Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/05/2022

1992: lo spartiacque storico del Paese

di Pasquale Cicalese

Occorreva accelerare la guerra al salario iniziata a metà degli anni settanta ad opera della Trilaterale, dove partecipavano Rockfeller, Agnelli e Kissinger, tra gli altri.

Occorreva tagliare il salario nominale, il salario sociale globale di classe (comprensivo, cioé, di servizi pubblici gratuiti o a “prezzo politico”), flessibilizzare la forza lavoro, togliere l’intervento pubblico nell’economia.

Era necessario sostenere il mercato che, a partire dalla fine degli anni Sessanta – vuoi per la lotta di classe, vuoi per la modifica della composizione organica del capitale (più capitale morto rispetto al capitale vivo) – aveva una forte crisi di profittabilità.

L’attacco era già cominciato con il divorzio Banca d’Italia e Tesoro, a cui si opponeva Paolo Baffi, governatore (celebrato da me nel mio libro), e per questo arrestato nel 1979, con una accusa falsa, dal giudice Alibrandi (padre di un membro dei Nar e considerato vicino ad Andreotti).

Protagonista del “divorzio” fu invece Beniamino Andreatta – con Ciampi governatore di Bankitalia – nel 1981.

Venne il golpe del 1992, prima a febbraio con la ratifica del Trattato di Maastricht e, poi, con Mani Pulite, iniziata proprio a febbraio con Mario Chiesa. Gli italiani erano inebriati dalle manette, dal cambio di regime.

Solo il sindacalismo di base si accorse nell’autunno cosa stavano preparando, promuovendo una manifestazione nazionale a Milano (dove partecipai, non ancora ventiduenne), accusando Amato di fare peggio del fascismo.

Tutti i media erano inquadrati, proprio come adesso. Si smantellarono sanità (di cui parlo nel libro), scuola, fu abolita del tutto la scala mobile, venne inaugurato il lavoro interinale e ad intermittenza.

Tutto per la “liquidità” della forza lavoro in vista di una ripresa della profittabiltà d’impresa, cosa avvenuta, a scapito dei salari, e riversata sul canale finanziario. Fu allora che si impoverì il sistema industriale, anche grazie alle privatizzazioni, allo smantellamento di siti produttivi e alle delocalizzazioni.

Una storia da riscrivere.

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27/07/2021

Trattativa Stato-Mafia. La politica si adegua (terza parte)

Nel dicembre del 1991, i capi delle principali famiglie mafiose siciliane si incontrarono in una località della provincia di Enna. Erano preoccupati. A gennaio era prevista la sentenza della Corte di Cassazione sul maxi processo che aveva visto, per la prima volta, pesanti condanne contro decine di esponenti mafiosi siciliani. Quella che si incontra nelle campagne di Enna, non è solo il gotha della mafia, ma è gente abituata a fiutare l’aria, a capire quando c’è qualcosa che non quadra. I contatti nella politica e nella magistratura questa volta non danno le garanzie del passato sull’aggiustamento del processo. Il rischio è che decine di mafiosi stavolta in carcere debbano rimanerci per molti anni.

La sentenza della Corte di Cassazione arriva il 31 gennaio 1992 e conferma le condanne contro gli imputati mafiosi del maxiprocesso. Il procedimento questa volta non è finito tra le mani del dott. Corrado Carnevale, conosciuto come “l’amazzasentenze”. Il quale, solo per parlare del 1991, a marzo, alla Corte di Cassazione aveva annullato il provvedimento di custodia cautelare relativamente all’ accusa di associazione camorristica, a carico di Francesco Schiavone, il boss della camorra conosciuto come Sandokan e il 29 ottobre aveva annullato la custodia cautelare ordinata dalla corte d’ assise per alcuni capi dei clan Moccia e Magliulo, della camorra di Afragola.

In compenso, subito dopo la sentenza del 31 gennaio, ovvero il 17 febbraio 1992 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla la custodia cautelare per Bruno e Claudio Carbonaro, pluripregiudicati, accusati di essere stati tra i killer della strage di Gela che provocò otto morti: non valgono le dichiarazioni di un pentito che li accusava di aver fatto parte del commando assassino. Il 27 febbraio 1992 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò la sentenza con cui la Corte d’assise d’appello di Torino aveva inflitto tredici ergastoli e ottanta altre condanne agli uomini di alcuni clan della mafia catanese trapiantata nel torinese. Niente associazione di stampo mafioso. Il 19 marzo 1992, la Cassazione annulla quattro ergastoli nel grande processo contro le cosche mafiose di Reggio Calabria. Il 24 giugno 1992 nel maxiprocesso-ter la Cassazione annulla quattro ergastoli confermando l’assoluzione per i mafiosi Michele Greco, Paolo Alfano, Salvatore Montalto, Salvatore Rotolo e Vincenzo Sinagra, che dovranno essere riprocessati. Il 1 settembre 1992 la Cassazione annulla l’ordinanza di rinvio a giudizio del maxiprocesso, la sentenza di condanna a 18 anni di primo grado e la condanna d’appello ad otto anni a carico del boss Alfredo Bono.

Il dott. Carnevale nel 1998 venne rinviato a giudizio per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Secondo alcuni pentiti di mafia Carnevale era il “referente” di Cosa nostra in Cassazione, dove molti processi a boss e gregari di Cosa nostra sarebbero stati “aggiustati”. In primo grado venne assolto. La successiva condanna in appello fu poi annullata in Cassazione senza rinvio. Assolto perché le deposizioni dei suoi colleghi che denunciavano le sue pressioni per aggiustare i processi riferivano fatti accaduti in Camera di Consiglio, quindi coperte da segreto, trascurando che alcuni fatti erano accaduti all’esterno del Tribunale. Grazie all’assoluzione il dott. Carnevale è rimasto in servizio fino al 2013.

Fra il 1991 e il 1992, il rapporto tra i vecchi garanti politici e i capi di Cosa Nostra era completamente saltato e doveva essere ricostituito sulla base dei nuovi equilibri – sia internazionali che interni – che si andavano ridefinendo dopo l’affondamento della precedente classe dirigente con Tangentopoli. Sono anni significativi. Cosa Nostra si contrappone frontalmente alla politica perché si ritiene “tradita” dalla conferma delle condanne al maxiprocesso nel gennaio del 1992. Ed è in questo contesto che vengono decise azioni come l’uccisione del dirigente siciliano della DC Salvo Lima, le stragi di Capaci (Falcone) e via D’Amelio (Borsellino).

La fine della DC come interlocutore e garante politico di Cosa Nostra, costringe i gruppi mafiosi a guardarsi intorno e, in qualche modo, a orientarsi nel crearsi la propria rappresentanza politica, a questo punto anche autonomamente dai vecchi partner politici. Il 4 dicembre 1992, dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino, il pentito Leonardo Messina, interrogato dalla commissione Antimafia, ebbe a dire: “Cosa Nostra sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro... In tutto questo Cosa Nostra non è sola è aiutata dalla massoneria... Ci sono forze alle quali si stanno rivolgendo”. “Quali?”, chiese il presidente della commissione Violante? La risposta di Messina fu la seguente: “Sono formazioni nuove... e non vengono dalla Sicilia”.

In quel periodo, in tutto il Meridione, fra il 1991 e il 1993, in Italia si comincia a parlare e respirare un clima secessionista. Se al Nord cresce la Lega, al Sud era stato tutto un fiorire di leghe regionalistiche: la prima fu Sicilia Libera, poi ci furono Campania Libera, Lega Lucana, Calabria Libera, Abruzzo libero, eccetera. Il denominatore comune, scaturito dalle indagini, è l’alta concentrazione in questi movimenti di esponenti mafiosi e della criminalità organizzata del Sud, di massoni e di esponenti neofascisti. Ma verso la metà del 1993, in tutto il Sud non se ne fece più niente, l’opzione secessionista si spegne. Si opta per guardare – politicamente – a “formazioni nuove e che non vengono dalla Sicilia”. Se la vecchia struttura politica, economica e istituzionale si è indebolita, qualcuno offre la possibilità di inserirvisi direttamente, di “fare sistema”.

Il 29 giugno 1993 viene costituita “Forza Italia! Associazione per il buon governo” presso lo studio del notaio Roveda a Milano. Il 10 novembre 1993 nascerà l’Associazione nazionale dei club di Forza Italia. Il 15 dicembre 1993 viene inaugurata la sede centrale di Forza Italia a Roma, in via dell’Umiltà. Il 18 gennaio 1994 nasce il movimento politico Forza Italia e a marzo – in alleanza con i leghisti al nord e con i fascisti al centro-sud – stravincerà le prime elezioni a cui si presenta. In Sicilia e nel sud poi sarà un plebiscito.

In Sicilia sono singolari le coincidenze della data con cui nasce il partito di Forza Italia e la data in cui si organizzano i primi club a Palermo e dove si tengono le prime riunioni del nascente partito. Una di queste viene tenuta, non a caso, all’Hotel San Paolo di Palermo. L’Hotel San Paolo, è stato edificato dai costruttori Ienna per conto della famiglia mafiosa dei Graviano, una di quelle che al vertice nelle campagne di Enna di fine 1991 c’era.

Il progetto di Forza Italia, infatti, è precedente alla data ufficiale di fondazione (1993). Un ex alto dirigente di Publitalia, Ezio Carlo Cartotto così racconta ai magistrati: “Nel maggio-giugno 1992 sono stato contattato da Marcello Dell’Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso “entrasse in politica” per evitare che una affermazione delle sinistre potesse portare prima ad un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi”. Siamo dunque nella primavera del 1992. Pochi mesi dopo la sentenza tombale della Corte di Cassazione contro i mafiosi, è il periodo dell’attentato mortale a Falcone, siamo in piena Tangentopoli, siamo a poche settimane dall’esplosione della prima crisi del debito pubblico italiano e degli attacchi speculativi alla Lira.

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26/07/2021

Indagine sulla trattativa Stato Mafia (seconda parte)

È il 3 novembre del 1993 quando il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro pronuncia il suo “Non ci sto!” . Scalfaro in quel discorso parla di “gioco al massacro” e denuncia come quelle accuse fossero una “rappresaglia” della classe politica travolta da Tangentopoli. È una denuncia pubblica dello scontro frontale ormai in corso nel paese tra poteri forti, quelli che andavano declinando, quelli che venivano affermandosi e all’interno di entrambi.

Alcuni mesi prima, a maggio, erano esplose le bombe a Roma e Milano. Altre ne esploderanno a luglio di nuovo a Roma e a Firenze. Le massime autorità dello Stato – Ciampi premier, Spadolini presidente del Senato, Napolitano presidente della Camera – concordano nel ritenere che le bombe (e i morti) hanno un carattere ricattatorio e che la matrice sia mafiosa.

Eppure tutti e tre, anzi quattro con Scalfaro, quantomeno “intuiscono” che non può essere solo la componente corleonese della mafia ad avere organizzato una operazione di queste dimensioni e sul piano nazionale. Nelle memorie di Ciampi e, in modo più sfumato, nella deposizione di Napolitano ai giudici di Palermo si accenna alla preoccupazione per un colpo di stato.

Ma potevano essere solo delle azioni dei clan mafiosi corleonesi a far parlare di colpo di stato? Oppure, con maggiore probabilità, dentro e non parallelamente allo Stato era iniziato un processo di profonda scomposizione e ristrutturazione del suo apparato?

Una nota del Sismi del 29 luglio ’93 (il giorno dopo le stragi di Milano e Roma), segnalava che: “Tra il 16 ed il 20 agosto ci sarà un attentato che non sarà portato a monumenti o a teatri, ma a persone. A livello grosso. Una strage. Poi si faranno ad uno grosso (inteso in senso di personalità politica). Spadolini e Napolitano, uno vale l’altro. Gli autori sono sempre i soliti: quelli là (riferito ai corleonesi?) d’accordo coi grossi (riferito ai politici) e coi massoni”.

