Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Milan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Milan. Mostra tutti i post

14/04/2017

Inter e Milan, le due squadre cinesi così vicine così lontane

Alla fine degli anni ’70 l’Inter si recò in tour in Cina mentre, a sua volta la nazionale cinese fece un’amichevole a Milano, di cui rimane questo riflesso filmato con racconto di Sandro Mazzola.

All’epoca si trattò della maturazione di contatti commerciali, con la Cina, che si sono sviluppati lungo il corso del tempo. Tanto che oggi la comunità cinese è stata protagonista, anche se un po’ chiacchierata, delle primarie del PD a Milano mentre capitali e cordate cinesi si sono comprati l’Inter, e più recentemente, il Milan. Curiosamente, ma non troppo, la popolarità delle due squadre milanesi in Cina è dovuta alle trasmissioni di CCTV Sports, l’emittente sportiva di stato, durante gli anni ’90. Era il periodo delle “sette sorelle” del calcio italiano, in cui le coppe europee, anche tutte e tre nello stesso anno (come avvenne nel ’90), finivano regolarmente in Italia. Una generazione di manager cinesi dello sport è cresciuta, in quel modo con il mito del calcio italiano.

Ma l’acquisto cinese di Inter e Milan porta due modelli di business diversi quanto differenti erano le presidenze italiane dei due club. Il primo l’Inter, fino a che è stato a presidenza Moratti, è stato il club che incarnava lo spirito sportivo-filantropico della grande borghesia milanese. Non inganni la parola: sportivo-filantropico significa la capacità di tessere reti di affari, e di relazioni che contano, grazie allo sport e alla filantropia sportiva (in Italia e in tutto il mondo). Certo, ad un certo punto finanziare il mondo Inter per la famiglia Moratti era diventato insostenibile. Di qui il passaggio a Tohrir, un tycoon indonesiano, che ha consolidato i debiti dell’Inter per rivenderli, assieme alla squadra, al gruppo Suning. Un conglomerato cinese, di vendite al dettaglio e on line, di circa 25.000 dipendenti con un fatturato annuo pari ad una manovra finanziaria del nostro paese. Suning, recentemente, ha acquistato i diritti della Bundesliga (circa 260 milioni) per la propria televisione. E’ evidente l’intenzione, da parte del gruppo, di espandersi nel settore calcio. Non solo come acquirente di diritti televisivi, per poi trasformarli in audience pubblicitaria, ma anche rivenditore di diritti in quanto proprietario dell’Inter e dello Jangsu di Nanchino squadra della nuova gallina dalle uova d’oro chiamata Chinese Super League.

Differente è la questione del Milan. Sono passati i tempi in cui Berlusconi, pubblicamente, si vantava di dire ai suoi figli “non vendere mai il Milan”. Ma parlava di una squadra che era diventata prima un moltiplicatore pubblicitario per le aziende del gruppo, poi un’arma per il governo dei diritti televisivi e, infine, uno strumento di consenso elettorale. Negli ultimi anni il Milan non era più nulla di tutto questo. Tanto che, dopo la vittoria in Champions League del 2007, il gruppo Berlusconi non aveva più l’interesse strategico, e le risorse, per mantenere il costoso giocattolo. Ecco che ora il Milan è passato ad un gruppo cinese, o sino-americano a seconda delle letture, che sembra mantenere tutte le caratteristiche del gruppo Tohrir che ha acquistato l’Inter. Magari con maggiore difficoltà, viste le restrizioni che il governo cinese ha imposto all’esportazione di capitali (a causa anche della fuga di capitali sul calcio) ma la logica sembra simile: acquistare per consolidare il debito, in questo caso del Milan, e poi rivendere. Oppure attirare nuovi soci in grado di far guadagnare sull’operazione originaria (che complessivamente è sui 750 milioni di euro).

