Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Credito. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Credito. Mostra tutti i post

17/05/2026

Le banche italiane continuano a macinare profitti di natura finanziaria. Chi ne beneficia?

di Alessandro Volpi

I numeri relativi ai profitti delle banche italiane sono sempre più strabilianti. Si tratta di un fenomeno che si ripete ormai da tempo ma che sta acquisendo proporzioni enormi. Nel primo trimestre del 2026 questi profitti hanno superato i 7,5 miliardi di euro, distribuiti per l’80% circa agli azionisti, dunque in dividendi. Una situazione del genere suggerisce una considerazione e una duplice proposta.

La considerazione consiste nel fatto che, a fronte di risultati così eclatanti, è evidente la pressoché assoluta assenza di legami con l’economia reale del nostro Paese. Le banche guadagnano 7,5 miliardi in tre mesi e l’economia non cresce affatto, anzi arretra a un misero 0,4%: il credito non è l’elemento portante dei profitti bancari perché non dipendono dall’erogazione di prestiti al sistema produttivo e alle famiglie ma da attività di commissione e di acquisto di titoli finanziari. Peraltro, quando il credito viene erogato i tassi sono decisamente alti e i destinatari attentamente selezionati lasciando fuori la stragrande maggioranza dei soggetti che hanno bisogno di finanziamenti.

I profitti bancari sono quindi di natura finanziaria e, bisogna aggiungere, pagano un carico fiscale che non è realmente proporzionato a risultati così eclatanti. Il tax rate, l’aliquota reale, è infatti per le banche, anche dopo i timidi interventi del Governo Meloni, ferma a poco meno del 34% beneficiando tuttora della deducibilità degli interessi passivi. Ora pagare il 33%, che scende al 31% in condizioni ordinarie, nell’ambito di un settore beneficiario, di fatto, di un monopolio per effetto della straordinaria concentrazione consentita dalla normativa e quindi dalla politica, pare davvero poco soprattutto se l’attività bancaria non apporta un reale beneficio all’economia del Paese.

È chiaro invece chi sono i beneficiari. BlackRock che è il principale azionista di Unicredit e il terzo di Intesa Sanpaolo, nel 2025 ha guadagnato dal settore bancario italiano un miliardo di euro in dividendi, 1,5 miliardi nella rivalutazione delle proprie partecipazioni e quasi due miliardi dalla vendita alle banche italiane, di cui è azionista, dei propri prodotti finanziari per un totale, tondo, di oltre 4,5 miliardi in un anno solo. Ma su questo la politica ha ben poco da dire.

La proposta è duplice. In primo luogo, è evidente in queste condizioni che l’Italia ha bisogno di una banca pubblica. Per questo sarebbe necessario riportare Cassa depositi e prestiti (Cdp), di cui lo Stato detiene già oltre l’80%, alla originaria funzione di banca pubblica che fa credito ai Comuni e alle piccole e medie imprese praticando tassi in grado di abbattere il costo del denaro e abbandonando le attuali tendenze immobiliari e finanziarie. Per farlo Cdp dispone di circa 350 miliardi di euro di risparmi e può usufruire delle garanzie pubbliche.

Nella stessa logica dovrebbe integrarsi con Poste italiane, nella sua parte bancaria, per costituire davvero un colosso pubblico che, oltre a incidere veramente sull’economia reale, potrebbe assolvere anche alle funzioni di vero regolatore del mercato facendo concorrenza alle grandi banche private. In tal senso occorrerebbe incentivare anche l’emissione da parte della nuova banca pubblica, nata dall’integrazione tra Cdp e Poste, di obbligazioni da destinare ai fondi in cui i risparmiatori italiani mettono le loro risorse legandole a progetti di investimento produttivo e ambientale nel nostro Paese. Naturalmente è obbligatorio scongiurare la privatizzazione di Poste italiane.

Il secondo aspetto della proposta riguarda la necessità di alcune regole e, soprattutto di controlli veri – come forse non è avvenuto nel caso Mps-Mediobanca di cui Altreconomia ha largamente parlato – per evitare le concentrazioni delle proprietà bancarie in pochissime mani, presenti peraltro nell’azionariato di istituti che dovrebbero farsi concorrenza, riservando una maggiore attenzione normativa sull’utilizzo dei risparmi italiani. In questo modo uno dei temi centrali delle difficoltà italiane potrebbe trovare una soluzione.

Fonte

08/04/2024

La trappola del debito

La questione del debito pubblico e privato, sebbene sia diventata un tabù, pesa come un macigno sulle decisioni di politica economica.

Debiti e crediti sono dei pilastri sui quali si regge il modo di produzione capitalistico, ma tali relazioni sociali, anche se in forma rozza, hanno influenzato la vita associata degli individui appartenenti alle città-stato, i regni e gli imperi del mondo antico, quando i loro governanti hanno iniziato a coniare monete o meglio quando gli scambi commerciali, mediati dal denaro, s’imposero, in qualche misura, sul baratto.

Nei rapporti tra debitori e creditori, occorre precisare che affinché un debito possa essere estinto, è necessario, in primo luogo, che esso non sia astronomico, altrimenti si rientra nel circolo vizioso dell’usura, sul quale ritornerò nel procedere del discorso.

Nel mondo antico, stando alle fonti storiche, durante il regno di Hammurabi, re di Babilonia (1792-1750 A.C.) ci furono quattro annullamenti del debito, proprio perché partirono dal presupposto che i sudditi non potevano rifonderlo.

Annullamenti del debito avvenivano anche durante il Giubileo per i cristiani e il Torà per gli ebrei. La valenza di una preghiera come il Credo, con la quale i credenti si rivolgono a Dio, racchiude il concetto del “rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Ovviamente, prima che si affermasse il modo di produzione capitalistico, l’annullamento dei debiti era più semplice, in quanto la somma data in prestito non generava l’interesse o quantomeno non si applicava la legge dell’interesse composto.

Con lo sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici, dapprima in Inghilterra, come ci ricorda Marx, il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria. Le emissioni di titoli pubblici, per finanziare le infrastrutture necessarie all’espansione del capitale industriale, consentono ai loro acquirenti di trasformare il credito pubblico nel credo del capitale.

Nel primo libro de Il Capitale, Marx scrive: “Come per un colpo di bacchetta magica, esso (il credo del capitale) dota il denaro improduttivo della capacità di procreare, e così lo converte in capitale senza che debba esporsi alle fatiche e ai rischi dell’investimento industriale e persino usuraio”. [1]

Si forma una sorta di “aristocrazia finanziaria”, una frazione della borghesia che sottoscrive obbligazioni dello Stato facilmente trasformabili in denaro contante e che producono un rendimento assicurato.

Coloro che acquistano titoli di Stato, la cosiddetta classe dei rentiers, si trovano in una situazione di “manna caduta dal cielo”, in quanto pur continuando ad oziare, vedono il proprio denaro nell’atto di figliare denaro aggiuntivo, intaccando, come spiega Marx, da una parte, il plusvalore dei capitalisti industriali, dall’altra parte, come creditori hanno il diritto di prelevare una percentuale del gettito annuo delle imposte.

Eh già! L’interesse non è neutro: il sorgere degli interessi attivi (ricavi), sul denaro dato in prestito, presuppone l’accensione del conto interessi passivi (costi) ovvero i soggetti che s’indebitano hanno l’obbligo di rimborsare una somma superiore a quella ricevuta dai loro creditori.

Nel caso del debito pubblico succede che se le entrate (le imposte) sono insufficienti per saldare gli interessi e le quote di capitali ricevute in prestito, allora si emettono nuove obbligazioni, per onorare i vecchi debiti. Questa “catena” che lega creditori e debitori richiama, per certi versi, lo “schema Ponzi”, in quanto per garantire i privilegi finanziari ai vecchi investitori, è necessario allargare la base dei nuovi obbligazionisti.

Marco Bersani, nel 2017, ha pubblicato Dacci oggi il nostro debito quotidiano, che rappresenta una pedagogia della finanziarizzazione dell’economia e in generale del nuovo assetto che ha assunto il modello capitalistico negli ultimi 40 anni. Premesso che economia reale e finanza sono strettamente connesse tra di loro, sin dalle forme grezze di relazioni mercantili, qui proverei a descrivere le pesanti distorsioni che le bolle finanziarie provocano sui rapporti sociali nei quali siamo immersi, a livello planetario.

Bersani, nella sua opera, rileva che il debito pubblico globale è pari a 44.000 miliardi di dollari, se poi si aggiunge il debito privato – cioè quello dei cittadini, delle famiglie e delle imprese – che è di 152.000 miliardi, allora arriviamo a un totale di quasi 200.000 miliardi, una cifra stratosferica, che corrisponde a 3 volte il Pil mondiale prodotto in un anno. [2]

La distorsione finanziaria può essere rappresentata come un gigantesco casinò: se il commercio mondiale di beni e servizi tra stati, in un anno, ha un valore di 20.000 miliardi di dollari, nei mercati finanziari tale cifra viene movimentata in 5 giorni. Per 360 all’anno, nei mercati finanziari si effettuano transazioni che non hanno nessuna connessione con qualcosa che esiste nella realtà.