Il 6 agosto ’93, ci fu un vertice del Cesis (il comitato di coordinamento dei servizi segreti militare e civile). Oltre ai capi dei servizi sono presenti il capo della polizia Parisi, il capo della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) Gianni De Gennaro, il vicecomandante del Ros dei carabinieri Mori e il vicecapo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) Francesco Di Maggio.

Le conclusioni sull’analisi degli attentati sono piuttosto generiche, molto generiche: si va dalla matrice mafiosa, al terrorismo serbo, o palestinese, al narcotraffico internazionale. Nebbia e depistaggio totale dunque. Formalmente nessuno evoca il pressing delle organizzazioni mafiose per la revoca del 41bis nelle carceri. Ma, segnala giustamente Marco Travaglio, perché mai alla riunione c’era anche il vicecapo del Dap Di Maggio se la questione del 41bis non era tra le piste prese in esame?

Non solo. A giugno, il superiore di Di Maggio, Capriotti aveva scritto al ministro della Giustizia Conso sollecitando un taglio delle misure di 41-bis per “dare un segnale di distensione nelle carceri”.

Quattro giorno dopo il vertice al Cesis, è il 10 agosto, Gianni De Gennaro firma un rapporto della Dia, destinato a Mancino e a Violante, che metteva nero su bianco la pista mafioso-trattativista delle bombe e invitava il governo a non cedere sul 41-bis: “È chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale... del 41-bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”.

La parola “trattativa” comincia però a comparire negli atti ufficiali. È un rapporto del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato (guidato allora da Antonio Manganelli, deceduto non molto tempo fa) e destinato alla Commissione Antimafia presieduta da Violante a scrivere: “Obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che affliggono l’organizzazione: il ‘carcerario’ e il ‘pentitismo’... Creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una ‘trattativa’, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa Nostra anche canali istituzionali”.

Il 5 novembre, due giorni dopo il “non ci sto” di Scalfaro, il ministro della Giustizia Conso (con una decisione che afferma di aver preso tutta da solo) non rinnova le misure di 41bis a 334 detenuti di mafia nelle carceri italiane.

Sul piano politico, a novembre del 1993 ci furono le prime elezioni dirette per i sindaci a Roma, Napoli e Milano. Al ballottaggio, il 3 dicembre, per la prima volta, vanno due fascisti: Fini a Roma, la Mussolini a Napoli. Berlusconi annuncia che voterebbe per i due candidati sindaci fascisti per “fermare la sinistra”. I candidati sindaci del centro-sinistra vincono i ballottaggi evocando la possibilità che il Pds possa essere il partito in grado di “capitalizzare” politicamente la crisi emersa con Tangentopoli. L’operazione Forza Italia comincia a palesarsi per bloccare tale scenario.

Se a Roma una buona parte della vecchia Dc si schiera con Fini, a Napoli, secondo il pentito di camorra Domenico Bidognetti (fratello del boss Francesco), i clan giocano trasversali. Da una parte c’erano i Casalesi che appoggiavano Alessandra Mussolini, dall’altra i Moccia, che invece erano per Antonio Bassolino, il quale uscì vincente al turno di ballottaggio.

I giochi politici e le vecchie alleanze vengono dunque completamente rimescolate. Il biennio 1992-1993, con la crisi politica conosciuta come Tangentopoli, riscrive lo scenario delle classi dominanti e ridisegna la geografia politica del paese.

I blocchi di potere consolidatisi dal dopoguerra agli anni '80 si dividono e si ricompongono sulla base della nuova situazione internazionale (fine della guerra fredda con l’URSS, varo del Trattato di Maastricht e accelerazione nel processo che porta all’Unione Europea) e in un contesto in cui in Italia esplode la prima crisi del debito pubblico (1992) che spiana la strada alle “terapie d’urto” (la stangata del governo Amato) e ai governi “tecnici” (Ciampi).

Il Pds, il principale partito sorto dallo scioglimento del Pci, dovrebbe approfittare della situazione ed invece dà la netta idea di “camminare sulle uova”, anzi di adeguarsi completamente al nuovo contesto.

C’entrano qualcosa in questo atteggiamento gli “accordi indicibili”?

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04/06/2020

Tangentopoli, ed ora il Covid-19. Le "maledizioni" di uno sviluppo distorto


Tangentopoli nel 1992 e la diffusione odierna del Covid-19 sono due eventi del tutto diversi, ma dirimenti nella storia del nostro paese, e presentano un punto in comune: si sono materialmente manifestati a Milano e nel Nord ovvero nell’area più sviluppata del paese.

Per capire se c’è un “filo rosso” che li unisce, bisogna andare più a fondo nell’analisi di un modello di sviluppo che ha caratterizzato il nostro Stato nazionale fin dalla sua costituzione. Infatti il dualismo Nord/Sud che caratterizza il paese è stato costruito dalla monarchia Sabauda ed è stato perseguito dalla grande borghesia italiana, lasciando al Sud il ruolo subalterno di serbatoio di forza lavoro e gerarchizzando le funzioni produttive delle diverse regioni italiane.

Su questo aspetto ovviamente non entriamo nel merito, in quanto la verità storica è stata detta ed analizzata, in generale e nel pensiero comunista, con il contributo decisivo di Gramsci e con il ruolo che il PCI ha avuto negli anni ‘50 nell’organizzazione delle masse contadine al Sud.

In apparente controtendenza è stato il periodo del secondo dopoguerra, dove sono stati fatti tentativi di sviluppo del meridione con l’intervento pubblico e l’industrializzazione, per altro devastando l’agricoltura che fino a quel momento aveva sostenuto le economie locali. Naturalmente gli interessi del capitale privato sono rimasti sempre al centro delle attenzioni dei governi democristiani come è accaduto, ad esempio, con la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la nascita dell’Enel, la quale in realtà ha salvato i capitali dei padroni delle imprese in crisi di quel settore (nascerà così la Montedison) e successivamente “nazionalizzato”.

Quei governi però avevano dovuto mediare anche con il conflitto politico e sociale che si andava delineando dai primi anni ’60 – già dalla caduta dell’esecutivo Tambroni sostenuto dai fascisti del MSI – quando la lotta di classe che si era sviluppata nel paese andava contenuta tenendo conto anche dello scontro internazionale tra le due superpotenze dell’epoca: Usa e URSS. Dunque un paese di frontiera come l’Italia non poteva essere lasciato alle prese con contraddizioni sociali troppo esplosive, pena l’affermazione sempre più forte dei comunisti in tutta la società.

Il tentativo di industrializzare il Sud e di caratterizzare in modo diverso l’economia nazionale entra in crisi negli anni ’70 e in una nuova fase strettamente legata alle dinamiche internazionali. Infatti la crisi economica di quel decennio è una crisi da sovrapproduzione di merci, dove le fabbriche hanno una capacità produttiva che va ben oltre le possibilità di assorbimento del mercato, all’epoca limitato solo all’occidente capitalistico.

Di conseguenza i profitti, accumulati nella precedente fase di boom economico, non possono essere reinvestiti nell’economia reale ma nella speculazione finanziaria: è da lì che si sviluppano i processi di finanziarizzazione che partono dagli USA e si estendono nel corso degli anni ’80 al resto dell’occidente.

Si è entrati così nella “classica” fase in cui ci si aspetta che dal denaro nasca denaro e la speculazione diviene l’asse portante dell’economia internazionale e nazionale. Sono infatti gli anni del rampantismo craxiano, del governo del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani), dei capital gain in Borsa, della Milano “da bere” come diceva la pubblicità di un famoso amaro. Sono gli anni della commistione economia/finanza/politica. la quale aveva ancora una funzione centrale nello Stato nazionale, per quanto questo fosse subalterno agli USA e dentro una dimensione continentale rappresentata dalla CEE – non ancora Unione Europea – e precedente alla nascita dell’Euro.

Il contesto in cui matura la vicenda di Tangentopoli e che spazzerà via una intera classe politica, è caratterizzato anche nella nuova fase “finanziaria” dalla centralità del Nord, addirittura della sola Milano con l’accentuato ruolo della Borsa, dal foraggiamento diretto e reciproco della grande industria e delle banche alla politica. Craxi stesso in un momento conflittuale con la famiglia Agnelli denunciò come la FIAT avesse ricevuto dallo Stato 50.000 miliardi di lire. Un attacco così esplicito veniva da un governo “decisionista” come quello craxiano, intenzionato ad utilizzare tutti gli strumenti per affermare le proprie scelte, anche in scontro frontale con l’accentuato riformismo del PCI di quel periodo.

Questo andamento si protrae fino agli inizi degli anni ’90, quando, dopo la caduta del muro di Berlino e la nascita dell’Europa di Maastricht ‘92, esplode l’inchiesta su Tangentopoli che apre un conflitto tra magistratura e politica. Uno scontro inedito per il paese, in quanto queste istituzioni avevano sempre marciato all’unisono fino a quel periodo, e mai il potere giudiziario aveva contrastato apertamente il mondo politico. Quando si palesavano problemi interveniva la Procura di Roma avocando a sé le inchieste più scomode e depotenziandole, guadagnandosi così la definizione di “porto delle nebbie”.

È utile riportare un passaggio dell’articolo su Tangentopoli pubblicato nel numero zero di Contropiano del 2 Aprile 1993:

“Ma il mantenimento di questo patto consociativo alimentava i costi del debito pubblico e costringeva il blocco di potere DC/PSI ad allargare i cordoni della borsa per finanziare la rendita parassitaria, garantire l’evasione fiscale ad un crescente ceto rampante nel terziario, alimentare la loro alleanza storica con i padroni attraverso i finanziamenti pubblici alle imprese e il gonfiamento dei prezzi degli appalti in Italia e all’estero negando però ogni integrazione tra industria e finanza (da sempre obiettivo degli industriali) per mantenere le mani dell’apparato politico sul controllo delle banche e del credito.

La brusca gerarchizzazione imposta dalle dinamiche internazionali dell’economia e del comando ha fatto saltare questo patto consociativo sul piano economico e politico.

L’iniziativa dei magistrati milanesi è partita così parallelamente alla campagna per le riforme istituzionali e la privatizzazione dell’economia. Lo scenario sembrava abbastanza definito: il settore più integrato e internazionalizzato del capitalismo apriva in grande stile la resa dei conti con il settore clientelare, parassitario più integrato con il vecchio apparato politico”.

Dunque Tangentopoli è il “picco” di una crisi del modello di sviluppo storico del nostro paese, nella accezione finanziaria affermatasi dopo gli anni ’70, nato dalla presa d’atto da parte del grande capitale che, con la fine dell’URSS, si stava aprendo una nuova ed ampia possibilità di crescita dei mercati mondiali, per cui era giunto il momento di liberarsi degli “orpelli” politici nazionali che avevano fino ad allora garantito comunque la tenuta del profitto e la difesa dal conflitto politico e sociale rimasto vivo in Italia fino agli anni ’80, nonostante le sconfitte subite per l’accentuarsi dei processi di ristrutturazione ad ampio raggio a partire dalla seconda metà degli anni '70.

Sfuggiva però a “lor signori” un particolare, cioè che per tenere il livello di feroce competizione globale che si andava determinando, con la mondializzazione del capitalismo, avrebbero dovuto anche adeguare il loro “retroterra” strategico nazionale. Da tale punto di vista il modello duale su cui avevano costruito e lucrato fino ad allora non aveva più la dimensione necessaria per tenere nel tempo, sul piano internazionale ma nemmeno nell’ambito dell’Unione Europea che si andava configurando in quel periodo con il Trattato di Maastricht.

Anche lo Stato, perciò, si sarebbe dovuto riqualificare per affrontare la profonda trasformazione che si profilava negli anni ’90, assumendo una visione “lungimirante”, rafforzando la scuola e la ricerca, tenendo sul welfare, raggiungendo un minimo di equità fiscale per il lavoro dipendente e tentando di contenere la corruzione che dopo Tangentopoli la faceva da padrona anche con le “nuove” forze politiche.