Suning e la cordata cinese, o sino-americana, che ha acquistato il Milan sono quindi due soggetti diversi. Il gruppo che ha preso l’Inter ha un business stabilizzato, e fiorente, quello che ha acquistato il Milan cerca il colpo grosso, e quindi il grandissimo business, proprio a partire dall’acquisto della squadra rossonera. Entrambi i club sono uniti pero’ da una cosa: sabato c’è il derby. Orario, 12,30 per permettere la visione in prime time cinese. Curiosamente per anni il derby è letteralmente scomparso di pomeriggio, per le pay tv europee, adesso riappare all’ora di pranzo. Per la televisione cinese. A lungo il campionato di serie A è stato una vetrina del capitalismo italiano e del potere politico. Visto l’impiego di capitali e l’importanza della politica di relazione. Per cui, magari, a Milano l’imprenditore più importante (negli anni ’60 Rizzoli, settore media poi Berlusconi stesso settore) si prendeva i rossoneri e nella capitale le successioni di presidenza della Roma le decideva Andreotti (ultima volta, i Sensi come successori di Ciarrapico). Oggi il capitalismo italiano si allontana sempre di più dal calcio di vertice, specchio del fortissimo indebolimento economico e politico, tanto che quello di Milano è un derby cinese e la Roma è in mano ad un gruppo americano. Per non dire che la stessa Juventus è governata da un gruppo che oggi ha sede in Olanda, uno dei paradisi europei dell’evasione fiscale legale, e quotato a Londra. Tutto questo spostamento di proprietà, in quell’ambito centrale per il consenso politico che è l’intrattenimento, naturalmente troverà il suo riflesso in politica. Come è già accaduto per Berlusconi, direttamente, o indirettamente. È una legge di natura, possiamo dire.

Ma, cosa è oggi il calcio? Sicuramente non è più un divertimento legato alla ritualità collettiva (le partite non si giocano più lo stesso giorno alla stessa ora, frantumando quell’idea di coralità tipica dei riti) ma al suo inserimento nel palinsesto personale (tra un impegno e l’altro nella variabilità degli orari, e in quella delle reti amicali). Il calcio ha evidentemente perso in coralità, le tifoserie si aggregavano attorno a questo fenomeno, per guadagnare come strumento di intensificazione delle reti sociali via digitale. È, oggi, un fenomeno più legato alla intensità da social che a quella da stadio. Oltretutto oggi non è infrequente vedere persone che, nelle fasi topiche della partita, la guardano attraverso il cellulare. Non che tutto questo sia uno scandalo ma, sicuramente, comporta trasformazioni nei ruoli sociali e del loro peso nel calcio e nella società. Basti vedere chi sono i protagonisti dei primi piani, quelli che valorizzano immagini, durante le partite. A parte i vip poi tifoserie oscurate e vai primi piani di giovani coppie, bambini (pubblico fondamentale per una fidelizzazione commerciale visto che orientano il consumo in famiglia), donne in funzione, ahinoi, decorativa. La polpa del pubblico che produce profitti per il calcio è questa. Un pubblico che, sentendosi così rappresentato, cerca poi protagonismo. Ed è quel pubblico che oltre ai cellulari cinesi oggi consuma anche le squadre italiane possedute dai cinesi.

Senza fare i moralisti, cosa anche ridicola, si tratta però di indicare che questi fenomeni, apparentemente di colore, portano con sé serie trasformazioni non solo sociali ma politiche. Ma è roba che la politica di oggi, occupata a litigare su stupidaggini (“hai rubato tu... no tu”), neanche vede.

Redazione, 14 aprile 2017

14/01/2017

Milan, i 12 punti oscuri della vendita ai cinesi

tratto da Business Insider

La vendita del Milan è fissata per il 3 marzo 2017: prima della fatidica data la società dovrà convocare l’assemblea degli azionisti che si riunirà quando Sino-Europe farà arrivare i 320 milioni di euro che ancora mancano per chiudere l’operazione. Allora gli amministratori in carica si dimetteranno per lasciare spazio ai nuovi vertici cinesi. Sulla carta sembra solo un passaggio formale, ma la vicenda è molto più complicata di così. E le domande senza risposta sono tante, nella forma e nella sostanza.

1) Perché i cinesi stanno pagando il Milan a rate?