Su 100 transazioni sul commercio del grano, dice Bersani, una è fatta da qualcuno che produce grano, le altre 99 sono fatte da soggetti che non sanno nulla sulla produzione del grano, ma determinano il prezzo del grano.

Alle transazioni che avvengono nei cosiddetti “mercati regolamentati”, le Borse come Piazza Affari, la City di Londra, eccetera, prosegue l’autore del libro, bisogna aggiungere quelle della finanza ombra (gli scambi tra privati che non vengono registrati) la cui stima, in base a congetture contabili, si aggira intorno a 12 volte il Pil mondiale.

Le orge finanziarie cosmopolite, celebrate dai rentiers, in seguito al 18 brumaio di Luigi Bonaparte, in Francia, di cui scrive Marx, ai nostri giorni sono diventate orge intergalattiche.

La commistione tra finanza ed economia reale è difficile da districare, il suo grado di vischiosità è molto elevato, molte grandi aziende traggono più profitti dalle negoziazioni di titoli sui mercati finanziati, piuttosto che dalla vendita di beni e servizi. Per queste ragioni, i rapporti tra creditori e debitori devono essere indagati per ciò che sono, vale a dire rapporti di forza tra chi detiene il denaro e chi lo richiede per soddisfare un bisogno, come quello di accendere un mutuo per comprare una casa.

Il debito e la mistificazione della realtà

A cadere in questa morsa del debito, a partire dagli anni '80, non sono solo gli Stati, ma anche i lavoratori e le lavoratrici, le famiglie e le imprese: l’andamento dell’indebitamento totale, derivante dalla somma tra quello pubblico e quello privato, è in continua ascesa.

Su questo snodo, Bersani si chiede: “In che modo abbiamo imboccato questa strada?”

Anch’egli, come tanti altri autori, sostiene che il bandolo della matassa debba essere ricercato nella crisi che si è aperta nei primi anni ’70 del secolo scorso, sebbene trascuri le relazioni tra sovrapproduzione e disoccupazione, le difficoltà dello Stato nel creare lavoro aggiuntivo, le opportunità di spingersi oltre i limiti dello sviluppo mediato dallo Stato sociale, eccetera.

La favola liberista, a cui accenna Bersani, che il mercato avrebbe assicurato il massimo tenore di vita per tutta la popolazione, se avesse potuto fluttuare liberamente, cioè operare a briglia sciolta, senza il controllo dello Stato, ha preso piede, anche perché, nella contraddizione capitale/lavoro, il movimento dei lavoratori non è riuscito ad allentare le “catene” del lavoro salariato.

Per il resto, la tesi di Bersani è calzante: il vincolo oppressivo del debito paralizza l’intera società. La sconfitta del movimento operaio ha come conseguenza la restrizione dei salari, pertanto se il salario non consente di condurre una vita dignitosa, coloro che campano del loro lavoro sono costretti ad indebitarsi; parimenti, il ricorso dello Stato ad indebitarsi con i privati implica un aumento dei costi per i tassi d’interesse crescenti e la riduzione della spesa pubblica ovvero tutti quei servizi gratuiti o con un prezzo calmierato (trasporti, istruzione, sanità, previdenza, eccetera) che costituiscono forme di salario sociale, per le classi meno abbienti.

Tuttavia, Bersani predilige la pista della finanziarizzazione dei rapporti sociali e non si sofferma sulla crisi dello Stato sociale, inteso come modo di produzione, che ha imposto il pieno impiego, la riduzione dei profitti delle imprese o meglio il loro trasferimento ai salari.

Ciò significherebbe aprire una complessa digressione, mentre la mia intenzione, in questa sede, è quella di comunicare, di mettere in comune le sofferenze e le paralisi che il sistema dell’indebitamento determina sulla nostra vita quotidiana: ci sono le buche nelle strade, ma non si possono aggiustare perché non ci sono i soldi, le persone non si curano, in quanto non dispongono di risorse finanziarie, il degrado pervade molti spazi pubblici, ma gli amministratori degli Enti locali non hanno i fondi per intervenire e così via dicendo.

Ora, se l’ideologia del debito permette ai “cravattari” di stringere la corda intorno al collo del singolo individuo, della singola impresa, siamo di fronte a una perfida crudeltà, ma se poi i rentiers riescono ad avvolgere quella corda intorno al collo della stragrande maggioranza della collettività, persuadendola che è l’intera nazione ad essere indebitata, quando i parassiti della finanza traggono enormi benefici, allora siamo di fronte a una mistificazione della realtà.

Legalizzazione dell’usura

Il debito pubblico dell’Italia, che non dev’essere associato al debito della nazione ma, come scrive Roberto Ciccone, nel suo e-book Oltre l’austerità, consiste in un debito di una parte della collettività verso la restante parte della stessa collettività, l’indebitamento verso soggetti esteri rappresenta solo una complicazione, ma non introduce modifiche sostanziali a quanto appena detto [3], in base all’analisi di Bersani, non verrà mai pagato, per due motivi.

Il primo fa riferimento al fatto che la cifra ha raggiunto una somma esorbitante, che non potrà mai essere rimborsata; il secondo esplicita una trasformazione del credito in usura. Sul piano psicologico, l’usuraio teme due eventi, che considera catastrofici: la morte del debitore e il saldo del debito.

L'usuraio, in entrambi i casi perde:

a) l’estrazione periodica del valore, ossia il pagamento degli interessi;

b) la possibilità di determinare l’energia, i pensieri, la vita e i beni dell’indebitato.

Figura 1. Storia del debito pubblico italiano dal 1970 – Fondazione Luigi Einaudi

Nella storia contemporanea del debito pubblico italiano, infine, ci sono due argomenti che vengono ignorati del pensiero mainstream, in tutte le forme in cui esso viene veicolato.

1. Nel 1981 la Banca d’Italia divorziò dal Tesoro e praticamente cessò di acquistare titoli di Stato. Da questa data in poi, i titoli finirono, con interessi crescenti, nelle fauci della speculazione finanziaria interna ed estera; il ricorso al mercato per finanziare l’emissione di titoli pubblici rientra nelle politiche di privatizzazione del debito.

Dal grafico della Figura 1 è possibile vedere che l’esplosione del debito si verifica a partire dal 1981. Nel 1980, nonostante la crescita rispetto al 1970, la percentuale del debito si attesta al di sotto del 60 %, un tasso d’indebitamento che è in linea con il parametro – arbitrario – fissato dalla Troika e che esprime il “virtuosismo” di alcuni paesi dell’UE.

2. C’è un altro fatto che fatica ad emergere, esso giace coperto da una coltre di polvere, senza che venga percepito da coloro che hanno la responsabilità di contribuire alla libertà d’informazione: si crede che con l’indebitamento si finanzi la spesa pubblica. Questa è una corbelleria!

A partire dal 1992, l’Avanzo Primario è positivo, ciò significa che le Entrate monetarie (le imposte) superano le Uscite (la spesa pubblica).

Eppure il debito continua a crescere, per via degli interessi che vengono sborsati, interessi passivi che nel 2022 sono pari a 83 miliardi di euro, cifra che ha subito un aumento di 14 miliardi nel 2023, in seguito all’aumento del tasso d’interesse da parte della BCE. Si stima che nel 2024 gli interessi sul debito saranno oltre 100 miliardi, un valore che si avvicina alla spesa pubblica per la Sanità.

Note

[1] Marx Karl, Il Capitale, libro I, cap. XXIV, Utet, 2013, p. 942.

[2] Marco Bersani, Dacci oggi il nostro debito quotidiano, 05/06/2017

[3] Che cos’è il debito pubblico e perché non è “il” problema, keynesblog.com

Fonte

22/06/2022

Il risparmio cresce, il credito diminuisce

di Guido Salerno Aletta

I sistemi bancari intermediano il denaro, mediante la raccolta del risparmio ed il suo impiego attraverso il credito. Queste operazioni avvengono anche su base internazionale: la raccolta può provenire anche dall'estero, così come l'impiego può essere destinato anche all'estero.

Nel caso in cui la raccolta di risparmio all'interno non sia sufficiente a coprire il fabbisogno di credito, il sistema bancario si rivolge al mercato internazionale per la occorrente provvista di fondi. Al contrario, quando vi sia un eccesso di raccolta di risparmio all'interno di un Paese rispetto al credito che viene erogato, si impiega la differenza all'estero, finanziando così credito in altre economie. Nel primo caso, il sistema bancario di un Paese è debitore verso l'estero, nel secondo caso è creditore.

In Italia, nel decennio che va dal 2011 al 2022, abbiamo assistito ad un ribaltamento delle condizioni: mentre all'inizio di questo periodo il nostro sistema bancario raccoglieva all'estero una parte della provvista necessaria ad erogare il credito all'interno, ora accade esattamente il contrario.
In pratica, non solo è aumentata la raccolta interna, ma anche il credito erogato all'economia è diminuito, e così una enorme quantità di risparmio italiano finanzia le altre economie.

Vediamo i dati.

