Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/11/2025
Uno sguardo su Pier Paolo Pasolini attraverso il film “Uccellacci e uccellini”
Il film ci indica quindi sin dal suo inizio il tema del futuro, ovvero del senso del cammino o della storia dell’umanità. Non a caso la didascalia è sovrapposta all’immagine in campo lungo di una strada sul cui orizzonte scorgiamo appena, piccolissimi, i due protagonisti del film che conosceremo qualche attimo dopo. La strada è appunto la metafora visiva, chapliniana della storia come cammino dell’umanità.
Subito dopo conosciamo i due personaggi del film, finalmente inquadrati da vicino: un padre e un figlio, interpretati da Totò e Ninetto Davoli, in realtà interpreti di se stessi, i quali percorrono quella strada di periferia, apparentemente senza un motivo o una precisa direzione: di nuovo un tema che precorre il ’68, quello del conflitto tra le generazioni, tra la vecchia Italia cattolica e contadina, quella appunto dei padri, e la nuova Italia dei giovani, uscita profondamente trasformata dal boom economico e dai radicali processi di modernizzazione che lo hanno accompagnato.
Il bar di periferia in cui vediamo fermarsi i due protagonisti è la prima stazione del loro viaggio, il cui svolgimento in forma poetica più che narrativa sarà appunto il film. Allegro e sorridente, Ninetto si aggiunge ad un gruppo di ragazzi che ballano davanti al bar: una sequenza che sembra volerci restituire attraverso il movimento e il ritmo frenetico di quei giovani corpi e della loro danza, lo slancio vitale, il prepotente impulso di cambiamento che anima le giovani generazioni nell’Italia appena uscita dal boom della fine degli anni ’60.
La corsa improvvisa di quei giovani verso un autobus interrompe bruscamente il loro ballo e il cammino dei due vagabondi riprende così in una sterminata periferia, in uno spazio deserto quasi beckettiano. E del resto vagamente beckettiano appare pure lo stesso personaggio di Totò, di cui Pasolini esalta i tratti grotteschi e assurdi della sua maschera triste, in contrasto con l’infantile allegria e l'innocente vitalità da angioletto del figlio Ninetto.
Le insegne stradali che scandiscono il cammino senza meta dei due personaggi indicano città e paesi di continenti diversi e così la periferia e la campagna romane finiscono per mutarsi nella periferia e nella campagna del mondo. I campi lunghi e lunghissimi, dentro i quali Totò e Ninetto sembrano perdersi, disegnano uno spazio che si fa metafora di un mondo che si è dilatato, oggi diremmo globalizzato, privo ormai di quella stabile e rassicurante distinzione tra centri e periferie che lo ha per un lunghissimo periodo storico strutturato.
Si direbbe allora che il deserto della periferia sia l’immagine di una realtà assurda, svuotata ma anche l’immagine di una apertura di spazi, di nuove possibilità storiche. Non sappiamo dove vada l’umanità come ci dice Mao all’inizio del film, ma sappiamo che c’è un cammino nello spazio di un mondo che è infinitamente più vasto e aperto di quello che abbiamo conosciuto sino ad ora. Di qui il senso di libertà dei due personaggi e del loro vagabondare per le strade del mondo.
Pasolini esalta la semplicità e lo slancio della loro ingenua vitalità proletaria, l’essenziale autenticità dei loro istinti primordiali che si esprime negli impulsi della fame e del sesso, privati però adesso di quei tratti di aggressività e di violenza che li connotavano nei suoi film precedenti. Di qui il tono favolistico del film, il suo tocco di comica leggerezza quasi chapliniano. Nei titoli di testa esso viene definito “un triste girotondo” e insieme un “lieto girotondo”.
Totò e Ninetto ci appaiono come l’espressione immediatamente fisica di una vitalità proletaria che non ha tuttavia più niente della collera e della violenta disperazione del sottoproletariato delle borgate romane di Accattone. Nessuna aperta o consapevole ribellione esprime la loro, povera, nuda esistenza: e tuttavia quest’ultima si impone come una oggettiva negazione dell’ordine fondato sulla proprietà privata e la sua violenza, sebbene l’esplicita ribellione ad esso si manifesterà soltanto nell’atto del defecare sul terreno di un proprietario e poi nella fuga per sfuggire alle sue fucilate.
Il cinema di poesia sembra risolversi qui nel linguaggio non-verbale dei corpi di Totò e Ninetto, nella poetica grazia e nella sublime semplicità dei loro gesti: nello splendido apologo degli “uccellacci e degli uccellini” i due protagonisti, nei panni di due frati francescani del Duecento, troveranno il modo di comunicare con gli uccelli nel puro linguaggio dei gesti, l’unico in grado di comunicare ad essi la religione della pace e dell’Amore. Nella misura in cui esso libera il gesto, il cinema di poesia si pone dunque come ritorno e recupero del cinema muto. Esso non è più soltanto la “lingua scritta della realtà” ma anche la lingua proletaria del corpo.
Ma proprio l’ironico ricorso alle caratteristiche didascalie del cinema muto consente a Pasolini di esplicitare i contenuti politici ed ideologici del suo film e insieme di sottoporli ad una spietata e dolorosa riflessione autocritica. La comicità di Totò come “uomo umano” si impone infatti come la loro critica implicita. La maschera ilare e triste, ingenua e folle dell’attore napoletano, massima espressione della vitalità e dell’“umanità” dell’uomo si contrappone alla razionalità ossessiva e disperata del corvo marxista che come un insopportabile grillo parlante accompagna i due vagabondi in tutto il corso del loro cammino.
Il corvo definisce “religione” la “ forza che un passo dopo l’altro” fa muovere i due pellegrini “lungo una strada che nessuno sa”, quella in cui crede siano destinate a convergere tutte le altre. Una religione che li rende “beati”, espressione di una forza inattingibile per lui, i cui genitori sono non a caso il “Dubbio” e la “Coscienza”. Ma qui “passione” e “ideologia” si intrecciano e insieme si contraddicono. L’apologo francescano che viene recitato dagli stessi Totò e Ninetto è tuttavia raccontato dal corvo.
Esso non è quindi tanto l’espressione di quella “religione” immanente nella vitalità proletaria dei due pellegrini quanto della concezione della religione propria dell’intellettuale marxista, ovvero della religione che si nasconde nella sua ideologia e che viene esplicitata nello splendido discorso di Francesco d’Assisi: la profezia di quest’ultimo, dell’avvento di una sorta di Messia marxista, quindi la rivendicazione di una religione fondata sull’impegno politico quotidiano contro l’oppressione e la diseguaglianza tra le classi come condizione per l’avvento di un mondo all’insegna dei valori evangelici di amore e di pace sembra intrecciare e conciliare una prospettiva religiosa e apocalittica con una concezione della storia come graduale progresso della coscienza.
L’incontro tra il corvo e i due pellegrini è allora la metafora di quello tra la concezione della religione che il corvo rende esplicita nel discorso di Francesco e quella “religione” che è lo stesso cammino senza meta dei due vagabondi, ovvero la metafora del disperato tentativo dell’intellettuale marxista di portare al livello della coscienza e della storia come narrazione di lotta di classi la vitalità proletaria, al di qua o al di là della storia, che si incarna in Totò e Ninetto.
Ma al corvo che gli chiede dove stiano andando, Totò risponde semplicemente “laggiù, in fondo”: il suo senso della vita è proprio il contrario di una prospettiva finalistica. Perciò il suo unico senso è la morte in cui la vita si compie, di contro ad ogni dimensione storica. Significativo in questo senso il dialogo tra Totò e Ninetto sulla vita e la morte: quando uno muore, dice Totò – rispondendo ad una ingenua domanda del figlio su come si passi dalla vita alla morte – vuol dire che tutto quello che doveva fare lo ha fatto. Una didascalia ci informa che il corvo “è un intellettuale marxista di prima della morte di Togliatti”.
E qui Pasolini introduce un altro elemento essenziale per definire la dimensione storica del film. I giovani che danzano all’inizio del film, come il paesaggio urbano e le industrie che di tanto in tanto scorgiamo nella campagna sterminata ci dicono che siamo appunto nell’Italia “di dopo la morte di Togliatti”. La splendida sequenza dei funerali, montata con soli documenti di repertorio è una delle più grandi pagine del cinema di Pasolini. La morte di Togliatti è la fine di una certa Italia contadina e proletaria, quella che ha vissuto le lacerazioni terribili del fascismo e della guerra ma anche le grandi speranze di rinnovamento e di trasformazione radicale della società del dopoguerra, della Resistenza e degli anni ’50, il decennio in cui si svolge la formazione politica e ideologica di Pasolini. La sua fine Pasolini la racconta attraverso il pianto, il dolore e la disperazione di una folla sterminata che nel film si fa immagine di una comunità, ovvero di un popolo che attraverso il partito si è dato una coscienza.
È forse tra tutte le sequenze dei suoi film quella in cui meglio Pasolini ha saputo risolvere nel cinema la sua poesia civile e l’ideologia populista che vi si esprime. Si direbbe che qui “passione” e “ideologia” per una volta, si confondono completamente, di là dal loro lacerante conflitto che scandisce la poesia e il cinema di Pasolini, di là da quello “scandalo del contraddirmi” che Pasolini confessava a Gramsci davanti alla sua tomba, in versi celebri del poemetto Le ceneri di Gramsci. Non più soltanto “estetica passione” come lo stesso Pasolini la definiva in quei versi, qui la visione “sacrale” del popolo, tutta figurativamente risolta nelle immagini di repertorio dei funerali, riassume e condensa, infatti, la stessa passione politica di Pasolini. L’ideologia si fa passione.
Ciò non toglie tuttavia che questa identificazione avvenga nel segno della morte, del dolore, della “passione” intesa anche in senso cristologico: i pugni chiusi dei proletari che sfilano davanti al feretro di Togliatti sembrano scandire un rito religioso, come le stesse bandiere rosse a lutto sotto le quali si compone e raccoglie il popolo fattosi comunità politica. Se la morte di Togliatti è la fine di un’epoca storica, essa ne è anche il compimento, racchiudendone il senso. Ancora una volta, secondo le parole di Totò che citavamo prima, la vita si compie nella morte.
Nel film tuttavia a questo motivo se ne accompagna e intreccia un altro, apparentemente opposto: quello dell'identità tra vita e morte intesa nel senso del ciclo, ovvero l’idea della morte come rinascita della vita. Ancora una volta si tratta di un motivo che in Pasolini non è esente da tratti cristologici. La morte del corvo, mangiato da Totò e Ninetto è appunto la metafora di questa potenza della vita che si incarna nei due vagabondi. La concezione della vita e del mondo espressione di un epoca storica ormai compiutasi viene digerita e quindi assimilata da Totò e Ninetto.
È lo stesso Pasolini a suggerire didascalicamente questa interpretazione nella citazione ironica di una frase del grande filologo Giorgio Pasquali: “i professori vanno mangiati sempre in salsa piccante, perché chi se li mangia diventa un po’ professore anche lui”. Io credo che qui il registro ironico sia fondamentale per capire la conclusione del film, se di una vera e propria conclusione possiamo parlare e il suo stesso senso e quindi il senso della sua poesia.
Per un verso l’immagine delle ceneri del corvo, inquadrate in primo piano da Pasolini, forse evocative di quelle di Gramsci, sono in questo senso anche l’immagine-simbolo del martirio: l’intellettuale mangiato dai due sottoproletari si fa martire e la sua vita e il suo impegno acquistano il loro senso in questa fine. Ma per un altro verso questo compimento si configura nello stesso tempo come l’inizio di una nuova storia e di una nuova vita. Perciò l’intellettuale marxista non può che finire mangiato.
L’atto del mangiare è nello stesso tempo l’espressione della eterna Fame dei due vagabondi e insieme un rinnovato ma laico rito eucaristico: mangiando il corvo, Totò e Ninetto ne digeriscono e assimilano alcuni essenziali “insegnamenti” impliciti nelle sue parole e diventano almeno un po’ come lui. Dunque la morte come compimento e insieme passaggio ad un “al di là” storico e terrestre. La morte del corvo, ovvero quella di Pasolini acquista non a caso un senso liberatorio che non ha quella di Togliatti nella sequenza dei funerali. Ci si libera della “ideologia” solo assimilandola. “Il cammino è appena iniziato, ma il viaggio è già finito”, dice il corvo, all’inizio del film.
Ma in fondo se un cammino può ancora darsi è proprio perché il viaggio è finito. In realtà ogni “viaggio” è sempre già finito, il suo “fine” dandosi infatti in esso come già predeterminato nel suo inizio, come “compimento” di quest’ultimo. Se allora la morte di Togliatti sembra volerci dire che la storia è finita, quella del corvo ci suggerisce, invece, che è finita una certa concezione finalistica della storia, di là dalla quale propria la storia potrà continuare sebbene non verso uno scopo o un fine predeterminato ma verso quel “laggiù” indicato da Totò e che non conosciamo ancora.
Fonte
08/02/2025
La libertà, l’Italia e chissà qual destino disperato: Pasolini, Porzûs, l’imprudenza
di Luca Baiada
Anno 1926. Ci sono già le «leggi fascistissime», la dittatura è salda. Il 31 ottobre, per strada a Bologna, si attenta alla vita di Mussolini, con una pistola. Anteo Zamboni è catturato, i fascisti lo linciano immediatamente. A fermare Zamboni, dopo lo sparo, è un ufficiale di cavalleria; il suo nome di battesimo parla di nazionalismo e monarchia: si chiama Carlo Alberto Pasolini. È sposato, ha un figlio di quattro anni e uno di un anno. Anteo Zamboni, invece, è un quindicenne. Questo ragazzino paga il suo amore per la libertà, e forse l’esser stato coinvolto in qualcosa di più grande di lui.