E’ un caso più unico che raro. Fininvest e Sino-Europe, guidata dall’uomo d’affari cinese Yonghong Li, hanno pattuito un prezzo di 740 milioni di euro: 520 milioni alla holding della famiglia Berlusconi, più l’accollo di 220 milioni di debiti. Le trattative di questo tipo vengono solitamente chiuse in un colpo solo: una firma e una transazione bancaria. Certo, i pagamenti possono anche essere dilazionati nel tempo, ma spesso a fronte di una fidejussione bancaria che faccia da garanzia cosicché il controllo delle società passi di mano subito. E’ successo così per l’Inter quando Massimo Moratti vendette a Erick Thohir e poi quando lo stesso Thohir passò la mano ai cinesi di Suning, la scorsa estate. Stessa modalità per la cessione della Sampdoria a Massimo Ferrero da parte della famiglia Garrone (che però alla data dell’ultimo bilancio disponibile continua a garantire per l’attuale proprietario). Percorso identico anche per James Pallotta che ha rilevato la Roma nel 2011. In tutti questi casi di caparra neppure l’ombra. Sono arrivati, invece, i contanti o le garanzie bancarie.

2) Perché i cinesi non si avvalgono di advisor finanziari?

Di solito operazioni di questo genere vengono finanziate da diversi istituti, proprio per la complessità di mettere insieme, rapidamente, le cifre necessarie a chiudere l’affare. I cinesi, invece, non hanno voluto l’aiuto di nessuno dichiarando di avere a disposizione tutto il budget. Eppure non riescono a transare. Evitando di chiedere l’intervento di una banca hanno evitato un controllo dei conti (due diligence) approfondito, come quelli che sono necessari quando nelle trattative sono coinvolti i Pep: persone politicamente esposte, come nel caso di Silvio Berlusconi. Nessuna banca, quindi, e nessuna indagine approfondita sulle parti in causa.

3) Chi è Yonghong Li?

Nessuno lo sa. Prima della sua complicata scalata al Milan non era mai entrato nei radar dei media, ma neppure degli imprenditori e dei diplomatici. Non era noto agli uffici del commercio con l’estero e neppure alle ambasciate. Anche per gli addetti ai lavori del calcio orientale è un mistero. Per Marcello Lippi che in Cina è una divinità si tratta di uno sconosciuto, Fabio Cannavaro ammette di saperne poco. Alberto Forchielli, partner di Mandarin Capital, ha più volte detto che la cordata non esiste. Poche informazioni anche in rete, ma probabilmente dipende anche dal diverso alfabeto. Il Sole 24 Ore, invece, è riuscito a scoprire di una multa comminatagli da parte della Borsa di Shanghai per attività irregolari. Di certo, però, c’è un Yonghong Li tra i Panama Papers: è uno dei tre intestatari di una società offshore a Panama. Potrebbe essere un caso di omonimia, ma il diretto interessato non ha mai smentito. La società, Alkimiaconst Sa, è stata aperta da Mossack Fonseca, lo stesso intermediario che ha creato, Struie una cassaforte di cui si sono serviti sia Silvio Berlusconi sia Flavio Briatore (benché i loro nomi non compaiano direttamente nelle carte panamensi): a riempirla, invece, era stato l’avvocato britannico David Mills, creatore di un sistema offshore da 775 milioni di euro. L’ipotesi è che Yonghong Li sia l’apripista di altri investitori che non vogliono esporsi.

4) Di chi sono i 200 milioni versati a Fininvest?

La prima tranche è stata pagata da Yongyong Li, probabilmente attraverso Crédit Suisse, la banca svizzera coinvolta nei Panama Papers che a maggio dello scorso anno ha annunciato la chiusura dei suoi uffici nel paradiso fiscale centroamericano. La banca – che rifiuta ogni commento – è stata più volte accusata di aver aiutato contribuenti di tutti il mondo a eludere il fisco: negli Stati Uniti hanno pagato una multa da 2,5 miliardi di dollari, in Italia hanno transato 109,5 milioni di euro nell’ambito dell’accusa di aver aiutato 13mila contribuenti a evadere 14 miliardi di euro. La seconda tranche è un mistero. I 100 milioni sono effettivamente arrivati in casa Fininvest, ma prima hanno fatto il giro del mondo: sono partiti da un veicolo (Willy Shine, con una chiara allusione sessuale, come nota l’Oxford Dictionary) con sede alle Isole Vergini Britanniche – lo stesso paradiso fiscale noto a tanti imprenditori italiani, da Berlusconi a Galliani – per arrivare alla sede di Hong Kong di Huarong, l’asset manager controllato dal governo, che li ha poi girati a Fininvest.

5) Perché è stata necessaria questa triangolazione?

