Fonte

23/02/2024

[Contributo al dibattito] - Attivare la previdenza complementare per lo sviluppo del Paese. Un fondo per investimenti diretti con protezione del rendimento

Ho grosse riserve in merito a quanto esposto di seguito, a partire da una impostazione prettamente teorica della questione, dove si minimizza il fatto che i meccanismi descritti sarebbero comunque implementati in un contesto di mercato fortemente deregolamentato che in soldoni, ridurrebbe drasticamente i presunti vantaggi per i lavoratori aderenti al fondo.

È il caso, per esempio dell'aumento dei consumi citato a fine saggio che non è chiaro come dovrebbero prodursi nel sistema economico italiano caratterizzato da una trentennale deflazione salariale.

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di Riccardo Realfonzo
1. Il risparmio come fonte di sviluppo

Luigi Einaudi insegnava che il risparmio è la fonte dello sviluppo economico, il suo ingrediente essenziale. Un Paese in cui le famiglie risparmiano molto può guardare al futuro con serenità, al contrario di un Paese povero di risparmio. D’altronde, amava dire, “senza lepre non si fa il pasticcio di lepre” (Einaudi 1933).

In Italia ancora oggi la propensione al risparmio delle famiglie risulta particolarmente elevata nel confronto internazionale, mentre il debito pubblico sfiora i 3mila miliardi di euro, oltre il 140% del pil. Ciononostante, tutte le volte che vi è uno shock economico, l’attenzione dei media, dei cittadini e della politica economica si rivolge agli strumenti della politica fiscale, e in particolare alla spesa pubblica. Certo, l’aumento della spesa pubblica è efficace nel risollevare rapidamente la domanda aggregata e i livelli di attività dell’economia. Non a caso, lo stesso Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per oltre due terzi è finanziato da nuovo debito pubblico. E tuttavia il livello critico del nostro rapporto debito/pil e il quadro istituzionale, con la riforma del Patto di Stabilità e Crescita, dovrebbero indurci a comprendere che gli spazi fiscali a nostra disposizione sono estremamente limitati.

Sarebbe il caso quindi di tornare a Einaudi ed alla sua esortazione a guardare all’impiego del sano risparmio privato come strumento per finanziare una solida crescita. Tuttavia, se voltiamo lo sguardo in questa direzione ed esaminiamo i dati ufficiali ci rendiamo conto che andiamo in una direzione esattamente contraria, che il risparmio nazionale in grandissima parte viene investito all’estero e che sin qui è mancata una politica finalizzata ad attivare il nostro risparmio per gli investimenti nel Paese.

Nel seguito di questa nota, ci soffermeremo sul risparmio previdenziale delle famiglie italiane e vedremo che è possibile concepire uno strumento di politica economica che, nel rispetto della normativa italiana ed europea, e senza alimentare altro debito pubblico, consenta di incanalare rilevanti risorse verso il sistema produttivo e infrastrutturale del Paese, aumentandone la competitività.

2. Il sottoinvestimento della previdenza complementare nell’economia italiana

Secondo l’ultimo aggiornamento pubblicato dalla Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione (Covip), a fine 2023 le risorse accumulate dalla previdenza complementare italiana sono pari a 222,6 miliardi (Covip 2023b). Stando sempre ai dati Covip, il 20,9% di queste risorse sono impiegate in Italia. Precisamente, il 15,4% nell’acquisto di titoli del debito pubblico italiano e solo il 5,5% in tutte le altre forme di investimento nell’economia italiana (azioni, obbligazioni, forme di investimento diretto in immobili, infrastrutture e imprese; Covip 2023a). Dunque, il 79,1% del nostro risparmio previdenziale va all’estero.

Spostiamo ora l’attenzione sui 33 fondi pensione negoziali, istituiti sulla base di accordi tra le organizzazioni sindacali e quelle imprenditoriali nei diversi settori produttivi del Paese. È opinione diffusa che l’esperienza di questi fondi sia molto positiva. Il complesso delle norme che regola il funzionamento dei fondi negoziali (D.lgs. 5 dicembre 2005 n. 252), per quanto attiene alla gestione del risparmio e al sistema complessivo dei controlli, che fa capo alla Covip, ha definito un assetto efficiente. La direttiva Institutions for Occupational Retirement Provision II (IORP II) del 2016 ha determinato un consolidamento della governance e un più accurato controllo dei rischi ai quali sono esposti i fondi, oltre a una maggiore trasparenza e più attenzione alle informative verso gli aderenti. Complessivamente, i comparti bilanciati e azionari di questi fondi soddisfano gli obiettivi di rendimento (la rivalutazione del TFR; Covip 2023b), il loro patrimonio cresce progressivamente, i costi finanziari ed amministrativi risultano molto contenuti rispetto alle altre forme della previdenza complementare, aumenta anche il loro impegno sui temi della sostenibilità ambientale, sociale e di governance (ESG).

I fondi negoziali raccolgono a fine 2023 circa 67,9 miliardi. Essi investono il 10,5% della loro raccolta in titoli del debito pubblico italiano mentre gli impieghi nell’economia italiana sono marginali. Infatti, solo il 2,5% del patrimonio viene investito in obbligazioni e azioni emesse da imprese italiane (1,5% in obbligazioni e 1% in azioni). Una parte piccolissima dei 67,9 miliardi viene poi investita direttamente nel Paese – nel rispetto del D.lgs. 252/2005, articolo 6, comma 1, lettere d) ed e) – mediante i cosiddetti strumenti “alternativi”, consistenti principalmente in quote di fondi infrastrutturali, fondi di private debt, fondi di private equity, fondi a impatto sociale e di social housing. Queste risorse ulteriori, secondo gli ultimi dati disponibili, sono pari ad appena lo 0,3% della raccolta complessiva dei fondi pensione negoziali. Tirando le somme, l’investimento complessivo dei fondi pensione negoziali nel sistema produttivo italiano non supera il 2,8% del loro patrimonio (Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 2023). E dunque, gli investimenti complessivi dei fondi pensione negoziali nelle imprese italiane non raggiungono i 2 miliardi di euro.

I dati OCSE confermano queste conclusioni. L’ultimo studio (OECD 2022) relativo ai grandi fondi pensione include 75 fondi tra cui anche 3 italiani (Cometa, Fonchim, Fonte). Si evince che i fondi pensione dei Paesi OCSE investono in media il 37,6% nelle rispettive economie nazionali, contro il 20,9% della nostra previdenza complementare. Se poi si esamina il portafoglio medio dei fondi pensione dell’area OCSE si evince che essi investono in media il 6,3% in private equity e il 2,4% in fondi infrastrutturali, oltre all’1,9% in hedge funds (che sono molto attivi anche nel private equity). Tra il 2015 e il 2021 le tipologie di investimenti maggiormente cresciute sono proprio quelli in private equity (+41,4%) e fondi infrastrutturali (+25,2%). Viceversa, come si è osservato precedentemente, gli investimenti alternativi dei nostri fondi pensione negoziali sono pari allo 0,3% del loro capitale(Covip 2023b e Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 2023).

Siamo dunque al cospetto di un sottoinvestimento dei fondi negoziali e della previdenza complementare in generale nell’economia del Paese.

La presenza di questo sottoinvestimento non rappresenta un dato recente o non noto. Si tratta al contrario di una condizione ben nota e antica, al punto che l’art. 2, comma 4 del D.M. n. 703 del 1996 (“Regolamento recante norme sui criteri e sui limiti di investimento delle risorse dei fondi di pensione e sulle regole in materia di conflitto di interessi” – abrogato dal D.M. Economia e Finanze n. 166/2024) stabiliva che Il fondo pensione nella gestione delle proprie disponibilità tiene conto delle esigenze di finanziamento delle piccole e medie imprese”. La questione è stata evidenziata a più riprese da analisti e commentatori, e ripetutamente rilevata anche dalla Covip, da ultimo nella Relazione per l’anno 2022, allorché chiarisce che “il contributo che il sistema delle forme complementari fornisce all’economia italiana è limitato, anche nel confronto internazionale” (Covip 2023a, p. 43).

È opinione largamente condivisa tra gli operatori e gli studiosi che tale sottoinvestimento sia la conseguenza di una strozzatura di mercato. Esso cioè dipende sia dai limiti angusti (nel confronto internazionale) del mercato di borsa italiano sia dallo scarso sviluppo nel nostro Paese degli strumenti cosiddetti “alternativi” che permettono investimenti diretti.

Sotto il primo aspetto, una caratteristica specifica del sistema produttivo italiano è quella della ridotta dimensione delle imprese italiane e della conseguente quota molto limitata di esse che viene quotata in borsa. Basti rilevare che, prendendo come riferimento gli indici azionari più diffusi MSCI (Morgan Stanley), risultano solo 22 titoli azionari italiani all’interno dell’indice europeo e dell’indice mondiale. Considerando l’indice europeo (MSCI EUROPE), il peso dell’Italia è pari al 3,50%. Considerando l’indice mondiale (MSCI WORLD) il peso dell’Italia è appena dello 0,59%.

Sotto il secondo aspetto, occorre rimarcare la generale arretratezza del nostro mercato dei servizi di risparmio gestito nel settore degli investimenti alternativi, ovvero di quelle forme di investimento che non passano per l’acquisto di azioni e obbligazioni nei mercati quotati ma principalmente attraverso le forme “dirette” del private debt, del private equity, del venture capital, dei fondi infrastrutturali. Si tratta di forme di investimento più rischiose, perché illiquide, per le quali non esistono quotazioni ufficiali, che consentono di intervenire a sostegno di aziende che tipicamente, per diverse ragioni, hanno maggiori difficoltà ad avere accesso al credito bancario a medio-lungo termine. D’altronde, stando ai requisiti di Basilea, il finanziamento di operazioni di questo tipo determina, per il profilo di rischio ad esse associato, importanti accantonamenti di capitale, con la conseguente timidezza dello stesso sistema bancario ad intervenire in questa tipologia di investimenti. Per quanto attiene il lato della domanda occorre rilevare che la funzione di gestione del rischio dei fondi pensione, secondo quanto previsto dalla direttiva IORP II, ha il compito di monitorare il rischio di liquidità del fondo pensione, che cresce esponenzialmente con l’introduzione in portafoglio di fondi di private equity e private debt. Dal punto di vista dell’offerta, i dati a disposizione mostrano che, nel confronto internazionale effettuato in rapporto al pil di ciascun Paese, in Italia gli operatori di private equity e private debt sono molto numerosi e molto piccoli. L’operatore domestico principale ha masse in gestione di poco superiori ai 3 miliardi mentre ad esempio in Francia l’operatore più grande ha masse in gestione per oltre 100 miliardi. Le operazioni che si effettuano in Italia sono mediamente di importo molto ridotto e quelle di dimensioni più rilevanti sono sovente appannaggio di operatori stranieri.