Nel 2011, alla vigilia della crisi che ha colpito duramente l'economia italiana ed il nostro debito pubblico, la Raccolta bancaria (depositi ed obbligazioni) da soggetti residenti ammontava a 1.735 miliardi di euro. Gli Impieghi totali (Settore privato e PA) ammontavano a 1.948 miliardi di euro: l'eccedenza di questi ultimi sulla raccolta era di 213 miliardi, coperti mediante il ricorso a capitali stranieri. L'Italia era quindi debitrice netta verso l'estero.

Nel corso degli anni la situazione si è ribaltata: a maggio scorso, la Raccolta è arrivata a 2.060 miliardi di euro, crescendo dunque di ben 327 miliardi rispetto al 2011.

In particolare, nel biennio di crisi pandemica (2020-2021) si è registrata una enorme lievitazione di questa Raccolta, delle somme accantonate a risparmio in via prudenziale o derivanti dalla necessità di rinviare oppure di non potere effettuare una serie di spese per via del blocco delle attività economiche: fra il maggio 2019 e lo scorso mese di maggio, l'incremento è stato di ben 193 miliardi. Nell'intero periodo precedente, quello che va dal 2011 al 2019, la Raccolta era aumentata di soli 32 miliardi.

Sul versante degli Impieghi, si è registrata una continua contrazione: rispetto ai citati 1.948 miliardi di euro del 2011, a maggio scorso sono arrivati a 1.743 miliardi, pari a -205 miliardi. Anziché essere negativa per i citati 215 miliardi rilevati nel 2011, la differenza tra Raccolta e Impieghi è stata positiva per 317 miliardi: questa somma rappresenta il risparmio che viene raccolto all'interno ma che non risulta impiegato attraverso il credito.

La BCE, tra Qe e PEPP, ha comprato più titoli di Stato di quelli che sono stati emessi per finanziare il nuovo debito.

Come viene impiegato questo risparmio dei cittadini e delle imprese italiane che non viene impiegato in credito? Dove viene investito? Va a finanziare altre economie?

Fonte

25/02/2019

La “correzione europeista”: prelievo forzoso sui conti correnti

L’Unione Europea è in profonda crisi, vicina al bivio che può portare all’esplosione o alla sua definitiva trasformazione in “macchina da guerra” geopolitica, e cerca un colpevole per questa situazione.

Poiché il colpevole, per definizione, è sempre qualcun altro, ecco che l’indice si alza – quasi scontato – nei confronti dell’Italia.

E qui ci troviamo davanti a una doppia versione: a) è sempre stata colpa di questo paese, tra debito pubblico troppo alto e “eccessivi privilegi” per i lavoratori, nonostante diversi governi “europeisti” abbiano dato botte da orbi soltanto ai secondi; b) è colpa del governo in carica, che avrebbe interrotto la sistematica corsa all’innalzamento dell’età pensionabile e alla riduzione del deficit.

Dunque ci vuole (vorrebbe) una “manovra correttiva” che vada a mettere le mani direttamente sui conti correnti di tutti i cittadini con una patrimoniale “imparziale”, come quella di Giuliano Amato che sottrasse a tutti noi il 6×1.000 destinandolo alla riduzione del debito pubblico.

Due bufale “europeiste” che vengono smontate con grande perizia tecnica dall’editoriale di Guido Salermo Aletta su Milano Finanza (abbiamo evidenziato con corsivo e grassetto i passaggi più significativi).

“Ci sono troppe cose che non funzionano” è un modo semplice per dire che c’è una crisi di sistema. La Germania, infatti, sta in condizioni simili – se non addirittura peggiori nel settore bancario – e non è entrata tecnicamente in recessione (come l’Italia) solo perché il Pil del quarto trimestre è rimasto positivo di una inezia: +0,08%.

Un sistema che non funziona genera problemi, invece di risolverli. Il modo “tedesco” (ordoliberista) di ridurre il debito pubblico è infatti un attentato alla solidità delle economie, rende impossibile qualsiasi crescita e – in tempi di crisi globale – moltiplica la forza della recessione.

L’allungamento dell’età pensionabile, che a ogni cretino sembra l’uovo di colombo per ridurre la spesa pensionistica, blocca il ricambio generazionale sui posti di lavoro, incentivando l’emigrazione dei nostri ragazzi.

La deflazione salariale che tanto favorisce i profitti delle imprese – lo stesso governo stima il livello medio del salario d’ingresso per gli under 30 intorno agli 850 euro, al di sotto della soglia di sopravvivenza – ha la “piccola controindicazione” di ridurre a pochissimo le entrate dell’Inps, che deve e dovrà erogare le pensioni.

Gli stessi salari da fame impediscono che la grandezza macroeconomica chiamata “domanda interna” possa restare ai livelli precedenti. E quando, come oggi, le esportazioni si riducono insieme alla deglobalizzazione, i consumi interni non riescono a compensare la caduta. Anzi, l’accentuano.

Ma è tutto il modello dell'“austerità europea” ad essere comunque al capolinea. Neanche la Bce di Draghi si salva dal naufragio. I suoi quantitative easing, generosi come quantità e benedetti dall’establishment, non si sono mai trasmessi all’economia reale, che anzi ha visto ridursi il flusso dei crediti verso famiglie e imprese.

Un intero sistema va al collasso, e la classe dirigente – sia italiana che europea, imprenditoriale, finanziaria, politica – si trastulla con la ricerca di un colpevole. Se si guardassero allo specchio avrebbero una risposta certa. Ma per loro inaccettabile. Dovrebbero – loro sì – fare una “manovra correttiva” che li eliminerebbe.

Perciò insistono e insisteranno fino all’esplosione.

Anche “a sinistra”, persino in quella che si considera “estrema” o almeno “radicale”, la cecità sulla dimensione di questo contesto appare pressoché totale, immersa in “tavoli” dove di tutto si ragiona, meno che di realtà.

*****

Ci vuole una manovra correttiva

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Recessione nel quarto trimestre del 2018, caduta di produzione ed ordini industriali a dicembre, export che cede soprattutto verso le destinazioni extra Ue: per l’Italia è stato un pessimo fine d’anno. Per quello in corso, nessuno trattiene il fiato. Tutti già dottori, al capezzale: c’è già chi ha invocato una manovra correttiva, subito; chi ha proposto un cambio di strategia a favore degli investimenti, e pure chi ha scorto il cigno nero.

E’ la solita Italia, in grado di contagiare con la sua frenata l’intera economia europea: se sballa il rapporto deficit/pil, visto che non c’è la crescita ipotizzata, lo spread schizza alle stelle e ricomincia la sarabanda sui mercati.

La verità è che si cerca solo l’untore: troppe le situazioni di crisi che si affacciano; dalla Brexit alle elezioni spagnole, dalla guerra commerciale tra Usa e Cina al piombo sotto le ali dell’export del Giappone, dell’Australia e della Corea del Sud. Prendersela con l’Italia è un deja vu.

La battaglia è politica, e sarà sempre più violenta. Ci sono in ballo le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, a fine maggio, e continua senza sosta il cannoneggiamento contro i Sovranisti ed i Populisti che macinano consensi crescenti rispetto ai partiti tradizionali. A Bruxelles gongolano: dopo gli scontri violentissimi sulla manovra proposta dal governo italiano che indossa la maglia giallo-verde, possono apertamente attribuire la recessione dell’Italia alle misure adottate dal governo.

Reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni non aiutano la crescita. Sono due misure che hanno messo in discussione, anche se solo in modo minimo, le due riforme strutturali su cui tanto l’Unione europea ha battuto in questi anni: deflazione salariale per assicurare la competitività sull’estero ed allungamento della vita lavorativa per mettere in sicurezza i conti previdenziali.

Senza mai riflettere sul fatto che è vero l’esatto contrario: la vera bomba piazzata sotto i conti previdenziali è la tanto auspicata flessibilità del mercato del lavoro in entrata, con la precarizzazione del lavoro giovanile, e soprattutto la continua svalutazione dei salari. Se si abbatte la massa salariale, i contributi previdenziali si riducono: è questo il vero problema di un sistema a ripartizione.

Guardare solo all’ultima riga del conto economico si sta dimostrando una scelta assolutamente miopie, in un contesto di deglobalizzazione guidato dalla amministrazione Trump: avendo distrutto la domanda interna falcidiando i salari, ora siamo più esposti che mai ai venti contrari che spirano dall’estero.

In questo momento, ci sarebbe una sola cosa da fare: rispolverare il primo documento di politica economica varato dal governo, l’Aggiornamento al Def 2018 che risale al 27 settembre scorso, che si fondava su una forte ripresa degli investimenti pubblici finanziati in disavanzo, ed il deficit al 2,4% del pil. Sarebbe una decisione anticiclica, ma avrebbe solo il sapore di una ripicca tardiva ed insufficiente, vista la situazione che si è creata. La decelerazione dell’economia è stata più veloce e più forte di quanto non si prevedesse.

Prima di mettere già i numeri di una qualsiasi ipotesi di manovra correttiva per mantenere i saldi, ovvero anticiclica per forzare sulla crescita, serve una operazione verità.