Ma poiché la borghesia italiana è stata sempre parvenu e stracciona, non ha mai avuto un disegno lungimirante ma ha lavorato solo per i profitti immediati trasferendo interi impianti produttivi e le sedi legali in funzione del non pagamento delle tasse, come ha fatto, anche recentemente, la FCA ex FIAT, salvo poi tornare a “battere cassa” come in queste settimane di emergenza Covid.

La borghesia italiana ha speculato in modo indecente sulle privatizzazioni e la spesa pubblica, dove il modello degli imprenditori “democratici” alla Benetton ha fatto scuola, ha investito i profitti nella speculazione internazionale e non ha capito che per lo sviluppo delle dinamiche generali, prima o poi, si sarebbe giunti alla resa dei conti.

Tale evidente miopia strategica si è riflettuta ed ha trovato sponda nel degrado del ceto politico della Seconda Repubblica, in cui sia il PDS/DS/PD sia il centro destra, all’epoca ancora berlusconiano, hanno dimostrato la propria inconsistenza e subalternità ai centri finanziari nazionali ed europei.

Eppure proprio in Europa erano presenti modalità diverse per attrezzarsi alla nuova condizione. La Germania, ha sempre rafforzato il rapporto e l’interazione tra Stato e produzione. La Francia non ha mai abdicato al ruolo strategico dello Stato nazionale nei settori centrali dell’economia seppure dentro la cornice dell’UE.

Come pure un campanello di allarme era già suonato nella crisi del 2007/2008, avvisando che la finanziarizzazione avviata negli anni ’80 era giunta al capolinea. Un segnale forte suonato per i detentori di capitali, a cominciare dalle banche, che si ritrovavano a chiedere soldi allo Stato per evitare la bancarotta.

Parimenti questo campanello è suonato per il ceto politico nazionale, ormai totalmente inadeguato a leggere i processi reali che si andavano manifestando, ma si era palesato anche per i nostrani intellettuali organici al potere, molti dei quali ancora oggi continuano a blaterare nei talk show televisivi, siano essi di destra o di sinistra, senza crederci veramente e non convincendo più nessuno.

Il Covid-19 precipita esattamente in questa condizione dove il sistema industriale e finanziario riconvertito in funzione della competizione globale e di quella dentro la UE, si trova concentrato sostanzialmente al Nord, non avendo utilizzato risorse e potenzialità materiali ed umane presenti nella dimensione nazionale e avendo puntato ad aumentare la precarietà, lo sfruttamento, le devastazioni ambientali e le diseguaglianze solo per incentivare i profitti “qui ed ora”, a spese della forza lavoro e degli abitanti dei territori.

In questi decenni abbiamo assistito ad una sorta di “vendetta di classe” dove le imprese hanno spinto sui rapporti di lavoro e sulla privatizzazione dello stato sociale per distruggere le conquiste ottenute nel ‘900 dai lavoratori, ed in particolare nella sanità divenuta una greppia degli interessi privati. Da Formigoni fino alla odierna gestione della Lega in Lombardia, non si era vista una tale “frenesia alimentare” dai tempi di Craxi.

Mantenendo il vecchio assetto produttivo e concentrando nel “ridotto” territoriale del Nord la gran parte della produzione, del valore aggiunto, dell’export, delle infrastrutture, degli investimenti, della logistica, dei servizi alla finanza e alle imprese, ed “immergendo” il tutto nell’inquinamento e degrado ambientale che ha investito tutta la cosiddetta “Padania”, si è creato quel brodo di coltura necessario alla devastante diffusione del coronavirus.

Insomma il modello duale tenuto in vita dai nostri capitalisti non si presenta più come possibilità di crescita, magari con l’emigrazione dalle aree arretrate, ma come un danno generale fatto all’insieme della società.

Questo secondo picco di crisi del nostro sviluppo distorto si manifesta in un momento in cui i margini di ripresa generali sono limitati e comunque tutti da conquistare in una brutale competizione a livello globale, che vede i nostri capitalisti in condizione di netto svantaggio.

Tale assenza di strategia determinata dal peso della piccola e media impresa, avendo costruito ben poche grandi imprese in grado di competere, ha prodotto un boomerang vero e proprio, in quanto se è vero che il capitalismo italiano ha partecipato alla crescita economica dopo il 1991, è anche vero che, con l’integrazione nei confini economici della UE, la distinzione tra Nord e Sud è diventata molto relativa, perché quello che era una volta il Nord in Italia oggi rischia di diventare il Sud di qualcun altro. Il diffuso shopping di imprese italiane da parte delle multinazionali straniere sta li a dimostrarlo.

È qui, dunque, che ritroviamo l’elemento comune tra Tangentopoli ed il Covid-19, ovvero uno sviluppo sociale basato storicamente sulle ineguaglianze dove quella tra Nord e Sud diventa la principale e la più stridente.

La possibilità di funzionalizzare tutto il paese alle esigenze di una industria centralizzata al Nord, ci dicevano essere un punto di forza per “l’azienda Italia” con un polo pluriregionale (che qualcuno ha definito “la Baviera del Sud”) ed ora invece diviene un elemento di debolezza strategica dell’intero paese.

Di questo sembra rendersene ben conto la Confindustria che ha nominato un falco come Bonomi suo presidente, perché evidentemente i padroni ritengono necessaria una politica più aggressiva nelle relazioni interne alla UE ma soprattutto nei confronti dei lavoratori e di ciò che residua del vecchio compromesso Capitale/Lavoro. Si capisce e si teme, infatti, che si possa riaprire una pericolosa fase conflittuale che potrebbe impedire il recupero economico necessario alle imprese per non soccombere nel confronto con i capitali europei.

La crisi sanitaria non è nient’altro che il prodotto di una competizione che negli ultimi decenni ha falcidiato milioni di posti di lavoro, distrutto welfare e diritti sociali, ha automatizzato la produzione nei centri imperialisti e nelle periferie produttive e soprattutto ha velocizzato la circolazione delle merci e delle informazioni incrementando infrastrutture e mezzi di comunicazione.

Il capitalismo sta saturando i margini di crescita del mercato mondiale e riducendo la forza lavoro, manuale e mentale, nella produzione di valore, riverbera i propri limiti nell’incremento delle tensioni internazionali sul piano economico, finanziario, monetario, politico ed infine anche militare.

In questa dimensione appare chiaro che la nostra borghesia stracciona, ormai “incardinata” nell’Europa Carolingia, ha pochi margini di autodeterminazione e questo, molto brutalmente, significa che i lavoratori e le classi sociali subalterne pagheranno i costi di uno sviluppo miope e piegato a fini privati.

Questa volta tutto ciò non riguarderà solo il Meridione o le aree arretrate del paese ma anche il Nord, come ha documentato una interessantissima inchiesta fatta da Potere al Popolo proprio nelle regioni settentrionali, e da dove emerge già un livello di diseguaglianza prima non rilevato ma che dentro la crisi sanitaria e sociale aumenterà inevitabilmente.

“Nulla sarà come prima” non è uno slogan ma è la realtà che si sta snocciolando sotto i nostri occhi nell’ambito dell’economia e della struttura ed anche in quello della politica e delle istituzioni.

Nello scenario nazionale già si vede come le forze emerse dalla crisi del 2011, il M5S e la Lega salviniana, stanno perdendo colpi o perché al governo col PD a difesa della UE oppure perché incapaci, come Salvini, di rappresentare una prospettiva politica credibile.

Lo snodo che abbiamo di fronte pone seri problemi strategici. Uno di questi è certamente quello della Rappresentanza Politica che si ripropone ora con la evidente crisi di quella che si è affermata nelle elezioni del 2018. I comunisti ed il movimento di classe si devono far carico di questa necessità cercando di capire ed operare su come ricostruire una rappresentanza organizzata dei settori sociali subalterni oggi penalizzati da un capitalismo sempre più regressivo. Sappiamo anche che questo è facile a dirsi ma complicato a farsi, ma quando si aprono delle opportunità per animare una controtendenza occorre fare tutto il possibile – e il necessario – per coglierle.

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13/01/2020

Hammamet. Un film dove la dimensione politica del craxismo rimane convitato di pietra

Dalla visione del film di Amelio sorge un interrogativo cui possono seguire come risposta almeno tre altri quesiti, per un racconto che, come scrive Mereghetti, “rimane un po’ sospeso”.

La domanda è questa: perché in un film tutto incentrato su di una sofferenza a prima vista assolutamente fisica, ma derivante da una vicenda completamente politica, la politica stessa rimane sullo sfondo quasi come un convitato di pietra di cui si intravedono soltanto i lati oscuri?

I tre quesiti di risposta possono essere così riassunti:

1) Forse perché si vuol intendere la sofferenza come ricerca della redenzione?

2) Oppure si vuol intendere la sofferenza come metafora della decadenza cui sarebbe andata incontro l’Italia nel momento del crollo del sistema dei partiti?

3) Ancora: come l’occasione di offrire una tribuna senza contraddittorio per costruire, ancora una volta, l’ipotesi del “tutti colpevoli, nessun colpevole”?

Il dato politico più rilevante che sortisce dalla visione del film riguarda il ruolo di completa supplenza esercitato dai settori della magistratura impegnati dentro quel drammatico frangente.

In questo senso le vicende legate al dissolvimento della Repubblica dei Partiti a cavallo degli anni ’90 è stata così riportata in primo piano dal film, opera di un regista intimista come Gianni Amelio.

Un film preso a semplice pretesto dalla solita abile strumentalizzazione ad opera di Bruno Vespa per una sua rutilante trasmissione, nel corso della quale Martelli e Cicchitto (a parte la posizione di Stefania Craxi) hanno riportato in campo la vittimista teoria del complotto, con rari accenni al quadro politico di allora.

Un quadro politico quello dei primi anni ’90 che è bene ricordare fu segnato dalla caduta del Muro e dal trattato di Maastricht, elementi decisivi assieme a Tangentopoli nel processo di trasformazione del sistema politico italiano.

In quella fase tutti i partiti storici non trovarono forza e ragioni per evitare la dissoluzione e sparirono, compreso il PCI che anzi anticipò quella storia di dissolvimento nel nulla: è bene ricordare questo punto.

Dal confronto avvenuto a “Porta a Porta” di cui è stato protagonista anche un Piero Fassino totalmente sulla difensiva (all’inizio ha definito le sentenze della magistratura “valutazioni”) è emerso, almeno a mio giudizio, come per un’intera generazione (quella che ormai è al tramonto nella vita politica italiana e dalla quale una parte è stata spazzata via proprio da quelle vicende) ci sia ancora molto da scavare e le analisi fin qui sviluppate risultino incomplete attorno a nodi decisivi sia al riguardo del quadro internazionale, dell’Europa, del ruolo – oggi – dello “Stato Nazione”, della stessa dinamica democratica.

Siamo rimasti in superficie e di fatti ci troviamo ancora in una transizione che appare eterna, mentre sono fallite tutte le ipotesi sullo “sblocco del sistema politico”, il bipolarismo “temperato”, l’alternanza.

Di tutta una lunga stagione è rimasto soltanto il vuoto del trasformismo.

Si può celebrare la sofferenza per arrivare al trasformismo ?

Riaprire un varco di discussione a sinistra è obbligatorio e indispensabile: a patto però di non cercare verità di comodo.

Per ricostruire serve proporre un ragionamento complessivo partendo da una completa assunzione di responsabilità e guardando concretamente agli esiti di questi trent’anni.

Esiti assolutamente disastrosi: una società sfrangiata, individualista e neo – corporativa; evidenti segni di arretramento storico sul piano della dinamica sociale e culturale; un’idea della politica di ritorno a logiche di notabilato; la quasi estinzione della dimensione pubblica delle nostre idee di uguaglianza e di rapporto tra esse e l’intreccio tra giustizia sociale e libertà.

In sostanza è avvenuto il passaggio dell’agire politico da fatto culturale a questione di sola immagine e nessuno sta cercando seriamente di contrastarne gli effetti.

Ritornare alla teoria del complotto per giustificare Hammamet non serve: tentare di farlo anche utilizzando proprio la categoria della sofferenza vissuta farebbe parte – appunto – del ritorno all’indietro.

