Nel dicembre del 1991, i capi delle principali famiglie mafiose siciliane si incontrarono in una località della provincia di Enna. Erano preoccupati. A gennaio era prevista la sentenza della Corte di Cassazione sul maxi processo che aveva visto, per la prima volta, pesanti condanne contro decine di esponenti mafiosi siciliani. Quella che si incontra nelle campagne di Enna, non è solo il gotha della mafia, ma è gente abituata a fiutare l’aria, a capire quando c’è qualcosa che non quadra. I contatti nella politica e nella magistratura questa volta non danno le garanzie del passato sull’aggiustamento del processo. Il rischio è che decine di mafiosi stavolta in carcere debbano rimanerci per molti anni.
La sentenza della Corte di Cassazione arriva il 31 gennaio 1992 e conferma le condanne contro gli imputati mafiosi del maxiprocesso. Il procedimento questa volta non è finito tra le mani del dott. Corrado Carnevale, conosciuto come “l’amazzasentenze”. Il quale, solo per parlare del 1991, a marzo, alla Corte di Cassazione aveva annullato il provvedimento di custodia cautelare relativamente all’ accusa di associazione camorristica, a carico di Francesco Schiavone, il boss della camorra conosciuto come Sandokan e il 29 ottobre aveva annullato la custodia cautelare ordinata dalla corte d’ assise per alcuni capi dei clan Moccia e Magliulo, della camorra di Afragola.
In compenso, subito dopo la sentenza del 31 gennaio, ovvero il 17 febbraio 1992 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla la custodia cautelare per Bruno e Claudio Carbonaro, pluripregiudicati, accusati di essere stati tra i killer della strage di Gela che provocò otto morti: non valgono le dichiarazioni di un pentito che li accusava di aver fatto parte del commando assassino. Il 27 febbraio 1992 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò la sentenza con cui la Corte d’assise d’appello di Torino aveva inflitto tredici ergastoli e ottanta altre condanne agli uomini di alcuni clan della mafia catanese trapiantata nel torinese. Niente associazione di stampo mafioso. Il 19 marzo 1992, la Cassazione annulla quattro ergastoli nel grande processo contro le cosche mafiose di Reggio Calabria. Il 24 giugno 1992 nel maxiprocesso-ter la Cassazione annulla quattro ergastoli confermando l’assoluzione per i mafiosi Michele Greco, Paolo Alfano, Salvatore Montalto, Salvatore Rotolo e Vincenzo Sinagra, che dovranno essere riprocessati. Il 1 settembre 1992 la Cassazione annulla l’ordinanza di rinvio a giudizio del maxiprocesso, la sentenza di condanna a 18 anni di primo grado e la condanna d’appello ad otto anni a carico del boss Alfredo Bono.
Il dott. Carnevale nel 1998 venne rinviato a giudizio per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Secondo alcuni pentiti di mafia Carnevale era il “referente” di Cosa nostra in Cassazione, dove molti processi a boss e gregari di Cosa nostra sarebbero stati “aggiustati”. In primo grado venne assolto. La successiva condanna in appello fu poi annullata in Cassazione senza rinvio. Assolto perché le deposizioni dei suoi colleghi che denunciavano le sue pressioni per aggiustare i processi riferivano fatti accaduti in Camera di Consiglio, quindi coperte da segreto, trascurando che alcuni fatti erano accaduti all’esterno del Tribunale. Grazie all’assoluzione il dott. Carnevale è rimasto in servizio fino al 2013.
Fra il 1991 e il 1992, il rapporto tra i vecchi garanti politici e i capi di Cosa Nostra era completamente saltato e doveva essere ricostituito sulla base dei nuovi equilibri – sia internazionali che interni – che si andavano ridefinendo dopo l’affondamento della precedente classe dirigente con Tangentopoli. Sono anni significativi. Cosa Nostra si contrappone frontalmente alla politica perché si ritiene “tradita” dalla conferma delle condanne al maxiprocesso nel gennaio del 1992. Ed è in questo contesto che vengono decise azioni come l’uccisione del dirigente siciliano della DC Salvo Lima, le stragi di Capaci (Falcone) e via D’Amelio (Borsellino).
La fine della DC come interlocutore e garante politico di Cosa Nostra, costringe i gruppi mafiosi a guardarsi intorno e, in qualche modo, a orientarsi nel crearsi la propria rappresentanza politica, a questo punto anche autonomamente dai vecchi partner politici. Il 4 dicembre 1992, dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino, il pentito Leonardo Messina, interrogato dalla commissione Antimafia, ebbe a dire: “Cosa Nostra sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro... In tutto questo Cosa Nostra non è sola è aiutata dalla massoneria... Ci sono forze alle quali si stanno rivolgendo”. “Quali?”, chiese il presidente della commissione Violante? La risposta di Messina fu la seguente: “Sono formazioni nuove... e non vengono dalla Sicilia”.
In quel periodo, in tutto il Meridione, fra il 1991 e il 1993, in Italia si comincia a parlare e respirare un clima secessionista. Se al Nord cresce la Lega, al Sud era stato tutto un fiorire di leghe regionalistiche: la prima fu Sicilia Libera, poi ci furono Campania Libera, Lega Lucana, Calabria Libera, Abruzzo libero, eccetera. Il denominatore comune, scaturito dalle indagini, è l’alta concentrazione in questi movimenti di esponenti mafiosi e della criminalità organizzata del Sud, di massoni e di esponenti neofascisti. Ma verso la metà del 1993, in tutto il Sud non se ne fece più niente, l’opzione secessionista si spegne. Si opta per guardare – politicamente – a “formazioni nuove e che non vengono dalla Sicilia”. Se la vecchia struttura politica, economica e istituzionale si è indebolita, qualcuno offre la possibilità di inserirvisi direttamente, di “fare sistema”.
Il 29 giugno 1993 viene costituita “Forza Italia! Associazione per il buon governo” presso lo studio del notaio Roveda a Milano. Il 10 novembre 1993 nascerà l’Associazione nazionale dei club di Forza Italia. Il 15 dicembre 1993 viene inaugurata la sede centrale di Forza Italia a Roma, in via dell’Umiltà. Il 18 gennaio 1994 nasce il movimento politico Forza Italia e a marzo – in alleanza con i leghisti al nord e con i fascisti al centro-sud – stravincerà le prime elezioni a cui si presenta. In Sicilia e nel sud poi sarà un plebiscito.
In Sicilia sono singolari le coincidenze della data con cui nasce il partito di Forza Italia e la data in cui si organizzano i primi club a Palermo e dove si tengono le prime riunioni del nascente partito. Una di queste viene tenuta, non a caso, all’Hotel San Paolo di Palermo. L’Hotel San Paolo, è stato edificato dai costruttori Ienna per conto della famiglia mafiosa dei Graviano, una di quelle che al vertice nelle campagne di Enna di fine 1991 c’era.
Il progetto di Forza Italia, infatti, è precedente alla data ufficiale di fondazione (1993). Un ex alto dirigente di Publitalia, Ezio Carlo Cartotto così racconta ai magistrati: “Nel maggio-giugno 1992 sono stato contattato da Marcello Dell’Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso “entrasse in politica” per evitare che una affermazione delle sinistre potesse portare prima ad un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi”. Siamo dunque nella primavera del 1992. Pochi mesi dopo la sentenza tombale della Corte di Cassazione contro i mafiosi, è il periodo dell’attentato mortale a Falcone, siamo in piena Tangentopoli, siamo a poche settimane dall’esplosione della prima crisi del debito pubblico italiano e degli attacchi speculativi alla Lira.