Il secondogenito di Carlo Alberto l’ufficiale, Guido, con l’occupazione dell’Italia nel 1943, già a settembre cercherà di rubare armi ai tedeschi; entrerà nella Resistenza, diventerà comunista e poi azionista. Si arruolerà in una brigata Osoppo e combatterà con una tenacia sorprendente.
Febbraio 1945, ottant’anni fa. A Porzûs, in Friuli, Guido Pasolini e altri partigiani della Osoppo sono assassinati da partigiani comunisti, in una vicenda scottante. La sua morte è la più convulsa: ferito, fuggiasco, accolto e rifocillato, poi ritrovato e catturato, infine crivellato e sepolto nella tomba che è stato costretto a scavarsi.
Il primogenito di Carlo Alberto, invece, Pier Paolo, sarà arruolato ma poi riuscirà a sottrarsi alla Rsi. Restando disertore, non parteciperà alla Resistenza e si dedicherà soprattutto allo studio e alla scrittura. Nel 1945, saputo della morte del fratello, aderirà al Partito d’azione. In seguito si iscriverà al Pci, che lo allontanerà quando il suo orientamento sessuale diventerà di dominio pubblico. Continuerà a dirsi marxista e a mantenere un rapporto contraddittorio con la sinistra e con la religione.
1975, cinquant’anni fa, ma a novembre. Pier Paolo cade in una trappola: percosso, bastonato, infine sopraffatto, tramortito e schiacciato sotto la sua automobile sino a fargli scoppiare il cuore. Le letture più odiose vedranno una zuffa tra un pervertito e un prostituto, quelle più comode un incidente in una vita agitata. Le interpretazioni più avanzate riusciranno a capire qualcosa, più per metodo obliquo che per altro – il forte «io so» pasoliniano entrerà nel discorso politico e culturale. Acuto, Antonio Tabucchi, quando ricorda che quel sapere ha precedenti antichi, fra cui un frammento di Anassimandro, e nota: «Questo “sapere” di Pasolini non appartiene dunque alla logica di Wittgenstein, ma a una conoscenza congetturale e creativa»[1].
La necessità di eliminare un intellettuale in presa diretta sulla realtà, nel 1975, porterà a un delitto. Si vorrà far tacere una voce scomoda e dare un segnale al mondo della cultura, allora decisamente a sinistra. Quasi tutti ubbidiranno, e solo dopo si comincerà a cercare la verità, collegandola anche al romanzo che la vittima non ha fatto in tempo a pubblicare. L’uomo di cui Pasolini stava scrivendo in Petrolio, l’uomo che si stava impadronendo del paese, estendendosi senza alzarsi, è Eugenio Cefis, già partigiano conservatore durante la Resistenza, poi vissuto in Italia e all’estero.
Le morti dei due Pasolini sono agli estremi. Una è ai margini d’Italia, sul confine, aggrappata ai monti insieme alle malghe. L’altra è al centro di tutto, in un crocevia storico, umano, estetico, fra le pieghe disadorne di un luogo incantato: alla foce del Tevere, negli anni Settanta ridotta a confusa edilizia e polverose baracche. Quella foce è da sempre magnetica; «dove l’acqua di Tevero s’insala»: là, secondo Dante, si adunano le anime per raggiungere il Purgatorio traghettate da un angelo.
Poliedrico, il nesso tra fatti e cultura. Franco e pulito, quello di Guido, che parte per la Resistenza portando con sé un libro di Montale con una pistola dentro. In certi momenti, l’unica cosa seria da fare con un libro è ritagliarsi fra le pagine uno spazio per qualcos’altro.
Raffinato e pericoloso, quello di Pier Paolo, che dal mondo contadino e dialettale arriva al realismo narrativo e cinematografico, poi attinge a una creatività vulcanica, lisergica e materialista, denunciando la violenza consumistica, industriale, ma anche politica e stragista. Il cortocircuito pasoliniano passa attraverso lo sviluppo e l’estrattivismo, ma anche attraverso il sangue che scorre sotto il lavoro intellettuale, perché Cefis all’Eni assume il potere di Enrico Mattei, anche lui proveniente dalla Resistenza e assassinato nel 1962, e perché al film sulla morte, Il caso Mattei di Francesco Rosi, lavora per gli approfondimenti il giornalista Mauro De Mauro, ex fascista repubblichino, che durante la realizzazione cinematografica è a sua volta eliminato, nel 1970.
Si potrebbe continuare, in questo cortocircuito, perché fra le spiegazioni correnti del delitto Pasolini del 1975 – si vorrebbe farne la sola causa – c’è il furto delle pellicole di Salò, un film sul fascismo nell’Italia sotto occupazione tedesca; e la pagina storica della Rsi è una fogna di doppiogiochismi, sadismi, putredine mentale, falsa coscienza. E si potrebbe continuare ancora, perché non solo De Mauro è stato repubblichino nella Roma occupata, persino durante le Fosse Ardeatine, ma suo fratello Tullio è fra i massimi linguisti italiani. In questa storia inchiostro e sangue non vogliono né separarsi né fondersi, proseguono come correnti di fiumi, con colori diversi ma direzione comune, sino a un mare nebbioso dove navigare non è permesso; perciò è un dovere avventurarsi, in quelle acque, se si ama la libertà. Si spalanca proprio sul mare, la foce del Tevere, luogo da cui si salpa per sanare le piaghe o farne stigmate.
Solcare acque oscure serve a capire le sorgenti, perché nel fascismo, e poi nei doppiogiochismi fra il 1943 e il 1945, è l’origine di tanta parte della storia italiana. In quel magma hanno radici Cefis e Gelli, la partita futura sull’Eni e la P2, mentre Andreotti è in Vaticano e Mattei è con la Resistenza al Nord. Fili intrecciati, correnti profonde.
Poliedrico anche il rapporto fra coscienza e storia. Pasolini, in La resistenza e la sua luce, edita nel 1961, insieme alla morte di Guido scolpisce la lotta di Liberazione:
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce...
Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile…
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce[2].
Sono versi che pubblica. Ma prima, a maggio 1945, già consapevole della morte di Guido, scrive per sé un testo in seconda persona rivolto al fratello:
Gloriosa morte perché voluta da te stesso, in nome di un’idea qualunque (bella, tuttavia: la libertà) e ti sei sacrificato col gratuito entusiasmo dei diciannove anni; è stata la sorte del tuo corpo entusiasta che ti ha ucciso; non potevi sopravvivere al tuo entusiasmo. […] Se io paragono la mia imprudenza nello scrivere versi di quell’età, con la tua, vedo che sono la stessa cosa[3].
Guido ha voluto morire, Pier Paolo ha la stessa imprudenza: l’emulazione è già cominciata.
Sempre in privato, in una lettera a Luciano Serra del 21 agosto 1945, Pasolini scrive che il secondogenito gli ha insegnato la strada. Così, la morte è diventata attingibile:
Guido non ha fatto altro che precedermi generosamente di pochi anni in quel nulla verso il quale io mi avvio. E che ora mi è così famigliare; la terribile oscura lontananza o disumanità della morte mi si è così schiarita da quando Guido vi è entrato. Quell’infinito, quel nulla, quell’assoluto contrario ora hanno un aspetto domestico; c’è Guido, mio fratello, capisci, che è stato per vent’anni sempre vicino a me, a dormire nella stessa stanza, a mangiare nella stessa tavola. Non è dunque così innaturale entrare in quella dimensione così a noi inconcepibile. E Guido è stato così buono così generoso da dimostrarmelo, sacrificandosi pel suo fratello maggiore, forse a cui voleva troppo bene, a cui credeva troppo. Per questo posso dirti, Luciano, ch’egli si è scelto la morte, l’ha voluta; e fin dal primo giorno della nostra schiavitù[4].
L’inconcepibile ha preso qualcosa di vicino. Per questo, forse, Guido nel 1954 diventa visibile, quando il poeta si imbatte in un raduno del Msi, a Roma, e scrive Comizio:
Per la prima volta, dall’inverno
in cui la sua ventura fu appresa,
e mai creduta, mio fratello mi sorride,
mi è vicino. Ha dolorosa e accesa,
nel sorriso, la luce con cui vide,
oscuro partigiano, non ventenne
ancora, come era da decidere
con vera dignità, con furia indenne
d’odio, la nuova nostra storia: e un’ombra,
in quei poveri occhi, umiliante e solenne…
Egli chiede pietà, con quel suo modesto,
tremendo sguardo, non per il suo destino,
ma per il nostro... Ed è lui, il troppo onesto,
il troppo puro, che deve andare a capo chino?[5].
Ora che, nel 2025, a ottant’anni dalla Liberazione, c’è «un tempo morto che torna / inaspettato, odioso», ricordiamo cosa scrive Pasolini, nella stessa poesia, a proposito della fiamma tricolore del Msi sulle loro usurpate bandiere: «Arista / o tetro vegetale guizza cerea / nel mezzo la fiammella fascista»[6].
Però. Mentre scrive a Serra nel 1945, Pier Paolo ha ventitré anni e Guido è morto da pochi mesi. C’è da chiedersi se molti anni dopo – è stato scritto che Pasolini, come altri poeti, ha progettato la sua fine, l’ha costruita – la ricerca instancabile della verità, la più scomoda e indicibile, sull’Italia del dopoguerra e sui compromessi del centrosinistra, sui suoi enigmi, sui tessuti di potere, sulle trame affaristiche e neofasciste, con sottili connivenze, serva a Pier Paolo per prendere lo slancio verso quella dimensione inconcepibile. C’è da chiedersi se proprio lui metta in mano agli assassini ciò che gli permette di colmare la mancata partecipazione alla Resistenza, di riscattare l’essersi appartato mentre si sparava e si moriva, di essere pari a Guido nella fine eroica. La fine accettata allora da Guido, tornato a Porzûs benché avvertito del pericolo, perché, come scrive Pasolini nel 1945:
La libertà, l’Italia
e sa Dio qual destino disperato
ti volevano,
dopo tanto vivere e patire,
in questo silenzio[7].
Per rifletterci sarebbe utile Il Vangelo secondo Gesù di Saramago, romanzo eretico, percorso dal senso di colpa del figlio di Maria e Giuseppe, scampato alla strage degli innocenti. Erode, cioè la ragion di Stato abbarbicata al potere, non fabbrica solo cadaveri, ma anche superstiti carichi di scrupoli. Saramago: «Viene da lontano e promette di non aver fine la guerra tra padri e figli, l’eredità delle colpe, il rifiuto del sangue, il sacrificio dell’innocenza»[8]. Sono ombre che i poeti afferrano al volo, come si impugnano fiori spinosi, magari per metterli sulla propria tomba.
Se è così. La morte di Pasolini, come quella del fratello, è voluta «fin dal primo giorno», perché prima di quel novembre 1975, dall’adolescenza e dalla giovinezza, contro Pier Paolo è pronta una schiavitù fatta di conformismo, di cristianesimo prostituito nelle sacrestie, di marxismo reso miope dalle burocrazie, di Costituzione prigioniera del centrismo, di modernità immersa nello sviluppismo corrotto, nel consumismo, nella devastazione del linguaggio, nella dispersione delle culture popolari, nel massacro del paesaggio e del territorio.
Comunque. Questa storia è un sunto urticante del Novecento italiano. Nel 1926 un padre rispettabile contribuisce – involontariamente, voglio pensare, ma di fatto – al linciaggio di un ragazzino. Vent’anni dopo, partigiani comunisti uccidono il suo secondogenito, inizialmente comunista e poi convinto azionista. Carlo Alberto consumerà gli anni che gli restano, lasciando una vedova e un figlio dalla sessualità difficile da accettare. Nel 1975 anche il primogenito, che è stato prima azionista e poi comunista critico, sarà ucciso, e anche stavolta non saranno i fascisti, o almeno il mandante non sarà di quelli dichiarati. Poche cose esprimono così il suicidio di una certa Italia, in un arco di tempo che comincia nel 1926 con un assassinio nella disciplinata città dei glossatori, e che nel 1975, con un assassinio nell’agglomerato abusivo di Ostia, finisce.
Accostandomi a questo mi domando perché, malgrado la vicenda possa essere sia un buon boccone per il revisionismo fascista, sia un terreno per il lavoro culturale di sinistra, entrambi si tengano alla larga da un sunto, da uno sguardo ampio. Meglio congetture sul delitto del 1975, controversie su Porzûs, rare occhiate all’attentato Zamboni, senza saldare insieme la storia. Se ci si chiede perché, già si comincia a capire.
Note
[1] Antonio Tabucchi, La gastrite di Platone, Sellerio, Palermo 1998, pp. 31-32.
[2] Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1993, tomo primo, pp. 472-473; in questa citazione e in seguito i puntini sono nell’originale.
[3] Andrea Zannini, L’altro Pasolini. Guido, Pier Paolo, Porzûs e i turchi, Marsilio, Venezia 2022, pp. 88-89.
[4] Pier Paolo Pasolini, Lettere agli amici (1941-1945). Con un’appendice di scritti giovanili, a cura di Luciano Serra, Ugo Guanda Editore, 1976, pp. 44-45.
[5] Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano 2021, pp. 30-31.
[6] Ivi, p. 27.
[7] Còrus in muart de Guido, XXV, in «Il Stroligut», agosto 1945, n. 1, pp. 3-4. Nell’originale: «La libertat, l’Italia / e qissà diu cual distin disperat / a ti volevin / dopu tant vivut e patit / ta qistu silensiu».
[8] José Saramago, Evangehlo segundo Jesus Cristo, trad. Il Vangelo secondo Gesù, Bompiani, Milano 1993, p. 58.
