Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/04/2018

La trattativa stato mafia


La sentenza di condanna per la trattativa tra lo stato e la mafia stragista, è un fatto senza precedenti nella storia del nostro paese.

Siamo di fronte ad un un evento enorme, che rompe il muro che da decenni copre le complicità politiche e istituzionali con la criminalità e l’eversione. Dalla strage di Portella della Ginestra il 1 maggio del 1947, la mafia ha sempre sparso sangue per condizionare la politica e lo stato. E all’interno della politica e dello stato la mafia ha trovato collusioni, connivenze e coperture.

Gli ufficiali dei carabinieri condannati per la trattativa degli anni '90 fanno pensare a tanti altri depistaggi, deviazioni, giochi sporchi precedenti. E la condanna al fedelissimo di Berlusconi, Dell’Utri, segue la lunga lista nera dei politici di governo che sono stati parte e referenti sia del mondo mafioso, sia di quello dello stato deviato.

Anche le stragi fasciste, da quella di Piazza Fontana a Milano nel 1969 a quella di Piazza Loggia a Brescia, a quella della stazione di Bologna, hanno visto coperture ed infami imbrogli da parte di militari, servizi segreti, faccendieri in combutta tra loro. Il deep state, lo stato profondo italiano ha da decenni le mani sporche di sangue.

La condanna esemplare di Palermo può quindi essere una occasione storica per la nostra democrazia: quella di fare pulizia in tutti gli anfratti del sistema di potere. Bisogna che Berlusconi venga cacciato dal sistema politico italiano.

Ma questa è una misura di igiene politica necessaria, ma non sufficiente. Occorre una operazione verità su tutta la storia della nostra Repubblica, perché un ufficiale dei carabinieri non tratta con la mafia se non ha un contesto e una continuità temporale che lo autorizzino. Non riduciamo questo evento al teatrino della politica di questi giorni. C’è ben altro da sapere, c’è ben altro da combattere e rovesciare.

Lo stato deviato, la mafia, il terrorismo stragista nascono assieme alla nostra Repubblica, con potenti coperture politiche nazionali ed internazionali, americane in primo luogo. È una lunga storia sporca, sporca come la trattativa con cui lo stato ha cercato di convincere la mafia a non mettere più bombe dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino. Adesso basta, dobbiamo, vogliamo sapere tutto.

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08/05/2015

Altra bufala renziana: "tolti i vitalizi ai condannati"

Un regime fondato sulla menzogna e l'impoverimento di massa ha un bisogno disperato di provvedimenti "populisti", che raccolgano almeno parte dell'indignazione pubblica verso i privilegi della "kasta". E così si deve inventare continuamente delle autentiche "bufale" che possano servire allo scopo.

Ma "l'abolizione dei vitalizi ai condannati" gli è venuta decisamente male. Sparata dai media mainstream in prima pagina quasi si trattasse di una palingenesi della politica, a poche settimane dal voto alle regionali, la legge approvata dal parlamento mostra la corda fin dalle prime righe.

Tecnicamente, si tratta della delibera che cancella il "privilegio previdenziale" per il parlamentare che subisce una condanna definitiva a più di due anni per reati di mafia, terrorismo, contro la pubblica amministrazione (ma non per l'abuso d'ufficio) e per tutti quelli che prevedono condanne non inferiori nel massimo a 6 anni, tra cui anche la frode fiscale, ma non il finanziamento illecito ai partiti.

I "ma" sono tanti, decisamente troppi. Intanto: la condanna deve essere stata superiore ai 2 anni. In secondo luogo, e decisivo, se si è nel frattempo ottenuta la "riabilitazione", il vitalizio resta. Cos'è la "riabilitazione"? Un meccanismo di legge, valido per tutti i cittadini condannati in via definitiva che abbiano scontato per intero la pena, e che sano stati anche privati in via temporanea dei diritti civili attivi e passivi (diritto di voto e di essere candidato). In pratica, vine "ripulita la fedina penale", con l'ordine a casellario giudiziario di cancellare la menzione delle condanne e dei reati. Lo si ottiene (quasi) sempre, trascorso un periodo di tempo dal fine pena. Ed è giusto così.

Ma si escludono dal ritiro del vitalizio tutti gli ex parlamentari condannati a meno di due anni e "riabilitati", in pratica la legge colpisce solo quattro persone: Cesare Previsti, Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi (che certo non hanno bisogno anche dei 5-6.000 euro al mese di vitalizio). Ci perde 1.500 euro anche Giuseppe Ciarrapico, ma se ne farà un ragione facilmente. Non comprerà più cannoli in carcere (forse) Totò Cuffaro - ex presidente della Regione Sicilia  e poi parlamentare per avere l'immunità - che deve scontare ancora sette anni per associazione mafiosa. E forse anche Toni Negri, eletto con i radicali all'inizio degli anni '80 e poi scappato in Francia quando si andava profilando la sua condanna nel processo "7 aprile". A lui dovrebbe venir quindi tolto un assegno di circa 2.000 euro al mese, perché è stato parlamentare soltanto per una legislatura, e neanche intera.