Come conseguenza dello scarso sviluppo del mercato degli investimenti alternativi, con i rilevanti rischi connessi, i consigli di amministrazione dei fondi pensione, in attuazione dei criteri di gestione di cui all’art. 3 del D.M. Economia e Finanze n. 166/2024, nell’interesse esclusivo dei loro aderenti, sono indotti ad adottare benchmark di mercato e strategie di investimento diversificate su scala internazionale – nei quali, come conseguenza dell’esiguo numero di imprese quotate italiane, il peso assegnato all’Italia è marginale – di fatto generando un esito sistemico evidentemente subottimale, considerato il fatto che l’investimento nell’economia nazionale attiverebbe una dinamica positiva del pil e dell’occupazione, alimentando quel circuito economico che fa anche crescere gli stessi fondi pensione italiani.

Insomma, il copioso risparmio previdenziale delle famiglie italiane se ne va dal Paese e finanzia lo sviluppo di sistemi produttivi concorrenti; senza considerare che il combinato disposto tra l’utilizzo non soltanto in Italia di strategie a benchmark e il limitato peso assegnato all’Italia negli indici, finisce anche per attrarre una quota inferiore di investimenti internazionali sul mercato domestico

3. Le iniziative in campo per indirizzare il risparmio previdenziale nel Paese

La lettura dei dati sopra riportati non deve nascondere il fatto che in questi anni vi sono state diverse iniziative finalizzate ad offrire ai fondi pensione negoziali opportunità per investire direttamente con strumenti alternativi illiquidi nell’economia italiana.

Queste iniziative hanno sin qui coinvolto complessivamente 17 fondi negoziali. Vi sono state alcune iniziative di mercato. Il Progetto Iride ha portato 5 fondi pensione a investire 216 milioni in fondi di private equity rivolti all’Europa ed anche all’Italia. Il Progetto Zefiro ha coinvolto 4 fondi pensione che stanno investendo 215 milioni in fondi di private debt sempre con focus su Europa e in parte Italia. Il Progetto Vesta vede attivi 5 fondi pensione, con un commitment di 168 milioni, nel settore delle infrastrutture europee ma con una quota per l’Italia (Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 2023).

Poi vi è il Progetto Economia Reale, promosso da Assofondipensione e Cassa Depositi e Prestiti (CDP), con Fondo Italiano d’Investimento SGR (partecipata da CDP Equity, Intesa Sanpaolo, UniCredit, Fondazione ENPAM, Fondazione ENPAIA, Associazione Bancaria Italia, Banco BPM e BPER Banca). Questo progetto, che opportunamente punta a indirizzare risorse dei fondi esclusivamente verso l’economia italiana, ha visto l’attivazione di tre fondi di fondi:

  1. il FOF Private Equity Italia (FOF PEI), che ha raccolto 300 milioni da CDP e 196,7 milioni da 17 fondi pensione italiani per un totale di 496,7 milioni. Al settembre 2023, FOF PEI ha in portafoglio 15 fondi di private equity dedicati all’economia reale italiana che hanno finalizzato investimenti in 66 società, di cui in 16 nei primi 9 mesi del 2023;
  2. il FOF Private Debt Italia (FOF PDI) che ha raccolto 250 milioni da CDP e 90,8 milioni da 10 fondi pensione italiani, per un totale: 340,8 milioni. Al settembre 2023, FOF PDI ha in portafoglio 10 fondi di private debt;
  3. Il FOF Infrastrutture, presentato a giugno 2023, che prevede un primo investimento di 30 milioni nel settore dell’efficientamento energetico (Fondo Italiano d’Investimento 2023).

Dalle Relazioni semestrali prodotte dal Fondo Italiano d’Investimento si evince che questi progetti stanno dando risultati complessivi incoraggianti. In particolare, il FOF PEI registra un valore totale dell’investimento in rapporto al capitale investito (Total Value Paid In) maggiore di uno; ciò significa che sta determinando rendimenti positivi e ha già superato l’effetto negativo legato dal calo iniziale di breve periodo, la “J- curve”, che ci si attende inizialmente da questo tipo di investimento.

Nonostante l’iniziativa di Assofondipensione con CDP, il volume complessivo degli investimenti dei fondi pensione negoziali resta limitato a pochi decimi della raccolta complessiva dei fondi pensione negoziali e l’investimento totale nell’economia italiana ad oggi non raggiunge il 3% del patrimonio. E ciò, si badi, nonostante la circostanza che gli investimenti diretti siano potenzialmente interessanti per gli investitori della previdenza complementare, per la loro natura di investimenti di lungo periodo, per il premio di illiquidità implicito che essi incorporano, in un’ottica di strategica diversificazione del portafoglio, parziale decorrelazione e protezione dall’inflazione.

4. La proposta: un fondo per investimenti diretti con protezione del rendimento

Per fare in modo che i risparmi previdenziali delle famiglie italiane vengano in misura più significativa investiti nel Paese, è dunque necessario prendere atto pragmaticamente della presenza di una rilevante strozzatura di mercato, che impedisce un afflusso adeguato del risparmio previdenziale nel Paese, e intervenire con una misura di politica industriale finalizzata ad incentivare l’investimento di questo risparmio nel sistema produttivo ed infrastrutturale italiano. Ciò anche per favorire lo sviluppo del mercato e il superamento nel futuro di quella strozzatura.

Qui riprendo e sviluppo una proposta che ho avanzato in passato, anche come Presidente di Cometa, e che è stata a più riprese discussa dalle parti sociali dell’industria metalmeccanica, sino ad essere inserita nel contratto vigente siglato da tutti i firmatari.

La proposta punta ad introdurre uno strumento che permetta ai consigli di amministrazione dei fondi pensione di investire mediante strumenti “diretti” nelle infrastrutture sociali e nell’apparato produttivo italiano grazie alla introduzione di un meccanismo di protezione dei rendimenti alla scadenza del progetto (quindi anche sull’eventuale rischio default dei soggetti in cui si investe), che tuteli il risparmio dei lavoratori che aderiscono ai Fondi.

Si tratta di introdurre un nuovo fondo di fondi, pubblico-privato, che raccolga risorse dai fondi pensione, con un vincolo di lungo periodo, e investa direttamente in infrastrutture e piccole-medie aziende, con il ricorso alle formule ormai tradizionali della finanza alternativa, come private equity, private debt, venture capital.  L’obiettivo è favorire il potenziamento dell’apparato produttivo, la crescita della dimensione media delle imprese, il consolidamento di cooperative dei lavoratori (legge Marcora), il potenziamento delle infrastrutture sociali, in un quadro coerente con le linee nazionali di politica industriale.

Alla scadenza dell’investimento, le singole quote sarebbero retrocesse ai fondi investitori con i rendimenti maturati. CDP potrebbe essere il soggetto semi-pubblico titolare della emissione delle quote e si farebbe carico del meccanismo di protezione del rendimento.

Il meccanismo di protezione del capitale investito può essere concepito tecnicamente con almeno due soluzioni diverse. In entrambi i casi, il fondo pubblico posto a base dell’operazione va ad integrare i rendimenti nei casi in cui essi fossero inferiori a un valore soglia di rendimento definito. In entrambi i casi,il fondo in questione non avrebbe la natura tecnica di garanzia assicurativa poiché opererebbe nei limiti della dotazione stanziata e sarebbe, in particolare nella seconda soluzione, dipendente dalla dinamica di mercato. Per questa ragione, tali misure non cadono nei limiti della disciplina sugli aiuti di Stato.

Una prima soluzione, consiste nell’istituzione di un fondo rotativo ad opera di CDP che a scadenza integrerebbe i rendimenti a favore dei fondi pensione in tutti i casi in cui essi fossero inferiori al valore soglia e che al contrario risulterebbe alimentato in tutte le circostanze in cui i rendimenti fossero superiori a tale valore.

Una seconda soluzione consiste nella partecipazione stessa di CDP all’investimento in questione, con capitale pubblico (come accade con il Progetto Economia Reale). Ciò significa che gli investimenti diretti prevederebbero due classi di investitori: i fondi pensione e CDP. La tutela degli investimenti della prima classe di investitori, i fondi pensione, prevederebbe che al momento della liquidazione finale, a scadenza dell’investimento, l’assegnazione a loro favore dipenderebbe dal valore del rendimento generato. L’assegnazione sarebbe pari al 100% dell’investimento effettuato e comunque fino al valore soglia definito nel caso di rendimenti negativi o comunque inferiori al valore soglia, evidentemente con minore rendimento per l’investitore della seconda classe (CDP); viceversa, in caso di rendimento superiore al valore soglia definito, l’assegnazione a favore dei fondi pensione sarebbe pari al capitale maggiorato sino al valore soglia più una percentuale dell’extrarendimento, con maggiore assegnazione, in questo caso, per l’investitore CDP.

Il valore soglia definito dei rendimenti potrebbe essere posto nella rivalutazione maturata dal Trattamento di Fine Rapporto (TFR) che, per legge, si calcola annualmente aggiungendo al tasso dell’1,5% il 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo accertato dall’ISTAT. Si sottolinea che la rivalutazione del TFR rappresenta il benchmark di riferimento per la previdenza complementare, considerato che questa è la rivalutazione del risparmio previdenziale dei lavoratori nel caso in cui essi non aderiscano ai fondi pensione e lascino il TFR con le loro contribuzioni in azienda. La rivalutazione media del TFR è stata dell’1,6% nel 2023 e del 2,4% nella media degli ultimi dieci anni (Covip 2023b).

La proposta qui presentata riprende per certi aspetti la logica generale europea del vecchio piano Juncker, che prevedeva l’appostamento di risorse pubbliche (l’European Fund for Strategic Investments, EFSI) che funzionassero da strumento di garanzia per mobilitare il risparmio privato ed attivare, con un effetto leva, investimenti multipli che altrimenti non si sarebbero realizzati.