29/05/2024
Pasolini oggi, fuori dagli schemi
di Paolo Lago
Guido Santato, Pasolini oggi. Studi e letture, Carocci, Roma, 2024, pp. 234, euro 25,00.
Il titolo del recente volume di Guido Santato, Pasolini oggi, appare particolarmente significativo; come scrive lo stesso autore, esso “intende sottolineare da un lato la permanente e straordinaria attualità di Pasolini, dall’altro la necessità di una rinnovata e approfondita lettura della sua opera, estremamente complessa per la sua articolazione multimediale: un’opera che spazia dalla poesia alla narrativa, alla saggistica, al cinema, al teatro, alle traduzioni dei classici, al giornalismo, alla pittura”. L’opera di Pasolini è estremamente poliedrica e complessa e deve essere oggetto di una lettura seria e rigorosa, “rinnovata” e “approfondita”. Pasolini non può continuare ad essere una sorta di “ovetto Kinder della cultura italiana”, come ha scritto Pierluigi Sassetti utilizzando una suggestione offerta da Slavoj Žižek1, un ovetto nel quale ognuno trova la sorpresa che più gli aggrada. Non può essere usato e citato a sproposito da clowneschi politicanti da strapazzo. Una citazione dall’opera di Pasolini dovrebbe essere sempre preceduta da una conoscenza rigorosa e approfondita, mai superficiale: basti solo pensare all’“infame mantra”, come lo definisce Wu Ming 1, su “Pasolini che stava con la polizia e i manganelli”2, emerso anche lo scorso febbraio in merito ai fatti avvenuti a Pisa (giovani manifestanti pro Palestina picchiati dalle forze dell’ordine).
Per affrontare l’opera poliedrica e multimediale di Pasolini, Guido Santato, uno dei massimi esperti dell’autore bolognese, adotta svariati punti di vista. I saggi presenti nel volume – alcuni già editi presso diverse sedi, altri inediti e presentati adesso per la prima volta – intendono sondare diversi aspetti e sfaccettature dell’opera pasoliniana, cercando di abbracciare i più svariati ambiti: la poesia, la narrativa, il cinema, il teatro, financo la musica (di cui Pasolini era appassionato ed esperto). Il primo saggio è dedicato all’importante presenza di Dante nell’opera di Pasolini, da Ragazzi di vita (1955) fino al postumo Petrolio. Lo studioso attraversa l’intera opera pasoliniana sondando il fondamentale ‘sostrato’ dantesco presente in essa, anche negli interventi critici e negli articoli giornalistici. Il secondo saggio analizza invece l’importanza che Erich Auerbach ha giocato per Pasolini, soprattutto per la “mescolanza degli stili” presente nell’intera sua opera nonché per il “realismo creaturale”. Auerbach è l’autore dell’importante saggio Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, che rappresenta un fondamentale punto di riferimento per Pasolini in qualunque genere o stile si cimenti.
Diversi saggi presenti nel volume di Guido Santato sono poi dedicati alla produzione poetica in friulano: è necessario infatti ricordare che Pasolini è prima di tutto poeta e comincia la sua attività poetica proprio componendo in friulano. Le poesie friulane rappresentano quindi un’importante chiave di accesso per tutta la produzione artistica successiva. Particolarmente interessante risulta l’analisi condotta dallo studioso su La seconda forma de “La meglio gioventù” (1974) in cui viene sondata la riscrittura che Pasolini attua della sua poesia friulana giovanile nella raccolta La nuova gioventù. Si tratta di una riscrittura ‘in nero’ in cui, al posto dell’idillio, dominano il dolore ed il lutto, in una società dominata dall’abbrutimento dei nuovi consumi che ormai ha perduto qualsiasi caratteristica idilliaca e qualsiasi innocenza.
Il rigoroso excursus attuato dallo studioso attraverso l’opera pasoliniana prosegue con un saggio dedicato alla tragedia Pilade e con un’analisi del tema della tradizione in Pasolini. Interessante è ricordare, a questo proposito, che già a partire da un articolo scritto quando aveva vent’anni, Pasolini “teorizza un uso antitradizionale della tradizione: una tradizione proposta in funzione di un sostanziale rinnovamento rispetto alla cultura ufficiale”. Il saggio successivo è dedicato alla presenza della musica nel cinema di Pasolini, dall’importante funzione ‘sacralizzante’ della musica di Bach in Accattone (1961) fino alle inserzioni di musica etnica e tradizionale, ad esempio, in Edipo re (1967) e Medea (1970). Alla complessa ricezione di Pasolini oggi è dedicato il saggio dal titolo Un grande autore che non ha bisogno della qualifica di “classico”: infatti – scrive Santato – l’edizione di tutte le opere di Pasolini all’interno della collana dei “Meridiani” rischia di trasformarlo in un “classico”, “operando uno slittamento dal piano editoriale a quello della definizione critica”. Però, “l’attribuzione della qualifica di «classico» a Pasolini appare problematica per più ragioni e non sembra poter essere riferita in modo appropriato alla sua opera”. Infatti, “Pasolini è il più anticlassico e trasgressivo fra i grandi autori del Novecento: tende costantemente alla rottura degli ordini formali e delle separazioni tra i generi”.
Dopo un suggestivo saggio dedicato ai (densi) rapporti fra Pasolini e il Giappone (paese in cui lo studioso Hideyuki Doi svolge una rigorosa opera di analisi dell’autore corsaro), Santato avvia una interessante e pionieristica ricerca su Pasolini come possibile “precursore” della “decrescita”. Infatti, soprattutto negli ultimi decenni, “il pensiero di Pasolini è stato ripreso anche nell’ambito della sociologia, dell’economia e del diritto”. Lo studioso osserva che, recentemente, due economisti come Giulio Sapelli e Serge Latouche sembrano aver raccolto a distanza l’appello di Pasolini in tema di sfruttamento operato da uno cieco “sviluppo” capitalistico (opportunamente distinto dal “progresso”). Se Sapelli dedica un interessante e innovativo studio a Pasolini, dal titolo Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini, Latouche sembra riprendere, nella sua idea di “decrescita felice”, le polemiche pasoliniane contro il modello di sviluppo neocapitalistico. Come scrive Santato, “per Latouche è necessario decolonizzare l’immaginario occidentale che è stato colonizzato da quello che egli chiama «l’economismo sviluppista»”. Si può inoltre ricordare che all’interno della collana “I precursori della decrescita” diretta da Latouche, nel 2014, è stato pubblicato il volumetto di Piero Bevilacqua dal titolo Pier Paolo Pasolini. L’insensata modernità, nel quale lo scrittore corsaro viene annoverato fra i precursori del pensiero della “decrescita”. Anche lo stesso Latouche, in un volume del 2016, annovera Pasolini fra i precursori della “decrescita felice”. Come nota Santato, “in conclusione, credo che Pasolini possa essere considerato un precursore della «decrescita felice» a condizione di non racchiuderne strumentalmente il pensiero entro gli schemi della stessa. Il pensiero in continuo e spiazzante movimento, la capacità di analisi, lo spirito di denuncia, l’acutezza anticipatrice del Pasolini corsaro non possono essere racchiusi in alcuno schema più o meno preordinato”. D’altra parte, come ebbi modo di scrivere proprio qui su “Carmilla”, sarebbe interessante porre a confronto il pensiero di Pasolini anche con quello di un altro lucido interprete della contemporaneità come Robert Kurz, studioso della Wertkritik (la “critica del valore”), secondo il quale è necessaria un’“anti-modernità radicale ed emancipatoria [...] che tagli i ponti una volta per tutte con la storia fin qui data, una storia di rapporti feticistici e di dominio”3.
Dall’analisi di Santato emerge un Pasolini prepotentemente fuori dagli schemi, un autore che non può essere racchiuso e incasellato in pensieri a senso unico: si tratta infatti di un autore “multimediale”, incline alla mescolanza degli stili e dei registri, alla rottura degli ordini formali, all’utilizzo di linguaggi sempre nuovi e sempre diversi. Anche nel saggio che chiude il volume, dedicato all’enorme fortuna che l’opera pasoliniana ha conosciuto in tutto il mondo, emerge il profilo di un autore difficilmente incasellabile in schemi predefiniti. Oggi, in una società digitalizzata e sempre più avviata verso un universo dominato dalle fake news, dall’intelligenza artificiale e dall’irrealtà, fatta di pensieri preconfezionati e di schieramenti obbligati, comprendere e studiare Pasolini – come capiamo dalla lettura di Pasolini oggi – è un sicuro esercizio di realtà, di appiglio a un rigore che sembra perduto, di anticonformismo e di ricerca di luce laddove sembra regnare un indefinito e inquietante buio.
Note
Cfr. P. Sassetti, Post(f)azione, … Per gli eredi … Per coloro che sapranno apprezzare l’eredità…, in A. Guidi e P. Sassetti (a cura di), L’eredità di Pier Paolo Pasolini, Mimesis, Milano-Udine, 2009, p. 118. Cfr. anche S. Žižek, L’epidemia dell’immaginario, trad. it. Meltemi, Roma, 2004, p. 73.
Cfr. Wu Ming 1, La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia, uscito su “Internazionale” il 29 ottobre 2015. Per avere una visione scevra da idee preconfezionate si invita a una lettura integrale dell’articolo. Cfr. anche Guy van Stratten, Pasolini, il ’68, gli studenti e la polizia, “Codice Rosso”, 2 novembre 2020.
Cfr. R. Kurz, Ragione sanguinaria, trad. it. Mimesis, Milano-Udine, 2014, pp. 20-21.
26/02/2024
14/01/2024
Il cambiamento dello spazio urbano nell’opera di Pasolini
di Paolo Lago
[Il presente intervento è la traduzione italiana di un testo da me letto in inglese, col titolo Urban space development in Pasolini’s work, il 25 ottobre 2022 nell’ambito delle iniziative “Pasolini 100” organizzate dall’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma (p.l.)]
Per parlare del cambiamento dello spazio urbano nell’opera di Pasolini, vorrei partire da Teorema, sia film che romanzo (1968). Dopo la partenza dell’Ospite sacro (Terence Stamp), i personaggi della famiglia milanese, sedotti e disperati, compiono delle azioni per colmare l’assenza del giovane dio, caratterizzato quasi come un nuovo Dioniso. Emilia (Laura Betti), la domestica della famiglia, sceglie di abbandonare la ricca villa borghese per tornare al suo paese di campagna, alle porte di Milano. Da uno spazio chiuso e circoscritto come la villa (che si trova in un “quartiere di morti”), intrappolata nelle sue geometrie fastose, si dirige verso uno spazio, per certi aspetti, sacro, quello della campagna dove sorge la sua casa avita, uno spazio che si contrappone a quello della città industrializzata. Come afferma lo stesso Pasolini in un’intervista a Jean Duflot dal titolo Il sogno del Centauro, con un riferimento proprio a Teorema, “la società industriale si è formata in totale contraddizione con la società precedente, la civiltà contadina (rappresentata nel film dalla serva), la quale possedeva in proprio il sentimento del sacro”. In molte opere di Pasolini è infatti possibile riscontrare una vera e propria opposizione di spazi: da una parte la campagna, simbolo di un universo arcaico e contadino, dall’altra, invece, le nuove costruzioni delle periferie, simbolo della nuova società dei consumi. Il ritorno al paese condurrà Emilia sulla via della santità: ella sceglie infatti di farsi seppellire per ricongiungersi con la terra. Come vediamo nel film, il luogo in cui Emilia viene seppellita, è un cantiere edile e rappresenta un vero e proprio spazio di confine: un incrocio fra la campagna e le nuove periferie avanzanti. In una inquadratura vediamo, da una parte, lo spazio ancora intatto della campagna, aggredito dalla cementificazione, dall’altra, invece, i palazzoni di periferia che, come dei mostri, stanno avanzando per divorare gli ultimi residui della civiltà contadina. È uno spazio liminale dove si avverte la violenza di cui, nell’ottica di Pasolini, è intriso il cambiamento dello spazio urbano. Vicino al luogo dove viene seppellita Emilia c’è una scavatrice, impegnata nei lavori. Nel romanzo, la scavatrice appare prima in movimento e poi ferma: “Preceduta da un parlottare di uomini, e da qualche colpo lontano – lungo i cantieri senza echi – ecco che d’improvviso, con uno stridio assordante, pauroso, pazzo, la scavatrice si risveglia. Gettato quel primo urlo, però, tace”.