Si vengono invece a salvare tutti gli altri. Un elenco sterminato: Arnaldo Forlani, Paolo Cirino Pomicino, Domenico Nania (sette mesi per quando pestava i compagni, da fascista, negli anni '70), Roberto Maroni, Claudio Martelli, Gianni De Michelis, Renato Farina, Giorgio La Malfa, Paolo Pillitteri, ecc, ecc, ecc.

Un po' poco, come "eliminazione di un insopportabile premio per delinquenti", non vi pare?

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01/11/2014

Pasolini. Quaranta anni dopo l’omicidio. Riaprire l'inchiesta

Nella notte che divide i santi dai morti, quella tra il 1 e il 2 novembre 1975, veniva massacrato e ucciso Pierpaolo Pasolini. Sono passati quasi quaranta anni. La verità ufficiale è quella secondo cui è stato ucciso da un giovane sbandato – Pelosi – con il quale si era accompagnato per un rapporto sessuale. Una verità che però contiene tanti, tantissimi buchi, tant'è che quattro anni fa si cercò di far riaprire il processo.

Era stato un documentario e le rivelazioni di uno dei ragazzi di periferia trasformati da Pasolini in artisti, Sergio Citti, a presentare nuovi elementi. Si trattava di alcune riprese fatte dallo stesso Citti dieci giorni dopo l’omicidio di Pasolini all’Idroscalo, uno dei luoghi perduti del litorale romano dove Pasolini fu ucciso. In quel filmato Citti intervistava un pescatore che affermava cose importanti. “Dopo circa dieci giorni girai il video perché un pescatore mi aveva raccontato cosa aveva visto quella notte ma non voleva essere ripreso perché aveva paura - dice Citti nel filmato - Due macchine, mi ha detto il pescatore, che ha visto entrare nell'area vicino al campetto dell'idroscalo. Il pescatore stava in una casetta, non so quale, forse una dove aveva trovato un materasso. Pasolini fu preso e tirato fuori da alcune persone, quattro cinque, che l'hanno preso e portato su una rete e cominciato a picchiare". "Il pescatore diceva che lui strillava, sentiva le grida, che ad un certo punto Pasolini ha fatto finta di essere finito, e s'è tolto la camicia insanguinata e s'è asciugato, ma che poi una macchina è tornata lì, l'ha illuminato coi fari, e quegli uomini l'hanno inseguito a piedi", continua Citti riportando che il pescatore ha detto di aver visto «st'uomo» alzarsi e scappare, ma poi più niente. Chi e perché ha ucciso Pasolini? La domanda, pesante come un macigno, ha avuto anche una coda recente. E’ difficile dimenticare la stranissima vicenda del romanzo più scomodo di Pasolini, Petrolio. Secondo molti era stato proprio questo libro – che chiamava in causa uno degli uomini neri più potenti di quegli anni, Eugenio Cefis – ad attirare su Pasolini la sentenza di morte. Nel 2010 il numero uno di Forza Italia, il deus ex machina  Dell’Utri annuncia di aver letto e di essere in possesso dell’ultimo capitolo di Petrolio e di volerlo presentare al Salone del Libro. Interpellato Dell’Utri affermò di non sapere chi glielo avesse dato. Ci fu una interrogazione parlamentare di Veltroni con la risposta di Dell'Utri il quale affermava di non essere più in grado di ricostruire chi gliel'aveva dato. Interrogato nel dicembre del 2011 su questo episodio, Dell’Utri, parla di un misterioso venditore che lo avvicinò durante un ricevimento a Milano offrendogli il manoscritto di Pasolini e che lui, appassionato bibliofilo, abboccò.

Ma della riapertura dell’inchiesta per l’omicidio di Pasolini si è tornato a parlare anche in queste settimane che coincidono con il quarantennale della morte. Per ora solo in teatro attraverso lo straziante monologo dell’attore e autore Claudio Pierantoni che ha portato in scena al Quirino di Roma il suo “Dimmi Pierpà”. Un monologo che è un atto di accusa non solo per gli assassini ma anche per chi troppo presto ha ritenuto la verità giudiziaria su quel delitto sufficiente a stendervi sopra un velo di oblìo. Al monologo vengono alternati spezzoni di film e interviste di Pasolini e una lettura a tre voci dei suoi Scritti Corsari, testi di una straordinaria lungimiranza, quasi profetica, su quello che stava diventando l’Italia investita dal consumismo di massa, un meccanismo devastante che Pasolini definì come peggiore del fascismo. E’ noto che nell’Italia degli ultimi venti anni, per molto tempo l’opposizione l’hanno fatta i comici. Adesso sembra arrivato il tempo degli attori, del teatro o del cinema come ultima trincea dell’urlo che su questa, come altre vicende, continua a chiedere che venga fatta verità e giustizia. La politica ufficiale appare ancora una volta appagata, distratta, latitante, complice.