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11/09/2019

I consensi della Lega nel Meridione? Una lunga bruttissima storia/1

In molti continuano a interrogarsi sulla resistibile ascesa della Lega di Salvini nel Meridione. Dopo anni e anni di insulti contro i meridionali come è stato possibile che tanti “terroni” avessero la memoria così corta e una dignità così bassa?

In realtà le connessioni tra il milieu fascioleghista e ambienti politici inquietanti nel Meridione, hanno una loro storia. È sempre sbagliato ritenere che le cose nascano all’improvviso. Non sorprenda, ad esempio, se in questa storia figurino anche personaggi come il fascista Stefano Delle Chiaie scomparso ieri.

Fra il 1991 e il 1992, il rapporto tra i vecchi garanti politici della Democrazia Cristiana e i capi di Cosa Nostra era completamente saltato e doveva essere ricostituito sulla base dei nuovi equilibri – sia internazionali che interni – che si andavano ridefinendo dopo l’affondamento della precedente classe dirigente con Tangentopoli.

Sono anni significativi. Cosa Nostra si contrappone frontalmente alla politica perché si ritiene “tradita” dalla conferma delle condanne al maxi processo nel gennaio del 1992. Ed è in questo contesto che vengono decise azioni come l’uccisione del dirigente siciliano della DC Salvo Lima, le stragi di Capaci (Falcone) e via D’Amelio (Borsellino).

La fine della DC come interlocutore e garante politico di Cosa Nostra, costringe i gruppi mafiosi a guardarsi intorno e, in qualche modo, a orientarsi nel crearsi la propria rappresentanza politica, a questo punto anche autonomamente dai vecchi partner politici.

Il 4 dicembre 1992, dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino, il pentito Leonardo Messina, interrogato dalla commissione Antimafia, ebbe a dire: “Cosa Nostra sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro... In tutto questo Cosa Nostra non è sola è aiutata dalla massoneria... Ci sono forze alle quali si stanno rivolgendo”. “Quali?”, chiese il presidente della commissione Violante? La risposta di Messina fu la seguente: “Sono formazioni nuove... e non vengono dalla Sicilia”.

In quel periodo, in tutto il Meridione, fra il 1991 e il 1993, in Italia si comincia a parlare e respirare un clima secessionista. Se al Nord cresce la Lega, al Sud era stato tutto un fiorire di leghe regionalistiche: la prima fu Sicilia Libera (ispirata dal boss Bagarella), poi ci furono Campania Libera, Lega Lucana, Calabria Libera, Abruzzo libero, etc.

Il denominatore comune, scaturito dalle indagini, è l’alta concentrazione in questi movimenti di esponenti mafiosi e della criminalità organizzata del Sud, di massoni e di esponenti neofascisti. Ma verso la metà del 1993, in tutto il Sud non se ne fece più niente, l’opzione secessionista ad un certo punto si spegne. Si opta per guardare – politicamente – a “formazioni nuove e che non vengono dalla Sicilia”.

A cercare di coalizzare in un unico cartello elettorale le tante leghe che si creano in quegli anni nel Sud Italia – con l’obiettivo di presentarle alle elezioni dell’aprile 1992 – è il principe Domenico Napoleone Orsini, una gioventù passata nella destra neofascista e poi sodale di Bossi e della Lega Nord negli anni Novanta come membro della Lega Italia Federale.

Il principe Orsini si impegna nella Lega Italia Federale, come articolazione romana della Lega Nord. Ma, forte dei contatti di cui dispone, lavora per un progetto più ampio: riunire tutti i movimenti “separatisti”, tutte le leghe nate in quei mesi nel Sud del Paese. Il principe allora si candiderà a volto e voce del cartello della “Lega Meridionale”. Nel 2013 si candiderà anche a sindaco di Roma con una sua lista civica.

Dietro Orsini c è l’avvocato Stefano Menicacci, molte volte candidato per la Liga Veneta e avvocato difensore in alcuni processi del caporione fascista Stefano Delle Chiaie, deceduto ieri. Quest’ultimo nell’ottobre 1991 a Pomezia (vicino Roma) lancia il partito Lega nazional popolare, nato da contatti con la Liga Veneta gestiti dal suo avvocato e socio in affari Stefano Menicacci.

Secondo una nota della Direzione investigativa antimafia (Dia), l’avvocato Menicacci “è l’elemento di collegamento principale” fra la Liga Veneta e le iniziative leghiste centro-meridionali sviluppatesi negli anni ’90. Nello stesso periodo in cui sorsero i movimenti meridionalisti fondati dall’avv Menicacci e da personaggi a lui legati, cominciarono a sorgere nelle varie regioni centrali e meridionali d’Italia una serie di movimenti, tutti apertamente collegati alla Lega Nord. Un altra informativa della Dia del 1998, sottolinea la partecipazione di Bossi, nei primissimi anni Novanta, ad alcune manifestazioni politiche organizzate dalle leghe costituite da Menicacci.

Sono loro i principali ispiratori del progetto leghista al Sud, insieme a Domenico Romeo, ed Egidio Lanari, avvocato del boss Michele Greco detto “il Papa".

Tra i punti del programma politico c’è il referendum abrogativo della legge Rognoni-La Torre che istituisce il reato di “associazione di tipo mafioso” (416bis), proposta inserita anche nei progetti delle leghe fondate da Delle Chiaie.

Del progetto Lega Nord, speculare alle leghe meridionali e nato come “effetto collaterale” di Tangentopoli, fanno parte anche Enzo De Chiara un lobbista e faccendiere vicino alla destra radicale statunitense, segnalato spesso come “emissario della Cia” in Italia. Enzo De Chiara, originario di Aversa, era un uomo chiave delle relazioni atlantiche. De Chiara è un amico della famiglia Bush, è stato consigliere del Partito Repubblicano e della Nato. Con lui c’è sempre Gianmario Ferramonti, che si considera uno dei fondatori di Forza Italia oltre che amico di Trump.

Ma nel 1992 si registra il flop delle leghe meridionali alle elezioni e l’articolazione meridionale del secessionismo va a bagno. Inutile dire che il ritorno alla carica con il progetto di autonomia differenziata portato avanti dalla Lega (e dal Pd emiliano, ndr) e gli improvvisi consensi di Salvini nel sud e soprattutto in Calabria gettano una luce su una “zona grigia” che merita di essere indagata a fondo.

Nell’annus orribilis (il 1992) le Leghe meridionali raggiungeranno appena lo 0,07% dei voti e non ottengono seggi. L’”altra” Lega, quella Nord, entra invece in Parlamento con l’8,65% dei voti. Per due anni sarà al governo in alleanza con Forza Italia che comincerà a capitalizzare consensi soprattutto al Nord, in Sicilia e in ampie zone del Meridione.

Oggi il medesimo processo lo sta facendo la Lega di Salvini, a spese di Forza Italia e spesso nelle stesse zone e con le stesse facce: brutta, bruttissima gente.

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13/10/2018

Genova e la storia di una privatizzazione

Storia dell’ingegner Morandi, della Gronda, di una città spaccata e di una privatizzazione. Perché per la manutenzione ordinaria del ponte Polcevera sono stati spesi 24 milioni di euro dal 1982 ai nostri giorni: il 98% prima del 1999, quando le autostrade erano pubbliche.

Antefatto. Il ponte di Ariccia, crollato nel 1967; tre passi nel delirio

Il nuovissimo cavalcavia sul Polcevera fu inaugurato a Genova il 31 luglio 1967. Da Saragat. Sei mesi prima, in gennaio, era crollato il famoso ponte di Ariccia, cittadina presso Roma, sull’Appia. L’aveva costruito – o finito – papa Mastai, a metà del diciannovesimo secolo, imitando i più arditi acquedotti romani a tre piani; Dopo quasi cent’anni l’avevano distrutto una prima volta gli aerei angloamericani, (1 febbraio 1944). Fu subito ricostruito, ma un po’ “alla romanella”, come si dice nella capitale. Ci furono tre morti ad Ariccia, nel crollo del 1967 che avvenne di notte. La circolazione tra Roma e il Sud fu sconvolta. Se ricordiamo l’episodio non è per ricavarne amare riflessioni sulle antiche malefatte dei pontefici e dei pontieri; non erano errori degli architetti papalini – ma una causa diversa, una questione di controllo successivo e di manutenzione, come si dice tra gli addetti ai lavori. Dal canto suo lavoce.info elenca (in un articolo di Angela Bergantino e Andrea Boitani) sei recenti crolli di ponti, tutti Anas, tra 2013 e 2016.

Ricordare il ponte di Ariccia è l’occasione per citare un editoriale di Vittorio Gorresio apparso sulla Stampa il 20 gennaio 1967 col titolo: “Nessuno in Italia controlla i ponti” completato dall’occhiello “La legge li ignora”. Gorresio faceva notare, con ammirevole buonsenso, lo scaricabarile tra le varie amministrazioni, statali e locali, tutte maldisposte all’opera e alla spesa di manutenzione e riparazione. Toby Dammit, protagonista del racconto Non scommettere la testa di Edgar Allan Poe, è il protagonista dell’episodio diretto da Fellini nel film collettivo Tre passi nel delirio. (gli altri autori sono Malle e Vadim). Toby Dammit, interpretato da Terence Stamp, scommette con il diavolo, secondo il racconto di Poe: nel film la scommessa consiste nel saltare al di là del Ponte rotto con la sua Ferrari: la lancia a tutta velocità, ma perde e ci lascia la testa che ha scommesso, tagliata da un cavo d’acciaio. Morale: anche i proprietari dei ponti scommettono la testa con il loro diavolo, il profitto: “niente manutenzione; non avverrà niente. Scommettiamo”?

La Gronda democratica

Il lungo ponte fatto da Riccardo Morandi per connettere le due autostrade esistenti a Genova, per Milano e verso la Costa Azzurra, collega anche la città borghese con il Ponente operaio, sorvolando case di abitazione, fabbriche, strade, binari ferroviari e il letto del Polcevera. Il nuovo percorso è però subito utilizzato anche dal crescente traffico pesante da e per il porto e si trasforma ben presto in un imbuto che non libera Genova ma la mette in altre difficoltà. Passano anni, s’intrecciano dibattiti sul che fare e all’inizio del nuovo secolo una decisione è ormai presa dall’insieme delle autorità pubbliche, stato, regione, comune di Genova. E’ opportuno costruire una seconda via. Di fatto Genova mancava e manca di una strada-percorso che consenta di separare il traffico locale da quello di attraversamento della città, in modo analogo a quanto avviene per altre grandi metropoli. Le alture sovrastanti Genova rendono tale strada al tempo stesso difficile e in pratica indispensabile. Si sale e si scende dalle colline, oppure ci si mette in fila sul Morandi (si comincia a chiamarlo così).

Ecco che tra comune, regione e governo con tanto di passaggio al CIPE, si decide, con una discussione che ha inizio nel decennio ottanta, e si completa trent’anni dopo, di dare il via alla Gronda, nome del percorso alternativo. Passano dunque anni e decenni. La mossa risolutiva del CIPE è di rompere gli indugi e affidare il compito alla società che gestisce le autostrade ed è ormai privata, mantenendo il vecchio nome. Autostrade per l’Italia, Aspi, si fa convincere dalla giunta Vincenzi, al governo della città. L’accordo prevede un percorso, a pagamento, di un’ottantina di chilometri tre quarti dei quali in galleria. Il compito di trovare una soluzione che concili i diversi interessi, ricade in particolare sull’assessore alla cultura Andrea Ranieri. Il progetto è di aprire (o consentire) una discussione cittadina per scegliere un percorso, eventualmente diverso, alternativo a quello deciso dai dirigenti dell’Aspi (Autostrade per L’Italia). L’Aspi accetta di aprire la discussione, insolita in Italia, dove nella sola Toscana, ricorda Ranieri, è prevista la discussione pubblica preventiva.