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27/07/2021
Trattativa Stato-Mafia. La politica si adegua (terza parte)
14/01/2017
Milan, i 12 punti oscuri della vendita ai cinesi
tratto da Business Insider
La vendita del Milan è fissata per il 3 marzo 2017: prima della fatidica data la società dovrà convocare l’assemblea degli azionisti che si riunirà quando Sino-Europe farà arrivare i 320 milioni di euro che ancora mancano per chiudere l’operazione. Allora gli amministratori in carica si dimetteranno per lasciare spazio ai nuovi vertici cinesi. Sulla carta sembra solo un passaggio formale, ma la vicenda è molto più complicata di così. E le domande senza risposta sono tante, nella forma e nella sostanza.
1) Perché i cinesi stanno pagando il Milan a rate?
E’ un caso più unico che raro. Fininvest e Sino-Europe, guidata dall’uomo d’affari cinese Yonghong Li, hanno pattuito un prezzo di 740 milioni di euro: 520 milioni alla holding della famiglia Berlusconi, più l’accollo di 220 milioni di debiti. Le trattative di questo tipo vengono solitamente chiuse in un colpo solo: una firma e una transazione bancaria. Certo, i pagamenti possono anche essere dilazionati nel tempo, ma spesso a fronte di una fidejussione bancaria che faccia da garanzia cosicché il controllo delle società passi di mano subito. E’ successo così per l’Inter quando Massimo Moratti vendette a Erick Thohir e poi quando lo stesso Thohir passò la mano ai cinesi di Suning, la scorsa estate. Stessa modalità per la cessione della Sampdoria a Massimo Ferrero da parte della famiglia Garrone (che però alla data dell’ultimo bilancio disponibile continua a garantire per l’attuale proprietario). Percorso identico anche per James Pallotta che ha rilevato la Roma nel 2011. In tutti questi casi di caparra neppure l’ombra. Sono arrivati, invece, i contanti o le garanzie bancarie.
2) Perché i cinesi non si avvalgono di advisor finanziari?
Di solito operazioni di questo genere vengono finanziate da diversi istituti, proprio per la complessità di mettere insieme, rapidamente, le cifre necessarie a chiudere l’affare. I cinesi, invece, non hanno voluto l’aiuto di nessuno dichiarando di avere a disposizione tutto il budget. Eppure non riescono a transare. Evitando di chiedere l’intervento di una banca hanno evitato un controllo dei conti (due diligence) approfondito, come quelli che sono necessari quando nelle trattative sono coinvolti i Pep: persone politicamente esposte, come nel caso di Silvio Berlusconi. Nessuna banca, quindi, e nessuna indagine approfondita sulle parti in causa.
3) Chi è Yonghong Li?
Nessuno lo sa. Prima della sua complicata scalata al Milan non era mai entrato nei radar dei media, ma neppure degli imprenditori e dei diplomatici. Non era noto agli uffici del commercio con l’estero e neppure alle ambasciate. Anche per gli addetti ai lavori del calcio orientale è un mistero. Per Marcello Lippi che in Cina è una divinità si tratta di uno sconosciuto, Fabio Cannavaro ammette di saperne poco. Alberto Forchielli, partner di Mandarin Capital, ha più volte detto che la cordata non esiste. Poche informazioni anche in rete, ma probabilmente dipende anche dal diverso alfabeto. Il Sole 24 Ore, invece, è riuscito a scoprire di una multa comminatagli da parte della Borsa di Shanghai per attività irregolari. Di certo, però, c’è un Yonghong Li tra i Panama Papers: è uno dei tre intestatari di una società offshore a Panama. Potrebbe essere un caso di omonimia, ma il diretto interessato non ha mai smentito. La società, Alkimiaconst Sa, è stata aperta da Mossack Fonseca, lo stesso intermediario che ha creato, Struie una cassaforte di cui si sono serviti sia Silvio Berlusconi sia Flavio Briatore (benché i loro nomi non compaiano direttamente nelle carte panamensi): a riempirla, invece, era stato l’avvocato britannico David Mills, creatore di un sistema offshore da 775 milioni di euro. L’ipotesi è che Yonghong Li sia l’apripista di altri investitori che non vogliono esporsi.
4) Di chi sono i 200 milioni versati a Fininvest?
La prima tranche è stata pagata da Yongyong Li, probabilmente attraverso Crédit Suisse, la banca svizzera coinvolta nei Panama Papers che a maggio dello scorso anno ha annunciato la chiusura dei suoi uffici nel paradiso fiscale centroamericano. La banca – che rifiuta ogni commento – è stata più volte accusata di aver aiutato contribuenti di tutti il mondo a eludere il fisco: negli Stati Uniti hanno pagato una multa da 2,5 miliardi di dollari, in Italia hanno transato 109,5 milioni di euro nell’ambito dell’accusa di aver aiutato 13mila contribuenti a evadere 14 miliardi di euro. La seconda tranche è un mistero. I 100 milioni sono effettivamente arrivati in casa Fininvest, ma prima hanno fatto il giro del mondo: sono partiti da un veicolo (Willy Shine, con una chiara allusione sessuale, come nota l’Oxford Dictionary) con sede alle Isole Vergini Britanniche – lo stesso paradiso fiscale noto a tanti imprenditori italiani, da Berlusconi a Galliani – per arrivare alla sede di Hong Kong di Huarong, l’asset manager controllato dal governo, che li ha poi girati a Fininvest.
5) Perché è stata necessaria questa triangolazione?
Nessuno sa spiegarlo. Huarong, al momento, non fa parte della cordata Sino-Europe, ma avrebbe anticipato l’ultima caparra da 100 milioni (la società non conferma l’operazione, ma il documento pubblicato da Calcio e Finanza riporta la firma di un suo dipendente). La prima versione ufficiale è che Huarong non avesse tutte le autorizzazioni necessarie per superare il controllo dei capitali imposti dal governo cinese. Eppure, il bonifico per Fininvest non è partito dalla Cina, ma dalla sede di Hong Kong di Huarong dove la valuta è il dollaro locale e non il renminbi cinese oggetto di controllo. E, infatti, mentre in Cina è effettivamente in atto una stretta sull’uscita dei capitali, l’ex colonia britannica rimane una zona franca. La secondo spiegazione, invece, è che Huarong non avesse 100 milioni disponibili a Hong Kong, ma è una giustificazione che regge solo fino a un certo punto: il gruppo, infatti, ha un fatturato da oltre 11 miliardi di dollari e asset gestiti per oltre 110 miliardi e negli ultimi due anni ha collocato obbligazioni in dollari americani per quasi cinque miliardi.
6) Dal momento che dicono di avere molti capitali all’estero, perché i cinesi non hanno direttamente creato un veicolo offshore per comprare il Milan?
E’ un’altra domanda senza risposta. Dal momento che l’arrivo di una stretta sui movimenti di capitali era attesa e in parte dovuta alla promozione del Renminbi tra le valute di riserva del Fmi, Sino Europe avrebbe potuto far partire l’operazione direttamente dalle Isole Vergini, invece ha preferito complicarsi la vita.
7) E’ davvero credibile che la stretta sui capitali impedisca di chiudere l’operazione?