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09/05/2014

Scajola-Dell’Utri, la pista libanese

«Lo spostiamo in un posto più sicuro». Frase apparentemente innocua se non fosse stata pronunciata per favorire la latitanza di Amedeo Matacena, l’ex deputato di Forza Italia condannato in via definitiva a 5 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Intercettazioni istruttive.

Ma dove è il “Posto più sicuro” per un latitante italiano di lusso che ai lussi e ai comfort di vita occidentale è abituato? L’ex ministro Scajola che sa come si vive, ad esempio a Roma con vista Colosseo, nel consigliare Chiara Rizzo, la moglie del “Caro fuggitivo” Amedeo Matacena, è molto chiaro. «Ti ricordi di Beirut? Prova a concentrarti perché passa così… questi miei amici, quando sono andato a Beirut, poi sono venuti su… amici miei, l’ex presidente, hai presente?» (…) I dettagli sono da cronaca giudiziaria. Con un particolare utile: “...perché Beirut è una grande Montecarlo”.

È Beirut dunque il rifugio sicuro, la terra promessa per chi fugge dalla giustizia italiana. Primo fu Felicino Riva, anni ’70, fallimento del Cotonificio Valle Susa. Ora è la politica a cercare rifugio: gli ex parlamentari di Forza Italia Marcello Dell’Utri e Amedeo Matacena, ambedue condannati per concorso esterno in associazione mafiosa. Vite parallele. Dell’Utri, amico da una vita di Silvio Berlusconi si trova nella capitale libanese da quasi un mese e il ministero della Giustizia ha già spedito le carte per chiederne l’estradizione. Sull’ex senatore siciliano pende un mandato d’arresto.

Anche Matacena, condannato in via definitiva per lo stesso reato a 5 anni di carcere, ha cercato di raggiungere Beirut, ma senza successo. Infatti l’ex parlamentare, dopo essere fuggito dall’Italia ha girato alcuni Paesi fino ad arrivare negli Emirati Arabi Uniti dove era stato arrestato all’aeroporto di Dubai su segnalazione delle autorità italiane. Peccato che non è stata completata la procedura di estradizione in Italia e lui è tornato libero. Hotel di lusso invece di carcere ma senza poter lasciare il Paese arabo perché privato del passaporto. Per la giustizia italiana comunque sempre un latitante.

Perché Beirut? Perché la stessa meta nella latitanza di due illustri politico-mafiosi? Qui torna in ballo il reato per cui sono stati condannati i due compagni di partito. In Libano il reato di ‘concorso esterno in associazione mafiosa’ non sanno nemmeno cosa sia. Ecco pronto l’inghippo. Niente reato - per il Libano - niente estradizione. Per il caso Dell’Utri tempi certamente ancora molto lunghi per ogni decisione. Per Matacena un progetto ben studiato di comoda latitanza condivisa anche a livello di partito che sfuma con l’arresto di Scajola. E il carcere più sfigato tocca all’ex ministro.

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11/11/2013

Anche la mafia molla Berlusconi?


Quando Marcello Dell'Utri ha detto a Nicola Porro, in diretta tv, che sì, "Tutti figli di Berlusconi, in modo compatto, hanno chiesto la grazia", ben pochi hanno fatto i collegamenti giusti. Lo sport preferito dai giornalai mainstream è banale, cortomirante, gossipparo. E quindi tutti a dirsi addosso: "Hai visto? L'ha chiesta!! E Napolitano? Perché non gliel'ha data? e perché non ha detto che non gliela dava?". E via stronzeggiando.

Poi sono piovutele le smentite di prammatica. Il Colle non ha mai ricevuto nulla. Ghedini non l'ha mai consegnata. Berlusconi non l'ha mai chiesta. Dell'Utri ha evocato addirittura un "trappolone", spiegando e giurando che lui, di questo, non sapeva un tubo e aveva inteso che fosse invece Porro a "dargli la notizia".

Nicola Porro è pur sempre il vicedirettore de "Il giornale", quotidiano di proprietà di Berlusconi, diretto da "teschio" Sallusti, compagno della Santanché (insomma, "il cerchio magico" da cui, per Berlusconi, possono arrivare richieste di soldi o immonde cazzate, non certo "trappoloni").