Una esperienza italiana che può essere richiamata ad ispirazione del progetto che qui si propone, è quella testata in Trentino Alto Adige con il fondo pensione regionale Laborfonds, finalizzato allo sviluppo delle attività produttive regionali. La protezione degli investimenti, che riguarda la parte degli investimenti effettuati in strumenti alternativi (il fondo mobiliare chiuso denominato “Fondo Strategico del Trentino-Alto Adige”), non è caduta nelle censure della disciplina degli aiuti di Stato, in quanto meccanismo di mercato. In particolare, si tratta di una protezione dell’investimento nominale nei limiti della disponibilità di un capitale appostato dalla Regione. Per questo motivo, non si tratta di un meccanismo di garanzia in senso tecnico-assicurativo, ma di uno strumento di protezione a scadenza del capitale versato. La tutela degli investimenti nominali prevede al momento della liquidazione finale, a scadenza dell’investimento, una assegnazione che dipende dal valore del rendimento generato. L’assegnazione è pari al 100% del valore dell’investimento effettuato, nel caso di rendimenti negativi, sempre comunque nei limiti del capitale disponibile; un importo pari al valore delle quote detenute, se il rendimento risulta positivo ma inferiore al 5%; un importo pari al valore delle quote detenute, con riduzione del 30% del rendimento eccedente il 5%.

Data la cornice di strategia generale degli investimenti, la proposta qui presentata prevede l’individuazione o creazione di un gestore altamente specializzato negli investimenti “alternativi” italiani, con rilevanti competenze soprattutto in termini di scouting, analisi delle proposte di investimento, due diligence, e strumenti di private equity, private debt e venture capital, oltre che supporto delle società target, anche con il ricorso a CDP (l’esperienza positiva praticata con Fondo Italiano d’Investimento risulta incoraggiante). La definizione e realizzazione di rigorosi strumenti di controllo di raccolta e investimento, anche in termini ESG, potrebbe vedere anche il coinvolgimento di Covip. D’altronde la principale e vera protezione del rendimento deve riposare nella qualità dei progetti selezionati, in assenza della quale l’intero processo risulterebbe viziato.

5. I vantaggi del fondo per investimenti diretti con protezione del rendimento

La proposta in questione genera vantaggi per il complesso degli attori coinvolti.

Dal punto di vista degli oltre 4 milioni di lavoratori aderenti ai fondi pensione negoziali, l’introduzione di questa misura, in una delle varianti descritte, contribuirebbe a generare un flusso di rendimenti in linea con la rivalutazione del TFR. Per gli aderenti, dunque, la misura permetterebbe l’acquisizione di un rendimento pari alla rivalutazione del TFR tenuto in azienda senza dovere rinunciare all’extracontribuzione del datore di lavoro e ai vantaggi fiscali della previdenza complementare, che viceversa andrebbero persi nel caso in cui il lavoratore non aderisse al fondo pensione. La maggiore diversificazione degli investimenti da parte dei fondi pensione contribuirebbe all’ottimizzazione del rapporto rischio rendimento, a tutto vantaggio degli aderenti. Inoltre, e soprattutto, il Fondo investirebbe nei settori industriali in cui operano gli stessi aderenti.

Alla luce di ciò risulta chiaro che l’introduzione di un simile strumento accrescerebbe per un lavoratore il costo opportunità della mancata adesione alla previdenza complementare e quindi favorirebbe la crescita delle adesioni ai fondi negoziali. Si tratta di un obiettivo certamente auspicabile che rafforzerebbe ulteriormente il collegamento funzionale tra il sistema previdenziale obbligatorio a ripartizione, gestito dall’INPS, e quello di previdenza complementare a capitalizzazione, con l’obiettivo di concorrere ad assicurare ai lavoratori mezzi adeguati alle esigenze di vita al momento del pensionamento. Inoltre la crescita dei fondi pensione potrebbe favorire maggiori investimenti futuri nel Paese, attivando un circolo virtuoso.

Dal punto di vista del fondo pensione, lo strumento in questione permetterebbe ai consigli di amministrazione di dedicare molte più risorse agli investimenti diretti nell’economia italiana, superando le difficoltà legate alla inadeguatezza complessiva del mercato italiano e alla forte incertezza che si accompagna oggi a tali investimenti. I fondi pensione avrebbero infatti a disposizione uno strumento di investimento di lungo periodo, perfettamente adeguato alla loro natura di investitori di lungo periodo per eccellenza, che – come osservato – consentirebbe loro di ottenere il rendimento obiettivo della previdenza complementare, differenziando le tipologie di investimento grazie alla introduzione di questa asset class, abbattendo i livelli di rischio complessivo dei loro portafogli e dunque ottimizzando il rapporto rischio/rendimento dei comparti offerti dai fondi. Naturalmente, la crescita delle adesioni, assicurata dai maggiori profili di rendimento e dall’abbattimento del grado di rischio del portafoglio generate dalla proposta in esame, alimenterebbe la crescita virtuosa dei fondi pensione.

Dal punto di vista delle performance dell’economia italiana, l’introduzione di un Fondo con il meccanismo di protezione dei rendimenti garantirebbe per le ragioni sopra dette un nuovo flusso di investimenti finanziato con risparmio privato a favore delle imprese e delle infrastrutture del Paese.

L’impatto potenziale sull’economia italiana potrebbe essere molto rilevante se si riuscisse, con l’introduzione di questa misura, a superare le strozzature del nostro mercato portando la quota degli investimenti sul totale del capitale gestito dalla previdenza complementare italiana al livello degli altri Paesi occidentali. Per una valutazione indicativa degli impatti di questa proposta sul piano macroeconomico e della finanza pubblica, sono stati svolti alcuni esercizi sulla scorta delle metodologie e degli assunti utilizzati dal governo anche per l’analisi degli impatti del PNRR (Governo Italiano 2023a e 2023b). Il riferimento è in questo caso al modello di equilibrio economico generale QUEST, sviluppato dalla Commissione Europea. A risultati non molto diversi si perviene seguendo le metodologie del cosiddetto “nuovo consenso” utilizzate dal Centro Studi Confindustria (Centro Studi Confindustria 2023). Assumendo, a puro titolo di esempio, un incremento degli investimenti di 20 miliardi di euro nell’economia nazionale, pari a un punto percentuale del pil nominale 2023, e ipotizzando che tali investimenti vengano realizzati in cinque anni, in ragione di un quinto annuo (4 miliardi/anno), si avrebbe ogni anno un incremento del tasso di crescita del pil di alcuni decimi di punto (alla fine del quinto anno si avrebbe un incremento del tasso di crescita del pil rispetto al trend stimabile in circa lo 0,4% del pil). L’effetto reale cumulato, dato dalla somma di tutti gli incrementi del pil rispetto al valore del primo anno, risulterebbe pari a circa l’1,4% del pil (base di riferimento il primo anno). Gli effetti di crescita del pil risulterebbero determinati dall’incremento degli investimenti, dall’aumento indotto dei consumi, tenuto conti di un marginale impatto negativo del saldo della bilancia commerciale dovuto all’incremento delle importazioni. Da notare che l’aumento del pil determinerebbe un aumento delle entrate fiscali di circa il 40% dell’incremento stesso del pil, ripagando lo stanziamento necessario per il fondo rotativo e l’investimento pubblico, e fornendo un contributo al miglioramento del rapporto debito pil.

Questa medesima simulazione è stata condotta anche con un modello stock flow di impostazione keynesiana, che dunque attribuisce maggiori valori ai moltiplicatori degli investimenti, generando risultati ancora più incoraggianti in termini di maggiore tasso di crescita del pil e pil reale cumulato (Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella 2022).

6. Un progetto pilota per l’industria metalmeccanica

La proposta appena presentata è stata oggetto di discussione e condivisione tra le parti sociali dell’industria metalmeccanica. Non a caso, il Contratto Collettivo Nazionale dei Metalmeccanici – siglato nel 2021 da Federmeccanica, Assistal e Fim, Fiom, Uilm – prevede che “le parti firmatarie del presente Contratto, confermando la scelta di considerare il Fondo nazionale di categoria COMETA come lo strumento più idoneo a soddisfare i bisogni previdenziali dei lavoratori metalmeccanici, sollecitano coerenti provvedimenti di legge finalizzati allo sviluppo dei Fondi negoziali. In particolare, si impegnano mediante apposite iniziative a sollecitare le istituzioni deputate ad introdurre una minore tassazione dei rendimenti finanziari e a definire interventi normativi che, con precise garanzie a tutela del risparmio previdenziale e della sua rivalutazione, favoriscano gli investimenti nell’economia reale in modo da consentire migliori rendimenti finanziari per i lavoratori ed un sostegno alla crescita economica del nostro Paese. Le parti si impegnano, altresì, a perseguire una politica che favorisca gli investimenti socialmente responsabili” (Sez. Quarta, Titolo IV, Retribuzione ed altri istituti economici, art. 15 “Previdenza Complementare”).

Tra le numerose occasioni in cui la proposta è stata recentemente ripresa, vi è l’ultima Assemblea di Federmeccanica, del settembre 2023, nella quale il Presidente, Federico Visentin, ha rimarcato: “La Cassa Depositi e Prestiti potrebbe anche intervenire, fornendo le necessarie garanzie, per sostenere investimenti nell’economia reale realizzati dal Fondo di Previdenza Complementare Cometa, se finalizzati alla crescita delle imprese metalmeccaniche e meccatroniche italiane”.

Un primo progetto pilota potrebbe dunque essere studiato con riferimento all’industria metalmeccanica.

*Documento presentato dal prof. Riccardo Realfonzo, Presidente del fondo pensione Cometa, in occasione della audizione presso la Commissione parlamentare di controllo sull’attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale, indagine conoscitiva “Sugli investimenti finanziari e sulla composizione del patrimonio degli enti previdenziali e dei fondi pensione anche in relazione allo sviluppo del mercato finanziario e al contributo fornito alla crescita dell’economia reale”. Roma, 15 febbraio 2024

Bibliografia

Canelli R., Fontana G., Realfonzo R., Veronese Passarella M. (2022), Is the Italian government debt sustainable? Scenarios after the Covid-19 shock, “Cambridge Journal of Economics”, Vol. 46, Issue 3, May, pages 581–587;

Centro Studi Confindustria (2023), L’economia italiana torna alla bassa crescita?, autunno;

Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali (2023), Investitori istituzionali italiani: iscritti, risorse e gestori per l’anno 2022, Itinerari Previdenziali, Decimo report annuale;

Covip (2023a), Relazione per l’anno 2022;

Covip (2023b), La previdenza complementare. Principali dati statistici, dicembre;

Einaudi L. (1933), Il mio piano non è quello di Keynes, “La Riforma Sociale”, marzo-aprile, pp. 129-142;

European Commission (2014), An investment plan for Europe, Communication from the Commission, COM 903, November, Brussels;

Federmeccanica, Assistal, Fim, Fiom, Uilm (2021), Contratto collettivo nazionale di lavoro per i lavoratori addetti all’industria metalmeccanica privata e alla installazione di impianti, 5 febbraio;

Fondo Italiano d’Investimento (2023), Relazioni semestrali;

Governo Italiano (2023a), Documento di economia e finanza, Sezione I, Programma di Stabilità;

Governo Italiano (2023b), Documento di economia e finanza, Appendice 1 al Programma Nazionale di Riforma, Valutazione dell’impatto macroeconomico delle riforme;

OECD (2022), Long-term investing of large pension funds and public pension reserve funds, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/809eff56-en;

Visentin F. (2023), Relazione, Assemblea Generale Federmeccanica, settembre.