Per tutti gli esperti contattati da Business Insider no. Sono strane le lungaggini burocratiche – i tempi per avere le autorizzazioni a completare gli investimenti all’estero sono di circa 50 giorni – ed è strano l’approccio delle parti alla trattativa. Secondo i dati dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero, l’interscambio tra Cina e Italia resta costante. Di più: tra il 2006 e il 2015 lo stock di denaro investito dalla Cina all’estero è arrivato a 1.097 miliardi di dollari (145 miliardi solo nel 2015) e il governo ha annunciato di voler aumentare la quota di altri mille miliardi tra il 2016 e il 2020. Se Pechino ha davvero intenzione di investire 200 miliardi di dollari l’anno all’estero, perché fatica ad autorizzare una spesa da 520 milioni, pari allo 0,25% dell’importo annuo? Se il governo – come sbandierato da Sino Europe – ha davvero autorizzato l’acquisizione del Milan perché adesso la ferma? E, in fondo, Huarong è davvero controllata dal governo di Pechino.
8) Perché Sino Europe non comunica la lista dei nomi?
La compagine azionaria di Sino Europe è un mistero. Vuole essere un fondo di private equity, ma si comporta come una piccola società di amici. I nomi messi in circolazione cambiano in continuo: nel calderone è finita anche China Construction Bank – poi uscita dalla lista –, ma la sostanza non cambia, a parole sarebbero tutti soci con fatturati da decine di miliardi. Di più, avrebbero già messo tutto il capitale necessario, ma allora perché non riescono a comprare il Milan nei tempi prestabiliti? Di certo esiste una lista di soggetti interessati all’operazione, ma nessuno è vincolato a investire. Un’altra spiegazione è che grandi venissero resi pubblici, i venditori potrebbero provare a chiedere ancora più soldi.
9) Perché non viene rispettato il protocollo degli affari asiatici?
In Cina l’etichetta è tutto. Prima di parlare di affari è fondamentale conoscersi e i cinesi non amano gli emissari. Vogliono incontrare l’azionista, vogliono conoscere il venditore. Di più: vogliono il loro biglietto da visita per poterlo conservare. E non lo accettano per interposta persona: il biglietto da visita va consegnato con le due mani e un leggero inchino del capo. Tutto questo, invece, non è mai accaduto. Sono stati i cinesi a venire in Italia, mentre pare che Silvio Berlusconi non sia mai stato in Cina a condurre le trattativa. Neppure risulta ci sia stata sua figlia Barbara.
10) Perché la data del closing cambia continuamente?
Se davvero Sino Europe ha già raccolto tutti i soldi necessari da tempo, perché non ha chiuso l’affare a settembre, prima che scattasse l’ampiamente atteso controllo dei capitali.
11) Perché il Milan non può spendere per la campagna acquisti di gennaio?
Gli accordi prevedono che tutte le spese sostenute da Fininvest per il Milan a partire dal primo luglio 2016 fino alla data del closing siano rimborsate da Sino-Europe alla famiglia Berlusconi. Compreso, quindi, il calcio mercato. Tanto è vero che in società è entrato Marco Fassone, ad in pectore e uomo forte dei soci cinesi, ma perché allora non vengono aperti i cordoni della borsa in un momento in cui il Milan può ambire a posizioni di vertice? Quali altri garanzie servono per operare sul mercato? Ci sono dei dubbi sul successo dell’operazione? A spazzarli via sarebbe bastata una fidejussione bancaria.
12) E’ possibile che siano soldi di Fininvest?
E’ impossibile dare un risposta. Di certo c’è che alle Isole Vergini Britanniche esiste una delle casseforti riferibili a Silvio Berlusconi, ma è troppo poco anche per avanzare un sospetto. Inoltre, far rientrare dei soldi attraverso la Cina sarebbe un’operazione al quanto azzardata e infatti la holding della famiglia Berlusconi respinge ogni illazione. I fatti accaduti finora, però, indicano che il tira e molla con i cinesi ha già portato a Milano 200 milioni di euro di caparra che resteranno nelle casse della società anche se la vendita del Milan non dovesse concludersi.
Fonte
La vendita del Milan è fissata per il 3 marzo 2017: prima della fatidica data la società dovrà convocare l’assemblea degli azionisti che si riunirà quando Sino-Europe farà arrivare i 320 milioni di euro che ancora mancano per chiudere l’operazione. Allora gli amministratori in carica si dimetteranno per lasciare spazio ai nuovi vertici cinesi. Sulla carta sembra solo un passaggio formale, ma la vicenda è molto più complicata di così. E le domande senza risposta sono tante, nella forma e nella sostanza.
1) Perché i cinesi stanno pagando il Milan a rate?
E’ un caso più unico che raro. Fininvest e Sino-Europe, guidata dall’uomo d’affari cinese Yonghong Li, hanno pattuito un prezzo di 740 milioni di euro: 520 milioni alla holding della famiglia Berlusconi, più l’accollo di 220 milioni di debiti. Le trattative di questo tipo vengono solitamente chiuse in un colpo solo: una firma e una transazione bancaria. Certo, i pagamenti possono anche essere dilazionati nel tempo, ma spesso a fronte di una fidejussione bancaria che faccia da garanzia cosicché il controllo delle società passi di mano subito. E’ successo così per l’Inter quando Massimo Moratti vendette a Erick Thohir e poi quando lo stesso Thohir passò la mano ai cinesi di Suning, la scorsa estate. Stessa modalità per la cessione della Sampdoria a Massimo Ferrero da parte della famiglia Garrone (che però alla data dell’ultimo bilancio disponibile continua a garantire per l’attuale proprietario). Percorso identico anche per James Pallotta che ha rilevato la Roma nel 2011. In tutti questi casi di caparra neppure l’ombra. Sono arrivati, invece, i contanti o le garanzie bancarie.
2) Perché i cinesi non si avvalgono di advisor finanziari?
Di solito operazioni di questo genere vengono finanziate da diversi istituti, proprio per la complessità di mettere insieme, rapidamente, le cifre necessarie a chiudere l’affare. I cinesi, invece, non hanno voluto l’aiuto di nessuno dichiarando di avere a disposizione tutto il budget. Eppure non riescono a transare. Evitando di chiedere l’intervento di una banca hanno evitato un controllo dei conti (due diligence) approfondito, come quelli che sono necessari quando nelle trattative sono coinvolti i Pep: persone politicamente esposte, come nel caso di Silvio Berlusconi. Nessuna banca, quindi, e nessuna indagine approfondita sulle parti in causa.
3) Chi è Yonghong Li?
Nessuno lo sa. Prima della sua complicata scalata al Milan non era mai entrato nei radar dei media, ma neppure degli imprenditori e dei diplomatici. Non era noto agli uffici del commercio con l’estero e neppure alle ambasciate. Anche per gli addetti ai lavori del calcio orientale è un mistero. Per Marcello Lippi che in Cina è una divinità si tratta di uno sconosciuto, Fabio Cannavaro ammette di saperne poco. Alberto Forchielli, partner di Mandarin Capital, ha più volte detto che la cordata non esiste. Poche informazioni anche in rete, ma probabilmente dipende anche dal diverso alfabeto. Il Sole 24 Ore, invece, è riuscito a scoprire di una multa comminatagli da parte della Borsa di Shanghai per attività irregolari. Di certo, però, c’è un Yonghong Li tra i Panama Papers: è uno dei tre intestatari di una società offshore a Panama. Potrebbe essere un caso di omonimia, ma il diretto interessato non ha mai smentito. La società, Alkimiaconst Sa, è stata aperta da Mossack Fonseca, lo stesso intermediario che ha creato, Struie una cassaforte di cui si sono serviti sia Silvio Berlusconi sia Flavio Briatore (benché i loro nomi non compaiano direttamente nelle carte panamensi): a riempirla, invece, era stato l’avvocato britannico David Mills, creatore di un sistema offshore da 775 milioni di euro. L’ipotesi è che Yonghong Li sia l’apripista di altri investitori che non vogliono esporsi.