Non è solo il sistema delle previsioni economiche che si sta dimostrando farlocco, assai più degli almanacchi di leopardiana memoria, visto che non ne indovinano una, neppure a preconsuntivo. C’è da mettere in chiaro quali sono le vere cause degli squilibri previdenziali; fare piena luce sulle politiche monetarie cosiddette ultra accomodanti mentre si assiste ad un paurosa contrazione del credito; capire che cosa non funziona minimamente con gli obiettivi di inflazione, che non sono mai stati neppure sfiorati.

Non si tratta solo di fare le pulci ai conti italiani, con il deficit che salirebbe al 3-3,5% del pil, il debito che non scenderebbe affatto, e la crescita che, se va bene, si fermerebbe allo 0,5%. E lasciamo da parte anche le polemiche interne, con la recessione che sarebbe stata determinata dalle preoccupazioni per le politiche del nuovo governo, che sin da luglio avrebbero indotto gli operatori economici e le famiglie a bloccare investimenti e consumi.

Guardiamo invece alla Germania, che pareva inossidabile. Basta ricordare le previsioni relative alla crescita del suo pil nel 2018, quelle che sono state pubblicate dalla Commissione europea il 21 novembre dello scorso anno e che stimavano ancora un +1,7%, oppure quelle contenute nell’Outlook del Fmi del 9 ottobre, che vaticinavano un entusiasmante +1,9%: il risultato, ben più mogio, è stato appena +1,1%. Dopo un terzo trimestre in contrazione, il quarto ha registrato una crescita dello 0,08%: un grandezza lillipuziana che ha evitato l’ingresso in recessione. Quale virus giallo-verde abbia colpito la Germania non è dato sapere: tutto è stato rigorosamente tenuto coperto. Ora, anche a Berlino il re è nudo.

Neppure i dati dell’inflazione tornano, nonostante il bazooka della Bce abbia immesso ben 2.600 miliardi di euro di nuova liquidità: in Italia, a dicembre scorso, i prezzi al consumo per le famiglie erano cresciuti dell’1% netto rispetto ad un anno prima, e dell’1,8% rispetto a due anni prima. Siamo a meno della metà dell’obiettivo. E non è che a livello europeo i dati siano molto diversi, visto che la media del 2018 è stata dell’1,4%. Anche qui, un altro bel buco nell’acqua.

A dispetto di una politica monetaria della Bce, proclamata ultra accomodante, il credito è addirittura diminuito. Con il Qe, la Banca d’Italia ha messo in portafoglio titoli pubblici per 365 miliardi di euro, ma la liquidità creata in contropartita non è stata immessa in Italia, ma è rimasta all’estero. Si vede perfettamente, infatti, l’aumento delle passività nel sistema Target 2: il saldo di fine dicembre scorso è stato di -482 miliardi di euro, mentre era di soli -192 miliardi nel marzo 2015, data di inizio degli acquisti.

Il credito all’economia italiana cala continuamente, anno dopo anno: a fine 2012, gli impieghi nel settore privato erano stati di 1.660 miliardi di euro. Da allora, un tracollo: secondo l’Abi, gli impieghi che a gennaio 2018 erano stati pari a 1.506 miliardi, a gennaio scorso arrivavano a soli 1.459 miliardi: 47 miliardi in meno, con un deleverage pari al 2,6% del pil in soli 12 mesi. Nello stesso periodo, il credito alle famiglie si è ridotto di 71 miliardi di euro, passando da 1.372 a 1.301 miliardi di euro. Forse, ma neppure forse, questi dati aiutano a capire il blocco degli investimenti e dei consumi molto più delle tante polemiche sulla politica economica del governo. I veri buchi non ci sono solo nel bilancio pubblico, ma anche nel sistema del credito.

A questi dati sull’attività bancaria, che sicuramente hanno avuto un impatto deflattivo sull’economia, dobbiamo aggiungere anche quelli che derivano dal consueto, più che ventennale, drenaggio delle risorse operato con l’avanzo primario della PA, ovvero dalla quota del prelievo fiscale destinata al pagamento di una parte degli interessi sul debito. Nel 2018, è stato pari all’1,8% del pil: mal contati, si tratta di una trentina di miliardi di tasse che non è tornata indietro. L’economia reale ne soffre, e si capisce bene perché.

Ci sono troppe cose che non funzionano, e non sono i bilanci pubblici: abbiamo a che fare con previsioni economiche farlocche; con politiche monetarie accomodanti che però non riescono a conseguire gli obiettivi di inflazione; con una vigilanza bancaria che blocca il credito; con una serie di riforme strutturali in campo salariale e nel mercato del lavoro che stanno demolendo la sostenibilità dei sistemi previdenziali.

Se è vero che finora le elezioni politiche nazionali non sono servite a cambiare le regole europee, come ha sempre proclamato l’ex-ministro delle finanze tedesco Wolfang Shaeuble quando prendeva quasi per la collottola il neo eletto premier greco Alexis Tsipras, che contestava gli accordi assunti dal suo predecessore facendosi forte di un ampio consenso popolare, il rinnovo del Parlamento europeo, a fine maggio, sarà un passaggio cruciale. Andrà molto meglio, o molto peggio, a seconda dei punti di vista: di certo, non ci sarà una via di mezzo.

Fonte

17/10/2017

“Riformismo bancario”, una tragedia in atto

Questi sono i risultati dell’Italia dei presunti “riformisti”, dell’alternanza, delle larghe e piccole intese, dei cosiddetti “tecnici”, dell’affannosa ricerca della “leadership”, dei “partiti personali”, dei sindacati “concertativi”, dell’“europeismo bancario”, del “federalismo”, della “devolution”, della rottamazione e dei “vaffa Day” e soprattutto del “modello Marchionne”.
“La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno. In una fase in cui le banche italiane si stanno faticosamente liberando dalle sofferenze, la BCE le ha trasformate in una bomba a orologeria. Nei giorni scorsi l’Autorità di Vigilanza guidate da Daniele Nouy ha fatto sapere che dall’anno prossimo i “non performing loans” verranno automaticamente svalutati a scadenze diverse”.

Nel frattempo, solo per esempio, spulciando dalle notizie degli inserti economici dei grandi quotidiani:

“Banca BpM, quarta banca italiana per volumi di crediti deteriorati, prepara la prossima grande operazione del sistema: la vendita a fondi specializzati di un grosso blocco di (attenzione alla terminologia, n.d.r.) attivi problematici, da concludere a inizio 2018. La banca cercherà di cederne almeno per un valore teorico di tre miliardi di euro (altra nota n.d.r.: si ricorda che l’intera manovra finanziaria per il 2018 è di 20 miliardi dei quali 10 dedicati a impedire lo scatto della salvaguardia dell’IVA. Così tanto per dare idea dell’entità di grandezza) ma, se gli acquirenti e i prezzi lo consentiranno, conta di arrivare a sei”

Questo piazzare cosa significa ?

Un altro esempio:

“Unicredit in luglio ha piazzato portafogli (attenzione anche in questo caso ai termini usati) di “prestiti mediocri o cattivi ai fondi Fortress e Pmico per 17,7 miliardi (si ricordano ancora le cifre della manovra finanziaria per il 2018) di valore nominale, vorrebbe chiudere l’anno superando la soglia dei 20 miliardi.”

Intanto:

“Il FMI stima che le banche si siano liberate di queste posizioni per 65 miliardi solo nel 2017 (anche se quelle di Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Monte dei Paschi per 36 miliardi sono state segregate e non vendute)”.

Dove piazzano Fortress e Pmico i crediti deteriorati?

Crediamo sia ben noto: li infilano, utilizzando il metodo cosiddetto “salsiccia” in fondi di investimento che poi vengono piazzati sul mercato dalle banche tramite agenzie i cui dipendenti si trovano costretti a prendere per il collo poveri correntisti costringendoli, a seguito di mirabolanti promesse, ad acquistare i fondi stessi, oppure li inseriscono come condizione per erogare prestiti a persone in cerca di mutuo per la casa o per portare avanti qualche piccola attività.

Così i puffi derivanti dall’elargizione di credito con metodi clientelari a speculatori sempre capaci di cavarsela (vedi CARIGE) sono pagati dai piccoli risparmiatori, correntisti, azionisti.

Si ricorda ancora, sempre avendo come fonte per quel che riguarda le cifre i grandi quotidiani:

“Il valore nominale degli “attivi problematici” resta di circa 240 miliardi (12 manovre finanziarie n.d.r.) (con l’interrogativo che rimane: quanto c’è, in tutto questo, di subprime acquistati dalla Pubblica Amministrazione, Stato ed Enti Locali?).

Su tutto questo ambaradan pesano sia le nuove disposizioni della BCE cui si è già accennato, sia la fine del Quantitative Easing che per la BCE si verificherà nel 2018.

A questo punto è possibile sviluppare alcune considerazioni:

1) Ricordare la stretta connessione tra politica e sistema bancario in tutte le rispettive articolazioni, a partire dal fatto che questo governo si regge sull’appoggio diretto di parlamentari “transeunti” diretta espressione di una parte molto “particolare” di questa connessione (la cosiddetta “finanza toscana”.)

2) Ricordare a tutti come risalti l’assenza totale del ruolo di vigilanza della Banca d’Italia.