Fonte

07/11/2023

Il buio oltre la rete

di Guido Salerno Aletta

Non c'è ancora nessun chiarimento sul futuro delle reti di telecomunicazioni italiane, da quando a fine agosto ci siamo occupati della vicenda di TIM, con un articolo intitolato: "Una Rete fatta di Nodi".

La storia è ben nota: dagli oltre 7 euro per azione che Telecom Italia valeva nel 2001, oggi TIM quota attorno ad un quarto di euro. I debiti alla fine del terzo trimestre di quest'anno sono stimati in crescita a 26,45 miliardi di euro, rispetto ai 25,5 dell'anno scorso: con i tassi di interesse che si sono fatti assai più alti rispetto al passato, l'onere non può che crescere con i rinnovi alle scadenze, mentre i proventi segnano il passo. Il loro incremento complessivo del 1,4% deriva infatti dalla compensazione tra la flessione dello 0,2% di quelli del mercato italiano e la crescita del 5,8% di quelli del Brasile.

La cessione della rete al Fondo KKR, che di recente ha offerto 20 miliardi di euro per la rete di TIM cui ne aggiungerebbe altri 2 miliardi per la acquisizione di Open Fiber, è stata approvata dal CdA di TIM, con il voto contrario dei tre rappresentanti di Vivendi che sostiene la necessità di un passaggio decisionale in Assemblea dei Soci. Si preannunciano ricorsi.

Ma, intanto, si vede chiaramente che è stato drasticamente ridimensionato il valore di Open Fiber, che si è aggiudicata come concessionaria di INFRATEL la realizzazione con fondi pubblici delle reti in fibra ottica nelle aree a fallimento di mercato: era stato stimato in 5,5 miliardi di euro all'atto della vendita del 50% da parte di Enel, cui sono subentrati il Fondo australiano Macquaire per il 40% e la Cassa Depositi e Prestiti per un ulteriore 10%, arrivando così al 60% rispetto alla posizione paritaria che aveva in precedenza con Enel.

In pratica, se KKR dovesse effettivamente rilevare Open Fiber per appena 2 miliardi di euro, tanto la Cassa che Macquaire registrerebbero una consistente minusvalenza rispetto alla valutazione di 5,5 miliardi: una volta ceduta a KKR la rete in concessione da parte di Infratel, Open Fiber rimarrebbe una scatola praticamente vuota.

La Cassa Depositi e Prestiti esce assai penalizzata da questa operazione, dopo essersi lanciata con tanto entusiasmo in Open Fiber di cui detiene il 60%, ed essere entrata in TIM comprando il 9,8% delle azioni, divenendone il secondo azionista dopo Vivendi che ha il 23,7% del capitale.

TIM persegue un obiettivo principalmente finanziario e non industriale: con la cessione a KKR della sua rete, denominata "NetCo", si propone di abbattere il suo debito di 14 miliardi. Ma non è chiaro quale sarà il business operativo che sarà realizzato dalla rimanente compagine aziendale, definita "ServiceCo": per gestire la attuale clientela che usufruisce di linee telefoniche su rete fissa e mobile bastano pochissimi dipendenti.

Si parla molto genericamente di sviluppo nei settori di tecnologia avanzata, ma non si citano né esperienze analoghe maturate all'estero né programmi concreti: in pratica, i proventi futuri di "ServiceCo" deriveranno ancora in massima parte dalla rivendita dei servizi di rete, offerti a tutto il mercato a condizioni paritarie dal nuovo gestore sostanzialmente monopolista delle reti di telecomunicazioni italiane, se dovesse acquisire oltre alla rete di TIM, "NetCo", anche quella di Open Fiber.

C'è un altro aspetto da considerare: con ogni probabilità, le bollette telefoniche aumenteranno. Non avendo clienti finali da tenere fidelizzati, il nuovo gestore di rete sarà assai propenso ad aumentare il prezzo di accesso ed interconnessione che viene pagato dagli operatori che invece si interfacciano con i clienti finali. Nella alternativa tra ridurre i propri margini di profitto, oppure ribaltare gli aumenti sui clienti, è assai probabile che sceglieranno questa seconda alternativa.

Il MEF sta cercando di ritagliarsi una posizione di minoranza di blocco, partecipando direttamente e con altri partner italiani alleati con il 35% alla iniziativa di KKR che sta procedendo acquisizione della rete di TIM: in proporzione, si dovrebbero mettere sul piatto complessivamente 7 miliardi di euro, di cui 4 da parte del MEF per avere in mano il 20% del capitale.

Anche in questo caso, come per il futuro delle attività da parte di "ServiceCo" di TIM, non si hanno elementi per valutare le strategie di sviluppo del MEF: è sicuramente una iniziativa volta ad assicurarsi un ruolo di controllo.

Anche in questo caso, mentre si sta cercando di sistemare una partita debitoria pregressa ed incombente per TIM, non c'è stata finora una chiara comunicazione al pubblico della strategia di sviluppo delle reti, ed in prospettiva della dismissione di quella in rame nelle aree in cui c'è una ampia disponibilità di fibra ottica, che viene perseguita da KKR, che invece ha fatto certamente conoscere i suoi piani alle banche (UniCredit, Crédit Agricole, Mediobanca, Bper, Bnp-Paribas, JP Morgan, Citi, Morgan Stanley, Bpm, Natixis e Bofa) che si sono consorziate per raccogliere 10,5 miliardi di euro necessari per finanziare buona parte dell'operazione di acquisizione e lo sviluppo degli investimenti negli anni futuri.

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15/10/2022

Ansaldo Energia. Cdp promette la ricapitalizzazione, sciopero sospeso

“Abbiamo strappato un grande pareggio“, Federico Grondona, coordinatore dell’rsu di Ansaldo Energia, alla fine di un giovedì tesissimo, con l’occupazione dell’aeroporto di Genova e la prospettiva di un fine settimana ancora più duro, lo dice come se quel pareggio fosse una vittoria e in parte lo è.

“Quando si gioca una partita bisogna tenere conto delle condizioni del campo, dell’avversario, della situazione generale – ha scandito al microfono – e oggi abbiamo strappato un pareggio, un grandissimo pareggio”.

Lo sciopero di domani è sospeso, l’aeroporto di Genova torna “libero” dopo una giornata di occupazione, e domani, venerdì 14 ottobre, assemblea in fabbrica ma al momento è scongiurata l’ipotesi di una terza giornata di caldissima protesta, da parte dei metalmeccanici di Ansaldo Energia.

Dopo ore di attesa e di lotta, con anche qualche tafferuglio tra i manifestanti e la polizia, e con i passeggeri dell’aeroporto allo sbando – da Roma è arrivata una nota firmata da Cassa depositi e prestiti, la società controllata dal ministero del Tesoro che a sua volta detiene la maggioranza delle azioni di Ansaldo Energia. Una nota che è stata ritenuta “soddisfacente” dai sindacati.

Nello statement, Cassa depositi e prestiti conferma come la “società stia definendo con i soci e le banche finanziatrici la manovra finanziaria necessaria a garantirne l’implementazione” e “si stanno valutando tutte le iniziative di intervento possibili, ivi compresa la ricapitalizzazione della società eventualmente con il concorso di altri soggetti”.

“A tale scopo – conclude la nota che si rivolge così ai lavoratori, come ieri – è cruciale la collaborazione da parte di tutti per assicurare il regolare svolgimento dell’attività aziendale e preservare la reputazione ed il potenziale commerciale che Ansaldo ha in Italia e all’estero”.

“Dopo la vergognosa lettera di ieri e a seguito delle iniziative sindacali e dell’opera di sensibilizzazione a 360 gradi e alla pressione messa in campo, anche tramite le Istituzioni, nei confronti di Cassa Depositi e Prestiti, è arrivata nel tardo pomeriggio la risposta di CDP che finalmente tiene conto della ricapitalizzazione, della strategicità di Ansaldo Energia e del necessario rilancio”, così il segretario generale Cisl Liguria Luca Maestripieri e il segretario generale Fim Cisl Liguria Christian Venzano.

E concludono: “A seguito di questo si concludono le iniziative di sciopero, ma deve essere chiaro a tutte le parti coinvolte che questo è solo il primo tassello della messa in sicurezza e del rilancio di Ansaldo Energia di cui la diretta conseguenza deve essere la sicurezza dell’occupazione dei dipendenti e delle dipendenti diretti e dell’indotto. Dalle parole bisogna passare molto velocemente a fatti che siano tangibili e verificabili”.

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13/10/2022

Genova. Scontro in Prefettura, oggi sciopero e corteo Ansaldo


Fumata nera in Prefettura questa mattina sulla vertenza Ansaldo energia. I sindacati, proprio in seguito alla convocazione del prefetto Renato Franceschelli, avevano sospeso lo sciopero e il corteo già indetto per questa mattina, ma l’incontro non sarebbe stato positivo.

“Ci aspettavamo poco – ammette il segretario della Fiom genovese Stefano Bonazzi – ma abbiamo sentito ancora meno. Il prefetto ci ha detto che Cdp ha deliberato una ricapitalizzazione da 36 milioni di euro, ma si tratta in realtà di una vecchia ricapitalizzazione dove doveva essere deliberata un’ultima tranche, mentre sul futuro non ci è stato al momento detto assolutamente nulla”.

Per domani mattina i sindacati hanno convocato un’assemblea per riferire dell’incontro di oggi e “insieme decideremo le forme e le modalità di lotta”, spiega il segretario della Fiom. L’appuntamento è alle portineria centrale alle 8:15: a seguire sciopero e corteo.