A Genova la discussione è solo parziale, perché una scelta zero – nessuna Gronda – non è più possibile, dopo che il CIPE ha già deciso, con l’affidamento ad Aspi. Si tratta di scegliere o addirittura cambiare il percorso genovese, individuando quello meno impattante. Per risolvere il compito, in inabituali modi democratici, Ranieri si rivolge a un esperto politologo, Luigi Bobbio che raccoglie un gruppo di persone competenti e ben accette che guidino il pubblico dibattito. La discussione ha luogo a Genova nel corso del 2010 e si svolge nei quartieri del Ponente, dove gli abitanti che cercano di evitare il disagio della Gronda, si riuniscono e suggeriscono alternative. La scelta varia tra tre vie che solcano in vario modo i quartieri. La discussione è accesa; Ranieri nei suoi articoli, pubblicati da Huffigton Post e da Inchiesta, osserva che i funzionari di Aspi che credono di cavarsela con un po’ di chiacchiere si trovano a mal partito: alcuni tra gli abitanti ne sanno più di loro e li costringono a studiare ancora. Quando vince il nuovo sindaco, Marco Doria, la Gronda non fa più parte del suo programma e viene accantonata, con poco o nullo dispiacere da parte di Autostrade.

L’opzione zero che molti genovesi preferivano negli anni novanta e poi al tempo della grande discussione, contrasta con l’eccesso di traffico evidente negli ultimi anni, tutto convogliato sul Ponte. Questo non significa che se non ci fosse stata discussione o si fossero evitate le lungaggini, il Ponte non sarebbe caduto e le vite si sarebbero salvate. La Gronda comunque non sarebbe stata in funzione, nel 2018. Diverso l’esito con le necessarie manutenzioni, per tenere il Ponte nelle migliori condizioni possibili e comunque sotto controllo accurato.

Morandi spiega le manutenzioni che non si fanno perché costano troppo

Parla l’autore. Da un po’ di tempo, da quando è iniziata la discussione sull’opera, molto prima del crollo, il viadotto sul Polcevera ha cambiato nome; per brevità o per spregio lo si chiama Pontemorandi. Riccardo Morandi, l’autore, era considerato allora un ingegnere di prima categoria, un formidabile innovatore, ma anche, da un’altra parte della professione, un visionario pericoloso. A pensarla così forse era la sezione più conservatrice, esclusa dalle grandi opere dell’Iri che guidava lo sviluppo autostradale senza alternative: senza troppi concorsi né gare. Morandi era comunque un personaggio notevole, una delle poche persone del secolo da ricordare. La damnatio memoriae che gli è stata buttata addosso è ingiusta. Egli era un professionista qualche passo avanti agli altri; ma non si accontentava di questo come tanti archistar del giorno d’oggi. Dieci anni dopo la costruzione del viadotto sul Polcevera, Morandi, in un’intervista rintracciata nelle teche Rai da Canale Cronaca Nera mostrava il suo grande buonsenso e il suo interesse per la città e per gli abitanti. “L’atmosfera salina della città e il forte vento di scirocco carico di umidità e di salsedine proveniente dal mare che è distante meno di un chilometro in linea d’aria, devono essere considerati fattori di rischio. L’aria di mare rischia di attaccare la struttura portante in acciaio con maggiore aggressività: occorrerà dunque una manutenzione scrupolosa e attentissima”.

Poi rivolgeva l’attenzione all’Italsider, la siderurgia di Genova che incombeva sul Ponente: “Gli scarichi delle acciaierie andranno studiati e monitorati per verificare se e come interagiranno con la struttura del ponte e i suoi componenti. Anche questo diventa un fattore significativo”. Infine parlava della sua opera, del desiderio che esistesse nel tempo e dei pericoli della corrosione: “Qualsiasi ingegnere o architetto sogna che le sue opere gli sopravvivano se non che siano addirittura eterne. Ma dobbiamo tutti essere ben consapevoli che il nostro lavoro è al servizio dell’urbanistica e dei cittadini; lavorare per finire sui libri o schiavi dei record non è serio. Il mio ponte è un’ottima costruzione che con la giusta manutenzione si rivelerà utile e duratura ma la corrosione è di fatto un pericolo per qualsiasi opera costruita con qualunque materiale”. Ma la giusta manutenzione è mancata. Il ponte sottoposto a un eccesso di traffico: l’unico ponte in città.

Le autostrade passano di mano e diventano private

Gli anni novanta iniziano sostanzialmente con Tangentopoli – o meglio con il suo antefatto, l’esaurimento del patto chimico tra stato e mercato, sotto forma di Eni e Montedison, con l’imprevista vittoria del primo e il passaggio all’Eni dell’Enimont, la società comune, in cambio di 2.800 miliardi di lire. La Procura di Milano capì che era venuto il suo momento e aprì il processo al mondo: quello alto, quello di mezzo e quello basso: partiti, grandi imprese, persone. Di conserva anche il capitalismo scelse la sua rotta: per salvare il salvabile bisognava rovesciare i rapporti di forza nel sistema di potere. La nuova linea era di ricompattare il sistema privato, facendo restituire al mercato tutti i poteri capitalistici perduti. Lo Stato si sarebbe adattato; lo slittamento era simile a quanto avveniva in vari paesi d’Europa. I soliti partiti chiusero bottega: la loro forza era solo apparente.

Lo Stato cominciò a vendere pezzi d’industria e di servizi e a eliminare interi sistemi di partecipazioni statali; senza considerare le banche, la svendita principale fu quella delle autostrade e più tardi dei telefoni. Il venditore – lo stato – si dette da fare per trovare un acquirente, ma pochi erano disposti e la borsa – quanto dire il mercato – era molto sospettosa. Dell’estero neanche parlarne, anche se si fecero svariati tentativi, come quello, rimasto famoso, del Britannia, il panfilo reale inglese affittato per metter a proprio agio il gran mondo e vantare agli ospiti, finanzieri e banchieri internazionali, le italiche e disponibili bellezze. Le decisioni in un primo tempo le prendeva per tutti Bankitalia e in particolare il governatore Carlo Azeglio Ciampi che avrebbe in seguito guidato tale politica direttamente come primo ministro, come ministro del tesoro e responsabile dell’economia e infine presidente della repubblica. Decisivo l’apporto di Mario Draghi allora direttore generale del tesoro.

Le autostrade furono vendute dall’Iri che aveva dato inizio alla loro costruzione alla fine del decennio cinquanta. Partendo da Milano, l’Autostrada del sole doveva arrivare a Roma e poi a Napoli. Era più di una via di comunicazione; era la modernità del paese che prendeva vita. L’Iri aveva affidato un compito tanto arduo a Fedele Cova che per i punti critici si era rivolto a un gruppo di professionisti tra i quali spiccava Morandi. Era materia viva, Autostrade; una volta realizzata, era la colonna vertebrale del Paese, ma se l’ordine era di vendere, allora si sarebbe fatto. Non contava il prezzo che in effetti fu scarso; bisognava fare presto. Si trattava di mostrare al mondo la maturità capitalistica dell’Italia.

Quando la svendita ha inizio, alla fine degli anni novanta, in pratica c’è un solo compratore, la famiglia Benetton che nel caso assume il nome di Schemaventotto. Passa di mano il 30% del capitale di Autostrade per 2,5 miliardi di euro. Metà prezzo è pagato dai Benetton con soldi propri e l’altra metà, 1,2 miliardi, con soldi delle banche, in buona parte uscite anch’esse dall’Iri. La seconda fase qualche anno più tardi, è affidata a una Newco28 filiazione di Schemaventotto che compera il 54% del capitale per 6,5 mld. e fa cassa vendendo subito il 12%. Alla fine del decennio ’90 i presidenti del consiglio sono Prodi prima e poi D’Alema, mentre ministro economico è sempre Ciampi e Draghi lo spalleggia come direttore generale del ministero. Il governatore di Bankitalia è diventato Antonio Fazio. La decisione di vendere – giusta o sbagliata che fosse – nasceva dal concerto di costoro.

Dopo essersi assicurati il controllo di Autostrade si sviluppa per i Benetton una fase finanziaria decisiva che ha il suo punto di forza nei caselli e nei pedaggi. Il controllo è esercitato da una catena di società: In teta Edizione, braccio operativo, probabilmente finanziaria di famiglia è padrona di Sintonia che detiene le azioni di controllo della società operativa, Atlantia. Quest’ultima è proprietà di Sintonia ma solo per il 30%, mentre altri grandi soci, rappresentati nel consiglio di amministrazione di Atlantia sono il Fondo sovrano di Singapore, nome d’arte Gic Pit con l’8%, il Fondo della Cassa di risparmio di Torino con il 5% e la Holding HBC cui fanno capo una decina di altri fondi e altre banche con un altro 5% complessivo. L’altra metà del capitale è distribuita nella finanza mondiale e Atlantia spiega volentieri che si tratta di capitali inglesi, europei, americani, mondiali.

Vendendo le azioni di Atlantia, Sintonia fa cassa e si consente di investire negli aeroporti di Roma e di Nizza, in altre autostrade in Italia e in vari paesi d’Europa nonché fuori continente, poi in catene di ristoranti per viaggiatori, ecc., ecc., per finire con il sistema autostradale rivale e parallelo spagnolo, Abertis. La finanza internazionale così collegata serve per ottenere il capitale per la diversificazione, ma anche per rendere più forte e pressoché inaccessibile il potere di Atlantia e delle sovrastanti società dei Benetton. Per rendere ancora più sicura Autostrade per l’Italia Aspi, la base di tutta la piramide finanziaria, i padroni hanno scelto di venderne una parte 7% ad Allianz, ultrapotente assicuratrice tedesca e 5% a Silk Road, gruppo finanziario cinese dal nome evocativo.

Riassunta così la forza sorprendente della catena di controllo su Aspi occorre aggiungere un particolare: tutti coloro che hanno speso molto e si sono in qualche forma associati ai padroni di Aspi, aspettano fiduciosi di ricavarne profitti. Aspi è stata indicata come la gallina che produce oro, non a furia di uova miracolose ma a manciate di umili monetine, eurini, quelli dei pedaggi, raccolti nei caselli. C’è l’inchiesta del 2004 di Report condotta da Milena Gabbanelli. Risultava un divario eccessivo tra proventi dai pedaggi e spese per gestire le tratte autostradali. La domanda rimasta senza risposta era perché lo Stato che ha fatto un così cattivo affare in partenza e poi dovrebbe parametrare i pedaggi al traffico, non limita gli aumenti dei pedaggi visto che il traffico è aumentato in modo imprevisto? Non impone almeno, da concedente delle autostrade, una manutenzione paragonabile a quella delle autostrade esistenti altrove in Europa? Ma forse lo Stato temeva e teme la possibile disaffezione dei soci stranieri di Aspi e di Atlantia. Quieta non movere et mota quietare.

Dati inverosimili

Scarsa voglia di fare manutenzione ordinaria. I dati ufficiali di Aspi-Atlantia sembrano inverosimili. Per la manutenzione ordinaria del Ponte Polcevera sono stati spesi 24 milioni di euro dal 1982 ai nostri giorni; per la precisione 24.610.500. Il 98% della cifra è stato utilizzato prima del 1999 quando le autostrade erano pubbliche. Abbiamo a che fare con due periodi di durata simile, come dire due metà tempi. Nel primo tempo la spesa è del 98%, nel secondo tempo del 2%. Il secondo tempo è quello amministrato da Atlantia. Per dirla in altri termini: nel primo periodo la spesa di manutenzione è stata di 1,3 milioni di euro all’anno, in tutto 24 milioni circa. Negli anni seguenti la spesa è precipitata a 23 mila euro l’anno per un totale, nei 19 anni tra 1999 e 2018, di 470 mila euro. Riccardo Morandi si sarebbe rammaricato di una manutenzione così, tutt’altro che “scrupolosa e attentissima”. D’altro canto, come turbare un flusso tanto imponente di auto, camion, rimorchi, Tir? Come imporre rallentamenti e ritardi a Genova e a tutta la struttura economica del Nord Italia, al turismo ligure, alle famiglie? L’unica cosa da fare era scommettere, ogni giorno, la propria testa; scommettere con il diavolo che non sarebbe capitato niente.