Chi è Dell'Utri dovrebbe esser noto. Il costruttore di Publitalia (l'agenzia di raccolta pubblicitaria di Finivest-Mediaset), da lui poi trasformata in Forza Italia (cambiando solo il "prodotto da vendere", a quel punto "la politica"), l'uomo forse più vicino a Berlusconi insieme a Fedele Confalonieri.

E' lo stesso Dell'Utri condannato in via definitiva per "concorso esterno in associazione mafiosa", e per questo non ricandidato alle elezioni; è lo stesso Dell'Utri che aveva portato ad Arcore un boss mafioso come Vittorio Mangano, facendogli addirittura prendere la residenza nella villa più famosa d'Italia con la qualifica di "stalliere"; è lo stesso Dell'Utri che, alla morte dello stalliere (che era stato poi arrestato), lo qualificò come "un eroe" per il buon motivo che - davanti ai giudici - non se l'era cantata. Ovvero non aveva messo in mezzo né Dell'Utri né Berlusconi.

Bene. Se questo è l'uomo, la prima cosa che si sarebbe dovuta pensare e anche scrivere è: "la mafia molla Berlusconi". Ma nessuno, nemmeno Il Fatto, l'ha fatto.

Eppure il ragionamento è quasi lineare. Se Berlusconi chiede la grazia, deve anche uscire dalla scena politica. Lo scambio, il "compromesso", è nell'ordine delle cose che avvengono normalmente nel potere. Tu non sei più presentabile in Europa e nel mondo, dovresti andare in galera (metaforicamente: la legge esclude il carcere per gli ultrasettantenni), hai delle aziende importanti che non ci conviene far crollare insieme a te... Ti diamo la grazia, non vai in carcere né agli arresti domiciliari, né vieni affidato ai servizi sociali (risata sgangherata tra vecchi complici...), ti garantiamo maggiore copertura per le conseguenze dei processi ancora in corso (e che si concluderanno purtroppo con la tua condanna), però ti togli dai piedi a livello politico. La tua sola presenza infatti impedisce di risolvere il rebus della "normalizzazione" di un quadro politico-istituzionale di "stampo europeo". Che è poi quello che la Troika ci sta imponendo, insieme a una serie di politiche economiche e fiscali che tanto gliele scarichiamo addosso a quei disgraziati sotto i nostri piedi... Ma tu te ne vai. Alla fin fine ci guadagni pure...

Se Dell'Utri dà per già firmata la domanda di grazia, dunque, anche "quella parte di Sicilia" di cui è espressione ha ormai deciso che Berlusconi è una palla al piede, uno che ha perso e non tornerà mai più a Palazzo Chigi. E "quella parte di Sicilia" ha sempre bisogno di fare una "trattativa" con chi dirige davvero il paese. Un nuovo equilibrio va dunque trovato con gli emissari della Troika (da Letta in su), ringraziando Berlusconi per i servizi resi durante tutta una vita (dalla Banca Rasini in poi), ma indicandogli al tempo stesso la via della pensione. "Sono questioni d'affari, non c'è nulla di personale", avrebbe aggiunto don Vito Corleone.

Del resto, da parecchi mesi i deputati e senatori "siciliani" sono enumerati tra i più convinti "governisti", senza se e senza ma. E davvero qualcuno crede che Angelino Alfano abbia osato sfidare Berlusconi esibendo come dote solo la propria "ambizione di leader"?

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08/09/2013

Orwell in Italia, nuove puntate

Qual è la semplice ricetta di una società orwelliana? Far scomparire la realtà attraverso l'immagine e la coercizione del potere. L'Italia, paese di scarsa tradizione democratica secondo Debord, è da tanto tempo all'avanguardia nell'applicazione di questa semplice ricetta. Che cosa ci vuole per questa applicazione? Anche qui in fondo bastano ingredienti semplici: gli stessi contenuti ripetuti a reti unificate e un potere ossessivo nel desiderio di replicarsi e rimanere radicato.