“L’incontro è andato malissimo – rincara il coordinatore dell’rsu di Ansaldo Energia Federico Grondona – perché siccome la liquidità minima di Aen è al momento sotto di 36 milioni, Cassa depositi e prestiti ha fatto sapere che ci metterà solo quelli, che in pratica sono gli stipendi ma si tratta fra l’altro di soldi che erano dovuti fin dalla ricapitalizzazione del 2019. E fra l’altro sarebbero stati 50 milioni e non 36″.

I sindacati si aspettavano “almeno una lettera di impegno da parte di Cdp che sancisse la strategicità di Ansaldo energia e la volontà di ricapitalizzare nel breve periodo, invece niente di tutto questo. Per questo domani saremo in piazza e sarà lotta dura“.

Se la linea di Fiom e Fim è compatta, un po’ di polemica intersindacale la solleva la Uilm: “La Uilm non si aspettava grandi cose in assenza di un governo, nonostante ciò abbiamo ricevuto alcune rassicurazioni che si traducono in 50 milioni per appianare debiti (36 milioni per la liquidità aziendale). Cassa depositi e prestiti non lascerà sola Ansaldo Energia perché è un asset strategico".

”Non mi aspettavo nessuna soluzione immediata, sarebbe sciocco senza un governo in carica, ma ci è stato comunicato dal Prefetto l’impegno di Cassa e depositi e prestiti sulla ricapitalizzazione non appena ci sarà l’azionista di riferimento – spiega Antonio Apa, Coordinatore regionale Uilm – Occorre un governo perché la vertenza Ansaldo deve assumere una dimensione nazionale. E poi, vorrei smontare una bufala: non è vero che i lavoratori non percepiranno stipendio a fine ottobre. I nostri problemi si chiamano carenza di ordini, avere un piano industriale credibile e un’ organizzazione del lavoro che fa acqua da tutte le parti”.

Domani la Uilm parteciperà all’assemblea indetta per i lavoratori, in quella sede lascerà libera scelta ai lavoratori di aderire o meno allo sciopero. “La Uilm non si fa dettare la linea da nessuno: vogliamo un incontro appena possibile con Cassa depositi e prestiti e il ministero sviluppo economico. Poi ci sarà la battaglia per la salvaguardia industriale e occupazionale“, chiude Apa.

“Il governo deve intervenire in tempi molto brevi. Stiamo parlando di un’eccellenza dell’industria non solo ligure ma anche italiana che deve essere valorizzata sempre più nell’ottica della transizione ecologica” dichiarano il Consigliere Armando Sanna e il Senatore Lorenzo Basso che domani parteciperanno al nuovo sciopero indetto dai sindacati.

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04/10/2022

Italia - In piazza contro il carovita

Si è svolta lungo tutto lo stivale, suddivisa in ben 14 piazze del paese, la giornata di mobilitazione organizzata dell’Usb, contro il carovita e la speculazione delle grandi aziende nazionali e multinazionali che, con la scusa del perdurare del conflitto, stanno speculando sugli aumenti delle materie prime legate alla produzione energetica.

Il gesto simbolico che sta accompagnando le proteste di questo inizio autunno, il bruciare le bollette di luce e gas in piazza, ha segnato tutti i concentramenti organizzati, rimarcando la non disponibilità da parte della popolazione di pagare rincari e speculazioni che svuotano i già magri portafogli di chi vive in Italia.

La giornata si è svolta nel contesto di mobilitazione internazionale lanciata dalla Federazione Sindacale Mondiale (Fsm, o Wftu nell’acronimo in inglese), organizzazione sindacale che raccoglie più di cento milioni lavoratori in tutto il mondo.

Da Taranto a Torino, da Cagliari a Trieste, passando per Napoli, Firenze, Bologna, Milano ecc. (elenco completo qui), i lavoratori organizzati nell’Usb, assieme ad associazioni, studenti e organizzazioni politiche conflittuali, hanno protestato contro i simboli del potere politico, economico e finanziario che stanno avallando, quando non perpetrando, questa “rapina di Stato”.

Prefettura di Taranto, la multiutility Hera di Bologna, sedi dell’Eni di Torino e dell’Enel di Cagliari. Questi sono alcuni dei luoghi attraversati dalle contestazioni, a sottolineare la comunanza tra supposta “funzione pubblica” e speculazione privata nei rincari che colpiscono le tasche degli abitanti.

“Le bollette di gas ed elettricità stratosferiche che stanno arrivando a lavoratori, famiglie, piccoli commercianti, ma anche studenti fuorisede, impegnano anche il 30% di un salario medio e non sono contrastate in nessuna maniera da parte del governo”, dichiara Paolo Leonardi della segreteria europea e dell’Fsm dal presidio di Roma sotto la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp).

Proprio Cdp è una società controllata al 83% dal Mef (il restante 17% dal gotha del settore bancario privato del paese) ed è azionista del colosso Eni, “la più grande tra le 300 aziende che in Italia hanno maturato 40 miliardi di extraprofitti con la speculazione sui prezzi del gas”, dice Guido Lutrario dell’esecutivo Usb da Roma, gas acquistato a una cifra e venduto a una decisamente più alta secondo le logiche truffaldine della finanza internazionale.

Ci sono dei profitti e degli extra-profitti enormi che non vengono tassati da questo governo e molto probabilmente poco cambierà con il prossimo guidato da Giorgia Meloni, già succube dell’agenda Draghi, impedendo così la redistribuzione di una ricchezza ingiustamente appropriata dalle grandi aziende che operano nel comparto energetico.

E questo succede anche in quelle aziende sotto il controllo dello Stato, il quale anziché occuparsi del benessere dei propri cittadini, alimenta la guerra con l’invio di armi in Ucraina e segue ciecamente i voleri dell’Unione europea e della Nato, impoverendo la maggior parte della popolazione.

“I salari sono stagnanti, vogliono mette mano al reddito di cittadinanza, ma nulla si fa per fermare questa rapina ai danni della cittadinanza. Questo è inaccettabile, oggi più che mai è arrivato il momento di organizzarsi e mobilitarsi”, conclude Leonardi.

Per questo, l’Usb ha inoltrato una denuncia penale nelle procure di tutta la penisola per fare giustizia delle responsabilità di tutti quelli che hanno avuto un ruolo in questa vicenda di “furto di Stato”. Si deve requisire e restituire interamente il maltolto per supportare i cittadini che si trovano in difficoltà nell’affrontare i pesantissimi aumenti.

Oltre a ciò, a breve verrà diffuso un sistema di reclami collettivi che permetterà, soprattutto agli abitanti più colpiti dalla crisi, di cominciare a contrastare le conseguenze dell’economia di guerra in cui l’indecente classe politica ha trascinato il paese.

“Noi non pagheremo la vostra crisi”, conclude il presidio da Roma Beatrice Gamberini, candidata alle ultime elezioni per Potere al Popolo/Unione Popolare, rilanciando la campagna “Noi non paghiamo” che promette di dare battaglia nel prossimo autunno in tutte le città della penisola.

“Dai quartieri popolari, alle scuole ai luoghi di lavoro, organizziamoci e rispediamo al mittente le false promesse dei vari governi fantoccio, costruiamo l’alternativa possibile e necessaria al partito unico della guerra”, conclude.

I vai frammenti per una stagione di lotta cominciano a formare il mosaico politico dell’autunno alle porte.

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29/09/2022

Carobollette - Lunedì 3 manifestazione alla Cassa Depositi e Prestiti

USB denuncia gli speculatori: “fermate i prezzi e restituite il maltolto”.

Lunedì 3 ottobre l’Unione Sindacale di Base presenterà alla Procura di Roma una denuncia contro tutte le condotte poste in essere dalle società che commerciano gas, energia elettrica e prodotti petroliferi ai danni della collettività, speculando sulle differenze tra quanto hanno pagato le materie prime e il prezzo al quale ce le stanno rivendendo.

Nella denuncia di USB si chiede che vengano sequestrati e/o acquisiti:

1) gli extraprofitti dei traders italiani o i documenti relativi agli stessi;

2) tutti i documenti attestanti i ricavi dell’ultimo anno degli operatori italiani che commerciano gas naturale;

3) i documenti relativi agli utili del Ministero dell’Economia e delle Finanze nonché di CDP S.p.A., e i documenti relativi alle comunicazioni al Ministero dello Sviluppo Economico dei prezzi praticati.

Nell’attesa delle risposte dalla Procura è stata già depositata istanza di accesso agli atti per chiedere a tutti i soggetti che hanno un ruolo in questa speculazione qualsiasi documento o atto che possa giustificare gli aumenti.

Nel pomeriggio di lunedì 3, a partire dalle ore 16, l’USB organizza una manifestazione davanti alla sede di Cassa Depositi e Prestiti in via Goito. Cassa Depositi e Prestiti è azionista di maggioranza di ENI, una delle tante società che hanno goduto di extraprofitti per una somma complessiva di circa 40 miliardi.

Riguardo alla notizia riportata oggi dai media per cui dal 1° ottobre cambierà il metodo per calcolare il prezzo del gas (dal TTF al PSV italiano) l’USB segnala che l’andamento storico del prezzo del gas in Italia ha seguito esattamente quello della Borsa di Amsterdam e che pertanto siamo di fronte a un semplice cambiamento di facciata.

È urgente non solo recuperare gli extraprofitti, cioè il furto conclamato a milioni di cittadini/utenti, ma anche bloccare il prezzo di gas e luce al consumatore.

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28/06/2022

Poste italiane: l’inesorabile declino del servizio pubblico universale


Se andate sul sito dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni/Aree tematiche “Servizio Universale”, leggerete, in cima “Il servizio universale postale rientra tra i servizi di pubblica utilità ed è volto a garantire a tutti i cittadini la possibilità di fruire dei servizi postali, definiti dal legislatore ‘essenziali‘”.

Se poi scorrete, trovate un lungo comunicato in cui AGCOM, fra le altre cose, afferma che, nel 2021, in esito al “controllo sull’affidamento del servizio universale nell’ultimo quinquennio”, ha “verificato la conformità del servizio svolto da Poste Italiane alle garanzie di continuità e qualità nonché la rispondenza ai criteri di riduzione dei costi e di redditività degli investimenti previsti dal Contratto di Programma, stipulato tra il MISE e Poste Italiane”.

Cosa poi intendano per “conformità”, lo spiegano di seguito indicando alcuni parametri che riguardano esclusivamente gli standard qualitativi delle consegne di posta e pacchi.