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30/04/2017

Primarie Pd, qualche precisazione...

Nel gran giorno della “kermesse” propagandistica del PD è il caso di precisare alcuni punti di terminologia politica cercando di svelare l’inganno nel quale risulteranno avviluppati elettrici ed elettori che coltivassero la ventura di recarsi ai cosiddetti “gazebo”.

Prima di tutto non si tratta di elezioni primarie perché l’esito di esse non sarà utilizzato (come invece accade negli USA) in successive elezioni “secondarie”.

Si tratta soltanto di una scelta interna a un partito che preferisce questa via, assolutamente non congrua rispetto al tipo di sistema politico impostato in Italia dal dettato costituzionale, per scegliere i propri organismi più o meno dirigenti.

E’ del tutto arbitrario sostenere, come ha fatto Renzi nei giorni scorsi, che oggi si sceglie “il premier”.

Oggi chi intende occuparsi delle cose del PD sceglie alcune figure (il segretario, i membri di una pletorica assemblea nazionale) del “partito” per il “partito”.

L’inganno, piuttosto grossolano, nasce da un’altra forma di mistificazione ben più grave: quella relativa all’introduzione, in Italia, della cosiddetta “democrazia governante” proveniente dal modello USA adattato malamente.

Quello della “democrazia governante” è stato un veleno inoculato da Arturo Parisi, Romano Prodi, Mario Segni, Marco Pannella (tutti feroci nemici della sinistra) con la clamorosa accondiscendenza del PDS che pensava soltanto al governo quale espressione – finalmente – dell’accesso ai salotti (neppure alla stanza dei bottoni di Nenni, che si era già dimostrata non esistere. I bottoni in realtà li avevano tutti in tasca Andreotti e la P2, ma proprio e soltanto i salotti nel più classica accezione dei “parvenu”) e soci nel momento in cui, stipulato il trattato di Maastricht e caduto il muro di Berlino, si pensava che il pensiero unico “liberista” avrebbe rappresentato una sorta di “Reich millenario”.

Un colossale pasticcio dal quale nacque un’incredibile alternanza tra l’estrema destra populista rappresentata dal berlusconismo e un coacervo che copriva tutto l’arco dell’ideologia politica partendo dal trotzkismo fino agli epigoni di Gladio e della CIA.

In quel frangente fu così’ raccontata la favola di un’inesistente “seconda repubblica”.

Naturalmente questa storia della “seconda repubblica” e delle “primarie” ha potuto essere raccontata grazie ad un complesso di incredibili complicità che hanno coinvolto l’intero sistema mediatico, facendo leva sullo sconcerto causato su gran parte del corpo elettorale dalla vicenda di Tangentopoli: sacrosanta nel suo svolgimento ma manipolata nella sua narrazione allo scopo di distruggere tutti i livelli di intermediazione politico – sociale e, in particolare, i partiti al fine di sviluppare quel meccanismo rivelatosi egemone e definito “antipolitica”.

Un’assunzione di “antipolitica” dalla quale è nato un soggetto come il M5S, figlio diretto di questo incredibile stato di cose protrattosi per un ventennio: adesso chi lo ha creato chiede di combatterlo con accenti da “patria in pericolo” e da “linea del Piave”.

Non è mai esistita alcuna “seconda repubblica” perché non è mai stata modificata la Costituzione nei punti riguardanti la forma dello stato, la forma di governo e il parlamento: chi ci ha provato, D’Alema, Berlusconi, Renzi, si è scottato trovando un’ostilità generale, ed è grazie a quest’ostilità che manteniamo ancora un barlume di assetto democratico.

E’ stata mutata soltanto la legge elettorale, più volte e in due casi questo cambiamento è stato anche sonoramente sconfessato dalla Corte Costituzionale.

Ed è questo il punto conclusivo sul quale riflettere.

Oggi non si elegge niente e nessuno, si scelgono soltanto gli organismi dirigenti di una sedicente partito e questo fatto riguarda esclusivamente chi ha interesse in quella direzione.

In realtà il vero conflitto che attraversa questo sistema politico è quello riguardante l’idiosincrasia di tutti gli attori di questa commedia verso la suddivisione dei poteri: quasi realizzato l’assorbimento del potere legislativo in quello esecutivo grazie allo svuotamento del ruolo del Parlamento e la costruzione di maggioranze “drogate” composte da parlamentari “nominati” lo scontro, vero ed eterno (i duellanti) è quello con la magistratura, come dimostrano anche i fatti della più stretta attualità (e la stessa storia di questi vent’anni).

Uno scontro, anch’esso, dai contorni tutt’altro che limpidi.

In conclusione vale la pena, per capire meglio dove ci troviamo e dove stiamo andando, rileggere un vecchio documento: quello di “Rinascita Nazionale” stilato della P2 nel lontano 1975.

Fonte

27/12/2016

De Luca, Sala, Muraro, Marra, Lotti, Del Sette, Renzi, Raggi: mani pulite in arrivo?

14 dicembre: il governatore della Campania, Vincenzo De Luca indagato per istigazione al voto di scambio;

16 dicembre: il sindaco di Milano Beppe  Sala riceve la notizia di essere indagato per il maggiore appalto di Expo;

16 dicembre: l’assessore all’ambiente di Roma, Paola Sala ammette di essere indagata per reati ambientali (sin da luglio) e si dimette;

17 dicembre: il discusso capo del personale del comune di Roma, Raffaele Marra è arrestato per corruzione, insieme al costruttore Sergio Scarpellini;

20 dicembre: i Pm di Napoli che indagano su presunti casi di corruzione presso il Consip (centrale per gli acquisti della pubblica amministrazione italiana) trasmettono alla procura di Roma atti per i quali il comandante generale dell’arma dei carabinieri avrebbe avvisato gli indagati delle indagini sul loro conto;

21 dicembre: il ministro Luca Lotti, particolarmente vicino all’ex Presidente del consiglio Matteo Renzi, è coinvolto nel caso Consip e indagato;

22 dicembre: Scarpellini rende dichiarazioni ai magistrati che indagano per quattro ore ed è subito ammesso agli arresti domiciliari.

In meno di una settimana piovono avvisi di garanzia, arresti, interrogatori fiume... sembrano tornato i tempi di Mani Pulite.

Tutta roba poco recente: ovviamente è presto per dirlo e forse questo improvviso attivismo delle Procure subirà presto una gelata, ma notiamo una cosa bizzarra: si tratta quasi sempre di casi “stagionati” (l’indagine sulla Muraro risalirebbe a luglio e i fatti risalirebbero indietro nel tempo; l’acquisto della casa di Marra risalirebbe a diversi anni fa, e l’uomo era già nell’occhio del ciclone ai tempi della giunta Alemanno; anche il caso Consip avrebbe origini non proprio recenti, tanto che c’era una indagine sulla quale Del Sette avrebbe operato la fuga di notizie).

Dunque casi che avrebbero potuto emergere prima, ma forse i magistrati non hanno voluto essere accusati di turbare il referendum, fatto sta che è come se il 4 dicembre sia scattato il via libera e piovono sberle.

Come sempre in questi casi, si sono scatenate indiscrezioni, voci e semplici pettegolezzi: alcuni giornali fanno capire che dopo Lotti seguirebbe il padre di Renzi, poi Renzi stesso. Altri osservano la coincidenza che il caso Consip fa seguito all’emanazione della strana norma per la quale i sottoposti agenti di polizia giudiziaria sono tenuti a riferire ai loro superiori sulle indagini loro affidate, altri ancora si chiedono cosa avrà detto Scarpellini in quattro ore, tanto da ottenere subito gli arresti domiciliari. Altri ancora parlano (non si sa con quale fondamento) di telefonate intercettate fra Raggi, Marra e Frongia e si chiedono cosa dirà Marra quando sarà sentito.

Tutte voci, noi siamo garantisti e aspettiamo che emergano elementi certi, intanto però non possiamo non notare questa nuova somiglianza con il 1992-93: allora fu una ondata di inchieste giudiziarie che precedette un referendum chiave, ora sembra il contrario: un referendum che apre la strada ad una valanga giudiziaria.

Certo è presto per parlare con sicurezza, ma con Lotti sembra che il siluro sia arrivato in sala macchine e la corazzata Renzi traballa. Non si può fare a meno di ripensare a quelle parole subito dopo il referendum: “rientro senza lavoro, senza stipendio, senza immunità”. Chissà perché ha voluto ricordare “senza immunità”.

Ma se la corazzata Renzi sta male, non è che la giunta Raggi stia bene, anche per la questione della nomina del fratello di Marra. A volte l’atteggiamento del M5s verso la giunta romana mi ricorda gli “europeisti” che si ostinano a tenere in piedi la Ue e l’Euro: accanimento terapeutico su cadavere.

Cari amici attenti: se è vero che siamo ad un nuovo 1992-93 sta per venire giù tutto, attenti a non restare sotto le macerie.

18/12/2016

Tangentopoli infinita su Roma e Milano. Ma il caso Marra è più grave

Se la vicenda Sala è ordinaria e prevedibile, quella di Marra indica una pericolosa debolezza strutturale dentro il M5S

Guardare la politica da vicino fa bene, la fa uscire da quella dimensione letteraria, ed identitaria, che la rende spesso inutile come strumento di un qualsiasi cambiamento. Guardare la politica da lontano fa altrettanto bene, aiuta a capire quello che gli sguardi concentrati su un raggio di trenta centimetri e trenta minuti, la misura massima dello spazio e del tempo nella politica di oggi, non riescono a razionalizzare. Guardando la politica da lontano, osservando i fatti di Milano (autosospensione sindaco Sala) e di Roma (arresto uomo di fiducia del sindaco Raggi) vediamo una certa regolarità di movimento nella Tangentopoli infinita che agita il paese da un quarto di secolo.
 
Prima di tutto il ruolo della magistratura: qualcosa che sta tra lo strumento di lotta tra fazioni, il regolatore sistemico e la corporazione in grado di esaltarsi nel proprio ruolo.

Poi quella che viene chiamata convenzionalmente la politica: inevitabilmente in grado di riprodurre solo i nessi interni di potere, incapace di farsi blocco sociale, debole nei processi di legittimazione. E’ una politica strutturata solo secondo la logica, sterile e compulsiva, dell'economia della predazione che si differenzia solo per contesti locali ed età della formazione dei cartelli elettorali. Così quando arrivano le ondate di inchieste – che tanto più si mostrano come azioni che tendono ad abbassare i costi della politica e a mettere i piedi nel sistema degli appalti, tanto più si legittimano – tutto ciò che è politica istituzionale cade o vacilla pericolosamente. Senza un blocco sociale e delegittimata, la cordata politica di turno fa presto a naufragare.

In questo caso, nella reciproca delegittimazione che i sindaci di Milano e Roma ricevono dagli atti della magistratura, sembrerebbe che, dal punto di vista dello spettacolo, si fosse davanti a un pari. Un problema per uno, tra Pd e 5 stelle, e tutti a casa.

Ma partita doppia della morale, quella che assegna i punteggi di rispettabilità alle parti, tra PD e movimento 5 stelle, stavolta pero’ non è pari. Non certo perché i riflettori accesi sul mondo di Sala non rivelino niente di grave. Expo appartiene all’economia della predazione di piccoli e grandi appalti, di piccole e grandi reti finanziarie e bancarie attorno a questo mondo, come poche altre cose costruite in Italia negli ultimi anni. E Sala dava la netta impressione di essere intrappolato entro le logiche, ferree e complesse assieme, di questa economia già dai tempi della nomina a commissario di Expo. Poi, sulle ricadute giuridiche della questione non siamo certo noi a giudicare. Il punto è che il nesso appalti, economia della predazione, intervento della magistratura è strutturale. Quando proliferano gli appalti si attiva un'economia della predazione, legata a questi appalti e alle banche, e poi arriva il regolatore, sia sistemico che dei conti: la magistratura.