4) Di chi sono i 200 milioni versati a Fininvest?
La prima tranche è stata pagata da Yongyong Li, probabilmente attraverso Crédit Suisse, la banca svizzera coinvolta nei Panama Papers che a maggio dello scorso anno ha annunciato la chiusura dei suoi uffici nel paradiso fiscale centroamericano. La banca – che rifiuta ogni commento – è stata più volte accusata di aver aiutato contribuenti di tutti il mondo a eludere il fisco: negli Stati Uniti hanno pagato una multa da 2,5 miliardi di dollari, in Italia hanno transato 109,5 milioni di euro nell’ambito dell’accusa di aver aiutato 13mila contribuenti a evadere 14 miliardi di euro. La seconda tranche è un mistero. I 100 milioni sono effettivamente arrivati in casa Fininvest, ma prima hanno fatto il giro del mondo: sono partiti da un veicolo (Willy Shine, con una chiara allusione sessuale, come nota l’Oxford Dictionary) con sede alle Isole Vergini Britanniche – lo stesso paradiso fiscale noto a tanti imprenditori italiani, da Berlusconi a Galliani – per arrivare alla sede di Hong Kong di Huarong, l’asset manager controllato dal governo, che li ha poi girati a Fininvest.
5) Perché è stata necessaria questa triangolazione?
Nessuno sa spiegarlo. Huarong, al momento, non fa parte della cordata Sino-Europe, ma avrebbe anticipato l’ultima caparra da 100 milioni (la società non conferma l’operazione, ma il documento pubblicato da Calcio e Finanza riporta la firma di un suo dipendente). La prima versione ufficiale è che Huarong non avesse tutte le autorizzazioni necessarie per superare il controllo dei capitali imposti dal governo cinese. Eppure, il bonifico per Fininvest non è partito dalla Cina, ma dalla sede di Hong Kong di Huarong dove la valuta è il dollaro locale e non il renminbi cinese oggetto di controllo. E, infatti, mentre in Cina è effettivamente in atto una stretta sull’uscita dei capitali, l’ex colonia britannica rimane una zona franca. La secondo spiegazione, invece, è che Huarong non avesse 100 milioni disponibili a Hong Kong, ma è una giustificazione che regge solo fino a un certo punto: il gruppo, infatti, ha un fatturato da oltre 11 miliardi di dollari e asset gestiti per oltre 110 miliardi e negli ultimi due anni ha collocato obbligazioni in dollari americani per quasi cinque miliardi.
6) Dal momento che dicono di avere molti capitali all’estero, perché i cinesi non hanno direttamente creato un veicolo offshore per comprare il Milan?
E’ un’altra domanda senza risposta. Dal momento che l’arrivo di una stretta sui movimenti di capitali era attesa e in parte dovuta alla promozione del Renminbi tra le valute di riserva del Fmi, Sino Europe avrebbe potuto far partire l’operazione direttamente dalle Isole Vergini, invece ha preferito complicarsi la vita.
7) E’ davvero credibile che la stretta sui capitali impedisca di chiudere l’operazione?
Per tutti gli esperti contattati da Business Insider no. Sono strane le lungaggini burocratiche – i tempi per avere le autorizzazioni a completare gli investimenti all’estero sono di circa 50 giorni – ed è strano l’approccio delle parti alla trattativa. Secondo i dati dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero, l’interscambio tra Cina e Italia resta costante. Di più: tra il 2006 e il 2015 lo stock di denaro investito dalla Cina all’estero è arrivato a 1.097 miliardi di dollari (145 miliardi solo nel 2015) e il governo ha annunciato di voler aumentare la quota di altri mille miliardi tra il 2016 e il 2020. Se Pechino ha davvero intenzione di investire 200 miliardi di dollari l’anno all’estero, perché fatica ad autorizzare una spesa da 520 milioni, pari allo 0,25% dell’importo annuo? Se il governo – come sbandierato da Sino Europe – ha davvero autorizzato l’acquisizione del Milan perché adesso la ferma? E, in fondo, Huarong è davvero controllata dal governo di Pechino.
8) Perché Sino Europe non comunica la lista dei nomi?
La compagine azionaria di Sino Europe è un mistero. Vuole essere un fondo di private equity, ma si comporta come una piccola società di amici. I nomi messi in circolazione cambiano in continuo: nel calderone è finita anche China Construction Bank – poi uscita dalla lista –, ma la sostanza non cambia, a parole sarebbero tutti soci con fatturati da decine di miliardi. Di più, avrebbero già messo tutto il capitale necessario, ma allora perché non riescono a comprare il Milan nei tempi prestabiliti? Di certo esiste una lista di soggetti interessati all’operazione, ma nessuno è vincolato a investire. Un’altra spiegazione è che grandi venissero resi pubblici, i venditori potrebbero provare a chiedere ancora più soldi.
9) Perché non viene rispettato il protocollo degli affari asiatici?
In Cina l’etichetta è tutto. Prima di parlare di affari è fondamentale conoscersi e i cinesi non amano gli emissari. Vogliono incontrare l’azionista, vogliono conoscere il venditore. Di più: vogliono il loro biglietto da visita per poterlo conservare. E non lo accettano per interposta persona: il biglietto da visita va consegnato con le due mani e un leggero inchino del capo. Tutto questo, invece, non è mai accaduto. Sono stati i cinesi a venire in Italia, mentre pare che Silvio Berlusconi non sia mai stato in Cina a condurre le trattativa. Neppure risulta ci sia stata sua figlia Barbara.
10) Perché la data del closing cambia continuamente?
Se davvero Sino Europe ha già raccolto tutti i soldi necessari da tempo, perché non ha chiuso l’affare a settembre, prima che scattasse l’ampiamente atteso controllo dei capitali.
11) Perché il Milan non può spendere per la campagna acquisti di gennaio?
Gli accordi prevedono che tutte le spese sostenute da Fininvest per il Milan a partire dal primo luglio 2016 fino alla data del closing siano rimborsate da Sino-Europe alla famiglia Berlusconi. Compreso, quindi, il calcio mercato. Tanto è vero che in società è entrato Marco Fassone, ad in pectore e uomo forte dei soci cinesi, ma perché allora non vengono aperti i cordoni della borsa in un momento in cui il Milan può ambire a posizioni di vertice? Quali altri garanzie servono per operare sul mercato? Ci sono dei dubbi sul successo dell’operazione? A spazzarli via sarebbe bastata una fidejussione bancaria.
12) E’ possibile che siano soldi di Fininvest?
E’ impossibile dare un risposta. Di certo c’è che alle Isole Vergini Britanniche esiste una delle casseforti riferibili a Silvio Berlusconi, ma è troppo poco anche per avanzare un sospetto. Inoltre, far rientrare dei soldi attraverso la Cina sarebbe un’operazione al quanto azzardata e infatti la holding della famiglia Berlusconi respinge ogni illazione. I fatti accaduti finora, però, indicano che il tira e molla con i cinesi ha già portato a Milano 200 milioni di euro di caparra che resteranno nelle casse della società anche se la vendita del Milan non dovesse concludersi.