Ebbene, io, stamane, mi sono recato in posta per ritirare una raccomandata che il postino non era riuscito a consegnarmi ed ho dovuto attendere un’ora e mezza prima che toccasse a me perché la situazione agli sportelli era quella che vedete nella foto: un solo impiegato per il servizio pubblico e l’altro al commerciale.

Ho provato a chiedere a quei due impiegati perché gli sportelli fossero quasi tutti vuoti e la risposta all’unisono è stata: “non c’è personale”.

Queste sono le conseguenze della selvaggia privatizzazione, che ha portato con sé una mutazione genetica di Poste Italiane: da ente gestore del servizio postale pubblico ad erogatore di servizi finanziari e di consegna in concorrenza con le altre grandi aziende private.

Da quando, nel 1998, fu trasformata in una SPA, Poste Italiane è stata fatta oggetto, da parte di tutti i governi che si sono succeduti alla guida del paese, di un lento ed inesorabile processo di privatizzazione che ha messo sempre di più al centro delle proprie attività il profitto a scapito proprio del servizio pubblico universale, con buona pace delle sciocchezze che scrive l’AGICOM sul suo sito.

D’altronde si sa, soprattutto, a cosa non servono le “Autorità di Garanzia” in Italia.

Poste Italiane resta, comunque, per la Cassa Depositi e Prestiti, una gallina dalle uova d’oro: gli uffici postali sono fondamentali per la raccolta del risparmio dei cittadini italiani (circa 12 milioni di famiglie), che sottoscrivendo libretti e Buoni fruttiferi postali (per circa 240 miliardi di euro) garantiscono alla CDP una “potenza di fuoco” sui mercati.

Ma sono anche serviti, a partire dai primi anni dello scorso decennio in poi, ai vari governi di csx e cdx, per soddisfare le richieste di Bruxelles, oberati dai 54 miliardi annuali (il famigerato Fiscal Compact) da pagare in “interessi sul debito pubblico” (le cedole semestrali o annuali da versare sui conti correnti degli obbligazionisti, in genere banche, assicurazioni, fondi comuni, ecc).

La privatizzazione della cassaforte che contiene i risparmi di decine di milioni di cittadini – soprattutto poveri e pensionati – e che alimenta la Cassa Depositi e Prestiti, è stata, inoltre, usata da tutti i governi come l’unico salvadanaio scassinabile per fare investimenti. Soprattutto, per continuare a finanziare le solite “grandi opere”, specialmente quelle inutili e dannose.

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01/06/2021

Autostrade. Lo Stato si svena per arricchire i Benetton

Autostrade torna allo Stato dopo 22 anni. Ma il passaggio avviene con le modalità di un crimine ai danni del paese e un regalo mostruoso a degli imprenditori privati che hanno lasciato andare in malora migliaia di chilometri di infrastrutture strategiche.

Il crollo del Ponte Morandi a Genova, ormai tre anni fa, ha certificato quel che ognuno già sapeva: i privati pensano solo a far soldi, nel modo più facile possibile, senza altri “inutili problemi” come la manutenzione di un bene che, nella proprietà, era rimasto pubblico.

È anche la dimostrazione del fallimento delle “privatizzazioni all’italiana”, più macabre e sguaiate delle media. Fatte, sembra assurdo ma è così, persino in contrasto con lo “spirito del capitalismo”.

Che senso ha, infatti, privatizzare la gestione di un monopolio naturale come le autostrade? Nessuno farà mai concorrenza costruendone un’altra su un percorso grosso modo parallelo. È solo un modo per garantire un business comodissimo a dei “prenditori” che si siedono al casello a riscuotere i pedaggi (cresciuti mostruosamente nel corso del tempo, fino a fare delle autostrade italiane le più costose d’Europa).

I ventidue anni trascorsi, insomma, hanno solo dimostrato quel che logica e storia avevano già anticipato.

Il crollo del Ponte Morandi e i 43 morti lì registrati hanno costretto tutti – la immonda classe politica e gli stessi Benetton – a “fare qualcosa” per mostrare di aver registrato l’indignazione del Paese.

A quel punto c’erano due sole strade possibili: a) la revoca della concessione pubblica ad Atlantia (la società dei Benetton che controlla Aspi), b) l’acquisto di Aspi da altri imprenditori famelici o dallo Stato.

La prima soluzione – di gran lunga preferibile, perché sembra più che evidente che il “concessionario” non abbia tutelato il bene pubblico che gli era stato affidato – era formalmente ostacolata da un contratto di concessione apparentemente scritto per “blindare” la posizione dei Benetton, garantendoli da qualsiasi contenzioso con una penale insensata (22 miliardi).

Ma uno Stato che mostra spesso tutta la sua forza contro chi non ha alcun potere (prendiamo il caso degli esuli di Parigi e qualsiasi movimento di resistenza popolare o territoriale) aveva ed ha mille possibilità di imporre la propria decisione anche a termine di contratto (per esempio addebitando al “concessionario” i danni provocati dalle mancate manutenzioni, i costi di ricostruzione del Ponte, e cento altre voci ipotizzabili), fino ad azzerare l’esborso della penale.

La seconda soluzione, comunque “difettosa” (riconosce ai Benetton un titolo di proprietà che andava messo in discussione), avrebbe potuto essere gestita minimizzando i costi per lo Stato (nelle vesti di Cassa Depositi e Prestiti) e il guadagno immorale per i Benetton. Anche in quel caso, addebitando loro – e dunque scalando dal prezzo – i danni provocati con la pessima gestione degli ultimi 22 anni.

E invece no.

L’operazione di vendita è stata gestita come una “normale operazione di mercato”, come se Atlantia fosse un’impresa seria e non una macchina distruttiva di beni e di vite. Fino a considerare “congrua” una valutazione pari a 9,3 miliardi di euro.

Atlantia, dunque, incasserà circa 8 miliardi per l’88,06% dalla controllata.

Ieri l’assemblea dei soci di Atlantia ha dato il via libera alla cessione al consorzio guidato da Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) assieme a Blackstone e Macquarie.

Ora tocca a Cassa Depositi e Prestiti, che da pochi giorni ha come nuova guida Dario Scannapieco (ex vicepresidente della Banca Europea degli Investimenti, uomo di Draghi al 1.000%), che dovrà trovare “una configurazione di mercato” per la nuova gestione.

Invece che la galera ai Benetton è stata garantita una ricca dote per lanciarsi in altri investimenti (in Patagonia, per esempio, dove hanno fama di Dracula).

Allo Stato, invece, un’infrastruttura da rimettere in piedi, sommando i costi di nuovi investimenti al prezzo assurdo pagato per riaverla dopo averla costruita con i soldi delle tasse di tutti i cittadini.

Non è una nazionalizzazione. È un crimine.

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04/12/2020

Lo Stato sta per nazionalizzare l’ex ILVA?


Nella giornata di domenica 29 novembre 2020, una torre faro è crollata nello stabilimento Arcelor Mittal di Cornigliano. Non ci sono stati morti e feriti per puro caso, visto che il crollo è avvenuto durante il cambio di turno. I sindacati, Fiom-Cgil in testa, chiedevano da anni la manutenzione del materiale, presumibilmente in stato di forte ossidazione.

Secondo la Fiom, il fatto che l’incidente capiti a ridosso della nascita di una società paritetica tra Invitalia (agenzia pubblica statale) e Arcelor Mittal è significativo del livello di chiacchiere con cui impresa e governo gestiscono la questione dell’acciaio, con le difficoltà di Taranto e le ricadute sugli altri stabilimenti del gruppo. Chiacchiere che a oggi la fanno da padrone essendo la situazione molto più grave rispetto a quando la multinazionale franco indiana ha acquisito il pacchetto di maggioranza dell’ex ILVA.

Secondo le anticipazioni, l’accordo tra il Governo e Arcelor Mittal prenderebbe l’avvio dal 2022. Invitalia sarà socio per una quota intorno al 50% del capitale con un investimento di 1,2 miliardi di euro. La nuova gestione dovrebbe mantenere l’attuale amministratrice delegata Morselli e nominare un Presidente proposto dallo Stato.

Il problema è capire cosa ci sia realmente dietro le chiacchiere di cui parla la Fiom, cosa si celi dietro questo rinnovato interesse statale per l’acciaio. A questo punto sarebbe opportuno rispondere almeno a una domanda:

1) lo Stato intervenendo nel capitale dell’ex ILVA vuole gestire la produzione dell’acciaio o sta solo fornendo i capitali per la exit strategy di Arcelor Mittal e di Intesa San Paolo?

Rispondere sarebbe importante visto che oramai da decenni lo Stato interviene nelle crisi aziendali in nome della socializzazione delle perdite. Ciò è un regalo ai padroni e non certo ai lavoratori.

Il meccanismo lo abbiamo visto all’opera in più occasioni negli ultimi trenta anni e non solo in Italia. Anche se l’infinita epopea di Alitalia e la pantomima con Autostrade per l’Italia qualcosa dovrebbero insegnare. Lo Stato entra nel capitale delle aziende in difficoltà (o la cui remunerazione non è più soddisfacente per il padrone di turno), compra a caro prezzo una congrua quota azionaria, risana l’azienda e poi la rivende in nome di presunta maggiore efficienza della gestione privata (che la medesima azienda aveva mandato gambe all’aria o voleva abbandonare…).

Sarà così anche questa volta?

L’impressione è che tutta l’operazione Arcelor Mittal sia da riconsiderare alla luce di ciò che è accaduto e sta accadendo. La multinazionale aveva davvero interesse a produrre acciaio in Italia? Che condizioni di produzione gli sono state promesse? Quali accordi sono stati presi all’atto dell’acquisto?

In questi mesi abbiamo assistito a scambi di accuse ma ci interessa davvero poco se il problema sta nel non rispetto degli accordi da parte governativa o da parte dei padroni.

A oggi occorrerebbe che qualcuno traesse delle conclusioni che non possono che prevedere: la chiusura di Taranto e un impegno per la bonifica, la riconversione della produzione di acciaio abbandonando totalmente il ciclo continuo basato sugli altoforni, una serie di investimenti per mettere in rete la produzione di acciaio in Italia. Il tutto attraverso una seria programmazione e un piano di interventi. Tutto questo non può essere fatto da nessun padrone il cui unico scopo è legato ai profitti. E la finta nazionalizzazione, soprattutto se sarà una delle farse tipiche di questi anni, allungherà soltanto l’agonia delle imprese coinvolte, dell’intero sistema industriale italiano, dei lavoratori degli impianti e dei cittadini che, come a Taranto, continuano a subire le conseguenze di un modello di sviluppo totalmente da ribaltare.