Il rumore da essa provocato assomiglia all’urlo “pazzo di dolore” de Il pianto della scavatrice, una poesia del 1956 appartenente alla raccolta Le ceneri di Gramsci (uscita nel 1957). Sono passati dodici anni ma gli spazi in opposizione sono gli stessi: da una parte la campagna e i prati, dall’altra, l’avanzare delle nuove periferie. La scavatrice, nella poesia, urla disperatamente, piange, grida, ma a gridare è anche lo spazio che viene devastato: “Piange ciò che ha / fine e ricomincia. Ciò che era / area erbosa, aperto spiazzo, e si fa / cortile, bianco come cera, / chiuso in un decoro ch’è rancore”. Perché, in definitiva, come sempre leggiamo nella poesia, “piange ciò che muta, anche / per farsi migliore”. Il cambiamento appare sempre come una ferita. Anche se i nuovi palazzoni delle periferie costituiscono un miglioramento della vita di molti proletari e sottoproletari romani, essi sono pur sempre il frutto della violenza operata sugli individui dalla società dei consumi, paragonata al fascismo e considerata da Pasolini addirittura anche peggiore del regime nazista. Non a caso, in Petrolio, alla fine della truce “Visione del Merda”, una vera e propria discesa nell’inferno dei nuovi consumi, modellata sulla catabasi dantesca, la città di Roma, vista dall’alto, assume la forma di una “immensa croce uncinata”. Come il poeta afferma nel documentario La forma della città (1974) ciò che non è riuscito al fascismo, cioè intaccare nel profondo la coscienza degli italiani, è invece riuscito alla società dei consumi, la quale non esita a costruire un palazzone popolare, dalla forma cubica, vicino alle antiche costruzioni medievali della città di Orte. Nello stesso documentario Pasolini afferma che per difendere un vecchio muro antico bisogna battersi con lo stesso accanimento con cui ci si batte per difendere una grande opera d’arte. Il poeta dice che “un casale di contadini va difeso come una chiesa”: quello stesso casale di contadini dove abita Emilia, che sta per essere inglobato dalle nuove costruzioni va difeso come se si trattasse di una grande opera d’arte. Come scrive Serenella Iovino nel suo saggio Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, Pasolini cerca di “seguire la vita delle classi subalterne e delle fasce sociali abbandonate dall’incedere dello «sviluppo». Nel far ciò, metterà in luce come i mutamenti della società siano nello stesso tempo mutamenti nel modo di rapportarsi alla natura”. Con lo stesso spirito Pasolini realizza il documentario Le mura di Sana’a, girato nel 1970 in Yemen, con gli stralci di pellicola del Decameron. Il documentario si presenta sotto forma di un appello all’Unesco per preservare la città di Sana’a: nello Yemen del Nord, dove è avvenuta una rivoluzione di tipo socialista appoggiata dall’Unione Sovietica, c’è uno sviluppo economico portato avanti da esigenze di modernizzazione che sta deturpando la struttura medievale della città erigendo palazzoni di cemento, “qualcosa di indefinibile che chiamare brutto è poco”. Pasolini, alla fine, afferma che “per l’Italia è finita ma lo Yemen può essere ancora interamente salvato”.
Il cambiamento del volto delle città, iniziato in Italia negli anni Cinquanta, sta continuando inesorabilmente anche oggi. Come leggiamo in un romanzo di Alessandra Sarchi dal titolo Violazione (2012) (violazione cioè dello spazio della campagna da parte della città), è molto difficile oggi trovare una casa di campagna che non sia vicino a tangenziali o centri commerciali. Con un riferimento all’acquisto delle case in campagna da parte dei cittadini, Sarchi parla significativamente di “possesso del verde”: la campagna e la natura, a partire da quel boom economico che, secondo Pasolini, ha devastato l’Italia, si sono ormai trasformate in merci, acquistabili come i prodotti di un supermercato. L’ideologia del possesso sta ormai invadendo anche gli spazi naturali.
Pasolini mostra il progressivo avanzamento dei palazzoni di periferia anche in Mamma Roma (1962). La borgata avanzante è lo spazio di un nuovo benessere borghese che Mamma Roma (Anna Magnani) ricerca, è l’ambiente gretto, meschino e perbenista in cui vige la legge delle raccomandazioni al prete (Paolo Volponi) e in cui vive la famiglia dell’ipocrita padrone del ristorante. Uno spazio dal quale Mamma Roma è inesorabilmente respinta come sarà respinta anche Medea dall’universo razionale della Grecia in Medea (1969). Per entrare nei cortili delle nuove case di periferia, in Mamma Roma, la macchina da presa compie frequentemente un movimento sotto la costruzione di un arco, un movimento che sembra proseguire nello spazio chiuso di un tunnel. Al di fuori di questo tunnel vi sono ancora lembi di prati che assumono valenze quasi demoniche e ‘infernali’, come in Petrolio (1992). Durante la lavorazione di Mamma Roma, Pasolini scrive alcune poesie poi confluite nella sezione Poesie mondane di Poesia in forma di rosa (1964). In esse descrive quegli stessi prati di periferia invasi, nelle belle giornate di primavera, da personaggi borghesi in cerca di svago che sembrano tanti “scheletri col vestito di Toscano” e “la cravatta di Battistoni”. I borghesi si stagliano sullo sfondo dei palazzi di periferia dell’Ina-Case, sugli “accecanti marciapiedi”, come tanti tragici pulcinella. In questi prati di periferia che progressivamente vengono divorati dall’edilizia avanzante, lo stesso poeta si descrive come “una forza del Passato” che gira “per la Tuscolana come un pazzo, / per l’Appia come un cane senza padrone” (versi recitati dal personaggio del regista interpretato da Orson Welles ne La ricotta in quegli stessi prati di periferia durante la lavorazione di un film sulla crocifissione di Cristo) quasi come l’unico sopravvissuto a una vera e propria apocalisse, la stessa che sta distruggendo gli spazi arcaici e contadini delle campagne. Addirittura, poco dopo, il poeta evoca l’immagine della “Bomba” che ha provocato la “fine del Mondo” sullo sfondo di una espressionistica luce del crepuscolo. Gli spazi delle nuove costruzioni degli anni Cinquanta e Sessanta, geometrici, rigidi, bloccati nelle loro cubiche architetture, sembrano quasi destinati ad un’apocalisse atomica, come vediamo anche in alcune immagini de L’eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni che mostrano nuovi e ordinati palazzi di quartieri residenziali in un’atmosfera dalle tonalità inquietanti.
I rigidi spazi geometrici dei nuovi quartieri residenziali, in Petrolio (Appunto 65, “Prologo al Giardino Medioevale”) sono consacrati a un Potere che – come scrive Pasolini – non lascia nessuno spazio “per qualcos’altro”, sia esso la lotta di classe, il misticismo religioso, la letteratura o l’amore per la cultura. All’inizio dell’Appunto, l’autore scrive che prova una “profonda ripugnanza” a fermarsi con la fantasia, per poterne scrivere, sul quartiere di Roma dove abitava Carlo, Vigna Clara, “la parte nuova dei Parioli” (non troppo diverso dal ricco quartiere residenziale milanese in cui sorge la villa della famiglia del capitano d’industria). Il quartiere, composto di palazzine ricche, sedi di ambasciate, giardini lussuosi in un “mare di cemento”, è descritto come bloccato ed irrigidito in pose geometriche, “con lunghe liste di campanelli luccicanti nell’ottone, e il silenzio ancora più profondo e quasi selvaggio dei garages”. Le nuove eleganti costruzioni che, al pari degli edifici di periferia, hanno sottratto spazi verdi alla campagna si trovano in un luogo quasi fuori dal tempo, perduto, come i palazzi eleganti del film di Antonioni, nell’attesa di una qualche apocalisse. Se l’autore detesta parlare di questo ambiente, in cui vige soltanto la “volontà di potere”, subito dopo scrive: “Dell’erba e delle piante sì che amo parlare”. Dell’erba e delle piante di giardini che, pur essendo ormai intrappolati dalle nuove costruzioni, rappresentano ancora lembi di campagna.
In Petrolio sono presenti anche le descrizioni dei quartieri popolari che fanno da sfondo, ad esempio, all’incontro erotico di Carlo con Carmelo, descritto nell’Appunto 62. Carlo e Carmelo, per recarsi nel prato di periferia, percorrono in macchina una strada che si inoltra in un quartiere “di vecchie case e di miserabili palazzi nuovi, tutto perduto nella polvere secca, nel fango”. Come nella descrizione del ricco quartiere residenziale, anche qui vige una immobilità assoluta dalla tonalità apocalittiche: “L’immobilità era quella che succede a un bombardamento o a un terremoto”. In questo “sconvolgimento divenuto fossile”, gli esseri umani sono condannati a trascorrere la loro vita e a compiere i propri gesti quotidiani. I prati delle periferie, lambiti dai palazzi, assumono connotazioni infernali, come in Mamma Roma, in cui Ettore e la banda di ragazzi (dai quali sarà aggredito), si inerpicano in collinette scoscese come se stessero percorrendo i baratri di un inferno dantesco. Il prato di periferia è pervaso anche di un’atmosfera onirica e allucinatoria, conferita da una “caligine” che aleggia dovunque. Lo scenario assume anche dei precisi rimandi alla tragedia antica: infatti, nel testo, era previsto l’inserimento dei versi dell’inizio dell’Orestea di Eschilo (che Pasolini stesso aveva tradotto nel 1960 col titolo di “Orestiade”) mentre il “quartiere nuovo” appare “lucente sulla caligine, come la muraglia merlata di una antica città”.
Tonalità apocalittiche tratteggiano anche lo spazio urbano nella serie di appunti intitolati “I Godoari”. Dopo la devastazione provocata dallo scoppio di una bomba alla stazione di Torino, Carlo si incammina in uno spazio che, oniricamente, compare tra le macerie della distruzione. Si tratta di un luogo caratterizzato da una natura incontaminata, tratteggiata quasi come un locus amoenus. Lo scenario campestre e le fonti di acqua pura possiedono addirittura dei rimandi letterari a dei paradigmi classici e medievali: il Fedro di Platone, Omero, Salimbene de Adam. Gradatamente, lo spazio naturale si trasforma e cominciano ad apparire le prime tracce degli insediamenti umani. Quella che era natura incontaminata si trasforma infatti in periferia, definita come “una terra anonima” sulla quale stanno bruciando cumuli di rifiuti di plastica. Successivamente, cominciano ad apparire anche i palazzoni di periferia, connotati da inquietanti forme geometriche tutte uguali: i casamenti sono “forme gemelle”, “ripetizioni di una stessa forma”. Il quartiere periferico è connotato da un silenzio profondo, come i Parioli in cui vive lo stesso Carlo o il “quartiere di morti” di Teorema: “Negli enormi cortili di materiale povero, cemento spruzzato per parere marmo, mattoni che parevano finti, il vuoto era assoluto”. Mentre Carlo si avvicina alla città, comincia ad apparire una folla descritta come totalmente omologata ai modelli imposti dalle pubblicità televisive e ormai i gruppi di casamenti appaiono incastonati gli uni dentro gli altri e i soli spazi liberi erano occupati dai cavalcavia percorsi “rabbiosamente da migliaia di automobili e di camion”. La graduale trasformazione della campagna in periferia dove sorgono palazzi tutti uguali sembra quasi la trasposizione spaziale di un processo temporale: lo stesso descritto nel Pianto della scavatrice. Quella campagna che a partire dagli anni Cinquanta si trasforma in spazio cementificato viene ora mostrata in una visione dalle connotazioni oniriche e allegoriche in cui quella trasformazione graduale che avviene nel tempo appare come un unico processo contemporaneo dilatato nello spazio.
Un mutamento dello spazio urbano è poi proiettato da Pasolini nel futuro, in forma utopistica, nella poesia La recessione (ispirata dalla crisi energetica del 1973), appartenente alla raccolta La nuova gioventù (1974, una rilettura ‘in nero’ delle poesie friulane de La meglio gioventù). Nella poesia così leggiamo: “Le città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi, coi vestiti grigi, e dentro agli occhi una domanda, una domanda che è, magari, di un po’ di soldi, di un piccolo aiuto, e invece è solo di amore. Gli antichi palazzi saranno come montagne di pietra, soli e chiusi, com’erano una volta”.
Il cambiamento dello spazio urbano rappresentato da Pasolini si inserisce all’interno di un vero e proprio conflitto di culture: i due tipi di spazio (quello borghese dei nuovi palazzi di periferia, quello arcaico e contadino dei paesi antichi e della campagna) rappresentano due tipi di società che entrano in contrasto fra di loro. L’opposizione fra lo spazio urbanizzato delle periferie e quello della campagna è una opposizione di tipo culturale. E se il nuovo assetto urbano sta inglobando ormai tutti gli altri luoghi, sembra che lo spazio cereo e geometrico della borghesia possa essere annullato da un momento all’altro dallo spazio desertico, simbolo di una sacralità perduta. In Teorema, film dal quale siamo partiti, il personaggio del padre, alla fine, dopo aver donato la sua fabbrica agli operai, prenderà la via del deserto disperdendosi in esso. Il deserto, immagine sacrale, sembra perciò alla fine essere riuscito ad annientare definitivamente il grigio spazio della borghesia, la villa elegante e il suo giardino, il “quartiere di morti” dove essa si trova, i palazzoni delle periferie fra i quali, come automi, si aggirano persone ormai asservite in tutto e per tutto alla civiltà dei consumi.
Riferimenti bibliografici
S. Iovino, Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, Edizioni Ambiente, Milano, 2006.
P.P. Pasolini, Romanzi e racconti 1962-1975, vol. 2, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 1998.
P.P. Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 1999.
P.P. Pasolini, Tutte le poesie, vol. 1 e vol. 2, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 2003.
A. Sarchi, Violazione, Einaudi, Torino, 2012.
06/09/2023
Note brevi (e inconcludenti) sulla violenza giovanile
Che pena. Che desolazione. L’oppressione interiore dell’impotenza; il senso di inutilità della riflessione, della parola. Eppure pensare si deve, e continuare a parlare anche, essendo tra le poche cose che ancora ci distinguono dagli altri regni di natura. Da dove possiamo re-iniziare una discussione sulla condizione giovanile, senza rimasticare i luoghi comuni più triti, stanchi e inutili – mentre le tracce del cadavere del giovane musicista Giovanbattista Cutolo sono ancora sul selciato di p.zza Municipio, a Napoli, e l’orrore di Caivano è diventato palestra di ogni retorica sulle periferie nemiche da ricolonizzare?
I giovani e la violenza. Non c’è un punto di vista di classe o antagonista, su questa merda. Non c’è perché si fermerebbe alle enunciazioni di principio più eteree: la società capitalista produce mostri e devianza, ergo noi anticapitalisti abbiamo la coscienza a posto, non c’entriamo. Nel mondo ideale che sta nelle nostre teste, patriarcato, classismo, sessismo, machismo e tutto il Male del mondo, non esisteranno più, il giorno in cui avremo abbattuto l’idra imperialista. Come ogni corrente religiosa, guardiamo con scettica amarezza verso i samsara quotidiani che siamo costretti ad attraversare; e rimandiamo ad un mondo a venire il riscatto dei torti, delle brutture e delle nostre confuse ragioni.