Fonte
10/10/2014
Bankitalia bastona Fininvest e Mediolanum
Incurante dei "patti" stretti tra i "nuovi venuti" di Renzi e i vecchi arnesi di Berlusconi, la Banca d'Italia procede alla "regolarizzazione" del capitalismo italiano, non proprio - anzi, quasi mai - in linea con le regole della "buona creanza".
Ha pertanto preparato un provvedimento - come nei suoi poteri di sorveglianza, in virtù degli articoli 24 e 25 del Testo unico bancario - che impone alla Fininvest di cedere la quota di Mediolanum che supera il valore limite sopra il 9,9% . In pratica, oltre il 20% del capitale della banca guidata da Ennio Doris dovrà essere ceduto. La holding della famiglia Berlusconi possiede infatti il 31,1% della banca senza sportelli, "creata intorno a te" (spot quasi inquietante, tanto sembra una presa per i fondelli).
Il provvedimento prescrive inoltre che vengono sospesi i diritti di voto relativi alla quota che deve essere dismessa; il che ha come conseguenza immediata la fine del "patto di sindacato" che lega Fininvest a Ennio Doris.
La dismissione della partecipazione in Mediolanum SpA (eccedente il 9,9%) potrà anche avvenire mediante il conferimento in un trust. La notizia è arrivata direttamente dalla Fininvest, che ha spiegato che ciò avviene dopo la perdita dei requisiti di "onorabilità" in capo al proprio controllante indiretto Silvio Berlusconi.
E' il capitalismo, bellezza! Sono finiti i tempi in cui potevi entrare in banca con 5 miliardi in una valigia e te li facevano versare sul conto...
Fonte
09/08/2013
Berlusconi, storia dell’evasore-corruttore da Craxi a Mills
Un impero fondato sui fondi neri: la carriera del Caimano che, dopo aver pagato politici, giudici e finanzieri, ha cambiato le leggi in suo favore.
Secondo Angelo Panebianco, editorialista del Corriere (e non solo lui), la condanna definitiva di B. per frode fiscale non dipende dal fatto che B. è un frodatore fiscale, ma dallo “squilibrio di potenza fra magistrati e politica”. Perché in Italia la politica sarebbe “un potere debole e diviso” che non riesce a riformare il “potere molto più forte e unito” della magistratura. Solo separando le carriere, abolendo l’azione penale obbligatoria, trasformando il pm in “avvocato dell’accusa”, spogliando il Csm, cambiando la scuola e il reclutamento delle toghe e rimpolpando i poteri del governo nella Costituzione si eviteranno sentenze come quella del 1° agosto. Forse Panebianco non sa che in tutte le democrazie del mondo, anche quelle che hanno da sempre nel loro ordinamento le riforme da lui auspicate, capita di continuo che uomini politici vengano condannati se frodano il fisco, con l’aggiunta che vengono pure arrestati e, un attimo prima, cacciati dalla vita politica. Ma soprattutto il nostro esperto di nonsisachè ignora la carriera criminale di B., che froda il fisco da quando aveva i calzoni corti. E se non fu scoperto all’epoca è perché con i fondi neri corrompeva politici, Guardia di Finanza e giudici che avrebbero potuto scoperchiare le sue frodi fin dagli anni 70. Chi conosce il curriculum del neo-pregiudicato non si stupisce per la condanna dell’altro giorno, ma per il fatto che un tale delinquente matricolato sia rimasto a piede libero fino a oggi.
La prima visita
Il 12 novembre 1979 una squadretta della Guardia di Finanza ispeziona l’Edilnord Centri Residenziali Sas che sta realizzando a Segrate la città-satellite di Milano2, sospettata di varie irregolarità tributarie. Nel cantiere, con alcuni operai, c’è un omino spelacchiato e imbrillantinato che si presenta come “semplice consulente” della società. È Silvio Berlusconi, il proprietario, iscritto da un anno alla loggia deviata P2. I finanzieri vogliono sapere perché abbia prestato fideiussioni personali in favore di Edilnord e Sogeat, società il cui capitale è ufficialmente controllato da misteriosi soci svizzeri. Ma lui fa lo gnorri e mette a verbale: “Ho svolto un ruolo molto importante nei confronti dell’Edilnord Centri Residenziali e della Società generale attrezzature Sas, perché entrambe mi hanno fin dall’inizio affidato l’incarico professionale della progettazione e della direzione del complesso residenziale Milano 2”.
Anziché ridergli in faccia e approfondire le indagini, il maggiore Massimo Maria Berruti che guida la squadra si beve tutto, chiude l’ispezione in meno di un mese, nonostante le anomalie finanziarie riscontrate e archivia tutto con una relazione rose e fiori. Poi, il 12 marzo 1980, si dimette dalle Fiamme Gialle. Per qualche mese lavora per l’avvocato d’affari Alessandro Carnelutti, titolare a Milano di un importante studio legale con sedi a New York e Londra, dove si appoggia all’avvocato inglese David Mackenzie Mills. Poi Berruti inizia a lavorare per il gruppo Fininvest, specializzandosi in operazioni finanziarie estere e in contratti per i calciatori stranieri del Milan. Gli altri due graduati che erano con lui nel blitz del ’79 sono il colonnello Salvatore Gallo e il capitano Alberto Corrado. Il nome di Gallo verrà trovato nelle liste della loggia P2. Corrado verrà arrestato nel ’94 e poi condannato con Berruti per i depistaggi nell’inchiesta sulle mazzette Fininvest. Versate a chi? Alla Guardia di finanza, naturalmente.
San Bettino vede e provvede
Nel 1980 Berlusconi rischia di ritrovarsi un’altra volta la Finanza in casa. Allarmatissimo, scrive una lettera all’amico Bettino Craxi, leader del Psi che sostiene il governo Cossiga: “Caro Bettino, come ti ho accennato verbalmente, Radio Fante ha annunciato che dopo la visita a Torino, Guffanti e Cabassi, la Polizia tributaria si interesserà a me… Ti ringrazio per quello che crederai sia giusto fare” (lettera pubblicata dal fotografo di Craxi, Umberto Cicconi, in Segreti e misfatti, Roma 2005). Che si sappia, anche quella volta le Fiamme Gialle si tengono alla larga dal Biscione. Che evidentemente ha sempre più cose da nascondere.
Giudici venduti e no
Il 24 maggio 1984 il vicecapo dell’Ufficio Istruzione di Roma, Renato Squillante, interroga B., assistito dall’avvocato Cesare Previti e imputato “ai sensi dell’articolo 1 della legge 15/12/69 n. 932” per interruzione di pubblico servizio a causa delle presunte antenne abusive sul Monte Cavo che interferiscono nelle frequenze radio della Protezione civile e dell’aeroporto di Fiumicino. Gli imputati sono un centinaio. Ma la posizione di B. viene subito archiviata il 20 luglio 1985, mentre altri 45 rimarranno sulla graticola fino al 1992 e se la caveranno solo grazie all’amnistia. Non potevano sapere che Squillante e Previti avevano conti comunicanti in Svizzera. Insomma, che il giudice romano era a libro paga della Fininvest. Il 16 ottobre 1984 i pretori di Torino, Pescara e Roma, Giuseppe Casalbore, Nicola Trifuoggi e Adriano Sansa, sequestrano gli impianti che consentono a Canale 5, Italia 1 e Rete 4 di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia in spregio alla legge. Craxi neutralizza le ordinanze con due “decreti Berlusconi”.
