Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/10/2014
Pd-Pdl, un partito solo. Non alle intercettazioni di Azzollini (Ncd)
Insieme alla stagione dell'Antimafia è finita anche "mani pulite". La prova? Dopo nove mesi d'attesa, la giunta per le autorizzazioni e per le le immunità del Senato ha deciso che la procura di Trani non potrà utilizzare le intercettazioni telefoniche che coinvolgono il senatore alfaniano Antonio Azzollini.
Il voto ha spaccato il Partito Democratico, con i renziani compatti a votare insieme a Forza Italia e Ncd, e la minoranza, rappresentata da Felice Casson, ex pubblico ministero nonché relatore sulla proposta di autorizzazione a procedere, costretto alle dimissioni. Tutto chiaro, insomma: c'è un solo "partito", che applica le prescrizioni dell'Unione Europea e della Troika per quanto riguarda Costituzione, politiche economiche e di bilancio, mercato del lavoro, e nel frattempo si comporta da mafioso sulle questioni interne alla "casta".
L'inchiesta della procura pugliese riguarda una "normale" storia di mazzette e favori intorno a lavori per il porto di Molfetta, di cui Azzollini era sindaco, per "appena" 150 milioni di euro. Nulla di clamoroso o di "eccezionale", dunque; semplicemente, si è voluto dire alla magistratura - tutta - che "i tempi sono cambiati, ora dovete farla finita; noi siamo e ci sentiamo intoccabili". Un vero "cabiare verso", in direzione della vecchissima Dc andreottiana.
In Senato, dunque, la giunta si presenterà proponendo di respingere la richiesta della procura di Trani. E meno male che da venti anni votate Pd, o Sel, "per evitare che torni Berlusconi"...
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22/11/2013
Angelino e Silvio: così vicini ma così lontani
La scissione a destra, tra Forza Italia e Nuovo Centrodestra, è sicuramente rivestita di caratteri di satira sfrenata ma rivela anche utili indicazioni sull'ennesimo periodo di convulsioni nella vita politica istituzionale. Il lato farsa della vicenda è sicuramente divertente. Il nuovo centrodestra di Alfano, benedetto da un risorto Ruini e con il ramo affari di CL in prima fila (Lupi, Formigoni), si è lasciato libere le mani in modo così sfacciato da fare l'alleato oggi del centrosinistra ma da non escludere affatto l'alleanza con Berlusconi domani. Contemporaneamente Forza Italia di Berlusconi, leader che ormai rattrappisce fisicamente ad ogni intervento più faticoso del solito, da una parte ha espulso la corrente di Alfano-Formigoni mentre dall'altra proclama la possibile alleanza con il nuovo centrodestra alle prossime elezioni.
Le opzioni politiche, proprio perché la politica istituzionale ha ridotto di molto il proprio campo di azione, si somigliano ormai così tanto che scissioni e alleanze si fanno con la stessa naturalezza che c'è nell'alzarsi o sedersi in un posto libero sull'autobus o in metropolitana. Anche perché la politica istituzionale, ingabbiata da una governance multi livello europea ormai particolarmente aggressiva, è solo questione numerica della disponibilità o meno del pacchetto di voti necessario per approvare soprattutto la legge di stabilità. Quella suggerita, semplifichiamo perché lo scenario reale è molto più complesso, tramite il two pack, la procedura di sorveglianza dei paesi membri, dell'eurozona che è particolarmente occhiuto nei confronti del nostro paese.
È evidente che il pacchetto di voti parlamentari garantiti dagli alfaniani serve all' "Europa", leggi tagli strutturali alla spesa pubblica, oltre che agli interessi nelle infrastrutture e nell'edilizia di CL. Mentre Forza Italia, costretta a fare opposizione per garantire copertura al patriarca del partito-azienda che la finanzia, deve giocare all'instabilità fino a quando la situazione di Berlusconi non sarà, in un modo o in un altro, stabilizzata. Al momento quindi i voti di Berlusconi non sono validi per l' "Europa" mentre quelli alfaniani sì.
C'è poi la situazione di Mediaset, ragione reale della vita del Pdl prima e della nuova Forza Italia poi. Balza subito agli occhi un dato: nel 2008 e nel 2012 Mediaset ha visto calare il giro d’affari del 12,3% e, di conseguenza, ha subìto una flessione delle risorse per l'azienda del 14,5%, eppure nello stesso periodo l’azienda del Biscione ha corrisposto agli azionisti dividendi per 1,19 miliardi di euro, un dato superiore di circa 100 milioni agli utili accumulati nello stesso periodo. Ci sono diverse interpretazioni del fenomeno ma una è incontrovertibile: la finanziarizzazione di Mediaset, il gioco della sua collocazione in borsa, ha pagato più della stessa ragione sociale della holding della comunicazione fondata da Berlusconi.
Infatti non solo negli ultimi giorni il titolo è salito, non di poco (dell'1,6), ma dal pre elezioni in poi Mediaset ha guadagnato oltre il 130 per cento in borsa. È evidente il gioco del rapporto tra Mediaset e il Berlusconi "politico": più è chiara la collocazione di Berlusconi in politica, libero e carismatico capo di qualcosa anche all'opposizione, più il titolo Mediaset offre quella chiarezza di rapporto all'investitore. Poi, con un partito politicamente in armi a difesa del leader, l'azienda offre all'investitore estero un profilo di solidità istituzionale, a parte dettagli come la multa per la vicenda Cir che non intacca però il business.
Ci sarebbero poi da analizzare le tipologie di investimento legate al titolo Mediaset, vero produttore di profitto degli ultimi 4 anni. Non è da trascurare infatti che, con le masse di liquidità liberate dalle banche centrali, la comunicazione è sempre un terreno appetibile. Tutto bene quindi per Berlusconi nonostante la scissione? Evidentemente no. Prima di tutto perché il gruppo Mediaset, con la scissione di Alfano, celebra anche il divorzio politico dal potente gruppo di affari di CL. E quindi da tutta la finanza, nonché la Chiesa, collegata da questo mondo propriamente lombardo nonché siciliano, altro bastione di affari economico-finanziari per Berlusconi, dove la scissione tocca l'ex superfidato di Berlusconi, Renato Schifani.
Questa scissione può quindi avere conseguenze economiche per Mediaset. Nella perdita di alleanze che possono anche essere diventate superflue ma solo se regge la finanziarizzazione, e quindi l'autonomia dal mercato reale, di Mediaset dell'ultimo quadriennio. Altrimenti, con la crisi che durerà, trovarsi senza alleato politico e senza alleato economico per Berlusconi, anzi per il futuro di Mediaset, potrà essere un problema serio. Anche perché la sopravvivenza politica del nuovo centrodestra di Alfano è legata al declino di Forza Italia. Altrimenti, o la condizione di alleato prigioniero o il ripetersi dell'esperienza Fini sono dietro l'angolo. Alfano e Berlusconi fanno quindi dichiarazioni sia di divorzio che di possibile alleanza. È una comica ambiguità che non può durare a lungo.
Redazione - 20 novembre 2012
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Le opzioni politiche, proprio perché la politica istituzionale ha ridotto di molto il proprio campo di azione, si somigliano ormai così tanto che scissioni e alleanze si fanno con la stessa naturalezza che c'è nell'alzarsi o sedersi in un posto libero sull'autobus o in metropolitana. Anche perché la politica istituzionale, ingabbiata da una governance multi livello europea ormai particolarmente aggressiva, è solo questione numerica della disponibilità o meno del pacchetto di voti necessario per approvare soprattutto la legge di stabilità. Quella suggerita, semplifichiamo perché lo scenario reale è molto più complesso, tramite il two pack, la procedura di sorveglianza dei paesi membri, dell'eurozona che è particolarmente occhiuto nei confronti del nostro paese.
È evidente che il pacchetto di voti parlamentari garantiti dagli alfaniani serve all' "Europa", leggi tagli strutturali alla spesa pubblica, oltre che agli interessi nelle infrastrutture e nell'edilizia di CL. Mentre Forza Italia, costretta a fare opposizione per garantire copertura al patriarca del partito-azienda che la finanzia, deve giocare all'instabilità fino a quando la situazione di Berlusconi non sarà, in un modo o in un altro, stabilizzata. Al momento quindi i voti di Berlusconi non sono validi per l' "Europa" mentre quelli alfaniani sì.
C'è poi la situazione di Mediaset, ragione reale della vita del Pdl prima e della nuova Forza Italia poi. Balza subito agli occhi un dato: nel 2008 e nel 2012 Mediaset ha visto calare il giro d’affari del 12,3% e, di conseguenza, ha subìto una flessione delle risorse per l'azienda del 14,5%, eppure nello stesso periodo l’azienda del Biscione ha corrisposto agli azionisti dividendi per 1,19 miliardi di euro, un dato superiore di circa 100 milioni agli utili accumulati nello stesso periodo. Ci sono diverse interpretazioni del fenomeno ma una è incontrovertibile: la finanziarizzazione di Mediaset, il gioco della sua collocazione in borsa, ha pagato più della stessa ragione sociale della holding della comunicazione fondata da Berlusconi.
Infatti non solo negli ultimi giorni il titolo è salito, non di poco (dell'1,6), ma dal pre elezioni in poi Mediaset ha guadagnato oltre il 130 per cento in borsa. È evidente il gioco del rapporto tra Mediaset e il Berlusconi "politico": più è chiara la collocazione di Berlusconi in politica, libero e carismatico capo di qualcosa anche all'opposizione, più il titolo Mediaset offre quella chiarezza di rapporto all'investitore. Poi, con un partito politicamente in armi a difesa del leader, l'azienda offre all'investitore estero un profilo di solidità istituzionale, a parte dettagli come la multa per la vicenda Cir che non intacca però il business.
Ci sarebbero poi da analizzare le tipologie di investimento legate al titolo Mediaset, vero produttore di profitto degli ultimi 4 anni. Non è da trascurare infatti che, con le masse di liquidità liberate dalle banche centrali, la comunicazione è sempre un terreno appetibile. Tutto bene quindi per Berlusconi nonostante la scissione? Evidentemente no. Prima di tutto perché il gruppo Mediaset, con la scissione di Alfano, celebra anche il divorzio politico dal potente gruppo di affari di CL. E quindi da tutta la finanza, nonché la Chiesa, collegata da questo mondo propriamente lombardo nonché siciliano, altro bastione di affari economico-finanziari per Berlusconi, dove la scissione tocca l'ex superfidato di Berlusconi, Renato Schifani.
Questa scissione può quindi avere conseguenze economiche per Mediaset. Nella perdita di alleanze che possono anche essere diventate superflue ma solo se regge la finanziarizzazione, e quindi l'autonomia dal mercato reale, di Mediaset dell'ultimo quadriennio. Altrimenti, con la crisi che durerà, trovarsi senza alleato politico e senza alleato economico per Berlusconi, anzi per il futuro di Mediaset, potrà essere un problema serio. Anche perché la sopravvivenza politica del nuovo centrodestra di Alfano è legata al declino di Forza Italia. Altrimenti, o la condizione di alleato prigioniero o il ripetersi dell'esperienza Fini sono dietro l'angolo. Alfano e Berlusconi fanno quindi dichiarazioni sia di divorzio che di possibile alleanza. È una comica ambiguità che non può durare a lungo.
Redazione - 20 novembre 2012
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Due Italie
Difficile dare in modo più plastico, quasi “michelangiolesco”, la contrapposizione radicale tra il paese reale, la sua popolazione, e le stanze del potere.
I giornali di ieri e di oggi sono strapieni delle cronache della “scissione” in casa berlusconiana oppure delle divisioni in casa Pd sul “caso Cancellieri”.
Danno nome per nome le collocazioni, pro o contro il governo dal giorno in cui – il 27 novembre – il Senato deciderà la decadenza del Caimano dal seggio senatoriale. Mostrano le fotografie di sconosciuti peones nominati grazie all'essere per qualche motivo entrati nelle grazie del boss (o di qualche boss suo alleato), manco fossero diventati degli eroi della “governabilità”. Danno conto delle smorfie durante il discorso del Capo che rispolverava Forza Italia, come se anche i “creativi” al suo sevizio avessero finito le riserve. Fino al collassetto finale, con cui Silvio dimostrava di non farcela più a tenere la scena. Fisicamente, di sicuro. Ma anche politicamente non è che stia poi meglio.
E che dire delle paginate spese sulla “mozione di Civati”, il “parere di Renzi”, i distinguo di Cuperlo (un discreto ghost writer ai tempi di D'Alema, sicuramente il più colto dei tre) a proposito di un poliziotto-prefetto cooptato al governo nonostante amicizie "imbarazzanti" e che rifiuta di dimettersi?
Relegate a fondo pagina, invece, o in una fotonotizia, le grandi manifestazioni contemporanee e collegate, da Napoli alla Val Susa, da Firenze a Pisa, contro quella masnada di poco di buono che dice di occuparsi, in modo bipartisan e senza alcune reale differenza, del nostro “benessere”. Sia i piddini “di sinistra” che gli ex berlusconiani convertiti alla governabilità giurano che quest'alleanza non gli piace proprio, ma lo fanno “per l'Italia”. Per noi, capito? Per tutti quelli che ieri sono scesi in piazza a gridargli di andarsene, di lasciarci decidere cosa fare di questo paese senza il loro “interessamento”.
Facce di bronzo...
Due Italie diverse, contrapposte, inconciliabili. Una minoritaria, elitaria, asservita alle indicazioni della Troika, amministratrice conto terzi di un patrimonio di cui non sa che fare. L'altra è maggioranza sociale, con le idee chiare su cosa non vuole più vedere, subire, sopportare.
La differenza sarebbe incolmabile, facilitando un rovesciamento generale delle parti e dei ruoli. Ma la prima ha dalla sua la forza e una unità di fondo contro la seconda. La nostra, questa unità di fondo, deve costruirsela. Alzando lo sguardo dal proprio ombelico, giorno dopo giorno, con i piedi per terra e senza scorciatoie “sognanti”. Ma anche senza più perdere tempo.
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17/11/2013
La troika "spaccatutto", a cominciare da Berlusconi
De-berlusconizzare la politica italiana è un processo lungo, ma ieri è stato fatto un sostanziale passo avanti. La scissione del Pdl, proprio mentre si andava a preparare la rinascita di Forza Italia, cambia il quadro entro cui sopravviverà il governo Letta-Napolitano, ma dice anche qualcosa di importante su quello “strategico”.
Tutto in un giorno, bisogna dire. L'Unione Europea ha sonoramente bocciato la “legge di stabilità” (la ex “finanziaria”) uscita fuori dai faticosi compromessi tra i due partiti maggiori, per la sofferenza dei “montiani” candidatisi a terminale acritico dei diktat della Troika. Il Pdl si è spaccato tra “governisti” e “oppositori”, il che garantirà a Letta una maggioranza più risicata, ma meno esposta ai balzi d'umore e agli interessi individuali del Leader Senza Passaporto. Sono infine cominciate le “piccole manovre” per espellere anche Vendola dalla ridotta pattuglia dei “leader politici” espressione di qualche, anche informe, aggregato sociale; per quanto “collaborazioniste” possano essere le posizioni su si era attestato.
Difficile non vedere l'enorme ruolo dell'Unione Europea in questi eventi. Difficile non vedere i contorni del nuovo scenario politico prossimo venturo: sono partiti piccoli (anche il Pd non uscirà indenne dal Congresso e dalle primarie), tutti rigorosamente privi di una leadership legittimata dalla statura intellettuale o dal seguito di massa, tutti altrettanto rigorosamente privi di un progetto-paese degno di essere preso in considerazione o almeno presentato in pubblico.
L'unica discriminante possibile, capace di identificare chiaramente la collocazione politica di una di queste microformazioni sarà il rapporto con l'Unione Europea. Non più una “destra”, una “sinistra” e un “centro” riconoscibili per la difesa più o meno coerente degli interessi di ben identificabili “blocchi sociali”, ma due ipotetici schieramenti pro e anti “Europa”.
Con una differenza importantissima. Mentre all'interno del grumo “europeista” troveranno spazio – ovviamente – soltanto gli interessi sociali “in linea con i parametri di Maastricht” (finanza, manifattura multinazionale, residui settori hi-tech, “made in Italy” di eccellenza, ecc), determinando politiche socialmente minoritarie e quindi “necessariamente autoritarie”; all'interno della nebulosa “anti-euro” finiranno forzatamente sia la spazzatura sociale fin qui tenuta insieme dal berlusconismo (imprese da appalti e subappalti, clientele a ridosso della spesa pubblica, imprese criminal-mafiose in senso lato, economia sommersa, ecc), sia i ben più legittimi e maggioritari interessi di lavoratori dipendenti, pensionati, precari di ogni ordine e specialità professionale, disoccupati, senza casa, ecc. Evitare qualsiasi confusione tra questi due mondi è decisivo, perché non mancheranno mai – anzi, sono in alcuni casi già visibili – i tentativi sporchi di “mettere in comunicazione” situazioni spurie, ambigue, biforcute.
Il primo blocco ha una rappresentanza politica e “sindacale” da ricostruire, obiettivi da ricalcolare, una “collocazione internazionale” da ricostruire (come accenna solo Luciano Fontana, sul Corriere) dopo che il Caimano l'ha guidato tra gli “impresentabili”. Ma possiede anche personale politico, per quanto di basso livello, abituato a fare di necessità virtù e a cercare la mediazione più efficace tra interessi diversi.
Ben diversa è invece la situazione del blocco sociale “proletario” in senso ampio. Qui la frammentazione è massima sia livello sindacale che politico; ma soprattutto è ben scarsa la chiarezza sull'origine e l'orizzonte dei fenomeni terrificanti che stanno devastando la vita di milioni di persone. Nelle formazioni politiche calcificatesi in seguito alle innumerevoli scissioni di Rifondazione Comunista prevale la tendenza all'autoreferenzialità, quasi sempre solo su fondamenti identitari e/o ideologici. Oppure un livello di riflessione politica incapace di superare l'orizzonte elettoralistico di brevissimo periodo e inchiodata alle alchimie per impossibili “cartelli”. A questa parte di mondo l'impeachment pubblico di Vendola – inchiodato dalla vergognosa familiarità con i vertici dell'Ilva – suona come una campana a morto per ogni illusione di raffazzonare l'ennesima variante “arcobalenica”.
D'altro canto, la prospettiva di unificare le lotte – peraltro ancora di dimensioni insufficienti a costituire una “massa critica” influente sui rapporti di forza, anche se il 18 e 19 ottobre hanno rotto la crosta della rassegnazione – nella prospettiva della rottura dell'Unione Europea è condivisa al momento da quote ancora ristrette di un personale politico-sindacale di classe. Anche se fortunatamente ben radicate in organizzazioni di massa in crescita quantitativa e di credibilità sociale. In molte aree di movimento permane invece, purtroppo, una tendenza ad “accontentarsi” del livello di conflittualità che localmente si riesce ad esprimere, guardando con impotente sospetto ogni livello di discussione – e organizzazione – all'altezza dell'avversario che ci si para davanti: l'Unione Europea, appunto. Ma non c'è dubbio che sarà la realtà del conflitto ad imporre una visione più realistica delle cose.
In fondo, se l'”invasione” della Troika sta producendo – tra l'altro – la “de-berlusconizzazione” del quadro parlamentare, non dovrebbero esserci dubbi sulla “potenza di fuoco” di cui dispone. Sconsigliando tutti dal procedere in ordine sparso. Specie in terre inesplorate...
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Tutto in un giorno, bisogna dire. L'Unione Europea ha sonoramente bocciato la “legge di stabilità” (la ex “finanziaria”) uscita fuori dai faticosi compromessi tra i due partiti maggiori, per la sofferenza dei “montiani” candidatisi a terminale acritico dei diktat della Troika. Il Pdl si è spaccato tra “governisti” e “oppositori”, il che garantirà a Letta una maggioranza più risicata, ma meno esposta ai balzi d'umore e agli interessi individuali del Leader Senza Passaporto. Sono infine cominciate le “piccole manovre” per espellere anche Vendola dalla ridotta pattuglia dei “leader politici” espressione di qualche, anche informe, aggregato sociale; per quanto “collaborazioniste” possano essere le posizioni su si era attestato.
Difficile non vedere l'enorme ruolo dell'Unione Europea in questi eventi. Difficile non vedere i contorni del nuovo scenario politico prossimo venturo: sono partiti piccoli (anche il Pd non uscirà indenne dal Congresso e dalle primarie), tutti rigorosamente privi di una leadership legittimata dalla statura intellettuale o dal seguito di massa, tutti altrettanto rigorosamente privi di un progetto-paese degno di essere preso in considerazione o almeno presentato in pubblico.
L'unica discriminante possibile, capace di identificare chiaramente la collocazione politica di una di queste microformazioni sarà il rapporto con l'Unione Europea. Non più una “destra”, una “sinistra” e un “centro” riconoscibili per la difesa più o meno coerente degli interessi di ben identificabili “blocchi sociali”, ma due ipotetici schieramenti pro e anti “Europa”.