Nessuno sa spiegarlo. Huarong, al momento, non fa parte della cordata Sino-Europe, ma avrebbe anticipato l’ultima caparra da 100 milioni (la società non conferma l’operazione, ma il documento pubblicato da Calcio e Finanza riporta la firma di un suo dipendente). La prima versione ufficiale è che Huarong non avesse tutte le autorizzazioni necessarie per superare il controllo dei capitali imposti dal governo cinese. Eppure, il bonifico per Fininvest non è partito dalla Cina, ma dalla sede di Hong Kong di Huarong dove la valuta è il dollaro locale e non il renminbi cinese oggetto di controllo. E, infatti, mentre in Cina è effettivamente in atto una stretta sull’uscita dei capitali, l’ex colonia britannica rimane una zona franca. La secondo spiegazione, invece, è che Huarong non avesse 100 milioni disponibili a Hong Kong, ma è una giustificazione che regge solo fino a un certo punto: il gruppo, infatti, ha un fatturato da oltre 11 miliardi di dollari e asset gestiti per oltre 110 miliardi e negli ultimi due anni ha collocato obbligazioni in dollari americani per quasi cinque miliardi.

6) Dal momento che dicono di avere molti capitali all’estero, perché i cinesi non hanno direttamente creato un veicolo offshore per comprare il Milan?

E’ un’altra domanda senza risposta. Dal momento che l’arrivo di una stretta sui movimenti di capitali era attesa e in parte dovuta alla promozione del Renminbi tra le valute di riserva del Fmi, Sino Europe avrebbe potuto far partire l’operazione direttamente dalle Isole Vergini, invece ha preferito complicarsi la vita.

7) E’ davvero credibile che la stretta sui capitali impedisca di chiudere l’operazione?

Per tutti gli esperti contattati da Business Insider no. Sono strane le lungaggini burocratiche – i tempi per avere le autorizzazioni a completare gli investimenti all’estero sono di circa 50 giorni – ed è strano l’approccio delle parti alla trattativa. Secondo i dati dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero, l’interscambio tra Cina e Italia resta costante. Di più: tra il 2006 e il 2015 lo stock di denaro investito dalla Cina all’estero è arrivato a 1.097 miliardi di dollari (145 miliardi solo nel 2015) e il governo ha annunciato di voler aumentare la quota di altri mille miliardi tra il 2016 e il 2020. Se Pechino ha davvero intenzione di investire 200 miliardi di dollari l’anno all’estero, perché fatica ad autorizzare una spesa da 520 milioni, pari allo 0,25% dell’importo annuo? Se il governo – come sbandierato da Sino Europe – ha davvero autorizzato l’acquisizione del Milan perché adesso la ferma? E, in fondo, Huarong è davvero controllata dal governo di Pechino.

8) Perché Sino Europe non comunica la lista dei nomi?

La compagine azionaria di Sino Europe è un mistero. Vuole essere un fondo di private equity, ma si comporta come una piccola società di amici. I nomi messi in circolazione cambiano in continuo: nel calderone è finita anche China Construction Bank – poi uscita dalla lista –, ma la sostanza non cambia, a parole sarebbero tutti soci con fatturati da decine di miliardi. Di più, avrebbero già messo tutto il capitale necessario, ma allora perché non riescono a comprare il Milan nei tempi prestabiliti? Di certo esiste una lista di soggetti interessati all’operazione, ma nessuno è vincolato a investire. Un’altra spiegazione è che grandi venissero resi pubblici, i venditori potrebbero provare a chiedere ancora più soldi.

9) Perché non viene rispettato il protocollo degli affari asiatici?

In Cina l’etichetta è tutto. Prima di parlare di affari è fondamentale conoscersi e i cinesi non amano gli emissari. Vogliono incontrare l’azionista, vogliono conoscere il venditore. Di più: vogliono il loro biglietto da visita per poterlo conservare. E non lo accettano per interposta persona: il biglietto da visita va consegnato con le due mani e un leggero inchino del capo. Tutto questo, invece, non è mai accaduto. Sono stati i cinesi a venire in Italia, mentre pare che Silvio Berlusconi non sia mai stato in Cina a condurre le trattativa. Neppure risulta ci sia stata sua figlia Barbara.

10) Perché la data del closing cambia continuamente?

Se davvero Sino Europe ha già raccolto tutti i soldi necessari da tempo, perché non ha chiuso l’affare a settembre, prima che scattasse l’ampiamente atteso controllo dei capitali.