Nazionalizzare ILVA in modo serio è quindi doveroso, buttare miliardi di euro per aiutare le speculazioni private per poi regalare nuovamente tutto a nuovi padroni non serve a nulla, se non ad aumentare il debito pubblico ingannando i cittadini e facendo contenti solo pochi sfruttatori.

Nel frattempo una torre crolla a Cornigliano e per fortuna non uccide nessuno. A Taranto però si continua a morire di cancro e di malattie respiratorie. Nessuna bonifica è iniziata, i quartieri e le città sono in preda alla desertificazione industriale visto che i padroni producono solo se gli conviene. Ma ciò che conviene a loro non conviene ai lavoratori e ai cittadini.

La chiamano politica industriale, ma è politica criminale. Nei prossimi giorni, quando finalmente sarà reso noto l’accordo tra Governo e Arcelor Mittal (previsto per il 10 dicembre) torneremo sull’argomento analizzandolo e capendo in quale modo lo Stato dovrebbe produrre acciaio rispettando l’ambiente, salvando i lavoratori e continuando a produrre un bene fondamentale e indispensabile per lo sviluppo della società.

Collettivo Comunista Genova City Strike

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22/10/2020

Caso Autostrade, l’ingordigia dei Benetton è quella del “libero mercato”

Il Cda di Atlantia, la holding guidata dalla famiglia Benetton, ha rifiutato l’offerta preliminare della cordata guidata dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp) per l’88% di Autostrade per l’Italia (Aspi).

La “famiglia del maglioncino”, che detiene poco più del 30% delle azioni di Atlantia tramite la controllata Edizione, rispedisce l’offerta al mittente perché “non ancora conforme e idonea ad assicurare l’adeguata valorizzazione di mercato della partecipazione”.

Scordatevi i 43 morti, le minacce di revoca, le ciarle sulla nazionalizzazione, i disagi agli abitanti successivi (e in aggiunta) alla tragedia, le parole dei politici di questa maledetta Seconda Repubblica, anche di quelli che in queste ore stanno blaterando della “svendita agli stranieri” – come se gli italianissimi Benetton avessero fatto il loro dovere...

La logica di come finirà il caso Autostrade è tutta nel virgolettato: è il “libero mercato” che detta le regole, allo stato attuale la società vale più di quanto offerto, non c’è spazio per l’etica politica, ma solo per la remunerazione dell’investimento, il quale val bene qualche funerale (qui come in Patagonia, o in Bangladesh ecc.).

Diciamolo chiaramente: stando al modello sociale e produttivo in cui siamo immersi, nella risposta dei Benetton non c’è nulla di illogico, piuttosto c’è racchiuso tutto il tanfo di questa società, di chi ci prospera e di chi fa di tutto per riprodurla mantenendola uguale a sé stessa – società di cui i Benetton ne sono una fedele rappresentazione.

I fatti sono che la Cassa ha presentato un’offerta non vincolante di circa 9 miliardi di euro per la parte di Aspi detenuta da Atlantia, quotando così la società a circa 10 miliardi.

Secondo Atlantia però mancherebbe almeno un miliardo al valore effettivo della società, e così ha invitato la cordata guidata da via Goito, composta anche dal fondo statunitense Blackstone e da quello australiano Macquaire, a fare un’altra proposta entro il 27 ottobre, giorno precedente al Cda della holding.

Come se non bastasse, i Benetton insistono affinché al computo finale non venga applicato lo “sconto manleva”, ossia il calcolo (allo stato attuale ancora approssimativo) dei futuri risarcimenti che la nuova società dovrà versare come risarcimento alla città di Genova. Per capire, prime stime di questa quota (il compito è affidato a UniCredit e Citi Group) varierebbero tra i 1-2 miliardi e i 7-8 miliardi (Affari italiani).

In questo quadro, pressioni arrivano anche dal fondo britannico The Children’s Investment Fund Management (Tci), secondo azionista di Atlantia che in questi giorni ha incrementato la propria quota al 10%, supportando, sentendo profumo d’affari, la richiesta dei Benetton di alzare la valutazione di Aspi.

Tutto qui. Nient’altro che una normale operazione di mercato resa politicamente necessaria da un fattore esterno (il disastro del ponte Morandi), ma senza che questo fattore influenzi minimamente il modo di pensare e di funzionare che ha portato alla tragedia stessa, quel modo che risponde al dogma del profitto, “a tutti i costi”.

E in questi termini nulla di più potrebbe fare la Cdp, da alcuni etichettata come lo spauracchio della “nuova Iri”, pronta a far calare l’ombra lunga dell’intervento statale sulla libera competizione.

Ma Cdp, come affermava lo scorso giugno dalle pagine de Il Foglio l’Ad, il bocconiano Fabrizio Palermo, “è un soggetto privato che opera secondo logiche di mercato e che per ogni investimento deve rispondere a quelle logiche”, rispettando dunque “il dividendo come prerogativa degli azionisti”, che per l’occasione sono “il Mef e le fondazioni bancarie”, ma non sarebbe diverso se fossero, per esempio, i Benetton.

La vendita di Autostrade sarà risolta nei meandri del “libero mercato”, ossia lì dove la politica, che altro non è che la messa in moto di interessi di classe, è stata messa volutamente in un angolo.

In questo, politici e imprenditori vanno davvero a braccetto. A spese del popolo.

Leggi anche:

L’immondo pasticcio su Autostrade, per evitare la revoca

Cdp e Aspi: “questa non è una nazionalizzazione”

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31/08/2020

Rete unica, oggi l’ok di Tim a FiberCop, inizia “l’ammucchiata”

Il giorno è dunque arrivato, oggi il cda di Tim con il beneplacito del governo vara il lancio di FiberCop, la società unica per la gestione della banda ultralarga in tutto il territorio nazionale.

Il miraggio della rete unica per la rete secondaria – il cosiddetto ultimo miglio dell’infrastruttura, quello che va dagli armadi sulle strade alle abitazioni – diviene realtà, portando con sé una sequela di società private (oltre a Tim stessa, Tiscali, Fastweb, il fondo statunitense Kkr, e poi Sky, Vodafone, Wind-Tre) che molti dubbi lascia sul ruolo che lo Stato possa andare a ricoprire nella nuova configurazione societaria. Ma andiamo con ordine.

Governo e Tim daccordo su FiberCop

La nascita di FiberCop era stata temporaneamente congelata dal governo all’inizio di agosto, quando con una lettera il ministro dell’economia Roberto Gualtieri e dello sviluppo economico Stefano Patuanelli avevano chiesto di posticipare l’operazione (che prevedeva l’entrata di Kkr e Fastweb nella società) all’ad di Tim Luigi Gubitosi, vista l’importanza del settore per gli interessi nazionali.

Da lì, giorni di intense trattative, con il governo che palesava l’intenzione di giocare un ruolo di peso nella nuova conformazione di un ambito come quello delle telecomunicazioni (tlc) decisivo per lo sviluppo, nonché per la sicurezza, dello stivale.

Fino al lasciapassare per il nuovo assetto nel vertice di giovedì, alla presenza dei pezzi pesanti del governo quali Conte, Gualtieri, Patuanelli, Pisano, Bonafede, Franceschini, Speranza, Orlando e Marattin, insieme all’ad di Cassa depositi e prestiti (Cdp) Fabrizio Palermo, in qualità di big per la parte pubblica dell’operazione.

Qual era il termine della contesa, quali gli attori in campo, e come è andata a finire? Un breve sguardo all’evoluzione degli ultimi anni aiuterà a districarsi meglio nella babilonia di attori che hanno avuto e avranno un ruolo nel futuro dell’internet (e non solo) del paese.

Una privatizzazione fallimentare

Come si sa, quello delle tlc è un capitalo delicatissimo della storia della Seconda repubblica, tristemente noto per essere stata la peggiore privatizzazione della follia neoliberale messa in atto a seguito della firma del Trattato di Maastricht.

La nascita di Telecom Italia e la sua completa privatizzazione, con l’entrata in borsa nella seconda metà degli anni Novanta, portano in dote una serie di gestioni, acquisizioni e passaggi di mano che hanno visto protagonista la “crema” dell'(im)prenditoria italiana, come la famiglia Agnelli, i Benetton, Franco Bernabè, Marco Tronchetti Provera, Generali, Mediobanca, ecc. Un disastro.

Il risultato è stato il cosiddetto “deficit originario”, ossia quello che ha impedito a buona parte del territorio di avere accesso a internet veloce, non essendo profittevole investire negli angoli remoti della penisola, con tutte le conseguenze in termini di diseguaglianze tecnologiche e di opportunità per chi non viveva in prossimità dei centri urbani (che fossero studenti, lavoratori o anche imprenditori).

Tim alla fine finisce in mano alla francese Vivendi (la stessa che vorrebbe impedire a Mediaset di fondare un polo televisivo europeo; per farlo essa stessa, s’intende...), società che detiene il 23% delle quote seguita da Cdp con il 9%. Cassa che tuttavia, nonostante sia la seconda azionista, non esprime nessun membro nel cda...

La nascita di Open Fiber

Per appianare queste diseguaglianze il governo Renzi dava alla luce nel 2015 Open Fiber, concorrente pubblico di Tim partecipata al 50% da Cdp (con evidente conflitto d’interessi con la partecipazione in Tim) e al 50% da Enel, di cui si sarebbero volute sfruttare le infrastrutture (tubi, pozzetti ecc.) per far arrivare la fibra lì dove si registrava il “fallimento del mercato”, ossia proprio quelle “aree bianche” dove a Tim non conveniva investire.

Il mantra della “concorrenza” avrebbe dovuto spingere Tim a non perdere quote di controllo della rete secondaria in favore di Open Fiber, ma né quest’ultima ha mantenuto la promessa di connettere con la fibra il resto del paese (anche se controllate dal Mef, Cdp e Enel sono infatti due S.p.a. – rispondono alla logica di mercato e quindi del profitto – e non possono perciò rendere un “servizio al paese” se questo non è remunerativo per il capitale investito), né Tim ha reagito come preventivato all’entrata del competitor.

La svolta con il Covid

La svolta arriva con il Covid, la necessità conclamata di colmare il gap con il resto del Vecchio continente e la possibilità di sfruttare i miliardi messi in palio dal Recovery Fund per la digitalizzazione del paese, funzionale allo smart working, allo sviluppo dell’industria 4.0, dell’intelligenza artificiale, dell’automazione, nonché – parole di Patuanelli, sabato su il Sole 24 Ore – al «5G e ai data center e server di prossimità», ossia il nocciolo della competizione tecnologica dei prossimi anni.