Con una differenza importantissima. Mentre all'interno del grumo “europeista” troveranno spazio – ovviamente – soltanto gli interessi sociali “in linea con i parametri di Maastricht” (finanza, manifattura multinazionale, residui settori hi-tech, “made in Italy” di eccellenza, ecc), determinando politiche socialmente minoritarie e quindi “necessariamente autoritarie”; all'interno della nebulosa “anti-euro” finiranno forzatamente sia la spazzatura sociale fin qui tenuta insieme dal berlusconismo (imprese da appalti e subappalti, clientele a ridosso della spesa pubblica, imprese criminal-mafiose in senso lato, economia sommersa, ecc), sia i ben più legittimi e maggioritari interessi di lavoratori dipendenti, pensionati, precari di ogni ordine e specialità professionale, disoccupati, senza casa, ecc. Evitare qualsiasi confusione tra questi due mondi è decisivo, perché non mancheranno mai – anzi, sono in alcuni casi già visibili – i tentativi sporchi di “mettere in comunicazione” situazioni spurie, ambigue, biforcute.
Il primo blocco ha una rappresentanza politica e “sindacale” da ricostruire, obiettivi da ricalcolare, una “collocazione internazionale” da ricostruire (come accenna solo Luciano Fontana, sul Corriere) dopo che il Caimano l'ha guidato tra gli “impresentabili”. Ma possiede anche personale politico, per quanto di basso livello, abituato a fare di necessità virtù e a cercare la mediazione più efficace tra interessi diversi.
Ben diversa è invece la situazione del blocco sociale “proletario” in senso ampio. Qui la frammentazione è massima sia livello sindacale che politico; ma soprattutto è ben scarsa la chiarezza sull'origine e l'orizzonte dei fenomeni terrificanti che stanno devastando la vita di milioni di persone. Nelle formazioni politiche calcificatesi in seguito alle innumerevoli scissioni di Rifondazione Comunista prevale la tendenza all'autoreferenzialità, quasi sempre solo su fondamenti identitari e/o ideologici. Oppure un livello di riflessione politica incapace di superare l'orizzonte elettoralistico di brevissimo periodo e inchiodata alle alchimie per impossibili “cartelli”. A questa parte di mondo l'impeachment pubblico di Vendola – inchiodato dalla vergognosa familiarità con i vertici dell'Ilva – suona come una campana a morto per ogni illusione di raffazzonare l'ennesima variante “arcobalenica”.
D'altro canto, la prospettiva di unificare le lotte – peraltro ancora di dimensioni insufficienti a costituire una “massa critica” influente sui rapporti di forza, anche se il 18 e 19 ottobre hanno rotto la crosta della rassegnazione – nella prospettiva della rottura dell'Unione Europea è condivisa al momento da quote ancora ristrette di un personale politico-sindacale di classe. Anche se fortunatamente ben radicate in organizzazioni di massa in crescita quantitativa e di credibilità sociale. In molte aree di movimento permane invece, purtroppo, una tendenza ad “accontentarsi” del livello di conflittualità che localmente si riesce ad esprimere, guardando con impotente sospetto ogni livello di discussione – e organizzazione – all'altezza dell'avversario che ci si para davanti: l'Unione Europea, appunto. Ma non c'è dubbio che sarà la realtà del conflitto ad imporre una visione più realistica delle cose.
In fondo, se l'”invasione” della Troika sta producendo – tra l'altro – la “de-berlusconizzazione” del quadro parlamentare, non dovrebbero esserci dubbi sulla “potenza di fuoco” di cui dispone. Sconsigliando tutti dal procedere in ordine sparso. Specie in terre inesplorate...
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11/11/2013
Anche la mafia molla Berlusconi?
Quando Marcello Dell'Utri ha detto a Nicola Porro, in diretta tv, che sì, "Tutti figli di Berlusconi, in modo compatto, hanno chiesto la grazia", ben pochi hanno fatto i collegamenti giusti. Lo sport preferito dai giornalai mainstream è banale, cortomirante, gossipparo. E quindi tutti a dirsi addosso: "Hai visto? L'ha chiesta!! E Napolitano? Perché non gliel'ha data? e perché non ha detto che non gliela dava?". E via stronzeggiando.
Poi sono piovutele le smentite di prammatica. Il Colle non ha mai ricevuto nulla. Ghedini non l'ha mai consegnata. Berlusconi non l'ha mai chiesta. Dell'Utri ha evocato addirittura un "trappolone", spiegando e giurando che lui, di questo, non sapeva un tubo e aveva inteso che fosse invece Porro a "dargli la notizia".
Nicola Porro è pur sempre il vicedirettore de "Il giornale", quotidiano di proprietà di Berlusconi, diretto da "teschio" Sallusti, compagno della Santanché (insomma, "il cerchio magico" da cui, per Berlusconi, possono arrivare richieste di soldi o immonde cazzate, non certo "trappoloni").
Chi è Dell'Utri dovrebbe esser noto. Il costruttore di Publitalia (l'agenzia di raccolta pubblicitaria di Finivest-Mediaset), da lui poi trasformata in Forza Italia (cambiando solo il "prodotto da vendere", a quel punto "la politica"), l'uomo forse più vicino a Berlusconi insieme a Fedele Confalonieri.
E' lo stesso Dell'Utri condannato in via definitiva per "concorso esterno in associazione mafiosa", e per questo non ricandidato alle elezioni; è lo stesso Dell'Utri che aveva portato ad Arcore un boss mafioso come Vittorio Mangano, facendogli addirittura prendere la residenza nella villa più famosa d'Italia con la qualifica di "stalliere"; è lo stesso Dell'Utri che, alla morte dello stalliere (che era stato poi arrestato), lo qualificò come "un eroe" per il buon motivo che - davanti ai giudici - non se l'era cantata. Ovvero non aveva messo in mezzo né Dell'Utri né Berlusconi.
Bene. Se questo è l'uomo, la prima cosa che si sarebbe dovuta pensare e anche scrivere è: "la mafia molla Berlusconi". Ma nessuno, nemmeno Il Fatto, l'ha fatto.
Eppure il ragionamento è quasi lineare. Se Berlusconi chiede la grazia, deve anche uscire dalla scena politica. Lo scambio, il "compromesso", è nell'ordine delle cose che avvengono normalmente nel potere. Tu non sei più presentabile in Europa e nel mondo, dovresti andare in galera (metaforicamente: la legge esclude il carcere per gli ultrasettantenni), hai delle aziende importanti che non ci conviene far crollare insieme a te... Ti diamo la grazia, non vai in carcere né agli arresti domiciliari, né vieni affidato ai servizi sociali (risata sgangherata tra vecchi complici...), ti garantiamo maggiore copertura per le conseguenze dei processi ancora in corso (e che si concluderanno purtroppo con la tua condanna), però ti togli dai piedi a livello politico. La tua sola presenza infatti impedisce di risolvere il rebus della "normalizzazione" di un quadro politico-istituzionale di "stampo europeo". Che è poi quello che la Troika ci sta imponendo, insieme a una serie di politiche economiche e fiscali che tanto gliele scarichiamo addosso a quei disgraziati sotto i nostri piedi... Ma tu te ne vai. Alla fin fine ci guadagni pure...
Se Dell'Utri dà per già firmata la domanda di grazia, dunque, anche "quella parte di Sicilia" di cui è espressione ha ormai deciso che Berlusconi è una palla al piede, uno che ha perso e non tornerà mai più a Palazzo Chigi. E "quella parte di Sicilia" ha sempre bisogno di fare una "trattativa" con chi dirige davvero il paese. Un nuovo equilibrio va dunque trovato con gli emissari della Troika (da Letta in su), ringraziando Berlusconi per i servizi resi durante tutta una vita (dalla Banca Rasini in poi), ma indicandogli al tempo stesso la via della pensione. "Sono questioni d'affari, non c'è nulla di personale", avrebbe aggiunto don Vito Corleone.
Del resto, da parecchi mesi i deputati e senatori "siciliani" sono enumerati tra i più convinti "governisti", senza se e senza ma. E davvero qualcuno crede che Angelino Alfano abbia osato sfidare Berlusconi esibendo come dote solo la propria "ambizione di leader"?
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30/10/2013
Renzi, il cioccolataio estremo che rischia di collassare il paese
Prima di tutto va sciolto un equivoco: Matteo Renzi non è un leader moderato, o un innovatore che guarda sia a destra che a “sinistra”, ma un cioccolataio. Ovvero qualcuno che, per esibirsi nella comunicazione politica, non esista, in pochi mesi, a cambiare proposte politiche sul lavoro in modo anche imbarazzante. L’ha notato anche il solitamente quieto sbilanciamoci.info che ricorda come il Renzi del 2011, quello del contratto di lavoro alla Ichino, aveva lasciato il passo al Renzi della flexicurity, un modello comunque molto diverso, appena una decina di mesi dopo. Troppo poco per un ripensamento reale abbastanza per capire che, in materia di lavoro e di contratti, Renzi procede scaricando le app disponibili nello store delle proposte, e delle cordate di potere, non per analisi politica. Estremo perché, essendosi proposto il Renzi come killer application della politica italiana, il cioccolataio in questione non nega soluzioni draconiane ottime per le apparizioni televisive: tracciabilità del contante praticamente fino agli spiccioli, creazione di una mega Equitalia (con altro nome s’intende...) e, udite udite, produrre lavoro precario con i soldi sottratti alle pensioni. Proposta nuova quanto la prima riforma delle pensioni (1995) e destinata, se mai vedesse la luce, a creare pensionati impoveriti, nuovi futuri disoccupati e un’altra voragine nei conti dello stato. Non manca il sottofondo di proposta di liquidazione degli asset pubblici, dall’Eni ai trasporti locali fino agli immobili, giusto per trasferire le risorse ai privati e all’estero. Ma anche nel centrosinistra ad uno così, non molti anni fa, al massimo avrebbero chiesto in quale ambulanza avrebbe preferito accomodarsi. Le renzinomics sono infatti il programma della liquidazione coatta delle risorse di un paese sotto il pretesto del rilancio, la resa ad ogni potere della finanza globale, e l’impoverimento supremo dell’Italia, sotto la retorica dell’innovazione.
Ma come siamo arrivati a questo punto? Il grosso dell’elettorato PD, per quanto in lenta contrazione, si affida a Renzi sentendo parole sulla scuola, sui servizi pubblici, sulla sanità che significano l’esatto contrario di quanto questo elettorato percepisce (Renzi parla di riqualificare i servizi tagliando la spesa pubblica. A questi livelli di crisi significa solo tagliare. Ma la disperazione fa sentire cose solo immaginate). Inoltre, soprattutto, l’elettorato del centrosinistra ha naturalizzato, dopo il terreno preparato da Veltroni, la necessità della leadership di matrice berlusconiana. Non a caso il Renzi della Leopolda di quest’anno è, scenograficamente, sempre più solo e sempre più al centro della scena. Siamo passati dal modello convention, compreso il simulacro di pensatoio, al Matteo Renzi show dove tutto è decorativo rispetto alla presenza del sindaco fiorentino. Accompagnato da un microfono da idolo delle folle anni ’50 che lo rende più vicino al modello berlusconiano, quello che procede dallo spettacolo alla politica, persino più del Lingotto veltroniano (che racchiudeva un’anima di destra accentuata). Siccome l’uomo, o meglio il cioccolataio estremo, guarda esplicitamente anche a destra non mancano accenti che, nel linguaggio della politica italiana, evocano lontane origini lessicali nel parlato della squadraccia La Disperata: “ve la toglieremo noi questa voglia di proporzionale”. D’altronde lo stratega sindaco pensa in grande: vuole un sistema bipolare quando ormai i due maggiori partiti stentano a raggiungere il 50 per cento assieme. Ci vorrà pure un atto di decisione che rimetta in piedi l’Italia, che diamine. Se poi la “riforma” elettorale del Renzi è persino peggio della legge attuale, trascinando il paese in una sorta di Cambogia della democrazia elettiva prima di Pol Pot, sarà colpa di chi “non ha voluto innovare”. Magari opponendosi allo smantellamento dei residui diritti. Prima costituzionali poi materiali.
Ci sarebbe da ridere, e per molti versi c’è da farlo, di fronte a questo vuoto nulla che parla come un cabarettista ingaggiato per intrattenere i passanti da uno store appena aperto in un grande centro commerciale. Che evoca la parola “primarie” e quella “riforma elettorale”, inutili procedure di voto che non risolveranno mai la sostanza della crisi italiana, come se fosse di fronte ad eventi benedetti dall’alto corso della storia. Solo che i tempi velano la bocca non appena questa accenna a ridere e, nella stampa europea che conta (Il Telegraph), circolano analisi dettagliate sulla spirale tagli-depressione economica-nuovi tagli che nel medio periodo sembra quasi irreversibile per la società italiana. Renzi se diventasse presidente del consiglio, se non fosse fermato in tempo, potrebbe dare il colpo di grazia a questo paese. Le renzinomics porterebbero capitali di rapina in Italia e la fuga di ricchezza all’estero. A suo modo, un capolavoro. Ma quello che rende Matteo Renzi inevitabilmente un minore della politica non è tanto il suo essere un’imitazione vernacolare di Tony Blair, clone di provincia con una visione politica che non arriva alla punta del naso. Quanto che l’8 dicembre, giorno delle primarie che dovrebbero incoronare Renzi, sarà piuttosto il trionfo finale di Silvio Berlusconi. Con una candidata (Marina) che suggella la soluzione dinastica nel futuro di Forza Italia e un segretario del Pd (Renzi) che è il prodotto più berlusconiano della storia del centrosinistra. Grande Matteo, cioccolataio estremo della politica il cui declino, si spera rapido, lo porterà ad aprire capitoli di storia del cabaret politico. Non molto per autoproclamatasi salvezza del centrosinistra e del paese.
redazione 28 ottobre 2013
Fonte
Ma come siamo arrivati a questo punto? Il grosso dell’elettorato PD, per quanto in lenta contrazione, si affida a Renzi sentendo parole sulla scuola, sui servizi pubblici, sulla sanità che significano l’esatto contrario di quanto questo elettorato percepisce (Renzi parla di riqualificare i servizi tagliando la spesa pubblica. A questi livelli di crisi significa solo tagliare. Ma la disperazione fa sentire cose solo immaginate). Inoltre, soprattutto, l’elettorato del centrosinistra ha naturalizzato, dopo il terreno preparato da Veltroni, la necessità della leadership di matrice berlusconiana. Non a caso il Renzi della Leopolda di quest’anno è, scenograficamente, sempre più solo e sempre più al centro della scena. Siamo passati dal modello convention, compreso il simulacro di pensatoio, al Matteo Renzi show dove tutto è decorativo rispetto alla presenza del sindaco fiorentino. Accompagnato da un microfono da idolo delle folle anni ’50 che lo rende più vicino al modello berlusconiano, quello che procede dallo spettacolo alla politica, persino più del Lingotto veltroniano (che racchiudeva un’anima di destra accentuata). Siccome l’uomo, o meglio il cioccolataio estremo, guarda esplicitamente anche a destra non mancano accenti che, nel linguaggio della politica italiana, evocano lontane origini lessicali nel parlato della squadraccia La Disperata: “ve la toglieremo noi questa voglia di proporzionale”. D’altronde lo stratega sindaco pensa in grande: vuole un sistema bipolare quando ormai i due maggiori partiti stentano a raggiungere il 50 per cento assieme. Ci vorrà pure un atto di decisione che rimetta in piedi l’Italia, che diamine. Se poi la “riforma” elettorale del Renzi è persino peggio della legge attuale, trascinando il paese in una sorta di Cambogia della democrazia elettiva prima di Pol Pot, sarà colpa di chi “non ha voluto innovare”. Magari opponendosi allo smantellamento dei residui diritti. Prima costituzionali poi materiali.
Ci sarebbe da ridere, e per molti versi c’è da farlo, di fronte a questo vuoto nulla che parla come un cabarettista ingaggiato per intrattenere i passanti da uno store appena aperto in un grande centro commerciale. Che evoca la parola “primarie” e quella “riforma elettorale”, inutili procedure di voto che non risolveranno mai la sostanza della crisi italiana, come se fosse di fronte ad eventi benedetti dall’alto corso della storia. Solo che i tempi velano la bocca non appena questa accenna a ridere e, nella stampa europea che conta (Il Telegraph), circolano analisi dettagliate sulla spirale tagli-depressione economica-nuovi tagli che nel medio periodo sembra quasi irreversibile per la società italiana. Renzi se diventasse presidente del consiglio, se non fosse fermato in tempo, potrebbe dare il colpo di grazia a questo paese. Le renzinomics porterebbero capitali di rapina in Italia e la fuga di ricchezza all’estero. A suo modo, un capolavoro. Ma quello che rende Matteo Renzi inevitabilmente un minore della politica non è tanto il suo essere un’imitazione vernacolare di Tony Blair, clone di provincia con una visione politica che non arriva alla punta del naso. Quanto che l’8 dicembre, giorno delle primarie che dovrebbero incoronare Renzi, sarà piuttosto il trionfo finale di Silvio Berlusconi. Con una candidata (Marina) che suggella la soluzione dinastica nel futuro di Forza Italia e un segretario del Pd (Renzi) che è il prodotto più berlusconiano della storia del centrosinistra. Grande Matteo, cioccolataio estremo della politica il cui declino, si spera rapido, lo porterà ad aprire capitoli di storia del cabaret politico. Non molto per autoproclamatasi salvezza del centrosinistra e del paese.
redazione 28 ottobre 2013
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29/10/2013
Trentino Alto Adige: ko Pdl e Grillo, virata a destra
Se a Trento e a Bolzano il centrosinistra può cantare vittoria è solo grazie alla tenuta dei due partiti autonomisti – quello trentino e quello sudtirolese – perché le percentuali dei partiti ‘italiani’ non brillano di certo. Il nuovo presidente della provincia di Trento è Guido Rossi, sostenuto sì dal PD (che si afferma con il 22%) ma esponente degli autonomisti del Patt (Partito autonomista trentino tirolese) che si è aggiudicato la vittoria con il 58%. Dopo di lui un altro autonomista, Diego Mosna, esponente di Progetto Trentino e altri movimenti locali che prende il 19%; poi ancora, ma solo con il 6,6%, il leghista Maurizio Fugatti. Flop totale per il candidato del Movimento Cinque Stelle Filippo Degasperi (5,7%), per non parlare di Giacomo Bezzi di Forza Trentino-Forza Italia (3,8%), di Emilio Arisi di Sel (1,71%). I comunisti, divisi in due liste, scompaiono del tutto con un prefisso telefonico. Per quanto riguarda i voti ai partiti Forza Trentino/Pdl scende dal 14.80 % (2008) al 5,2%; la Lega Nord dal 17,05% al 6%, mentre nel centrosinistra si registra il boom del Patt che arriva al 17%. Solo 5 anni fa il candidato del centrodestra (Pdl, Lega Nord, La Destra e altri), si era aggiudicato il 36,5% dei consensi.
In Alto Adige il partito autonomista e democristiano da sempre perno del centrosinistra locale, l'Svp, riconquista la vittoria ma perde pezzi consistenti a vantaggio di varie liste assai più aggressive sul fronte delle rivendicazioni tirolesi e comunque tutte schierate su posizioni di destra e addirittura di estrema destra. Dopo 24 anni di potere ininterrotto l’anziano Luis Durnwalder cede il posto ad Arno Kompatscher, suo successore nella Suedtiroler Volkspartei che si conferma primo partito della provincia di Bolzano (45,6%) ma perde alcuni punti rispetto al 2008. Al tempo stesso si registra un exploit delle liste separatiste: il Die Freiheitlichen, scissione dell’Svp di qualche anno fa che vola al 18 %. Buon risultato anche per i populisti di destra della Suedtiroler Freiheit (7,2 %) guidata da Eva Klotz. Nel centrosinistra si confermano i verdi (8%) e il PD, mentre a destra sparisce Forza Alto Adige che insieme a Lega e altri partitini autonomisti non riesce a raggiungere neanche il 3%. Anche qui flop totale del Movimento Cinque Stelle: 2% contro l’8 delle politiche.
Altro dato da non sottovalutare è il forte calo dell’affluenza alle urne, in uno dei territori più fedeli dello stato: in Trentino non si è andati oltre il 62,82%, più di 10 punti percentuali in meno rispetto al 73,13% del 2008. E anche in Alto Adige il 77,7% di votanti è in calo rispetto all'80,1% di cinque anni fa.
Di seguito un ritratto dei veri vincitori del voto altoatesino. Sfrondato da alcuni pregiudizi italianisti un utile articolo per raccapezzarsi nel nuovo panorama politico della provincia italiana che parla tedesco.
*****
«Süd-Tirol ist nicht Italien!". I separatisti alla conquista di Bolzano
di Alberto Magnani
Destra o sinistra, in fondo, contano poco. Conta il Südtirol, «in svendita» all'Italia da quasi un secolo. Luis Durwnalder si sfila dopo 24 anni dalla presidenza della provincia di Bolzano e i movimenti populisti fuori dalla casa madre della Südtiroler Volskpartei (Svp) scavalcano qualsiasi pronostico nelle elezioni provinciali.
"Die Freiheitlichen", scissione a destra della Stella Alpina, vola oltre il 17% e diventa seconda forza. Il Süd-Tiroler Freiheit, la lista filoaustriaca che quattro anni fa impiantava cartelli segnalatici con la scritta «Il Sud Tirolo non è Italia», sfonda il record del 7% e si piazza al quarto posto (subito dopo i verdi e davanti al Pd, che non va oltre il 6,7%). Il timone della provincia è nella mani di Arno Kompatscher, successore diretto di "Durni" nella Svp con 80mila preferenze. Ma le sigle separatiste crescono, scavando consensi nell'astensionismo dell'elettorato italiano.