11) Perché il Milan non può spendere per la campagna acquisti di gennaio?

Gli accordi prevedono che tutte le spese sostenute da Fininvest per il Milan a partire dal primo luglio 2016 fino alla data del closing siano rimborsate da Sino-Europe alla famiglia Berlusconi. Compreso, quindi, il calcio mercato. Tanto è vero che in società è entrato Marco Fassone, ad in pectore e uomo forte dei soci cinesi, ma perché allora non vengono aperti i cordoni della borsa in un momento in cui il Milan può ambire a posizioni di vertice? Quali altri garanzie servono per operare sul mercato? Ci sono dei dubbi sul successo dell’operazione? A spazzarli via sarebbe bastata una fidejussione bancaria.

12) E’ possibile che siano soldi di Fininvest?

E’ impossibile dare un risposta. Di certo c’è che alle Isole Vergini Britanniche esiste una delle casseforti riferibili a Silvio Berlusconi, ma è troppo poco anche per avanzare un sospetto. Inoltre, far rientrare dei soldi attraverso la Cina sarebbe un’operazione al quanto azzardata e infatti la holding della famiglia Berlusconi respinge ogni illazione. I fatti accaduti finora, però, indicano che il tira e molla con i cinesi ha già portato a Milano 200 milioni di euro di caparra che resteranno nelle casse della società anche se la vendita del Milan non dovesse concludersi.

Fonte

07/08/2015

Inter, Milan, Sampdoria: piccolo manuale per non passare da boccaloni

Ma voi, sì voi che siete bombardati in questi giorni dalle strabilianti notizie del calciomercato, ci credete?
Voi credete veramente che l’indonesiano Erick Thohir abbia comprato da Massimo Moratti il 70 per cento dell’Inter pagando 75 milioni e accollandosi debiti per 180 milioni?

Siete parimenti persuasi che Silvio Berlusconi venda il 48 per cento del Milan incassando 480 milioni dal tailandese Bee Taechaubol e che, poi, al vertice del Milan, non cambi nulla?

E vi pare possibile che il 100 per cento della Sampdoria sia stata ceduto a Massimo Ferrero, detto (da Monica Vitti) Er Viperetta, per soli 1.000 (mille) euro?

Benvenuti nello stravagante mondo del calcio italiano, dove, tra i tifosi, la sensazione di esser sistematicamente presi per i fondelli è sempre più diffusa.

Esagerano? Troppo malpensanti? Vediamo un po’ di capirlo.

Io, lo ammetto, non sono un esperto di M&A, ovvero di Merger and Acquisition, cioè di fusioni e acquisizioni societarie. E, confesso, non ho alcun titolo per stabilire il valore reale di un qualsivoglia club calcistico. In breve: sono, letteralmente, un ignorante.

Ma non sono scemo. E di fronte alle vicende finanziarie di Milan, Inter e Sampdoria mi faccio delle domande.

Per esempio... Mr. Bee è un fesso? Non credo, non sembra.
Ma allora perché è pronto a spendere più del doppio di Mr. Thohir per contare zero?

Non gli conveniva comprarsi tutta la Sampdoria per mille euro, anziché meno della metà del Milan per 480 milioni di euro, e investire i rimanenti 479 milioni e 999 mila per ingaggiare i migliori giocatori del pianeta Terra?
O ci sono cose che non sappiamo e il fesso sono io?

Cambiamo scenario.
Er Viperetta è un genio? E sì, perché se si è preso un intero club al prezzo di due notti in un hotel cinque stelle non lo si può considerare diversamente, soprattutto a fronte degli esborsi (reali? presunti?) degli asiatici di cui sopra.

Oppure, anche qui, ci sono cose che non sappiamo? E allora, un’altra volta, il cretino sono io?
Dopo aver riempito lo zaino di dubbi e punti interrogativi, ho deciso di mettermi in marcia sul sentiero della conoscenza.

Obiettivo: capire se è tutto oro quel che luccica o se c’è il trucco.
Piccola anticipazione: guarda di qua, sbircia di là, ne ho viste di cotte e di crude. E ora ve le racconto.

Cominciamo dall’Inter.
Normalmente uno che ha il 70 per cento di una società fa e disfa come gli pare.