Il renzismo ha provato a farsi un’immagine neutralizzando quest’ultima, la candidatura di Sala e la nomina dell’angelo degli appalti Cantone sono sinergiche, ma evidentemente non ci è riuscito. Sala, il candidato di Renzi, usando un linguaggio da Gazzetta, non ha neanche mangiato il panettone e si è autosospeso causa indagini.

La maggiore gravità dei fatti romani rispetto a quelli milanesi non si misura però nel peso economico delle aree oggetto di intervento della magistratura. La vicenda Marra è più grave perché il movimento 5 stelle ha chiesto consenso in nome del ripristino della morale pubblica e non sta affatto riuscendo a ripristinarla. I Sala, in quest’ottica, sono nel conto, i Marra non devono esserlo. L’arresto del braccio destro della sindaco Raggi – braccio destro che si è rivelato un tratto di continuità tra Alemanno, Polverini e Marino lungo quindi tutta Mafia Capitale – rivela una debolezza strutturale del movimento 5 stelle. Quella di non saper costruire una organizzazione solida, con i dovuti anticorpi, con un programma strategico, e strutturato, di uscita dei territori da una economia della predazione. Del resto, ancora oggi, ci sono i Fico che teorizzano che il M5S non deve essere strutturato. Tenetevi allora i Marra viene da dire, con la debolezza organizzativa dovute alle cerchie di amicizie e alla improvvisazione strutturale, le lotte intestine, le scomuniche reciproche, le dimissioni di assessori neanche fossero allenatori di Zamparini, la rabbia dei militanti.

Se il M5S romano appare infiltrato, e l’arresto di Marra va nella direzione della conferma di questa impressione, il fatto una cosa la dice. Ovvero che un movimento che si è solo caratterizzato, come forma organizzativa, per le espulsioni, per il primato di una azienda 2.0 come infrastruttura interna (la Casaleggio) deve fare i conti con una formula politica e di governo che è nettamente insufficiente a governare metropoli complesse. Tantomento confidando in leggi elettorali, come il doppio turno, che gonfiano i voti ma da sole non possono gonfiare la capacità di governo. Capacità che, come si è visto, non passa tanto dalla nomina di specialisti con curriculum degno di Jp Morgan, e da un po’ di movimento di post e commenti su Facebook, ma da una solida struttura dal basso, da saperi collettivi, da un intreccio tecnologico e sociale dove la base conta non solo quando vota in rete.

Tutti sappiamo che il governo di Roma è di una complessità pari a quella di un ibrido tra Calcutta e Manhattan. Gli Alemanno, e i Rutelli e i Veltroni prima, l’hanno affondata. Non aver saputo dare un’alternativa, fino ad adesso, credibile, dopo averla a lungo invocata è un fatto grave. Il resto, Sala, è normale amministrazione, economia della predazione in automatico. Ed è da questa che ci dobbiamo liberare.

Redazione, 16 dicembre 2016

09/12/2015

Magari fosse truffa. Qualche punto fermo sulla crisi del sistema bancario italiano

“ ... come se le proprietà i gradi, gli uffici non venissero guadagnati con la corruzione e l'onore immacolato fosse acquistato davvero col merito di chi lo indossa”. Shakespeare, Il mercante di Venezia.

Non ci vuole molto a capire che questo paese è stato rovinato da Tangentopoli. Ma in un preciso senso: l’impatto mediatico delle inchieste della magistratura milanese dell’epoca ha fatto credere che i problemi italiani fossero risolvibili insistendo sulla sfera morale. Da allora si sono susseguiti, e continuano a farlo, movimenti di moralizzazione della vita pubblica anche molto diversi tra loro. Legati più o meno dallo stesso mito: l’idea che la moralizzazione fattasi regime, e processi con tanto di condanna, avrebbe riportato il paese in equilibrio. E si parla di movimenti spesso legati tra loro, ovviamente, dalla stessa modalità di fallimento non di rado risoltasi in parodia (la Lega di Bossi tra gioielli e titoli della Tanzania; il Prc di Bertinotti, genere moralizzazione di sinistra, col leader imprigionato nei pigiama party dell’alta società; l’Idv di Di Pietro affondata in pochi giorni dopo l’inchiesta di una trasmissione televisiva). Per entrare nelle criticità reali della società italiana molto più di Marco Travaglio, la politica di questo paese avrebbe dovuto affrontare Marc Abèles. Autore che ci spiega le complesse modalità a rete della dissipazione delle risorse comuni come avvengono dagli stati africani alla governance europea (mentre i movimenti di moralizzazione sono fermi all’idea generica della “casta”, a quella che non spiega niente delle “mafie” o, peggio, alla categoria banale dei “corrotti con i complici”). Già perché il sovrapporsi di crisi sistemiche della società italiana, che ne vive diverse dalla caduta del muro di Berlino, genera complesse e aggressive reti di appropriazione di beni pubblici assai voraci, che si giocano la propria sopravvivenza, e capaci di infiltrarsi ampiamente nei movimenti legati ai processi di moralizzazione. I quali oscillano, confusamente, tra il mito dell’arresto salvifico, quello delle buone pratiche da giardino e il timore che la corruzione sia inarrestabile.

Eppure già nel 1992, con lo smantellamento del sistema di protezione del salario e della banda di oscillazione della lira, era evidente che l’assetto sistemico del paese, ormai lanciato nel mare della globalizzazione dopo la fine della guerra fredda, aveva tutte le caratteristiche per non tenere. Da allora i processi di deterioramento delle istituzioni a supporto, e a disciplinamento, della società (sfera giuridica, sanitaria, educativa, di protezione sociale, decentramento etc.) sono stati maggiormente rilevanti di quelli di modernizzazione. Anche, anzi, a maggior ragione (si guardi la stagnazione complessiva del Pil dal 2002 a oggi), nel momento in cui l’altro grande mito, quello della modernizzazione irreversibile per via europea, trova coronamento simbolico nell’entrata in vigore della moneta unica.

Da queste criticità sistemiche non poteva rimanere immune il sistema bancario. Anzi, le mutazioni dell’ultimo quarto di secolo in Italia sono ben anticipate dalla riforma Amato del 1990. La quale, recependo benissimo la incipiente finanziarizzazione dell’economia globale incubatasi negli anni ’80 (in Europa con le direttive Ue del 1986 e del 1988 sulla liberalizzazione dei capitali fortemente nazionalizzati fino agli anni ‘70) scioglieva di fatto le banche come istituto di diritto pubblico, facendole diventare società per azioni. All’alba degli anni ’90, e al declino della prima repubblica, il potere reale italiano, non quello legato ai movimenti di opinione ma alla proprietà e alla circolazione di ricchezza, si dava quindi una struttura che ritroveremo più volte nel corso dei lustri successivi. Quella dove si intrecciano il potere della moneta, dove le banche (a volte con profitto altre affannosamente) come Spa si legano alle mutazioni del capitale nazionale e globale, e quella del potere di relazione, contenuto nelle fondazioni bancarie a controllo delle banche stesse, dove si relazionano ceto politico, manager ed ogni genere di potere in grado di mettersi a rete. Si capisce così che il potere reale italiano quando ha mollato, dagli inizi degli anni ’90, la rappresentanza sociale diretta (partiti, sindacali, società civile) lo ha fatto a ragion veduta. Consapevole di essersi comunque legato al più forte potere di governo – antico ma dai nuovi connotati – quello della moneta e dei suoi derivati. E per governare una società, di fatto, postindustriale basta stare al centro delle dinamiche di potere della moneta e della comunicazione. E il resto, avanzi pure, può dire e fare cosa preferisce. Fino a quando non viene una Le Pen che della comunicazione sa cosa fare ma questa, come sappiamo, è un’altra vicenda.

In questo quarto di secolo sono avvenute moltissime cose – non esiste più la banca centrale nazionale, ci sono stati numerosi accorpamenti bancari, ci sono investitori stranieri, si fanno molti meno soldi coi correntisti che in passato, i prodotti finanziari tossici si sono moltiplicati in modo incredibile, le evoluzioni tecnologiche, delle globalizzazione e dei processi di governance hanno inciso profondamente sul banking, il declino del pil ha ridotto i margini di manovra di tutti gli attori in scena, le banche centrali, oltre a stampare i soldi come mai nella storia umana, più che istituti di regolazione sono giocatori nei mercati ad alto rischio – ma lo schema di comportamento del potere reale italiano è sempre quello codificato dalla legge Amato del ’90. Vale a dire inseguire le ondate di liberalizzazione dei capitali da una parte tentando di adeguarsi a questa tendenza, dall’altra cercando di mantenere, o di adattarvi, tutto il potere di relazione della società italiana che conta o che presume di contare (giusto per sprovincializzare il problema: lo schema non è solo italiano. Lo possiamo trovare, grosso modo, anche nel mondo finanziario di un grande paese in stagnazione: il Giappone. Molto interessante in materia è il testo di Hirokazu Miyazaki, Arbitraging Japan. Dreams of Capitalism at the End of Finance). Certo, Giuliano Amato ha ampiamente riscosso i dividendi dovuti al copyright di questo schema: un paio di volte presidente del consiglio, poi ministro adesso, dopo aver mancato la presidenza della repubblica, membro della corte costituzionale. Tra l’altro Amato è anche autore della legge liberticida, votata e applaudita nel 2007 da tutte le sinistre arrapate di legittimazione securitaria, che ha svuotato gli stadi italiani. Amato, all’incrocio dei processi di governo della moneta della comunicazione, lo stadio fa parte di questi ultimi, come dire: la biografia di questo signore è una nota vivente per chi è interessato, oltre che a leggerla, a come funziona veramente il potere.

Andiamo quindi a leggere il “salvataggio” delle banche in crisi, di medie dimensioni, da parte del governo Renzi avendo in testa sia il sovrapporsi di crisi sistemiche nel paese che lo schema di adattamento, da parte del potere reale italiano, alle evoluzioni della finanza globale.

Qui bisogna stare attenti al fatto che lo schema della moralizzazione della politica non è in grado di spiegarci cosa sta accadendo alle banche italiane. La moralizzazione riduce il funzionamento dei dispositivi bancari a schemi antropomorfici: le banche “ingorde”, “corrotte” e “ladre” avrebbero provocato il danno magari riparabile con una corretta legislazione e con il richiamo all’efficienza di mercato. La vicenda Monte dei Paschi – nella quale comunque ingordigia, corruzione e ladrocinio non sono certo mancati – ci aiuta invece a capire come è saltato un modello di business bancario e quali effetti abbia avuto. Perché, come è accaduto per la storica banca senese, gli istituti di credito non riescono più a ricevere profitti dal territorio e, allo stesso tempo, non hanno margini per finanziare le imprese e le istituzioni. La doppia crisi, dell’economia territoriale e della scappatoia della bolla immobiliare, ha reso impossibile al Monte d'avere livelli di profitto e quindi di redistribuzione (qui semplifichiamo) come nel passato. Allo stesso tempo, una delle fonti storiche di approvvigionamento di profitti, i tassi di Bot e Btp è andata calando con il declino dei tassi di interesse. Non restava, come ha fatto MPS, che l’avventura con i titoli tossici. Avventura, come sappiamo, andata male. Se guardiamo al modello MPS si capisce cosa sia entrato in crisi nei modelli di business delle banche locali “salvate” dal sofferto (nella gestazione e nelle conseguenze) decreto del governo: la crisi dei profitti prodotti sui territori, assieme al lento sgonfiamento dei valori immobiliari, e quindi dei relativi servizi finanziari; la difficoltà ad approvvigionarsi sul mercato, un tempo dai profitti sicuri, delle obbligazioni di stato (siamo passati da oltre il 4% di interessi all’inizio della crisi Lehman a quasi zero); il rischio di dover correre qualche avventura di troppo nel mare tempestoso dei titoli tossici. Infatti, le quattro banche recentemente “salvate” mostravano tutte questi sintomi di malattia già riscontrati nella vicenda Monte dei Paschi.