Ma veniamo ai fatti: nei giorni scorsi Silvio Berlusconi, non un consigliere Pdl di Casamicciola, è stato definito dalla corte d'appello di Palermo come un soggetto che ha trattato organicamente con la mafia dal 1972 al 1992. La frase la si trova nel dispositivo, reso noto pochi giorni fa appunto, della sentenza Dell'Utri condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Già ma concorso esterno a favore di chi? Della mafia, appunto, e di Silvio Berlusconi. Anzi, il lavoro di Dell'Utri, secondo sentenza, consisteva nel tenere costantemente in contatto i due soggetti: mafia e Berlusconi. Ora, a parte il Fatto quotidiano (e Manifesto escluso), nessun giornale ha osato titolare in prima, ma nemmeno più in fondo nel giornale, questa notizia. E nessun tiggì ha messo la notizia nella scaletta. Salvo riempire le cronache sui "ricorsi"; sull'"agibilità politica", sullo squilibrio dei poteri tra magistratura e politica etc. Non si tratta qui di essere giustizialisti, né di avere una qualche fiducia a priori nella magistratura, ma di constatare come la realtà orwellianamente scompaia a favore di rappresentazioni che tengono in piedi un potere a reti unificate. 

Secondo fatto: l'Italia ha firmato il documento di denuncia degli Usa sull'uso di armi chimiche in Siria. Incidentalmente, anche qui per una volta fatta scomparire dal maistream, il ministro degli esteri non è d'accordo. Un dissidio da nulla tra presidente del consiglio e ministro degli esteri, sulla legittimazione di una guerra. Meglio far sparire tutto, non sia mai che si da una notizia... E sulla Siria non è previsto un voto parlamentare, si evita il rischio che capiti come in Gran Bretagna dove il parlamento respinge la guerra. Anche qui orwellianamente scompare tutto, ministro degli esteri e intero parlamento,  e largo spazio alle preghiere preventive di Papa Francesco.

Ma passiamo alla politica interna. Del secondo partito più votato in Italia, il PD, si sa tutto. Correnti, personaggi, posizionamenti, dichiarazioni, questioni interne e diplomatiche. Non parliamo delle iniziative (ehm) politiche. Anche se non ci va nessuno, o pochi intimi, l'intervista acritica al segretario PD è garantita. Per non dire dell'aspirante tribuno supremo del popolo trendy, Matteo Renzi. Il pluralismo si dirà. Incidentalmente capita che il primo partito più votato in Italia, il M5S, occupi il tetto della camera per protestare contro il possibile stravolgimento della costituzione. Pochissimo spazio nel mainstream, zero al merito dell'iniziativa e largo solo alle polemiche interne, per quanto autoalimentate (come negli altri partiti), allargate a dismisura. Se il primo partito votato in Italia sente in pericolo la costituzione non è notizia come non può esserlo il fatto che il leader del terzo, ma si pubblicano solo le notizie che sarebbe primo nei sondaggi (attendibilissimi, come sappiamo), è da sentenza soggetto beneficiario di transazioni con la mafia per un periodo pari ad un quarantennio. Altrimenti come farebbe Violante a discernere di diritto di difesa di Berlusconi nei processi e, come fece Letta Enrico (l'hanno fatto presidente per queste parole), "diritto di difendersi DAI processi da parte di Silvio Berlusconi"?

Resta l'economia, si dirà, comunque presidiata da dati oggettivi. Abbiamo già parlato nelle scorse settimane di come il -1,9% di Pil per fine dicembre sarà peggiore delle previsioni del governo (anzi, in primavera l'Ocse fu rimbrottata da governo e media italiani perché praticamente ci azzeccò ma allora non si poteva dire). Ma, invece godiamoci qualche dichiarazione. Come sappiamo, nel mondo magico dei media italiani, la ripresa è dietro l'angolo. Non si dice quale crisi ci sia stata, basta e avanza colpevolizzare il paese di essere "inefficiente" tanto che questo, che ha i pregi e i difetti di ogni nazione occidentale, ha finito per crederci (altro effetto Orwell). Si dice solo che la ripresa, appunto, è vicina. Bene, è notizia di oggi che la Frankfurter Allgemeine ha intervistato Trichet, ex presidente Bce, sulla situazione crisi a 5 anni da Lehman Brothers. Trichet andava bene due anni fa, quando si sbatteva in prima pagina per legittimare tagli a pensioni e articolo 18. Ma non oggi, infatti non è stato ripreso dai media italiani, quando dice che la crisi Lehman per l'Europa non è affatto finita. Meglio far parlare, a reti unificate, economisti pagati per inventarsi la ripresa o manager buoni solo per piazzare sé stessi e i propri prodotti finanziari.