E, invece, in base agli accordi contrattuali, Thohir con questa posizione dominante non può muovere foglia che Moratti non voglia. O giù di lì.
Per esempio, all’Inter occorre una maggioranza del 90 per cento per: aumenti di capitale; cessione di beni o trasferimenti di rami d’azienda; cambio di denominazione o di sede sociale; fusioni, scissioni o trasformazioni societarie; emissione di obbligazioni o uso di altri strumenti finanziari.

Non basta.
In consiglio di amministrazione Thohir ha cinque rappresentanti su otto. Ma ne servono sette per le decisioni chiave.

Ora siamo in pieno calciomercato, no? Ebbene per spendere più di 20 milioni di euro bisogna avere il consenso di Moratti. Idem per contratti con calciatori, allenatori o altri se l’ingaggio va oltre 10 milioni lordi.
Idem se si dovesse costruire uno stadio o decidere di vendere il centro sportivo di Appiano Gentile (Como).
Idem per acquisti o vendite di beni per oltre 10 milioni; utilizzo di linee di credito o stipule di mutui; operazioni straordinarie (come partecipazioni o joint venture superiori a 20 milioni) e cessioni del marchio.

Mica è finita.
Moratti può addirittura mettere il veto su alcune tipologie di sponsor: quelli che rientrano nei settori armi, scommesse, gioco d’azzardo, cibi geneticamente modificati.

E, nel caso si spazientisse per tutto quanto precede, Thohir, fino al 15 novembre 2016, non potrà scendere sotto il 70 per cento senza l’ok di Moratti.

Insomma, il venditore, dopo aver ceduto la società, continua a contare come prima; e, a occhio e croce, più dell’acquirente.

A voi sembra normale?

In questo quadro, la disputa di un calciatore egiziano, Mohamed Salah, che vede l’Inter e la Fiorentina contrapposte, ha provocato il duro intervento del vicepresidente viola, il giornalista Paolo Panerai, fondatore di Class Editori.

Panerai, sabato, via Twitter, ha lanciato pesanti allusioni entrando a gamba tesa sulla trasparenza societaria nerazzurra, già oggetto di un articolo assai scomodo apparso sul Corriere della Sera dal titolo: “Hong Kong e Cayman, la selva oscura dell’Inter di Thohir”.

L’Inter ha replicato domenica con un comunicato al vetriolo in cui minaccia querele.
Cominciano a volare gli stracci finanziari, insomma.

Passiamo al Milan. Per ora bocce ferme. O quasi.
Mr. Bee e B. (così il Fatto Quotidiano chiama Berlusconi) si sono dati otto settimane di tempo a partire dal 5 giugno per arrivare ad un accordo. Vedremo.

Nero su bianco, B. ha fatto scrivere che, se tutto andrà bene, Bee avrà il 48 per cento e lui si terrà il 52. E allora dov’è l’affare per il tailandese?
Se chiedete in giro, ve la raccontano così: il Milan costruirà un nuovo stadio tutto suo nella zona dell’ex Fiera; poi, a fronte di un piano di commercializzazione del brand sui mercati asiatici, il club verrà quotato alla Borsa di Hong Kong; lì ci sarà una cascata di denaro per B. e Bee e tutti vivranno felici e contenti.

Bella storia. Quasi una fiaba. Ma c’è sempre qualcuno che non crede alle fiabe. Per esempio Marco Iaria, il giornalista de La Gazzetta dello Sport che si diverte a fare i conti in tasca al mondo del pallone.
Iaria, in un bell’articolo, spiega che, se la cifra di 480 milioni per il 48 per cento fosse vera, saremmo in presenza di un assurdo: il Milan varrebbe più del Manchester United che è il club calcistico numero uno al mondo.
Anche Andrea Agnelli, presidente della Juventus, non ha taciuto le sue perplessità di fronte a questi numeri.

E allora com’è la faccenda?

”C’è solo una spiegazione plausibile, dal punto di vista tecnico, per la valutazione di cui si parla (…) a proposito del Milan. Ed è questa: i 480 milioni per il 48% delle azioni tengono già conto del cosiddetto premio di maggioranza, cioè il surplus sul prezzo che il venditore è disposto a riconoscere in cambio del controllo di un’azienda (…) Ma Fininvest esclude tutto questo…” ha scritto Iaria.