Ma qui e ora, oggi, nel presente, questi esercizi retorici non bastano; dobbiamo andare più a fondo col nostro sguardo – imitando la spietatezza degli assassini – se non vogliamo ridurci a giaculatorie ed esorcismi di segno opposto a quelli reazionari. I quali sognano un mondo in cui una divisa e un fucile sorveglino ogni angolo di strada, ogni condominio; mentre noi ci culliamo nella speranza di un mondo in cui la violenza si estingua per magia, per consunzione, e il lupo e l’agnello vivano in pace nello stesso prato. Utopie reazionarie ed utopie umanitarie.
La violenza dei giovani, la violenza del mondo che li accudisce. Da dove si parte, per fissare qualche paletto, in una discussione così inafferrabile? Forse dalle Lettere luterane, la raccolta di testi profetici di Pier Paolo Pasolini – bollati già alla loro pubblicazione come inattuali, moralistici, destrorsi e sentimentali – in cui lo scrittore costruisce una cronaca diretta e coraggiosa, della degenerazione violenta, amorale, squallida, a cui la modernizzazione accelerata del paese sta sottoponendo i più giovani. Pasolini ne ha orrore quasi fisiognomicamente, di quei ragazzi: sono mostri, infinitamente più pericolosi dei mostri ufficiali – i “vecchi” sottoproletari brutti sporchi e cattivi e i devianti – ma la loro mostruosità, la loro disponibilità alla violenza più cieca e più stolida, è solo l’espressione dell’omologazione maligna attraverso cui il nuovo fascismo televisivo e consumistico sta livellando linguaggi, culture, estetiche e valori della società italiana. Quei giovani – siamo all’inizio degli anni '70 – sono le prime vittime di tale omologazione: il prodotto del loro squallore sarà una violenza atona, sadica; come se, avendo smarrito la pluralità dei linguaggi, delle storie e dei modi di vivere della vecchia società contadina e operaia, la violenza diventasse l’unico alfabeto comune ad una fetta di gioventù italiana.
In quel periodo persistono contrappesi alla deriva della malamodernizzazione italiana. La sopravvivenza delle culture rurali, che nel 1971 sono ancora precariamente vive; la grande comunità operaia e popolare, che con le etiche costituzionali e i miti resistenziali rappresenta ancora una bolla di salvezza; la sinistra rivoluzionaria, che “razionalizza” e incanala (non incentiva) dentro un progetto politico la marea montante della violenza giovanile.
Nei decenni a seguire, tutti gli studi empirici dello scienziato Pasolini, troveranno conferma dentro una lettura di accelerazione esponenziale dei suoi presupposti: prima l’avvento della tv commerciale, della vacuità e dell’eroina come dinamica di formattazione di massa; poi la stagione dell’iperconnessione globale che esalta e moltiplica esponenzialmente, in una trama interclassista e intragenerazionale, la feroce omologazione delle anime.
Stiamo vivendo tempi nuovi o semplicemente ci sfugge la naturale ciclicità dei fenomeni, della giovinezza e della sua irruzione nella storia? C’è stata una fase storica, negli ultimi 40/50 anni in cui le nuove generazioni non sono state accusate di rappresentare una deriva sadica, violenta e inumana? No. In ogni epoca, il copione si è ripetuto. I cinquantenni di oggi sono gli efferati barbari degli anni '80. Eppure qualcosa ci dice che siamo dentro una irreversibile precipitazione. Qualcosa ci spinge a pensare che alla continuità naturale della contesa generazionale, si è sostituito il salto quantico.
La sensazione è che qualcosa si sia spezzato – un qualche meccanismo di recupero o di argine che aveva funzionato nei decenni precedenti: la violenza politica o quella puramente criminale, a loro modo esprimevano una razionalità e, se vogliamo, una prevedibilità dei fenomeni, una lettura analitica, un inquadramento di classe. Oggi non riusciamo più a “interpretare” il male, a leggerlo, e quindi a darcene una spiegazione sociologica plausibile. La Napoli della guerra tra clan era più sicura di oggi? La Milano di Epaminonda e Turatello? No, di certo. Ma quando parlavi di camorra o di mala o di narco-dipendenza, sapevi di cosa stavi parlando. La peste conclamata era più gestibile di questo “male oscuro” che cresce nei cuori dei nostri figli e li rende sfingi rancorose, isteriche, aggressive.
È come se i freni inibitori collettivi fossero saltati e l’emozione che nasce dall’impeto del momento, si determinasse immediatamente – cioè senza mediazioni – come atto. È la dittatura dell’attimo presente. Ogni cosa nasce e muore senza radici e senza futuro. L’impulso a colpire. L’arcaicissimo istinto della lotta, persino della cannibalizzazione del nemico. La costruzione di una altra story. Come se l’individuo nascesse ogni istante a nuova vita, nudo, privo di codici e remore, pronto a “reagire” rispetto all’ambiente, senza che un vissuto supporti, giustifichi o dia senso al suo agire. Marcuse, Lacan, Derrida, Foucault, chi chiamiamo a sostegno di questa evidenza? Boh. In tutti potremo trovare qualcosa, per raccontare il tempo schizoide e malato che stiamo vivendo. I social, la realtà parallela che diventa l’unica possibile? Il destino come videogioco, la morte come opzione? Ma certo, quante volte lo abbiamo sentito? Ma ancora non abbiamo detto nulla, mi rendo conto. Qualcuno si chiederà: ma questi sono ancora fermi a Pasolini? Si, direi; si parte da PPP e non si arriva da nessuna parte, come su un binario morto. Ci si perde nel deserto dell’insignificanza.
È il primo settembre. La mamma di Giovanbattista Cutolo è già in video. Per molti è un mistero quest’ansia di comunicazione in prossimità dello strappo più traumatizzante che un genitore possa subire. Ma probabilmente è anche l’unico modo per non impazzire: recriminare, inveire, la maledizione civile, l’invocazione a condividere il dolore – riti antichi e legittimi di elaborazione del lutto. Ancora una donna, che si mette avanti, prende la parola, come già in tante occasioni: la morte di un figlio è l’amputazione di una parte del corpo femminile che l’ha generato; un padre può permettersi di chiudersi nel suo bozzolo, la madre no, perché il corpo biologico duole per il taglio senza anestesia e la costringe a urlare. La madre parla a più microfoni. Dice che suo figlio era un ragazzo speciale, talentuoso; che la sua morte è la soppressione di qualcuno che avrebbe lasciato un segno; auspica una pena esemplare (che altro potrebbe chiedere?), per quell’individuo che “non è un ragazzo” ma un uomo pericoloso e assassino. Mi pare di cogliere un sottinteso: Giovanbattista era destinato ad una vita di eccellenza, mentre il suo killer occasionale è una nullità anonima. E probabilmente è così, a leggere i rispettivi curriculum di vittima e carnefice. L’uno sarebbe finito a creare musica, l’altro a rubare Rolex. Ma questa è un’epoca in cui le nullità reclamano visibilità disperate, appropriazione di spazi, conquista di territorio sociale, egemonia – e attraverso i social riscuotono anche un illusorio acconto di questo sforzo. È un’epoca in cui i mondi dei virtuosi e dei reietti si interpenetrano nei rituali metropolitani di massa; e i corpi si confondono, si urtano, si scontrano. E i nietzschianamente mal-nati tirano fendenti e pistolettate, perché questa è l’epoca in cui ci si illude di capovolgere il destino individualmente, con la forza, la determinazione, l’astuzia, l’ardimento e tutte le altre non-qualità su cui si fondano le epiche di sempre.
Immagino la madre del killer. Me la vedo che difende stancamente il figlio. Potrebbe avere una quarantina d’anni e sembrare già vecchia. O essere uscita da poco da un estetista ai Quartieri, abbronzata e tirata a lucido. Non capisce perché il suo ragazzo sia finito improvvisamente additato a simbolo del Male: lui è uguale a tutti gli altri vuaglioni che conosce – tutti con le medesime mortificanti carriere scolastiche, tutti figli di padri assenti o violenti, tutti appartenenti a famiglie in cui penuria e consumismo bulimico si intrecciano irrazionalmente. Tutti potenziali oggetti di osservazione dello sguardo morboso di Chi l’ha visto e reality pacchiani, che scrutano i mondi “di sotto” a beneficio del gentile pubblico piccolo borghese – che non sospetta le contiguità e la pericolosa vicinanza di quei pianeti esotici...
Bonificare Napoli da quei ragazzi? E poi dopo? Cominceremo a bonificare anche la gioventù padana? Si, perché è in atto una deriva uguale nei grandi e piccoli centri del Nord; con qualche connotazione etnica, con qualche suggestione “banlieuenista”: ma sempre della medesima inafferrabile questione giovanile, si tratta. Pensate che i giovani della Barriera di Torino, di San Siro Milano, o dei quartieri (eufemisticamente definiti difficili) di Modena, Bologna o Piacenza, siano poi così diversi, da quelli di Napoli? È proprio quello che ci spiegava Pasolini 50 anni fa: l’onda si allunga e ricopre tutti dello stesso color merda. Nord e Sud uniti nella merda. Con queste dimensioni del “problema”, la parola d’ordine della militarizzazione dei centri storici è l’equivalente del “blocco navale” che prometteva la Meloni: una cosa che non solo è ripugnante ma anche impossibile, e quindi truffaldina.
Allora che facciamo: più centri sociali? O più assistenti sociali? O più palestre sociali? O più reddito sociale? Il sociale si invoca furiosamente nell’epoca della sua eclissi. Più le condizioni di vita, di relazione, di lavoro e di consumo si socializzano, più prevale la dimensione privatistica dei destini. E questo è un altro elemento di confusione cronica, soprattutto per gli individui più giovani: come dare un ordine contraddittorio ad un cane e gettarlo in confusione. Tutto è sociale e tutto è privato (tant’è vero che abbiamo inventato anche il privato-sociale). Non posso neanche respirare al di fuori di una sfera relazionale totalmente socializzata, ma l’appropriazione della ricchezza è privatissima. Come la si spiega ad un adolescente questa contorta dialettica?
Quando a Manduria, in provincia di Taranto, nel 2018 si scoprì che un gruppo di normali ragazzini di paese aveva perseguitato e ridotto alla morte un povero individuo solitario e indifeso, scrissi qualcosa che mi sembrava banale. Vidi in quell’atto – soprattutto perché maturato in un paese dell’entroterra meridionale – uno scenario inedito e pericoloso: gli adulti – gli adulti normali di una realtà paesana del sud – il nerbo comunitario, avevano fatto finta per mesi di non vedere le gesta del piccolo branco domestico; una cosa inconcepibile in un contesto in cui tutti controllano tutto. Gli adulti si erano sottratti, si erano resi invisibili, erano morti come il Padre lacaniano; gli adulti, che tutti noi, da ragazzini, temevamo proprio per il loro ruolo di controllo e sanzione; gli adulti che certe volte insegnavano il bene e certe volte il male, stavolta avevano scelto di non insegnare nulla. Si erano ritirati in qualche caverna platonica e nessuno aveva provato a dire a quei ragazzi – con le buone o con le cattive – che quella che stavano facendo era una vigliaccata infame. Ci avrebbe pensato un giudice, qualche anno dopo. Un amico lesse la bozza dell’articolo e mi sconsigliò di farlo uscire: si prestava a troppi equivoci, sembrava che rievocasse l’autorità della comunità, del conformismo paesano, quell’autorità diffusa che vegliava soprattutto sulle etiche sessuali e decretava chi era dentro e chi era fuori, cosa era giusto e cosa sbagliato, quella legge non scritta che da ragazzi aveva soffocato le nostre giovani vite.
Quando ti muovi su certi terreni scottanti, qualsiasi cosa tu dica si presta ad equivoci e letture problematiche. Ragion per cui molto spesso si preferisce tacere. Però continuo a pensare sia tristemente incontestabile, che a quei vecchi filtri comunitari, ormai estinti, non abbiamo saputo sostituire nulla: se non un’overdose di tecnologia, di social, di ipermercati, di desolazione urbana. Tra l’altro, i ragazzotti giulivi che hanno ammazzato a calci un capretto e hanno filmato il loro gesto, durante una festa di compleanno ad Anagni (salto di palo in frasca, a caccia di nessi che non trovo), mi ricordano la medesima innocente ferocia che procede senza incontrare freni adulti: proviamo, continuiamo, saggiamo la nostra forza giovane e se nessuno ha nulla da eccepire, possiamo spostare un po’ più avanti il nostro esperimento di crescita. Ha funzionato più o meno così per tutti noi. Ma adesso nessuno ti ferma. Non c’è più nessuno, là fuori. I ragazzi sono soli.
Gog e Magog sono personaggi oscuri e misteriosi della tradizione biblica e islamica. Nel Corano sono evocati quali popoli selvaggi e distruttori che vengono trattenuti nei loro territori desolati, solo grazie ad una gigantesca barriera bronzea eretta da un re saggio dell’antichità: una barriera che chiude un valico montano e li tiene reclusi, lontani dalla civiltà. Innumerevoli sono state nei secoli le interpretazioni di questa narrazione tradizionale, provando a collegare la profezia alla storia – i vichinghi, Gengis Khan e via mostrificando i nemici di turno. Una tra queste, la più recente, identifica Gog e Magog non con un preciso gruppo umano, ma con l’insieme delle forze psichiche primordiali che la società ha faticosamente imparato nei millenni, a incanalare e governare. Secondo tale suggestione la modernità sarebbe l’epoca in cui tali forze si liberano e Gog e Magog saranno in condizione di devastare il mondo. Sono primitivi e selvaggi e riportano la terra al suo stato di natura. Quando mi sorge questa associazione mentale, mi vengono i brividi: ma davvero sto pensando che le ultime generazioni indecifrabili del nostro presente, siano mostri distruttori e avidi – e che lo siano oggettivamente, al di là delle punte di eclatante sadismo che ci raccontano al telegiornale? Davvero sono così vecchio e terrorizzato da pensare che i nostri figli rappresentino la fine del mondo – di sicuro del nostro mondo?