Orwell scriveva "la libertà è poter affermare che due più due fa quattro. Se ciò è garantito, tutto il resto segue". Nel mondo dei media italiani di oggi è chiaro: non solo due più due non fa quattro ma chi l'afferma, assieme ai fatti che lo provano, scompare velocemente.

redazione 8 settembre 2013

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10/03/2013

Trattativa Stato-mafia, rinviati a giudizio i dieci imputati. Ma il gup attacca i pm

Il Gup di Palermo Piergiorgio Morosini ha rinviato a giudizio dieci imputati per la trattativa Stato-mafia. Tra loro, ex ufficiali del Ros, capimafia, Massimo Ciancimino, l’ex senatore Marcello Dell’Utri e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. La decisione è stata comunicata poco fa in una delle aule della Corte di Assise a palazzo di giustizia, presenti i pubblici ministeri Teresi, Del Bene, Sava e Tartaglia. Unico tra gli imputati ad ascoltare il verdetto in aula, Massimo Ciacimino. Tra le parti civili, c’era Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso nella strage di via D’Amelio, che si è costituito con il suo movimento Agende rosse.

Il processo si aprirà il 27 maggio davanti alla seconda sezione della Corte di Assise di Palermo. Nel pronunciare la decisione, il Gup ha irritualmente letto sue considerazioni circa l’indagine, criticandone la conduzione e sottolineando che per molti aspetti è stato necessario svolgere integrazioni probatorie durante l’udienza preliminare. La Procura aveva chiesto il rinvio a giudizio degli imputati lo scorso 10 gennaio.

Il giudice bacchetta il lavoro della Procura, ma pm: “Giudice terzo preparato e rigoroso”. Nel suo provvedimento, però, il giudice Morosini attacca il lavoro dei pm dell’indagine coordinata da Antonio Ingroia: “Il materiale acquisito non è pervenuto al giudice in forma organica per singole posizioni processuali in maniera intelleggibile“. E ancora: “La memoria che è stata prodotta il 5 novembre dalla Procura non affronta il tema delle fonti di prova”. Il Gup ha emesso un “decreto di scomposizione dei fatti e indicazione analitica delle fonti di prova”, messe a disposizione delle parti. “Quella di oggi è la decisione di un giudice terzo particolarmente preparato e rigoroso: questo costituisce la riprova che molte critiche mosse all’indagine erano preconcette e, a volte, in malafede – dice il pm Nino Di Matteo – La decisione di oggi è per noi uno stimolo ulteriore ad approfondire anche tutti i temi di indagine residui a carico di altre persone collegati all’inchiesta sulle stragi mafiose e sul periodo relativo al passaggio tra la prima e la seconda Repubblica. Le indagini proseguiranno”.

Mancino: “Io sono innocente, processo rapido”.  ”Chiedo un processo rapido che dimostri la mia innocenza –  afferma Nicola Mancino – Il giudice si è preoccupato di non smontare il teorema dell’accusa. Ritengo che il giudice dell’udienza preliminare di Palermo si sia preoccupato di non smontare il teorema dell’accusa sulla conoscenza da parte mia, trascrivo integralmente, dei ‘contatti intrapresi da esponenti delle Istituzioni con Vito Ciancimino e per il tramite di questi con esponenti di Cosa Nostra e, perciò, abbia accolto la richiesta di rinvio a giudizio per falsa testimonianza formulata dal pubblico ministero. Non condivido la decisione – ha proseguito –: sono certo che le prove da me fornite all’udienza preliminare sulla mia totale estraneità ai fatti contestatimi saranno accolte dal Tribunale in un dibattimento, che spero si concluda in tempi brevi”.

”Riteniamo che questo rinvio a giudizio, che dispone un nuovo processo a carico di Marcello Dell’Utri, sia un inutile spreco di energie e denaro” dicono gli avvocati Giuseppe Di Peri e Pietro Federico, difensori dell’ex senatore Marcello Dell’Utri. “Noi avevamo prodotto una sentenza definitiva della Cassazione che esclude l’esistenza di condotte illecite e di qualunque contiguità mafiosa del nostro assistito dopo il 1992. Il processo che si farà e si concluderà con un’assoluzione costituisce, dunque, un inutile duplicazione”.

Ingroia: “Sono soddisfatto, rinvio a giudizio pone fine a maldicenze” - “Sono molto soddisfatto dell’esito dell’udienza preliminare di Palermo che conferma integralmente l’impostazione che io e il pool da me coordinato avevamo ricostruito nel corso di questi lunghi anni di indagine. Finalmente questa decisione di un giudice terzo, di grande competenza e autorevolezza pone la parola fine a tutte le maldicenze e accuse infamanti piovute addosso ai pm della procura di Palermo senza che noi potessimo replicare. Quel che è certo è che le istituzioni politiche non hanno fatto la loro parte per accertare la verità”. Lo ha detto all’Agi Antonio Ingroia, attuale leader di Rivoluzione civile, che da procuratore aggiunto aveva coordinato l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.