Quindi, come nel gioco dell’Oca, siamo tornati alla casella iniziale, piena dei nostri dubbi. Che ci terremo, penso, fino allo scadere delle otto settimane.

I dubbi, peraltro, circondano anche un altro soggetto accostato prima all’Inter e poi al Milan, la Doyen Sports, descritta così da Mario Gerevini in un articolo sul Corriere della Sera: “Uno strano «animale» che vive tra calcio e finanza, si ciba di cartellini di calciatori, influenza il calciomercato e, come una banca, finanzia i club. Ci vuole grande e agile liquidità per farlo. Da dove vengono i capitali?”.

Mistero.

Non è un mistero, invece, che lo “strano animale” faccia il bello e il cattivo tempo nella compravendita dei talenti calcistici. E che lo faccia a livello mondiale. Ma lasciamo da parte la Doyen Sports e i suoi misteri, almeno per questa volta, altrimenti scatta il mal di testa.

E accendiamo i riflettori su Er Viperetta.
Reduce dal fallimento di una compagnia aerea, trascinato in tribunale dalla ex moglie che lo accusa di aver falsificato un paio di fidejussioni bancarie, proprietario di una catena di cinema e produttore di film, Massimo Ferrero, tifosissimo romanista, è sbucato dal nulla il 12 giugno 2014, quando Edoardo Garrone, rampollo di una famiglia di petrolieri genovesi ai vertici della ERG, ha convocato d’improvviso una conferenza stampa, se lo è messo a fianco e ha annunciato di avergli venduto la Sampdoria.
Come, dove e quando i due, diversi quanto il Sole e la Luna, si siano incontrati, nessuno lo sa.

Si sa, invece, che il club è stato ceduto per 1.000 euro alla Holding Max, una srl (società a responsabilità limitata) costituita il 27 giugno 2014 e appartenente a due figli di Ferrero: Vanessa ha l’80 per cento, Giorgio il 20 per cento.

Non sono le uniche stranezze dell’affaire.
La famiglia Garrone ha dato un sacco di soldi a Er Viperetta (bersaglio di Maurizio Crozza, che lo imita benissimo); eppure, un anno dopo, la Sampdoria presenta i conti in rosso, come ha rivelato Andrea Montanari sul quotidiano Milano Finanza.

Iaria, il giorno seguente all’articolo di Montanari, si è chiesto, sempre su La Gazzetta dello Sport, che cosa farà ora Ferrero e quali sono davvero i suoi rapporti con i Garrone.
Ferrero non ha gradito e ha fatto scrivere un comunicato del genere “tutto va bene madama la marchesa”.

Risultato: Iaria, quasi in tempo reale, ha rincarato la dose. Morale: sembra di capire che servono urgentemente contanti per mettere a posto il club. E che potrebbero arrivare proprio dai Garrone.

Domanda dell’ingenuo: com’è che il venditore, già molto generoso tanto da dare una dote al compratore, dodici mesi dopo il passaggio di proprietà dovrebbe sborsare altri quattrini? Di solito non è il venditore che incassa?

Lascio a voi la risposta. E lascio a voi anche tutti i maligni pensieri che un simile interrogativo è in grado di scatenare.

Certo, con il Parma affondato nei debiti di una colossale bancarotta e il Catania annegato nella vergogna delle partite truccate, quanto vi abbiamo appena raccontato è finito in secondo piano.

E l’Italia ha problemi ben più gravi del calcio, per carità.

Ma passare per stupidi non è mai bello. Nemmeno se si tratta di pallone. Perciò vi ho raccontato le tre storie.

Così, almeno, nelle chiacchiere da bar non farete la figura dei boccaloni...

Fonte

04/02/2013

Balotelli tra punti in classifica e percentuali elettorali

Quanti punti in classifica, a favore del Milan, vale l’acquisto di Balotelli e quali percentuali di voto a favore del centrodestra?


Un'indiscrezione, proveniente dai blog di centrosinistra, afferma che nel comitato elettorale di Bersani, evidentemente più preoccupato di Berlusconi che del Milan, si sostiene che se l’effetto Balotelli sposta voti allora questo paese non ha speranza.  In realtà il Pd dovrebbe preoccuparsi più del fatto che sta calando nei sondaggi perché, a parte l’effetto Monte dei Paschi, non ha alcuna proposta percepibile dal proprio elettorato di riferimento. Oppure, se si preferisce, siccome l’eventuale programma di governo, compatibile con il suicidio chiesto dall’eurozona, è meglio nasconderlo allora Bersani ha preferito una campagna elettorale fatta di pallido identitarismo, politicismo e affermazioni contraddittorie.