Li chiamano "destra tedesca". Ma i due partiti che guadagnano percentuali nello stallo della Svp stanno stretti nell'etichetta che li distingue dagli omologhi in lingua italiana. Salvo flirt occasionali, naufragati nell'identità sempre meno dialogante in un Consiglio che ora potrebbe ridurre la sua presenza italiana a cinque scranni su 35. Uno su sette.
Il laboratorio del Die Freiheitlichen (letteralmente: "i libertari") riuscirebbe meno comprensibile senza esempi freschi di elezione, come il Progress Party svedese. Xenofobia e liberismo, rivendicazioni sulla "sovranità sudtirolese" e guerra al fisco invasivo. Il Die Freiheitlichen ricalca la formula del Bündnis Zukunft Österreich, il partito populista di Jorg Haider, fin dalle origini come costola iper-separatista della Südtiroler Volskpartei.
Lo davano per morto quindici anni fa, quando l'omicidio dell'ex dirigente Christian Werdner aveva fatto sprofondare i consensi sotto il 3% nelle elezioni del 1998. Da lì, non ha fatto altro che crescere. Nel 2008 il partito che rivendica il «risveglio dei sudtirolesi», con sterzate anti-islamiche e anti-immigrazione , triplicava i consensi rispetto alle provinciali del 2003: 14,3%.
Oggi, i 50mila voti incassati valgono quasi il 18% dei consensi su scala provinciale e sei rappresentanti nel Parlamentino di Bolzano. Il secondo partito nell'Alto Adige. Il grosso dei bacini sta nelle valli, nella comunità germanofona che non si è mai riconosciuta nella Bolzano italiana e men che meno in Roma. Le pulsioni più radicali, dal no alle moschee alle strette sull'immigrazione, guadagnano favori nelle fasce degli under 30.
Il programma del Süd-Tiroler Freiheit, quarta sigla in provincia con il 7,2% di consensi, si rispecchia nel suo nome: Libertà altoatesina. Lo ha fondato e lo dirige Eva Klotz, figlia di George, il "martellatore della Val Passiria" che aveva sconvolto il Tirolo meridionale con attentati dinamitardi.
Anche lei scissionista dalla Stella Alpina, rea confessa di aperture autonomiste allo Stato Italiano. Anche lei ai vertici di una forza accusata di simpatie all'estrema destra, in parte per le (presunte) aderenze di alcuni dirigenti a raduni neonazisti nelle vallate a sud del Brennero.
Negli 11 punti che descrivono il programma dei "patrioti altoatesini", però, il modello ricorda più l'indipendentismo catalano delle croci uncinate che pure si sono infilate nella base di militanza, soprattutto tra le comunità più ridotte.
Integrazioni reddituali per i tirolesi, sostegno delle minoranze linguistiche, contrasto alla "italianizzazione" che spazia dalla segnaletica in italiano all'obbligo del bilinguismo. Fino allo scontro più netto con "l'altra destra", quella italiana, sulle reliquie del fascismo: «Un insulto all'Alto Adige» che «nessuno ha ancora rimosso».
Fonte
In Alto Adige il partito autonomista e democristiano da sempre perno del centrosinistra locale, l'Svp, riconquista la vittoria ma perde pezzi consistenti a vantaggio di varie liste assai più aggressive sul fronte delle rivendicazioni tirolesi e comunque tutte schierate su posizioni di destra e addirittura di estrema destra. Dopo 24 anni di potere ininterrotto l’anziano Luis Durnwalder cede il posto ad Arno Kompatscher, suo successore nella Suedtiroler Volkspartei che si conferma primo partito della provincia di Bolzano (45,6%) ma perde alcuni punti rispetto al 2008. Al tempo stesso si registra un exploit delle liste separatiste: il Die Freiheitlichen, scissione dell’Svp di qualche anno fa che vola al 18 %. Buon risultato anche per i populisti di destra della Suedtiroler Freiheit (7,2 %) guidata da Eva Klotz. Nel centrosinistra si confermano i verdi (8%) e il PD, mentre a destra sparisce Forza Alto Adige che insieme a Lega e altri partitini autonomisti non riesce a raggiungere neanche il 3%. Anche qui flop totale del Movimento Cinque Stelle: 2% contro l’8 delle politiche.
Altro dato da non sottovalutare è il forte calo dell’affluenza alle urne, in uno dei territori più fedeli dello stato: in Trentino non si è andati oltre il 62,82%, più di 10 punti percentuali in meno rispetto al 73,13% del 2008. E anche in Alto Adige il 77,7% di votanti è in calo rispetto all'80,1% di cinque anni fa.
Di seguito un ritratto dei veri vincitori del voto altoatesino. Sfrondato da alcuni pregiudizi italianisti un utile articolo per raccapezzarsi nel nuovo panorama politico della provincia italiana che parla tedesco.
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«Süd-Tirol ist nicht Italien!". I separatisti alla conquista di Bolzano
di Alberto Magnani
Destra o sinistra, in fondo, contano poco. Conta il Südtirol, «in svendita» all'Italia da quasi un secolo. Luis Durwnalder si sfila dopo 24 anni dalla presidenza della provincia di Bolzano e i movimenti populisti fuori dalla casa madre della Südtiroler Volskpartei (Svp) scavalcano qualsiasi pronostico nelle elezioni provinciali.
"Die Freiheitlichen", scissione a destra della Stella Alpina, vola oltre il 17% e diventa seconda forza. Il Süd-Tiroler Freiheit, la lista filoaustriaca che quattro anni fa impiantava cartelli segnalatici con la scritta «Il Sud Tirolo non è Italia», sfonda il record del 7% e si piazza al quarto posto (subito dopo i verdi e davanti al Pd, che non va oltre il 6,7%). Il timone della provincia è nella mani di Arno Kompatscher, successore diretto di "Durni" nella Svp con 80mila preferenze. Ma le sigle separatiste crescono, scavando consensi nell'astensionismo dell'elettorato italiano.
Li chiamano "destra tedesca". Ma i due partiti che guadagnano percentuali nello stallo della Svp stanno stretti nell'etichetta che li distingue dagli omologhi in lingua italiana. Salvo flirt occasionali, naufragati nell'identità sempre meno dialogante in un Consiglio che ora potrebbe ridurre la sua presenza italiana a cinque scranni su 35. Uno su sette.
Il laboratorio del Die Freiheitlichen (letteralmente: "i libertari") riuscirebbe meno comprensibile senza esempi freschi di elezione, come il Progress Party svedese. Xenofobia e liberismo, rivendicazioni sulla "sovranità sudtirolese" e guerra al fisco invasivo. Il Die Freiheitlichen ricalca la formula del Bündnis Zukunft Österreich, il partito populista di Jorg Haider, fin dalle origini come costola iper-separatista della Südtiroler Volskpartei.
Lo davano per morto quindici anni fa, quando l'omicidio dell'ex dirigente Christian Werdner aveva fatto sprofondare i consensi sotto il 3% nelle elezioni del 1998. Da lì, non ha fatto altro che crescere. Nel 2008 il partito che rivendica il «risveglio dei sudtirolesi», con sterzate anti-islamiche e anti-immigrazione , triplicava i consensi rispetto alle provinciali del 2003: 14,3%.
Oggi, i 50mila voti incassati valgono quasi il 18% dei consensi su scala provinciale e sei rappresentanti nel Parlamentino di Bolzano. Il secondo partito nell'Alto Adige. Il grosso dei bacini sta nelle valli, nella comunità germanofona che non si è mai riconosciuta nella Bolzano italiana e men che meno in Roma. Le pulsioni più radicali, dal no alle moschee alle strette sull'immigrazione, guadagnano favori nelle fasce degli under 30.
Il programma del Süd-Tiroler Freiheit, quarta sigla in provincia con il 7,2% di consensi, si rispecchia nel suo nome: Libertà altoatesina. Lo ha fondato e lo dirige Eva Klotz, figlia di George, il "martellatore della Val Passiria" che aveva sconvolto il Tirolo meridionale con attentati dinamitardi.
Anche lei scissionista dalla Stella Alpina, rea confessa di aperture autonomiste allo Stato Italiano. Anche lei ai vertici di una forza accusata di simpatie all'estrema destra, in parte per le (presunte) aderenze di alcuni dirigenti a raduni neonazisti nelle vallate a sud del Brennero.
Negli 11 punti che descrivono il programma dei "patrioti altoatesini", però, il modello ricorda più l'indipendentismo catalano delle croci uncinate che pure si sono infilate nella base di militanza, soprattutto tra le comunità più ridotte.
Integrazioni reddituali per i tirolesi, sostegno delle minoranze linguistiche, contrasto alla "italianizzazione" che spazia dalla segnaletica in italiano all'obbligo del bilinguismo. Fino allo scontro più netto con "l'altra destra", quella italiana, sulle reliquie del fascismo: «Un insulto all'Alto Adige» che «nessuno ha ancora rimosso».
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Ipse dicit
Dice re Giorgio che è inutile far cadere il governo da lui fortemente voluto. Non scioglierebbe mai le Camere perché la legge elettorale è incostituzionale e non si può votare. A dirla come si deve, senza girarci attorno con mezze parole che nessuno capisce bene, la legge che ha determinato la formazione delle Camere e l’inconsueta rielezione di Napolitano al Quirinale è una «legge-truffa». Questo, però, non è il linguaggio che usano i re.
Dice Epifani che il Partito democratico sta con Berlusconi perché non può piantare in asso baracca e burattini e, per suo conto, il senatore pericolante ripete pari pari il ragionamento di Epifani: ci vuole una legge elettorale, quella che c’è non va più bene ed è finita nel mirino della Corte Costituzionale. Né l’uno né l’altro, però, ammette apertamente che la legge Calderoli è un vero e proprio imbroglio. Gli «uomini delle Istituzioni» non parlano mai chiaro: c’è il rischio che la gente capisca.
Dice Alfano che se, come pare ormai certo, troverà il coraggio di tradire definitivamente il suo ex padre padrone, avrà un partito vero e finalmente suo, ma non potrà certamente far cadere il governo. Giocando d’anticipo, l’ex delfino del più celebre pregiudicato d’Italia, interroga direttamente gli elettori: si può mandare il popolo a votare, se la legge elettorale è un’autentica vergogna?
A sentirli parlare, con le loro mezze parole, i sottintesi e quel disaccordo totale su tutto, tranne che sulle impossibili elezioni, non si capisce praticamente nulla, ma emerge la verità puntigliosamente negata: questa vituperata legge elettorale, che tutti hanno voluto e nessuno ha mai fatto qualcosa per cambiare, ha un’importanza fondamentale per re Giorgio, per Epifani, per Berlusconi, per Alfano, per la sgangherata banda Monti, per Casini e la sua malconcia compagnia di ventura. In questo nostro sventurato Paese, per capirci, chiunque prometta cambiamenti che non intende realizzare, si affretta a chiamare in causa la legge elettorale per spiegarci che cambiare vorrebbe ma cambiare non si può.
Nel guazzabuglio da Regia Marina – ciò che è vero la sera non vale la mattina – la legge Calderoli è l’alibi per una sporca faccenda, un pasticciaccio tale da fare impallidire Germi e la sua via Merulana. L’inganno più grave, però, l’oltraggio sanguinoso all’intelligenza degli elettori, non va cercato in quello che i galantuomini autonominati ripetono con esasperante monotonia. Il peggio si cela in quello che nessuno dice, ma è sempre più chiaro a tutti: poiché la legge elettorale è fatta apposta per vanificare il voto espresso dal mitico «popolo sovrano», Senato e Camera dei Deputati sono attualmente formati da alcune centinaia di persone elette illegalmente e perciò prive di una autentica legittimità democratica. Sono loro, questa nuova specie di clandestini, che hanno voluto per la seconda volta Napolitano al Colle e sempre loro, i figli di una «legge-truffa», il 23 ottobre, al Senato, hanno votato una gravissima modifica dell’articolo 138 della Costituzione.
Dice re Giorgio che lui non scioglierebbe le Camere perché la legge elettorale è incostituzionale. C’è da chiedersi dove sarebbe Napolitano, Presidente praticamente a vita, se l’Italia fosse un Paese retto da Istituzioni democratiche legalmente elette; molto probabilmente non sarebbe dov’è, in Parlamento non vedremmo accampati deputati e senatori «espropriati» dai segretari di partito e da saggi di nomina regia e nessuno avrebbe osato mettere ai voti una modifica della Costituzione che fa di uno «Statuto rigido», una inutile dichiarazione d’intenti alla mercé di ogni «golpe bianco».
Dice Formigoni che chi si è astenuto sull’articolo 138 intendeva far cadere il governo. La verità è che il Senato ha approvato un ddl costituzionale sul Comitato per le riforme costituzionali, che per soli quattro voti evita anche il ricorso al referendum confermativo. Giulietto Chiesa, giornalista prestato alla politica, è stato invece brutalmente chiaro: «questo Senato non ci rappresenta», ha detto, «ha una maggioranza di provocatori, di lanzichenecchi che operano contro l’ordine e la pace sociale. […] Un parlamento di nominati non rappresenta il paese e, tanto meno, può arrogarsi il diritto di cambiarne la carta costituzionale […]. Questo è un golpe bianco, che esegue il piano eversivo della P2. Noi faremo resistenza». Non è facile capire che intenda Chiesa, quando dice «Resistenza», ma a far chiarezza hanno pensato in questi giorni di ottobre le piazze, colme di gente e di rabbia composta, che pacificamente tornavano al monito che in anni ormai lontani, ma molto simili a quelli che viviamo, venne da Giovanni Bovio: «Non fateci dubitare della giustizia. Che ci resterebbe? Temiamo di domandarlo a noi stessi, di noi stessi temiamo e ci volgiamo a chi ci chiama fratelli: noi fummo nati al lavoro e, per carità di dio, non fate noi delinquenti e voi giudici». Umberto I, il re di quegli anni tragici, non gli diede ascolto. Finì come tutti sanno, coi moti del ’98, la cavalleria accampata nelle piazze e le tragiche cannonate milanesi di Bava Beccaris.
Fonte
Dice Epifani che il Partito democratico sta con Berlusconi perché non può piantare in asso baracca e burattini e, per suo conto, il senatore pericolante ripete pari pari il ragionamento di Epifani: ci vuole una legge elettorale, quella che c’è non va più bene ed è finita nel mirino della Corte Costituzionale. Né l’uno né l’altro, però, ammette apertamente che la legge Calderoli è un vero e proprio imbroglio. Gli «uomini delle Istituzioni» non parlano mai chiaro: c’è il rischio che la gente capisca.
Dice Alfano che se, come pare ormai certo, troverà il coraggio di tradire definitivamente il suo ex padre padrone, avrà un partito vero e finalmente suo, ma non potrà certamente far cadere il governo. Giocando d’anticipo, l’ex delfino del più celebre pregiudicato d’Italia, interroga direttamente gli elettori: si può mandare il popolo a votare, se la legge elettorale è un’autentica vergogna?
A sentirli parlare, con le loro mezze parole, i sottintesi e quel disaccordo totale su tutto, tranne che sulle impossibili elezioni, non si capisce praticamente nulla, ma emerge la verità puntigliosamente negata: questa vituperata legge elettorale, che tutti hanno voluto e nessuno ha mai fatto qualcosa per cambiare, ha un’importanza fondamentale per re Giorgio, per Epifani, per Berlusconi, per Alfano, per la sgangherata banda Monti, per Casini e la sua malconcia compagnia di ventura. In questo nostro sventurato Paese, per capirci, chiunque prometta cambiamenti che non intende realizzare, si affretta a chiamare in causa la legge elettorale per spiegarci che cambiare vorrebbe ma cambiare non si può.
Nel guazzabuglio da Regia Marina – ciò che è vero la sera non vale la mattina – la legge Calderoli è l’alibi per una sporca faccenda, un pasticciaccio tale da fare impallidire Germi e la sua via Merulana. L’inganno più grave, però, l’oltraggio sanguinoso all’intelligenza degli elettori, non va cercato in quello che i galantuomini autonominati ripetono con esasperante monotonia. Il peggio si cela in quello che nessuno dice, ma è sempre più chiaro a tutti: poiché la legge elettorale è fatta apposta per vanificare il voto espresso dal mitico «popolo sovrano», Senato e Camera dei Deputati sono attualmente formati da alcune centinaia di persone elette illegalmente e perciò prive di una autentica legittimità democratica. Sono loro, questa nuova specie di clandestini, che hanno voluto per la seconda volta Napolitano al Colle e sempre loro, i figli di una «legge-truffa», il 23 ottobre, al Senato, hanno votato una gravissima modifica dell’articolo 138 della Costituzione.
Dice re Giorgio che lui non scioglierebbe le Camere perché la legge elettorale è incostituzionale. C’è da chiedersi dove sarebbe Napolitano, Presidente praticamente a vita, se l’Italia fosse un Paese retto da Istituzioni democratiche legalmente elette; molto probabilmente non sarebbe dov’è, in Parlamento non vedremmo accampati deputati e senatori «espropriati» dai segretari di partito e da saggi di nomina regia e nessuno avrebbe osato mettere ai voti una modifica della Costituzione che fa di uno «Statuto rigido», una inutile dichiarazione d’intenti alla mercé di ogni «golpe bianco».
Dice Formigoni che chi si è astenuto sull’articolo 138 intendeva far cadere il governo. La verità è che il Senato ha approvato un ddl costituzionale sul Comitato per le riforme costituzionali, che per soli quattro voti evita anche il ricorso al referendum confermativo. Giulietto Chiesa, giornalista prestato alla politica, è stato invece brutalmente chiaro: «questo Senato non ci rappresenta», ha detto, «ha una maggioranza di provocatori, di lanzichenecchi che operano contro l’ordine e la pace sociale. […] Un parlamento di nominati non rappresenta il paese e, tanto meno, può arrogarsi il diritto di cambiarne la carta costituzionale […]. Questo è un golpe bianco, che esegue il piano eversivo della P2. Noi faremo resistenza». Non è facile capire che intenda Chiesa, quando dice «Resistenza», ma a far chiarezza hanno pensato in questi giorni di ottobre le piazze, colme di gente e di rabbia composta, che pacificamente tornavano al monito che in anni ormai lontani, ma molto simili a quelli che viviamo, venne da Giovanni Bovio: «Non fateci dubitare della giustizia. Che ci resterebbe? Temiamo di domandarlo a noi stessi, di noi stessi temiamo e ci volgiamo a chi ci chiama fratelli: noi fummo nati al lavoro e, per carità di dio, non fate noi delinquenti e voi giudici». Umberto I, il re di quegli anni tragici, non gli diede ascolto. Finì come tutti sanno, coi moti del ’98, la cavalleria accampata nelle piazze e le tragiche cannonate milanesi di Bava Beccaris.
Fonte
23/10/2013
Le dimissioni di Monti e la fine di Scelta Civica: che cambia?
Sarebbe facile infierire sull’uscita di scena di Mario Monti e liquidarla con un secco: “Ci siamo tolti davanti un imbecille” (imbecille politicamente parlando, si intende). Ma le cose non sono così semplici: certo Monti non si è dimostrato un’aquila in politica ed anche molte oche gli avrebbero dato i punti su quel terreno (per restare nella metafora aviaria), e la sua creatura politica, nata asfittica, era già in liquidazione da subito dopo le elezioni anche grazie al suo comportamento altezzoso quanto esilarante. Dunque, lo sbocco era segnato.
D’altra parte, il gruppetto che si separa di lui ha un piccolo gruzzolo di senatori ed un seguito elettorale piuttosto gramo, anche se non inesistente. Ma le cose non sono così semplici.
In primo luogo 11 voti al Senato, dove si balla su numeri molto piccoli per questioni come la decadenza del Cavaliere non sono per niente pochi e possono risultare determinanti. Ma occorre considerare anche la capacità di attrazione di questo gruppetto che, inizialmente bassa, può crescere rapidamente, anche nell’altro ramo del parlamento.
Ora infatti, è più che probabile che ad esso si aggreghino i residui dell’Udc. Subito dopo potrebbero venire i 10 del gruppo Gal e qualche “anima in pena” del gruppo misto. Già in questo modo ci sarebbe un gruppo intorno ai 25 in senato e, probabilmente ai 40 alla Camera. Un numero interessante per una maggioranza senza il Pdl cui potrebbe aggiungersi la pattuglia di scissionisti di esso. Con i 23 della “lista Quagliariello” saremmo poco sotto i 50 al Senato, mentre è difficile dire per la Camera, dove però non sarebbe sbagliato prevedere un gruppo fra i 60 ed i 100 seggi.
Tutto da vedere, siamo d’accordo, ma non c’è dubbio che, tolto di mezzo Monti, la cosa suona come un incoraggiamento ai “moderati del Pdl” ad uscire dal partito e confluire in un gruppo di centro. In ogni caso, questa è una carta in più nelle mani di Alfano per imporre le sue condizioni al Cavaliere.
Se questo dovesse accadere, si aprirebbero due possibili scenari:
a- si forma un centro con notevoli capacità aggregative che potrebbe attirare a sé altri pezzi di Pdl e del Pd. L’operazione raggiungerebbe pienamente il suo scopo se confluisse anche il gruppo dei lettiani e, magari, con Letta candidato Presidente del Consiglio
b- il centro si forma ma non riesce ad andare oltre una certa soglia, per cui non ha la forza di presentarsi da solo come alternativo ai due blocchi maggiori, ma può fare da “ago della bilancia” scegliendo con chi allearsi.