La tesi dell’accusa: patto tra Stato e Cosa Nostra per fermare le stragi. La Procura di Palermo aveva passato in rassegna tutti gli elementi raccolti nell’indagine condotta dalla procura di Palermo negli ultimi anni: dall’uccisione dell’europarlamentare Salvo Lima, primo atto di guerra di Cosa Nostra allo Stato, fino all’incarico di contattare Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri che l’ex stalliere di Arcore Vittorio Mangano avrebbe ricevuto da Leoluca Bagarella. È a quel punto che, secondo gli inquirenti, si sarebbe siglato un nuovo patto tra la mafia e lo Stato. Insieme a Bagarella, sono imputati per violenza o minaccia a corpo politico dello Stato anche i boss Totò Riina e Antonino Cinà, considerato il “postino” del papello, il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, autore secondo i pm del primo input per aprire un contatto con Cosa Nostra, il senatore del Pdl Dell’Utri e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato soltanto di falsa testimonianza dopo la sua deposizione al processo Mori-Obinu del febbraio scorso. Alla sbarra anche tre alti ufficiali dei carabinieri: i generali Mario Mori e Antonio Subranni e l’ex colonnello Giuseppe De Donno. Oggetto della trattativa sarebbe poi divenuto l’alleggerimento del 41 bis, obiettivo che si sarebbe realizzato nel novembre del 1993, quando l’allora guardasigilli Giovanni Conso non rinnovò oltre 300 provvedimenti di carcere duro a detenuti mafiosi. Ed è proprio per proseguire la trattativa che, secondo il pm, i carabinieri del Ros non arrestarono deliberatamente il boss Nitto Santapaola, “intercettato nella zona di Barcellona Pozzo di Gotto senza che ne venissero informati i magistrati”. La posizione del boss Bernardo Provenzano è stata stralciata per motivi di salute.

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10/03/2012

La Pax Dell'Utri

Dopo l'annullamento della sentenza della Corte d'Appello della condanna a sette anni di reclusione a Marcello Dell'Utri vanno sfatati due luoghi comuni. Il primo è che la "Giustizia è uguale per tutti", frase che andrebbe cambiata con la "Giustizia è uguale per tutti quelli che se la possono permettere". Il secondo è quello ingiustamente accusatorio, quella vox populi che afferma che la Giustizia usa due pesi e due misure. Non è per nulla vero. La Giustizia usa lo stesso peso e la stessa misura sia quando prescrive Berlusconi dal processo Mills che quando incarcera per settimane, senza alcun processo, una madre di famiglia con tre figli incensurata che si è opposta alla Tav. La Giustizia è dalla parte della Ragion di Stato. Qualcuno può affermare il contrario? E gli interessi supremi della Nazione si difendono senza tentennamenti sia che si tratti dei responsabili della "macelleria messicana" del G8 (qualcuno è finito in carcere?) o dei massacratori di Aldrovandi (qualcuno è stato almeno rimosso dall'incarico dopo la condanna confermata in appello?).
Berlusconi ha fatto un grave torto ai suoi amici condannati in via definitiva e finiti in carcere come Previti, Cuffaro e Mangano: non si è dimesso prima delle loro condanne. Io ho infatti il ragionevole dubbio, e con me qualche milione di italiani, non suffragato da alcuna prova se non dalle due sentenze ravvicinate Mills e Dell'Utri, che lo psiconano abbia negoziato un lasciapassare prima di dimettersi. Come fece Eltsin, che chiese precise garanzie al suo successore Putin all'atto della sua uscita di scena. Cuffaro dovrebbe chiedere la par condicio insieme a un vassoio di cannoli siciliani, è lui il più danneggiato. Beati gli assetati di Giustizia, perché saranno giustiziati.

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01/09/2011

Milano, muore Rapisarda, l'uomo dei segreti di Dell’Utri e Berlusconi.

Se n’è andato per sempre l’uomo che avrebbe potuto scrivere il libro più completo sulla storia della mafia a Milano. Filippo Alberto Rapisarda è morto, a settant’anni, nella struggente palazzina cinquecentesca di via Chiaravalle, tra via Larga e l’Università Statale, a cento passi dal Duomo, dove ha trascorso tutta la sua vita milanese e dove nel 1994 è nato il primo club di Forza Italia. Nelle ultime settimane viveva con accanto una macchina che lo aiutava a respirare, ma non ha mai smesso di fumare. Tra una sigaretta e l’altra, diceva: “Parlerò, parlerò, ma prima voglio mettere da parte 10 milioni di euro per ciascuno dei miei figli”. Non sappiamo se abbia raggiunto l’obiettivo, ma di certo ora non parlerà più. A meno che, come pure raccontava, non abbia lasciato documenti a futura memoria in una cassetta di sicurezza.