3) Ricordare come il tutto sia avvenuto in una fase di trasformazione dell’economia nel senso della finanziarizzazione (ambito della crisi mondiale) e di complessiva diminuzione della presenza dell’industria produttiva nel nostro Paese, soprattutto dal punto di vista dell’espressione di know–how sul terreno dell’innovazione.

Il presunto “riformismo” italiano si è così mosso tra privatizzazioni, sia nell’industria, sia nel sistema bancario, producendo quello che può ben essere definito un vero disastro come ben dimostrano le cifre fin qui elencate e come si ravvede dai dati della disoccupazione, della crescita delle disuguaglianze, dalla sparizione di quel che rimaneva di un raccogliticcio welfare state.

Non si ravvedono segnali di svolta, anzi proprio il governo Renzi, precedente a quello Gentiloni, mentre sbandierava presunti proclami di guerra a livello europeo ed elargiva mance a pioggia (80 euro) e facilitazioni allo sfruttamento (jobs act) ha sicuramente contribuito ad aggravare la situazione già fortemente problematica come espressione, visibile a livello “fisico”, di quella connessione perversa tra sistema politico e sistema bancario (per via di congregazioni e logge più o meno occulte) come si è cercato di dimostrare anche in questa occasione.

Fonte

09/12/2015

Magari fosse truffa. Qualche punto fermo sulla crisi del sistema bancario italiano

“ ... come se le proprietà i gradi, gli uffici non venissero guadagnati con la corruzione e l'onore immacolato fosse acquistato davvero col merito di chi lo indossa”. Shakespeare, Il mercante di Venezia.

Non ci vuole molto a capire che questo paese è stato rovinato da Tangentopoli. Ma in un preciso senso: l’impatto mediatico delle inchieste della magistratura milanese dell’epoca ha fatto credere che i problemi italiani fossero risolvibili insistendo sulla sfera morale. Da allora si sono susseguiti, e continuano a farlo, movimenti di moralizzazione della vita pubblica anche molto diversi tra loro. Legati più o meno dallo stesso mito: l’idea che la moralizzazione fattasi regime, e processi con tanto di condanna, avrebbe riportato il paese in equilibrio. E si parla di movimenti spesso legati tra loro, ovviamente, dalla stessa modalità di fallimento non di rado risoltasi in parodia (la Lega di Bossi tra gioielli e titoli della Tanzania; il Prc di Bertinotti, genere moralizzazione di sinistra, col leader imprigionato nei pigiama party dell’alta società; l’Idv di Di Pietro affondata in pochi giorni dopo l’inchiesta di una trasmissione televisiva). Per entrare nelle criticità reali della società italiana molto più di Marco Travaglio, la politica di questo paese avrebbe dovuto affrontare Marc Abèles. Autore che ci spiega le complesse modalità a rete della dissipazione delle risorse comuni come avvengono dagli stati africani alla governance europea (mentre i movimenti di moralizzazione sono fermi all’idea generica della “casta”, a quella che non spiega niente delle “mafie” o, peggio, alla categoria banale dei “corrotti con i complici”). Già perché il sovrapporsi di crisi sistemiche della società italiana, che ne vive diverse dalla caduta del muro di Berlino, genera complesse e aggressive reti di appropriazione di beni pubblici assai voraci, che si giocano la propria sopravvivenza, e capaci di infiltrarsi ampiamente nei movimenti legati ai processi di moralizzazione. I quali oscillano, confusamente, tra il mito dell’arresto salvifico, quello delle buone pratiche da giardino e il timore che la corruzione sia inarrestabile.

Eppure già nel 1992, con lo smantellamento del sistema di protezione del salario e della banda di oscillazione della lira, era evidente che l’assetto sistemico del paese, ormai lanciato nel mare della globalizzazione dopo la fine della guerra fredda, aveva tutte le caratteristiche per non tenere. Da allora i processi di deterioramento delle istituzioni a supporto, e a disciplinamento, della società (sfera giuridica, sanitaria, educativa, di protezione sociale, decentramento etc.) sono stati maggiormente rilevanti di quelli di modernizzazione. Anche, anzi, a maggior ragione (si guardi la stagnazione complessiva del Pil dal 2002 a oggi), nel momento in cui l’altro grande mito, quello della modernizzazione irreversibile per via europea, trova coronamento simbolico nell’entrata in vigore della moneta unica.

Da queste criticità sistemiche non poteva rimanere immune il sistema bancario. Anzi, le mutazioni dell’ultimo quarto di secolo in Italia sono ben anticipate dalla riforma Amato del 1990. La quale, recependo benissimo la incipiente finanziarizzazione dell’economia globale incubatasi negli anni ’80 (in Europa con le direttive Ue del 1986 e del 1988 sulla liberalizzazione dei capitali fortemente nazionalizzati fino agli anni ‘70) scioglieva di fatto le banche come istituto di diritto pubblico, facendole diventare società per azioni. All’alba degli anni ’90, e al declino della prima repubblica, il potere reale italiano, non quello legato ai movimenti di opinione ma alla proprietà e alla circolazione di ricchezza, si dava quindi una struttura che ritroveremo più volte nel corso dei lustri successivi. Quella dove si intrecciano il potere della moneta, dove le banche (a volte con profitto altre affannosamente) come Spa si legano alle mutazioni del capitale nazionale e globale, e quella del potere di relazione, contenuto nelle fondazioni bancarie a controllo delle banche stesse, dove si relazionano ceto politico, manager ed ogni genere di potere in grado di mettersi a rete. Si capisce così che il potere reale italiano quando ha mollato, dagli inizi degli anni ’90, la rappresentanza sociale diretta (partiti, sindacali, società civile) lo ha fatto a ragion veduta. Consapevole di essersi comunque legato al più forte potere di governo – antico ma dai nuovi connotati – quello della moneta e dei suoi derivati. E per governare una società, di fatto, postindustriale basta stare al centro delle dinamiche di potere della moneta e della comunicazione. E il resto, avanzi pure, può dire e fare cosa preferisce. Fino a quando non viene una Le Pen che della comunicazione sa cosa fare ma questa, come sappiamo, è un’altra vicenda.

In questo quarto di secolo sono avvenute moltissime cose – non esiste più la banca centrale nazionale, ci sono stati numerosi accorpamenti bancari, ci sono investitori stranieri, si fanno molti meno soldi coi correntisti che in passato, i prodotti finanziari tossici si sono moltiplicati in modo incredibile, le evoluzioni tecnologiche, delle globalizzazione e dei processi di governance hanno inciso profondamente sul banking, il declino del pil ha ridotto i margini di manovra di tutti gli attori in scena, le banche centrali, oltre a stampare i soldi come mai nella storia umana, più che istituti di regolazione sono giocatori nei mercati ad alto rischio – ma lo schema di comportamento del potere reale italiano è sempre quello codificato dalla legge Amato del ’90. Vale a dire inseguire le ondate di liberalizzazione dei capitali da una parte tentando di adeguarsi a questa tendenza, dall’altra cercando di mantenere, o di adattarvi, tutto il potere di relazione della società italiana che conta o che presume di contare (giusto per sprovincializzare il problema: lo schema non è solo italiano. Lo possiamo trovare, grosso modo, anche nel mondo finanziario di un grande paese in stagnazione: il Giappone. Molto interessante in materia è il testo di Hirokazu Miyazaki, Arbitraging Japan. Dreams of Capitalism at the End of Finance). Certo, Giuliano Amato ha ampiamente riscosso i dividendi dovuti al copyright di questo schema: un paio di volte presidente del consiglio, poi ministro adesso, dopo aver mancato la presidenza della repubblica, membro della corte costituzionale. Tra l’altro Amato è anche autore della legge liberticida, votata e applaudita nel 2007 da tutte le sinistre arrapate di legittimazione securitaria, che ha svuotato gli stadi italiani. Amato, all’incrocio dei processi di governo della moneta della comunicazione, lo stadio fa parte di questi ultimi, come dire: la biografia di questo signore è una nota vivente per chi è interessato, oltre che a leggerla, a come funziona veramente il potere.

Andiamo quindi a leggere il “salvataggio” delle banche in crisi, di medie dimensioni, da parte del governo Renzi avendo in testa sia il sovrapporsi di crisi sistemiche nel paese che lo schema di adattamento, da parte del potere reale italiano, alle evoluzioni della finanza globale.