E fino a qui, non ci sarebbe niente da eccepire: giovani maschi che contendono il potere alle generazioni di mezzo e le mandano in crisi. È compito dei figli demolire e ricostruire. Però qua mi si inceppa la dialettica: questi non sono distruttori di un ordine simbolico che sentono ingiusto o inadeguato; questi sono propriamente gli alfieri e gli esecutori di un nuovo ordine che sta già sorgendo da questa fase storica del capitalismo digitale. Sono l’esercito del tardo liberalismo. Quindi non sovvertono, anzi: consolidano l’avvento maligno di una nuova era in cui non ci sono cavalieri mongoli alle porte, ma infinite schiere di individui obbedienti e conformi, che involontariamente, nel loro agire quotidiano, rivestono il ruolo di avanguardie dell’apocalisse – soprattutto quando danno il peggio di sé. Per la prima volta i giovani non mettono in discussione l’ordine costituito con la loro inconsapevole irruenza, la loro libido, i loro bisogni: ne accompagnano piuttosto l’evoluzione lungo binari da cui non si devia. Quello che studia alla Bocconi e quello che sparacchia per le vie di Napoli, stanno dentro lo stesso presepe, come figurine di un medesimo minacciosissimo avvento. Che situazione: argomentazioni e contro-argomentazioni che si inseguono nella testa e ti lasciano al punto di partenza. Perché mettersi a scrivere se non hai già un bel pacchetto di tesi pronte, a prova di logica e political correct? Perché scrivere, in generale, si chiedeva Philip Roth prima di morire?
Mi domando anche: ma se i ragazzi di Parco Verde godessero di un reddito universale garantito, o di un lavoro socialmente utile e dignitoso, sarebbero meno feroci? Materialisticamente non possiamo affermarlo. Certo, non dovrebbero giocarsi la fedina penale per quattro soldi, sarebbero più liberi di sottrarsi alle influenze peggiori. Ma quali altre influenze disponibili su piazza, potrebbero intercettare e soddisfare la loro fame di vita e di senso? E mi domando: se domani facessimo la rivoluzione e instaurassimo il socialismo con la bacchetta magica, permetteremmo di affidare la crescita dei nostri giovani a quelle palestre di speculazione e nichilismo che abbiamo simpaticamente definito “movida”, cresciute come una metastasi dentro ogni tessuto urbano, grande e piccolo? E penseremmo che rintronarsi di superalcolici e pasticche possa essere compatibile con “l’educazione sentimentale” socialista? È un esercizio retorico da fare, ogni tanto: se comandassimo noi, cosa vieteremmo? Nulla? Tutto va bene madama la marchesa? Abroghiamo solo l’impresa privata? Non sono sicuro, che faremmo così. Sono certo che cominceremmo a distinguere tra le libertà del capitale e le libertà del libero sviluppo umano. Il problema non è il fatto che i ragazzini si ubriachino a 13 anni: il problema è che non esiste niente nel loro immaginario e nello spazio che attraversano quotidianamente, che possa costituire un’alternativa a quella inerzia, a quella attrazione fatale; che è pedagogicamente perfetta per formare le nuove generazioni: superalcolici, aggressività, sopraffazione sessuale tutto in un’unica splendida serata autorizzata e garantita dai poteri pubblici (provate a toccare i padroni di quei locali e vedrete che succede). Una specie di riserva indiana temporanea in cui rinchiudere i giovani per vendere loro acquavite e perline colorate – e obnubilarli a sufficienza, per evitare che qualche cazzo di pensiero possa sorgere nella testa
Aggiunto questo, cosa abbiamo detto? Niente. Ancora niente. Mi rendo conto. Solo banalità. Mi sto sfogando anch’io, come la povera signora Cutolo: il web, i social, il confine tra reale e virtuale saltato, l’omologazione – tutte banali affabulazioni mille volte sentite. Argomenti che possono misurarsi con lo sconcerto di quel coglione di casa Agnelli, che in agosto ha incontrato su un treno per Foggia dei normali ragazzotti da prima classe e li ha scambiati per lanzichenecchi, cioè per una minaccia esistenziale. Spero di non “elkanizzarmi” troppo presto. Di resistere allo sconforto. Di non farmi trovare impreparato davanti a Gog e Magog (che sono tra l’altro i protettori di Londra e hanno l’onore di due grandi statue in un edificio al centro della City, perché gli inglesi hanno una certa autostima del loro imprinting colonialista e devastatore).
Gog e Magog vanno guardati in faccia, sfidati; se loro sono i portatori della fine del tempo, della fine della storia, noi dobbiamo essere alfieri di un altro tempo, di un’altra storia; non stancarci, usare tutto il patrimonio di idee che l’umanità ha costruito, non buttare via niente; non dare per scontato che il post o il transumanesimo (o come diavolo vogliono chiamare questo impasto melmoso di tecnologia, precarietà esistenziale, sorveglianza digitale e vuoto) abbiano già vinto, che resistere non serve, che bisogna solo cavalcare l’onda e capire dove ci ha trascinati. Non so da dove partire e non ho l’età per dare un gran contributo – posso solo spiegare ai ragazzini neo assunti in fabbrica che davanti al padrone si sta con la schiena dritta; ma serve di più: un approdo, qualcosa di solido a cui aggrapparci; e alture su cui costruire roccaforti che i ragazzi possano cogliere, anche da lontano, con lo sguardo, e interrogarsi; e le macerie non le ignoriamo, non le evitiamo, le usiamo per costruire il mondo nuovo, perché le grandi cattedrali sono state edificate usando i resti degli antichi templi crollati. E agire la speranza dell’umano contro le apocalissi, lo spettacolo dell’effimero e la ferocia del comando algoritmico. E mi rendo conto, mentre scrivo, maledizione: mi rendo conto che alla fine non ho detto niente.
Fonte
10/08/2023
Bolivia - Rivoluzione senza rivoluzionari
Così, la classe media che vive nel mondo della gestione statale si crede iperpoliticizzata perché circondata da politica e politici, ma di tipo diverso, perché coinvolta nei meandri della pubblica amministrazione.
Ma quella non è politica, quella è management, e confondere la politica con il management porta a uno svuotamento ideologico, perché tante volte quel management non ha nemmeno criteri politici; e i criteri dipendono da se ci sarà o meno un budget, o da quale persona è stata nominata ministro o direttore.
Così la “politica” si riduce a dare o meno il via libera a un certo progetto.
Certo, il tema dell’educazione politica può interessare qualcuno, ma forse lo vede come un extra rispetto al proprio lavoro, un’esigenza personale e non collettiva.
Ma più a lungo saranno coinvolti nei labirinti della gestione istituzionale, meno lo percepiranno come qualcosa di utile per il loro lavoro; così la dinamica li assorbe insieme al desiderio di fare della politica una professione, per esempio, fare carriera politica come deputati, direttori, ecc.
Ci sono anche persone ipocrite che dicono “questi giovani cercano solo lo stipendio”, ma dimenticano che questo mondo istituzionale è quello che li ha fatti diventare così; e siccome non sono riusciti a creare un'altra struttura istituzionale, né per decolonizzare uno stato coloniale, le persone che sono lì realizzano l’adagio: “la funzione crea l’organo” e gradualmente diventano un pezzo funzionale per far funzionare quel macchinario.
Questi sono i figli del processo di cambiamento e la diagnosi corretta è: questi sono i tuoi figli, questo è quello che hai creato, quindi chiediti perché non hai quadri politici che stanno pensando a come cambiare il paese.
Il mercato produce solo persone di destra
Per pensare politicamente all’individuo comune bisogna partire da un dato di fatto ed è la coincidenza tra la vita e “il mercato”. Così la vita è vissuta e percepita quotidianamente come un mercato; poi il mercato unito alla tecnologia appare come la causa principale dell’esperienza.
La borghesia partorita dal processo di cambiamento si sposta in radiotaxi, viaggia in BOA, cerca partner su Tinder, compra su Hypermaxi, si informa su Google, si intrattiene su Netflix, scherza con gli amici su Instagram, ride con TikTok, e rafforza il suo narcisismo su Facebook.
Così ogni borghesia, nel processo di cambiamento, “riproduce il mercato semplicemente vivendo, assumendosi come capitale da gestire: capitale-umano, capitale-immagine, capitale-salute, capitale-affettivo, capitale-capacità, capitale-erotico, capitale-progetti, capitali-contatti” (A. Fernández S.).
Questo legame vita-mercato significa politicamente che l’ideologia è nelle cose, è nell’aria, è inseparabile dal fatto di vivere, e questo costringe a ridefinire completamente la nozione di “lotta ideologica”.
Non si tratta di idee, la classe media del processo di cambiamento ha le sue costruzioni mentali, così come il sindacato giovanile Cruceñista ha le sue idee politiche, ma le loro vite sono immerse nella stessa realtà che è il mercato, le loro vite oggi sono tutte “giuste”.
Pasolini proponeva di pensare a questo conflitto politico come una disputa antropologica, tra diversi modi di essere, sensibilità, idee di felicità. Perché una forza politica non è niente, non ha forza, se non è radicata in uno spazio di controcultura, che rivaleggia con il mondo dominante in termini di forme di vita desiderabili.
Così, mentre i protagonisti del processo di cambiamento guardano al potere statale come luogo privilegiato della trasformazione sociale, il potere si impadronisce della società e la cambia dall’alto.
Pasolini avverte che il capitalismo avanza attraverso un processo di “omologazione culturale” che distrugge gli “altri mondi” di contadini, proletari, donne dei quartieri popolari, giovani senza progetto di vita, contagiando i valori e i modelli di consumo in senso orizzontale, fino alla moda, pubblicità, informazione, televisione, cultura di massa, ecc.
Questo nuovo potere non discende da un luogo centrale, ma si diffonde «indirettamente, nell’esperienza, nell’esistenziale, nel concreto», diceva Pasolini. Nei consumi, nel modo di essere e di pensare, nei comportamenti, Pasolini decifrava i segni di una “mutazione antropologica” in atto, e l’unico modo per fermarla è con un’altra mutazione antropologica.
Sarà la borghesia del processo di cambiamento capace di questa sfida? Perché cercare di fermare questa mutazione solo dal lato del potere politico sarebbe come cercare di contenere un’alluvione con un tubo.
“Contenimento” unico compito dei rivoluzionari?
La sinistra che ha scommesso sulla presa del potere statale attraverso le elezioni, ha cambiato casacca. Così da sinistra rosa, è diventata da salotto, dopo il caviale è diventata progressista, e quando si è insediata nello Stato è diventata istituzionale, e ora sembra essersi resa conto di essere un lato ‘sinistro’ della contesa.
Così, la sinistra borghese che lavora nelle istituzioni, nel governo, si è dedicata a porre limiti agli eccessi neoliberisti, redistribuendo ricchezze e “contenendo” le infinite e dolorose ferite che si stanno aprendo nei movimenti sociali.
Ovvero, in altre parole, ora sono orientati a ridurre gli impatti e i danni più aggressivi del neoliberismo, attraverso il dispiegamento di politiche sociali (bonus, sussidi, aumenti salariali).
Tuttavia, questo contenimento non smette di modificare le strutture latenti della disuguaglianza, non smette di capovolgere l’insoddisfazione soggettiva e oggettiva di ampi settori della popolazione, quel sentimento di una “vita precaria” permanente.
Perciò questa politica di contenimento non è mai riuscita a riconnettersi con la politica, con quei movimenti sociali più colpiti dal sistema, e forse ecco la risposta al golpe del 2019, la loro disaffezione e il ritiro del sostegno al governo del MAS.
In conclusione, il contenimento non è in grado, da solo, di riprendere l’iniziativa politica, oggi nelle mani del mercato della vita.
Controfinalità del capitalismo
La situazione mondiale è ancora quella dell’egemonia territoriale e ideologica del capitalismo liberale. Questa è una prova così forte che non c’è bisogno di commentarla. Questo tipo di egemonia non è in crisi, è in una sequenza di dispiegamento particolarmente intensa e innovativa.
Inoltre, “l’estensione del dominio capitalista su vasti territori, la diversificazione intensiva ed estesa del mercato mondiale, è lungi dall’essere completata, quasi tutta l’Africa, gran parte dell’America Latina, dell’Est Europa, dell’India, sono luoghi ‘in transizione’, siano esse aree di saccheggio o paesi ‘in crescita’, dove la costituzione su larga scala del mercato può e deve seguire l’esempio del Giappone o della Cina” (A. Badiou).
Oggi 264 persone possiedono una ricchezza equivalente a tre miliardi. Sono concentrazioni di proprietà senza precedenti su scala globale, e tutt’altro che finite.
Ma ci sono dubbi che il capitale possa valorizzare la forza lavoro dell’intera popolazione mondiale, per questo ci sono tra i due e i tre miliardi di espropriati, non proprietari, contadini senza terra, informali, ecc. che vagano per il mondo e sono quindi “politicamente pericolosi”.
D’altra parte, gli Stati Uniti combattono con altri paesi che vogliono la loro fetta di sovranità sul mercato mondiale, e sono già iniziati scontri in Medio Oriente, Africa e Mar Cinese, per questo la guerra è l’orizzonte di questa situazione, con un marcato autoritarismo nei governi.