Ovviamente, occorrerà vedere sia con che legge andremo a votare alle politiche, sia quando andremo a votare, sia quale sarà il destino del Cavaliere. Intanto, decisivo sarà l’esame delle europee. Se il gruppo di centro recupererà almeno la consistenza che aveva Scelta Civica (10-11%) potrà porsi come ago della bilancia, ma, avendo il tempo necessario, potrebbe anche crescere facendo man bassa su un Pdl ormai privo della capacità di attrazione del Cavaliere, sia su un eventuale Pd sbrindellato fra cuperliani, renziani e lettiani.
Ovviamente, se il risultato dovesse essere superiore (ad esempio un 15%) le probabilità di crescere come polo competitivo con gli altri due crescerebbe in proporzione. Vice versa, se il risultato dovesse sprofondare ad un 6-7% (con o senza Alfano) l’esperimento sarebbe liquidato prima di nascere ed, al massimo, verrebbe fuori un partito da aggregare ad una delle due coalizioni senza grandi speranze di crescita.
Peraltro va detto che le Europee sono vicine ed è difficile immaginare valanghe elettorali in così breve tempo (per quanto: mai dire mai). Allo stesso modo, è determinante la variabile tempo: se le politiche arrivano a giugno è molto difficile che Alfano si stacchi e il progetto naufraga prima di subito.
Se si votasse fra un anno-un anno e mezzo il progetto potrebbe prendere il via ma non è detto che il decollo riesca. Se invece si votasse fra due-tre anni, il progetto avrebbe ottime probabilità di riuscita, perché, nel frattempo, il Cavaliere sarebbe con ogni probabilità defunto politicamente e dimenticato ed un Pdl con il Cavaliere ridotto a pallida ombra del passato non credo che valga molto.
E qui affrontiamo il nodo-Silvio. L’uomo è tornato bellicoso e il pendolo va di nuovo verso la crisi. Si tratta solo del normale pendolo umorale del personaggio ormai in preda al panico? Può darsi, anzi probabile. Però potrebbe anche trattarsi di qualche altra cosa: bisogna vedere che sta succedendo nel calcio-mercato di Palazzo Madama. Se l’uomo – non nuovo a questo genere di transazioni – è riuscito a comperarsi quella decina di senatori che vanificano l’eventuale secessione alfaniana, la frittata è fatta: cade il governo e per giugno andiamo a votare. Non so a quale quotazione sia arrivato il prezzo cadauno dei senatori, dovremmo informarci.
Ma, immaginando che, nonostante tutto, Letta regga, quale è il disegno di Berlusconi? Quello che gli preme è evitare l’ineleggibilità già da ora (lo prevedemmo già in agosto) sollevando mille giudizi incidentali: chiederà al governo (che ha elaborato la legge - delega) di dichiarare non retroattiva la norma, poi potrebbe ricorrere al Tar per avere “l’interpretazione autentica della legge”, poi potrebbe ricorrere in qualche modo alla Corte Costituzionale. Lo scopo sarebbe di arrivare alle elezioni a giugno potendosi candidare alle europee. Con due obiettivi: primo, raccogliere una messe di voti senza precedenti in modo da poter dire che non si può estromettere una persona che ottiene un simile suffragio; secondo: essendo eletto al Parlamento Europeo la questione dell’immunità si sposterebbe in quella sede, alimentando un ginepraio giuridico che la tiri alla lunga. Nel frattempo il ricalcolo per l’interdizione sarebbe sicuramente impugnato per Cassazione e così la tiriamo per un bel po’.
Una tattica al limite della disperazione, siamo d’accordo, ma che qualche risultato lo può cogliere. Qui bisogna capire che intenzioni hanno gli 11 scissionisti di Scelta civica: se pensano davvero ad un Grande Centro, hanno tutto l’interesse a mettere fuori causa Berlusconi e quindi voteranno per la sua decadenza immediata, se, invece è solo una manfrina per confluire nel suo schieramento portando in eredità le spoglie di Scelta Civica, voteranno contro la sua decadenza.
In ogni caso, per piccola che sia questa secessione, stiamo attenti perché può essere l’inizio dello smottamento.
Fonte
D’altra parte, il gruppetto che si separa di lui ha un piccolo gruzzolo di senatori ed un seguito elettorale piuttosto gramo, anche se non inesistente. Ma le cose non sono così semplici.
In primo luogo 11 voti al Senato, dove si balla su numeri molto piccoli per questioni come la decadenza del Cavaliere non sono per niente pochi e possono risultare determinanti. Ma occorre considerare anche la capacità di attrazione di questo gruppetto che, inizialmente bassa, può crescere rapidamente, anche nell’altro ramo del parlamento.
Ora infatti, è più che probabile che ad esso si aggreghino i residui dell’Udc. Subito dopo potrebbero venire i 10 del gruppo Gal e qualche “anima in pena” del gruppo misto. Già in questo modo ci sarebbe un gruppo intorno ai 25 in senato e, probabilmente ai 40 alla Camera. Un numero interessante per una maggioranza senza il Pdl cui potrebbe aggiungersi la pattuglia di scissionisti di esso. Con i 23 della “lista Quagliariello” saremmo poco sotto i 50 al Senato, mentre è difficile dire per la Camera, dove però non sarebbe sbagliato prevedere un gruppo fra i 60 ed i 100 seggi.
Tutto da vedere, siamo d’accordo, ma non c’è dubbio che, tolto di mezzo Monti, la cosa suona come un incoraggiamento ai “moderati del Pdl” ad uscire dal partito e confluire in un gruppo di centro. In ogni caso, questa è una carta in più nelle mani di Alfano per imporre le sue condizioni al Cavaliere.
Se questo dovesse accadere, si aprirebbero due possibili scenari:
a- si forma un centro con notevoli capacità aggregative che potrebbe attirare a sé altri pezzi di Pdl e del Pd. L’operazione raggiungerebbe pienamente il suo scopo se confluisse anche il gruppo dei lettiani e, magari, con Letta candidato Presidente del Consiglio
b- il centro si forma ma non riesce ad andare oltre una certa soglia, per cui non ha la forza di presentarsi da solo come alternativo ai due blocchi maggiori, ma può fare da “ago della bilancia” scegliendo con chi allearsi.
Ovviamente, occorrerà vedere sia con che legge andremo a votare alle politiche, sia quando andremo a votare, sia quale sarà il destino del Cavaliere. Intanto, decisivo sarà l’esame delle europee. Se il gruppo di centro recupererà almeno la consistenza che aveva Scelta Civica (10-11%) potrà porsi come ago della bilancia, ma, avendo il tempo necessario, potrebbe anche crescere facendo man bassa su un Pdl ormai privo della capacità di attrazione del Cavaliere, sia su un eventuale Pd sbrindellato fra cuperliani, renziani e lettiani.
Ovviamente, se il risultato dovesse essere superiore (ad esempio un 15%) le probabilità di crescere come polo competitivo con gli altri due crescerebbe in proporzione. Vice versa, se il risultato dovesse sprofondare ad un 6-7% (con o senza Alfano) l’esperimento sarebbe liquidato prima di nascere ed, al massimo, verrebbe fuori un partito da aggregare ad una delle due coalizioni senza grandi speranze di crescita.
Peraltro va detto che le Europee sono vicine ed è difficile immaginare valanghe elettorali in così breve tempo (per quanto: mai dire mai). Allo stesso modo, è determinante la variabile tempo: se le politiche arrivano a giugno è molto difficile che Alfano si stacchi e il progetto naufraga prima di subito.
Se si votasse fra un anno-un anno e mezzo il progetto potrebbe prendere il via ma non è detto che il decollo riesca. Se invece si votasse fra due-tre anni, il progetto avrebbe ottime probabilità di riuscita, perché, nel frattempo, il Cavaliere sarebbe con ogni probabilità defunto politicamente e dimenticato ed un Pdl con il Cavaliere ridotto a pallida ombra del passato non credo che valga molto.
E qui affrontiamo il nodo-Silvio. L’uomo è tornato bellicoso e il pendolo va di nuovo verso la crisi. Si tratta solo del normale pendolo umorale del personaggio ormai in preda al panico? Può darsi, anzi probabile. Però potrebbe anche trattarsi di qualche altra cosa: bisogna vedere che sta succedendo nel calcio-mercato di Palazzo Madama. Se l’uomo – non nuovo a questo genere di transazioni – è riuscito a comperarsi quella decina di senatori che vanificano l’eventuale secessione alfaniana, la frittata è fatta: cade il governo e per giugno andiamo a votare. Non so a quale quotazione sia arrivato il prezzo cadauno dei senatori, dovremmo informarci.
Ma, immaginando che, nonostante tutto, Letta regga, quale è il disegno di Berlusconi? Quello che gli preme è evitare l’ineleggibilità già da ora (lo prevedemmo già in agosto) sollevando mille giudizi incidentali: chiederà al governo (che ha elaborato la legge - delega) di dichiarare non retroattiva la norma, poi potrebbe ricorrere al Tar per avere “l’interpretazione autentica della legge”, poi potrebbe ricorrere in qualche modo alla Corte Costituzionale. Lo scopo sarebbe di arrivare alle elezioni a giugno potendosi candidare alle europee. Con due obiettivi: primo, raccogliere una messe di voti senza precedenti in modo da poter dire che non si può estromettere una persona che ottiene un simile suffragio; secondo: essendo eletto al Parlamento Europeo la questione dell’immunità si sposterebbe in quella sede, alimentando un ginepraio giuridico che la tiri alla lunga. Nel frattempo il ricalcolo per l’interdizione sarebbe sicuramente impugnato per Cassazione e così la tiriamo per un bel po’.
Una tattica al limite della disperazione, siamo d’accordo, ma che qualche risultato lo può cogliere. Qui bisogna capire che intenzioni hanno gli 11 scissionisti di Scelta civica: se pensano davvero ad un Grande Centro, hanno tutto l’interesse a mettere fuori causa Berlusconi e quindi voteranno per la sua decadenza immediata, se, invece è solo una manfrina per confluire nel suo schieramento portando in eredità le spoglie di Scelta Civica, voteranno contro la sua decadenza.
In ogni caso, per piccola che sia questa secessione, stiamo attenti perché può essere l’inizio dello smottamento.
Fonte
07/10/2013
Imu, “i ricchi paghino”: riammesso l’emendamento Pd. Scontro con il Pdl
Almeno le forme sono salve. E’ stato infatti ripescato l’emendamento del Partito Democratico che chiedeva di reintrodurre l’Imu per i “più ricchi“. In un primo momento infatti i presidenti delle commissioni Bilancio e Finanze, Francesco Boccia (lettiano del Pd) e Daniele Capezzone (falchissimo del Pdl)
avevano falciato 322 emendamenti su 454 perché privi di copertura
finanziaria e o per la cosiddetta “estraneità di materia”. Poi sono
diventati 309 ma poco cambia. L’obiettivo principale era e resta
politico oltre che tecnico: portare il decreto legge sull’Imu più o meno
integro all’esame del Parlamento. Da una parte, infatti, le mattane di
Berlusconi che voleva fare a pezzi il governo Letta e poi non ne ha
fatto più niente hanno allungato i tempi dei lavori delle Camere e
quindi ora bisogna fare in fretta visto che il decreto scade il 30
ottobre: per essere convertito in legge deve ancora terminare l’iter a
Montecitorio e andare al Senato. Dall’altra una misura come quella
proposta dal capogruppo democratico in commissione Bilancio, Maino Marchi, è vista come il fumo negli occhi da quelli del Pdl e quindi potrebbe riproporre, tali e quali, le risse all’interno della maggioranza.
Le votazioni sugli emendamenti inizieranno alle 9.30 di domani 8
ottobre. Probabile dunque che slitti a giovedì l’ingresso del
provvedimento nell’aula di Montecitorio, al momento fissato per il
pomeriggio di mercoledì 9 ottobre.
Il nodo evidentemente resta politico. Qualsiasi legge arrivi in discussione. Berlusconi sarà anche uscito di scena come dice il presidente del Consiglio Enrico Letta, ma nel governo tutto funziona come prima. La riprova è quanto dice il capogruppo del Pdl al Senato Renato Schifani durante la registrazione di Porta a Porta: “Le modalità per l’abolizione dell’Imu – avverte – si possono migliorare, ma è escluso che questo possa accadere in Parlamento con maggioranze trasversali che non siano la maggioranza politica che sostiene il governo. Non intendiamo far pagare nessun prezzo al governo per le vicende di Berlusconi, ma non arretreremo di un millimetro sul programma concordato con l’esecutivo e in particolare sull’Imu”.
Ma è lo stesso Boccia – molto vicino alle posizioni di Letta - che chiede ai colleghi di partito perché vengano ritirati gli emendamenti perché “le case di lusso l’Imu la pagano già”. “Evitiamo il pasticcio – ha auspicato Boccia – perché se dovesse passare qualche emendamento che modifica la base imponibile, i comuni dovrebbero restituire quanto proprio oggi hanno ricevuto dal Tesoro”. Per quanto riguarda l’emendamento del Pd che fa pagare l’imposta alle case con una rendita superiore ai 750 euro, Boccia, parlando con i cronisti ha commentato: “Le case di lusso l’Imu la pagano, come è sempre accaduto in passato; il decreto esclude esplicitamente dall’esenzione le abitazioni signorili accatastate come A1, le ville di categoria A8 e i castelli della categoria A9”.
La lettura che della situazione danno i deputati dei Cinque Stelle è che “la discussione sul decreto Imu è sprofondata nel caos“. “La cosa più grave, però – proseguono – è che da quando sono cambiati gli equilibri nel Pdl, all’indomani del voto di fiducia a Letta, la maggioranza non ha più una direzione chiara da seguire e i partiti che la compongono sono spaccati tra loro e al loro interno. Probabilmente il governo sta lasciando lievitare strumentalmente il caos per poi intervenire, con il pretesto dell’urgenza, senza dare replica alle Camere. E’ il solito gioco che ormai abbiamo imparato a conoscere e che serve a svuotare il Parlamento, oltre che a mettere le pezze a una maggioranza delle larghe falle”. A contestare questa analisi è proprio Marchi, che ha proposto la reintroduzione dell’Imu per chi ha rendite catastali più alte: “La discussione sul decreto Imu, contrariamente a quanto vogliono far credere i deputati M5S, sta procedendo secondo le normali procedure e senza nessun caos se non quello che vogliono creare loro”. L’emendamento, conclude Marchi, “va nella direzione di una maggiore equità”. Ma Guido Guidesi (Lega Nord) insiste: “Mentre il Partito democratico in commissione bilancio alla Camera propone di reintrodurre l’Imu per alcune abitazioni principali, il Pdl sembra non essere affatto d’accordo. Siamo ancora una volta di fronte ad una spaccatura. Il governo chiarisca quando prima la posizione che intende tenere perché enti locali e cittadini sono stanchi di essere presi in giro”.
Quindi in un primo momento Boccia e Capezzone avevano fatto fuori gli emendamenti del Pd che puntavano a far pagare l’Imu ai più abbienti. Uno era appunto quello di Marchi (emiliano di Reggio) che poi è stato riammesso anche se con qualche modifica. Resta la proposta di reintrodurre la prima rata dell’imposta sulla casa alle abitazioni con rendita catastale superiore ai 750 euro, ma è stata eliminata la previsione di riportare l’Iva al 21% dal 1 novembre al 31 dicembre con le entrate recuperate (circa 1,2 miliardi di euro). Una parte di questa cifra che andrebbe destinata, se passasse l’emendamento, soltanto al rifinanziamento della cassaintegrazione in deroga (da 500 a 900 milioni di euro) e alla dotazione di 50 milioni per il 2013 il fondo per gli affitti. I deputati democratici, in sede di presentazione, avevano fatto notare che, “secondo le stime Mef, su 2.011 milioni circa di perdita di gettito ex abolizione prima rata Imu, 1.230 milioni sono attribuibili agli immobili con rendita superiore a 750 euro”. Eliminando quindi la riduzione dell’Iva, ammettendo che l’emendamento domani passi, rimarrebbero nelle casse dello Stato circa 706 milioni di euro.
La tagliola dell’ammissibilità ha fatto fuori in tutto 309 emendamenti su 454: 145, dunque, quelli ammissibili e 14 di questi sono stati “ripescati” dopo i ricorsi contro l’inammissibilità. L’altro emendamento che puntava a riproporre la prima rata dell’Imu per le fasce più alte era stato proposto da una giovane deputata piemontese del Pd, Cristina Bargero, che aveva individuato gli immobili di proprietà dei soggetti Irpef il cui reddito complessivo annuo superiore a 100mila euro. Ma in questo caso la proposta di modifica non è stata rimessa in discussione.
Fonte
Il gioco delle parti so consuma su uno sfondo dai contorni (economici) sempre più stretti. Ridicoli tutti alla fine.
Il nodo evidentemente resta politico. Qualsiasi legge arrivi in discussione. Berlusconi sarà anche uscito di scena come dice il presidente del Consiglio Enrico Letta, ma nel governo tutto funziona come prima. La riprova è quanto dice il capogruppo del Pdl al Senato Renato Schifani durante la registrazione di Porta a Porta: “Le modalità per l’abolizione dell’Imu – avverte – si possono migliorare, ma è escluso che questo possa accadere in Parlamento con maggioranze trasversali che non siano la maggioranza politica che sostiene il governo. Non intendiamo far pagare nessun prezzo al governo per le vicende di Berlusconi, ma non arretreremo di un millimetro sul programma concordato con l’esecutivo e in particolare sull’Imu”.
Ma è lo stesso Boccia – molto vicino alle posizioni di Letta - che chiede ai colleghi di partito perché vengano ritirati gli emendamenti perché “le case di lusso l’Imu la pagano già”. “Evitiamo il pasticcio – ha auspicato Boccia – perché se dovesse passare qualche emendamento che modifica la base imponibile, i comuni dovrebbero restituire quanto proprio oggi hanno ricevuto dal Tesoro”. Per quanto riguarda l’emendamento del Pd che fa pagare l’imposta alle case con una rendita superiore ai 750 euro, Boccia, parlando con i cronisti ha commentato: “Le case di lusso l’Imu la pagano, come è sempre accaduto in passato; il decreto esclude esplicitamente dall’esenzione le abitazioni signorili accatastate come A1, le ville di categoria A8 e i castelli della categoria A9”.
La lettura che della situazione danno i deputati dei Cinque Stelle è che “la discussione sul decreto Imu è sprofondata nel caos“. “La cosa più grave, però – proseguono – è che da quando sono cambiati gli equilibri nel Pdl, all’indomani del voto di fiducia a Letta, la maggioranza non ha più una direzione chiara da seguire e i partiti che la compongono sono spaccati tra loro e al loro interno. Probabilmente il governo sta lasciando lievitare strumentalmente il caos per poi intervenire, con il pretesto dell’urgenza, senza dare replica alle Camere. E’ il solito gioco che ormai abbiamo imparato a conoscere e che serve a svuotare il Parlamento, oltre che a mettere le pezze a una maggioranza delle larghe falle”. A contestare questa analisi è proprio Marchi, che ha proposto la reintroduzione dell’Imu per chi ha rendite catastali più alte: “La discussione sul decreto Imu, contrariamente a quanto vogliono far credere i deputati M5S, sta procedendo secondo le normali procedure e senza nessun caos se non quello che vogliono creare loro”. L’emendamento, conclude Marchi, “va nella direzione di una maggiore equità”. Ma Guido Guidesi (Lega Nord) insiste: “Mentre il Partito democratico in commissione bilancio alla Camera propone di reintrodurre l’Imu per alcune abitazioni principali, il Pdl sembra non essere affatto d’accordo. Siamo ancora una volta di fronte ad una spaccatura. Il governo chiarisca quando prima la posizione che intende tenere perché enti locali e cittadini sono stanchi di essere presi in giro”.
Quindi in un primo momento Boccia e Capezzone avevano fatto fuori gli emendamenti del Pd che puntavano a far pagare l’Imu ai più abbienti. Uno era appunto quello di Marchi (emiliano di Reggio) che poi è stato riammesso anche se con qualche modifica. Resta la proposta di reintrodurre la prima rata dell’imposta sulla casa alle abitazioni con rendita catastale superiore ai 750 euro, ma è stata eliminata la previsione di riportare l’Iva al 21% dal 1 novembre al 31 dicembre con le entrate recuperate (circa 1,2 miliardi di euro). Una parte di questa cifra che andrebbe destinata, se passasse l’emendamento, soltanto al rifinanziamento della cassaintegrazione in deroga (da 500 a 900 milioni di euro) e alla dotazione di 50 milioni per il 2013 il fondo per gli affitti. I deputati democratici, in sede di presentazione, avevano fatto notare che, “secondo le stime Mef, su 2.011 milioni circa di perdita di gettito ex abolizione prima rata Imu, 1.230 milioni sono attribuibili agli immobili con rendita superiore a 750 euro”. Eliminando quindi la riduzione dell’Iva, ammettendo che l’emendamento domani passi, rimarrebbero nelle casse dello Stato circa 706 milioni di euro.