Qui bisogna stare attenti al fatto che lo schema della moralizzazione della politica non è in grado di spiegarci cosa sta accadendo alle banche italiane. La moralizzazione riduce il funzionamento dei dispositivi bancari a schemi antropomorfici: le banche “ingorde”, “corrotte” e “ladre” avrebbero provocato il danno magari riparabile con una corretta legislazione e con il richiamo all’efficienza di mercato. La vicenda Monte dei Paschi – nella quale comunque ingordigia, corruzione e ladrocinio non sono certo mancati – ci aiuta invece a capire come è saltato un modello di business bancario e quali effetti abbia avuto. Perché, come è accaduto per la storica banca senese, gli istituti di credito non riescono più a ricevere profitti dal territorio e, allo stesso tempo, non hanno margini per finanziare le imprese e le istituzioni. La doppia crisi, dell’economia territoriale e della scappatoia della bolla immobiliare, ha reso impossibile al Monte d'avere livelli di profitto e quindi di redistribuzione (qui semplifichiamo) come nel passato. Allo stesso tempo, una delle fonti storiche di approvvigionamento di profitti, i tassi di Bot e Btp è andata calando con il declino dei tassi di interesse. Non restava, come ha fatto MPS, che l’avventura con i titoli tossici. Avventura, come sappiamo, andata male. Se guardiamo al modello MPS si capisce cosa sia entrato in crisi nei modelli di business delle banche locali “salvate” dal sofferto (nella gestazione e nelle conseguenze) decreto del governo: la crisi dei profitti prodotti sui territori, assieme al lento sgonfiamento dei valori immobiliari, e quindi dei relativi servizi finanziari; la difficoltà ad approvvigionarsi sul mercato, un tempo dai profitti sicuri, delle obbligazioni di stato (siamo passati da oltre il 4% di interessi all’inizio della crisi Lehman a quasi zero); il rischio di dover correre qualche avventura di troppo nel mare tempestoso dei titoli tossici. Infatti, le quattro banche recentemente “salvate” mostravano tutte questi sintomi di malattia già riscontrati nella vicenda Monte dei Paschi.

E qui, secondo la visione dell’Europa tipica di tante subculture italiane della moralizzazione, si potrebbe anche pensare che si tratti di un problema tipicamente nazionale. Magari sintomo dell’arretratezza dell’Italia profonda nei confronti di una Europa tecnologica ed avanzata. Sono suggestioni che possono andare bene a chi ha votato Renzi, a chi crede che la Camusso sia una sindacalista e non un sauro, a chi pensa che Pisapia sia stato un sindaco e non un crocevia di interessi bancari (vedi il ritiro della causa civile del comune di Milano al processo sui titoli tossici Deutsche Bank) e immobiliari (vedi l’appiattimento al modello Renzi di governance prefettizia dell’accumulazione immobiliare inaugurato con Expo). Ma vediamo cosa accade nel mondo reale.

Se andiamo infatti a vedere la crisi delle Sparkassen, ma ancora di più quella delle Landesbanken tedesche (che hanno goduto di una legislazione più ambigua e a partire dal 2008 si sono scottate di brutto con la grande crisi dei subprime, si veda questo storico articolo di un esperto di politica monetaria della Hochschule di Brema) scopriamo infatti che, da tempo, anche il modello di business della banche locali tedesche è in crisi. Non solo, come si capisce dalla data della crisi delle Landesbanken, i tedeschi hanno provato da molti anni a risolvere la crisi del loro modello di business locale investendo in titoli tossici della finanza globale. Come dire, MPS, che si strozzò da solo con i titoli tossici della giapponese Nomura, non è stato un caso dovuto a corruzione e avidità tutte italiane. Ma la norma delle difficoltà del modello di business bancario d'oggi, che ci fa capire la crisi di un capitalismo che ha grosse difficoltà sia a fare soldi a mezzo produzione di merci, sia a fare soldi facendo girare moneta tra le banche e, persino, stampandola tramite le banche centrali. Poi il fatto che gli attuali tassi negativi dei bund tedeschi penalizzino le banche in Germania, come ha sottolineato più volte la stessa Handelsblatt, rendono questa crisi non ancora risolta (mettendo a rischio i potenti fondi pensione teutonici). Nonostante sia stata fatta molta strada, in termini di governance europea del fenomeno, dal 2008, non è affatto raro trovare analisti che sostengono che tutte le misure prese dall’eurozona da allora, in termini di politica del rigore, altro non sono che un gigantesco salvataggio del sistema bancario tedesco. Recentemente su Bloombergview un analista ha retrodato alla crisi del 1998, ancor più sconosciuta al grande pubblico, questo genere di tentativo di salvataggio del sistema tedesco. Il punto è che, così facendo, si perdono di vista sia le grosse crisi che attraversano il sistema bancario francese che il legame, di questo sistema, con il mondo bancario tedesco (tanto che il presidente della Bundesbank a suo tempo si è specializzato in rapporti economico-bancari tra Francia e Germania).

La crisi del banking italiano è quindi il riflesso, tutto legato ai territori, di una serie di fortissime criticità del mondo bancario continentale, del suo rapporto con la crisi della produzione di valore tramite produzione di merci e con quello della produzione di valore tramite creazione di denaro. Viene davvero da dire: magari la vicenda del fallimento di quattro banche italiane fosse una truffa. Non esisterebbero delle criticità, nei sistemi bancari europei, i cui riflessi reali sono tali da assestare colpi molto duri all’economia e allo stato sociale del continente.

Andando nello specifico del decreto di “salvataggio” delle quattro banche in crisi (tra cui la Banca dell’Etruria, il cui vicepresidente è il padre della ministro Boschi, il cui istituto era già stato beneficato da interventi legislativi la scorsa primavera) cominciamo dal fatto che ha suscitato maggior rumore: tanta gente è rimasta senza risparmi investiti in azioni e obbligazioni delle banche “salvate”. Ma perché non si è fatto ricorso al Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi (FITD)?

I motivi sono tanti tra cui uno molto importante. Il Fondo servirà, secondo le direttive della Banca centrale europea, alle prossime crisi italiane, quelle a partire dal primo gennaio 2016. E si tratterà di una modalità di “salvataggio” delle banche che rovescia l’approccio tenuto durante la grande crisi del 2008. Si passerà, a partire da gennaio, dal bail-out al bail-in. In poche parole ad un pieno rovesciamento di filosofia, causa anche l’impossibilità, da parte dell’eurozona e della Bce, dell’intervento pubblico europeo nei confronti delle banche. Infatti, fino sostanzialmente alla crisi cipriota del 2012, le banche che entravano in crisi, nelle varie emergenze da titoli tossici, venivano salvate con il bail-out. Ovvero lo stato nazionale, con l’aiuto della Bce, copriva il debito della banca entrata in crisi e il cittadino pagava sotto forma di politiche di austerità visto che questi soldi, messi dallo stato per salvare la banca, erano sottratti direttamente alla spesa pubblica. Con il corso degli anni, vista l’enormità della crisi delle banche europee, nell’eurozona si è fatta strada la consapevolezza che i bail-out non sono finanziabili come nel passato. Allora si è passati, anzi si passerà ufficialmente dal primo gennaio, al bail-in. Ovvero, per farla breve, una forma di “salvataggio”, in cui l’intervento pubblico è ridotto, e non può essere configurato come “aiuto di stato”, e nel quale diverse categorie di risparmiatori e di correntisti pagano direttamente. E cosa accade? Ovviamente che interi nuclei familiari, piccole imprese, dipendenti di queste imprese rischiano la sopravvivenza ad ogni serio bail-in. Così mentre con il bail-out si alimentava il lepenismo, poi tradotto in varie forme nelle tante culture nazionali, grazie alla contrazione dello stato sociale, con il bail-out lo si alimenta attaccando direttamente il risparmio. Sagace, come diceva Claudio Bisio in una nota pubblicità. Ma sono cose che accadono quando si lascia fare agli spiriti animali del mercato della moneta. Animali che finiscono per sbattere la testa, e con loro intere società, con i limiti del capitalismo contemporaneo. Il “salvataggio” delle banche, ma non dei risparmiatori come è stato fatto capire senza problemi da esponenti del Pd e del governo Renzi, genera poi una crisi molto seria nel tessuto della società italiana. Quella del rapporto fiduciario tra banca e risparmiatore, visto che molti di quelli che hanno perso i soldi erano stati direttamente “consigliati” dalla loro banca. E, in una società impaurita dalla crisi, non c’è niente di peggio di una crisi di fiducia non tanto nella politica istituzionale, a quella non ci crede più nessuno, ma in quella della microfisica dei rapporti legata all’unica istituzione in cui tutti veramente credono: la moneta.

Ma come sono messe oggi le banche italiane? Si guardino un paio di infografiche giusto per entrare nella differenza tra (ehm) narrazione renziana dell’Italia che riparte e mondo reale. Il primo, ringraziando linkerblog, è dedicato al credito concesso ai residenti, toh nel periodo in cui, secondo i tg, la ripresa dell’Italia renziana e liberista si faceva sempre più rampante.

L’Italia, come si vede, nel periodo della super-ripresa renziana ha visto contrarre del 5% il credito concesso a residenti. Non a caso, dopo quello che abbiamo scritto, questa contrazione è avvenuta anche in Germania. Certo, in Germania le scorte per consumare ci sono. In Italia, lo si capisce in un attimo, questa infografica è indice di un paese in regressione economica. Come ci testimonia infatti, sempre da linkerblog, il calo, nello stesso periodo, della liquidazione delle fatture da parte della banche.

Queste due infografiche ci fanno capire, meglio di tante analisi, come le politiche della Bce di Draghi a) ufficialmente servano per fornire liquidità alle banche italiane per l’economia ma, di fatto (come avvenuto in Giappone) non impediscano il fenomeno b) ovvero servire, nel migliore e niente affatto certo dei casi, a stabilizzare i propri bilanci ma non a prestare capitali a imprese, famiglie, consumatori.