Oggi più che mai il mondo chiede rivoluzione, il Paese non potrebbe mai trovare la strada per un vero processo di trasformazione. La situazione mondiale indica una via d’uscita “spontanea”, ed è l’autoritarismo con forme e contenuti diversi.
In alcuni Paesi con governi stile Bolsonaro, in altri si insedieranno Meloni, Erdogan o Trump, in altri ancora ci saranno governi frutto di colpi di stato soft o di lawfare e, ci saranno anche paesi in cui i colpi di stato sanguinosi vengono semplicemente compiuti.
In Bolivia, quale soluzione uscirà dall’ambasciata nordamericana?
Qual è l’identità politica del processo di cambiamento?
Rex Nettleford, wrestler giamaicano ha dichiarato: “La domanda ‘cosa siamo?’ porta al desiderio di ciò che vogliamo essere”. Con questo ci dice che si parte dal presente per affermare il futuro; e il nostro presente, per la preoccupazione di tutti, è segnato dall’implosione del MAS.
Quasi nessuno ormai ricorda la costruzione dello Stato Plurinazionale e della democrazia interculturale, che ha segnato orizzonti di costruzione intersoggettiva e definizione del processo di cambiamento in termini consesuali, proponendone la legittimità in modo locale, culturale, come qualcosa di proprio.
Ciò che colpisce negli incontri tenuti da Evo Morales o da Luis Arce, o dai loro epigoni, è che ripetono verità universali o astratte, come “siamo antimperialisti”, “siamo anticapitalisti”, “siamo anticolonialisti”.
La domanda è se queste verità aiutano i movimenti sociali, la gente comune, se danno un senso alla loro vita quotidiana.
Forse dobbiamo partire dalle convinzioni fondate della nostra comunità, del nostro Paese, perché non c’è migliore esperienza di verità di quella che emerge dalla partecipazione alla nostra comunità, quando già sappiamo qual è la base principale dell’esperienza della classe media nell’apparato statale: il suo cellulare.
E quelle credenze giustificate che palpitano nella nostra comunità non sono altro che il godimento collettivo di diritti sociali dignitosi, perché ogni dignità umana deriva dalla dignità di una comunità specifica, nel nostro caso è la dignità dei nostri fratelli indigeni dell’altopiano e della pianura, dei nostri giovani e bambini, dei nostri lavoratori, delle nostre donne, di una legislazione del lavoro progressista, di una vita senza violenza sessista.
È così che si costruisce un’identità politica, e la responsabilità sociale del governo sarà con la nostra gente e con le nostre comunità; quindi, una morale non è concepita come l’interesse astratto di tutta l’umanità, ma come l’interesse di una comunità storicamente condizionata: il nostro Paese.
Dove la nostra esistenza morale più alta e completa si realizza solo come membri della nostra comunità, del nostro paese.
In queste condizioni, essere antimperialisti, anticapitalisti, nel nostro contesto non ha senso, a meno che qualcuno non abbia un concetto chiaro e concreto di “cosa vuol dire essere antimperialisti”, “cosa vuol dire essere anticapitalisti”, “cosa significa essere anticolonialisti“.
Questa nuova identità politica nata dal nostro contesto culturale non può avvenire per evoluzione spontanea, per azioni e reazioni indipendenti dalla volontà di ciascuno. Il cammino di progresso morale della costruzione di quell’identità politica in comunità implica la maggiore inclusione di voci, esperienze, credenze, lotte.
In altre parole significa ascoltarsi a vicenda su un piano di riconoscimento e rispetto.
Questa nuova identità politica va costruita con la disponibilità al sacrificio, il sostegno reciproco; e il sentirsi comunità è la sfida più grande per il capitalismo perché trasformiamo le relazioni sociali.
Le nostre armi di lotta saranno la nostra resistenza rispetto al diventare individui perduti, senza identità, che produce il neoliberismo. La nostra ribellione sarà per non ammettere più gerarchie, patriarcati; e, la nostra parola che sarà il risultato di una deliberazione aperta ci condurrà alla verità.
Contenimento o rivoluzione, senza rivoluzionari?
L’indirizzo strategico della politica boliviana è volto a ristabilire un ordine conservatore e reazionario, questo perché le offerte politiche di Evo Morales (la nazionalizzazione) e Luis Arce (l’industrializzazione) sono insufficienti per affrontare i problemi strutturali che il Paese sta attraversando.
In questo modo si apre la strada alla vittoria del piano dell’ambasciata nordamericana, perché sono offerte che non hanno nulla a che fare con la quotidianità della domanda dei cittadini.
Pertanto, la disputa tra Evismo e Arcismo si riduce a una disputa di potere per il potere, perché le loro offerte non propongono progetti di paese o strategie politiche.
Su quella scacchiera dove si definiscono le nuove geopolitiche mondiali, e le disuguaglianze continuano a crescere e la vita non vale niente per il grande capitale, c’è una crescente insoddisfazione nei confronti del capitalismo globale che provoca esplosioni di furore, ma che non si concretizzano in un nuovo progetto politico di emancipazione.
In questo contesto, è meglio correre il rischio e impegnarsi in un’autentica trasformazione, anche se questo impegno finisce in una catastrofe; ma sempre meglio che vegetare in una sopravvivenza edonistica.
Lo diceva già Sergio Almaraz: “Era attraverso la difesa mobilitata delle risorse naturali che la tensione si sarebbe ripresa nelle masse e avrebbe finito per portare il Paese alla radicalizzazione permanente, verso il socialismo, considerata la preesistenza di un popolo politicamente attivo”.
A paesi come il nostro non resta che la ribellione, perché come affermava Marx, “le riforme sociali non si ottengono mai dalla debolezza dei forti, ma sono sempre il risultato della forza dei deboli”. Sì, dimenticando tutti i fondamenti dell’era rivoluzionaria del ventesimo secolo, perché ci porterà al fallimento.
E seguendo il consiglio di S. Almaraz, è tempo di battersi nel campo dell’economia politica e di incidere sugli interessi del grande capitale nel nostro Paese. Alcuni di sinistra grideranno al cielo e diranno che “tutte le condizioni oggettive e soggettive non sono presenti”, che le masse ignoranti di indigeni, donne, giovani e lavoratori sparsi non hanno una “coscienza politica”.
Quando invece la storia recente ci mostra che nell’agosto 2020, quegli “incoscienti” dimostrarono che la loro rivolta poteva portare alla ribellione e portare alla rivoluzione, solo che i gerarchi tradussero quell’evento secondo i loro interessi privati.
Quindi, la coscienza politica per queste masse “ignoranti” è sapere dove vivono, quali bisogni hanno e chi rovina le loro vite, e questo senza leggere Lenin o Marx.
Senza dimenticare che “le rivoluzioni possono iniziare in molti modi. La prima immagine che appare è quella di una folla che assalta la sede del potere: le Tuileries a Parigi, nell’agosto 1792 e nel luglio 1830; il Palazzo d’Inverno a Pietrogrado, nell’ottobre 1917; o un edificio strategico: l’Hotel Colón di Barcellona, nel luglio 1936; la caserma Moncada a Santiago de Cuba, nel luglio 1953” (Éric Hazan)
Fonte
26/07/2022
«Io sono una forza del Passato»: accenti ambientalisti in Pasolini
di Paolo Lago
Se permettete, comincio con una piccola osservazione personale: penso che nella tipologia A della prova di Italiano dell’ultimo esame di maturità, un brano di Pasolini non ci sarebbe stato male (visto che quest’anno ricorre anche il centenario della nascita). Invece, gli studenti si sono ritrovati Verga e Pascoli. È bene chiarire: non ho niente contro Verga e Pascoli, un grande scrittore (un po’ conservatore e destrorso, ma vabbè) e un grande poeta, tra l’altro uno dei più amati dallo stesso Pasolini (che su Pascoli fece anche la tesi di laurea) e, tra parentesi, anche da me. L’aspetto più inquietante è che siamo nel 2022 e quelle tracce potevano essere tranquillamente le stesse di cinquant’anni fa. Inutile rinnovare le modalità dell’esame, inutile guardare continuamente al nuovo, quando al livello contenutistico dei testi proposti si rimane inesorabilmente indietro, in un ‘vecchio’ che non finisce mai di perseguitarci. Chi ha preparato quelle prove, evidentemente, proviene da luoghi ammuffiti e rivestiti di cancerosa burocrazia, la stessa dell’Italia degli anni Cinquanta. Quelle stesse prove puzzano di muffa e di cantina. Del resto, anche i programmi ministeriali puzzano di muffa: si potrebbe obiettare che, nei programmi di scuola, a Pasolini non ci si arriva nemmeno, per mancanza di tempo. E allora sarebbe venuto il momento di rivedere quelle programmazioni una volta per tutte. Non possiamo fermarci a Verga e Pascoli come cinquanta, sessanta, settanta anni fa.
Siamo nel 2022, anno che può riecheggiare il titolo del film 2022 I sopravvissuti (1973, di Richard Fleischer) e che ha già superato il futuristico 2019 in cui si ambienta Blade Runner (1982, di Ridley Scott). Ma siamo in un 2022 ben reale (in cui non sfrecciano astronavi e non si sono colonizzati nuovi mondi), afflitto da numerose problematiche che non lasciano indifferente nemmeno la letteratura, problematiche che Verga e Pascoli non si sognavano nemmeno. Forse chi ha preparato le prove di maturità non ha mai sentito parlare di ecocritica o ecocriticism, una nuova branca della critica letteraria di provenienza anglo-americana, che si occupa delle tematiche legate all’ambiente e all’ecologia. Siamo in un momento cruciale, in cui di fronte al surriscaldamento del Pianeta, di fronte all’inquinamento e all’emissione indiscriminata dei gas serra i governanti del mondo dovrebbero prendere decisioni immediate e irremovibili, smettendola di giocare alla guerra (che, tra l’altro, oltre a provocare la perdita di innumerevoli vite umane, sta devastando ancora di più l’ecosistema della Terra). Adesso, nel momento in cui sto scrivendo, l’Italia è investita da un’ondata di caldo e di siccità, il Po e i suoi affluenti sono in secca e la Pianura Padana sta sempre di più assomigliando allo scenario distopico, brullo e inaridito, descritto da Bruno Arpaia in Qualcosa, là fuori (2016). Inutile dire che l’inquinamento ambientale è un problema particolarmente sentito dalle giovani generazioni che, giustamente, se la sono presa con i cosiddetti ‘adulti’ (soprattutto i governanti di cui sopra, che sanno investire il denaro pubblico solo in cacciabombardieri) perché stanno facendo poco o niente per un mondo nel quale loro, i ragazzi di adesso, saranno gli adulti di domani. Ma gli adulti di oggi non sono stati capaci – sembra – di farsi «acrobati del tempo», come, in modo suggestivo, ha scritto Carla Benedetti1. E poi, c’erano tutte le proteste dei Fridays for Future, un grande movimento degli studenti delle scuole medie e superiori, che stava montando e si sarebbe ingrandito a dismisura se non fosse stato inesorabilmente interrotto dall’emergenza Covid, dal lockdown, dai vari divieti di ‘assembramento’. Tutto finito, tutto imploso in un mondo devastato da un incubo. Anche nelle programmazioni scolastiche, nonché nei testi da proporre alla maturità, non si può più fare finta che questi problemi non esistano e vivere, come abbiamo fatto fino a adesso, in una sorta di aurea età dell’innocenza, in una inconsapevolezza separata dalla realtà. E la scuola non dovrebbe mai essere separata dalla realtà.
Ma allora, che c’entra Pasolini con l’ambiente e l’ecologia? C’entra, eccome se c’entra. D’altra parte, ogni volta che si voleva ricollegare Pasolini a tematiche ecologiche e ambientaliste, si è sempre tirato in ballo il famoso riferimento alla scomparsa delle lucciole, contenuto nell’articolo uscito sul «Corriere della Sera» il primo febbraio 1975 col titolo Il vuoto del potere in Italia e poi ribattezzato, nella raccolta degli Scritti corsari, come L’articolo delle lucciole. Certo, il riferimento all’inquinamento c’è ma si tratta solo di un fugace accenno in forma metaforica. Perché per Pasolini, qui, la scomparsa delle lucciole è soltanto una metafora per indicare la trasformazione del potere in Italia, prima della scomparsa delle lucciole e dopo la scomparsa delle lucciole2. Gli accenti ambientalisti in Pasolini, dei quali però qui possiamo offrire solo un rapido affresco, vanno ben al di là di questo articolo. Tali accenti prendono forma soprattutto nell’interesse per la trasformazione dello spazio, dell’ambiente italiano operato da un «Potere senza volto»3 fautore di rapide trasformazioni sociali. Il poeta e scrittore si concentra sul periodo del cosiddetto boom economico, che investe l’Italia nel secondo Dopoguerra. La società dei consumi, secondo Pasolini, appare apocalitticamente come un «nuovo fascismo» il cui «fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo»4. Come accennato, questo «Potere», oltre che omologare le coscienze degli italiani, secondo lo scrittore, distrugge anche lo spazio agrario e contadino dell’Italia preindustriale.