E qui, secondo la visione dell’Europa tipica di tante subculture italiane della moralizzazione, si potrebbe anche pensare che si tratti di un problema tipicamente nazionale. Magari sintomo dell’arretratezza dell’Italia profonda nei confronti di una Europa tecnologica ed avanzata. Sono suggestioni che possono andare bene a chi ha votato Renzi, a chi crede che la Camusso sia una sindacalista e non un sauro, a chi pensa che Pisapia sia stato un sindaco e non un crocevia di interessi bancari (vedi il ritiro della causa civile del comune di Milano al processo sui titoli tossici Deutsche Bank) e immobiliari (vedi l’appiattimento al modello Renzi di governance prefettizia dell’accumulazione immobiliare inaugurato con Expo). Ma vediamo cosa accade nel mondo reale.

Se andiamo infatti a vedere la crisi delle Sparkassen, ma ancora di più quella delle Landesbanken tedesche (che hanno goduto di una legislazione più ambigua e a partire dal 2008 si sono scottate di brutto con la grande crisi dei subprime, si veda questo storico articolo di un esperto di politica monetaria della Hochschule di Brema) scopriamo infatti che, da tempo, anche il modello di business della banche locali tedesche è in crisi. Non solo, come si capisce dalla data della crisi delle Landesbanken, i tedeschi hanno provato da molti anni a risolvere la crisi del loro modello di business locale investendo in titoli tossici della finanza globale. Come dire, MPS, che si strozzò da solo con i titoli tossici della giapponese Nomura, non è stato un caso dovuto a corruzione e avidità tutte italiane. Ma la norma delle difficoltà del modello di business bancario d'oggi, che ci fa capire la crisi di un capitalismo che ha grosse difficoltà sia a fare soldi a mezzo produzione di merci, sia a fare soldi facendo girare moneta tra le banche e, persino, stampandola tramite le banche centrali. Poi il fatto che gli attuali tassi negativi dei bund tedeschi penalizzino le banche in Germania, come ha sottolineato più volte la stessa Handelsblatt, rendono questa crisi non ancora risolta (mettendo a rischio i potenti fondi pensione teutonici). Nonostante sia stata fatta molta strada, in termini di governance europea del fenomeno, dal 2008, non è affatto raro trovare analisti che sostengono che tutte le misure prese dall’eurozona da allora, in termini di politica del rigore, altro non sono che un gigantesco salvataggio del sistema bancario tedesco. Recentemente su Bloombergview un analista ha retrodato alla crisi del 1998, ancor più sconosciuta al grande pubblico, questo genere di tentativo di salvataggio del sistema tedesco. Il punto è che, così facendo, si perdono di vista sia le grosse crisi che attraversano il sistema bancario francese che il legame, di questo sistema, con il mondo bancario tedesco (tanto che il presidente della Bundesbank a suo tempo si è specializzato in rapporti economico-bancari tra Francia e Germania).

La crisi del banking italiano è quindi il riflesso, tutto legato ai territori, di una serie di fortissime criticità del mondo bancario continentale, del suo rapporto con la crisi della produzione di valore tramite produzione di merci e con quello della produzione di valore tramite creazione di denaro. Viene davvero da dire: magari la vicenda del fallimento di quattro banche italiane fosse una truffa. Non esisterebbero delle criticità, nei sistemi bancari europei, i cui riflessi reali sono tali da assestare colpi molto duri all’economia e allo stato sociale del continente.

Andando nello specifico del decreto di “salvataggio” delle quattro banche in crisi (tra cui la Banca dell’Etruria, il cui vicepresidente è il padre della ministro Boschi, il cui istituto era già stato beneficato da interventi legislativi la scorsa primavera) cominciamo dal fatto che ha suscitato maggior rumore: tanta gente è rimasta senza risparmi investiti in azioni e obbligazioni delle banche “salvate”. Ma perché non si è fatto ricorso al Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi (FITD)?

I motivi sono tanti tra cui uno molto importante. Il Fondo servirà, secondo le direttive della Banca centrale europea, alle prossime crisi italiane, quelle a partire dal primo gennaio 2016. E si tratterà di una modalità di “salvataggio” delle banche che rovescia l’approccio tenuto durante la grande crisi del 2008. Si passerà, a partire da gennaio, dal bail-out al bail-in. In poche parole ad un pieno rovesciamento di filosofia, causa anche l’impossibilità, da parte dell’eurozona e della Bce, dell’intervento pubblico europeo nei confronti delle banche. Infatti, fino sostanzialmente alla crisi cipriota del 2012, le banche che entravano in crisi, nelle varie emergenze da titoli tossici, venivano salvate con il bail-out. Ovvero lo stato nazionale, con l’aiuto della Bce, copriva il debito della banca entrata in crisi e il cittadino pagava sotto forma di politiche di austerità visto che questi soldi, messi dallo stato per salvare la banca, erano sottratti direttamente alla spesa pubblica. Con il corso degli anni, vista l’enormità della crisi delle banche europee, nell’eurozona si è fatta strada la consapevolezza che i bail-out non sono finanziabili come nel passato. Allora si è passati, anzi si passerà ufficialmente dal primo gennaio, al bail-in. Ovvero, per farla breve, una forma di “salvataggio”, in cui l’intervento pubblico è ridotto, e non può essere configurato come “aiuto di stato”, e nel quale diverse categorie di risparmiatori e di correntisti pagano direttamente. E cosa accade? Ovviamente che interi nuclei familiari, piccole imprese, dipendenti di queste imprese rischiano la sopravvivenza ad ogni serio bail-in. Così mentre con il bail-out si alimentava il lepenismo, poi tradotto in varie forme nelle tante culture nazionali, grazie alla contrazione dello stato sociale, con il bail-out lo si alimenta attaccando direttamente il risparmio. Sagace, come diceva Claudio Bisio in una nota pubblicità. Ma sono cose che accadono quando si lascia fare agli spiriti animali del mercato della moneta. Animali che finiscono per sbattere la testa, e con loro intere società, con i limiti del capitalismo contemporaneo. Il “salvataggio” delle banche, ma non dei risparmiatori come è stato fatto capire senza problemi da esponenti del Pd e del governo Renzi, genera poi una crisi molto seria nel tessuto della società italiana. Quella del rapporto fiduciario tra banca e risparmiatore, visto che molti di quelli che hanno perso i soldi erano stati direttamente “consigliati” dalla loro banca. E, in una società impaurita dalla crisi, non c’è niente di peggio di una crisi di fiducia non tanto nella politica istituzionale, a quella non ci crede più nessuno, ma in quella della microfisica dei rapporti legata all’unica istituzione in cui tutti veramente credono: la moneta.

Ma come sono messe oggi le banche italiane? Si guardino un paio di infografiche giusto per entrare nella differenza tra (ehm) narrazione renziana dell’Italia che riparte e mondo reale. Il primo, ringraziando linkerblog, è dedicato al credito concesso ai residenti, toh nel periodo in cui, secondo i tg, la ripresa dell’Italia renziana e liberista si faceva sempre più rampante.

L’Italia, come si vede, nel periodo della super-ripresa renziana ha visto contrarre del 5% il credito concesso a residenti. Non a caso, dopo quello che abbiamo scritto, questa contrazione è avvenuta anche in Germania. Certo, in Germania le scorte per consumare ci sono. In Italia, lo si capisce in un attimo, questa infografica è indice di un paese in regressione economica. Come ci testimonia infatti, sempre da linkerblog, il calo, nello stesso periodo, della liquidazione delle fatture da parte della banche.

Queste due infografiche ci fanno capire, meglio di tante analisi, come le politiche della Bce di Draghi a) ufficialmente servano per fornire liquidità alle banche italiane per l’economia ma, di fatto (come avvenuto in Giappone) non impediscano il fenomeno b) ovvero servire, nel migliore e niente affatto certo dei casi, a stabilizzare i propri bilanci ma non a prestare capitali a imprese, famiglie, consumatori.

E non è finita qui. E’ tutto capire il futuro del sistema italiano del credito. Specie se entrerà a regime il mercato unico dei capitali per le infrastrutture magari sottraendo terreno alle banche nazionali. Terreno, quello del finanziamento alle infrastrutture e del grande credito già incalzato dal sistema bancario ombra. Sistema che è seriamente in crescita secondo rilevazioni della stessa Bce. Mentre dall’altro lato, quello della microfisica del credito al consumatore, il ruolo delle banche europee comincia ad essere minacciato dal fenomeno del lending on line e della peer-to-peer finance (si veda qui). Per non parlare della crescita di piattaforme di prestito tramite Amazon, Square, Apple, Google. Oggi, in Italia, tutto abbastanza embrionale. Ma non c’è fenomeno della rete che poi non abbia invaso il nostro paese. E le conseguenze sull’economia, e per la politica, di tutto questo sono davvero tanto strategiche quanto da analizzare. Il credito troppo grande (lo shadow-banking) e troppo piccolo (il modello peer-to-peer finance) sta sgretolando la trasmissione di ricchezza così come è stata strutturata nell’ultimo quarto di secolo nel nostro paese. Al netto del fatto, non secondario, che la crisi delle banche europee, come abbiamo visto, manifesta le proprie caratteristiche anche in Italia.

Come si comprende, con la vicenda dell’evaporazione dei risparmi nel recente decreto salvabanche non si osserva tanto la vicenda di quattro banche e del loro provinciale management. Quanto l’effetto locale di una crisi complessiva delle banche europee che tocca la forte criticità nel supporto di produzione e consumo. Renzi, come al solito, è impagabile. Ha anche dichiarato che sta studiando una riforma del sistema bancario cooperativo “modello Crédit Agricole”.

Non è purtroppo dato sapere quale roba potente avesse fumato chi ha suggerito la battuta a Renzi che ha pure parlato del Crédit come “modello solido”. Perché il Crédit Agricole, ha fallito proprio quest’anno la riforma della propria governance, ed appena nel 2014 era considerato la banca tossica più pericolosa d’Europa e controllava un altro grande ordigno di titoli tossici: il portoghese Banco do Espirito Santo. Insomma, è in grave crisi sapendo di esserlo.

Marjiuana potente a parte, sono dichiarazioni, evidentemente, fatte per favorire qualche amico rialzista tra cui magari il babbo della ministro Boschi (senza che nessuno ravvisi il più elementare conflitto di interessi). E il tutto dopo aver fatto guadagnare qualche amico ribassista, incidentalmente iscritto al Pd, che ha guadagnato dalla crisi dei titoli Mps.

Ecco quindi l’interpretazione renziana del modello Amato: l’adeguamento alle mutazioni dei mercati finanziari passa per una restrizione del ceto (politico, bancario, di relazioni sociali), in grado di approfittare di tutto questo. Mentre un quarto di secolo fa la base sociale del passaggio della banche a Spa era ampia – si trattava del risparmio inteso come base materiale di consenso delle ristrutturazioni anni ’90 – oggi la restrizione di questa base appare palese. E persino quella del suo vertice.

Certo nella vicenda del salvataggio alle banche, truffe ed episodi di colore ci sono. Ma chiunque abbia qualsiasi velleità di governo deve mettere in primo piano una politica monetaria alternativa con l’avvertenza, naturalmente, che rischia di saltare in una notte come Varoufakis. L’Europa non tollera, come abbiamo visto, dissociazioni dal modello dominante. Per quanto disastroso sia.

Certo i movimenti della moralizzazione dovrebbero mutare, trasformandosi in politici, passando da una strutturazione liquida, legata agli umori dell’opinione pubblica, a una con un diretto legame con la struttura sociale del paese. Imparando dal passato e senza importare la maggior parte dei difetti dei vecchi partiti. Per adesso queste ultime frasi appena scritte sono qualcosa a metà tra la scatenata fantascienza e la petizione di principio. Certo qualcosa accadrà, giusto il Censis può pensare che, come fa da decenni tutte le volte che non sa cosa dire, la società italiana è addormentata. Bisogna vedere però, questo si, con quali umori si risveglia. Intanto il potere reale, non quello immaginato in articoli e testi che vivono in un mondo fatto di incerte fantasie, muta, evolve e cerca nuovi dispositivi di stabilizzazione. A spese nostre, mai dimenticarlo.

Per Senza Soste, nique la police

8 dicembre 2015


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