E non è finita qui. E’ tutto capire il futuro del sistema italiano del credito. Specie se entrerà a regime il mercato unico dei capitali per le infrastrutture magari sottraendo terreno alle banche nazionali. Terreno, quello del finanziamento alle infrastrutture e del grande credito già incalzato dal sistema bancario ombra. Sistema che è seriamente in crescita secondo rilevazioni della stessa Bce. Mentre dall’altro lato, quello della microfisica del credito al consumatore, il ruolo delle banche europee comincia ad essere minacciato dal fenomeno del lending on line e della peer-to-peer finance (si veda qui). Per non parlare della crescita di piattaforme di prestito tramite Amazon, Square, Apple, Google. Oggi, in Italia, tutto abbastanza embrionale. Ma non c’è fenomeno della rete che poi non abbia invaso il nostro paese. E le conseguenze sull’economia, e per la politica, di tutto questo sono davvero tanto strategiche quanto da analizzare. Il credito troppo grande (lo shadow-banking) e troppo piccolo (il modello peer-to-peer finance) sta sgretolando la trasmissione di ricchezza così come è stata strutturata nell’ultimo quarto di secolo nel nostro paese. Al netto del fatto, non secondario, che la crisi delle banche europee, come abbiamo visto, manifesta le proprie caratteristiche anche in Italia.

Come si comprende, con la vicenda dell’evaporazione dei risparmi nel recente decreto salvabanche non si osserva tanto la vicenda di quattro banche e del loro provinciale management. Quanto l’effetto locale di una crisi complessiva delle banche europee che tocca la forte criticità nel supporto di produzione e consumo. Renzi, come al solito, è impagabile. Ha anche dichiarato che sta studiando una riforma del sistema bancario cooperativo “modello Crédit Agricole”.

Non è purtroppo dato sapere quale roba potente avesse fumato chi ha suggerito la battuta a Renzi che ha pure parlato del Crédit come “modello solido”. Perché il Crédit Agricole, ha fallito proprio quest’anno la riforma della propria governance, ed appena nel 2014 era considerato la banca tossica più pericolosa d’Europa e controllava un altro grande ordigno di titoli tossici: il portoghese Banco do Espirito Santo. Insomma, è in grave crisi sapendo di esserlo.

Marjiuana potente a parte, sono dichiarazioni, evidentemente, fatte per favorire qualche amico rialzista tra cui magari il babbo della ministro Boschi (senza che nessuno ravvisi il più elementare conflitto di interessi). E il tutto dopo aver fatto guadagnare qualche amico ribassista, incidentalmente iscritto al Pd, che ha guadagnato dalla crisi dei titoli Mps.

Ecco quindi l’interpretazione renziana del modello Amato: l’adeguamento alle mutazioni dei mercati finanziari passa per una restrizione del ceto (politico, bancario, di relazioni sociali), in grado di approfittare di tutto questo. Mentre un quarto di secolo fa la base sociale del passaggio della banche a Spa era ampia – si trattava del risparmio inteso come base materiale di consenso delle ristrutturazioni anni ’90 – oggi la restrizione di questa base appare palese. E persino quella del suo vertice.

Certo nella vicenda del salvataggio alle banche, truffe ed episodi di colore ci sono. Ma chiunque abbia qualsiasi velleità di governo deve mettere in primo piano una politica monetaria alternativa con l’avvertenza, naturalmente, che rischia di saltare in una notte come Varoufakis. L’Europa non tollera, come abbiamo visto, dissociazioni dal modello dominante. Per quanto disastroso sia.

Certo i movimenti della moralizzazione dovrebbero mutare, trasformandosi in politici, passando da una strutturazione liquida, legata agli umori dell’opinione pubblica, a una con un diretto legame con la struttura sociale del paese. Imparando dal passato e senza importare la maggior parte dei difetti dei vecchi partiti. Per adesso queste ultime frasi appena scritte sono qualcosa a metà tra la scatenata fantascienza e la petizione di principio. Certo qualcosa accadrà, giusto il Censis può pensare che, come fa da decenni tutte le volte che non sa cosa dire, la società italiana è addormentata. Bisogna vedere però, questo si, con quali umori si risveglia. Intanto il potere reale, non quello immaginato in articoli e testi che vivono in un mondo fatto di incerte fantasie, muta, evolve e cerca nuovi dispositivi di stabilizzazione. A spese nostre, mai dimenticarlo.

Per Senza Soste, nique la police

8 dicembre 2015


Fonte

08/07/2015

La Cina è troppo vicina


La logica matematica, o la banale aritmetica, dovrebbero spingere i cantori del turbocapitalismo a preoccuparsi più della sindrome cinese che non delle convulsioni intorno al debito della Grecia. E fuori dall'Unione Europea, in effetti, si guarda a quel che sta avvenendo in oriente come alla tempesta che può far precipitare la crisi globale – mai terminata né “risolta” nel corso degli ultimi otto anni – in un vortice inarrestabile.

A voler essere precisi, i problemi centrali al momento sono ben tre: a) la crisi greca, che minaccia la tenuta dell'euro e della stessa Unione Europea, b) il default di Portorico, che riguarda gli istituti finanziari statunitensi (e che, come sta facendo la Ue, non ha alcuna intenzione di sobbarcarsi un “piano di salvataggio”); e infine c) l'esplosione della “bolla finanziaria” cinese, di gran lunga la più rilevante sul piano globale.

Mentre le prime due potrebbero esser considerate problemi “regionali”, se solo li si volesse affrontare con logica diversa da quella del semplice “creditore”, la terza è di fatto sistemica per la dimensione ormai assunta dall'economia del Celeste Impero. Per capirci, è di certo la seconda economia del pianeta e, a seconda dei calcoli, qualcuno pensa che sia di fatto diventata la prima. Almeno sul piano della produzione di merci.

Ma il tracollo delle borse cinesi nell'ultimo mese – meno 6% oggi, dopo il -28% delle ultime due settimane – presenta le identiche caratteristiche di altre bolle finanziarie che hanno scosso il sistema capitalistico globale da vent'anni a questa parte. Valori azionari fuori da qualsiasi rapporto con la realtà (59 volte i profitti attesi delle società quotate, quando il price/earnigs ottimale dovrebbe essere a 16), rapidissima crescita (+110% dall'inizio dell'anno) permessa dall'effetto-calamita su risparmi al minuto, “irrazionale euforia” sostenuta – paradossalmente solo in apparenza – dalla fiducia assoluta nella capacità regolatoria di un... partito comunista.

Ma a quanto pare le dinamiche del capitalismo sono indifferenti persino al tentativo di governarle da parte di una grande potenza non-liberista, che ha promosso una “accumulazione originaria” all'interno di un “sistema socialista” (in forma decisamente diversa da quella sovietica degli anni '30), con uno Stato attento a programmare favorendo l'iniziativa privata, ma senza sottoporsi alla sua sola logica.

Nel frattempo la Cina è diventata la manifattura del mondo, ha sviluppato un robusto mercato interno, è diventata la prima consumatrice di materie prime – specie energetiche –, nonché la principale acquirente di titoli di stato americani (e non solo), quindi finanziatrice del debito Usa.

Chi si mette a studiare gli “schemi Ponzi” sviluppatisi nella finanza cinese non vede alcuna differenza con quelli statunitensi o inglesi o tedeschi. Gente che si indebita per comprare azioni, società che vendono prodotti finanziari derivati dal “sottostante” irrintracciabile, quindi un sistema bancario ombra che stampa circolante senza essere una banca centrale e al di fuori di qualunque mercato regolato.

Come lucidamente osservano alcuni analisti, “per fortuna” l'industria cinese è poco finanziarizzata. Significa che la liquidità necessaria proviene da profitti e normali prestiti bancari, non dal reperimento di capitali sui mercati (obbligazioni e azioni). Ma “poco” è comunque molto per un'economia già in rallentamento (parzialmente programmato), e che dunque può facilmente andare in stallo. A quel punto tutti i “creditori” internazionali e nazionali correrebbero a pretendere la restituzione dei prestiti privati (ormai arrivati al 155% del Pil), con risultati pessimi per quelle imprese e anche per molti creditori stessi (se i soldi non rientrano diventano “sofferenze”, in linguaggio tecnico).

Si chiama contagio. Di lì al panico il passo può diventare breve, come si è visto molto spesso in questi anni. E in questi giorni.

Fonte

22/05/2015

La bad bank innominata

di Carlo Musilli

Nessuno la nomina, ma tutti ne parlano. Le parole "bad bank" non compaiono in documenti ufficiali e raramente vengono pronunciate, eppure il tema è al centro di un negoziato in corso da mesi fra Roma e Bruxelles. Il Tesoro vorrebbe creare un veicolo di matrice pubblica in cui far confluire parte delle sofferenze bancarie italiane, ovvero i crediti che probabilmente non saranno mai restituiti a causa delle difficoltà in cui versano i debitori. Oggi è in questa condizione circa il 10% del totale dei prestiti: una quota altissima, che spinge le banche a limitare ulteriormente il credito.

La bad bank sarebbe quindi "cattiva" per il contenuto, ma rappresenterebbe la manna dal cielo per gli altri istituti, perché consentirebbe loro di pulire i bilanci velocemente e a costo zero, liberando risorse per l'economia reale (ma solo in teoria, perché quei soldi potrebbero tranquillamente essere usati dalle banche anche per speculare sui mercati finanziari).