Nel titolo di questo intervento è riportato il verso «Io sono una forza del Passato», tratto dalle Poesie mondane, in Poesia in forma di rosa (1964). Leggiamo i versi successivi: «Io sono una forza del Passato. / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle chiese, / dalle pale d’altare, dai borghi / abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, / dove sono vissuti i fratelli»5. Da questi versi, Pasolini potrebbe apparire come un reazionario, un conservatore. D’altronde, il suo immaginario poetico ha creato due veri e propri universi in contrapposizione: da una parte, un universo arcaico e mitico, altamente idealizzato, dall’altra la modernità industriale e lo sviluppo, condannati senza requie. Addirittura, in una poesia appartenente alla raccolta La nuova gioventù (1975), dal titolo La recessione, composta nel 1974, inneggia alla recessione economica provocata dalla crisi petrolifera del 1973 (con tonalità che ci fanno pensare alla lontana alla «decrescita» di Serge Latouche): un mondo senza più automobili, perduto nel silenzio, con la gente che va a piedi, con gli antichi palazzi che torneranno al loro antico splendore, con le fabbriche inquinanti che crolleranno. Eppure, se guardiamo al di là delle apparenze, il pensiero di Pasolini potrebbe apparire molto simile a quello di un lucido e disincantato studioso della contemporaneità come Robert Kurz. Per il benessere degli individui, per la loro liberazione dalla ‘gabbia’ astratta del valore e della merce (si tratta, in fin dei conti, della stessa società dei consumi criticata da Pasolini, delineata dallo studioso tedesco in termini più strettamente marxisti), secondo Kurz, «è necessaria un’anti-modernità radicale ed emancipatoria, che non si limiti ad idealizzare qualche epoca del passato o qualche ‘cultura diversa’, conformemente all’antiilluminismo o all’antimodernità borghese, occidentale e ‘reazionaria’, ma che tagli i ponti una volta per tutte con la storia fin qui data, una storia di rapporti feticistici e di dominio»6.
Questa contrapposizione di universi – da una parte quello arcaico e contadino, dall’altra quello industriale e dello sviluppo – nell’opera di Pasolini assume diverse tonalità di tipo ambientalista. Ad esempio, nella poesia Il pianto della scavatrice, appartenente alla raccolta Le ceneri di Gramsci (1957), a piangere e a urlare è la scavatrice, cieco strumento di quel «Potere senza volto», che sta modificando il paesaggio italiano: «piange ciò che ha / fine e ricomincia. Ciò che era / area erbosa, aperto spiazzo, e si fa / cortile, bianco come cera, / chiuso in un decoro ch’è rancore»7. Il poeta fa riferimento alla costruzione dei nuovi quartieri alla periferia di Roma negli anni Cinquanta, alla distruzione della campagna, alla trasformazione dell’«area erbosa» in «cortile, bianco come cera». Questi sono anni in cui l’Italia ha veramente cambiato volto, è stata ricoperta di cemento ogni dove: un processo che poi ha continuato inesorabilmente anche negli anni successivi e che non ha lasciato indifferenti neppure altri scrittori e intellettuali come, ad esempio, Italo Calvino che, tramite la scomparsa delle foreste descritta ne Il barone rampante (1957), intendeva denunciare quella stessa cementificazione selvaggia presa di mira da Pasolini. Del resto, anche nel cinema dell’autore bolognese c’è sempre una contrapposizione di spazi: da una parte la campagna, dall’altra la città che sta inesorabilmente avanzando, con le sue mostruose periferie. Basti pensare a molte sequenze di Accattone (1961) o Mamma Roma (1962), in cui i personaggi sottoproletari si muovono in spazi quasi ‘infernali’ lambiti dai nuovi palazzoni (ambienti in mutamento presenti anche nella narrativa pasoliniana di quegli anni, soprattutto in Una vita violenta, del 1959). Si può ricordare anche Uccellacci e uccellini (1966), in cui i personaggi di Totò e Ninetto percorrono lembi di periferia romana solcati da nuove strade e circonvallazioni in costruzione, frammenti di collegamenti stradali che, probabilmente, andranno a costituire il nuovo «Grande Raccordo Anulare».
Pensiamo poi a Teorema, un film che esce nel 1968 contemporaneamente anche come romanzo. Il personaggio di Emilia (Laura Betti), la domestica della famiglia dell’alta borghesia milanese destrutturata dall’arrivo dell’Ospite sacro (Terence Stamp), una sorta di nuovo Dioniso, dopo la seduzione di quest’ultimo, abbandona lo spazio borghese della villa per recarsi al proprio paese di origine. Il piccolo paese appare come un lembo di campagna sopravvissuto all’edilizia avanzante, uno spazio che presto verrà sommerso e distrutto. Metaforicamente, Emilia si farà seppellire proprio in uno spazio liminale, là dove la campagna sta per essere aggredita dai palazzoni di periferia. Siamo in un cantiere edile, tutto d’intorno palazzi in costruzione e una scavatrice ferma, pronta a riprendere il suo lavoro di devastazione, una scavatrice che tanto somiglia a quella della poesia sopra citata. Sono passati poco più di dieci anni ma il processo di devastazione, per Pasolini, appare come interminabile. Un processo che ancora oggi sta continuando perché, come leggiamo in Violazione (2012) di Alessandra Sarchi, nei pressi delle grandi città, è praticamente impossibile trovare una casa di campagna che non sia vicino a tangenziali o centri commerciali: «Il possesso del verde, anche quello della propria casa, aveva a che fare molto di più di quanto la gente non volesse ammettere con tangenziali, centri commerciali, lottizzazioni insensate e quartieri dormitorio. Questa era la realtà»8. Emblematica è anche l’espressione «possesso del verde» usata da Sarchi: la campagna e la natura, a partire da quel boom economico che, secondo Pasolini, ha devastato l’Italia, si sono ormai trasformate in merci, acquistabili come i prodotti di un supermercato. L’ideologia del possesso sta ormai investendo anche gli spazi naturali.
Anche in Petrolio (postumo, 1992), il romanzo a cui Pasolini stava lavorando al momento della morte, vi sono diversi accenni a questa mutazione di spazi, foriera di sempre maggiore inquinamento. Nell’Appunto 3 d, Prefazione posticipata (Petrolio, non concluso dall’autore, è infatti costituito da una congerie di appunti), il personaggio demonico di Tetis inizia un lungo viaggio, dapprima a piedi e poi in treno. A un certo momento giunge lungo le rive di un fiume «dai rapidi argini pieni d’immondizia, che puzza acutamente. È tuttavia un’immondizia organica: mancano ancora completamente la plastica e il polistirolo»9. La scena è ambientata nel maggio 1960 e Pasolini tiene a precisare che, in quel tempo, ancora mancavano elementi inquinanti come la plastica e il polistirolo. Successivamente, nell’Appunto 62, Carmelo: la sua disponibilità e la sua dissoluzione, in una sequenza narrativa ambientata all’inizio degli anni Settanta, i personaggi di Carlo e Carmelo si ritrovano in un prato della periferia di Roma, descritto come pieno di immondizia e di rottami di macchine, intorno al quale si stagliano i palazzoni delle nuove periferie, tratteggiati come anonimi cubi di cemento, perduti nella caligine invernale. Si tratta di uno spazio descritto quasi come un nuovo inferno: «Più indietro ancora c’era un capolinea pieno di autobus, un cinema e, insomma, l’inferno»10. Anche l’Appunto 70, Chiacchiere notturne al Colosseo, mostra le strade romane notturne intorno al Colosseo come attraversate da immondizia e cartacce sporche trascinate dal vento. Le stesse immagini di una Roma notturna, percorsa da spazzatura vagante, vengono offerte da Goffredo Parise ne L’odore del sangue, scritto nel 1979 ma pubblicato solo molti anni dopo la morte dello scrittore. Parise offre uno scenario davvero ‘infernale’, uno spaccato di violenza urbana in cui il degrado ambientale diventa anche degrado sociale e morale, attuando anche un riferimento all’uccisione di Pasolini: «Erano non so più se le tre o le quattro, e Roma mostrava il suo volto notturno fatto sostanzialmente di spazzatura vagante, di qualche pantera della polizia, urlante, di ragazzi in giubbotti di cuoio che sfrecciavano rombando in motocicletta. Eccoli, erano loro i giustizieri della notte, quelli che avevano assassinato Pasolini, quelli che avevano stuprato le ragazze del Circeo, quelli che avevano bruciato un somalo dormiente su un letto di cartoni “per scherzo”»11.
In Petrolio, l’Appunto 70 introduce la lunga catabasi infernale che l’autore descrive nella sequenza di appunti denominata come Visione del Merda. Il «Merda» sarebbe un giovane di borgata ormai completamente abbrutito dalla società dei consumi dei primi anni Settanta. Nel momento in cui il protagonista Carlo affronta questa «visione», appaiono nuovamente le immagini di palazzoni di periferia, costruiti in lembi di spazio che prima erano campagna. La stessa spazialità rigida e geometrica dei palazzi, dei cortili e delle strade che li accompagnano e che formano percorsi obbligati da seguire, sembrano contribuire a manovrare le coscienze degli italiani, ormai abbrutiti dalla civiltà dei consumi. Le stesse immagini ritornano in una serie di appunti (121-124) intitolati La nuova periferia: palazzoni allineati gli uni agli altri «in forme gemelle»12, «ripetizioni di una stessa forma»13, i cui cortili sono caratterizzati da «vuoto assoluto». Del resto, sia in Petrolio che in molte altre sue opere, Pasolini tratteggia l’immagine quasi apocalittica di un mondo che sembra giunto alla sua fine: a partire da La Rabbia (1963), un documentario di una straordinaria forza poetica e tragica in cui, fra le immagini documentaristiche montate, ritorna ossessivamente lo scoppio della bomba atomica, fino a certi scorci paesaggistici di Roma in Poesia in forma di rosa, ad esempio ne La realtà, in cui leggiamo: «Poi compare Testaccio, in quella luce / di miele proiettata sulla terra / dall’oltretomba. Forse è scoppiata, / la Bomba, fuori dalla mia coscienza. Anzi, è così certamente. E la fine / del Mondo è già accaduta: una cosa / muta, calata nel controluce del crepuscolo»14. Se le immagini della Rabbia raccontano una bomba ben reale e terribile, che ha seminato morte e devastazione, i versi della poesia riecheggiano una bomba metaforica, che sta cambiando ambienti, spazi e coscienze degli individui.
L’inquinamento ambientale, per Pasolini, è anche inquinamento estetico. In un documentario dal titolo Pasolini e… la forma della città (1974), il poeta inquadra con la macchina da presa l’antica città di Orte. Muovendo l’obiettivo della macchina, a un certo punto, compare nel campo visivo un palazzo cubico, di nuova costruzione, che rovina la silhouette degli edifici medievali di Orte. La massa della città – dice Pasolini – è deturpata da qualcosa di estraneo, qualcosa che violenta in maniera abnorme quel paesaggio che, come molti altri scorci medievali in Italia, è stato dipinto dai grandi pittori del Trecento e del Quattrocento. Quegli scorci, ma anche qualsiasi insignificante vecchio muro appartenente ad epoche passate – afferma il poeta nell’intervista – andrebbero difesi con lo stesso accanimento con il quale ci battiamo per difendere un’opera di Dante, Petrarca o Boccaccio. Come scrive Serenella Iovino, «lo sguardo di Pasolini al paesaggio è cioè quello di un’etica dei luoghi, alla ricerca dei valori che vi si sono depositati nei secoli»15.
Per concludere, tornando al filo conduttore da cui siamo partiti, cioè la prova di italiano della maturità 2022, penso che di tematiche legate al pensiero di Pasolini (in relazione o no a temi ecologici) da proporre a un giovane studente ce ne sarebbero state tante, eccome. Ma, forse, di fronte alla gravità di molte problematiche che investono la società attuale, quel «Potere senza volto» – per utilizzare la definizione di Pasolini – continua a nascondere quel suo volto inesistente sotto la sabbia, come uno struzzo. Riproporre un testo di Pasolini avrebbe voluto dire anche riproporre la figura di un intellettuale disposto a lottare sempre e a non accettare nessun tipo di compromesso con qualsiasi potere, una figura che nell’Italia di oggi assomiglia sempre di più a quella di un latitante. E poi, a quel «Potere senza volto», intriso di oscuri rigurgiti di fascismo, credo che la figura di Pasolini, al di là delle facili ‘santificazioni’ e ‘riabilitazioni’, risulti ancora alquanto indigesta. Qualsiasi potere tende sempre a manipolare le menti dei cittadini per allontanarle dai veri problemi, seri e stringenti (e qui torna fondamentale la lezione di Pasolini), ora più che mai, in un universo digitalizzato in cui gli intellettuali, se ci sono, sono troppo impegnati ad autopromuoversi sui social. Siccità, caldo, fiumi in secca, alluvioni, eventi climatici estremi: sembrano lo scenario perfetto che, in molti film e romanzi distopici e apocalittici, prepara la catastrofe finale. Ma è estate, divertiamoci e, se dobbiamo pensare a un serio, stringente problema, c’è sempre la crisi di governo a tenerci compagnia.
Note
Cfr. C. Benedetti, La letteratura ci salverà dall’estinzione, Einaudi, Torino, 2021, p. 4.
Cfr. P.P. Pasolini, Scritti sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 199, p. 404 e seguenti.
Cfr. ivi, p. 313, l’articolo dal titolo Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo, uscito sul «Corriere della Sera» il 24 giugno 1974 col titolo Il Potere senza volto.
Cfr. ivi, p. 318.
P.P. Pasolini, Tutte le poesie, vol. I, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 2003, p. 1099.
R. Kurz, Ragione sanguinaria, trad. it. Mimesis, Milano-Udine, 2014, pp. 20-21.
P.P. Pasolini, Tutte le poesie, vol. I, cit., p. 848.
A. Sarchi, Violazione, Einaudi, Torino, 2012, p. 69.
P.P. Pasolini, Petrolio, ora in Id. Romanzi e racconti, vol. II, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 1999, p.1180.
Ivi, p. 1496.
G. Parise, L’odore del sangue, Rizzoli, Milano, 1997, pp. 90-91.
P.P. Pasolini, Petrolio, cit., p. 1765.
Ibid.
P.P. Pasolini, Tutte le poesie, vol. I, cit., p. 1100.
S. Iovino, Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, Edizioni Ambiente, Milano, 2015, p. 105.