La tagliola dell’ammissibilità ha fatto fuori in tutto 309 emendamenti su 454: 145, dunque, quelli ammissibili e 14 di questi sono stati “ripescati” dopo i ricorsi contro l’inammissibilità. L’altro emendamento che puntava a riproporre la prima rata dell’Imu per le fasce più alte era stato proposto da una giovane deputata piemontese del Pd, Cristina Bargero, che aveva individuato gli immobili di proprietà dei soggetti Irpef il cui reddito complessivo annuo superiore a 100mila euro. Ma in questo caso la proposta di modifica non è stata rimessa in discussione.
Fonte
Il gioco delle parti so consuma su uno sfondo dai contorni (economici) sempre più stretti. Ridicoli tutti alla fine.
03/10/2013
Diversamente berlusconiani ma soprattutto veri democristiani
Questo governo fa ancora più schifo di quello che l'ha preceduto. I ministri sono gli stessi, i voti che riceve per la fiducia pure, ma è tutto ancora più sfacciato.
Prima il governo Letta dichiarava di esistere per stato di necessità, per costrizione parlamentare. Ora rinasce nella convinzione euforica del PD e dei transfughi del PDL, e anche nella frustrata e velenosa reazione di Silvio Berlusconi al destino giudiziario che lo attende.
Tutto il palazzo gioisce, Corriere e La Repubblica, Confindustria e CGIL CISL UIL, conferenza episcopale e Borsa hanno il governo vero che chiedevano.
Naturalmente contento è il governo tedesco dell'Europa, che ha spinto come non mai per questo sbocco, trovando nuovi statisti di riferimento nel ministro delle leggi per la precarietà Sacconi, nell'uomo della sanità lombarda Formigoni, nel ministro dell'Interno Alfano che porta gli alpini dall'Afghanistan alla Valle Susa, e in tanti altri democratici modello, tra cui il noto omofobo Giovanardi.
Questa è la nuova maggioranza che l'Unione Europea vuole senza vergognarsene, anzi ben felice di una classe dirigente che tanto più sarà di questo spessore, tanto più sarà supina di fronte ai diktat della Troika. Che infatti Letta ha subito riverito: tranquilli, paghiamo tutto e di più.
Da più di due anni siamo commissariati e le classi dirigenti PD-PDL, come i ladri di Pisa, litigano di giorno e si accordano di notte per obbedire alle banche e alla finanza.
Da due anni ci dicono che vediamo la luce in fondo al tunnel del massacro sociale, mentre la maggioranza della popolazione precipita nel buio della distruzione del lavoro e dei redditi, dei diritti e del futuro.
Ma le larghe intese prosperano nonostante il degrado che producono, perché sono promosse e tutelate da un Presidente della Repubblica che sta accumulando responsabilità storiche per la degenerazione della nostra democrazia.
Adesso si vanteranno di non aver ceduto ai ricatti di Berlusconi, di cui evidentemente ignoravano tutto quando ci si son messi assieme al governo. E poi continueranno così, tutti chiacchiere e austerità, perché così vuole l'Europa, perché saranno anche diversamente berlusconiani, ma soprattutto veri democristiani.
Per cominciare davvero ad uscire da questo pantano paralizzante bisogna far sì che Berlusconi vada ai domiciliari e tutta questa classe dirigente a casa. Con buona pace dell'Europa dei Barroso e Quagliarella.
Fonte
Prima il governo Letta dichiarava di esistere per stato di necessità, per costrizione parlamentare. Ora rinasce nella convinzione euforica del PD e dei transfughi del PDL, e anche nella frustrata e velenosa reazione di Silvio Berlusconi al destino giudiziario che lo attende.
Tutto il palazzo gioisce, Corriere e La Repubblica, Confindustria e CGIL CISL UIL, conferenza episcopale e Borsa hanno il governo vero che chiedevano.
Naturalmente contento è il governo tedesco dell'Europa, che ha spinto come non mai per questo sbocco, trovando nuovi statisti di riferimento nel ministro delle leggi per la precarietà Sacconi, nell'uomo della sanità lombarda Formigoni, nel ministro dell'Interno Alfano che porta gli alpini dall'Afghanistan alla Valle Susa, e in tanti altri democratici modello, tra cui il noto omofobo Giovanardi.
Questa è la nuova maggioranza che l'Unione Europea vuole senza vergognarsene, anzi ben felice di una classe dirigente che tanto più sarà di questo spessore, tanto più sarà supina di fronte ai diktat della Troika. Che infatti Letta ha subito riverito: tranquilli, paghiamo tutto e di più.
Da più di due anni siamo commissariati e le classi dirigenti PD-PDL, come i ladri di Pisa, litigano di giorno e si accordano di notte per obbedire alle banche e alla finanza.
Da due anni ci dicono che vediamo la luce in fondo al tunnel del massacro sociale, mentre la maggioranza della popolazione precipita nel buio della distruzione del lavoro e dei redditi, dei diritti e del futuro.
Ma le larghe intese prosperano nonostante il degrado che producono, perché sono promosse e tutelate da un Presidente della Repubblica che sta accumulando responsabilità storiche per la degenerazione della nostra democrazia.
Adesso si vanteranno di non aver ceduto ai ricatti di Berlusconi, di cui evidentemente ignoravano tutto quando ci si son messi assieme al governo. E poi continueranno così, tutti chiacchiere e austerità, perché così vuole l'Europa, perché saranno anche diversamente berlusconiani, ma soprattutto veri democristiani.
Per cominciare davvero ad uscire da questo pantano paralizzante bisogna far sì che Berlusconi vada ai domiciliari e tutta questa classe dirigente a casa. Con buona pace dell'Europa dei Barroso e Quagliarella.
Fonte
Il Pdl si rompe ma vota la fiducia a Letta
Il "grande giorno" sembrava arrivato. 23 senatori del Pdl avevano firmato per la rottura con gli ordini di Berlusconi, ripetuti da Sandro Bondi nel suo intervento in aula stamattina. Quindi i numeri per una maggioranza "pateracchio" si andavano configurando. Ma poi, colpo di scena, Berlusconi annuncia che rinnoverà la fiducia al governo Letta. Anche se è difficile sottovalutare tutti i voltafaccia e i dettagli della portata "storica" di questo stop and go, ci avviamo alla fuoriuscita dal ventennio berlusconiano.
A nome di Berlusconi, del resto, Bondi aveva già ammesso la sconfitta: «Voi fallirete, avete dato vita a un governicchio, l'unico risultato sulla pelle del paese é stato spaccare il Pdl. Noi non assisteremo a questa umiliazione del nostro partito e di Berlusconi». Usciranno dunque dall'aula al momento del voto, senza aspettare il risultato.
Naturalmente non comincia a splendere oggi "il sol dell'avvenire", ma un plumbeo nebbioso pomeriggio segnato dall'austerity "europea". Ma bisogna prendere atto che una svolta è avvenuta e che da oggi il quadro politico-sociale italiano va dipinto con altri parametri. Abbandonando lo scipito e paralizzante copione del pro o contro il Caimano, che tanto ha nuociuto alla "sinistra" di questo paese; ma anche al ritornello cretino del "sono tutti uguali". Nel panorama politico che resta davanti ai nostri occhi adesso, infatti, sono tutti nemici; ma non eguali tra loro. Ci sono quelli "principali" (come si diceva una volta), ovvero i terminali dell'Unione Europea e della Troika; e quelli "secondari" o perdenti, a cominciare dai berlusconiani duri e puri, che dovranno anche loro trovare una nuova ragione di vita, una volta che il Capo sarà agli arresti domiciliari.
L'elenco dei senatori disposti a tradire nel Pdl è ricco e significativo: Giovanardi, Rossi, Sacconi, Gualdiani, Augello, Scoma, Mancuso, Chiavaroli, Bianconi, Naccarato, Torrisi, Pagano, Viceconte, Aiello, Gentile, Compagna, Formigoni, Colucci, Caridi, Bilardi, D'Ascola, Marinello. Sconta la firma di Roberto Formigoni, che ha immediatamente annunciato la costituzione di un nuovo gruppo parlamentare (dopo il dietrofront di Silvio che farà?) che si dovrebbe chiamare - ovviamente - "i popolari". Notevole soprattutto la presenza di Andrea Augello, l'ex An relatore (bocciato) in Giunta per le elezioni (che dopodomani voterà una nuova relazione, favorevole alla decadenza). Nonché di tutti "i siciliani", a dimostrazione che molti poteri hanno deciso di mollare Silvio al suo destino. Basterà ricordare come Edward Luttwack, ex capostazione della Cia in Italia, ieri sera a Ballarò, ha chiuso il discorso: "qui in America ci si chiede perché non sia stato ancora arrestato".
Che la storia fosse finita lo si era capito già ieri sera, quando Enrico Letta ha formalmente respinto le dimissioni informali dei cinque ministri del Pdl: era certo di avere oggi la maggioranza in Senato, grazie a quei 23 nomi.
Comincia la terza repubblica, ma non sarà affatto migliore della precedente.
Fonte
A nome di Berlusconi, del resto, Bondi aveva già ammesso la sconfitta: «Voi fallirete, avete dato vita a un governicchio, l'unico risultato sulla pelle del paese é stato spaccare il Pdl. Noi non assisteremo a questa umiliazione del nostro partito e di Berlusconi». Usciranno dunque dall'aula al momento del voto, senza aspettare il risultato.
Naturalmente non comincia a splendere oggi "il sol dell'avvenire", ma un plumbeo nebbioso pomeriggio segnato dall'austerity "europea". Ma bisogna prendere atto che una svolta è avvenuta e che da oggi il quadro politico-sociale italiano va dipinto con altri parametri. Abbandonando lo scipito e paralizzante copione del pro o contro il Caimano, che tanto ha nuociuto alla "sinistra" di questo paese; ma anche al ritornello cretino del "sono tutti uguali". Nel panorama politico che resta davanti ai nostri occhi adesso, infatti, sono tutti nemici; ma non eguali tra loro. Ci sono quelli "principali" (come si diceva una volta), ovvero i terminali dell'Unione Europea e della Troika; e quelli "secondari" o perdenti, a cominciare dai berlusconiani duri e puri, che dovranno anche loro trovare una nuova ragione di vita, una volta che il Capo sarà agli arresti domiciliari.
L'elenco dei senatori disposti a tradire nel Pdl è ricco e significativo: Giovanardi, Rossi, Sacconi, Gualdiani, Augello, Scoma, Mancuso, Chiavaroli, Bianconi, Naccarato, Torrisi, Pagano, Viceconte, Aiello, Gentile, Compagna, Formigoni, Colucci, Caridi, Bilardi, D'Ascola, Marinello. Sconta la firma di Roberto Formigoni, che ha immediatamente annunciato la costituzione di un nuovo gruppo parlamentare (dopo il dietrofront di Silvio che farà?) che si dovrebbe chiamare - ovviamente - "i popolari". Notevole soprattutto la presenza di Andrea Augello, l'ex An relatore (bocciato) in Giunta per le elezioni (che dopodomani voterà una nuova relazione, favorevole alla decadenza). Nonché di tutti "i siciliani", a dimostrazione che molti poteri hanno deciso di mollare Silvio al suo destino. Basterà ricordare come Edward Luttwack, ex capostazione della Cia in Italia, ieri sera a Ballarò, ha chiuso il discorso: "qui in America ci si chiede perché non sia stato ancora arrestato".
Che la storia fosse finita lo si era capito già ieri sera, quando Enrico Letta ha formalmente respinto le dimissioni informali dei cinque ministri del Pdl: era certo di avere oggi la maggioranza in Senato, grazie a quei 23 nomi.
Comincia la terza repubblica, ma non sarà affatto migliore della precedente.
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02/10/2013
Pdl. Prove tecniche di scissione
Il 25 luglio del Pdl arriva il primo giorno d'ottobre. È presto per scrivere la parola fine - Berlusconi in fondo non è ancora finito in galera, e i domiciliari ha scelto di farseli a palazzo Grazioli, non ad Arcore né in Sardegna - ma quello di poco fa sembra un deciso passo avanti verso la scissione del Pdl e l'esclusione di Berlusconi dal futuro politico della destra italica.
Con un insolita durezza - quando parla del Cavaliere è in genere ossequiente oltre ogni imbarazzo - persino Angelino Alfano sembra aver gettato il dado traendone la più logica delle conclusioni: "il vecchio dal culo flaccido" è definitivamente fuori gioco, non vale la pena di proseguirne oltre il calvario. E perciò ha invitato "tutto il partito" - ovvero tutti i senatori - a votare la fiducia a Letta, domani, tenendo così in vita il governo che Il Detenuto vuole far crollare. Al suo fianco ministri in carica, "trattativisti" come Cicchitto, Sacconi o Giovanardi, peones alla loro prima legislatura (e quindi lontani dall'aver maturato il diritto alla pensione da parlamentare), "responsabili" di professione come Scilipoti o "la banda dei siciliani" (che la dice lunga su quanti poteri si siano sganciati dall'ex fuhrer mediatico).
Del resto, a parte gli incontri burrascosi della mattinata tra via del Plebiscito, il Quirinale e Palazzo Chigi, si erano fatti sentire sia gli Stati Uniti che i grandi organismi economici internazionali, e naturalmente anche l'Unione Europea, con il presidente del parlamento europeo, Martin Schulz, che concedeva una tempestiva intervista all'Ansa: "Una caduta del governo creerebbe enormi turbolenze politiche e sui mercati finanziari" non solo in Italia ma in tutta Europa". Di più: "Faccio un appello ai colleghi del Parlamento: riflettano bene, abbiamo tutti insieme una responsabilità verso l'Europa". "Letta ed il suo governo hanno avuto grande successo per riconquistare la fiducia verso l'Italia, soprattutto sui mercati finanziari. Non bisogna giocarsi, a causa di interessi molto particolari, quello che il governo ha riconquistato".
Il cerchio a quel punto si chiudeva. Qualunque cosa possa fare in Italia, il mondo intero rifiuta di avere rapporti con lui e "preme" perché si faccia da parte. I suoi ex scudieri hanno una sola possibilità di farsi riciclare nel nuovo gruppo dirigente nazionale: rompere il partito-azienda e mettersi a disposizione.
Del resto lo stesso Letta l'aveva fatto capire, sostenuto da tutto il Pd: solo un "fatto politico nuovo" avrebbe potuto tenerlo a palazzo Chigi, con una maggioranza "non fatta di frattaglie". Un "fatto nuovo" è la rottura del Pdl. E sta avvenendo.
Alle 18 Silvio ha riconvocato a casa sua i parlamentari e i ministri teoricamente ancora alle sue dipendenze (hanno rassegnato dimissioni-scherzo nelle sue mani, mica alle Camere o al Presidente del Consiglio). Può ancora accadere di tutto, certo, ma siamo a un punto di svolta vera.
Domanda: a questo punto "la via maestra" di Landini e Rodotà da quale incrocio passa? Senza più l'impresentabile a far da spauracchio, "contro chi" si scende in piazza per difendere la Costituzione?
Fonte
Con un insolita durezza - quando parla del Cavaliere è in genere ossequiente oltre ogni imbarazzo - persino Angelino Alfano sembra aver gettato il dado traendone la più logica delle conclusioni: "il vecchio dal culo flaccido" è definitivamente fuori gioco, non vale la pena di proseguirne oltre il calvario. E perciò ha invitato "tutto il partito" - ovvero tutti i senatori - a votare la fiducia a Letta, domani, tenendo così in vita il governo che Il Detenuto vuole far crollare. Al suo fianco ministri in carica, "trattativisti" come Cicchitto, Sacconi o Giovanardi, peones alla loro prima legislatura (e quindi lontani dall'aver maturato il diritto alla pensione da parlamentare), "responsabili" di professione come Scilipoti o "la banda dei siciliani" (che la dice lunga su quanti poteri si siano sganciati dall'ex fuhrer mediatico).
Del resto, a parte gli incontri burrascosi della mattinata tra via del Plebiscito, il Quirinale e Palazzo Chigi, si erano fatti sentire sia gli Stati Uniti che i grandi organismi economici internazionali, e naturalmente anche l'Unione Europea, con il presidente del parlamento europeo, Martin Schulz, che concedeva una tempestiva intervista all'Ansa: "Una caduta del governo creerebbe enormi turbolenze politiche e sui mercati finanziari" non solo in Italia ma in tutta Europa". Di più: "Faccio un appello ai colleghi del Parlamento: riflettano bene, abbiamo tutti insieme una responsabilità verso l'Europa". "Letta ed il suo governo hanno avuto grande successo per riconquistare la fiducia verso l'Italia, soprattutto sui mercati finanziari. Non bisogna giocarsi, a causa di interessi molto particolari, quello che il governo ha riconquistato".
Il cerchio a quel punto si chiudeva. Qualunque cosa possa fare in Italia, il mondo intero rifiuta di avere rapporti con lui e "preme" perché si faccia da parte. I suoi ex scudieri hanno una sola possibilità di farsi riciclare nel nuovo gruppo dirigente nazionale: rompere il partito-azienda e mettersi a disposizione.
Del resto lo stesso Letta l'aveva fatto capire, sostenuto da tutto il Pd: solo un "fatto politico nuovo" avrebbe potuto tenerlo a palazzo Chigi, con una maggioranza "non fatta di frattaglie". Un "fatto nuovo" è la rottura del Pdl. E sta avvenendo.
Alle 18 Silvio ha riconvocato a casa sua i parlamentari e i ministri teoricamente ancora alle sue dipendenze (hanno rassegnato dimissioni-scherzo nelle sue mani, mica alle Camere o al Presidente del Consiglio). Può ancora accadere di tutto, certo, ma siamo a un punto di svolta vera.
Domanda: a questo punto "la via maestra" di Landini e Rodotà da quale incrocio passa? Senza più l'impresentabile a far da spauracchio, "contro chi" si scende in piazza per difendere la Costituzione?
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01/10/2013
Rissa continua sul ring della "politica"
Volano sedie, sputi e insulti dentro i palazzi della politica e ai piani alti delle istituzioni. La gravità di questa crisi non è tanto nel risultato finale – Berlusconi uscirà di scena e nessuno ne rimpiangerà le gesta, se non i venditori di sensazioni inutili – quanto nei danni che sta provocando all'establishment.
La telefonata mandata in onda da Formigli (in cui il Cav. cerca di spingere un suo parlamentare a “sondare” ambienti della Cassazione, per verificare se effettivamente Giorgio Napolitano avesse fatto riscrivere la sentenza – e l'entità dell'indennizzo a De Benedetti – sul “lodo Mondadori”), illustra un costume “impolitico” che sembrerebbe aver pochi eguali al mondo. Sia chiaro, non ci stupiamo affatto e pensiamo che comportamenti del genere siano massificati, a livello di classe dirigente. In un paese dalle regole labili e dalla corruzione facile, “oliare il meccanismo” con interventi non legali diventa la norma. Dall'iscrizione di un figlio all'asilo fino all'attribuzione delle poltrone ministeriali (micidiale, su questo punto, la puntata di Report curata dall'ottimo Bernardo Jovene).
E pensiamo che accada anche per molte sentenze. Ma qui casca l'asino Berlusconi. Mentre sta gestendo la sua uscita dal palazzo, con un partito spaccato e pronto ad esplodere, con le aziende sotto attacco da parte della speculazione di borsa; mentre mette in crisi il governo e la “credibilità internazionale del paese", facendo ballare i suoi deputati e ministri tra “dimissioni irrevocabili” e permanenza sulle poltrone; mentre, dunque, perde il conto dei possibili “traditori” o transfughi... prende il telefono e parla chiaro chiaro: sta cercando una “pezza d'appoggio”, anche aleatoria come un “si dice”, per sferrare un attacco senza precedenti contro la presunta “imparzialità” del custode della Costituzione. La cui risposta, stavolta, ha perso ogni sfumatura lessicale, al punto da lasciare senza lavoro i "quirinalisti" dei vari media; non c'era davvero nulla da "tradurre"...
Un ladro di polli se la sarebbe gestita con più accortezza, diciamolo subito. E la grossolanità della manovra berlusconiana, una volta messa in pubblico, dimostra che l'uomo non ci sta più tanto con la testa.
Ma proprio qui sta “l'anomalia” italiana. Che il processo di estromissione di costui sia tanto lungo e contorto è cosa da risultare incomprensibile, dentro un sistema di potere “normale”. È infatti fin troppo evidente che sta trascinando tutto il sistema politico – e quello economico-produttivo, via rialzo dello spread e dei tassi di interesse – in un gorgo senza fondo. Altrove sarebbe stato già fermato, magari dando ordine ai poliziotti della sua scorta di trasformarsi in agenti di custodia.
Evidente, secondo noi, l'importanza attribuita al suo “blocco sociale”. Che dovrà nel prossimo futuro essere utilizzato come pilastro di consenso alle politiche dettate dalla Troika, anche se queste ne eroderanno non marginalmente i redditi. Blocco che va quindi separato da Silvio, ma con cautela, per non provocare resistenze oltranziste che impedirebbero nuove saldature “centriste”.
Ma nel frattempo nessuna delle istituzioni ora al centro della battaglia ne può uscire "sana". Il Parlamento è ormai percepito come un “ente inutile” dalla maggioranza della popolazione; e in effetti questa congrega di “nominati” non ha altro lavoro da fare che approvare le “riforme” dettate dalla Troika, esattamente come nelle precedenti legislature approvavano leggi “ad personam”. La magistratura mantiene forse ancora un margine di “rispetto”, o piuttosto di timore reverenziale, ma ben pochi sono ancora convinti che i magistrati siano davvero imparziali (non tanto perché alcuni sarebbero “politicizzati”, quanto per la corruttibilità che proprio Berlusconi ha spesso utilizzato, come nel caso Mondadori). La presidenza della Repubblica, infine, è da anni un ruolo non più “di garanzia”, ma direttamente politico. Ed è stato proprio Giorgio Napolitano a rovesciarne come un guanto le caratteristiche costituzionali, trasformandolo in un “facitore di governi e maggioranze” invece che un sobrio “notaio”.