Mills e la Fininvest occulta
Nel 1989 l’avvocato Mills, consulente Fininvest da alcuni anni, costituisce per conto del gruppo Berlusconi la All Iberian e decine di altre società offshore (la Kpmg, per conto della Procura di Milano, arriverà a contarne 64) domiciliate nelle isole del Canale (all’ombra di Sua Maestà britannica), nelle Isole Vergini e in altri paradisi fiscali. Ordine è partito dai responsabili della finanza estera del gruppo, Candia Camaggi e Giorgio Vanoni. Nasce così il “Comparto B” della Fininvest, “very discreet”, cioè occulto e in gran parte mai dichiarato nei bilanci consolidati, alimentato perlopiù dalla Silvio Berlusconi Finanziaria Sa (società lussemburghese regolarmente registrata a bilancio), ma anche da denaro proveniente dal Cavaliere in persona (in contanti, tramite “spalloni” che lo portano da Milano oltre il confine elvetico).
Sul conto svizzero di All Iberian, in soli sei anni, transitano in nero quasi mille miliardi di lire. Usati per operazioni riservate e inconfessabili, come confermeranno le sentenze definitive All Iberian, Mills e Mediaset. Anzitutto, B. versa 23 miliardi a Craxi tra il 1990 e il ’91. Gira soldi di nascosto ai suoi prestanome Renato Della Valle e Leo Kirch: non potendo, per la legge Mammì, detenere piú del 10% di Telepiú, B. finanzia occultamente le teste di legno che rilevano le sue quote eccedenti. Acquista per 456 miliardi il capitale di Telecinco, la tv spagnola, di cui per la legge antitrust di Madrid non potrebbe controllare più del 25%. Presta soldi a Giulio Margara, presidente di Auditel e direttore di Upa, l’associazione utenti pubblicitari. Gira 16 miliardi a Previti, in parte per pagarlo in nero in parte perché versi tangenti a giudici romani come Squillante e Vittorio Metta (autore della sentenza comprata che nel 1990 scippa la Mondadori a De Benedetti per regalarla alla Fininvest). Scala di nascosto i gruppi Rinascente, Standa e Mondadori in barba alla normativa Consob .
E soprattutto, tramite alcune offshore, intermedia l’acquisto di film dalle major di Hollywood, facendone lievitare i costi per 368 milioni di dollari e dunque abbattendo gli utili di Mediaset per tutti gli anni 90, consentendo al gruppo di pagare meno imposte e al beneficiario dei conti esterni, cioè a se stesso, di accumulare una fortuna extrabilancio ed esentasse. E cosí via. Resta pure il sospetto che parte del denaro di destinazione ignota sia servito a pagare i politici del pentapartito per la legge Mammì del 1990 sull’emittenza: quella che consente a B. di tenersi tutt’e tre le reti Fininvest in barba a qualunque minimo principio antitrust. Lo testimoniano i responsabili della Fiduciaria Orefici, che aiuta il Cavaliere a foraggiare il conto All Iberian: il dirigente Fininvest Mario Moranzoni confidò loro che “i politici costano, c’è in ballo la Mammí”. Per le presunte tangenti Fininvest in cambio di quella legge, la magistratura romana indagherà Gianni Letta e Adriano Galliani, ma l’ufficio Gip guidato da Squillante negherà il loro arresto, e l’inchiesta finirà nel nulla.
Le Fiamme Sporche
Nel 1989 il responsabile servizi fiscali della Fininvest, Salvatore Sciascia, altro ex finanziere passato alla corte del Cavaliere, si libera di una verifica fiscale a Videotime (la società Fininvest che racchiude Canale5, Rete4 e Italia1) versando ai finanzieri una tangente di 100 milioni di lire. Lo stesso fa nel 1991 con 130 milioni scuciti per ammorbidire un’ispezione a Mondadori. E poi nel 1992 con altri 100 milioni per una visita delle Fiamme Gialle a Mediolanum. E ancora nel 1994 con 50 milioni perché i finanzieri chiudano un occhio, o possibilmente due, durante un blitz disposto dalla Procura di Roma e dal Garante per l’editoria sulla reale proprietà di Telepiù: che, se dovesse risultare ancora in mano a B. tramite i soliti prestanome (così com’è nella realtà), porterebbe all’immediata revoca delle concessioni per Canale5, Rete4 e Italia1. Ma anche quella volta i finanzieri corrotti se ne vanno con gli occhi bendati.
Nel ’94, appena un sottufficiale confessa a Di Pietro di aver ricevuto parte di una tangente Fininvest, esplode lo scandalo Fiamme Sporche, che in poche settimane porta all’arresto di un centinaio di finanzieri corrotti e all’incriminazione di oltre 500 imprenditori e manager corruttori (il Gotha dell’imprenditoria milanese). Confessano quasi tutti. Tranne uno: Silvio B., che non può ammettere nulla perché è appena divenuto presidente del Consiglio. Sciascia dice che ha fatto tutto per ordine di Paolo Berlusconi, Silvio non c’entra nulla. Intanto l’avvocato Berruti chiama l’ex collega Corrado (quello dell’ispezione del 1979), ormai in pensione, perché tappi la bocca sulle mazzette Fininvest il capobanda, colonnello Angelo Tanca. E così avviene. Quando il pool Mani Pulite ha pronta la richiesta di cattura per Sciascia e Paolo, il governo di Silvio vieta la manette per corruzione col decreto Biondi.
È il 14 luglio ’94. L’Italia si ribella, Bossi e Fini si defilano, B. è costretto a ritirare il decreto a furor di popolo, così finiscono dentro Sciascia, Paolo, Corrado e Berruti. Il quale, si scopre, prima di orchestrare il depistaggio è volato a Roma per incontrare il premier a Palazzo Chigi. La prova che ha fatto tutto Silvio, non Paolo. Di qui l’invito a comparire durante la conferenza Onu di Napoli e poi il processo. Primo grado: condannati Silvio e Sciascia, assolto Paolo. Appello: prescritto Silvio, condannato Sciascia. Cassazione: condannato Sciascia, assolto per insufficienza di prove Silvio, perché potrebbe essere stato Paolo, che però non può essere riprocessato una volta assolto. La prova contro Silvio potrebbe, anzi dovrebbe fornirla Mills, sentito come testimone al processo: purtroppo è stato corrotto con 600mila dollari e mente ai giudici, salvando il Cavaliere.
9 processi aboliti per legge
Ma le tangenti c’erano, e quello che il gruppo Berlusconi ha da nascondere alla Guardia di Finanza è più che evidente. Lo dimostra la miriade di processi nati da quei fondi neri negli anni 90, quando i giudici e i finanzieri corrotti iniziano a scarseggiare. Non potendoli neutralizzare a monte a suon di mazzette, B. li cancella a valle con una raffica di leggi ad personam: falso in bilancio, condoni fiscali ed ex Cirielli. Risultato: 2 processi fulminati perché il reato non c’è più, cancellato dall’imputato (All Iberian-2 e Sme-2) e 8 caduti in prescrizione. L’ultimo, per il semplice decorrere del tempo, sulla divulgazione dell’intercettazione della telefonata segreta e rubata tra Fassino e Consorte.