Nella sua recente apparizione alla Borsa Italiana, il premier Matteo Renzi ha detto che la costituzione di questo nuovo strumento è "una priorità assoluta". Perché allora tante esitazioni? L'ostacolo principale che fin qui ha impedito la realizzazione del progetto è di natura giuridica: se messa in pratica tout court, la bad bank si configura come un aiuto di Stato ed è quindi proibita dalle norme comunitarie.

Per quanto riguarda la trattativa in corso, da Via XX Settembre arrivano segnali d'insofferenza: "Bisogna fare presto, prima finiamo e meglio è", ha detto al termine dell'Ecofin della scorsa settimana il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, che in precedenza aveva definito "negativo l’atteggiamento tecnico dei servizi della Commissione". La direzione generale sulla Concorrenza dell'Esecutivo comunitario ha bocciato anche l'ultimo progetto del Tesoro, che prevedeva una garanzia pubblica per favorire la creazione di un mercato su cui vendere i crediti in sofferenza.

D'altra parte, sembra che il dissidio da risolvere sia tutto interno a Bruxelles, combattuta fra l'esigenza tecnica di non violare le sue stesse regole e il desiderio politico di aiutare le banche. Dopo aver bollato ogni ipotesi d'intervento come aiuto di Stato illegittimo, infatti, la stessa Commissione ha chiesto a Roma di adottare misure che favoriscano "una riduzione dei prestiti deteriorati delle banche", come si legge nelle raccomandazioni all'Italia contenute nel rapporto semestrale sugli squilibri macroeconomici. Le due parole magiche non compaiono, ma è evidente che lo strumento principe per ottenere il risultato chiesto da Bruxelles è proprio la bad bank.

Sulla stessa linea anche Mario Draghi, che a fine marzo ha lanciato un messaggio chiaro al governo Renzi, pur rispettando il tabù: "Condizione indispensabile perché i capitali arrivino alle imprese - ha detto nel corso di un'audizione a Montecitorio, la prima da quando è diventato presidente della Bce - è avere un settore bancario sano. I prestiti deteriorati devono emergere rapidamente e devono essere adottate misure per risolvere il problema. La Bce guarda con molto favore alle iniziative che alleggeriscono i bilanci delle banche dalle sofferenze, liberando risorse a favore delle imprese".

Pochi giorni prima, durante un convegno all'Accademia dei Lincei, Ignazio Visco era stato ancora più esplicito. Secondo il governatore di Bankitalia, per affrontare il problema delle sofferenze bancarie è opportuno "un intervento diretto dello Stato che, nel rispetto della disciplina europea sulla concorrenza, favorisca lo sviluppo di un mercato secondario di queste attività", contribuendo "a liberare risorse di cui beneficerebbero in primo luogo le imprese".
E mercoledì scorso Via Nazionale ha affidato al Boston Consulting Group un servizio di consulenza da 379.500 euro (Iva esclusa) proprio per la creazione della bad bank. L’appalto è stato affidato senza gara, "con procedura negoziata per l’urgenza che caratterizza la definizione del progetto", spiega l’istituto centrale.

Tutto questo con un unico obiettivo finale, ovvero dare continuità al principio che regola il rapporto Stati-banche almeno dal 2008: finché gli affari vanno bene, i profitti rimangono in pancia alle aziende; non appena il vento cambia, viene coinvolto tutto il Paese. L'idea stessa di una bad bank pubblica è l'ultimo prodotto di questa filosofia che impone di privatizzare gli utili e socializzare le perdite.

Fonte

22/02/2015

L'"Europa tedesca" vista dalle banche


Tutti i giornali, noi compresi, ci siamo in queste settimane occupati quasi soltanto del contenzioso europeo intorno alla nuova Grecia di Tsipras e Varoufakis, attratti - giustamente - dall'ennesima variazione sul tema dello scontro tra Davide e Golia.

Ma c'è un'altra guerra in corso, nello stesso tempo, e vede protagoniste le banche. Che usano, non sembri blasfemo, argomenti e toni che ci si aspetterebbe da un leader syrizista, con qualche venatura più scopertamente nazionalista. Prima di pensare "ma che ce ne frega a noi delle banche" conviene ricordare che il "sistema del credito" è fondamentale nell'attuale sistema di produzione europeo (specie italiano), perché ne dipende il finanziamento degli investimenti alle imprese e dei consumi (mutui, prestiti, ecc, alle famiglie).
Una guerra quasi sotterranea, condotta al massimo su giornali ultraspecializzati (es: Milano Finanza), ma con un solo nemico: la Germania, l'austerità, il rigorismo, le regole troppo rigide.

La fortuna è che questa battaglia, essendo condotta da esperti della materia - anziché da imbroglioni messi a fare i leader politici o i presidenti del consiglio - mette in chiaro i termini del contendere, senza rifugiarsi in frasette banalotte per rimbambire un pubblico che non chiede altro.

Viene detto chiaramente che le regole attuali - quelle che hanno passato la vigilanza sugli istituti di credito alla Bce - sono talmente insensate che avvantaggiano soltanto i più forti. Ovvero le banche tedesche. E strozzano le possibilità di "crescita" molto più di qualsiasi diritto dei lavoratori. Ma guarda un po' chi l'avrebbe mai sospettato...

Il meccanismo "tecnico" - concordato mediante trattative interstatuali e mediato da trattati specifici - è molto interessante, perché apre uno squarcio su quel micromondo di ultrapotenti che decidono delle nostre vite (e anche delle banche, pare).

Da un lato sono stati fissati "requisiti di capitale" molto stringenti per le banche. Si tratta della quantità di capitale che ogni banca deve tenere a riserva per affrontare eventuali crisi innescate da mancati rientri dei prestiti concessi (eventualità molto frequente, in tempi di crisi). Sembra - ed è - una precauzione molto logica, prudenziale, per non trovarsi un'altra volta nella situazione del 2008-09, quando gli Stati hanno dovuto correre a salvare le banche incrementando in modo eccezionale quel "debito pubblico" che poi le popolazioni sono state costrette a ridurre, distruggendo sistemi di welfare costruiti in tutto il dopoguerra.

Dall'altra, però, nella definizione dei criteri-guida di questi "requisiti di capitale", si è stabilita la percentuale messa in riserva soltanto in relazione ai capitali prestati, e non a tutte le attività di una banca. Cosa c'è di diverso? Solo questo: le banche che hanno come business principale l'erogazione di credito (a imprese e famiglie, quindi all'economia reale) sono di fatto "ammanettate", perché considerate "a rischio"; quelle che invece fanno speculazione finanziaria, creano "prodotti derivati" o, come si dice in gergo, praticano "effetti leva" sconsiderati, sono giudicate perfettamente sane.

Indovinate i paesi di riferimento dei due tipi di banca e avrete esattamente l'immagine dell'Europa divisa tra Piigs e "satrapi austeri" del grande Nord.

Attenzione, però. Questo meccanismo selettivo è molto dinamico e contribuisce a riscrivere il potenziale industriale dei diversi paesi in direzione delle aziende capo-filiera, inevitabilmente e in primo luogo tedesche. Nel complesso, dunque, la "politica dell'austerità" è una politica di redistribuzione continentale: "la crisi dell'Eurozona per Berlino si è trasformata in un grande affare; gli investitori sono fuggiti dai paesi in difficoltà (che a quel punto hanno rischiato davvero di saltare, come accaduto anche all'Italia nell'estate del 2011) e si sono riversati sui titoli tedeschi. Così la Germania si è potuta finanziare per anni a tassi zero o addirittura negativi". Bel vantaggio competitivo, non vi pare? Altro che jobs act e abolizione dell'art. 18... E hai voglia a tagliare spese e diritti, con questi sistemi si scavano baratri che non si colmano a forza di salari bassi. E se le imprese fuggono a investire da un'altra parte, o chiudono semplicemente i battenti, non c'è incentivo di "regole" che possa farle tornare indietro o restare. Non si può essere "competitivi" con la Germania perché non hai quella potenza di fuoco. Punto.

Quando si rompono le dighe del rancore, però, è difficile tenere a freno l'informazione importante. La Grecia dei truffatori Karamanlis-Papandreou-Samaras avrà avuto certamente enormi responsabilità nel portare il paese sull'orlo del default, ma "la prima ristrutturazione del debito greco è stata fatta in ritardo per dare tempo alle banche tedesche di ridurre l'esposizione". Non è un segreto che questo "ritardo" ha fatto levitare enormemente il costo del "salvataggio" (se si fosse intervenuti per tempo, è stato calcolato che sarebbero bastati 50 miliardi, anziché i 240 di cui si parla tanto).

L'Unione Europea, fuori dalla retorica comunitaria, è un terreno di battaglia di tutti contro tutti, "dove inevitabilmente vince il più forte". Quando sentite qualcuno parlare di "rispetto delle regole", sta in realtà dicendo "obbedite al nuovo padrone". E persino un banchiere, a quel punto, si fa saltare la mosca al naso...

Fonte