Ma anche le apparenze – in democrazia – sono importanti. Uno spettacolo così indecente e di bassa lega non può non avere effetti duraturi sulla “sensibilità” di tutta la popolazione. Se il potere non è capace di esser “terzo” o “arbitro” nemmeno nei propri contrasti interni, chi potrà mai più credere che le decisioni istituzionali vengano davvero prese “nell'interesse del paese”? Chi si sentirà più obbligato a rispettare le leggi se i primi a non rispettarne neanche formalmente una solo coloro che le fanno e poi impongono?
Si stanno scavando la fossa con le proprie mani. Ma attenzione: da queste situazioni cancrenose un potere può cercare di uscire in molti modi. O prolungando l'agonia o cercando il “taglio netto”. Con la democrazia stessa.
Fonte
La telefonata mandata in onda da Formigli (in cui il Cav. cerca di spingere un suo parlamentare a “sondare” ambienti della Cassazione, per verificare se effettivamente Giorgio Napolitano avesse fatto riscrivere la sentenza – e l'entità dell'indennizzo a De Benedetti – sul “lodo Mondadori”), illustra un costume “impolitico” che sembrerebbe aver pochi eguali al mondo. Sia chiaro, non ci stupiamo affatto e pensiamo che comportamenti del genere siano massificati, a livello di classe dirigente. In un paese dalle regole labili e dalla corruzione facile, “oliare il meccanismo” con interventi non legali diventa la norma. Dall'iscrizione di un figlio all'asilo fino all'attribuzione delle poltrone ministeriali (micidiale, su questo punto, la puntata di Report curata dall'ottimo Bernardo Jovene).
E pensiamo che accada anche per molte sentenze. Ma qui casca l'asino Berlusconi. Mentre sta gestendo la sua uscita dal palazzo, con un partito spaccato e pronto ad esplodere, con le aziende sotto attacco da parte della speculazione di borsa; mentre mette in crisi il governo e la “credibilità internazionale del paese", facendo ballare i suoi deputati e ministri tra “dimissioni irrevocabili” e permanenza sulle poltrone; mentre, dunque, perde il conto dei possibili “traditori” o transfughi... prende il telefono e parla chiaro chiaro: sta cercando una “pezza d'appoggio”, anche aleatoria come un “si dice”, per sferrare un attacco senza precedenti contro la presunta “imparzialità” del custode della Costituzione. La cui risposta, stavolta, ha perso ogni sfumatura lessicale, al punto da lasciare senza lavoro i "quirinalisti" dei vari media; non c'era davvero nulla da "tradurre"...
Un ladro di polli se la sarebbe gestita con più accortezza, diciamolo subito. E la grossolanità della manovra berlusconiana, una volta messa in pubblico, dimostra che l'uomo non ci sta più tanto con la testa.
Ma proprio qui sta “l'anomalia” italiana. Che il processo di estromissione di costui sia tanto lungo e contorto è cosa da risultare incomprensibile, dentro un sistema di potere “normale”. È infatti fin troppo evidente che sta trascinando tutto il sistema politico – e quello economico-produttivo, via rialzo dello spread e dei tassi di interesse – in un gorgo senza fondo. Altrove sarebbe stato già fermato, magari dando ordine ai poliziotti della sua scorta di trasformarsi in agenti di custodia.
Evidente, secondo noi, l'importanza attribuita al suo “blocco sociale”. Che dovrà nel prossimo futuro essere utilizzato come pilastro di consenso alle politiche dettate dalla Troika, anche se queste ne eroderanno non marginalmente i redditi. Blocco che va quindi separato da Silvio, ma con cautela, per non provocare resistenze oltranziste che impedirebbero nuove saldature “centriste”.
Ma nel frattempo nessuna delle istituzioni ora al centro della battaglia ne può uscire "sana". Il Parlamento è ormai percepito come un “ente inutile” dalla maggioranza della popolazione; e in effetti questa congrega di “nominati” non ha altro lavoro da fare che approvare le “riforme” dettate dalla Troika, esattamente come nelle precedenti legislature approvavano leggi “ad personam”. La magistratura mantiene forse ancora un margine di “rispetto”, o piuttosto di timore reverenziale, ma ben pochi sono ancora convinti che i magistrati siano davvero imparziali (non tanto perché alcuni sarebbero “politicizzati”, quanto per la corruttibilità che proprio Berlusconi ha spesso utilizzato, come nel caso Mondadori). La presidenza della Repubblica, infine, è da anni un ruolo non più “di garanzia”, ma direttamente politico. Ed è stato proprio Giorgio Napolitano a rovesciarne come un guanto le caratteristiche costituzionali, trasformandolo in un “facitore di governi e maggioranze” invece che un sobrio “notaio”.
Ma anche le apparenze – in democrazia – sono importanti. Uno spettacolo così indecente e di bassa lega non può non avere effetti duraturi sulla “sensibilità” di tutta la popolazione. Se il potere non è capace di esser “terzo” o “arbitro” nemmeno nei propri contrasti interni, chi potrà mai più credere che le decisioni istituzionali vengano davvero prese “nell'interesse del paese”? Chi si sentirà più obbligato a rispettare le leggi se i primi a non rispettarne neanche formalmente una solo coloro che le fanno e poi impongono?
Si stanno scavando la fossa con le proprie mani. Ma attenzione: da queste situazioni cancrenose un potere può cercare di uscire in molti modi. O prolungando l'agonia o cercando il “taglio netto”. Con la democrazia stessa.
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Cgil Cisl Uil si mobilitano... per il governo
Con un comunicato unitario, ma questa volta senza la firma della Confindustria, CGIL CISL UIL intervengono nella crisi politica per chiedere un vero governo.
Il documento confederale è soltanto uno stanco spot a favore del governo Letta o di chiunque gli succeda. Le richieste sindacali su tasse e lavoro, che dovrebbero essere la ragione del documento, sono così generiche che le potrebbe sottoscrivere anche Brunetta, e sicuramente saranno fatte proprie dal neo moderato Sacconi.
Di fronte alla crisi drammatica e alla svendita di ciò che resta della struttura produttiva la richiesta poderosa è quella di politiche industriali.
Insomma le solite chiacchiere senza capo ne coda che servono a dare una veste sindacale alla sola richiesta chiara, quella di una nuova legge elettorale.
Francamente Angeletti Bonanni e Camusso sarebbero stati più efficaci se, senza inutili giri di parole, avessero dichiarata di condividere totalmente le posizioni del loro passato collega Guglielmo Epifani.
E su questo nulla si dovrebbero mobilitare i lavoratori e i pensionati il prossimo fine settimana... Ma non scherziamo.
CGIL CISL UIL titolano la loro inutile presa di posizione con la richiesta di un vero governo.
Lavoratori, disoccupati, pensionati avrebbero bisogno di veri grandi sindacati, che li difendessero davvero nel massacro sociale, contro l'Europa della banche, la sua austerità, i suoi governi. Invece i gruppi dirigenti di CGIL CISL UIL sono totalmente passivi o complici rispetto alle controriforme delle pensioni, della sanità, alla precarizzazione di massa, al super sfruttamento di chi trova ancora da lavorare.
E ora chiedono a Letta e a Napolitano un governo vero... Perché quelli che ci hanno portato a questo disastro erano finti? Perché non si sapeva che il governo delle larghe intese politiche e sindacali aveva come suo pilastro reggente un notissimo pregiudicato?
La triste passività di questo comunicato confederale rende ancora più importante la scadenza di lotta dei prossimi 18 e 19 ottobre
In quei giorni ci saranno manifestazioni vere, per dire un vero no a quella politica dell'austerità e del massacro sociale sulla quale PDL e PD e i loro governi son sempre andati veramente d'accordo.
Fonte
Il documento confederale è soltanto uno stanco spot a favore del governo Letta o di chiunque gli succeda. Le richieste sindacali su tasse e lavoro, che dovrebbero essere la ragione del documento, sono così generiche che le potrebbe sottoscrivere anche Brunetta, e sicuramente saranno fatte proprie dal neo moderato Sacconi.
Di fronte alla crisi drammatica e alla svendita di ciò che resta della struttura produttiva la richiesta poderosa è quella di politiche industriali.
Insomma le solite chiacchiere senza capo ne coda che servono a dare una veste sindacale alla sola richiesta chiara, quella di una nuova legge elettorale.
Francamente Angeletti Bonanni e Camusso sarebbero stati più efficaci se, senza inutili giri di parole, avessero dichiarata di condividere totalmente le posizioni del loro passato collega Guglielmo Epifani.
E su questo nulla si dovrebbero mobilitare i lavoratori e i pensionati il prossimo fine settimana... Ma non scherziamo.
CGIL CISL UIL titolano la loro inutile presa di posizione con la richiesta di un vero governo.
Lavoratori, disoccupati, pensionati avrebbero bisogno di veri grandi sindacati, che li difendessero davvero nel massacro sociale, contro l'Europa della banche, la sua austerità, i suoi governi. Invece i gruppi dirigenti di CGIL CISL UIL sono totalmente passivi o complici rispetto alle controriforme delle pensioni, della sanità, alla precarizzazione di massa, al super sfruttamento di chi trova ancora da lavorare.
E ora chiedono a Letta e a Napolitano un governo vero... Perché quelli che ci hanno portato a questo disastro erano finti? Perché non si sapeva che il governo delle larghe intese politiche e sindacali aveva come suo pilastro reggente un notissimo pregiudicato?
La triste passività di questo comunicato confederale rende ancora più importante la scadenza di lotta dei prossimi 18 e 19 ottobre
In quei giorni ci saranno manifestazioni vere, per dire un vero no a quella politica dell'austerità e del massacro sociale sulla quale PDL e PD e i loro governi son sempre andati veramente d'accordo.
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Le borse condannano Berlusconi
Al di là del chiacchiericcio politico - quel mondo dove "ognuno dice la sua" e nulla si può capire con certezza - c'è sicuramente un altro mondo dove invece le valutazioni si traducono immediatamente in fatti: i mercati.
E le reazioni di stamattina dicono che il Cavaliere non ha speranze. Inutile addossargli la colpa della caduta pesante di Piazza Affari (-2% subito, all'apertura), perché già Tokyo aveva chiuso con cifre negative simili. Ma in quel caso pesano molto di più fattori globali come l'indice manifatturiero cinese più basso del previsto, il braccio di ferro al Congresso Usa sul bilancio federale (che rischia di bloccare tutto il settore pubblico statunitense già nelle prossime ore), i non esaltanti risultati economici interni e un po' anche la crisi politica italiana, che vista da fuori deve sembrare una nave dei folli.
Sul rapido impennarsi dello spread, invece, le responsabilità del Caimano sono trasparenti, perché l'affidabilità finanziaria dei titoli di stato dipendono in grande misura anche dall'affidabilità dello Stato in questione. E una nave dei folli non dà grandi garanzie a lungo termine.
Ma c'è un dato ancora più solare: il titolo Mediaset crolla del 5%. Segno che la credibilità di quell'azienda quotata in borsa, e che tutti identificano con il Jockerman, è molto più bassa della media del paese.
Non è la prima volta che i mercati puniscono duramente Berlusconi e lui è il primo a saperlo. Nel novembre di due anni fa, quando ancora cercava di resistere a Palazzo Chigi nonostante l'Unione Europea gli avesse voltato platealmente le spalle (ricordate i sorrisi di compatimento di Sarkozy e Merkel?), in sole due ore lo spread salì a 575 punti (stamattina si è riavvicinato ai 300). Soprattutto, in quelle due ore, il titolo Mediaset perse il 12%. Berlusconi capì al volo e uscì dal Palazzo con le mani alzate, mentre Mario Monti attendeva già nella hall.
Stavolta, è vero, non ha spazio alle spalle per arretrare. Ma il suo esercito di fedeli si sta sciogliendo come neve al sole. Ci sarà chi lo fa guardando ai sondaggi, chi alle pressioni dei propri poteri di riferimento (il palermitano Alfano deve aver subodorato qualcosa, dopo aver visto che tutti i parlamentari siciliani del Pdl sono già pronti a trasferirsi altrove), chi guardando ai listini di borsa. Gli indicatori sono univoci: tutti vanno in picchiata. In quanti accetteranno di restare a bordo fino al momento in cui l'astronave berlusconiana toccherà rovinosamente il suolo?
Fonte
E le reazioni di stamattina dicono che il Cavaliere non ha speranze. Inutile addossargli la colpa della caduta pesante di Piazza Affari (-2% subito, all'apertura), perché già Tokyo aveva chiuso con cifre negative simili. Ma in quel caso pesano molto di più fattori globali come l'indice manifatturiero cinese più basso del previsto, il braccio di ferro al Congresso Usa sul bilancio federale (che rischia di bloccare tutto il settore pubblico statunitense già nelle prossime ore), i non esaltanti risultati economici interni e un po' anche la crisi politica italiana, che vista da fuori deve sembrare una nave dei folli.
Sul rapido impennarsi dello spread, invece, le responsabilità del Caimano sono trasparenti, perché l'affidabilità finanziaria dei titoli di stato dipendono in grande misura anche dall'affidabilità dello Stato in questione. E una nave dei folli non dà grandi garanzie a lungo termine.
Ma c'è un dato ancora più solare: il titolo Mediaset crolla del 5%. Segno che la credibilità di quell'azienda quotata in borsa, e che tutti identificano con il Jockerman, è molto più bassa della media del paese.
Non è la prima volta che i mercati puniscono duramente Berlusconi e lui è il primo a saperlo. Nel novembre di due anni fa, quando ancora cercava di resistere a Palazzo Chigi nonostante l'Unione Europea gli avesse voltato platealmente le spalle (ricordate i sorrisi di compatimento di Sarkozy e Merkel?), in sole due ore lo spread salì a 575 punti (stamattina si è riavvicinato ai 300). Soprattutto, in quelle due ore, il titolo Mediaset perse il 12%. Berlusconi capì al volo e uscì dal Palazzo con le mani alzate, mentre Mario Monti attendeva già nella hall.
Stavolta, è vero, non ha spazio alle spalle per arretrare. Ma il suo esercito di fedeli si sta sciogliendo come neve al sole. Ci sarà chi lo fa guardando ai sondaggi, chi alle pressioni dei propri poteri di riferimento (il palermitano Alfano deve aver subodorato qualcosa, dopo aver visto che tutti i parlamentari siciliani del Pdl sono già pronti a trasferirsi altrove), chi guardando ai listini di borsa. Gli indicatori sono univoci: tutti vanno in picchiata. In quanti accetteranno di restare a bordo fino al momento in cui l'astronave berlusconiana toccherà rovinosamente il suolo?
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30/09/2013
Game over Italia
Le tensioni Mediaset spengono il funzionamento istituzionale del paese
Chissà se James Rosenau, autore di uno dei testi pilota sul concetto di governance nella globalizzazione, aveva pensato qualcosa di simile all’attuale caso italiano. Detto in modo sintetico, Rosenau aveva infatti concepito un processo, magari non del tutto ordinato ma sicuramente indirizzato, di passaggio di competenze dal governo alla governance. Passaggio che si giocava tutto nel trasferimento di potere dalla sfera delle decisioni prese sotto l’influenza formale ed informale della volontà popolare a quelle prese, in modo formale e con discrezione informale, dai portatori di interesse specie se rappresentati nelle corporation economiche e nei grandi attori finanziari. Il caso italiano invece è quello di una sfera della volontà popolare paralizzata e di una della governance barocca quanto incapace di innovare. E qui ancora nei livelli di governance, da quella amministrativa alla bancaria e alla corporate governance, si fabbricano decisioni, anche se spesso più per riproduzione di sofisticati dispositivi di potere che per reale efficacia, legandosi a soggetti transnazionali (istituzionali come di mercato). Mentre nella dimensione italiana del governo complessità e paralisi sono pienamente sinonimi. Uno degli attori protagonisti di questa paralisi è sicuramente quell’incrocio tra soggetto mediale oligopolista di mercato che è Mediaset e soggetto politico di rendita di quote di potere elettorale che è Forza Italia (al netto della situazione caotica del centrodestra). L’attuale paralisi della dimensione italiana del governo è provocata, per fermarsi agli ultimi frame di una paralisi di sistema, da questo soggetto ed ha alcune cause evidenti. La prima è legata al problema della successione Mediaset, in una struttura interna di tipo monarchico, che non esprime una catena di comando chiara per il dopo Berlusconi. Giocoforza, i problemi di successione, intuibili dall’apparizione pubblica sfuggente ed incoerente dei vari eredi, fino ad adesso sono stati rovesciati sul governo. L’allargamento delle transizione, sotto forma di caos politico-istituzionale, nella soluzione al caso Berlusconi serve infatti anche a dare tempo ad una lotta per la successione che non esprime per adesso un vincitore certo. Non a caso chi si è appoggiato, vedi La Stampa, sulla vecchia guardia Mediaset e Mediolanum (Confalonieri, Doris) per declamare un processo di “pacificazione” c’è rimasto scottato. Perché mentre il vecchio comando di Mediaset sta declinando non è ancora chiaro il nuovo. Mediaset, insomma, per sopravvivere in questa fase sposta i propri conflitti interni sul governo. Complimenti agli strateghi delle larghe intese.
Seconda causa della paralisi politico-istituzionale attuale è la situazione del titolo Mediaset. Hanno prevalso le interpretazioni che vogliono che Forza Italia, comunque vadano le cose al governo italiano, sia un attore indispensabile a livello istituzionale. Cosi’ alzare il livello della conflittualità politica, come visto durante tutto il 2013 dove il titolo Mediaset ha raggiunto punte di apprezzamento del 130% rispetto al 2012, paga sul piano del dividendo azionario. Si pagano quindi i 2-3 per cento persi in qualche sessione di mercato ma si tiene la barra dritta della conflittualità politica, da parte di Mediaset-Forza Italia, nella convinzione che sostanzialmente paghi sul piano finanziario e, last but not least, su quello del posizionamento politico dell’azienda. Che deve navigare su un mercato mediale comunque difficile e deve combattere contro la magistratura su sentenze legate a fondi neri e pesanti, mezzo miliardo di euro, sanzioni da pagare. Terza causa della paralisi è, infine, squisitamente legata ai problemi di vero declino politico-elettorale. Il centrodestra rappresentava, fino a pochi anni fa, circa metà dell’elettorato oggi ne rappresenta circa un terzo. Lo scontro interno tra chi vuol far fruttare questo ancora considerevole patrimonio elettorale, entro una dimensione di negoziazione conflittuale sulla revisione costituzionale ed altro, e chi vuol rilanciare l’azione politica alzando il tiro del conflitto è un classico dei partiti in declino. E’ possibile che le posizioni presenti in Forza Italia riflettano anche quelle aziendali. E qui il livello del conflitto in corso, che non è solo rumor speculativo per alzare il valore delle azioni Mediaset, si rispecchia nella profonda crisi e nelle inquietudini legate al futuro del mercato mediale e pubblicitario.
In questo senso lo schema delle larghe intese pensato sul modello del compromesso storico del ’76, parole testuali di Napolitano la scorsa primavera, si rivela completamente sballato. Mentre al Pd infatti non è mancato il senso di sacrificio, di sé stesso oltre che del proprio elettorato, in nome della santa accumulazione capitalistica, come già accadde al Pci, il Pdl ora Forza Italia è totalmente altra cosa rispetto alla Dc. Partito quest’ultimo che, in una situazione di unità nazionale che richiedeva governo dell’economia oltre che della politica, poteva controllare aziende, finanza e, quando necessario, influenzare la Banca d’Italia. Forza Italia è, al contrario, espressione di una sola azienda che deve cambiare anche velocemente il riflesso politico di decisioni e strategie prese in un mercato globale, e mediale, che richiede flessibilità di comportamento. E nel mezzo di boom azionario ma anche di un travaglio legato a processi di successione e di prospettive insicure del core business televisivo. E qui di sicuro, più delle pastorali di Napolitano (un velenoso relitto politico fuori dal tempo e dallo spazio che solo un partito da operetta degradata come il Pd poteva votare di nuovo come presidente) per Mediaset contano i pareri degli investitori internazionali che hanno contribuito a alzare anche del 130 per cento il valore delle azioni della azienda-cassaforte di famiglia.