Molte volte ha promesso di “parlare”, altrettante si è tirato indietro. Si è lasciato andare in alcune interviste e davanti ai giudici, ultimi quelli del processo palermitano per mafia a Marcello Dell’Utri. Ma poi ha sempre fatto marcia indietro, in un eterno stop and go della memoria. A chi scrive raccontò, anni fa, tra un corridoio e il grande salotto della palazzina di via Chiaravalle: “Vede? Questo era l’ufficio di Marcello Dell’Utri. Era un mio uomo, lavorava per me, a metà degli anni Settanta. Poi mi ha tradito e se n’è andato a lavorare per un giovane palazzinaro, un certo Silvio Berlusconi. Si è portato via i miei progetti: all’epoca volevo costruire una tv privata. E si è portato via i rapporti, i contatti, i finanziamenti… Vede questa porta? Io un giorno entro senza bussare. Era l’ufficio di Marcello, ma lui era un mio dipendente e questa in fondo è casa mia. Appena entrato, mi blocco: c’erano due signori palermitani che io conoscevo bene. Uno era Stefano Bontate, allora capo di Cosa nostra. Sulla scrivania un grande sacco da cui venivano rovesciati fuori soldi, tanti soldi. Un fiume di banconote”. Si disse disponibile a ripetere il racconto davanti a una telecamera, per il programma tv allora condotto da Enrico Deaglio: “Ma certo! Possiamo ricostruire la scena”. Poi cominciò un’estenuante trattativa sul giorno e sull’ora e alla fine non se ne fece nulla. Sono veri, i mirabolanti e intermittenti racconti di quello strano finanziere di Sommatino (Caltanissetta) approdato negli anni Sessanta a Milano? O servivano soltanto ad alzare il prezzo del suo silenzio successivo? Nel 1987 dichiarò al giudice istruttore Giorgio Della Lucia: “Tra il dicembre del 1978 e il gennaio del 1979, mentre stavo tornando dallo studio del notaio Sessa, incontrai, non lontano dalla sede dell’Edilnord, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, i quali mi invitarono a prendere un caffè con loro in un bar di piazza Castello. Teresi e Bontate mi dissero che dovevano andare da Marcello Dell’Utri, il quale aveva loro proposto di entrare nella società televisiva che di lì a poco Silvio Berlusconi avrebbe costituito. Teresi mi disse che occorrevano 10 miliardi e, tra il serio e lo scherzoso, mi domandò se per me quello era un buon affare. Io ci rimasi male, anche se non feci trasparire nulla. Dell’Utri in quel periodo lavorava formalmente solo per me. Nel 1977, con lui al mio fianco, avevo aperto Milano Tele Nord, la prima tv privata della città… Il discorso di Teresi mi diede dunque la prova di quello che già sospettavo: Dell’Utri faceva la spia per Berlusconi”.

Ma poi Rapisarda torna a essere grande amico di Dell’Utri e gran sostenitore di Berlusconi, tanto che il primo club di Forza Italia nasce proprio nella sua palazzina di via Chiaravalle. Nel 1998, nuovo rovesciamento di fronte: va a testimoniare al processo Dell’Utri. “Incontrai Bontate e Teresi che mi dissero che avevano appuntamento con Dell’Utri. Mi chiesero un parere sul futuro delle tv commerciali. Dopo alcuni giorni li trovai nell’ufficio di Dell’Utri, in via Chiaravalle, con i soldi nei sacchi. Avevano già dato i primi 10 miliardi”. Era il 1979, racconta Rapisarda. L’anno dopo, Dell’Utri avrebbe chiesto a Bontate e Teresi altri 20 miliardi di lire durante un incontro a Parigi, dove Rapisarda era latitante, con passaporto intestato al gemello di Marcello, Alberto Dell’Utri. Era ricercato per il crac di una sua società immobiliare, la Inim, ed era riparato in Francia dopo essere stato ospite in Venezuela dei fratelli Caruana, narcotrafficanti e mafiosi. Segue querela di Berlusconi e Dell’Utri, finita però con un’archiviazione.

Il crac della Inim, coinvolta nel fallimento Venchi Unica, è una vecchia storia che solleva un velo sui primi affari dei siciliani a Milano. Socio di Rapisarda e presidente dell’Inim è Francesco Paolo Alamia, considerato un uomo di Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo. Racconta un pentito, Rocco Remo Morgana: “Dal 1975 al Natale del 1978 gli uffici dell’Inim erano frequentati da persone di origine siciliana tra i quali ricordo Mimmo Teresi, Stefano Bontate, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà e uno dei fratelli Bono, credo che si trattasse di Pippo. Io personalmente in via Chiaravalle ho incontrato più volte Bontate e Teresi”. Quella palazzina cinquecentesca ne ha viste tante. Ah, se i muri potessero parlare.

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