Gli altri 7: corruzione del giudice Metta per la sentenza Mondadori e caso All Iberian-1 per i 23 miliardi a Craxi (prescritti grazie alle attenuanti generiche); falsi in bilancio Fininvest anni 90; altri falsi in bilancio per i 1550 miliardi di lire di fondi neri sottratti al consolidato col sistema All Iberian; fondi neri nel passaggio del calciatore Lentini dal Torino al Milan; corruzione giudiziaria del teste Mills (prescritti grazie al-l’ex Cirielli); appropriazioni indebite e i falsi in bilancio e la gran parte delle frodi fiscali sui diritti Mediaset (prescritti grazie al combinato disposto della legge sul falso in bilancio e all’ex Cirielli). I reati superstiti, e cioè le frodi fiscali del 2002 e 2003, per un totale di 7 milioni di euro (su un totale di 360 milioni di dollari, ormai evaporati), sono miracolosamente giunti in Cassazione per la sentenza definitiva del 1° agosto prima della solita falcidie. Sarebbe questo il sintomo di una politica debole e di una giustizia forte? E che c’entra, con questa fogna, la politica?
Fonte
Secondo Angelo Panebianco, editorialista del Corriere (e non solo lui), la condanna definitiva di B. per frode fiscale non dipende dal fatto che B. è un frodatore fiscale, ma dallo “squilibrio di potenza fra magistrati e politica”. Perché in Italia la politica sarebbe “un potere debole e diviso” che non riesce a riformare il “potere molto più forte e unito” della magistratura. Solo separando le carriere, abolendo l’azione penale obbligatoria, trasformando il pm in “avvocato dell’accusa”, spogliando il Csm, cambiando la scuola e il reclutamento delle toghe e rimpolpando i poteri del governo nella Costituzione si eviteranno sentenze come quella del 1° agosto. Forse Panebianco non sa che in tutte le democrazie del mondo, anche quelle che hanno da sempre nel loro ordinamento le riforme da lui auspicate, capita di continuo che uomini politici vengano condannati se frodano il fisco, con l’aggiunta che vengono pure arrestati e, un attimo prima, cacciati dalla vita politica. Ma soprattutto il nostro esperto di nonsisachè ignora la carriera criminale di B., che froda il fisco da quando aveva i calzoni corti. E se non fu scoperto all’epoca è perché con i fondi neri corrompeva politici, Guardia di Finanza e giudici che avrebbero potuto scoperchiare le sue frodi fin dagli anni 70. Chi conosce il curriculum del neo-pregiudicato non si stupisce per la condanna dell’altro giorno, ma per il fatto che un tale delinquente matricolato sia rimasto a piede libero fino a oggi.
La prima visita
Il 12 novembre 1979 una squadretta della Guardia di Finanza ispeziona l’Edilnord Centri Residenziali Sas che sta realizzando a Segrate la città-satellite di Milano2, sospettata di varie irregolarità tributarie. Nel cantiere, con alcuni operai, c’è un omino spelacchiato e imbrillantinato che si presenta come “semplice consulente” della società. È Silvio Berlusconi, il proprietario, iscritto da un anno alla loggia deviata P2. I finanzieri vogliono sapere perché abbia prestato fideiussioni personali in favore di Edilnord e Sogeat, società il cui capitale è ufficialmente controllato da misteriosi soci svizzeri. Ma lui fa lo gnorri e mette a verbale: “Ho svolto un ruolo molto importante nei confronti dell’Edilnord Centri Residenziali e della Società generale attrezzature Sas, perché entrambe mi hanno fin dall’inizio affidato l’incarico professionale della progettazione e della direzione del complesso residenziale Milano 2”.
Anziché ridergli in faccia e approfondire le indagini, il maggiore Massimo Maria Berruti che guida la squadra si beve tutto, chiude l’ispezione in meno di un mese, nonostante le anomalie finanziarie riscontrate e archivia tutto con una relazione rose e fiori. Poi, il 12 marzo 1980, si dimette dalle Fiamme Gialle. Per qualche mese lavora per l’avvocato d’affari Alessandro Carnelutti, titolare a Milano di un importante studio legale con sedi a New York e Londra, dove si appoggia all’avvocato inglese David Mackenzie Mills. Poi Berruti inizia a lavorare per il gruppo Fininvest, specializzandosi in operazioni finanziarie estere e in contratti per i calciatori stranieri del Milan. Gli altri due graduati che erano con lui nel blitz del ’79 sono il colonnello Salvatore Gallo e il capitano Alberto Corrado. Il nome di Gallo verrà trovato nelle liste della loggia P2. Corrado verrà arrestato nel ’94 e poi condannato con Berruti per i depistaggi nell’inchiesta sulle mazzette Fininvest. Versate a chi? Alla Guardia di finanza, naturalmente.
San Bettino vede e provvede
Nel 1980 Berlusconi rischia di ritrovarsi un’altra volta la Finanza in casa. Allarmatissimo, scrive una lettera all’amico Bettino Craxi, leader del Psi che sostiene il governo Cossiga: “Caro Bettino, come ti ho accennato verbalmente, Radio Fante ha annunciato che dopo la visita a Torino, Guffanti e Cabassi, la Polizia tributaria si interesserà a me… Ti ringrazio per quello che crederai sia giusto fare” (lettera pubblicata dal fotografo di Craxi, Umberto Cicconi, in Segreti e misfatti, Roma 2005). Che si sappia, anche quella volta le Fiamme Gialle si tengono alla larga dal Biscione. Che evidentemente ha sempre più cose da nascondere.
Giudici venduti e no
Il 24 maggio 1984 il vicecapo dell’Ufficio Istruzione di Roma, Renato Squillante, interroga B., assistito dall’avvocato Cesare Previti e imputato “ai sensi dell’articolo 1 della legge 15/12/69 n. 932” per interruzione di pubblico servizio a causa delle presunte antenne abusive sul Monte Cavo che interferiscono nelle frequenze radio della Protezione civile e dell’aeroporto di Fiumicino. Gli imputati sono un centinaio. Ma la posizione di B. viene subito archiviata il 20 luglio 1985, mentre altri 45 rimarranno sulla graticola fino al 1992 e se la caveranno solo grazie all’amnistia. Non potevano sapere che Squillante e Previti avevano conti comunicanti in Svizzera. Insomma, che il giudice romano era a libro paga della Fininvest. Il 16 ottobre 1984 i pretori di Torino, Pescara e Roma, Giuseppe Casalbore, Nicola Trifuoggi e Adriano Sansa, sequestrano gli impianti che consentono a Canale 5, Italia 1 e Rete 4 di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia in spregio alla legge. Craxi neutralizza le ordinanze con due “decreti Berlusconi”.
Mills e la Fininvest occulta
Nel 1989 l’avvocato Mills, consulente Fininvest da alcuni anni, costituisce per conto del gruppo Berlusconi la All Iberian e decine di altre società offshore (la Kpmg, per conto della Procura di Milano, arriverà a contarne 64) domiciliate nelle isole del Canale (all’ombra di Sua Maestà britannica), nelle Isole Vergini e in altri paradisi fiscali. Ordine è partito dai responsabili della finanza estera del gruppo, Candia Camaggi e Giorgio Vanoni. Nasce così il “Comparto B” della Fininvest, “very discreet”, cioè occulto e in gran parte mai dichiarato nei bilanci consolidati, alimentato perlopiù dalla Silvio Berlusconi Finanziaria Sa (società lussemburghese regolarmente registrata a bilancio), ma anche da denaro proveniente dal Cavaliere in persona (in contanti, tramite “spalloni” che lo portano da Milano oltre il confine elvetico).