In questo modo una fase tesa e controversa della storia aziendale di Mediaset è la causa del game over della politica istituzionale italiana. E il gioco, a causa della profondità di una crisi politica italiana cominciata ben prima delle caduta del muro di Berlino, non sarà riacceso tanto presto. Siamo quindi ad un prossimo futuro italiano di governance senza governo. Curiosamente a causa di ben altri processi, di dissoluzione critica del potere piuttosto che di esternalizzazione, rispetto a quanto teorizzato dalle teorie estreme della governance. Ma qui la questione non è solo teorica, in fondo il capitalismo oggi è o governance estrema quindi dissoluzione della democrazia o incontra serie difficoltà di funzionamento, ma di immediato destino di questo paese. Probabilmente, nei prossimi mesi, differenti istituti di governance (multilivello Ue, bancaria, finanziaria, corporate governance) e differenti cartelli di interesse occuperanno lo spazio lasciato vuoto dalla paralisi del governo italiano. Ma senza un centro, un livello di governo che tiene coesa o in qualche modo condiziona la società questa occupazione di spazi può risultare effimera. Si pensi alla legge di stabilità, la ex finanziaria: per quanto dettata dai livelli della governance di Bruxelles, nei passaggi definiti dall’accordo Two Pack, ha bisogno di essere ratificata da un governo. La crisi italiana, che è quella di un governo minimo per non dire sottile, è quindi sia una crisi delle istituzioni della volontà popolare che una immissione di forte complessità in quelle dei portatori di interesse, sui quali si struttura la governance, legati all’Italia. L’Ue ha già fatto capire, nel laboratorio greco, di non gradire affatto soluzioni fasciste per il piano legato alla volontà popolare in questo genere di crisi. I recenti arresti ai vertici di Alba dorata ce lo fanno capire. Si cercheranno quindi soluzioni mediatico-plebiscitarie, rivestite di forma democratica, in modo da assemblare decisionismo, consenso e simulacro di democrazia. In questa disciplina però in Italia Mediaset e Berlusconi sono maestri e si dovrà comunque fare i conti con loro. E anche un loro eventuale ridimensionamento non sarà un processo né facile né breve né comunque privo di conseguenze.
Per Senza Soste, nique la police
Fonte
Chissà se James Rosenau, autore di uno dei testi pilota sul concetto di governance nella globalizzazione, aveva pensato qualcosa di simile all’attuale caso italiano. Detto in modo sintetico, Rosenau aveva infatti concepito un processo, magari non del tutto ordinato ma sicuramente indirizzato, di passaggio di competenze dal governo alla governance. Passaggio che si giocava tutto nel trasferimento di potere dalla sfera delle decisioni prese sotto l’influenza formale ed informale della volontà popolare a quelle prese, in modo formale e con discrezione informale, dai portatori di interesse specie se rappresentati nelle corporation economiche e nei grandi attori finanziari. Il caso italiano invece è quello di una sfera della volontà popolare paralizzata e di una della governance barocca quanto incapace di innovare. E qui ancora nei livelli di governance, da quella amministrativa alla bancaria e alla corporate governance, si fabbricano decisioni, anche se spesso più per riproduzione di sofisticati dispositivi di potere che per reale efficacia, legandosi a soggetti transnazionali (istituzionali come di mercato). Mentre nella dimensione italiana del governo complessità e paralisi sono pienamente sinonimi. Uno degli attori protagonisti di questa paralisi è sicuramente quell’incrocio tra soggetto mediale oligopolista di mercato che è Mediaset e soggetto politico di rendita di quote di potere elettorale che è Forza Italia (al netto della situazione caotica del centrodestra). L’attuale paralisi della dimensione italiana del governo è provocata, per fermarsi agli ultimi frame di una paralisi di sistema, da questo soggetto ed ha alcune cause evidenti. La prima è legata al problema della successione Mediaset, in una struttura interna di tipo monarchico, che non esprime una catena di comando chiara per il dopo Berlusconi. Giocoforza, i problemi di successione, intuibili dall’apparizione pubblica sfuggente ed incoerente dei vari eredi, fino ad adesso sono stati rovesciati sul governo. L’allargamento delle transizione, sotto forma di caos politico-istituzionale, nella soluzione al caso Berlusconi serve infatti anche a dare tempo ad una lotta per la successione che non esprime per adesso un vincitore certo. Non a caso chi si è appoggiato, vedi La Stampa, sulla vecchia guardia Mediaset e Mediolanum (Confalonieri, Doris) per declamare un processo di “pacificazione” c’è rimasto scottato. Perché mentre il vecchio comando di Mediaset sta declinando non è ancora chiaro il nuovo. Mediaset, insomma, per sopravvivere in questa fase sposta i propri conflitti interni sul governo. Complimenti agli strateghi delle larghe intese.
Seconda causa della paralisi politico-istituzionale attuale è la situazione del titolo Mediaset. Hanno prevalso le interpretazioni che vogliono che Forza Italia, comunque vadano le cose al governo italiano, sia un attore indispensabile a livello istituzionale. Cosi’ alzare il livello della conflittualità politica, come visto durante tutto il 2013 dove il titolo Mediaset ha raggiunto punte di apprezzamento del 130% rispetto al 2012, paga sul piano del dividendo azionario. Si pagano quindi i 2-3 per cento persi in qualche sessione di mercato ma si tiene la barra dritta della conflittualità politica, da parte di Mediaset-Forza Italia, nella convinzione che sostanzialmente paghi sul piano finanziario e, last but not least, su quello del posizionamento politico dell’azienda. Che deve navigare su un mercato mediale comunque difficile e deve combattere contro la magistratura su sentenze legate a fondi neri e pesanti, mezzo miliardo di euro, sanzioni da pagare. Terza causa della paralisi è, infine, squisitamente legata ai problemi di vero declino politico-elettorale. Il centrodestra rappresentava, fino a pochi anni fa, circa metà dell’elettorato oggi ne rappresenta circa un terzo. Lo scontro interno tra chi vuol far fruttare questo ancora considerevole patrimonio elettorale, entro una dimensione di negoziazione conflittuale sulla revisione costituzionale ed altro, e chi vuol rilanciare l’azione politica alzando il tiro del conflitto è un classico dei partiti in declino. E’ possibile che le posizioni presenti in Forza Italia riflettano anche quelle aziendali. E qui il livello del conflitto in corso, che non è solo rumor speculativo per alzare il valore delle azioni Mediaset, si rispecchia nella profonda crisi e nelle inquietudini legate al futuro del mercato mediale e pubblicitario.
In questo senso lo schema delle larghe intese pensato sul modello del compromesso storico del ’76, parole testuali di Napolitano la scorsa primavera, si rivela completamente sballato. Mentre al Pd infatti non è mancato il senso di sacrificio, di sé stesso oltre che del proprio elettorato, in nome della santa accumulazione capitalistica, come già accadde al Pci, il Pdl ora Forza Italia è totalmente altra cosa rispetto alla Dc. Partito quest’ultimo che, in una situazione di unità nazionale che richiedeva governo dell’economia oltre che della politica, poteva controllare aziende, finanza e, quando necessario, influenzare la Banca d’Italia. Forza Italia è, al contrario, espressione di una sola azienda che deve cambiare anche velocemente il riflesso politico di decisioni e strategie prese in un mercato globale, e mediale, che richiede flessibilità di comportamento. E nel mezzo di boom azionario ma anche di un travaglio legato a processi di successione e di prospettive insicure del core business televisivo. E qui di sicuro, più delle pastorali di Napolitano (un velenoso relitto politico fuori dal tempo e dallo spazio che solo un partito da operetta degradata come il Pd poteva votare di nuovo come presidente) per Mediaset contano i pareri degli investitori internazionali che hanno contribuito a alzare anche del 130 per cento il valore delle azioni della azienda-cassaforte di famiglia.
In questo modo una fase tesa e controversa della storia aziendale di Mediaset è la causa del game over della politica istituzionale italiana. E il gioco, a causa della profondità di una crisi politica italiana cominciata ben prima delle caduta del muro di Berlino, non sarà riacceso tanto presto. Siamo quindi ad un prossimo futuro italiano di governance senza governo. Curiosamente a causa di ben altri processi, di dissoluzione critica del potere piuttosto che di esternalizzazione, rispetto a quanto teorizzato dalle teorie estreme della governance. Ma qui la questione non è solo teorica, in fondo il capitalismo oggi è o governance estrema quindi dissoluzione della democrazia o incontra serie difficoltà di funzionamento, ma di immediato destino di questo paese. Probabilmente, nei prossimi mesi, differenti istituti di governance (multilivello Ue, bancaria, finanziaria, corporate governance) e differenti cartelli di interesse occuperanno lo spazio lasciato vuoto dalla paralisi del governo italiano. Ma senza un centro, un livello di governo che tiene coesa o in qualche modo condiziona la società questa occupazione di spazi può risultare effimera. Si pensi alla legge di stabilità, la ex finanziaria: per quanto dettata dai livelli della governance di Bruxelles, nei passaggi definiti dall’accordo Two Pack, ha bisogno di essere ratificata da un governo. La crisi italiana, che è quella di un governo minimo per non dire sottile, è quindi sia una crisi delle istituzioni della volontà popolare che una immissione di forte complessità in quelle dei portatori di interesse, sui quali si struttura la governance, legati all’Italia. L’Ue ha già fatto capire, nel laboratorio greco, di non gradire affatto soluzioni fasciste per il piano legato alla volontà popolare in questo genere di crisi. I recenti arresti ai vertici di Alba dorata ce lo fanno capire. Si cercheranno quindi soluzioni mediatico-plebiscitarie, rivestite di forma democratica, in modo da assemblare decisionismo, consenso e simulacro di democrazia. In questa disciplina però in Italia Mediaset e Berlusconi sono maestri e si dovrà comunque fare i conti con loro. E anche un loro eventuale ridimensionamento non sarà un processo né facile né breve né comunque privo di conseguenze.
Per Senza Soste, nique la police
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Tanto tuonò che piovve: è la crisi di un governo che non doveva nascere
Ci siamo: la crisi è iniziata come era inevitabile che fosse date le caratteristiche di una maggioranza tenuta insieme con lo sputo e con un Cavaliere tristemente avviato al patibolo. Vediamo ora che può succedere.
Primo nodo da risolvere: Letta cade o no? Questo dipende da diversi fattori: il numero di dissidenti Pdl, cosa farà il M5s e se ci saranno altri dissidenti. Ma, anche se dovesse passare la fiducia al Senato, che prospettive avrebbe? Le dimissioni in massa dei parlamentari Pdl comporterebbero obbligatoriamente le nuove elezioni?
Di per sé, le dimissioni di un rilevante gruppo di parlamentari non comporta lo scioglimento delle Camere, ma se a dimettersi fosse la metà più uno (dei 315 elettivi, nel computo non andrebbero considerati i senatori a vita) il Parlamento (per lo meno la singola camera interessata) non sarebbe più rappresentativo e lo scioglimento diventerebbe obbligato.
Ad esempio, può succedere che alle dimissioni in massa di Pdl e Lega si aggiungano quelle dei M5s, sulla carta si tratterebbe di 157 su 315, uno in meno della maggioranza ed, a quel punto, deciderebbero i 7 senatori di Sel che sono all’opposizione di Letta ma non è detto che si dimettano con gli altri. In ogni caso, bisogna poi vedere quanti dissidenti potrebbero esserci fra grillini e Pdl. Facciamo l’ipotesi che a dimettersi siano meno della metà più uno, ma comunque un numero alto (poniamo 140), in teoria si potrebbe procedere con la sostituzione, proclamando i primi non eletti ma ci sarebbero problemi sia tecnici che politici. Ad esempio, in Lombardia la destra ha vinto ottenendo il premio di maggioranza ed ha eletto più della metà dei senatori, per cui non ci sarebbero candidati sufficienti a rimpiazzare i dimissionari e questo potrebbe ripetersi anche per le altre regioni in condizioni simili. Per cui avremmo un Senato incompleto, con un certo numero di seggi vacanti, anche perché pure i sostituti potrebbero dimettersi a loro volta.
Risultato: avremmo un Senato a composizione quasi dimezzata. Indire elezioni suppletive per occupare i seggi mancanti? Accadde nel 1972 quando, a causa della morte del senatore della Val d’Aosta quella regione restò senza rappresentante e si votò di nuovo in quella regione. Ma si trattava di un caso particolare in un collegio uninominale. Nel nostro caso non c’è nessuna legge che lo preveda e non si saprebbe come fare.
Dunque, resterebbe il problema di un Senato a composizione ridotta, il che porrebbe problemi di ordine politico e costituzionale non secondari. Pertanto, anche se Letta ottenesse la maggioranza sarebbe molto difficile proseguire come se nulla fosse. Senza contare che il partito (o i partiti) dei senatori dimissionari potrebbero reagire con l’ostruzionismo sistematico alla Camera, magari con continue verifiche del numero legale.
Concludendo sul punto: può darsi che Letta resti in piedi anche grazie ai nuovi senatori a vita, ma per quanto? Sino al 2015? Cioè far durare una situazione così anomala per altri 18 mesi? Mi sembra molto difficile.
Il governo Letta ha combinato molto poco in questi mesi e non solo per il suo carattere eterogeneo, ma anche per l’inconsistenza personale sua e dei suoi ministri, per la mancanza di serie indicazioni programmatiche che non fossero l’esecuzione pronta, rispettosa e leale dei decreti dell’ “Europa”. Combinerebbe di più nei mesi successivi in una situazione come quella descritta? E cosa?
Dunque, realisticamente, prima o poi si andrà a nuove elezioni. Tutto sta a vedere se in autunno o in primavera, magari accorpando politiche ed europee. Che differenza farebbe? Molta direi. Votare subito significa votare con il Porcellum e con le conseguenze che è facile immaginare (prevedibilmente si riprodurrà l’impasse al Senato), sarebbe la soluzione più frontale, con probabili effetti sullo spread ecc ecc. Ma significherebbe anche far saltare in aria il meccanismo golpista di riforma della Costituzione messo in piedi in questi mesi. E bloccare, almeno per ora, il banchetto delle privatizzazioni.
Più o meno la stessa situazione ci sarebbe se votassimo a febbraio, come l’anno scorso, salvo che nel frattempo ci sarebbe la pronuncia della Corte Costituzionale e per votare occorrerebbe modificare, anche di poco, la legge elettorale nei punti eventualmente dichiarati incostituzionali dalla Corte.
Vice versa, votare fra marzo e giugno potrebbe (ma non necessariamente) essere fatto con una legge elettorale diversa, però si potrebbe avviare il banchetto delle privatizzazioni e cercare di portare a termine la riforma della Costituzione. Il che, da un punto di vista costituzionale, sarebbe un orrore senza precedenti: non solo la riforma sarebbe stata decisa da un sinedrio di “saggi” non eletti da nessuno, ma a ratificarla sarebbe un Parlamento monco. Ormai siamo abituati ad una gestione molto disinvolta delle questioni di ordine costituzionale, ma qui saremmo davvero al colpo di Stato senza neppure la parvenza di legalità.
Dunque, conviene mettere subito le carte in tavola e capire dove stiamo andando a sbattere. Ad esempio, il M5s potrebbe spiazzare tutti offrendo un’astensione al Senato per 2-3 mesi a due condizioni: immediato blocco dei lavoro della commissione per la riforma costituzionale e delle privatizzazioni e riforma elettorale con alcuni punti fermi.
Ora vediamo che succede…
Fonte
Al solito Giannuli macina queste cose con più incisività dei panzer tedeschi del '41...
Piacerebbe vedere il M5S, per una volta sul pezzo con una proposta realmente destabilizzante in positivo, ma onestamente dubito che il raggruppamento grillino abbia lo spessore intellettuale, e la scaltrezza politica per porre in essere un'operazione come quella suggerita da Giannuli.
Primo nodo da risolvere: Letta cade o no? Questo dipende da diversi fattori: il numero di dissidenti Pdl, cosa farà il M5s e se ci saranno altri dissidenti. Ma, anche se dovesse passare la fiducia al Senato, che prospettive avrebbe? Le dimissioni in massa dei parlamentari Pdl comporterebbero obbligatoriamente le nuove elezioni?
Di per sé, le dimissioni di un rilevante gruppo di parlamentari non comporta lo scioglimento delle Camere, ma se a dimettersi fosse la metà più uno (dei 315 elettivi, nel computo non andrebbero considerati i senatori a vita) il Parlamento (per lo meno la singola camera interessata) non sarebbe più rappresentativo e lo scioglimento diventerebbe obbligato.
Ad esempio, può succedere che alle dimissioni in massa di Pdl e Lega si aggiungano quelle dei M5s, sulla carta si tratterebbe di 157 su 315, uno in meno della maggioranza ed, a quel punto, deciderebbero i 7 senatori di Sel che sono all’opposizione di Letta ma non è detto che si dimettano con gli altri. In ogni caso, bisogna poi vedere quanti dissidenti potrebbero esserci fra grillini e Pdl. Facciamo l’ipotesi che a dimettersi siano meno della metà più uno, ma comunque un numero alto (poniamo 140), in teoria si potrebbe procedere con la sostituzione, proclamando i primi non eletti ma ci sarebbero problemi sia tecnici che politici. Ad esempio, in Lombardia la destra ha vinto ottenendo il premio di maggioranza ed ha eletto più della metà dei senatori, per cui non ci sarebbero candidati sufficienti a rimpiazzare i dimissionari e questo potrebbe ripetersi anche per le altre regioni in condizioni simili. Per cui avremmo un Senato incompleto, con un certo numero di seggi vacanti, anche perché pure i sostituti potrebbero dimettersi a loro volta.
Risultato: avremmo un Senato a composizione quasi dimezzata. Indire elezioni suppletive per occupare i seggi mancanti? Accadde nel 1972 quando, a causa della morte del senatore della Val d’Aosta quella regione restò senza rappresentante e si votò di nuovo in quella regione. Ma si trattava di un caso particolare in un collegio uninominale. Nel nostro caso non c’è nessuna legge che lo preveda e non si saprebbe come fare.
Dunque, resterebbe il problema di un Senato a composizione ridotta, il che porrebbe problemi di ordine politico e costituzionale non secondari. Pertanto, anche se Letta ottenesse la maggioranza sarebbe molto difficile proseguire come se nulla fosse. Senza contare che il partito (o i partiti) dei senatori dimissionari potrebbero reagire con l’ostruzionismo sistematico alla Camera, magari con continue verifiche del numero legale.
Concludendo sul punto: può darsi che Letta resti in piedi anche grazie ai nuovi senatori a vita, ma per quanto? Sino al 2015? Cioè far durare una situazione così anomala per altri 18 mesi? Mi sembra molto difficile.
Il governo Letta ha combinato molto poco in questi mesi e non solo per il suo carattere eterogeneo, ma anche per l’inconsistenza personale sua e dei suoi ministri, per la mancanza di serie indicazioni programmatiche che non fossero l’esecuzione pronta, rispettosa e leale dei decreti dell’ “Europa”. Combinerebbe di più nei mesi successivi in una situazione come quella descritta? E cosa?
Dunque, realisticamente, prima o poi si andrà a nuove elezioni. Tutto sta a vedere se in autunno o in primavera, magari accorpando politiche ed europee. Che differenza farebbe? Molta direi. Votare subito significa votare con il Porcellum e con le conseguenze che è facile immaginare (prevedibilmente si riprodurrà l’impasse al Senato), sarebbe la soluzione più frontale, con probabili effetti sullo spread ecc ecc. Ma significherebbe anche far saltare in aria il meccanismo golpista di riforma della Costituzione messo in piedi in questi mesi. E bloccare, almeno per ora, il banchetto delle privatizzazioni.
Più o meno la stessa situazione ci sarebbe se votassimo a febbraio, come l’anno scorso, salvo che nel frattempo ci sarebbe la pronuncia della Corte Costituzionale e per votare occorrerebbe modificare, anche di poco, la legge elettorale nei punti eventualmente dichiarati incostituzionali dalla Corte.
Vice versa, votare fra marzo e giugno potrebbe (ma non necessariamente) essere fatto con una legge elettorale diversa, però si potrebbe avviare il banchetto delle privatizzazioni e cercare di portare a termine la riforma della Costituzione. Il che, da un punto di vista costituzionale, sarebbe un orrore senza precedenti: non solo la riforma sarebbe stata decisa da un sinedrio di “saggi” non eletti da nessuno, ma a ratificarla sarebbe un Parlamento monco. Ormai siamo abituati ad una gestione molto disinvolta delle questioni di ordine costituzionale, ma qui saremmo davvero al colpo di Stato senza neppure la parvenza di legalità.
Dunque, conviene mettere subito le carte in tavola e capire dove stiamo andando a sbattere. Ad esempio, il M5s potrebbe spiazzare tutti offrendo un’astensione al Senato per 2-3 mesi a due condizioni: immediato blocco dei lavoro della commissione per la riforma costituzionale e delle privatizzazioni e riforma elettorale con alcuni punti fermi.
Ora vediamo che succede…
Fonte
Al solito Giannuli macina queste cose con più incisività dei panzer tedeschi del '41...
Piacerebbe vedere il M5S, per una volta sul pezzo con una proposta realmente destabilizzante in positivo, ma onestamente dubito che il raggruppamento grillino abbia lo spessore intellettuale, e la scaltrezza politica per porre in essere un'operazione come quella suggerita da Giannuli.
28/09/2013
Cade il governo, Berlusconi rompe le righe
Sono pazzi, questi servi. Diciamola com'è: il capitale internazionale e nazionale ha “bisogno di stabilità” e questi cosa fanno? Si dimettono perché “il capo” glielo ordina...
Silvio Berlusconi apre di fatto la crisi di governo, invitando i ministri del Pdl a rassegnare le dimissioni. E quelli obbediscono come un manichino senza volontà autonoma. Il ministro di polizia detto dell'interno - quel tudero che pochi giorni fa era corso in Val Susa a gridare “quel che lo stato ha deciso sarà fatto e guai a chi prova a opporsi” - ha fatto sapere che «I ministri del Pdl rassegnano le proprie dimissioni», seguito dall'impagabile sottosegretario alla Pubblica amministrazione e semplificazione, Gianfranco Miccichè – quello che riceveva dentro il ministero uno spacciatore di coca - che si è lanciato a dire: «Rimetto il mio mandato nelle mani di Silvio Berlusconi». Nessuno lo aveva ancora avvertito che era in quel posto come autorità dello Stato, non come maggiordomo in prestito da una casata da quattro soldi.