Un boccone ghiotto, ghiottissimo, perché offre la possibilità di acquisire quote di mercato nella gestione dell’infrastruttura che consente l’accesso a un numero di dati tanto sensibili quanto decisivi per la predizione dei comportamenti degli utenti, che nel modello di sviluppo attuale significano sia possibilità di profitti (anticipare o convogliare le “esigenze” del consumatore), sia capacità di controllo.

Non sorprendeva dunque la volontà del governo di avere una parola nell’assetto della nuova società, così come la lista degli interessati all’investimento, preoccupati tuttavia – questi ultimi – che il nuovo veicolo risultasse di fatto “indipendente” sia dall’ingerenza dello Stato, sia dal controllo di Tim in quanto azionista maggioritario.

Per il primo, il caso Autostrade avrebbe potuto far dormire sonni tranquilli ai vari Kkr, Tiscali ecc., mentre quelli di Alitalia o dell’Ilva sono ben lontani dal rappresentare il ritorno dello Stato nell’economia, come ammesso dall’inquilino del Mise sempre nell’intervista a il Sole.

Ma la levata di scudi dei paladini della “libertà d’impresa”, come Franco Debenedetti, sono comunque funzionali affinché venga seppellito in partenza ogni minimo accenno a un pensiero-altro rispetto a quello neoliberista.

La soluzione trovata nel caldo di agosto prevederebbe perciò l’ok del governo al trasferimento in FiberCop della rete secondaria di Tim, la partecipazione del fondo Kkr Infrastructure e le attività di FlashFiber (la joint-venture tra Tim e Fastweb), con il successivo convogliamento di Open Fiber che permetterebbe a Tiscali la migrazione dei propri clienti sulla rete di FiberCop (ora su Open Fiber) e la possibilità di un eventuale ingresso nell’azionariato di FiberCop stessa.

Per Open Fiber, stando alle ultime, Enel potrebbe cedere fino al 10% delle sue quote a Cdp e il restante al fondo australiano Macquaire, dando alla Cassa (che ricordiamo ha anche il 9% in Tim) un ruolo rilevante nella governance del nuovo veicolo.

Governance pubblica o indipendenza strategica?

Se “la regia statale degli investimenti” è lo slogan con cui il governo ha salutato con favore il possibile accordo, d’altra parte Gualtieri, Patuanelli e lo stesso Palermo tengono a sottolineare «l’indipendenza strategica e operativa della nuova società», ossia a tranquillizzare i mercati che saranno i loro appetiti a indirizzare le scelte d’investimento.

Ma delle due l’una, o si privilegiano i bisogni della popolazione o si staccano le cedole per l’azionista di turno. La storia delle tlc nostrane insegnano questo, tertium non datur. Aldilà della retorica governativa, le parole di apprezzamento al progetto e possibilità di coinvolgimento espresse dagli AD di Sky, Vodafone e Wind-Tre fanno propendere decisamente per la seconda.

E anche se la risposta definitiva si avrà solo alla nomina del cda (quello di Tim non è un precedente incoraggiante), a ora più che la semi-nazionalizzazione di un settore strategico, sembra più un’ammucchiata privatissima con Tim in testa (tanto da far dire al renziano Anzaldi che Tim ha «un po’ troppa influenza su alcuni settori del governo») per la corsa all’oro del XXI secolo, i big data.

Il fondo statunitense Kkr

A questo proposito, un’ultima nota su Kkr. La Kohlberg Kravis Roberts & Co. è un operatore internazionale di private equity che gestisce investimenti per più di 150 miliardi di dollari, dove uno dei fondatori – Henry Kravis – è un “filantropo” repubblicano finanziatore delle campagne elettorali di George W. Bush, John McCain e ultimo Donald Trump.

Inoltre, il presidente del Kkr Global Institute, sezione d’analisi fondata nel 2013, è il Generale ed ex-direttore della Cia David Petraeus. L’istituto ha il compito di studiare le implicazioni macroeconomiche, sociali e geopolitiche degli investimenti della società, in particolare per quelli nelle nuove aree geografiche (Reuters).

Nella feroce competizione interimperialistica odierna, non proprio il partner ideale. Com’era la storia della “regia statale”?

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06/08/2020

Banche da casinò. Più dividendi che investimenti nell’economia reale

La prima pagina di Milano Finanza ieri riportava la notizia che il governo italiano ha chiesto alla pubblica Cassa Depositi e Prestiti di intervenire con capitale in Tim. È dal lockdown che tali richieste si susseguono, nelle aziende e nei settori più disparati, a partire da Borsa Italiana.

Ci chiediamo: questo Paese ha 8 mila miliardi di ricchezza finanziaria. Come viene investita? È possibile che debba intervenire ogni volta la pubblica Cdp e le banche, le assicurazioni, i fondi di investimento e il risparmio gestito pensino ad altro?

Ora sappiamo che IntesaSanPaolo assorbe la banca Ubi. Sommato ai depositi di Intesa, 1200 miliardi, il nuovo gruppo avrà depositi pari a 1500 miliardi, poco meno del pil del nostro Paese. Dove vengono allocate queste masse finanziarie?

È una beffa quando i banchieri si fanno intervistare in prima pagina affermando che destinano quest’anno chi 50, chi 30, chi 10 miliardi all’economia reale. Il resto, dove va a finire? In prodotti finanziari strutturati, affibbiati alla clientela spesso ignara.

Intesa San Paolo distribuirà nel 2021 agli azionisti la bellezza di 6,4 miliardi di dividendi; 3,4 del 2019 bloccati quest’anno dalla Bce, e 3 miliardi del 2020.

Come li fa gli utili, se non attraverso commissioni su prodotti dati alla clientela? Ci sono 2.230 miliardi frutto di export investiti all’estero, lo stesso fanno i fondi di investimento. 8 mila miliardi che non servono all’economia reale, anche quando il governo dà le coperture attraverso le garanzie. E se qualcuno chiede prestiti, una marea di garanzie da presentare li aspetta.

L’abolizione della riforma bancaria del 1936, che faceva divieto del cumulo tra banca di deposito e banca di investimento, avvenuta alla fine degli anni '90, ha portato a questo risultato.

Non c’è nessun soggetto finanziario privato italiano che scommetta sull’Italia, non credete alle interviste ai banchieri, il credito alle imprese in pochi anni ha perso parecchi punti percentuali.

La Cdp si dovrebbe occupare di infrastrutture pubbliche, e sociali, di interventi sul territorio sostenendo gli enti locali, dell’edilizia sanitaria. Passa invece il tempo a tappare buchi di un capitalismo privato che fa acqua da tutte le parti, mentre le banche italiane non pensano minimamente di intervenire per rilanciarle.

Triste epilogo delle famose “privatizzazioni”.

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18/07/2020

Autostrade e la “bastonata” ai Benetton. A conti fatti c’è poco da festeggiare

Oggi avevo mezz’oretta libera e mi sono messo a fare due calcoli sulla faccenda #Autostrade. Attualmente i Benetton hanno il 27% della società e alla fine del processo ipotizzato dal governo arriveranno al 10%.

Bene direte voi se passano dal 27% al 10% ciò vuol dire che sono stati bastonati malamente e hanno perso una barca di soldi. Ma purtroppo non è così. Questo 10% della nuova Aspi non sarà uguale al 10% dell’attuale Autostrade per l’Italia.

Nel mezzo infatti ci sarà l’aumento di capitale e quindi il 10% sarà calcolato su un capitale sociale che è aumentato rispetto a prima.

Nello specifico Cdp sottoscriverà un aumento di capitale tra i 3 e i 4 miliardi in modo da arrivare detenere il 33% e ciò vuol dire che la capitalizzazione si aggirerà presumibilmente tra i 10 e i 12 miliardi.

Tradotto alla fine della fiera ai Benetton rimarranno in mano quote per un valore compreso tra 1 e 1,2. miliardi. Prendendo per buona questa stima attualmente il loro 27% ha un valore che si aggira tra i 2,16 e i 2,4 mld. In pratica la perdita per i Benetton si aggirerebbe su 1,2 miliardi.

Ora direte voi: “vabbè non sono stati massacrati ma comunque è qualcosa!” Ma anche questo non è esatto.

Intanto Atlantia ha venduto le sue quote ad altri investitori istituzionali scelti da Cdp che alla fine avranno in mano il 22% della nuova Aspi. Il 22% avrebbe, sempre in base alla stima fatta in precedenza, un valore compreso tra i 2,2 e i 2,65 mld.

Da questa vendita ai Benetton arriveranno quindi tra i 594 e i 715 milioni. Tra possesso delle quote e introiti della vendita delle azioni in tasca i Benetton avranno tra 1,5 e 1,9 mld. Insomma una perdita di soli 500 milioni rispetto ad ora.

Si lo so adesso qualcuno dirà che non ho calcolato i 3,4 miliardi di risarcimento che i cari politici hanno detto che saranno i Benetton a pagare.

Ma anche questo è inesatto. Infatti i Benetton pagheranno solo per la quota di proprietà della società che detengono ovvero il 27% che tradotto significa 900 mln. Novecento milioni che già ho detratto dall’attuale valore di Aspi.

In realtà i presupposti a questi calcoli sono sbagliati, perché in caso di revoca Atlantia fallirebbe e i Benetton avrebbero zero e solo in caso di esito positivo del contenzioso sarebbero risarciti, ma a quel punto subentrerebbero i creditori e non beccherebbero nulla.

Morale della favola i Benetton, che sono potenzialmente falliti, se ne escono con un 10% di una società assai profittevole più 600 milioni che in totale fanno tra i 1,5 e 1,9 miliardi.

Lo Stato che se tutto andava male ci appizzava 7 miliardi, ne mette per mezzo di Cassa depositi e prestiti con certezza 4. Soldi che se investiti in modo diverso avrebbero avuto nel tempo forse una remunerazione più alta e quindi non possiamo definire a quanto ammonta l’esborso.

E non sappiano neanche se il coinvolgimento degli altri investitori istituzionali avrà in qualche modo un costo.

L’unica cosa certa di tutta sta storia è che banche e fondi di investimento che hanno in mano il debito di Aspi sono salvi e anche i Benetton se la cavano alla grande.

Io non so onestamente cosa abbiate da festeggiare.

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