Sul conto svizzero di All Iberian, in soli sei anni, transitano in nero quasi mille miliardi di lire. Usati per operazioni riservate e inconfessabili, come confermeranno le sentenze definitive All Iberian, Mills e Mediaset. Anzitutto, B. versa 23 miliardi a Craxi tra il 1990 e il ’91. Gira soldi di nascosto ai suoi prestanome Renato Della Valle e Leo Kirch: non potendo, per la legge Mammì, detenere piú del 10% di Telepiú, B. finanzia occultamente le teste di legno che rilevano le sue quote eccedenti. Acquista per 456 miliardi il capitale di Telecinco, la tv spagnola, di cui per la legge antitrust di Madrid non potrebbe controllare più del 25%. Presta soldi a Giulio Margara, presidente di Auditel e direttore di Upa, l’associazione utenti pubblicitari. Gira 16 miliardi a Previti, in parte per pagarlo in nero in parte perché versi tangenti a giudici romani come Squillante e Vittorio Metta (autore della sentenza comprata che nel 1990 scippa la Mondadori a De Benedetti per regalarla alla Fininvest). Scala di nascosto i gruppi Rinascente, Standa e Mondadori in barba alla normativa Consob .
E soprattutto, tramite alcune offshore, intermedia l’acquisto di film dalle major di Hollywood, facendone lievitare i costi per 368 milioni di dollari e dunque abbattendo gli utili di Mediaset per tutti gli anni 90, consentendo al gruppo di pagare meno imposte e al beneficiario dei conti esterni, cioè a se stesso, di accumulare una fortuna extrabilancio ed esentasse. E cosí via. Resta pure il sospetto che parte del denaro di destinazione ignota sia servito a pagare i politici del pentapartito per la legge Mammì del 1990 sull’emittenza: quella che consente a B. di tenersi tutt’e tre le reti Fininvest in barba a qualunque minimo principio antitrust. Lo testimoniano i responsabili della Fiduciaria Orefici, che aiuta il Cavaliere a foraggiare il conto All Iberian: il dirigente Fininvest Mario Moranzoni confidò loro che “i politici costano, c’è in ballo la Mammí”. Per le presunte tangenti Fininvest in cambio di quella legge, la magistratura romana indagherà Gianni Letta e Adriano Galliani, ma l’ufficio Gip guidato da Squillante negherà il loro arresto, e l’inchiesta finirà nel nulla.
Le Fiamme Sporche
Nel 1989 il responsabile servizi fiscali della Fininvest, Salvatore Sciascia, altro ex finanziere passato alla corte del Cavaliere, si libera di una verifica fiscale a Videotime (la società Fininvest che racchiude Canale5, Rete4 e Italia1) versando ai finanzieri una tangente di 100 milioni di lire. Lo stesso fa nel 1991 con 130 milioni scuciti per ammorbidire un’ispezione a Mondadori. E poi nel 1992 con altri 100 milioni per una visita delle Fiamme Gialle a Mediolanum. E ancora nel 1994 con 50 milioni perché i finanzieri chiudano un occhio, o possibilmente due, durante un blitz disposto dalla Procura di Roma e dal Garante per l’editoria sulla reale proprietà di Telepiù: che, se dovesse risultare ancora in mano a B. tramite i soliti prestanome (così com’è nella realtà), porterebbe all’immediata revoca delle concessioni per Canale5, Rete4 e Italia1. Ma anche quella volta i finanzieri corrotti se ne vanno con gli occhi bendati.
Nel ’94, appena un sottufficiale confessa a Di Pietro di aver ricevuto parte di una tangente Fininvest, esplode lo scandalo Fiamme Sporche, che in poche settimane porta all’arresto di un centinaio di finanzieri corrotti e all’incriminazione di oltre 500 imprenditori e manager corruttori (il Gotha dell’imprenditoria milanese). Confessano quasi tutti. Tranne uno: Silvio B., che non può ammettere nulla perché è appena divenuto presidente del Consiglio. Sciascia dice che ha fatto tutto per ordine di Paolo Berlusconi, Silvio non c’entra nulla. Intanto l’avvocato Berruti chiama l’ex collega Corrado (quello dell’ispezione del 1979), ormai in pensione, perché tappi la bocca sulle mazzette Fininvest il capobanda, colonnello Angelo Tanca. E così avviene. Quando il pool Mani Pulite ha pronta la richiesta di cattura per Sciascia e Paolo, il governo di Silvio vieta la manette per corruzione col decreto Biondi.
È il 14 luglio ’94. L’Italia si ribella, Bossi e Fini si defilano, B. è costretto a ritirare il decreto a furor di popolo, così finiscono dentro Sciascia, Paolo, Corrado e Berruti. Il quale, si scopre, prima di orchestrare il depistaggio è volato a Roma per incontrare il premier a Palazzo Chigi. La prova che ha fatto tutto Silvio, non Paolo. Di qui l’invito a comparire durante la conferenza Onu di Napoli e poi il processo. Primo grado: condannati Silvio e Sciascia, assolto Paolo. Appello: prescritto Silvio, condannato Sciascia. Cassazione: condannato Sciascia, assolto per insufficienza di prove Silvio, perché potrebbe essere stato Paolo, che però non può essere riprocessato una volta assolto. La prova contro Silvio potrebbe, anzi dovrebbe fornirla Mills, sentito come testimone al processo: purtroppo è stato corrotto con 600mila dollari e mente ai giudici, salvando il Cavaliere.
9 processi aboliti per legge
Ma le tangenti c’erano, e quello che il gruppo Berlusconi ha da nascondere alla Guardia di Finanza è più che evidente. Lo dimostra la miriade di processi nati da quei fondi neri negli anni 90, quando i giudici e i finanzieri corrotti iniziano a scarseggiare. Non potendoli neutralizzare a monte a suon di mazzette, B. li cancella a valle con una raffica di leggi ad personam: falso in bilancio, condoni fiscali ed ex Cirielli. Risultato: 2 processi fulminati perché il reato non c’è più, cancellato dall’imputato (All Iberian-2 e Sme-2) e 8 caduti in prescrizione. L’ultimo, per il semplice decorrere del tempo, sulla divulgazione dell’intercettazione della telefonata segreta e rubata tra Fassino e Consorte.
Gli altri 7: corruzione del giudice Metta per la sentenza Mondadori e caso All Iberian-1 per i 23 miliardi a Craxi (prescritti grazie alle attenuanti generiche); falsi in bilancio Fininvest anni 90; altri falsi in bilancio per i 1550 miliardi di lire di fondi neri sottratti al consolidato col sistema All Iberian; fondi neri nel passaggio del calciatore Lentini dal Torino al Milan; corruzione giudiziaria del teste Mills (prescritti grazie al-l’ex Cirielli); appropriazioni indebite e i falsi in bilancio e la gran parte delle frodi fiscali sui diritti Mediaset (prescritti grazie al combinato disposto della legge sul falso in bilancio e all’ex Cirielli). I reati superstiti, e cioè le frodi fiscali del 2002 e 2003, per un totale di 7 milioni di euro (su un totale di 360 milioni di dollari, ormai evaporati), sono miracolosamente giunti in Cassazione per la sentenza definitiva del 1° agosto prima della solita falcidie. Sarebbe questo il sintomo di una politica debole e di una giustizia forte? E che c’entra, con questa fogna, la politica?
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