Ma il calcio sposta o no i voti in campagna elettorale? E’ presto detto. L’effetto Milan moltiplica i voti quando la campagna elettorale per Berlusconi è in ascesa e non li aumenta quando il consenso per il centrodestra è in discesa. Insomma il calcio funziona solo come moltiplicatore in positivo e non come processo di inversione di tendenza. Qualche esempio? Nel 1994, dopo la vittoria elettorale alle politiche, la trionfale vittoria del Milan nella finale di coppa dei Campioni ad Atene (4-0 contro il Barcellona) ha sicuramente aiutato Forza Italia a raggiungere il 30 per cento dei voti alle europee del giugno di quell’anno. Perché il calcio, dopo l’elezione di Berlusconi di quell’anno, moltiplicava l’effetto di potenza attorno al brand del cavaliere. Come già lo aveva fatto nella campagna elettorale per le politiche dei mesi precedenti, frutto di un lungo processo di accumulazione di potenza dell’immagine di Berlusconi. Nel 2011 la vittoria del Milan nel campionato italiano di calcio, nello stesso giorno delle elezioni comunali a Milano, ebbe un effetto nullo sulle amministrative. E fu la tornata elettorale in cui Pisapia colse una storica vittoria a Milano. Perché il consenso verso Berlusconi era già logorato da un biennio di crisi, oltre dallo spettacolo degradante del bunga-bunga (che il Pd non ha usato in campagna elettorale, segno che può o vuole pungere il Cavaliere fino ad un certo punto).  Balotelli può quindi servire non tanto a far votare i tifosi, il voto per puri motivi calcistici è di una strettissima minoranza, ma come elemento che finisce per completare la catena di motivazioni per il voto a Berlusconi. Diciamo che ci possono essere motivazioni latenti (tipo “voterei Berlusconi perché ci saranno meno tasse”, perché “tre anni fa si stava meglio”, perché “la sinistra opprime la mia libertà personale”) ma ancora non emerse a livello di decisione di voto (perché “Berlusconi è vecchio”, oppure perché “tanto sono tutti ladri”) che possono trovare nel simbolico di Balotelli (un acquisto, qualcosa di nuovo, un bene privato, di Berlusconi, al quale però è ammessa la fruizione pubblica) un elemento scatenante che le porta davvero ad emergere.

Quanto può valere questo processo in termini percentuali? Bisognerebbe farci sopra un sondaggio serio, non solo con un campione statistico rappresentativo ma anche sondando i social network, comparando il tutto con una serie di focus group. Tutte cose che i sondaggisti di Berlusconi, che evidentemente hanno suggerito al Cavaliere di fare la sparata su Mussolini, sanno fare e che non sono patrimonio immediato dei movimenti. E che nella ricerca scientifica pubblica risulta molto difficile fare almeno in tempi politici. Ad occhio si comprende che Balotelli non sembra ancora in forma per la rimonta dei rossoneri verso la Champions ma torna più utile come brand per quella di Berlusconi al senato. Dal riscontro tra i possibili astenuti fisiologici prima dell’acquisto del centravanti e quello dei votanti a fine febbraio, un’idea più solida ne verrà fuori. Visto che gli astenuti a questa tornata sembravano essere proprio i delusi di Silvio.

Va infine detto che, se l’effetto Balotelli si confermerà, l’ultima cosa di cui si ha bisogno è del catastrofismo di sinistra. Basta investire, in termini comunicativi e sociali, nella fruizione dal basso del “piccolo” e del grande sport e certi fenomeni riducono, e non di poco, la loro portata moltiplicatrice di voti. Il centrosinistra, che ai tifosi ha regalato le leggi Amato mettendo in seria difficoltà le relazioni sociali presenti nelle curve, ovviamente da questo orecchio non ci sente. Salvo terrorizzarsi davanti ai possibili effetti Balotelli. Ma non è certo per il centrosinistra che scriviamo note come queste.

Redazione
31 gennaio 2013

Fonte