Poco prima il Cavaliere aveva annunciato di voler disertare la seduta della giunta per le elezioni, mettendo di fatto fine al governo Letta. «Ho invitato la delegazione del Popolo della Libertà al governo a valutare l'opportunità di presentare immediatamente le proprie dimissioni per non rendersi complici, e per non rendere complice il Popolo della Libertà, di una ulteriore odiosa vessazione imposta dalla sinistra agli italiani».
Per quale motivo? «La decisione assunta ieri dal Presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta, di congelare l'attività di governo, determinando in questo modo l'aumento dell'Iva, è una grave violazione dei patti su cui si fonda questo governo, contraddice il programma presentato alle Camere dallo stesso premier e ci costringerebbe a violare gli impegni presi con i nostri elettori durante la campagna elettorale e al momento in cui votammo la fiducia a questo esecutivo da noi fortemente voluto». «Per queste ragioni, l'ultimatum lanciato dal premier e dal Partito Democratico agli alleati di governo sulla pelle degli italiani, appare irricevibile e inaccettabile. Pertanto ho invitato la delegazione del Popolo della Libertà al governo a valutare l'opportunità di presentare immediatamente le proprie dimissioni per non rendersi complici, e per non rendere complice il Popolo della Libertà, di una ulteriore odiosa vessazione imposta dalla sinistra agli italiani».
Ora, se qualcuno può arrivare a credere che l'aumento dell'Iva sia alla base della decisioni del Caimano, è bene riaprire i manicomi.
A quel poveretto di Letta il Giovane, immolatosi per conto di Napolitano alla guida di improbabili “larghe intese”, non è rimasto che dire mestamente: «Il chiarimento deve avvenire in Parlamento, alla luce del sole e di fronte ai cittadini». Del resto, «Il tentativo di rovesciare la frittata sulle ragioni dell'aumento dell'Iva è contraddetto dai fatti che sono sotto gli occhi di tutti perché il mancato intervento è frutto delle dimissioni dei parlamentari Pdl e quindi del fatto che non era garantita la conversione del decreto legge in legge».
Ora tutto è in ballo. Non semplicemente il governo, ma l'intero assetto istituzionale. Questo, a sinistra, è difficile da capire. Ma uno Stato degno di questo nome – e quello italiano ha sempre avuto qualche difficoltà a rispettare il ruolo – si regge sul fatto che le contrapposte parti politiche riconoscono lo stesso equilibrio di poteri, atteggiandosi a gestori temporanei di un sistema che va al di là di loro stessi. Se invece, come con Berlusconi, la “democraticità” di un equilibrio coincide – per qualcuno – con “l'agibilità politica” di un capobanda, allora non può esistere alcun equilibrio.
Complicazione ulteriore. A rigor di termini, questo atteggiamento obiettivamente “eversivo” (che è il contrario di “sovversivo”) sarebbe “comprensibile se poi questo capobanda fosse disponibile a condurre una guerra aperta sul piano sociale e politico. Cosa che, al momento, non appare probabile. Ve lo immaginate il Caimano alla guida delle truppe cammellate alla conquista di Roma? No, eh? E allora come può finire questa stronzata? Nell'unico modo che tutti voi potete immaginare: nella fuoriuscita di quello che “l'Europa” considera un ostacolo senza dignità. Potete scommetterci: finirà così.
Per questo non andate a festeggiare sotto il Quirinale il giorno che gli arriveranno gli arresti domiciliari. Fareste una figura da fessi di complemento...
Scendete in piazza il 18 e 19 ottobre, è decisamente più serio.
Fonte
Silvio Berlusconi apre di fatto la crisi di governo, invitando i ministri del Pdl a rassegnare le dimissioni. E quelli obbediscono come un manichino senza volontà autonoma. Il ministro di polizia detto dell'interno - quel tudero che pochi giorni fa era corso in Val Susa a gridare “quel che lo stato ha deciso sarà fatto e guai a chi prova a opporsi” - ha fatto sapere che «I ministri del Pdl rassegnano le proprie dimissioni», seguito dall'impagabile sottosegretario alla Pubblica amministrazione e semplificazione, Gianfranco Miccichè – quello che riceveva dentro il ministero uno spacciatore di coca - che si è lanciato a dire: «Rimetto il mio mandato nelle mani di Silvio Berlusconi». Nessuno lo aveva ancora avvertito che era in quel posto come autorità dello Stato, non come maggiordomo in prestito da una casata da quattro soldi.
Poco prima il Cavaliere aveva annunciato di voler disertare la seduta della giunta per le elezioni, mettendo di fatto fine al governo Letta. «Ho invitato la delegazione del Popolo della Libertà al governo a valutare l'opportunità di presentare immediatamente le proprie dimissioni per non rendersi complici, e per non rendere complice il Popolo della Libertà, di una ulteriore odiosa vessazione imposta dalla sinistra agli italiani».
Per quale motivo? «La decisione assunta ieri dal Presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta, di congelare l'attività di governo, determinando in questo modo l'aumento dell'Iva, è una grave violazione dei patti su cui si fonda questo governo, contraddice il programma presentato alle Camere dallo stesso premier e ci costringerebbe a violare gli impegni presi con i nostri elettori durante la campagna elettorale e al momento in cui votammo la fiducia a questo esecutivo da noi fortemente voluto». «Per queste ragioni, l'ultimatum lanciato dal premier e dal Partito Democratico agli alleati di governo sulla pelle degli italiani, appare irricevibile e inaccettabile. Pertanto ho invitato la delegazione del Popolo della Libertà al governo a valutare l'opportunità di presentare immediatamente le proprie dimissioni per non rendersi complici, e per non rendere complice il Popolo della Libertà, di una ulteriore odiosa vessazione imposta dalla sinistra agli italiani».
Ora, se qualcuno può arrivare a credere che l'aumento dell'Iva sia alla base della decisioni del Caimano, è bene riaprire i manicomi.
A quel poveretto di Letta il Giovane, immolatosi per conto di Napolitano alla guida di improbabili “larghe intese”, non è rimasto che dire mestamente: «Il chiarimento deve avvenire in Parlamento, alla luce del sole e di fronte ai cittadini». Del resto, «Il tentativo di rovesciare la frittata sulle ragioni dell'aumento dell'Iva è contraddetto dai fatti che sono sotto gli occhi di tutti perché il mancato intervento è frutto delle dimissioni dei parlamentari Pdl e quindi del fatto che non era garantita la conversione del decreto legge in legge».
Ora tutto è in ballo. Non semplicemente il governo, ma l'intero assetto istituzionale. Questo, a sinistra, è difficile da capire. Ma uno Stato degno di questo nome – e quello italiano ha sempre avuto qualche difficoltà a rispettare il ruolo – si regge sul fatto che le contrapposte parti politiche riconoscono lo stesso equilibrio di poteri, atteggiandosi a gestori temporanei di un sistema che va al di là di loro stessi. Se invece, come con Berlusconi, la “democraticità” di un equilibrio coincide – per qualcuno – con “l'agibilità politica” di un capobanda, allora non può esistere alcun equilibrio.
Complicazione ulteriore. A rigor di termini, questo atteggiamento obiettivamente “eversivo” (che è il contrario di “sovversivo”) sarebbe “comprensibile se poi questo capobanda fosse disponibile a condurre una guerra aperta sul piano sociale e politico. Cosa che, al momento, non appare probabile. Ve lo immaginate il Caimano alla guida delle truppe cammellate alla conquista di Roma? No, eh? E allora come può finire questa stronzata? Nell'unico modo che tutti voi potete immaginare: nella fuoriuscita di quello che “l'Europa” considera un ostacolo senza dignità. Potete scommetterci: finirà così.
Per questo non andate a festeggiare sotto il Quirinale il giorno che gli arriveranno gli arresti domiciliari. Fareste una figura da fessi di complemento...
Scendete in piazza il 18 e 19 ottobre, è decisamente più serio.
Fonte
27/09/2013
Berlusconi sull'Aventino. O sulla Rupe Tarpea?
Dio confonde coloro che vuol perdere. La vecchia massima si dimostra
sempre azzeccata quando qualcuno fa esattamente le cose che ne
provocheranno la disgrazia, costruita alla fine con le proprie mani.
Abbiamo tutti ascoltato o letto, tra ieri sera e stamattina, dell'orgiastica riunione dei parlamentari berlusconiani insieme al loro “caro leader” (l'ha detto Angelino Alfano, nel corso di una dichiarazione che avrebbe fatto arrossire il nipote di Kim Il Sung), al termine della quale tutti loro hanno “rassegnato le dimissioni in bianco” nelle mani dei capigruppo di Camera e Senato.
Difficile non cogliere le conseguenze politico-parlamentari. Se il 4 ottobre – venerdì prossimo – la Giunta per le elezioni voterà perché il Cavaliere venga spogliato del laticlavio, quelle dimissioni potrebbero in teoria diventare effettive, lasciando vuoto un terzo del Parlamento. Un “Aventino della destra”, è stato detto, ricordando quello dei “riformisti” all'indomani dell'omicidio Matteotti ad opera dei fascisti. Precedente pericoloso per lo stesso Berlusconi, che invece pensa di atteggiarsi a Mussolini, perché quella “secessione” parlamentare segnò l'inizio vero e proprio del regime fascista, con lo scioglimento di associazioni e partiti d'opposizione.
Il regime della Troika (Bce, Fmi, Ue) non farà altrettanto, sciogliendo il Pdl ( la rinascente Forza Italia). Per il buon motivo che ha bisogno di parte del consenso “moderato”. Ma dovrà far dimagrire il suo blocco sociale a botte di tagli alla spesa obbligati dal Fiscal Compact e soprattutto togliere di mezzo quel “Mule” (riprendete la Trilogia della Fondazione di Asimov) che da Arcore ha terremotato l'Italia, impedendole di accedere alle normali regole di vita “liberali e liberiste” in vigore nel resto della Ue. Berlsconi deve sparire, lo vuole l'Europa. E anche gli italiani, ormai.
Per questo, il gesto estremo delle dimissioni di massa – già all'uscita da Palazzo Grazioli – è stato derubricato a “gesto simbolico” o “d'affetto personale” da parte di chi lo aveva appena compiuto. L'impagabile Maurizio Gasparri - lo “speedy gonzales” degli anni '70 a Roma - è riuscito a spiegare senza ridere che la questione riguardava i parlamentari, non i ministri pidiellini. Come se un governo potesse andare avanti senza una maggioranza parlamentare e con ministri che non rappresentano a rigore più nessuno (a forza di frequentare a Palazzo Grazioli uno tende a confondere le regole della corte di Silvio con quelle istituzionali, sembra evidente). E quindi è forte l'impressione che le dimissioni, se ci saranno mai, riguarderanno semmai qualche “pitoncino” o “pitonessa”. Anche se è molto più probabile che sia solo la forma estrema di “pressione sul Quirinale” venuta in testa a un Berlusconi sempre meno lucido.
Giorgio Napolitano molto ha detto e fatto per tenere in gioco il padrone di Mediaset, ma neppure la sua inventiva istituzionale può trovare un meccanismo “costituzionale” per cancellare gli effetti di una condanna definitiva, e soprattutto della sua conseguenza secca: l'incandidabilità, presente e futura. Un pregiudicato che corre da Presidente del Consiglio è oltre ogni “golpe” esistito nella storia. Non a caso, dopo essersi assunto la responsabilità dell'omicidio Matteotti, Mussolini chiese provocatoriamente al Parlamento (in cui aveva la maggioranza) di essere messo sotto accusa formalmente, se la si fosse considerata una “colpa” (l'uccisione di un parlamentare!). E naturalmente il Parlamento non fece nulla, altrimenti Mussolini sarebbe diventato “incandidabile” e anche detenuto. Nemmeno il fascismo trionfante riuscì insomma ad arrivare a tanto...
Oggi siamo in una situazione completamente diversa. Non c'è alcuna “sovranità nazionale” entro cui il gioco dell'Aventino potrebbe avere conseguenze politiche serie. L'Italia è saldamente in mano agli organi di controllo della Troika, che mantegono la rotta – distruggere il “modello sociale” fondato sul “patto tra i produttori” e quindi sul welfare – a prescindere dalle tempeste parlamentari locali.
Ma portare avanti a lungo il giochino dei ricatti “ad personam” può comunque avere effetti devastanti. È infatti necessaria una “amministrazione locale” affidabile e allineata col disegno sovranazionale. Altrimenti la “speculazione finanziaria” riprenderà a mordere con rinnovato vigore un paese che nel frattempo sta perdendo i suoi pilastri produttivi. Si coglie la paura nei commenti di molti editorialisti, oggi. Nessuno crede che Berlusconi sia pronto a passare a una strategia di guerra civile vera e propria, disconoscendo la Repubblica e le sue istituzioni pur di evitare gli effetti della (prima) condanna penale. Ma il gioco sta scappando di mano ai giocatori (il Cavaliere, Napolitano, il Pd, la Corte Costituzionale e la Cassazione, ecc), che si trovano sempre più spesso davanti a scelte per un verso obbligate e per l'altro belliche in senso stretto.
Soprattutto, in questo “conflitto interborghese” permanente, scompare la credibilità dello Stato e delle istituzioni agli occhi di una popolazione che già ora, per la metà, non vota e per un terzo dei votanti ha scelto chi gridacchia “tutti a casa”. Da una situazione del genere si può uscire sempre in molti modi – verso destra o verso “sinistra”, con il ripristino delle catene di comando o con la loro interruzione critica – ma nessuno indolore. Un periodo di violente oscillazioni sui tassi di interesse per i titoli di debito pubblico, e quindi sulle condizioni del credito a imprese e famiglie, dunque una nuova e più violenta contrazione dell'attività economica, che trascina con sé una conflittualità sociale che necessariamente dovrà trovare anche “voce politica”, ecc... è un incubo per chiunque detenga il potere sopra questo disgraziato paese. Ma può diventare a breve la realtà quotidiana, per effetto della “irresistibile ascesa” di contraddizioni interne al potere (locale) che nessuno appare in grado di risolvere.
La “mossa delle dimissioni”, dunque, può avere soltanto due esiti: o si dimostra un bluff (rinviando rumorosamente la crisi di governo a quando l'Aula del Senato dovrà votare l'effettiva uscita di Berlusconi dal Parlamento), oppure buona parte dei senatori Pd verranno “persuasi” a non decretarne la decadenza “per motivi di superiore interesse nazionale”. Berlusconi insomma sarà costretto a sceglie tra un Aventino finto o una Rupe Tarpea vera.
In entrambi i casi, un passo avanti verso un baratro più profondo.
Fonte
Abbiamo tutti ascoltato o letto, tra ieri sera e stamattina, dell'orgiastica riunione dei parlamentari berlusconiani insieme al loro “caro leader” (l'ha detto Angelino Alfano, nel corso di una dichiarazione che avrebbe fatto arrossire il nipote di Kim Il Sung), al termine della quale tutti loro hanno “rassegnato le dimissioni in bianco” nelle mani dei capigruppo di Camera e Senato.
Difficile non cogliere le conseguenze politico-parlamentari. Se il 4 ottobre – venerdì prossimo – la Giunta per le elezioni voterà perché il Cavaliere venga spogliato del laticlavio, quelle dimissioni potrebbero in teoria diventare effettive, lasciando vuoto un terzo del Parlamento. Un “Aventino della destra”, è stato detto, ricordando quello dei “riformisti” all'indomani dell'omicidio Matteotti ad opera dei fascisti. Precedente pericoloso per lo stesso Berlusconi, che invece pensa di atteggiarsi a Mussolini, perché quella “secessione” parlamentare segnò l'inizio vero e proprio del regime fascista, con lo scioglimento di associazioni e partiti d'opposizione.
Il regime della Troika (Bce, Fmi, Ue) non farà altrettanto, sciogliendo il Pdl ( la rinascente Forza Italia). Per il buon motivo che ha bisogno di parte del consenso “moderato”. Ma dovrà far dimagrire il suo blocco sociale a botte di tagli alla spesa obbligati dal Fiscal Compact e soprattutto togliere di mezzo quel “Mule” (riprendete la Trilogia della Fondazione di Asimov) che da Arcore ha terremotato l'Italia, impedendole di accedere alle normali regole di vita “liberali e liberiste” in vigore nel resto della Ue. Berlsconi deve sparire, lo vuole l'Europa. E anche gli italiani, ormai.
Per questo, il gesto estremo delle dimissioni di massa – già all'uscita da Palazzo Grazioli – è stato derubricato a “gesto simbolico” o “d'affetto personale” da parte di chi lo aveva appena compiuto. L'impagabile Maurizio Gasparri - lo “speedy gonzales” degli anni '70 a Roma - è riuscito a spiegare senza ridere che la questione riguardava i parlamentari, non i ministri pidiellini. Come se un governo potesse andare avanti senza una maggioranza parlamentare e con ministri che non rappresentano a rigore più nessuno (a forza di frequentare a Palazzo Grazioli uno tende a confondere le regole della corte di Silvio con quelle istituzionali, sembra evidente). E quindi è forte l'impressione che le dimissioni, se ci saranno mai, riguarderanno semmai qualche “pitoncino” o “pitonessa”. Anche se è molto più probabile che sia solo la forma estrema di “pressione sul Quirinale” venuta in testa a un Berlusconi sempre meno lucido.
Giorgio Napolitano molto ha detto e fatto per tenere in gioco il padrone di Mediaset, ma neppure la sua inventiva istituzionale può trovare un meccanismo “costituzionale” per cancellare gli effetti di una condanna definitiva, e soprattutto della sua conseguenza secca: l'incandidabilità, presente e futura. Un pregiudicato che corre da Presidente del Consiglio è oltre ogni “golpe” esistito nella storia. Non a caso, dopo essersi assunto la responsabilità dell'omicidio Matteotti, Mussolini chiese provocatoriamente al Parlamento (in cui aveva la maggioranza) di essere messo sotto accusa formalmente, se la si fosse considerata una “colpa” (l'uccisione di un parlamentare!). E naturalmente il Parlamento non fece nulla, altrimenti Mussolini sarebbe diventato “incandidabile” e anche detenuto. Nemmeno il fascismo trionfante riuscì insomma ad arrivare a tanto...
Oggi siamo in una situazione completamente diversa. Non c'è alcuna “sovranità nazionale” entro cui il gioco dell'Aventino potrebbe avere conseguenze politiche serie. L'Italia è saldamente in mano agli organi di controllo della Troika, che mantegono la rotta – distruggere il “modello sociale” fondato sul “patto tra i produttori” e quindi sul welfare – a prescindere dalle tempeste parlamentari locali.
Ma portare avanti a lungo il giochino dei ricatti “ad personam” può comunque avere effetti devastanti. È infatti necessaria una “amministrazione locale” affidabile e allineata col disegno sovranazionale. Altrimenti la “speculazione finanziaria” riprenderà a mordere con rinnovato vigore un paese che nel frattempo sta perdendo i suoi pilastri produttivi. Si coglie la paura nei commenti di molti editorialisti, oggi. Nessuno crede che Berlusconi sia pronto a passare a una strategia di guerra civile vera e propria, disconoscendo la Repubblica e le sue istituzioni pur di evitare gli effetti della (prima) condanna penale. Ma il gioco sta scappando di mano ai giocatori (il Cavaliere, Napolitano, il Pd, la Corte Costituzionale e la Cassazione, ecc), che si trovano sempre più spesso davanti a scelte per un verso obbligate e per l'altro belliche in senso stretto.
Soprattutto, in questo “conflitto interborghese” permanente, scompare la credibilità dello Stato e delle istituzioni agli occhi di una popolazione che già ora, per la metà, non vota e per un terzo dei votanti ha scelto chi gridacchia “tutti a casa”. Da una situazione del genere si può uscire sempre in molti modi – verso destra o verso “sinistra”, con il ripristino delle catene di comando o con la loro interruzione critica – ma nessuno indolore. Un periodo di violente oscillazioni sui tassi di interesse per i titoli di debito pubblico, e quindi sulle condizioni del credito a imprese e famiglie, dunque una nuova e più violenta contrazione dell'attività economica, che trascina con sé una conflittualità sociale che necessariamente dovrà trovare anche “voce politica”, ecc... è un incubo per chiunque detenga il potere sopra questo disgraziato paese. Ma può diventare a breve la realtà quotidiana, per effetto della “irresistibile ascesa” di contraddizioni interne al potere (locale) che nessuno appare in grado di risolvere.
La “mossa delle dimissioni”, dunque, può avere soltanto due esiti: o si dimostra un bluff (rinviando rumorosamente la crisi di governo a quando l'Aula del Senato dovrà votare l'effettiva uscita di Berlusconi dal Parlamento), oppure buona parte dei senatori Pd verranno “persuasi” a non decretarne la decadenza “per motivi di superiore interesse nazionale”. Berlusconi insomma sarà costretto a sceglie tra un Aventino finto o una Rupe Tarpea vera.
In entrambi i casi, un passo avanti verso un baratro più profondo.
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